(Nel suo taccuino personale che chiamava “Annotazioni”’ registrava meticolosamente tutte le esecuzioni)
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A Roma un fantasma vaga per Ponte Sant’Angelo.
Talvolta si avvicina ai passanti per offrire una presa di tabacco.
L’ultimo desiderio per un condannato a morte.
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Il sole sta per sorgere nella Roma ottocentesca, pigra e sonnacchiosa, quando un bisbiglio si propaga per le strade come un brivido:
“Mastro Titta passa ponte“.
Non è un annuncio qualsiasi:
significa che oggi qualcuno morirà per mano della giustizia del Papa.
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Giovanni Battista Bugatti, in arte Mastro Titta, è una delle figure più inquietanti e leggendarie della Roma papalina. Nato a Senigallia il 6 marzo 1779, si trasferisce presto a Roma e va ad abitare al numero 4 di vicolo del Campanile, nel rione Borgo, non lontano da San Pietro.
Ufficialmente lavora come verniciatore di ombrelli.
Ma in realtà il suo ruolo è quello di traghettatore di anime.
A soli 17 anni inizia una carriera che lo avrebbe reso celebre e temuto, quello di boia ufficiale dello Stato Pontificio.
La sua prima esecuzione fu quella di Nicola Gentili, un giovane che aveva ucciso un prete, il suo cocchiere e due frati:
impiccato, squartato e decapitato.
Dal 1796 al 1864, Mastro Titta servì sei papi, da Pio VI a Pio IX.
Nel suo taccuino personale, che chiamava ‘Annotazioni’, registrava meticolosamente tutte le esecuzioni: 514 per la precisione.
I metodi di esecuzione variavano:
impiccagione, mannaia, mazzolatura e, dal 1816, la ghigliottina, introdotta dopola Rivoluzionefrancese.
La giustizia pontificia era uno spettacolo pubblico, rito collettivo e strumento di potere insieme.
I condannati erano dati in pasto al pubblico e i padri portavano i figli maschi ad assistere, schiaffeggiandoli durante l’esecuzione perché il monito rimanesse impresso.
Viaggiatori celebri furono testimoni diretti di quei momenti.
Lord Byron, il 19 maggio 1817, si trovava in piazza del Popolo mentre tre condannati (Giovanni Francesco Trani, Felice Rocchi e Felice De Simoni) venivano decapitati, e descrisse l’esperienza in una lettera al suo editore John Murray. Charles Dickens, durante il suo viaggio in Italia tra il luglio 1844 e il giugno 1845, assistette a un’esecuzione in via dei Cerchi effettuata dal Bugatti, commentandola nel suo libro Lettere dall’Italia.
II rituale prevedeva che Mastro Titta offrisse ai condannati un pizzico di tabacco da fiuto o un sorso di vino poco prima del colpo fatale, dicendo loro “di non prendersela” e che “avrebbe fatto un buon lavoro“. Un gesto che lui stesso definiva una “consolazione, seppur magra“.
Prima di ogni esecuzione, si confessava e si comunicava, proprio come il condannato.
In un caso celebre, quello dei carbonari Angelo Targhini e Leonida Montanari, giustiziati il 23 novembre 1825 in piazza del Popolo per lesa maestà (avevano tentato di uccidere una spia), i condannati morirono gridando “Viva l’Italia!“.
La vicenda è al centro del film di Luigi Magni, “Nell’anno del Signore”, che racconta con ironia e amarezza lo scontro tra il potere papalino e i patrioti del Risorgimento.
Mastro Titta era malvisto e detestato dai cittadini romani.
Per ragioni di sicurezza, gli era vietato recarsi nel centro della città, sull’altra sponda del Tevere. Da qui il celebre proverbio romanesco:
“Boia nun passa Ponte“.
Il detto significa che ognuno deve stare nel proprio ambiente, ma ha anche un valore minatorio:
il boia, figura infame, non poteva mescolarsi con la gente perbene.
Tuttavia, le esecuzioni capitali non avvenivano nel Borgo vaticano, ma sull’altra riva del Tevere:
a piazza del Popolo, a Campo de’ Fiori o nel Velabro.
Così, quando c’era una condanna da eseguire, Mastro Titta indossava il suo mantello scarlatto (oggi al Museo Criminológico di Roma) e attraversava Ponte Sant’Angelo.
Vedendolo, i romani dicevano:
“Mastro Titta passa ponte”.
Era l’annuncio che presto qualcuno sarebbe morto.
Il popolo si radunava in piazza, galvanizzato, ma se l’esecuzione fosse stata particolarmente cruenta, avrebbe potuto turbarsi, offeso dalla “mancanza di tatto” dell’esecutore, che rischiava il linciaggio. Il 17 agosto 1864 Mastro Titta fu sostituito dal suo aiutante Vincenzo Balducci, che continuò la sanguinosa missione fino al 9 luglio 1870.
Papa Pio IX gli concesse la pensione con un vitalizio di 30 scudi mensili.
Tornò allora a Senigallia, dove morì il 18 giugno 1869.
Al contrario della sua fine terrena, la sua leggenda non si è mai spenta.
Nella tradizione popolare, si narra che il suo fantasma continui a vagare per la città eterna. Lo si vedrebbe alle prime luci dell’alba, avvolto ancora nel suo mantello rosso, nei luoghi delle sue esecuzioni:
presso la chiesa di Santa Maria in Cosmedin, in piazza del Popolo, in via dei Cerchi, in piazza del Velabro e su Ponte Sant’Angelo.
Si dice che talvolta si avvicini a chi incontra e, con gesto gentile, offra una presa di tabacco, proprio come faceva con i condannati prima di accompagnarli al patibolo.
“Er boja” rappresenta il volto più oscuro della giustizia pontificia, che non si discostava dagli atteggiamenti dello Stato dell’epoca.
La sua figura incarnala Roma papalina dell’Ottocento, dove la giustizia era spettacolo, la morte era un fatto pubblico che serviva da monito e il popolo era testimone e partecipe del macabro rito istituzionale.
Per la cronaca l’ultimo giustiziato in assoluto nello Stato Pontificio fu Agatino Bellomo, condannato per omicidio e ghigliottinato a Palestrina due mesi prima della breccia di Porta Pia, nel 1870.
Con la conquista dello Stato della Chiesa e la sua annessione al Regno d’Italia,la Santa Sede, non disponendo più di una sovranità temporale, fu privata del diritto di comminare la pena di morte.
Questa, nella Città del Vaticano, fu invece abolita definitivamente il 12 febbraio 2001, con la revisione della “Legge Fondamentale” firmata da Giovanni Paolo II.