Realtà Periodica
“appunti e riflessioni … in composizione”
(a cura di Giancarlo Melchiorri)
♦ testo in fase di “periodica” lettura e correzione ♦
*MATINS*
martedì 9 giugno 2026 [09/06/2026 13.05.32]
* Antefatto
*Dal 18 gennaio 2017 (ricorrenza di Santa Priscilla Prisca) al 6 febbraio 2017 (ricorrenza di Santa Dorotea) durante l’attività di rilievo, operata con l’amico Riccardo e la Cara e paziente Ludovica, mi nacque particolare attenzione riguardo una “misura lineare” costante e insolita, in riferimento al periodo di costruzione dell’immobile, rilevata nel piano terreno del complesso edilizio ove ha sede il Pontificio Collegio Greco, edificio posto in Roma in via del Babuino con ingresso al civico 149, angolo via dei Greci.
Da tale momento proseguirono ulteriori osservazioni e successive elaborazioni nel pensiero e nella realtà, concreta, materica, per possibili riferimenti proporzionali nella esecuzione di misurazioni e nella assunzione di riferimenti dimensionali unitari.
Tali osservazioni, riflessioni, constatazioni e “prese d’atto”, sono ancora tutt’oggi in essere.
Eseguendo le misurazioni dell’ampiezza del corposo corridoio centrale e principale del piano terreno dell’edificio, che è connesso tramite il portone alla via del Babuino, come prima indicato, si notò che la misura da “muro a muro” quindi dell’orditura muraria principale interna, era ricorrente e le varie “riprese” di misurazioni trasversali, proseguendo longitudinalmente nella successione lungo il corridoio, avevano tutte, e hanno, una distanza pari a circa centimetri 400, quantità apprezzabile, ovvero deducibile, rilevando tale misura con un usuale metro così detto a “fettuccia” da cantiere ovvero solitamente definito con nome di “fettuccia metrica”, che è un nastro di plastica indeformabile lungo 50 metri e arrotolato, diviso in decimetri e centimetri.
*È bene avere presente che le murature portanti dell’elevato, di notevoli dimensioni nel loro spessore e nella loro altezza, interne all’edificio, sorreggono superiormente l’“imposta”, degli elementi “voltati” che costituiscono la struttura orizzontale del corridoio che consiste in una serie di “archi” che sorreggono “volte” a “padiglione” che a loro volta sorreggono una serie di “cupole” formate da “calotte” di “pseudo sfere”.
La serie di elementi ad “arco” è assimilabile alla così detta tipologia a “sesto ribassato”; il suo andamento trasversale è apparentemente pseudo ellittico (o duplicemente parabolico); in realtà probabilmente l’andamento del loro intradosso è conformato secondo la così detta “curva funicolare dei carichi”.
La misura rilevata di circa centimetri quattrocento (400) è risultata singolare nella sua entità, in quanto la “fabrica”, voluta da Sua Santità Papa Gregorio XIII il 13 gennaio 1576, con Bolla speciale su proposta del Vescovo Gaspare Viviano, fu elevata nel XVI secolo, probabilmente ne fu artefice o partecipò all’opera Giacomo della Porta, operando in parte con interventi in strutture esistenti; è da tener presente che il riferimento dimensionale usuale del periodo di costruzione dell’edificio era il “cubito romano”, di medesima proporzione del “cubito attico”, corrispondente in centimetri 44,4, ovvero 444 millimetri dell’odierno sistema di misurazione metrico decimale.
Il Collegio fu fondato “pro Graecis ex Graecia et ex aliis provincis ubi reperirunt”.
Si constatò quindi in quel periodo della nostra attività di “rilievo diretto”, che la misura rilevata era ed +è+ di 400 centimetri, 4000 millimetri, pari a circa nove “cubiti attici” che corrispondono a centimetri 399,6 ovvero millimetri 3996 (mm 444,4 x numero 9).
Si evidenzia che la moltiplicazione della quantità numerica 444,4444444444444 (numero periodico illimitato decimale semplice) moltiplicata per 9 volte ha come risultato 4000.
Il valore”periodico” sopra indicato e la quantità esatta reale, grafica, si può ottenere operando con il Teorema di Talete che permette con assoluta precisione la divisione in parti uguali di una distanza rettilinea con valore conosciuto, in tal caso un elemento di millimetri 4000, diviso in nove 9 porzioni identiche.
Da tale osservazione si è immaginato che la traduzione della misura originaria antropomorfica, il “cubito attico”, assunto ordinariamente in una proporzione di millimetri 444 per semplicità, potesse essere nella reale “intenzione” e possibilità, una proporzione particolare, “indefinita razionalmente” quindi definita, ovvero essere una proporzione che nella realtà poteva e può essere valutata nella misurazione senza approssimazione in millimetri 444,4 periodico, ovvero un numero decimale periodico “illimitato” semplice, che nasce dalla frazione numerica o proporzione, di quattro noni 4/9.
I numeri decimali periodici semplici, sono infatti numeri con una parte decimale infinita in cui una o più cifre si ripetono all’infinito, e si dicono semplici perché la parte che si ripete (detta periodo) inizia subito dopo la virgola.
Quattro noni, 4/9, origine del ragionamento è una frazione ordinaria.
In tale occasione ci si rammentò e ci si riferì alla Regola:“Per trasformare un numero decimale periodico semplice, in frazione, si scrive una frazione che ha per numeratore il numero dato senza virgola e gli eventuali zeri iniziali meno la parte NON periodica, per denominatore tanti 9 quante sono le cifre del periodo”.
In tal modo si venne “materialmente” e “spiritualmente” a contatto con il “fatto” che con tale proporzione assunta fedelmente e senza approssimazioni, il sistema di misurazione originario “antropomorfo” e l’odierno metrico decimale “scientifico”, sono tra loro completamente commensurabili se si attua nelle misurazioni, fedelmente il “coefficiente” di “periodica infinita imprecisione congenita” nell’attività di misurazione e quindi di conoscenza fisica e spirituale della Realtà.
Quale breve nota si rammenta che oltre il “cubito attico” e “cubito romano”, e altre ulteriori misure, nel territorio in oggetto ove è situato il complesso edilizio era in uso il “piede romano” che corrisponde a due terzi del “cubito attico” ovvero un “piede romano” e la sua metà corrispondono al “cubito attico” e “cubito romano” da cui un “piede romano”, misura antropomorfa che ha una ampiezza tradotta in valori del sistema metrico decimale odierno, se non approssimato, pari a millimetri 296,296 numero decimale periodico semplice con il periodo “296” che si ripete senza fine:
296,296296296296…….. subito dopo la virgola.
Senza fine come possono le “composizioni musicali“.
Immagine di mercoledì 18 gennaio 2017 alle ore 13.04.42” (DSCN640)*
Il “corridoio” con ampiezza centimetri 400 ove è visibile la serie di archi che sorreggono le ulteriori strutture voltate
sabato 11 ottobre 2025
L’essere vivente quando ha avuto consapevolezza della sua “capacità di muoversi nella realtà con passi” si è accorto della proporzione del Creato rispetto alla sua e di conseguenza di tutte le proporzioni (conseguenti) origine da questa, con metodo scaturito dalla sua volontà di muoversi secondo le necessità e desideri.
Ha con i suoi passi compresa la proporzione dei suoi movimenti (percorsi), dei loro tempi, delle quantità proporzionate con lui e la proporzione di queste quantità tra loro.
In lingua greca:
gr. γεωμετρία, comp. di γῆ «terra» (v. geo-) e -μετρία «misurazione» (v. -metria)]
[gheo (terra) metria (misura)] ovvero muoversi nella realtà con metodo, con coscienza comunicabile, ossia geometria.
Un “soggetto oggettivo”
Il primo passo di un essere è la sua prima realtà o espressione geometrica soggettiva e oggettiva del suo corpo, della sua mente, della sua anima.
Homo “uomo eretto” ovvero
bipide: movimento con passi
proporzione: coscienza di volontà del movimento dal pensiero;
pensiero geometrico: metodo di comunicazione del pensiero che nasce dal rapporto di proporzione;
*LAUDIS*
Realtà periodica mercoledì 28 gennaio 2026
Probabilmente la consapevolezza dell’essere vivente di esistere in un luogo ove potersi muovere per necessità e desiderio ha lentamente prodotto la necessità in esso di avere una conoscenza quantitativa della realtà ove vive forse in proporzione con la sua “misura”, ovvero quante volte è grande o piccola rispetto alle sue caratteristiche fisiche l’oggetto che lo accoglie, il Creato, il Creato nel Cosmo [dal gr. κόσμος, propr. «ordine», e «mondo, universo» in quanto ordine universale].
Ma le sue dimensioni sono sempre le stesse immutabili come appena conosciute, o attimo per attimo si trasformano, mutano impercettibilmente in modalità infinitesima sino a trasformarsi percettibilmente in dimensioni con proporzioni evidentemente maggiori o minori a partire dall’originale conosciuto, ovvero dal momento della consapevolezza di una propria dimensione esistenziale, costitutiva corporea e immateriale?
La sua natura esistenziale concreta, ontologica, di essere, essenzialmente gli permette di avere conoscenza diretta e indiretta della sua nascita, della sua crescita ovvero del suo. così detto sinteticamente. “sviluppo” sino alla apparente costanza dimensionale per giungere alla sua trasformazione in materia amorfa, ovvero alla fine della sua esistenza unitaria materiale corporea?
Quando l’essere vivente ha avuto consapevolezza che muovendo organicamente e con metodo i suoi arti produceva, generava spostamento (movimento) nel e rispetto al luogo che lo accoglie, probabilmente ha avuto anche l’intuizione di poter comprendere le possibilità di muoversi rispetto alle sue capacità di “forza” generate tramite gli elementi del suo corpo composto da molti elementi e unitario, in armonia con quel “soffio” che lo rende unico e irripetibile in ciò che è, e ciò che genera, che può immaginare fantasiosamente che risieda nel suo “cranio”, nel suo “cuore”.
Ha forse istintivamente intuito che la “forza” che la sua struttura genera, necessita di una “fonte”, che la alimenta con sostanze liquide, solide e aeree, che non possono mancare durante l’arco di tempo in cui esiste, per esistere, e per dare al “soffio” la possibilità di “governare” ciò che “è” di visibile, per sostenere e dare conoscenza a se stesso e a chi altro esiste dell’esistenza, della vita e comunicarlo.
Quando l’essere ha avuto coscienza della presenza di un altro essere, forse si è accorto di “essere”, forse ha desiderato con timore di avvicinarsi a quel che ha percepito e ha constatato che procedeva verso l’altro con dei movimenti ripetitivi che lo tendevano ad affaticare, una serie di “sforzi” che hanno generato uno spostamento verso l’altro per vederlo, ovvero conoscerlo, più nitidamente.
Può essere che pian piano si sia accorto che il movimento ripetitivo fosse una serie di “uno” ovvero di quantità proseguibili teoricamente per sempre sino a quando se ne ha la “forza”, il “desiderio”, ovvero altra forza, ovvero per sempre.
Si sarà reso conto anche che l’“uno” di questa serie poteva a secondo delle esigenze e necessità, nonché capacità e situazioni, essere minore al primo in moltissime proporzioni rispetto all’originario, e più grande sino al limite delle proporzioni di chi lo genera, ovvero se stesso e l’altro verso cui si recava.
Quindi nella sua immaginazione poteva pensare che la sua capacità di generare, “uno”, “unità” di movimento era indefinita nella sua serie, non facilmente “conteggiabile” e durare teoricamente per tutta la sua esistenza, sino a che la “fonte” gli donava “forza” fisica e “non fisica”: una infinità di uno sino al tempo disponibile.
Poteva quindi nascere una ulteriore domanda ovvero chi “dona” questo tempo disponibile, visto che non è di sua volontà e capacità di averlo dal nulla, come invece ha constatato è stato, avendolo lui questo tempo avuto, senza chiederlo, e accortosene, senza volerlo, della sua esistenza, muovendosi con quantità nate dalla sua immaginazione e capacità dalla massima a lui possibile sino alla infinitesima sempre a lui possibile, forse intuendo che la infinitesima poteva essere sempre minore e ancor minore, come la maggiore poteva essere sempre maggiore come una somma continua e instancabile di “uno” una somma grande come “il cielo”, che allo sguardo poteva essere finito come una “sfera”, ma anche infinito, oltre le sue capacità di vederlo completamente, di conoscerlo sino alla sua immaginaria “fine” forse intuendo già che la fine non vi era se il cielo era come l’aria che lo tiene in vita?
*PRIMA*
Quando sabato 31 gennaio 2026
Quando “immagini” di aver concluso una “grande attività” come una grande “scoperta”, una grande “invenzione”, una grande “conquista”, una grande “opera per il Prossimo”, un grande “gesto d’Amore”, definito a Tua discrezione i “limiti di una grande terra da «possedere»”, perché, nel bene e nel male, confermi nel Tuo intimo che è opera Tua, e dividi tra “Fede” e “Realtà mondana con i suoi apparenti successi e problemi” ciò che accade o ipotizzi accada?
Quando segui la possibile educazione ricevuta, contraria al fatto dell’Incarnazione, un “dogma autoritario” continuo che si “scatena” lungo i secoli, tenace, che, pretendendo di fissare i limiti dell’azione di Dio, ne dichiara l’impossibilità a farsi uomo, ad avere Lui realmente delle proporzioni fisiche dirette e riflesse nella Realtà percepibili dall’essere vivente, è disagio voluto. Dio ha permesso all’essere vivente aperto e nella Fede, di poterLo “misurare”, dare a Lui una “proporzione” iniziando dal primo luogo ove si è fatto “incontrare”, in poi, per sempre.
Dio permette all’essere vivente di intuire che la realtà ha una proporzione rispetto all’essenza fisica dell’essere stesso, e rispetto Chi la ha Creata, non scibile ma percepibile ragionevolmente con la perseveranza nelle azioni fisiche, del cuore, della mente e del “soffio” nel tempo, della presente vita donata e della successiva.
A ciò si oppone “il dogma moderno”, in cui viviamo “di tutta la cultura illuministica, che ha agito, purtroppo, così radicalmente per riverbero anche sulla cosiddetta «intellighenzia» cattolica: quello della divisione tra fede e realtà mondana coi suoi problemi. Questo atteggiamento costituisce esattamente lo specchio dell’infantile proibizione che l’uomo dà a Dio di intervenire nella vita dell’uomo stesso. E l’ultima latitudine cui si può spingere la pretesa idolatrica, la pretesa cioè di attribuire a Dio ciò che alla ragione aggrada o ciò che la ragione decide.”
L’essere vivente quando ha conosciuto il “fatto” della sua esistenza, probabilmente grazie all’incontro con un altro essere [Dio salva l’uomo attraverso l’uomo (Dionigi, l’Aeropagita)], ha nel tempo avuto lo spontaneo, istintivo e naturale desiderio di essere vicino alla consapevolezza della quantità di tempo e spazio percorso e condiviso verso e con chi ha incontrato, lo spazio del luogo ove ciò è accaduto e accade, la proporzione del percorso che permette l’incontro tra due e più esseri viventi orizzontalmente, verticalmente per necessità esistenziale fisica e intellettiva, in unione alla continua ricerca di Chi “permette” tutto ciò.
Probabilmente dall’osservazione di quanto accade nella Realtà ha intuito che la successione di movimenti dei suoi arti per spostarsi verso la “meta”, l’obiettivo o gli obiettivi dell’incontro, potevano avere proporzione simile e quindi essere una serie ripetibile e conoscibile nella quantità fisica e numerica.
Singole fasi dello spostamento corporeo nel concreto esistente, la realtà, con proporzione nata dalle caratteristiche della sua essenza, l’essenza corporea umana in movimento, in “moto”, l’arco di ampiezza nei suoi gesti istintivi nati per il moto con i suoi arti, che possono nella quantità numerica essere conteggiati, ovvero avere la consapevolezza di quanto si è svolto per muoversi e averne “memoria”, tenere a mente la quantità numerica per sommare le singole unità di gesto compiute per incontrare ciò che occorre “per accorgersi di vivere”, come può essere per lo meno un’altra vita, per compiere azioni che permettono di aver disponibile come nutrirsi per “vivere”.
L’elemento probabilmente più semplicemente percepibile e disponibile poteva essere la sua fisicità stessa, i suoi arti, per lui ben visibili e consapevolmente “gestibili”, con istinto e pensiero, numerabili e di conseguenza generanti la possibilità di un riferimento per se stesso condivisibile con altri esseri in rapporto al luogo ove si svolgono le azioni nel tempo della “vita”, della unione del fisico con il “soffio”, che la mentalità e l’educazione attualmente maggiormente diffusa nega per necessità di “possesso “ di ciò che l’essere vede e conosce solo con i sensi e l’intelletto legato solo ad essi, e per tale ragione reputa di “generazione”, quasi “creazione” e “proprietà” individuale, ciò che “produce” come frutto del proprio pensiero a prescindere da qualsiasi agente non evidente al “distratto”, a chi vive educato nel concepire poter esistere solo ciò che tramite alcuni “scientifici” schemi condivisi è comunicabile a chi si incontra ed è in grado di comprendere; tutto ciò che non è conoscibile finitamente con tali processi, procedimenti o schemi, non esiste, non è “reale”.
*TERCE*
Quanto è?
quesito di sabato 31 gennaio 2026 e domenica 1 febbraio 2026
Lettura in merito
Autore: Paolo Agnoli Titolo: “Storia del Sistema Metrico Decimale” marzo 2003;
Scienza Per Tutti
SxT- Scaffali 2003
Stralcio:
Introduzione
Si può dire che da sempre la misura è stato uno dei procedimenti della vita quotidiana necessari alla sopravvivenza e alle relazioni sociali.
L’utilizzo delle provviste, il raccolto, la caccia, il baratto, la definizione del suolo da coltivare, etc…, sono tutte attività in cui è facile ritrovare la necessità di misurare.
Sin dagli albori gli uomini hanno dovuto affrontare problemi pratici, a cominciare dal più importante di tutti:
rimanere vivi.
Gli stessi organismi viventi, nella loro grande diversità, sono soluzioni differenti al problema di sopravvivere in un ambiente che cambia.
*
Paolo Agnoli: “Storia del Sistema metrico decimale”
Scienza Per Tutti
SxT- Scaffali 2003
Stralcio:
2.1 Gli inizi: il numero come misura
I numeri hanno esercitato il loro fascino sin dall’alba della civilizzazione, ed una grande parte della prima preistoria della scienza e della tecnologia può essere riassunta nella scoperta, da parte di diverse civiltà, di ciò che oggi chiamiamo numeri.
Pitagora scoprì, già nel VI secolo a.C., che l’armonia musicale dipendeva da rapporti di piccoli numeri interi e concluse che ogni cosa nell’universo era Numero. “Tutte le cose che si conoscono hanno numero; senza questo non sarebbe possibile pensare, né conoscere nulla.”
Ma la nascita della matematica (vedi per esempio Menninger, 1969), pur tenendo ben presente che il problema della natura dei relativi concetti è sicuramente dibattuto, si può far risalire almeno in larga parte a problemi pratici di vita quotidiana.
La nascita dei numeri come concetto astratto è un processo che si sviluppa gradualmente, parallelamente all’evoluzione della specie umana ed ai suoi rapporti con l’ambiente circostante.
E’ durante la fase del Paleolitico superiore (da 40.000 fino a 12.000 anni fa) che i progressi tecnologici iniziano ad influenzare decisamente la sfera intellettuale e spirituale.
Ed è appunto in questo periodo che si sviluppò dapprima la capacità degli esseri umani di tipo moderno di elaborare sistemi di segni: in un’epoca in cui procacciarsi il cibo iniziò a non essere più un problema di sopravvivenza fu possibile lo sviluppo delle attività non produttive.
L’evoluzione della società umana è avvenuta in modo costante, subendo talvolta rallentamenti e talaltra notevoli accelerazioni, al presentarsi di condizioni opportune.
*SEXT*
lunedì 2 febbraio 2026
Potrebbe essere l’interrogativo “Quanto?” il primo pensiero di chi ha avuto la consapevolezza che desiderava spostarsi da dove “è” alla sua “meta”, verso ciò che ha percepito con uno o più dei cinque sensi, probabilmente per “conoscere” concretamente con la sua “presenza” la “presenza” percepita.
Presenza fisica di un “essere”, una vita o di un “oggetto”, un elemento, un luogo.
Quanta “fatica” ovvero capacità occorre per muoversi e lasciarsi andare per arrivare all’incontro, agire lasciandosi andare a far ciò che si percepisce necessario al momento, all’attimo, non conoscendo le proprie possibilità fisiche e mentali, non conoscendo la strada, la via, il percorso, perché ancora inesistenti, mai tracciati, mai toccati, mai “già vissuti”.
Un “Quanto” di cui nulla si è già conosciuto, e nulla e nessuno riflettono l’esistenza, non possono riflettere l’esistenza non conoscendo ciò che ancora non è “realizzato”.
Ma il primo atto, il primo passo mosso è riflesso nella conoscenza dall’istinto che è interno e che il luogo e la necessità stessa ne riflettono la necessità rispetto al desiderio percepito di conoscere.
È ciò che la vita in quel momento necessita ed è bene fare per riflesso nella realtà dell’istinto, “guidato”. Il secondo passo riflette il primo e il terzo il secondo e così via, istintivamente e similmente, come necessario, in “quantità” necessaria alla realtà ove si +è+.
*NONE*
mercoledì 4 febbraio 2026
Il concetto di misura come distanza o spazio tra due o più “entità”, è una esperienza che si vive come “empatia” e come tale, è originaria?, è da sempre?, e si diviene consapevoli di questo concetto tramite la presa di coscienza della vita propria e altri, alla presenza di un “altrui” che permette tale presa di coscienza e ciò che ne consegue, ovvero la “Realtà” con i suoi spazi di fatto presenti e conoscibili come “da infinitesimi a infinti” in rapporto al “conoscente” e ai “conosciuti”?
La presenza “altrui” rende conoscibile per “empatia” la propria “presenza”, rivela la propria “esistenza” e lo spazio in cui “è”? [riferimento § 4. La controversia tra la visione della rappresentazione (Vorstellung) e quella dell’attualità (AktualiHit). -Edith Stein- Opera Prima 1916].
La generazione di un passo del soggetto permette al successivo passo l’essere o il manifestarsi della presenza “empatica” nel presente del passo già agito, e del successivo da agire, al momento che si manifesta il presente stesso in essere tutti nella loro qualità, quantità che è dell’agire stesso creazione che permette la manifestazione del movimento e la sua conoscenza “empatica” per il soggetto che diviene oggetto conoscibile dall’altro e rivelatore del “movimento” nella realtà “in un tempo”.
*VESPERS*
venerdì 6 febbraio 2026 14.41
La presenza dell’Amore che annienta la distanza tra due esseri è manifestazione “empatica” della presenza dello Spirito Santo a cui riporta, e in tal modo permette la percezione del riflesso dell’Amore di Nostro Signore, Trinitario, a chi vive.
L’Amore annulla lo spazio tra due esseri, essendo il percorso di desiderio d’incontro compiuto, non vi è più distanza, non può esistere neanche più “tempo” inteso come periodo del movimento eseguito misurabile.
L’incontro avvenuto, annullando distanza e “tempo”, diviene eterno già nella realtà fisica, ovvero infinito nell’infinitesimo senza tempo, ovvero eternità; ciò che Dio ha unito qui nella realtà.
L’Eternità è adesso se si segue l’Amore, presenza “materiale” che per “empatia” porta a percepire il Creatore.
*
25/05/2026 14:38:50
La traiettoria, ovvero il segno, genera, dona vita corporea al numero.
(Origine della geometria)
Riflessioni:
*COMPLIRE*
Traiettoria 04+06+2026 12.36.18 * 20.05.50
Il primo elemento concreto, reale, percettibile mentre si vive, e classificabile nel metodo conoscitivo e riproducibile tramite un segno comunicabile dall’essere vivente all’altro è la “Traiettoria” [(τΤ) tau] di un corpo, con dimensione proporzione a partire dalla sua consistenza infinitesima.
Descrive il proprio e altrui “movimento”, che nasce guidato da sguardo, interesse, gesto, …..
Gli elementi fondamentali di questo fatto, avvenimento, sono quindi l’elemento infinitesimo, il suo movimento, la sua traiettoria, la condivisione di un essere all’altro di quanto si osserva, e avviene a cui si partecipa nella qualità che accade.
La “Misura” (proporzione) è la distanza fisica (reale, secondo la traiettoria assunta) tra due elementi della traiettoria (giacenti nella traccia della traiettoria) e contiene infiniti elementi (punti/o) con possibilità di “quantità” e quindi “dimensione” (ampiezza) senza fine, in multiplo (infinito) e sottomultiplo (infinitesimo).
La distanza (fisica) è certa, assoluta, concettualmente tra due elementi, la Misura numerica è dinamica anche in cifre (numericamente); è la somma indefinita di infinitesimi “elementi” dinamici numericamente periodici, la cui “dimensione” ovvero distanza visiva è statica ma la quantità numerica è periodicamente senza fine senza incidere nella misura fisica.
La Misura fisica reale non ha corrispondenza finita nella dizione numerica che è potenzialmente sempre periodica.
La misura più vicina alla reale è un rilievo micrometrico fisico riportato su supporto definito, assumendo modalità di “rilevamento diretto” ipotizzate “perfette”, riproducenti congruentemente la realtà rilevata e “rivelata” se realmente conosciuta per ciò che è e non per ciò che si manifesta al sistema di conoscenza (conoscitivo).
Il limite della definizione di una “distanza” tramite “Misura” in ampiezza (forse spazio) formata da quantità di punti giacenti in una traiettoria, è direttamente proporzionale nella sua congruenza con la conoscenza del suo limite esecutivo da parte dell’esecutore.
Nasce la traiettoria ovvero la sua traccia materica nella Realtà formata da quantità di elementi, quindi la traccia della traiettoria è una infinità infinitesima di elementi che generano la loro traduzione conoscitiva convenzionale in quantità ovvero il “numero “ descritto in cifre (che sono anch’esse visibili e quindi conoscibili perché traccia materiale).
Il numero “racconta” la misura, l’entità, in una “Traiettoria”.
L’unità di misura e riferimento del sistema di rilevamento antropomorfo delle origini è il “cubito attico” che corrisponde al valore dato nel bacino del mediterraneo nel secolo IV a.C., alla proporzione di un avambraccio che nella quantità di due volte e un suo quarto, corrisponde all’unità metrica del sistema metrico decimale la cui unità, il metro corrisponde a la quaranta milionesima parte del meridiano terrestre ideale, quindi concepito astrattamente, definito nel XVIII secolo la così detta “era moderna”.
I due sistemi, l’antropomorfo e il metrico, lo “scientifico”, hanno tra loro la seguente proporzione: nove “cubiti attici” corrispondono a quattro “metri”, il che porta a poter idealmente poter paragonare per entrambi la misurazione del meridiano del globo terrestre per uno, l’antropomorfo corrispondente a 90.000.000 avambracci ideali “cubiti attici” e l’altro in 40.000.000 di metri, unità di misura dal meridiano stesso nata.
Il rapporto di quattro noni (4/9) trascritto in unità metriche definisce la commensurabilità infinitesimale e periodica di rapporto numerico potendo trascrivere in numeri derivanti dalle proporzioni metriche decimali il valore del “cubito attico” che è di metri in cifre numericamente definiti in 0,4 metri periodico, ovvero 0,44444444444….. misura definibile nella realtà tramite la costruzione geometrica delle proporzioni tramite il “teorema di Talete” che permette la esatta divisione concettuale esecutiva di un segmento lungo quattro unità in nove parti di cui ognuna è la “0,4 periodica parte” del segmento stesso ovvero 4/9 quattro noni del segmento assunto per lo studio e osservazione. Sono misure di una distanza su una “traiettoria” disposta in quattro unità concettuali metriche e conteggiata in avambracci antropomorfi ideali. La misura è “geometricamente” esatta.
“
Nota:
0,44444… periodico, ovvero è un numero decimale periodico semplice, illimitato, avendo una parte decimale infinita in cui una cifra si ripete all’infinito, o meglio senza fine, per sempre senza tempo. È un infinito senza tempo. San Tommaso d’Aquino definisce l’Eternità un infinito senza tempo definibile: “che è sempre accaduto e sempre accade” i due sistemi, l’originario antropomorfo ideale e il metrico concepito intellettivamente anticipano la percezione di un elemento finito che non finisce al cessare dell’azione, potenzialmente è già innescato, è conosciuto, se ne acquisisce consapevolezza e continua.
Ritornando ai numeri decimali periodici semplici, essi sono numeri con una parte decimale infinita in cui una o più cifre si ripetono all’infinito, e si dicono semplici perché la parte che si ripete (detta periodo) inizia subito dopo la virgola.
4/9, origine del ragionamento è una frazione ordinaria.
È bene rammentare la Regola:
Per trasformare un numero decimale periodico semplice
in frazione
si scrive una frazione che ha per numeratore il numero dato senza virgola e gli eventuali zeri iniziali meno la parte NON periodica, per denominatore tanti 9 quante sono le cifre del periodo.
Immagine ideale della Origine della Geometria e successiva origine del numero:
si osserva una “traiettoria”, si nota un “punto” in essa, se ne nota un altro; tra i due vi e una “proporzione”, misura testimoniata da un segno, il segno sulla traiettoria. Questo si nomina con una “quantità” comunicata in somma di unità a partire da ciò che si ha a disposizione per conoscere la proporzione più facilmente: il proprio corpo o parete di esso che da “uno” “in più” o “in meno” permette di comunicare “all’altro” quanto conosciuto che si comunica in segni, cifre non più con valore di traiettoria, figurativo, ma di elementi di riferimento di quantità.
La traiettoria “genera” (è) geometria, la quantità di un riferimento umano, dell’essere, nella traiettoria, “genera” (è) numero.
“Spiritualmente“, dalla realtà concreta materica visibile a tutti, alla mente di ognuno che comunica all’altro:
la traiettoria è geometria, la quantità è numero.
*
Traiettòria; Vocabolario on line; DAL VOCABOLARIO Treccani; traiettoria
*
traiettòria s. f. [per ellissi da linea o curva traiettoria, dove l’agg. traiettoria, non attestato altrove nella forma masch., è un derivato del lat. traicĕre «passare oltre», participio passato traiectus, probabilmente. sull’esempio del fr. trajectoire]. –
1. Relativamente a un punto in moto rispetto a un sistema di riferimento, la curva descritta nel tempo dal punto in tale riferimento: a seconda della curva, si parla di t. rettilinea, curvilinea, circolare, ecc.; t. piana è quella che giace su un piano; la traiettoria risulta definita dalle equazioni parametriche delle coordinate spaziali del punto, che sono dette equazioni del moto qualora si scelga il tempo come parametro. Nel moto piano di un sistema rigido, nel quale in ogni istante la velocità di qualunque punto del sistema giace su un piano fisso, si dicono t. polari le due curve, dette rulletta e base, descritte dal centro istantaneo di rotazione del sistema rispettivamente nel piano fisso e in un piano parallelo a questo e solidale col sistema: per es., nel rotolamento di un disco su una retta, la base è la retta, la rulletta è il contorno del disco, mentre la traiettoria effettiva di un punto del disco è una cicloide.
2. Per corpi non puntiformi è detta talvolta, piuttosto impropriamente, traiettoria del corpo la traiettoria del suo baricentro; in partic., t. balistica, quella descritta dal baricentro di un proietto, e che varia al variare di fattori quali la velocità iniziale, il peso e la forma del proietto, l’angolo di proiezione, ecc.: il proiettile segue, o descrive una t.; trovarsi malauguratamente nella t. del proiettile.
3. In senso figurato, letterario, cammino percorso da elementi astratti: le opposte traiettorie delle loro vite erano giunte a quel punto nel quale si toccavano (C. Levi); è dalla cosa guardata che deve partire la traiettoria che la collega alla cosa che guarda (I. Calvino).
© Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani – Riproduzione riservata.
*HORAS 3*
venerdì 5 giugno 2026 17:31:25
“Traiettoria”: riflessione, esempio simbolico onirico;
Il cordone ombelicale è forse la prima “traiettoria”, concreta, fisica, materica, che l’essere inconsapevolmente conosce come misura che, non “quantifica” ma percepisce (conosce): la distanza da un altro essere, origine concreta della alimentazione per la sua vita, che va a dissolversi alla “nascita” ove è “libero”, in uno spazio non circoscritto, al “SI” nel conoscere qualsiasi traiettoria che la Realtà gli propone nelle sue dimensioni “senza fine” e “infinitesime”.
È auspicabile percepire la “Traiettoria” che traccia la “Stella” che conduce a Cristo, in terra, nella quotidianità.
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Il Mistero
Antonio Sicari / Gianni Bracchi
*
Chi accoglie nel suo cuore
il volere del Padre mio
sarà per me fratello,
fratello, sorella e madre.
Con occhi semplici voglio guardare
della mia vita svelarsi il Mistero
là dove nasce profonda l’aurora
d’un’esistenza chiamata al tuo amore.
M’hai conosciuto da secoli eterni,
m’hai costruito in un ventre di donna
ed hai parlato da sempre al mio cuore
perché sapessi ascoltar la tua voce.
Guardo la terra e guardo le stelle
e guardo il seme caduto nel campo,
sento che tutto si agita e freme
mentre il tuo regno Signore già viene.
Se vedo l’uomo ancora soffrire,
se il mondo intero nell’odio si spezza
io so che è solo il travaglio del parto
d’un uomo nuovo che nasce alla vita.
Chi accoglie nel suo cuore
il volere del Padre mio
sarà per me fratello,
fratello, sorella e madre.
+
Quesito sabato 6 giugno 2026 (06/06/2026 15:51:15)
Perché avambraccio, ovvero “cubito”, comune e diffuso riferimento unitario originario “di proporzioni” nella conoscenza dimensionale della realtà: una immagine fantasiosa per la possibilità di una risposta semplice e concreta?
- Necessità quotidiana
Avvolgere una corda, una “cima”, una fune, ovvero ordinarla per il suo usuale utilizzo:
con la mano si afferra il “primo capo” con l’altra mano si contiene lungo il suo sviluppo l’oggetto da avvolgere e lo si “rigira” tra due punti, capisaldi essenziali e riferimenti, il “gomito” dell’avambraccio e il “polso” della mano che stringe il “primo capo”.
Proseguendo si potranno potenzialmente effettuare una necessaria quantità di movimenti o giri tra gomito e polso sino a completare l’avvolgimento della fune esistente.
Conclusa la custodia ordinata della fune se si ha la possibilità di ricordare le “volte” (quantità) in cui si è generata l’azione prima indicata, si conoscerà quante “volte” la fune è stata girata intorno all’avambraccio tra gomito e polso.
Se si è avvolta la fune con tal metodo ipoteticamente per 10 “volte” la quantità (entità) della fune sarà, conterrà venti “volte” la proporzione, la traiettoria compresa tra polso e gomito, il “cubito“.
Si è data una proporzione, tra due elementi, nata per spontanea necessità e quindi una “quantità”, una misura, la più semplice in tale occasione per conoscere cosa si manovra, la fune tramite i propri arti.
Un riferimento tra la propria esistenza e ciò che esiste e in quel momento si conosce come la realtà semplicemente chiede.
*
Note:
CUBITO
Enciclopedia Italiana (1931)
di A. S.,
CUBITO (dal lat. cubĭtus “cubito, gomito”). Misura di lunghezza in uso presso varî popoli del bacino del Mediterraneo.
Gli Egiziani usarono un cubito reale, meh suten, di mm. 525 diviso in 7 palmi šp (mm. 75) o 28 dita t’ba (mm. 18,7), che si conserva anche dopo la conquista tolemaica col nome di cubito tolemaico, diviso però in 6 palmi di mm. 87,5 e 24 dita di mm. 21,9. Insieme col cubito reale fu usato un cubito corto meh net’s di 6 palmi o 24 dita. Accanto a questi cubiti ne sono usati altri di lunghezze diverse e incommensurabili con i palmi di mm. 75 e le dita di mm. 18,7. Nell’età imperiale il cubito egiziano risulta eguale a circa 25 dita di cubito attico. La sua lunghezza esatta si deduce dallo spigolo dell’artaba di 40 choenices, che è uguale al cubo di un piede tolemaico di mm. 308,1. Da esso si trae un cubito di mm. 462,51 diviso in 6 palmi (mm. 77) e in 24 dita (mm. 19,25). Peraltro per la misura della crescita del Nilo si seguitò a usare il cubito di 7 palmi. Non si può stabilire però se questo cubito fosse eguale al meh suten o se corrispondesse a 7 palmi del cubito piti recente. 3200 cubiti sono eguali a un miglio (m. 1478,9), 400 a uno stadio (m. 184,85), 100 a uno schoinion sacro (m. 46,25), 96 a uno schoinion geometrico (m. 44,367), 12 a un amma (m. 5,546), 8 2/3 a un’acaena (m. 3,081), 6 a un calamo (m. 2,77) 4 a una orgyia (m. 1,85), 3 a uno xylon (m. 1,37). Le frazioni del cubito greco-egizio più in uso sono il cubito per la misura delle stoffe di lino di 5 palmi, il piede di 4 palmi, la spanna di 3 palmi, la lichas di 2 palmi, il palmo e il dito. Il cubito greco-egizio di mm. 462,15 fu usato anche in Cirenaica nell’età ellenistica.
Gli Ebrei usarono un cubito di 7 palmi probabilmente eguale al cubito reale egiziano, un cubito filetereo diviso in 6 palmi, un cubito di 24 dita corte da identificare forse col meh net’s, e due altri cubiti, uno di mm. 468,3 e uno di 462 mm. assai vicino al cubito greco-egizio. Le misure di lunghezza ebraiche sono però molto incerte.
Dal cubito filetereo che fu usato in Palestina anche nell’età imperiale si formò il miglio di 3000 cubiti (m. 1575) che si divide a sua volta in 7 1/2 stadî, 45 plettri, 375 acaenee, 750 passi, 900 ampeli, 1000 orgyiae, 2250 passi, 4500 piedi.
Il cubito attico, eguale a quello romano, misura 444 mm. Il suo valore può esser dedotto direttamente dalla misura del piede romano di 296 mm. che equivale allo spigolo di un cubo la cui capacità è quella dell’amphora (litri 26,20). Il cubito attico si divide in 1 1/2 piedi, 6 palmi, 24 dita come quello filetereo. I suoi multipli più importanti sono lo stadio (m. 177), il plethron (m. 29,6), l’acaena o calamo (m. 2,96), l’orgyia (m. 29,6), il passo doppio (m. 1,48) e il passo (m. 0,74).
Nei paesi italioti sembra fosse usato un piede dorico-fidonico di mm. 273 il cui cubito sarebbe di mm. 410 che dà luogo ai seguenti multipli: γυή (m. 1638), stadio (m. 163,8), schoenus (m. 32,7), plethron (m. 27,3), oregma (metri 1,092).
Nel sistema metrico romano, strettamente connesso con quello attico, l’unità di lunghezza è di solito il piede e non il cubito, che è invece l’unità di misura in quelli greci. I multipli del piede romano che fanno capo al miliarium (m. 1478) riproducono solo in parte le misure greche.
Nelle Gallie e nella Germania è probabile fossero in uso cubiti locali prima dell’introduzione del sistema metrico romano che non riesce a scalzare completamente quello indigeno.
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Àttico¹
Vocabolario on line
attico1
àttico1 agg. [dal lat. Attĭcus, gr. ᾿Αττικός «abitante dell’Attica»] (pl. m. -ci). – Dell’Attica, regione storica della Grecia: gli scrittori a.; le coste a.; ceramica a.; vasi a., prodotti della ceramica greca antica, attraverso i quali è possibile seguire lo sviluppo di tutta la pittura greca, dagli inizî del 1° millennio a. C. fino all’inizio dell’ellenismo; dialetto a., dialetto greco antico parlato nell’Attica, che presenta affinità con lo ionico ed è alla base della lingua comune (koinè); periodo a., secondo la divisione tradizionale e scolastica della letteratura greca, il periodo dal 500 circa al 323 a. C. (morte di Alessandro Magno), in cui la cultura greca ha il suo massimo centro in Atene; ordine a., piano a., v. attico2. In partic., con riferimento allo stile sobrio, elegante e arguto degli scrittori attici: eleganza a.; sale attico, arguzia, motto di spirito. ◆ Avv. atticaménte, con la sobrietà e l’eleganza proprie dello stile attico.
© Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani – Riproduzione riservata
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domenica 7 giugno 2026 [07/06/2026 07:06:07]
Immaginare:
*Ciò che (+è+) nel Creato ha una “traiettoria” ed esiste con quella e in quella.
La “traiettoria” di ciò che esiste (+è+), è determinata nell’armonia dell’esistenza secondo Chi la ha disposta.
Sembra che alcune “traiettorie” siano determinate in modo tendente al “prevedibile” e visibili da chi ha la possibilità (capacità) di esserne consapevole, altre sono non prevedibili da chi le vede e ne ha consapevolezza ma sono previste per essere come Chi le ha “già create” da sempre e si manifestano se le ami.
Si ipotizza che gli astri (i corpi celesti) hanno traiettoria (orbita) tendente al “prevedibile”, trascrivibile (raccontabile) anche in forma logica, matematica, ovvero di equazione algebrica (conica), visibile all’osservazione; una pietra che rotola ha traiettoria meno visibile e meno trascrivibile con continuità, ma logica, armonica, nella Realtà ove +è+.
Al segno ipotizzato, alla traiettoria è evidente che corrisponde il pensiero che si può esternare “graficamente” (segno) e in “linguaggio” (cifre), logica della conoscenza secondo i limiti dell’essere.*
Un essere in movimento può avere traiettoria consapevole o inconsapevole, oltre quella desiderata da Chi lo ha “voluto” che è oltre il visibile (conoscibile).
Le riflessioni oggetto di studio riguardo la “traiettoria” assumono quale senso del lemma stesso, un valore, del segno geometricamente visibile nel luogo di osservazione assunto, bidimensionale o tridimensionale, nel piano o nello spazio, nella “Realtà”, che è oltre il segno, include la volontà del segno immaginato, (dalla potenza all’atto) quindi inizialmente incorporeo, anche in fase di “composizione” anche come puro segno bidimensionale nel piano definito dal foglio di lavoro impresso da “chi” lo compie.
La definizione più frequente di retta, linea, segmento a seconda delle caratteristiche dell’oggetto geometricamente definito, sono successive alla nascita (della traiettoria) che è “spirituale” ovvero volontà di chi lo compie, di chi esegue il gesto che si materializza in un “oggetto azione” (gesto) visibile, percepibile, conoscibile anche se tendente all’immateriale come una “linea” su un supporto “disegnabile”, segno grafico.
La traiettoria è la traccia essenziale dell’essere +è+.
È la consapevolezza della proporzione esistenziale dell’essere nell’essere. Nell’esistere in ciò che esiste perché si “percorre” secondo la volontà in una traiettoria per chi può dire “SI”, ovvero decidere rispetto a ciò che è.
Anche il “pensiero” dell’essere nella Realtà si concretizza (*) in una “traiettoria”.
Il segno “grafico”, elementare, essenziale, effettuato dall’essere con i suoi arti, o come gli è possibile, è direttamente il suo pensiero visibile nella realtà, la “traiettoria” dalla sua mente alla materia, semplice, essenziale, inequivocabile, sincera, “vera” rispetto al pensiero che la genera, che è guidato dal soffio vitale, l’”anima”.
(*) ovvero con la (identificazione) di una traiettoria presente o possibile.
*Sanctus Benedictus*
sabato 13 giugno 2026
È il “numero” che “racconta” la “traiettoria” che nasce diretta-mente dalla “mente” e si concretizza con essa, “traiettoria“, nella “Realtà“. Il “numero” “racconta” la “traiettoria” che è “traccia” diretta - al (del) “Luogo” della - “mente” che riflette l’”Anima“, come la Luna riflette nella “Realtà” la Luce del Sole.
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Questo pensiero è per me una Realtà Periodica, perché dal 18 gennaio 2017 desiderai riflettere “periodicamente” immerso nella “realtà”, nei tempi di quelle giornate, ove era possibile lasciar scorrere il pensiero verso la “riflessione” che da allora mi fa compagnia e mi aiuta a scrutare con maggior cura quanto accade.
Riflessione “senza fine” e riguardo il: “senza fine”, che nacque appunto mercoledì 18 gennaio 2017 e ritornò prepotentemente dopo una pausa nella mia mente martedì 16 ottobre 2018, come di seguito racconto, sperando possa essere di completamento a quanto nelle precedenti parole è proposto con entusiasmo e vivo interesse.
L’evento che ruppe il periodo di quiete non lo ricordo, ma mi rivenne alla mente che una mattina, quel mercoledì appunto 18 gennaio dell’anno 2017, intento a effettuare alcune misurazioni (*) in un edificio antico al centro della Città di Roma mi apparve evidente il ripetersi di una proporzione nel rilevare il vano “dorsale” dell’edificio ovvero il corridoio lungo, alto , finito con una volta a botte in struttura continua con le mura dell’elevato stesso generatore della spazialità e dell’andamento dell’edifico intero. Ci si soffermava soprattutto nella distanza tra le due murature dell’elevato che erano poste a sorreggere anche la volta ad andamento curvilineo e ribassata centrale.Tale distanza risultava con il sistema di riferimento odierno più in uso nell’area geografica di nostra origine, ovvero il metrico, essere pari a centimetri trecentonovantanove e sei decimi di centimetro (399,6), ovvero circa quattro metri, quattrocento centimetri, una misura usuale per uno spazio di codesto genere.La singolarità era ed è nella precisione di tale proporzione per tutto l’andamento del lungo corridoio, che ha reso evidente la non banalità della scelta, ma una volontà di riferimento a una unità compositiva ben precisa non evidente per chi usa il sistema metrico decimale che sicuramente avrebbe utilizzato una proporzione di metri quattro ovvero centimetri quattrocento. Consci che nel periodo di realizzazione dell’opera il sistema metrico ancora non era stato definito e che le unità di misura locali erano basate nel periodo considerato, anche in riferimento al passato, al piede romano, si è presupposto che tale misura, non estemporanea di trecentonovantanove e sei decimi di centimetri sia nata dalla originaria un’altra possibile proporzione di riferimento quella all’epoca più ovvia ovvero il piede romano e il cubito attico del valore di un piede romano e mezzo. Convenzionalmente il piede romano viene valutato e tradotto in centimetri con una proporzione pari a centimetri ventinove e sei decimi di centimetro ovvero sei millimetri circa.Di conseguenza il cubito attico con tale origine ossia un piede romano e mezzo si proporziona in centimetri quarantaquattro abbondanti, quarantaquattro e mezzo scarsi, verosimilmente, quarantaquattro e quattro/cinque millimetri ossia quattrocentoquarantaquattro millimetri circa con possibilità di periodicità che viene esclusa usualmente nelle misurazioni e proporzionamenti per semplificarne l’uso comparato con il sistema metrico. Letteralmente la parola cubito, dal latino “cubĭtus” o “cubĭtum” (gomito), ha una origine antropomorfica ossia una delle due principali ossa che compongono l’avambraccio detta oggi più usualmente “ulna”. La parola cubito ha definito anche nel corso del tempo un’altra unità di misura ovvero l’angolare usata dagli astronomi arabi come distanza apparente tra le stelle “Castore” e “Polluce” della costellazione dei “Gemelli” detta cubito maggiore e distanza apparente tra le stelle “Procione” e “Beta” della costellazione del Cane minore quale cubito minore. Questi primi elementi visti alla luce di ciò che la Realtà una mattina ha messo davanti agli occhi di chi scrive, di sua figlia Ludovica e dell’Amico Riccardo, ha generato il desiderio di una ricerca di armonia tra concezioni “originarie” e “presenti” nelle misurazioni, lineari, angolari, e succedersi di sistemi di riferimento dediti sempre alla misurazione geometrica della realtà dedicata e orientata alla conoscenza della realtà ove si è e alla costruzione nella realtà stessa di ciò che si immagina o viene chiesto. È nato entusiasmo nel poter pensare e disegnare, quindi applicare alla realtà anche nel misurarla con il “pensiero geometrico” con una unica partenza ovvero ciò che scaturisce dal numero quattro e numero nove ovvero quattro unità di misura metriche che equivalgono a quattromila millimetri suddivise con la applicazione del teorema di Talete in nove unità di misura originarie del “mondo antecedente il XVIII secolo” pari a quattrocentoquarantaquattro millimetri (periodico) pari ognuna a un cubito attico ovvero a tredici piedi romani e mezzo. Riflettendo poi la modalità di concezione originaria dell’unità metrica, pari a un quaranta milionesimo del meridiano ideale terrestre e pensando che lo stesso meridiano possa essere suddiviso in novantamilioni di porzioni, e quindi le due unità avere la medesima origine con diverso ritmo proporzionale, e che a tali 90 milioni possano corrispondere dei riferimenti di grado sessagesimale pari a quattro gradi cadauno e che quindi avendo la possibilità di definire esattamente la proporzione angolare pari a quattro gradi si possa misurare una proporzione, sia rettilinea che curvilinea, corrispondente a distanza con unità il cubito, ha alimentato il Cuore dello scrivente definito così in senso biblico e quindi anche Anima e Mente e nell’intraprendere il percorso di una possibile unità tra proporzioni della realtà:
contemporanee,
originarie,
rettilinee,
angolari,
di derivazione delle comunità greco-romana, araba ed ebraica.
La divisione del meridiano terrestre ideale in quarantamilioni di elementi o unità se metriche (decimali) o novanta milioni di unità se originarie (cubito) con le dovute proporzioni della misura del raggio può giungere alla ripartizione in unità proporzionate di una circonferenza pari a quattro unità metriche e quindi a un quadrato di lato pari all’unità ovvero di una circonferenza pari a nove cubiti ovvero a un quadrato di lato pari a due cubiti e un quarto.
Quella mattina era il “18 gennaio 2017 alle ore 13.04.42” (DSCN640) di un impegno che ebbe inizio in un mattino del 16 gennaio 2017 ore 12.50.28 (DSCN0622).
Non ho mai creduto e non crederò mai nel “caso”, quando nasce la parola caso in un “Avvenimento” chi è di fronte all’avvenimento, qualsiasi esso sia, non vuole vedere o meglio non vuole conoscere il proprio limite nel conoscere; a volte “caso e presunzione” coincidono in una ignoranza che tende all’infinito, e viceversa, l’umiltà porta a un’infinita gioia nel conoscere ciò che esiste con entusiasmo di un adolescente e la maturità di un padre.
Un pensiero simbolico e immaginario:
«Quattro è due volte due, nove è tre volte tre; quattro sommato a nove compone tredici, che identifica il tredicesimo giorno di dicembre che è dedicato a Santa Lucia la Santa di chi desidera “vedere”, comprendere».
Alle origini il cubito, inteso come riferimento di un sistema orientato a una unità ha più proporzioni assunte e paragonabili tra loro anche con il sistema metrico decimale del XVIII secolo abbiamo:
per gli egiziani il cubito del valore in millimetri di cinquecentoventicinque (525) (cm 52,5) suddiviso in sette palmi e successivamente in sei palmi e poi in altri riferimenti molto articolati;
per gli ebrei il cubito era simile a quello egizio suddiviso sempre in sette palmi e da questo nacquero altri riferimenti quantitativi;
nei paesi “italioti” il cubito poteva essere pari a circa quattrocentodieci millimetri;
presso gli arabi il valore anche attuale è pari a millimetri quattrocentonovanta.
Si hanno poi alcune raccolte pubbliche che riportano per il valore tradotto in metri del cubito nelle sue varia aree di appartenenza, uso e comunità in seguenti valori paragonabili sempre tra loro anche con il sistema metrico
- Cubito ebraico =44,45 cm. suddiviso in 6 tefachim (palmi); del cubito ebraico esistono altre due versioni, una più grande di un palmo (51,8 cm) ed una misurata dal gomito fino alle nocche della mano chiusa (38 cm).
-Cubito egizio =44,7 cm
Cubito reale egizio (niswt) =52,3 cm suddiviso in 7 palmi (schesep) o 28 dita (djeb’a)
multipli: canna (khet) = 100 cubiti (52,3 metri), iteru fluviale = 5.000 cubiti (2,615 km), iteru cartografico = 20.000 cubiti (10,46 km)
-Cubito sumerico di Nippur =51,86 cm
-Cubito romano =44,4375 cm
–Cubito inglese (cubit) =45,72 cm
suddiviso in 18 pollici, corrisponde a un piede e mezzo
Citazioni di misure [modifica]Secondo la Bibbia, Golia sarebbe stato alto sei cubiti e un palmo (circa 2,75 metri, se 1 cubito ebraico =44,45 cm).
Secondo la Bibbia, l’Arca di Noè sarebbe stata lunga 300 cubiti (circa 133,35 metri, se 1 cubito ebraico =44,45 cm).
Si può quindi riassumere serenamente che ad oggi un cubito può essere proporzionabile serenamente, a mente serena, con gli elementi del sistema metrico in millimetri quattrocentoquarantaquattro periodico ovvero mm 444,44444444 = (444,̅4 periodico).
Quindi sempre rapportando il sistema cubito originario con il sistema metrico abbiamo che quattro metri ovvero quattromila millimetri, corrispondono a nove cubiti di millimetri 444,̅4 periodico (paragonati e proporzionati con il sistema metrico decimale) e che un metro ovvero mille millimetri e pari a nove volte millimetri 111,̅1 periodico, ossia millimetri 999,̅9 periodico, ovvero una unità contente e formata con un numero periodico ossia un numero con il limite convergente verso un valore concettualmente e intero e una misura reale intera unitaria.
♦ *Si può anche esprimere: -Quindi sempre rapportando il sistema cubito originario con il sistema metrico abbiamo che quattro metri ovvero quattromila millimetri, corrispondono a nove cubiti di valore millimetrico millimetri quattrocentoquarantaquattro virgola quattro periodico cadauna (paragonati e proporzionati con il sistema metrico decimale) ovvero una unità contente e formata con un numero periodico ossia un numero con il limite convergente verso un valore concettualmente e intero e una misura reale intera unitaria; un metro ovvero mille millimetri è pari 2 cubiti e un quarto (2 1/4).* ♦
Questa è una possibilità in più per un colloquio e unità tra il pensiero geometrico e quello numerico, sia delle origini che contemporaneo.
La possibilità ha un percorso formato da varie strade che confluiscono riunendosi tutte in una, gradatamente e con metodo, risolvendo in successione cronologica e separatamente per poi renderli unici i seguenti argomenti:
1 partenza:
equivalenza grafica con la geometria elementare tra un quadrato di lato unitario e la circonferenza con medesimo perimetro. (perimetros ovvero circonferenza); problema iniziato con Aracne II e approfondito in Aracne III
2 constatazione:
posizionamento ordinato di tutti gli angoli (distanze angolari) per cui è definibile la loro proporzione con metodi elementari; loro disegno ordinato con il sistema di circonferenze unitarie
3 costruzione grafica:
con la geometria elementare costruzione della curva di Ippia atta a generare gli angoli necessari per tale definizione per cui è possibile definire anche il primo o ultimo punto tramite Aracne III
4 verifica numerica
Conteggi numerici per il riscontro delle proporzioni riscontrate con la curva di Ippia;
5 approfondimento:
divisone della circonferenza in nove porzioni uguali ovvero dividere la unità ripetuta quattro volte nella sua proporzione in nove unità pari al cubito in analogia con le misurazioni per la costruzione dell’unità di misura metrica dal meridiano terrestre ideale.
6 utilità
Utilizzare gli archi di circonferenza definiti tramite la divisione della unità multipla in quattro per la creazione di segmenti atti alla costruzione fisica di un arco a tutto sesto per quel che riguarda il suo sistema radiale;
7 materia:
proporzionamento della dimensione della ghiera dell’arco tramite la geometria elementare del sistema unitario di circonferenze atto a contenere nei limiti ragionevoli dell’equilibrio la curva delle pressioni del suo equilibrio
8 fisica:
verifica della pressione di equilibrio dell’arco disegnato tramite un poligono di forze per il quale il punto di pressione minima in chiave è in un punto posto tra il lembo esterno dell’arco (estradosso) secondo la teoria di Moseley e il punto superiore del nocciolo d’inerzia della sezione ovvero terzo medio secondo la teoria di Navier, secondo l’intuizione di Anselmo Ciappi e definita (definibile) geometricamente con Aracne II o III a seconda del grado di definizione necessario.
9 definizione:
Disegno del poligono delle pressioni e delle curva delle pressioni di equilibrio e stabilità dell’arco nella circonferenza rapportata al sistema di cerchi unitari che definisce anche la dimensione in rapporto geometrico proporzionale con i piedritti.
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*P. C. Greco “Passetto” in via dei Greci verso la Chiesa di S. Atanasio rilievo interno con studio deformazioni dell’arco “ribassato“
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mercoledì 17 ottobre 2018
Questo occasionale incontro con una manifestazione dell’ingegno umano e con le proporzioni originare di alcuni secoli or sono, che insieme hanno composto e generato l’elemento dorsale, ha scosso la percezione di chi scrive, ed è stato un vero, piccolo, semplice, ma entusiasmante avvenimento, un avvenimento eccezionale, perché nella realtà si è trovato un qualcosa che si cercava, ma non si sapeva ne di cercarlo, ne che esistesse, la testimonianza dell’uso di un metodo proporzionale arcaico, originario ma presente e perfettamente leggibile.
Questo ha scosso il Cuore, si il Cuore che ha il soffio della vita che permette alla mente di esistere e elaborare ciò che il Cuore dalla Realtà conosce.
Non è una sensazione, ma un metodo di cui si ha la coscienza. Il Cuore libero conosce ciò che incontra e ciò che incontra diviene anche nella sua semplicità una nozione indelebile e di orientamento e anche se semplice e immediata può essere il motore per lunghe complete ed entusiasmanti ricerche che la mente segue alimentata dal Cuore.
Il Cuore si muove , con il suo movimento inarrestabile e involontario conserva la iniziale vita dell’essere e se il Cuore funziona inarrestabilmente fisicamente e gnoseologicamente dona energia alla mente che permette la nascita della individuale volontà.
Il Cuore permette alla mente di operare e la alimenta con la materia e con il pensiero.
Ma il pensiero è nella mente non nel Cuore.
La fisicità del pensiero può essere, ma la sua essenza è nel Cuore, immaterialmente ma presente costantemente da quando compie i primi battiti, da quando testimonia di esistere in vita ossia in movimento.
Ed è il movimento dei corpi geometricamente osservato che genera i ragionamenti che sono nati e trascritti in questo testo pratico nell’applicazione e nei risultati, ma trascendente nel suo orientamento e nel desiderio che in tale orientamento segue: cercare una proporzione in movimento all’essere con un mezzo di rappresentazione e di studio statico, il disegno e il pensiero geometrico.
I sensi sono forse recepiti dalla mente e tramite essa elaborano le percezioni della Realtà con cui sono in “contatto”, ma il Cuore sa, conosce se tali conoscenze pervenute sono Vere, sono orientate alla Verità.
Alla conoscenza della Verità per la Vita di oggi.
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*P. C. Greco “Passetto” in via dei Greci verso la Chiesa di S. Atanasio immagine tridimensionale del rilievo interno dell’arco sovrapposto alla immagine del luogo.
ο
venerdì 19 giugno 2026 19/06/2026 07:09:17
Richiamo al preambolo (22 settembre 2018) della Ipotesi di lavoro del 24 ottobre 2018, riferita alla curva di Ippia di Eride, la “trisettrice” o “quadratrice”, in simulazione per la definizione di un quaranta milionesimo (1/40.000.000) del meridiano terrestre reale.
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Si espongono alcune riflessioni del percorso preparatorio e propedeutico alla esecuzione del proporzionamento in quattrocento (400) archi di circonferenza “uguali” (del) la circonferenza con raggio di proporzione unitaria, nonché ulteriore proporzionamento in novecento (900) archi di circonferenza “uguali” (del) la medesima circonferenza di raggio unitario, base per la creazione di una traiettoria giacente in una superficie assimilabile alla “traiettoria” o “pseudo orbita” della “traccia” del meridiano terrestre, origine del proporzionamento della unità di misura metrico millesimali (sistema metrico decimale) e traslabile nella misura antropomorfa (cubito attico).
*La “superficie” di lavoro e creazione delle “traiettorie” generanti “figure”, è convenzionalmente assunta come piano “ideale” perfetto, ma il piano perfetto nella realtà della superficie ideale terrestre, è “ideale”, non è reale; la superficie terrestre è assimilabile convenzionalmente a una “pseudo sfera” come le superfici considerate a essa “appartenenti”.
*Il meridiano terrestre ideale ha andamento con traiettoria curvilinea con “ideale” ipotetico raggio di notevoli dimensioni da cui la “ideale” circonferenza di riferimento è generata.*
Quale (Una) “traiettoria” e “traccia”, ovvero “orbita” idealmente rettilinea potrebbe essere assunta, come figura ideale rappresentativa, una “circonferenza” con raggio di dimensioni tendenti all’infinito, ovvero con ampiezza di unità sommabili “per sempre”, “senza fine”, “figura dell’eternità”; ovvero sommare “per sempre” senza “limiti di tempo”.
*La “retta” giacente in un “piano ideale” e “realmente piano, concettualmente congruente,” può essere una “circonferenza” con “raggio” tendente a una proporzione che è somma “senza fine” di “unità” (la somma senza fine è attività, azione in essere, potenzialità in atto), e porta progressivamente e “senza fine” il “centro” della “circonferenza”ora considerata, alla sua stessa proporzione, ovvero alla proporzione del raggio stesso che è somma di unità senza fine, come ora detto, denominato forse impropriamente di consuetudine “infinito”.
* Le brevi frasi sono immagini, che tramite libero ragionamento, nascono per un ipotetico ideale tracciamento di traiettorie più simili possibili alla realtà che è immagine individuabile nell’esistente se conoscibile.
*Nasce da qui il riferimento alla “Curva di Ippia”, la “quadratrice di Ippia” come metodo per la suddivisione della “circonferenza” geometricamente definita come “luogo dei punti equidistanti da un punto detto centro”, in settori uguali di numero ovvero: quattrocento (400), e successivamente ognuno in centomila (100.000) nel primo caso, e novecento (900) e successivamente sempre ognuno in centomila (100.000) nel secondo, per applicare tale metodo di disegno all’ideale meridiano terrestre di riferimento del sistema metrico decimale e generare le 40.000.000 “di porzioni” e le 90.000.000 ulteriori porzioni, graficamente, con opportune costruzioni tracciabili con proporzioni rappresentative, tracce di “traiettorie”.
* Inciso: la “traiettoria” ( del pensiero) nella “superficie di lavoro” e di “rappresentazione del pensiero”, genera una “traccia”.
il che equivale a dire:*Una “traiettoria”, quale “visibilità del pensiero”, genera nella superficie una “traccia” idealmente rettilinea.
*Potrebbe essere assunta come “figura ideale”, ovvero rappresentativa, una “circonferenza” con raggio di dimensioni tendenti alla somma senza fine di unità (usualmente all’infinito) ovvero con ampiezza di unità sommabili “per sempre”, “senza fine”, “figura dell’eternità”; sommare per sempre senza “limiti di tempo”.
*Le brevi immagini di ragionamento nascono per una “ideale tracciamento di traiettorie” più simili possibili alla “realtà non conoscibile”.
ο
mercoledì 24 ottobre 2018
Riflessioni libere da metodo
le figure poligonali e le figure curvilinee hanno nella loro composizione una sostanziale diversità nella metodologia di disegno.
Le figure poligonali regolari o irregolari possono essere composte (costruite nella realtà) con elementi precostituiti a misura che non necessitano assolutamente di un movimento nell’essere realizzati, come per esempio i lati di un poligono regolare minimo come il triangolo, possono essere realizzati predisponendo tre elementi (segmenti) proporzionati (anche sagomati) a misura e poi tra loro composti.
La circonferenza e le altre forme curvilinee implicano invece un movimento nella composizione non eliminabile, come per esempio nella circonferenza un punto fisso, assunto come centro di rotazione, a cui fissare una corda (raggio) e poi ruotare.
Questa diversità di composizione materiale è sostanziale anche nel loro studio, sia per i poligoni che per le curve.
Le figure poligonali le possiamo considerare figure “staticamente determinabili”, quelle curvilinee “dinamicamente determinabili” (con un poco di fantasie e ottimismo).
Elementi determinati, come per esempio segmenti nel loro movimento guidato da una regola, possono comporre con l’avvenire in tale moto di intersezioni, opportunamente rilevate e classificate rispetto a un sistema di riferimento, delle figure composte, da molteplici, infiniti punti che possono anche determinare una specifica area nel piano di lavoro.
Tali figure possono essere curvilinee, come per esempio la nota curva di Ippia di Eride formata dalla intersezione in movimento di due segmenti durante la traiettoria che formano con il loro diverso moto ma in egual tempo.
Il primo segmento ruota dalla posizione verticale alla orizzontale con il suo estremo inferiore coincidente a un punto fisso di riferimento, l’altro di egual proporzione perpendicolare al precedente quando è in posizione verticale, quindi il secondo ha prima posizione orizzontale, a distanza pari alla sua proporzione dal centro di rotazione, si muove traslando nel medesimo orientamento sino a giungere con il suo estremo, che era coincidente con l’estremo superiore del segmento in rotazione in fase iniziale, all’origine del sistema, ovvero effettua un moto verticale dall’alto verso il basso costante.
I due movimenti devono avvenire necessariamente con il medesimo tempo, quindi la velocità del punto esterno estremo del segmento in rotazione ha velocità maggiore del segmento che si muove verticalmente in posizione orizzontale, con ambo gli estremi, dall’alto al basso nel medesimo tempo.
*Inciso esplicativo di un grafico* Il primo tentativo di rendere operativa la concezione del tracciamento della curva di Ippia di Eride tramite il sistema di assistenza digitale al disegno nota attualmente comunemente con la sigla C.A.D. (dai termini anglosassoni: Computer Aided Design) ha permesso di concepire un sistema di due fasci (insiemi) di rette uno proprio e uno improprio composti da numero centoventotto segmenti paralleli, con il primo passante orizzontalmente ovvero coincidente con l’asse delle X della terna cartesiano in O, e altrettanti con punto di intersezione, ovvero centro comune in O origine della terna cartesiana.
I segmenti tutti dei fasci, parallelo e centrico, hanno proporzione o dimensione unitaria rispetto al sistema, rappresentato con la grafia digitale in rapporto quindi uno (1) a uno (1). La intersezione dei due insiemi di rette visibile nel grafico è una serie di “punti” molto vicini, “in numero di centoventotto nell’ampiezza dell’unità di sistema“, che uniti rappresentano la approssimazione della traiettoria, traccia dell curva prima indicata (di Ippia) generata dalla intersezione della simulazione del movimento contemporaneo e continuo dei due segmenti indicato dal “Pensatore“.* Il disegno è il file con nome: “triangolo_00.dwg; con data di ultima modifica: sabato 29 settembre 2018, 22:39:12.”. Il numero di centoventotto elementi per i due “insiemi” nasce dalla semplice divisione in successive metà della unità di sistema sino a dove presupposto utile e possibile in modalità congruente alla esecuzione della “perlustrazione ” grafica, abbiamo infatti 1, 1/2, 1/4, 1/8, 1/16, 1/32, 1/64 e infine 1/128 ovvero un centoventottesimo della proporzione unitaria di sistema che crea la quantità e ritmo “compositivo” eseguendo le costruzioni e tracciamenti delle “traiettorie” con rapporto diretto di 1 a 1 ovvero nel sistema metrico decimale una (1) unità è un metro, ovvero due cubiti e un suo quarto.
*
Questa figura composta dalla intersezione e dalla classificazione ordinata due elementi (segmenti unitari) in movimento nella realtà e assimilabili nel disegno a due fasci di infinite rette (segmenti unitari) , uno proprio di rette ovvero segmenti di proporzione unitaria, con centro all’origine del sistema di lavoro, e l’altro improprio, con centro all’infinito, e composto da infiniti segmenti (rette) parallele tra loro e orientate nel piano di lavoro parallele all’asse orizzontale del sistema.
Con questo metodo e molteplici regole assunte si possono generare figure curvilinee di anch’esse in molteplici forme ad andamento curvilineo nella realtà e rappresentabili nel disegno.
I segmenti sono composti da infiniti punti e anche scomponibili in infiniti punti.
Cosi anche una curva come una circonferenza, composta in modalità semplice, può essere osservata come composta da infiniti punti tra loro connessi da una regola (funzione) e scomposta anch’essa in infiniti punti.
Questi elementi fondamentali elementari al momento della loro generazione implicano un movimento ovvero retta e circonferenza sono figure “dinamicamente determinabili” ovvero composte con una regola che implica un movimento curvilineo o rettilineo.
Il primo movimento, il curvilineo può circoscrivere una superficie e quindi è se completamente disegnato perimetro e figura nel piano con area completa.
Il secondo movimento, rettilineo non circoscrive un’area a parte la possibile divisione in due piani infiniti se è un movimento rettilineo infinito in un piano infinito da sempre in moto e per sempre in moto.
Una porzione di questa figura generata in movimento ovvero il segmento può essere ottenuto nella realtà e nel disegno con “estrazione” o “delimitazione promozionata” da elementi già esistenti, quindi la determinazione di un segmento non implica un movimento di costruzione, è un elemento “staticamente determinato” componibile in minimo tre elementi per costituire perimetro di una superficie, quindi figura.
Una elemento “dinamicamente determinato” come la circonferenza, di per se è perimetro di una superficie circoscritta, scomponibile in segmenti curvilinei.
Il nome dato originariamente alla circonferenza dai “geometri pensatori” nella antica Grecia, periferia, (περιϕέρεια), successivamente in latino circumferentia, derivato del verbo circumferre «portare intorno», definizione che sottolinea il movimento per la sua generazione, figura “dinamicamente determinata” e conosciuta sin dalle origini.
Sono banali osservazioni, ma implicano il problema esistenziale di codeste figure e del loro metodo costruttivo e di osservazione.
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venerdì 26 ottobre 2018
una particolare riflessione nasce per la retta e non il segmento rettilineo, porzione finita di essa.
La retta è anch’essa una successione di punti connessi tra loro da una regola (funzione), quindi è composta anch’essa dinamicamente, in movimento ovvero “dinamicamente determinabile”, ma non necessariamente, perché …..può essere formata dalla intersezione di due piani; anche la circonferenza può essere staticamente determinata come l’intersezione di un cono, definito da una superficie curvilinea (possibile fascio di rette proprio nella superficie) che si interseca con un piano perpendicolare al suo asse..
Il piano anch’esso può essere la sommatoria infinita di infinite rette infinite lungo una direttrice infinita (o meglio: senza fine).
La retta in porzioni (segmenti) è la base iniziale concreta da cui trarre elementi per comporre figure “staticamente determinabili” ovvero poligoni composti da lati e quindi da segmenti da essa derivabili.
La retta non essendo una forma compiuta, finita, determinabile con un movimento che ha necessariamente un inizio e una fine è intrinsecamente determinabile, immaginariamente, sia staticamente che dinamicamente come comunemente avviene, ovvero con il susseguirsi dinamico, senza fine, di elementi finiti, ovvero “punti”.
Il punto (I punti) nella convenzione del pensiero è (sono) il minimo elemento non divisibile adimensionale, ma non nella realtà in cui a seconda della precisione di esecuzione può essere un infinitesimo cerchio, ovvero l’area di una infinitesima circonferenza.
La retta in teoria somma di infiniti punti in realtà può essere somma di infiniti infinitesimi cerchi, con superficie, quindi nella realtà anche la retta e il segmento per esistere hanno una superficie “esistenziale” convenzionalmente inesistente.
I poligoni sono, esistono, perché sommatoria statica di elementi staticamente determinabili, le figure curvilinee perché determinabili come unicità non componibili con elementi nel caso della circonferenza e della ellisse, o composte da altri elementi dinamici o porzioni di essi, come per esempio le figure policentriche, simili all’ellisse.
La parabola e l’iperbole sono figure “dinamicamente determinabili” ma singolarmente non delimitano una superficie finita.
la retta è una figura possibile sommatoria di punti e non delimita singolarmente una superficie finita come già accennato.
I poligoni o le figure curvilinee circoscrivono rispettivamente in modo statico come sommatoria di elementi o come successione regolata di punti una superficie.
La retta, elemento dinamico quando tracciata e statico quando generato nella realtà con intersezione di piani, non è nel finito elemento determinante una superficie finita, i segmenti,i suoi possibili derivati finiti (segmenti), circoscrivono una superficie se composti con una regola eseguibile staticamente, ovvero come sommatoria che non implica una necessaria azione in movimento per la composizione, una figura con superficie.
*
sabato 27 ottobre 2018
Teoria Osservazione Realtà (T.O.R.)
La curva di Ippia come sommatoria di infinite infinitesime circonferenze o archi di circonferenza nasce da queste riflessioni.
La sua funzione numerica è definita e proporzionabile in punti, ma per quanto siano infinitamente vicini non hanno nella realtà la continuità teorica di tracciamento come avviene per la circonferenza e di conseguenza il disegno di questa curva come altre può non essere continua e quindi imprecisa nel suo utilizzo pratico con gli strumenti essenziali analogici o digitali (logici), compasso e riga reali o con sistema numerico.
una breve, Nota:
♦La trisettrice di detta anche quadratrice di Ippia o di Dinostrato, è una curva piana trascendente, di equazione cartesiana x=ycot (πy/2a), ottenuta come luogo dei punti di intersezione tra due segmenti di uguale lunghezza, che si muovono contemporaneamente, uno di moto rettilineo uniforme, parallelamente a sé stesso, l’altro di moto circolare uniforme intorno a un suo estremo.♦
Questa singolarità si ha anche nella realtà quando si tracciano curve come la parabola o l’iperbole.
La parabola è il luogo (geometrico) dei punti nel (del) piano equidistanti da un punto fisso con identità assegnata e una retta fissa (direttrice); è quindi “staticamente determinata” come sommatoria e congiunzione di punti nella simulazione e “dinamicamente determinata” nel pensiero geometrico.
L’iperbole è il luogo (geometrico) dei punti nel (del) piano per i quali è costante la differenza delle distanze da due punti fissi con identità assegnata dello stesso piano, “detti fuochi”; è quindi “staticamente determinata” come sommatoria e congiunzione di punti nella simulazione e “dinamicamente determinata” nel pensiero geometrico.
Ricordiamo che l’ellisse, disegnabile con gesto continuo nella realtà quindi “dinamicamente determinata” nella realtà e nella simulazione (pensiero geometrico) è il luogo dei punti nel (del) piano per i quali è costante la somma delle loro distanze da altri due puniti fissi determinati, dello stesso piano, detti fuochi.
La circonferenza è anch’essa definibile con un gesto continuo nella realtà, quindi “dinamicamente determinata” ed è il luogo dei punti nel (del) piano equidistanti da un punto fisso nel piano assunto come centro; è disegnabile anch’essa con un gesto continuo e uno strumento (spago e chiodo o compasso) nella realtà e nella simulazione (pensiero geometrico).
Rammentiamo sempre che la matematica, tutta, compresa la geometria e l’aritmetica, simulano con un metodo la realtà per conoscerla nella sua porzione visibile e non visibile con più concretezza possibile, mai comunque possibile completamente.
La curva di Ippia ha una concezione per la sua formazione dinamica nella realtà che diviene statica successione di punti nella simulazione (pensiero geometrico).
Per compensare questa discrepanza tra simulazione e realtà è necessaria molta precisione e una particolare accortezza nel concepimento del disegno geometrico quale fedele rappresentazione del pensiero geometrico orientato alla conoscenza del fenomeno reale.
Più saranno i punti determinati per la costruzione migliore potrà essere il disegno realizzato e il suo uso per lo studio e la ricerca conoscitiva.
Quindi maggiori frazioni si avranno dell’unità assunta nel sistema di studio, maggiore e versatile sarà l’utilizzo della funzione concretamente e teoricamente.
Maggiore sarà la precisione e la modalità di collegamento tra i punti definiti, maggiore e versatile sarà sempre l’utilizzo della funzione concretamente e teoricamente, ossia converrà non unire gli infinitesimi punti come sommatoria di minuscoli semplici segmenti che interrompono indubbiamente la continuità di tracciamento della figura curvilinea ma operare con altri elementi da definire e al momento non già sicuramente definibili quali i minuscoli segmenti.
Le possibilità di azione da intraprendere sono molteplici, e la prima, la più immediata è la costruzione di questa figura curvilinea quale successione cadenzata di archi di circonferenza in successione e concatenati tra circonferenze individuate come passanti per tre punti individuati in successione dell’andamento curvilineo delle intersezioni.
Ogni arco avrà un punto determinato e compreso tra le due estremità in comune con l’estremità dell’arco si circonferenza successivo.
La unità di sistema è suddivisa in 4098 spazi come la distanza angolare tra le due perpendicolari passanti per l’origine del sistema, quindi l’arco di circonferenza pari a un quarto di circonferenza e centro in origine sarà anch’esso suddiviso in 4098 spazi simulando 4098 posizioni del percorso che il segmento suo raggio effettua dalla posizione verticale a quella orizzontale.
Ambedue i movimenti nella simulazione sono definiti con loro 4098 posizioni di percorso.
Il numero 4098 nasce dalla successione di divisioni in metà dell’unità di sistema ovvero
Da Uno, due; da due, quattro; e, successivamente otto, sedici, trentadue, sessantaquattro, centoventotto, duecentocinquantasei, cinquecentododici, milleventiquattro, duemilaquarantotto e quattromilanovantasei, misure ancora gestibili con il disegno assistito numericamente.
Se necessario è possibile raddoppiare la divisione in metà.
Questa operazione è assunta come metodo di indagine e realizzazione sia per la divisione rettilinea che curvilinea essendo ambedue possibili con il semplice compasso e la riga, tracciando molteplici infinite porzioni ognuna bisettrice della prima.
Superato il limite grafico per l’esecuzione con mezzi analogici, il metodo numerico permette la divisione considerata infinite volte tendenti al limite, ovvero al limite convergente sia per gli elementi curvilinei con distanze angolari di metà in metà sempre più sottili tendenti all’infinitesimo.
Sia per i rettilinei suddivisi sempre di metà in metà sino al quasi annullarsi della loro esistenza.
Una sintetica ed elementare catalogazione delle figure sopra citata potrebbe essere:
*Circonferenza:
“dinamicamente determinabile” susseguirsi di “punti” tracciati in movimento
*Ellisse:
“dinamicamente determinabile” susseguirsi di “punti” tracciati in movimento
*Parabola:
“dinamicamente determinabile” susseguirsi di “punti” tracciati in movimento
*Iperbole:
“dinamicamente determinabile” susseguirsi di “punti” tracciati in movimento
*Policentrica:
“staticamente determinabile” come sommatoria di elementi
*Curva di Ippia:
“dinamicamente determinabile” susseguirsi di “punti” tracciati in movimento
*Retta:
“dinamicamente determinabile” susseguirsi di “punti” tracciati in movimento
*Retta:
“staticamente determinabile” intersezione di due piani
*Arco di curva:
“staticamente determinabile” porzione di figura “dinamicamente determinabile”
*Segmento:
“staticamente determinabile” porzione di figura “dinamicamente determinabile”
*Poligono:
“staticamente determinabile” come sommatoria di elementi.
Seguono alcune annotazioni grafiche e numeriche in forma di
disegno e quantità in cifre
ο
*disegno prova 0 con breve illustrazione in riferimento al sottostante testo*
ο
*disegno prova 0
*
*Inciso esplicativo di un grafico* (Unità metrica pari a 1.000.000 di micron, ognuno unità digitale di sistema (1)*
*il disegno è il file con nome: “triangolo_03c 1000000 3P.dwg” (disegno prova 0) con data ultima modifica mercoledì 14 novembre 2018, 18:23:00 è eseguito con un rapporto rispetto alla unità di sistema digitale pari a uno (1), a un milione (1.000.000) ovvero, l’unità uno (1) assunta rispetto al sistema metrico decimale è un micron di metro e nel disegno digitale tale unità è moltiplicata un milione di volte per definire l’unità, ed è quindi un milione di micron unità digitali (di uno digitali) per quantificare un metro.
La modalità assunta permette rispetto ai limiti di “Tracciamento” del sistema digitale C.A.D. (dai termini anglosassoni: Computer Aided Design) una precisione, incrementata rispetto al precedente elaborato sopra riportato che permette la divisione dell’unità assunta in un ritmo “compositivo” più definito nell’unità stessa di cui si è operata la divisione o frazionamento in metà, un quarto e così via ovvero 1/2; 1/4; 1/8; 1/16; 1/32; 1/64; 1/128; 1/256; 1/512; 1/1024; 1/2048; 1/4096.
La ultima proporzione tradotta in micron di metro (1/1.000.000) secondo il sistema metrico decimale è: (metri) 1= (micron) 1.000.000.
Micron (1.000.000) frazionato (/) in Parti (4096) corrisponde a micron 244,140625 cadauna (millimetri 0,244140625) che permettendo quindi, con le dovute proporzioni metriche in scala, la grandissima precisione se si considera in rapporto di valori proporzionali e numerici per la “perlustrazione” intrapresa. è da tener a mente che il sistema possiede modalità di precisione decimale, ovvero si hanno valori in cifre anche decimali annotate al micron* come si può leggere nei dati numerici sopra riportati in cui una della 4096 frazioni in cui è “frazionata” l’unità metrica ha quantità 244 micron e 140625 valori decimali.
La curva in studio è composta tramite la costruzione geometrica, secondo la “Metodologia di Ippia” con la congiunzione, per ora tramite segmenti considerati pseudocurvilinei tendenti allo pseudoirettilinei, di punti con ritmo di individuazione di valore micron 244,140625 cadauno. Le elaborazioni con il disegno e con i numeri confermano la loro precisione e congruità*.
I “segmenti”, di cui sopra si accenna, sono riguardo la loro origine di tracciamento geometrica, delle minime, infinitesime, porzioni di archi di circonferenza, le cui circonferenze sono ottenute (definite) con la costruzione, in disegno, di circonferenze individuate nella loro singolarità, quindi per ognuna, perché passanti per tre punti individuati nel sistema costruttivo nello spazio che intercorre tra una frazione di micron e l’altra (micron 244,140625) che definiscono le intersezioni dei due fasci di rette, proprio e improprio utilizzate per dare atto all’idea del Pensatore (Ippia di Eride).
La curva nella terminologia in questa sede adottata, “Traiettoria” composta nella sua esistenza da una serie senza fine di punti individuati con la metodologia del pensatore uniti tra loro da una serie congruentemente senza fine di circonferenze passanti per tre punti, di cui i “direttori” appartengono all’insieme dei quelli individuati sempre con il metodo sopra indicato, e il terzo con una ulteriore costruzione infinitesima inserita nello spazio micrometrico, come si può osservare nel disegno rappresentato in rapporto molto ravvicinato di seguito inserito, ulteriore punto costruttivo ottenuto con medesimo metodo micrometrico a frequenza maggiore.
Nello studio in essere lo spazio è considerato variabile nella cadenza o ritmo compositivo di micron 244,140625, ma può, avendo la possibilità reale di eseguirlo, essere sempre minore, senza fine, a tutela della maggior fedeltà di tracciamento della traiettoria, se utile.
La traiettoria con tale metodo tracciata il più vicino alla assenza di “vuoti costruttivi” micrometrici è identificabile con l’appellativo di “dorsale”, come una “spina dorsale del sistema scheletrico” composta da vertebre (qui circonferenze micrometriche passanti per tre punti) unità definite dal metodo generativo (Ippia) applicato senza fine alla sua sempre minor distanza tra i punti e senza fine alla sua entità completa che è compresa tra il raggio della circonferenza minore di sistema con valore 1/2 dell’unità assunta e l raggio della circonferenza maggiore di sistema con valore dell’unità, in questo caso l’”unità” è come prima esposto di valore uno composta da un milione di unità digitali per unità ovvero con scala 1 = 1.000.000,0000000 di micron in cui “uno è il metro del sistema metrico decimale che corrisponde a due cubiti attici e il loro quarto”.
ο
*disegno prova 1 con breve illustrazione in riferimento al sottostante testo*
ο
*disegno prova 1
*
Inciso esplicativo di un grafico* rappresentato con Unità digitale pari a un micron milionesima parte di un metro del sistema metrico decimale; 1.000.000 di micron = un metro)* il raggio unitario di sistema è un milione di unità digitali assunta ognuna come micron, quindi è un metro con altissima definizione di disegno e numerica.
*il disegno è il file con nome: “triangolo_03c 1000000 3P-prova1.dwg” (disegno prova 1) con data ultima modificadomenica 18 novembre 2018, 20:03:06.
La circonferenza con raggio unitario pari a metri 1 disegnato con la definizione di micron 1.000.000, 0000000000 inscritta nel quadrato* ha in se, al suo interno, nella sua superficie (cerchio), il profilo della curva di Ippia definita con il sistema prima indicato composto da 4096 intersezioni dei due fasci di rette, parallele e con centro di intersezione, utilizzati per la costruzione, visibili in colore verde internamente alla curva compresi tra la ordinata y di sistema, la ascisse x di sistema, e la curva con traiettoria tracciata con la metodologia definita dall’autore stesso, Ippia.
Nel disegno che ha possibilità di vista ravvicinata ingrandita sono anche riportate alcune indicazioni:
-in verticale:
- ordinata dell’angolo di 30° pari a micron 333333.33333333 ottenuta con 1365/4096 di unità a cui si somma 3/9 ovvero 1/3 di 1/4096 di unità essendo tale suddivisione presente anche tra le rette 455 e 456 nella misura di 1/9;
- la quota verticale con numero 111111.11111111 cateto minore del triangolo rettangolo con cateto maggiore con numero 630142.42440222 che definiscono nella, loro ipotenusa la quantità angolare pari a 10° dell’angolo risultato della triripartizione dell’angolo con valore 30° individuato con l’intersezione della retta parallela all’asse delle x passante per l’ordinata con valore nonché cateto minore del triangolo da esse formato pari a y= 333333.33333333. I valori numerici sono tutti con unità pari al micron e il disegno ha unità di rappresentazione di un metro, raggio della circonferenza di sistema, corrispondente a micron 1.000.000,0000000. la ripartizione dell’angolo in tre entità pari a un terzo ognuna dell’angolo stesso 30° e 10° è stata eseguita intersecando la curva trisettrice con le opportune tre “traiettorie” equidistanti a un terzo, y = 111111.11111111 (micron) della dimensione verticale completa y333333.33333333 (micron) che definisce l’angolo di studio iniziale con ampiezza pari a 30°.
ο
*disegno prova 2 con breve illustrazione in riferimento al sottostante testo*
ο
*disegno prova 2
*
*Inciso esplicativo di un grafico* rappresentato con Unità digitale pari a un micron milionesima parte di un metro del sistema metrico decimale; 1.000.000 di micron = un metro)* il raggio unitari di sistema è un milione di unità digitali assunta ognuna come micron, quindi è un metro con altissima definizione di disegno e numerica.*
*il disegno è l file con nome: “triangolo_03c 1000000 3P-prova2.dwg“, (disegno prova 2) con data ultima modifica sabato 1 dicembre 2018, 18:28:58.
Le “Traiettorie* con andamento variabile, pseudo rettilineo per le così immaginate “circonferenze con raggio senza fine” e curvilineo per le circonferenze con raggio “a dimensione finita” rappresentano quanto si espone:
* Il disegno è una prova di riferimento alla tracciatura di una ellisse il cui Semi ASSE Maggiore 1 e Semi asse minore 1/2 maggiore.
I punti (o punto) P1 sono individuati con la rotazione simultanea di IPPIA.
Nel disegno sono presenti:
* elementi fondamentali del sistema di circonferenze unitarie ovvero:
* la circonferenza maggiore di sistema con raggio unitario con proporzione assunta per lo studio 1 =1.000.000,000000000 [(a) (Raggio Maggiore * SEMI Asse Maggiore)]
* la circonferenza minore di sistema con raggio pari alla metà dell’unità assunta per lo studio 1/2 = 500.000,000000000 [(b) (raggio minore * SEMI asse minore)]
Le intersezioni P0 P0’
Le intersezioni P1 P1’
(intersezione ortogonali e parallele agli assi per i punti individuati dagli assi in rotazione simultanea)
Rotazione da P0′ a P1′ Simultanea Raggio Maggiore e raggio minore ( con valore) 30,000000000° SEMI Asse Maggiore e SEMI asse minore in medesima direttrice angolare eccentricità e= c/a<1 (0,86602540378/1,0000000000 <1)
Le intersezioni F1 F2
(c) Distanza centro figura F1 (fuoco uno) 866025.40378444
[(a) (Raggio Maggiore 1.000.000.00000000 SEMI Asse Maggiore)]
[(b) (raggio minore 500.000,000000000 SEMI asse minore)]
Angolo 30,0000000000° tra traccia (a) (Raggio Maggiore 1.000.000.00000000 SEMI Asse Maggiore)] passante per F1 P0
Ellisse passante per P0, P1, con centro origine sistema
*
Nel disegno si effettua il confronto tra:
- (P) il punto appartenente al punto centrale (riferimento medio) dell’arco passante per tre punti in cui dalla lettura dei dati, ovvero delle coordinate è:
centro punto,
X=482971.16700871
Y=258757.42956091
Z=0.00000000
caratteristica della circonferenza che evidenzia (per la individuazione del) il punto (P) nella superficie di indagine:
raggio 100.00000000
circonferenza 628.31853072
area 31415.92653590 (Layer: “03_3P ellisse 4096-raggi3″)
- (P) il punto appartenete al punto dell’ellisse costruita
centro punto,
X=482971.16700871
Y=258757.42956091
Z=0.00000000
caratteristica della circonferenza che evidenzia (per la individuazione del) il punto (P) nella superficie di indagine:
raggio 100.00000000
circonferenza 628.31853072
area 31415.92653590 (Layer: “03_3P ellisse”)
* Osservazione:
le coordinate di studio coincidono e confermano che il “punto” appartenente al punto centrale (riferimento medio) dell’arco passante per tre punti facente parte della costruzione della Curva di Ippia tracciata con la definizione dei punti di intersezione con i due sistemi di rette (proprio ovvero centriche e improprio ovvero parallele
e
il “punto” appartenente al punto dell’ellisse costruita con raggio maggiore e raggio minore di sistema coincidono, come ipotizzato nell’obiettivo delle costruzioni effettuate per la “prova 2”.
*disegno prova 2 “punto P”
*
*Divisione angolo sessagesimale tra due perpendicolari (ovvero due rette tra loro ortogonali passanti per un medesimo punto, origine, in 90 porzioni.
*
Si assegna il valore costruttivo iniziale di una unità composta da novanta elementi (novanta spazi e novantuno punti).
Si effettua la costruzione del tracciamento della curva “trisettrice” di Ippia con la metodologia usuale dividendo e quindi componendo i due insiemi di rette con 4096 elementi cadauno, come precedentemente adottato, ovvero:
un fascio di rette “improprio” ossia parallele, perpendicolari alla retta verticale di sistema (Y);
un fascio di rette “proprio” ovvero con origine comune, e la origine coincidente con il centro di sistema (0) comprese in un angolo di 90 gradi ovvero compreso tra la perpendicolare (Y) e la orizzontale (X) di sistema, assi di riferimento di sistema.
Si opera la costruzione e si divide lo spazio di superficie di lavoro con un ulteriore fascio di rette parallele alla orizzontale di sistema (X) con distanza complessiva tra loro dell’unità assunta, ovvero nel caso in esame 90 elementi (spazi) e si identificano le novanta (90) intersezioni delle novanta rette parallele nella curva “trisettrice” ottenuta precedentemente con la identificazione dei suoi 4096 punti per il tracciamento (curva di Ippia).
Queste ultime novanta rette parallele alla (X) individueranno ognuna l’esatto punto che dividerà la curva di Ippia in novanta proporzioni uguali che definiranno le 90 porzioni angolari dell’angolo retto pari a 90° sessagesimali, in esame, con centro in O, formato dalla intersezione della orizzontale di sistema (X) e la verticale di sistema (Y) del primo quadrante convenzionale ove solitamente i valori x e y sono positivi.
Conseguentemente ogni porzione dell’angolo in esame suddiviso con la metodologia adottata avrà ampiezza pari a 1/90 dell’angolo, quindi un grado sessagesimale (1°).
Riguardo l’unità di riferimento e proporzione fondamentale del sistema adottato si conferma che è definita pari a 1.000.000 di micron, assumendo l’unità digitale pari a un micron.
Per procedere nel disegno, il milione di micron (unità), sarà questa (unità) suddivisa in 90 porzioni dell’unità originaria di cui cadauna ha valore 1.000.000 di micron / 90 porzioni = proporzione o valore di ogni unità pari a micron 11.111,1 periodico.
Tale suddivisione si otterrà linearmente con l’applicazione del Teorema di Talete.
Nota: Si potrà procedere a seconda delle esigenze di studio, od osservazione, anche con la suddivisione dell’angolo retto tra le due perpendicolari in 100 porzioni dell’angolo stesso, ovvero con ampiezza ognuna pari a 1/100 dell’angolo, per studio specifico come può essere la “divisione del meridiano terrestre ideale in 40.000.000 di elementi”, ovvero 10.000.000 di porzioni per ogni angolo retto centesimale.
Con la unità di sistema assunta come precedentemente indicato ovvero 1.000.000 di micron, assumendo l’unità digitale pari a un micron, si potrà procedere anche per questa suddivisione in 100 porzioni ovvero 1.000.000 di micron / 100 porzioni = porzione o valore di ogni unità pari a micron 10.000,00 in questo caso numero reale intero, con l’applicazione del Teorema di Talete.
Per la ulteriore o ulteriori suddivisioni della porzione, sino a giungere a quella desiderata e utile allo studio, si potrà procede con l’applicazione del medesimo metodo
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(descrizione in fase di elaborazione)
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domenica 28 ottobre 2018
Alcune figure prima elencate sono necessariamente “dinamicamente determinate”, ma possono anche essere composte con un’altra modalità e contemporaneità “ideale” di formazione ovvero tramite l’intersezione di elementi già costituiti (dinamicamente)
La retta come accennato è eseguibile (nella realtà) quale nascente istantaneamente e completa dalla intersezione di due piani anche idealmente infinitamente estesi, infiniti
La circonferenza nella realtà può anche essere istantaneamente definita con la intersezione di un piano perpendicolarmente all’asse (direttrice) di un cono (curve coniche) o cilindro.
L’ellisse egualmente può in realtà realizzarsi con la intersezione di un piano inclinato rispetto alla direttrice (asse verticale) di un cono (sempre curve coniche) o un cilindro.
La parabola si può istantaneamente ottenere con l’intersezione di un piano orientato parallelamente alle generatrici di un cono
L’iperbole si può istantaneamente ottenere con l’intersezione di un piano orientato parallelamente all’asse di un cono , sempre costruzione di curve coniche.
Le Funzioni in matematica e nelle sue applicazioni, sono una grandezza che varia in dipendenza di un’altra come per esempio, la circonferenza che varia col variare e quindi in funzione del raggio.
Più precisamente, si dice che una quantità y (variabile dipendente) è funzione f di un’altra quantità x (variabile indipendente) se esiste una legge che a ogni x fa corrispondere un unico valore di y:
tale legge prende essa stessa il nome di funzione, e questa corrispondenza si indica per lo più con la formula
y = f (x) nella quale la x è detta argomento, e la y valore della funzione.
Le figure “dinamicamente determinabili” possono rappresentare otticamente ciò che lega le coordinate quantificabili numericamente di un sistema ovvero la quantità o distanza verticale y con la distanza o quantità orizzontale x rappresentabili anch’esse otticamente.
E anche una figura “dinamicamente determinabile” è la rappresentazione ottica istantanea della regola che unisce le due variabili in più modalità.
Queste figure sono generate staticamente da intersezione istantanea di superfici.
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lunedì 29 ottobre 2018
1 (uno) è minore di 2 (due) perché convenzionalmente 1 = I e 2 = II e verbalmente si definiscono con il lemma uno = 1 = I e due = 2 = II ma è una convenzione.
Due potrebbe “chiamarsi” 1 e uno potrebbe “chiamarsi” 2 ma nell’essenza essere I e II ovvero unicamente (veramente) “uno 1 I” e la somma infinita di unità intera o decimale o intere con decimale.
I numeri esistono perché convenzione per conoscere la realtà materiale e immateriale ovvero geometricamente e aritmeticamente cosa è “tutto quanto nella Realtà” (ma cosa è tutto quanto nella Realtà?).
*La traiettoria è la “traccia” diretta del pensiero (anche geometrico) nella realtà,
il numero la racconta*.
La traiettoria è un succedersi di “punti” potenzialmente senza fine nel sempre più infinitesimo nella loro consistenza e interminabile nella loro successione. *********************************************
Sono molti gli artifici logici per dare logica al metodo della matematica per essere mezzo di conoscenza della Realtà concreta, ovvero il corpo, e, la realtà immateriale, ma manifestata, ossia la mente, il pensiero.
È necessario effettuare un PUNTO (●) pieno (○) o vuoto, questo “primo” passaggio fondamentale e obbligato.
Punto:
(●) il punto pieno materiale è il cerchio con area che è superficie
(○) il punto vuoto materiale è la circonferenza con lunghezza che circoscrive la superficie
(.) il punto non pieno e non vuoto non è, è immateriale, adimensionale, indivisibile, concettuale, immaginario e convenzionale che nella realtà eseguibile esiste virtualmente come concetto base del pensiero geometrico rappresentato con matita su carta, quindi materiale e non più adimensionale.
È difficile effettuare osservazioni reali geometriche con alla base un concetto adimensionale nel campo dimensionale della realtà geometrica; è come studiare l’Eternità con mezzi infiniti o finiti.
Il pensiero geometrico e la realtà geometrica si incontrano con il sistema numerico virtuale, in questo caso tra loro e con la vista di chi pensa e opera, non con il tatto.
Oggi con opportuno metodo è possibile dare concretezza visibile e rigore geometrico a ciò che con il disegno con matita, riga (regolo) e compasso (spago e chiodo) è “specchio” del pensiero geometrico con il limite della non verificabilità geometrica stessa (ovvero “geos” elemento “metros” misurato). La dizione stessa geometria diviene contraddizione di se stessa se si pensa di misurare ciò che si può pensare infinitesimamente corrispondente alla logica del pensiero, ma non riscontrabile nella realtà come proporzione.
Questa riflessione conduce gradatamente alla “visione intellettiva”, “con la mente”, “con il pensiero”, di limite, ovvero qualcosa che si avvicina a ciò che si pensa ma non lo raggiunge se non con “trascendenza” termine che «nel suo originario senso di “salire al disopra”, “superare” è adoperato per designare ogni rapporto di netta superiorità o superamento realizzato da parte di una sfera della realtà gnoseologica o metafisica rispetto a un’altra».
Il limite ha comunque una sua concretezza intellettiva tramite il metodo della “matematica” nel campo della così detta “analisi matematica” di cui è un “punto” inamovibile e di partenza.
Solo nell’era contemporanea si può con opportuno e paziente metodo dare “corpo”, anche se in parte solo “virtuale”, a tale studio e vedere con i senso ciò che la mente ha già visto con il pensiero e i soli “numeri”, e la sola “logica”, oggi è visibile con il pensiero geometrico, misurabile realmente.
Ed è questo l’orientamento delle “Riflessioni libere da metodo” cercando di osservarela Teoria nella Realtà, la grandezza concreta dei numeri con la geometria e il loro peso quando questi numeri e la geometria che li fa nascere crea una forma, una figura e lo spazio della materia che l’essere vivente può vivere (carità) secondo la propria capacità (umiltà) e limite (misericordia).
È bene approfondire le riflessioni riguardo i mezzi materiali che generano i “numeri” nella mente “dell’essere” e la materia che comunica i “numeri” generati nella mente “dell’essere”.
Ritornando a uno, 1 e I come due, 2 e II per convenzione già nella metodologia di scrittura è chiaro che I, II, III e così via sono concepiti come somma dell’unità finita con possibilità decimale infinitesima periodica sino al limite ovvero “senza” di esso, perché se il limite esiste non si colma mai.
Quindi si può essere portati a concepire l’unità in 1,11111111 (periodico) e i numeri come composti da questa base, che nasce dividendo la decade in nove parti geometricamente, con il “pensiero di Talete” e definire “una unità” con la geometria sommabile in numeri con il pensiero di “Aristotele”.
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martedì 30 ottobre 2018
si scrive 1 ma è 1.11111111 (periodico) l’unità di sistema, la decade è 10 di numero ma in realtà per rendere visibile l’unità 1 che è 1.1111111 (periodico) è la somma per nove volte concettualmente di 1.1111111 (periodico) ed è 9.9999999 (periodico) ovvero 10 a cui tende tale somma ma con il “limite di tendenza”.
Quindi 1 è già la somma di 1 e la sua decima parte la sua centesima parte, la sua millesima parte e così all’infinito ma finitamente reale con il suo limite.
L’essere per essere reale ha alla sua origine il limite a cui rende per essere finito, ma illimitatamente limitato alla sua pienezza ovvero essere corrispondente tra la sua esistenza e la sua essenza, potenzialmente è l’unità finita che illimitatamente diviene per essere atto compiuto, è un divenire incessante per tendere a essere ed essere ciò che è la sua essenza,la sua origine, l’Unità; un frammento somma infinita di frammenti dell’Unità che è completa anche se somma di infiniti frammenti ad essa tendenti per origine.
L’unità periodica non si può scrivere fintamente con cifre, con i numeri, ma si può comporre, disegnare con il metodo, con il pensiero geometrico che permette di creare da una unità come la decade di comporre con la sua scomposizione in porzioni da nove, l’unità base iniziale, ma infinita numericamente e finita dimensionalmente in superficie teoricamente piana assoluta ma realmente non piana perché l’assoluto è teorico, nella realtà non si conosce, si può intuire la totalità di unione tra le manifestazioni della realtà che non è totalizzante ma è realtà della universalità della sua origine e attualità “cosmica”.
Si potrebbe ottimisticamente utilizzare per il “ragionamento visibile” ovvero per il “pensiero geometrico” l’unità formata da nove elementi di valore e composizione periodica, che è componibile con la stessa proporzione sia con successione centrica che parallela; un insieme di “rette proprio” ovvero con centro nel finito, in una superficie visibile e un insieme di “rette improprio” ovvero con centro di esistenza allocata tendenzialmente all’infinito non visibile ma percepibile e inesistente realmente.
Tale sistema di rette con duplice insieme può essere opportunamente proporzionato e a ogni periodo dell’unità decade con periodo di un nono periodico “rettilineo” corrisponde il congruente periodo angolare dell’unità con periodo nono periodico “angolare” o “curvilineo”.
L’unità unica di tale sistema è la intersezione di tali periodi che è la unione dei tempi comuni, assumendo come regola di composizione quella intuita da Ippia e formante la “sua curva” unità di sistema curvilineo ma corporeo per esistere formata da punti dimensionali nella realtà per essere applicata. Quindi non una successione di semplici punti concettuali, ma punti fisici di una curva formata da altre curve infinitesime o da porzioni infinitesime di altre curve.
Come è noto è semplice dividere un angolo di novanta elementi in tre gruppi di trenta elementi, ma non è facile dividere in tre elementi un angolo di trenta elementi, a meno che non si sia determinato l’elemento che li compone.
In mancanza di tale elemento, non è facile, non potendo applicare direttamente la metodologia di Talete in tale caso ad andamento non rettilineo.
Si può però tramite il metodo della divisione in metà successive sino all’infinitesimo della proporzione di partenza, suddividere lo spazio angolare e quello rettilineo e come prima accennato si possono dividere tali proporzioni in 4096 parti e pazientemente individuare i “punti” successivi di intersezione ovvero nel medesimo tempo di percorrenza di uno spazio diverso per i “due moti” a diversa velocità (angolare del moto rotatorio o circolare e rettilinea del moto rettilineo) e la porzione di spazio in comune tra questi due moti è ciò che permette la esistenza unita di una contemporanea composizione di elementi contenuti in egual modo e in egual proporzione nelle due traiettorie, la curvilinea circolare e la rettilinea (conte) unite nella unità principale di sistema nove volte con limite periodicamente finito (con valore periodico “1.11111111 periodico”) per la rettilinea o lineare e infinito per la angolare infiniti 1 infinitamente estendibili e contraibili.
Le proporzioni di un angolo in nove parti (assunte) si mantengono tra loro uguali in proporzione qualsiasi sia la loro grandezza fisica. Le proporzioni rettilinee sono estendibili all’infinito.
È bene tenere presente che il moto ipotizzato da Ippia per i due “insiemi di rette” è per un insieme il moto di una longitudinale rispetto una ortogonale e l’altro rotatorio di una ortogonale, quindi i tre tipi di moto o movimento possibili nel piano per “un corpo”, gradi di libertà, come la fisica originaria “teorizza e concepisce” astraendo dall’osservazione della Realtà definendo un corpo isostatico quando è “vincolato” nel piano con pari numero di vincoli (limitazioni alla libertà del corpo) quali siano i suoi gradi di libertà nel piano stesso.
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mercoledì 31 ottobre 2018
con il passare del tempo e con il suo divenire come grandezza della propria vita la speranza basata sulle proprie capacità (di) diminuisce e ci si sente fragili; aumenta la speranza della Provvidenza Divina che è sempre più certa.
La paura è comunque costante ma ragionevole e può quindi divenire coraggio … se la Volontàsi affianca alla Speranza dandole forza e vigore nel vivere ciò che accade nella Realtà e si incontra trasformando la paura in meraviglia, prudente stupore, avvenimento eccezionale ovvero “paradossalmente, l’apparire di ciò che è più «naturale» per noi. E che cos’è «naturale» per noi? Che quello che desideriamo avvenga.”(pag.10)
È importante che ciò “che desideriamo avvenga” sia realmente ciò e non frutto di una farsa o di una recita costruita ad arte, e non essendo vera, è devastante per chi non ha misura di ciò che è in realtà.
Se lo si diviene, senza misura della realtà, è bene mutare il proprio essere da “gonfio” di vanagloria, per stare in piedi, a desideroso di essere “pieno” di umiltà, per sorreggersi, nel cammino della vita e della conoscenza della realtà durante essa.
{Quando si è “in piedi” perché sostenuti da tante “arie”, se si riesce ad abbandonare al loro destino tali “arie”, e si è in piedi senza di esse, la fatica e la difficoltà di equilibrio è molta, inizialmente insostenibile, senza parole da esprimere (dire), senza capacità di decidere, di intendere, di volere, ma è una strada nuova, sgombera, tutta da percorrere con la energia nuova donata dalla Verità e dal suo desiderio con se stessi e con l’Altro; coincidendo ciò che si è con ciò che si comunica , si è veri, e non si espongono realtà irreali al Prossimo, all’Altro che si incontra. Questo, “fare questo”, è coraggio dedicato a se stessi e a l’Altro per amor di Verità nel desiderio di Umiltà}.
I pensieri prima espressi riguardo l’uno, l’unità e ciò che è nella realtà misurabile ovvero ipotizzata misurabile con precisione determinata e ripetibile, è “spaventoso” perché può rendere chi pensa ciò conoscibile, come “fuori dalla ragionevolezza”, ma è passione, meraviglia per il pensiero, percorso con prudente stupore (entusiasmo) percorso in compagnia della chiarezza del pensiero delle origini, di chi on origine si poneva interrogativi riguardo ciò che si conosce, ciò che è, e, ciò che si è.
Trovando nella realtà la possibilità di comparare la azione costruttiva compiuta con la misura intera di allora (di “più” qualche secolo or sono), cubito attico pari a un piede (I) e la sua metà (I/II) ovvero un elemento e mezzo che si può anche comunicare come concetto con la scrittura decimale 1,5 con la misura intera di oggi unità pari a uno composto da decime, centesime, millesime parti e così via, e che questa comparazione porta alla vista la misura unitaria di allora composta da 44,44444444 (periodico) centesime parti della odierna unità ossia 444,4444444 (periodico) millesime parti della sua unità e che quindi tale paragone può condurre ad assumere come unità una misura periodica è appassionante, apre nella mente orizzonti per il ragionamento e la possibilità esplorativa, ma può condurre lontano dal presente, dalla comunità odierna.
È comunque una fatica che per indagare bisogna “adottare”.
Come prima azione, dopo le preliminari di costruzione propedeutiche alle definizione della curva unione della misurazione angolare con la rettilinea (Ippia), disegnare concretamente con metodo certo l’elemento “curva” atto realmente a essere strumento per tale rapporto e congiungere l’unità delle origini con l’unità contemporanea con il metodo delle rette inclinate e delle parallele (Talete) è ciò che per prima azione si compie (si esegue) con una divisione in quattromilanovantasei (4096) parti delle due proporzioni (promozioni) base, la rettilinea e la angolare.
Con questa base poi si effettueranno le ulteriori costruzioni e osservazioni atte a proseguire lo studio aritmetico, geometrico e statico che ha i suoi fondamenti e congruenza con quanto già affermato nelle precedenti ricerche [fascicoli I, II e III del Sistema di Circonferenze Unitarie per l’Opera e il Lavoro Artigiano (S.C.U.O.L.A.)].
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giovedì 1 novembre 2018 (01/11/2018 12.37.25)
possibilità: disegno pratico da un pensiero geometrico
una curva composta da una successione di archi di circonferenza che sono una successione di punti equidistanti ognuno da un punto fisso detto centro.
Ogni circonferenza è passante (ognuna) per i tre punti in successione della curva individuati dalla intersezione di un fascio di rette parallelo all’asse orizzontale di (del) sistema comprese nell’intervallo unitario (di sistema) suddiviso in porzioni di metà in metà (minimo 4096) sino all’infinito, con un fascio di rette aventi un centro in comune all’origine di (del) sistema, comprese in una ampiezza pari a un quarto della circonferenza di sistema suddiviso anch’esso in porzioni di metà in metà (minimo 4096) sino all’infinto.
Avendo più volte evocato il concetto e il termine di origine, originario, originale è bene soffermarsi riguardo al significato e specificità dei termini: origine, originario, originale.
origine s. f. [dal lat. origo -gĭnis, der. di oriri «alzarsi, nascere, provenire, cominciare»]. – 1. In genere, il primo principio, la prima apparizione o manifestazione di qualche cosa, e il modo con cui essa si è formata.
origine Nella geometria elementare, il punto estremo di una semiretta, cioè l’unico punto della semiretta che appartiene anche alla semiretta opposta, sulla medesima retta. Per analogia, il termine acquista anche altri significati particolari. Origine di un riferimento cartesiano (o di un riferimento affine, nel piano o nello spazio) è il punto comune agli assi coordinati; l’origine ha coordinate uguali a zero. Origine di un vettore applicato o di un segmento orientato è, dei due estremi del segmento, il primo nell’orientamento fissato per il segmento; l’altro estremo si dice estremo libero
originario agg. [dal lat. tardo originarius, der. di origo -gĭnis «origine»]. – 1. a. Che ha origine da un luogo, che è nativo, o proveniente, da un determinato luogo: la pianta della patata è o. dell’America Meridionale; la sua famiglia è o. della Val d’Aosta; gli abitanti o. di una città, quelli che in essa sono nati, non immigrati.
originale agg. e s. m. [dal lat. tardo originalis, der. di origo -gĭnis «origine»]. – 1. agg. a. ant. Originario: i cittadini o. di Firenze; usanze o. di un luogo, proprie di esso, non importate, non forestiere; principio o., che è l’origine di qualche cosa. sono nati, non immigrati.
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domenica 4 novembre 2018
è utile avere delle definizioni oggettive riguardo alcuni elementi che sono potenzialmente generatori di passaggi logici e esecuzioni grafiche di concetti geometrici e aritmetici.
La divisione di metà in metà tendente all’infinito tende a orientare l’attenzione in due modalità, numerica per quel che riguarda il metodo con cui esprimere uno, 1, I assunta come unità di sistema che materialmente nell’esecuzione delle proporzioni disegnate è assunta come 1,(1) periodico evidenziando il limite di misurabilità della realtà con una unità assegnata in modalità uniforme e perenne.
Tale unità è suddivisa alla base dell’unità di sistema totale che è nove volte tale proporzione ovvero 9,(9) periodico con unità complessiva di disegno 10.
Con unità complessiva di disegno 1 avremo 0,(1) periodico e quindi l’unità di disegno complessiva sarà 0,(9) periodico 0,9999999999999999 verso (1)
L’unità più conveniente per il disegno reale di ciò che si pensa in questo ambito è 1.000.000 e di conseguenza si adeguano anche le letture numeriche che divengono 999.999,(9) periodico, composto da 9 volte 111.111,(1) periodico.
Il numero periodico assunto per descrivere ed eseguire la grandezza dell’unità concreta dell’unità di sistema detta “uno; 1; I” è generato dalla divisione concreta tramite procedimento geometrico (applicazione del Teorema di Talete) di una quantità “tendente come misurabile,” a 1000.000 in nove elementi ossia è generato con una frazione di fatto e numerica: 10/9.
È un pensiero che può far intimidire chi lo ritiene giusto e lo assume come limite del metodo conoscitivo dell’essere vivente ma è possibile che anche in questo ambito “l’uomo completo, dotato di senso critico e capace di un giudizio globale, sarà colui che si è allenato a confrontare tutto con quel fascio di esigenze profonde che costituiscono il nucleo, non censurato da interventi esterni, del suo io vero”.(pag.267)
La metodologia educativa e di conseguenza conoscitiva (gnoseologica) ed esistenziale (ontologica) ricevuta nella quotidianità proposta dall’organizzazione presente nel luogo ove si abita, “censura” il reale desiderio di conoscere realmente con i propri e comuni limiti ciò che è, com’è possibile individualmente e comunemente con tutto ciò che si sa fare orientati e affascinati dalla Verità percepibile.
Tale percezione alimenta la vita dell’essere nel cammino della strada intrapresa, del percorso esistenziale e conoscitivo simultaneamente, essendo tale azione una Speranza della Vita nella Vita.
Ora è conveniente leggere attentamente la definizione di “numero periodico” come inteso normalmente ovvero nel sapere statisticamente universale.
Nella Enciclopedia della Matematica (anno 2013): numero periodico, numero decimale illimitato le cui cifre decimali si ripetono definitivamente (vale a dire “da un certo punto in poi”) sempre nello stesso ordine.
Più precisamente, un numero è detto periodico se esistono due interi positivi:
— p e m (detti rispettivamente lunghezza del periodo e lunghezza dell’antiperiodo) tali che, per ogni numero naturale q > m, la q-esima cifra decimale coincide con la (q + p)-esima.
—Se m = 0, allora il numero è detto periodico puro, altrimenti il numero è detto periodico misto.
Il sistema delle p cifre decimali che si ripetono all’infinito è detto periodo del numero,
il sistema delle m cifre decimali che precedono il periodo è detto invece antiperiodo.”
Si sottolinea che:
“Per ogni numero razionale la rappresentazione decimale è periodica (includendo il caso di rappresentazione finita, con periodo zero).
Viceversa, ogni allineamento decimale periodico (escluso il caso di periodo uguale a 9) rappresenta un ben preciso numero razionale (riferimento alla frazione generatrice)”.
Nel metodo conoscitivo assunto il periodo zero si considera non esistente nella realtà, perché non applicabile (il non essere “0,0”è la negazione dell’essere “0,000…..0001” anche infinitesimo.
È necessario ora soffermarsi riguardo la definizione di “limite” cercando anche di aver più chiaro cosa si intende per un “insieme” di “numeri” o di “punti” concetto quasi astratto senza corpo, ma che con una sua fisicità, indagabile con un adeguato sistema è un ambito di esplorazione perseguibile.
Il numero catalogabile convenzionalmente in naturale, e nella pluralità “naturali, ordinati, cardinali, frazionari o fratti, irrazionali, relativi ovvero positivi e negativi, assoluti e immaginari e a più unità”, nell’antichità è definito in più prose, ma concettualmente simili.
Il concetto riguarda sempre il numero “cardinale”.
Talete di Mileto dava questa definizione, che avrebbe appreso dagli Egiziani: “numero è una collezione di unità”, νονάδων σύστημα (Iambl., In Nicon. Ar. Introd., 10, 8-10).
Anche il pensiero pitagorico lo definisce in modo molto simile. Per i neopitagorici attraversi il pensiero di Moderato (neroniano) definisce il numero in “una progressione della pluralità, che comincia dall’unità e, regredendo, finisce all’unità” (Stob., Ecl., I, 8).
Eudosso di Cnido, nel sec. IV a. C., afferma che il “numero è una pluralità definita”, πλῆϑος ὡρισμένον (Iambl., op. cit., 10, 17).
Nel pensiero di Aristotele il “numero è una pluralità che si misura dall’unità” (Met., IX, 6).
In Euclide: l’ “unità è ciò secondo cui ogni cosa è detta uno. Numero è una pluralità composta di unità” (Elem., VII, termine 2).
Nel pensiero greco dell’antichità l’Unità è esterna (fuori) alla serie dei numeri.
Con ragione Aristotele afferma che “l’uno è riguardato non essere esso medesimo un numero, perché il principio della misura non si deve confondere con la cosa misurata (Met., XIII, 1)”.
L’Unità per il pensiero antico ha un significato che trascende ma la fisicità implica un approccio della logica sperimentabile specialmente in Euclide.
Si cita a proposito il testo di Federigo ENRIQUES, Giacomo DEVOTO, Riccardo BACHI e Nicola TURCHI pubblicato nella Enciclopedia Italiana Treccani nell’anno 1935:
“Fino dai primi pitagorici si affaccia l’idea che il numero debba avere un significato più profondo di quello che accada nell’uso empirico di esso, quando numeriamo gli oggetti distinti che formano un gruppo, o le parti d’un tutto; e che, insomma, la divisione in parti, procedendo oltre il limite arbitrario o pratico dell’uso comune, debba fare capo a un limite indivisibile, che sia principio o elemento di tutte le cose, cioè unità o monade, in senso assoluto. Questa idea viene ad attribuire ai numeri un significato cosmico e si concreta in una teoria monadica della materia, per cui la materia stessa è concepita come riunione di punti estesi. Inoltre la stessa teoria implica anche una concezione delle figure geometriche come formate di punti (lo spazio essendo identificato con la materia). Tale costruzione pitagorica ha lasciato larga traccia negli sviluppi successivi del pensiero filosofico e matematico, sebbene la scoperta delle grandezze incommensurabili dovesse invalidarne la ipotesi fondamentale. Quando la critica eleatica ebbe riconosciuto il significato veramente razionale degli enti geometrici (e in specie la non estensione del punto), la concezione filosofica del “numero essenza delle cose” ebbe a subire, entro la scuola pitagorica, una evoluzione in senso idealistico. E quindi anche il concetto stesso dell’uno e del numero vennero ad assumere un significato ideale, dandosi risalto all’astrazione che separa il numero dalle cose numerate”.
In questa ricerca si cercherà di non astrarre e separare il concetto di uno, 1, I e di Unità dalla materia e dalla sua misurabilità finalizzata alla conoscenza della realtà statica e dinamica degli oggetti da costruire geometricamente e poi realmente.
Il punto è per convenzione un “ente” adimensionale che “contraddice” nella logica del reale la definizione di linea essendo la “linea costituita da una sequenza infinita e continua di punti che formano una figura avente una sola dimensione, la lunghezza”; ora se i punti anche se infiniti sono tali ovvero adimensionali, anche una somma di elementi adimensionali è nulla, “non è”, come potrebbe essere nella geometria euclidea per tutti gli enti geometrici in speciale modo definiti come “luogo dei punti”.
Altra singolarità della definizione di punto è la poca assonanza tra la geometria e la fisica, in cui tale nozione ha una se pur minuscola, infinitesima dimensionalità (anche nella materia scomposta); il punto materiale nel suo studio nella logica della scienza fisica, deve per questa “diversità convenzionale” adottare in alcune fasi la non fisicità ovvero la non dimensionalità del punto geometrico.
Riemerge qui l’ambiente di ricerca che si sta “abitando”.
Questa contraddizione fu già notata sin dalle origini, Proclo in merito alla definizione di punto di Euclide ovvero “il punto è ciò che non ha parti” che comunque commentò che “questa definizione è conforme al criterio di Parmenide, per cui le definizioni negative convengono ai principî”.
Oggi si potrebbe dire che il punto è un “elemento dinamico” ovvero adimensionale perché con grandezza mutevole a seconda della visione dell’oggetto in studio nella realtà; si può dire oggi perché sono disponibili sistemi fisicamente determinati che hanno in se la caratteristica di mutare immediatamente il rapporto visivo con l’oggetto e di conseguenza il sensoriale che vive dinamicamente in equilibrio con il ragionamento e il pensiero.
Con questo sistema si apre un metodo quello dell’infinitesimo e dell’infinito “vivibile” immediatamente mediante i primi mezzi del metodo conoscitivo: i sensi in armonia con l’intelletto.
Direttamente dalla potenzialità conoscitiva all’atto del conoscere.
Sempre a tal proposito Federico Enriques nell’anno 1935 afferma che:”Comunque, le notizie storiche che precedono indicano che il concetto del punto geometrico fu raggiunto in Grecia attraverso un’evoluzione d’idee che appartiene al sec. V a. C. e che segna l’avvento del razionalismo matematico. In pari tempo esso importa una revisione critica dei principî, che apre la prospettiva dell’infinito”.
Il quinto secolo è il Tempo prossimo al periodo in cui è vissuto (visse) Ippia di Elide, circa il 443 a.C., filosofo e matematico greco del V secolo, che concepì una modalità geometrica dinamica per risolvere alcuni problemi della geometria delle origini con l’uso del compasso e della riga. (asta non graduata)
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lunedì 5 novembre 2018 (05/11/2018 21.05.17)
appunti estemporanei per la verifica
Definizione: una curva composta da una successione di archi di circonferenza che sono una successione di punti equidistanti ognuno da un punto fisso detto centro.
Ogni circonferenza è passante (ognuna) per i tre punti in successione della curva individuati dalla intersezione di un fascio di rette parallelo all’asse orizzontale di (del) sistema comprese nell’intervallo unitario (di sistema) suddiviso in porzioni di metà in metà (minimo 4096) sino all’infinito, con un fascio di rette aventi un centro in comune all’origine di (del) sistema, comprese in una ampiezza pari a un quarto della circonferenza di sistema suddiviso anch’esso in porzioni di metà in metà (minimo 4096) sino all’infinito.
Verifica: Una possibile modalità di verifica numerica di tale disegno e della sua applicazione per la divisione in tre proporzioni uguali tra loro di una primaria assegnata liberamente potrebbe essere la medesima:
individuato l’orientamento della prima retta con origine nell’origine di sistema, o passante per esso, inclinata in modo conosciuto rispetto alla orizzontale di sistema, ovvero con angolo certo assegnato dall’esecutore, si verifica tra quali rette orizzontali del sistema di disegno della curva sopra descritta è passante;
si effettua la definizione della circonferenza passante per i due “riferimenti” (punti) individuati nel fascio di rette parallele a distanza nota tra loro (1/4096), appartenenti al sistema costruttivo della figura principale e utilizzando il terzo riferimento (punto) ad essi di y maggiore, si definisce numericamente la circonferenza passante per questi tre punti.
Si individua con un sistema di equazioni la intersezione della retta assegnatasi [di cui l’inclinazione è certa (angolo φ°)], alla circonferenza definita;
si effettua la definizione numerica della retta parallela alle x di sistema passante per il punto individuato di cui si ha quindi la coordinata y di riferimento già nota, perché precedentemente individuata;
la proporzione di y sulla ordinata si segmenta numericamente in tre proporzioni identiche e si definisce la retta parallela alla precedente e all’asse delle x passante per il primo dei riferimenti ovvero la minore numericamente delle coordinate y individuate
si definisce numericamente una circonferenza passante per i due punti che contengono la retta orizzontale precedente individuata, utilizzando il terzo “riferimento” (punto) superiore come già eseguito, ovvero una circonferenza passante per tre “riferimenti” (punti) certi.
Si compone un sistema con la retta ora menzionata ovvero l’orizzontale e la circonferenza sempre ora individuata onde definire i “riferimenti” (del punto) nel sistema della loro intersezione;
si definisce numericamente la retta passante per l’origine di sistema e il riferimento e si verifica numericamente la sua inclinazione rispetto all’asse orizzontale di sistema.
si verifica a conclusione se la quantità angolare numerica della retta passante per questi due punti è pari a un terzo della quantità iniziale ovvero della prima retta assegnatasi rispetto sempre alla orizzontale di sistema.
Se tale quantità dell’angolo φ° verificato è pari a 1/3 di angolo φ° originario assegnatosi la metodologia conduce (ha condotto) alla conclusione risolutiva del problema.
Osservazione: “L’ente descritto è quindi una serie di “archi di circonferenze” passanti per tre “riferimenti” (punti), definiti con il metodo descritto con raggio minimo di proporzione 950.897,47906902 di 1.000.000,00000000 dell’unità [ovvero 0,95089747906902 di 1 (uno)] al massimo di 2.054.306,42054358 di 1.000.000,00000000 dell’unità [ovvero 2,05430642054358 di 1 (uno)]se in numero di 4096, quindi possibilmente numericamente tendenti all’infinito come di conseguenza limite massima (divergente), il loro raggio, e, al limite minimo (convergente) di esistenza, il loro arco”.
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martedì 6 novembre 2018
Verificata la definizione numerica e geometrica della curva così composta si può ora con certezza tramite compasso e riga suddividere o proporzionare una circonferenza o un suo arco in più proporzioni a seconda delle esigenze e suddividerlo quindi in archi di circonferenza sia con il metodo della divisione di una unità assegnata di due in due che di tre in tre o in simbiosi con i due metodi proporzionando archi secondo le necessità dello studio in atto.
Quindi con la medesima versatilità, se si pone concretezza a un arco di circonferenza e questo diviene “la curva generatrice” di un arco in materiale da costruzione (pietra, mattone, …) si può utilizzare tale metodo per la suddivisione dell’arco in elementi proporzionati, conci, secondo le esigenze dello studio in numero adeguato alla precisione e al dettaglio ipotizzato, per poter così suddividerlo per lo studio delle pressioni e ribaltamento degli elementi al suo interno e poter disegnare una funicolare dei carichi graficamente con il dettaglio guidato dalle ipotesi di carico e dalla proporzione in successione di tali conci.
Quindi si può così operare:
definire la grandezza lineare dell’arco di circonferenza necessario per la costruzione;
definire la “grossezza” dell’arco con proporzionamento geometrico compositivo;
proporzionare l’arco in conci con la metodologia della sua divisione di due in due o tre in tre;
definire l’ipotesi di carico proprio e accidentale;
effettuare la definizione delle forze secondo la funicolare dei carichi
effettuare le operazioni di verifica del poligono pressioni (forze) e della curva delle pressioni
concludere la verifica della composizione geometrica
tutte queste prime operazioni elencate possono così essere effettuate con il compasso e la riga per quel che concerne la geometria e verificate numericamente per le loro caratteristiche geometriche e fisiche.
La possibilità di proporzionare l’angolo tramite plurimi metodi con questa curva composta da una successione di minimi archi permette di poter con compasso e riga disegnare in proporzioni esatte plurimi poligoni anche regolari conosciuta la ampiezza angolare necessaria in funzione del numero dei lati necessari con duplice suddivisione delle distanze di metà in metà, di un terzo in un terzo o anche in modalità composta metà di un terzo, un terzo della metà e a secondo delle possibili e necessarie composizioni di suddivisione promozionale.
Ora la curva non composta solo algebricamente o geometricamente dal “infiniti punti” ma da infinitesimi archi idi circonferenza può essere oggetto con un suo reale corpo e si è così dalla immagine del pensiero alla concretezza dell’oggetto con un suo , anche se minimo corpo riferibile a minime figure geometriche di cui è possibile aver anche se infinitesima la misura, ovvero archi idi circonferenza che compongono con la loro infinitesima grandezza i successione la curva in oggetto che diviene “soggetto” con una sua consistenza materiale (reale), realizzabile con compasso e riga e non disegno di una funzione come successione di punti definiti numericamente e poi tra loro in successione in disegno perché individuati solamente con le coordinate numeriche proporzionate tramite funzioni numeriche solamente .
La curva plurima così composta può essere definita con la geometria disegnata e proporzionata con compasso e riga e successivamente verificata con procedimenti numerici che ne conferma la micrometrica esattezza esecutiva e affidabilità di indagine geometrica della realtà non più per questo caso solo pensiero che diviene funzione numerica e quindi disegno concreto quale unione dei riferimenti (punti) individuati, ma concreti riferimenti geometricamente stabiliti con gli strumenti fondamentali utilizzati, con la loro concretezza e misurabilità al vero, per costruirne o proporzionarne altri.
Gli archi di circonferenza in successione che compongono la curva tendono a divenire semplici riferimenti numerici con l’avvicinarsi degli estremi dell’arco e divenendo ogni circonferenza passante per tre riferimenti (punti) appartenenti ai riferimenti (punti) individuati della curva con raggio tendente all’infinito e arco di dimensioni sempre minori quindi riferimenti (punti) quasi incorporei anch’essi, ma con un corpo la distanza anche infinitesima tra i tre.
In questa curva con il diminuire al limite della dimensione dell’arco di circonferenza passante per tre punti e la inversamente proporzionale (promozionale) tendenza del raggio di tali circonferenze al divenire infinito, genera maggior precisione di misurazione, quasi “puntiforme” ovvero convenzionale del pensiero e acorporea, ma con corpo e misura.
I minimi archi sono minimi riferimenti curvilinei ad arco di circonferenza con raggio sempre maggiore e ambedue le dimensioni contrastanti tendono ognuna al limite convergente l’arco e al limite divergente il suo arco.
(descrizione in elenco da riprendere e controllare –scritta con fretta-)
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venerdì 9 novembre 2018
Alcune parole tornado con il pensiero alla possibilità di definire una curva, ovvero figura curvilinea diversamente da una successione di semplici punti matematicamente definiti (adimensionali), ma da una armonica unione di minimi archi di circonferenza passanti per tre riferimenti individuati sempre più vicini a secondo delle “definizione” che necessita la descrizione grafica e numerica della curva.
Più i tre riferimenti sono vicini, e maggiormente tali riferimenti definiscono un arco di circonferenza sempre più minimo, sino al suo “infinitesimo” limite esistenziale e con raggio sempre maggiore, sempre sino al suo “infinito” esistenziale.
Quindi tali figure generate e descritte con una successione di riferimenti con geometria e riferimento aritmetico numerico disegnabili con riga e compasso, partendo dalla base del loro metodi costruttivo che si basa sulla divisione dell’unità infinitesimamente di due in due eseguibile con compasso e riga e l’unione di questi riferimenti sono intervallo sempre minore quanto più preciso necessario, è eseguita con una serie dia archi di circonferenza sempre più minimi in proporzione diretta con la maggiore precisione dell’esecuzione della definizione dell’oggetto stesso.
Per qualsiasi figura geometrica eseguibile con questo metodo si ha non più una misurazione non trascendente perché successione armonica di archi di circonferenza che hanno definizione numerica trascendente per la loro misurazione in grandezza nel piano di lavoro.
Il limite diviene un intorno convergente bilaterale di due distanze trascendenti curvilinee perché, l’arco di unione passa per il terzo riferimento centrale che la premette di definire; tre punti possono definire le dimensioni in modalità univoca di un arco di circonferenza.
Altra riflessione che è forse e più coerente assumere come elemento determinante una figura curvilinea nel piano essendo il piano definito se passante per tre riferimenti ben oculati.
Quindi si può orientare la visione delle figura di studio come “sommatoria di archi di circonferenza passanti quindi per tre punti”, essendo una circonferenza appartenente a un piano se passante per tre suoi riferimenti.
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sabato 10 novembre 2018
Se ogni elemento del disegno è composto non da minuscole parti considerate punti, ma riferimenti di minimi archi definiti da tre riferimenti ove passa la circonferenza da dove sono tratti tali archi, ogni figura è, come usualmente definita, con “misura numerica trascendente” ovvero misurabile trascendentemente, ovvero non misurabile con la precisione aritmetica “teorica”, ma ha in se insito un errore che è l’errore del rilevamento della Realtà con un metodo irreale o meglio assoluto immateriale; si è quindi di fronte alla “verità” che la teoria non Misura la Realtà assolutamente ma la conosce con i suoi limiti e la realtà è esatta come è nelle sue proporzioni (promozioni) perché è in quel modo, ma non misurabile come è realmente da chi desidera conoscerla con metodo assoluto e non trascendente.
La perfezione quotidiana è quindi una “convenzione” per semplificare la conoscenza non una realtà mezzo di conoscenza della realtà; la misurabilità riportata in linguaggi numerico o geometrico se assunto come metodo assoluto, conduce a un ideale irreale ovvero alla possibilità di conoscere perfettamente tramite metodologie imperfette perché statiche nell’applicazione e nella concezione.
Hanno un limite nel conoscere che se assunto (3) e consapevole non è tale, diviene ulteriore mezzo per conoscere limitatamente e con coscienza del limite di perfezione che, irrealmente esponendo, ne aumenta invece (viceversa) la precisione.
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giovedì 15 novembre 2018
Gli elementi del disegno possono quindi essere delle linee (traiettorie) rette o curve “vertebrate” ovvero non una successione di punti “convenzionalmente incorporei adimensionali” ma infinitesimamente reali, concreti quasi non misurabili, ma infinitesime “vertebre” assimilabili a infinitesimi archi di circonferenza con gli estremi quasi coincidenti, ma dimensionali e nono incorporei.
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venerdì 16 novembre 2018
La concezione di una linea come successione di infiniti punti convenzionalmente adimensionali è anarchia rispetto alla realtà, affermazione di se stesso distaccato dalla realtà possibile, la concezione di una linea come infinitesimi archi di circonferenza con centro all’infinito è immedesimarsi con l’infinito e amarlo, accettare il reale, dentro una realtà infinitesimamente e infinitamente presente. (rif. Pag.11 Il senso Religioso).
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sabato 17 novembre 2018
Memorandum per la verifica numerica e grafica con CAD: si esegue la definizione dei riferimenti della curva di IPPIA dividendo l’unità di sistema in 4096 porzioni angolari e rettilinee.
Si disegna una circonferenza passante per i tre riferimenti numero 1365, 1366 e 1367.
Si disegna la retta passante per l’origine inclinata di 30° rispetto all’asse delle ascisse (x).
Con un sistema in tre equazioni di primo grado si risolve per conoscere essendo note x e y dell’equazione della circonferenza passante per i tre riferimenti i valori di a, b e c necessari per conoscere le coordinate del centro e il raggio della circonferenza in oggetto.
Si effettua un sistema di due equazioni: “1) retta” passante per l’origine inclinata 30° rispetto all’asse x e “2) circonferenza” individuata passante per i tre riferimenti di cui sopra onde conoscere i riferimenti x e y dell’intersezione dei due elementi.
Noti i due elementi si potrà conoscere la differenza di questi valori rispetto agli ideali della curva di Ippia che saranno sempre minori quanto maggiore il numero delle porzioni di divisione (4096, 8192,…) e quindi l’entità di DELTA x e y.
Sostituendo i valori individuati dell’intersezione si può effettuare la definizione di una ulteriore circonferenza passante sempre per tre riferimenti di cui due sono x e y A(I) e B(II) e il terzo C(III) è il riferimento della reale intersezione dell’ideale riferimento della curva di IPPIA non direttamente disegnabile con il solo compasso e righello.
Effettuando nuovamente anche un sistema di due equazioni composto dalla medesima retta precedente e dalla nuova circonferenza si avrà la prova del valore della x e della y di intersezione.
La differenza verificata dei valori di x e y del primo riferimento di intersezione con il secondo darà il delta di scarto tra ideale e reale costruibile.
Da qui prosegue lo studio.
N.B. per tale verifica numerica sono state utilizzate due diverse composizioni della espressione che descrive la relazione o equazione della curva di IPPIA e i risultati sono sempre identici; si hanno discrepanze minime tra i valori rilevabili con il disegno e quelli definiti numericamente.
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domenica 18 novembre 2018
Appunti: per verificare la congruenza inerente l’ampiezza dell’angolo individuato con la curva di IPPIA costruita geometricamente si è effettuata una duplice intersezione dell’arco di circonferenza disegnato passante per tre riferimenti appartenenti alla curva di Ippia nell’intorno dei riferimenti ove si ha la probabilità di intersezione per ottenere con la costruzione un angolo pari a un terzo dell’originario di partenza ovvero di 30°, quindi di 10°,.
Della costruzione effettuata con la geometria elementare si è eseguita successivamente una verifica numerica tramite una duplice via:
la intersezione di una retta passante per l’origine del sistema con l’inclinazione posta a 10 gradi e definita numericamente con l’arco di circonferenza passante per i tre riferimenti nell’intorno ove si può verificare il riferimento (punto) di individuazione della divisione in 1/3 dell’ampiezza con la curva di Ippia e una seconda intersezione, questa volta con una retta posta a una altezza di un terzo di quella individuata con la costruzione di Ippia che a sua volta, intersecando l’arco di circonferenza prima descritto, individua il punto di passaggio di una retta passante per l’origine e con inclinazione pari a 10 gradi e quindi con angolo da x pari a un terzo della originaria della costruzione.
Per il primo caso la retta è individuata utilizzando l’equazione y = mx in cui m è il coefficiente angolare pari a m = x/y quindi individuato y con m e x noto assunto come unitario ovvero uguale a 1 (uno) o [semplicemente così come x e coefficiente m esplicitato rispetto alla y (nel tipo:y=mx) come eseguito nel sistema numerico],si può sostituire nel sistema formato dall’equazione descrivente la circonferenza di studio y = mx in tutti i termini y, e ottenere una equazione di secondo grado in x, risolvibile come di consueto, da cui poi si possono osservare i valori delle coordinate del riferimento di intersezione x e y.
Nel secondo caso con l’ausilio dell’espressione generica della retta y = mx + q si può effettuare la definizione dell’equazione della retta passante all’altezza y pari a un terzo della proporzione originaria y dell’angolo di studio (30° per i 10°) con un sistema di due equazioni nelle quali si sostituisce per ognuna i valori di x e y noti e con il metodo del confronto d si arriva alla definizione di questa retta.
Tale retta che avrà noti il valore di y senza avere ulteriore incognita potrà essere sostituita nel sistema che si va a formare con l’equazione della circonferenze di cui sopra e resa questa equazione del secondo grado esplicita e con una sola incognita x, potendo inserire i termini y come numeri.
Tali numeri potranno addizionarsi ai già esistenti e si avrà una equazione di secondo grado del tipo ax2 +bx +c =0 andandosi a sommare con il termine già noto “c” dell’equazione e risolvendo l’equazione e individuando i valori di x si potrà, all’altezza y già stabilita, conoscere la coordinata x del riferimento di intersezione tra retta orizzontale e arco di circonferenza.
Un metodo numericamente meno articolato che darà un risultato a conferma del precedente.
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lunedì 19 novembre 2018
Riflessione riguardo alla retta formata da una successione di riferimenti esistenti in forma di infinitesimi archi di circonferenza con centro tendente all’infinito.
Tali archi infinitesimi a loro volta possono essere composti da infiniti archi della medesima costituzione e così all’infinito, “senza fine” sino alla smaterializzazione.
Ma proseguire in una suddivisione irragionevole non ha un senso reale che conduce a una compiutezza per essere strumento di conoscenza e di vita, quindi la modalità più equilibrata è concepire solamente la linea costituita in prima suddivisione da codesti infiniti archi infinitesimi e limitarsi a ciò per avere base di lavoro.
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mercoledì 21 novembre 2018
l’infinitesimo dell’infinitesimo all’infinito e l’infinito, (minore (frazione) e maggiore (addizione e moltiplicazione) senza fine).
La realtà verso il limite dell’immateriale perché infinitesima e la realtà verso la totalità non conoscibile perché infinita verso l’eterno altro immateriale, il primo come limite di composizione di materia, il secondo come assoluto di esistenza che non conoscendo altro, non si conosce, e “non è materia” non avendo un “esterno” che permette l’esistenza, verso l’Eternità senza il Tempo.
L’approccio pratico, concreto, è:
- La matematica “reale, concreta” consci della possibile (dopo la) scomposizione dell’Atomo.
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giovedì 22 novembre 2018
è ricorrente il pensiero di come comporre una equazione che definisca questa linea composta da una successione di infinitesimi riferimenti che sono ognuno un infinitesimo arco di circonferenza con gli estremi quasi coincidenti.
Nel caso della linea in esame (curva di Ippia), penso occorra definire i riferimenti di “imposta” di ogni arco con la intersezione di due rette una parallela alla orizzontale e l’altra in rotazione dall’origine, come già studiato; quindi quattro rette, due orizzontali e due radiali (in movimento contemporaneo) con minimi valori di percorso.
Si effettua poi “numericamente” la bisettrice dell’angolo tra le due rette radiali e la mediana tra le altre due orizzontali e si individua sempre con un sistema la intersezione.
Si effettua poi la composizione della espressione della circonferenza passante per i tre punti e si prosegue secondo le successioni di riferimenti individuati.
Entro il limite della concretezza della rappresentazione grafica, anche assistita dell’elaboratore elettronico, questa tipologia di linea è “disegnabile” sino all’infinitesimo e quindi sino all’ideale traiettoria.
Ancor più sinteticamente:
-due equazioni di rette per intersezione e individuazione riferimento primo;
-due ulteriori equazioni di rette una con x,y e l’altra con φ infinitesimamente distanti per individuazione riferimento secondo;
-una circonferenza passante per i due riferimenti e il successiva distanza anch’esso infinitesimo dal secondo, per riferimento terzo;
-così in successione ipotizzando che il terzo riferimento può anche essere il medio tra i due (primo e secondo) con scomposizione mediana simmetrica di due in due sino a dove è necessario e possibile, ovvero sino al limite.
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martedì 27 novembre 2018
“prendendo in considerazione i due punti A (punto dato) e B (punto di ascissa incrementata)
A[x0; f(x0)] B[x0±h; f(x0±h)]
Essendo per definizione:
Δy/Δx = [(x0; f(x0±h)- f(x0)] /[x0±h; f(x0±h) –x0]
Questo risulta uguale al coefficiente angolare della retta AB ovvero il rapporto tra la differenza delle ordinate e la differenza delle ascisse di due punti qualunque della retta.
Si può affermare che il rapporto incrementale di una funzione nell’intorno di un suo “punto” è il coefficiente angolare della retta secante passante per il “punto” dato e per il “punto” di ascissa incrementata.
Si può concludere che in genere il rapporto incrementale di una funzione nell’intorno di un suo punto è funzione dell’incremento h della variabili.
Se i due “punti” o meglio riferimenti sono definiti con un sistema di divisioni infinitesimali di una unità U di sistema e per questi due riferimenti non consideriamo i Δy/Δx ma un infinitesimo arco di circonferenza passante per questi due riferimenti e per il terzo mediano in x e y compresi tra i due tendenti tutti all’infinitesimo non abbiamo più un semplice rapporto incrementale che determina “retta e coefficiente angolare per i due punti”, ma arco di circonferenza infinitesimo con raggio tendente all’infinito in successione geometrica e numerica ambedue definibili con disegno e numeri in successione funzionale direttamente connessi alla proporzione (promozione) infinitesimale dei riferimenti infinitesimi dell’unità suddivisa che creano una linea definibile geometricamente e numericamente e o non solo numericamente e immaginariamente geometrica.
Tale linea è “pluriforme” e concettualmente e materialmente non successione di punti ovvero riferimenti adimensionali, ma infinitesimi archi dimensionali che in successione la creano e non la idealizzano con il disegno che non corrisponde al concetto.
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4 dicembre 2018 un pensiero durante una importante riunione teologica: Far divenire pratica di ciò che non si vede a occhio nudo ma con acuta osservazione (riferimento concreto).
Il “punto” punto nella Realtà non esiste in quanto tale come concetto del pensiero così detto matematico teorico; per cui ragionare per “punti” e “luoghi dei punti” delle matematiche è disquisire dell’inesistente per convenzione.
Ovvero il punto materiale ovvero un riferimento con grandezza fisica e geometrica esiste ma nel ragionamento matematico è adimensionale per convenzione e si rischia di effettuare dei ragionamenti verso una perfezione “convenzionale” inesistente anche nella perfezione dell’infinito non percepibile alla mente umana se non per intuizione, essendo l’infinito non conoscibile con mezzi finiti dall’essere finito immerso in esso (infinito).
L’infinito e l’infinitesimo materiale è inizialmente conoscibile me non profondamente con i sensi se non ci si affida al proprio e altrui limite conoscitivo e percettivo che di per se è intrinsecamente infinito perché non percepibile e tale inconoscibilità lo conferma infinito o infinitesimo che coincide con infinito perché infinitamente grande (moltiplicabile e infinitamente piccolo divisibile sino a dove l’azione lo permette armonicamente al pensiero, poi il pensiero continua e l’azione è ferma perché giunge al limite materiale, corporeo che limita anche il pensiero se non si astrae perdendo concretezza e Realtà.
In queste parole è sempre presente nella mente l’infinitesimo riferimento formato da un infinitesimo arco di circonferenza passante per tre riferimenti tutti con un corpo e quindi disegnabili, altrimenti la geometria con punti adimensionale è forse pensabile ma non disegnabile, con il nulla (adimensionale) nulla si disegna anche se si pensa perfetto con una azione della mente alla quale non segue azione corporea reale.
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domenica 16 dicembre 2018 leggendo alcuni pensieri di un premuroso teologo che ha dedicato la sua vita, le sue doti (virtù) e la sua capacità per educare principalmente i giovani e di conseguenza i meno giovani (di età), si è colpiti dalla identificazione del primo passo da compiere individualmente, ma come appartenente detto “raggio”.
Non conosco il motivo per cui si sia dato a tale momento di apertura alla conoscenza dell’Altro nell’incontro tale definizione verbale, ma il primo pensiero è il raggio del Sole che è luce della presenza di Cristo identificato nella simbologia arcaica della cristianità con tale elemento sempre presente e sorgente della vita nella luce.
Facile è la trasposizione al raggio geometrico ovvero quella distanza da centro che permette se fisso e certo (inamovibile) la creazione di una circonferenza [ nel linguaggio geometrico il luogo dei riferimenti (punti) equidistanti da un riferimento (punto) detto centro].
Nelle precedenti pseudo definizioni degli elementi formanti una linea non identificati come una successione di “punti”, ma di riferimenti partenti dalla base di tre (numero tre) per cui passa una porzione di circonferenza, ovvero arco tendente all’infinitesimo con raggio tendete all’infinito con questo tendere all’infinitesimo, nella metafora del simbolo si può essere confortati da ciò che si può notare ovvero:
a un infinitesimo sempre più impalpabile (arco: ovvero avvicinamento dei tre riferimenti di individuazione dell’arco) corrisponde un infinito sempre più non conoscibile dell’arco della circonferenza (raggio dell’arco che aumenta la sua grandezza con il definire il minimo infinitesimo. E così raggio geometrico e raggio del creato coincidono in una condizione di esistenza grandiosa, infinitamente grande definendo un elemento infinitamente piccolo che “è” grazie alla esistenza di tre elementi appartenenti alla natura della figura intera potenzialmente infinita e in atto solamente grandiosa per essere visibile all’occhio dell’essere.
Vi sono quindi i tre elementi (riferimenti), che sono uno (arco) e definiscono un infinitesimo percepibile grazie a un raggio infinito di una circonferenza tendente all’Eterno. Se fuori dal tempo.
Ricomponendo la frase: Vi sono quindi i tre elementi ossia i “riferimenti” che sono i capisaldi ossia definiscono e sono uno ossia l’“arco”, che è un infinitesimo percepibile grazie a un raggio infinito di una circonferenza tendente all’Eterno. Se fuori dal tempo.
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lunedì 31 dicembre 2018 la tipologia di disegno composto potrebbe essere identificato verbalmente con il nome di “linea dorsale”.
Nel caso specifico le linee in questo caso curve, generate con origine metodologica dalla curva di “Ippia” potrebbero essere denominate “curve dorsali” in cui la originaria è data dalla definizione dei riferimenti secondo il metodo di Ippia e opportune ulteriori casi e figure potrebbero essere generate dalla proporzione variata tra il movimento delle rette che percorrono lo spazio lungo una direttrice e quelle che lo percorrono ruotando intorno a un riferimento, nel caso in esame origine.
Quindi la rotazione potrebbe essere effettuata con velocità unitaria e lo spostamento lungo la direttrice con velocità pari alla metà della precedente o viceversa.
Si apre così una ampia casistica da verificare nel risultato e nella applicazione nonché in ciò che può essere.
È necessario effettuare dei primi disegni schematici per comprendere materialmente ciò che si visto con il solo pensiero.
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Nel bozzetto descrittivo di martedì primo gennaio 2019 [10:54:32 16:30:30], di seguito riportata, in colore “blu” una “traiettoria dorsale” ottenuta con la assunzione di un ritmo compositivo A nella intersezione dei due fasci di rette, parallele e concentriche e in colore “rosso” una “traiettoria dorsale” ottenuta con la assunzione di un ritmo compositivo B inverso ad A nella intersezione dei medesimi fasci di rette.
Il limite
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(Fine del testo titolo: 000 martedì 16 ottobre 2018_bozza03)
*Benedetto da Dio*
Nei mesi di luglio e agosto 2019 il pensiero ritornò alla osservazione e constatazione di quanto si notò durante i rilievi diretti effettuati nell’edificio di via del Babuino, 149 in Roma, e questo diede seguito a una serie di brevi riflessioni che furono scritte iniziando a dedicarsi per ognuna, come si elenca nella cronologia, dai seguenti giorni:
per il testo riportato nel paragrafo (O), a riassunto delle riflessioni dei paragrafi A, B, C, D, E, venerdì 30 agosto 2019; sabato 31 agosto 2019
per il paragrafo (A), venerdì 23 agosto 2019 Metodo innovativo
che furono nel pensiero e nella stesura redatti, il paragrafo (B) sabato 27 luglio 2019 ore 8.13.39, il paragrafo (C) martedì 13 agosto 2019, il paragrafo (D) giovedì 22 agosto 2019 e il paragrafo (E) giovedì 15 agosto 2019.
I testi sono stati racconti nella sequela O+A+B+C+D+E ritenendo tale successione più consona alla esposizione di quanto desiderato che di seguito è possibile leggere quale approfondimento e origine delle riflessioni prima trascritte, che sono state concepite per la possibilità di un fascicolo di studio a esse dedicato, il Quarto della Serie:
Aracne “LA TECNICA DEL RAGNO” Fascicolo IV (ipotizzato)
Armonie “geometricoaritmetiche” del “pes” attico romano e il sistema metrico decimale.
L’elenco dei paragrafi di studio con data composizione rilegati secondo la cronologia metodologica è:
(O) venerdì 30 agosto 2019; sabato 31 agosto 2019
(A) venerdì 23 agosto 2019 Metodo innovativo
(B) sabato 27 luglio 2019 ore 8.13.39
(C) martedì 13 agosto 2019
(D) giovedì 22 agosto 2019
(E) giovedì 15 agosto 2019
I paragrafi sono completato da alcuni disegni di studio e riferimento riguardo gli “appunti e riflessioni … in composizione” del tema di studio: Realtà Periodica
O
A



B
C
D







E

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giovedì 2 gennaio 2020
I numeri periodici possono avere una duplice origine:
essere la scrittura di un numero immaginato con il pensiero o essere la scrittura di una azione reale ovvero la divisione dell’unità in tre porzioni per due volte.
La scrittura è identica ma l’essenza no.
I primi, quelli di origine immaginaria ovvero non nati da una azione materiale, nel sommarsi proseguono con continuità assoluta ovvero 0,1 periodico sommato a se stesso infinite volte o moltiplicato infinite volte è sempre composto nella sua essenza con periodo ovvero:
0,1 periodico; 0,2 periodico; 0,3 periodico e così via.
I secondi, quelli nati da una azione reale ovvero la divisione di una unità in tre porzioni ha una discontinuità di scrittura ovvero 0,1 periodico; 0,2 periodico; 0,3 periodico e così via, diviene una unità.
La operazione 1/3 è 0,3 periodico, e (1/3)/3 è 0,1 periodico, ma la somma o moltiplicazione sono concluse dopo un periodo di nove volte con la ricomposizione dell’unità ovvero 0,1 periodico, 0,2 periodico, 0,3 periodico sino a 0,8 periodico 3 non si ha 0,9 periodico ma 1,0 unitario non periodico.
La quantità immaginaria 0,1 periodica, scritta quale periodica sin dall’origine e non frutto di una operazione reale, è periodica con continuità, ma la scrittura è identica, non la essenza e sostanza, ma la forma visibile tradotta in cifre.
Le cifre hanno un “limite” ovvero il limite è la rappresentazione della realtà immaginata non la realtà frutto di azione “reale”.
Limite tra scrittura in “nomenclatura” frazionria e “nomenclatura” decimale.
Il numero periodico scritto dall’immaginazione è una ripetizione infinita di se stesso intero e decimale e non conduce all’unità non essendo originato da una unità reale ma da una unità in cifra immaginata ripetuta immaginariamente secondo il pensiero che lo genera.
In secondo quale divisione dell’unità è una scrittura reale che nasce quale traduzione in cifre di ciò che sta accadendo, la divisione dell’unità in tre è poi nuovamente in tre.
La Trinità è presenza di azione dell’unità nell’unità [in opera (operazione)], non scrittura di una immaginazione.
La Trinità è presenza di azione dell’unità nell’unità [in opera (operazione)] tradotta in cifre per la sua comunicazione (testimonianza), non scrittura ripetitiva sommatoria di una immaginazione.
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venerdì 3 gennaio 2020
Nel proporzionare una quantità di spazio (misura) lineare o distanza ideale tra due “punti” con altra di origine non ideale ma reale antropomorfica anche se convenzionale, quale il cubito, può nascer il rapporto che si esprime con un numero periodico frutto di una azione dinamica quale la divisione o frazione tra due quantità reali in cui una è contenuta nell’altra per un quantitativo finito.
Esempio nato dalla concretezza del rilievo:
quattro metri, misura ideale convenzionale sono corrispondenti a nove cubiti ovvero misura “anche se convenzionale” dell’avambraccio umano, secondo il popolo attico.
Ne consegue che numericamente quattro unità di un pensiero corrispondono a nove unità di una constatazione.
Se le quattro unità sono uno ovvero la unità base del sistema proporzionale ideale metrico nato qualche secolo passato, concepito quale sistema decimale ovvero con le sue regole, dividendo nella realtà tale misura di quattro unità abbiamo nove proporzioni di avambraccio che corrispondono un valori decimali a 0,4 periodico metri cadauno che non è 0,4 periodico ideale numerico.
Come si può constatare questa diversità di operazione in atto?
Con un sistema di conteggio dinamico quale quello informatico.
Ora si definisce come:
si opera “costruendo” i numeri con proporzioni che nascono da oggetti reali ossia risultato di osservazioni concrete e non “scrivendoli” quali cifre semplice rappresentazione di concetto di numero o simbolo per comunicare una “quantità” ma distaccata dall’azione.
0,4 periodico “scritto”in cifre è pari a 3,9 periodico che tende alla sua origine concettuale di una proporzione di 4 (quattro) diviso 9 (nove), ma è scrittura.
4/9 operazione in atto ovvero frazione in azione nel suo significato, nel conteggio è pari a 4 ovvero è congruente.
La realtà numerica dinamica è la realtà fisica di origine una quantità è esattamente contenuta nove volte in quattro dell’altra.
Son due modalità di scrittura attualmente possibili che modificano completamente l’azione e i risultati divenendo commensurabile realmente ciò che è approssimativamente con i simboli numerici statici.
È un modo di verificare e ragionare con simboli dinamici o vivi e non scritture simboliche statiche.
Corrisponde a una azione infinita di scrittura statica che tende al finito (risultato finito) del concetto o necessità di verifica che le ha generate.
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venerdì 3 gennaio 2020
2020-01-03 12.42.18
Il numero, quale è, come elemento simbolico di una memoria di conoscenza di quantità di oggetto rilevato con i sensi è un “oggetto scritto” statico ovvero corrispondenza di quantità conosciuta “disegnabile” onde renderlo reale (esistente), con un elemento semplice, minimo, essenziale (dalla sua essenza).
Se il numero nasce da una azione della mente scaturita da una attività (necessità) reale quale può essere il rapporto tra una quantità di spazio lineare compresa tra due riferimenti fissati e un’altra di medesime caratteristiche, ovvero quale distanza tra due riferimenti ma di quantità diversa, il paragone, il rapporto, la proporzione, di quanto la distanza maggiore comprenda la minore (distanza) genera un numero che non è elencazione di una memoria conoscitiva di un oggetto, ma una azione in atto sino alla scrittura che ne conserva la dinamicità, se opportunamente resa concreta.
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2020-01-04
sabato 4 gennaio 2020
durante la composizione di un edificio o un oggetto
Le misurazioni e i conteggi hanno corrispondenza congruente se partendo da una unità definita come di sistema con essa si effettuano sottomisurazioni con divisioni omogenee e proporzionate e si conteggiano e annotano con sistema frazionario che a sua volta crea dinamicamente sistema decimale operando la divisione segnata non con annotazione ma con operazione attiva tramite sistema binario.
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venerdì 27 marzo 2020
La più grande infelicità
è
quella di ricordare di
essere stati felici.
Boezio
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Domenica 14 giugno 2026
La parola “fine” definisce qualcosa che “non esiste”, è un’idea, un’immagine astratta.
La Realtà è senza fine in proporzione sempre maggiore e sempre minore dal riferimento vitale, esistenziale dell’essere, di chi +è+ .
La fine è apparente, esiste solo come risultato di una osservazione “non profonda”, emozionale, esterna alla “gnosi” completa.
(Vivere): Non si vive nel ricordo di come si era felici, è realmente impossibile, è astratto, ma il fatto di “essere” nel bene (nel gradevole, nel desiderato) e nel male (nello sgradevole, nel non desiderato), +è+, e quindi è.
Si esiste (si vive) nel “fenomeno” di ciò che accade, che si conosce per quello che è, a cui si è giunti per quello che è accaduto e si conosce solo se si prende atto di ciò che è, senza sovrastrutture, ma con conoscenza diretta mentre accade, sorretti da ciò che è accaduto e si vive.
L’immaginazione è una spazio in assenza di gravità e privo di aria in movimento (di correnti), ove sono posizionati elementi che possono essere conosciuti con “metodo” per non creare dal suo “ordine” oggettivo, il “caos” soggettivo.
Ciò che +è+, È una “Realtà Periodica”, senza fine, oltre l’infinitesimo, “periodicamente”.
[15/06/2026 10:00:00]
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Educazione Interrotta, lunedì 29 marzo 2021, 22.16.16
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La vita degli esseri oggi è caratterizzata da un senso d’incompiutezza inconscio, latente e non chiaro dovuto a una non cosciente e inconsapevole esistenza che si compie alla presenza di una Educazione Interrotta (EI).
Non è una volontà individuale, si nasce e si matura con un profondo desiderio di conoscere ciò in cui si è immersi, la Realtà, ma l’insegnamento subito allontana da ciò che è, dalla realtà, indirizza verso i campi ipotetici del pensiero organizzato razionalmente a prescindere della Realtà del Luogo in cui l’essere è immerso.
Un pensiero di “un tempo”.
Un moderno e nuovo “senza tempo”, astratto, “senza luogo”.
“Senza spazio”, che distribuisce i luoghi che necessitano di tempo per essere percepiti, conosciuti, amati.
Un pensiero –«moderno»– “senza tempo” ideato dal genere umano “tendente all’eterno”, ovvero superbo.
Sempre assunto come perennemente valido.
Un pensiero da seguire a cui conformarsi uniformarsi, ovvero, un “insegnamento”, e non un metodo “educativo” che “educe”, che consapevolmente o dalla nascita si desidera, che trae dall’interiorità di ognuno, il singolare e unico individuale limite conoscitivo nel veder ciò che lo circonda, educabile con la condivisione di altri limiti sempre individuali.
Il latente lieve e costante malessere conoscitivo è presente in ogni incontro umano e, nascosto, ignorato, mascherato, recitato e non dichiarato, raramente umilmente comunicato con il desiderio e coraggio di essere ciò che si è con chi si incontra per avere la possibilità di essere educato dalla Realtà condivisa con chi la Realtà stessa ti “regala”, nella sua presenza.
Con l’aiuto della serenità interiore e fisica, fatta vivere in noi con grande volontà, se si riflette riguardo ciò a cui si vorrebbe essere “educati per vivere”, e non sopravvivere e vegetare, il “ciò”, l’oggetto e un bene immateriale, non visibile che diviene materiale quando lo si conosce e lo si applica nel tempo della vita.
Ciò che si desidera “è” un “sono”, definito perché composto con fondamentali prime sette parole e le derivate da esse per ciò che definiscono quali eventi reali.
In parte sono un dono, da comprendere, accettare e alimentare, altre sono la conseguenza dell’opera individuale affidata alla consapevolezza della perenne presenza dell’Origine.
Ogni quotidiano sorgere del sole è un fatto che illumina in noi la possibilità di vedere ove siamo e comprendere che ciò che è, “lo è”, “è Realtà” a prescindere dalla nostra volontà, forse dall’esistenza, che può variare infinitesimamente il minimo stato di fatto circostante, il luogo ove è e si svolge la nostra vita.
Se ogni sorgere del sole ciò che è illuminato, visibile è una complessità formata da oggetti e soggetti che desideriamo conoscere vivendo le azioni conoscitive e conseguentemente vitali nella Fede, nella Speranza, nella Carità alla luce della consapevolezza che sono “virtù” donateci, “infuseci” dall’Origine, da Dio, definite Teologali, non dipendenti dalla volontà per essere nell’uomo, ma dalla volontà di questo nell’alimentarle in vita, in presenza costante durante le manifestazioni della vita nella Realtà in cui si è,la Vita è “salva” nell’immediato, ovvero nell’infinitesimo e nell’avvenire, ovvero nell’infinito tempo che verrà.
Le virtù intuite, viste e concepite dai filosofi, ovvero frutto della indagine e osservazione conoscitiva umana, sono lo strumento che aiuta la vita delle precedenti, anche se note antecedentemente nella cronologia della conoscenza umana, e sono sin dalle origini definite quali “una particolare capacità o una condizione di eccellenza”; tali virtù divennero appunto argomento di indagine del Filosofo iniziata dall’opera di Socrate e sono in greco “ἀρετή” e in latino “virtus”.
La nomenclatura e la classificazione dedicata a loro è molto articolata, e può essere sinteticamente riassunta in quattro categorie che sono definite con i nomi di Giustizia, Fortezza, Prudenza e Temperanza.
Si completa la classificazione principale delle Virtù per la Vita dell’essere e coltivabili come le precedenti quattro tramite la “buona volontà umana” con le cinque Virtù intellettuali, classificate con i nomi o lemmi di Prudenza, Arte, Sapienza , Intelletto e Scienza.
L’essere ogni qualvolta nel percorso della sua vita ha coscienza di esse (delle Virtù), nella vita che è e che scorre, desidera essere “salvato” dal disorientamento esistenziale, e, se ha il “Coraggio” di affidarsi a percorrere i tempi che gli si prospettano nella realtà vivendo e operando con ciò che conosce e ha compreso dei “doni esistenziali” (Virtù), essenziale per l’esistenza, precedentemente elencati in categorie, è “salvo dal nulla” dal disorientamento che comunque è solo apparente, perché esso, il disorientamento conduce con certezza alla immobilità fisica, mentale e del cuore, portando a vedere quale unica soluzione, in questo caso del “dramma esistenziale”, l’adesione irragionevole a ciò che la modernità o il mondo propone, una così detta “vita senza spine”, ovvero senza pensieri, preoccupazioni, fatica, rischi, e così via uniformata o conforme a ciò che chi la prospetta al pubblico ritiene utile e conveniente per quanto opera con l’uso del prossimo, di chi incontra.
Si hanno quindi due possibilità principali di dare risposta propositiva al desiderio esistenziale che quotidianamente nasce con il sorgere del sole:
agire con e nelle Virtù a chi si incontra per dare risposta direttamente al soggetto conosciuto e indirettamente alla necessità esistenziale, essendo stato per grazia e per propria volontà educato a tali strumenti e con tal istrumenti, dando quindi vita all’azione del proprio cuore, del proprio corpo e dell’anima come interiormente la coscienza suggerisce e la presenza del Creatore Educa tramite i ponderati mezzi;
aderire incondizionatamente e conformemente a ciò che con l’apparente minor rischio, fatica, cruccio, disagio e senza giudizio la metodologia moderna, scaturita nell’odierna ha organizzato (prevede) per un mondo nella sua giusta perfezione colonizzatrice della Vita e quindi del Creato eliminando alla base i problemi, ovvero diseducando al Pensiero e alla Volontà.
In ogni caso un essere ha necessità fondamentale nell’essere educato a una delle modalità:
la prima modalità è un voluto e benevolo metodo educativo che nasce dall’esigenza interiore generata dalla coscienza, e di cui si diviene edotti (coscienti), e si aderisce con volontà, conoscendo le caratteristiche e gli oneri, salvaguardando la singola natura originari di cui ognuno è composto;
la seconda modalità è la adesione a un insegnamento che si sovrappone alla natura originaria dell’essere e lo “adegua” alla soddisfazione contemporanea nella vita, ovvero il compenso ricevuto dall’insegnante (il mondo moderno) per la buona prova o prestazione effettuata valutato con un mezzo oggettivamente riconosciuto, in valuta o denaro”, ricevuto in quantità proporzionata alla richiesta, che permette così potenziale capacità di apparente libera azione, in proporzione sempre alle individuali aspettative valutate; il così detto ogni uomo “ha il suo prezzo”, basta conoscerlo, definirlo e concordarlo, per ottenerlo, sia per chi compra che per chi è comprato.
Educatore e Insegnante senza interruzioni ove siete.
È consequenziale al desiderio di vivere conoscendo la Realtà, con metodo, in modalità che questa conduca alla Verità, ma cosa è la Verità è da appurare.
Quale primo pensiero si immagina che chi è riconosciuto con qualità metodologiche costanti ed equilibrate nello sviluppare il Pensiero nello studio della Realtà composta di oggetto (senza anima) e soggetto (con anima) dalla Comunità sia l’autorevole figura che si cerca. [88(qualità filosofiche)].
La figura o l’essere che si desidererebbe incontrare e conoscere nella Realtà nella speranza che possa nascere una amicizia, inizialmente numericamente esigua, l’Amicizia nasce da due e cresce in numero e stabilità, diviene una Comunità in modalità anche di Compagnia in cui è presente l’Amicizia.
Se l’Amicizia nata per adesione di uno studioso del Pensiero e un volonteroso Apprendista e man mano che la corposità numerica e qualitativamente volonterosa dei partecipanti cresce, e il Pensatore, oltre che studioso dell’oggetto e del soggetto della Realtà è anche profondo conoscitore dell’Autore della Realtà stessa, perché essendo qui, senza che alcuno nulla abbia Creato, un Autore sarà pur Presente, si ha la certezza di essere educati al Vero, ovvero a conoscere ciò che è ove si vive è per chi si vive e non ciò che sembra o si ipotizza, a volte, come nella modernità creando un metodo da sovrapporre all’esistente per costruire una “vita Modernità” efficientemente organizzata “in cui nulla sfugge alle previsioni umane”, è “tutto sotto controllo” ossia tutto il controllato è sicuro, ovvero un infinitesimo sospeso nell’infinito.
L’essere nella sua interiore coscienza e anche nelle espressioni esteriori (apertamente), se nella vita è Vero, è alla continua instancabile ricerca di chi (“educe”) educa al metodo orientato a prendere consapevolmente necessaria capacità nel divenire ed essere in continuo equilibrio con l’innato desiderio interiore dettato dalle Virtù che si concretizza con la giusta applicazione di queste nella realtà esistenziale.
In modalità più estesa l’Educatore è Chi incontri e quanto conosci, se quando si incontra si è accorti a ciò che accade e si legge l’incontro, e chi si incontra, guidati dal desiderio di essere educati da ciò che avviene con adeguata riflessione riguardo i fatti accaduti rapportati alla condizione esistenziale, vedendo in ciò che accade la manifestazione d’Amore per l’Umanità del Creatore, vissute dall’essere nella certezza perenne della Fede nella Santissima Trinità, sempre presente nel Creato, in particolare attualmente nello Spirito Santo che alimentala Dimora del Corpo di Cristo Vivente, La Chiesa.
Il Desiderio di proseguire l’Educazione Interrotta si rende possibile e si manifesta (attua) nella Chiesa che aiuta a non dimenticare la presenza di Cristo nella quotidianità quando se ne avverte il necessario desiderio, offuscato dall’insegnamento moderno di apparente semplice soluzione alle tematiche esistenziali, sovrapposto alla natura dell’essere.
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sabato 3 aprile 2021 17.02.20
Nota: Vocabolario Treccani
educare v. tr. [dal lat. educare, intens. di educĕre «trarre fuori, allevare», comp. di e-1 e ducĕre «trarre, condurre»] (io èduco, tu èduchi, ecc.; ant. o poet. edùco, ecc.). – 1. In generale, promuovere con l’insegnamento e con l’esempio lo sviluppo delle facoltà intellettuali, estetiche, e delle qualità morali di una persona, spec. di giovane età: e. i figli; e. la gioventù; e. bene, male; e. con precetti, con l’esempio; e. il popolo. Con determinazioni più precise: e. al bene, alla virtù, al vivere civile, all’amor di patria; e. i giovani allo studio, alla modestia, alla moderatezza; e. i figli nel timor di Dio. 2.a. Sviluppare e affinare le attitudini e la sensibilità (in modo assoluto o dirigendole verso un fine determinato): e. il cuore, la mente, gli affetti, la volontà, l’ingegno, la fantasia, l’immaginazione, il gusto, i sensi; e. all’arte, al culto della verità o della libertà; e. l’orecchio a distinguere i suoni, a sentire la musica; e. l’occhio a discernere i colori, a intendere la pittura. Con questo sign. è usato anche il rifl. educarsi, affinarsi, sviluppare le proprie facoltà morali e spirituali, il proprio senso e gusto estetico. b. Più genericam., esercitare, avvezzare: e. il corpo alle fatiche, il braccio al lavoro, i buoi al giogo. 3. poet. Allevare, far crescere: estrano Il suol nativo, e di sua prole ignaro Le meste anime edùca (Leopardi).
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È visibile nella vita che si osserva di chi si incontra, e con serenità si ha il desiderio e piacere di studiare nei comportamenti, quanto questi frequentemente manifestino la necessità di ricevere un giudizio per conoscersi (ovvero il giudicato cerca di conoscere se stesso), per ricevere un educativo esame orientato alla maturazione della propria condizione esistenziale.
Tale giudizio è spesso confuso e compensato, tragicamente, dal quantitativo di denaro ricevuto, quasi fosse un “voto”, un giudizio riguardo la propria validità nella quotidiana vita, rispetto al luogo ove si è e chi lo abita.
Le tematiche esistenziali sono convergenti a un primario fulcro che le evidenzia e di conseguenza le genera all’interno della sensibilità fisica, ovvero corporea, mentale, ovvero psichica, percettiva , ovvero dell’anima, di ogni essere: la necessità o il necessario per vivere che alimenta le “tre”.
Sono tre percezioni manifestate nella vita umana che sono il fondamento del metodo fondamentale per esistere e non sparire dalla Realtà.
La necessità di alimentare la sussistenza del corpo adeguatamente alla sua caratteristica originaria.
La necessità di conoscere il Luogo e gli Esseri che sono nel luogo ove si è nella vita,la Realtà
La necessità ……
Le tre necessità sono oggettive, anche se percepite da ogni singolo soggetto percepiente individualmente con le personali capacità o attitudini.
Le tre sono oggettivamente necessarie e facilmente fulcro della leva di convincimento per l’adesione a un metodo che percettivamente faciliti la vita ovvero colmi le tre necessità di prima sopravvivenza, spesso confusa con “vita”.
Nasce qui la complessa e difficile scelta. E di conseguenza è il punto delicato del percorso educativo , il punto ove si ha la “educazione interrotta”.
Aderisco al modello convenzionale e facilito la sopravvivenza, congelando o controllando (reprimendo la origine del cuore), o ricerco un educatore, un amico nel “luogo” condivisibile con altri che sia in armonia con la esigenza interiore del cuore.
La prima possibilità è individuale, in solitudine, si aderisce al modello e in solitudine si vive parallelamente a alter solitudini, probabilmente non incontrandole mai realmente, ignorandone la origine e le Verità che le genera.
La seconda possibilità non prevede e non è possibile con un percorso individuale, nasce come percorso alla ricerca di qualcuno, in un luogo ove essere in una dimora che permette di “educere”, di permettere di “tirar fuori” la propria “Verità” costitutiva, dall’essenza dell’esistenza dell’essere; essere come si è veramente, con capacità e incapacità visibili, “rese pubbliche” con umiltà.
Molti testi e molti autori sono convinti che sin dall’origine l’uomo , l’essere ha intuito in se stesso e nel prossimo questa esigenza, cercare e trovare un qualcuno da cui apprendere il metodo per vivere e non sopravvivere.
Nei periodi anteriori alla nascita di Cristo questa “figura” o personalità autorevole è stata identificata nel filosofo, ovvero lo studioso delle manifestazioni del pensiero umano applicate ai temi della Realtà, inizialmente i principali catalogabili quali temi incorporei e corporei, numerici e geometrici.
Cristo, l’incarnazione del Padre, nato, morto risuscitato e assunto in cielo è il “Vero Educatore” atteso dal Cuore dell’essere, per l’uomo semplice è un Filosofo “senza limite”, che educa con la sua vita, osservandolo e ascoltandolo alla quotidianità in armonia con i desideri del cuore e riflettendo riguardo ciò che in lui e con lui si osserva (nota), all’infinito con il certo orientamento del cuore verso l’origine, verso la meta, la Dimora del Padre, Eterna (infinità senza tempo) e quindi infinitamente vicina e presente già adesso.
“La Verità abita nel Cuore dell’uomo” (Sant’Agostino IV-V secolo)
Chi “educe”, chi educa a rendere conoscibile e visibile ciò che è nel cuore dell’uomo educa nella Verità.
Il Cuore, conosce il Vero, etimologia della parola, del termine, in lingua greca antica indica una condizione di “non nascondimento”.
Di conseguenza insegnare, sovrapporre un metodo di ragionamento, operativo, lavorativo e di “rapporto sociale” è plasmare l’individuo all’abbandono della propria origine e originalità (unicità) per farlo conformare, prevaricato dalla esigenza di sopravvivenza (soddisfazione delle tre necessità) a una modalità di vita pre-organizzata che ne permette il controllo, ovvero l’utilizzo, da parte dell’insegnante stesso e dall’entità a cui esso appartiene, specialmente se tale insegnante è assoldato dalla autorità costituita stessa.
È necessario approfondire perché l’Autorità è così costituita.
L’autorità costituita predilige una molteplicità di individui a cui è “insegnato” come agire nella vita quotidiana, e di conseguenza hanno individualmente aderito a un metodo operativo valido negli schemi precostituiti dall’ente educatore stesso.
Molteplici singole eccellenze nei singoli settori, efficienti, isolati, controllabili ed eliminabili con la semplice interruzione del “voto di consenso”, l’emissione del pagamento in valuta a corso legale tramite istituti di credito, che permette la loro interapportualità nata e alimentata dalla circolazione o mutuo scambio del denaro ovvero della valuta a corso legale non legata ad alcun bene reale per il suo “reale valore”, anche se a oggi necessaria.
L’isolamento e l’individualità affermata è la matrice della “Educazione Interrotta”.
domenica 4 aprile 2021 12.05.06
La condivisione è l’unico metodo per essere educati nella verità con giudizio sano.
Il primo educatore a cui con semplice volontà e cuore si può chiedere è il Padre Nostro ovvero la nostra origine a cui con innato desiderio tendiamo nella costante opera che attuiamo con le nostre possibilità fisiche, mentali e spirituali, quindi con il corpo, la mente e l’anima orientati all’infinito verso il Signore che ce li ha donati nella realtà da lui concepita e donata anch’essa anche nella materia.
La lettura dei Vangeli, i Quattro di San Giovanni, San marco, San Luca e San Matteo, “primi testi educativi” immersi nella complessità della Bibbia nel suo Nuovo Testamento, la Nuova Legge ci permette di apprendere le seguenti “educative”parole (pag.88 –La Messa- Istruzioni, Testo Liturgico e Preghiere –Pia Società di S. Girolamo per la diffusione dei Santi Vangeli- Editrice; Roma –via della Sapienza, 32; Milano –via Commenda, 3 -1904-):
Pater Noster, qui es in coelis, sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum: fiat voluta tua, sicut in coelo et in terra. Panem nostrum quotidianum da nobis hodie; et dimitte nobis debita nostra, sicut et nos dimittimus debitoribus nostris, et ne nos inducas in tentationem.(A.) Sed libera nos a malo.
Ovvero:
Padre Nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome; venga il Tuo Regno; sia fatta la Tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano; e perdonaci le nostre offese, come noi perdoniamo a coloro che ci hanno offesi, e non lasciarci cadere in tentazione (A.) Ma liberi dal male.
È interessante soffermarsi riguardo l’editore del libro ove è contenuto il testo del Pater Noster ovvero la –“Pia Società di S. Girolamo per la diffusione dei Santi Vangeli”-
La ricerca di una educazione continua, dell’incontro con un educatore conduce con cuore aperto alla lettura condivisa della Parola dell’“Educatore”, i Vangeli.
Attuando le parole educative conosciute nei testi si può iniziare a comprendere e proporzionare l’interiore desiderio comune ma non esternato in molti di conoscer e vivere secondo la natura esistenziale senza divenire esseri circoscritti in una “corazza sociale” un “vestito da combattimento quotidiano” indossato per sopravvivenza e non per l’esistenza della propria essenza forse a volte appena percepita, ma poi ignorata per paura di distacco dalla “corazza sociale”.
Vi sono testi in forma di preghiera che aiutano a tirar fuori da ogni esser la propria originaria natura e meta di orientamento in particolar modo tre brevi letture riguardanti il lavoro che così recitano.
La prima è dedicata al lavoro nei campi “dell’agricoltura” ovvero PER IL RACCOLTO
O Dio,
Padre buono,
che hai affidato all’uomo le risorse della terra,
fa’ che il nuovo raccolto,
dono del tuo amore e frutto dell’umana fatica,
porti serenità nelle nostre case,
e cooperi al bene di tutti a lode della tua gloria.
~ Per Cristo nostro Signore.
~ Amen.
La seconda è dedicata al lavoro nei luoghi “dell’industria” nato nel mondo moderno con evidenza nel XIX secolo; si può leggere quindi la preghiera PER IL LAVORO DELL’INDUSTRIA
O Dio,
che hai chiamato gli uomini a cooperare,
mediante il lavoro quotidiano,
al disegno immenso della tua creazione,
donaci di svolgere la nostra attività con spirito cristiano,
nella consapevolezza che ogni uomo è nostro fratello:
e fa’ che nello sforzo comune di costruire un mondo più giusto e fraterno
ogni uomo trovi un posto conveniente alla sua dignità
per attuare la propria vocazione e contribuire al progresso di tutti.
~ Per Cristo nostro Signore.
~ Amen
È evidente nei testi proposti per la lettura e preghiera come l’uomo, l’essere è una entità “chiamata” in vita a operare con ciò che gli è stato “affidato”, la terra del Creato, e cooperare al “disegno immenso della Creazione” sempre per “ATTUARE” la propria “VOCAZIONE”, quel desiderio innato che si ha nel cuore sin dalla nascita, ma si può ignorare quando offuscato alla propria mente dalla “corazza sociale”, apparente protezione e prigione.
Completano queste due letture le parole di un terzo e semplice ulteriore scritto dedicato dai superstiti e vittime anch’esse della Società mondiale della educazione e lavoro imposto.
Si legge:
Accogli, Signore, il sacrificio a Te offerto, in tutto e per tutto, dai tuoi servi fortificati e illuminati da Te e deponilo a fondamento della gloria della nostra Chiesa rinata nella sofferenza della grande prova; fà o signore che la semina compiuta dai Tuoi servi porti frutti abbondanti perla Tua gloria.
Sono le parole del Cardinale Iuliu Hossu, “La nostra fede è la nostra vita, Memorie, pag. 472” Vescovo della Chiesa Greco-Cattolica morto durante il regime “socialmente assolutista” in Romania.
La educazione, la conoscenza del metodo che permette a ogni essere di dare in vita, di attuare la propria vocazione quale obbedienza a Chi la ha donata sorge dalla comune lettura dei testi educativi, in primis quelli contenuti nella Bibbia, Antica e Nuova Legge come classificata dal metodo scolastico dallo XI secolo.
Non è possibile individualmente compiere il percorso educativo nell’arco della propria vita, ma è necessario aderire volontariamente alla grazia ricevuta con un incontro autorevole durante la quotidianità, un incontro che per i motivi più variabili imprime nella vita un segno indelebile, che non si può ignorare, ma dimenticare solo volutamente, tradire,anche per paura.
Esternare dopo l’“avvenimento” il frutto dell’incontro è lineare ma non semplice, occorre costanza, coerenza e volontà alimentate da continuo coraggio a non abbandonarsi alle iniziative dettate dagli insegnamenti mondani, del mondo, abbandonarsi nella “corazza sociale”, il personaggio che il prossimo mondano attribuisce in modalità pirandelliana a sua volta al prossimo in una catena distruttiva della Verità e dell’origine inalienabile.
Per evitare di inserirsi in tale metodo meccanico la prima dote da alimentare è la semplicità e l’umiltà, evitando gioie vanagloriose ricevute e non valutate per ciò che realmente sono, ma ciò che sembrano o sembrano risolvere, quindi apparentemente la necessità esistenziale pratica, classificabile composta con le “tre”, fisica (corpo), intellettiva o mentale (mente), percettiva (anima) di cui prima si è accennato.
*Ora et Labora*
lunedì 15 giugno 2026
[15/06/2026 10:46:29]
Il “Caso”, una parola, un lemma, breve, un concetto apparentemente immediato, semplice inequivocabile che descrive tutto il limite della conoscenza dell’essere.
Tutto accade come è bene che accada, con metodo l’essere illustra ciò che vede di quanto accade e può di conseguenza raccontare con parole, opere, regole, schemi, ragionamenti e altro con il probabile, latente, “superbo” intento e pensiero di “controllare”.
E ciò che non vede non accade o accade per “Caso”.
“Già”, ovvero è sufficiente, un semplice e “teorico numero reale” astratto dall’essere dalla Realtà per poterla “raccontare” e autorevolmente “governare” spinto dalla innata “superbia”.
Superbia che svanisce se il numero è periodico, ovvero con il più immediato “numero periodico illimitato decimale semplice”, periodicamente senza fine, e non conosciamo più realmente la sua entità, cosa è in realtà.
Già in tal “caso” affidiamo la azione al “Caso”. Si può scrivere e raccontare sino a quando per “caso” si esaurisce la “capacità di proseguire”, forse perché di proseguire a conoscere il non conoscibile non se ne comprende la ragione.
Caso è anche un nome proprio, un grande artista era Andrea Caso, conosciuto per “caso” e deceduto prematuramente per “caso”.
Quando non si comprende, ci si trova per caso di fronte al proprio limite, nasce il “caso” e ci salva, lo si “conosce” ma non lo si comprende, si resta abbagliati, e ci conduce all’Umiltà, ci porta per mano alla vera conoscenza, la “Nube della non conoscenza”, come recita il titolo di uno scritto del XIV secolo.
Citando un estratto della presentazione del libro “La Nube della non conoscenza” a cura di Piero Boitani, Professore Emerito di Letterature Comparate all’Università “La Sapienza” di Roma, (Biblioteca Adelphi ; 359; Milano, Adelphi, 1998; Isbn: 8845913767), l’opera, “è un testo intenso di mistica cristiana del 1300, considerato, assieme ai testi di Eckhart tra quelli più preziosi del medioevo. Per giungere all’assoluto di questa vita non serve l’intelligenza raziocinante, ma una “nuda tensione” verso Dio, un “piccolo, cieco impulso d’amore”; il vero contemplativo entrerà nella nube della non conoscenza come vi entrò Mosè quando salì sul monte Sinai per parlare con il Signore”.
La conoscenza del proprio limite, “la nube della non conoscenza” evidente nella periodicità nella Realtà che è senza fine, visibile in un “semplice ed elementare numero”, è oltre il limite che permette di vivere guidati e in compagnia della sua perfetta armonica completezza senza fine che permette qualsiasi azione concreta nella coscienza del non finire e proseguire consci che la più piccola azione osservata attentamente, è senza fine e perfetta, se lo si ammette che: fine non è mai e crea armonie, nell’Esistenza e tra le “esistenze” di conoscere la Realtà del Creato.
Etimologicamente “caso” nasce dal latino casus -us, proprio «caduta», derivato di cadĕre «cadere»; nel significato linguistico, categoria grammaticale che concerne sia ciascuna delle forme che il nome (sostantivo, aggettivo o pronome), assume per esprimere un determinato rapporto sintattico, sia il rapporto sintattico stesso; il latino casus è un calco del greco πτῶσις (che significava anch’esso proprio «caduta», successivamente accadimento, evento).
La Fenomenologia prosegue riguardo a ciò che si conosce accadente per “caso“, con il metodo di gnosi stabilente che: «fenomeno» “non designa semplicemente il modo di apparire delle cose al soggetto, ma anche le cose stesse in quanto si danno nei fenomeni; e perciò per il Padre di tale dottrina Edmund Husserl (1859 -1938) “la Fenomenologia, in quanto «ritorno» ai fenomeni, è, secondo la notissima formula, «ritorno alle cose stesse»”.
Edmund Husserl così la definisce:
«La fenomenologia della conoscenza è scienza dei fenomeni di conoscenza nel doppio senso, da una parte delle conoscenze come apparenze, rappresentazioni, atti di coscienza, in cui si presentano queste o quelle oggettualità e se ne diviene consapevoli (passivamente o attivamente); e dall’altra parte è scienza di queste oggettualità stesse in quanto in tali forme si presentano.
La parola fenomeno ha un doppio senso per via dell’ essenziale correlazione fra l’apparire e ciò che appare».
-Si prosegue da ciò e in ciò che accade, dal “caso” e oltre il “caso” senza fine, in proporzione sempre maggiore e sempre minore dal riferimento vitale, esistenziale dell’essere di chi +è+.
Si è nella Realtà Empaticamente, in qualità di soggetto e oggetto, come traspare dalla lettura dei profondi testi di studio e ricerca composti dall’anno 1916 da Edith Stein (1891-1942), allieva e prosecutrice la strada aperta da Edmund Husserl ampliandone le possibilità.
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*Crux Sancti Patris Benedicti*
Si trascrive al seguito una raccolta di testi in merito al lemma, alla parola “Caso”.
*caso
Dizionario di filosofia (2009)
caso Concetto che si contrappone a quello di necessità (➔), come evento che si produce al di fuori e indipendentemente dalla serie determinata delle cause e degli effetti, e come rivendicazione dell’astratta libertà di fronte al sistema dell’astratta necessità. Nella storia della filosofia tale concetto ha assunto diversi significati a seconda che sia stato inteso in senso soggettivistico (come incapacità dell’uomo di conoscere le cause di un evento, per cui il c. si riduce a un’apparenza derivante da una mera ignoranza della causa) o in senso oggettivistico (come evento che non ha nessuna causa oggettiva, oppure è prodotto dell’intersecarsi di serie causali diverse e indipendenti).
Il concetto soggettivistico. Per gli stoici, assertori di un Universo perfettamente determinato in cui tutto accade per un’assoluta necessità razionale, così come per i filosofi cristiani convinti dell’esistenza di un Dio provvidente, si dà c. solamente per l’incapacità della ragione umana di trovare le cause di un fenomeno. Analoga concezione ritorna in Spinoza, che vede tutta la realtà come frutto di una serrata concatenazione di cause: il c. è il risultato di una carenza della nostra conoscenza, che non ha saputo o potuto prevedere un dato risultato a partire da una determinata situazione. Ugualmente, Leibniz, distinguendo fra contingenza del sapere umano e necessità di quello divino, fa del c. un’espressione della prima e imperfetta forma di conoscenza. Hume nega il principio di causalità, e dunque anche il c.: la relazione causa-effetto è il prodotto dell’abitudine maturata in seguito alla ripetuta osservazione di una certa successione tra i fenomeni, quando in tale successione le esperienze positive sono numericamente uguali o inferiori a quelle negative, allora si parla di c.; esso, dunque, consiste nell’equipollenza delle probabilità che non permette previsioni. Kant, che fa riferimento per le categorie e per i principi a priori alla fisica di Newton, basata proprio sul principio di causalità, è portato a negare l’esistenza del c.: «La proposizione ‘nulla avviene per un cieco c. (in mundo non datur casus)’ è una legge a priori della natura» (Critica della ragion pura, Analitica dei principi, Confutazione dell’idealismo). In età moderna, Bergson attribuisce il c. a un’illusione puramente soggettiva determinata dalla sorpresa di rinvenire un ordine meccanico nel quale ci si attendeva piuttosto un ordine finalistico o spirituale (le cause meccaniche che arrestano la ruota della roulette sul numero che mi fa vincere, invece del genio benefico che mi aiuta, secondo l’esempio dell’Evoluzione creatrice).
Il concetto oggettivistico. Aristotele, che propone una concezione finalistica della realtà, integra tale dottrina con la teoria del c. (Fisica, II, 4-6, 195 b 31 e segg.): egli ritiene frutto del c. gli effetti di un’azione che non erano né previsti (o probabili) né necessari per il compimento del fine dell’azione stessa. Aristotele fa riferimento al c. nelle distinte determinazioni del συµβεβηκός (l’attributo non essenziale ma accidentale), della τύχη (il c. dal punto di vista dell’azione umanȧ, cioè la fortuna intesa come evento non deliberato in vista di un fine, bensì effetto accidentale di cause che agivano in vista di altri fini) e dell’αὐτόµατον (c. in senso proprio, come avvenimento oggettivo indipendente da una causa). Ma è soprattutto con Epicuro che, nell’ambito di una concezione atomistica della realtà, prevale il senso oggettivistico di c.; egli attenua il rigido determinismo democriteo: il c. è il prodotto della spontaneità imprevedibile degli atomi che deviano accidentalmente dal loro percorso (clinamen o «deviazione degli atomi»). In epoca moderna la teoria del c. come intersezione di serie causali indipendenti è stata sostenuta da Cournot (Exposition de la théorie des chances et des probabilités, 1843) e accolta e sviluppata da pensatori positivisti come John Stuart Mill e Ardigò. L’assunzione di una radicale casualità è poi alla base della metafisica di Peirce (L’ordine della natura, 1878), il quale pone il c. come un carattere stabile dell’Universo che ne spiega la varietà e diversità. Al fondamentale uso della nozione di c. fatto dall’evoluzionismo darwiniano si riallaccia il biologo e filosofo Monod (Il caso e la necessità, 1971) che concepisce gli esseri viventi come definiti dalle tre proprietà della teleonomia (l’essere dotato di un progetto), morfogenesi autonoma (la capacità di autostrutturarsi) e invarianza riproduttiva (il potere di trasmettere l’informazione corrispondente alla propria struttura): la mutazione che dà origine all’evoluzione di una specie è un fatto del tutto accidentale, ma poiché gli esseri viventi sono caratterizzati da teleonomia e invarianza, una volta che tale mutazione viene inscritta nel codice genetico, i casuali errori replicativi vengono conservati e trasmessi dal meccanismo dell’invarianza guidato dalla più ferrea necessità (il meccanismo della selezione). Il principio di indeterminazione di Heisenberg e gli sviluppi della meccanica quantistica, infine, hanno posto il problema dell’esistenza di eventi intrinsecamente casuali a livello delle particelle subatomiche.
caso
Enciclopedia della Matematica (2013)
caso termine con cui si indica o un evento che si verifica indipendentemente (almeno in apparenza) da una causa oggettiva o da una legge (e pertanto contraddice ogni concezione rigidamente deterministica della realtà) oppure un evento di cui non si conoscono le cause. Analogamente, quando non si può prevedere con certezza l’andamento futuro di un fenomeno, esso può essere considerato casuale. Al di là di alcuni esempi estremi, l’attribuzione di casualità non è così facile come sembra: anche rispetto alla stessa situazione, un fenomeno può essere considerato casuale o meno a seconda di ciò che interessa sapere, delle informazioni che si hanno o che si possono reperire. Per esempio, conoscendo le leggi del moto si può stabilire con una certa precisione dopo quanto tempo e a quale velocità arriverà a terra una moneta lasciata cadere: le formule matematiche relative alla caduta di un grave costituiscono un modello deterministico, nel senso che, conoscendo le condizioni iniziali, si può conoscere con buona approssimazione il risultato. Tuttavia, se si è interessati a sapere con quale faccia cadrà la moneta, gli eventi convenzionalmente indicati con «testa» e «croce» vanno considerati casuali; in questa situazione si applica un modello non deterministico, nel quale, note le condizioni iniziali, non si può stabilire con certezza l’esito finale.
Quando non è possibile determinare a priori l’evoluzione di un fenomeno, ciò può dipendere: dall’ignoranza delle leggi che regolano il fenomeno (per esempio prevedere la durata della vita di un uomo); dall’ignoranza delle condizioni iniziali (per esempio, lo sparpagliamento di una rosa di tiro dei proiettili sparati su un bersaglio); dall’impossibilità materiale di effettuare un calcolo troppo lungo, complesso o costoso (per esempio, prevedere, molecola per molecola, l’evoluzione di un sistema gassoso contenuto in un recipiente); dalla natura intrinseca del fenomeno (per esempio, secondo la meccanica quantistica, quando si indaga a livello subatomico).
In tutte queste situazioni, in base a considerazioni di vario genere, si assegna al verificarsi di un evento un numero, detto → probabilità dell’evento stesso, compreso tra 0 (che indica l’impossibilità) e 1 (che indica la certezza). Tale numero fornisce una misura del grado di incertezza del verificarsi dell’evento casuale.
Se il verificarsi di un evento casuale si produce nell’ambito di un fenomeno che si è ripetuto o si può ripetere più volte, cioè in più prove con condizioni sostanzialmente identiche (come per esempio l’uscita «testa» in una successione di n lanci di una moneta), allora di esso si può considerare la → frequenza, cioè il rapporto tra il numero di volte in cui l’evento si è verificato e il numero complessivo delle prove. La legge del caso, detta anche legge empirica del caso oppure legge dei → grandi numeri, stabilisce il legame fra probabilità e frequenza e afferma che al tendere all’infinito del numero n di prove, la frequenza tende ad avvicinarsi alla probabilità (più precisamente: all’aumentare di n aumenta la probabilità che la frequenza si avvicini alla probabilità dell’evento considerato). Tale legge dà un fondamento alla definizione stessa della probabilità sulla base delle frequenze rilevate; essa non afferma che in un determinato numero di prove la frequenza coincida con la probabilità e, in un numero relativamente basso di prove, la frequenza se ne può anche discostare di molto; la frequenza potrebbe coincidere con la probabilità dopo un certo numero di prove per poi scostarsene (in un senso o nell’altro) in quelle immediatamente successive. Per esempio, nelle successive estrazioni del lotto la probabilità che sia estratto un determinato numero è sempre uguale a 5/90 (perché si estraggono 5 numeri tra 90), indipendentemente dal numero di volte in cui il numero non è uscito (detto «ritardo») in quanto le estrazioni sono indipendenti.
caso
Enciclopedie on line caso
diritto
Si chiama c. fortuito qualunque accadimento che renda inevitabile il verificarsi di un evento, costituendo l’unica causa efficiente di esso. Non ha valore concreto la distinzione tra c. fortuito e forza maggiore; allo stesso modo è da negare una costante coincidenza tra c. fortuito e impossibilità sopravvenuta della prestazione per causa non imputabile. L’esistenza del c. fortuito libera il soggetto da ogni e qualsiasi responsabilità: se concerne un rapporto obbligatorio ne determina l’estinzione, se si tratta di un fatto dannoso extracontrattuale, esonera il soggetto dall’obbligo di risarcire il danno (art. 2051-2052 c.c.). Secondo un diffuso orientamento il c. fortuito, considerato come esimente di responsabilità, dovrebbe far qualificare quest’ultima come oggettiva, prescindendosi totalmente dalla colpa.
filosofia
Il concetto di c. ha assunto nella storia della filosofia diversi significati a seconda che esso sia stato inteso in senso soggettivistico (come incapacità di conoscere le cause di un evento) o in senso oggettivistico (se riferito a eventi che sono privi di cause o sono frutto di serie causali intrecciate e indipendenti). Aristotele distingue tra τύχη (fortuna) e αὐτόματον (c. in senso proprio): entrambi sono effetti accidentali di cause finali esterne a essi e concomitanti, dove la τύχη indica l’evento che avrebbe potuto essere intenzionalmente prodotto, mentre l’αὐτόματον può anche esprimere un evento completamente estraneo all’attività intenzionale umana. Il senso oggettivistico di c. prevale in Epicuro, il quale attenua il rigido determinismo democriteo introducendovi un c. privo di cause mediante la nozione di clinamen. Per gli Stoici, assertori di un universo perfettamente determinato, così come per i filosofi cristiani convinti dell’esistenza di un Dio provvidente, si dà c. solamente per l’incapacità della ragione di trovare le cause di un fenomeno. Analoga concezione ritorna in Spinoza, per il quale il c. è il risultato di una carenza della nostra conoscenza, e in Leibniz che, distinguendo fra contingenza del sapere umano e necessità di quello divino, fa del c. una espressione della prima e imperfetta forma di conoscenza. In età moderna H. Bergson attribuisce il c. a un’illusione soggettiva determinata dalla sorpresa di rinvenire un ordine meccanico dove ci si attendeva un ordine finalistico (e viceversa).
La teoria del c. come intersezione di serie causali indipendenti è stata sostenuta nel 19° sec. da A.-A. Cournot e accolta e sviluppata da pensatori positivisti, dai quali il c. viene trattato in termini di una sua possibile previsione, e quindi in termini di probabilità. L’assunzione di una radicale casualità è poi alla base della metafisica di C.S. Peirce, il quale pone il c. come un carattere stabile dell’universo che ne spiega la varietà e diversità. Al fondamentale uso della nozione di c. fatto dall’evoluzionismo darwiniano si riallaccia J. Monod, che vede la fonte ultima del progetto riproduttivo nel messaggio genetico i cui casuali errori replicativi vengono conservati e trasmessi dal meccanismo dell’invarianza guidato dalla più ferrea necessità. Il principio di indeterminazione di W. Heisenberg e gli sviluppi della meccanica quantistica, infine, hanno posto il problema dell’esistenza di eventi intrinsecamente casuali a livello delle particelle subatomiche.
linguistica
Il termine c. indica la forma particolare che il nome assume, in lingue flessive o agglutinanti, per esprimere un determinato rapporto sintattico: per es., in latino il c. genitivo esprime, di solito, il rapporto di specificazione rispetto ad altro nome. Il numero dei c. varia da lingua a lingua. Le lingue caucasiche e ugrofinniche ne contano più di quelle indoeuropee: otto i c. che attribuiamo all’indoeuropeo e che ha il sanscrito (nominativo, accusativo, strumentale, dativo, ablativo, genitivo, locativo, vocativo); cinque il greco (nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo), sei il latino (i precedenti più l’ablativo) che in latino volgare si riducono a due (un c. retto, l’antico nominativo, e un c. obliquo che riassume le funzioni di tutti gli altri casi), quattro il germanico mantenutisi nel tedesco moderno. L’italiano, come le altre lingue romanze moderne, ha quasi perduto l’alterazione del nome nei c. (solo nel pronome si ha ancora un nominativo: io, egli; un accusativo: me, lui; un dativo: mi, gli); ricorre invece per alcuni c. alle preposizioni.
matematica
In statistica e calcolo delle probabilità, con il termine c. s’intende generalmente la risultante di un gran numero di fattori i cui effetti in un fenomeno è difficile, o impossibile, studiare singolarmente; si dice, per es., che nel lancio di un dado il risultato è determinato dal caso. In tali condizioni è impossibile conoscere in anticipo il risultato (nell’es. considerato, quale faccia mostrerà il dado); è possibile però fare previsioni sull’andamento del fenomeno, basandosi sulla regolarità che il fenomeno presenta, empiricamente, a lungo andare. Tali previsioni sono fondate sull’accostamento tra il concetto matematico di probabilità e le osservazioni empiriche, accostamento descritto dalla legge (o postulato) empirica del c., che esprime la nostra fiducia nel permanere della regolarità del fenomeno: «facendo n prove su un evento di probabilità costante p, indicando con m il numero di volte che l’evento si verifica, la frequenza m/n dà un valore approssimato della probabilità p, e ordinariamente l’approssimazione è tanto migliore quanto più è grande il numero n delle prove. Così, nell’es. citato, se il dado è ben costruito, si ammette per ragioni di simmetria che la probabilità sia la stesssa per ogni faccia, e quindi che la probabilità che si presenti la faccia contrassegnata con il numero 1 sia 1/6, e ci si aspetta, lanciando 100 volte il dado, che essa compaia all’incirca 100/6≈16 volte. Le probabilità di eventi più complessi vengono elaborate dal calcolo delle probabilità, mediante il quale sono formulate leggi casuali a cui obbediscono, nel senso detto sopra, i fenomeni dipendenti dal caso.
caso
Dizionario delle Scienze Fisiche (1996)
caso [Der. del lat. casus "caduta", part. pass. di cadere, poi nel signif. di "accadimento, evento"] Avvenimento fortuito, accidentale e imprevisto; estensiv., possibilità, probabilità (la locuz. a c. equivale all’agg. casuale): v. caso. ◆ C. grigio: v. trasporto radiativo: VI 328 a. ◆ Legge empirica, o postulato empirico, del c.: afferma che, se si ripete un gran numero di volte un esperimento che potrebbe dare come risultato un determinato evento aleatorio, in modo che la valutazione teorica a priori della probabilità rimanga costante da prova a prova, nella maggior parte dei c. la frequenza empirica dei successi s’avvicina di molto alla probabilità teorica valutata a priori: v. caso: I 514 a.
caṡo
Vocabolario on line
caṡo s. m. [dal lat. casus -us, propr. «caduta», der. di cadĕre «cadere»; nel sign. 7, il lat. casus è un calco del gr. πτῶσις (che significava anch’esso propr. «caduta»)]. – 1. Avvenimento fortuito, accidentale e imprevisto: è stato proprio un c. ch’io me ne sia accorto; molto frequente la locuz. avv. per caso (meno com. a caso), per combinazione, accidentalmente: è avvenuto per c., l’ho incontrato per c., sono capitato lì proprio per c.; attraversando le sale per uscire, s’abbatté nel principe, il quale pareva che passasse di là a caso (Manzoni). In diritto, c. fortuito, ogni evento esterno alla volontà dell’individuo che gli impedisca di uniformarsi al precetto della legge o di adempiere a un’obbligazione (è in genere sinon. dell’espressione forza maggiore). 2. Per estens., causa irrazionale a cui si suole attribuire ciò che avviene indipendentemente dalla nostra volontà e, in genere, da un disegno o fine predeterminato (in questo senso, è contrapp. a necessità): è stato il c. che ha voluto così; io non ne ho colpa, pìgliatela col c.; Democrito, che ’l mondo a caso pone (Dante). 3. Più genericam.: a. Fatto, evento: è un c. frequente; un c. simile è successo anni fa; salvo c. imprevisti; c. singolare, raro, nuovo, strano, avverso. b. Vicenda, per lo più triste: i c. della vita sono tanti; pensare ai c. proprî; anch’io ho da pensare ai c. miei; è davvero un c. pietoso. c. Circostanza, congiuntura, occasione: regolarsi secondo il c. o i c.; mettetevi nel c. mio; se vi capita il caso. 4. Modo specifico con cui un fatto generico si presenta: è un c. imbrogliato, complicato, semplice, serio, difficile, disperato; c. clinico (v. clinico); caso limite (pl. casi limite), quello che, in una serie possibile di eventi o di situazioni, si considera come possibilità o modalità estrema. In partic., questione giuridica, morale o teologica: il c. è questo; il caso sta così; dimmi il c. come sta; la legge non contempla i c. particolari; non ne vorrete fare un c. di guerra (v. casus belli). In diritto canonico, c. di coscienza o caso morale, fatto concreto, reale o fittizio, che per le sue circostanze presenta speciali difficoltà circa l’esistenza di obblighi morali ad esso connessi; c. urgente, caso di grave e urgente necessità, all’infuori del pericolo di morte, in cui appare necessaria e indifferibile un’azione, cui osta una disposizione di legge; c. riservato, peccato e censura per la cui assoluzione, posta la loro gravità o influenza, non è competente un confessore ordinario, ma si deve ricorrere all’autorità superiore, cioè al vescovo (che conferisce l’assoluzione attraverso il canonico penitenziere) o al papa (che la conferisce attraverso la penitenzieria apostolica). 5. In varie locuz., acquista il senso di possibilità, probabilità: i c. sono due: o accetta o rifiuta; c’è c. che egli non venga; non c’è c. di fargli intender ragione, non è possibile, ecc.; o di eventualità: in c. di bisogno, in c. di morte, in questo c., in tal c., in ogni c., in qualunque c., in tutti i c., in nessun c., in c. contrario, nel peggiore dei casi. In altre esprime condizione, supposizione: poniamo o mettiamo il c. che egli non accetti; ammetti il c. che egli ne sappia qualcosa; nel c. che, c. mai o casomai, nell’ipotesi che, supposto che: nel c. ch’io non fossi in casa, vieni a cercarmi in ufficio (con altro sign., e come locuz. avv. con valore restrittivo, caso mai, tutt’al più: sono io, c. mai, che dovrei protestare); per c., per ipotesi, come rafforzativo del se: se per c. hai bisogno di me, scrivimi; metti il c., come inciso: se mio fratello, metti il c., fosse ammalato (v. anche putacaso); in c., al c., nel c., in c. contrario, semmai, altrimenti: credo di fare in tempo, al c. prenderò un taxi. 6. Locuz. particolari: a caso, sbadatamente, inconsideratamente, o tirando a indovinare: parlare a c., rispondere a c.; aprire il libro a c., come vien viene; gli uomini mi sembravano procedere come a c., ma invece mi accorgevo che la loro rapidità aveva un ordine, un senso geometrico (Romano Bilenchi); è il c., è opportuno, è il momento giusto, o c’è motivo: è il caso di tentare; non è il c. di prendersela tanto; vediamo se sia il c. di parlarne al babbo; non ringraziarmi, non è il c.; fare caso, badare, dare importanza: avete fatto c. a quanto ha detto?; non ci fate c., non ci badate, non dateci peso; non fare c. di quello che dice; non si può far c. delle sue promesse; non fa c. se anche non lo sai, non importa, ecc. Con altre accezioni: mi fa c. che non sia già qui, mi sorprende; a me queste cose non mi fanno più c., non mi sorprendono più, ci ho fatto l’abitudine; fare al c., essere conveniente, adatto: questo è proprio l’appartamento che fa al c. nostro, che si conviene a noi, che ci vuole per noi. Poco com., essere in caso di …, essere in grado: taluno già agonizzante e non più in c. di ricevere alimento, riceveva gli ultimi soccorsi e le consolazioni della religione (Manzoni). 7. In linguistica, categoria grammaticale che concerne sia ciascuna delle forme che il nome (sostantivo, aggettivo o pronome) assume per esprimere un determinato rapporto sintattico, sia il rapporto sintattico stesso. I casi sono proprî delle lingue flessive o agglutinanti, e sono in numero diverso da lingua a lingua; nel latino classico, per es., erano 6, detti rispettivam. c. nominativo, o semplicem. nominativo come s. m. (e anche c. retto, in opposizione agli altri casi, detti obliqui), proprio del soggetto della frase, c. genitivo, esprimente soprattutto il rapporto di specificazione, c. dativo, accusativo, vocativo, ablativo (v. le voci). L’italiano, come le altre lingue romanze moderne, non conserva il caso come alterazione formale del nome (soltanto nel pronome personale si può distinguere ancora un nominativo: io, egli; un accusativo: me, lui; un dativo: mi, gli); nell’uso, peraltro, si parla talora di caso per indicare alcuni rapporti sintattici, soprattutto in quanto espressi mediante preposizione (e quindi c. genitivo per il compl. di specificazione: «del cittadino»; c. dativo per il compl. di termine: «al cittadino», ecc.). ◆ Dim. caṡétto, caso non grave, avventura lieta, fatto singolare e piacevole a raccontarsi: è stato un casetto curioso; a conto di ciò mi piace riportare un casetto (Giusti); pegg. caṡàccio, con uso partic. (v.).
caso
Sinonimi e Contrari
caso /’kazo/ s. m. [dal lat. casus -us "caduta", der. di cadĕre "cadere"]. – 1. [avvenimento fortuito] ≈ accidente, casualità, coincidenza, combinazione, imprevisto. ▲ Locuz. prep.: a caso ≈ (spreg.) a casaccio, a tentoni, disordinatamente, inconsideratamente, sbadatamente. ↔ attentamente, oculatamente, ordinatamente, volutamente; per caso 1. [in maniera casuale] ≈ accidentalmente, casualmente, fortuitamente, per combinazione. ↔ deliberatamente, intenzionalmente, volutamente. 2. [per ipotesi, come rafforzativo del se: se per caso hai bisogno di me, scrivimi] ≈ eventualmente, magari. 2. [causa estranea al volere umano: è stato il c. che ha voluto così] ≈ destino, fatalità, fato, fortuna, sorte. 3. [l'accadere di qualcosa e le circostanze in cui ciò avviene: un c. simile è successo anni fa; regolarsi secondo il c.] ≈ accadimento, avvenimento, circostanza, contingenza, episodio, evento, fatto, frangente, situazione, vicenda. ‖ problema, questione. ● Espressioni: essere il caso (di) ≈ convenire, valere la pena; fare al caso (di qualcuno) ≈ adattarsi (a), addirsi (a), confare (a), convenire (a). ↔ (lett.) sconvenire (a); fare caso (a qualcosa o qualcuno) ≈ accorgersi (di), avvedersi (di), badare, notare (ø), prestare attenzione. ↔ ‖ disinteressarsi (di), glissare (su), sorvolare (su). ▲ Locuz. prep.: in caso contrario ≈ altrimenti, semmai; in nessun caso ≈ mai. ↔ comunque, in ogni caso, in qualunque caso, in tutti i casi, sempre; in ogni caso (o in qualunque caso o in tutti i casi) ≈ comunque, sempre. ↔ in nessun caso, mai. ▼ Perifr. prep.: in caso di ≈ nell’evenienza di. 4. [ciascuno dei termini di un'alternativa o di una scelta: i c. sono due: o accetta o rifiuta] ≈ possibilità. ‖ alternativa. ■ nel caso che locuz. cong. ≈ casomai, (lett.) ove mai, qualora, se, semmai. [⍈ FATO]
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07/07/2026 11:02:51
martedì 7 luglio 2026
Sempre del punto
“Entità”
Disegnare una traiettoria con una linea che è una successione continua di punti che nascono in modalità dinamica e armonica secondo il pensiero dell’esecutore.
I punti come realtà visibile con varie possibilità di vicinanza e precisione sono circonferenze o cerchi?
Ovvero si assumono come perimetro della loro entità o superficie, sempre della loro entità?
La possibilità e duplice per una duplice consapevolezza della loro infinitesima esistenza di una originaria esistenza concettuale prima di poter disegnare oltre la “grafite”, oltre il limite dell’infinitesimalità, periodicamente senza fine.
Una linea disegnata con un sistema così detto digitale,“digitale” senza una scala, un rapporto “toccabile oltre che visibile”,è costituita da unità digitali, assumibili con la miglior congruenza secondo le osservazioni in atto.
Come precedentemente considerato, si può assumere quale unità, uno, ovvero il valore base che è visibile digitando una entità, la entità uno, quale unità di sistema del C.A.D. computer aided desing, in cui uno è considerato un micron, un milionesimo di metro, un millesimo di millimetro, in caso di contatto con la “materia” non solamente visibile ma entità tattile.
In modo “sperimentale” si può quindi disegnare una linea con “generatrice pseudo rettilinea” una “successione” di circonferenze con raggio 1 (unità digitale) per la proporzione desiderata come per esempio un milione di unità rappresentate digitalmente da una circonferenza di raggio 1 (digitale), ottenibile come reso dell’entità numerica così definita concettualmente e che diviene visibile con la azione di interfaccia digitale (tastiera con trasmissione di dati in formato binario) tramite codici di linguaggio (macchina) detto forse “asii”.
Nota:
CODIFICA DEI CARATTERI
US-ASCII – CP850 – ISO-8859-1 – CP1252
(webbografia: http://en.wikipedia.org/wiki/ASCII#ASCII_control_characters )
La sigla “ASCII” sta per: “American Standard Code for Information Interchange”, cioe’ “Standard americano per lo scambio di informazioni“. Venne proposto nel 1963 da A.N.S.I (American National Standard Institute) e divenne definitivo nel 1968.
Il codice ASCII fu inventato per le comunicazioni fra telescriventi (infatti ci sono dei codici di comandi specifici che sono quasi incomprensibili oggi ma che al tempo avevano la loro funzione), poi man mano e’ diventato uno standard mondiale.
Si trattava di una codifica a 7 bit che successivamente, per non confonderlo con le estensioni a 8 bit proposte successivamente, venne chiamato US-ASCII. Inizialmente l’ottavo bit, mancante nella tabella US-ASCII, era utilizzato per i controlli di parità finalizzati alla determinazione degli errori di trasmissione.
La tabella ASCII in origine includeva quindi la definizione di 128 caratteri di cui 33 non stampabili definiti solitamente come caratteri di controllo.
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*11/07/2026 08:15:44 10/07/2026 18:09:13
Superfici e perimetri periodici
Se una “linea” costituita da punti lungo una traiettoria è considerata convenzionalmente adimensionale come il “punto”, è una “facilitazione teorica” riguardo il “pensiero geometrico”.
Alle origini tale convenzione (può avere) ha potuto avere una concretezza, non potendo (essendo) la modalità conoscitiva della realtà andare oltre il palpabile e, a tal motivo la linea poteva essere, come rappresentazione grafica incorporea, adimensionale, puro concetto visibile, anche se in realtà esistente e non adimensionale, ma con consistenza reale nelle tre dimensioni dello spazio.
“Disegnata” con uno stilo sopra una tavoletta di cera, con una “penna naturale” sopra una superficie scrivibile, la linea era con consapevolezza e consuetudine “dimensionalmente inesistente”.
Questa consuetudine ha permesso di poter effettuare ragionamenti con riferimenti visibili congruenti con l’oggetto di studio stesso.
Una linea considerata adimensionale poteva e può essere suddivisa e misurata come tale, per limiti proporzionali conoscitivi della realtà della materia in cui si opera e si studia.
Così come una circonferenza e un cerchio è dimensionato e “raccontato” numericamente in base al valore ideale che viene assegnato agli elementi tramite numeri.
Ma una linea, se ci avviciniamo, ha uno “spessore” infinitesimo e una ampiezza orizzontale infinitesima, che esula dal ragionamento del racconto numerico di ciò che si vede, si osserva si appura.
Una linea osservata molto da vicino potrebbe essere, se “disegnata” con una punta a sezione rotonda ben definita di uno stilo già essa stessa un rettangolo con annesse alle sue “estremità”, i lati minori, due semicirconferenze se osserviamo il perimetro o due cerchi, se osserviamo la superficie.
Il racconto numerico della realtà geometrica sarebbe, ed è, “immaginario” nel dettaglio, non è congruente con la realtà di ciò che è, di ciò che esiste.
La linea è oggi una figura con perimetro e superficie, il punto anch’esso ha medesime caratteristiche e più ci avviciniamo con l’osservazione e più tali caratteristiche si moltiplicano, ovvero:
la “superficie del perimetro” della “precedente superficie con il suo perimetro“, e così per sempre, come in una “modalità periodica”, similmente a un “numero periodico”, “senza fine”.
Ma nella concretezza quotidiana le misurazioni, ovvero i racconti numerici di ciò che accade con le linee e successione di punti che si susseguono lungo “traiettorie”, sono “esposti e composti” ed “esposti alla lettura” in modo adimensionale.
Se appunto dividiamo una linea con consistenza di quantità quattro unità in nove porzioni tra loro identiche, congruenti, abbiamo numericamente nove elementi di proporzione 0,4 periodico rispetto alla iniziale di quattro, disegnabile, raccontabile con numeri, ma senza fine, “come è la sua realtà“, se ci avviciniamo sempre di più nella osservazione della linea stessa, ovvero la linea con la sua superficie e il suo perimetro ripetibile sempre più da vocino senza fine.
Il numero racconta il disegno nella sua periodicità e il disegno è una successione “superfici e perimetri periodici” se ci avviciniamo sempre di più nell’osservazione e “possiamo vedere”.
Quale è quindi la congruenza tra realtà e comunicazione geometrica raccontata numericamente?
La geometria è una visione conoscitiva della realtà senza rapporto reale “vero e fedele” con essa, la realtà, con le sue figure, con ciò che è, si vede, si percepisce ma non si racconta realmente, si racconta la sua immagine con una idea di regola, e si osserva in realtà “di vero” il suo “fenomeno” ciò che accade, il suo stato, la “traiettoria” di cosa accade rapportata a un qualcosa che permette un inizio conoscitivo, da ravvicinare, “ravvicinabile” sempre di più secondo le possibilità.
E’ come il pensiero dell’essere che diviene reale con il movimento anche di una porzione della sua consistenza corporea, come un braccio, che con la mano da vita a una traiettoria che comunica direttamente il pensiero dell’agente, e lo rende realmente in vita.
Il movimento è manifestazione del pensiero, della mente, che rende empaticamente conoscibile l’anima che si riflette tramite il corpo nella realtà, osservata a grande distanza, a distanza, in modo ravvicinato, in modo micrometrico e oltre, sempre più vicino, da dove la vita ci pone.
Percorrendo le osservazioni del “sempre più vicino” si può ipotizzare una “periodicità visiva”, presa di coscienza della periodicità della rappresentazione con il “disegno” della realtà materiale e logica.
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18/07/2026 06:42:00
*Il disegno, come “oggetto” risultato di un gesto, è reale e tenta di rappresentare la realtà “nella realtà”, il pensiero riguardo la realtà, e, il “non visibile” nella realtà*.
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Immagine periodica composta con elementi reali:
L’oggetto tra due specchi identici con superficie piana, posizionati tra loro paralleli, che si
“guardano”
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11/07/2026 09:17:40
Metodo scientifico immagine perfetta della realtà ma non Realtà
Il “metodo scientifico”, comunemente conosciuto tramite il percorso scolastico, è una immagine perfetta della Realtà conoscibile, ma è una “immagine”, quindi è ciò che si immagina e si dimostra, e comunica alla “perfezione”, non è la Realtà, che è molto più estesa e più piccola, senza fine, di ciò che si comunica “perfettamente”, congruamente, con il metodo scientifico che è (solo) immagine di ciò che in Realtà è. Il metodo scientifico è quindi una realtà “soggettiva” assunta come “oggettiva” per avere la possibilità di agire per suo mezzo, tramite lei, e commensurare parzialmente la immobilità dell’essere vivente rispetto a ciò che è, alla comunicazione della “singola esistenza” alle “altre esistenze”, con una traiettoria della propria mente nella realtà, tramite gesto, che è la presenza “vera”, libera da schemi e sovrastrutture umane, dell’anima donataci nella Realtà, da e per condividere il tempo dell’esistenza presente in attesa dell’eternità completa di cui con attenzione si può percepire anche all’istante, adesso, cosa è.
Il presente è realtà il resto è immagine.
La “traiettoria” è gesto nella realtà, la “linea” che la “rappresenta” è sua “immagine”, rappresentazione definita con metodo scientifico quindi immagine di ciò che è, e non ciò che è.
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Primo termine di origine (della consapevolezza dell’essere vivente) è Traiettoria.
Tau (τΤ).
Tutto ciò che è, ha una traiettoria, è traiettoria.
Da qui i numeri che “raccontano la traiettoria”.
Traiettorie e (o) orbite senza fine.
Traiettorie con termine.
Traiettorie determinate, prevedibili.
Traiettorie determinate non prevedibili.
Traiettorie visibili non descrivibili dall’essere vivente.
Traiettorie definite inesistenti perché non descrivibili, ne comprensibili
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La traiettoria, per esistere ed essere osservata, è tale con un riferimento;
il riferimento può essere l’Eternità, ciò che è senza fine (l’infinito), senza tempo.
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Indice seguendo la cronologia di stesura testo, tema esposto e successiva composizione logica
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Da:
Mercoledì 18 gennaio 2017 al 6 febbraio 2017 testo:
(composto martedì 9 giugno 2026 [09/06/2026 13.05.32])
sabato 11 ottobre 2025
mercoledì 28 gennaio 2026
sabato 31 gennaio 2026
domenica 1 febbraio 2026
lunedì 2 febbraio 2026
mercoledì 4 febbraio 2026
venerdì 6 febbraio 2026 14.41
25/05/2026 14:38:50
Traiettoria 04+06+2026 12.36.18 * 20.05.50
venerdì 5 giugno 2026 17:31:25
sabato 6 giugno 2026 (06/06/2026 15:51:15)
martedì 16 ottobre 2018
mercoledì 17 ottobre 2018
mercoledì 24 ottobre 2018 Riflessioni libere da metodo
venerdì 26 ottobre 2018
sabato 27 ottobre 2018 Teoria Osservazione Realtà (T.O.R.)
domenica 28 ottobre 2018
lunedì 29 ottobre 2018
mercoledì 31 ottobre 2018
giovedì 1 novembre 2018 (01/11/2018 12.37.25)
domenica 4 novembre 2018
lunedì 5 novembre 2018 (05/11/2018 21.05.17)
martedì 6 novembre 2018
venerdì 9 novembre 2018
sabato 10 novembre 2018
giovedì 15 novembre 2018
venerdì 16 novembre 2018
sabato 17 novembre 2018
domenica 18 novembre 2018
lunedì 19 novembre 2018
mercoledì 21 novembre 2018
giovedì 22 novembre 2018
martedì 27 novembre 2018
4 dicembre 2018
domenica 16 dicembre 2018
lunedì 31 dicembre 2018
(O) venerdì 30 agosto 2019; sabato 31 agosto 2019
(A) venerdì 23 agosto 2019 Metodo innovativo
(B) sabato 27 luglio 2019 ore 8.13.39
(C) martedì 13 agosto 2019
(D) giovedì 22 agosto 2019
(E) giovedì 15 agosto 2019
giovedì 2 gennaio 2020
venerdì 3 gennaio 2020
venerdì 3 gennaio 202012.42.18
sabato 4 gennaio 2020 (2020-01-04)
venerdì 27 marzo 2020
lunedì 29 marzo 2021, 22.16.16 Educazione Interrotta,
sabato 3 aprile 2021 17.02.20
lunedì 15 giugno 2026 10:46:29




