Storia e Misteri
Il Mistero della Spada nella Roccia
quando la Storia di San Galgano
Ispirò
la leggenda di Re Artù
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di Anna Costalunga
(n.°9 50&PIÙ settembre 2026)
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Piantata nella pietra nel 1180 come segno di conversione, l’arma del Santo toscano precede i poemi d’Oltralpe: un indagine tra simbolismo e analisi metallografiche.
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Chi visita le colline senesi tra Chiusdino e la Val di Merse si imbatte in un’imponente abbazia cistercense, priva del letto crollato nel 1786, e per (mesto Ira le rovine gotiche più fotografate d’Italia.
Poco distante, in una piccola cappella circolare che sembra uscita da una favola, spunta dal pavimento di pietra un’elsa consumala dal tempo.
Per la tradizione appartenne a San Galgano, la cui vicenda si intreccia strettamente con il mito di Re Artù proprio attraverso la celebre iconografia della spada nella roccia. Raccontano le cronache che nel 1180
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il cavaliere Galgano Guidoni rinunciò alla vita violenta conficcando la spada in una roccia sul colle di Montesiepi
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trasformando l’arma in una croce da preghiera. Goffredo di Monmouth, autore nel 1138 della Storia dei re di Britannia, narra la vita di Artù, ma senza menzionare il prodigio della pietra.
Il tema della spada estratta dalla roccia comparve infatti nella letteratura francese solo intorno al 1200, nel poema Merlino di Robert de Boron, ossia vent’anni dopo il gesto di Galgano.
Gli studiosi ipotizzano che siano stati i monaci cistercensi, custodi dell’abbazia toscana e costantemente in viaggio per l’Europa, a diffondere il racconto del miracolo italiano ispirando casi i romanzieri d’oltralpe
Oltre alla sequenza temporale, vi è an che una straordinaria affinità linguistica:
il nome Galgano è quasi identico a quello di Galvano (Gawain),
uno dei cavalieri più puri e valorosi della Tavola Rotonda.
E interessante notare che, dal punto di vista simbolico, i due racconti sono speculari.
Se Artù estrae la spada per legittimare il proprio potere politico e dare inizio alle sue guerre, Galgano la conficca per spogliarsi della veste militare e abbracciare la pace.
Peraltro, l’autenticità della controparte italiana è confermata anche dalla scienza:
nel 2001 un’indagine metallografica coordinata da Luigi Garlaschelli, dell’Università di Pavia, ha analizzato la lama, confermandone una fattura compatibile con il XII secolo. Galgano Guidoni, nato a Chiusdino, vicino Siena, tra il 1148 e il 1152, da una famiglia della piccola nobiltà locale, è senza dubbio una figura storica.
Le fonti lo descrivono come un giovane destinato alla carriera delle armi, violento, dissoluto, preda degli eccessi di un cavaliere del suo tempo.
La svolta arriva grazie a due visioni.
In una di queste, l’arcangelo Michele Io conduce Montesiepi: qui, incontra Cristo, gli apostoli e la Vergine, che lo invitano alla vita eremitica.
La conversione definitiva avviene nella notte di Natale del 1180:
diretto al castello di Civitella per il matrimonio con una nobile fanciulla, Galgano è nuovamente fermato dall’arcangelo, che lo riporta sul colle della visione.
E qui che nasce l’immagine che lo ricorda ancora oggi.
Volendo costruire una croce di legno e non riuscendo a tagliare i rami con la lama, il cavaliere pianta la spada nella roccia come fosse un crocifisso; da quel momento vive da eremita fino alla morte, il 30 novembre 1181.
Tra le preghiere e le visite di pellegrini in cerca di miracoli, la vicenda del santo è documentata dagli atti dell’inchiesta di canonizzazione del 1185 e considerata dalla medioevalista Regine Pernoud il più antico verbale nel suo genere ad oggi conosciuto. Il parallelo con re Artù è quasi automatico, ma va maneggialo con cura.
Il gesto del primo, estrarre la spada da una pietra come prova di legittimità regale, è l’esatto contrario di quello di Galgano, che la spada la infigge nella roccia come rinuncia alle armi e alla violenza.
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Storicamente, poi, i due personaggi appartengono a mondi diversi:
Artù è un personaggio nato da memorie frammentarie di capi guerrieri della Britannia post-romana e poi fissalo dalla letteratura medievale del XII secolo, grazie a Chretien de Troyes.
San Galgano, al contrario, è un personaggio storicamente afferrabile:
un cavaliere, divenuto santo, la cui vicenda è legata a documenti ecclesiastici e alla tradizione devozionale.
Più che una prova di filiazione diretta.
Il rapporto tra le due tradizioni sembra invece raccontare la straordinaria capacità del Medioevo di far viaggiare miti, simboli e immagini da una corte all’altra d’Europa.
In questo senso, San Galgano e re Artù non vanno letti come un’unica storia, ma come due racconti che si sfiorano, si riflettono e talvolta si sovrappongono.
Gli studiosi ipotizzano che siano stati i monaci cistercensi a diffondere il racconto del miracolo italiano ispirando così i romanzieri d’oltralpe.
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Immagine  dell’Abbazia di San Galgano che “dona il benvenuto nel Medioevo“, con il suo fascino e la sua imponenza.
Questo splendido esempio di architettura gotico-cistercense italiana ha una caratteristica in particolare, ovvero l’assenza del tetto, crollato nel Settecento a causa dell’incuria e delle intemperie
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5O&Più settembre 2026  pag.  74 – 75