L’AMICIZIA SECONDO I FILOSOFI
Massimo Baldini (ed.) 
Il sentimento dell’amicizia nel pensiero dei maggiori filosofi di ogni tempo, da Platone fino ad Adorno:
il saggio storico-critico di Massimo Baldini e l’ampia antologia di testi ripercorrono le tappe più significative della dimensione filosofica dell’amicizia.
Si scopre così che se della definizione di questo sentimento si sono occupati approfonditamente i più grandi pensatori dell’antichità -da Platone ad Aristotele, da Epicuro a Seneca -, interessati non solo a indagarne le caratteristiche formali, ma anche a comprenderne i compiti specifici, tale interesse, dalla filosofia rinascimentale in poi, si è via via affievolito.
In anni recenti, invece, l’argomento è stato rilanciato dalle indagini di sociologi, psicoanalisti e psicologi, «strappandolo» quasi dalle mani dei filosofi; con questo non va dimenticato che l’amicizia ha la sua rilevanza nell’ambito della filosofia morale, ma riveste un ruolo non secondario anche nella filosofia della politica e nell’antropologia filosofica.
Nel patrimonio di parole e di scritti lasciato dai maggiori pensatori nel corso delle epoche, emerge il sentimento per eccellenza dell’affettività disinteressata e della solidarietà reciproca, inteso,
ora come palestra di virtù e «contratto» tra anime oneste e sensibili,
ora come sicuro rifugio e spazio di condivisione totalizzante.  
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L’AMICIZIA SECONDO I FILOSOFI 
(a cura di)
Massimo Baldini
*Testi di
Platone / Aristotele / Epicuro / Cicerone / Seneca / Abelardo Erasmo da Rotterdam / Montaigne / Bacone / Descartes Malebranche / Voltaire / Holbach / Kant / Schopenhauer Rosmini / Kierkegaard / Nietzsche / Croce / Adorno
Si ringraziano gli Editori che hanno concesso la riproduzione di alcuni brani presenti in questo libro.
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 Accademia di Platone – mosaico I sec. d.C,
Pompei Napoli, Museo Archeologico Nazionale.
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Bozza della libera trascrizione effettuata dalla lettura del testo
© 1998, Città Nuova Editrice Via degli Scipioni 265 – 00192 Roma
ISBN 88-311-0116-1
Finito di stampare nel mese di marzo 1998 dalla tipografia
Città Nuova della P.A.M.O.M.
Largo Cristina di Svezia 17 00165 Roma – tel. 5813475/82
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INTRODUZIONE
«La volontà di amicizia sorge in fretta, ma non così l’amicizia».
(ARISTOTELE)
«L’amicizia senza la virtù in alcun modo può esservi».
(CICERONE)
«L’uomo bennato si dedica all’amicizia e alla filosofia; dei quali quello è un bene mortale, questo immortale».
(EPICURO)
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1. L’AMICIZIA E I FILOSOFI
Da un punto di vista etimologico filosofia significa amore della sapienza.
Secondo una tradizione tramandataci attraverso Eraclide Pontico, Pitagora fu il primo ad introdurre questo termine nel suo significato tecnico.
Egli avrebbe affermato che solo Dio è sapiente, mentre l’uomo può essere solo amante della sapienza.
Da Talete ai nostri giorni la filosofia è andata smisuratamente ampliandosi:
dal filosofo «tuttologo» dell’antichità si e passati ai filosofi specialisti dei nostri giorni, e ciò grazie anche al moltiplicarsi delle relazioni che la filosofia ha via via stabilito con i più diversi ambiti della cultura.
Infatti, col passare dei secoli la filosofia si è trovata accanto nuove discipline:
dalle scienze della natura (fisica, chimica, biologia, ecc.)
alle scienze dell’uomo (antropologia, sociologia, psicologia, economia, ecc.).
E questo proliferare di discipline se da un lato ha contribuito in modo decisivo ad ampliare e arricchire il ventaglio dei problemi che i filosofi si sono trovati a dover fronteggiare, dall’altro ha anche «strappato» dalle mani dei filosofi alcuni problemi alla cui soluzione avevano a lungo lavorato nei secoli passati.
Uno di questi temi è appunto quello relativo all’amicizia.
All’amicizia i filosofi dell’antichità hanno riservato un’attenzione specialissima:
Platone le ha dedicato un interi) dialogo (il Liside),
Aristotele ha affidato soprattutto le sue riflessioni a due libri (l’ottavo e il nono) dell’Etica Nicomachea e, dopo di loro.
Epicuro, Seneca e Cicerone, per ricordare solo alcuni nomi, si sono interrogati su quali sono le qualità dell’amico ideale e sul ruolo e la funzione dell’amicizia.
La definizione più celebre dell’amico ce l’ha fornita Aristotele (un amico è «un’anima sola in due corpi»)1 e dell’amicizia CiceroneL’amicizia è niente altro se non un perfetto accordo nelle cose divine e umane, unito con un volersi bene ed amarsi; e di essa certo non so se, eccettuata la sapienza, dagli dei sia stata data all’uomo cosa migliore.
Alcuni le antepongono la ricchezza, altri la buona salute, altri la potenza, altri gli onori, molti anche i piaceri.
Questa ultima cosa è propria delle bestie, le altre poi sono passeggere e incerte, poiché non tanto dipendono dal nostro senno, quanto dal capriccio della fortuna»)2.
Tuttavia, a partire dal Rinascimento l’interesse da parte dei filosofi per l’amicizia viene a poco a poco meno.
A questo tema essi iniziarono a dedicare solo la domenica dei loro interessi:
Bacone lo tratta sbrigativamente in poche pagine nei suoi celebri Saggi,
Kant fa altrettanto nelle sue Lezioni di etica.
Anche Schopenhauer, Nietzsche e Croce scrivono sull’amicizia ma solo con la mano sinistra.
Nel Novecento, infine, accade un fatto nuovo:
sociologi, psicoanalisti e psicologi iniziano a indagare con le proprie reti teoriche l’amicizia nelle sue pieghe più minute.
Con il presente lavoro intendiamo ripercorrere, nelle sue tappe più salienti, la dimensione filosofica dell’amicizia, cogliere cioè come essa sia stata, a partire da Platone, definita e, soprattutto, quali compiti le siano stati attribuiti dai filosofi dell’antichità, e anche da quelli dell’età contemporanea.
L’amicizia appartiene all’ambito della filosofia morale.
Aristotele, infatti, nell’Etica Nicomachea affronta questo tema solo dopo aver trattato delle virtù morali e prima del discorso sul sommo bene, tuttavia, essa riveste anche un ruolo non marginale nella filosofia della politica e nell’antropologia filosofica.
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2. PER PLATONE È IMPOSSIBILE SCOPRIRE CHE COSA SIA UN AMICO
Il primo trattato dedicato all’amicizia, che si incontra sui sentieri della filosofia, è il Liside o dell’amicizia.
E opera del filosofo greco Platone ed è un dialogo che ha come protagonisti Socrate, un suo discepolo, Liside, e due suoi amici. S
i svolge ad Atene e si conclude con il riconoscimento di un insuccesso.
Le ultime parole del dialogo pronunciate da Socrate sono, infatti, le seguenti:
«Bella figura che abbiamo fatto, ragazzi miei! Io, il vecchio e voi pure, quanti ci hanno ascoltato se ne partiranno di qua e diranno che noi crediamo d’esser l’uno all’altro amici (vedete che io mi metto insieme a voi) ma che non siamo stati capaci di scoprire che cosa sia un amico»3.
La prima importante questione che viene affrontata nel dialogo è così posta da Socrate:
«Amico è chi ama? Oppure chi è amato? O chi ama ed è amato?».
Ma la discussione presto risulta non fruttuosa perché la reciprocità che sembra di primo acchito essere la risposta corretta («nulla è l’amicizia se chi ama non è riamato»4) mostra tutti i suoi limiti quando si (Introduzione 9)  riflette, ad esempio, sul fatto che esistono amici della sapienza (i filosofi) o amici del vino che non sono certo ricambiati dall’essere amato.
La conclusione paralizzante a cui giunge la discussione è che «l’amico non è colui che ama, né colui che è amato, né colui che nello stesso tempo ama ed è amato»5.
Socrate, quindi, prende in esame l’ipotesi accreditata da molti autori che l’amicizia nasca tra simili. E la confuta notando che due malvagi, essendo simili, dovrebbero essere amici, ma ciò è palesemente impossibile in quanto il malvagio non può che desiderare il male altrui.
Ne conclude che l’amicizia può nascere solo tra simili che siano anche buoni:
«Solo il buono è amico al solo buono, il malvagio invece non può pervenire a vera amicizia né con un buono né con un altro malvagio»6.
Una simile amicizia, però, non può essere di nessuna utilità, il buono infatti «basta a se stesso» e quindi «non ha bisogno di nulla» e «chi di nulla ha bisogno, neppure ha ragione d’amore», ma «chi non ama, nemmeno è amico».
Ma l’amicizia che non è il frutto di un rapporto di simili (né di malvagi né di buoni) può nascere da un rapporto di contrari?
In breve, può «amicizia massima» intercorrere tra persone dotate di qualità assolutamente contrarie? Anche a questa domanda Socrate risponde negativamente giungendo così all’ipotesi che amici possano essere solo coloro che non sono né completamente buoni né completamente malvagi. «Dico, dunque – egli afferma -, ma sicuramente non lo so (la mia è quasi una divinazione):
ciò che non è né buono né cattivo è amico del bello e del buono»7.
La conclusione a cui giunge è che «sorge amicizia quando chi non è né cattivo né buono, per l’azione del male, si volge ad amare il bene»8.
Ma anche questa conclusione viene subito messa in discussione.
Il passo successivo è l’affermazione che «tutte le cose che ci sono care, in vista d’una certa persona veramente cara, sono tali soltanto per modo di dire.
E Amico vero e proprio è unicamente quello verso il quale tutte quelle minori amicizie hanno la loro consummazione» 9 e cioè il Bene.
«È questa – commenta Pizzolato – la conclusione teoreticamente più profonda della speculazione sull’amicizia del Liside»10.
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3. L’AMICIZIA PER ARISTOTELE È UNA VIRTÙ
I libri ottavo e nono dell’Etica Nicomachea di Aristotele sono dedicati al tema dell’amicizia.
Nei libri precedenti il grande filosofo greco prende in esame le varie virtù e l’amicizia, a suo avviso, è il termine ultimo della vita morale.
L’amicizia, egli afferma, «è una virtù o s’accompagna alla virtù: inoltre essa è cosa necessarissima per la vita.
Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni»11.
Inoltre, l’amicizia è, a suo dire, superiore alla stessacgiustizia. «Quando si è amici – scrive Aristotele – non ve bisogno per nulla di giustizia, mentre, anche essendo giusti, si ha bisogno dell’amicizia»12.
Per il nostro filosofo le amicizie accidentali, che sono quelle caduche, si hanno soprattutto nelle persone anziane (che ricercano l’utile) e tra i giovani (che ricercano il piacere).
Di contro, l’amicizia perfetta si ha tra ì «buoni» e i «simili nella virtù»13.
Inoltre, secondo lo Stagirita, non «possibile essere amico a molti di perfetta amicizia, come non è possibile essere innamorato contemporaneamente di molti; l’amicizia perfetta infatti è simile ad un eccesso, il quale per sua natura può sorgere solo verso una persona; non è facile infatti che molte persone piacciano fortemente e contemporaneamente ad una stessa persona, e forse non è neppur possibile che esse sian tutte buone. è
Inoltre occorre averle messe alla prova ed esser venuti con loro in familiarità, il che è difficilissimo. Invece è possibile piacere a molti a causa dell’utile o del piacevole; giacché molti sono siffatti e i servigi si possono rendere in breve tempo»14.
Alla domanda se l’uomo felice abbia bisogno di amici oppure possa farne a meno, Aristotele risponde affermando che la felicità di per sé presuppone l’amicizia.
È probabilmente assurdo, egli afferma, «fare del beato un uomo solitario; nessuno infatti sceglierebbe di avere tutti i beni per sé solo; l’uomo infatti è un essere politico e portato naturalmente alla vita in società.
E questa caratteristica v’è anche nell’uomo felice:
egli infatti possiede i beni naturali.
Ed è chiaro che è meglio passare il giorno con persone amiche e convenienti che con persone estranee e qualsiasi; perciò l’uomo felice ha bisogno di amici» l5.
Tuttavia, Aristotele sostiene anche che la felicità non aumenta con l’aumentare del numero degli amici.
E forse bene, egli scrive, «non cercare di avere più amici che possibile, bensì solo tanti quanti sono sufficienti per la convivenza»16. Ed aggiunge: «le amicizie famose celebrate nei carmi si sono avute sempre tra due soli amici.
Quelli invece che hanno molti amici e che trattano familiarmente con ttitti non sembrano essere amici a nessuno» l7.
L’ultimo interrogativo al quale Aristotele risponde sul finire del libro nono è se si abbia più bisogno degli amici nella buona sorte o nelle sventure.
A suo avviso, «la presenza degli amici è di per sé piacevole sia nella fortuna sia nella sfortuna»18.
Infatti «coloro che soffrono si sollevano se gli amici soffrono con loro» e, del resto, la presenza degli amici nella fortuna «rende piacevole il nostro modo di vita e ci offre l’idea che anch’essi godono dei nostri beni» l9.
L’amicizia tra uomini virtuosi, conclude Aristotele, consente loro di migliorarsi e di perfezionarsi, ha cioè un valore di per se stessa ed è valorativa, fa cioè germinare quei valori che erano presenti negli amici anche se inizialmente risultavano ben nascosti.
«L’amicizia delle persone convenienti è conveniente e si perfeziona col loro frequentarsi.
Esse sembrano anzi migliorarsi, esercitando la loro attività e correggendosi a vicenda»20.
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4. SAPIENZA, AMICIZIA E FELICITÀ IN EPICURO
Il periodo in cui visse Epicuro (Samo,341 a. C. – Atene,270 a. C.) fu tra i più turbinosi della storia greca.
In quegli anni si verificò la nascita dell’impero creato da Alessandro Magno, la sua successiva frantumazione nelle monarchie ellenistiche, la decadenza delle città-stato.
Fu un periodo, come afferma il Festugière, di «smarrimento morale»21 e politico, in cui venne meno «lo spirito di famiglia e di città»22. Per tutti questi motivi, come nota Pizzolato, l’uomo ellenistico accentuò «il ruolo personale e privato dell’amicizia» che assunse «un valore consolatorio nei confronti della spersonalizzazione della vita cittadina e compensativo di fronte allo smarrimento della fede religiosa tradizionale»23.
In questo contesto culturale e politico va collocata la filosofia di Epicuro e la sua concezione dell’amicizia.
Egli creò la prima delle grandi scuole ellenistiche, scuola che ebbe come sede un edificio con un giardino nei sobborghi di Atene.
Della sua ricchissima produzione («Epicuro – si legge nella sua vita scritta da Diogene Laerzio – scrisse moltissimo e tutti superò per il numero dei suoi libri:
sono infatti circa trecento volumi») ci sono giunte per intero solo tre lettere, due raccolte di massime e alcuni frammenti.
Sempre Diogene Laerzio riferisce che Epicuro ebbe «amici tanto numerosi da formare intere città» e che questi «dovunque abitassero, venivano a trovarlo da ogni luogo per vivere con lui nel Giardino».
Per il nostro filosofo gli dèi non si occupavano del dolore o della felicità degli uomini, il cosmo era retto da una radicale casualità, l’uomo era perfettamente «autarchico» anche nei confronti delle istituzioni politiche.
A suo avviso, l’amicizia nasce dall’utilità, ma si tratta di un utile, per così dire, sublimato:
«Ogni amicizia – egli scrive – è desiderabile di per se stessa, anche se ha preso origine dall’utilità» 24; «Amico non è chi sempre cerca l’utile, né chi mai lo congiunge all’amicizia; perché l’uno mercanteggia il ricambio al beneficio, l’altro recide la fiduciosa speranza per l’avvenire»25.
Per il nostro filosofo, l’amicizia è anche la «via e il fine» della felicitàDi tutte le cose che la saggezza procura per ottenere un’esistenza felice, la più grande è l’amicizia»26).
L’amicizia è per Epicuro un bene («l’uomo bennato si dedica all’amicizia e alla filosofia; dei quali quello è un bene mortale, questo immortale»27), è fonte di sicurezza («la stessa idea che ci rassicura che il male non è eterno e neppure durevole, riconosce che nel limite di tempo della vita la maggior sicurezza è data dall’amicizia»28), ma anche di gioia («l’amicizia percorre la terra, annunciando a tutti noi di svegliarci per comunicarci la gioia l’un l’altro»29), essa fa vedere nell’amico un altro se stesso («il saggio soffre per l’amico torturato come per se stesso»30). Per l’amicizia, infine, occorre talora esporsi a rischiare il proprio amore:
«Non è apprezzabile chi è troppo facile all’amicizia né chi troppo vi esita; per amore dell’amicizia bisogna anche rischiare il proprio amore»31.
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5. LE REGOLE DELL’AMICIZIA SECONDO CICERONE
Nel mondo latino, a differenza del mondo greco, il termine amicizia è sinonimo più di solidarietà politica che di rapporto affettivo tra due persone. Cicerone col dialogo L’amicizia, da lui scritto nel44 a. C, un anno prima di venir ucciso a Formia dai soldati di Antonio, innestò l’amicizia personale-filosofica di tipo greco sull’amicizia politico-utilitaristica della tradizione romana.
L’amicizia ciceroniana è un’opera che col passare dei secoli è divenuta un vero e proprio cult book. In essa, tra l’altro, è contenuta, come abbiamo visto, la più celebre definizione dell’amicizia che mai sia stata scritta.
L’amicizia, afferma Cicerone, «tiene in sé uniti moltissimi beni:
dovunque tu vada, la trovi; da nessun luogo è esclusa, non mai è intempestiva, non mai è molesta; sicché non dell’acqua, non del fuoco ci serviamo, come si dice, in più occasioni che dell’amicizia»32.
L’amicizia fu scritta in tempi di diffuse discordie civili che imponevano drammatiche scelte esistenziali e contiene una serie di regole, di leggi e di consigli sull’amicizia.
Vediamoli sia pur sinteticamente:
1. L’amicizia è un fatto naturale (vi raccomando «di anteporre l’amicizia a tutte le cose umane: nulla è infatti così conforme alla natura, così adatto e ai momenti felici e ai momenti avversi» 33);
2. L’amicizia può esistere solo tra salienti-virtuosi («non vi può essere amicizia se non tra i buoni» 34);
3. L’amicizia è superiore alla parentela (infatti, mentre a quest’ultima «può togliersi l’affetto, all’amicizia no: tolto l’affetto, l’amicizia non c’è più; la parentela invece rimane»35);
4. l’amicizia è generata, (e conservata) dalla virtù (la «virtù stessa e genera e mantiene l’amicizia, né l’amicizia senza la virtù in alcun modo può esservi» 36);
5. L’amicizia illumina e rallegra il futuro («pur contenendo altri moltissimi e grandissimi beni, essa è certo superiore a tutte le cose umane, per il fatto che ci fa splendere innanzi la buona speranza sull’avvenire e non lascia che l’anima s’indebolisca e prostri»37);
6. L’amicizia non è (ondata né sul piacere né sull’utilità, ma sull’amore («l’amicizia mi sembra piuttosto sorta (…) più per inclinazione dell’anima con un suo certo senso d’amore che per riflessione, considerando quanta utilità essa avrebbe poi avuto» 38);
7. Agli amici non si devono chiedere favori contro la morale («agli amici chiediamo cose oneste, per cagione degli amici cose oneste facciamo, non aspettiamo neppure di esser richiesti» 39);
8. Con gli amici deve esservi «comunione di ogni cosa, di pensieri e di volontà, senza restrizione alcuna»40);
9. Nello stringere amicizia si deve porre molta attenzione in modo «da non incominciare ad amare uno che un giorno potremo odiare». Pertanto, «si deve decidere sull’amicizia quando il carattere è formato e l’età matura»41 e, inoltre, si deve aver sempre presente il fatto che «diversità di caratteri mena con sé diversità di gusti, e la dissomiglianza di questi scioglie le amicizie»42;
10. Se le amicizie, per qualche sciagurato e inevitabile motivo, si dovessero disfare, allora si sciolgano «allentando a poco a poco i rapporti e, come ho pentito che Catone soleva dire, piuttosto si devono scucire che strappare, a meno che non sia venuta fuori un’offesa proprio intollerabile, sicché non sia né giusto né lodevole né possibile non romper subito ogni rapporto e farla finita»43;11. L’amicizia si fonda sulla verità, quindi, tra amici, sono doverose ammonizioni e rimproveri («è proprio della vera amicizia e ammonire ed essere ammoniti; e l’una cosa fare francamente, non aspramente, l’altra accoglierla pazientemente, non dispettosamente; così si deve ritenere che non c’è peste maggiore nelle amicizie che l’adulazione, la cortigianeria, la piaggeria»44);
12. La forza dell’amicizia «sta in questo, che quasi una sola anima si fa di più anime»45.
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6. LA DIMENSIONI’. SAPIENZIALE DELL’AMICIZIA SECONDO SENECA
Seneca, scrive Umberto Boella, ha esercitato «una grande influenza nel corso dei secoli su innumerevoli anime: da Lattanzio a Severino Boezio ad Abelardo a Petrarca ad Erasmo a Pascal a Montaigne ed ai moralisti francesi fino ad Alain; ed in realtà egli può essere considerato a ragione come uno dei pensatori antichi più vivi, che riassunse in sé il travaglio morale e religioso di molte generazioni»46.
Seneca nacque a Cordova in Spagna intorno al4 a.C. Fu questore, senatore, celebre oratore, venne condannato a morte da Caligola e graziato per l’intercessione di una cortigiana, fu inviato in esilio in Corsica dove rimase per otto anni, venne poi richiamato a Roma come maestro del giovane Nerone, lasciò volontariamente la corte dell’imperatore, accusato di aver fatto parte di una congiura per uccidere Nerone fu da questi condannato al suicidio.
Nelle Lettere a Lucilio da lui scritte negli ultimi anni della sua vita numerosi sono i riferimenti all’amicizia, in generale, e alla vera amicizia, in particolare.
Quest’ultima è, a suo avviso, riconoscibile dal fatto che «né la speranza, né il timore, né l’interesse»47 possono distruggerla, è «quella che in punto di morte non ci abbandona, quella per la quale gli uomini sono capaci di morire»48.
Per Seneca, come per tutti gli stoici, il saggio deve bastare a se stesso, il che però «non impedisce che egli gradisca un amico e che gli stia vicino e gli viva assieme»4″‘. E il saggio vuole un amico per praticare quella virtù così importante per lui che è l’amicizia. L’amicizia per Seneca non mira a scopi utilitaristici, il saggio la pratica non per avere qualcuno che lo assista se cade ammalato, ma per avere «uno che egli ammalato possa assistere, prigioniero liberare. Chi pensa solo al suo interesse e per questo cerca di contrarre amicizie, è fuori strada. Come ha cominciato, così finirà: si è procurato un amico che lo aiutasse a liberarsi dai ceppi: ed ecco che quegli, non appena risuonerà il rumore delle catene, se ne fuggirà via.
Tali sono le amicizie che il popolo chiama conformi all’opportunità:
chi è stato accolto come amico per interesse, riuscirà accetto finché la sua presenza sarà utile»50.
Il sapiente, di contro, gode più «nel dare che l’altro nel ricevere».
Il saggio , dunque, e spinto all’amicizia «non da interesse, ma da naturale impulso» e, del resto, l’amicizia che si fonda sull’interesse è un «vilissimo affare» 51.
L’amicizia, per Seneca, è un bene di per se stessa ed è anche in grado di suscitare nell’amico il desiderio di virtù. «Se mostrerai – scrive Seneca a Lucilio – di ritenere il tuo amico degno di fiducia, lo renderai tale».
Il sapiente, Infine, possiede «l’amico con l’animo» 52 e questi, pertanto, «non è mai lontano», per questo la lontananza non ha il potere, come molti pensano, di incrinare l’amicizia.
«E possibile – osserva il nostro filosofo rivolto a Lucilio – aver relazione cogli amici assenti, e proprio tutte le volte che vuoi, per quanto tempo vuoi:
di questo grandissimo piacere godiamo in modo particolare mentre siamo lontani. Infatti la vicinanza ci rende schifiltosi»53.
Per Seneca, «l’amicizia è sempre giovevole» 54, mentre «l’amore talvolta è persino nocivo»55; l’amicizia è fonte di felicità («nessuno può vivere felice se bada soltanto a se stesso, se tutto rivolge al proprio interesse: devi vivere per un altro, se vuoi vivere per le stesso» 56) ed è necessaria per esercitare la propria virtù («Avviene necessariamente che il sapiente esercitando la virtù d’un altro, eserciti anche la propria»).
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7. GLI INSEGNAMENTI DI ABELARDO SULL’AMICIZIA
Nel1142 aCluny moriva, nel raccoglimento e nella preghiera, Pietro di Berengario detto Abelardo, la figura più prestigiosa della filosofia del dodicesimo secolo. Per la sua tomba Pietro il Venerabile dettò questo celebre epitaffio:
«Socrate della Francia, sommo Platone dell’Occidente, moderno Aristotele, emulo o maggiore dei dialettici d’ogni tempo; principe degli studi, famoso nel mondo, genio multiforme, penetrante e acuto; tutto superava con la potenza della ragione e l’arte della parola: questo era Abelardo».
Figlio di un militare che amava le lettere, Abelardo era nato nel 1079 nei pressi di Nantes.
Era stato allievo di Rosecilino, Guglielmo di Champeaux e Anselmo di Laon.
Spirito tormentato ed inquieto, di ingegno vivacissimo, era stato per i suoi maestri, come egli stesso scrive, un «discepolo molestissimo».
Del celebre Anselmo di Laon aveva affermato, con grande irriverenza, che «possedeva un linguaggio brillante ma povero di concetti e vuoto di pensiero. Era simile ad un fuoco che quando si accende riempie la casa di fumo senza far luce».
Le sue opere spaziano dalla logica alla teologia e all’etica.
In quella che scrisse negli ultimi mesi di vita {Mollila ad Astrolabium fili uni), si tratta di un poema didascalico, si prefisse il compito di dare una serie di buoni consigli al proprio figlio, Astrolabio, ormai ventenne.
È, infatti, una raccolta di sentenze e precetti.
Nel Medioevo raccolte di questo tipo erano molto care all’educazione cristiano-monastica; il loro modello, come afferma Graziella Ballanti, «deriva dai Proverbi di Salomone e dalle Sententiae dei Padri della Chiesa, ma soprattutto, più praticamente, dalle Regulae dei grandi Ordini religiosi. Erano cioè formulari, che offrivano al lettore vere e proprie “liste” di comportamenti da adottare o da respingere, nelle diverse circostanze o rispetto ai diversi problemi della vita cristiana»57.
In questa raccolta sono contenuti anche non pochi consigli sull’amicizia. Un tema su cui Abelardo sfoggia numerose reminiscenze classiche (soprattutto Seneca e Cicerone). «Un vero amico – esordisce il nostro filosofo – vale più di ogni dono di Dio, / va preferito a tutte le ricchezze. / Nessuno sarà povero se possiede un tesoro simile / che è tanto più prezioso quanto è più raro. / I fratelli sono molti, ma fra loro è raro un amico; / quelli li crea la natura, ma questo te lo concede l’affetto» 58.
Dopo di che Abelardo ricorda al figlio che nessun rapporto amichevole deve mai ledere l’onestà o costringere a commettere bassezze.
«Se non sei un altro me stesso – continua Abelardo -, non sei per me un vero amico: / e se per me non sei come me, non sei un altro me stesso. / Coloro che vedrai ricercare nell’amicizia il proprio guadagno / sappi che fingono d’essere ciò che vogliono essere detti. / Se credi subito qualcuno colpevole, non sei suo amico; / ciascuno conosce per ultimo i mali della sua casa. / Chi è ricco non potrà mai sapere se i propri amici / lo sono della sua fortuna o di sé. / Chi è povero, in questo felice, è libero da tale errore, / per questo la povertà sarebbe da preferirsi. / Coloro che ti erano amici nella buona fortuna, / quando questa finisce, finiscono anch’essi di esserlo. / Chiunque sia amato davvero, riceve più che non dia per i suoi doni, / perché che cosa può esservi più prezioso dell’amicizia? / Con un dono maggiore ci meritiamo maggiore gratitudine; ma ciascuno donando se stesso darà più che i suoi beni. / Tienti caro un vecchio amico, che ormai conosci bene, / e se sei saggio non credere che un nuovo amico sia eguale; / e il tuo amico più grande sia chi prima lo è stato di tuo padre / perché gli sarai caro anche per amore di lui»
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8. ERASMO DA ROTTERDAM: LA PAZZIA È LA MADRE DELL’AMICIZIA
11 primo autore a percepire un compenso da un editore fu Erasmo da Rotterdam, le cui opere, grazie anche al fatto che venivano regolarmente condannate, divennero tutte dei best-seller.
Gecr Geertsz (che doveva poi latinizzare il suo nome in Desiderio Erasmo) era nato a Rotterdam nel 1466.
Ordinato prete nel 1492, successivamente chiese la dispensa dagli uffici sacri e dall’abito.
Fu al servizio del vescovo di Cambrai, come segretario. Fu ospite di molte città e paesi europei.
Nel 1509 durante un viaggio in Inghilterra iniziò la stesura del suo celebre Elogio della pazzia.
E la pazzia, di cui parla Erasmo in questo suo scritto, ha elementi di somiglianza con la socratica ironia, anch’essa rivela la verità che si cela sotto varie maschere.
Il punto di partenza di questa brillante opera, che tutt’oggi si legge ancora con piacere, è la convinzione che «tutto si deve alla pazzia».
È la pazzia a dare sapore alla vita, a rendere amabili le donne, a condire i conviti, a conciliare i matrimoni, ad amalgamare la società umana, a causare le guerre, a rendere tollerabile la vita, a procurarci la felicità e, infine, a formare le amicizie.
Vi sono uomini, afferma Erasmo, che «paghi di un’affettuosa relazione con amici»60, hanno sostenuto che «l’amicizia è un piacere superiore a tutti i piaceri, così necessaria più dell’aria, del fuoco e dell’acqua, e rallegra tanto che a levarla di mezzo si leva via il sole» 61.
Ma, ed è la Pazzia in persona a parlare, che «direte, se vi mostrerò che di tal bene io sono l’alfa e l’omega? E non ve lo mostrerò scolasticamente per mezzo di scritti, di dilemmi cornuti e altrettanti sofismi e sottigliezze, ma vi farò toccar la cosa col dito, così, alla grossa. Or dunque, chiudere un occhio o magari tutti e due, lasciarsi ingannare, aver le traveggole a proposito dei difetti degli amici, ovvero anche scambiare per virtù alcuni difetti ben riconoscibili e voler loro bene e ammirarli, non vi pare una specie di pazzia?»62.
Erasmo non solo sostiene che la pazzia è la madre di ogni amicizia, ma anche che i filosofi, che da secoli pongono l’amicizia fra i beni più elevati, sono in realtà incapaci di tale sentimento.
«Quanto poi ai saggi o filosofi, a questa specie di divinità – scrive Erasmo -, fra loro o non si forma amicizia, o quella che passa fra essi è accigliata e sgradevole.
E anche si estende a ben pochi esseri (mi faccio scrupolo di dire che non amano nessuno), e ciò si spiega:
poco giudizio dimostra la maggior parte degli uomini, anzi non ce n’è nessuno che non sia mezzo matto per molte parti; ora è la simiglianza soltanto che stringe le amicizie.
Che se talora, fra codesti severi pensatori, si stabilisce una mutua benevolenza, non è stabile né veramente duratura, come è necessario avvenga fra bisbetici, dalla vista troppo acuta, che scorgono il fondo dei difetti degli amici con occhio d’aquila o del serpente di Epidauro.
Per i propri difetti invece diventano cisposi, e non vedono la bisaccia che pende sulle loro spalle.
E dunque, se la natura umana e tale che non c’è uomo che non sia soggetto a grandi difetti (…) in che modo fra codesti Argo potrà durare un’ora sola la gioia dell’amicizia?»63.
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9. LE AMICIZIE «ORDINARIE» E QUELLA «STRAORDINARIA» SECONDO MONTAIGNE
Michel Eyquem de Montaigne, che era nato nel 1533, entrò ventiquattrenne nel Parlamento di Bordeaux, dove incontrò Etienne de La Boètie di cui divenne subito amico.
Quest’amicizia, che segnò profondamente la vita di Montaigne, si interruppe dopo una decina d’anni a causa della improvvisa morte di Etienne.
Ebbene, nell’opera Saggi, pubblicata da Montaigne nel 1580 e da lui presentata ai suoi lettori come un «libro sincero», un intero capitolo è dedicato all’amicizia e la protagonista di questo capitolo è proprio l’amicizia straordinaria che lo legava a Etienne de La Boètie.
Tra padri e figli, scrive Montaigne, non può esservi amicizia, ma solo rispetto.
«L’amicizia – egli afferma – si nutre di una comunione che tra loro non può esservi, per la troppo grande disparità e offenderebbe forse i doveri della natura.
Infatti, né tutti i segreti pensieri dei padri possono essere comunicati ai figli per non generare in essi una sconveniente dime¬stichezza, né si potrebbero avere da parte dei figli verso i padri gli ammonimenti e le correzioni che costituiscono uno dei principali uffici dell’amicizia» 64.
A suo avviso, non si deve neppure confondere l’amore con l’amicizia.
Il fuoco dell’amore «è più attivo, più cocente e più intenso. Ma è un fuoco cieco e volubile, ondeggiante e vario, fuoco di febbre, soggetto ad accessi e patite, e che ci occupa da un solo lato. Nell’amicizia, è un calore generale e totale, del resto temperato e uguale, un calore costante e calmo, tutto dolcezza e nitore, che non ha nulla di aspro e di pungente»65.
Ma soprattutto non si devono confondere le amicizie ordinarie e abituali con l’amicizia straordinaria.
Di fatto, «quelli che chiamiamo abitualmente amici e amicizie, sono soltanto dimestichezze e familiarità annodate per qualche circostanza o vaneggio, per mezzo di cui le nostre anime si tengono unite» 66.
Mentre nell’amicizia straordinaria, le anime «si mescolano e si confondono l’una nell’altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la commessura che le ha unite»67.
Se mi si chiede, afferma Montaigne, di dire il motivo per cui ero diventato amico di La Boètie «sento che questo non si può esprimere che rispondendo:
“Perché era lui, perché ero io“»68.
Ed aggiunge:
«Ci cercavamo prima di esserci visti (…) e al nostro primo incontro, che avvenne per caso, in occasione di una grande festa e riunione cittadina, ci trovammo tanto uniti, conosciuti e legati l’uno all’altro che da allora niente fu a noi tanto vicino quanto l’uno all’altro»69.
Se nelle amicizie ordinarie «bisogna procedere con le redini in mano, con prudenza e precauzione; il legame non è annodato in modo che non si debba assolutamente diffidarne»70, nell’amicizia «signora e sovrana», in quell’amicizia cioè in cui si verifica un «totale connubio» delle volontà degli amici, in cui si raggiunge la perfezione, tutto è di fatto comune: volontà, pensieri, giudizi, beni, onore e vita. L’amicizia straordinaria, diversamente da quelle ordinarie, è «indivisibile: ciascuno si dà al proprio amico tanto interamente che non gli resta nulla da spartire con altri; al contrario si duole di non esser doppio, triplo o quadruplo, e di non avere più anime e più volontà per consacrarle tutte a quell’unico oggetto»71.
Mentre le amicizie ordinarie «si possono distribuire:
si può amare in questo la bellezza, in quello la dolcezza dei costumi, nell’altro la liberalità, nell’altro il sentimento di paternità, in un altro ancora il sentimento di fraternità e così via» 72, l’amicizia straordinaria, quell’amicizia cioè che «possiede l’anima e la domina con sovranità assoluta, è impossibile che sia duplice»73.
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10. L’AMICIZIA SECONDO VOLTAIRE
Il 27 marzo del 1767 il consigliere Du Pan annotò una breve riflessione su un suo celebre contemporaneo.
Voltaire, egli scrisse, non può «vivere senza scribacchiare della carta»74 (barbouiller du papier). Con questa espressione familiarmente ironica il nostro consigliere aveva posto in evidenza quella che è stata indubbiamente una, non secondaria, caratteristica dell’avventura umana e intellettuale di Voltaire:
quella cioè di essere stato uno scrittore diluviale.
Più recentemente René Pomeau, tornando su questo tema, ha affermato che Voltaire visse sostanzialmente per scrivere e pubblicare e Théodore Besterman, nella sua monumentale biografia del filosofo francese, ha notato, con puntigliosa precisione, che sino a noi sono giunte «circa quindici milioni di parole scritte da Voltaire»75.
Voltaire è stato uno scrittore diluviale, ma anche un autore, come si accorsero ben presto i suoi contemporanei, che aveva il dono di sintetizzare, in una frase felice e palatabile, una profonda verità letteraria, un programma politico, una tesi filosofica, una notazione concernente i vizi e le virtù degli uomini. Inoltre, egli è stato anche uno scrittore che ha disseminato le molte pagine che ci ha lasciato di massime e di aforismi:
«I calunniatori sono come il fuoco che annerisce il legno verde non potendolo bruciare»;
«Che cos’è la virtù? Carità verso il prossimo»;
«Tutti i secoli si somigliano nella cattiveria degli uomini»;
«Si è buoni a nulla se non si è buoni che per sé»76.
Numerosi aforismi hanno come oggetto l’amicizia:
«Tutte le grandezze di questo mondo – scrive Voltaire – non valgono quanto un buon amico» ed aggiunge: «L’amicizia è il balsamo della vita». Nel dicembre del 1744, scrivendo a de Vauvenargues, Voltaire afferma: «L’amicizia mi è sempre sembrata la prima di tutte le virtù, perché è la prima delle nostre consolazioni».
Nell’Ingenuo sostiene che «la lettura dilata l’anima, un amico illuminato la consola» e nell’Anti-Machiavelli si legge: «Farsi dei nemici per vincerli è come costruire dei mostri per combatterli; è più naturale, più ragionevole e più umano farsi degli amici». Ed ancora: «Felici sono i prìncipi che conoscono le dolcezze dell’amicizia».
Ma l’opera in cui si sofferma più diffusamente su questa tematica è il Dizionario filosofico, opera che fu da lui pubblicata anonimamente a Ginevra nel 1764.
Voltaire aveva allora settant’anni e alla voce Amicizia si legge:
«È un contratto tacito tra due persone sensibili e virtuose. Dico sensibili, perché un monaco, un solitario possono non essere malvagi, e vivere senza conoscere l’amicizia.
Dico virtuose, perché i malvagi hanno solo complici, i voluttuosi compagni di bagordi, gli interessati hanno dei soci, i politici radunano dei faziosi, il basso ceto degli oziosi ha degli intrighi, i principi dei cortigiani:
solo gli uomini virtuosi hanno amici.
Cetego era complice di Catilina, e Mecenate cortigiano di Ottaviano;
ma Cicerone era amico di Attico.
Che cosa comporta questo contratto tra due anime tenere e oneste? Gli obblighi sono più saldi o più deboli, secondo il loro grado di sensibilità e il numero dei servizi resi, ecc.
L’entusiasmo dell’amicizia è stato più forte presso i Greci e gli Arabi che non da noi. Le storie che questi popoli hanno immaginato sull’amicizia sono mirabili; noi non ne abbiamo di simi¬li, siamo un po’ aridi in tutto»77.
L’amicizia, dunque, è per Voltaire una virtù che la modernità conosce a dosi omeopatiche rispetto all’antichità. Del resto, la modernità è decisamente più arida.
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11. LE TRI: FORME DELL’AMICIZIA SECONDO KANT
Il filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804) non amava che gli studenti alle sue lezioni prendessero appunti. «Da me – ripeteva loro – non imparerete filosofia; imparerete a filosofare, non a ripetere pensieri, ma a pensare».
E gli studenti uscivano entusiasti dalle sue lezioni come emerge da ciò che Reinhold Bernhard scriveva nel 1804.
Kant, egli afferma, «non era soltanto un filosofico speculatore, era anche un oratore geniale che come arricchiva l’intelletto, trascinava il cuore e il sentimento»78.
Ascoltare le sue lezioni, egli aggiunge, «era una delizia paradisiaca. Quante volte ci commosse fino alle lacrime, quante volte ci fece tremare il cuore, quante volte sollevò il nostro spirito e i nostri sentimenti dai ceppi dell’egoistico eudemonismo».  E conclude: «I suoi ascoltatori non uscivano certo mai dalla sua lezione di morale senza essere diventati migliori»79.
E proprio nelle sue Lezioni di etica Kant affronta, sia pur brevemente, il tema dell’amicizia.
Egli esordisce affermando che «l’amicizia è il cavallo di battaglia di tutti i moralisti retori: è qui che cercano il nettare e l’ambrosia»80.
A suo avviso, l’amicizia è il superamento etico della ricerca individuale della felicità, è il «massimo dell’amore reciproco»81.
Nell’amicizia, infatti, l’uomo «si occupa insieme della felicità sua e altrui»82.
Ci sono, comunque, secondo Kant, tre diverse forme di amicizia e queste tre forme sono basate rispettivamente sul bisogno, sul gusto e sull’intenzione o sentimento.
«L’amicizia derivante dal bisogno – scrive Kant – è quella per cui le persone si legano in un rapporto di vicendevole sollecitudine in vista delle rispettive esigenze di vita.
E questa la forma originale delle relazioni amichevoli tra gli uomini; essa però si trova in genere solo nelle condizioni sociali più rozze. Quando perciò i selvaggi cacciano avviene che ciascuno prenda a cuore e promuova le esigenze dell’altro: essi sono amici»83.
Di contro, l’amicizia fondata sul gusto «consiste nel piacere che deriva dal frequentarsi e dalla reciproca compagnia e non nella felicità che ciascuno procura all’altro»84.
Infine, l’amicizia fondata sul sentimento e sull’intenzione è l’amicizia in senso universale, è questa a dare vita ad un «rapporto di comunicazione completa» che supera diffidenze reciproche. L’amicizia non consiste «nell’identità del modo di pensare, perché al contrario è piuttosto la diversità quel che contribuisce all’amicizia, compensando l’uno quanto difetta all’altro.
Tuttavia, in una cosa gli amici debbono poter andare d’accordo.
I loro principi intellettuali e morali devono essere identici, se tra di essi vi deve essere una comprensione completa; altrimenti divergendo essi nei loro giudizi, non potranno mai sentirsi uniti. Ognuno cerchi di essere degno di meritare l’amicizia.
Lo si potrà ottenere con la probità delle intenzioni, la sincerità, la confidenza, con una condotta scevra da falsità e cattiveria, ma caratterizzata da amabilità, giovialità e giocondità d’animo.
Sono questi gli elementi che compongono il carattere di un perfetto amico»85.
Per Kant «l’amicizia serve a coltivare le virtù minori della vita» e nell’amicizia, il più alto grado di perfezione lo raggiungono coloro che sono per così dire amici universali, che sono cioè «amici di ogni uomo, nel senso che posseggono la capacità di contrarre amicizia con chiunque.
Di anime cosmopolite così fatte, intimamente ben disposte e inclini a prendere ogni cosa dal suo lato migliore ce ne sono però soltanto poche»86.
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12. IL CRISTIANESIMO PER KIERKEGAARD HA DETRONIZZATO L’AMICIZIA
Nel suo Diario, che iniziò a scrivere poco più che ventenne e che interruppe solo due mesi prima della morte, Soeren Kierkegaard dichiara a più riprese di non amare giornalisti e filosofi, politici e scrittori di apologetica.
Ma soprattutto si scaglia contro i professori del cristianesimo.
A suo avviso, il cristianesimo non consiste tanto in una dottrina che abbisogna di abili docenti, quanto in una «comunicazione di esistenza»87 che necessita di intrepidi testimoni.
Ora accade spesso che i sacerdoti siano più dei professori che dei testimoni.
Le loro prediche finiscono così con l’essere degli esercizi di retorica, delle mere chiacchiere.
In realtà essi dovrebbero predicare più con la vita che con le parole.
Ma se i pastori da un lato hanno «demoralizzato la cristianità», i cristiani da parte loro hanno «abolito il cristianesimo»88.
In altre parole, i cristiani hanno così deformato il cristianesimo, adattandolo ai loro gusti, da renderlo irriconoscibile.
Tanto che se Cristo tornasse nuovamente sulla terra sarebbe ancora una volta condannato a morte con l’accusa di aver predicato non «il cristianesimo, ma un’esagerazione e una caricatura pazza, empia, blasfema, inumana, di quella mite dottrina ch’è il cristianesimo, quel vero cristianesimo che si trova nella cristianità e il cui Fondatore è stato Gesù Cristo!»89.
Il Cristianesimo è l’Assoluto, ma il cristiano ama vivere nella relatività;
il Cristianesimo parla sempre di eternità, ma la cristianità vive solo nel presente;
il Cristianesimo si pone nella dimensione dell’infinito, ma il cristiano ama immergersi nella prudenza mondana che lo rende miope;
il Cristianesimo «ha detronizzato l’amore e l’amicizia (…) per rimettere al suo posto l’amore dello spirito, l’amore del prossimo»90, ma i cristiani pasticciano e fanno confusione in quanto celebrano la carità e nel contempo lodano «l’amore e l’amicizia naturali»91.
Per Kierkegaard «l’amore umano e il valore dell’amicizia appartengono al paganesimo»92, il cristianesimo, infatti, celebra l’amore del prossimo.
Forse, afferma il nostro filosofo, si farebbe meglio a separare e dividere l’amicizia e la carità «per fare in modo che ogni singolo possa scegliere, invece di confondere e mescolare le carte impedendo al singolo di farsi un’opinione (…). E soprattutto bisognerebbe farla finita con le apologie del cristianesimo attribuendogli, con o senza consapevolezza, tutto – anche ciò che non e cristiano»93.
Per il cristianesimo solo «l’amore di Dio e del prossimo è il vero amore»94 e, quindi, il cristiano deve imparare a diffidare «dell’amor profano e dell’amicizia, poiché la predilezione della passione ossia la predilezione passionale è in fondo un atto di egoismo»95.
Per Kierkegaard solo l’amore del prossimo ha «le perfezioni dell’eternità» 96 e solo l’amore del prossimo consente al cristiano di assomigliare a Dio.
Tra l’amico e il prossimo vi sono differenze incommensurabili. Infatti, «l’amato può comportarsi in modo che tu lo puoi perdere, e tu puoi perdere un amico:
ma qualsiasi cosa l’amico faccia contro di te, tu puoi non perderlo mai.
E vero, tu puoi anche continuare ad amare l’amato e l’amico, comunque essi agiscano a tuo riguardo; ma tu non puoi in verità continuare a chiamarli l’amata e l’amico, quand’essi disgraziatamente sono cambiati.
Invece nessuna mutazione può strapparti il prossimo, poiché non è il prossimo che sostiene te ma è il tuo amore che mantiene il prossimo:
se il tuo amore del prossimo rimane immutato, allora anche l’esistenza del prossimo rimane immutata.
E la morte non può strapparti il prossimo.
Se la morte te ne toglie uno, ecco che la vita subito te ne rida un altro.
La morte può toglierti un amico, perché nell’amare l’amico tu in fondo ti unisci all’amico;
ma nell’amare il prossimo tu ti unisci con Dio, perciò la morte non può toglierti il prossimo»97.
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13. L’UOMO, LA DONNA E L’AMICIZIA SECONDO NIETZSCHE
Nell’Etica Nicomachea Aristotele sostiene che né i giovani né gli anziani, né gli schiavi e neppure le donne possono conoscere la vera amicizia, questa infatti è riservata solo agli uomini che hanno raggiunto la maturità.
Sull’impossibilità da parte delle donne di sperimentare l’amicizia hanno insistito dopo Aristotele numerosi autori, da Bonnard («l’amicizia ripugna alle donne proprio per ciò che essa ha di costante, di sicuro, di eguale» 98) a de Beauvoir («È raro che la complicità femminile si innalzi fino a una vera amicizia» 99), da La Rochefoucauld («La maggior parte delle donne è poco sensibile all’amicizia perché essa è insipida quando si è gustato l’amore»100) a De Croisset («Le donne odiano l’amicizia.
La temperatura vi è troppo bassa: è un paese dov’esse prendono un raffreddore»101) sino a Friedrich Nietzsche. «Per troppo tempo – ha scritto quest’ultimo – nella donna si è celato uno schiavo e un tiranno.
Perciò la donna non è ancora capace di amicizia: essa conosce solo l’amore (…). La donna non è ancora capace di amicizia:
gatte sono ancora le donne, o uccellini. O, nel migliore dei casi, giovenche»l02.
La posizione di Nietzsche a proposito dell’amicizia è però ancor più radicale di quanto si possa di primo acchito pensare.
Egli la celebra come una dimensione importante della vita dell’uomo.
Afferma che nasce dalla stima e dalla mancanza di invidia o di superbia.
Nelle lettere dichiara che la sua anima è «affamata di amicizia»l03 che egli deve sempre più ricercare la sua felicità «nella felicità degli amici»104.
Tuttavia, egli sostiene anche che l’amicizia è stata coltivata soprattutto nel mondo greco e che nel mondo moderno è ormai un sentimento residuale.
«I Greci, che sapevano così bene che cosa sia un amico – essi soli, di tutti i popoli, posseggono una trattazione profonda, molteplice e filosofica dell’amicizia; sicché a essi per primi, e finora per ultimi, l’amico e apparso come un problema degno di essere risolto» 105.
Per Nietzsche, dunque, non solo la donna è incapace di amicizia, ma, a ben guardare, anche gli uomini suoi contemporanei non percorrono più i sentieri dell’amicizia. «La donna – egli afferma – non è ancora capace di amicizia. Ma – aggiunge subito – ditemi, voi uomini, chi di voi è capace di amicizia?»106
E una tale situazione si è venuta a creare per due importanti motivi:
in primo luogo perché l’amore tra i due sessi ha prevalso sull’amicizia e, in secondo luogo, a causa dell’affermarsi del cristianesimo che ha sostituito all’amico il prossimo.
Per ciò che concerne il primo di questi due fattori Nietzsche afferma che «l’antichità ha vissuto l’amicizia fino in fondo e con energia, l’ha compiutamente pensata e l’ha portata quasi con sé nella tomba.
È questo il suo vantaggio su di noi:
al quale abbiamo da contrapporre l’amore idealizzato dei sessi.
Tutte le grandi attitudini degli antichi trovavano il loro appoggio nel fatto che l’uomo stava accanto all’uomo, e nessuna donna poteva sollevare la pretesa di essere la realtà prossima e suprema, anzi l’unico oggetto del suo amore – come insegna a sentire la passione.
Forse i nostri alberi non crescono tanto alti, a causa dell’edera e delle viti che vi si allacciano» l07.
Invece, per quanto riguarda il secondo dei fattori che nel mondo moderno ostacolano l’amicizia, Nietzsche, nell’opera Così parlò Zarathustra, riafferma la necessità di superare la carità in favore dell’amicizia.
Col cristianesimo il prossimo ha sostituito l’amico, ma Zarathustra è sceso tra gli uomini per annunciare loro un nuovo messaggio. «Il vostro amore del prossimo – egli afferma – è il vostro cattivo amore per voi stessi. Voi fuggite verso il prossimo fuggendo voi stessi (…). Io non vi insegno il prossimo, bensì l’amico.
L’amico sia per voi la festa della terra e un presentimento del superuomo (…).
Il futuro e ciò che sta in remota lontananza siano la causa del tuo oggi:
nel tuo amico devi amare il superuomo come causa di te.
Amici, non l’amore del prossimo vi consiglio:
io vi consiglio l’amore del remoto»108.
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14. LE AMICIZIE DELLA SOLITUDINE SECONDO CROCE
Contro la filosofia accademica Benedetto Croce ha preso posizione in più scritti.
Il fastidio che molti provano nei confronti di siffatta filosofia è, a detta del nostro autore, pienamente giustificato.
Essa, infatti, si presenta esangue, anemica, maneggia «concetti morti, spoglie aride»109, finisce in genere, inconsapevolmente o magari controvoglia, col celebrare funzioni dei defunti.
I filosofi accademici finiscono così col passare la loro vita tra feretri e segatura, vittime di una infermità professionale particolarissima che Croce chiama:
cretinismo filosofico.
Croce non ama quanti si servono della filosofia come uno strumento per far carriera e che, quindi, secondo la moda sono ora positivisti, ora idealisti, ora marxisti.
I convegni nazionali di filosofia, del resto, gli davano il «senso deprimente della miseria intellettuale»110.
Croce era convinto che se la filosofia fosse decaduta definitivamente ad esercizio di mestiere avrebbe finito col perdere di vitalità.
Certo è che con l’affermarsi della filosofia professionale il tema dell’amicizia è stato espunto dalla filosofia ed abbandonato nelle mani di sociologi (più o meno) televisivi, psicoanalisti e psicologi.
Ecco perché Croce, filosofo non accademico, è uno dei pochi filosofi del Novecento che si è soffermato, sia pure brevemente, su questo tema.
Nei suoi Frammenti di Etica, egli sostiene che l’amicizia è un rapporto morale.
L’amicizia, egli scrive, è un «legame bilaterale; che, se diventa unilaterale, discende ad attaccamento passionale e sensuale, o si cangia in affetto di compassione, di protezione, e simili. L’amore importa egualità, quantunque solo nell’amore, che, nel resto, si può essere differentissimi e di-sparatissimi»112.
A detta di Croce, l’amicizia è «un istituto morale, il cui significato e valore sta nella realtà del disinteresse nell’uno o nell’altro, nel sentirsi sollevati sull’utilitarismo.
Onde nell’amicizia, come nell’amore, si trova un rifugio: con l’amico ci si sfoga, ci si confida, si piange e si ride insieme.
Solo tra amici si ride davvero, di riso sano» 113.
Nei tempi moderni «più complicati e più mobili», osserva il nostro filosofo, si direbbe che «il culto dell’amicizia abbia minor luogo, e certo ha cangiato forme.
Pure senza amicizia, come senza amore, non possono vivere se non i bruti o i santi:
i primi, perché ad essa non si sono innalzati;
i secondi perché l’hanno distanziata e attinto la forza eroica di vivere nell’ideale e per l’ideale, senza bisogno di appoggi sociali e di conforti» 114.
Le notazioni più interessanti di Croce sono però quelle che riguardano le amicizie che possono coltivare quanti hanno scelto, deliberatamente o meno, la solitudine. «Anche quando la fortuna – egli scrive – non concede gli amici o l’amico, quando ci si risolve a vivere “in solitudine”, e s’intonano le lodi della “vita solitaria”, della solitudo sola beatitudo, proprio allora non si fa altro che procurarsi altre amicizie o altra compagnia:
tuia compagnia meno corporea ma più salda e sicura, nel paese ideale in cui convengono gli spiriti d’ogni luogo e tempo. E colà s’intende e si prosegue il pensiero e il sentire degli uomini del passato, e si conversa con loro, e si palpita coi loro cuori. Di tanto in tanto scopriamo (con quanta gioia!) anime e intelletti che prima non conoscevamo o non avevamo intesi, e quella compagnia si allarga e si arricchisce»115.
NOTA DI EDIZIONE
L’idea di quest’opera è nata dall’invito di Roberto Righetto a scrivere per l’«Avvenire» una serie di articoli dedicati al tema dell’amicizia.
Tali articoli sono apparsi su quel quotidiano nel mese di agosto del 1997 e alcuni di questi, ampliati e arricchiti di note, sono stati inclusi nella Introduzione al presente volume.
Le mie ricerche sono state facilitate dalla gentilezza del personale delle seguenti biblioteche: Pontificia Università Gregoriana, Nazionale di Roma, Nazionale di Firenze, Biblioteca Augusta di Perugia.
Un ringraziamento particolare a padre Fausto Sbaffoni della Biblioteca di spiritualità «A. Levasti» e al prof. Cirillo Bergamaschi del «Centro internazionale di studi rosminiani».
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TESTI
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1. PLATONE
Che cos’è un amico?
«Sin da fanciullo, il mio desiderio è stato rivolto a una certa cosa. Chi ne desidera una, chi un’altra; c’è chi desidera posseder cavalli; un altro, cani; uno, oro; un altro, onori. Ma per tutte queste cose non vi è impulso alcuno in me. Appassionatamente invece l’anima mia si tende a cercare un amico. Un amico buono lo vorrei trovar veramente! E assai più che la più bella pernice e il gallo più bello. Più che un cavallo e un cane; molto più che i tesori di Dario! Così è viva in me la brama d’amicizia.
E ora scorgo te e Liside; e ne sono stupito e vi ritengo felici.
Voi, così giovani, presto e con tanta facilità vi siete acquistati un tesoro così grande!
E tu hai potuto trovar costui che ti è tanto amico e così pure tu, alla tua volta.
Io invece quanto mi trovo remoto da questo possesso!
Nemmeno so per qual maniera si divenga recìprocamente amici.
E questo è l’argomento sul quale vorrei far domanda alla tua esperienza. Dimmi, dunque. Uno diventa amico d’un altro: quale dei due diventa amico dell’altro? Chi ama, di chi è amato? o piuttosto chi è amato, di chi ama? Oppure non c’è differenza alcuna fra l’un caso e l’altro?».
«Direi, rispose lui, che sia proprio lo stesso». «Come?, continuai. Allora si può ammettere che l’uno e l’altro divengano amici anche nel caso che solo uno ami l’altro?».
«Mi par di sì», disse.
«Senti, Menésseno. Credi possibile che chi ama non trovi una risposta nel cuore dell’amato?». «Sì, è possibile».
«E senti. È forse possibile che chi ama, sia odiato? È una cosa che capita a molti amanti. Pur superlativamente amando, s’accorgono di non esser ricambiati; o d’esser persino odiati. O non credi che sia vero quanto ti sto dicendo?».
«Sì, purtroppo, è vero», rispose.
«Eppure in questo caso, osservai, l’uno ama, l’altro è amato. E vero?». «Sì».
«E allora, quale dei due è amico dell’altro? Chi ama, di chi è amato, tanto se il suo amore è corrisposto, quanto se non lo è, o anche trovi per risposta l’odio? O piuttosto, se questo avviene, né l’uno né l’altro può dirsi amico, non verificandosi il caso d’un reciproco consenso d’amore?».
«Mi pare che la cosa sia piuttosto così».
«In ogni caso, la conclusione è opposta a quella precedente. Prima si diceva che, se uno solo ama l’altro, ambedue sono amici. Adesso invece che, se l’uno e l’altro non ama, né l’uno né l’altro è da ritenersi amico».
«Eh, forse hai ragione», osservò lui.
«Insomma nulla è l’amicizia se chi ama non è riamato».
«Par di no».
«E nemmeno dunque si amano i cavalli, se amore i cavalli non ricambiano; non si amano le pernici, i cani; non si ama il vino, non si amano gli esercizi ginnastici; non la sapienza, se pari amore, sapienza non ricambia. O invece e possibile amare tutto ciò, pur senza che queste singole cose si possano dire da parte loro amiche? E perciò il poeta ha sbagliato a dire:
beato chi amico ha un fanciullo e possiede forti cavalli, cani da caccia ed un ospite, pure, di lungi».
«Non credo che abbia sbagliato», disse lui.
«E ti pare che dica il vero?».
«Sì».
«In conclusione, chi è amato, mio caro Menésseno, è amico di chi ama, sia che l’amato ricambi con amore, sia con odio.
Vuoi un esempio?
I teneri bimbi, in parte non sono nemmeno in grado d’amare, in parte anzi nutrono sensi d’antipatia, se babbo o mamma li punisce.
In ogni caso anche in quel momento in cui sono adirati, sono pur sempre il tesoro dei loro genitori».
«Mi pare, concluse, che sia proprio così».
«Ma allora, se ammettiamo questo, l’amico non è chi ama, bensì chi è amato».
«Direi di sì».
«In conseguenza, sarà nemica la persona odiata, non la persona che odia».
«Appare che sia così».
«E così un nemico ci potrà voler bene, e una persona che ci è cara potrà ricambiarci con odio, in guisa che saremo cari ai nemici e nemici agli amici:
tutto ciò, se l’amato, e non l’amante, è amico.
Eppur la contraddizione non è piccola, carissimo Menésseno; o piuttosto la conclusione è pienamente impossibile:
esser nemico all’amico, e al nemico, amico».
«Mi sembra che quanto stai dicendo corrisponda al vero, o Socrate».
«Quindi, se è impossibile, allora l’amante è amico dell’amato».
«Par di sì».
«Allora chi nutre sentimenti di odio, sarà il nemico della persona odiata».
«Necessariamente».
«E così, siamo ritornati alla medesima conclusione di poco fa:
si può esser qualche volta amici di chi non è amico, persino del nostro nemico; e questo avviene, quando si ama chi non ricambia amore o si ama chi ci ricambia con odio; talvolta ancora si può esser nemici d’uno che non sia nemico, o d’uno che anzi sia amico.
E ciò, quando il nostro odio è rivolto a chi non ci odia e persino a chi ci sia amico».
«Può darsi proprio», concluse.
«E come potremo uscir da queste difficoltà?, ripresi. Vedi bene che l’amico non è né colui che ama, né colui eh’è amato; né colui che nello stesso tempo ama ed è amato. Ma a prescindere da questi casi dovremo dire che ve ne siano altri secondo i quali si può diventar reciprocamente amici?».
«In nome del cielo, Socrate, sento io pure difficoltà e non piccola».
«Può darsi il caso che non abbiamo compiuto giusta indagine. Cosa ne dici?».
«Mi par proprio così, Socrate», esclamò Liside.
E intanto, pronunciando queste parole, diventò rosso.
Mi pareva anzi che la frase gli fosse involontariamente sfuggita; tanto era tutto preso dalla discussione.
Si vedeva benissimo il suo entusiasmo dall’interesse con cui ascoltava.
Volendo dare un po’ di riposo a Menésseno (quanto piacere non mi fece quella sua passione per la filosofia!) mi rivolsi a Liside e mi misi a discutere con lui.
Gli dissi così:
«Liside mio, direi proprio vera la tua osservazione. Se infatti avessimo condotto la nostra indagine secondo le giuste regole, non ci saremmo trovati così fuori di strada. Ma lasciamo questa via (l’indagine mi dà veramente l’impressione d’una via; e difficile, anche).
Ora crederei invece opportuno procedere in quella direzione per la quale ci eravamo già rivolti; consideriamo insomma le sentenze dei poeti.
I poeti, vedi, sono per noi quasi i padroni della sapienza e le guide migliori.
Non v’è dubbio ch’essi trattano circa gli amici e circa la loro natura, esprimendosi con sentenze assai opportune. Anzi affermano in proposito che gli amici li fa soltanto Iddio, conducendoli vicini l’uno all’altro.
Queste le loro parole, come mi pare:
simile sempre conduce appresso al simile Iddio.
E glielo fa riconoscere. Non hai mai trovato questo verso?».
«Sì, certo», disse.
«Allora credo conosci anche le opere dei grandi sapienti; dove è detta la medesima cosa:
è necessario che il simile sia sempre amico del suo simile.
Quei sapienti, lo sai bene, che discutono e scrivono sui misteri della natura e dell’universo».
«È vero».
«E diresti che abbiano ragione?». «Forse», rispose.
«Forse, replicai, hanno ragione per metà, e forse hanno del tutto ragione. E siamo noi che non comprendiamo. A me, vedi, sembra che il malvagio, quanto più s’avvicina a un altro malvagio e quanto più a lui s’accompagna, di tanto gli divenga più nemico. Ingiusta è la condotta del malvagio e non è possibile che divengano amici quanti commettono ingiustizia e quanti quest’ingiustizia ricevono. Non è così?».
«Sì», disse.
«In questo modo allora la metà di questa sentenza non corrisponde al vero, se pur ammettiamo che i malvagi siano tra loro simiglianti».
«E vero», rispose.
«In ogni modo, essi vogliono certamente affermare che i buoni sono simiglianti fra loro e amici; al contrario, i malvagi (il che in genere si dice appunto su loro), non sono nemmeno in accordo con se stessi, furiosi sempre e senza possibilità d’un equilibrio. E una persona dissimile da se stessa e discordante, non potrà mai diventar simigliarne o amica a qualche altro uomo. Non credi che sia proprio così?».
«Sì», disse.
«E allora questa conclusione lasciano che la ricaviamo noi, come negli enigmi; mi pare almeno. Che cioè solo il buono è amico al solo buono, il malvagio invece non può pervenire a vera amicizia né con un buono né con un altro malvagio. Pare anche a te?».
Fece cenno di sì.
«Abbiamo dunque modo d’intendere quali siano gli ami¬ci. Parola ci mostra che tali sono soltanto i buoni». «Proprio così», disse.
«Pare anche a me. Eppure qualche cosa non mi va bene.
Dunque, vediamo quale sia questa mia impressione.
Il simigliante è amico del simigliarne, in quanto simigliarne? o piuttosto:
il simigliante potrà produrre in un altro a lui simigliarne qualche utilità e qualche danno che quest’ultimo non possa produrre a se stesso per suo conto?
Potrà fargli subire cosa alcuna che l’altro non possa per conto suo produrre a se stesso?
In tale condizione, quale reciproca amicizia questi uomini possono nutrire, se l’uno non rappresenta nulla per l’altro? Ti par possibile?».
«Non possibile».
«E chi non è stimato, come sarà amico?».
«In nessun modo».
«Ma, si capisce, non è il simigliante amico al simigliante; il buono, in quanto e buono, non in quanto è simigliante, è amico al buono».
«Forse».
«Senti, Liside. Non credi che il buono, in quanto è buono, sotto questo rispetto, basti a se stesso?». «Sì».
«E chi basta a se stesso non ha bisogno di nulla, data questa condizione d’indipendenza».
«Come no?».
«E chi di nulla ha bisogno, neppure ha ragione d’amare».
«No, certo».
«E chi non ama, nemmeno è amico».
«Non pare».
«Per qual modo dunque i buoni potranno intanto essere amici ai buoni? Pur lontani, non sentono alcun reciproco desiderio. Bastano infatti a se stessi, pur così l’uno dall’altro divisi. E pur essendo vicini, non ritraggono vantaggio dalla loro unione.
E com’è possibile allora che persone siffatte facciano conto di reciproca amicizia?».
«Impossibile», disse.
«E non potranno essere amici se l’uno non s’interessa affatto dell’altro». «E vero».
«Vedi dunque, o Liside, come siamo avviluppati. Forse siamo vittime di qualche abbaglio in tutta l’argomentazione».
«Come mai?», esclamò.
«Mi viene in mente d’aver udito da uno che il simile col suo simile e il buono col buono, sono mimicissimi.
Anzi a questo proposito citava quale testimonio il poeta Esiodo:
porta il vasaio al vasaio invidia, l’aedo all’aedo; porta il povero al povero.
E diceva che le altre condizioni della vita necessariamente, tutte, quanto più simiglianti, tanto più sono suscettive di reciproca invidia, di discordie, d’inimicizie.
Al contrario le dissimiglianti, d’amicizia.
Avviene che necessariamente il povero dev’essere amico del ricco e il debole del forte, per via del soccorso che ne può avere.
Così pure l’ammalato del medico.
E allo stesso modo l’ignorante ama il sapiente e ne cerca l’amicizia.
E il filosofo continuava con molta magniloquenza affermando che il simigliante non è assolutamente amico al simigliante, che anzi la verità è nell’opposta condizione:
amicizia massima intercorre fra persone dotate di qualità assolutamente contrarie.
Le singole cose con vero desiderio ricercano il contrario, non il simigliante.
Per esempio, il secco cerca l’umido, il freddo cerca il caldo; l’acido il dolce; l’acuto l’ottuso; il vuoto il pieno; il pieno il vuoto.
E altri infiniti esempi, per lo stesso rapporto.
Il contrario è in effetti alimento a un altro contrario; il simigliante per nessun modo ha qualche utilità dal simigliante. E in realtà, mio caro amico, chi questo diceva era persona che sapeva il fatto suo; ed efficace la sua parola. E a voi, conclusi io, cosa ne pare?».
«Che avesse ragione», rispose Menésseno, a sentirne così riferiti i discorsi.
«Dobbiamo dire allora che il contrario è in modo particolare amico al suo contrario?».
«Non c’è dubbio».
«E va bene, ripresi. Ma non vi sono, o Menésseno, talune strane conseguenze?
Vedi, ecco ci vengono addosso, pronti, questi personaggi nutriti di sapienza; questi possenti in argomenti di contraddizione domanderanno immediatamente:
il contrario massimo dell’amicizia non è forse l’inimicizia?
E cosa risponderemo noi?
Bisogna pur convenire che hanno ragione».
«Necessariamente».
«E allora, diranno, ne viene la conseguenza che il nemico è amico all’amico, o anche l’amico al nemico».
«Né l’una né l’altra ipotesi».
«Ma almeno il giusto all’ingiusto, il temperante allo sfrenato, il buono al cattivo?».
«Non direi proprio che sia così».
«E insomma, dissi, se ti senti d’ammettere che per opposizione si possa diventare amici, ammettiamo pure che queste cose opposte siano amiche».
«Sarebbe l’unica necessaria conclusione».
«Diremo piuttosto che né il simigliante al suo simigliante, né l’opposto al suo opposto è amico».
«Par di no».
«Ancora una piccola indagine. Non voglio ci sfugga che nessuna delle ipotesi fatte risponde a verità. Piuttosto cosa né buona né cattiva, talvolta, diventa amica di cosa buona».
«Come intendi?», disse il ragazzo.
«Eh, non lo so. Realmente, vedi, un senso di vertigine prende anche me, per questa difficoltà dell’argomento. Oh! ma forse ha ragione il vecchio proverbio: il bello è amico.
Ed è rassomigliante questo bello a cosa tenera liscia viscida per olio; e appunto per questo forse, con questa sua natura ci sfugge da ogni parte e ci scivola via.
E io dico intanto che il buono è bello. E tu non lo credi?».
«Sì».
«Dico dunque, ma sicuramente non lo so (la mia è quasi una divinazione): ciò che non è né buono né cattivo è amico del bello e del buono. E senti su quali motivi è basata la mia divinazione.
Mi pare che tre press’a poco siano i generi: buono, cattivo, né buono né cattivo.
E a te che ne pare?».
«Anche a me», rispose.
«E mi pare anche che il buono non sia amico al buono, nemmeno il malvagio al malvagio; neppure il buono al malvagio (e del resto la precedente indagine nemmeno consente questa nostra conclusione).
Allora, dato che qualche cosa a qualche altra pur è amica, resta soltanto che chi non è né buono né malvagio, sia antico del buono o di ciò che più assomiglia al buono.
Perché, mi capisci bene, nulla potrà diventare amico al malvagio».
«Vero».
«E neppure poi, dicevamo or ora, il simigliante al suo simigliante; non credi?». «Sì».
«Ciò dunque che non è né buono né malvagio, non avrà un amico della sua stessa condizione».
«Par di no».
«In conclusione, si ricava che al bene potrà diventare amico, soltanto chi non è né buono né cattivo».
«È proprio una conseguenza necessaria».
«Vi pare dunque, ragazzi miei, che l’abbiamo condotto bene ora, il ragionamento?
Se considereremo il nostro corpo nella sua condizione di perfetta salute, vedremo che per nulla ha bisogno né d’aiuto né di medicine.
Basta a se stesso; in conseguenza, nessuno perfettamente sano, sarà amico a un medico, dato che appunto è in buona salute. Ti pare?».
«Nessuno».
«Ma lo sarà bensì l’ammalato in causa della sua malattia». «Come no?».
«E la malattia è cattiva cosa; la medicina invece, utile e buona». «Sì».
«Il corpo indubbiamente, in quanto corpo, non è né buono né cattivo». «Così».
«E il nostro corpo è costretto per via del male ad amare la medicina e ad esserle amico».
«Mi pare».
«In conclusione, ciò che per se stesso non è né buono né cattivo, diventa amico di bene in presenza di male».
«Direi».
«Ma in questo modo questo processo ha luogo prima che la cosa diventi cattiva per effetto di male reso in lei presente. Perché, una volta divenuta cattiva, non più volgerebbe al bene un suo desiderio e non più a lui sarebbe amica. Abbiamo detto, vedi, impossibile che il cattivo sia amico al buono».
«Sì, impossibile».
«E ora attenti. Vi sono cose che assumono caratteri d’identità vera e propria con l’elemento che agisce su quelle. Altre invece no. E mi spiego: uno comincia a dipingere con una certa tinta qualche cosa. Non c’è dubbio che, nella cosa dipinta, si trova la tinta che si dipinge».
«Non c’è dubbio».
«Ma in tal modo la cosa dipinta ha davvero il colore della tintura che le si sovrappone?». «Non capisco», disse lui.
«E allora osserva, continuai. Supponi, qualcuno tinge i tuoi biondi capelli con la biacca. Credi che sarebbero bianchi veramente o che tali soltanto apparirebbero?».
«Apparirebbero», rispose.
«Eppure, presente sarebbe la bianchezza».
«Sì».
«Ma non sarebbero ancora bianchi; bensì, pur essendovi una bianchezza, per causa di questa non sono effettivamente bianchi».
«E vero».
«Quando invece, caro amico, vecchiezza apportasse questo medesimo colore, allora divengono veramente tali qual è la nuova condizione. Per presenza di bianchezza, bianchi pure sono».
«Come no?».
«E allora questo il senso della mia domanda.
Voglio dire:
quando un elemento agisce sopra una determinata cosa; allora la cosa che subisce questa azione diventerà sostanzialmente eguale all’agente che la trasforma? O non avviene piuttosto così? L’azione solo svolgendosi in un certo modo avrà forza di mutare sostanzialmente la cosa; in caso diverso, no».
«Questa seconda alternativa la buona».
«E così, ciò che non è né buono né cattivo, anche se malvagità agisce su di lui, non è perciò ancora cattivo. Vi sono invece casi in cui veramente diventa cattivo».
«Certamente».
«In conclusione, quando una cosa non sia ancor cattiva, ma il male agisca su quella, l’azione appunto fa sorgere il desiderio del bene. Al contrario, l’azione che rende una cosa definitivamente cattiva, la distacca dal desiderio e insieme dall’amicizia del bene. Allora quella cosa non è più in uno stadio intermedio né buona né cattiva, ma veramente è cattiva. E il buono, dicevamo, non può essere amico al cattivo».
«No, è un fatto».
«Questa la ragione per cui, diremo, quanti sono ormai sapienti, non amano più sapienza; non sono filosofi costoro, siano essi Dèi, siano anche uomini.
Come pure d’altra parte, nemmeno è amante di sapienza chi in sé racchiude tanta ignoranza, da essere uomo cattivo.
Oh certamente, gli uomini cattivi e totalmente ignoranti non fanno mai esercizio alcuno di filosofia! Rimangono dunque quanti hanno certo in sé questo male grande, l’ignoranza, ma l’ignoranza non li ha ancora destituiti d’ogni intelligenza e d’ogni cognizione; ancora in grado di riconoscere ciò che non sanno. Perciò, anche, vedi, tanno esercizio di filosofia quelli che non sono ancora né buoni né cattivi; quanti invece sono cattivi, e quanti sono del tutto buoni, non possono mai svolgere esercizio di filosofia. Abbiamo infatti già concluso che né il contrario è amico del contrario né il simigliante del simigliante. Non te ne ricordi più?».
«Senza dubbio», esclamarono i due ragazzi insieme.
«Ora dunque, ripresi, Liside e Menésseno cari, abbiamo trovato quello che è l’amicizia e quello che non è. Ecco la formula:
tanto per l’anima, quanto per il corpo e per ogni altra cosa, sorge amicizia, quando chi non è né cattivo né buono, per l’azione del male, si volge ad amare il bene».
I due ragazzi insieme assentirono e dissero ch’era veramente così.
Io ero proprio contento: un cacciatore, ormai tranquillamente in possesso della selvaggina agognata. Ma poi, non saprei donde sorto, un sospetto assai strano cominciò in me. Mi parve che fossero inesatte le mie conclusioni. Improvvisamente, con un senso di dolore, esclamai: «Ahimè! c’è il caso davvero, Liside caro e caro Menésseno, che il nostro tesoro sia soltanto un sogno».
«Perché?», domandò Menésseno.
«Oh, non piccola la mia paura, continuai. E se, indagando sull’amicizia, ci fossimo imbattuti in argomentazioni che sono come certi uomini, bravi a ciarlare e nulla più?».
«Come mai?».
«Facciamo, dissi, la prova in questo modo. Chi è amico, è amico di qualcuno o no?».
«Necessariamente», rispose.
«Ma per nessuno scopo? per nessuna ragione forse? o piuttosto per uno scopo e per una certa ragione?».
«Per uno scopo e per una certa ragione».
«Ti pare che l’amico sia amico di quella cosa per la quale sorge l’amicizia; oppur né amico, né nemico?».
«Non capisco bene», rispose.
«Hai ragione, diss’io. Ma nel seguente modo seguirai meglio, forse, la mia argomentazione; e penso che pur io potrò rischiarare il mio pensiero.
L’ammalato, dicevamo or ora, è amico del medico.
Non è così?».
«Sì».
«E allora non è forse amico del medico per causa della malattia e avendo per scopo la salute?». «Sì».
«E la malattia non è un male?». «Come no?».
«Che cos’è la salute buona?, gli chiesi. Un bene? Un male? Né l’una né l’altra cosa?». «Un bene», rispose.
«E dicevamo appunto, mi par veramente, che il corpo senz’esser né bene né male, per causa della malattia, cioè per causa del male, è amico della medicina, e che la medicina è un bene. Inoltre che, avendo quale meta la salute, viene scelta l’amicizia della medicina.
E la salute è una cosa buona.
Ti pare?».
«Sì».
«Ed è cosa amica o non è cosa amica la salute.». «Cosa amica».
«E la malattia, cosa nemica». «Non c’è dubbio».
«Quello che non è né buono né cattivo, dunque, in causa di ciò che è cattivo e nemico, si fa amico di ciò che è bene, per ottener quello che è buono e amico».
«Par di sì».
«E allora l’amico è amico in vista di quello che gli è caro, sospinto da ciò che gli riesce nemico».
«Naturale».
«E va bene, dissi. Ora che siamo arrivati a questo punto, occorre, ragazzi miei, far molta attenzione per non esser vittime di qualche inganno. Non vorrei certo far la figura del pedante facendovi osservare che qui ci risulta una cosa già dimostrata impossibile, cioè un’amicizia tra amico e amico e tra simigliante e simigliante; in ogni caso sarà meglio esaminare attentamente questo punto, perché anche potrebbe dirsi che quanto vi sto dicendo ora non sia esatto.
La medicina, diciamo, ci è amica in vista della salute».
«Sì».
«Dunque, anche la salute ci è amica». «Si capisce».
«Se dunque amica, in vista di qualche scopo». «Sì».
«In vista cioè di qualche cosa pure amica, se si desidera restar conseguenti alle conclusioni».
 (2 Platone Che cos’è un amico? 53) «Non c’è dubbio».
«E questa cosa amica non ci sarà tale in vista di un’altra cosa amica?».
«Sì».
«Ed è allora necessario che s’esauriscano tutte le nostre forze procedendo all’infinito?.
 O giungeremo invece a un certo principio che non ci rimanderà più ad un’altra cosa cara posta più in là?
Ma quel principio sarà né più né meno che il Primo Amico, in vista del quale diciamo che tutte l’altre cose sono amiche».
«Necessariamente».
«Per questo appunto, continuai, tutte l’altre cose che noi chiamiamo amiche, in vista di quel Primo, ci sono care e amiche, e quasi fantasmi di Lui ci attirano in inganno, e quel Primo invece è veramente l’amico.
Ragioniamo dunque così.
Mettiamo per ipotesi una cosa della quale facciamo il massimo conto; così, talvolta, un padre pone in cima del cuore un caro suo figlio, più d’ogni altro tesoro. Questo padre, per la stima immensa che ha del figlio, dovrà anche far conto grande di qualch’altra cosa. Supponi che il figlio beva un veleno, la cicuta.
Il padre se n’accorge.
Non dovrà forse far grande stima del vino?
Solo il vino potrà salvargli la vita del figlio».
«Certo, disse, e cosa ne ricavi?».
«Che farà conto pur del vaso contenente il vino».
«Si capisce».
«Ma questo padre non dovrebbe considerare la vita del figlio suo caro ben più preziosa che una tazza di terracotta? La vita del figlio, più preziosa che due misure di vino? La cosa, vedi, sta in questi termini. Quella sua ansiosa ricerca non è affatto rivolta agli oggetti adoperati in vista d’un ulteriore SCOPO.
Tutto è rivolto a quell’unico, in vista del quale tutti quegli oggetti sono disposti e preparati.
Assai spesso diciamo, lo ammetto pure, di far gran conto dell’oro e dell’argento.
Ma neppure in questo caso la frase è esatta. In realtà tutta la nostra stima è rivolta a quella qualsiasi cosa, in vista della quale l’oro e ogni altro prezioso possesso viene raccolto e preparato.
Non dobbiamo dir così?».
«Non c’è dubbio».
«E allora anche circa l’amico, il ragionamento è il medesimo, tutte le cose che ci sono care, in vista d’una certa persona veramente cara, sono tali soltanto per modo di dire. E Amico vero e proprio è unicamente quello verso il quale tulle quelle minori amicizie hanno la loro consti mutazione».
«Eh!, disse, forse la cosa è davvero così».
«Allora, chi realmente è amico, non lo sarà più in vista di un ulteriore amico».
«E vero».
A farla breve, questa conclusione è sicura:
non in vista d’un altro amico, l’Amico a noi è amico.
(PLATONE, // Liside, in ID., / Dialoghi, a cura di Corteo Turolla, Rizzoli, Milano 1953, voi. I, pp. 261-272 [21 le – 220bJ).
*
2. ARISTOTELE
L’amicizia è una virtù
I
Dopo di ciò, seguirà che trattiamo dell’amicizia. Essa infatti è una virtù o s’accompagna alla virtù; inoltre essa è cosa necessarissima per la vita.
Infatti nessuno sceglierebbe di vivere senza amici, anche se avesse tutti gli altri beni (e infatti sembra proprio che i ricchi e coloro che posseggono cariche e poteri abbiano soprattutto bisogno di amici; infatti quale utilità v’è in questa prosperità, se è tolta la possibilità di beneficare, la quale sorge ed è lodata soprattutto verso gli amici?
O come essa potrebbe essere salvaguardata e conservata senza amici?
Infatti quanto più essa è grande, tanto più è malsicura).
E si ritiene che gli amici siano il solo rifugio nella povertà e nelle altre disgrazie: e ai giovani l’amicizia è d’aiuto per non errare, ai vecchi per assistenza e per la loro insufficienza ad agire, a causa della loro debolezza, a quelli che sono nel pieno delle forze per le belle azioni:
dite persone che insieme vanno.
E così sono più capaci a pensare e ad agire.
Sembra poi che l’amicizia sia insita per natura in chi genera verso il generato e in chi è generato verso il genitore, e ciò non solo negli uomini, ma anche negli uccelli e nella maggior parte degli animali; e sia insita negli animali della stessa specie tra di loro e soprattutto negli uomini tra di loro, per cui noi lodiamo i «filantropi».
E anche durante i viaggi si può osservare come ogni uomo sia familiare ed amico ad altro uomo. Sembra che persino le città siano tenute unite dall’amicizia, ed i legislatori si preoccupano di essa ancor più che della giustizia; infatti la concordia sembra essere qualcosa di simile all’amicizia ed essi mirano essenzialmente a quella e vogliono tenere lontana soprattutto la discordia, che le è nemica.
E poi, quando si è amici, non v’è bisogno per nulla di giustizia, mentre, anche essendo giusti, si ha bisogno dell’amicizia, e il più alto punto della giustizia sembra appartenere alla natura dell’amicizia. L’amicizia poi non è solo una cosa necessaria, ma è anche decorosa:
infatti noi lodiamo gli amanti dell’amicizia e l’abbondanza di amici sembra essere una delle cose decorose:
e alcuni ritengono che l’esser buoni e l’esser amici sian propri delle medesime persone.
Ma anche intorno all’amicizia si sollevano molte questioni.
Alcuni infatti la considerano una specie di somiglianza e dicono che i simili sono amici, da cui il detto che il simile cerca il suo simile, o che la cornacchia cerea la cornacchia, e cose siffatte.
Altri invece dicono che tutti i simili sono tra loro come gli stovigliai in concorrenza.
E intorno a queste cose argomentano più dall’alto e da un punto di vista più fisico, come Euripide, che dice che la terra inaridita ama la pioggia e che il venerando cielo, pieno di pioggia, ama riversarsi sulla terra, ed Eraclito che dice che l’utile nasce dal contrasto e che dai contrari sorge la più bella armonia e che tutte le cose sorgono per la discordia.
Al contrario di questi invece parlano altri, tra cui Empedocle, secondo cui ogni simile tende a cercare il suo simile.
Ma lasciamo da parte le questioni della fisica (esse infatti non appartengono alla presente ricerca). Esamineremo invece quelle che sono proprie dell’uomo e che riguardano i costumi e le passioni:
ad esempio se l’amicizia sorge in tutti gli uomini; e se i malvagi non possono essere amici; e se vi è una specie sola di amicizia o se invece ve ne sono molte.
Infatti quelli che ritengono che ve ne sia una sola, giacché è possibile che in essa vi sia un più e un meno, non si fondano su un argomento probante:
infatti presentano un più e un meno anche cose di specie differente.
E di cose siffatte s’è parlato anche prima.
II
Facilmente si deluciderebbero queste questioni se si conoscesse ciò che è suscettibile d’amicizia: sembra infatti che non ogni cosa sia amata, bensì solo ciò che è suscettibile “d’amicizia: e questo sembra essere ciò che è buono o piacevole, o Utile.
Sembrerebbe poi che sia utile ciò per cui sorge qualche bene o piacere, cosicché sarebbero suscettibili d’amicizia, in quanto fini, il buono e il piacevole.
Dunque si ama ciò che è buono in sé o ciò che è buono per noi?
Queste due cose infatti talora son discordi.
Altrettanto dicasi anche del piacevole. Sembra infatti che, ciascuno ami ciò che è buono per lui, e che, assolutamente parlando, sia suscettibile d’amicizia il bene in sé, ma che per ciascuno sia poi tale ciò che è bene per lui.
Anzi ciascuno ama non ciò che è bene per sé, bensì ciò che gli sembra tale.
Ma per nulla importa questa differenza.
Considereremo intatti suscettibile d’amicizia ciò che appare buono. Essendo dunque questi tre i motivi per cui si ama, non si adoprerà il termine amicizia a proposito dell’affetto per le cose inanimate.
In esse intatti non v’è ricambio d’affetto, né possiamo voler del bene ad esse (sarebbe infatti ridicolo voler del bene al vino; se non che si desidera che si conservi, per poterlo avere); invece si dice che si deve voler del bene all’amico per lui stesso.
Quelli che poi vogliono in tal modo del bene, anche se da parte dell’altro non v’è ricambio, si chiamano benevoli:
infatti quando vi è ricambio, la benevolenza si chiama amicizia.
E forse si deve aggiungere «quando non è nascosta»?
Molti infatti sono benevoli verso uomini che non hanno mai visto, ma che suppongono che siano persone convenienti ed utili:
e qualcuna di quelle persone potrebbe provare per loro lo stesso sentimento.
Costoro dunque appaiono benevoli reciprocamente:
ma come si potrebbe dirli amici, se non palesano i loro sentimenti reciproci?
Bisogna dunque essere benevoli reciprocamente e volersi bene senza nasconderlo, a causa di uno dei motivi suddetti.
III
Questi motivi differiscono tra loro per specie: e quindi differiscono anche gli affetti e le amicizie. Tre dunque sono le specie di amicizie, come tre sono le specie di qualità suscettibili d’amicizia:
e a ciascuna di esse corrisponde un ricambio di amicizia non nascosto.
E coloro che si amano reciprocamente si vogliono reciprocamente del bene, riguardo a ciò per cui si amano.
Quelli dunque che si amano reciprocamente a causa dell’utile non si amano per se stessi, bensì in quanto deriva loro reciprocamente un qualche bene; similmente anche quelli che si amano a causa del piacere.
Intatti essi amano le persone facete non perché queste abbiano date qualità, ma perché sono piacevoli, Quindi coloro che amano a causa dell’utile amano per via del bene che proviene a loro, e quelli che amano a causa del piacere amano per via di ciò che di piacevole proviene a loro e non in quanto la persona amata e quella che è, bensì in quanto essa è utile o piacevole.
Perciò queste amicizie sono accidentali; intatti colui che è amato non viene amato per via di quello che e, ma in quanto procura chi un bene chi un piacere.
Quindi simili amicizie sono facilmente caduche, poiché le persone non restano sempre eguali:
se infatti esse non sono più piacevoli o utili, cessano di essere in amicizia.
E l’utile non dura, ma cambia a seconda delle circostanze.
Svanendo quindi il motivo per cui costoro erano amici, si scioglie anche l’amicizia, giacché l’amicizia era in rapporto ad esso.
Soprattutto nelle persone anziane sembra sorgere una tale amicizia (infatti gli uomini di tale età non ricercano ciò che è piacevole, ma l’utile) ed anche in quelli degli uomini maturi e dei giovani che ricercano l’utile.
E costoro non conducono tra loro neppure una vita in comune; infatti talora non sono neppure piacevoli a frequentarsi, per cui gli amici non desiderano neppure una tale compagnia, quando essi non siano utili; infatti essi sono piacevoli solo nella misura in cui offrono la speranza di qualche bene.
Tra queste amicizie si collocano pure quelle coi forestieri.
L’amicizia dei giovani invece sembra essere a causa del piacere:
essi infatti vivono secondo la passione e ricercano soprattutto ciò che è piacevole a loro e nel presente; quando però l’età muta, anche le cose piacevoli divengono diverse.
Perciò rapidamente essi divengono amici e rapidamente cessano di esserlo:
infatti insieme con ciò che è piacevole, muta anche l’amicizia, e di un siffatto piacere rapido è il mutamento.
E i giovani poi sono portati all’amore erotico: infatti la maggior parte di tale amore avviene secondo la passione e a causa del piacere: perciò essi amano e rapidamente smettono, mutando sentimento più volte nello stesso giorno.
Ed essi vorrebbero passare tutto il giorno insieme e fare vita in comune: infatti così sorge per essi ciò che è conforme all’amicizia.
L’amicizia perfetta è quella dei buoni e dei simili nella virtù.
Costoro infatti si vogliono bene reciprocamente in quanto sono buoni, e sono buoni di per sé:
e coloro che vogliono bene agli amici proprio per gli amici stessi sono gli autentici amici (intatti essi sono tali di per se stessi e non accidentalmente); quindi lavoro amicizia dura tinche essi sono buoni, e la virtù è qualcosa di stabile; e ciascuno è buono sia in senso assoluto sia per l’amico. Infatti i buoni sono sia buoni in senso assoluto, sia utili reciprocamente.
E altrettanto sono anche piacevoli; infatti in generale i buoni sono anche reciprocamente piacevoli; infatti a ciascuno sono piacevoli le azioni a lui conformi e quelle simili; e le azioni dei buoni sono appunto eguali o simili.
Una tale amicizia logicamente è stabile.
Infatti in essa s’incontrano tutte le qualità che son necessarie agli amici.
Infatti ogni amicizia sorge o in vista di un bene, o per il piacere, o assolutamente o in vista della persona amata, e in seguito ad una certa somiglianza; in questo tipo di amicizia dunque son presenti tutte le cose suddette per via degli amici stessi (essendo essi simili in ciò e nel rimanente) e ciò che è assolutamente bene è anche assolutamente piacevole.
Queste dunque sono le cose soprattutto suscettibili d’amicizia e l’esser amico e l’amicizia si trovano soprattutto e perfettamente in esse. È naturale poi che tali amicizie siano rare: pochi infatti sono gli uomini siffatti.
Inoltre per questo si richiede tempo e consuetudine; infatti, secondo il proverbio, non è possibile conoscersi reciprocamente prima di aver consumato insieme il sale come esso dice; né si può accogliere un amico né essere amici, prima che ciascuno appaia all’altro suscettibile d’amicizia e sia creduto tale. Quelli che poi fanno subito amicizia tra loro vogliono essere amici, ma non lo sono, se non quando siano anche suscettibili di amicizia c non lo sappiano; infatti la volontà di 1 amicizia sorge in fretta, ma non così l’amicizia.
Questa dunque è 1’amicizia perfetta sia rispetto alla durata che agli altri elementi e sorge in base a tutte queste qualità identiche o simili tra entrambi, come appunto deve essere tra due amici. [...]
X
Bisogna dunque avere quanti più amici è possibile, oppure, come per l’ospitalità, sembra che opportunamente sia stato detto:
non troppi ospiti e neppur nessuno, così anche quanto all’amicizia sarà bene non essere senza amici, ma neppure con amici in numero eccessivo?
E alle amicizie basate sull’utile sembrerebbero adattarsi del tutto queste parole (è infatti cosa faticosa rendere servigi a molti, e a far ciò non è sufficiente la vita; quindi gli amici più numerosi di quel che è sufficiente alla vita normale sono superflui e ostacolano il viver bene; non v’è quindi allatto bisogno di essi); e anche di amici basati sul piacere ne bastano pochi, come è del condimento nel cibo.
Ma quanto agli amici virtuosi, possono esser numerosissimi, oppure v’è una misura anche del numero d’amici, come quello dei cittadini in uno Stato?
Infatti non potrebbe sorgere uno Stato da dieci cittadini, né potrebbe essere costituito da diecimila. Tuttavia non è forse possibile fissarne un numero determinato, bensì si può ammettere ogni numero che sia tra due quantità definite.
Anche degli amici v’è una quantità definita e cioè al massimo tanti amici con quanti è possibile che uno conviva (questa cosa infatti è la più propria dell’amicizia) e che non sia possibile convivere con molti e dividersi tra essi è chiaro.
Inoltre bisogna che anche essi siano amici tra loro se debbono passare la giornata tutti assieme; ed è difficile che si riscontri ciò tra molte persone.
Ed è anche difficile rallegrarsi insieme e condolersi insieme convenientemente con molte persone; naturalmente capita intatti di doversi contemporaneamente rallegrare con uno e condolersi con un altro.
E forse bene dunque non cercare di avere più amici che possibile, bensì solo tanti quanti sono sufficienti per la convivenza; né infatti sembrerebbe possibile essere molto amico a molti.
Perciò, anche nell’amore, non bisogna innamorarsi di troppi; l’amore vuol essere intatti un eccesso di amicizia; e ciò accade verso una sola persona; quindi anche l’esser molto amici è possibile solo verso pochi.
E così sembra accadere anche nella realtà; infatti nell’amicizia cameratesca non sorgono molti amici.
E le amicizie famose celebrate nei carmi si sono avute sempre tra due soli amici.
Quelli invece che hanno molti amici e che trattano familiarmente con tutti non sembrano essere amici a nessuno, fuorché dal punto di vista sociale, e questi chiamano anche complimentosi. Senza dubbio dal punto di vista sociale si può essere amici a molti anche senz’essere complimentosi, ma in quanto si è veramente uomini per bene; però amici per virtù e per se stessi non si può esserlo a molti; anzi è da desiderare di trovare siffatti amici, ma di trovarne pochi.
XI
V’è più bisogno di amici nella fortuna o nella sfortuna?
In entrambi i casi infatti si ricercano gli amici; giacché gli sfortunati hanno bisogno di aiuto, e i fortunati di compagni di vita e di persone a cui tare del bene; essi intatti vogliono fare del bene. [Avere amici] nella sventura invero è la cosa più necessaria, perché in essa si ha bisogno delle persone utili, cosa più decorosa, è invece nella fortuna- perciò si ricercano gli amici per bene, giacché è più desiderabile beneficare costoro e passare il tempo con costoro.
Infatti la presenza degli amici è di per sé piacevole sia nella fortuna che nella sfortuna.
Infatti anche coloro che soffrono si sollevano se gli amici soffrono con loro.
Perciò qualcuno potrebbe anche chiedersi se ciò accade perché gli amici prendono su di sé come una parte del peso, oppure non per questo, bensì perché la loro presenza essendo piacevole, e l’idea che un altro soffre insieme a noi rendono minore il dolore.
Se dunque chi soffre si sollevi per questo oppure per un altro motivo, tralasciamo d’investigare; comunque sembra che accada ciò che s’è detto.
L’effetto della loro presenza poi sembra essere qualcosa di complesso.
Infatti lo stesso veder gli amici è piacevole, e specialmente a chi è sfortunato; e ne sorge un aiuto contro la sofferenza (infatti l’amico, se è capace, è di consolazione sia con la sua presenza che con le sue parole; egli infatti conosce il carattere dell’addolorato e di che cosa egli gode e soffre).
D’altra parte è doloroso il sentire che un amico si addolora per le nostre disgrazie; ognuno infatti evita di essere causa di dolore agli amici.
Perciò  gli uomini coraggiosi per natura si guardano dal comunicare il loro dolore ai loro amici, e un tal uomo, se anche non eccede nell’insensibilità al dolore, non sopporta di suscitare ad essi dolore, e insomma non avvicina uomini inclini ai lamenti, perché egli stesso non è tale; le donnette invece e gli uomini siffatti godono di coloro che si associano ai lamenti ed amano come amici quelli che anche si condolgono con loro. Ora e chiaro che in ogni cosa bisogna sempre imitare il migliore.
La presenza degli amici nella fortuna, invece, rende piacevole il nostro modo di vita e ci offre l’idea che anch’essi godono dei nostri beni.
Perciò sembrerebbe che si debbano chiamare sollecitamente gli amici nella fortuna (è infatti decoroso il beneficare), e chiamarli invece con cautela nella sventura (giacché bisogna farli partecipi il meno possibile dei nostri mali, per cui v’è il detto: «ad essere infelice basto io»).
Invece bisogna invitarli soprattutto quando essi, con un piccolo incomodo, possano giovarci grandemente. (62 Aristotele)
 Conviene poi, a nostra volta, andare da chi è sfortunato senz’essere chiamati e sollecitamente (e infatti proprio dell’amico il beneficare e soprattutto beneficare quelli che si trovano in necessità, anche se non pretendono nulla; ciò infatti è più bello e più piacevole per entrambi); verso chi ha buona fortuna invece bisogna andare sollecitamente solo per collaborare (per questo appunto infatti v’è bisogno d’amici), mentre per ricevere benefici bisogna andare cautamente (infatti non è decoroso bramare di ricevere servigi).
Tuttavia bisogna parimenti evitare la fama d’intrattabilità col rifiutare i benefici: talora infatti così accade.
Sembra quindi desiderabile in tutti i casi la presenza degli amici.
XII
E dunque, come per gli innamorati il vedersi è la cosa più cara e soprattutto preferiamo questa sensazione alle altre, in quanto l’amore consiste soprattutto in essa e sorge da essa, anche per gli amici la cosa più desiderabile non è forse il vivere insieme?
Infatti l’amicizia e comunanza,. Intatti come una persona si comporta verso se stessa, così si comporta anche verso l’amico:
rispetto a noi è desiderabile la sensazione che si esiste, e così è dunque anche rispetto all’amico; ma l’attività in atto di questa sensazione si manifesta nel convivere, cosicché naturalmente si aspira ad esso.
E per ciascuno ciò che vale per lui come esistenza o ciò in vista di cui egli sceglie di vivere, questo egli vuole che sia in comune nel convivere con gli amici; perciò alcuni si riuniscono per bere, altri per giocare ai dadi, altri per far ginnastica, o per cacciare, o per filosofare, ciascuno trascorrendo le giornate in quel modo che soprattutto ama nella vita; intatti, volendo convivere con gli amici si danno a ciò e accomunano ciò, con cui intendono passar il tempo con gli amici.
Perciò l’amicizia delle persone cattive diviene perversa (esse infatti accomunano cose cattive, essendo incostanti, e diventano perverse, diventando simili l’una all’altra), invece l’amicizia delle persone convenienti è conveniente e si perfeziona col loro frequentarsi.
Esse sembrano anzi migliorarsi, esercitando la loro attività e correggendosi a vicenda; esse infatti scremano, per così dire, l’una dall’altra ciò che a loro piace; da cui il detto:
dai nobili apprendi nobili cose.
(ARISTOTELE, Elica Nicomacbca, a cura di Armando Plebe, Laterza, Bari 1965, pp. 203-209 LVIil, 1155a – 1156W e pp. 252-257 [IX, 1170b- ll/2a]).
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3. EPICURO
L’amicizia è la via c il fine della felicità
Di tutti quei beni che la saggezza procura per la completa felicità della vita il più grande di tutti è l’acquisto dell’amicizia.
La medesima persuasione che ci rassicura che nessun male è eterno o durevole, ci fa anche persuasi che in questo breve periodo della vita esiste la sicurezza dell’amicizia.
Ogni amicizia è di per se stessa desiderabile, pure trae origine dalla utilità.
Ne i superficiali né i temerari si devono reputare degni nei confronti dell’amicizia, perché anche l’amore stesso dell’amicizia va messo in gioco per amore di essa.
Non abbiamo tanto bisogno dell’aiuto degli amici quanto della fiducia del loro aiuto.
Non è amico né chi sempre cerca l’utile, né chi mai lo congiunge all’amicizia: l’uno fa traffico dei lavori col sentimento della riconoscenza, l’altro uccide la speranza per il futuro.
L’amicizia trascorre per la terra annunciando a tutti noi di destarci per felicitarsi gli uni con gli altri.
Non soffre di più il saggio se è messo alla tortura che se è messo un amico, e per lui è pronto a morire; perché se tradirà l’amico tutta la sua vita sarà sconvolta e sovvertita per la sua infedeltà.
L’uomo bennato si dedica all’amicizia e alla filosofia; dei quali quello è un bene mortale, questo immortale.
(EPICURO, Opere, a cura di Graziano Arrighetti, Einaudi, Torino 1967, passim [Massime capitali: 21 e 28; Gnomologio vaticano: 23, 28, 34, 39, 52, 56-57, 78]).
(L’amicizia è la via e il fine della felicità 65)
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4. CICERONE (La nascita e i confini dell’amicizia 67)
La nascita e i confini dell’amicizia
[20] L’amicizia, difatti, è niente altro se non un perfetto accordo nelle cose divine e umane, unito con un sentimento di benevolenza e di affetto; e di essa certo non so se, eccettuata la sapienza, dagli dèi sia stata data all’uomo cosa migliore. Alcuni le antepongono la ricchezza, altri la buona salute, altri la potenza, altri gli onori, molti anche i piaceri. Questa ultima cosa è propria delle bestie, le altre poi sono passeggere e incerte, poiché non tanto dipendono dal nostro senno, quanto dal capriccio della fortuna. Quelli poi che pongono il bene supremo nella virtù, , fanno sì benissimo, però questa virtù stessa genera e mantiene l’amicizia, né l’amicizia senza la virtù in alcun modo può esservi.
[21] E la virtù intendiamola secondo il senso comune della vita e del nostro linguaggio corrente, e non definiamola con pompa di parola, come fanno certi filosofi; e mettiamo nel numero dei buoni quelli che son ritenuti tali, cioè persone come Paolo, Catone, Gaio, Scipione, Filo; di questi si contenta la comune vita; e lasciamo perdere quelli che non si trovano affatto in nessuna parte.
[22] L’amicizia ira uomini così fatti ha tanti lati belli quanti a stento posso dire.
Prima di tutto in che modo può essere «vitale», come dice Ennio, una vita che non riposa nel mutuo alletto con un amico?
E quale cosa più dolce che avere uno con cui tu possa dire tutto come con te stesso?
E che gran frutto verrebbe dalla buona fortuna, se tu non avessi qualcuno che ne godesse, come tu stesso?
La cattiva, poi, sarebbe addirittura difficile sopportarla, senza uno che ne soffrisse anche più di te. Insomma, tutte le altre cose che si desiderano servono ciascuna per ciascun fine determinato:
le ricchezze, per procacciarsi ciò che occorre;
la potenza, per ottenere il rispetto;
le cariche pubbliche, per avere lodi e omaggi;
i piaceri, per provare la gioia di vivere;
la salute, per non sentir dolore e avere la piena disponibilità delle forze fisiche.
L’amicizia, invece, tiene in sé uniti moltissimi beni:
dovunque tu vada, la trovi;
da nessun luogo è esclusa, non è mai intempestiva, non è mai molesta;
sicché non dell’acqua, non del fuoco d serviamo, come si “dice, in più occasioni che dell’amicizia.
E io ora non parlo dell’amicizia volgare o della mediocre, la quale tuttavia pure piace e giova, ma della vera e perfetta, quale fu quella di coloro che son pochi e famosi.
Poiché l’amicizia la più splendida la buona fortuna e più lieve l’avversa, condividendola e facendola così anche propria. [...]
[26] Molto spesso, quando rifletto sull’amicizia, mi sembra che si debba considerare prima di ogni cosa questo:
se l’amicizia sia desiderata per la debolezza nostra e la scarsezza dei nostri mezzi, cosicché, dando e ricevendo favori, ciò che uno da sé non potesse fare, lo ricevesse da un altro e a sua volta lo contraccambiasse;
o questo, sì, sia il proprio dell’amicizia, ma la causa ne sia un’altra, più intima e più bella e più veramente naturale.
L’amore, infatti, dal quale trae il nome l’amicizia 2, è la prima spinta a volersi bene.
Che vantaggi se ne traggono sì spesso anche da quelli che per opportunità del momento si coltivano e si corteggiano con una simulazione d’amicizia;
ma nell’amicizia nulla v’è di finto, nulla di simulato:
tutto quello che vi e, tutto è vero e spontaneo.
[27] Perciò l’amicizia mi sembra piuttosto sorta dalla natura che dalla indigenza, più per inclinazione dell’anima con certo suo senso d’amore, che per riflessione sulla utilità che essa avrebbe poi avuto. [...]
[44] Prima legge dell’amicizia sia questa:
che agli amici chiediamo cose oneste, per cagione degli amici cose oneste facciamo, non aspettiamo neppure di esserne richiesti;
sempre vi sia sollecitudine;
non vi sia mai esitazione;
anzi osiamo francamente dar consigli;
moltissimo valga nell’amicizia l’autorità degli amici che persuadono al bene;
e la si usi ad ammonire non solo apertamente, ma anche severamente, se la cosa lo richiederà;
e a una tale autorità si obbedisca.
[45] A certuni, che sento dire essere stati ritenuti in Grecia sapienti, piacquero certe idee, per mio conto strane (ma non c’è nulla su cui quella gente non cavilli):
parte ritiene che sian da fuggire amicizie troppo intime, affinché non debba uno solo darsi pensiero per parecchi;
che ognuno ne ha abbastanza e d’avanzo delle sue proprie cose, e troppo impicciarsi dei fatti altrui è cosa molesta;
la miglior cosa è invece tener le redini dell’amicizia più lente che si può, e tirarle quando tu voglia, o tirate allentarle;
punto capitale, infatti, a viver felici, è la tranquillità, della quale non può godere l’animo, se uno solo deve in certo modo soffrire i travagli del parto per parecchi.
[46] Altri4 poi, si dice, sostengono cosa molto più contraria alla natura dell’uomo (punto che ho toccato brevemente poc’anzi), e cioè che le amicizie si hanno da cercare per aiuto e difesa, non per benevolenza e affetto.
E così, quanto meno di sicurezza di sé, quanto meno di forze uno abbia, tanto più cerca amicizie; e per questo avviene che le femminette cercano gli appoggi dell’amicizia più degli uomini, e i bisognosi più dei ricchi, e gli sventurati più di quelli che si ritengono felici.
[47] Oh, la grande sapienza! Asole, infatti, par che tolgano al mondo, quelli che tolgono alla vita l’amicizia, della quale nulla di meglio abbiamo avuto dagli dèi immortali, nulla di più piacevole! Che sorta di tranquillità è codesta?
In apparenza seducente, in realtà per molti rispetti esecrabile.
Non è ragionevole, infatti, non intraprendere una cosa o una azione onesta, oppure, intrapresa, lasciarla, per non essere inquieto.
Che se rifuggiamo dalle preoccupazioni, dobbiamo rifuggire dalla virtù, la quale è necessario che con qualche inquietudine sprezzi e odi le cose a sé contrarie, come la rettitudine la malizia, la temperanza la libidine, la viltà il coraggio;
e così puoi vedere i giusti massimamente affliggersi per le ingiustizie, i forti per le viltà, i moderati per le azioni vergognose.
E dunque proprio di un animo ben formato e allietarsi delle cose buone e dolersi delle contrarie. [48] Per la qual cosa, se l’animo del sapiente è accessibile al dolore, e certo lo è, a meno di pensare che dal suo animo sia estirpata la natura stessa d’uomo, che ragione v’è che togliamo radicalmente dalla vita l’amicizia, per non incontrare a cagion d’essa qualche molestia?
E tolto ogni moto dell’animo, che differenza v’è, non dico tra la bestia e l’uomo, ma tra l’uomo e il tronco o il sasso o una qualsiasi cosa di tal genere?
Né sono da ascoltare coloro5 i quali vogliono che in certo modo fa virtù sia dura e quasi ferrea. Mentre essa realmente, come in molte altre cose, così nell’amicizia è tenera e malleabile, tanto che ad uno, sia pur virtuoso, s’allarga il cuore per i beni d’un amico, gli si stringe per i suoi mali.
Perciò codesta angoscia, che si deve spesso soffrire per un amico, non basta a far togliere dalla vita l’amicizia, non più che s’abbiano a ripudiare le “virtù per gli affanni e le molestie che portano.
Poiché fa nascere l’amicizia, come dicevo prima, qualche segno di virtù che da qualcuno splenda, alla quale un animo che le somigli si stringe e unisce, quando questo avviene non può non esser che nasca l’amore.
[49] Quale cosa è tanto assurda, infatti, quanto provar gioia di molte cose vane, come degli onori, della gloria, d’un edificio, d’un vestito o d’un ornamento del corpo; e d’un essere vivo dotato di virtù, di tale creatura che può amare o, per così dir, riamare, non provar grandissima gioia?
Nulla v’è intatti più piacevole che la ricompensa dell’alletto, nulla più piacevole che il contraccambio delle premure e dei servigi.
[50] E che, se aggiungiamo anche questo, e senza errore si può aggiungere, non esservi nulla che a se alletti e attragga cosa alcuna, quanto all’amicizia la somiglianza?
Si concederà certo esser vero che i buoni amano e a sé attirano i buoni, quasi fossero congiunti per parentela e natura: nulla, infatti, brama di più che la natura cose simili a sé e a sé le rapisce.
Per la qual cosa, o Fannio e Scevola, sia chiaro, come credo, che per i buoni tra i buoni v’è un necessario volersi bene, e questa è la fonte dell’amicizia costituita dalla natura.
Ma la medesima bontà si stende anche all’altra gente.
La virtù, infatti, non è disumana, non egoista, non superba, essa che suole proteggere anche interi popoli e provvedere ottimamente ai loro bisogni ”: cosa che certo non farebbe, se rifuggisse dall’affetto per gli uomini.
[51] E anzi mi pare proprio tolgano il più amabile nodo che l’amicizia stringe, quelli che fan sorgere le amicizie a causa dell’utilità.
Non tanto infatti l’utilità che ci venga dall’amico, quanto l’amore stesso dell’amico piace, e poi ciò che dall’amico ci viene può farci piacere, se da lui viene col suo attaccamento.
E si è così lontani dal coltivare le amicizie per il bisogno, che coloro i quali per posizione e mezzi e soprattutto per la virtù, che costituisce il più valido presidio, non hanno alcun bisogno d’un altro, sono gli uomini più generosi e benèfici.
E non so se nemmeno sia opportuno che mai e del tutto agli amici manchi alcuna cosa.
In che, difatti, il mio affetto avrebbe potuto dimostrar la sua forza, se mai del mio consiglio, mai della mia opera né in pace né in guerra Scipione avesse avuto bisogno?
Non dunque l’amicizia ha seguito l’utilità, ma l’utile seguito l’amicizia.
 [52] Non si dovrà quindi dare ascolto a uomini rammolliti dai piaceri se mai discuteranno dell’amicizia, che essi non conoscono allatto né per teoria né per pratica.
E chi v’è, per gli dèi e per gli uomini, che vorrebbe, senza amare qualcuno né essere da qualcuno amato, nuotare in mezzo alle ricchezze e vivere nell’abbondanza?
Questa è la vita dei tiranni, vita nella quale naturalmente non v’è lealtà nessuna, nessun alletto; non può esservi nessuna fiducia che l’affetto sia durevole; tutto sempre è sospetto e inquietudine; nessun posto v’è per l’amicizia. [53] Chi difatti potrebbe amare o colui che egli dovesse temere, o colui dal quale egli pensasse di dover essere temuto?
Tuttavia, almeno per un certo tempo, si fa, con simulazione, la corte ai tiranni.
Ma se per avventura, come per lo più avviene, cadono, allora si capisce quanto fossero poveri d’amici.
E questo raccontano che dicesse Tarquinio sul punto di andare in esilio, che allora egli aveva capito quali amici avesse avuto fidi e quali infidi, quando ormai non poteva più rendere loro il contraccambio:
[54] quantunque io mi meraviglio che con quella sua superbia e intrattabilità abbia potuto avere qualcuno amico.
E come il carattere di costui, che ho detto, non poté procurargli veri amici, così i mezzi stessi degli strapotenti rendono impossibili fedeli amicizie, con loro.
Infatti, la fortuna non è solamente cieca, ma per lo più rende ciechi pure quelli che tiene tra le braccia; e così si lasciano quasi trasportare dall’alterigia e dall’arroganza;
e nessuna cosa può esservi più insopportabile di un uomo fortunato che non abbia senno.
E in realtà si può vedere anche questo, che quelli che prima erano alla mano, per l’autorità del comando militare, per il potere politico, per la prosperità si mutano, disprezzano i vecchi amici, sono tutti teneri per i nuovi.
[55] Qual cosa, d’altra parte, più stolta che procurarsi, quando si possa moltissimo per l’abbondanza dei mezzi e la posizione sociale, tutte le altre- cose che si possono procurare col denaro, cavalli, servi, abiti di lusso, vasi preziosi, non procurarsi amici che sono, per così dire, la migliore e la più bella suppellettile della vita? Difatti quelli che fan ciò, le altre cose, quando le procurano, non sanno per (72 La nasata e i confini dell’amicizia 73) chi le procurino, né sanno a vantaggio di chi s’affatichino (ognuno di codesti beni, infatti, è di colui che alla fine risulta più forte):
il possesso delle amicizie dura invece stabile e certo a chi ne possieda:
quantunque pur se quei beni, che son come doni della fortuna, restassero, tuttavia, una vita che gli amici non coltivano, ma trascurano, non sarebbe piacevole.
Ma di ciò basta.
[56] Ora si deve stabilire quali siano nell’amicizia i confini e direi quasi i limiti dell’affetto.
Su essi vedo presentarsi tre, opinioni7, ma non ne approvo nessuna:
e l’una e che noi si porti all’amico lo stesso affetto che a noi stessi, l’altra che si voglia bene agli amici nello stesso modo, nella stessa misura che gli amici vogliono bene a noi, la terza che tanto uno sia stimato dagli amici, quanto egli stimi se stesso. [57] Io non sono proprio d’accordo con nessuna di queste opinioni. E non è vera infatti quella prima, che uno cioè debba essere verso l’amico nella medesima disposizione d’animo che verso sé. Quante cose, infatti, che per amore nostro mai faremmo, facciamo invece per amore degli amici:
chiedere con preghiere a uno indegno, supplicare, inveire contro qualcuno con qualche asprezza, dargli addosso con qualche violenza; le cose che, trattandosi di noi, non è del tutto bello fare, è bellissimo farle per gli amici.
E molte cose vi sono, in cui gli uomini perbene diminuiscono essi stessi di molto i vantaggi che ne possono trarre, e se li lasciano diminuire, perché ne godano gli amici, piuttosto che essi.
[58] L’altra opinione è quella che limita l’amicizia a una parità di doveri e di voleri.
Questo, in realtà, è un ridurre troppo meschinamente e grettamente l’amicizia a un semplice calcolo,
Per modo che il bilancio del dato e del ricevuto sia in pareggio.
Più ricca e generosa mi sembra che sia la vera amicizia, e non badi rigorosamente a non rendere più di quello che ha ricevuto:
e non si deve infatti aver paura che qualcosa cada fuori, o qualcosa trabocchi in terra, o sia conferito all’amicizia qualcosa più del giusto.
[59] La terza definizione dei limiti dell’amicizia, poi, è la peggiore di tutte, cioè che tanto uno sia stimato dagli amici, quanto egli stimi se stesso.
Spesso, infatti, in certuni vi è o un’anima troppo avvilita o una troppo bacca speranza di migliorarcela propria sorte.
E non è dunque proprio d’un amico essere tale verso un altro, quale egli è verso se stesso, ma piuttosto sforzarsi e lare in modo di sollevare l’anima prostrata dell’amico e condurla a speranze e a pensieri migliori.
Devo dunque stabilire un altro termine per la vera amicizia; ma dopo che avrò detto che cosa specialmente solesse condannare Scipione.
Diceva che mai s’era potuta trovare un’espressione più nemica all’amicizia che quella di colui che aveva detto così doversi amare come se un giorno si dovesse odiare.
E soggiungeva che non poteva indursi a credere che questo, comunque lo si stimasse, fosse stato detto da Biantex, il quale era stato ritenuto uno dei sette sapienti; che certo era il pensiero di un uomo corrotto, o ambizioso, o che tirava tutto alla sua potenza.
In che modo, infatti, uno potrà mai essere amico a colui al quale penserà di poter essere nemico?
E anzi bisognerà desiderare e bramare che l’amico sbagli il più spesso possibile, perché ci dia più appigli, per così dire, a riprenderlo; e d’altra parte, invece, per le buone azioni e i successi degli amici bisognerà angustiarsi, addolorarsi, provar invidia.
[60] Perciò in realtà questo precetto, di chiunque sia, vale a sopprimere l’amicizia; si sarebbe dovuto piuttosto dire quest’altro:
che usassimo, nello stringere amicizie, tale attenzione da non incominciar ad amare uno che un giorno potessimo odiare.
E anzi Scipione riteneva che se anche fossimo stati poco felici nella scelta, si dovesse piuttosto sopportare questo che non pensare al tempo di future inimicizie. (74 Cicerone)
[61] Io penso che ci si debba tenere a questi termini:
che, cioè, quando i costumi degli amici siano corretti, allora vi sia tra essi comunione di ogni cosa, di pensieri e di volontà, senza restrizione alcuna; di modo che, anche se per un qualche caso capiti che si debbano appoggiare aspirazioni di amici non del tutto giuste, ma in una situazione in cui sia in gioco la loro stessa vita o la fama, ci si deve scostare dalla via diritta, purché non ne segua un sommo disonore9.
Vi è infatti un limite, fino a cui si può giungere nell’esser indulgenti con gli amici; ma non si deve trascurare la propria riputazione né stimare una mediocre arma per la vita pubblica la benevolenza dei concittadini.
Questa però è brutto racimolarla con lusinghe e adulazioni; la virtù, non si deve metterla da parte, e a lei 1tien dietro l’universale alletto.
[62] Ma (ed ecco io torno spesso a Scipione, i cui discorsi erano sempre sull’amicizia) si lagnava che in tutte le cose gli uomini fossero più diligenti; che capre e pecore, quante uno ne avesse lo poteva dire; quanti amici avesse, no; e che nel procurarsi quelle, sì che uno metteva impegno; nello scegliere gli amici, invece, s’era negligenti e non si badava a segni e indizi, da cui si discernessero quelli che fossero degni di amicizia.
Si devono perciò scegliere uomini di carattere, non volubili, costanti; della qual specie d’uomini v’è gran penuria.
Certo e difficile giudicare senza aver fatto la prova; ma la prova si deve tarla quando già si è amici. Così l’amicizia precorre il giudizio e toglie la possibilità di far prima la prova.
[63] È dunque da saggio, come si frena la corsa, così frenare l’impeto dell’affetto, affinché usiamo dell’amicizia come di cavalli già messi alla prova, dopo aver cioè sperimentato in qualche parte i costumi degli amici.
Alcuni si vede quanto siano incostanti, quando anche si tratti di poco denaro; altri, che il poco denaro non poté toccare, si riconoscono quando si tratti di una grande somma.
(La nascita e i confini dell’amicizia75)
E se anche se ne saran scovati alcuni che stimino cosa sordida anteporre il denaro all’amicizia, dove troveremo di quelli che non antepongano all’amicizia onori, magistrature, comandi militari, pubblici poteri, potenza, così che se sian messi loro innanzi da una parte questi beni, dall’altra i diritti dell’amicizia, non preferiscano di gran lunga quella Debole infatti e la natura umana a disprezzare la potenza; e se anche l’han conseguita avendo messo da parte l’amicizia, pensano che la cosa sarà dimenticata, perché non senza una gran ragione è stata messa da parte l’amicizia.
[64] E così vere amicizie si trovano assai difficilmente fra quelli che vivono in mezzo alle cariche e alla vita pubblica; dove, infatti, puoi trovare codest’uomo che anteponga l’onore dell’amico al suo?
E che? A non parlar più di questo, quanto grave, quanto difficile alla maggioranza sembra il partecipare alle sventure altrui10.
E non e facile trovare chi a questo giunga.
Quantunque dica bene Ennio:
L’amico certo nella incerta sorte si discerne.11
Tuttavia questi due fatti accusano i più di volubilità e d’incostanza:
e cioè o se nella fortuna disprezzano gli amici se nell’avversità li abbandonano.
Colui che dunque nell’una circostanza e nell’altra si sia mostrato in amicizia serio, costante, stabile, costui dobbiamo giudicarlo d’una razza d’uomini rarissima e quasi divina.
(CICERONE, L’amicizia ovvero Lelio, trad. it. di Carlo Saggio, note di Emanuele Narducci, Rizzoli, Milano 1996, pp. 93, 95, 97 [VI, 20-22]; 101-103 [Vili, 26-27]; 121, 123, 125, 127, 129, 131, 133, 135, 137 [XIII, 44 - XVII, 64]).
*
5. SENECA
Il saggio c l’amicizia (Il saggio c l’amicizia 77)
Seneca saluta il suo Lucilio.
[I] Tu vuoi sapere se Epicuro, in una sua lettera, a ragione biasima coloro i quali affermano che il saggio basta a se stesso e perciò non abbisogna di alcun amico.
Epicuro rivolge tale rimprovero a Stilbone1 ed a quanti ritengono che sommo bene per l’uomo sia avere un animo impassibile.
[2] Necessariamente cadremo nell’ambiguità, se vorremo senz’altro tradurre il termine greco xxxxxxxxxx con una sola parola e dire in-patìentiam; infatti si potrà intendere il contrario di ciò che vogliamo significare.
Noi alludiamo all’uomo che non soggiace ad alcun dolore:
gli altri crederanno che si tratti di chi non sa sopportare nessuna sventura2.
Dunque non è forse meglio parlare di un animo invulnerabile o di un animo a cui è estranea qualsiasi sofferenza?
[3] Tra noi e quei filosofi5 c’è questa differenza:
il nostro saggio è superiore ad ogni male, ma lo sente; il loro neppure lo sente.
Abbiamo, però, in comune la convinzione che il saggio è pago di se stesso; il che non impedisce che egli gradisca un amico e uno che gli stia vicino, gli viva assieme, benché basti a se stesso.
[4] Osserva fino a qual punto sa essere pago di se stesso:
talvolta si accontenta di una parte di sé.
Se una malattia o il nemico lo priverà di una mano, se qualche accidente lo renderà cieco da un occhio o anche da tutti e due, saprà essere soddisfatto di quel che gli resta e col corpo debilitato e mutilato non sarà meno sereno di quando l’aveva tutto intero;
ma benché non si rammarichi di ciò che gli manca, tuttavia preferirebbe che non gli mancasse.
[5] Il saggio si accontenta di se stesso non a tal punto da volere, ma da potere stare senza un amico. Ed ecco come va inteso ciò che ho detto, che il saggio può stare senza amico: ne sopporta con animo sereno la perdita.
Certo non vivrà mai senza un amico: da lui dipende il trovarne al più presto un altro.
Supponiamo che Fidia abbia perduto una statua: tosto ne farà un’altra; così codesto artista nel contrarre amicizie saprà prontamente sostituire l’amico perduto.
[6] Ma come, mi chiedi, potrà farsi rapidamente un amico?
Ti risponderò, se sarai d’accordo con me in questo che io fin d’ora paghi il mio debito e, per questa lettera, saldi il conto.
Ecatone dice: «Ti indicherò un filtro senza incantesimi, senza erbe, senza le formule di alcuna maga: se vuoi esser amato, ama».
Esso non procura soltanto il godimento dell’antica amicizia e la vivissima gioia che l’accompagna, ma anche offre il mezzo di iniziarne e di procacciarsene una nuova.
[7] Tra chi si è procurato un amico e chi se lo procura c’è la stessa differenza esistente tra l’agricoltore che miete e quello che semina. Il filosofo Attalo4 soleva dire che è più piacevole farsi un amico che averlo, «come è più dolce per un artista dipingere che avere dipinto». L’ansietà di chi è tutto intento alla sua opera gli procura, proprio per lo stato di tensione dell’animo, un grande diletto. Non gioisce ugualmente chi ha allontanato la mano dall’opera compiuta: ormai gode del frutto della sua arte; quando dipingeva godeva dell’arte stessa. La giovinezza dei figli è più profittevole, ma l’infanzia è più amabile.
[8] Ora ritorniamo all’argomento. Il saggio anche se è pago di se stesso, tuttavia vuole avere un (78Seneca Il saggio e l’amicizia79) amico, almeno per praticare l’amicizia, affinché una virtù tanto importante non sia trascurata. Egli non mira già allo scopo, enunziato da Epicuro, nella lettera citata, cioè ad avere uno che lo assista ammalato, lo soccorra chiuso in carcere o ridotto in miseria, bensì ad avere uno che egli ammalato possa assistere, prigioniero liberare. Chi pensa solo al suo interesse e per questo cerca di contrarre amicizie, è fuori strada.
Come ha cominciato, così finirà:
si è procurato un amico che lo aiutasse a liberarsi dai ceppi: ed ecco che quegli, non appena risonerà il rumore delle catene, se ne fuggirà via.
[9] Tali sono le amicizie che il popolo chiama conformi all’opportunità:
chi è stato accolto come amico per interesse, riuscirà accetto finché la sua presenza sarà utile.
Perciò amici in gran numero stanno intorno agli uomini fortunati, mentre intorno agli infelici si fa il deserto: e gli amici se ne vanno via di là, dove sono messi alla prova; perciò quanti esempi si hanno di uomini scellerati che per paura o abbandonano o tradiscono l’amico!
Necessariamente l’inizio ed il fine si corrispondono.
Chi ha cominciato ad essere amico per convenienza, per convenienza cesserà di esserlo; non si rifiuterà un vantaggio che sia dannoso all’amicizia, se all’infuori di essa si cerca qualche vantaggio. [10] «A che scopo», mi dirai tu, «ti procuri un amico?».
Affinché possa avere una persona per la quale io muoia, una persona che io accompagni in esilio, che, in pericolo di morte, io salvi offrendo e sacrificando la mia stessa vita; l’amicizia, di cui tu parli, che è determinata solo dall’utile e mira unicamente all’interesse, non è amicizia, ma un vilissimo affare. [11]
Certo c’è qualche rassomiglianza tra l’amicizia e l’amore; lo potresti definire l’amicizia propria di un’anima malata. Orbene esiste qualcuno che ami per interesse, per ambizione o per desiderio di gloria?
L’amore di per sé, non curandosi di alcuna altra cosa, eccita negli animi il desiderio della bellezza assieme alla speranza di un reciproco affetto.
Come dunque?
Una passione vergognosa proviene da un movente più nobile? [i2] «Ma», dirai tu, «ora non si tratta di indagare se si deve cercar di ottenere l’amicizia Per se stessa». Al contrario, in verità, nessun punto deve essere dimostrato con maggiore cura: infatti se l’amicizia deve essere ricercata per se stessa, l’uomo che è pago di sé può accostarsi a lei. «E come si accosta a lei?». Con lo stesso animo col quale andrebbe verso una cosa bellissima, non attirato dall’interesse né spaventato dall’incostanza della fortuna. Toglie all’amicizia la sua dignità, chi se la procaccia solo con la mira rivolta ai lieti eventi.
[13] Sì, è vero, il saggio si accontenta di se stesso; ma i più, o mio caro Lucilio, non intendono bene ciò: cacciano via il saggio da ogni luogo, lo costringono a vivere rinchiuso in se stesso. Ora bisogna determinare il senso ed i limiti di tale affermazione: il saggio basta a se stesso per vivere serenamente, non per vivere. Infatti per vivere occorrono molte cose, ma per vivere serenamente non è necessario avere altro che un animo forte, saldo e noncurante dei capricci della fortuna.
[14] Voglio pure proporre alla tua attenzione la distinzione di Gisippo 5.
Egli afferma che il saggio non sente la mancanza di alcuna cosa, pur occorrendogliene molte: «al contrario allo stolto non occorre nulla; che di nessuna cosa sa servirsi, ma sente la mancanza di tutte». Al saggio occorrono mani, occhi, e molte cose necessarie alla vita quotidiana, ma egli non sente la mancanza di alcuna: infatti sente la mancanza di qualcosa chi soggiace alla necessità; ora per il saggio niente è necessario.
[15] Dunque benché sia pago di se stesso, gli occorrono amici e vuole averne al più possibile, non già per vivere serenamente: vivrebbe serenamente anche senza amici. La vera e perfetta felicità non cerca aiuti dal di fuori: si alimenta nell’intimo del cuore, scaturisce interamente da se stessa. Essa comincia a dipendere dalla mutevolezza della fortuna, quando ricerca qualche suo elemento fuori di sé. [16] «Quale sarà mai la vita del saggio se, gettato in carcere o abbandonato tra gente straniera (Seneca Il saggio e l’amicizia81)
o trattenuto a lungo in viaggio sul mare, o sbattuto su una spiaggia deserta, rimarrà privo di amici?». Essa sarà del tutto simile a quella di Giove allorché, essendo andato in rovina l’universo e gli dèi ritornati nel caos primitivo, la natura per un poco sta inerte 6: il dio riposa in se stesso tutto assorto nei suoi pensieri. Il saggio non si comporta in modo diverso: si rinchiude in se stesso, vive in compagnia della sua coscienza. [17] Finché gli è possibile regolare le sue faccende a suo talento, è pago di se stesso, eppure prende moglie, è pago di se stesso, eppure genera figli, è pago di se stesso e tuttavia non vivrebbe, se dovesse vivere senza la compagnia di un uomo. All’amicizia egli si sente spinto non da interesse, ma da naturale impulso: infatti l’attrattiva dell’amicizia è innata in noi come quella di tante altre cose. Come la solitudine ci riesce odiosa e desideriamo di vivere in società, come gli uomini per natura si uniscono tra di loro, così anche nel sentimento dell’amicizia opera uno stimolo tale che noi vi tendiamo con tutta l’anima. [18] Cionondimeno il saggio, pur amando protondamente gli amici, pur agguagliandoli anzi anteponendoli a se stesso, riporrà ogni bene in se stesso; e dirà ciò che disse quel famoso Stilbone, contro cui Epicuro si scaglia nella sua lettera. La sua patria era stata occupata, aveva perduto la moglie, i figli e se ne usciva dal fuoco ovunque divampante solo, ma col volto sorriden¬te. Ed ecco che, alla domanda di Demetrio7, soprannominato Poliorcete per essersi segnalato nell’espugnare città, se avesse perduto qualche cosa, rispose: «i miei beni sono tutti con me». [19] Ecco un uomo veramente torte e valente! Riuscì a vincere persino il suo nemico vincitore. Rispose «niente ho perduto»;
in tal modo costrinse Demetrio a dubitare della sua vittoria. «Quanto mi appartiene è con me»: la giustizia, la costanza, la stessa convinzione che non è un vero bene quello che ci può essere tolto. Guardiamo con meraviglia certi animali, che sen¬za subire alcun danno passano in mezzo al fuoco: quanto più ammirevole è quest’uomo, il quale riuscì incolume pur attraverso le spade e le case crollanti e le fiamme! Non ti pare forse che sia più facile vincere tutto un popolo che un solo uomo? Tale affermazione rende Stilbone simile agli Stoici: anch’egli sa portare i suoi beni intatti attraverso le città incendiate. Infatti è pago di se stesso: in questo consiste la sua felicità.
(Lucio ANNUO SENECA, Lettere a Lucilio, a cura di Umberto Boella, UTET, Torino 1969, pp. 65, 67, 69, 71 e 73).
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6. ABELARDO
Insegnamenti al figlio sull’amicizia
Insegnamenti al figlio sull’amicizia 83
Un vero amico1 vale più di ogni dono di Dio, va preferito a tutte le ricchezze.
Nessuno sarà povero se possiede un tesoro simile che è tanto più prezioso quanto più è raro.
Dunque insegnare ad un giovane la bellezza e il valore del rapporto
I fratelli sono molti, ma fra loro è raro un amico,
quelli li crea la natura, ma questo te lo concede l’affetto.
L’alletto è libertà, la natura è costrizione
che limita ciascuno all’amore per il suo genere;
anche le bestie vi sono portate per legge di natura
ma non c’è alcun affetto in tale inclinazione2.
Per un amico (però) non commettere bassezze, ma evitale
se davvero vuoi essergli caro. (84Abelardo Insegnamenti al figlio sull’amicizia85)
Dio non ti impone di amare nessuno più di te stesso
nè t’ama chi da te vuole turpitudini.
Turpemente scusa la colpa chi dice che per amico
non si vergogna di averla potuta commettere.
Se chiede che tu faccia qualcosa che lede l’onestà
costui oltrepassa i limiti e le leggi dell’amicizia.
Esaudire le preghiere di un amico che ti chiede cose disoneste
è togliere il piede dalla via dell’amicizia.
Tuttavia è più colpevole chi spinge a ciò supplicando
che chi vi acconsente, vinto dalle preghiere3.
Se per amicizia commetterò una bassezza
renderò turpe una cosa bella e cattiva una cosa buona.
Se non ti mostri generoso quando un amico ti implora
ciò che pensi di aver dato credi piuttosto di averlo venduto.
E non è un piccolo prezzo il rossore di chi deve chiedere,
col quale è costretto a comprare ciò che tu chiami un
dono4;
è un debito più che un dono ciò che si dà a un amico,
e nessuno è così grande che l’amore non meriti di più.
Se non sci un altro me stesso, non sei per me un vero amico:
e se per me non sei come me, non sei un altro me stesso5.
Coloro che vedrai ricercare nell’amicizia il proprio guadagno
sappi che fingono d’essere ciò che vogliono essere detti ”.
Se credi subito qualcuno colpevole, non sei suo amico;
ciascuno conosce per ultimo i mali della sua casa7.
Chi è ricco non potrà mai sapere se i propri amici lo sono della sua fortuna, o di sé.
Chi è povero, in questo felice, è libero da tale errore,
per questo la povertà sarebbe da preferirsi.
Coloro che ti erano amici nella buona fortuna,
quando questa finisce, finiscono anch’essi di esserlo.
Chiunque sia amato davvero, riceve più che non dia per i suoi doni,
perché che cosa può esserci più prezioso dell’amicizia?
Con un dono maggiore ci meritiamo maggiore gratitudine;
ma ciascuno donando se stesso darà più che i suoi beni.
Tienti caro un vecchio amico, che ormai conosci bene,
e se sei saggio non credere che un nuovo amico sia eguale;
e il tuo amico più grande sia chi prima lo è stato di tuo padre
perché gli sarai caro anche per amore di lui8.
Non è un amico chi si può comperare coi doni;
non ti sia caro colui che ha tradito un altro.
Non ti fidare di chi hai corrotto con elargizioni,
passerà a un altro e ruberà anche a questo.
Sappi che è vergognoso credere alla buona fede
di chi si lasciò persuadere con doni ad acconsentire alla
vergogna.
Non fidarti di colui cui facesti del male:
quando il male è svanito, rimane il rancore del male.
(ABELARDO, Insegnamenti al figlio, a cura di Graziella Ballanti Armando, Roma 1984, pp. 85-88 [115-172]).
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7. ERASMO DA ROTTERDAM
La follia è la madre dell’amicizia
Ma forse taluni trascureranno anche questo genere di piacere e saranno paghi dell’amore e della familiarità degli amici, affermando che l’amicizia vale più di tutto:
l’amicizia, un bene non meno necessario dell’aria, del fuoco, dell’acqua; tanto soave che se togli l’amicizia togli il sole; infine tanto nobile – ammesso che la cosa ci riguardi – che gli stessi filosofi non esitano a ricordarla fra i beni fondamentali.
Ma che succede se dimostro che anche di questo bene cosi grande sono io la poppa e la prora?
Io lo dimostrerò non col sofisma del coccodrillo, non coi soriti cornuti o con altre cotali dialettiche sottigliezze, ma alla buona, facendovi toccare la cosa con mano.
Orbene, chiudere gli occhi, ingannarsi, essere ciechi, illudersi a proposito dei difetti degli amici, amarne e apprezzarne come qualità alcuni dei vizi più evidenti, non e forse qualcosa di molto vicino alla follia? C’è chi bacia il neo dell’amica, chi trova incantevole il polipo di Agna; il padre dice del figlio strabico che ha il vezzo di ammiccare.
Tutto questo, io domando, che è, se non pura follia?
Ripetano a gran voce che è follia:
 eppure essa sola è capace di promuovere e cementare le amicizie.
Parlo dei comuni mortali, nessuno dei quali nasce senza difetti:
il migliore è chi ne ha meno;
quanto poi a quei famosi saggi che hanno il piglio di dèi, tra loro l’amicizia, o non nasce affatto, o è qualcosa di cupo e scostante, limitata poi a pochissimi (non oso dire che non include proprio nessuno), perché la maggior parte degli uomini ha un pizzico di follia, anzi non c’è nessuno che, in un modo o in un altro, non abbia le sue stranezze, e non c’è amicizia se non tra persone simili. Se infatti, (88Erasmo da Rotterdam) tra questi uomini austeri si desse una volta uno scambievole affetto, non sarebbe per nulla stabile e durerebbe ben poco, nascendo tra uomini difficili e più oculati del necessario, capaci di cogliere i difetti degli amici con l’occhio acuto dell’aquila e del serpente di Epidauro.
Quando però si tratta dei diletti lo¬ro, come ci vedono poco! E come ignorano la parte della bi¬saccia che portano dietro le spalle! Perciò, (.lato che la natura dell’uomo è tale che nessuno è immune da gravi ditetti (ag¬giungi la grande varietà di caratteri e di studi, le tante cadute, i tanti errori, i tanti casi della vita mortale), come potranno que¬sti Arghi gustare anche solo per un’ora le gioie dell’amicizia se non interverrà quella che i Greci chiamano euetheia, termine leliee da tradursi con follia, o con indulgente semplicità? Del resto, non è torse del tutto cieco quel Cupido, che è artefice e padre di ogni legame? E come il brutto gli appare bello, cosi fa in modo che anche a ciascuno di voi sembri bello ciò che gli è toccato in sorte, che il vecchio ami la sua vecchia, e il ragazzo la sua ragazza. Sono cose che accadono a ogni piò sospinto e che muovono il riso; eppure sono proprio queste cose ridicole il fondamento di una società che vive con gioia.
(ERASMO OA ROTTERDAM, Elogio della follici, a cura di Eugenio Garin, Serra e Riva, Milano 1934, pp. 32-34).
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8. MICHEL DE MONTAIGNE
Le amicizie «ordinarie» e quella «straordinaria»
Non c’è nulla a cui sembra che la natura ci abbia indirizzati come alla società.
E Aristotele dice che i buoni legislatori hanno avuto più cura dell’amicizia che della giustizia.
Ora, questo è il culmine della sua perfezione.
Intatti, in generale, tutte quelle che il piacere o il profitto, il bisogno pubblico o privato crea e alimenta, sono tanto meno belle e generose, e tanto meno vere amicizie, in quanto mescolano all’amicizia altra cagione e scopo e frutto.
Né quei quattro tipi di amicizia dell’antichità:
naturale, sociale, ospitale, erotica, vi si confanno, singolarmente o complessivamente.
Quello dei figli verso i padri, è piuttosto rispetto.
L’amicizia si nutre di una comunione che tra loro non può esservi, per la troppo grande disparità, e offenderebbe forse i doveri di natura.
Infatti, né tutti i segreti pensieri dei padri possono essere comunicati ai figli per non generare in essi una sconveniente dimestichezza, né si potrebbero avere da parte dei figli verso i padri gli ammonimenti e le correzioni, che costituiscono uno dei principali uffici dell’amicizia.
Ci sono stati popoli fra i quali, per consuetudine, i figli uccidevano i propri padri, e altri dove i padri uccidevano i figli, per evitare che arrivassero ad essere d’ostacolo gli uni agli altri, come a volte può accadere, e, del resto, l’uno dipende per natura dalla rovina dell’altro.
Ci sono stati filosofi che hanno disdegnato questo legame naturale, testimone Aristippo:
quando gli fu ricordato l’affetto che doveva ai propri figli perché erano usciti da lui, si mise a sputare, dicendo che anche quello era pur sempre uscito da lui- e che noi generiamo anche pidocchi e vermi.
E quell’altro, che Plutarco voleva indurre a mettersi d’accordo col proprio fratello:
«Non ne faccio certo maggior conto» disse «per il fatto che siamo usciti dallo stesso buco». Davvero è un bel nome e pieno di dilezione il nome di fratello, e perciò ne facemmo, lui ed io, il nostro legame.
Ma quella mescolanza di beni, quelle spartizioni, e il fatto che la ricchezza dell’uno causi la povertà dell’altro, tutto questo indebolisce straordinariamente e allenta questa unione fraterna.
Dovendo i fratelli progredire andando avanti sul medesimo sentiero e col medesimo passo, è inevitabile che spesso si urtino e si offendano.
Inoltre, la corrispondenza e la relazione che generano queste vere e perfette amicizie perché dovrebbero trovarsi proprio in loro?
Il padre e il figlio possono essere d’indole assolutamente diversa, e così pure i fratelli.
Questi è mio figlio, è mio parente, ma è un uomo intrattabile, un malvagio o uno sciocco.
E poi, quanto più si tratti di amicizie che ci vengono imposte dalla legge e dal dovere naturale, tanto meno entrano in gioco la nostra scelta e la nostra libera volontà.
E la nostra libera volontà non produce niente che sia più propriamente suo dell’affetto e dell’amicizia.
E non e che io non abbia avuto a questo riguardo tutto quello che è possibile avere, poiché ho avuto il miglior padre che ci sia mai stato, e il più indulgente, fino alla sua estrema vecchiaia, ed appartengo a una famiglia di padre in figlio famosa ed esemplare per la qualità della concordia fraterna,
et ipse
Nottts infratres citi imi paterni1.
Paragonarvi l’affetto verso le donne, benché esso nasca dalla nostra scelta non e possibile, e nemmeno collocarlo in questa categoria.
Il suo fuoco, lo riconosco,
neque enim est dea nescia nostri
Quae dulcem curis miscet amari tieni2,
è più attivo, più cocente e più intenso.
Ma è un fuoco cieco e volubile, ondeggiante e vario, fuoco di febbre, soggetto ad accessi e paure, e che ci occupa da un solo lato.
Nell’amicizia, è un calore generale e totale, del resto temperato e uguale, un calore costante e calmo, tutto dolcezza e nitore, che non ha nulla di aspro e di pungente.
E quel che nell’amore c’è di più non è che un desiderio forsennato di ciò che ci sfugge:
Come segue la lepre il cacciatore
al freddo, al caldo, alla montagna, al lito,
Né più l’estima poi che presa vede,
E sol dietro a chi fugge affretta il piede3
Appena entra nei termini dell’amicizia, cioè nell’accordo delle volontà, svanisce e s’illanguidisce.
Il goderne lo annulla, in quanto il suo fine è corporale e soggetto alla sazietà.
L’amicizia, al contrario, si gode a misura che la si desidera, e si innalza, si alimenta e cresce solo godendone, in quanto e spirituale, e l’anima si affina con l’uso.
Al di sotto di quella perfetta amicizia, anche tali affetti passeggeri hanno un tempo trovato posto in me, per non dir niente di lui, che ne confessa fin troppi in questi versi4.
Così queste due passioni sono entrate in me in piena conoscenza l’una dell’altra, ma mai in competizione:
la prima mantenendo la propria rotta con volo alto e superbo, e guardando sdegnosamente l’altra avanzare ben lungi al di sotto di sé.
Quanto ai matrimoni, oltre al fatto che questo è un accordo dove soltanto l’ingresso è libero (la sua durata essendo costretta e(92Montaigne Le amicale «ordinane» e quella «straordinaria»93) forzata e dipendendo da altro che dalla nostra volontà), e un accordo, anzi, che si fa in genere per altri fini, in essi sopravvengono mille garbugli estranei da districare, sufficienti a rompere il filo e turbare il corso di un vivo alletto; laddove nell’amicizia si ha a che lare solo con essa, e solo con essa si tratta. Si aggiunga poi che a dire il vero, le donne in genere non sono capaci di corrispondere a questi rapporti e a questa comunione, nutrimento di questo santo legame; né la loro anima sembra abbastanza salda eia sostenere la stretta di un nodo tanto serrato e durevole.
E certo se così non fosse, se cioè si potesse stabilire un rapporto libero e volontario, in cui non solo le anime avessero questo godimento completo ma anche i corpi partecipassero a questo legame, in cui l’uomo fosse impegnato tutto intero, è certo che l’amicizia sarebbe più piena e completa. Ma non vi è esempio che quel sesso vi sia ancora potuto arrivare, e per comune consenso delle scuole antiche vi è negato. [...]
Quelli che chiamiamo abitualmente amici e amicizie, sono soltanto dimestichezze e familiarità annodate per qualche circostanza o vantaggio, per mezzo di cui le nostre anime si tengono unite. Nell’amicizia di cui parlo, esse si mescolano e si confondono l’ima nell’altra con un connubio così totale da cancellare e non ritrovar più la commessura che le ha unite. [...]
Non mi si mettano su questo piano le altre amicizie ordinarie:
le conosco quanto un altro, e delle più perfette nel loro genere, ma non consiglio di confondere le loro norme: ci si ingannerebbe.
In queste altre amicizie bisogna procedere con le redini in mano, con prudenza e precauzione; il legame non è annodato in modo che non si debba assolutamente diffidarne.
«Amatelo» diceva Chilone «come se doveste un giorno odiarlo; odiatelo, come se doveste amarlo». Questo precetto tanto obbrobrioso nel caso di tale amicizia signora e sovrana, è salutare nella pratica delle amicizie ordinarie e abituali, per le quali bisogna adoperare la frase che Aristotele aveva tanto familiare:
«Amici miei, non esistono amici!».
In questo nobile commercio, i servizi e i benefici che alimentano le altre amicizie non meritano neppure d’esser messi in conto; e ciò è dovuto al totale connubio delle nostre volontà. Infatti, come l’amicizia che ho verso me stesso non viene affatto aumentata dal soccorso che mi porgo nel bisogno, checché ne dicano gli stoici, e come non mi sono affatto grato del servizio che mi rendo, così l’unione di tali amici, essendo davvero perfetta, fa loro perdere il senso di tali doveri, e odiare e bandire da sé queste parole che dividono e differenziano: beneficio, obbligo, riconoscenza, preghiera, ringraziamento e simili.
Tutto essendo di fatto comune fra loro, volontà, pensieri, giudizi, beni, donne, figli, onore e vita, e la loro armonia essendo come un’anima in due corpi, secondo la definizione assai pertinente di Aristotele, essi non possono prestarsi né regalarsi alcunché.
Ecco perché quelli che fanno le leggi, per onorare il matrimonio di una qualche immaginaria rassomiglianza con tale divino legame, proibiscono i doni fra marito e moglie, volendo implicitamente affermare con ciò che tutto deve appartenere a ciascuno di loro e che essi non hanno nulla da dividersi e da spartire.
Se, nell’amicizia di cui parlo, l’uno potesse dare all’altro, sarebbe quello che riceve il beneficio a far cortesia al suo compagno. Di fatto, cercando l’uno e l’altro, sopra ogni altra cosa, di farsi del bene a vicenda, colui che ne offre materia e occasione è quello che fa il generoso, dando al suo amico questa soddisfazione di attuare nei suoi confronti quello che maggiormente desidera. Quando il filosofo Diogene non aveva denaro, diceva che lo richiedeva ai suoi amici, non che lo chiedeva. E, per mostrare come questo avviene in pratica, racconterò un antico esempio, e singolare.
Eudamida di Corinto aveva due amici: Carisseno di Sidone e Areteo di Corinto. Trovandosi presso a morire in povertà, e i suoi due amici essendo ricchi, lece cosi il proprio testamento: «Lascio ad Areteo di provvedere a mia madre e mantenerla nella vecchiaia; a Carisseno, di maritare mia figlia e darle la dote più grande che potrà; e nel caso che uno dei due venga a mancare, sostituisco al suo posto quello che sopravvivrà».
Quelli che videro per primi questo testamento, se ne burlarono; ma i suoi eredi, quando ne vennero a conoscenza, (94 Montaigne) lo accettarono con gioia straordinaria, li poiché uno dei due, Carisseno, morì cinque giorno dopo, apertasi la sostituzione a favore di Areteo, questi provvide con cura a quella madre e, dei cinque talenti che aveva di suo patrimonio, ne dette due e mezzo in dote alla sua unica liglia, e due e mezzo per il matrimonio della figlia di liudamida, e lece celebrare le nozze delle due fanciulle nello stesso giorno.
Questo esempio è davvero perfetto, salvo per un punto, cioè per il numero degli amici. Di fatto la perfetta amicizia di cui parlo è indivisibile: ciascuno si dà al proprio amico tanto interamente che non gli resta nulla da spartire con altri; al contrario, si duole di non esser doppio, triplo o quadruplo, e di non aver piti anime e più volontà per consacrarle tutte a quell’unico oggetto. Le amicizie ordinarie si possono distribuire: si può amare in questo la bellezza, in quello la dolcezza dei cosi unii, nell’altro la liberalità, nell’altro il sentimento di paternità, in un altro ancora il sentimento di fraternità e così via; ma quell’amicizia che possiede l’anima e la domina con sovranità assoluta è impossibile che sia duplice. Se due vi domandassero contemporaneamente di essere aiutati, da quale correreste? Se vi domandassero due servizi contrari, che ordine seguireste? Se uno affidasse al vostro silenzio una cosa che all’altro fosse utile sapere, come ve la cavereste? L’unica e suprema amicizia esclude tutti gli altri obblighi. Il segreto che ho giurato di non svelare a nessun altro posso, senza spergiuro, comunicarlo a ehi non è un altro: è me. fi un grandissimo miracolo il raddoppiarsi; e non ne conoscono la grandezza quelli che parlano di triplicarsi. Nulla è estremo se esiste un suo simile. L chi supporrà che, fra due, io ami l’uno come l’altro, e che essi si amino Ira loro e mi amino quanto io li amo, moltiplica in confraternita la cosa più unica e unita che esista, e di cui è già rarissimo trovare al mondo un solo esempio.
(MICHEL DE MONTAIGNE, Saggi, a cura di Fausta Garavini, Mondadori, Milano 1970, voi. 1, pp. 244-248; 250; 252-255 11, XXVIII1).
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9. FRANCESCO BACONE
I frutti dell’amicizia
Sarebbe stato arduo, per chi lo coniò, ratiere insieme in poche parole più verità e falsità di quante sè ne trovino in questo motto:
«Chiunque gode della solitudine è un animale selvaggio oppure un dio»
Infatti è proprio vero che chiunque prova avversione o un innato e segreto odio per la società, assoni assomiglia a un animale selvatico; però è altrettanto falso che abbia un qualche tratto della natura divina, salvo che il godimento non derivi dal piacere della solitudine, bensì dall’amore e dal desiderio di isolarsi per un dialogo più elevato.
Si ritiene che alcuni pagani, come Epimenide di Candia, il romano Numa, il siciliano Empedocle e Apollonio di Tiana abbiano attuato tale isolamento in maniera fittizia, mentre diversi degli antichi eremiti e santi padri della Chiesa lo abbiano vissuto realmente.
Gli uomini però si rendono poco conto di che cosa sia la solitudine e sin dove si estenda; perché, dove non (IIOII) c’è amore, la folla non offre compagnia, i volti sono soltanto una galleria di quadri e la conversazione solo un tintinnare di cembali.
Il motto latino in parte concorda con ciò: «Tanto più grande è una città, tanto più profonda è la solitudine».
Infatti in una grande città gli amici sono sparsi dovunque, per cui non c’è quella solidarietà che per lo più si riscontra nelle località minori; ma si può giungere ad affermare con sicurezza che la mancanza di veri amici, senza i quali il mondo non è che un deserto, comporta una assoluta, miserevole solitudine.
Persino in questa accezione di solitudine, chiunque, per struttura naturale e sentimenti, sia inadatto all’amicizia, ha della bestia e non dell’essere umano.
Il frutto principale dell’amicizia è il sollievo e lo sfogo di un cuore colmo del dolore che ogni genere di passione causa e procura.
Sappiamo che le malattie da arresto circolatorio e soffocamento sono le più pericolose per il corpo, e lo sono anche per la mente.
Si può prendere la salsapariglia per liberare il fegato, un minerale per la milza, fiori di zolfo per i polmoni, il castorio per il cervello, ma nessuna pozione riesce a liberare il cuore, tranne un vero amico al quale, in una specie di confessione o assoluzione civile, si possono rivelare dolori, gioie, timori, speranze, sospetti, intenzioni e qualunque cosa giaccia sul cuore ad opprimerlo.
E sorprendente osservare quale elevato valore monarchi e re eminenti attribuiscano al frutto dell’amicizia di cui parliamo; così elevato che, a volte, essi se lo procurano a rischio della sicurezza e grandezza personali.
Infatti i prìncipi, a causa del divario fra la loro fortuna e quella dei loro sudditi e servitori, non possono cogliere questo frutto, a meno che (per farlo) non innalzino alcune persone allo stato di commilitoni e di quasi pari; la qual cosa, molte volte, risulta poco conveniente.
Le lingue moderne danno a tali persone il nome di favoriti o privados, come se fosse una questione di benevolenza o di familiarità, ma il nome romano ne coglie l’uso proprio e la causa, chiamandoli «confidenti delle pene», perché questo è il nocciolo della questione.
E chiaro che tale strategia è stata usata non solo da principi deboli ed impulsivi, ma dai più saggi ed accorti che abbiano mai regnato, i quali hanno spesso legato a sé alcuni dei loro servitori, che non solo essi stessi hanno chiamato amici, ma che hanno permesso ad altri di definire in tal modo, usando una parola ammessa solo fra intimi.
Quando governava Roma, Silla innalzò Pompeo (poi soprannominato Magno) a tale altezza, che Pompeo si vantava di aver superato Siila.
Infatti quando impose il consolato per uno suo amico contro la volontà di Silla, e Silla offeso cominciò a parlarne troppo, Pompeo rivolgendosi a lui, di fatto gli ordinò di tacere «dal momento che molti più uomini adoravano il sole nascente, più di quello che tramontava»2.
Decimo Bruto aveva conquistato tale benevolenza pressar) Giulio Cesare da essere nominato, nel suo testamento, erede subito dopo il nipote.
Fu questo però l’uomo che ebbe tale influenza su di lui da trascinarlo alla morte.
Infatti, quando Cesare avrebbe voluto rinviare il Senato per alcuni tristi presagi e soprattutto per un sogno di Calpurnia, quest’uomo, sollevandolo gentilmente con il braccio, lo fece uscire dal seggio dicendogli che sperava che non avrebbe rinviato il Senato finché sua moglie non avesse fatto un sogno migliore3. E sembra che il suo favore fosse così grande che Antonio, in una lettera che è riportata parola per parola in una delle Filippiche di Cicerone, gli dà l’appellativo di venefica, cioè stregone, come se egli avesse incantato Cesare.
Augusto sollevò Agrippa (sebbene di umili origini) a tale altezza che, quando si consultò con Mecenate sul matrimonio*) di sua figlia Giulia, Mecenate si prese la libertà di dirgli che doveva maritare sua figlia ad Agrippa o ucciderlo.
Non c’era una terza soluzione, tanto lo aveva reso potente.
Con Tiberio Cesare, Sciano era salito a tale altezza che ii due venivano chiamati e considerati come una coppia di amici.
Tiberio, in una lettera a lui diretta, dice:
«Non ti ho nascosti queste cose per rispetto della nostra amicizia»4.
E il Senato unanime dedicò un altare all’amicizia, come ad una divinità, in ossequio alla grande amabilità dell’amicizia fra i due.
Settimio Severo ebbe un’amicizia analoga o maggiore con Plauziano, infatti costrinse il figlio maggiore a sposare la figlia di Plauziano e spesso appoggiava Plauziano nell’oltraggiare suo figlio; in una lettera al Senato espresse tale amicizia con queste parole: «Amo tanto quell’uomo che vorrei che potesse sopravvivermi»5.
Ora se questi prìncipi fossero stati come un Traiano o un Marco Aurelio, si sarebbe potuto pensare che ciò derivava da eccessiva, naturale bontà, ma il fatto che fossero uomini di grande saggezza, forza e severità d’animo e pieni di amor proprio, perché tali erano tutti, dimostra chiaramente che essi consideravano la loro felicità (sebbene così immensa quale mai fosse capitata a mortali) soltanto parziale, finché non riuscivano ad avere un amico per renderla completa. Eppure, cosa molto importante, erano prìncipi con mogli, figli, nipoti, che tuttavia non potevano offrir loro il conforto dell’amicizia.
Non dobbiamo dimenticare ciò che Commines fa notare del suo primo signore, il duca Carlo l’Ardito; e cioè che non confidava a nessuno i suoi segreti, soprattutto quei segreti che lo turbavano maggiormente.
In merito a ciò prosegue dicendo che negli ultimi anni quel riserbo indebolì ed intaccò il suo intelletto. Senza dubbio Commines, se lo avesse voluto, avrebbe potuto dare lo stesso giudizio del suo secondo signore, Luigi XI, il cui riserbo fu infatti il suo tormento.
La parabola di Pitagora è oscura, ma vera: «Non mangiarti il cuore».
Per esprimere l’idea con una frase efficace, si potrebbe dire:
chi non ha amici a cui aprirsi, è senza dubbio cannibale del proprio cuore.
Ma c’è un’ultima cosa degna di considerazione (e con ciò concluderò questo primo frutto dell’amicizia) e precisamente che il rendere partecipe dei propri sentimenti l’amico opera due effetti contrari, poiché raddoppia le gioie e dimezza i dolori.
Infatti non c’è nessuno che partecipi le sue gioie all’amico, senza gioirne di più, e nessuno che lo faccia partecipe dei propri dolori, senza soffrirne di meno.
Così, in verità, l’amicizia ha sulla mente umana un potere simile all’effetto che gli alchimisti attribuivano alla loro pietra sul corpo umano; cioè essa produce solo effetti contrari, ma sempre per il giovamento della natura.
Comunque, anche senza ricorrere agli alchimisti, nel normale corso della natura ne abbiamo palese immagine; infatti, nei corpi, l’unione dei corpi rafforza ed alimenta ogni azione naturale, mentre indebolisce ed attutisce qualunque impressione violenta; la stessa cosa avviene per le menti.
Il secondo frutto dell’amicizia è tanto salutare e supremo per l’intelletto, quanto il primo lo è per gli affetti. Infatti l’amicizia muta in sereno le bufere e le tempeste degli affetti, non di meno crea completa chiarezza nell’intelletto, liberandolo dall’oscurità e dalla confusione dei pensieri.
Né questo risultato si riferisce solo al consiglio leale che si riceve da un amico, perché prima che lo si raggiunga e certo che, chiunque abbia la mente carica di molti pensieri, nel comunicare e conversare con un altro, chiarisce e scioglie l’intelletto e la comprensione, scambia più facilmente i propri pensieri, li raccoglie in modo più ordinato, vede come appaiono quando sono volti in parole, infine diventa più saggio di prima e questo più con la conversazione di un’ora che con la meditazione di una giornata.
Ben disse Temistocle al re di Persia che «il discorso è simile ad un arazzo dispiegato e messo in mostra, mediante il quale le immagini prendono forma, mentre nei pensieri stanno come ammucchiate»6.
Né questo secondo frutto dell’amicizia, il dischiudere la mente, si coglie solo con amici in grado di consigliare (per la verità i migliori). Anche senza questa possibilità, comunicando si perviene alla conoscenza di se stessi, si chiariscono i propri pensieri, si affina l’intelletto come su una pietra che non taglia. In breve si farebbe meglio a parlare di sé con una statua o un quadro, piuttosto che permettere ai propri pensieri di rimanere soffocati.
Aggiungete ora, per completare questo secondo frutto dell’amicizia, l’altro aspetto che e più evidente e che non sfugge all’osservazione comune, il consiglio leale di un amico.
Ben dice Eraclito in uno dei suoi enigmi: «La luce tersa è sempre la migliore»; ed è certo che la luce che un uomo riceve dal consiglio di un altro è più tersa e pura di quella che proviene dal proprio intelletto e giudizio, che è sempre pervaso ed intriso dei propri affetti ed abitudini. Così, tra il consiglio che un amico dà, e quello che l’uomo si dà, c’è la stessa differenza che si nota tra il consiglio di un amico e quello di un adulatore; poiché non c’è adulatore migliore di chi adula se stesso, e non c’è rimedio migliore, contro l’adulazione di sé, che la libertà di un amico.
Ci sono due generi di consigli: quello che concerne i comportamenti e quello che riguarda gli affari.
Quanto al primo, il leale monito di un amico è la migliore salvaguardia per mantenere la mente sana. Invitare se stessi ad un resoconto rigoroso è una medicina a volte troppo lacerante e corrosiva; leggere buoni libri di moralità è un po’ monotono e sterile; osservare i nostri difetti negli altri è talvolta inadatto al nostro caso; invece la migliore medicina (migliore dico per essere efficace e migliore a prendersi) è il monito leale eli un amico. E strano osservare quali errori madornali e assurdità estreme molti (specialmente di classe più elevata) commettano per mancanza di un amico che parli loro di loro stessi, a scapito sia della fama che della fortuna.
Come dice san Giacomo, sono come uomini che «a volte si guardano allo specchio e dimenticano subito forma ed as¬petto»7.
Quanto agli affari, un uomo può pensare, se vuole, che due occhi non vedano più di uno; o che un giocatore veda sempre meglio di uno spettatore; o che un uomo adirato sia saggio quanto colui che abbia pronunciato tutte le ventiquattro lettere; o che si possa sparare con un moschetto sia sopra un braccio, sia su un sostegno, altrettanto velleitarie ed arroganti immaginazioni cosi da considerarsi supremo di tutto; ma, in fin dei conti, l’aiuto di un buon consiglio è ciò che sistema gli altari.
E se qualcuno pensasse di consultarsi con vari interlocutori, chiedendo consiglio a seconda della questione, ora ad uno, ora ad un altro, farebbe bene (vale a dire meglio che se non ne chiedesse a nessuno).
Corre però due pericoli: il primo, che non sarà consigliato in modo leale, poiché è raro, a meno che non provenga da un perfetto amico, ricevere un consiglio tale da non essere piegato ed adattato agli obiettivi di chi lo dà; l’altro, che riceverà un consiglio dannoso e rischioso (sebbene assennato), composto sia di rimedi, sia di danni.
Sarebbe come se chiamaste un medico che è considerato bravo per la cura del male che lamentate, ma che non conosce il vostro corpo.
Questi può indicarvi un rimedio istantaneo ma, in qualche altro modo, può danneggiarvi la salute. Si cura cosi la malattia, ma si uccide il malato. Invece colui che è bene informato dello stato patrimoniale dell’amico, incoraggiando l’affare del momento, farà attenzione a che egli non incorra in altri inconvenienti.
Perciò non basatevi su consigli occasionali, essi vi distrarranno e svieranno più che calmarvi ed indirizzarvi.
Dopo questi due nobili frutti dell’amicizia (serenità negli affetti e sostegno del giudizio), segue l’ultimo frutto, che è simile alla melagrana piena di molti chicchi; vale a dire l’aiuto e la partecipazione ad ogni iniziativa e circostanza.
A questo punto, per dare una reale rappresentazione della molteplice utilità dell’amicizia, è opportuno calcolare e vedere quante cose ci sono che non si possono fare da soli. Così apparirà chiaro come l’affermare che «un amico è un altro se-stesso» fu un detto restrittivo da parte degli antichi, poiché un amico è di gran lunga più di se stesso.
L’esistenza ha un termine e spesso gli uomini muoiono col desiderio di cose che hanno particolarmente a cuore: (102 Bacone) la sistemazione di un figlio, il completamento di un’opera e simili. Se uno ha un vero amico, può essere quasi sicuro che la cura di queste cose continuerà dopo di lui; cosicché è come se, per i suoi desideri, egli avesse due vite. L’uomo ha un corpo e questo corpo è relegato in un luogo; però dove c’è amicizia, è come se tutti gli incarichi della vita fossero concessi a lui e al suo delegato, poiché può adempiere ad essi tramite l’amico. Troppe cose ci sono che un uomo, con un po’ di dignità o correttezza, non può dire o fare da sé! Un uomo può appena asserire i propri meriti con modestia, non certo esaltarli; a volte fa fatica a rivolgere suppliche o preghiere e cose simili; ma tutte queste espressioni sono cortesi in bocca ad un amico, mentre nella propria fanno arrossire.
Ed ancora, l’individuo, proprio perché tale, ha molti rapporti di cui non può fare a meno. Non può parlare al figlio se non come padre, alla moglie se non come marito, al nemico se non a certe condizioni; mentre a un amico può parlare a seconda della situazione e non come si addice al ruolo.
Ma l’elenco di queste cose sarebbe infinito. Ho esposto le regole per cui un uomo non può adeguatamente recitare la propria parte: se non ha un amico, può abbandonare la scena.
(FRANCESCO BACONE, Saggi, trad. it. di Anna Maria Ancarani, Sellerio, Palermo 1996, pp. 102-110).
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10. RENÉ DESCARTES
L’affezione, l’amicizia e la devozione
Sull’abituale distinzione tra amore di concupiscenza e amore di benevolenza
Comunemente si distinguono due specie di amore, delle quali
l’una è detta amore di benevolenza, che incita a volere il bene di ciò che si ama;
l’altra amore di concupiscenza, che fa desiderare la cosa amata.
Ma questa distinzione mi sembra riguardi soltanto gli effetti dell’amore e non la sua essenza; infatti, non appena ci si congiunge volontariamente a un oggetto, qualunque ne sia la natura, si prova della benevolenza per esso, ossia si vorrebbero congiunte con esso anche le cose che si ritiene gli convengano; ed è questo uno dei principali effetti dell’amore.
E, se si ritiene un bene possederlo, o congiungersi con esso anche in modo diverso da quello volontario, si desidera che ciò avvenga:
il che è pure uno degli effetti più comuni dell’amore.
Come passioni molto diverse si accordino nella comune partecipazione all’amore
Non c’è bisogno di distinguere tante specie d’amore quanti sono gli oggetti che si possono amare; infatti, benché, per esempio, le passioni che un ambizioso ha per la gloria, un avaro per il danaro, un ubriacone per il vino, un uomo brutale per la donna che vuol violare, un uomo d’onore per il suo amico o per la sua donna, un buon padre per i suoi figli, siano tanto (104 Descartes Affezione, amicizia, devozione 105) diverse tra loro, tuttavia si somigliano in questo:
nell’esser partecipi dell’amore.
Ma le prime quattro tendono solo al possesso degli oggetti a cui la passione si riferisce, e non agli oggetti in se stessi, per i quali non provano che un desiderio mescolato con altre passioni particolari; invece l’amore di un buon padre per i tigli è talmente puro che egli non desidera aver nulla da loro, né possederli diversamente da come li possiede, né esser loro unito più strettamente di quanto non lo sia; considerando ciascuno come un altro se stesso, cerca il loro bene come il proprio, o anche con più cura, perché immagina di formare con loro un tutto di cui egli non è la parte migliore, e quindi antepone spesso i loro interessi ai suoi, e non esita a perdersi per salvarli.
L’affezione che le persone onorate hanno per i loro amici è di questa natura, benché di rado così perfetta; quella che hanno per la loro donna ci si avvicina molto, ma partecipa anche un pochino dell’altra.
Sulla differenza fra la semplice affezione, l’amicizia e la devozione
Mi sembra che una più netta distinzione delle forme d’amore possa darsi in base alla valutazione che si fa dell’oggetto amato in confronto a se stessi:
quando lo stimiamo meno di noi, abbiamo per esso una semplice affezione; quando lo stimiamo uguale a noi, abbiamo dell’amicizia; quando lo stimiamo più eli noi, la nostra passione può essere chiamata devozione.
In tal modo può provarsi affezione per un fiore, per un uccello, per un cavallo; ma, a meno d’esser molto squilibrati, non si può provare amicizia che per gli uomini.
A tal segno gli uomini sono l’oggetto di questa passione, che non c’è persona talmente imperfetta che non possa ispirare una amicizia assolutamente perfetta in chi ne sia amato e possegga un’anima nobile. [...] Per quanto riguarda la devozione, il suo oggetto precipuo è, senza dubbio, la somma Divinità, a cui non è possibile non esser devoti, purché la si conosca debitamente; ma si può anche provar devozione per il proprio principe, per il proprio paese, per la propria città, e persino per un uomo particolare, quando lo si stimi molto più di se stessi. La differenza che corre ira queste tre specie di amore si manifesta soprattutto negli effetti.
Infatti, considerandoci in ogni caso come congiunti ed uniti alla cosa amata, siamo sempre pronti a sacrificare la parte meno preziosa di quel tutto che veniamo a formare, per salvare così il resto.
Ora, nella semplice affezione, preferiamo sempre noi stessi all’oggetto amato, mentre, al contrario, nella devozione si preferisce talmente la cosa amata a se stessi che non si teme la morte pur di conservarla. E se ne sono visti frequenti esempi in coloro che si sono esposti a morte sicura per la difesa del loro principe o della loro città, ed anche, talvolta, per singole persone a cui erano devoti.
(RENÉ DESCARTES, Le passioni dell’anima, trad. it. di Eugenio Garin, Laterza, Bari 19662, pp. 48-50 [artt. 81-83]).
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11. NICOLAS MALEBRANCHE L’amicizia e l’errore
Fra tutte le inclinazioni necessarie alla società civile quelle che più spesso ci fanno piombare nell’errore sono l’amicizia, la benevolenza, la gratitudine e tutte le inclinazioni che ci spingono a parlare degli altri in termini troppo elogiativi quando essi sono presenti.
Non ci limitiamo ad amare la persona dei nostri amici, amiamo anche, con loro, tutte le cose che in qualche modo sono di loro appartenenza; e poiché di solito mostrano abbastanza passione nel difendere le loro opinioni, impercettibilmente ci rendono inclini a crederle, ad approvarle, a difenderle con una ostinata passione superiore persino alla loro, perché spesso non sarebbe conveniente che le sostenessero con calore, mentre non si può trovare a ridire nella nostra difesa. Da parte loro sarebbe amor proprio; da parte nostra è generosità.
Siamo affezionati agli altri uomini per parecchi motivi, in quanto possono piacerci e servirci in diversi modi.
Ci spingono ad amarli l’affinità degli umori, delle inclinazioni, delle occupazioni, il loro aspetto, le loro maniere, la loro virtù, i loro beni, l’affezione o la stima che ci dimostrano, i servizi che ci hanno resi o che speriamo ci rendano, e parecchi altri motivi particolari.
Pertanto, se accade che un nostro amico, cioè una persona che ha le nostre inclinazioni, una persona a modo, che-paria in modo piacevole, che noi crediamo virtuosa o di condizione elevata, che ci dimostra affezione e stima, che ci ha reso dei servigi o che speriamo ce ne renda, o che, infine, amiamo per qualche altra ragione particolare; se accade, dico, che questa persona affermi qualcosa, ce ne lasciamo immediatamente persuadere senza far uso della nostra ragione.
Sosteniamo la sua opinione senza preoccuparci che sia conforme a verità e spesso, addirittura, contro la nostra propria coscienza; a seconda dell’oscurità e della confusione che regna nel nostro spirito, della corruzione del nostro cuore, dei vantaggi che speriamo di trarre dalla nostra falsa generosità.
Non è necessario addurre qui esempi particolari di queste cose; a volerci appena riflettere, quasi mai si passa una sola ora in compagnia senza notarne parecchi.
La benevolenza e il consenso, come suol dirsi, solo di rado stanno dalla parte della verità, ma quasi sempre da quella delle persone che si amano.
Chi parla è compiacente e cortese:
dunque ha ragione.
Se ciò che dice è solo verosimile lo si considera vero; se ciò che afferma è assolutamente ridicolo e fuori posto diventerà almeno molto verosimile. E un uomo che mi ama, che mi stima, che mi ha reso dei servigi, che è disposto – e lo può – a rendermene, che in altre occasioni ha sostenuto la mia opinione; pertanto verrei meno alla gratitudine e alla prudenza se mi opponessi alle sue e persino se mancassi di esaltarle. Così ci si prende gioco della verità, la si fa servire ai propri interessi, si abbracciano a vicenda le false opinioni.
Un onest’uomo non deve trovar nulla a ridire se lo si istruisce e lo si illumina, purché lo si faccia secondo le regole della cortesia, e quando i nostri amici si offendono perché modestamente facciamo loro osservare che s’ingannano, bisogna lasciare che amino se stessi e i loro errori, poiché vogliono così, né abbiamo il potere d’imporci d’autorità o di mutare il loro spirito.
Ma un vero amico non deve mai approvare gli errori dell’amico, perché, infine, dovremmo considerare che facciamo agli amici un torto più grave di quanto non si creda quando difendiamo le loro opinioni senza discernimento. Il nostro plauso non fa che gonfiare il loro cuore e confermarli nei loro errori; diventano incorreggibili; finiscono con l’agire e col sentenziare come fossero diventati infallibili.
Perché mai i più ricchi, i più potenti, i più nobili, tutti quelli, in genere, che appartengono a un ceto più elevato degli (108MalebrancheL’amicizia e l’errore109) altri, si credono spessissimo infallibili e si comportano come se avessero molta più ragione delle persone di umile o media condizione, se non perché, indiscriminatamente e vilmente, si approvano tutte le loro opinioni? Quindi l’approvazione che accordiamo ai nostri amici li induce a credere un po’ alla volta di essere più dotati degli altri; ciò li rende orgogliosi, sfacciali, imprudenti, e capaci di cadere senza accorgersene negli errori più grossolani.
Per questo i nostri nemici spesso ci giovano di più e illuminano molto di più la nostra mente col loro contrastarci di quanto non facciano i nostri amici coi loro consensi; perché i nostri nemici ci costringono a stare in guardia e a badare alle nostre affermazioni; e ciò basta da sé per farci scoprire i nostri errori.
Ma i nostri amici riescono solo ad ingannarci e a suscitare in noi una fiducia fittizia che ci rende vani e ignoranti.
Gli uomini, pertanto, non devono mai ammirare i loro amici e abbracciare le loro opinioni per amicizia, come non devono mai rifiutare le opinioni dei nemici per inimicizia; devono liberarsi del loro spirito incline all’adulazione o al contrasto per diventare sinceri ed approvare l’evidenza e la verità ovunque la trovino.
Dobbiamo anche metterci bene in mente che gli uomini, per la maggior parte, sono portati all’adulazione o a farci dei complimenti da una sorta d’inclinazione naturale, per mostrarsi di spirito, per attirarsi la benevolenza altrui, e con la speranza di aver qualcosa in cambio, o, infine, per una specie di  maligna canzonatura;
quanto a noi, non dobbiamo lasciarci abbagliare da tutto ciò che ci si dice.
Non vediamo forse tutti i giorni persone che non si conoscono portarsi a vicenda alle stelle persino la prima volta che s’incontrano e si parlano?
E che c’è di più comune del veder gente che tributa elogi sperticati e dimostra eccezionale ammirazione a una persona che ha finito di parlare in pubblico, anche in presenza di coloro con cui, poco prima, si è burlata dell’oratore?
Tutte le volte che si dà in esclamazioni, che s’impallidisce per l’ammirazione, come se si ascoltassero cose sorprendenti, non si dà una valida prova del fatto che chi parla tenga discorsi mirabili; piuttosto si attesta che parla a degli adulatori, che ha degli amici, o forse dei nemici che ridono alle sue spalle.
Vuol dire che parla in modo allettante, che è ricco e potente, o, se si vuole, resta provato a sufficienza che quanto dice poggia su nozioni sensibili confuse ed oscure ma molto toccanti e gradevoli, o che possiede un’immaginazione alquanto fervida; gli elogi, infatti, si tributano all’amicizia, alla ricchezza, alle cariche, alle cose verosimili; molto di rado alla verità.
(NICOLAS MALEBRANCHE, La ricerca della verità, a cura di Maria Garin, Laterza, Bari 1983, pp. 451-454 [IV, 13,2]).
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12. VOLTAIRE
La definizione dell’amicizia
E un contratto tacito ira due persone sensibili e virtuose.
Dico sensibili, perché un monaco, un solitario possono non essere malvagi, e vivere senza conoscere l’amicizia.
Dico virtuose, perché i malvagi hanno solo complici, i voluttuosi compagni di bagordi, gli interessati hanno dei soci, i politici radunano dei faziosi, il basso ceto degli oziosi ha degli intrighi, i principi dei cortigiani; solo gli uomini virtuosi hanno amici.
Cetego era complice di Catilina, e Mecenate cortigiano di Ottaviano; ma Cicerone era amico di Attico.
Che cosa comporta questo contratto fra due anime tenere e oneste?
Gli obblighi sono più saldi o più deboli, secondo il loro grado di sensibilità e il numero dei servizi resi, ecc.
L’entusiasmo dell’amicizia è stato più forte presso i Greci e gli Arabi che non da noi. Le storie che questi popoli hanno immaginato sull’amicizia sono mirabili; noi non ne abbiamo di simili, siamo un po’ aridi in tutto.
L’amicizia era oggetto di religione e di legislazione presso i Greci.
I Tebani avevano il reggimento degli amanti:
magnifico reggimento!
Alcuni l’hanno preso per un reggimento di sodomiti;
si sbagliano:
significa scambiare il dettaglio con la sostanza.
L’amicizia presso i Greci era prescritta dalla legge e dalla religione.
La pederastia era purtroppo tollerata dai costumi;
non bisogna imputare alla legge vergognosi abusi.
Ne riparleremo.
(VOLTAIRE, Dizionario filosofico, trad. it. di Maurizio Enoch, Newton Compton, Roma 1991, pp. 9-10).
13. PAUL TLIRY D’HOLBACH
L’amicizia secondo la morale universale
D. Che cos’è l’amicizia?
R. È una società o un legame più particolare, sorto fra uomini che trovano gli uni negli altri delle qualità più utili e più piacevoli, o dei vantaggi più grandi, più necessari alla loro felicità che in altri uomini che sono in grado ili conoscere.
D. Quali sono i doveri dell’ amicizia?
R. Poiché i doveri dell’amicizia non sono che i mezzi più idonei a conservare questa società ritenuta necessaria al proprio benessere, ne consegue che gli amici devono vicendevolmente a se stessi, piuttosto che ad altri, segni di affetto, fedeltà, discrezione, fiducia, consigli, indulgenza, contorto ed aiuti.
Venir meno a questi doveri significherebbe rompere questa unione.
D. Che interesse hanno gli amici a comportarsi così?
R. L’amicizia è fondata esclusivamente sui vantaggi reciproci che gli amici si aspettano gli uni dagli altri; togliete questi vantaggi, l’amicizia non può sussistere, e se ne perderebbe il frutto.
D. Gli amici hanno dunque dei diritti gli uni sugli altri?
R. Si. Poiché l’amico e assolutamente necessario alla nostra felicità, egli può esigere da noi servigi e segni di affetto senza i quali i legami dell’amicizia, allentatisi a poco a poco, sarebbero presto rotti.
D. Ma che interesse si può avere ad aiutare un amico e a fare sacrifici per lui?
R. Un vero amico è un bene reale che dobbiamo preferire a molti altri vantaggi, perché è il più utile alla nostra felicità; così soccorrere l’amico, sacrificargli i propri averi significa ac¬quistare o conservare un bene che riteniamo più necessario, più prezioso della ricchezza, della quale esso è il prezzo. Abbandonando l’amico quando la sua sventura sollecita le nostre cure e il nostro appoggio, manchiamo ai più sacri doveri dell’amicizia, e gli dimostriamo che ci è meno caro dei diversi vantaggi al cui godimento lo sacrifichiamo.
D. La vera amicizia non deve essere del tutto disinteressata?
R. A voler essere precisi, non vi è nell’uomo né amore, né odio senza un motivo più o meno noto, ma sempre reale, e questo motivo, quale che sia, è un vero interesse, una causa efficiente di passione o di movimento. È impossibile amare coloro la cui compagnia non ci promette alcun piacere; un amico inutile all’amico diventa un estraneo per lui.
D. Quindi, che si intende per amicizia disinteressata?
R. Si intende quella che si fonda sulle qualità personali che un uomo possiede, e che ce lo fanno preferire, piuttosto che sui vantaggi esterni. L’amicizia interessata è quella che ha come base o scopo soltanto le ricchezze, il credito, il potere, la facoltà di procurarci piaceri passeggeri, ecc. L’amicizia disinteressata si fonda sulle disposizioni del cuore, sulle abitudini oneste, sulla bontà del carattere, sui talenti e sulle virtù.
D. Perché bisogna preferire in un amico le qualità personali ai vantaggi esterni?
R. L’amicizia è un bene, il bene più solido e più desiderabile. Le qualità personali e abituali di un uomo sono più costanti, più stabili, e soggette a mutamenti meno delle ricchezze, del credito e degli altri vantaggi esterni della fortuna, che si possono perdere in ogni momento.
D. Ciò posto, non vi può essere dunque un’amicizia solida tra uomini viziosi?
R. Gli uomini viziosi sono individui abitualmente disposti a nuocere; non si può quindi contare sull’affetto di quelli che mostrano inclinazioni così perverse: la loro amicizia dipende dalla passione che li muove, ed è soltanto passeggera. Per essere solida e duratura, l’amicizia richiede uomini abitualmente disposti a fare il bene, e sono questi che chiamiamo virtuosi.
(PAUL TLIRY D’HOLBACH, Elementi di morale universale o catechismo della natura, trad. it. di Vincenzo Barba, Laterza, Bari 1993, pp. 39-41).
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14. IMMANUEL KANT
Le tre forme dell’amicizia
L’amicizia è il cavallo di battaglia di tutti i moralisti retori:
è qui che essi cercano il nettare e l’ambrosia.
Gli uomini sono mossi da due moventi:
l’uno, l’amor proprio, procede da essi stessi;
l’altro, riguardante l’umanità universale, procede dagli altri e costituisce il movente morale.
Questi due moventi sono nell’uomo in conflitto.
Gli uomini amerebbero gli altri e provvederebbero alla loro felicità, se non dovessero dar corso ai propositi dell’amor proprio.
D’altro lato, essi s’accorgono anche che le azioni dettate dall’amor proprio sono prive di ogni merito morale e sono soltanto permesse dalle leggi morali; costituisce invece un grande merito l’esser tratti dall’amore universale dell’umanità a promuovere la felicità altrui.
L’uomo tuttavia assegna una particolare importanza a tutto ciò che conferisce un valore alla propria persona.
Di qui l’amicizia.
Ora, di dove cominceremo?
Dovremo, in base all’amor proprio, preoccuparci anzitutto della nostra felicità per tentare poi, in un secondo momento, di promuovere quella degli altri?
In tal caso, però, la felicità altrui verrà posposta, mentre la tendenza a ottenere quella nostra crescerà sempre più, senza che se ne possa mai veder un termine, fino alla soppressione di ogni cura per la prosperità degli altri.
Se cominceremo, invece, col preoccuparci di quest’ultima, rimarrà indietro quella nostra.
Se gli uomini, però, fossero così disposti da prendersi cura ognuno della felicità altrui, alla prosperità di ciascuno baderebbe la sollecitudine degli altri.
Sapendo che gli altri si preoccupano della nostra felicità, come noi della loro, non avremmo motivo di temere un danno, perché ci vedremmo restituite quelle cure che avessimo riservato alla felicità altrui:
avverrebbe uno scambio di prosperità e nessuno ne uscirebbe in perdita, perché l’uno si preoccuperebbe della felicità dell’altro e viceversa.
Occuparsi della felicità dell’altro può sembrare una perdita, ma se l’altro si occuperà della nostra di perdite non ve ne saranno:
in tal caso ognuno promuoverebbe la propria felicità ricorrendo alla generosità degli altri.
E questa l’idea di amicizia, in cui l’amor proprio è soppiantato da una generosa reciprocità d’amore.
Se scegliessimo invece la strada opposta, per cui ognuno si occupasse della felicità propria rimanendo indifferente a quella degli altri, ne risulterebbe autorizzata la ricerca individuale della felicità. Il che però non costituisce un merito, ma solo qualcosa che la legge morale permette: quando qualcuno, badando alla propria felicità, si limita a non impedire quella altrui, non acquisisce nessun merito, ma non commette neppure alcuna trasgressione morale.
Dovendo scegliere, cosa sceglieremmo:
l’amicizia o l’amor proprio?
Per ragioni morali sceglieremmo l’amicizia, ma per ragioni pratiche l’amor proprio, perché nessuno potrebbe meglio di noi prendersi a cuore la nostra felicità.
In ogni caso, però, la nostra scelta risulterebbe dilettosa. Se scegliessimo soltanto l’amicizia, ne soffrirebbe la nostra felicità; se scegliessimo, invece, l’amore, la nostra scelta sarebbe priva di valore e di merito morale.
L’amicizia è un’idea, perché non è ricavata dall’esperienza:
molto manchevole in questo senso, ma con un suo posto nell’intelletto e un ruolo essenziale nella morale.
Con l’occasione ci sia consentito dire cosa sia un”‘idea” e un “ideale“.
Noi abbiamo bisogno di una misura per poter valutare dei gradi.
Essa è naturale o arbitraria, a seconda che le grandezze siano o no determinate mediante concetti a priori.
Quando le grandezze sono determinate a priori, qual è la misura determinata secondo cui noi le valutiamo?
Tale misura è sempre quella maggiore:
riferita ad altre grandezze minori, essa costituisce un”‘idea”;
considerata rispetto ad esse come un modello, essa costituisce un “ideale”.
Se ora confrontiamo reciprocamente le inclinazioni affettuose degli uomini, ci accorgiamo che i gradi e le proporzioni secondo cui essi distribuiscono il loro amore tra sé e gli altri variano molto.
Il massimo dell’amore reciproco è l’amicizia, la quale costituisce un’idea, in quanto serve come termine di misura per determinare l’amore reciproco.
L’amore più grande che si possa avere verso un altro è quello per cui lo si ami come se stessi, lo posso anche non amare un altro come me stesso ma, se lo amo in questo modo, ciò non mi sarà possibile se non avendo la sicurezza che l’altro mi amerà a sua volta più di se stesso:
in tal modo io riacquisto da una parte ciò che tralascio dall’altra, recuperando con ciò la totalità di quanto mi è proprio.
L’idea dell’amicizia serve a determinare l’amicizia e a scorgere quanto in essa si sia ancora manchevoli.
Quando perciò Socrate diceva:
«Miei cari amici, non vi sono amici», voleva dire con ciò che nessuna amicizia è pienamente conforme all’idea di amicizia.
E in questo aveva ragione, perché si tratta di una cosa impossibile; ma l’idea è vera.
Se io scegliessi l’amicizia come tale e prendessi a cuore la felicità altrui nella speranza che l’altro faccia altrettanto con la mia, senza dubbio avremmo qui un caso di amore reciproco, in cui per parte mia risulterei risarcito (occupandosi ciascuno della prosperità altrui per generosità, io non trascurerei la mia felicità ma la porrei nelle mani di un altro, mentre avrei nelle mie quella sua), ma questa idea vige soltanto nella riflessione, perché tra gli uomini essa è priva di realtà.
Ma se ognuno badasse esclusivamente a se stesso, senza curarsi degli altri, non vi sarebbe amicizia. Le due cose devono andar dunque congiunte:
l’uomo si occupa insieme della felicità sua e altrui.
Poiché qui, però, manca una determinazione dei limiti, né i gradi possono essere indicati, manca una qualsiasi legge o regola che definisca la misura dei sentimenti amichevoli. Io sono tenuto ad aver cura dei miei bisogni e a soddisfare le esigenze della vita; se io non potessi badare alla felicità altrui se non rinunziando alla soddisfazione delle mie necessità vitali, nessuno mi potrebbe obbligare ad aver cura della sorte degli altri e a praticare nei loro riguardi l’amicizia.
Ma poiché ciascuno, in ciò che gli è necessario, ha una sua misura, che può modificare a piacere, non è facile determinare il grado di soddisfazione dei bisogni compatibile con l’esistenza dell’amicizia.
Tuttavia è sicuro che molti dei nostri bisogni, o di ciò che noi consideriamo tali, sono cosi fatti che noi potremmo sacrificarne in gran numero per amore dell’amico.
Ci sono tre forme d’amicizia, basate rispettivamente sul bisogno, il gusto e l’intenzione.
L’amicizia derivante dal bisogno è quella per cui le persone si legano in un rapporto di vicendevole sollecitudine in vista delle rispettive esigenze di vita.
E questa la forma originale delle relazioni amichevoli tra gli uomini;
essa però si trova in genere solo nelle condizioni sociali più rozze.
Quando perciò i selvaggi cacciano avviene che ciascuno prenda a cuore e promuova le esigenze dell’altro: essi sono amici.
Minori sono i bisogni degli uomini e più frequente è, tra di essi, questa forma d’amicizia; maggiori, invece, sono i loro bisogni e meno facilmente essi sono amici in questi termini.
Nella condizione di lusso, infatti, in cui avverte una molteplicità di bisogni, l’uomo è coinvolto in una quantità di occorrenze tali che assorbono la sua attenzione, da non potersi occupare di quelle altrui. In tale stato, peraltro, una forma di amicizia come questa non solo non esiste, ma non è neppure ricercata; perché se uno dei partecipanti s’accorge che l’altro ricerca la sua amicizia come mezzo per soddisfare alcune sue necessità, l’amicizia diventa interessata e viene meno.
Si è generosi nell’amicizia quando si è attivi, quando cioè ci si occupa realmente dei bisogni altrui; si è invece del tutto all’opposto quando, passivamente, si cerca di ottenere la soddisfazione delle proprie necessità ricorrendo agli altri. Nessuno vorrà quindi procurare a un amico dei fasti¬di per le sue occorrenze, ma preferirà sopportare da solo il suo male piuttosto che tarlo pesare su di lui. Quando perciò l’amicizia tra due persone ha caratteri di nobiltà in entrambe le parti, ciascuna di esse rifuggirà dal creare molestie all’altra per sovvenire alle proprie esigenze.
Tuttavia l’amicizia dettata dal bisogno è il presupposto di ogni forma di amicizia, sebbene non a fini di godimento, ma di confidenza.
Cioè da ogni vero amico devo ricavare la fiducia che egli sarà sensibile alle mie esigenze e seconderà i miei bisogni, pur avendo io il dovere di non fargliene mai richiesta per avvantaggiarmene.
Di un vero amico so di poter contare che mi aiuterà realmente in caso di necessità.
Poiché, tuttavia, anche io sono, da parte mia, un suo buon amico, non dovrò mai pretendere questo da lui, né porlo in situazioni imbarazzanti.
Dovrò aver fiducia in lui senza pretendere nulla, preferendo soffrire che importunarlo.
L’amico, a sua volta, dovrà riporre in me la stessa fiducia, pretendendone altrettanto poco una prova.
Occorre dunque contare sui sentimenti benevoli dell’altro e sulla sua assistenza d’amico in caso di bisogno, sebbene valga anche l’altra regola per cui di ciò non dobbiamo abusare. Proprio perché il mio amico è cosi generoso da nutrire nei miei confronti l’intenzione buona di essermi affezionato e assistermi in ogni mia necessità, altrettanto generosamente io debbo non esigere ciò da lui. L’amicizia per cui si arriva ad aiutare l’amico a proprio detrimento è, nella sua grande rarità, cosa assai delicata e fine; ma la ragione è proprio questa, che di ciò nulla si può pretendere dall’altro. L’intenzione benevola è quel che di più dolce e delicato si trova nell’amicizia; occorre però badare a non indebolirla, perche-quanto di soave c’è nell’amicizia non consiste nel fatto di sapere che nella cassaforte dell’amico c’è uno scellino anche per me.
Una seconda ragione consiste nel mutamento che potrebbe subire la relazione amichevole.
Tale relazione è una relazione d’uguaglianza.
Quando l’amico aiuta l’altro con suo danno diviene il suo benefattore e il suo creditore.
Mettendomi in questa situazione, diventerei timido e non mi riuscirebbe di guardare più l’amico in volto senza imbarazzo.
Verrebbe così meno un rapporto autentico e l’amicizia scomparirebbe.
L’amicizia fondata sul gusto è un equivalente dell’amicizia; essa consiste nel piacere che deriva dal frequentarsi e dalla reciproca compagnia e non nella felicità che ciascuno procura all’altro.
Tra persone dello stesso ceto e che esercitino la medesima attività l’amicizia fondata sul gusto non è altrettanto frequente che tra persone il cui mestiere è diverso.
Nessuna amicizia di questo genere potrà legare uno studioso ad un altro studioso:
l’uno può fare qualcosa che l’altro può fare a sua volta e quindi non è loro possibile intrattenersi insieme con soddisfazione, perché ciò che l’uno sa l’altro lo conosce a sua volta.
Uno studioso, affidandosi al gusto, può invece contrarre bene un’amicizia con un soldato o con un commerciante.
Se uno studioso non è un pedante e un commerciante uno sciocco possono bene intrattenersi l’uno con l’altro, ognuno parlando delle proprie cose. Ciò che unisce gli uomini è il contributo che ciascuno può dare alle esigenze altrui; non quindi ciò che l’altro ha, ma ciò che serve a supplire le sue deficienze: la varietà, dunque, e non l’uniformità.
L’amicizia fondata sull’intenzione o sul sentimento non consiste in una qualche richiesta, in una prestazione di servizi ecc., ma considera esclusivamente l’intenzione schietta e pura.
E questa l’amicizia in senso universale.
In tedesco l’amicizia fondata sul sentimento non possiede un’espressione appropriata.
Vi sono disposizioni del sentire che non implicano un’oggettiva prestazione di servizi ed è su di esse che si basa l’amicizia fondata sul sentimento.
E di particolare rilievo il fatto che, pur contraendo delle relazioni sociali, noi non ci risolviamo mai completamente in esse.
In qualsiasi rapporto sociale si è riservati nei riguardi di gran parte dei propri sentimenti, badando a non manifestare subito le impressioni, le intenzioni, i giudizi che ci sono propri.
Ognuno giudica secondo le circostanze in cui si trova, ma in un atteggiamento di autocontrollo e di diffidenza nei riguardi altrui, da cui ha origine un ritegno che ci spinge o a dissimulare le nostre debolezze per non essere sottovalutati o anche a sorvegliare i nostri giudizi.
Siamo invece del tutto risolti nella società quando possiamo sottrarci a tale costrizione e manifestare agli altri i nostri sentimenti.
E proprio per poterci affrancare da essa, che aspiriamo ad avere un amico: perché ci sia consentito aprirci con lui, manifestargli i nostri sentimenti e i nostri giudizi, senza potergli e dovergli nascondere nulla, in un rapporto di comunicazione completo.
A ciò mette capo l’amicizia fondata sulle intenzioni e le inclinazioni socievoli.
In essa noi troviamo un forte incentivo ad aprirci e a risolverci completamente nelle relazioni sociali.
Ciò che però può avvenire in compagnia di uno o due amici.
È da ricordare inoltre che gli uomini hanno bisogno di aprirsi con altri, perché soltanto in questo modo essi possono rettificare i loro giudizi.
Un amico, di cui io sappia che nutre sentimenti schietti, che è affettuoso, che non è malvagio né insincero, mi sarà senz’altro d’aiuto nella revisione del mio giudizio, nel caso che io sbagli.
E questo il fine ultimo dell’uomo, che gli consente il godimento della sua esistenza.
Anche in un’amicizia di tal genere sarà d’obbligo la riservatezza?
Sì, ma non per sé, ma per l’altro; perché gli uomini sono affetti da debolezze, che devono essere nascoste anche al proprio amico.
La confidenza riguarda soltanto i sentimenti e le intenzioni, ma non coinvolge la decenza che deve esser rispettata celando i propri difetti, perché l’amicizia non ne risulti ferita.
Al proprio amico migliore non ci si può palesare quali intimamente siamo e sappiamo di essere senza che ciò provochi disgusto.
In che grado gli uomini diventano migliori, quando contraggono amicizia?
La benevolenza umana non ha una vocazione universale e gli uomini preferiscono praticarla in circoli più ristretti.
Essi sono propensi a costituire sètte, partiti, comunità.
La prima forma di società è quella che nasce dalla famiglia, vi sono quindi uomini che solo nella famiglia hanno rapporti con altri. Altre forme di società, nelle quali si costituiscono legami comuni, sono le sètte, le fazioni religiose.
Istituzioni lodevoli, nelle quali sembra che gli uomini, unendosi, si sforzino di coltivare il loro modo di sentire e di giudicare; come nel caso delle fazioni religiose, esse comportano però che il cuore umano si chiuda a quanti sono fuori della comunità.
Ora, tutto ciò che riduce l’eco universale della benevolenza, e, salvo che a pochi, serra il cuore agli altri, indebolisce la bontà vera dell’anima, quella che si realizza come universale benvolere. L’amicizia è dunque un aiuto a vincere il riserbo, suscitato dalla diffidenza che ci ispirano le persone a cui siamo legati, per aprirci ad esse completamente.
Sperimentando il vincolo dell’amicizia dobbiamo tuttavia badare a non renderci insensibili verso coloro che non partecipano di esso. L’amicizia non appartiene al cielo, perché il cielo è il luogo della più alta perfezione morale, la quale è universale. L’amicizia, invece, implica una comunione ristretta di alcune persone; essa è perciò nel mondo, dove si vive in una condizione di diffidenza reciproca, una sorta di rifugio che ci consente di aprirci con altri e di comunicare loro i nostri sentimenti.
Quando gli uomini si lamentano della mancanza di amicizia è perché non hanno un cuore d’amico e perché non nutrono sentimenti amichevoli:
essi accusano gli altri di non essere amici, ma sono sempre pronti a pretendere qualcosa da loro e a importunarli.
Chi non ne abbia la necessità evita l’amicizia di persone del genere.
L’universale deplorazione circa l’assenza di amici ricorda quella riguardante la mancanza di denaro. Quanto più gli uomini civilizzandosi acquistano prospettive universali, tanto meno le loro amicizie hanno un che di ristretto.
L’uomo civilizzato ricerca un’amicizia e un vantaggio universali, scevra di legami particolari. Quanto più selvaggi sono i costumi tanto più necessari sono quei rapporti fondati sul gusto e sul proprio modo di sentire.
Un’amicizia del genere presuppone delle debolezze da entrambe le parti, in modo che nessuno possa muovere all’altro dei rimproveri.
Dove invece ognuno abbia da condonare qualcosa all’altro senza aver nulla da rimproverare a se stesso, lì si ha uguaglianza tra le parti e nessuno può anteporre se stesso agli altri.
In cosa consiste allora il legame e l’adattarsi reciproco che sono propri dell’amicizia?
Non certo nell’identità del modo di pensare, perché al contrario è piuttosto la diversità quel che contribuisce all’amicizia, compensando l’uno quanto diletta all’altro.
Tuttavia in una cosa gli amici debbono poter andare d’accordo.
I loro principi intellettuali e morali devono essere identici, se tra di essi vi deve essere una comprensione completa; altrimenti, divergendo essi nei loro giudizi, non potranno mai sentirsi uniti.
Ognuno cerchi di essere degno di meritare l’amicizia.
Lo si potrà ottenere con la probità delle intenzioni, la sincerità, la confidenza, con una condotta scevra da falsità e cattiveria, ma caratterizzata da amabilità, giovialità e giocondità d’animo.
Sono questi gli elementi che compongono il carattere di un perfetto amico.
Una volta resici degni di meritare l’amicizia, prima o poi incontreremo qualcuno che ci troverà di suo gusto e ci sceglierà come amici, finché quest’amicizia, avvalendosi di una dimestichezza più stretta, diventerà sempre più grande.
L’amicizia può anche spegnersi:
non essendo gli uomini l’uno trasparente all’altro, può accadere che essi non trovino quanto cercavano e supponevano presente negli altri. Nelle amicizie fondate sul gusto l’amicizia si spegne perché col tempo il gusto si perde dirigendosi verso nuovi oggetti e un amico soppianta l’altro. L’amicizia che trova il suo fondamento nell’intenzione è infrequente, perché gli uomini di rado hanno dei principi.
L’amicizia allora scompare, perché non era un’amicizia basata sull’intenzione.
A proposito di tale forma di amicizia si devono lare le seguenti osservazioni.
Il nome dell’amicizia ci deve ispirare rispetto e qualunque sia la ragione per cui l’amico è divenuto un nostro nemico dobbiamo venerare l’antica amicizia e non mostrarci capaci di odio.
Non solo è intrinsecamente brutto parlare in maniera pregiudizievole dei propri amici, perché ciò dimostra che non si ha nessun rispetto dell’amicizia, che ci si è condotti male nella scelta degli amici e si è ingrati nei loro confronti, ma è anche contrario alle regole della prudenza, perché coloro ai quali si parlasse in questo modo potrebbero concludere che anche a loro accadrebbe la stessa cosa se divenissero nostri amici, donde la loro collera e il rifiuto della loro amicizia.
Verso gli amici ci si deve comportare in modo tale che non ce ne derivino danni nel caso che essi divengano nostri nemici. Dobbiamo quindi impedire che essi ci abbiano nelle loro mani, senza tuttavia presumere che essi possano trasformarsi in nostri nemici, il che abolirebbe qualsiasi confidenza.
È molto imprudente, però, abbandonarsi completamente ai propri amici e confidare loro tutti quei segreti che, una volta propalati e in caso di inimicizia, potrebbero attentare alla propria felicità; è imprudente non solo perché quei segreti potrebbero essere divulgati per inavvertenza, ma anche perché potrebbero esser di danno qualora gli amici si mutassero in nostri nemici.
Chi abbia dunque per amico un uomo irascibile, pronto quando s’accenda a condurci al patibolo, salvo a chiederci scusa una volta placatosi, farà bene a non mettersi nelle sue mani.
Ci si può ora domandare se sia possibile essere amici di chiunque.
Vi è un’amicizia universale nel senso di una disposizione amichevole verso l’umanità in genere e di un atteggiamento benevolo verso chiunque, ma essere amico di ogni uomo è impossibile, perché chi è amico di tutti non lo è di nessuno in particolare.
L’amicizia implica un legame speciale.
E tuttavia si potrebbe dire di alcuni che sono amici di ogni uomo, nel senso che posseggono la capacità di contrarre amicizia con chiunque.
Di anime cosmopolite così fatte, intimamente ben disposte e inclini a prendere ogni cosa dal suo lato migliore, ce ne sono però soltanto poche.
Tale bontà di cuore, arricchita da qualità intellettuali e di gusto, è ciò che caratterizza l’amico universale, che di per sé costituisce un alto grado di perfezione.
Sennonché gli uomini sono anche proclivi a contrarre legami di natura particolare.
E la ragione è che l’uomo comincia dal particolare e procede verso l’universale, sicché si tratta anche di un impulso naturale.
Senza un amico l’uomo è del tutto isolato, mentre l’amicizia serve a coltivare le virtù minori della vita.
(IMMANUEL KANT, Lezioni di etica, trad. it. di Augusto Guerra,
Laterza, Bari 1971, pp. 230-239).
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15. ARTHUR SCHOPENHAUER  (I problemi dell’amicizia 125)
I problemi dell’amicizia
L’uomo di nobile natura crede in gioventù che i rapporti essenziali e decisivi, e i legami tra gli uomini che ne nascono, siano quelli ideali, cioè basati sull’affinità nel modo di sentire e di pensare, nel gusto, nelle forze spirituali, eccetera:
senonché più tardi si accorge che sono invece quelli reali, cioè quelli poggianti su un qualche interesse materiale.
Questi ultimi stanno alla base di quasi tutti i legami:
e la maggior parte degli uomini non ha anzi alcuna idea di altri rapporti.
Di conseguenza ognuno sarà considerato secondo il suo ufficio, o il suo mestiere, o la sua nazionalità, o la sua famiglia, cioè in generale secondo la posizione e la dignità che la convenzione umana gli ha dato:
secondo questi principi egli è classificato e trattato commercialmente.
Per contro, ciò che egli è in sé e per se stesso, come uomo, attraverso le sue qualità personali, è considerato solo casualmente, e quindi per eccezione, e sarà messo da parte e ignorato da tutti, non appena sia comodo farlo, cioè nella maggior parte dei casi.
Quanto più dunque un individuo possiede delle qualità personali, tanto meno egli si adatterà all’ordinamento del mondo, e cercherà così di sfuggirne il dominio.
Tale ordinamento tuttavia è basato sul fatto che in questo mondo di dolore e di bisogno i mezzi per opporsi alla miseria rappresentano ovunque l’essenziale, cioè quanto ha un interesse predominante.
Allo stesso modo che la carta moneta sostituisce l’argento, così nel mondo sono in circolazione, in luogo del vero rispetto e della vera amicizia, le dimostrazioni esterne e i gesti, imitati nel modo più naturale possibile, di tali sentimenti.
D’altro canto però ci si può anche domandare se vi sia poi della gente che meriti realmente quel rispetto e quell’amicizia.
Ad ogni modo io do più importanza allo scodinzolare di un onesto cane, che non a centinaia di tali dimostrazioni e atteggiamenti.
L’amicizia vera e autentica presuppone una partecipazione sentita, puramente oggettiva e pienamente disinteressata, alle gioie e ai dolori di un’altra persona, partecipazione che a sua volta si basa su di un vero identificarsi con l’amico.
A tutto ciò l’egoismo della natura umana è tanto contrario, che la vera amicizia appartiene alle cose, di cui, come dei colossali serpenti marini, non si sa se siano leggendarie, oppure esistano da qualche parte.
Tuttavia vi sono dei legami tra gli uomini, certo basati sostanzialmente su nascosti motivi egoistici della più disparata natura, che sotto varie forme posseggono tuttavia un grano di quella vera e autentica amicizia; essi vengono in tal modo così nobilitati, da poter ricevere con qualche giustificazione, in questo mondo di imperfezioni, il nome di amicizia.
Tali legami si elevano al di sopra delle relazioni quotidiane; quanto a queste ultime la verità si è, che noi non scambieremmo più una parola con la maggior parte dei nostri buoni conoscenti, se udissimo come essi parlano di noi in nostra assenza.
La migliore occasione per provare l’autenticità di un amico si ha, oltre che nei casi in cui si ha bisogno di un aiuto serio e di un sacrificio notevole, nel momento in cui gli si annunzia una disgrazia, da cui si è stati colpiti poco prima. In tal caso, o un turbamento vero, sentito e evidente si dipinge sui tratti del suo volto, oppure questi ultimi confermano, con la loro perfetta tranquillità, o con un movimento fuggevole, la nota massima di Rochefoucauld: «dans l’adversité de nos meilleurs amis, nous trouvons toujours quelque chose qui ne nous déplait pas».
I cosiddetti amici, quelli comuni, in tali circostanze spesso possono a stento reprimere l’accenno istintivo a un lieve sorriso di compiacimento.
Vi sono poche cose, che mettono gli uomini tanto di buon umore, quanto il raccontare loro una notevole disgrazia, da cui si è stati colpiti poco prima, oppure il(126 Schopenhauer) rivelar loro schiettamente una qualche debolezza personale.
Ciò è significativo davvero!
La lontananza e l’assenza prolungata danneggiano ogni amicizia, per quanto lo si ammetta così malvolentieri.
Gli uomini che non vediamo più, anche nel caso fossero i nostri più cari amici, si disseccano, con il passare degli anni, poco per volta sino a diventare dei concetti, tanto che il nostro interesse per loro diventa sempre più semplicemente razionale, anzi tradizionale:
la partecipazione viva e profondamente sentita rimane riservata a coloro che abbiamo dinanzi agli occhi, anche se sono semplicemente degli animali prediletti.
La natura umana è infatti legata ai sensi fino a questo punto. Viene confermato così anche a questo proposito il detto di Goethe nel Tasso (atto IV, scena 4):
Il presente è un possente dio.
Gli amici di casa si chiamano così per lo più a ragione, poiché essi sono più gli amici della casa che non del padrone, sono cioè più simili ai gatti che non ai cani.
Gli amici si dicono sinceri, ma in realtà sinceri sono i nemici.
Si dovrebbe quindi utilizzare il biasimo di questi ultimi, come una medicina amara, per conoscere se stessi.
Gli amici in difficoltà sono forse rari?
Al contrario!
Non appena infatti si è stretta amicizia con qualcuno, costui è già in difficoltà e vuol avere in prestito del denaro.
(ARTHUR SCHOPENHAUER, Aforismisullo saggezza della vita, in ID., Parerga e paralipomeua, a cura di Giorgio Colli, Adelphi, Milano 1962, voi. I, pp. 619-622 [32]).
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16. ANTONIO ROSMINI
La «vera» e «santa» amicizia
1. Il concetto di amicizia
Che né pure nel semplice concetto di amicizia si comprende quello di società, quantunque all’amicizia tenga sempre dietro la società almen potenziale.
Poiché il concetto di amicizia risulta da due elementi,
1° desiderare ad un altro tutti i beni (amare), e
2° bramare che anche l’altro li desideri a noi (ci ami).
Il primo di questi due elementi è quello che forma il concetto di benevolenza, ma il secondo, pel quale l’uomo gode di esser riamato, è ciò che compie il concetto di amicizia.
Laonde taluno può essere amico di un altro, se ha que’ due desiderj senz’essere corrisposto, nel qual caso l’altro che non riama non sarebbe amico.
Sicché non è assurdo, che l’amicizia si trovi nell’uno de’ due, e non nell’altro.
Che se poi v’ha nell’altro corrispondenza, in tal caso sono due amici che scambievolmente vogliono l’uno il bene dell’altro, e godono l’uno dell’amore che gli porta l’altro; né tuttavia v’ha ancora società, perché non si vede cosa alcuna che sia posta in comune. Ma nell’amicizia, quale noi l’abbiamo descritta, v’ha manifestamente la causa d’una società d’amicizia; perocché se io desidero altrui ogni bene, naturai cosa è che io voglia che a lui giovino le cose mie proprie; e se io desidero che altri desideri a me ogni bene, godendomi di questo desiderio o amore altrui, in tal caso desidero che altri brami che le cose sue giovino a me; di che accade che le cose degli amici si dican co¬muni (rà xcbv (JHAXOV Kotvà ({>iÀ.io:v ioórn,Ta), e così nasca come effetto prossimo dell’amicizia la comunità de’ beni e la società; società interna, nella quale le persone stesse vorrebbero l’una (128 Rosmini La «vera» e «santa» amicizia 129) nell’altra trasfondersi e inabitare.
L’amicizia adunque, come causa di società, sottilmente considerando, dalla società stessa rimane distinta.
2. La vera amicizia
Lofficio di amicizia, che è quel sommo grado di mutua benevolenza e fiducia che suol nascere fra due persone dalla similitudine e dall’armonia del carattere morale, e dalla lunga comunione di offici, di utilità e di pericoli.
La vera amicizia è fidata, costante, desiderosa di dire e di udire dall’amico il vero, aiutatrice della virtù, e scacciatrice dei vizi. Ella niente domanda all’amico che sia alieno dalla probità e dalla prudenza. E però non si può dar che ira’ buoni.
3. L’amicizia di donata e Davide
Ora Gionata e Davide ci presentano pure una bella mostra di santa amicizia. Ella è l’amicizia quel bel nodo d’amore, il quale s’intreccia per cagione della similitudine delle anime, e dello abbattimento di simiglianti virtù, di pari temperamenti, abitudini, propensioni, e per consorzio di lunga vita comune, massime se in anni giovanili, o di travagliose vicende accompagnati:
di che se n’ha quella totale armonia e consentimento di pensare e di sentire, quell’avvincolamento di affetti e di memorie, che la l’un uomo trovar nell’altro se stesso, e per avventura un sé migliorato. Indi è ch’egli pare in questa scambievolezza di affetti, che amicizia si noma, che l’una anima congiungasi all’altra, e all’altra quasi si continui, all’altra risponda; come per avventura a vicenda si rispondono e chiamali le voci di due-egregi cantori, o di due ben accordati stromenti in soave armonia egregiamente modulati; se non che egli è ben più facile a maneggiare due voci, che non due anime:
e quest’arte di quella è infinitamente più malagevole.
E perché più bella, spessissimo è anco più cupidamente desiderata, e voluta incautamente professare da chi n’ha meno perizia ed esperienza della sua difficoltà; sicché questi cotali imperiti s’avvisano di conciliare sovente delle amistà non solo disarmoniche, ma tali ancora, che ogni concerto dirompono e sconvolgono della vita.
(ANTONIO ROSMINI, Filosofia del diritto, a cura di Rinaldo Orecchia, Cedam, Padova 1969, voi. Ili, pp. 728-729;
ID., Compendio di elica, a cura di Enrico Castelli, Edizioni Roma, Roma 1937, p. 131 [441-442]; ID., Storia dell’amore, a cura di Rinaldo Orecchia, Cedam, Padova 1975, pp. 130-131).
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17. SOREN KIERKEGAARD
II cristianesimo ha detronizzato l’amicizia
Spesso, anche se in diversi modi, con diverso tono, con diversa passione e intenzione si è obiettato al cristianesimo di eliminare l’amore e l’amicizia.
Per difendere a sua volta il cristianesimo ci si è richiamati alla sua dottrina che si deve amare Dio con tutto il cuore ed il prossimo come noi stessi.
Quando la polemica è condotta in questo modo è senz’altro indifferente l’essere in disaccordo o l’andare d’accordo:
una lotta nelle nuvole ed un accordo nelle nuvole non dicono ugualmente nulla.
Piuttosto si dovrebbe vedere meglio qual è il punto controverso per concedere nella risposta con tutta tranquillità che il cristianesimo ha detronizzato l’amore e l’amicizia, l’amore d’istinto e d’inclinazione, la predilezione, per rimettere al suo posto l’amore dello spirito, l’amore del prossimo, un amore che in tutta verità e serietà [58] è più tenero dell’amore umano – nell’unione, e più fedele nella sincerità della più famosa amicizia-in-società.
Piuttosto bisognerebbe spiegare bene che l’amore umano e il valore dell’amicizia appartengono al paganesimo, che «il poeta» in fondo appartiene al paganesimo, poiché il suo conflitto appartiene ad esso – per potere con un certo spirito di convinzione dare al cristianesimo l’amore di cui nel paganesimo non c’è neppure il sentore.
Forse si farebbe meglio a separare e dividere per fare in modo che ogni singolo possa scegliere, invece di confondere e mescolare le carte impedendo al singolo di farsi una opinione su questa e quella cosa.
E soprattutto bisognerebbe farla finita con le apologie del cristianesimo attribuendogli, con o senza consapevolezza, tutto – anche ciò che non è cristiano.
Chiunque rifletta con coscienza e serietà su questa faccenda, vedrà facilmente che il punto controverso è il seguente:
se l’amore e l’amicizia [naturale] sono la cosa più alta oppure se quest’amore va abolito.
L’amore e l’amicizia naturale concernono la passione; ma ogni passione, sia ch’essa attacchi o si difenda, lotta in un modo soltanto: aut-aut:
«O io esisto, ed è la cosa più alta, oppure non esisto, o tutto o nulla».
E un pasticciare e fare confusione (in contrasto sia col paganesimo e col poeta e tanto più col cristianesimo) venir a dire, quando la risposta è ovvia, che il cristianesimo certamente insegna un amore più alto, e nello stesso tempo lodare l’amore e l’amicizia naturali.
Chi parla così mostra di non avere né lo spirito del poeta, né quello del cristianesimo.
Nel campo dello spirito non si può – se si deve evitare di parlare a vanvera – parlare come un commerciante che tiene merce di prima e nello stesso tempo di seconda qualità, ch’egli può anche raccomandare quasi come di uguale qualità.
No:
è certo che il cristianesimo, che l’amore di Dio e del prossimo, è il vero amore, ed è anche certo che «ha abbassato ogni altezza che si è elevata contro la conoscenza di Dio e ha ridotto ogni pensiero all’obbedienza» [2 Cor 10, 51; [59l esso ha così abbassato anche ogni amore e amicizia naturali. Non sarebbe anche strano che il cristianesimo fosse un discorso così pasticciato e confuso come molti lo vogliono far passare?
E ciò molto spesso non e peggiore dell’attaccarlo?
Non è strano allora che in tutto il Nuovo Testamento non si trovi neppure una parola sull’amore nel senso cantato dal poeta e idolatrato dal paganesimo?
Che il poeta, uno che sappia di essere un poeta, s’informi pure su ciò che il Nuovo Testamento insegna sull’amore e finirà col disperarsi perché non troverà neppure una parola che lo possa entusiasmare – e se qualche cosiddetto poeta trovasse una tale parola e ne facesse uso, sarebbe un uso bugiardo, un delitto perché egli, invece di rispettare il cristianesimo, gli ruberebbe una parola preziosa e ne abuserebbe.
Il poeta cerchi pure di trovare nel Nuovo Testamento una parola sull’amicizia di suo gradimento e, per quanto si disperi, la cercherà invano.
Ma fate cercare un cristiano che voglia amare il suo prossimo: in verità egli non cercherà invano, egli troverà parole sempre più forti e autorevoli, tutte utili per infiammate il suo amore e per conservarlo in questo amore. [...]
Sarebbe un grosso errore se qualcuno pensasse che l’uomo, quando s’innamora o ha trovato un amico, abbia con ciò imparato l’amore cristiano.
No, se qualcuno è innamorato, e in modo tale che il poeta direbbe di lui: «Egli è realmente innamorato», allora il precetto dell’amore può essere un poco mutato, se viene rivolto a lui, e tuttavia dire la stessa cosa.
Il precetto dell’amore gli può dire:
ama il tuo prossimo come tu ami l’amato.
Ma non ama egli forse l’amato «come se stesso», come ordina il precetto che parla del prossimo? Certamente egli l’ama, ma l’amato ch’egli ama «come se stesso», l’amato non e il prossimo, l’altro se stesso.
Sia che parliamo del primo Io sia del secondo, non abbiamo fatto un passo per giungere al prossimo, poiché il prossimo è il primo Tu.
L’egoista nel senso più rigoroso ama in fondo anche l’altro Io poiché l’altro Io è lui stesso.
Però questo è certamente egoismo.
Ma nello stesso senso è egoismo amare l’altro Io che è l’amato o l’amico.
E come l’egoismo nel senso più rigoroso è stato indicato come autolatria, così l’amor profano e l’amicizia (come intende il poeta, ed in questo senso cade e sta quest’amore) sono idolatria.
Poiché, alla fin fine, l’amore di Dio è il punto decisivo da cui deriva l’amore del prossimo, ed è questo che il paganesimo ha ignorato. Si è trascurato Dio, l’amore è stato ridotto ad amor profano ed amicizia, detestando l’egoismo.
Ma il precetto cristiano dell’amore comanda di amare Dio al di sopra di tutto e poi di amare il prossimo.
Nell’amore profano e nell’amicizia c’è la qualità intermedia della predilezione, nell’amore del prossimo la determinazione intermedia è Dio: ama Dio più di tutto, così tu ami anche il prossimo e nel prossimo ogni uomo: solo amando Dio più di tutto, si può nell’altro uomo amare il prossimo. L’altro uomo, questo è il prossimo, è l’altro nel senso che l’altro uomo è ogni altro uomo. Inteso così, il discorso è esatto: se l’uomo in ogni singolo altro uomo ama il prossimo, allora egli ama tutti gli uomini.
L’amore del prossimo è perciò l’uguaglianza eterna dell’amare. Ma l’uguaglianza eterna è l’opposto della predilezione. [73]
Quella non abbisogna di uno sviluppo prolisso. L’uguaglianza consiste proprio nel non fare differenze; l’uguaglianza eterna consiste nel non fare assolutamente la minima differenza, senza limite alcuno; la predilezione invece, nel fare differenze; la predilezione appassionata, nel fare differenza senza limiti.
Ma il cristianesimo con il suo «tu devi amare», detronizzando l’amor profano e l’amicizia, non ha messo sul trono qualcosa di più alto, qualcosa di superiore?
Qui occorre prudenza, la prudenza dell’ortodossia.
In molti modi si è fatta confusione nel cristianesimo:
fra questi, uno è di chiamarlo la cosa più alta, la più profonda, come se il puro umano si rapportasse alla realtà cristiana secondo la scala di alto, più alto, rispetto all’altissimo e al più alto di tutto. Ahimè, ma questo è un discorso fallace che si sforza indegnamente di presentare il cristianesimo come indaffarato per procacciarsi conoscenze e curiosità umane.
Ci può mai essere qualcosa di cui l’uomo come tale, di cui l’uomo secondo la sua natura, sia più bramoso del Bene supremo?
Quando un bottegaio sparge ai quattro venti la sua ultima novità come il non plus ultra, egli è sicuro di attirare una folla di gonzi i quali fin dal tempo di Noè provano un gusto matto a farsi menare pel naso!
Il cristianesimo è certamente l’ideale supremo e il supremo dei supremi, ma ha anche la caratteristica di essere di scandalo per l’uomo naturale. Colui il quale, presentando il cristianesimo come l’ideale supremo, trascura la caratteristica dello scandalo, costui pecca contro di esso, commette un’azione pili vergognosa che se una rispettabile madre di famiglia si vestisse da ballerina, ancor più terribile che se il giudice severo Giovanni facesse l’indossatore.
Il cristianesimo è in se stesso troppo severo, troppo serio nei suoi movimenti per mettersi a danzare con simili leggerezze verbali, quali:
il più alto, l’altissimo, il supremo.
Né con questo si dice [74] che l’ingresso alla realtà cristiana debba essere il prenderne scandalo: questo sarebbe un altro modo per impedire di capire la realtà cristiana; ma lo scandalo veglia sull’ingresso alla realtà cristiana.
Beato colui che non si scandaliza di ciò!
Così è anche con il precetto di amare il prossimo.
Ammetti quindi, e, se questo ti dà fastidio, l’ammetto io, che molte volte mi sono tirato indietro e che sono ancora ben lungi dal pensare di osservare questo precetto ch’è di scandalo per la carne e il sangue ed una follia per la saggezza umana.
Supponiamo, mio uditore, che tu sia un uomo colto, ma lo sono anch’io:
se tu pensi di arrivare, grazie alla «cultura», a toccare questo vertice sublime, ti sbagli di molto.
Ed è qui che sorgono le aberrazioni! Infatti, tutti desiderano la cultura, e la cultura è subito la cosa più alta che abbiamo in bocca; appena un uccello ha imparato una parola, la ripete ad ogni momento, ma la cornacchia non fa tanto spesso il suo verso come la cultura va sbandierando sempre questo: «l’obiettivo supremo».
Ma il cristianesimo non è affatto l’obiettivo supremo della cultura:
il cristianesimo educa precisamente con la respinta dello scandalo.
Lo si può vedere facilmente qui: quando mai la cultura o l’amore per la cultura hanno giovato all’uomo per amare il prossimo?
Ahimè, ahimè, questa cultura e questo zelo culturale non hanno piuttosto prodotto una nuova specie di discriminazione, quella della classe colta e dei non colti?
Osserva soltanto come la gente colta parla dell’amore e dell’amicizia:
come l’amico deve avere lo stesso livello di cultura, come la ragazza dev’essere educata in un certo modo; leggi i poeti che riescono a malapena a salvare la franchezza di fronte alla strapotenza della cultura, a malapena ancora credono alla forza dell’amore per rompere tutte le catene delle differenze – ti sembra forse che questi discorsi, questi poemi ed una vita che si conformi ad essi possano contribuire a far sì che l’uomo ami il suo prossimo?
Ecco che qui spunta ancora una volta il segno dello scandalo. Infatti, immagina l’uomo più colto, colui che tutti ammirano per la cultura «ch’egli si è procurata», e pensa poi al cristianesimo che gli dice:
«Tu devi amare il prossimo».
Certo, tuia condotta educata, un’educazione con tutti, una condiscendenza amichevole verso gli inferiori, un atteggiamento franco verso i potenti: certo, questo è la cultura – credi tu che sia anche un amare il prossimo?
Il prossimo è l’uguale.
Il prossimo non è l’amato con la passione della predilezione, neppure l’amico per il quale hai ancora predilezione.
Il prossimo non è neppure, se tu sei una persona colta, uno della tua cultura e del tuo livello – poiché col prossimo tu hai la somiglianza dell’uomo davanti a Dio.
Il prossimo non è colui ch’è di condizione superiore alla tua:
cioè non è il prossimo per questo, poiché amarlo per questo sarebbe facilmente predilezione e pertanto egoismo.
Il prossimo non è neppure chi è inferiore, poiché in quanto è inferiore non è il prossimo:
amare qualcuno perché è inferiore può essere degnazione di predilezione e quindi egoismo.
No, amare il prossimo è uguaglianza.
È incoraggiante che tu nell’aristocratico debba amare il tuo prossimo; è un gesto d’umiltà che nell’inferiore tu non ami l’inferiore ma tu debba amare il prossimo; questo è ciò che ti salva, se tu lo fai perché lo devi fare.
Il prossimo è ogni uomo.
Se c’è differenza, non è più il tuo prossimo, neppure se è colto come te a differenza degli altri.
Egli è il tuo prossimo con l’uguaglianza davanti a Dio, ma quest’uguaglianza l’ha ogni uomo:
egli l’ha assolutamente.
(SòREN KIERKEGAARD, Gli atti dell’amore, a cura di Cornelio Fabro, Rusconi, Milano 1983, pp. 195-197; 211-2151.
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18. FRIEDRICH NIETZSCHE
Dell’amico
«Uno è sempre troppo intorno a me» – così pensa il solitario.
«Sempre uno per uno – finisce per fare due!».
Io e me sono sempre troppo presi dal loro colloquio: come sopportarlo, se non ci fosse un amico?
Per il solitario l’amico è sempre il terzo:
il terzo è il sughero che impedisce al colloquio dei due di sprofondare nell’abisso.
Ahimè, troppi abissi vi sono per tutti i solitari.
Perciò essi desiderano così ardentemente un amico e la sua vetta.
La nostra fede in altri rivela in che cosa noi vorremmo credere di noi stessi.
Il nostro anelare a un amico è ciò che ci tradisce.
E spesso l’amore non è altro che un tentativo di superare d’un balzo l’invidia.
E spesso si aggredisce e ci si fa un nemico, per nascondere la propria vulnerabilità.
«Sii almeno il mio nemico!»
- così parla la vera venerazione, che non osa implorare l’amicizia.
Se si vuole avere un amico, bisogna anche voler far guerra per lui:
e per far guerra, bisogna poter essere nemico.
Nel proprio amico si deve onorare anche il nemico.
Sei capace di avvicinarti massimamente al tuo amico, senza passare dalla sua parte?
Nel proprio amico bisogna avere anche il proprio miglior nemico.
Col tuo cuore devi essergli massimamente vicino, proprio quando ti opponi a lui.
Non vuoi apparire vestito davanti al tuo amico?
Dovrebbe essere un onore per il tuo amico, che tu ti offra a lui così come sci?
Ma egli ti manderà al diavolo, proprio per questo!
Chi non fa segreto di sé, suscita indignazione:
tanto avete ragione di temere la nudità!
Certo, se foste degli dèi, potreste vergognarvi dei vostri vestiti!
Non ti adornerai mai abbastanza per piacere al tuo amico:
infatti devi essere per lui una freccia che anela verso il superuomo.
Hai già visto il tuo amico dormire – per imparare qual è il suo aspetto?
Ma che cos’è altrimenti il volto del tuo amico?
È il tuo volto stesso, su di uno specchio ruvido e imperfetto.
Hai già visto il tuo amico dormire?
Non ti sei spaventato dell’aspetto del tuo amico?
Amico mio, l’uomo è qualcosa che deve essere superato.
Nell’indovinare e nel tacere l’amico dev’essere maestro:
bisogna che tu non voglia vedere tutto.
Il tuo sogno deve rivelarti ciò che il tuo amico fa nella veglia.
Un indovinare sia la tua compassione:
affinché in primo luogo tu sappia, se il tuo amico vuole compassione.
Forse, invece, egli ama in te l’occhio intrepido e lo sguardo dell’eter¬nità.
La compassione verso l’amico si celi sotto un guscio duro, che rompa un dente al tuo morso.
Così avrà la sua delicatezza e dolcezza.
Sei aria pura e solitudine e pane e medicina per il tuo amico?
Vi sono certi che non sanno infrangere le proprie catene, pure sono i liberatori dell’amico.
Sei uno schiavo?
Allora sei incapace di essere amico.
Sei un tiranno?
Allora sei incapace di avere amici.
Per troppo tempo nella donna si è celato uno schiavo e un tiranno.
Perciò la donna non è ancora capace di amicizia: essa conosce solo l’amore.
Nell’amore della donna è iniquità e cecità verso tutto quanto essa non ama.
E anche nell’amore veggente della donna è ancor sempre aggressione e folgore e notte, accanto alla luce.
La donna non è ancora capace di amicizia:
gatte sono ancora le donne, e uccellini.
O, nel migliore dei casi, giovenche.
La donna non è ancora capace di amicizia.
Ma ditemi, voi uomini, chi di voi è capace di amicizia?
Quanta povertà, quanta avarizia è nelle vostre anime, voi uomini!
Nella stessa misura con cui voi date all’amico, voglio dare anche al mio nemico, e non per questo sarò diventato più povero.
Esiste il cameralismo:
possa esistere l’amicizia!
Così parlò Zarathustra.
(FRIEDRICH NIETZSCHE, Così parlò Zarathustra, in ID., Opere, Adelphi, Milano 1968, voi. VI, 1.1, pp. 64-66).
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19. BENEDETTO CROCE
Le amicizie della solitudine
Per bene intendere questo rapporto morale, bisogna muovere dall’amore, non da eros, ma dall’amore salito appunto a rapporto morale, amore di consorti:
il legame di due esseri che vivono l’uno per l’altro, pronto ciascuno a dare se stesso per l’altro, pel bene, per la felicità, per la gioia dell’altro.
«Legame bilaterale; che, se diventa unilaterale, discende ad attaccamento passionale e sensuale, o si cangia in alletto di compassione, di protezione, e simili. L’amore importa egualità, quantunque solo nell’amore, che, nel resto, si può essere differentissimi e disparatissimi».
Quel che sulle basi naturali sorge tra l’uomo e la donna come amore, sorge nelle altre parti della vita sociale come amicizia.
Anche qui bilateralità, egualità, non protezione, non inferiorità; anche qui niente di utilitario, altrimenti è scambio economico; né di meramente affettivo, altrimenti si chiama simpatia; anche qui parità, ma solo nell’amicizia; anche qui, com’è noto, rarità del legame nella sua perfezione, forse anche-maggiore che nell’amore coniugale.
Come l’amore, l’amicizia non ha nulla da vedere col giudizio che si rechi sull’individuo nel suo complesso; non ha da vedere con l’ammirazione intellettuale o etica.
Hanno torto del pari coloro che pretendono l’amico irreprensibile e coloro che per amicizia smarriscono o relegano in un canto il giudizio critico e morale.
L’amicizia consiste tutta in quel reciproco legame delle anime.
E per questo essa è un «istituto morale, il cui significato e valore sta nella realtà del disinteresse nell’uno o nell’altro, nel sentirsi sollevati sull’utilitarismo.
Onde nell’amicizia, come nell’amore, si trova un rifugio:
con l’amico ci si sfoga, ci si confida, si piange e si ride insieme.
Solo tra amici si ride davvero, di riso sano».
A tutti gli altri uomini dobbiamo giustizia, ma all’amico par che si debba non solo giustizia, quella che gli spetta come ad ogni altro uomo, ma qualcosa di più, per l’appunto l’amicizia.
E qui potrebbe sembrare che nell’amicizia ci sia dell’ingiustizia, o, come si dice, della parzialità.
Ma se, mercé l’amicizia, si promuove la disposizione morale, che è anzitutto disinteresse personale, all’amico che si presume vero e sincero si dà quel che gli spetta, cioè quel che egli è pronto a dare a noi: e questa è pur giustizia, la giustizia del caso particolare.
All’amicizia si è ispirata la poesia con le diadi famose, particolarmente nell’antichità e nel medioevo, e da esse sono sorte istituzioni cavalleresche, come quelle dei fratelli d’arme.
«Si direbbe che, nei tempi moderni, più complicati e più mobili, il culto dell’amicizia abbia minor luogo, e certo ha cangiato forme. Pure senza amicizia, come senza amore non possono vivere se non i bruti o i santi:
i primi, perche ad essa non si sono innalzati;
i secondi perché l’hanno distanziata e attinto la forza eroica di vivere nell’ideale e per l’ideale, senza bisogno di appoggi sociali e di conforti».
Ma bruti e santi sono concetti-limite o astrazioni, e non esistono nella realtà:
il che vuol dire che tutti gli uomini han bisogno di amicizia, e tutti, alla meglio o alla peggio, provvedono a questo bisogno.
Come il rapporto dell’amore è ricco di amori traditi, così anche quello dell’amicizia, di amici ingannati e poi delusi.
Ma non giova insistere su questi aspetti ovvi, che il Metastasio metteva in versetti, e che, meglio di lui, mise in energici e immaginosi versi il vecchio trouvere Rutebeuf, quando disse di quelle false sembianze di amici:
«Ce sont amis que vent em-porte. Et il ventai! devant ma porte».
Piuttosto, è da aggiungere che anche quando la fortuna non concede gli amici o l’amico, quando ci si risolve a vivere «in solitudine», e s’intonano le lodi della «vita solitaria», della solitudo sola beatitudo, proprio allora non si fa altro che procurarsi altre amicizie o altra compagnia:
una compagnia meno corporea ma più salda e più sicura, nel paese ideale in cui convengono gli spiriti di ogni luogo e tempo.
E colà s’intende e si prosegue il pensiero e il re degli uomini del passato, e si conversa con loro, e si palpita coi loro cuori.
Di tanto in tanto scopriamo (e con quanta gioia!) anime e intelletti che prima non conoscevamo o non avevamo intesi, e quella compagnia si allarga e si arricchisce
E se teniamo al nostro buon nome, e ad essere stimati quando non saremo più della terra, è per il desiderio e la speranza di convivere in quel mondo che amammo, e di là comunicare senza impedimenti con gli uomini che passano sulla terra.
(BENEDETTO CROCE, Elica e politica, Laterza, Bari 1956, pp.’
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20. THEODOR W. ADORNO
Un criterio per riconoscere i veri amici
C’è un criterio quasi infallibile per stabilire se un altro ti è veramente amico:
il modo in cui riporta giudizi ostili o scortesi sulla tua persona.
Questi ragguagli sono, per lo più, superflui, pretesti per lasciar trapelare la malevolenza senza assumerne la responsabilità, anzi in nome del bene.
Come tutti quelli che si conoscono provano la tentazione di dir male – all’occasione – gli uni degli altri, anche per reazione contro la monotonia dei rapporti, così ciascuno è sensibilissimo alle opinioni di ogni altro e desidera segretamente di essere amato anche da chi non ama:
non meno fatale e universale dell’alienazione tra gli uomini è il desiderio di spezzarla. In questa atmosfera prospera l’informatore, che non manca mai di materiale sgradevole, e che può sempre contare sul fatto che chi vorrebbe che tutti gli volessero bene è sempre sul chi va là, ansioso di apprendere il contrario.
Osservazioni sfavorevoli andrebbero riportate solo quando sono in gioco – in modo immediato e trasparente – decisioni comuni, la valutazione di uomini di cui ci si deve poter fidare e con cui si deve lavorare insieme.
Quanto più disinteressata è l’informazione, tanto più torbido è l’interesse, il piacere segreto di recar dolore.
E un caso ancora relativamente innocuo, quando il relatore vuole semplicemente aizzare l’uno contro l’altro i due contraenti e – nello stesso tempo – mettere in luce le proprie qualità.
Ma più sovente egli appare come il portavoce indiretto dell’opinione pubblica e lascia intendere alla vittima – proprio con la sua spassionata obiettività – tutta la violenza dell’ente anonimo di fronte al quale deve piegarsi. La menzogna è palese nell’inutile premura per l’onore dell’offeso che non sa nulla dell’offesa, per la chiarezza dei rapporti, per la pulizia interiore:
chi la propugna in un mondo irretito, non promuove – fin da Gregers Werle – che l’irretimento.
Per il suo zelo morale, il bene intenzionato diventa il distruttore.
(THEODOR W. ADORNO, Minima moralia, trad. it. di Renato Solini, Einaudi, Torino 1974, pp. 173-174).