Bozza della libera trascrizione effettuata dalla lettura del testo originario
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Prologo
A cinquant’anni ho incontrato un’esperienza non consueta in questa età, quando i figli già si allontanano:
sono ancora diventato padre, di una bambina che si chiama Michela.
E stato un evento così felice da costringermi a un paragone con il silenzio e il fastidio sociale che relega la nascita in una sfera meramente privata, dove i sentimenti hanno la loro parte fatale, dove sembrano necessari certi riti sacri (residui di un passato magico-superstizioso), dove si vive in maniera un po’ disordinata e un po’ folcloristica, con scarso senso di responsabilità verso le regole di un mondo ben congegnato secondo i disegni della Ragione, la quale sconsiglia di procreare avventatamente, poetizza le frigide tecniche contro il concepimento, si trattiene a stento dal santificare l’aborto, vede in ogni nascita una perfida (p.7) minaccia al benessere collettivo, riesce a far coincidere le idee di civiltà e inciviltà con poca prole e molta prole.
E inevitabile che in mezzo a questa mentalità diffusa dai sapienti del presente e di un futuro immaginario (ma dogmaticamente migliore), chi prova una profonda gioia per la nascita di un figlio si senta, anche, lievemente in colpa, un po’ perverso e un po’ dissidente.
Tale era il mio stato d’animo, e da tale discordia psicologica è sorta l’idea di questo libro, dalla constatazione che la rottura fra esistenza reale e razionalità immaginaria incomincia subito, sul primo e più importante evento della vita.
Incomincia con il discorso sulla nascita, che la razionalità nevrotica assedia di sospetti e di accuse esplicite o sottintese, mentre il neonato rappresenta un dono ed evoca una festa che non hanno uguali:
un dono, il più intenso, per i genitori; una festa per il mondo perché contiene la promessa della vita futura, non quella immaginata da gelidi cervelli burocratici e totalizzanti, ma la vita in cui il diffondersi della bontà, della bellezza, del vero, dipenderà dagli esiti delle scommesse che ogni creatura venendo alla luce ingaggia con il destino.
Oggi il senso del dono e della festa è velato da una sorta di pudore sociale (non si può apparire troppo sentimentali, troppo arcaici, troppo irresponsabili davanti ai tabù del moderno villaggio collettivo) che la razionalità nevrotica e spudorata predica intorno alla fonte della vita, mentre riserva la sua benevolenza all’immoralismo chic, alla neutra devianza nell’omosessualità, al mortale appartarsi nella droga.
Così si attenua nei cuori il piacere per il riverbero più luminoso del miracolo della creazione; si sottrae, con un furto interiore, il pieno godimento di un evento prodigioso nel quale i genitori sono i protagonisti-intermediari — non esenti dunque dalle remunerazioni di uno straordinario potere — fra il primo atto creatore e il suo rinnovarsi nel sigillo che conferisce alla vita tanto la sua continuità quanto il perdurare delle forme dettate all’origine.
In cambio di ciò che è tolto si offrono paradisi nei quali si celano i più atroci disinganni.
La procreazione è anche dolore, è anche sacrificio, è anche un limite ai sogni.
L’immoralismo protetto dalla razionalità immaginaria è soltanto estinzione morbida e poi disperata, irreversibile, del piacere d’essere.
Scrivendo queste pagine vorrei compiere qualche gesto, pur minimo, che aiuti a sollevare il velo posto davanti al valore del dono e al senso di festa legati alla nascita, con la fiducia che li sono in attesa i suggerimenti per un’invenzione della vita finalmente liberata dagli editti di coloro che non la amano, che vorrebbero spogliarla degli errori commessi da un Caso feroce, da una Necessità stupida. (p.8 9)
Riflettendomi nell’aura di mia figlia neonata, fin dal suo primo vagito, ho visto che leggevo nel libro dell’uomo cominciando dallo stato giusto:
quando è intonso, non quando è consunto e riscritto tanto male.
Se ci interroghiamo sull’uomo, oggi, e seguiamo le lezioni degli addetti, è come se leggessimo le chiose contraddittorie di altre chiose apposte a un testo perduto.
(Chiosa: annotazione che chiarisce una parola o un passo di un testo; commento, postilla, glossa)
Di chi parlano costoro?
Di un essere, sembra, uscito da un sistema mitologico mal congegnato, forse sognato da un profeta da trivio ubriaco:
un organismo senza finalità proprie che il gene adopra per riprodursi;
una scimmia che ha raggiunto la posizione eretta forse per esigenze sodomitiche;
un mammifero non tanto evoluto, se le sue reazioni primarie restano simili a quelle delle cavie nelle gabbiole;
una vittima del proprio inconscio e della propria libido;
uno sciocco destinato a lasciarsi dominaredalle cose che produce e dai rapporti che stabilisce; un cieco prodotto della Storia che egli stesso scrive;
uno strumento da rimettere costantemente a puntoper la grande Fabbrica in espansione planetaria.
Si è mai incontrato questo mostro?
Non è che un fantasma, anche se la razionalità immaginaria cerca, con innegabili successi, di sovrapporlo al reale.
Invece — quale meraviglia! — il testo originale esiste, ognuno lo vede:
è il figlio che viene alla luce,
è la nascita dalla quale ricomincia sempre la storia dell’uomo nella perenne fedeltà all’archetipo e nell’innumerabile varietà di destino.
Come non leggere con amore e riconoscenza il testo conservatosi misteriosamente intatto dall’inizio dei tempi, piuttosto che incuriosirsi di copie sciupate da orribili fantasticherie?
Disgraziatamente la razionalità immaginaria è riuscita a rendere disagevole l’amorosa lettura.
La terra ove si incontra il figlio è ormai un pianeta dai lineamenti cancellati, nel quale infuriano le tempeste della possessività e della nevrosi sui deserti dell’estraneità, della paura di sbagliare non ubbidendo ai consigli dei modellatori di fantasmi.
Tutto, oggi, ha bisogno di essere riscoperto nella sua semplicità ed evidenza:
anche il rapporto vitale con il figlio, che non è un oggetto strano e imprevedibile, destinato ad alimentare la nostra ansia con una minacciosa alterità paradossalmente congiunta a una dipendenza verso la quale si potrebbero commettere gravi colpe;
non è nemmeno una proprietà o un’appendice;
è invece il seme germogliante di una società perfetta nella quale ognuno si arricchisce diventando qualcosa di più di un individuo solo.
Il fantasma dell’uomo si nutre avidamente di calcoli, ed è pronto a tradurre in quantità la ricchezza della procreazione, per offuscarla.
Chi non ha ascoltato le ragioni di coppie infeconde che p.10 11 spiegano la loro “scelta” indicando esempi di provata ingratitudine dei figli?
Costoro vivono nell’immaginario, ignorano che la ricchezza è l’adesso del neonato, non il dopo;
una ricchezza interiore che i figli già danno ai genitori, quindi non possono restituirla:
la riavranno dai loro figli, trasmettendo ad essi ciò che hanno ricevuto dai genitori, e in tal modo torneranno somme e sottrazioni di una matematica elevata alla statura dell’anima.
La vecchiaia sarà resa dolce anche dalla consapevolezza dei doni non calcolabili che si sono ricevuti e trasmessi prima di conseguirla.
Questo è un libro di testimonianze assai personali.
Mi sia consentito esporre un interrogativo cui ho dovuto rispondere all’inizio.
Perché, mi sono chiesto, sto dedicando uno sguardo così acuto e costante all’ultima nata, mentre gli altri figli, debbo ammetterlo, non hanno ricevuto un uguale sovraccarico di attenzione?
La disparità poteva pesarmi come una colpa, ma così non è stato perché ho visto serenamente l’indicibile singolarità di ogni storia.
Al di là del bene e del male, ciascun destino è in sé perfetto risultando diverso da tutti gli altri.
Per quanto mi riguarda, gli altri figli — che ho amato e amo molto — hanno avuto dal destino un padre giovane, situato in quella stagione della vita, un po’ stordita, quando si è attratti specialmente dalle idee.
Ora, alla mia età, destano più interesse le persone:
non che si siano dimenticate le idee (benché a molti accada), ma sembra più importante verificare se le idee collimano con la verità delle persone, perché altrimenti non valgono.
E quale soggetto è più affettuosamente eloquente di una persona vicinissima, amata dalla sua prima crescita, una persona in potenza eppure così potente già nella culla?
Da qualche anno ero stupefatto davanti all’enormità delle menzogne sull’uomo.
Scorgevo una distanza incolmabile tra il mondo del discorso pseudo colto e il mondo dei sentimenti reali:
qui una stupenda complessità, irripetibile nei suoi singoli momenti, irriducibile in formule, disposta verticalmente;
lì una tendenza diabolica all’astrazione semplificatrice, alla riduzione in poveri schemi, all’amputazione e all’appiattimento nell’orizzontale di ogni slancio fuorviante rispetto al pregiudizio ideologico.
Dalla mia stupefazione sono nati due libri:
Il sistema della menzogna e la degradazione del piacere (1977),
Svelare la morte (1980).
Ora, non placato nella mia fobia per l’astrazione tanto più disumana o subumana per quanto più si presenta come umanesimo — e benché da qualche tempo gli stessi mistificatori si atteggino a ravveduti analisti di sentimenti quali l’amore, la felicità:
ma sembra ancora che dirigano un concerto di mummie o di sciocchi incapaci di riconoscere l’ultima variazione della medesima p.12 13 musica —, mi è apparsa come una spiccata coincidenza la possibilità di vedere un riflesso incontaminato della verità della persona nel suo principio, nella sua formazione iniziale, senza alcuna influenza, ancora, dei maestri della razionalità immaginaria. Ed ecco che ho riscoperto, rivivendole, alcune realtà creaturali assai lontane dalle alitazioni mondane che respiriamo insieme con le loro incessanti autocritiche per i disastri che producono.
Ho visto la nascita come medicina per un mondo invalido, e questo libro è la cronaca colloquiale di tale percezione.
Asserisce Hofmannsthal che attenzione e amore sono l’uno condizione dell’altro.
Questa reciprocità, molto tesa, è la ragione di fondo delle pagine che seguono.
Ma, se fin qui ho cercato di indicare il motivo, il tipo e il contenuto dell’attenzione, debbo dedicare qualche parola preliminare anche al tipo d’amore.
Benché sopravanzato dall’amore materno, l’amore paterno ha già un suo posto in letteratura (ed escludendo la letteratura psicoanalitica!).
Ma, che io sappia, la figura del genitore prende rilievo a un’età piuttosto avanzata del bambino, verso l’adolescenza, quando l’amore paterno si configura nel senso di responsabilità etica, nell’esempio, nell’insegnamento, nel sacrificio.
La mia prospettiva è cronologicamente diversa, descrivendo il rapporto con una bambina dalla nascita ai tre anni, quando il sentimento del padre si manifesta, per cosi dire, allo stato puro, nel suo aspetto più giocoso e libero, quando sono ancora distanti le sfumature d’ombra connesse alle preoccupazioni per gli studi, per la forma definitiva del carattere, per i bruschi incontri con il mondo.
Si noterà che nelle pagine seguenti la mamma compare soltanto in qualche accenno;
non che importi poco (anzi, è meravigliosa), ma ho voluto isolare le espressioni dell’amore paterno nella loro singolarità poco loquace, difesa da un immotivato pudore quando non riguardi i suoi tratti più austeri.
Non dimentico l’immagine, rievocata da Huizinga, del re medioevale ricoperto di ferro che è naturalmente disposto al pianto anche per una festa.
Erano tempi forti.
Oggi che ci reputiamo più umani, ci vergogniamo delle nostre emozioni, evitiamo di commuoverci o ci impediamo di dirlo.
Forse per la paura di non essere giudicati abbastanza adatti (insensibili come strumenti) alle esigenze del progresso che strappa l’attenzione dal cuore?
Questo strano pudore, che si accompagna alla spudoratezza verso gli anfratti più intimi e oscuri dell’esistere, io non lo conosco.
Pertanto ho scritto con una libertà di cui sono un riflesso anche lo stile e la struttura delle mie pagine, composte dai frammenti diaristici di un ininterrotto colloquio con Michela, il tu cui mi rivolgo. (p.14 15)
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Fausto Gianfranceschi
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“Soltanto gli artisti e i bambini vedono la vita così com’è.
Essi conoscono il senso delle cose.
Sentono nel pesce l’essenza del pesce, nell’oro l’essenza dell’oro, nei discorsi la verità e la menzogna.
Conoscono la dignità del sorriso, la dignità dei moti inconsci, il valore del silenzio e le gradazioni del silenzio.
Sono gli unici in grado di concepire la vita come totalità“.
Hugo von Hofmannsthal
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Alcuni riferimenti di autori citati nell’opera
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Igor´ Rostislavovič Šafarevič, Matematico (Žitomir 1923-Mosca 2017), prof. all’univ. di Mosca dal 1953 al 1975, anno nel quale venne allontanato dall’insegnamento per la sua attività sociale e politica a difesa dei diritti umani.
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Robert MUSIL Scrittore austriaco, nato a Klagenfurt il 6 novembre 1880, morto a Ginevra il 15 aprile 1942.
Figlio d’un alto funzionario austriaco, cresciuto in un ambiente di densa e raffinata cultura, si è dedicato di volta in volta a studî scientifici, filosofici e letterarî; è stato assistente al politecnico, giornalista, bibliotecario; ma la sua intera esistenza, più che in qualcuno di questi esteriori impegni civili e borghesi, meglio si riassume nel trentennale lavorio attorno al romanzo Der Mann ohne Eigenschaften, del quale l’autore poté condurre a termine solo una parte (un primo volume, edito a Berlino nel 1931, e rimasto quasi senza risonanza, se si esclude un giudizio favorevole di Th. Mann; un secondo, pubblicato nel 1933; un terzo, apparso postumo nel 1943 a cura della moglie del M. e in una successiva edizione – notevole perché integrata con abbozzi e frammenti di nuovi capitoli – a cura Adolf Frisé, nel 1953).
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Marius Schneider (Haguenau, 1º luglio 1903 – Marquartstein, 10 luglio 1982) è stato un musicologo tedesco.
Studiò filologia, piano e composizione a Strasburgo, dove nel 1924 sostenne i suoi primi esami di piano, poi al Conservatorio di Parigi e alla Sorbonne con André Pirro, infine all’Università di Berlino, dove nel 1930 si diplomò con Johannes Wolf sostenendo una tesi sull’”Ars Nova del XIV secolo in Francia e in Italia”. Tra i suoi insegnanti ebbe Achille Philip, Alfred Cortot, Eugène Cools e Maurice Ravel.
Fu poi assistente di Curt Sachs e di Erich Moritz von Hornbostel, al quale successe, nel 1933, alla direzione del Berliner Phonogramm-Archiv. Nel 1934 pubblicò, a Berlino, una monumentale Storia della Polifonia. A partire dal 1944 intraprese lo studio del simbolismo musicale nella musica primitiva e in quella della civiltà antiche, presso il dipartimento di etnomusicologia dell’Istituto di Musicologia di Barcellona, dove insegnò musicologia e incontrò la sua seconda moglie, che come lui fuggiva dal regime nazionalsocialista. A metà degli anni Cinquanta tornò definitivamente in Germania e nel 1955 ottenne l’abilitazione all’Università di Colonia, dove insegnò fino al 1968, per trasferirsi poi all’Università di Amsterdam (1968-1970), pur continuando a partecipare a conferenze in tutto il mondo. Nel 1970 e nel 1971 tenne corsi e seminari estivi presso l’Istituto ticinese di alti studi a Lugano. Fu introdotto in Italia, nel 1970, da Alfredo Cattabiani, in qualità di direttore editoriale della casa editrice Rusconi, e da Elémire Zolla, che ne ha curato alcune opere.
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Hugo von Hofmannsthal, Poeta austriaco (Vienna 1874 – Rodaun, Vienna, 1929). Esordì giovanissimo con poesie e brevi drammi lirici di squisita fattura, soffusi di una malinconia tipicamente decadente. Tra le sue opere teatrali: la rielaborazione dei drammi di Sofocle Elektra (1903) e Ödipus und die Sphinx (1906); i libretti, musicati da R. Strauss, Der Rosenkavalier (1911), Ariadne auf Naxos (1912); la commedia Der Schwierige (1921) e la tragedia Der Turm (1923).
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*Giuseppe Sermonti (Roma, 4 ottobre 1925[2] – Roma, 16 dicembre 2018[3]) è stato un biologo e saggista italiano.
Laureato in scienze biologiche all’Università di Roma ed in scienze agrarie all’Università di Pisa, è stato professore di genetica[4].
In collaborazione con Guido Pontecorvo ha scoperto la ricombinazione parasessuale di Penicillium chrysogenum. Assieme a Isabella Spada di Colle d’Alberi (sua moglie) ha scoperto la ricombinazione genetica degli Streptomyces. Raggiunse la notorietà accademica grazie alla pubblicazione di uno dei primi articoli riguardanti la possibilità di applicare il ciclo parasessuale di Penicillium chrysogenum alla produzione industriale di Penicillina. Dal 1986 ha abbandonato la ricerca scientifica per dedicarsi all’attività di scrittore e saggista.
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Elémire Zolla (Torino, 9 luglio 1926 – Montepulciano, 29 maggio 2002) è stato uno scrittore, filosofo e storico delle religioni italiano, conoscitore di dottrine esoteriche e studioso di mistica occidentale e orientale.
Attingendo ai miti, allo sciamanesimo e alla sapienza d’Oriente e d’Occidente, ha ritenuto d’indicare la via d’uscita dai condizionamenti della massa attraverso un percorso di conoscenza non conformista, che lo ha reso un autore difficilmente inquadrabile in uno schema tradizionale. «Non nutre illusioni, non ha ombra di fede, il puro conoscitore. Si limita a sapere o a non sapere o a sapere dubitando. Non crede a niente. Lo porta a ciò che sa non un sentimento, ma una semplice valutazione. Conosce perché verifica.»(Elémire Zolla, cit. da Le tra vie, in cui descrive la figura del “puro conoscitore“, scevro da dogmi, speranze o illusioni)
Biografia
«Chi sa di sapere o di sapere con incertezza o di non sapere non accampa nessuna fede.» (Elémire Zolla)
Nacque in una famiglia cosmopolita: il padre era il pittore Venanzio Zolla (1880–1961), nato in Inghilterra da padre lombardo e madre alsaziana; la madre era la musicista britannica Blanche Smith (1885–1951), originaria del Kent.
Zolla trascorse gli anni dell’infanzia tra Parigi, Londra e Torino parlando naturalmente inglese, francese e italiano, e studiando, in seguito, il tedesco e lo spagnolo. In gioventù si dedicò alla pittura e una sua Composizione di ellissi figurò accanto alle opere del padre all’esposizione Nazionale d’arte al Valentino del 1953. Studiò diritto e psichiatria all’Università di Torino, dove si laureò in giurisprudenza nel 1953.