UN VESCOVO SENZA PAURA
Biografia del venerabile vescovo
GIUSEPPE BARTOLOMEO MENOCHIO (1741-1823)
agostiniano, sacrista pontificio e confessore di Pio VII
a cura di
NICOLA GORI
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ISBN 978-88-209-9666-6
Bozza della libera trascrizione effettuata dalla lettura del testo
* Prefazione
UN MOMENTO non certo facile perla Chiesa fu quello vissuto negli anni dell’occupazione napoleonica di Roma e del forzato soggiorno di Papa Pio VII a Savona e in Francia. Per alcuni mesi, a Roma fu sottratta la presenza del suo Vescovo. Non solo il Pontefice mancava, ma anche la Curia Romana, e quasi tutti i Prelati erano stati allontanati e dispersi. Rimasero in pochi a risiedere nell’Urbe, uno dei quali fu il Venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio, frate agostiniano, Vescovo titolare di Ippona, Sacrista pontificio e confessore di Pio VII. Fu lui, durante l’assenza del Papa e dei suoi collaboratori e a rischio di ritorsioni e di prigionia, a svolgere il ministero episcopale nella Città Eterna, ad amministrare il Sacramento della Confermazione, ad ordinare sacerdoti.
Monsignor Menochio girava per i quartieri dell’Urbe per portare la grazia sacramentale, per visitare gli infermi e i moribondi, per confortare e consolare. In questa sua attività pastorale affrontava ogni giorno le minacce e i soprusi di chi voleva sottomettere la Chiesa ai propri fini politici. Pagò con l’isolamento, la calunnia e l’ostilità la sua fedeltà al Successore di Pietro. Non sempre fu compreso, neppure dai suoi, ma mai venne meno al suo impegno di servire la Chiesa senza compromessi. Rimase l’unico Presule a vivere nel Quirinale, allora residenza papale. Si ritirò in una stanza isolata del palazzo per ritrovare quel silenzio e quell’intimità con Cristo che lo resero forte. Quel luogo divenne per lui come la cella di un convento, dove osservare quotidianamente la regola di Sant’Agostino, che aveva abbracciato fin da giovane.
A detta dei suoi contemporanei, sembra che anche i suoi più acerrimi oppositori avessero una velata stima nei suoi confronti. Vedevano nel suo comportamento una coerenza di vita e una fedeltà al Vangelo che incutevano rispetto, timore e, al tempo stesso, ammirazione. Si può dire che la sua stessa persona facesse percepire la presenza di Cristo.
Il suo incarico di Sacrista pontificio e di confessore lo avvicinò al Papa, ma non lo separò dalla gente. Numerose sono le testimonianze di consacrate e di laici che trovarono in lui una guida e un sostegno morale e spirituale. Fu un pastore che aveva in sé “l’odore delle pecore”, un ministro del Vangelo che rifletteva il profilo del sacerdote tracciato da Papa Francesco.
Ci auguriamo che, attraverso questa biografia di Nicola Gori, la figura del Venerabile Menochio possa essere sempre più conosciuta e apprezzata per quella grande testimonianza di valori evangelici e di amore alla Chiesa che ci ha lasciato.
* Card. PIETRO PAROLIN
Segretario di Stato
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Presentazione
PRIMA di tutto un grazie al Signore per aver donato all’Ordine agostiniano il padre Giuseppe Bartolomeo, vescovo sì “senza paura”, ma soprattutto un vero frate agostiniano che amava la vita comune e dovunque si recasse, il primo desiderio era quello di poter stare in convento con i fratelli. Grande testimonianza di vita religiosa! Un tesoro prezioso che non può restare racchiuso, ma ha bisogno di essere donato a tutti.
Un grazie a padre Giuseppe Bartolomeo per la sua testimonianza nella Chiesa in un tempo difficile, non ha avuto paura e come direbbe il nostro Santo Padre Agostino, un homo barbatus, un uomo con tanto di barba, forte e desideroso di testimoniare la carità di Cristo.La Rivoluzione francese e i potenti di quel tempo non lo hanno intimorito, perché il suo desiderio non era quello di trovare prestigio, ma di mettersi al servizio senza alcun interesse personale.
Non si è attaccato a nulla se non al desiderio di vivere l’esperienza della primitiva comunità cristiana del cuor solo e un’anima sola protesi verso Dio. Questa era la sua forza e il suo continuo girare aveva come unico desiderio quello di “evangelizzare” amministrando i sacramenti.
Un grazie alla Provincia agostiniana d’Italia che permette la pubblicazione di questa biografia con il desiderio di risvegliare il culto del venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio, farlo conoscere e offrirlo come esempio di uomo innamorato di Dio, della Chiesa, dell’Ordine agostiniano e dell’umanità.
Un grazie all’autore Nicola Gori che con tanta maestria e semplicità ci offre una biografia snella ma con tanto rigore storico, senza perdere la forza del messaggio del Venerabile, un messaggio prettamente evangelico e carico di amore. Un grande dono in questo tempo dedicato alla vita consacrata, al tema della misericordia e nel sottolineare che solo in Gesù Cristo possiamo riscoprire un vero umanesimo. Un grande testimone all’interno della vita della Chiesa gerarchica e il suo desiderio di vivere da “povero” in una vita da “palazzo” ce lo fa amare e ce lo fa sentire vicino in un tempo in cui la ricerca dell’essenziale sembra essere al centro dell’attuale “magistero”.
Un grazie ai lettori che si accosteranno a questa biografia e speriamo che la conoscenza di questo Venerabile li porti a chiedere la sua intercessione per ottenere “grazie” dall’Onnipotente e soprattutto il suo esempio sia da stimolo per vivere più radicalmente il Vangelo senza paura di essere dei veri “testimoni”, anche quando il mondo circostante non vuole accogliere il messaggio evangelico.
PADRE GIUSEPPE PAGANO, OSA
Consigliere della Provincia agostiniana d’Italia
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Postfazione
È PER me un piacere presentare questa biografia del venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio, con cui condivido, oltre la fratellanza agostiniana e l’episcopato, anche l’esperienza della vita nella Sacrestia Pontificia. Sono stato per tre anni segretario di Sua Eccellenza monsignor Canisio Van Lierde, sacrista del Santo Padre e Vicario Generale di Sua Santità perla Città del Vaticano. C’è, però, una bella differenza tra lo svolgimento di questo incarico in tempi tranquilli, anzi, nei tempi straordinari del concilio Vaticano II, e nei turbolenti tempi napoleonici. Se questo intrepido vescovo non si fosse preparato nella sua giovinezza con un’intensa preghiera e vita spirituale non avrebbe potuto perseverare, solo nella gabbia d’oro del Quirinale in assenza di Pio VII, le minacce continue di Napoleone a “quel frataccio”. Ciò richiama in mente le scene di Murder in the Cathedral di T.S. Eliot e le parole del re Enrico d’Inghilterra: “Chi mi libererà da questo prete terribile! “, cioè, l’arcivescovo Thomas Becket. Però, “Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo”, come dice il salmo. Il Menochio ha potuto godere l’incoronazione di Pio Vili a Venezia, con un triregno di cartone ancora preservato nella sacrestia pontificia, a ricordo della miseria alla quale fu ridotta la casa pontificia sotto i francesi. Aveva ragione Pasquinio quando tradusse l’iscrizione Matri magnae filia grata sulla piccola statua di Roma, che guardava quella grande di Parigi a Campo dei Fiori: “A madre magna, a fija se grata”. Sono queste le vicende che condussero questo pio e intrepido figlio di sant’Agostino sulla soglia della beatificazione. Il presente libro, frutto di una ricerca di Nicola Gori, ci esorta a seguire l’esempio del Menochio nei tempi turbolenti che attraversiamo anche noi, e di rivolgerci in preghiera a questo venerabile perché ottenga per noi il medesimo suo spirito e le grazie che desideriamo, con la preghiera che possa raggiungere presto il traguardo dell’elevazione agli altari.
PROSPERO CARDINALE GRECH, OSA
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Introduzione
SONO religioso e tutto quello che ho è della mia religione ed io sono ugualmente frate sebbene fatto vescovo”. Con queste parole semplici e profonde allo stesso tempo, il venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio (1741-1823) si presenta. Egli è stato prima di tutto un frate agostiniano, un religioso che ha imparato alla scuola di Agostino a vivere in comunione fraterna seguendo non solo i consigli evangelici, ma anche le indicazioni della Regola. Frate, quindi, nel senso autentico di fratello di altri compagni che hanno scelto di seguire più da vicino Cristo. Frate in quanto sostegno, nutrimento per tanti che condividono la stessa vita nel solco tracciato dal grande padre della Chiesa. E proprio di Ippona era stato nominato vescovo titolare, la stessa sede episcopale di Agostino. Quindi ci troviamo davanti a un uomo che ha sentito la chiamata di Dio a seguirlo sulla via dei voti di povertà, castità e obbedienza, che ha vissuto l’esperienza comunitaria in un convento, che ha scelto di approfondire la teologia, diventando predicatore generale dell’Ordine. Ha poi svolto attività pastorale in varie parrocchie, divenendo missionario tra il popolo per richiamarlo ai doveri della vita cristiana, per farlo maturare nella fede, per annunciare ai poveri la liberazione e ai peccatori la misericordia di Dio. Uomo di preghiera che non iniziava, né terminava mai la giornata e ogni azione senza aver invocato e implorato l’aiuto e la benedizione di Dio. Un religioso che ha saputo vivere in pienezza la sua vocazione al chiostro, ma al contempo, non si è chiuso in se stesso o nella comoda tranquillità, ma si è messo in gioco e ha offerto la sua vita a Cristo, alla Chiesa, al Papa.
Quando a questo umile frate con la sua frenetica attività ministeriale e apostolica unita all’unione con Dio gli venne annunciata l’ordinazione episcopale, la prima reazione fu quella di esimersi, di rifiutare, di cercare di sottrarsi, ma alla fine per obbedienza accettò di compiere la volontà del Papa e di Dio. Da vescovo si è occupato di portarela Paroladel Vangelo ai fedeli, di amministrare i sacramenti, di formare il clero, in un periodo di tempi difficili. L’astro nascente napoleonico con le sue truppe stava invadendo l’Italia e arrivò fino a impadronirsi del Piemonte, di Milano e poi del ducato di Modena, dove a Reggio Emilia si trovava il Menochio. Per questo vescovo fedele al Papa e alla Chiesa non ci è stata altra scelta che quella dell’esilio verso lo Stato Pontificio. Riparò ad Ancona, poi in altri luoghi delle Marche, divenendo un vescovo itinerante. Al suo passaggio lasciava i segni della presenza di Dio in mezzo al popolo. Portava la consolazione della grazia divina, rincuorava gli animi preoccupati e tristi per l’incertezza dell’avvenire. Non ha mai dimenticato di essere un frate agostiniano e in qualunque situazione si trovasse non perse mai l’occasione per ritirarsi in preghiera, per recitare il breviario, per lodare Dio e leggere le Sacre Scritture. Momento culminante della sua giornata era la celebrazione della messa, quale incontro con il Signore risorto e presente in mezzo a noi, dal quale ricavava tutta l’energia per superare le dolorose prove quotidiane. L’Eucaristia è stata così il suo unico sostegno di fronte alle minacce degli uomini, dei potenti, del male. Scacciato anche dalle Marche, si trovò presente a Venezia quando venne eletto Pio VII, del quale divenne confessore e sacrista. Da quel momento, la sua esistenza è stata legata saldamente al papato e al servizio diretto della persona del Pontefice.
Nella sua umiltà ha vissuto questo incarico come una chiamata a donarsi interamente al Successore di Pietro, al quale si consacrò completamente anche a costo della vita. La sua devozione al Papa è stata senza remore, accettando tutte le conseguenze della sua posizione. Quando tutto sembrava crollare, compresi il papato e la Chiesa, quando il turbine napoleonico sembrava affermarsi su tutto quanto gli si opponeva e la gente era come sbandata, senza più punti di riferimento, il Menochio rimase saldo e ancorato alla fede, all’Eucaristia, alla Vergine Maria. Nel momento più doloroso, quando Napoleone osò far arrestare e deportare Pio VII, il suo sacrista restò l’unico abitante del Quirinale, allora residenza dei Papi. Con un coraggio che gli veniva non solo dal suo temperamento, ma anche dalla fortezza della fede in Cristo, il Menochio non temette l’ostilità, la persecuzione, la violenza. Rispose agli usurpatori in piedi, senza contraccambiare l’astio, ma affidando tutto alla speranza che, quel tempo seppur doloroso e misterioso, era stato permesso da Dio per il bene maggiore dei suoi figli. E nessuno, nemmeno durante l’occupazione dell’esercito francese, riuscì a impedirgli di restare fedele alla sua vita di frate agostiniano. Sembrava quasi che vi fosse un sacro rispetto nei suoi confronti, perché nonostante gli ordini perentori dell’imperatore di arrestare quel “maledetto frataccio”, i suoi generali in Roma non osarono toccarlo. Forse per timore? Forse per paura di ritorsioni da parte del popolo? Forse perché la sua sola presenza incuteva rispetto e ammirazione? Tutte ipotesi plausibili, fatto sta che il Menochio rimase probabilmente l’unico vescovo in Roma a esercitare il ministero. Oltretutto, uno di quelli che non avevano prestato giuramento di fedeltà all’imperatore.
Da dove attingeva tanto coraggio e tanta fortezza? La risposta la troviamo nelle sue parole affidate a un breve tratto di penna: “L’amor di Dio è quello che rende dolce ogni pena, travaglio ed angustia mentre tutto è sempre poco in paragone dell’amore a Gesù. Quando un cuore ama veramente Gesù, desidera patire, faticare, stentare per far piacere a Gesù”. Ecco svelato il segreto di questo uomo, religioso, sacerdote, vescovo: un innamorato di Cristo. E’ in questo amore che egli trovò il senso di tutta la sua esistenza. A cominciare dalla scelta di consacrarsi a Dio in un Ordine mendicante, fino all’accettazione dei consigli evangelici e di tutti i sacrifici che l’ordinazione sacerdotale prima, ed episcopale poi, richiedono per seguire Cristo crocifisso e risorto.
Nelle prove, nelle sofferenze, nei momenti più bui dell’esistenza personale, ma anche della vita sociale, il modello di riferimento a cui guardò era Cristo, obbediente al Padre fino alla morte. Il passaggio obbligato dalla morte alla vita a cui sono chiamati i discepoli del Maestro era per lui un’occasione per dimostrare a Cristo il suo amore. Era sicuro che seguendolo sulla via della Croce sarebbe giunto alla risurrezione. Non vi era altra strada! Il venerabile accettò con fiducia questo cammino stretto e difficile, perché sapeva che il Signore non l’avrebbe mai abbandonato. Così potremmo definire il Menochio come un uomo della speranza. Speranza che si è resa tangibile nella sua tormentata vita per sostenerlo e renderlo simile al Maestro. E’ per questo che possiamo guardare a lui come a un gigante di questa virtù e della confidenza nella Provvidenza, così necessaria ai nostri giorni.
Tanta fiducia scaturiva dalla certezza che l’amore di Dio era più grande di qualsiasi cosa potesse fare l’uomo, perciò non temeva i vari capi e i potenti del momento, neppure l’imperatore gli faceva paura, temeva piuttosto di perdere l’anima per compiacere gli uomini. Non a caso le sue parole erano all’insegna di un completo abbandono tra le braccia di Cristo, di Colui dal quale si sentiva amato e circondato. La presenza divina era diventata per lui come un’abitudine, non un momento privilegiato, ma come ordinaria quotidianità. Certamente, ciò non lo metteva al riparo dalla sofferenza, anzi, le sue prove furono in proporzione alla sua capacità di accoglierle come dono di Dio. Da qui, l’invito ad agire per far piacere a Gesù anche quando comportava la rinuncia e la croce.
Tra i suoi scritti troviamo tracce di questa incrollabile certezza che il Signore è vicino a chi lo teme e a chi lo segue nel cammino della sua volontà. Parole di grande profondità quelle che vennero da lui rivolte a una delle numerose anime religiose, laiche, sacerdotali che si affidarono alla sua direzione spirituale. Come questa frase che rivela cosa intendesse per vera sofferenza: “Il merito della croce non sta nel suo peso, ma nella perfezione con cui si porta”. Il Menochio metteva così l’accento più sulla disposizione interiore nel! accettare e rendere feconda la croce, piuttosto che sull’intensità delle pene. Anzi, ribadiva che non ci si improvvisa portatori della croce, ma si impara a poco a poco anche se talvolta a mala voglia, come il Cireneo che fu costretto ad aiutare Gesù lungo la salita al Calvario.
Il venerabile, poi, fine conoscitore della natura umana e carico della sua esperienza nella direzione spirituale, metteva in guardia dal voler sulle spalle croci ben più grandi di quanto fosse possibile sostenere: “Non desiderare le croci se non alla misura con la quale avete sopportate quelle che vi saranno presentate perché è un abuso desiderare il martirio e non aver cuore di sopportare ingiustizie. L’inimico ci procura spesso grandi desideri di oggetti assenti alfine di divertirci dalli presenti con li quali, per piccoli che siano, potremmo fare gran profitto”. Non c’è dubbio che il Menochio volesse impedire di cadere nella trappola di chiedere nuove prove al Signore, quando bastano quelle che la vita e le situazioni dello scorrer dei giorni mettono davanti. La croce non è fine a se stessa, sembra dire il venerabile, ma è finalizzata a raggiungere una meta, che è quella della risurrezione. Senza cadere nella tentazione di fermarsi al Golgota!
D’altronde, il Menochio è uomo che crede fermamente nella vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte. La sua certezza non venne mai meno nonostante tutte le avversità, perché come scriveva: “Quando Dio è l’assoluto padrone del cuore pensa Lui poi a spianare tutti gli ostacoli”. Questo abban¬dono in Lui è il motore che dette impulso a tutta l’esistenza di questo umile frate. Una volta gettatosi tra le braccia della misericordia divina, niente e nessuno riuscirono a scalfire la sua pace interiore. Il suo cuore riposava su quello di Gesù, si appoggiava sull’Eucaristia, quale fonte inesauribile di doni e di grazie. Egli visse intensamente il suo ministero presbiterale in comunione con i suoi superiori e poi con tutti gli altri fratelli nell’episcopato e direttamente con il Papa. D’altronde, si affidò talmente alla Provvidenza che in tutto e per tutto riusciva a scorgere, seppur celatamente, la mano di Dio che guida il mondo.
Egli aveva una vera e propria venerazione per la volontà divina, perché sapeva che solo accogliendola nella propria vita avrebbe realizzato se stesso come uomo e come pastore. Cercava di riconoscere il segno di Dio negli eventi quotidiani, grandi o piccoli che fossero, aveva imparato a leggere nello scorrere del tempo la presenza di Cristo che gli parlava attraverso le situazioni più ordinarie. A lui spettava solo di apprendere a trovare il Signore in tutto quello che faceva, perfino nei momenti più insignificanti e monotoni della giornata. A proposito dell’importanza di compiere la volontà di Dio sul modello di Cristo, scriveva a un’anima: “Non si curi di guarire, ma ben si proponga di far la bella volontà di Dio che con questa guadagnerà assai più di quello che potrebbe fare godendo perfetta santità”. Ecco svelato il suo pensiero riguardo all’abbandono perfetto in Cristo: ogni male od ogni bene devono essere accolti come un dono e un’occasione necessaria per la nostra salvezza. Non che questo venisse da lui considerato come facile da attuare, ma invitava a sforzarsi ogni giorno di più per raggiungere quella pace nell’amore infinito di Dio che ricompensa tutti i sacrifici compiuti.
E’ lo stesso Menochio a esortare un’anima alla fiducia nella Provvidenza: “Quando Dio è l’assoluto padrone del cuore pensa Lui poi a spianare tutti gli ostacoli”. Così si comportò proprio lui: pensando più alle cose di Dio e della Chiesa che non al suo interesse o all’incolumità personale. Questo perché non dimentichiamo che era un innamorato di Cristo, come faceva notare a una suora: “Per amore di Gesù tutto si supera, tutto si sopporta, tutto è poco in paragone di quel molto che Gesù ha fatto per noi. Così, prendendo coraggio, ogni religiosa vincerà ogni pusillanimità, dubbio e timore e fervorosa servirà ed amerà il buon pastore Gesù”. Naturalmente, questo invito era rivolto anche ai laici e non solo ai consacrati, perché se si considera l’amore con il quale siamo amati da Gesù e lo si accoglie come un immenso dono, viene spontaneo contraccambiare a tanta dilezione. Se, invece, non ci lasciamo penetrare da questo amore, ma lo lasciamo solo in superficie, ogni sacrificio apparirà come un ostacolo enorme da superare. La misura dell’amore, sembra dire il Menochio, è quella di Cristo, per cui, qualsiasi gesto pur nobile e disinteressato compiamo, non riusciremo mai a eguagliare quell’intensità che il Signore ci ha dimostrato. Ma non per questo, il venerabile ci chiede di non provare, memori che vale più la buona volontà che non il risultato.
D’altronde, quando il Menochio parla, parla per esperienza. Egli era un uomo concreto, con i piedi per terra, non certo un teorico o un sognatore. La sua stessa indole non glielo permetteva. Era ben consapevole che certi eventi erano superiori e indipendenti dalle sue forze e dalle sue decisioni, ma non per questo si scoraggiava. Durante il triste periodo dell’occupazione napoleonica, scriveva: “La mia situazione è sempre la stessa, cioè l’incertezza del mio essere, con timore sempre, da un giorno all’altro, di essere portato in Castello (Sant’Angelo) o esiliato. Quale ne sia per essere la mia sorte io la lascio tutta a Dio”. Non sono certo parole di una persona che era inconsapevole di quello che le accadeva intorno, nemmeno si tratta di frasi di un incosciente che non sa riconoscere la realtà in tutta la sua drammaticità. Davanti a questo scenario, il venerabile pregava, chiedeva preghiere, implorava l’aiuto di Dio e attendeva con fiducia, certo che qualsiasi cosa gli accadesse sarebbe stato sempre sotto controllo dal Signore e niente sarebbe avvenuto senza il suo permesso. Certamente, dal punto di vista umano, tra la condizione di prigionia o di libertà, il Menochio sapeva che il suo essere non sarebbe indifferente, ne avrebbe sofferto sia nel fisico, sia nell’animo. Ma sapeva anche che se ciò fosse stato necessario per il bene delle anime e della Chiesa non avrebbe avuto dubbi a donarsi interamente.
D’altra parte, la sua posizione era molto delicata, perché l’essere confessore del Papa e sacrista pontificio non lasciavano indifferenti i suoi oppositori e nemici. Era consapevole di questa realtà e, se da un lato, si sentiva indegno di ricoprire tale incarico, dall’altro, lo viveva intensamente come una missione da portare a termine. Un compito a cui non avrebbe mai potuto rinunciare, salvo mettere a rischio la sua stessa vocazione sacerdotale. A questo proposito, sono rivelatrici alcune parole confidate a un’anima: “Sono strettamente legato al servizio del Santo Padre al quale certamente non voglio mancare anche a costo di qualunque sacrificio, della vita medesima credendolo preciso mio obbligo”. Ecco che egli sentiva questo incarico come una grande responsabilità, al quale nessuno poteva sollevarlo. Viveva questo servizio come i primi discepoli: seguire Pietro e gli
Apostoli e collaborare con loro a diffondere il Vangelo e il messaggio di salvezza. Per questo si sentiva chiamato in prima persona ad annunciare la liberazione dei poveri, degli oppressi, dei peccatori, di quanti giacciono nel male e nella schiavitù a causa di scelte sbagliate. Il venerabile sapeva per esperienza che il Signore è pronto a perdonare mille e mille volte il peccatore pentito. Ed era certo che nessuno era escluso dalla misericordia di Dio, nemmeno il più grande peccatore di questo mondo. Cristo è più grande di qualsiasi male l’uomo possa fare. Questa certezza la imparò anche dalla dottrina e dall’esempio di sant’Agostino. La redenzione è possibile per ogni uomo. Nel suo ministero di sacerdote, esercitato per molte ore nel confessionale ad assolvere, ammonire, consolare e consigliare i penitenti, il Menochio si assimilò a Cristo. Riversò sulle anime i frutti della misericordia, le grazie della redenzione, le benedizioni del perdono divino. Come un padre sapeva comprendere quanti venivano al suo confessionale per cambiare vita, per chiedere ancora una volta perdono nonostante i propositi fatti di non cadere più. Era proprio nell’amministrare il sacramento della penitenza che il venerabile espresse la sua fede nell’amore di Dio che supera ogni nostra immaginazione.
Ruminando le Scritture e i testi dei padri della Chiesa, il Menochio apprese la scienza del cuore e imparò a leggere le azioni degli uomini con lo sguardo rivolto all’eternità. Anche l’arresto e la prigionia in esilio di Pio VII vennero da lui vissuti come un’ingiustizia, un evento doloroso, una sopraffazione. Ma al di là di questo severo giudizio, egli scorgeva all’orizzonte una speranza: il Signore sarebbe intervenuto a rendere giustizia, certamente con i suoi tempi e i suoi modi. E’ per questo che, pur sentendosi a disagio per essere stato preservato dalla deportazione insieme con il Pontefice, affidò a poche righe il suo sdegno e, al contempo, la sua fiducia nella Provvidenza divina: “Il Santo Padre è stato strappato dal seno di questa Chiesa con violenza molto dolorosa. Dio ha permesso così; sia benedetto in eterno. Io doveva seguirlo, ma poi mi fu impossibile”.
Egli non era un rivoluzionario, ma era molto di più. Agli occhi degli occupanti era un soggetto da normalizzare, un indomito, un sovversivo. E, in effetti, lo era, ma a suo modo, non come lo intendevano i pensatori del tempo. I suoi ideali non erano quelli presentati dalla propaganda napoleonica, ma quelli che Cristo ha incarnato e predicato. Il Vangelo era la sua vera fonte di ispirazione secondo l’interpretazione del Magistero della Chiesa.
In tempi così difficili, quando tutto quello in cui aveva creduto sembrava crollare inesorabilmente, si pensi alle soppressioni degli ordini religiosi e l’incameramento dei loro beni, non si scoraggiò. Cercò una chiave di lettura nell’ottica di Dio a quell’uragano che si era abbattuto sulla vita consacrata. La prima reazione che gli venne fu quella di intensificare la preghiera, di meditare sempre piùla Bibbiae i Padri della Chiesa, di trovare una risposta nel mistero di Dio. Certamente, compito non facile, ma non per questo si tirò indietro. Quando la tempesta passò, fu tra i primi a rimboccarsi le maniche e a cercare di ricostruire a poco a poco la vita religiosa, a cominciare dal suo Ordine. Cercando di eliminare il superfluo e tornando all’essenziale, al carisma originario impresso da Agostino.
D’altronde, pur abitando al Quirinale aveva sempre vissuto in comune con gli altri confratelli. Aveva seguito l’esempio del Fondatore che divenuto vescovo trasformò l’episcopio in un monastero. Così questa piccola comunità che viveva accanto al Successore di Pietro e al suo diretto servizio divenne “un cuor solo e una sola anima protesi verso Dio”, secondola Regola di sant’Agostino. Ma se il Menochio si affidava all’intercessione dei santi, maggiore era la sua devozione a Maria. In uno scritto spiegava brevemente cosa intendesse per vera devozione alla Madonna, che non deve fermarsi “alla sola apparenza, che non soggiaccia a incostanza, che non degeneri in presunzione”. E’ ben lontano da lui ogni traccia di sdolcinato sentimentalismo, al contrario, la figura di Maria viene collocata nel suo giusto posto all’interno dell’economia della salvezza. Si è veri figli di Maria se ne seguiamo l’esempio, se viviamo come lei ha vissuto, se ci identifichiamo con la sua completa adesione alla volontà divina e ci rendiamo disponibili al servizio dei fratelli. Il pensiero del venerabile a questo proposito è molto chiaro: “La devozione a Maria consiste in amarla con tenerezza, servirla con fedeltà, imitarla quanto si può”. Tre verbi per onorarela Vergine, tre movimenti che l’anima è tenuta a rispettare per essere autentica sua figlia: amare, servire e imitare. Non si ama solo a parole, ma con le opere. E da questi gesti nasce l’imitazione della perfetta discepola di Cristo, di Colei che per prima ha glorificato Dio con la sua vita.
La più grande modalità di imitare Maria è proprio quella di seguirla sulla via della carità, del servizio, della condivisione con gli altri. Basti ricordare i racconti evangelici della Visitazione e delle nozze di Cana per comprendere a quale finezza e sensibilità nella carità giunsela Madonna. Imitandola, il Menochio non si lasciò sfuggire l’opportunità di santificarsi scegliendo una strada più breve, quella di seguire Maria, onorata sotto il titolo di Madonna del Buon Consiglio, e di affidarsi a Lei. Così scriveva: “Sull’esempio di Maria che andò a visitare santa Elisabetta la carità deve essere forte nell’incontrare ogni incomodo, nell’assoggettarsi ad ogni umiliazione, nel superare ogni noia”. Ecco delineata la perfetta carità a cui ogni cristiano deve tendere: forte per affrontare le sfide, le avversità, ma anche flessibile per non rompersi, in modo da adattarsi alle situazioni senza ur¬tare e senza venire schiacciati dai rifiuti o dalle incomprensioni.
Di Maria poi ammirava la sua maternità, la sua intimità con Cristo, il suo vincolo con tutta l’umanità. A Lei si possono adattare le parole rivolte dal venerabile a una religiosa: “Si ricordi che è sposa di Gesù. Cosa vuol dire questo vocabolo “Sposa”? Vuol dire unita. Dunque se è unita con Gesù ha fatto del suo cuore un sol cuore con Gesù. Se Gesù è il padrone del suo cuore, della sua volontà, or bene vede qual forza possa avere sopra Gesù”. Maria è talmente identificata e unita a Dio che può chiedergli tutto, perché le volontà divina e umana coincidono. La sua privilegiata collocazione nel piano della salvezza la rende capace di ottenere da Gesù tutto quello che gli chiede. Per questo, il Menochio non dubitava che riponendo la sua fiducia in Maria, mai sarebbe stato deluso. E così fece per tutta la sua esistenza, tanto che fino al termine dei suoi giorni non smise mai di elevare il suo canto di lode a Dio, il suo Magnificat, per i benefici a lui concessi e attraverso di lui a quanti lo circondavano e a tutto l’Ordine agostiniano. Anche negli ultimi istanti della sua vita la sua incrollabile fiducia in Cristo non lo abbandonò mai. Ci piace pensare che quanto scrisse in una lettera: “Riversi la sua speranza in Dio e tanto più quanto copiose piovono verso di lei le divine benedizioni” sia il testamento che ha lasciato a ognuno di noi. Basta solo un po’ di coraggio, quello che non mancò certamente a questo uomo che riposa nella chiesa romana di sant’Agostino, in compagnia di santa Monica e di tanti santi che lo hanno accompagnato nel suo viaggio terreno.
RINGRAZIAMO, innanzitutto, i cardinali Pietro Parolin, Segretario di Stato, e Prosper Grech, che hanno concesso la loro prefazione al volume, i padri Bruno Silvestrini, parroco della Pontifica parrocchia Sant’Anna in Vaticano, Giuseppe Pagano, consigliere provinciale della provincia agostiniana d’Italia, e Josef Sciberras, postulatore generale dell’Ordine, che hanno pensato a noi per la realizzazione di questo volume. Siamo grati per averci dato la possibilità di venire a contatto con la grande figura del venerabile, che merita veramente di essere sempre meglio conosciuta e stimata. L’augurio per tutti i lettori è che dopo aver scorso queste pagine si lascino mettere in discussione da un esempio di vita che, pur con i limiti del tempo, mantiene ancora oggi intatta la sua vitalità e la sua forza espressiva di autentica vita cristiana.
BIOGRAFIA
I primi passi
CARMAGNOLA, cittadina di provincia, distante poco meno di 30 chilometri da Torino, è stata per secoli terreno di scontro tra francesi e piemontesi. La località, un tempo piazzaforte militare, è passata di mano varie volte, dal re di Francia ai marchesi di Saluzzo e, infine, ai Savoia nel 1691, quando Vittorio Amedeo II riuscì a riconquistarla alle truppe del generale Nicolas Catinat che l’avevano assediata e devastata. Con la decisione del re sabaudo di demolire le fortificazioni il destino della città cambiò radicalmente, facendole perdere il ruolo strategico-militare fino ad allora rivestito. Da quel momento, però, la cittadina ebbe uno sviluppo agricolo e commerciale non indifferente e divenne famosa per la coltivazione e la vendita della canapa e dei manufatti di tela e cordami, esportati soprattutto in Liguria e nel sud della Francia.
Dal punto di vista religioso, Carmagnola già dal Medioevo aveva avuto una discreta presenza degli Ordini mendicanti, in particolare dei francescani e degli agostiniani. Oltre a questi Ordini, esistevano cenobi e chiese legate alla tradizione benedettina. Celebre era l’abbazia di Casanova costruita dai cistercensi, che si trova nelle campagne intorno alla cittadina. Tuttavia, gli Ordini mendicanti furono quelli che più lasciarono il segno con la loro attività apostolica e la costruzione di chiese monumentali. In ciò si distinsero gli agostiniani della congregazione lombarda che, nel 1397, eressero una splendida chiesa e si dedicarono alla predicazione al popolo. Tra le figure agostiniane di spicco ricordiamo Alipio da Carmagnola (+1490). La chiesa di sant’Agostino venne anche scelta dalle famiglie patrizie del luogo per inumarvi i loro cari. Quel luogo rivestiva anche una certa importanza sociale, infatti, nel convento aveva sede il Collegio civico che nel 1729 aveva ricevuto il titolo regio.
La vita religiosa scorreva tranquilla in questa cittadina di provincia, lontana dalle discussioni e dalle tensioni interne al clero e alla società, che risentivano dall’influsso del Giansenismo. Questo movimento, non solo limitato all’ambito religioso e filosofico, aveva fatto presa in molti ambienti piemontesi, avendo trovato un terreno fertile per attecchire. Aveva perso quei toni accesi di contestazione teologica, ma aveva lasciato una traccia nella realtà pastorale con il suo rigorismo e con l’opposizione all’autorità del Papa. In ambito politico, si esprimeva con l’accentramento dei poteri nelle mani del re e con azioni ostili alla Chiesa per eliminare ogni sua ingerenza. Se ciò valeva per Torino e le grandi sedi ve¬scovili, a Carmagnola la situazione era diversa, in quanto l’ambiente borghese e aristocratico provin¬ciale non risentì molto di queste diatribe.
In questo clima sociale, nacque il 19 marzo 1741 Bartolomeo Menochio. Ultimo dei sei figli maschi di Michele Antonio, farmacista, e di Maria Maddalena Dondona di Pinerolo. Una famiglia profondamente cristiana, come dimostra la scelta di tre fratelli che precedettero di seguire la vocazione sacerdotale:
il primogenito Francesco Andrea, il secondo, Giovanni Giuseppe, entrato tra i francescani, il quinto, Ignazio, che si fece agostiniano affiliato al convento di Macerata e docente di teologia.
Bartolomeo crebbe nell’ambiente tipico della società piemontese del tempo, rispecchiante alcune qualità peculiari: serietà, disponibilità al lavoro, onestà, e religiosità. Non poteva essere molto diversamente, visto che tutti i giorni aveva davanti a sé l’esempio dei genitori, in particolare della madre, che vivevano questi valori e infondevano nei figli la devozione a Dio e alla Vergine Maria. La prima istruzione la ricevette dal fratello don Francesco, il quale per alcuni anni fu insegnante al Collegio civico. Il piccolo Bartolomeo però era di malferma salute, in quanto soffriva di gravi emottisi. A causa di ciò, ne risentì anche il suo equilibrio integrale. Era impulsivo, quasi orgoglioso, preciso, si potrebbe definire un carattere forte. Nonostante la gracile salute, riuscì però a proseguire gli studi di umanità e retorica nelle scuole pubbliche di Carmagnola.
Giunto al termine dell’adolescenza, come tanti ragazzi della sua età, si interrogò su cosa fare della propria vita: continuare nella farmacia di famiglia, con un avvenire abbastanza sicuro dal punto di vista economico, oppure seguire la via degli altri tre fratelli. Certamente, la precaria salute e la situazione familiare lo condizionavano nelle scelte. Da una parte, lo affascinava la vita religiosa di cui parlavano i fratelli, in particolare Ignazio, dall’altra sentiva dentro di sé il richiamo della famiglia a proseguire nel mestiere del padre. In effetti, non sapeva esattamente cosa fare. Certamente, non era estranea in lui la consapevolezza di avere un’attrazione per le cose dello spirito. A questo proposito, è rivelatore di un certo interesse o per lo meno di un’attrazione per le cose religiose il fatto che a otto anni abbia annotato su dei foglietti alcuni proponimenti: “Per seguir tutti gli obblighi d’uno scolaro deve primariamente portarsi ai Divin Uffizi, confessarsi e comunicarsi al meno due volte al mese”. Impegni di un ragazzo, ma che già rivelano una certa impostazione del suo animo alla ricerca di Dio e al senso della vita.
La svolta avvenne a 19 anni, quando decise di seguire l’esempio di Ignazio ed entrare nell’Ordine agostiniano. Sicuramente, non furono estranei a questa scelta le lettere che il fratello gli inviava. Dovette però affrontare le difficoltà familiari e i dubbi del padre e del fratello maggiore. Anche la madre avrebbe preferito fosse diventato sacerdote secolare e non un frate. Un ostacolo non indifferente era costituito dalla spesa economica che la famiglia doveva sborsare prima del sacerdozio per ogni figlio che entrava in un Ordine religioso. Era la cosiddetta pensione monastica. E la famiglia già ne aveva costituite due per gli altri figli che l’avevano preceduto.
Tuttavia, grazie anche alle insistenze di Ignazio, i genitori concessero il permesso a Bartolomeo di entrare tra gli agostiniani. Il 12 marzo 1760 partì per Fermo (Ascoli Piceno) e con un viaggio che durò venti giorni, il 2 aprile arrivò nel convento di sant’Agostino. Prese subito familiarità con questa nuova realtà, condivisa con tanti altri giovani che volevano consacrasi a Dio seguendo l’esempio e la dottrina di Agostino. La prima tappa era l’anno di noviziato. L’Ordine a quel tempo era molto fiorente, si conta che nel 1753 vi fossero circa 20.000 frati divisi in 1.500 conventi, distribuiti in 43 province e 13 congregazioni. La provincia picena dell’Ordine dove Bartolomeo entrò era tra le più floride. Aveva ben 45 comunità con 5 studi generali (Ancona, Recanati, Pesaro, Fermo e Montegiorgio), dove venivano inviati i religiosi destinati alla carriera accademica, e 4 studi provinciali (Civitanova, Matelica, Corinaldo e Mondolfo), che ospitavano i chierici frequentanti i corsi in preparazione al sacerdozio. E’ interessante notare che il legame familiare superò il vincolo ambientale e territoriale, infatti, invece di scegliere la provincia agostiniana lombarda della quale faceva parte Carmagnola, preferì seguire il fratello nelle Marche. Forse anche perché le case agostiniane marchigiane e, in particolare i conventi generalizi, dipendendo direttamente dal superiore generale, avevano una maggiore tranquillità e sicurezza dal punto di vista dottrinale. Questo potrebbe spiegare perché al tempo del Menochio nei conventi delle Marche vi fossero almeno una trentina tra religiosi, studenti e novizi provenienti da altre regioni.
Nel corso dell’anno di noviziato, Bartolomeo dovette superare non poche difficoltà, tanto che nell’Epifania del 1761 stava quasi per tornare a casa. Superata la crisi, venne ammesso alla professione. I suoi superiori, infatti, lo stimavano molto e intravidero in lui delle grandi qualità e doti intellettive. Emessi i voti religiosi, il 3 aprile 1761, nei quali prese il nome di Giuseppe, venne destinato a proseguire e perfezionare gli studi. La prima destinazione fu lo studio generale di Ancona, dove il neo professo Giuseppe Bartolomeo iniziò il corso di logica. Nella città marchigiana, il 16 maggio 1761, compì i primi gradini per diventare sacerdote, ricevendo gli ordini minori (ostiario, lettore, esorcista, accolito) dal vescovo Nicola Manciforte e, il 27 marzo dell’anno successivo, il suddiaconato, come era uso a quel tempo. Terminati gli studi di logica, venne trasferito a Terni, dove il 28 maggio 1763 ricevette il diaconato e il 25 febbraio dell’anno seguente l’ordinazione sacerdotale. Nell’aprile 1764 lo studio di Terni venne chiuso e così il Menochio venne trasferito, in un primo tempo, ad Amelia, dove il 24 novembre successivo tenne la sua prima “difesa di teologia”. Ma gli spostamenti non erano finiti: il 15 aprile 1765 venne inviato a Recanati, dove, il 12 novembre 1768, conseguì il baccellierato in teologia. A questo punto, Giuseppe Bartolomeo si mise a riflettere sulla propria vita e , nonostante non avesse problemi accademici, decise di sospendere gli studi. Cosa lo spinse a compiere questo passo? Forse sentì prepotente in lui il desiderio di dedicarsi all’attività pastorale, al servizio ministeriale tra il popolo. Nei suoi trasferimenti da Ancona, fino a Terni, Amelia, e Recanati aveva potuto constatare il grande bisogno che aveva la popolazione di essere evangelizzata, catechizzata, aiutata a crescere nella fede. C’era una sete di Dio che richiedeva zelanti pastori. Per questi motivi, pensiamo che Giuseppe Bartolomeo decise di sospendere la carriera accademica e di prendersi un tempo di riposo in famiglia. Nell’ottobre 1768 approfittò della presenza a Recanati del priore generale, il peruviano Francesco Saverio Vasquez per ottenere Xab-solutus a studiis, cioè la facoltà di essere sciolto da ogni legame con gli studi. Chiese anche il permesso di visitare la famiglia, che non aveva rivisto dalla partenza per Fermo anni prima. Il priore generale lo assecondò in tutte e due le richieste. Ed eccolo nuovamente in viaggio: il 23 dicembre 1768 partì per Carmagnola, dove giunse il 13 gennaio dell’anno successivo. Rimase in famiglia per circa otto mesi fino a quando, il 17 agosto ripartì per la volta delle Marche. Nel viaggio di ritorno si fermò a Pavia, dove il 24 agosto, celebrò la messa sulla tomba di sant’Agostino. Un momento di intensa spiritualità, un ritorno alle origini del carisma che era alla base della sua vita quotidiana. Da qui raggiunse Venezia per imbarcarsi per Pesaro e poi raggiungere Fano.
Cominciò così un nuovo periodo nella sua vita religiosa: era il tempo di gettare i semi che germineranno più tardi. Ormai libero dagli studi, poteva dedicarsi all’attività pastorale e il superiore provinciale destinò al convento di Ascoli Piceno, dove giunse ottobre. Vi rimase poco più di un anno, ma tanto bastò per fargli comprendere che era fatto per il ministero sacerdotale e non per stare su una cattedra. Questa convinzione era condivisa da uno dei maestri dello studio di Amelia che gli aveva detto: “Non ti vedo Maestro di reggenzia, ma piuttosto maestro dei novizi”. Un nuovo passo verso il servizio ministeriale lo compì l’I 1 novembre 1769, quando ottenne la patente di confessore, che gli permetteva di amministrare il sacramento della riconciliazione. Iniziò così il suo apostolato tra la gente e, a causa di un incidente fortuito capitato a un confratello che dovette sostituire, cominciò a predicare, riscuotendo molti apprezzamenti. Ad Ascoli Piceno si dedicò non solo alle confessioni e alla predicazione, ma anche all’assistenza ai monasteri di clausura, in particolare venne nominato confessore straordinario delle agostiniane di sant’Andrea. Questa attenzione e dedizione alla cura spirituale delle anime consacrate sarà una caratteristica della sua attività sacerdotale che porterà avanti per tutta la vita. Nel convento i suoi confratelli affidarono a questo giovane professo l’incarico di sacrista e di sottopriore.
Un nuovo pastore
IL 20 OTTOBRE 1771 ricevette la notizia che il superiore provinciale lo aveva trasferito alla parrocchia di san Pietro apostolo in sant’Agostino a Castelfidardo con l’incarico di parroco. Con tanto entusiasmo, Giuseppe Bartolomeo, il 27 successivo giunse nella nuova parrocchia e iniziò quel servizio ministeriale che gli aprì nuovi orizzonti. Comprese che c’era un bisogno immenso di pastori che stessero accanto alla gente per annunciare il Vangelo e amministrare i sacramenti. Servivano predicatori che facessero risuonare i comandamenti di Dio, le verità della fede, che commentassero e spiegassero in modo comprensibile le Scritture. Era convinto che “Salus animarum, suprema lex”. Con la sua attività pastorale e l’assistenza spirituale ad alcuni monasteri, riscosse la simpatia e la stima del vescovo e dei suoi superiori. Sarebbe rimasto tutta la vita come parroco? Forse non gli sarebbe dispiaciuto, ma improvvisamente, una notizia fece scattare in lui come una molla: nel luglio 1772 venne a sapere che nell’Ordine agostiniano era vacante l’incarico di predicatore generale, perché mancavano le persone disponibili. Confrontatosi con i superiori provinciali, decise di proporsi a ricoprire quel ruolo, non per ambizione personale, ma per rendere un servizio a Dio e ai fratelli.
Nel conseguire quanto desiderato si affidò all’intervento dell’ex superiore provinciale, padre Reppi e del padre maestro Scarsini che, insieme al vescovo di Loreto, scrissero al priore generale dell’Ordine per perorare la patente di predicatore generale per Giuseppe Bartolomeo. Padre Vasquez non era molto propenso a concedere il titolo a chi non aveva seguito il percorso accademico, a cui teneva molto. Considerava come una scorciatoia e poco impegnativo giungervi attraverso la sola esperienza. Fu così che il priore generale prese tempo e forse sperava che la richiesta decadesse. Ma non aveva fatto i conti con la tenacia di chi sosteneva il Menochio. Infatti, il vescovo di Loreto fece un nuovo intervento presso il priore generale, perché fissasse il giorno dell’esame in modo da verificare la preparazione e le capacità del candidato. L’esame venne sostenuto dal Menochio a Roma nei giorni 15 el6 gennaio 1774 e superato con “tutti voto d’oro”. Era diventato a pieno titolo predicatore generale dell’Ordine e da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata completamente. Rientrato nella parrocchia di Castelfidardo continuò la sua normale attività pastorale fino alla fine del 1774, quando fu destinato al convento di sant’Agostino in Ancona per facilitargli la nuova missione.
Cominciò così quella predicazione itinerante che lo porterà per tutta l’Italia, dal santuario fino alla più piccola parrocchia di campagna, per annunciare il Vangelo e scuotere gli animi a seguire Cristo. Percorrerà chilometri, supererà avversità, ostacoli, ma niente lo fermerà pur di rendere un servizio alle anime. Non solo i suoi superiori apprezzarono tanto zelo apostolico, ma anche quanti ascoltavano le sue prediche, dai vescovi, ai preti, ai religiosi, fino alle persone più semplici rimasero ammirati di fronte a tanta eloquenza. Certamente, il lavoro non mancava, ma Giuseppe Bartolomeo non temeva la fatica e i sacrifici. E i suoi contemporanei se ne accorsero, perché, a poco a poco, gli affidarono sempre nuovi impegni. Lo stesso priore generale che prima titubava nel concedergli l’incarico di predicatore, adesso gli affidava direttamente alcune predicazioni. Non solo, ma lo nominò anche confessore ordinario del monastero delle agostiniane di sant’Elisabetta a Foligno, a cui teneva molto. Così anche i momenti di pausa tra i vari impegni si riempirono di nuove occupazioni.
D’altronde, il suo zelo non aveva limiti, perché era un autentico missionario che non si risparmiava fatiche ed energie pur di far giungere la Parola di Dio ovunque lo chiamassero. Nel Diario troviamo tracce di questo instancabile lavoro apostolico tra le annotazioni dei vari impegni presi: predicazioni di novene, tridui, quaresimali, corsi di esercizi spirituali alle religiose, ai seminaristi, al clero, al popolo, oltre a rogazioni e prediche per le feste della Madonna e dei santi. Purtroppo, non è rimasta molta documentazione di queste meditazioni e riflessioni, salvo un corso completo per religiose e uno schematico dizionario omiletico. Ma dalle testimonianze dei contemporanei possiamo affermare che la sua parola giungeva senza quella risonanza barocca, senza quel linguaggio pomposo e altamente retorico, ma schietto, semplice, che si faceva comprendere da dotti e da ignoranti. Sapeva adattare la sua parola ai destinatari, non seguiva schemi prefissati, ma era elastico, nel senso che sapeva sfruttare al meglio le doti oratorie per far breccia nel cuore della gente. Il suo unico scopo era quello di salvare le anime, tutto il resto passava in secondo piano. Per raggiungere questo obiettivo utilizzava tutti gli strumenti a sua disposizione, in primo luogo l’esempio di vita. Egli era coerente con quanto annunciava, per questo la gente lo seguiva e lo ascoltava. Non lo considerava un ciarlatano o un ipocrita che predicava quello che non sperimentava. Al contrario, le sue predicazioni fa¬cevano presa tra la gente, perché nascevano da un’intensa vita di grazia, erano alimentate da una preghiera continua. Quando saliva sul pulpito si affidava a Cristo, sarebbe stato lui a convertire i cuori, non le sue umane parole. Si sentiva come un fragile strumento nelle mani di Dio, ma capace di raggiungere tutte le anime per trasmettere loro la misericordia divina. Tanto si sparse la fama della sua parola che alla fine del 1779 il priore generale lo promosse a maestro.
A Reggio Emilia
NELLA Quaresima del 1793 Giuseppe Bartolomeo venne inviato a predicare nella chiesa di san Vincenzo a Modena. Il quaresimale ebbe un grande successo, tanto che si parlò anche di prodigi avvenuti nel corso della predicazione. Prima di lasciare quella città, ricevette la richiesta dal vescovo di Reggio Emilia, monsignor Francesco Maria D’Este, di predicare nella Quaresima del 1794 nella chiesa di san Giorgio. Accettò l’invito, ma mancava ancora un anno e quindi ebbe tutto il tempo per rientrare in famiglia e trascorrervi un periodo di riposo, come gli aveva permesso il priore generale. Giunse a Carmagnola il 1° maggio 1793, dopo un’assenza di 24 anni. Possiamo immaginare la gioia dei familiari e dei parenti nel rivederlo. Era partito ancora ragazzo e ora tornava vestito da frate agostiniano e con l’incarico di predicatore generale. Potevano essere ben orgogliosi di questo figlio! A Carmagnola i mesi trascorsero veloci e ai primi di febbraio del 1794 partì alla volta di Reggio Emilia, facendo sosta a Piacenza. Il 2 marzo giunse a destinazione.
Il programma prevedeva che il Menochio predicasse nella chiesa di san Giorgio, ma mancando per motivi di malattia il sacerdote che doveva predicare nella basilica di san Prospero, pensarono a lui. E così ebbe il grande onore di poter tenere il quaresimale nella basilica tanto cara ai reggiani, ma per Giuseppe Bartolomeo questo non era motivo di vanto. Suo scopo era far giungere ai fedeli la Parola di Dio e il richiamo a vivere con coerenza le scelte battesimali. L’impressione che le sue prediche suscitarono tra la gente fu di generale entusiasmo e di grande ammirazione. Le persone si accalcavano per ascoltarlo e quando si sparse la voce che si erano verificate delle guarigioni istantanee, la basilica non riuscì più a contenere la folla. Un testimone d’eccezione, monsignor Gaetano Rocca, prevosto di san Prospero, nella sua cronaca riferisce alcuni dettagli sullo svolgimento del quaresimale. Racconta che appena smetteva di parlare, recitava il Magnificat in onore della Vergine Maria. Durante le feste celebrava all’altare del santo circondato da una folla di fedeli che era quasi impossibile muoversi. I malati cercavano la sua benedizione, i peccatori chiedevano di potersi confessare e molti si convertivano. Intorno al vescovado dove alloggiava si assiepò tanta gente per ricevere la sua benedizione. La popolazione ammirava il suo esempio di vita: nel giorno di sabato seguiva rigorosamente l’astinenza e il digiuno. Si diceva che per tuttala Quaresimanon dormisse nel letto e che scrivesse le lettere in ginocchio.
Ci furono poi dettagliate relazioni circa delle guarigioni attribuite alla sua intercessione, come quella della nobile suor Angiola Teresa Matilde Demaglia, della cui vicenda il vescovo informò la duchessa Matilde D’Este. Due giorni dopo avvennero le guarigioni di altre due religiose, a cui seguirono quelle di alcuni laici. La fama di taumaturgo in un baleno si diffuse per la città e il contado. Accorrevano a lui anche dai paesi lontani per poterlo toccare e ricevere la sua benedizione. Chi non poteva farlo inviava dei pezzetti di stoffa, indumenti, e quanto altro perché li toccasse e benedicesse. Anche i potenti ricorsero a lui e pur di potergli parlare, qualcuno fece intervenire persone altolocate e cardinali per fissare un incontro.
Tanto clamore intorno a questo predicatore non lasciò indifferente il vescovo, che non era certo un uomo da credere facilmente ai miracoli o da lasciarsi suggestionare come buona parte della gente. Francesco Maria D’Este era il figlio naturale di Francesco III e di Etienne Mouton. Aveva studiato presso il collegio dei gesuiti di Prato e da qui, vista la sua intelligenza era stato avviato alla carriera ecclesiastica. A 14 anni venne inviato a Roma a proseguire gli studi nel Seminario romano e gli venne concesso il titolo di conte e il cognome D’Este. Ottenne da Pio VI la nomina ad abate commendatizio dell’abbazia di Nonantola e venne eletto vescovo titolare di Anastasiopoli nel maggio 1781. Quattro anni dopo divenne vescovo di Reggio Emilia. Ma qual era la situazione della diocesi in cui si trovò a predicare il Menochio? A quel tempo, contava 240 parrocchie con una popolazione di 122.000 abitanti. Vi erano circa 1.100 preti, 300 religiosi e 450 monache divise in 25 conventi. Dal punto di vista economico la città era un disastro: su 17.000 abitanti, un terzo era nell’indigenza. I sodalizi dediti alla carità cercavano di venire incontro ai bisogni, ma le richieste erano troppo numerose. Si narra che ogni mercoledì 1.500 poveri accorrevano al vescovado per chiedere aiuto. Nella campagna andava ancora peggio: molti morivano letteralmente di fame o si dedicavano al brigantaggio per sopravvivere. La situazione religiosa era altrettanto drammatica: tante erano state le soppressioni e le confische dei beni delle congregazioni religiose e dei sodalizi da parte delle autorità civili. L’interventismo dei duchi in questo ambito fu efficace! Il clero era numeroso ma non ben formato: c’era chi si dedicava alla caccia, ai commerci o al dolce far nulla e chi si cimentava in politica o in affari che nulla avevano a che vedere con il sacerdozio. Anche il seminario soffriva della mancanza cronica di sostentamento economico e di posti disponibili per i seminaristi della diocesi, i quali solo per un terzo riuscivano a risedervi, il resto doveva essere preparato dai parroci privatamente. Tra i fedeli, in gran parte analfabeti, regnava una religiosità tradizionale, ma disancorata dalla vita. Mancavano pastori preparati che dirigessero spiritualmente la gente per eliminare la superstizione e i facili costumi. E’ in questo ambiente che l’attività apostolica del Menochio si rivelerà preziosissima.
Visto il successo della predicazione nella basilica di san Prospero, numerose pervenivano le richieste in vescovado per ottenere la presenza dell’agostiniano in occasione di tridui, novene, corsi di esercizi spirituali. Oltre a ciò, venne incaricato della direzione spirituale e delle confessioni delle monache dei sette monasteri cittadini scampati alle soppressioni. Lo aiutò in questo servizio la sua esperienza maturata per dodici anni con le agostiniane di Foligno e alcuni appunti di direzione spiritale. Purtroppo, quasi tutta la documentazione dei suoi scritti di quegli anni è andata perduta, visto che lui era restio a far stampare quanto annotava nei quaderni. Permise invece la stampa di due libretti di preghiere, uno del 1794: “Tributo d’ossequio da presentarsi a Maria Santissima” e l’altro di qualche mese dopo dal titolo: “Formula di benedizioni usate da R.P. Maestro Giuseppe Bartolomeo Menochio”.
Missionario itinerante
LA SUA attività apostolica non conosceva riposo e il suo raggio d’azione non si limitò a Reggio Emilia, ma anche alle città vicine di Modena e Parma e ad altri centri della zona. Il suo obiettivo era di far risuonare ovunque la parola del Vangelo. Vista la preziosità del lavoro svolto dal Menochio in diocesi, il 25 marzo 1794, monsignor D’Este scrisse al priore generale degli agostiniani, padre Stefano Agostino Bellesini, per chiedere il permesso di trattenerlo ancora qualche settimana dopo Pasqua. Il priore generale acconsentì alla richiesta e, non indicando una data certa per il rientro ad Ancona, il vescovo approfittò per tenerlo ancora a sua disposizione. Viste le capacità di questo agostiniano, monsignor D’Este maturò la convinzione che per il bene suo e della diocesi sarebbe stato necessario farlo rimanere per sempre a Reggio Emilia. Come realizzare questo desiderio? La cosa non era così facile, perché il Menochio era un frate e come tale dipendeva dal priore generale, doveva vivere in una comunità e l’Ordine non lo avrebbe lasciato andare via tanto facilmente.
Mentre monsignor D’Este progettava come poter raggiungere l’obiettivo, nel mese di maggio, accompagnato dal Menochio, cominciò a fare il giro delle città e dei luoghi principali della diocesi. Notevole risonanza ebbe la predica per la novena alla Beata Vergine della Ghiara, un santuario molto caro al popolo di Reggio Emilia. La grande devozione a questa immagine si deve ai numerosi miracoli che segnarono la sua storia fin dagli inizi. E’ attestato che il 29 aprile 1596, un ragazzo diciassettenne muto ottenne il dono della parola pregando davanti alla Vergine della Ghiara.
Dopo questa novena, la fama del Menochio si diffuse ancor di più e ben oltre i confini della città, al punto che il 12 agosto andò a predicare per 22 giorni a Bologna su richiesta dell’arcivescovo, il cardinale Andrea Gioannetti. Questa trasferta fece preoccupare molto il vescovo D’Este, perché temeva che i bolognesi non avrebbero voluto far ripartire Giuseppe Bartolomeo. Pretese, perciò, assicurazioni che non lo avrebbero trattenuto per forza. E per evi¬tare brutte sorprese lo accompagnò di persona. Anche nella città emiliana, durante le predicazioni si verificarono grazie e miracoli straordinari. Ospite della comunità agostiniana di san Giacomo maggiore, il Menochio rimase fino al 2 settembre1794 aBologna, quando fece ritorno a Reggio Emilia passando per Modena. Ma non poté riposarsi molto, perché ripartì poi per Parma dove lo avevano chiamato il duca e il vescovo per affidargli una missione che durò fino all’inizio della Quaresima del 1795, che per quell’anno predicò a Correggio.
Anche del periodo bolognese, non mancarono i testimoni di miracoli compiuti da Giuseppe Bartolomeo: molti recuperavano l’uso delle gambe o la vista dopo la benedizione impartita. Tanto clamore tra la gente suscitò l’intervento del vescovo, che chiese ai parroci e ai vicari foranei di raccogliere notizie circa le grazie ottenute per intercessione del Menochio. Ciò non faceva che aumentare nel presule la convinzione che per il bene delle anime era assolutamente necessario che quel frate rimanesse in diocesi. Però doveva risolvere un problema: a Reggio Emilia non esisteva un convento di agostiniani, perché il duca l’aveva soppresso nel 1782 e Giuseppe Bartolomeo, invece, doveva vivere in una comunità. Se il vescovo voleva perciò avere una possibilità con il priore generale di ottenere il permesso di far rimanere ancora altro tempo il Menochio in diocesi doveva far riaprire il convento e ristabilire la vita regolare. Si mosse astutamente e con celerità per impedire di arrivare troppo tardi e prima che il priore generale lo richiamasse ad Ancona. Grazie all’intercessione del ministro supremo della giurisdizione, il conte Giovan Battista Munarini, il duca di Modena e Reggio, Ercole III D’Este, concesse la riapertura del convento agostiniano a patto che non vi fossero gravami economici. Il vescovo allora fece spostare i carmelitani che stavano nell’ex convento degli agostiniani e grazie al fratello del precedente priore della comunità trovò i fondi per risistemare i locali. Purtroppo, il Menochio non ebbe benefici da questa riapertura, sia perché sempre impegnato nella predicazione, sia perché sorsero attriti tra la congregazione agostiniana di Lombardia da cui dipendeva Reggio Emilia, che non voleva perdere la giurisdizione sul convento, e la curia generalizia.
In queste diatribe, il tempo passava, e il vescovo D’Este, ormai malfermo in salute, specialmente per un problema agli occhi, temeva sempre più che gli portassero via l’agostiniano, dato che da ogni parte lo cercavano. Nell’ottobre 1795, allora, pensò di parlare con il duca per proporre la nomina del Menochio a vescovo ausiliare di Reggio Emilia. In questo modo, avrebbe legato il destino del frate agostiniano a quello della diocesi e nemmeno il priore generale avrebbe potuto far qualcosa. C’era un dettaglio non indifferente da tener conto: se Giuseppe Bartolomeo avesse saputo di questa ma¬novra per farlo nominare vescovo, per la sua umiltà, si sarebbe rifiutato con tutte le forze, salvo se glielo avesse chiesto il Papa. Per questo, monsignor D’Este cercò di muoversi diplomaticamente e inviò a Roma a un suo uomo di fiducia un memoriale insieme con la postulatoria del duca. Pio VI trasmise la richiesta alla Sacra Congregazione dei Vescovi per il consueto processo informativo e nel concistoro del 18 dicembre 1795 il Menochio venne nominato vescovo titolare di Ippona, la sede del grande Agostino.
Nel frattempo, monsignor D’Este, dopo che aveva fatto tutti i passi necessari e sentendosi ormai sicuro, il 2 novembre, confidò a Giuseppe Bartolomeo che presto il Papa lo avrebbe nominato vescovo. Possiamo immaginare la sua reazione: sconcerto, sorpresa, sentimenti di indegnità, di umiltà, di obbedienza al volere divino. In uno scritto del 7 gennaio 1796 annotò il suo stato d’animo di quei momenti: “L’allegrezza poi della mia prelatura, quando è belle e gloriosa mirandola esternamente, tanto è per me più terribile considerandola in se stessa. Dio è stato mirabile nel disporre le cose, ma di tutte ne avrò da render severissimo conto a Dio. Nel giorno de’ morti ho avuto la nova del vescovado”.
Tuttavia, se la notizia gettò un velo di preoccupazione e di tristezza sul Menochio, rese felici sia il vescovo, sia la diocesi, sia l’Ordine agostiniano. Infatti la nomina non gli cambiò lo stile di vita che aveva condotto fino ad allora, continuò l’apostolato tra il popolo, la predicazione, la direzione spirituale. Le richieste per avere la sua presenza in vari appuntamenti ecclesiali si moltiplicavano, alcune vennero respinte, altre per opportunità non fu possibile. Come quella del patriarca di Venezia che chiese di avere Giuseppe Bartolomeo durante la Quaresima del 1796. Nella Serenissima rimase fino all’8 maggio, oltre il termine stabilito, perché il patriarca lo volle presente per l’arrivo del nuovo nunzio apostolico.
Le vicende politiche però stavano portando velocemente la guerra anche sul suolo italiano. Il Piemonte era stata invaso dalle truppe francesi che con l’armistizio di Cherasco del 28 aprile 1796 si assicurarono il dominio sulla regione. Ben presto, il generale Napoleone Bonaparte conquistò le città lombarde strappandole agli austriaci. Temendo l’arrivo delle truppe francesi, Ercole III scappò a Venezia e inviò il suo fratellastro Federico D’Este presso le autorità francesi per contrattare un armistizio. Erano ore drammatiche per le sorti del ducato, ma mentre il sovrano fuggiva con il suo tesoro, il Menochio rientrava in città. Si respirava un clima di mobilitazione generale e come di uragano in arrivo. Nonostante ciò, Giuseppe Bartolomeo venne ordinato vescovo. Il rito fu celebrato il 22 maggio, solennità della Santissima Trinità, nella cattedrale di Reggio Emilia dal vescovo D’Este. Co-consacranti monsignor Paolo Giuseppe Castelli, vescovo titolare di Targa, e monsignor Carlo Belloni, vescovo di Carpi. Adesso che era vescovo doveva occuparsi del suo gregge che stava attraversando un momento di grande difficoltà e di angoscia. Infatti, la situazione sociale stava precipitando. Con il terrore dell’imminente arrivo dei francesi, era stata nominata una Reggenza che stava contrattando perché la città e il ducato venissero risparmiati. La richiesta fatta pervenire dai francesi fu pesante: 24 milioni di lire modenesi in contanti in tre rate entro un mese, 1000 cavalli, 4000 buoi, 600 selle, oltre a fucili e polvere da sparo. Per il ducato si trattava di un vero salasso, uno sforzo enorme per la popolazione. Anche la diocesi doveva fare la sua parte: tutte le chiese dovettero fornire suppellettili in argento per pagare la taglia ai francesi. Mentre le autorità cercavano di racimolare i soldi necessari, sentendo l’avvicinarsi del cambio di governo, alcuni gruppi di giacobini si organizzarono per propugnare le idee rivoluzionarie. Si parlava anche di agenti francesi infiltrati nel ducato per sobillare la gente. In questo clima in ebollizione, sia le classi più elevate, sia il clero si divisero in tre fazioni: quelli simpatizzanti dell’Austria, i moderati e i giacobini. Tutti concordi nel cercare di sfruttare l’occasione per raggiungere l’autonomia e l’indipendenza da Modena.
Gli animi erano esacerbati e c’era chi cercava lo scontro, fino a quando il 20 agosto scoppiò una sommossa popolare. Per reazione, il 26 agosto, il Senato colse l’occasione per dichiarare l’indipendenza e proclamare una repubblica autonoma da Modena e dai francesi. Il 28 successivo, il Senato chiese a monsignor D’Este di inviare una lettera a tutti i parroci, perché raccomandassero ai fedeli obbedienza alle leggi e il rispetto dell’ordine. Il giorno dopo il vescovo fece quanto richiesto, ma la bufera era solo all’inizio. Dopo aver ricevuto varie minacce da parte dei giacobini, il presule, temendo per la sua incolumità, abbandonò la città e si rifugiò a Rubiera, che era ben fortificata. La “fuga” del vescovo colse tutti di sorpresa e venne presa come un tradimento. Invano, il 15 settembre, il Senato impose a monsignor D’Este di rientrare. Venne anche inviato il Menochio per convincerlo, ma fu tutto inutile.
Nel frattempo, per volere di Napoleone, che non voleva regnasse l’anarchia in quella città, si era costituito il Comitato di governo. Solo allora, rassicurato sulla sua incolumità, il vescovo rientrò a Reggio Emilia ed emise il giuramento di fedeltà alla Repubblica francese. Tanti cambiamenti non potevano non condizionare anche il Menochio che, di fatto, fino al rientro di monsignor D’Este aveva retto la diocesi. Non si era curato troppo dei pericoli e delle trasformazioni in atto in quel momento. Non era fuggito come il duca o come il vescovo, ma era rimasto come un pastore fedele che si occupa del gregge. Aveva proseguito, perciò, ad amministrare cresime, ordinare sacerdoti e conferire gli ordini minori, e a celebrare in varie chiese e monasteri. In pratica, aveva svolto il suo ministero pastorale con discrezione e senza farsi notare troppo. Ma ciò non bastò, perché il gruppo dei giacobini da tempo lo teneva nel mirino. L’occasione attesa si presentò ben presto, quando il 3 novembre 1796, un decreto del Comitato di governo di Modena e Reggio ordinò l’espulsione di tutti i religiosi che non fossero nativi del ducato. Il Menochio si era sentito al sicuro fino ad allora, in quanto vescovo ausiliare di Reggio Emilia, pur se aggregato come religioso al convento di Ancona. Ma i giacobini approfittarono per ottenere l’allontanamento di un “ostacolo” ai loro progetti. Tuttavia, la sua posizione richiese un approfondimento anche a livello governativo.
Troppe le pressioni, perché non si applicasse anche a lui il decreto, così nella sessione dell’I 1 novembre 1796, il Comitato di governo decise l’espulsione del Menochio. Non si poteva opporsi o fare appello alla decisione e neanche monsignor D’Este con grande rammarico potè fare qualcosa in suo favore. Il momento tanto temuto arrivò e il 16 novembre gli venne intimato l’ordine perentorio di lasciare la città. La sua partenza fu talmente rapida che non riuscì neppure a salutare tutti gli amici. Lasciata ogni cosa e portato con sé solo i suoi manoscritti e il denaro che gli spettava come ausiliare, Giuseppe Bartolomeo partì il 18 novembre, non prima di aver svolto fino all’ultimo il suo servizio pastorale, promuovendo alla tonsura un chierico. Prima tappa per Ancona fu Rubiera, poi Nonantola, quindi, prima di raggiungere Bologna il 20 novembre, incorse in un controllo da parte delle truppe francesi che lo privarono dei manoscritti e dei suoi averi. Così il Menochio non ebbe più di che per pagarsi il viaggio verso Ancona.
Vescovo pellegrino
AFFIDANDOSI alla Provvidenza, riuscì a raggiungere Ancona il 6 dicembre. Non che qui trovasse una situazione migliore di quella che aveva lasciata in Emilia. Gli animi erano accesi, i giacobini stavano sobillando la ribellione, consapevoli della vicinanza delle truppe napoleoniche. Certamente, l’arrivo del Menochio non era passato inosservato. Aveva fatto scalpore l’espulsione da Reggio Emilia di un vescovo. Un fatto senza precedenti, perché mai si era arrivati a tanto! Giuseppe Bartolomeo non era certo il tipo da recriminare e la prima cosa che fece fu di mettersi a disposizione dell’arcivescovo, il cardinale Vincenzo Gaspare Ranuzzi. Com’era naturale, prese dimora nel convento di sant’Agostino. Da questa base, iniziò a svolgere il ministero pastorale secondo le indicazioni del cardinale: amministrare cresime, predicare, confessare, consigliare. Purtroppo, il 10 febbraio 1797, le truppe francesi occuparono Ancona. In quel giorno, saccheggiarono anche il tesoro del santuario mariano di Loreto e perfino la statua della Madonna venne fatta trasportare a Parigi. Con la forza i francesi avevano conquistato i territori dello Stato Pontificio e con inaudita prepotenza, Napoleone impose a Pio VI il trattato di Tolentino del 19 febbraio 1797, il quale prevedeva un’indennità di guerra di 36 milioni di lire e la consegna di statue e opere d’arte da portare a Parigi. Ad Ancona sarebbe rimasto un presidio dell’esercito francese fino alla pace generale, mentre tutti i territori a nord della città sarebbero passati alla Francia.
In questo clima incandescente, il Menochio predicò la Quaresima nella cattedrale e nella chiesa di sant’Agostino e continuò a svolgere il suo ministero pastorale pur in mezzo alle difficoltà e agli ostacoli. Compì, in particolare, molti atti di carità nei confronti dei malati, dei deboli, degli anziani. Mai dimenticò di esser un agostiniano e mai tralasciò di osservare quantola Regolagli prescriveva. Infatti, pur immerso nelle occupazioni quotidiane e nelle preoccupazioni, si ritagliò sempre il tempo necessario per pregare e per meditare. Il suo motto era: “Io sono ugualmente frate, sebbene fatto vescovo”. La sua permanenza ad Ancona però durò poco: nell’aprile 1797 venne espulso a seguito del decreto stilato sulla falsariga di quello di Reggio Emilia. Momenti di difficoltà e nuove nubi si addensavano all’orizzonte. In una lettera alla nipote Lisabetta inviata l’8 settembre da Loreto scriveva: “Le vicende del mondo sono regolate da Dio, il quale ha disposto che sia espulso dalla città di Ancona, perché mi vuole in questa piccola terra e convento a goder la mia pace, e però io ne benedico e ringrazio Dio… Dite al padre maestro Marini che il convento in Modena è levato affatto, come pure in Reggio… e temo che presto sarà levato affatto anche il convento ad Ancona”. E, infatti, così avvenne, perché il convento di sant’Agostino venne requisito e trasformato in ospedale militare.
Pensò di rientrare a Carmagnola, ma il viaggio l’avrebbe esposto a rischi molto seri per la sua incolumità, così decise di rimanere nelle Marche, aiutando i vescovi anziani e sostituendo quelli mancanti. Scelse come residenza Montecassiamo, a nove chilometri da Macerata, un paese che contava 5.000 abitanti, dove era un convento agostiniano con sette frati. Da quella località iniziò a spostarsi per le varie diocesi delle Marche, scegliendo preferibilmente quelle zone in cui era un convento dell’Ordine. Pergola fu la prima tappa. Doveva compiervi la visita pastorale su invito del vescovo di Reggio Emilia, perché si trattava di una località che dipendeva dall’abbazia di Nonantola, quindi rientrava proprio nella giurisdizione dell’abate, monsignor D’Este. Il 12 luglio dette inizio ufficialmente alla visita nella chiesa di san Marco, poi il 16 amministrò le cresime e or¬dinò dei sacerdoti, rimanendo in città fino alla fine del mese. I bisogni pastorali erano tanti e le richieste giungevano da più parti. Dovette fare una trasferta nella diocesi di Matelica e Fabriano, dove consacrò alcune chiese, conferì le cresime e ordinò dei sacerdoti. Predicò a Loreto per la festa della natività della Vergine, l’8 settembre, quindi, passò a Recanati dove per tre giorni amministrò cresime e ordinazioni sacerdotali. Suppliva così alla carenza di vescovi del luogo e a quelli anziani o malati. La sua attività fu instancabile: nell’ottobre seguente si spostò ad Ascoli Piceno, poi a Montesanto, Sant’Elpidio e il 7 dicembre a Tolentino. Tornò, quindi, a Montecassiano, dove il 23 dicembre nella chiesa conventuale ordinò alcuni sacerdoti religiosi e del clero secolare. E poi di nuovo in viaggio verso Ascoli Pieno, dove il 24 gennaio 1798 ordinò ben 44 sacerdoti. Il suo zelo apostolico lo spingeva a non temere per la sua vita, pur di soddisfare i bisogni dei fedeli e delle diocesi in cui il vescovo era assente. Si spostava continuamente come una sorta di pastore itinerante, ovunque ci fosse bisogno: dai centri più grandi ai paesi più sperduti tra le montagne, alloggiando sempre nel locale convento agostiniano, dove esisteva.
Intanto, il 19 novembre, Ancona si era proclamata repubblica e, nonostante il trattato di Tolentino, i cisalpini avevano invaso il territorio di Pesaro e Urbino. Anche a Macerata, il 9 gennaio 1798, venne proclamata la repubblica . Il 12 dicembre Napoleone aveva nominato comandante dell’armata d’Italia il generale Louis Alexandre Berthier. Si temeva per le sorti di Roma, vista la malattia e l’anziana età di Pio VI e i tumulti scoppiati in varie parti dell’Urbe.La Chiesa stava subendo una purificazione dalla corruzione, dal lusso, dall’omissione nella predicazione del Vangelo, dalla ricerca di privilegi e potere. Così fu letto quel periodo da alcuni contemporanei.
Gli eventi precipitarono: il generale Berthier invase e occupò Roma, il 10 febbraio 1798, saccheggiandone i tesori d’arte. Cinque giorni dopo venne proclamatala Repubblicaromana. Con inaudita prepotenza, Pio VI fu fatto prigioniero e, il 20 febbraio, venne accompagnato nel granducato di Toscana, prima a Siena, dove rimase tre mesi, e poi alla Certosa di Firenze. Nel marzo del 1799 venne trasferito di nuovo e condotto a Bologna. Credendo di ottenere dalla popolazione il dileggio contro il Papa venne mostrato in pubblico, ma la gente al contrario lo acclamò. Venne deciso, allora, di portarlo in Francia, prima a Grenoble, poi il 19 luglio nella fortezza di Valence. Sfinito nel fisico e nello spirito, Pio VI morì in prigione il 29 agosto 1799, pronunciando queste parole: “Signore, perdonali”. Con la sua morte sembrava finire il papato:la Curiaera quasi nell’impossibilità di agire, i cardinali erano o imprigionati o dispersi. Lo shock fu enorme!
Intanto, il vento a favore dei francesi stava cambiando: le truppe della coalizione austro-russa stavano riportando delle vittorie nel nord Italia e tanto bastò per far insorgere le popolazioni delle regioni occupate, a cominciare dalle Marche e dal Lazio. I tempi erano difficili e pericolosi, da ogni parte ribellioni, devastazioni, disordini. I francesi si ritiravano verso il Piemonte per difendere i confini nazionali, lasciando dietro di loro terra bruciata. L’attività pastorale del Menochio risentiva di questo clima di guerriglia e di precarietà. Le sofferenze per la gente erano notevoli. Giuseppe Bartolomeo cercava di consolare, aiutare, proteggere i fedeli che incontrava durante le predicazioni, esortandoli ad avere fiducia in Dio. Si narra che il 28 maggio a Servigliano c’erano stati duri scontri tra insorti e francesi e quest’ultimi avevano saccheggiato il paese. C’è un episodio rivelatore del clima di quei giorni: il Menochio stava celebrando la messa a Sant’Angelo in Pontano, non lontano dal luogo della guerriglia, quando in un momento della preghiera sulle offerte si rivolse ai fedeli impauriti e disse: “Fede, fede, abbiate fede, che i francesi qua non verranno”. Il clima si rasserenò solo nell’agosto quando le Marche vennero liberate e il Menochio potè con tranquillità continuare il suo servizio pastorale. Infatti, ad Ascoli Piceno, il 21 -22 e 29 settembre, presiedette le ordinazioni sacerdotali in pubblico, senza più avere il timore di venir interrotto dai giacobini.
L’elezione del Papa
LA MORTE in prigionia di Pio VI aveva lasciato sgomento tutto il mondo cattolico. Chi sarebbe stato il suo successore? E, soprattutto, come eleggerlo, vista la difficile situazione di Roma? Pio VI prima di morire aveva lasciato disposizione che il conclave si sarebbe potuto riunire in qualsiasi terri¬torio di un principe cattolico. La scelta cadde su Venezia. Il cardinale Giovanni Francesco Albani, decano del Sacro Collegio, insieme con altri cardinali, chiese la protezione dell’imperatore d’Austria Francesco IL II sovrano accettò volentieri, perché sperava di far eleggere un candidato a lui gradito, e fece preparare a sue spese il monastero benedettino dell’isola di San Giorgio. Il conclave iniziò il 1° dicembre 1799, e subito si manifestarono le divisioni tra i 35 cardinali elettori. Il re Carlo IV di Spagna, avvalendosi dell’antico ius exclusivae, pose il veto contro un candidato vicino all’imperatore. Il 12 dicembre giunse il cardinale Frantisele Herzan von Harras, arcivescovo di Vienna, il quale informò gli elettori che Francesco II, avvalendosi dello ius ex-clusivae, poneva il veto contro tutti i cardinali di Francia, Spagna, Napoli, Genova e Regno di Sardegna. Dopo tre mesi di veti incrociati si cercò un candidato di compromesso. La scelta cadde sul cardinale benedettino Barnaba Chiaramonti, vescovo di Imola, eletto Papa il 14 marzo 1800 con il nome di Pio VII. Questa elezione non fu molto gradita all’Austria, che si rifiutò di permettere la sua incoronazione nella basilica di San Marco, lasciando disponibile la chiesa di san Giorgio maggiore. Che il clima fosse elettrizzato in quel periodo a Venezia era tangibile a tutti. Il nuovo Papa si rifiutò di accondiscendere alle pressioni dell’imperatore di procedere a nomine a lui favorevoli e di cedere all’Austria i territori delle Legazioni.
Di questa situazione in ebollizione il Menochio si può dire sia stato testimone quasi oculare, come lo fu dello svolgimento del conclave e degli avvenimenti seguenti. Il perché si trovasse lì si spiega con lo stato di salute del sacrista pontificio in carica, il vescovo agostiniano Francesco Saverio Cristiani, il quale era in fin di vita quando venne indetto il conclave. Era previsto che il sacrista pontificio doveva essere presente per svolgere le mansioni a lui attribuite dal regolamento del conclave. Ma monsignor Cristiani era nell’impossibilità di partecipare, tanto stava male, infatti, morirà il 3 gennaio 1800. Si doveva in tutta fretta sostituirlo con un vescovo agostiniano. La scelta cadde sul Menochio come pro-sacrista. Così, nel novembre 1799, lasciò Ascoli Piceno, dove stava svolgendo attività pastorale, e partì per Venezia. Si stabilì nel convento agostiniano di santo Stefano, dove benedisse l’oratorio del Santissimo Crocifisso profanato dai francesi.
Fu testimone dell’elezione di Pio VII, come annotò nel suo Diario il 14 marzo 1800: “E’ stato eletto Pio VII ed io sono stato testimone dell’accettazione”. Terminato il conclave, il Menochio sperava di tornare alla sua diocesi di Reggio Emilia, ma il nuovo Papa la pensava diversamente: volle nominarlo sacrista pontificio, trasferendolo alla sede titolare di Porfi-rione. Inutili le sue resistenze e i suoi timori riguardo alla perdita per l’Ordine agostiniano di un vescovo. Pio VII intuì che in quel frate avrebbe trovato quelle qualità che gli servivano per portare avanti il suo non facile pontificato. Non solo lo nominò sacrista, ma volle fosse anche il suo confessore. Sarà una delle due nomine che Pio VII fece a Venezia, insieme a quella di Ercole Consalvi come pro-segretario di Stato, il giorno dopo l’elezione. L’imperatore continuava a fare pressioni sul nuovo Papa, ma visto che non riu¬sciva a strappargli nessuna nomina, né concessione lo lasciò partire. Ma con una ritorsione: dato che non voleva cedere le Legazioni all’Austria, gli venne impedito di far rientro a Roma attraverso quei territori. Lo potè fare solo via mare, raggiungendo il porto di Pesaro il 18 giugno. Gli occorsero più di venti giorni per giungere a Roma, il 3 luglio.
Non volendo compiere nomine a Venezia, il Papa chiese al Menochio di occuparsi della sua diocesi di Imola, perché non voleva restasse a lungo senza pastore. Si trattava di un incarico di grande fiducia e molto delicato. Il 10 aprile Giuseppe Bartolomeo era già a Imola per celebrare la messa crismale e il Lunedì dell’Angelo amministrò le cresime. Terminata la visita, quattro giorni dopo era a Bologna per il funerale dell’arcivescovo, il cardinale Gioannetti. Da qui, il 20 aprile si recò a Reggio Emilia, dove ordinò sacerdote il segretario del vescovo. Si fermò una settimana, ordinando anche altri presbiteri. Rientrato a Imola girò la diocesi per amministrare cresime e ordinazioni. Da qui, il 15 maggio si recò a Venezia per essere presente alla promulgazione della prima enciclica del Papa “Diu satis videmur”, nella quale si dichiarava la disponibilità a trattare con qualsiasi governo, con la condizione che fossero salvi i diritti della Chiesa.
Rientrò poi a Imola, dove rimase fino al 24 agosto, quando il Papa lo invitò a raggiungerlo a Roma. Durante il viaggio si fermò nelle Marche per salutare vecchi amici e rivedere luoghi a lui cari. Fece una sosta anche al santuario mariano di Loreto per pregarela Madonna. Giunsea Roma alla vigilia del 1° novembre, in tempo per partecipare alle celebrazioni di Ognissanti. Iniziò così ufficialmente il suo incarico di sacrista pontificio, senza mai perdere quello stile pastorale umile, indefesso, coraggioso e generoso. Prese dimora al Quirinale, dove risiedeva il Papa, nell’appartamento riservato proprio al sacrista pontificio, nel corridoio superiore degli svizzeri. Secondo il suo anelito alla povertà e alla semplicità, scelse per sé la camera meno confortevole, che dava nel giardino interno. Si trattava di un sottotetto con una sola finestra sul soffitto. Un locale non certo lussuoso, ma riservato in modo che nessuno potesse disturbarlo. Uno spazio solitario dove ritirarsi in preghiera e in meditazione, lontano da tutti gli impegni che lo attendevano per il nuovo incarico. Visse in quella camera come in una cella, cercando di vivere come fosse in convento.
Al servizio di Pietro
IL CLIMA politico, intanto, stava cambiando. Napoleone aveva fatto sferrare una controffensiva mi¬litare per riconquistare i territori italiani perduti. Il 2 giugno 1799, era entrato vittorioso a Milano e cercando di riconciliarsi con la Chiesa, il 30 novembre, dette ordine di rendere i dovuti onori alle spoglie di Pio VI. Gli austriaci si ritirarono da tutti i territori delle Legazioni e rimasero concentrati in Veneto. Venne ricostituitala Repubblica Cisalpina e l’atteggiamento di Napoleone verso la Chiesa divenne più conciliante. Cercò di stipulare un concordato, perché lo considerava come uno strumento utile per regnare, visto che la maggioranza della popolazione francese e italiana non aveva abbandonato la fede, nonostante le idee rivoluzionarie e le persecuzioni. Le trattative per giungere a un accordo non furono facili, perché vi erano resistenze da ambo le parti: dai conservatori e dagli anticlericali.
Intanto, il 7 novembre 1800, Napoleone con un plebiscito, che lo proclamava primo console, consolidò il suo potere. Dopo estenuanti e frenetiche trattative, il 15 luglio 1801, venne firmato, dal cardinale segretario di Stato, Ercole Consalvi e dal fratello maggiore di Napoleone, Giuseppe Bonaparte, il concordato tra Repubblica francese e Santa Sede, con il quale la Chiesa rinunciava ai beni incamerati dallo Stato francese in seguito alla rivoluzione, mentre otteneva il diritto di deporre i vescovi, che però continuavano a essere eletti dallo Stato. Si metteva fine così ai conflitti religiosi aperti dalla rivoluzione francese. Concluso quel concordato, si provvide a stipularne uno anche con l’Italia, firmato il 16 settembre 1803. Purtroppo, l’atteggiamento dell’opinione pubblica nelle regioni italiane stava sempre più peggiorando nei confronti della Chiesa. La massoneria cercava in ogni modo di ridimensionare l’influsso della religione tra il popolo e per fare ciò usava ogni mezzo. In questo trovò alleati nei nuovi giacobini, rivoluzionari e anticlericali, ma anche in uomini d’affari senza scrupoli che volevano approfittare e impadronirsi degli ingenti beni immobili degli Ordini religiosi e delle diocesi.
In Francia, dopo aver risolto la congiura degli “chouans” e la crisi internazionale per la morte di Luigi Antonio Enrico di Borbone-Condé, duca d’Enghien, fucilato per aver tramato contro il primo console, Napoleone divenne sempre più forte e, il 18 maggio 1804, ottenne la nomina a imperatore. Il Senato consulto istituì l’impero, poi approvato con un plebiscito popolare. Per rafforzare davanti all’opinione pubblica il suo potere, chiese a Pio VII di incoronarlo imperatore nella basilica di Notre Dame a Parigi. La richiesta gettò inquietudine alla corte papale. La maggioranza dei cardinali era contraria al viaggio, solo qualcuno accennava alla possibilità di strappare qualche concessione territoriale o politica. La decisione non era facile, ma il Papa sapeva che partire sarebbe stato il male minore per evitare ritorsioni ben più pesanti. Pio VII pregò, fece pregare, si consigliò, e cercò di limitare i danni alla Chiesa accettando di recarsi a Parigi. Fu così che il 2 novembre lasciò Roma, nonostante le sue precarie condizioni di salute, e si mise in viaggio con alcuni prelati della Curia romana. Tra questi, volle il Menochio, suo fidato confessore. Lungo il disagiato viaggio verso la Francia, il Papa venne salutato con gioia dalla popolazione. Ovunque gli espressero segni di stima e di rispetto.
Giuseppe Bartolomeo annotò molti dettagli di questo percorso e le varie tappe che lo caratterizzarono. La prima sosta fu a Firenze, dove il Papa rimase a lungo presso le monache agostiniane di san Gaggio. Descrisse l’ingresso del Pontefice nella chiesa di Santo Spirito, che ospitava la comunità degli agostiniani, e il ricevimento presso la corte granducale a palazzo Pitti. Il Menochio fu protagonista di un episodio che fece il giro della città. La granduchessa, che era stata informata della sua fama di santità, d’accordo con il Papa, lo inviò a visitare una monaca da molti anni inferma nel monastero delle carmelitane scalze. Giuseppe Bartolomeo si recò al monastero e, radunata la comunità claustrale, pregò intorno al giaciglio della malata, impartendo poi la benedizione. Dopo qualche attimo la monaca era guarita, lo accompagnò all’uscita del monastero e andò in coro a recitare il Te Deum di ringraziamento. Il Menochio rientrò alla corte e, appena la granduchessa lo vide, gli chiese come stesse la monaca. Egli rispose che al momento non sapeva, però l’aveva lasciata in piedi a recitare in coro il Te Deum. Lo stupore e la gioia dei dignitari di corte furono grandi. La notizia si sparse in poco tempo e per evitare pubblicità, il Menochio si defilò dal palazzo attraverso una porta segreta. Si rifugiò nel convento di Santo Spirito, dicendo ai confratelli che se qualcuno veniva a cercarlo di rispondere che si era già ritirato, perché al mattino sarebbe partito presto.
Il giorno seguente riprese il viaggio verso Parigi, sostando a Parma, Piacenza e a Torino, dove incontrerà i suoi parenti. A Lione morì il cardinale Stefano Borgia, che il Menochio assistette fino all’ultimo. Visitò anche la stanza dove passò al cielo san Francesco di Sales, del quale era molto devoto. Nei suoi appunti non mancano dettagli e curiosità di quel viaggio: annotazione dei pasti, descrizione delle abitazioni, della bellezza dei luoghi, della preoccupazione per la salute del Papa, del desiderio di tornare presto a Roma. Di quel periodo, abbiamo una decina di lettere indirizzate alla sua penitente suor Francesca Teresa della Croce, al secolo Francesca Alessandri di Ancona, e altre quattro inviate al vescovo di Reggio Emilia
Il corteo giunse a Parigi in tempo per la cerimonia di incoronazione fissata per il 2 dicembre nella basilica di Notre Dame. Il rito si svolse con i massimi sfarzi: dopo che Pio VII ebbe benedetto le insegne imperiali, Napoleone incoronò prima se stesso imperatore dei francesi, e poi sua moglie Giuseppina di Beauharnais, imperatrice. Napoleone si mise da solo sul capo la corona, senza permettere al Papa di farlo, perché non voleva riconoscere il potere delia Chiesa.
Nella capitale francese il Menochio conduceva una vita riservata. Indossava sempre il suo abito religioso e fuggiva dai ricevimenti, al contrario di certi alti prelati. La cosa venne notata a corte e giunse anche alle orecchie dell’imperatore, il quale un giorno chiese al Papa, perché il suo sacrista non si faceva vedere, mentre gli altri non vedevano l’ora di incontrarlo. Pio VII rispose che era molto riservato e amava la solitudine e non le corti. Un giorno, Napoleone si imbatté di persona con Giuseppe Bartolomeo e gli chiese: “Monsignore lei non mi ha mai favorito” e lui rispose: “Maestà, io resto confuso fra tante grandezze”. L’imperatore rimase colpito dalla risposta e permise anche la pubblicazione della relazione della guarigione di uno storpio avvenuto per le preghiere del Menochio.
Terminata la cerimonia Pio VII rimase altri cinque mesi in Francia, trattenuto dall’imperatore che gli proponeva di risiedere a Parigi o ad Avignone per manipolarlo meglio. Purtroppo, le speranze del Papa di strappare qualche concessione perla Chiesarisultarono infondate, perché Napoleone non assecondò nessuna richiesta, salvo qualcuna di scarso rilievo. Anche l’imperatore comprese che Pio VII non si sarebbe piegato alla sua volontà, e così, il 4 aprile lo lasciò rientrare in Italia. Il 24 aprile il Papa giunse a Torino. Il 20 aprile, venne ricevuto ufficialmente da Napoleone che si trovava a Stupinigi. Il Papa ripartì da Torino il 27 aprile alla volta di Roma.
I parenti del Menochio, sapendo del suo passaggio in Piemonte con il seguito papale, si recarono a Torino per salutarlo e invitarlo a Carmagnola dalla quale mancava da 15 anni. Giuseppe Bartolomeo si schermì, dicendo che ormai la sua casa l’aveva lasciata entrando tra gli agostiniani e che non voleva suscitare in lui nuovo affetto rivedendola. I parenti non si dettero per vinti e si rivolsero all’arcivescovo Francesco Bertazzoli, perché intercedesse presso il Papa. La mediazione del presule ebbe successo e Pio VII chiamò il Menochio, invitandolo a recarsi a Carmagnola per salutare familiari e concittadini. La sera del 24 aprile, al suo arrivo, venne accolto con tutti gli onori dalla folla festante. I due giorni successivi amministrò le cresime a 4.180 persone: erano 15 anni che in quel paese non veniva più conferita. Il 26 aprile ripartì per Torino per ricongiungersi al seguito papale. La sua permanenza a Carmagnola venne ricordata per la guarigione improvvisa di una donna.
Si preoccupava molto del dover ripassare in Toscana, perché la fama del miracolo avvenuto nel monastero delle carmelitane scalze di Firenze al momento della sua visita era ormai di dominio pubblico, tanto che giravano delle stampe con i dettagli. E vi era impresso il suo nome! Si sentiva braccato, seguito, al centro dell’attenzione, l’opposto di quello che desiderava. Ma affrontò con pazienza anche questa prova. Il 16 maggio 1804, Pio VII e il suo seguito rientrarono a Roma, accolti da una folla entusiasta. Il Menochio non nascose la sua soddisfazione di essere rientrato nell’Urbe per poter riprendere la vita nascosta di servizio umile e disinteressato al Successore di Pietro. Il Papa aveva bisogno del suo sostegno, del suo consiglio e dell’incoraggiamento a confidare nella Provvidenza e a compiere la volontà di Dio. I motivi di preoccupazione non mancavano: Napoleone cercava di consolidare l’impero e la Chiesa era per lui un ostacolo da rimuovere o da controllare.
Al Quirinale
NONOSTANTE gli sforzi e le disponibilità di Pio VII, l’imperatore abbandonò la via del compromesso e intraprese quella dell’affermazione senza vincoli sulla Chiesa, cercando di condizionare anche l’ambito specifico: quello spirituale e dottrinale. Fece pubblicare un catechismo imperiale, fissò uno statuto per il clero italiano senza preventivo accordo con la Santa Sede, ridusse il numero della parrocchie, e introdusse il codice civile francese che prevedeva il divorzio. Il 18 ottobre 1805, giunse perfino a far occupare nuovamente Ancona dalle sue truppe. Pio VII reclamò con vigore i diritti della Chiesa e la violazione della sovranità, ma le sue proteste furono inutili. La tenaglia napoleonica si stringeva sempre più intorno a Roma.
Il 15 febbraio 1806, i Borboni furono cacciati da Napoli e un mese dopo prese il trono Giuseppe Bonaparte. Nel mese di maggio Napoleone fece occupare Civitavecchia e poi Macerata e Urbino. Il 17 giugno il cardinale Consalvi, segretario di Stato, venne costretto a dimettersi. L’imperatore prese poi come pretesto il rifiuto del Papa a estendere nei suoi territori il blocco continentale antinglese deciso a Berlino ITI dicembre 1806 e ordinò di sequestrare le rendite pontificie per provocare il collasso dello Stato. Ormai tutti avevano compreso che dopo l’occupazione delle Marche il passo successivo sarebbe stato Roma. Infatti, il 2 febbraio 1808, il generale Sextius Alexandre Francois de Miollis entrò nell’Urbe e pose un presidio militare in Castel Sant’Angelo, mentre il Papa si rinchiudeva nel Quirinale, facendo murare alcune porte e finestre.
Si apriva così quel periodo di volontaria clausura del Pontefice al Quirinale, che coinvolse anche il Menochio. Fino ad allora, infatti, aveva potuto svolgere liberamente il suo incarico di sacrista pontificio e di consultore della sacra Congregazione dei riti, oltre a dedicarsi alla direzione spirituale di molte religiose e laici. Numerosa la corrispondenza epistolare con persone di ogni censo e di ogni luogo, che si rivolgevano a lui per consigli spirituali, per aiuto e per preghiere. Notevole l’epistolario con alcune carmelitane scalze del monastero di Firenze, nel quale troviamo la più autentica e profonda spiritualità di questo vescovo. Tra l’altro, in una lettera troviamo esposta una sintesi della natura e dell’importanza degli esercizi spirituali, come scrisse a suor Anna Teresa dello Spi¬rito Santo, il 2 giugno 1807: “I santi esercizi sono necessari per richiamare lo Spirito al primiero fervore della propria vocazione, e consolidarlo nei propositi di osservanza più esatta dei propri doveri – questi lei li può far anche in particolare senza punto lasciar tutti i doveri del proprio impiego – basta sol che per il tempo destinato particolarmente ai santi esercizi si raccolga con più esattezza per quanto gli permettono le sue incombenze, e in tal tempo esaminando se stessa su tutti i punti del proprio dovere rilevi dove ha mancato per correggersi, capisca dove ben operato per ringraziare Dio dell’ajuto, che li h dato e questo esame porta maggior sodezza nei propri doveri, porta emenda nei propri difetti, ed ecco tutti li esercizi con gran frutto senza apparir all’esterno, senza interrompere le proprie incombenze”.
I consiglieri del Pontefice non si facevano illusioni riguardo alle intenzioni dei francesi: volevano impossessarsi di tutto lo Stato Pontificio e non si sarebbero fermati davanti alle rimostranze e alle proteste ufficiali. Anzi, stavano conducendo un gioco di isolamento di Pio VII per allontanarlo anche dai cardinali e dai prelati residenti a Roma. Nelle parole del Menochio troviamo una sintetica descrizione di quello che era la politica imperiale: dividere cioè la Chiesa al suo interno per renderla più debole e assoggettarla al potere politico. Quello che avveniva a Roma riguardo ai religiosi “forestieri”, stava avvenendo in tutti i territori sotto il controllo dei francesi. A questo proposito, scriveva Giuseppe Bartolomeo ai suoi familiari il 13 marzo 1808: “Sino da 2 di febrajo i francesi sono entrati in Roma, e qui tengono molti soldati, non hanno preso il governo assolutamente, perché ancor comanda il Papa, ma peraltro vogliono comandare in tutto. In Toscana hanno mandato via tutti gli esteri, se ciò succede qui, ecco che bisogna, che sì io che Luigi ritorniamo a casa”. Il 27 marzo, i cardinali dell’Italia settentrionale vennero obbligati a lasciare Roma e rientrare nelle loro terre di origine, quali sudditi dell’imperatore e re d’Italia. Un altro passo fu l’incorporazione dell’esercito pontificio in quello imperiale. In segno di indipendenza, il Papa cambiò i colori della bandiera e delle coccarde pontificie, perché le guardie svizzere e le guardie nobili non venissero confuse con le truppe incorporate dai francesi.
Nell’ottobre 1807, le truppe francesi occuparono le Marche. Ciò provocò il collasso economico dello Stato Pontificio, al quale venivano a mancare gli introiti delle province più ricche. La situazione sociale in quelle regioni non era così favorevole agli occupanti come voleva far credere la propaganda. C’erano gli ex giacobini e i massoni che sobillavano continuamente controla Chiesa, ma la popolazione restò sempre diffidente e ostile in parte ai nuovi padroni, anche a causa della coscrizione militare introdotta e dell’aumento dell’imposizione fiscale. Il 2 aprile 1808, si consumò l’ultimo atto di sopraffazione: le Marche vennero annesse al Regno d’Italia. Questo comportò unilateralmente l’estensione anche a quei territori del concordato del 16 settembre 1803 vigente nel Regno d’Italia. Le conseguenze più immediate furono che i vescovi e i parroci dovevano prestare giuramento di fedeltà a Napoleone come legittimo sovrano. Si pretese perfino che i presuli si recassero a Milano per fare il giuramento in forma pubblica davanti al viceré Eugenio di Beauharnais. L’intero episcopato marchigiano rifiutò di prestare giuramento, salvo il vescovo di Urbino. La reazione fu la deportazione in Lombardia di tutti i vescovi, anche quelli anziani e malati. Questa testimonianza coraggiosa di fedeltà al Papa fece esclamare il Menochio: “E’ un trionfo della Chiesa che danno i vescovi della Marca! Evviva la Marca veramente cristiana”.
Se nelle Marche c’era la persecuzione, a Roma non si stava meglio. Il 6 aprile 1808, il Menochio re¬gistrò questo continuo innalzamento della tensione in una lettera ai suoi familiari: “a quanto ho scritto nella precedente lettera poco posso aggiungere alla presente, se non significarvi che né passati giorni stava in procinto d’esser mandato via di qui, e dovere ritornare a casa, cosa che alquanto mi affliggeva perché non sapeva cosa mi fare di Luigi, se lasciarlo qui solo, oppure meco condurlo a casa., solo prego Dio che ci conceda un poco di pace, mentre in questa materia si sta sempre in uno stato di violenza con timore d’essere scacciato”.
Il 7 aprile i francesi continuarono a mantenere alta la pressione sul Pontefice e giunsero anche a forzare un portone del Quirinale e a disarmare le guardie svizzere e la guardia nobile. La reazione del Papa non si fece attendere: interruppe le relazioni diplomatiche con la Francia. La situazione stava precipitando sempre più,la Curia Romana era allo sbando, privata di molti dei suoi uomini costretti a lasciare l’Urbe, come il genovese Giuseppe Maria Doria Pamphily, pro-segretario di Stato. Al suo posto il Papa nominò il cardinale Giulio Gabrielli, ma dopo nemmeno tre mesi, il generale Miollis lo fece mettere agli arresti domiciliari e deportare, perché per ordine di Pio VII aveva invitato i vescovi italiani a non prestare giuramento a un governo “notoriamente invasore del potere spirituale”.
Al Papa non restò che nominare un altro pro-segretario di Stato, cosa che fece il 18 giugno 1808, e la scelta cadde sul cardinale Bartolomeo Pacca, il quale il 6 settembre stava per essere arrestato e si salvò solo per il deciso intervento del Pontefice. Anche il cardinale Leonardo Antonelli, decano del Sacro Collegio, venne confinato a Senigallia, mentre il cardinale Giulio Maria Della Somaglia, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma, fu portato in Francia. Dopo l’espulsione dei porporati giunse il momento anche dei superiori degli Ordini religiosi “forestieri”, tra questi l’agostiniano padre Settimio Roteili, originario delle Marche, sostituito per volere del Papa, da padre Giuseppe Rabù, parroco di sant’Agostino in Roma.
Il 19 settembre 1808, Giuseppe Bartolomeo, dalla clausura del Quirinale, in una lettera descrisse la situazione drammatica in cui si trovava Roma e la Chiesa: “Credo sia meno una carcere volontaria con qualche libertà, di quella forzata in stretta schiavitù: grazie a Dio qui non mi manca niente, ieri mattina sono andato a passeggiare nel Giardino, ma per me poco sollievo ho trovato… io certo non esco più di casa se non cessa questo turbine ed abbia sicurezza di mia persona”.
Nello scrivere alla nipote Lisabetta, nel Natale 1808, riguardo a suo nipote Pier Luigi, inviatogli a Roma per fargli intraprendere la carriera ecclesiastica, il Menochio ritornò su alcuni particolari della situazione in cui si trovava: “quello che li abbisogna a Luigi procuro non lasciarli mancar niente, sebbene la spesa sia un po’ pesante. A me mi mancano molti assegnamenti stanti le presenti vicende, in cui ci troviamo, e se Dio non provede, temo ci tocherà tornarcene tutti due a casa, e allora moriremo tutti di fame, mentre pare il flagello a questo voglia tendere, di affamare tutte le città e paesi. Io sono già per il quarto mese, che non esco di palazzo, essendo certo, che se uscissi sarei fermato e portato via da Roma a discrezione di questi nostri Padroni”.
Fedele alla Chiesa
I SOPRUSI e la propaganda antipapale dei francesi erano fatti quotidiani la cui eco giungeva anche nelle celate stanze del Quirinale. Si stava cercando di allontanare il Papa dal popolo, calunniandolo e mettendolo in cattiva luce anche spiritualmente.
L’esercito francese sembrava invincibile e dopo l’entrata vittoriosa di Napoleone a Vienna, dal castello di Schònbrunn, il 17 maggio 1809, emise il decreto della soppressione dello Stato Pontificio e dell’annessione dei suoi dipartimenti all’impero con la proclamazione di Roma “città imperiale e libera”.
Era la fine dello Stato della Chiesa. Da quel giorno in poi, così come era stato per le Marche, anche al Lazio e all’Umbria venne esteso il concordato del Regno d’Italia e i vescovi furono invitati a prestare giuramento all’imperatore. Ciò provocò divisione tra l’episcopato, perché anche se la maggioranza restò fedele al Papa, alcuni giurarono. Intanto, i francesi procedevano a compiere arresti arbitrari e a terrorizzare la popolazione con la creazione di uno stato di polizia. Si stava creando un clima di sospetto e di dilazione che si insinuò anche al Quirinale. Da alcune lettere del giugno 1809, il Menochio descrisse l’atmosfera che si stava creando: “Questa mattina hanno levato i sbirri che fermavano chi usciva, e danno libertà a rispettivi servitori di andare a provedere quanto occorre ai padroni rispetivi, sicché non siamo in una carcere così stretta come lei forse si pensa”. E ancora: “E’ vero che la sera vi è un gran gente intorno al palazzo, ma io credo tutti guidati dalla curiosità, onde non mi fa specie”. Purtroppo, aleggiava il sospetto che vi fosero spie e traditori anche nel Quirinale: “la voce comune è che qui dentro ci sia chi fa la spia di tutto e anche nella stessa Anticamera del santo Padre v’è chi nota tutto, chi va dal Santo Padre, quanto si trattiene etc… e tutto fedelmente fa noto al generale, se ciò sia Dio solo lo sa, ma io giustamente temo sia vero”.
Nonostante la stragrande maggioranza della popolazione avversasse gli occupanti, quasi tutti i parroci di Roma erano confinati nelle loro case e guardati a vista dalla polizia o rinchiusi in Castel Sant’Angelo. Sparirono poi le immagini della Vergine fatte stampare dal Menochio, in particolare quella della Ghiara di Reggio Emilia e quella del Buon Consiglio, cara agli agostiniani. Si giunse anche a proibire e sequestrare i ritratti di Pio VII. Nel mirino finirono i religiosi con i loro conventi e i monasteri. In particolare, dopo l’invasione della Spagna del 15 marzo 1808, i consacrati iberici furono i primi a farne le spese. Lo erano ancor di più gli ex gesuiti, costretti a vita privata dopo la soppressione della Compagnia, in quanto dipendenti per il sostentamento dalla pensione pontificia, che ormai gestivano i francesi, come scriveva il Menochio il 18 gennaio 1809: “Sono generalmente tutti in un somma convulsione i poveri vecchi spagnoli dopo esser stati balzati qua e là come una palla da gioco. Ora trovandosi in un’altra convulsione forse peg¬giore dell’altre; ma v’è Dio di sopra e lui stesso penserò a diffendere l’innocenza, a sostenere la virtù, a fortificare la debolezza umana”.
Anche gli agostiniani non furono esenti dalla tempesta e i tre collaboratori del Menochio al Quirinale furono chiamati a giurare: padre Baldassarri, fra Sante e fra Agostino e costretti a tornare nei paesi d’origine. Nei confronti delle religiose i francesi si comportarono con più accortezza, perché molti monasteri erano sotto il patronato di nobili famiglie. Pertanto, la soppressione dei cenobi avrebbe comportato problemi giuridici e finanziari ben più grandi. I francesi si limitarono, quindi, a chiudere i monasteri più poveri e a raggruppare le monache in alcuni più fiorenti.
Il 10 giugno, il generale Miollis, eseguendo gli ordini ricevuti, issò la bandiera francese su Castel Sant’Angelo. La risposta del Papa fu immediata: aveva già pronta la bolla “Quum memoranda” con la quale scomunicò Napoleone e tutti quelli che avevano collaborato all’usurpazione. All’alba del 6 luglio i francesi compirono quello che tutti temevano: il generale Etienne Radet entrò con la forza al Quirinale e prese prigioniero Pio VII con l’ordine di condurlo in Francia. La sola presenza del Papa a Roma era una minaccia per gli occupanti. Venne condotto sotto scorta a Firenze, poi a Pisa, Sarzana e lungo la costa ligure fino alle porte di Genova. Quindi, il 21 luglio arrivò a Grenoble e vi rimase fino al 2 agosto, quando gli ordini da Parigi imposero il rientro a Savona, dove giunse il 17 agosto.
Prima della partenza, il Pontefice aveva consegnato ai militari un elenco di persone che avrebbero dovuto accompagnarlo nel viaggio, tra questi figurava il Menochio. Come mai, seppur inserito dal Papa nel suo seguito, non venne lasciato andare? Eppure, era un personaggio scomodo per le autorità francesi, quale miglior occasione poteva esserci per allontanarlo da Roma? Anche lui avrebbe preferito seguire il Pontefice in cattività e rimanergli vicino come confessore e consigliere spirituale, come scrisse la sera del 7 luglio: “Io sono stato due giorni in procinto di partire e meco menare fra Agostino, ma nell’atto di partire sono stato escluso… Il motivo della sospensione della mia partenza io non lo so, e neanche lo cerco, così è piacciuto a chi comanda, dunque Fiat voluntas Dei: infine ne capiremo perché Dio abbia permesso così… Due giorni sono stato sempre in abito vestito per montar in legno e partire, da un ora si è prolungato ad un altra, e poi nella con¬clusione dell’atto di montar in carrozza, quando già era messo il mio piccolo convoglio: non si parte più, bensì partono li altri che erano destinati compagni di viaggio. Eccole la storia”. Il Menochio, però, non si arrese e cercò in ogni modo di ottenere il passaporto per poter raggiungere il Pontefice a Savona. Ma inutilmente.
Le autorità francesi, evidentemente ben informate sul ruolo di Giuseppe Bartolomeo nella corte papale, avevano considerato troppo pericoloso lasciare questo vescovo accanto al Papa. Esistevano delle informazioni riservate sul suo conto, fin dal marzo 1808: “il confessore del Papa è certo monsignor Menochio che gode l’opinione di santo. Gli si attribuiscono molti miracoli”.
Sicuramente, veniva considerato un ostacolo per rendere più malleabile il Papa. Infatti, si temeva che con il consiglio del Menochio, Pio VII fosse ancora più risoluto nelle sue decisioni. Vi era poi anche la possibilità, trattenendolo a Roma, di poter esercitare in futuro un certo influsso sul Papa. E questo interessava non solo ai francesi, ma anche a quella parte di aristocratici e clero che vedevano di buon grado il cambio di politica e di potere avvenuti. Un altro mistero, è perché rimase inevaso l’ordine di Napoleone inviato al ministro Joseph Fouché, il 22 agosto 1809, da Schònbrunn, di arrestare il Menochio: “quel vecchio confessore del Papa, che è uno scellerato. Fatelo rinchiudere a Fenestrelle”.
Tuttavia, la situazione al Quirinale si faceva sempre più critica: i due frati che vivevano insieme al sacrista pontificio erano stati espulsi da Roma e così il Menochio dovette anche arrangiarsi per mangiare. Poi, giunse l’ordine di sfratto a tutto il personale del Quirinale, religiosi e laici compresi. Così raccontò quei momenti difficili: “Io sono stordito, forse le circostanze mi rendono sempre più stolido, si dice certo che domani avremo l’intimazione di slogiare subito di palazzo. Dove trovar casa, trasportare tutte le robe, etc… Che stordimento! Andar ad alloggiare a San Pietro, ove è aria cattiva ed in conseguenza prendersi una salma di febri. Vegga come mi trovo”.
Il Menochio era preoccupatissimo anche delle reliquie conservate nella cappella omonima del palazzo, di cui era il custode. Temeva più di ogni altra cosa l’esser costretto a lasciare il Quirinale lasciando tutte quelle cose sacre in mano a chissà chi. Forse tanto zelo di questo anziano vescovo, ligio al dovere, coerente con le scelte compiute, attirò la stima delle autorità che gli permisero di rimanere al Quirinale, unico della corte pontificia. Lo raggiungeranno più tardi don Domenico Contestabile, che divenne segretario per la custodia delle reliquie, e fra Benedetto Peretti, che rinunciò alla pensione statale e non rientrò nelle Marche, rimanendo al suo servizio come cuoco e domestico. Di fatto, il Menochio fu testimone dei grandi lavori a cui venne sottoposto il Quirinale per togliere tutto quanto ricordava i Pontefici e renderlo una dimora reale, sostituendo i simboli e gli stemmi dei Papi e perfino la colomba dello Spirito Santo per mettervi l’aquila imperiale.
La furia devastatrice delle autorità francesi non si fermò e nell’inverno 1809 Napoleone ordinò di trasferire la Sede Pontificia da Roma a Parigi. Così, tutti i cardinali presenti nell’Urbe dovettero partire perla Francia. Ai primi di gennaio 1810 vennero confiscati anche gli archivi, i sigilli e l’anello piscatorio e spediti a Parigi. Rimasero in città solo una decina di prelati, tra questi il Menochio. Il 7 maggio1810, l’imperatore comandò che nei dipartimenti di Roma e del Trasimeno non vi fossero più ordinazione sacerdotali senza il suo permesso. Giuseppe Bartolomeo riprese così quel ministero itinerante, questa volta nella diocesi di Roma, per cresimare i bambini in pericolo di vita, ordinare sacerdoti nei luoghi più inconsueti: sacrestie e cappelle private. Naturalmente, le ordinazioni compiute dal Menochio erano sempre autorizzate dal Vicariato di Roma, nella persona del delegato apostolico e pro-vicegerente, monsignor Domenico Attanasio. Non dobbiamo dimenticare, però, che Giuseppe Bartolomeo rischiava di persona per quelle azioni e vi sarebbero state gravi conseguenze in caso di arrivo della polizia durante i riti. Non gli mancò certo il coraggio, visto che nonostante le pressioni, per ben due volte rifiutò l’ordine di prestare giuramento al¬l’imperatore. Un comportamento di intrepida fortezza, di un persona che teme più il Signore che non le reazioni degli uomini. A questo proposito, scriveva a suor Teresa Francesca della Croce: “Appena arrivato in casa è venuto il commissario di polizia ed è quasi entrato con me con tutta buona grazia e gentilezza, ed entrato in discorso dell’affare mi ha chiesto, ecc.. Io rispondo che non dovea farlo per non essere spergiuro, avendo promesso a Dio nella professione religiosa, che sebbene la legge non conosce, e non ammette voti, pure io l’ho promesso a Dio, e alla Chiesa, ho promesso nell’ordinazione al sacerdozio, è più solenne promessa e giuramento ha fatto nella consacrazione al vescovo: mi risponde che molti uomini sensati e sapienti han giurato, e mi mostra il giuramento di monsignor Maccarani fatto di fresco, e me lo da per leggerlo e considerarlo – rispondo che a me la coscienza non mi permette di farlo – io rispondo, che solo mi spiace abbandonar la cappella, e mi risponde, che ho ragione, e così con buona grazia e civiltà chiedendomi di scriverlo, io dico, non voler scrivere nulla: scrive esso il mio nome, l’età, e graziosamente se ne parte – Ecco descritta la scena. Brucci per carità questa carta – la brucci per carità”.
Riuscì sempre a evitare le ritorsioni delle autorità fiducioso nella Provvidenza divina. Era sicuro che “Nelle persecuzioni la Chiesa ha sempre guadagnato e le persecuzioni dei suoi ministri e la desolazione della medesima l’han mantenuta nella purità dei dogmi e nella santità del suo Spirito. Basta solo riflettere che questa Chiesa è stata fondata da Gesù e Gesù per far questo ha faticato, patito ed è morto. Per cui una sposa che gli è costata così tanto, non l’abbandona e non l’abbandonerà mai. E se ci sono ministri e figli, deboli o infedeli, questo servirà per provare sempre più la fermezza e la verità della dottrina della Chiesa. Onde voi siate pur costanti e ferme nell’esser vere figlie di questa Sposa di Gesù, di questa Chiesa santa, fino al sacrificio di voi stesse, della vostra vita e al versamento del vostro sangue, quando così voglia Gesù”.
Era questa la certezza che lo spingeva ad andare avanti e non gli faceva temere le persecuzioni degli uomini, perché sapeva chela Chiesa è nelle saldi mani di Dio e nessuno avrebbe potuto distruggerla. Il suo coraggio nell “esercitare il ministero episcopale fu visibile a tutti: in giro per Roma con l’abito agostiniano ad amministrare i sacramenti. Giunse un tempo in cui a Roma rimasero solo due vescovi: il Menochio e monsignor Benedetto Sinibaldi, arcivescovo titolare di Ephesus, molto anziano, colpito da ictus e per un periodo rinchiuso in Castel Sant’Angelo. Di fatto, Giuseppe Bartolomeo fui l’unico vescovo dell’Urbe a esercitare il ministero.
Egli non perse mai del tutto il contatto con il Papa in prigionia. Infatti, da Savona arrivavano dei biglietti riservati che il Pontefice affidava a persone fidate che le recapitavano al suo sacrista. Si ordinava di provvedere al pagamento di stipendi o elargizioni alle persone a lui fedeli. Il Menochio, grazie all’aiuto di alcuni banchieri fidati, come i principi Torlonia e i Lavaggi, provvedeva a far giungere le somme di denaro secondo i desideri del Papa.
Il ritorno dall’esilio
PIO VII nella sua prigionia a Savona era pur sempre un ostacolo alle mire espansionistiche del¬l’impero. Per piegarlo definitivamente, Napoleone ordinò che fosse portato a Fontainebleau per fargli firmare il concordato contenente ampie concessioni. Il 9 giugno a mezzanotte venne prelevato da Savona e, il 19 seguente, dopo un viaggio estenuante arrivò a Fontainebleau. Il 25 gennaio 1813, contrariamente agli accordi, l’imperatore fece pubblicare la bozza del concordato come fosse definitiva e il Papa venne liberato e raggiunto dai cardinali Consalvi e Pacca. Il 24 marzo Pio VII ritrattò l’accordo. Il risultato fu un ulteriore isolamento e nuove pressioni.
L’astro napoleonico stava però oscurandosi, perché dopo la disastrosa campagna di Russia, nell’ottobre1813, l’esercito francese subì una dura sconfitta a Lipsia, inflitta dagli alleati Russia, Prussia e Svezia. Intanto, anche la situazione in Italia stava volgendo male per i francesi e a quel punto, mentre i russo-prussiani stavano marciando verso Parigi, il Papa divenne un prigioniero scomodo. Così, venne fatto rientrare a Savona, il 16 febbraio 1814, e da qui, il 19 marzo seguente, passando per Imola e Cesena, dove gli austriaci lo trattennero, proseguì per Rimini, Pesaro, Fano, Ancona, Loreto, Macerata, Tolentino, Foligno e Terni. Ogni sosta un tripudio di popolo accoglieva l’anziano Pontefice che mai si era piegato ai voleri dell’imperatore e, anzi, aveva rifiutato la pensione di due milioni di lire offertagli.
Il 24 maggio, finalmente, Pio VII potè rientrare a Roma nell’entusiasmo generale. Anche il Menochio volle andare incontro al Pontefice a Ponte Milvio e nella più viva cordialità il Papa scambiò qualche battuta, dicendogli che contrariamente a lui, il suo sacrista era potuto rimanere nel palazzo senza dover nemmeno cambiare abitazione. Ma i disagi non erano terminati. Napoleone, dopo l’abdicazione e la rinuncia a ogni potere, il 6 aprile 1814, si trovava prigioniero all’isola d’Elba. Da qui, il 26 febbraio 1815, riuscì a evadere, e in poco tempo a riconquistarela Francia. Ilcognato Gioacchino Murat, re di Napoli, prese l’iniziativa mi¬litare e si diresse verso Roma per occuparla. A quel punto, Pio VII preferì la via dell’esilio volontario, piut¬tosto che diventare un ostaggio in mano dei francesi.
Così, dopo aver costituito un governo provvisorio, abbandonò Roma, il 22 marzo 1815, alla volta di Genova e Savona, sicuro che la situazione si sarebbe normalizzata entro breve. Questa volta anche il Menochio l’accompagnò e nei suoi scritti troviamo alcuni dettagli di quel viaggio: della cucina, dei disturbi avuti nel passaggio in mare, del rispetto tenuto nelle chiese, della grande accoglienza della popolazione, dell’incontro con il re di Sardegna a Savona. Cambiata la situazione in Italia e scomparso il pericolo del Murat e caduto definitivamente Napoleone, con la sconfitta a Waterloo del giugno 1815, Pio VII potè rientrare a Roma. Il viaggio fu un vero trionfo e, al suo arrivo, il 7 luglio, venne accolto dalla popolazione dell’Urbe in festa.
Con la conclusione della parabola napoleonica, occorreva ricostruire quello che era stato portato via dal ciclone di quegli anni di guerra. Se da un lato, l’azione del cardinale Consalvi riuscì a recuperare i territori dello Stato Pontificio, salvo Avignone e il Polesine, dall’altro, occorreva ricostituire anche la vita ecclesiale e religiosa. Con decreto del 25 aprile 1810, Napoleone aveva soppresso tutti gli “stabilimenti, corporazioni, congregazioni, communità ed associazioni ecclesiastiche di qualunque natura e denominazione” eccettuate le suore di carità e poche altre congregazioni con finalità educative e vietato “di vestir l’abito di veruno ordine religioso”. Passato l’uragano, occorreva ricostituire anche l’Ordine agostiniano e in quest’opera si distinse il Menochio. Egli divenne un prezioso mediatore tra il Pontefice e le autorità ecclesiastiche e l’Ordine. Partecipò al capitolo generale, che si svolse nella chiesa di sant’Agostino in Roma dal 25 al 30 agosto 1822, in qualità di assistente del presidente e con diritto di voto per indulto apostolico. La situazione dell’Ordine era drammatica: al capitolo precedente i padri capitolari erano stati 157 in rappresentanza di 41 province e di 7 congregazioni. Nel capitolo del 1822 i padri capitolari furono solo 37. Venne eletto priore generale padre Giuseppe Mistretta, il quale impresse un nuovo indirizzo agli studi e all’insegnamento, raccomandando il culto divino e la predicazione.
I superiori ricorsero molte volte al Menochio perché intercedesse in favore dell’Ordine. Tra i vari religiosi che zelarono il ripristino della vita comune dopo il turbine delle soppressioni, troviamo anche il beato Stefano Bellesini di Trento. Nel 1809 costretto a lasciare la sua città dopo la chiusura da parte delle autorità del convento di San Marco, il beato venne destinato al convento di sant’Agostino in Roma, come maestro dei novizi. Ben presto tra lui e il Menochio nacque una profonda amicizia e una reciproca stima. Padre Bellesini, ogni volta che giungeva un nuovo candidato, insieme con gli altri novizi, lo portava a far visita al Menochio al Quirinale. Tanto era il rispetto e la venerazione che quando Giuseppe Bartolomeo andava nel convento di sant’Agostino, il beato invitava i novizi a inginocchiarsi alla sua presenza, perché lo considerava un sant’uomo.
Tornata la pace, però, non mancarono i problemi da risolvere, in particolare, i vescovi rientrati dall’esilio trovarono le chiese profanate o trasformate in stalle, i conventi requisiti e divenuti caserme, ospedali o carceri, così come le confraternite e le associazioni religiose erano state soppresse. Perfino le opere pie che per secoli avevano mantenuto il loro scopo di esercitare la carità erano state annientate. Vigeva poi una certa indifferenza religiosa, avevano preso campo le società segrete e l’anticlericalismo. I vescovi promossero allora una rinascita spirituale, indicendo missioni popolari, ristabilendo almeno le confraternite del Santissimo Sacramento e del Rosario e invitando i parroci a insegnare la catechesi agli adulti.
Uno dei primi atti di Pio VII dopo il rientro a Roma fu quello di ricostituire la Compagnia di Gesù, il 7 agosto 1814, e il 15 novembre ristabilì in Roma anche gli Ordini religiosi disponendo che venissero restituiti loro i conventi e le chiese. Purtroppo, l’operazione non fu facile, perché alcuni dei religiosi ormai secolarizzati non vollero rientrare in convento. L’opera intrapresa, tuttavia, non si arrestò. Il Papa in segno di riconoscenza e stima donò al Menochio la chiesa e il convento di sant’Agostino con la biblioteca Angelica e tutto l’isolato. Giuseppe Bartolomeo lo accettò non per sé stesso, ma per l’Ordine, come scrisse alla nipote Lisabetta, l’11 luglio 1814: “A me è stato regalato il convento di sant’Agostino con tutta l’isola e la libreria Angelica. Sicché que’ pochi religiosi che vi abitano non sono più molestati, e possono percepire l’affitto delle botteghe e case annesse. Che tanto è cosa buona, e così andar ristorando li danni della Fabrica datti da soldati che l’hanno sinora abitata”. Non sempre fu così facile tornare in possesso di edifici confiscati e che il clero secolare non voleva restituire, come il santuario di Cascia e quello di Tolentino. Per questo, il processo di ricostruzione della vita religiosa fu lungo e difficoltoso, come scrisse il Menochio il 23 ottobre 1816: “Ecco anche la nostra religione, che è ancora tutta sconquassata, e veggo ancor maniera di riordi¬narla, e richiamare i conventi all’osservanza religiosa, tanto più che di tanti continuamente se ne vanno perdendo, e ancor più se ne perderanno, e le province resteranno di pochissimi conventi”. Già anni prima, il 24 luglio 1806, esprimeva la sua preoccupazione riguardo alla situazione della Chiesa: “Confesso il vero, molto mi affligge la situazione presente della Chiesa di Dio e se non fossi assicurato che: Portae inferi non prevalebunt… onde questa sola fiducia mi dà qualche calma”.
L’incontro con Cristo
LE GIORNATE di Giuseppe Bartolomeo trascorrevano tra la direzione spirituale e la confessione di molte anime religiose e di interi monasteri. Proseguiva la sua feconda corrispondenza con molte persone a cui dava consigli e conforto. Questa attività diventò così grande che, siccome a quel tempo pagavano l’affrancatura i destinatari, arrivò a sborsare ingenti somme. Ciò lo costrinse a ridurre i rapporti epistolari e limitarli a chi già conosceva, senza accettare missive di persone sconosciute. Con l’avanzare della vecchiaia dovette rinunciare anche alla direzione spirituale dei monasteri più lontani, con grande dispiacere e rammarico delle monache. Intrattenne, però, continua corrispondenza con le carmelitane scalze di Firenze, con le turchine di Genova, le cappuccine di Fanano, le mantellate di Reggio Emilia. Un altro problema per lui era rappresentato dalla pressante richiesta dei parenti di sistemare i loro figli in ambito lavorativo o di aprire loro una carriera. Il Menochio fece riferimento a queste pressioni nella lettera del 17 maggio 1821 al nipote Giovanni Cortassa: “Questo è quello che mi pone in angustia, che giunge fino a farmi dolere l’aver parenti, che se tali non avessi, vivrei con più tranquillità… ora a me solo mi serve di qualche sollievo in questa mia vechiaja l’aver Filie spirituali così buone e sante, quale sono le Adoratrici di Gesù Sacramentato. Queste sono la mia consolazione e spero saranno il mio conforto in punto di morte, perché le veggo veramente innamorate di Gesù”.
Nella lettera si fa riferimento alle adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento, che meritano un cenno particolare, perché il Menochio ebbe un ruolo fondamentale nella loro fondazione. Pio VII, infatti, aveva affidato alle sue cure pastorali questo nascente Ordine femminile contemplativo. Le origini di questa nuova forma di vita risalgono al 31 maggio 1807, quando, con il permesso del Papa, la beata Maria Maddalena dell’Incarnazione e tre sue consorelle, monache francescane nel monastero di Ischia di Castro (Viterbo), giunsero a Roma. Volevano fondare un Ordine contemplativo dedito all’adorazione continua del Santissimo Sacramento. In un primo tempo furono ospiti delle agostiniane di santa Lucia, poi acquistarono il convento dei santi Gioacchino e Anna alle Quattro Fontane dai carmelitani scalzi spagnoli. Con l’occupazione francese e il decreto di espulsione dei religiosi non romani, la beata dovette rientrare in Toscana, essendo nata a Porto Santo Stefano. Il Menochio aveva preso a cuore la nuova fondazione e sostenne la beata nel suo esilio, facendo ogni possi¬bile tentativo per permetterle di rientrare a Roma. Finalmente, alla caduta di Napoleone, Maria Maddalena e alcune sue compagne presero dimora nella chiesa di Sant’Anna al Quirinale. Non mancarono le difficoltà, ma Giuseppe Bartolomeo le guidava e le consigliava continuamente. Pio VII, nel corso dell’udienza del 5 giugno del 1817 lo nominò superiore del nascente Ordine delle adoratrici perpetue. Vi erano, infatti, molti avversari a questa fondazione, tra i quali, il cardinale Annibale Della Genga, vicario generale di Sua Santità per la diocesi di Roma e fu¬turo Leone XII. Il Menochio riuscì a guidare la comunità, facendole adottare la Regola agostiniana, che si confaceva meglio con lo stile di vita monastico e il carisma dell’Istituto impresso dalla fondatrice. Le adoratrici perpetue scelsero un abito particolare che suscitò dubbi nei prelati della Curia romana, ma che il Pontefice approvò: tonaca bianca, velo nero e scapolare rosso con un ostensorio bianco ricamato sul petto, e un mantello bianco corale.
Non era questa l’unica preoccupazione dell’ormai anziano vescovo, ma la maggior parte del tempo lo trascorreva ritirato al Quirinale, dedicandosi alla meditazione e alla preghiera. I giorni trascorrevano tra celebrazioni eucaristiche, incontri con alcuni membri della Curia Romana e con i superiori del suo Ordine. Infatti, era e rimase un agostiniano e lo fu fino alla fine, alternando la vita spirituale con l’attività pastorale e il servizio al Papa. Purtroppo, l’avanzare dell’età e il sopraggiungere di qualche acciacco, facevano intravedere il rapido declino delia sua vita. Una sera, si trovava a fare compagnia a Pio VII, che non stava molto bene, ed era presente anche il cardinale Consalvi. Il Papa si rammaricava che ormai gli rima¬neva poco di vita. Giuseppe Bartolomeo, allora, prese la parola ed esclamò: “Io sarò il primo ad andarmene, poi toccherà a Vostra santità, quindi a Vostra Eminenza”. E così fu: Pio VII morì cinque mesi dopo il Menochio e il cardinale Consalvi l’anno successivo.
L’anno 1823 fu cruciale per il Menochio ormai ottantaduenne. Fin dai primi mesi dell’anno, una febbre fastidiosa e persistenze lo debilitava. Giunto alla Quaresima, nonostante le precarie condizioni di salute, volle ugualmente digiunare, perché diceva che “era tempo di penitenza e che egli era in obbligo di dare il buon esempio”. I suoi confratelli lo invitavano a mitigare il digiuno ma, invano. Fecero, allora, intervenire il medico e anche il Papa si interessò di lui, invitandolo a prendere alla sera una minestra in brodo per riacquistare un po’ di energie. Il Menochio obbedì immediatamente al Pontefice, consapevole, però, che la sua ora era ormai giunta. Cercava di assecondare i medici compiendo delle passeggiate al di fuori del Quirinale. Nonostante gli avessero messo a disposizione una carrozza, preferiva andare a piedi, perché diceva che “era frate e come tale doveva sfuggire il fasto mondano e andare da povero”.
Quando le energie glielo permisero, andò a fare una visita alle monache dei vari monasteri di cui si occupava spiritualmente, così come ai confratelli di sant’Agostino e al priore generale dell’Ordine. Riprese anche a partecipare alle cappelle pontificie e, il 4 marzo, alla presenza del Papa incoronò solennemente al Quirinalela Verginedel Carmelo. Il 9 marzo, nel giorno della memoria di santa Francesca Romana, si recò per i vespri alla chiesa dove si conservano i resti della santa. L’ultima uscita dal Quirinale fu per un atto di carità: lo chiamò Marianna Vitelli, molto vicina al Papa e a lui, perché andasse a darle la benedizione prima di morire. Il Menochio non esitò un istante e, nonostante la grande debolezza, giunse al capezzale della donna ormai in fin di vita. Dovette però salire una rampa di scale e sebbene lo sostenesse un confratello laico, fu costretto a sedersi due o tre volte. Rientrò al Quirinale talmente fragile che dovette mettersi a letto. Da quel momento iniziò il rapido declino. Avrebbe voluto alzarsi, ma il medico glielo proibì. Continuò allora anche in quelle condizioni la sua vita quotidiana, recitando l’ufficio divino e quello della Madonna, al¬cuni rosari e le preghiere come di consueto.
Il 19 marzo, nel giorno del suo compleanno, la sua salute peggiorò in modo irreversibile, tanto che da solo non riusciva più a sollevarsi dal letto. Stava spegnendosi lentamente e mancava ormai poco al consummatum est. Aveva un’immagine della Madonna della Misericordia di Savona appesa sul muro di fronte e a lei chiedeva aiuto nei momenti di sofferenza. D’altra parte, aveva ben maturato un’esperienza spirituale profonda riguardo alla Croce da abbracciare per amore di Cristo, come scrisse nel 1810 alla carmelitana scalza fiorentina suor Teresa Maddalena della sacra conversazione: “Il cuore veramente amante ama il gusto divino non solo nelle consolazioni, ma nelle afflizioni, anzi maggiormente l’ama nella Croce, nelle pene, nei travagli, perciocché la principale Verità dell’amore è di far soffrire l’amante per la cosa amata”. Sicuramente, in quei momenti applicò a se stesso quello che tante volte raccomandava come direttore spirituale alle anime che si affidavano a Lui, come si legge nella lettera inviata a suor Maria Giuseppa di santa Teresa: “E’ un’aspra tentazione l’attristarsi, e sentir dispiacere delle vicende, che dispone Dio quando pur anche non volendo bisogna soffrirle per necessità -la Provvidenza di Dio è più saggia di noi”.
Fra Felice Cremona, il confratello laico che lo assistette fino alla fine, testimoniò che Giuseppe Bartolomeo pregava continuamente, invocando l’aiuto della Vergine e dei santi dell’Ordine. Presumendo ormai di essere quasi alla fine, si confessò da padre Carlo Thil e, il 25 marzo, ascoltando la messa nella vicina cappella, ricevette l’Eucaristia. Nel corso della giornata gli entrò la febbre e ritennero opportuno che il sotto-sacrista, padre Perugini, gli amministrasse l’estrema unzione. Rispose correttamente alle preghiere e alle litanie dei santi. Lo circondavano il pronipote Pier Luigi e i suoi confratelli. Il confessore padre Thil gli stette vicino fino alla fine, invitandolo a recitare delle giaculatorie. Verso le 22, mentre i suoi confratelli stavano pregando per lui, il Menochio disse: “Amen!” ed esalò l’ultimo respiro.
Lo rivestirono dell’abito agostiniano e delle insegne episcopali, poi, esposero il suo corpo nella cappella del sacrista al Quirinale. Moltissime persone gli resero omaggio, a cominciare dai prelati della corte pontificia fino ai semplici fedeli, che lo consideravano un uomo di Dio. Nella serata del 26 marzo, era il mercoledì santo, la sua salma venne trasferita nella chiesa di sant’Agostino. Siccome si celebravano i riti del Giovedì santo non fu possibile esporre i suoi resti mortali in chiesa, ma solo in sacrestia. Vi fu una folla impressionante di fedeli che volevano vedere e toccare quello che ritenevano un santo. Chiedevano oggetti appartenuti a lui e volevano un suo ricordo. Nella serata venne tumulato nella fossa comune dei religiosi accanto alla cappella di santa Monica, come aveva lasciato scritto nel testamento.
Il Menochio era già stato sepolto, mentre Pio VII era tenuto all’oscuro di tutto per disposizioni del cardinale Consalvi, il quale voleva evitargli un dolore viste le precarie condizioni di salute. Solo dopo alcuni giorni, informarono il Papa, il quale si rattristò molto per la perdita e si rammaricò che avessero tumulato il Menochio nella fossa comune dei religiosi. Mandò a chiamare il priore generale degli agostiniani, padre Mistretta, e gli ordinò di riesumare prima possibile il corpo di Giuseppe Bartolomeo e di dargli una degna sepoltura in un luogo separato. Il 19 maggio 1823, si provvide alla ricognizione dei resti mortali del Menochio che vennero trasferiti in una nuova cassa e sistemati in un loculo nella cappella di san Nicola da Tolentino all’interno della chiesa di sant’Agostino.
Visto il perdurare della sua fama di santità e le continue segnalazioni di grazie ricevute, l’Ordine agostiniano promosse l’apertura della causa di canonizzazione. Nel 1845 iniziò a Roma il processo ordinario diocesano, che si concluse nel 1852. Purtroppo, le fasi processuali successive, quelle presso la sacra Congregazione dei riti, si svolsero a rilento. Nel 1905 il dicastero pose delle novae animadversiones e da quel momento tutto rimase sospeso. Si dovette attendere l’impulso dato dal priore generale dell’Ordine, padre Agostino Trapè, e le fruttuose ricerche e le pubblicazioni di nuovi documenti per interessamento della postulazione generale dell’Ordine per riaprire la causa di canonizzazione. Nel 1971, infatti, padre Trapè chiese alla Congregazione di riprendere la causa e di sapere se erano ancora in vigore le obiezioni del 1905. Il 23 aprile 1971 il dicastero rispose che quelle novae animadversiones erano ancora valide e che era quindi necessario, per il proseguimento della causa, stilare un’aggiornata positio super virtutes. Consegnata la nuova positio e risolti i dubbi che avevano ostacolato il processo, Giovanni Paolo II, il 14 maggio 1991, lo dichiarò venerabile.
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Preghiere
Dio, Padre misericordioso,
che hai mostrato di gradire la testimonianza di vita
del Venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio
per mezzo del quale,
lo Spirito Santo operava guarigioni
nel corpo e nell’anima dei fratelli sofferenti,
guarda oggi alle nostre necessità.
Fiduciosi nella tua infinita misericordia
e per intercessione di questo tuo servo fedele
osiamo chiederti la grazia che desideriamo
e la gioia di vederlo presto glorificato
per il bene della tua Chiesa.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
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Chi ricevesse grazie per intercessione del Venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio osa, è pregato dame notizia al Postulatore Generale dell’Ordine di Sant’Agostino.
Via Paolo VI, 25 – 00193 Roma (Italia) Tel: 0039 06 680061
postulazione@osacuria.org
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PREGHIERA A MARIA SANTISSIMA
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(Il Venerabile Menochio la recitava prima di benedire i malati)
Vergine Santissima, Madre del Verbo Incarnato,
rifugio di noi miseri peccatori,
noi ricorriamo al tuo materno amore con viva fede
e domandiamo la grazia
di fare sempre la volontà di Dio e la tua;
mettiamo il nostro cuore nelle tue santissime mani.
Ti domandiamo la salute dell’anima e del corpo
e speriamo di certo che tu, nostra Madre tanto amata,
ci esaudirai e perciò con viva fede diciamo:
(Tre Ave Maria)
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Cronologia
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19 marzo 1741
nasce a Carmagnola (Torino)
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2 aprile 1760
entra nella provincia marchigiana dell’Ordine di Sant’Agostino
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3 aprile 1761
emette i voti solenni
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25 febbraio 1764
viene ordinato sacerdote a Terni
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20 ottobre 1771
nominato parroco a Castelfidardo
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15-16 gennaio 1774
supera l’esame di maestro in teologia
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1774
trasferito nel convento di Sant’Agostino ad Ancona
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quaresima 1793
predica a Modena
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quaresima 1794
predica a Reggio Emilia
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18 dicembre 1795
vescovo titolare di Ippona e ausiliare di Reggio Emilia
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22 maggio 1796
riceve ordinazione episcopale
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3 novembre 1796
espulso da Reggio Emilia si rifugia ad Ancona
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aprile 1797
espulso da Ancona e inizio del ministero episcopale itinerante nelle Marche
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14 marzo 1800
Pio VII lo sceglie come sacrista pontificio e suo confessore
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fine ottobre 1800
si sistema al Quirinale dove risiede il Papa
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2 novembre 1804 dal settembre 1808
viaggio a Parigi con il Papa
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dal settembre 1808
vive in clausura al Quirinale con il Papa
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6 luglio 1809
deportazione di Pio VII
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1810
soppressione ordini religiosi
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24 maggio 1814
Pio VII rientra a Roma
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22 marzo-7 giugno 1815
viaggio con Pio VII
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25 marzo 1823
muore al Quirinale
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26 marzo 1823
viene inumato nella fossa comune dei religiosi nella chiesa romana di Sant’Agostino in Campo Marzio per disposizione di Pio VII
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Il 19 maggio 1823
viene traslato in un nuovo loculo nella cappella di San Nicola da Tolentino nella chiesa romana di Sant’Agostino in Campo Marzio.
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1845
apertura processo diocesano di canonizzazione a Roma
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1852
chiusura del processo diocesano
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14 maggio 1991
Giovanni Paolo II lo dichiara venerabile
Bibliografia
J. LEFLON, Pie VII, Paris, 1958.
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TRAPP D. osa E G.L. MASETTI, Giuseppe Bartolomeo Meno¬chio osa, Prefetto del Sacrario Apostolico Confessore di Pio VII 1741-1823, Diari e Lettere I-VI, Edizioni Augustinianum, Roma 1968.
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DUILIO RICCARDI, Un santo tra i poveri e ragazzi, Edizioni Ancora, Milano, 1970.
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Positio super virtutes, Venerabile Giuseppe Bartolomeo Me¬nochio osa.
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Storia della Chiesa, XX/l-XX/2, Editrice S.I.A.E., Torino, 1971.
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CARLOS ALONSO osa, Testimonianze dei contemporanei su Giuseppe Menochio osa, sacrista pontificio e confessore di Pio Vili (1741-1823); Il biennio a Reggio Emilia 81794-1796), Postulazione agostiniana, Roma 1972.
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H. JEDIN, Storia della Chiesa, VIII/1, Edizioni Jaca Book, Milano, 1975.
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G. AGOSTI, Il servo di Dio Giuseppe Bartolomeo Menochio ela Madonnadella Ghiara, estratto dal Pescatore Reggiano, Bizzochi Editore, 1979.
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Analecta Augustiniana, XIII, passim.
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S. SPREAFICO,La Chiesadi Reggio Emilia tra antichi e nuovi regimi, Volumi 2, Cappelli Editore, 1980.
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AGOSTINO VITA osa, Un vescovo agostiniano nella bufera na¬poleonica, venerabile Giuseppe Bartolomeo Menochio osa, Sa¬crista e confessore di Pio VII, Postulazione agostiniana, Roma, 1983.
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Testo della Conferenza di Padre Mattei in occasione della presentazione del libro
“UN VESCOVO SENZA PAURA*