Elémire Zolla
Le tre vie
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Bozza della libera trascrizione effettuata dalla lettura del testo originario
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Piccola Biblioteca Adelphi, 361
1995, 3ª ediz., pp. 126
isbn: 9788845911828
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PREFAZIONE 
Un giovane inglese barbuto, come uscito da un galeone del Settecento, come irruvidito dagli uragani; a vent’anni si era lanciato a piedi per vie e sentierini dell’India fino all’Assam e mi confidava, con voce inabissata, d’essere allora pervenuto all’intimità più stretta coi cacciatori di teste d’una tribù ancora intatta in quelle foreste.
Ora però commentava con rigore ogni variante nelle figurazioni di Visnu succedutesi per due millenni e sperava in una chiamata da un’università tedesca.
Era riuscito a indire un convegno a Lucknow con l’aiuto dei politici locali, che ricevettero entro una tenda di stile moghul Indiani, Americani, Europei.
Il convegno trattava di come nasca e come si perpetui il potere politico nelle arti e nel mito, da quali pantheon discenda e si faccia spalleggiare.
Propizia la città!
La sua storia terrificante e sontuosa risuona a ogni crocicchio.
Ricca d’accademie di danza e di pittura, d’un prezioso museo, offre una struggente bellezza, il Grande Imàmbàra, apice dell’architettura moghul, uno spazio definito, abbracciato, ritmato da quinte su quinte di palazzi rossi merlettati, da successive spianate di roseti e folti di tamerici tagliati da scalee monumentali variamente angolate. In cima un’abbagliante moschea.
Lo contemplavo nei crepuscoli:
la sconfinata conca di meraviglie puntava, verso il cielo turchino, verso nubi di madreperla già arrossate all’orlo, la selva di pinnacoli moreschi e di torri bombate; si stendeva un soave ventaglio di pennacchi in muratura, a corona dell’ingresso chiamato Porta Romana, ovvero bizantina, volto a occidente.
Di rado il potere politico si è espresso con tal fasto, giustificandosi, tramutandosi in purissima bellezza.
L’opera fu decisa dai Moghul perché una carestia affliggeva le masse:
le impiegarono e la depressione economica svanì.
«Come fece Roosevelt» dissi a un’amica americana, che mi liquidò di rimando:
«Sì. Da noi nella Carolina Settentrionale fece costruire cessi a decine di migliaia».
Ricordo di quelle giornate dialoghi memorabili.
Trovai chi volle seguirmi nell’immaginare che i manichei fossero discesi dai giaina:
ne riproducevano l’ascesi inflessibile e la gerarchia culminante nei Perfetti protesi al suicidio. Stranamente ciascuno sembrò aprirsi, raccontare la propria passione più profonda.
In particolare entrai in dimestichezza con un anziano brahmano di Benares, Anand Krishna, il cui padre aveva lasciato alla galleria dell’università indù la collezione di Roerich.
Anand era d’una compitezza incantevole, avvolto nei bianchi veli della sua casta.
Parlò d’una società segreta che reggeva l’impero del Lorenzo de’ Medici indù, Akbar.
La setta lo adorava come Dio.
Ogni membro riceveva un medaglione che lo raffigurava, da portare avvolto nel turbante, e giurava di evitare, salvo caccia o guerra, la violenza, e di non scordarsi per un istante di Dio, mantenendo la pace perpetua fra ogni religione, onorando le stelle.
Prostitute consacrate abitavano a corte, recando l’immagine della dea sul ciuffo in cima al capo, avendo giurato di dedicare tutti i loro atti agli dèi.
Anand illustrava a ogni tratto la consapevolezza che ascesi ed eros, potere e rinuncia sono avvinti in modo cosi serrato da fondersi sotto l’occhio sapiente.
Ma anche altri mi attrassero, in quella compagnia impegnata a rievocare i tempi in cui era sovrano chi avesse incontrato e amato la dea delle acque sotterranee, che gli aveva fatto dono delle terre da lei intrise e nutrite.
Parlò K. Fischer, dell’Università di Bonn, autore d’un trattato su «Erotismo e ascesi nell’arte indù»; mostrò che talvolta la dea elargitrice d’imperio è una centaura, e spesso un divino palafreno è il tramite del potere politico.
Nei riti indù per l’accrescimento della potenza regale, la regina simulava l’accoppiamento con il destriero sacrificato, per assorbire nel grembo l’impero.
Fischer ricollegò questa mistica equina alla forma retrattile del membro dei cavalli, simbolo d’una simultanea capacità di erotismo e di ascesi, che da sempre è l’ideale mistico indù e si manifesta nella figura di Siva, così come per i buddhisti si manifesta negli esercizi di meditazione sul pene retrattile del Maestro.
A tal punto il cavallo continua a essere il simbolo del potere, che, in luoghi dell’India dove esso è sconosciuto, tuttavia si immagina che il dio difensore del villaggio ne faccia il circuito sul suo corsiero durante la notte, a scongiurare le insidie della tenebra.
F. Baldissera, dell’Università di Milano, illustrò una forma che prende la dea della distruzione, Durgà, come elargitrice della regalità.
Durgà è la dea della decapitazione.
Finché gli Inglesi non abrogarono la consuetudine, sulle rive del Gange, a Benares, nel tempio della dea, i devoti estatici si rotolavano per terra fino a troncarsi di netto la testa contro una sega, e le acque del fiume accoglievano l’offerta, la quale può propiziare l’impero.
Nel Nepal il fondatore d’una dinastia doveva trovare chi consentisse a farsi decollare da lui, possibilmente una donna incinta, ed egli prometteva che la testa mozza sarebbe stata, venerando cimelio, l’oracolo dinastico.
Georges Bataille sostenne che la repubblica francese si reggeva sul rito della decapitazione di Luigi XVI:
gli archetipi si camuffano ma non scompaiono.
Della decapitazione e della dea parlò anche M. Piantelli, dell’Università di Torino, estendendo la rete delle analogie dall’India a tutta l’Eurasia, richiamando anche il simbolo del corvo nell’alchimia occidentale:
decapitato, diventa d’argento.
Agli stupiti ascoltatori indiani Piantelli sciorinò una gamma di esaltanti riscontri, che comprendevano l’equazione fra Krsna che seduce le bovare col flauto e il pifferaio di Hamelin.
Il potere discende dalla dea delle acque sotterranee, Madre e Amante, fonte dell’eloquenza e del terrore.
Ma come avviene il congiungimento d’un popolo con lei?
R. Nagaswamy, uno storico di Madras, illustrò i riti che trasformano in Dea Madre una terra selvaggia, preda di spiriti immondi.
Prima si definiscono i confini con acqua lustrale e canti vedici, poi si fissa il centro a partire dal quale il territorio si squadra e ripartisce, assegnando ogni fondo a una parte dell’anno, fondendo tempo e spazio.
Infine si enuncia:
«Possiedo te, Madre, e tu assumi la potenza virile» e si seppellisce una cassa nel centro.
In essa si saranno deposti i simboli necessari:
figurine di verri, cocchi e scettri
se gli abitanti sono guerrieri,
di cibi, pesci, aratri se sono lavoratori.
Su quel centro e grembo sorgerà il tabernacolo o il palazzo del sovrano, l’amante della dea; alla periferia si disporranno invece effigi feroci e tutelari.
Queste sono fra le prime figurazioni dell’arte:
J.S. Maxwell, dell’Università di Reading, ne mostrò alcuni stupendi esempi che costituiscono la più antica testimonianza di culto della dea – pre-islamica, pre-indù -, finora ignota, presente nelle Maldive.
Il territorio è concepito come un loto e il sovrano al suo centro è il dio seduto sul loto, montagna cosmica che largisce le acque:
Visnu.
La sua iconologia fu esposta da R. Parimoo, dell’Università di Baroda:
è dio della pace e anche del combattimento, armato di mazza e disco, sole e luna.
Rappresenta l’irresistibilità del tempo e del potere regale:
dell’ordine cosmico.
Perciò nella poesia tamii, richiamata da R. Champakalakshmi dell’Università Nehru di Delhi, tempio e palazzo si designano con le stesse parole, l’omaggio al sovrano e l’adorazione del dio si confondono, i bardi lodano i re nelle stesse forme con cui esaltano le divinità del suolo.
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Come mai nel secolo VII i re tamil cominciarono a favorire, invece del culto di Visnu, quello di Siva, legato alle classi più basse?
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Forse perché il culto religioso e quello monarchico si erano venuti separando e occorreva un rovesciamento di prospettiva per riconfonderli?
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Ma se i re rivendicavano un culto divino, si imponeva dialetticamente l’esigenza che rinunciassero al potere per diventare pura divinità.
M.N. Deshpande, dell’Università di Nuova Delhi, illustrò il tema del re che al culmine del potere deve coronare la sua carriera diventando asceta.
Il motivo non è soltanto giaina e buddhista, ma intrinseco all’induismo stesso.
Il poeta Jnànesvara del secolo XIII esalta il re ideale che si fa romito, per il quale già nella fase meramente regale la spada simboleggia la concentrazione mistica, l’armatura l’impassibilità, il nemico l’ostacolo interiore alla liberazione, e il trionfo in battaglia la vittoria su ogni vincolo mondano.
In realtà già la cerimonia indù dell’incoronazione comportava che il re diventasse ritualmente il Creatore, l’Embrione dell’universo, e simboleggiasse l’unificazione interiore dello yoga:
i suoi paramenti designavano appunto questi fini supremi, come illustrò G. Marchiano.
Nella sensibilità indù intimo è il nesso fra i due opposti, la nudità ascetica e lo sfarzo regale: Churchill non sapeva di aggiungere prestigio a Gandhi quando lo dileggiava chiamandolo «il fachiro nudo».
Dopo il convegno mia moglie e io si volle raggiungere ancora Anand Krishna a Benares.
Un lento velivolo a elica percorse le soavi verdissime campagne luccicanti al sole, sorvolò il biancore del Tàj Mahal, i templi di Khajuraho.
Centro della nostra residenza a Benares fu un ristorante brahmanico.
Il suo cortile era avvivato dalle tinte squillanti dell’affresco che copriva uno dei muri:
una fila di prue nere sul Gange.
Ci si restrinse al cibo rigorosamente castigato, che generava quella casta, offrendone la gamma di sapori sfumati e sontuosi.
Si usciva esultanti per strade orrendamente ostruite da folle compatte entro le quali avanzavano di volo le vetture.
Ci si deve inoltrare sorretti da una calma inespugnabile, trasognati, sempre a un filo dalla torma, dai veicoli dardeggianti, dalle schiene di mucche.
Si perveniva ai templi sulle sponde, alle librerie dove volumi inattesi si offrivano all’occhio desideroso.
Accademie squisite si aprivano in vicolacci di sterco e mota, ingombri di bufali nerastri, dove comparivano asceti nudi dagli occhi rossi.
Qualche volta in una nicchia si svelava un dio, da una finestra si scorgeva l’interno d’un tempio coi sacerdoti recitanti attorno al fuoco.
Si giungeva infine ai vialoni dell’università indù, alla facoltà di Àyurveda, al dipartimento di Alchimia, infine alla facoltà di Filosofia.
Annovera due insegnamenti separati, l’Advaita Vedànta e il Tantra.
Nell’uno si ragiona, nell’altro il ragionare rinvia a una ginnastica e a un’erotica.
Insegnanti distinti impartiscono l’uno o l’altro:
il tantrista ha uno sguardo intenso e tumultuoso, l’advaitino un sorriso faceto.
Un giovane monaco thai ci fu deputato per la sua erudizione traboccante e ci scortò nei giorni successivi per tutti i monumenti della sua religione sparsi nel contado; la plebe dei “senzacasta” lo riveriva e così riviveva l’India dell’anno mille.
Nella miriade di pensieri che mi rampollarono in quei giorni per quelle strade e sponde, si trovava quello che ora detta queste paginette consacrate ai tre sentieri che si aprono all’Indù.
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SINOSSI dell’Opera
Più di ogni altra civiltà, l’India ha posto al vertice di tutto la conoscenza. Con l’aggiunta di una condizione peculiare: che la conoscenza deve portare alla liberazione. Ma che cos’è la liberazione? E quali vie conducono ad essa? Molte le risposte, molte le vie – dalle Upanisad al Buddha – nella tradizione indiana. Zolla ha voluto delineare alcuni tratti di tre di queste: il Vedanta, forse la più complessa e alta compagine metafisica dell’India; la bhakti («devozione»), la via del cuore e dell’abbandono, dell’effusione mistica e lirica; e infine il tantrismo, paradossale, misteriosa e spesso equivocata via dell’oltraggio, dove l’infrazione della regola può diventare elemento intensificante, esaltante – e, da ultimo, liberatorio.
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Nota: Sinòssi DAL VOCABOLARIO Treccani
sinòssi s. f. [dal lat. tardo synopsis, gr. σύνοψις «sguardo d’insieme» (comp. di σύν «con, insieme» e ὄψις «vista»)]. – Compendio, esposizione sintetica e schematica di una materia, di una disciplina, di una scienza, di un periodo storico o letterario, ecc., fatta in modo che i dati si possano facilmente e rapidamente trovare o confrontare tra loro (ricorrendo talora alla sistemazione in tavole sinottiche e alla disposizione in colonne parallele): s. di storia, di letteratura latina; s. giuridica. Con riferimento al peculiare carattere dei tre Vangeli sinottici, s. evangelica, pubblicazione nella quale i luoghi paralleli degli stessi Vangeli sono stampati su tre colonne affiancate