GIUSEPPE SERMONTI
ROBERTO FONDI
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DOPO DARWIN CRITICA ALL’EVOLUZIONISMO
RUSCONI
Prima edizione gennaio 1980. – Tutti i diritti riservati. – © 1980 Rusconi
Libri S.p.A., via Oldofredi 23, 20124 Milano.
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PREMESSA
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Mai nella storia, per quanto ne sappiamo, c’è stato un tentativo così determinato, riccamente
sovvenzionato, politicamente organizzato di persuadere il genere umano che tutto il progresso, tutta la prosperità, tutta la salvezza, individuale e sociale, dipende da un conflitto indiscriminato per il cibo e il denaro, dalla soppressione ed eliminazione del debole da parte del forte, dal Libero Commercio, dal Libero Contratto, dalla Libera Competizione, dalla Libertà Naturale, dal Laisserfaire: in breve, dall’abbattere il nostro simile impunemente.
GEORGE BERNARD SHAW

 

La teoria dell’evoluzione, come Charles Darwin la presentò nel 1859 e come molti nostri contemporanei l’hanno celebrata nel centenario, è stata contraddetta come poche altre teorie scientifiche del passato.
L’ultimo concetto sopravvissuto di tutto il castello darwiniano, quello della selezione naturale nella lotta per la vita, è ormai divenuto secondario in quasi tutte le ipotesi evoluzioniste, dopo che lo stesso Darwin ne aveva dichiarata l’insufficienza.
Eppure, nonostante molti autorevoli biologi abbiano esplicitamente dichiarata l’inconsistenza del darwinismo, esso rimane tenace nei libri di scuola e sulle copertine degli opuscoli di divulgazione, persino di quelli scritti dagli stessi autorevoli scienziati Darwin è serenamente tramontato e l’ostinazione con cui si tenta di mantenerlo in vita e addirittura di dichiararne l’attualità è ingiustificata e sospetta.
Evidentemente, di troppi miti e ideologie Darwin è stato figlio o padre perché lo si possa accantonare:
l’economicismo, il dominio sulla natura, l’ottimismo progressista, la morte di Dio.
Che il suo pensiero sia maturato nel filone borghese capitalista, che egli abbia sostenuto la lotta tra gli uomini, lo sterminio delle razze inferiori e il peggior colonialismo, tutto questo viene lasciato tra parentesi dai suoi sostenitori, con una disinvoltura che non fa certo onore alla loro obiettività.
«Tra tutti gli uomini ci deve essere lotta aperta; e non si deve impedire con leggi e costumi ai migliori di aver successo e di allevare il maggior numero di figli.»
«Tra qualche tempo a venire, non molto lontano se misurato nei secoli, è quasi certo che le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge.»
Così Darwin.
Questo fondamentale cinismo darwiniano è stato ben compreso da Albert Einstein, che è stato abbastanza generoso da attribuire l’idea della sopraffazione come criterio di sviluppo, non al fondatore, ma ai “molti” o agli “alcuni“.
Egli scrisse:
«La teoria di Darwin sulla lotta per l’esistenza e sulla selezione ad essa connessa è stata da molti assunta come una autorizzazione a incoraggiare lo spirito di competizione.
Alcuni hanno anche tentato in questo modo di provare in maniera pseudo-scientifica la necessità di una lotta economica distruttiva nelle competizioni tra individui…
Il mondo attuale assomiglia più a un campo di battaglia che ad un’orchestra.
Dovunque nella vita economica come in quella politica il principio-guida è quello della lotta spietata per il successo a danno dei propri simili».
La lotta spietata come principio-guida è stata per certo incoraggiata da certo darwinismo (il cosiddetto “darwinismo sociale” della fine dell’800 e la moderna “sociobiologia“), ma ciò che a noi biologi preoccupa di più è che la teoria darwiniana, prima di essere levatrice di questa concezione competitiva, ne fu figlia, poiché tale concezione esisteva anteriormente a Darwin e le opere di Hobbes e di Malthus la avevano elevata a dignità filosofica ed economica.
Una teoria scientifica viziata da pregiudizi ideologici è per ciò solo sospetta, particolarmente quando la sua sopravvivenza risulta indissolubilmente connessa alla devozione verso quei preconcetti.
La competizione come dinamica sociale (e biologica) non rivela nei suoi cultori alcuna particolare passione per la lotta, giacché molti suoi sostenitori sono uomini pacifici e persino timorosi.
Essa rivela l’aspirazione a fondare tutto l’essere su un automatismo meccanico, su un gioco di forze cieche, rivela una vocazione atomistica, che vuol vedere escluso dalla logica della realtà qualunque concetto di ordine e di armonia.
Ci rendiamo conto di essere degli inopportuni guastafeste che, nel mezzo di un tacito e duraturo accordo di accettare la teoria selettiva e la grandezza intramontabile di Darwin, vogliono rimesse le carte in tavola, vogliono rifare i conti, non per il gusto di turbare la tranquillità e l’accordo confessionale-sindacale tra i biologi, ma per qualcosa che ritengono più meritevole di riguardo:
la verità.
Non ci limiteremo a documentare il tramonto di Darwin.
Andremo oltre e cercheremo di provare che la teoria dell’Evoluzione Organica non è sopravvissuta al suo protagonista, né avrebbe potuto.
L’impresa non è da poco, e non perché sia difficile contestare le cosiddette Prove dell’evoluzione:
altri autori lo hanno fatto assai più autorevolmente di noi.
È difficile impresa perché l’Evoluzione è un concetto indefinito e sfuggente, un drago dalle cento teste che rigenera le teste tagliate.
Lo dichiara G. Montalenti:
«Anche se tutte le particolari teorie escogitate da Darwin per giustificare la sua intuizione centrale risultassero infondate o false», cioè se tutte le sue teste fossero tagliate, la “verità” dell’evoluzionismo rimarrebbe.
Alcuni evoluzionisti pretendono di aver non solo dimostrato il fatto, bensì anche i meccanismi dell’evoluzione.
Perciò ci occuperemo anche di questi meccanismi per dimostrare che, seppure agiscono, sono assolutamente inadeguati a spiegare alcunché che meriti il nome di evoluzione.
Dobbiamo dare atto che, contrariamente alla nostra attesa, le tesi che qui sono raccolte, e che sono state oggetto di numerose conferenze da parte degli autori, hanno trovato nel pubblico scientifico italiano attenzione e rispetto o un ben celato disappunto.
Ringraziamo coloro che, invitandoci a parlare e, sostenendo o criticando le nostre idee, le hanno incoraggiate o messe alla prova, talvolta portandoci a correggerne o chiarirne la formulazione.
È durante una di queste conferenze che, per caso, gli autori di questo libretto si sono incontrati e conosciuti, e durante le successive hanno avuto modo di confrontare via via i loro punti di vista.
Dopo anni di studi e ricerche e meditazioni condotte in due rami delle scienze biologiche così distinti tra loro quali la genetica e la paleontologia, gli autori si sono accorti di essere giunti indipendentemente a conclusioni simili; dati l’interesse o il dissenso che i loro punti di vista venivano suscitando in diversi ascoltatori, essi hanno creduto opportuno riunire le loro idee, ed altre che l’hanno completate, in volume, convinti che esse rappresentino non solo la loro personale prospettiva, ma un movimento di pensiero che sta aprendosi la sua strada nel mondo, verso un secolo post-darwiniano.
Benché gli autori abbiano ritenuto di rivolgere le loro critiche scientifiche alla teoria sintetica dell’evoluzione, essi non la considerano come una vera teoria scientifica e pensano piuttosto che si tratti di una posizione proto-scientifica, confusa ed elusiva, mai precisamente e compiutamente formulata.
I veri e attuali problemi della biologia sono le leggi della morfogenesi e della perpetuazione delle forme.
Così come è stato necessario, al principio del secolo, abbandonare la concezione darwiniana per comprendere i principi dell’eredità, così sarà necessario domani, per affrontare il problema della genesi delle strutture viventi, disfarci delle ultime contaminazioni darwiniane, che subordinano ogni struttura all’opportunismo contingente, negando proprio il senso originario della forma.
Gli evoluzionisti sono come dei geometri che affrontano lo studio delle forme cercando gli scopi pratici delle loro figure, e considerando i teoremi come pericolosi ricorsi alla trascendenza.
II libro è diviso in due parti.
Nella prima, di Giuseppe Sermonti, la critica della teoria evoluzionistica è svolta da un punto di vista genetico, nella seconda, di Roberto Fondi, da un punto di vista paleontologico.
Gli autori hanno preferito esporre separatamente le loro opinioni per non assumersi la responsabilità di affermazioni al di fuori del terreno, già troppo vasto, della competenza che si sono assegnata.
Lo hanno fatto anche perché non hanno voluto limitarsi alla sola critica demolitrice, e avendo cercato di proporre, ognuno nei suoi limiti, una visione alternativa a quella evoluzionista hanno preferito influenzarsi il meno possibile con le loro “equazioni personali“.
La loro ambizione non è quella di creare proseliti.
Ammaestrati dalla saggezza di Humboldt sperano solo che…
prima, la gente negherà la cosa;
poi la sminuirà;
poi deciderà che la si sapeva da tanto tempo.
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Ed in fondo è così, perché i dati che presentiamo sono da tempo disponibili a tutti.
Nessuno, o quasi, ha però voluto trarne l’ultima conseguenza:
la confutazione dell’evoluzionismo.
G.S. e R.F.