*La numerazione presente è il riferimento alla impaginazione
da pagina 1 a pagina 3876 della libera trascrizione in bozza
alla traduzione del testo originario*
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1. La vita e le opere minori
ROBERT Musil nacque il 6 novembre1880 a Klagenfurt. I Musil erano originari della
Moravia e il padre dello scrittore, Alfred, vi ritornò nel 1890 come professore di ingegneria meccanica al politecnico di Brünn (Brno), dove restò fino alla morte (1924)
Sia il padre che la madre, Hermine Bergauer, appartenevano a tipiche famiglie borghesi austriache, il cui ideale era la carriera burocratica o militare all’ombra del paternalismo imperial-regio.
Sembra che Alfred Musil, uomo freddo e scrupoloso, dedito solo alla professione, non appagasse le esigenze sentimentali della
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moglie, nervosa e autoritaria, che dopo qualche anno di matrimonio si legò a un amico di famiglia, tale Heinrich Reiter. Si creò così un triangolo tacitamente riconosciuto da Alfred.
Una foto del 1888 ci mostra il bambino Musil vestito alla tirolese accanto alla madre e ai due uomini: tutti e quattro guardano l’obiettivo con solenne tristezza, troppo intensa per essere solo di circostanza.
Rimasto figlio unico – una bambina nata nel
1876 era morta a dieci mesi, e la curiosità per questa “sorella sconosciuta” non è estranea al personaggio di Agathe nell’Uomo senza qualità (1) -, Robert rappresentò ben presto un
1 Abbreviato in seguito con la sigla Usq. I numeri di pagina senz’altra indicazione s’intendono riferiti alla presente edizione. Con Gw s’intendono i Gesammelte Werke a cura di Adolf Frisé: vol. I, Der Man ohne Eigenschaften, Hamburg 1952; vol. II, Tagebücher, Aphorismen, Essays und Reden, Hamburg1955; vol. III, Prosa, Dramen, späte Briefe,Hamburg 1957.
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elemento di disturbo in questa situazione familiare in cui ognuno viveva per conto suo, tanto più che prendeva le parti del docile padre contro la madre. A soli dodici anni fu quindi inviato con soddisfazione generale in un internato militare a Eisenstadt, poi al liceo militare di Mährisch-Weièkirchen (oggi Hranice), donde usciva a diciassette anni per entrare nell’accademia tecnico-militare di Vienna. Ma qui dopo qualche mese ottenne dal padre di disgiungere la tecnica dalla carriera militare, per cui non si sentiva portato, e di iscriversi al politecnico di Brünn.
Soprattutto la scuola di Mährisch-
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Weièkirchen (in cui ambienterà il suo primo romanzo, il Törless) con la sua inumana disciplina era stata per lui, come già prima per un altro celebre allievo, Rainer Maria Rilke, un’esperienza terribile: Rilke la ricorderà ancora negli ultimi anni della sua vita come Abc dell’orrore, Musil la chiamerà “l’ano del diavolo” Divenuto ingegnere, Musil fu per un anno (1902-903) assistente al politecnico di Stoccarda. Qui gli passò l’entusiasmo per il mestiere d’ingegnere e il desiderio di precisione venne a investire piuttosto il mondo dei sentimenti e dei pensieri, la loro vivisezione. Forse già nel 1898 (ma più probabilmente qualche anno più tardi) scrisse quelle pagine autobiografiche intitolate Monsieur le vivisecteur in cui è possibile discernere il primo germe dell’Usq. Il termine “vivisezione” è di
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Nietzsche, che insieme a Maeterlinck e a Emerson gli serve in quegli anni da contrappeso al razionalismo ingegneresco. E a Stoccarda, per sfuggire “letteralmente alla noia”, come dirà egli stesso, egli cominciò il suo primo romanzo, I turbamenti del giovane Törless (Die Verwirrungen des Zöglings Törless). Se lo sfondo è quello dell’internato di Mährisch- Weièkirchen e il protagonista ha molti tratti dell’autore, il romanzo è solo parzialmente autobiografico. La struttura oppressiva della scuola non è descritta come tale, ma solo nelle conseguenze deformanti che ha sulla psicologia dei cadetti. Al centro sta la vicenda dell’asservimento (anche, ma non soltanto omosessuale) di uno di essi, Basini, ad opera di due compagni, Reiting e Beineberg, che in modo diverso (più direttamente e crudamente il
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primo, il secondo invece in base a certe teorie mistiche) provano gusto a spegnere una volontà e a trasformare un uomo in oggetto.
Questa vicenda scuote il mondo ancora sicuro e familiare del giovane Törless, che anche sul piano teorico subisce una crisi quando scopre i numeri immaginari, che aprono una falla irrazionale nel lucido edificio della matematica. Così da questa ennesima versione del “romanzo educativo” caro alla tradizione tedesca il protagonista esce maturato, ma nel senso che le sue esperienze gli dischiudono prospettive oscure e indefinite. Le certezze sono a monte del romanzo, a valle non se ne profilano altre e nuove bensì la condizione dell’uomo senza qualità. Offerto invano a due editori, il libro piacque al famoso critico Alfred Kerr che lo fece pubblicare nel
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1906 con discreto successo. Oggi esso appare come una delle opere più geniali e rappresentative del primo Novecento.
Il motivo della “crisi dei valori” non si limita qui all’indagine psicologica, ma attraverso di essa preannuncia un’epoca in cui la repressione implicita nelle istituzioni si trasformerà in scoperta barbarie.
Intanto il mutamento di interessi aveva spinto Musil a riprendere gli studi, questa volta orientandosi verso la filosofia, in particolare la logica e la psicologia sperimentale. Per questo si stabilì a Berlino nel 1903 e qui si laureò nel
1908 con una dissertazione sulle teorie di Ernst Mach, sostenuta con Carl Stumpf, il professore di psicologia sperimentale.
Benché Stumpf (avversario di Mach) non fosse molto soddisfatto di una tesi che faceva
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troppe concessioni a un relativismo psicologico cui Musil si sentiva abbastanza vicino, questi avrebbe avuto possibilità di carriera accademiche di cui, una volta di più, non fece uso. Fino al 1910 restò a Berlino fidando di poter vivere dei frutti del proprio lavoro letterario, poi si rassegnò ad accettare un posto di bibliotecario presso il politecnico di Vienna, ma già nel 1913 fu ripreso dall’irrequietezza, compiendo un lungo soggiorno a Roma e tentando di riprender piede a Berlino come pubblicista e redattore (della Neue Rundschau), e a Berlino si trovava allo scoppio della prima guerra mondiale.
Il periodo berlinese fu assai importante perché qui si precisò l’unica volontà di Musil, quella di fare lo scrittore – è del 1906 l’ultimo sforzo dell’ingegnere-psicologo: la costruzione
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per l’amico Johannes von Allesch di un Variationskreisel, macchina a dischi rotanti per misurare la sensibilità cromatica – e perché nel 1907 vi conobbe Martha Heimann.
Martha, che viveva separata dal marito, il commerciante italiano Marcovaldi, era un’ebrea berlinese assai sensibile, pittrice dilettante, e in lei Musil, che fino allora aveva conosciuto solo il rapporto spiritualmente insoddisfacente con Herma Dietz (il prototipo della Tonka della novella omonima), trovò la compagna ideale che diede alla sua vita affettiva quella stabilità di cui aveva bisogno come compenso alla generale precarietà della sua esistenza. La poté sposare solo nel 1911, dopo che Martha ebbe ottenuto il divorzio da Marcovaldi.
Nello stesso anno apparvero con il titolo
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Incontri (2) (Vereiningungen) due novelle cui Musil aveva lavorato per lungo tempo: Il compimento dell’amore (Die Vollendung der Liebe) e La tentazione della silenziosa Veronika (Die Versuchung der stillen Veronika) Pauline, che pure ama il marito, vede nel rapporto occasionale con un uomo che disprezza proprio il “compimento” dell’amore per lui; la silenziosa Veronika trova appagamento solo nella bestia, oppure (in una prima versione della novella) nell’uomo visto come bestia. I due racconti situano Musil molto vicino all’espressionismo, che si compiaceva appunto nel descrivere il Geschehen, l’“accadere” che coglie l’uomo oltre e contro la sua coscienza e che proprio per
2 Ci atteniamo alla traduzione invalsa, anche se quella letterale dovrebbe suonare più prosaicamente “Congiungimenti”
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questo costituisce un’esperienza privilegiata. (3) Un simile Geschehen era rappresentato anche nel Törless, solo che là aveva connotazioni decisamente negative. Sembra invece che negli Incontri Musil, nel dilemma che lo travaglia tra intelletto e istinti, ragione e irrazionale, abbia optato decisamente a favore del secondo termine. Anche lo stile dei due racconti si contrappone alla rigorosa compattezza del Törless (rimasta eccezionale in Musil) per le dissolvenze espressionistiche che corrispondono alla cieca fatalità del Geschehen.
Appunto come un Geschehen di tal fatta
3 Sul Geschehen in Musil, confrontato con molti esempi contemporanei, cfr. W. Rothe, “Seinesgleichen geschieht” Musil und die moderne Erzähltradition, in Robert Musil. Studien zu seinem Werk, hrsg. von K. Dinklage e altri, Reinbek 1970, pp. 131 sgg.
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dovette apparirgli la guerra, che egli da principio, come la maggior parte degli intellettuali europei, accettò senza riserve. Richiamato, vi partecipò variamente, giungendo a diventare capitano e dirigendo per qualche tempo un foglio militare, la Tiroler Soldaten- Zeitung. Ritornato a Vienna, dopo la fine della guerra si barcamenò prima come archivista nella sezione stampa del ministero degli esteri, poi con saltuarie consulenze per l’esercito austriaco, e riprese a scrivere, occupandosi soprattutto di teatro sia come critico teatrale soprattutto per un giornale di Praga, sia ultimando il dramma I fanatici (Die Schwärmer), pubblicato nel 1921 e rappresentato in forma assai mutila nel 1929, sia scrivendo la farsa Vinzenz e l’amica degli uomini importanti (Vinzenz und die Freundin
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bedeutender Männer), rappresentata nel 1923 e pubblicata nell’anno seguente. È questo il momento in cui Musil fu più vicino a ottenere il riconoscimento letterario cui ambiva.
Nel 1924 gli fu attribuito (per I fanatici) l’importante premio Kleist (seguiranno altri minori), e dal 1923 al 1929 fu vicepresidente e poi membro del consiglio direttivo dell’associazione degli scrittori tedeschi in Austria, il cui presidente era Hofmannsthal. Dal 1923, libero da ogni altro impegno, intendeva consacrarsi completamente al suo grande romanzo, per cui cominciò a ricevere regolari anticipi dall’editore Rowohlt di Berlino. Ma solo nel 1931 usciva il primo volume dell’Usq, che riscosse un notevole successo di critica mentre le condizioni finanziarie dell’autore, trasferitosi in quell’anno a Berlino,
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erano particolarmente disperate. Per alleviarle si formò un’“associazione di amici di Musil” che finanziò lo scrittore, ricreandosi su nuove basi dopo che costui nel 1933, apparso il secondo volume dell’Usq, tornò a Vienna: il nazismo non lo minacciava direttamente, ma Martha era ebrea ed ebrei molti suoi amici e sovvenzionatori, compreso l’editore Bermann- Fischer che rilevò l’Usq da Rowohlt, ristampando il primo volume e accingendosi a ristampare il secondo, con l’aggiunta di nuovi capitoli, quando nel 1938 le truppe naziste invasero l’Austria e Musil, che si trovava in Italia, si recò in volontario esilio a Zurigo. Desta stupore vedere come Musil, nonostante la sua scarsa produttività, sia sempre riuscito a trovare estimatori e editori che gli permettevano di vivere sia pure modestamente.
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Il suo atteggiamento da gran signore – in teoria avrebbe avuto il diritto di fregiarsi del “von”, perché nel 1917 l’imperatore aveva nobilitato il padre con diritto alla trasmissione ereditaria del titolo, e questa investitura in extremis, alla vigilia della fine dell’impero austro-ungarico, è veramente un’ironia musiliana della storia – che si aspettava che il denaro gli giungesse senza né guadagnarlo né chiederlo, otteneva evidentemente il suo effetto ad onta, o forse proprio a causa della scarsità e del distacco delle sue relazioni sociali.
Le esperienze della guerra e del dopoguerra avevano riportato a galla in Musil quello spirito critico cui pareva aver abiurato all’epoca degli Incontri. La sua opposizione all’irrazionalismo diventa radicale ed essa si estende anche a quell’espressionismo di cui era stato
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considerato uno dei corifei. Le commedie, pur nella sottilissima psicologia che specie nei Fanatici ne inficia la teatralità, hanno ancora sia nel linguaggio che nella paradossalità delle azioni e reazioni dei personaggi qualche cosa di espressionistico. Più che richiamare Wedekind, come parve ai contemporanei, esse sembrano anticipare per molti rispetti il teatro di Dürrenmatt.
Mentre però i Fanatici erano ancora presi sul serio nelle loro esaltazioni, nel Vinzenz appariva, per la prima volta in Musil, l’ironia.
Grazie al richiamo a Wedekind questa novità essenziale non fu allora percepita in tutta la sua portata. Ma amici come Franz Blei e Karl Otten rimasero assai stupiti quando apparve il primo volume dell’Usq in cui questa ironia corrosiva era riversata a piene mani e
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investiva ogni tipo di “fanatismo” Anche i tre racconti raccolti nel 1924 con il titolo Tre donne (Drei Frauen), e cioè Grigia, La portoghese (Die Portugiesin) e Tonka, pur riprendendo, specie il primo e l’ultimo, la tematica degli Incontri (Grigia dà nuova vita allo studioso di cui diventa l’amante e lo conduce a morte, Tonka muore per una misteriosa gravidanza di cui il suo amante non sembra responsabile) insistono più che sull’irrazionalità del Geschehen sul nesso pregnante di amore e morte (Grigia, che in questo ricorda un po’ La morte a Venezia di Thomas Mann) e sull’inafferrabilità di eventi apparentemente ovvi (Tonka), mentre nella Portoghese il sospetto mortale di un uomo violento, da leggenda medievale, si risolve, anziché in tragedia, nel riconoscimento della forza del
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sentimento che lo lega alla moglie straniera. Un Musil assai disincantato emerge inoltre dai brevi scritti, tra le cose sue più interessanti ed acute, raccolti dietro invito di un editore svizzero nel libretto dal rassegnato titolo Pagine postume in vita (Nachiaè zu Lebzeiten) Ma sono soprattutto i diari e alcuni importanti saggi (specie il discorso su Rilke del 1927 e quello Sulla stupidità di dieci anni dopo), oltre naturalmente al romanzo, a dare la misura del ripensamento che aveva avuto luogo in Musil tra la guerra e gli inizi del fascismo. Non si tratta di un ripensamento propriamente politico – per la politica in quanto tale Musil ostentò sempre la massima avversione – quanto morale e ideologico: sulla responsabilità dell’intellettuale e il suo dovere di opporsi alle forze collettive e irrazionali. Le connotazioni
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pessimistiche e aristocratiche che si mantengono in questo ripensamento spiegano come accanto ad esso si sviluppi la componente mistica e l’utopia dell’“altro stato”, che viene a gravare sulla composizione del romanzo. Questa componente mistica non è però più, come nel primo Musil, un’alternativa frontale alla sfera dell’intelletto e della razionalizzazione della vita, quanto la ricerca di un qualcosa che superi lo stesso conflitto tra ragione e irrazionale che egli rendeva ora responsabile della crisi.
Gli ultimi anni lo videro assorto in questa ricerca che conduceva ad altre aporie. In Svizzera la precarietà delle sue condizioni economiche era ancora maggiore, anche qui dovettero intervenire amici come lo scultore Fritz Wotruba (anch’egli profugo dall’Austria) e
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soprattutto il pastore svizzero Robert Lejeune. Trasferitosi da Zurigo a Ginevra nel 1939, vi visse con la moglie in solitudine quasi completa in quella casa con giardino che aleggia sugli ultimi capitoli compiuti dell’Usq. Morì improvvisamente per un aneurisma il 15 aprile 1942.
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2. L’uomo senza qualità: romanzo o antiromanzo?
QUANDO verso il 1923 Musil si propose di dedicarsi completamente alla stesura del suo grande romanzo, egli si trovò di fronte a problemi del tutto nuovi che postulavano una soluzione originale della “crisi del romanzo” Come poteva egli, che aveva sempre dileggiato e continuerà a dileggiare gli “scrittori all’ingrosso”, rivaleggiare con essi nella totalità delle ambizioni senza cadere nel loro peccato di arrotondare gli spigoli del reale? Il risultato di
questo sforzo imponente, rimasto frammentario
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anche dopo la pubblicazione del secondo volume e quella degli inediti, non fu né probabilmente poté mai essere un organismo compiuto ma solo un colossale torso soggetto a molteplici interpretazioni.
Si suole scorgere nell’Usq uno dei prototipi del romanzo moderno, associandolo per lo più all’Ulysses, alla Recherche du temps perdu, ai romanzi di Hermann Broch e, meno frequentemente, a quelli di Thomas Mann (Musil per conto suo avrebbe rifiutato questo accostamento, dato che collocava Mann nella compagnia degli “scrittori all’ingrosso”).
Queste analogie sono certamente legittime, poiché l’Usq partecipa almeno per due rispetti dell’evoluzione del romanzo moderno.
In primo luogo la riflessione vi prolifera sulla narrazione: i fatti, la “storiella” come
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avrebbe detto Hermann Broch, se fossero esposti continuativamente si ridurrebbero a una piccola parte del libro. Il quale sacrifica dunque all’“utopia del saggismo”, così formulata da Ulrich nella sua contraddittorietà: “Un uomo che vuole la verità, diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio fra i due?” (p. 41, vol. Braille V) Si può anzi dire che su questa difficile via intermedia nessuno sia andato così lontano come lo scienziato e psicologo Musil e abbia offerto un panorama “saggistico” così completo delle tendenze e delle aporie dello spirito contemporaneo. In secondo luogo Musil è legato agli altri mostri sacri dalla negazione del tempo cronologico. Egli ha sempre insistito
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su questo punto contro le apparenze introdotte dal motivo dell’Azione Parallela. Per esempio in una lettera a Paul Guillemin egli cita degli appunti in cui dichiara di voler rappresentare “non il tempo reale, ma l’irreale” e di voler raccontare “così come i problemi si formano man mano in Ulrich, all’avanti e all’indietro” L’intenzione di introdurre nel secondo volume il “decorso cronologico” così da farne “un racconto quasi regolare” (4) non è mai stata attuata perché, come vedremo, il romanzo ha preso una piega opposta che escludeva proprio quegli accadimenti più vistosi che Musil aveva in animo di narrare.
Inoltre, come è stato notato (5) alle
4 Gw, III, pp. 725-26.
5 ALOISIO RENDI, Robert Musil, Milano1963, p. 203.
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discontinuità volute si aggiungono quelle determinate dal sovrapporsi delle varie stesure.
Tuttavia nella stessa lettera a Guillemin Musil dichiara di non aver seguito coerentemente il proposito di raccontare “così come i problemi si formano man mano in Ulrich” In questo caso “si sarebbe avuto un nuovo stile narrativo in cui la casualità esteriore sarebbe stata del tutto dissolta a favore di rapporti di fenomeni e motivi”. E aggiunge: “Questo avrebbe certo fatto impressione. Io avrei continuato la linea degli Incontri e sarei divenuto in qualche modo un patriarca della nuova narrativa. Ma in questione di stile sono conservatore e non desidero modificare più di quanto mi è strettamente necessario” Musil occupa dunque una posizione intermedia.
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Infatti il suo svuotamento dei rapporti causali e temporali non avviene a priori, ma dall’interno, non attraverso le libere associazioni di Proust o la corrente di coscienza di Joyce, ma attraverso un racconto sostanzialmente tradizionale in cui viene continuamente svalutata e ironizzata la logica del racconto tradizionale. Fin dall’inizio Musil aveva in qualche modo la consapevolezza, espressa chiaramente più tardi, che “la storia di questo romanzo viene a dire che la storia che in esso si doveva raccontare non viene raccontata” (6). Il colpo di genio che ha permesso di incarnare esemplarmente questo intento è l’idea dell’Azione Parallela. In apparenza essa rientra perfettamente nella
6 Annotazione del 1932.
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connessione delle cause e degli effetti, è un presente proiettato verso un futuro: in realtà il futuro del 1913 è il1918, incui l’“azione patriottica” progettata dagli zelanti sudditi dell’imperatore non ha più alcun senso. (7) Ma l’ironizzazione penetra in tutti gli anfratti del romanzo. Dice Ulrich (pp. 65-67, vol. Braille XI): “Quel che ci tranquillizza è la successione semplice, il ridurre a una dimensione, come
7 Si confronti l’eccellente definizione della funzione dell’Azione Parallela data da Ladislao Mittner (La letteratura tedesca del novecento e altri saggi, Torino 1960, p. 318): “L’Azione Parallela è il centro inesistente del romanzo, il cui senso è quello di non avere e di non poter avere un centro, poiché il suo intento è di rappresentare, immediatamente prima del
1914, tutti gli aspetti contrastanti della grande crisi europea, là dove essa era forse più evidente: nell’ambiente politico e culturale di Vienna”
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direbbe un matematico, l’opprimente varietà della vita: infilare un filo, quel famoso filo del racconto di cui è fatto il filo della vita, attraverso tutto ciò che è avvenuto nel tempo e nello spazio!
Beato colui che può dire: “allorché”, “prima che” e “dopo che”! Da questo romanzo ha tratto artisticamente vantaggio… Nella relazione fondamentale con se stessi, quasi tutti gli uomini sono dei narratori.
Non amano la lirica, o solo di quando in quando, e se anche nel filo della vita si annoda qualche “perché” o “affinché”, essi esecrano ogni riflessione che vada più in là: a loro piace la serie ordinata dei fatti perché somiglia a una necessità, e grazie all’impressione che la vita abbia un “corso” si sentono in qualche modo protetti in mezzo al caos” La tecnica di Musil
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consiste essenzialmente nello scrivere dappertutto “allorché”, “prima che” e “dopo che”, ma inserendo tanti “perché” e “affinché” che ciò che quegli avverbi esprimevano viene ad essere ironicamente annullato, che “il corso della vita” viene a rivelarsi irrisorio e dietro di esso si afferma la verità che “le stesse cose ritornano” e non c’è protezione contro il caos e l’assenza di significato.
Con questo però Musil, come egli stesso riconosce, si stacca dai “patriarchi della nuova narrativa” e si rivela per quel che è: un conservatore che vuole esprimere il caos perché è dato nella realtà ma lo fa trasparire attraverso la disgregazione dell’ordine, ai cui valori resta profondamente sensibile.
Ciò si manifesta nel modo più vistoso nell’attaccamento alla funzione demiurgica
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dello scrittore. Proprio perché non è in grado di indicare un “corso della vita”, una prospettiva individuale e collettiva, il moderno scrittore tende a rinunciare all’onniscienza coordinatrice e a limitare i suoi orizzonti a ciò che egli stesso, o un personaggio per lui, è in grado di scorgere, intuire, pensare. (8) Siamo di fronte a quella che Sartre ha chiamato “la legge della relatività dell’universo romanzesco” In questo senso non solo Incontri ma lo stesso Törless era più vicino ai “patriarchi” dell’Usq, in cui già la varietà dei personaggi e delle vicende impone una coordinazione demiurgica.
8 Tra le molte trattazioni di questo sviluppo ricordiamo per esempio ERICH AUERBACH, Mimesis, trad. it. Torino 1965, II, pp. 318 sgg., e WOLFGANG KAISER, Entstebung und Krise des modernen Romans, Stuttgart
1955.
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Qui il narratore governa a piacer suo, abbandona un personaggio e ne riprende un altro, è sempre informato su quel che accade non solo in luoghi ma in cervelli diversi, attacca un capitolo con un “nel frattempo” o “in quel momento” proprio come un narratore ottocentesco. Si può obiettare che questa funzione demiurgica è indirettamente vanificata in quanto tutta la macchina della narrazione gira a vuoto e da essa, come nel primo capitolo, “non si ricava nulla” Si pensi però per contrasto all’insistenza con cui Thomas Mann ironizza la funzione demiurgica, ciò che non significa peraltro che egli sia più coinvolto di Musil nella “relativizzazione dell’universo romanzesco”; significa anzi che egli tiene saldamente “il filo del racconto”, e insieme sa quanto problematica sia oggi questa posizione,
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quanto difficile e precario sia ritrovare l’ordine in un mondo minacciato dal caos. Invece Musil mantiene inalterata la facciata dell’ordine, né ironizza sull’architetto che l’ha creata, ma lascia che a farlo sia il caos stesso che vi si affaccia e che relativizza ogni certezza dell’autore e distorce ogni “filo del racconto” Tuttavia la facciata c’è, e la disgregazione non è accettata come fondamento di un nuovo principio compositivo. Lo stesso fatto che Ulrich è in pratica un portavoce dell’autore, fino a identificarsi con esso, lungi dall’essere un omaggio alla relatività dell’universo romanzesco, è una conferma della sovranità che l’autore si arroga, dato che a Ulrich spetta in ultima istanza il giudizio sulle idee e le azioni degli altri personaggi, giudizio cui l’autore non intende in alcun modo rinunciare.
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La differenza con Proust, e più ancora con Joyce, salta subito agli occhi. “Come vive l’uomo in media?” così Musil in un’annotazione del diario definisce gli intenti di Joyce (9) e aggiunge: “In confronto a questo io pratico una concezione eroica dell’arte… Un’altra caratteristica di Joyce e di tutta la tendenza è la dissoluzione. Egli cede allo stato di dissoluzione di oggidì e lo riproduce con una specie di libera associazione. Ciò ha qualcosa di poetico, o ne ha l’apparenza…” L’eroismo della poetica di Musil in confronto a quella di Joyce sta dunque nel suo rifiuto di cedere alla dissoluzione pur prendendola ad oggetto. In questo egli è certo più vicino all’inviso Thomas
Mann.
9 Gw, II, p. 584.
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Questa peculiare posizione di Musil emerge nell’assenza dello “stile indiretto libero” nel monologo interiore, tanto più evidente in un romanzo in cui la riflessione occupa un posto così cospicuo. Anche in questo, come nella funzione demiurgica, egli sembra perfino più conservatore di Thomas Mann (si pensi al settimo capitolo di Carlotta a Weimar) I più lunghi monologhi sono introdotti da un “Ulrich pensava che” o simili, e se spesso la formula si perde per strada e il monologo non appare più “raccontato” è semplicemente per la sua lunghezza o per la suaccennata identificazione tra autore e personaggio. L’essenziale è che il monologo interiore non diventa mai, come in Joyce o in Broch, il principio compositivo determinante.
Il mantenimento della funzione demiurgica
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dello scrittore è strettamente collegato alla satira ideologico-sociale. La società non appare attraverso il filo della memoria, come in Proust, ma in una serie di personaggi i quali, benché per lo più tratti da persone reali e da esperienze autobiografiche ormai quasi interamente sviscerate, soprattutto grazie al diario, (10)
10 Particolarmente esauriente in proposito il libro citato del Rendi, soprattutto i capp. 6 e
7. Riportiamo qui, per il lettore curioso, una lista delle persone reali che hanno ispirato i principali personaggi (su alcuni casi ritorneremo più tardi): per Walter e Clarisse occorre pensare a Gustav Donath (amico di Musil fin dall’infanzia) e a sua moglie Alice; per Arnheim a Walther Rathenau; per Meingast al filosofo Ludwig Klages; per Gottlieb Hagauer (il marito di Agathe) al pedagogista Georg Kerschensteiner e per Lindner al pedagogista e filosofo Friedrich Wilhelm Foerster (entrambi conosciuti da Musil soltanto attraverso le loro opere); per il poeta Feuermaul (Boccadifuoco) a
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devono rappresentare certi atteggiamenti di fronte alla realtà o, meglio, di evasione dalla realtà che Musil considerava tipici. “Nel nostro mondo attuale, – egli afferma nella già citata lettera al Guillemin, (11) – accade per lo più solo qualcosa di schematico (le stesse cose), cioè di tipico, astratto e per di più di svuotato”. I personaggi mobilitati a impersonare le varie
Franz Werfel e per la sua egeria, la signora Drangsal, a Alma Mahler Werfel. Meno precise le ispirazioni di certi protagonisti dell’Azione Parallela (per il conte Leinsdorf il principe Alois Liechtenstein, per Stumm von Bordwehr il generale Karl von Pflanzen-Baltin, per Diotima la vedova del germanista Erich Schmidt), che sono piuttosto ricostruiti secondo uno schema in cui possono essere entrati vari modelli reali. Lo stesso vale per Agathe, che però specie nei capitoli più tardi viene praticamente a coincidere con la moglie di Musil, Martha.
11 Gw, III, p. 726.
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categorie di questa società immobile o in moto apparente (che trovava espressione particolarmente valida nel vecchio Impero austriaco, dove lo svuotamento della sostanza si operava all’interno di rigide forme semifeudali), sono funzionari, militari, uomini politici, intellettuali, ma tutti concorrono a ribadire che “le stesse cose ritornano” Perciò essi sono implicati in azioni che sono formalmente tali e richiedono energia, impegno, pazienza, ma la cui problematicità è evidente sin da principio: accanto all’Azione Parallela, la seconda azione principale è la progettata liberazione del criminale Moosbrugger in cui anzitutto è impegnata Clarisse, e anche le altre azioni minori (per esempio la falsificazione del testamento del padre di Ulrich) partecipano di questa atmosfera allucinata in cui ogni filo è
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destinato a rompersi e ogni realtà a rivelarsi fantomatica. Al centro sta “l’uomo senza qualità”, il quale è più degli altri consapevole della natura di questa società e delle sue imprese, ma tuttavia vi ricade e vi partecipa perché la sua estraneità ad esse è puramente negativa, anche se egli si riserva di cercarsi una propria via all’azione (che peraltro non troverà nella parte svolta del romanzo) (12).
Se l’essere “senza qualità” gli dà per lo meno una superiorità intellettuale sugli altri eroi che di qualità sono erroneamente convinti di averne, tuttavia non giova certo a precisare i suoi contorni. Considerando l’Usq nei suoi
12 Cfr. in proposito le osservazioni di Helmut Arntzen in Satirischer Stil: zur Satire Robert Musil in “Der Mann ohne Eigenschaften”, Bonn 1960, p. 167.
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aspetti moderni, come romanzo saggistico, Ulrich è certo degno di dare il titolo al romanzo stesso, posto com’è al centro dell’illusorio tifone provocato perché egli lo osservi e lo giudichi, ma considerandolo nei suoi aspetti “conservatori”, come descrizione di una società e galleria di personaggi, Ulrich – non meno della sua esangue sorella – è assai meno vivo di tante figure minori, proprio perché queste sono determinate in una direzione univoca, mentre Ulrich per troppa assenza di qualità è altrettanto sbiadito quanto il pio Enea o il pio Goffredo per troppo cumulo di qualità. Si potrebbe anzi dire in generale che nel romanzo la concretezza aumenta dal centro alla periferia: Walter e Clarisse son più determinati di Ulrich e Agathe; Arnheim e Diotima più di Walter e Clarisse; Bonadea più di Diotima, il
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generale Stumm von Bordwehr o il pedagogo Lindner più di Arnheim, e via dicendo.
Se l’ex matematico Ulrich ha una qualità, in comune con l’ex ingegnere Musil, che diventa un elemento essenziale del libro, essa è la virtù squisitamente teoretica dell’esattezza. Non per nulla è lui a proporre l’istituzione di un “segretario generale dell’esattezza e dell’anima” (p. 100, vol. Braille X).
Che cosa significa questa esattezza su cui Ulrich non è meno facondo dell’autore nei suoi diari? Non si tratta, come si suole ripetere, della pretesa di importare nella letteratura i metodi delle scienze esatte. Questo può essere talora vero per le disquisizioni psicologiche in cui si sente lo studioso di psicologia scientifica. Ma altrimenti lo sguardo di Musil non è certo quello dello scienziato positivistico: caso mai è
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quello dello scienziato che ha vissuto la crisi dell’immagine meccanicistica del mondo e vede aprirsi dappertutto il principio di indeterminazione.
Perciò la precisione di cui è maniaco non è antitetica, ma complementare all’ambiguità; serve a smontare l’ovvietà del fenomeno nelle sue determinazioni apparenti e a mettere il bisturi sulla sua ambigua contraddittorietà per isolarne un punto che sfuggiva all’osservazione e che è, forse, quello essenziale, quello da cui bisogna ricominciare per ritrovare l’ordine nel caos. La precisione è qui continuo ammiccamento, ironia che vuole “circoscrivere, celare e insieme esprimere qualche cosa di determinato” (13). Fin dall’epoca del Törless
13 Piero Rismondo, Chiffrierschiüssel für
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questa precisione mirava a cogliere “la radice quadrata di-1”, (14) cioè quel che sta al di fuori dei margini del conosciuto pur essendo operativo entro esso: “…cosa strana è appunto che con quei valori immaginari o in qualche modo impossibili si possono tuttavia compiere le ordinarie operazioni e alla fine ottenere un risultato tangibile” (15) Come nel caso dei numeri immaginari, la vera trama del reale trascende il reale stesso, e la “precisione” della Musil, in “Wort und Wahrheit”, Wien 1956, n.11.
14 Cfr. su questo passo e su tutta la questione della precisione in Musil il bel saggio di E. Wilkins e E. Kaiser, Musil und die Quadratwurzel aus minus Eins, in Robert Musil, Leben Werk Wirkung, hrsg. von K. Dinklage, Wien und Hamburg 1960, pp. 157-74.
15 I turbamenti del giovane Törless, trad. it.
in Racconti e teatro, Torino 1964, p. 77.
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ricerca conduce a scartare successivamente tutto ciò che si frappone tra il soggetto e i valori trascendenti. In questa associazione di volontà di chiarezza e di aspirazione al trascendente (“la mistica chiara come il giorno” di cui parla il vecchio Musil) vi è pure qualcosa di specificamente austriaco: non per nulla Musil si interessò al circolo di Vienna e gli esiti del suo pensiero ricordano molto da vicino quelli di un Wittgenstein. La diffidenza di Musil (almeno del Musil maturo) nei confronti dell’irrazionalismo (e dell’austriaco Ulrich nei confronti del prussiano Arnheim e in particolare del “profeta” Meingast, alias Klages) non implica la fiducia nella razionalità ultima del reale bensì l’esigenza di non rinunciare a priori al lavoro analitico della ragione, anzi di spingerlo fino al punto in cui appaiono i
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contorni del paese della trascendenza.
Questo irrazionalismo che non abdica al razionalismo, questo misticismo che non abdica al realismo, sono alla base della particolare concezione del romanzo – della riduzione del reale all’irreale, del temporale all’intemporale, dell’azione alla vanità dell’azione – nonché della sua forma peculiare, che è anch’essa una varietà dell’utopia austriaca della “rivoluzione conservatrice”, per usare l’espressione di Hofmannsthal.
All’orizzonte della crisi non appare una trasformazione, ma un ripiegamento su se stessi e sull’esperienza interiore, un trapasso dalla sociologia all’etica e alla religiosità. Se questo trapasso è presente dall’inizio come assunto sotteso a tutta l’opera, esso condusse a un certo punto alla dissoluzione del romanzo
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come tale. L’incontro di Ulrich e Agathe, che dapprima doveva avere carattere incestuoso, divenne sempre più una unio mystica di fronte alla quale tutti gli altri motivi del romanzo passarono in secondo piano. Per chiarire, in quanto possibile, questo punto, occorre cessare di considerare l’opera come ci si presenta nei due volumi pubblicati da Musil stesso ed esaminare la sua gestazione e il problema degli inediti.
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3. Il metodo di lavoro di Musil e il problema degli inediti
IL primo volume dell’Usq contiene le prime due parti del romanzo. Il secondo, uscito nel 1933, non
conteneva, contrariamente ai progetti di Musil, tutta la terza parte (intitolata Verso il Regno Millenario) ma solo i primi trentotto capitoli di essa. Alla morte di Musil, avvenuta più di nove anni dopo, il 15 aprile 1942, erano pronti, allo stato definitivo, solo quattordici capitoli della continuazione di questa terza parte.
A questo punto, cioè il cap. 52 della terza parte (Respiri d’un giorno d’estate, qui pp.
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1084-91) che Musil stava ancora rifinendo il giorno della sua morte, si interrompe il romanzo nella misura in cui esso è stato elaborato dall’autore in forma definitiva. Ma i manoscritti inediti lasciati da Musil comprendevano, oltre ai quattordici capitoli, un’enorme quantità di materiale. In un volume apparso a Losanna nel 1943 la vedova di Musil pubblicò, oltre ai nuovi capitoli (39-52) della terza parte, altri capitoli incompiuti elaborati nell’ultimo decennio, cioè solo una piccola parte di questo materiale.
Tutto il resto non è stato ancora reso accessibile in un’edizione veramente critica che riproduca in ordine cronologico tutti i manoscritti relativi al romanzo non pubblicati o preparati per la pubblicazione da Musil stesso. L’edizione dell’Usq ancora oggi disponibile in
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Germania è quella pubblicata per la prima volta dall’editore Rowohlt nel 1952 e curata da un amico di Musil, Adolf Frisé. Il Frisé tentò di utilizzare anche gli inediti, mirando a dare una conclusione o un avviamento di conclusione al romanzo, poiché egli partiva dall’idea, dimostratasi erronea, che Musil avesse costruito l’Usq “fin da principio a partire da una concezione unitaria” con “precisione e metodicità” Perciò egli non esitò a collegare capitoli e frammenti scritti in epoche diverse. In tal modo egli ebbe il merito di allestire un’edizione leggibile, e contenente molti inediti, di un romanzo irreperibile da tempo, ma al contempo diede un’immagine assai deformante della sua genesi, poiché il lettore ne traeva l’impressione di un’opera concepita in modo unitario e rimasta incompiuta solo perché
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l’autore non poté porvi l’ultima mano. In realtà le cose stanno in modo ben diverso. Il romanzo aveva attraversato numerosi stadi che corrispondevano a intenti e centri d’interesse che andavano spesso spostandosi. La peculiarità del metodo di lavoro di Musil consiste nel fatto che egli, a differenza di quanto solitamente fanno gli scrittori che cambiano l’impianto della loro opera, i quali mettono recisamente da parte una redazione di cui sono insoddisfatti, restava sempre indeciso tra la vecchia e la nuova concezione – di cui spesso egli stesso non era pienamente consapevole – e quindi non scartava mai nulla di quanto aveva scritto, sperando di poterlo comunque utilizzare in un secondo tempo con poche modifiche. Di modo che, quando l’editore premeva perché stringesse i tempi, egli più
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volte cercò di prendere in mano il vecchio materiale per terminare rapidamente la sua fatica, senza peraltro riuscirci perché esso era diventato ormai del tutto eterogeneo rispetto alla nuova impostazione. A parziale giustificazione del Frisé si può dunque dire che egli non ha fatto altro che ricorrere a un espediente quello di cercare di concludere il romanzo con il vecchio materiale – cui aveva pensato lo stesso autore. Ma questo tentativo non poteva riuscire per le stesse ragioni per cui Musil aveva finito per accantonarlo. Le contraddizioni dell’edizione Frisé attirarono l’attenzione di lettori scaltriti ancora prima che un giovane studioso, Wilhelm Bausinger, che dedicò una vasta indagine alla questione del
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testo, formulasse questo giudizio: (16) “Il procedimento contaminatorio di Frisé, che utilizza rapporti di contenuto e di pensiero per collegare testi più antichi e testi più recenti, si basa sul fatto che Musil stesso volgeva spesso lo sguardo a testi anteriori. Se si può paragonare lo scrittore a un uomo che cerca di trascinare una soma in una direzione determinata, ma non volge la faccia sempre verso questa direzione, bensì talora verso la sua soma, non per questo l’editore deve ignorare la direzione in cui lo scrittore si è mosso e voleva continuare a muoversi” Perciò l’editore Einaudi, che aveva pubblicato la
16 Wilhelm Bausinger, Studien zu einer historisch-Kritischen Ausgabe von Robert Musils Roman “Der Mann ohne Eigenschaften”, Reimbek beiHamburg1964, p. 68.
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traduzione dei primi due volumi dell’Usq (quelli editi dallo stesso autore) nel 1957 e nel 1958, per la parte rimanente rinunciò a utilizzare l’edizione Frisé e incaricò due studiosi che da tempo si occupavano dei manoscritti musiliani, Eithne Wilkins e Ernest Kaiser, di stabilire un testo più attendibile, su cui Anita Rho effettuò la sua traduzione che apparve nel 1962 come terzo volume dell’opera. Questo volume conteneva, oltre ai quattordici capitoli della terza parte ultimati da Musil, una larga scelta di tutto il materiale in ordine cronologico, con ampio commento dei due curatori. Nel 1965 tutta l’opera veniva ristampata in un solo volume nella collana “I millenni” (17). Fino ad
17 Con un’introduzione di chi scrive qui largamente utilizzata (quasi letteralmente per i paragrafi 2, 4, 5)
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oggi, in attesa di un’edizione critica, questa italiana è l’unica edizione attendibile dell’Usq per quanto riguarda gli inediti. Ad essa rimandiamo il lettore che desideri prenderne conoscenza. La presente edizione, destinata a un largo pubblico, si limita a riprodurre tutto quanto del romanzo Musil ha pubblicato o approntato per la pubblicazione, e cioè il primo volume (prima e seconda parte) e il secondo volume con l’inizio della terza parte, completato senza soluzioni di continuità dai quattordici capitoli postumi (39-52) che Musil sicuramente intendeva aggiungere. In appendice, come esempio delle redazioni precedenti, diamo un testo meritatamente famoso: quel Viaggio in paradiso in cui avrebbe dovuto culminare la vicenda incestuosa dei due fratelli. Sia per la travolgente esperienza (il Geschehen
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espressionista) situata in uno scabro e ardente paesaggio italiano, sia per lo stile espressionistico, questo testo (risalente al
1924, al più tardi al 1925) è un documento importante del Musil ancora assai vicino agli empiti irrazionalistici (18).
18 Per la comprensione del Viaggio in paradiso occorre tener presente che qui Ulrich si chiama ancora Anders, che Agathe era la sua sorella gemella (mentre nell’Usq è più giovane di lui) e infine che il “professor Meingast” cui si accenna a un certo momento non è il personaggio che nell’Usq porta questo nome bensì quello che si chiamerà August Lindner.
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4. La storia esteriore del romanzo
GRAZIE all’edizione Wilkins-Kaiser possiamo seguire con buona approssimazione la tormentata
genesi del romanzo, genesi la cui conoscenza è assai utile per comprenderne molti aspetti. Cominciamo con i dati esteriori.
L’Usq è veramente un Lebenswerk, cioè ha accompagnato Musil per tutta la sua vita, anche se solo dopo la prima guerra mondiale l’idea di comporre un grande romanzo è diventata predominante e ha cominciato a concretarsi. Ciò che i successivi tentativi, spesso assai diversi, hanno in comune, è la
presenza di un protagonista che si identifica
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immediatamente con l’autore. Il carattere autobiografico si manifesta fin da principio, fin da quando Musil scrive i frammenti su Monsieur le vivisecteur. Qui il personaggio è insieme uomo di mondo e assassino di ragazze, cioè contiene contemporaneamente i futuri Ulrich e Moosbrugger. Appare anche una canzonettista che sarà la Leona dell’Usq. Altri appunti per un romanzo autobiografico, del 1903 e del 1905, affiancano all’eroe prima un fratello maggiore, poi la madre; infine nel 1908, nei frammenti di un romanzo intitolato La casa senza dirimpetto (Das Haus ohne Gegenüber), appare per la prima volta la sorella qui chiamata Angela o Angele. Poi per alcuni anni non abbiamo più tentativi di realizzazione, ma l’idea non cessa di occupare la mente di Musil.
“Romanzo: come un’autobiografia”, dice un
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significativo appunto del 1911. Nel 1915, durante la guerra, egli continua a prendere appunti sotto la rubrica “romanzo autobiografico” ed escogita sempre nuove trame e nuovi titoli.
Intanto aveva avuto alcune esperienze decisive: nell’ottobre1913, aRoma, aveva visitato il manicomio di via della Lungara (oggi piazza della Rovere), riportandone una profonda impressione consegnata nel diario. Le varie descrizioni del manicomio ove è internato Moosbrugger si rifaranno sempre a questa visita. E nel gennaio del 1914 aveva incontrato a Monaco Walther Rathenau, che diverrà l’Arnheim del romanzo.
Finita la guerra, Musil si accinge a scrivere una serie di abbozzi di romanzi che culmineranno nella composizione dell’Usq. Tra
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il 1918 e il 1920 circa il romanzo progettato si chiama Lo spione (Der Spion).
L’eroe è uno scienziato, filosofo e matematico, che prova un interesse morboso per l’assassino di ragazze Moosbrugger. Ha due amanti, Leona e Bonadea, e si presuppone un rapporto incestuoso (peraltro non descritto) con la sorella. Il suo nome è Achilles o Alexander Unrod, poi si muta in Anders (ug. diverso, altrimenti), nome che resterà costante fino all’Usq.
In un altro frammento di romanzo intitolato Il diavolo (Der Teufel) l’eroe è il parroco di St. Ulrich e ha anch’egli una sorella. A proposito dello Spione appare per la prima volta, in un appunto del 1920, l’idea dell’Azione Parallela.
Tra il 1921 e il 1924 circa Lo spione evolve lentamente in un nuovo romanzo, Il Redentore
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(Der Erlöser) I trapassi dall’una all’altra fase sono in generale in Musil, per le ragioni già spiegate, sempre graduali, sicché le soprascritte date nell’edizione Wilkins-Kaiser ai testi delle singole fasi (Lo spione, Il Redentore, ecc.) rappresentano già una sia pur lieve violenza al processo reale, per cui non ci sono confini netti tra una fase e l’altra.
Il Redentore si avvicina già notevolmente all’Usq, in particolare l’Azione Parallela vi è già pienamente sviluppata e vi appaiono i personaggi di Diotima, Tuzzi, Arnheim, il conte Harrach (poi Leinsdorf), il capitano Horn (poi generale von Stumm) Per la prima volta i personaggi di Walter e Clarisse, che appartengono all’originario nucleo autobiografico (si tratta di una coppia di vecchi amici di Musil) ma finora sono stati appena
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menzionati, vengono nettamente delineati. In generale però gli elementi patologici e nichilistici sono sottolineati molto più insistentemente che nell’Usq.
A un certo momento il quaderno del Redentore viene costellato con la sigla S, certamente l’iniziale della parola Schwester; ciò significa che il materiale così indicato doveva trapassare nel nuovo tentativo di romanzo, intitolato La sorella gemella (Die Zwillingsschwester).
Questa fase dura approssimativamente dal
1924 al 1927-28. Nella primavera del 1925
Musil annuncia per l’autunno dello stesso anno la pubblicazione del romanzo, ma è una delle sue tante promesse da marinaio. Invece nel
1926 concede a Oskar Maurus Fontana per la
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rivista Die literarische Welt un’intervista (19) in cui fa un largo riassunto della Sorella gemella. Da esso e dal materiale rimasto, risulta che il romanzo assomigliava moltissimo all’Usq, ma era ancora molto carico di azione romanzesca e di elementi “gialli” Grosso modo le linee di sviluppo dovevano essere queste: Azione Parallela e caso Moosbrugger, morte del padre, incontro con Agathe e questione del testamento falsificato, viaggio con Agathe (Viaggio in Paradiso), rapporto con
Clarisse, viaggio e follia di costei, nuovo incontro con Agathe, viaggio dei due fratelli in Galizia, dove avrebbero esercitato un’attività spionistica (quest’ultima parte, accennata nell’intervista, non fu mai svolta neanche frammentariamente).
19 La si può vedere in Gw, II, pp. 785-88.
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Tutti i tentativi intrapresi dai personaggi fallivano, finché lo scoppio della guerra veniva a “esimerli dalla decisione” e a imporre una fine meccanica, esteriore. A questo periodo appartiene quindi il testo riportato in appendice alla presente edizione.
Non sappiamo quando la Sorella gemella si trasformò, al solito insensibilmente, nell’Usq. Appaiono dapprima designazioni del tipo “l’uomo senza sentimento, senza morale, senza esperienze, senza successo (io stesso)” che avviano alla nostra formula mantenendo l’identificazione autobiografica. Anders si chiama ormai definitivamente Ulrich. Una lettera di Martha Musil della fine del 1927 menziona già il titolo L’uomo senza qualità. Sotto la penna di Musil stesso esso appare per la prima volta in un appunto del 16 agosto
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1929. Dal principio di quell’anno Musil aveva iniziato a stendere “la bella copia”, ciò che non va preso alla lettera: al solito egli riprende vecchio materiale e aggiunge nuovi capitoli. Nella primavera del 1930 gli mancano “solo ancora poche pagine”, che però gli costano molta fatica, perché gl’impongono assai probabilmente di rifare tutta l’ultima parte del primo volume (i capp. 115-23) Solo così si spiega come il volume fosse terminato solo nel
26 agosto. Esso usciva nel novembre di quell’anno presso l’editore Rowohlt. Vedremo quale sia l’importanza decisiva di questa modificazione del finale del primo volume, per cui Ulrich si stacca da Moosbrugger e si avvia all’incontro con la sorella.
Pubblicando il primo volume Musil preannunciava già l’uscita del secondo, che egli
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allora riteneva dovesse essere anche l’ultimo. Esso avrebbe dovuto constare di una terza parte (I criminali) e di una quarta (Una specie di conclusione); dato che le due parti già uscite erano rispettivamente intitolate Una specie di introduzione e Le stesse cose ritornano, è chiaro che l’intera opera avrebbe dovuto assumere una struttura quadripartita a simmetria speculare.
Il titolo I criminali indica che qui avrebbe dovuto essere accolta la parte “gialla”, quella dell’azione vera e propria, non ancora iniziata nel primo volume, parte per cui Musil sperava di utilizzare abbondantemente i manoscritti della Sorella gemella.
Senonché la piega che egli aveva dato al primo volume relegava in secondo piano proprio la materia narrativa.
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Mentre scriveva il primo volume, Musil procrastinò continuamente il viaggio dei due fratelli, che doveva iniziare questa parte narrativa, finché nel maggio 1932 rinunciò alla speranza di concludere l’opera in un volume solo e ne preventivò un terzo. L’editore premeva, e Musil dovette decidersi a pubblicare nei primi mesi del 1933 un secondo volume che non conteneva nemmeno per intero la terza parte, bensì solo trentotto capitoli di essa, con un nuovo titolo (Verso il Regno Millenario) che corrispondeva al cambiamento intervenuto, poiché l’esperienza mistica dei due fratelli e la loro ricerca nel Regno Millenario aveva preso interamente il sopravvento sugli altri motivi. Tuttavia restava come sottotitolo, caratteristico rudimento di una fase superata, ma a cui lo scrittore non aveva ancora del tutto rinunciato,
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il vecchio titolo “giallo” I criminali, che apparirebbe ora del tutto inspiegabile se non se ne conoscesse la storia.
Quando uscì il secondo volume, Hitler era già andato al potere. Ben presto l’editore tedesco di Musil dovette rinunciare al libro ed egli non fu più sottoposto alle sue sollecitazioni e continuò a lavorare lentamente nella direzione che il romanzo aveva ormai preso. Tuttavia grazie all’editore Bermann-Fischer dovevano ripresentarsi delle occasioni di pubblicazione in Austria. Questa volta Musil è preso dal panico e cerca febbrilmente di concludere riprendendo i vecchi manoscritti del Redentore e della Sorella gemella, anzi s’illude di poterlo fare entro un anno. Ma il tentativo è ormai impossibile e finisce dopo pochi mesi. Ora Musil rinuncia definitivamente a compiere
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l’opera con il vecchio materiale e quindi d’ora in poi il romanzo cessa praticamente di essere tale. Ulrich e Agathe, anziché affrontare il viaggio, si rinchiudono in casa e discutono interminabilmente sull’amore e sul sentimento. L’unico visitatore è il generale von Stumm, che porta notizie degli altri personaggi e dell’Azione Parallela, da cui Ulrich si è completamente ritirato, e le uniche occasioni in cui uno dei due fratelli esce di casa sono le visite di Agathe al professor Lindner. Musil può ora consegnare al nuovo editore venti capitoli, ma mentre si accinge a correggere e, secondo il suo solito, a rielaborare le bozze, avviene l’invasione dell’Austria da parte dei nazisti (marzo 1938) Poco dopo sia l’editore che Musil lasciano l’Austria e lo scrittore si reca prima in Italia, e poi a Zurigo e infine a Ginevra dove prende
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dimora in quella casa con giardino, che come sappiamo non rimane senza influsso sui capitoli che egli chiamava appunto “del giardino”, cioè quelli dall’attuale cap.46 inpoi. Il romanzo termina come è incominciato, con una identificazione autobiografica: Agathe e l’Ulrich spiritualmente invecchiato di questi capitoli assomigliano molto a Martha e Robert Musil nel loro giardino ginevrino. La rielaborazione del volume in bozze è molto profonda e approda ai quattordici capitoli che continuano il secondo volume, nonché ad altri stesi in forma provvisoria.
Il risultato di tale rielaborazione aggiunge ben poco alla trama e ci presenta quasi solo l’approfondimento dei problemi mistici. L’opera sfuma lentamente in un trattato di cui Musil postula la necessità nell’appunto Poscritto di
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Ulrich, conclusione, scritto poco prima di morire, nel gennaio 1942, e che avrebbe dovuto ricollegarsi agli aforismi raccolti sotto il titolo Da un brogliaccio (Aus einem Rapial) (20) Ma anche questi piani rimangono allo stato velleitario e forse ci sarebbero rimasti anche se Musil non fosse morto poco dopo.
20 Questi aforismi si trovano in Gw., II, pp.555 sgg.
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5. La storia interiore
QUANDO si pensa all’Usq si pensa solitamente all’Azione Parallela come suo centro ideale. Nemmeno la lettura del secondo volume, dove essa è relegata in secondo piano, serve a scuotere tale impressione. Eppure sappiamo che l’idea dell’Azione Parallela sorge molto tardi e quasi casualmente. Il primo accenno si trova nel seguente appunto del 1920: “Dato che la storia di Moosbrugger non offre appiglio sufficiente per allineare tutte le persone di cui ho bisogno all’inizio, inserire parallelamente un’altra storia” Non si può affermare con certezza che il
nome Azione Parallela derivi da questa funzione
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di puntello all’interno della composizione e che solo in un secondo tempo abbia assunto il significato che ha nel romanzo. Certo si è che questa “altra storia” non si è fissata subito nella forma dell’Azione Parallela: Musil pensò anche a un “Congresso Ecumenico” Il nucleo originario dell’opera non sta dunque affatto nell’Azione Parallela, bensì nel motivo di Moosbrugger e in quello (emerso chiaramente solo dieci anni più tardi) della sorella. Determinante appare anzitutto il primo. Da principio l’autore e Moosbrugger, il logico e l’irrazionale, il vivisettore d’anime e il vivisettore di corpi, il borghese intellettuale e l’assassino fanno tutt’uno, sono due aspetti polari della stessa realtà psichica. La scissione d’irrazionale e di razionale fu certo intensamente vissuta, come sappiamo, dal
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giovane scienziato e ribadita dall’influsso di Nietzsche e poi di Ludwig Klages (si ricordi anche la forte impressione suscitata nel giovane Musil dalla lettura del Piacere dannunziano).
Mentre in Thomas Mann l’opposizione interna all’ordine borghese è data prevalentemente dal connubio arte-malattia, in Musil predomina il connubio delitto-malattia. Perfino un tipico uomo d’ordine come il generale von Stumm riconosce di aver raggiunto grazie a Clarisse “una discreta comprensione per il valore che può avere un rilassamento dello spirito borghese ad opera del delitto e della malattia” Tuttavia l’identificazione dell’autore con l’assassino viene progressivamente abbandonata, così come la sua adesione (o quella di Anders-
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Ulrich) ai fondamenti ideologici di tale identificazione.
Nell’Usq il dono delle opere di Nietzsche fatto da Ulrich a Clarisse acquista significato simbolico: è ora Clarisse a diventare la corifea del grande teorico dell’irrazionalismo, è lei ad assumere il ruolo di “redentrice” e di protettrice di Moosbrugger e a farsi ispirare dal “profeta” Meingast, il trasparente calco di Ludwig Klages.
Mentre viene abbandonata l’identificazione autore-Moosbrugger acquista importanza la figura della sorella, che ha anch’essa radici autobiografiche (sappiamo che una sorella di Musil morì bambina e certe annotazioni mostrano il tentativo di proiettare la sorella perduta nella moglie Martha, così come l’Agathe del romanzo ha sovente tratti appartenenti a Martha) In un primo tempo però
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l’amore incestuoso culminante nel Viaggio in Paradiso doveva anch’esso costituire una falsa soluzione votata al fallimento. Al tempo del Redentore e della Sorella gemella il romanzo si configurava come una serie di vicende a forti toni grandguignoleschi (delitto, follia, incesto, ecc.) che non riuscivano ad approdare a soluzioni positive, mentre, come sappiamo dall’intervista del 1926, la guerra mondiale, “che lacerò il mondo e il pensiero in modo che fino ad oggi non poterono esser più ricuciti” sopravveniva ad esimere i personaggi dalle loro decisioni.
Durante la composizione del primo volume dell’Usq e particolarmente degli ultimi capitoli ha luogo il mutamento decisivo. Sappiamo che già da lungo tempo era cessata l’identificazione dell’autore con Moosbrugger, non però il vivace
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interesse dell’eroe per l’assassino e il suo desiderio di aiutarlo. Invece negli ultimi capitoli del primo volume Ulrich rifiuta recisamente e definitivamente (“Mille volte no!”) di liberare Moosbrugger, respinge bruscamente Clarisse e ritorna alla casa paterna dove troverà la “sorella dimenticata” Questa sorella, che era stata in qualche modo “repressa” in tutto il primo volume, diventa ora il contraltare positivo di Moosbrugger, acquistando una funzione che non aveva in origine. Essa non è più un semplice personaggio – e sia pure il più importante -, né una semplice tappa e sia pure la più importante – nella serie degli scacchi che dovevano costituire il romanzo. Certo, anche nella Sorella gemella l’incontro tra i due fratelli è un tentativo di fuggire dal mondo in un “altro stato”, ma per il Musil di allora tale esperienza
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doveva fallire, perché “l’assoluto non si può conservare” Ora invece la sorella diventa proprio la mediatrice di un mondo utopico e mistico che si fa più tangibile e durevole e il rapporto con lei perde in gran parte le caratteristiche propriamente erotiche per diventare l’unio mystica che schiude l’accesso al Regno Millenario che è l’aspetto oggettivato, permanente dell’“altro stato” Il mondo dell’“irrealtà” finisce per soverchiare il mondo reale e dissolverne i contorni. Perciò il primo importante motivo narrativo, il viaggio dei due fratelli, che pure era già stato abbozzato, viene rimandato sine die: Musil si doveva essere accorto che questo viaggio non era più da intendere alla lettera, ma come viaggio simbolico verso il Regno Millenario. E col viaggio scompare dagli orizzonti dell’autore e
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dei suoi personaggi principali tutta la trama vera e propria, che ci resta conservata solo negli abbozzi.
Sappiamo però che di questo mutamento di rotta Musil acquista piena consapevolezza solo negli ultimi anni, mentre prima continua a sogguardare verso la direzione da cui è partito, pur muovendosi sempre verso la nuova.
L’“abolizione della realtà” importa il trapasso da una concezione negativa a una concezione positiva dell’umanità e dei suoi fini. L’interesse dell’eroe per Moosbrugger derivava dall’idea, esplicitamente fondata su Nietzsche, che il male è “un caso estremo e fuorviato del bene” ed è ineliminabile dal mondo, ragion per cui anziché condannare il criminale occorrerebbe recuperare le forze in lui presenti, le quali – direbbe von Stumm – servirebbero a
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“rilassare lo spirito borghese”, senza peraltro poter sopprimere la “dialettica” che rigenera sempre il male. In corrispondenza a ciò i personaggi erano in origine dei “criminali” o dei “fanatici” (Die Schwärmer, col titolo del dramma di Musil, per un momento previsto anche come titolo del romanzo) che col loro fallimento avrebbero dovuto confermare l’ineluttabilità di questa dialettica per cui “le stesse cose ritornano” Ora il distacco da Moosbrugger e la nuova funzione di Agathe mostrano che è possibile, per Musil e per i suoi eroi, uscire da questo ciclo infernale e immaginare una “società estatica” in cui si attui in forma stabile l’esperienza mistica. Certo, questo avvento dell’irrealtà come soluzione positiva segna la fine del romanzo in quanto tale, poiché distrugge la realtà concreta
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e storica e rinchiude Ulrich e Agathe nell’impasse dei colloqui nel giardino, ma è giusto e indispensabile riconoscere che per Musil e per i suoi personaggi esso rappresenta una liberazione.
Nessun dubbio, nelle grandi linee, su questa evoluzione interiore che sta alla base della complessa genesi del romanzo. La valutazione che ne possiamo dare dipenderà invece naturalmente dal punto di vista. Per i curatori degli inediti, come risulta sia dal loro commento che soprattutto dal loro libro su Musil (21), il mutamento di rotta è sostanzialmente positivo sia ideologicamente che artisticamente. Anche se l’Usq, essi ragionano, si è andato trasformando in qualche
21 E. KAISER – E. WILKINS, Robert Musil, Eine Einführung in das Werk,Stuttgart1962.
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cosa di diverso da un romanzo, tuttavia gli ultimi capitoli e abbozzi, in particolare i “capitoli del giardino”, sono quanto di più maturo Musil abbia scritto e arricchiscono la letteratura mistica di nuovi, importanti contributi. Altri sarà invece padrone di giudicare l’utopia della “società estatica” come pura bizzarria di uno scrittore invecchiato e di deplorare che Musil non abbia continuato sulla strada della realtà, ancorché di una realtà negativa, anziché dirottare su quella dell’irrealtà. Per conto nostro vorremmo soltanto azzardare qualche osservazione, ricollegandoci a quanto si è detto nel secondo paragrafo.
La rinuncia all’identificazione autore- Moosbrugger attuata nei primissimi abbozzi dell’epoca non è solo il primo passo sulla via
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che porterà infine alla soluzione mistica, ma altresì la premessa perché la problematica personale di Musil potesse oggettivarsi e diventare romanzo, analisi della sua società e del suo tempo. Sappiamo però che l’oggettività del romanzo è sempre stata un’oggettività sui generis.
Oltre alla lettera al Guillemin si può anche citare l’intervista del 1926, con la recisa contestazione di voler scrivere un romanzo storico: “La spiegazione reale dell’accadere reale non mi interessa. La mia memoria è cattiva. Inoltre i fatti sono sempre scambiabili. Mi interessa ciò che è spiritualmente tipico, vorrei dire addirittura l’aspetto spettrale dell’accadere” La riduzione della realtà a irrealtà, degli accadimenti al loro aspetto spettrale, è dunque immanente fin dal
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principio, e su ciò abbiamo già insistito. Quel che abbiamo appreso nel frattempo dall’esame della genesi dell’opera è che questo equilibrio del romanzo a metà tra reale e irreale, tra autobiografico e oggettivo, non è il risultato di un intento costante e preciso, come sembra da quelle dichiarazioni di Musil, ma contraddistingue una fase determinata dello sviluppo dello scrittore, una stagione irripetibile. All’inizio c’era soltanto la proiezione autobiografica, e la ricerca di una cornice oggettiva è avvenuta a tastoni, quasi per caso, come sappiamo che infatti è sorto il motivo dell’Azione Parallela. Il personaggio “senza qualità” da una parte e “l’aspetto spettrale dell’accadere” dall’altra si sono fusi in una labile unità romanzesca pronta a spezzarsi ogni momento nelle due componenti del saggio e
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dell’autobiografia. Come si è costituita e si è infranta questa unità? Crediamo che le considerazioni puramente psicologiche non bastino a spiegare il processo, e meno che mai le difficoltà compositive di Musil, che tanto lo tormentavano e lo spingevano ancora negli ultimi anni a interessarsi ai libri sulla tecnica della narrazione, come se non avesse già mostrato di poter essere talora un grande narratore.
Occorre risalire a un’esperienza storica fondamentale. È il crollo del mondo austro- ungarico dopo la prima guerra mondiale che ha dato corpo ai fantasmi della vita spirituale dello scrittore, spingendolo a oggettivarli nel tempo e nelle figure di quel paese di Cacania che era
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ormai diventato mitico. (22) Mitico, ma ancora vicino e concreto, mentre è probabile che,
22 Anche la localizzazione è quindi intermedia tra reale e irreale. In uno studio su “Configurazione dello spazio e simbolismo spaziale nella narrativa”, Herman Meyer cita il romanzo di Musil come esempio della tendenza propria dell’avanguardia allo “straniamento dei motivi realistici, che porta con sé una forte riduzione… dei dati tipografici, il cui senso consiste peraltro proprio nella loro potenziale riconoscibilità… È sintomatico che il mondo di questo romanzo (l’Usq) si riferisca all’hic et nunc determinato dall’imperial-regia monarchia, ma che Musil stranii questo empirismo cifrato mediante il curioso termine “Cacania” e taccia praticamente il nome della città di Vienna, che è lo scenario dell’azione” (ZARTE EMPIRIE, Studien zur Literaturgeschichte, Stuttgart 1963, p. 37) Ricordiamo che “Kakanien” deriva dalla pronuncia “Ka-Ka” delle iniziali “k.k.” degli aggettivi “Kaiserlich- königlich” (imperial-regio), regolarmente premessi alla designazione delle istituzioni della monarchia danubiana.
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inversamente, il disinteresse per gli aspetti oggettivi del romanzo sia dovuto all’evento del nazionalsocialismo, che apriva un periodo nuovo e metteva fine a quello stato, anch’esso intermedio, in cui il passato non era più ma il ricordo era ancora intatto. Musil era sempre in grado di comprendere e valutare adeguatamente gli avvenimenti, che egli aveva anzi presagito – con quanta fierezza citava il giudizio di un critico che aveva visto nel Törless l’anticipazione del mondo del terrore nazista! – ma si estraniava sempre più ad essi. Pensava di raccogliere dei saggi con il significativo titolo Lontano dall’oggi (Fern von heute) e nel diario spesso lamenta che i personaggi dell’Usq erano diventati inattuali. Quel miscuglio di realtà e irrealtà che corrispondeva esattamente al momento in cui erano stati concepiti, poiché
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aleggiavano ancora nel presente anche se la finis Austriae ne aveva contestato l’importanza, gli intenti, le “qualità”, si era decisamente spostato a favore dell’irrealtà, e allora rimase padrona del campo la componente autobiografica, la vita interiore, la ricerca del Regno Millenario. Ma l’opera, benché incompiuta, era già scritta. E se vive e vivrà, è perché Musil ha avuto il tempo di fare di essa una specie di trattato, basato sulla forma fondamentale dell’ironia, dei fenomeni spirituali del tempo e dei loro rapporti con la condotta degli uomini; un’enciclopedia vivente in cui vengono passati in rassegna e sottoposti a giudizio tutti gli “ismi”, dal nazionalismo all’irrazionalismo, dall’espressionismo alla psicanalisi.
Giudizio spesso tanto più profondo ed acuto
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di quello che si trova sugli stessi temi nei saggi o nelle note di diario, ciò che mostra come la forma del romanzo, nonostante tutta la sua moderna problematicità, giovi ugualmente all’oggettività della realtà spirituale. Da questo punto di vista il definitivo prevalere dell’“irrealtà” e la conseguente paralisi del romanzo si possono considerare come la risoluzione unilaterale, nel senso più consono al vecchio Musil, del tentativo di rappresentare “tutti gli aspetti contrastanti della grande crisi europea” (23), Di tutti gli “ismi” era rimasto, accettato come sbocco positivo, solo il misticismo, l’unico risparmiato dall’atteggiamento ironico. Come nella storia esteriore del romanzo i due volumi stampati e
23 Secondo la già citata definizione del Mittner.
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rilegati emergono e riaffondano nel mare dei manoscritti, così nella sua storia interiore l’uomo senza qualità s’inarca e si libra ironicamente al di sopra di se stesso per giudicare il proprio tempo prima di rientrare nella vicenda privata, nel giardino mistico, nell’hortus conclusus di Robert Musil.
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6. La fortuna del romanzo
E vicende politiche e la sua scarsa produttività avevano travolto la notorietà di cui Musil godeva
ancora all’inizio degli anni trenta. Quando egli morì, era uno sconosciuto. Dopo la guerra qualche amico lo ricordò in giornali e riviste, ma solo nel 1949 un articolo pubblicato anonimo (ma opera dei coniugi Wilkins-Kaiser) nel “Times Literary Supplement” attirò nuovamente l’attenzione su di lui. Un giornale di risonanza internazionale e noto per la sua prudenza proclamava apertamente che quest’uomo completamente dimenticato era
uno dei massimi scrittori del Novecento. La
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curiosità suscitata dall’articolo spinse l’editore Rowohlt (che a suo tempo aveva speso per l’Usq molto di più di quanto ne avesse ricavato) ad affidare a Adolf Frisé la cura delle opere di Musil, che apparvero in tre volumi tra il 1952 e il 1957. Primo ad apparire fu naturalmente l’Usq, e la fretta influì indubbiamente sulla qualità dell’edizione (ricca anche di errori di stampa) Il secondo volume conteneva tra l’altro una scelta dei diari, di cui è imminente una nuova edizione più completa e accurata, mentre per le altre opere bisogna tuttora giovarsi dell’edizione Frisé, in cui l’Usq ha avuto numerose ristampe. Gli scritti teatrali furono raccolti da Marie-Louise Roth (Theater. Kritisches und Theoretisches, Reinbek 1965), altri brevi inediti sono stati pubblicati in riviste o a parte, ma molti scritti occasionali sparsi in
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giornali e riviste attendono ancora di essere raccolti. All’edizione tedesca seguirono traduzioni in moltissime lingue. In Italia, oltre all’Usq, furono tradotti il Törless (Einaudi, Torino 1960, e Lerici, Milano 1959), Tre donne (con l’aggiunta di Incontri, Einaudi, Torino
1960), Vinzenz e l’amica degli uomini importanti (ivi 1962), I fanatici (ivi 1964), e le Pagine postume pubblicate in vita (ivi 1970) Il volume Racconti e teatro (ivi 1964) comprende le commedie e i racconti.
Manca invece la traduzione dei diari e dei saggi critici (salvo qualche anticipazione in riviste).
La letteratura su Musil è vastissima. La Robert-Musil-Bibliographie di Jürgen Thöming (Bad Homburg 1968) registrava già circa 400 numeri. In Italia, oltre alla fondamentale
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monografia di Aloisio Rendi, cui rimandiamo per maggiori informazioni, e al saggio di Ladislao Mittener, più volte citati, ricorderemo il saggio di Johannes Hösle (in “Rivista di letterature moderne e comparate”, 1959) e quello di Pietro Citati (in “Paragone”, 1962), nonché il brillante capitolo su Musil nell’opera di Claudio Magris Il mito absburgico nella letteratura austriaca moderna (Einaudi, Torino
1963) Tra le opere tedesche segnaliamo soltanto le due brevi, ma ottime monografie di Wilfried Berghahn (R. M., Reinbek 1963) e Helmut Gumtau (R. M., Berlin 1967) Il “Robert- Musil-Archiv” di Klagenfurt, diretto da Karl Dinklage, costituisce un importante centro di studi musiliani.
Nonostante l’imponente letteratura, molte questioni restano aperte.
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Innanzi tutto spicca la sproporzione tra la mole dei lavori e la scarsità dei contributi dedicati ai manoscritti o fondati su di essi. Dopo la citata dissertazione di W. Bausinger non si sono più avute indagini sistematiche sui problemi dell’edizione dei manoscritti (salvo un recente contributo di D. Uffhausen) Ma soprattutto non si sono avute nuove edizioni, nemmeno un equivalente tedesco dell’edizione italiana a cura dei Kaiser. Gli attacchi di questi due studiosi all’edizione Frisé hanno suscitato animate polemiche, ma i loro risultati, pur essendo sostanzialmente condivisi da tutti coloro che hanno potuto esaminare i manoscritti (oltre al Bausinger, Karl Corino, Elisabeth Albertsen e altri) non sono stati universalmente raccolti. È vero che i Kaiser avevano legato questi risultati alla loro
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discutibile interpretazione (di tipo junghiano) del romanzo, tuttavia anziché dissociare questa da quelli la critica tedesca ha preferito servirsene come pretesto per negare l’evidenza. Specie l’autorità di Wolfdentrich Rasch, noto germanista che aveva conosciuto Musil, ha permesso di continuare a tenere in piedi il mito di Musil che aveva pianificato tutto fin da principio. Si ha così il paradosso di una vasta letteratura critica che si sviluppa non solo in base a un’edizione scorretta, ma per lo più senza tener conto degli inoppugnabili risultati delle ricerche compiute sui manoscritti.
La fama del romanzo musiliano è toccata solo parzialmente da tali questioni in quanto si fonda soprattutto sul primo volume. Anche questa fama non è però priva di problemi. Essa risulta dalla convinzione che l’Usq sia il
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massimo esempio di quella narrativa saggistica che sembra costituire buona parte della letteratura del Novecento. Ma il rapporto tra “finzione” e “riflessione” che vige nell’Usq è veramente quello più adatto all’opera d’arte? O non tende esso a dissolvere proprio l’elemento narrativo in astrazione anziché riportarlo al concreto, assorbendo in esso l’elemento della riflessione? Questa tesi è stata sostenuta, attraverso un confronto con Bechett, nell’importante libro di Ulf Schramm Fiktion und Reflexion, überlegungen zu Musil und Bechett (Frankfurt a M. 1967), uno dei migliori frutti della scuola di Adorno. È significativo che siano proprio i filosofi (anche Benjamin trovava Musil “più intelligente di quanto abbia bisogno di esserlo”) a insistere su questi limiti del saggismo musiliano. In particolare le obiezioni
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dello Schramm – sottratte a una certa irritante normatività vanno meditate per assegnare a Musil il posto che gli compete. Lungi dall’essere indicativo per le tendenze della letteratura contemporanea, egli sembra un isolato che non trova la via di una nuova forma che rappresenti la realtà attuale, ma a questo punto fa di necessità virtù e dissolve la rappresentazione in una grandiosa girandola di notazioni saggistico-satiriche. Anche per questa via, dunque, l’incompiutezza del romanzo non appare come un fatto casuale, ma come un esito implicito nella sua stessa impostazione.
Cesare Cases
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L’UOMO SENZA QUALITÀ
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LIBRO PRIMO
- L’AZIONE PARALLELA -
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PARTE PRIMA
- UNA SPECIE D’INTRODUZIONE -
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1. Dal quale, eccezionalmente, non si ricava nulla
SULL’Atlantico un minimo barometrico avanzava in direzione orientale incontro a un massimo
incombente sulla Russia, e non mostrava per il momento alcuna tendenza a schivarlo spostandosi verso nord. Le isoterme e le isotere si comportavano a dovere. La temperatura dell’aria era in rapporto normale con la temperatura media annua, con la temperatura del mese più caldo come con quella del mese più freddo, e con l’oscillazione mensile
aperiodica. Il sorgere e il tramontare del sole e
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della luna, le fasi della luna, di Venere, dell’anello di Saturno e molti altri importanti fenomeni si succedevano conforme alle previsioni degli annuari astronomici. Il vapore acqueo nell’aria aveva la tensione massima, e l’umidità atmosferica era scarsa. Insomma, con una frase che quantunque un po’ antiquata riassume benissimo i fatti: era una bella giornata d’agosto dell’anno 1913.
Le automobili sbucavano da vie anguste e profonde nelle secche delle piazze luminose. Il nereggiar dei pedoni disegnava cordoni sfioccati. Nei punti dove più intense linee di velocità intersecavano la loro corsa sparpagliata i cordoni si ingrossavano, poi scorrevano più in fretta e dopo qualche oscillazione riprendevano il ritmo regolare. Centinaia di suoni erano attorcigliati in un
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groviglio metallico di frastuono da cui ora sporgevano ora si ritraevano punte acuminate e spigoli taglienti, e limpide note si staccavano e volavano via. A quel frastuono, senza che se ne possano tuttavia descrivere le caratteristiche, chiunque si fosse trovato lì ad occhi chiusi dopo una lunghissima assenza avrebbe capito di essere nella città capitale di Vienna, residenza della Corte. Le città si riconoscono al passo, come gli uomini. Aprendo gli occhi egli ne avrebbe avuto la conferma dal ritmo del traffico stradale, ancor prima di scoprire qualche particolare significativo. E anche se si fosse sbagliato, poco male. L’importanza esagerata che si dà al fatto di trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro risale all’età delle orde di nomadi, quando bisognava tener bene a mente dov’erano i terreni da pascolo.
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Sarebbe interessante sapere perché davanti a un naso rosso ci si contenta di constatare approssimativamente che è rosso, e non si indaga mai di quale rosso si tratti, quantunque lo si possa esprimere esattamente fino al micromillimetro mediante la lunghezza d’onda; mentre in questioni assai più complesse, come quella della città in cui si vive, si vorrebbe sempre sapere precisamente qual è questa città. E ciò distrae l’attenzione dalle cose essenziali.
Non diamo dunque particolare importanza al nome della città. Come tutte le metropoli era costituita da irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e di eventi, e, frammezzo, punti di silenzio abissali; da rotaie e da terre vergini, da un gran battito ritmico e dall’eterno disaccordo e
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sconvolgimento di tutti i ritmi; e nell’insieme somigliava a una vescica ribollente posta in un recipiente materiato di case, leggi, regolamenti e tradizioni storiche.
Le due persone che in essa percorrevano una strada larga e animata non avevano naturalmente questa impressione. Si vedeva che appartenevano a una classe sociale privilegiata, erano signorili nel vestiario, nel contegno e nel modo di conversare, portavano le iniziali del proprio nome significativamente ricamate sulla biancheria; e similmente, cioè non in modo visibile dall’esterno ma nella raffinata biancheria della loro coscienza, essi sapevano chi erano, e sapevano che una città capitale e residenziale era appunto il posto adatto per loro. Supposto che si chiamassero Arnheim e Ermelinda Tuzzi, cosa non vera
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perché in agosto la signora Tuzzi era ancora ai bagni di Aussee col marito, e il dottor Arnheim a Costantinopoli, resta da risolvere il problema della loro identità. La gente di immaginazione fervida si propone spesso per istrada simili indovinelli, che si sciolgono in un modo curioso, e cioè dimenticandoli; a meno che entro cinquanta passi non ci si ricordi dove si sian già visti quei due. I nostri si fermarono all’improvviso vedendo davanti a sé un assembramento. Già un attimo prima qualcosa era uscito dalle file con una svolta brusca, aveva girato su se stesso, s’era messo di sghembo; era un pesante autocarro frenato di colpo, ora lo si vedeva, inchiodato lì con una ruota sul marciapiede. Come api intorno al buco dell’arnia la gente s’era accalcata lasciando un vuoto nel mezzo. E lì stava il
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camionista sceso dalla cabina, grigio come carta da pacchi, e descriveva con rozzi gesti l’accaduto. Gli sguardi dei sopraggiungenti si posavano su di lui e poi calavano guardinghi verso terra, dove un uomo che giaceva come morto era stato adagiato sull’orlo del marciapiede. A vicenda alcuni s’inginocchiarono vicino a lui per fargli qualcosa; gli sbottonarono la giacca e gliela riabbottonarono, cercarono di metterlo in piedi e poi lo ricoricarono; in fondo tutti volevano semplicemente occupare il tempo in attesa del soccorso più efficace e autorizzato dalla Sanità.
Anche la signora e il suo compagno s’erano avvicinati e al di sopra delle teste e delle schiene curve avevano osservato il giacente. Poi si trassero indietro esitanti. La signora provava una sensazione sgradevole nella regione
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cardiaco-epigastrica, che prese a buon diritto per compassione; era un sentimento indeciso, paralizzante. Dopo un silenzio il signore le disse:
- In questi autocarri pesanti che usano qui da noi il freno ha la corsa troppo lunga.
La signora ne ebbe un senso di sollievo e lo ringraziò con un’occhiata attenta. Aveva già sentito talvolta quell’espressione, ma non sapeva che cosa fosse la corsa del freno e non desiderava saperlo; le bastava che con ciò l’orribile incidente fosse in qualche modo sistemato e diventasse un problema tecnico che non la riguardava più da vicino. E in quel momento si udì anche il fischio dell’autoambulanza, e la prontezza del suo arrivo riempì di soddisfazione tutti gli astanti. Sono ammirevoli queste istituzioni sociali!
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L’infortunato fu messo su una barella e introdotto con questa nella vettura. Alcuni uomini indossanti una specie di uniforme si affaccendarono intorno a lui, e l’interno dell’ambulanza, per quel che si poteva scorgere, era nitido e ordinato come una corsia d’ospedale. Si aveva quasi la legittima impressione d’aver assistito a un episodio legale e regolamentare.
- Secondo le statistiche americane, – osservò il signore, – negli Stati Uniti centonovantamila persone all’anno rimangono uccise e quattrocentocinquantamila ferite in incidenti automobilistici.
- Crede che sia morto? – chiese la sua compagna, e aveva ancor sempre l’ingiustificata sensazione di aver vissuto una vicenda
eccezionale.
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- Spero di no, – rispose il signore. – Quando
1′hanno messo nella vettura sembrava proprio vivo.
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2. Casa e abitazione dell’uomo senza qualità
A strada in cui aveva avuto luogo il lieve incidente era una di quelle lunghe e sinuose arterie di traffico
che s’irradiavano dal cuore della città, attraversano i quartieri periferici e sboccano nei sobborghi. Se la coppia elegante l’avesse percorsa ancora per un tratto avrebbe visto qualcosa che le sarebbe certamente piaciuto. Era un giardino, in parte conservato, del diciottesimo o addirittura del diciassettesimo secolo, e passando davanti alla cancellata di
ferro battuto si vedeva fra gli alberi in mezzo a
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un prato rasato con cura una specie di piccolo castello con due ali brevi, casino di caccia o rifugio d’amanti dei tempi andati. Per essere precisi, le sue strutture erano del Seicento, il parco e il piano superiore avevano un netto carattere settecentesco, la facciata era stata restaurata e alquanto guastata nell’Ottocento; il tutto aveva un aspetto piuttosto bislacco, come le immagini fotografate una sopra l’altra; ma così com’era, bisognava inevitabilmente fermarsi su due piedi ed esclamare: “Oh guarda!” E quando il piccolo edificio bianco e leggiadro aveva le finestre aperte, spirava dalle pareti rivestite di libri il signorile raccoglimento d’una abitazione di studioso.
Quell’abitazione e quella casa appartenevano all’uomo senza qualità.
Egli stava ritto dietro i vetri d’una finestra e
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attraverso il filtro verde-chiaro del giardino guardava la strada nerastra; e da dieci minuti contava, orologio alla mano, le automobili, le carrozze, i tram e le facce dei passanti dilavate dalla lontananza che mulinavano indaffarati dentro la sua rete visiva; valutava la velocità, gli angoli, le forze vive delle masse che fulmineamente attirano l’occhio, lo trattengono, lo abbandonano, che per un tempo non misurabile costringono l’attenzione a resister loro, a ribellarsi, a passare ad altro e gettarglisi dietro; in breve, dopo essersi dedicato per un po’ ai suoi calcoli mentali, intascò l’orologio ridendo e decise che era un’occupazione assurda.
Se si potessero misurare i balzi dell’attenzione, il lavoro dei muscoli oculari, i moti pendolari dell’anima e tutti gli sforzi ai
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quali un individuo che cammina per la strada deve sottoporsi per non essere travolto, si otterrebbe probabilmente – questo egli aveva pensato, e aveva tentato per gioco di calcolare l’incalcolabile una quantità in confronto alla quale la forza impiegata da Atlante per sostenere il mondo è poca cosa, e si potrebbe giudicare l’immane fatica compiuta oggigiorno anche da un uomo che non fa nulla.
Infatti l’uomo senza qualità apparteneva per il momento a tale categoria.
E un uomo che fa qualcosa?
“Se ne possono trarre due conclusioni”, egli disse fra sé.
La fatica muscolare di un cittadino che attende tranquillamente ai fatti suoi per tutta la giornata è assai maggiore di quella di un atleta che sollevi una volta al giorno un
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grossissimo peso; ciò è stato stabilito da ricerche fisiologiche, e allo stesso modo si sa che la somma collettiva delle fatiche spicciole quotidiane, data la loro capacità di esser sommate, mette in circolo una quantità di energia molto superiore a quella che vien spiegata in atti di eroismo; anzi le azioni eroiche appaiono nel loro insieme minuscole come un granello di sabbia posto per illudersi in cima a un monte. Quel pensiero gli piacque.
Bisogna tuttavia aggiungere che gli piacque non perché egli amasse la vita borghese; al contrario gli riusciva grato mettere ostacoli alle sue inclinazioni che un tempo erano state diverse. Forse è precisamente l’uomo comune che presente l’avvento di un immane eroismo collettivo da formicaio? Lo si può chiamare eroismo razionale e trovarlo bellissimo. Chi può
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saperlo fin da oggi? A quel tempo, di quegli interrogativi impellenti non ancora risolti ve n’erano a centinaia. Erano nell’aria, bruciavano sotto i piedi. I tempi erano in movimento. La gente che non è vissuta allora non lo crederà, ma già allora, e non soltanto adesso, i tempi procedevano alla velocità di un cammello. Non si sapeva però in che direzione. Ed era difficile distinguere il sopra dal sotto, e le cose in regresso da quelle in progresso.
“È inutile, – concluse l’uomo senza qualità scrollando le spalle, – tanto in un così fitto groviglio di forze la cosa non ha la minima importanza!”. Si volse altrove, come un uomo che ha imparato la rinunzia, anzi quasi come un malato che rifugge da ogni contatto, ma attraversando lo spogliatoio contiguo passò accanto a un pallone ivi appeso, e gli diede un
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colpo molto pill pronto ed energico di quanto accade a chi e in stato di rassegnazione o di debolezza.
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3. Anche un uomo senza qualità può avere un padre dotato di qualità
IN fondo, solo per un atto di sfida e perché esecrava le comuni case d’abitazione l’uomo senza qualità,
tornando dall’estero qualche anno prima, aveva preso in fitto quel castelletto, che un tempo era riservato ai soggiorni estivi, ma con l’estendersi della città si era fatto sempre meno adatto al suo scopo e alla fine era ridotto a una proprietà incolta e disabitata in attesa che aumentasse il valore dei terreni. Per conseguenza la pigione era bassa, ma restaurare il palazzetto e
renderlo conforme alle esigenze moderne aveva
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ingoiato somme impreviste; era diventato una vicenda avventurosa, che in conclusione l’aveva costretto a chiedere l’aiuto di suo padre, molto a malincuore poiché egli amava la propria indipendenza. Aveva trentadue anni e il padre sessantanove.
Il vecchio signore inorridì. Non tanto per la sorpresa, sebbene anche un po’ per questa, poiché detestava l’imprevidenza; e neanche per il contributo che gli toccava sborsare, perché in fondo era contento che il figlio sentisse il bisogno di un focolare domestico e di un ordine proprio. Ma andar a stare in un edificio che non si poteva fare a meno di definire un castello, sia pure al diminutivo, feriva i suoi sentimenti e gli incuteva timore come una presunzione foriera di sventure.
Egli, mentre era studente e poi sostituto in
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uno studio legale, aveva fatto il precettore presso illustri famiglie patrizie e ciò senza necessità poiché la sua famiglia godeva di una buona agiatezza.
Più tardi, quando divenne docente universitario e professore, ebbe la sua ricompensa, perché grazie a quei rapporti diligentemente coltivati egli divenne a poco a poco il consulente giuridico di quasi tutta la nobiltà feudale del suo paese, pur avendo meno che mai bisogno di un’attività secondaria. E anzi, quando già da tempo la sostanza così accumulata pareggiava la dote della moglie mortagli innanzi tempo, appartenuta a una ricca famiglia di industriali renani, quelle relazioni strette in gioventù e consolidate in età matura non si sciolsero. Sebbene il giurista salito ad alti onori si fosse ormai ritirato dalla
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professione e limitasse la sua attività a qualche perizia profumatamente pagata, tuttavia gli avvenimenti che riguardavano i suoi protettori d’un tempo venivano da lui accuratamente registrati e riportati con estrema esattezza di padre in figlio; e non un’onorificenza, non un matrimonio, non un compleanno od onomastico poteva essere celebrato senza uno scritto che recasse al destinatario i più fervidi auguri in un delicato miscuglio di rispetto e di ricordi comuni. Altrettanto puntualmente giungevano ogni volta brevi risposte che ringraziavano il caro amico e l’illustre giureconsulto. Così suo figlio ben conosceva sin dall’infanzia il talento aristocratico della boria quasi inconscia ma ponderata, che misura con esattezza il valore di una cortesia; e l’umiltà di un uomo, che pure apparteneva all’aristocrazia
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intellettuale, davanti ai proprietari di cavalli, poderi e tradizioni l’aveva sempre irritato. Ma non era calcolo servile quello che rendeva suo padre così poco suscettibile; per istinto naturale egli aveva percorso, in tal modo, una bella carriera, non era soltanto professore membro di accademie e di molte commissioni scientifiche e statali, ma anche cavaliere, commendatore e persino gran croce di alti ordini cavallereschi; infine Sua Maestà gli aveva conferito il titolo di nobiltà ereditario, e già prima lo aveva nominato senatore. In Senato egli apparteneva all’ala liberale borghese, che talvolta si opponeva a quella patrizia, ma nessuno dei suoi nobili patroni se l’ebbero mai a male, anzi non se ne stupirono affatto; non avevano mai veduto in lui se non lo spirito della borghesia che tende ad elevarsi. Il
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vecchio signore partecipava con zelo al lavoro legislativo, e anche quando in una votazione egli si schierava nel campo borghese, quelli dell’altro campo non si offendevano, piuttosto avevano l’impressione che egli si trovasse lì senza esser stato invitato. Egli svolgeva la sua missione politica così come aveva svolto quella professionale, conciliando cioè la superiorità della sua scienza talvolta blandamente riformatrice con l’impressione che si poteva tuttavia contare sulla sua sommissione personale; e insomma, come diceva suo figlio, era passato senza sostanziali mutamenti dall’ufficio di precettore di case gentilizie a quello di precettore della Camera vitalizia.
Quando apprese l’acquisto del castello, gli parve la violazione di una frontiera non definita legalmente, ma da rispettare con tanto maggior
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scrupolo, e rivolse al figlio rimproveri ancor più amari di quelli che gli aveva già rivolto nel corso degli anni, rampogne che sonavano quasi profezia di una trista fine, alla quale tale oltraggio dava l’avvio. Egli era offeso nel sentimento su cui fondava la sua vita. Come in molti uomini giunti a posizioni ragguardevoli, esso consisteva, ben lungi dall’egoismo, in un amore profondo per l’utile, diciamo così, universale e al di sopra delle persone; in altre parole, una sincera reverenza per tutto ciò su cui si costituisce il proprio vantaggio, non perché lo si costruisce, ma in armonia e in concomitanza con ciò, e per motivi generali. Questo è importantissimo; anche un cane di razza si cerca un posto sotto la tavola, insensibile ai calci non per bassezza canina ma per affetto e fedeltà. E appunto i freddi
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calcolatori non hanno nella vita la metà del successo conseguito invece dagli spiriti felicemente equilibrati, che nutrono sentimenti veri e profondi per le persone e le condizioni capaci di portar loro vantaggio.
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4. Se esiste il senso della realtà deve esistere anche il senso della possibilità
CHI voglia varcare senza inconvenienti una porta aperta deve tener presente il fatto che gli
stipiti sono duri: questa massima alla quale il vecchio professore si era sempre attenuto è semplicemente un postulato del senso della realtà. Ma se il senso della realtà esiste, e nessuno può mettere in dubbio che la sua esistenza sia giustificata, allora ci dev’essere anche qualcosa che chiameremo senso della possibilità.
Chi lo possiede non dice, ad esempio: qui è
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accaduto questo o quello, accadrà, deve accadere; ma immagina: qui potrebbe, o dovrebbe accadere la tale o talaltra cosa; e se gli si dichiara che una cosa è com’è, egli pensa: be, probabilmente potrebbe anche esser diversa. Cosicché il senso della possibilità si potrebbe anche definire come la capacità di pensare tutto quello che potrebbe egualmente essere, e di non dar maggiore importanza a quello che è, che a quello che non è. Come si vede, le conseguenze di tale attitudine creativa possono essere notevoli, e purtroppo non di rado fanno apparire falso ciò che gli uomini ammirano, e lecito ciò che essi vietano, o magari indifferenti l’uno e l’altro. Questi possibilisti vivono, si potrebbe dire, in una tessitura più sottile, una tessitura di fumo, immaginazioni, fantasticherie e congiuntivi;
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quando i bambini dimostrano simili tendenze si cerca energicamente di estirparle, e davanti a loro quegli individui vengon definiti sognatori, visionari, pusilli, e saccenti o sofistici.
Chi vuol lodare questi poveri mentecatti li chiama anche idealisti, ma evidentemente con tutto ciò s’allude soltanto al tipo debole, che non sa capire la realtà o la fugge temendo di farsi male, per cui dunque l’assenza del senso della realtà è davvero una mancanza. Il possibile però non comprende soltanto i sogni delle persone nervose, ma anche le non ancor deste intenzioni di Dio. Un’esperienza possibile o una possibile verità non equivalgono a un’esperienza reale e a una verità reale meno la loro realtà, ma hanno, almeno secondo i loro devoti, qualcosa di divino in sé, un fuoco, uno slancio, una volontà di costruire, un
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consapevole utopismo che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un’invenzione. La terra in fin dei conti non è affatto vecchia e non si può dire che il suo grembo sia mai stato veramente benedetto. Volendo distinguere comodamente la gente che ha il senso della realtà dalla gente che ha il senso della possibilità, basta pensare a una determinata somma di denaro. Tutto ciò che mille marchi, ad esempio, contengono in fatto di possibilità, lo contengono senza dubbio, che uno li possegga o no; il fatto che li possegga il signor Tu o il signor Io non aggiunge loro nulla, come non aggiungerebbe nulla a una rosa o a una donna. Ma uno stolto li nasconde sotto il materasso, dicono i realisti, e un savio ne fa qualche cosa; persino alla bellezza di una donna viene innegabilmente tolto od aggiunto
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qualcosa da colui che la possiede. È la realtà che suscita la possibilità, e nulla di errato come il negarlo. Tuttavia nella media o nella somma rimarrebbero sempre le stesse possibilità, che si ripetono finché viene qualcuno per il quale una cosa reale non vale di più che una immaginaria. È lui che dà finalmente senso e determinazione alle nuove possibilità, e le suscita.
Un uomo siffatto è un caso però tutt’altro che semplice. Poiché le sue idee, quando non siano oziose fantasticherie, non sono altro che realtà non ancor nate, anch’egli possiede il senso della realtà; ma è un senso della realtà possibile, e perviene molto più lentamente alla meta che non il senso, insito nella maggior parte degli uomini, delle loro reali possibilità. Egli vuole, per così dire, il bosco, e gli altri
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vogliono gli alberi; e il bosco è qualcosa che è difficile definire, mentre gli alberi significano tanti e tanti metri cubi di una determinata qualità di legno. Forse lo si può esprimere anche meglio dicendo che l’uomo dotato di un normale senso della realtà somiglia a un pesce che abbocca all’amo e non vede la lenza, mentre l’uomo dotato di quel senso della realtà che si può anche chiamare senso della possibilità tira la lenza e non sa lontanamente se vi sia attaccata un’esca. A questa eccezionale indifferenza per la vita abboccante all’esca si contrappone per lui il pericolo di compiere azioni assolutamente atrabiliari. Un uomo non pratico – ed egli non appare soltanto tale, ma lo è in effetto – risulta malfido e imprevedibile nelle relazioni umane. Commetterà atti che per lui hanno un
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significato diverso che per gli altri, ma a tutto troverà giustificazione se potrà ridurlo a un’idea fuori del comune. E per giunta oggi è ancora assai lontano dalla logicità. È assai facile che un delitto, dal quale un altro risente danno, gli appaia semplicemente come uno sbaglio da imputarsi non a chi lo ha commesso ma all’ordinamento della società. È incerto però se uno schiaffo da lui ricevuto gli parrà un’ingiuria alla società, o almeno impersonale come il morso d’un cane; probabilmente invece restituirà innanzi tutto lo schiaffo, e solo in seguito gli verrà in mente che non avrebbe dovuto farlo. E ancora, se gli portano via l’amante non saprà oggi come oggi prescindere del tutto dalla realtà di questo fatto e consolarsi con un nuovo impreveduto sentimento. Per ora questa evoluzione è ancora
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in atto e costituisce per l’uomo singolo tanto una debolezza quanto una forza.
E poiché possedere delle qualità presuppone una certa soddisfazione di constatarle reali, è lecito prevedere come a uno cui manchi il senso della realtà anche nei confronti di se stesso possa un bel giorno capitare di scoprire in sé un uomo senza qualità.
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5. Ulrich
L’uomo senza qualità di cui stiamo narrando la storia si chiamava Ulrich; e Ulrich – non è piacevole
chiamare col nome di battesimo una persona che si conosce appena, ma dobbiamo tacere il casato per riguardo al padre – al limite fra infanzia e adolescenza aveva già dato un primo saggio della sua mentalità in un componimento che aveva per tema una frase patriottica. In Austria il patriottismo era una materia tutta speciale. I bambini tedeschi imparavano semplicemente a disprezzare le guerre dei bambini austriaci, e s’insegnava loro che i bambini francesi sono i pronipoti di libertini smidollati e scappano come lepri appena
vedono un soldato tedesco della territoriale che
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sia fornito di una gran barba. E scambiando le parti, con qualche opportuno mutamento, s’insegnavano le stesse cose ai bambini francesi, russi e inglesi, che si gloriavano anch’essi di numerose vittorie. Ora si sa che i bambini sono fanfaroni, amano giocare a guardie e ladri, e son sempre pronti, ove per avventura ne faccian parte, a considerare la famiglia X che sta in via Y come la più importante del mondo. Perciò è molto facile inculcare loro il patriottismo. In Austria però la faccenda era un po’ più intricata.
Gli austriaci infatti avevano vinto, è vero, tutte le guerre della loro storia, ma dopo queste guerre avevano dovuto quasi sempre cedere dei territori. Ciò induce a riflettere, e Ulrich scrisse nel componimento sull’amor di patria che un vero patriota non deve mai giudicare la sua
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patria la migliore di tutte; anzi, balenandogli un’idea che gli era parsa particolarmente bella, quantunque fosse piuttosto abbagliato dal suo scintillio che consapevole del suo contenuto, aveva aggiunto a quella frase sospetta quest’altra: che probabilmente anche Dio preferisce parlare del mondo da lui creato servendosi del congiuntivo potenziale (hic dixerit quispiam…) perché Dio fa il mondo e intanto pensa che potrebbe benissimo farlo diverso.
Di questa frase era molto orgoglioso, ma forse non s’era espresso con sufficiente chiarezza, perché ne era nato un putiferio e per poco non l’avevano espulso dalla scuola, anche se poi non avevano preso alcun provvedimento non sapendo decidere se quell’affermazione temeraria fosse da considerarsi un’offesa alla patria oppure a Dio. Ulrich frequentava allora
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l’aristocratica Accademia Teresiana che forniva le più nobili colonne dello stato, e il padre, irritato per l’onta recatagli da quel figlio degenere, lo aveva mandato all’estero, in un piccolo collegio belga che si trovava in una città sconosciuta, e, amministrato con sagace spirito commerciale, attirava mediante le rette bassissime una vasta clientela di scolari usciti dalla buona strada.
Da allora come le nuvole trascorrono in cielo erano passati sedici o diciassette anni. Ulrich non li rimpiangeva né se ne inorgogliva, semplicemente li riguardava con stupore, nel suo trentaduesimo anno d’età. Nel frattempo era stato in molti luoghi, qualche volta anche in patria, e dappertutto aveva fatto cose utili e cose inutili. S’è già accennato che era un matematico, e non occorre dirne di più perché
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in ogni professione esercitata non per lucro ma per amore giunge il momento in cui la curva ascendente degli anni sembra condurre al nulla. Questo momento durava da un poco quando Ulrich si ricordò che al paese natio viene attribuito il misterioso potere di far prendere radici al pensiero e di armonizzarlo con l’ambiente; vi si stabilì dunque provando le stesse impressioni d’un viandante che si segga su una panca per l’eternità pur presentendo che si rialzerà quasi subito.
E quando mise in ordine la sua casa, come dice la Bibbia, fece un’esperienza che in verità s’aspettava. Egli si trovava nella piacevole situazione di dover rimettere in sesto ab ovo e a suo talento il piccolo edificio in rovina che aveva acquistato. Dalla ricostruzione fedele fino alla libertà assoluta si offrivano alla sua scelta
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tutte le soluzioni, e alla sua mente si proponevano tutti gli stili, dall’assiro al cubista. Che cosa decidere? L’uomo moderno viene al mondo in una clinica e muore in una clinica; per conseguenza deve anche abitare in una clinica! Questo era l’assioma di un architetto di grido, e un altro riformatore dell’ambientazione esigeva che nelle case vi fossero pareti mobili, per il motivo che l’uomo dalla vita in comune deve imparare la fiducia nell’uomo, e non gli è lecito isolarsi con spirito separatistico. Era incominciata proprio allora una nuova era (ne comincia una ad ogni minuto) e un’era nuova ha bisogno di uno stile nuovo. Per fortuna di Ulrich il castelletto, così com’era, aveva già tre stili sovrapposti, cosicché non si poteva davvero farne tutto quello che la moda voleva; nondimeno egli era assai turbato dalla
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responsabilità di costruirsi una casa, e si sentiva pender sul capo la minacciosa massima letta sovente nelle riviste d’arte: “Dimmi come abiti e ti dirò chi sei”. Dopo aver lungamente consultato quelle riviste venne alla conclusione che la costruzione della propria personalità era meglio intraprenderla da solo e si mise a disegnare di sua mano i futuri mobili. Ma appena ideata una linea corposa e d’effetto, gli veniva in mente che si sarebbe potuto sostituirla benissimo con una linea funzionale e smilza; e incominciando ad abbozzare una forma in stile cemento armato scarnita dal suo stesso vigore, pensava alle magre forme marzoline di una fanciulla tredicenne e si metteva a sognare invece di decidersi.
Era questa – in un campo che non gli stava seriamente a cuore – la ben nota discontinuità
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delle idee con il loro pullulare senza un nucleo centrale, incoerenza che contraddistingue il nostro tempo e ne determina la bizzarra aritmetica, la quale salta di palo in frasca senza unità. Alla fine non immaginava più che locali irrealizzabili, stanze girevoli, arredamenti caleidoscopici, congegni per la trasformazione dell’anima, e le sue idee divennero sempre più vuote di contenuto. Così giunse infine al punto verso il quale si sentiva attratto. Suo padre l’avrebbe espresso all’incirca così: “Se si lascia che uno faccia tutto quel che vuole, dalla confusione finirà per dar del capo nei muri” Oppure: “Chi può concedersi tutto ciò che gli piace, presto non saprà più che cosa desiderare” Ulrich si ripeteva queste frasi con grande soddisfazione. Quell’antica saggezza tramandata gli sembrava un pensiero
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straordinariamente nuovo. Nelle sue possibilità, progetti e sentimenti, l’uomo dev’essere prima costretto da pregiudizi, tradizioni e ostacoli di ogni sorta, come un pazzo nella camicia di forza, e solo allora ciò che egli produce acquista forse valore, solidità e durevolezza… in verità è quasi impossibile misurare tutta la portata di questo pensiero! Ebbene, l’uomo senza qualità dopo esser ritornato in patria fece anche il secondo passo per lasciarsi foggiare dal di fuori, dalle circostanze esterne: a questo punto delle sue riflessioni abbandonò senz’altro l’arredamento della sua casa al talento dei fornitori, fermamente convinto che alle tradizioni, ai pregiudizi e ai limiti avrebbero provveduto loro. Per conto suo si accontentò di rinfrescare i vecchi motivi che c’eran già da prima, gli scuri
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palchi di cervi sotto le volte bianche del piccolo atrio e il rigido soffitto del salotto, e inoltre aggiunse tutto quel che gli pareva comodo o rispondente a uno scopo.
Quando tutto fu pronto, poté crollare il capo e chiedersi: “Questa dunque è la vita che dovrà esser la mia?”
Era ormai in possesso di un piccolo delizioso palazzo; non si poteva quasi chiamarlo altrimenti perché corrispondeva esattamente all’idea che la parola suggerisce: la residenza lussuosa di un personaggio ufficiale, come l’avevano concepita i mobilieri, i tappezzieri, i decoratori più in voga. Peccato che a quel magnifico meccanismo d’orologeria mancasse la carica; perché allora si sarebbero veduti salire su per la rampa carrozze con alti dignitari e nobili dame, i lacchè sarebbero
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saltati giù dalle predelle e avrebbero chiesto ad
Ulrich con diffidenza:
“Buon uomo, dov’è il vostro padrone?”
Ulrich era tornato dalla luna e immediatamente s’era ristabilito sulla luna.
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6. Leona, o uno spostamento di prospettiva
QUANDO ci si è costruito il focolare si deve anche munirsi di una donna.
A quel tempo l’amica di Ulrich
aveva nome Leontine e faceva la canzonettista in un piccolo caffè-concerto; era alta, slanciata ma in carne, provocantemente apatica, ed egli la chiamava Leona.
L’aveva notata per l’umida oscurità dei suoi occhi, per l’espressione tra dolorosa e appassionata del bel viso regolare e oblungo e per le canzonette sentimentali che cantava invece di quelle ardite. Erano vecchie canzonette fuori moda che parlavano tutte di
amore, dolore, fedeltà, abbandono, mormorii di
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selve e guizzi di trote nei torrenti. Alta e grave, l’immagine stessa dell’abbandono, Leona stava sul piccolo palcoscenico e cantava paziente con la voce di una buona massaia; e se anche la canzone conteneva qualche strofetta arrischiata l’effetto era tanto più lugubre in quanto la ragazza sottolineava i sentimenti tragici come quelli maliziosi con gli stessi gesti faticosamente compitati. A Ulrich tornarono subito alla memoria vecchie fotografie o ritratti di belle donne in annate arretrate di giornali per le famiglie, e mentre osservava il volto della ragazza vi notò una quantità di piccoli tratti caratteristici che potevano anche non esser reali eppure ne costituivano l’insieme. Vi sono naturalmente in tutte le epoche le più varie specie di visi; ma uno solo viene prescelto dal gusto del tempo ed elevato a fortuna e bellezza,
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mentre tutti gli altri cercano di somigliare a quello; e vi riescono anche i visi brutti, con l’aiuto dell’acconciatura e della moda, solo non vi riescono mai i volti destinati a singolari successi, nei quali si esprime senza compromessi il reale e decaduto ideale di un tempo ormai passato. Tali volti errano come cadaveri di desideri svaniti nell’immensa vacuità del turbine d’amore, e gli uomini che s’abbandonavano stupiti al gran tedio del canto di Leontine e non capivano che cosa li commovesse, si sentivan fremere le narici per sentimenti assai più complessi di quelli suscitati in loro dalle piccole sfacciate canzonettiste pettinate “alla tango” Fu allora che Ulrich decise di chiamarla Leona, e il possesso di lei gli parve desiderabile come quello d’una gran pelle di leone con la testa
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impagliata.
Dopo che si furono conosciuti, Leona rivelò un’altra particolarità anacronistica: era straordinariamente vorace, e questo è un vizio che da un pezzo è passato di moda. Esso derivava dalla struggente e finalmente liberata nostalgia di leccornie che l’aveva tormentata quand’era una bimba povera; ora, non più repressa, aveva acquistato la forza di un ideale che finalmente ha abbattuto la sua prigione e s’è impadronito del potere. Suo padre era un onesto piccolo borghese che la picchiava quando andava in giro con qualche ammiratore; lei però lo faceva per la sola ragione che nulla al mondo le piaceva quanto star seduta nel dehors di un piccolo caffè a spilluzzicare il suo gelato guardando passare la gente con un’aria di suprema distinzione.
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Sarebbe esagerato affermare che fosse addirittura frigida, ma si potrebbe dire, se è lecito, che anche in quello, come in tutto, era pigra e non le piaceva lavorare. Nel suo ampio corpo ogni stimolo impiegava un tempo sorprendente per giungere al cervello, e accadeva che a mezzo la giornata ella stralunasse gli occhi senza alcun motivo, mentre di notte li aveva tenuti fissi e immobili sul soffitto come se stesse contemplando una mosca. E a volte nel più assoluto silenzio si metteva improvvisamente a ridere per una barzelletta di cui in quel momento le si era dischiuso il senso, mentre giorni prima l’aveva ascoltata impassibile senza capirla. Perciò, a meno d’una ragione contraria, si comportava con molta decenza. Come si fosse data a quella sua professione non c’era mai stato verso di
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farle dire. Probabilmente non la sapeva più nemmeno lei. Evidentemente però il mestiere di canzonettista le appariva come una parte necessaria della vita, e a quello riconnetteva tutto ciò che di bello e di grande aveva udito dire sull’arte e sugli artisti; cosicché le sembrava giusto, educativo e signorile uscir fuori ogni sera su un piccolo palcoscenico velato dal fumo denso dei sigari e cantare canzoni il cui valore emotivo era per lei fuori di discussione. S’intende che non rifuggiva dall’intercalarvi qualche scurrilità, com’è necessario per ravvivare un po’ ciò che è decente, ma era convintissima che anche la prima cantante dell’Opera Imperiale dovesse fare altrettanto.
Certo, se si vuole assolutamente definire prostituzione il vendere per denaro soltanto il
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proprio corpo, e non, com’è costume, l’intera persona, allora bisogna dire che Leona occasionalmente esercitava la prostituzione. Ma quando per nove anni, come era toccato a lei dal sedicesimo anno in poi, si conosce l’esiguità delle paghe nei varietà d’infimo ordine, i prezzi delle toilettes e della biancheria, le ritenute, l’avarizia e l’arbitrio dei tenutari, le percentuali su cibi e bevande consumati dai clienti messi in uzzolo e sul prezzo delle camere dell’albergo vicino, quando si deve giornalmente combattere con tutto ciò, litigare, calcolare, quello che per il profano è giocondo libertinaggio diventa un mestiere pieno di logica e di obiettività, con un suo codice professionale. La prostituzione è appunto una di quelle questioni che appaiono molto diverse a seconda che si considerino dal di sopra o dal di sotto.
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Ma anche se Leona aveva un concetto perfettamente realistico del problema sessuale, non mancava però di un suo romanticismo. Soltanto che in lei l’esuberanza, la vanità, la prodigalità, i sentimenti d’orgoglio, d’invidia, di voluttà, di ambizione, di dedizione, insomma tutte le forze motrici della personalità e dell’innalzamento sociale erano collegate per uno scherzo della natura non col cosiddetto cuore ma col tractus abdominalis, con l’attività gastrica; legame che d’altronde esisteva anticamente, come si può constatare ancor oggi fra la gente primitiva e i contadini crapuloni, i quali esprimono la signorilità e varie altre tendenze che conferiscono distinzione all’uomo, con lauti banchetti, dove, secondo un cerimoniale solenne, si mangia a crepapelle, con tutte le inevitabili conseguenze. Ai tavoli
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del cabaret, Leona faceva il suo dovere; ma sognava un gentiluomo che con una relazione della durata della sua scrittura, la liberasse da quell’impegno e le permettesse di sedere in atteggiamento elegante in un ristorante elegante davanti a un pranzo elegante. Quando ciò le accadeva avrebbe voluto mangiare tutte le vivande della lista, ed era per lei una soddisfazione dolorosa e contraddittoria poter dimostrare invece che sapeva come si deve comporre un menu raffinato. Solo nel dessert poteva sbizzarrirsi, e di solito ne veniva fuori un secondo copioso pasto in ordine inverso. Col caffè e un’acconcia quantità di bevande stimolanti Leona si rimetteva in grado di cominciare da capo e si eccitava con sorprese, finché la sua passione era soddisfatta. Allora il suo corpo era così pieno di cose squisite che
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stentava a non sfasciarsi. Ella si guardava intorno con letargica beatitudine, e quantunque fosse in genere poco loquace faceva volentieri considerazioni retrospettive sulle leccornie che aveva ingerito. Quando diceva Polmone alla Torlonia o Mele alla Melville lasciava cader quelle parole, come un altro direbbe con studiata negligenza di aver parlato al principe o al lord che portano quei nomi.
Ad Ulrich non piaceva troppo farsi vedere in pubblico con Leona, e perciò egli di solito preferiva nutrirla in casa, fra i mobili in stile e le corna di cervi. Lei però si considerava defraudata d’ogni soddisfazione sociale, e quando l’uomo senza qualità mediante le più inaudite pietanze che può fornire un cuoco di cartello la stimolava a scorpacciate solitarie, si sentiva incompresa precisamente come una
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donna che s’accorge di essere amata per il suo corpo e non per la sua anima. Era bella ed era una cantante, dunque non aveva di che star nascosta, e ogni sera attirava i desideri di dozzine d’uomini che le avrebbero dato ragione. Quest’uomo invece, quantunque volesse restar solo con lei, non era neanche capace di dirle: “Accidenti, Leona, il tuo c… mi manda in estasi!” leccandosi i baffi dalla voglia al solo guardarla, come facevano i suoi ammiratori. Leona lo disprezzava un poco, pur restandogli fedele, e Ulrich lo sapeva. Sapeva anche come avrebbe dovuto comportarsi in compagnia di Leona, ma il tempo in cui le sue labbra portavano baffi e si sarebbero adattate a pronunciare una frase di quel genere era ormai troppo lontano. E quando non si riesce più a fare una cosa che prima si poteva fare, per
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stupida che essa sia, è precisamente come se un attacco apoplettico vi avesse paralizzato un braccio o una gamba.
Gli uscivan gli occhi dal capo quando vedeva la sua amica in preda ai fumi del vino e del cibo. La sua bellezza si poteva staccare cautamente da lei. Era la bellezza della duchessa che l’Ekkehard di Scheffel porta dentro le mura del monastero, la bellezza della dama col falco in pugno, la bellezza leggendaria dell’imperatrice Elisabetta incoronata di dense trecce nere: delizia di gente ormai morta e sepolta. Per essere precisi ella gli ricordava anche la divina Giunone, ma non la dea eterna e immortale, bensì quell’aspetto che in tempi passati o in procinto di passare si chiamava giunonico. Così la materia era appena leggermente velata dal sogno. Leona però
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sapeva che un raffinato trattenimento esige un contraccambio anche se l’ospite non lo desidera, e che non basta lasciarsi contemplare; perciò appena ne era di nuovo capace si alzava e cominciava a cantare placidamente ma a voce spiegata.
Al suo amico quelle serate apparivano come un foglio staccato da un album, animato da ispirazioni e da idee d’ogni genere ma mummificato come tutte le cose avulse dal contesto, e pieno di tirannide di ciò che d’ora in poi rimarrà così fissato per sempre, donde deriva il fascino sinistro dei quadri viventi; come se la vita sotto l’effetto improvviso d’un narcotico rimanesse lì rigida, coerente con se stessa, nettamente delimitata, eppure inesprimibilmente assurda nell’insieme.
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7. In stato di minor resistenza Ulrich si prende una nuova amante
UNA mattina Ulrich rincasò assai malconcio. Gli abiti gli pendevano addosso stracciati,
dovette applicarsi impacchi freddi sulla testa contusa, orologio e portafogli erano scomparsi. Egli non sapeva se fossero stati rubati dai tre uomini che l’avevano assalito, o se nel breve tempo in cui era rimasto a terra privo di sensi glieli avesse sottratti un ignoto filantropo. Si mise a letto e mentre le membra fiaccate ricominciavano a sentirsi cautamente sorrette, egli rivisse la sua avventura.
I tre figuri gli erano sorti davanti
all’improvviso; nella strada deserta e notturna
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egli poteva aver sfiorato uno di loro, giacché i suoi pensieri erano lontani e rivolti ad altro, ma le tre facce erano già disposte all’ira ed entrarono contratte nel cerchio luminoso del lampione. Lui allora aveva commesso un errore. Avrebbe dovuto subito gettarsi indietro come per paura, e in tal modo urtare fortemente con la schiena l’uomo che gli si era messo alle spalle, oppure colpirlo nello stomaco con una gomitata e immediatamente cercare di darsi alla fuga, perché è vano lottare da solo contro tre individui robusti. Invece egli aveva esitato per un attimo. Era colpa dell’età; a trentadue anni l’ira come l’amore ci mettono un po’ più di tempo a muoversi. Non voleva credere che quelle tre facce subitamente ghignanti nella notte con rabbioso disprezzo mirassero soltanto al suo denaro, e
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s’abbandonò all’impressione che un qualche odio contro di lui si fosse lì per lì condensato prendendo corpo; e mentre i tre furfanti già lo coprivan d’insulti lo rallegrò il pensiero che forse non erano furfanti ma borghesi come lui, solo un po’ brilli e privi dei freni inibitori, che s’erano fermati alla sua momentanea apparizione e avevano scaricato su di lui un rancore sempre latente contro di lui e contro ogni estraneo, come il temporale nell’atmosfera. Anch’egli, infatti, provava qualcosa di simile. Moltissimi uomini si sentono oggi in deplorabile contrasto con moltissimi altri uomini. È una fondamentale caratteristica della civiltà che l’individuo nutra un’estrema diffidenza per l’individuo vivente al di fuori del suo ambiente particolare, così che non soltanto un teutone considera un ebreo come un essere
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incomprensibile e inferiore, ma anche un giocatore di calcio giudica allo stesso modo un pianista. Dopo tutto, l’oggetto esiste soltanto mercé i suoi limiti, e quindi in forza di un atto in qualche modo ostile verso l’ambiente che lo circonda; senza il papa non vi sarebbe stato nessun Lutero e senza i pagani non vi sarebbe stato nessun papa, perciò è innegabile che la più profonda associazione dell’uomo con i suoi simili è la dissociazione.
S’intende che egli non aveva pensato così a fondo questo pensiero; ma conosceva quello stato di vaga ostilità atmosferica di cui l’aria è satura nell’era nostra, e quand’esso si condensa all’improvviso in tre sconosciuti che tosto scompariranno per sempre, come tuoni e fulmini, se ne prova quasi sollievo.
Ad ogni modo in presenza di tre bricconi
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egli aveva meditato troppo a lungo. Infatti il primo che gli si avventò contro fu, sì, scaraventato indietro da un pugno al mento, ma il secondo che avrebbe dovuto essere spacciato con eguale prontezza fu solo sfiorato dal pugno, perché nel frattempo un colpo menato da tergo con un oggetto pesante aveva quasi spaccato la testa di Ulrich. Egli cadde in ginocchio, si sentì agguantare, scattò su di nuovo con quella quasi innaturale lucidità del corpo che segue di solito al primo crollo, picchiò su un groviglio di corpi estranei e fu abbattuto da pugni che diventavano sempre più enormi.
Una volta accertato l’errore commesso, che era semplicemente di carattere sportivo – così come può accadere una volta tanto di spiccare un salto troppo corto – Ulrich, sempre dotato di
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ottimi nervi, s’addormentò tranquillo, abbandonandosi alle nebulose spirali della declinante coscienza, con la stessa delizia già provata oscuramente mentre veniva atterrato.
Al risveglio si assicurò che le sue contusioni erano insignificanti: e meditò ancora una volta sull’avventura. Una rissa lascia sempre in bocca un sapore sgradevole, quasi di intempestiva familiarità, e, indipendentemente dal fatto che era lui l’assalito, Ulrich aveva la sensazione di non essersi comportato come doveva. Ma sotto quale aspetto? Accanto alle strade dove ogni trecento passi una guardia municipale punisce la minima trasgressione all’ordine e alla legge, ve ne sono altre dove sono necessarie forza e astuzia come nella foresta vergine. L’umanità produce Bibbie e cannoni, tubercolosi e tubercolina. È
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democratica, e ha nobili e re; edifica chiese, e contro le chiese edifica atenei; trasforma i conventi in caserme, ma assegna alle caserme cappellani militari. Naturalmente fornisce anche ai malfattori mazze di gomma piene di piombo per picchiar sul corpo di un loro simile fino a scassarlo, e poi appronta per quel corpo solitario e malmenato soffici letti di piume come quello che accoglieva per l’appunto Ulrich e che pareva tutto imbottito di rispetto e di delicatezza.
È la nota faccenda delle contraddizioni, dell’incoerenza e approssimatività della vita. Se ne sorride, o si sospira. Ma Ulrich non era fatto così. Odiava quell’atteggiamento misto di rinunzia e di amore cieco verso la vita, per cui se ne tollerano le contraddizioni e le insufficienze come una zia zitellona tollera le
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scapestrataggini di un giovane nipote. Però quando si rese conto che l’indugiarvi era un ritrar vantaggio dal disordine delle cose umane, non saltò subito giù dal letto, perché evitare il male e fare il bene individualmente invece di adoperarsi per l’ordine comune costituisce in un certo senso un affrettato pareggio con la coscienza a spese della cosa in sé, un corto circuito, una fuga nel mondo privato. Pareva ad Ulrich, dopo l’involontaria esperienza, che avesse addirittura pochissima utilità abolire qua i cannoni, là i re e diminuire con un maggiore o minore progresso la stupidaggine e la cattiveria; perché la misura dei soprusi e delle malvagità torna immediatamente a colmarsi, come se il mondo scivolasse sempre indietro con un piede quando l’altro avanza. Magari si potesse di tutto ciò scoprire la causa
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e il meccanismo segreto! Sarebbe infinitamente più importante che condursi da galantuomo secondo principî ormai antiquati; e così Ulrich in fatto di morale era più attratto verso il servizio di stato maggiore che verso il dozzinale eroismo delle buone azioni.
Ancora una volta egli si richiamò alla mente il seguito della sua avventura notturna. Perché quando aveva ripreso i sensi dopo l’infelice esito della zuffa una carrozza da nolo s’era fermata vicino al marciapiede, il cocchiere aveva cercato di rimettere in piedi lo sconosciuto ferito e una signora s’era chinata su di lui con una espressione angelica in volto. Nei momenti in cui la coscienza riaffiora dal profondo tutto appare come nel mondo dei libri per bambini; ma presto la semicoscienza cedette il posto alla realtà, e la presenza di una
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donna affaccendata intorno a lui lo avvolse di un’aura leggera e vivificante come acqua di colonia, così che egli capì subito di non aver patito troppo danno e si sforzò di rialzarsi con garbo. Non vi riuscì proprio come desiderava, e la signora offerse premurosa di condurlo in qualche luogo dove potesse trovare assistenza. Ulrich chiese di essere accompagnato a casa, e poiché appariva ancora molto turbato e smarrito, la signora accondiscese. Nella carrozza si era poi riavuto rapidamente. Sentiva accanto a sé qualcosa di maternamente sensuale, una nube leggera di soccorrevole idealismo; in quel calore incominciavano già a formarsi, via via ch’egli ridiventava uomo, i piccoli cristalli ghiacciati del dubbio e della paura di un atto sconsiderato, e riempivano l’aria di mollezza come una nevicata. Egli
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raccontò la sua avventura, e la bella signora, che pareva poco più giovane di lui e dunque doveva essere sulla trentina, inveì contro la brutalità degli uomini, e si mostrò straordinariamente impietosita.
Com’è naturale, Ulrich giustificò vivacemente l’accaduto e dichiarò alla stupefatta materna bellezza al suo fianco che tali esperienze di lotta non vanno giudicate secondo l’esito. La loro attrattiva sta nel fatto che in un brevissimo spazio di tempo, con una rapidità mai ricorrente nella vita borghese, e sotto la guida di segni appena percepibili, bisogna compiere tanti movimenti diversi, vigorosi e tuttavia strettamente coordinati, che è impossibile sorvegliarli con piena coscienza. Al contrario, ogni sportivo sa che qualche giorno prima della gara si deve sospendere
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l’allenamento, appunto per lasciare che muscoli e nervi prendano tra loro gli ultimi accordi senza che la volontà, l’intenzione e la coscienza vi contribuiscano o abbian nulla da dire. Poi, nel momento dell’azione, descrisse Ulrich, succede così: i muscoli e i nervi scattano e combattono insieme con l’io; e questo – cioè il complesso di corpo, anima, volontà, insomma l’individuo nel suo insieme così com’è definito e delimitato dal diritto civile
- viene da essi nervi e muscoli preso su e trasportato leggermente, come Europa in groppa al toro; se così non è, se per disavventura il più piccolo raggio di riflessione attraversa quel buio, l’impresa fallisce sicuramente.
Ulrich s’era accalorato nel discorso. In fondo, egli affermò, quell’esperienza di
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un’estasi, di una trascendenza quasi completa della persona cosciente, era affine a un genere di esperienze perdute, già note ai mistici di tutte le religioni, e quindi si poteva in qualche maniera considerare come il surrogato moderno di eterne esigenze, un cattivo surrogato, ma pur sempre un surrogato; sicché la boxe e altri sport analoghi, che lo introducono in un sistema razionale, sono una specie di teologia, anche se non si può ancora pretendere che ciò venga universalmente riconosciuto.
Senza dubbio Ulrich aveva parlato con tanta vivacità alla sua compagna anche un po’ per il frivolo desiderio di farle dimenticare la situazione pietosa in cui ella l’aveva trovato. In tali circostanze era difficile per lei capire se egli scherzasse o parlasse sul serio. Ad ogni modo
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poté sembrarle in fondo assai naturale che egli cercasse di spiegare la teologia mediante lo sport, e magari abbastanza interessante, perché lo sport è un fatto contemporaneo, mentre la teologia è una cosa di cui non si sa niente, quantunque esistano innegabilmente ancora moltissime chiese. Comunque sia, ella pensò che un caso fortunato l’aveva condotta a salvare un uomo di grande ingegno, nello stesso tempo però le venne il sospetto che egli avesse riportato una commozione cerebrale.
Ulrich, che ora voleva dire qualcosa di comprensibile, approfittò dell’occasione per accennare di sfuggita che anche l’amore era fra le esperienze mistiche e pericolose, perché toglie l’uomo dalle braccia della ragione e lo lascia letteralmente sospeso a mezz’aria sopra un abisso senza fondo.
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- Sì, – disse la signora, – ma lo sport è così brutale!
Ulrich si affrettò a concedere che lo sport era brutale. Lo si potrebbe definire il sedimento di un odio universale finissimamente diffuso, che precipita nelle competizioni sportive. Naturalmente si sostiene l’opposto: che lo sport unisce, che coltiva lo spirito di cameratismo, eccetera; ma in fondo ciò dimostra soltanto che brutalità e amore non son più lontani fra loro che le due ali di un grande uccello muto e variegato.
Aveva posto l’accento sulle ali e sul grande uccello: un’immagine senza molto senso ma contenente una particella di quella vasta sensualità con la quale la vita nel suo organismo immenso soddisfa contemporaneamente tutti i contrasti rivali;
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s’avvide allora che la sua vicina non lo capiva affatto, tuttavia la morbida nevicata che ella diffondeva nella carrozza si era infittita ancora. Si volse completamente verso di lei e le chiese se per caso le ripugnasse discutere i problemi del corpo. Era ben vero che le attività fisiche stavano venendo fin troppo in voga e naturalmente includevano una sensazione orribile, perché il corpo quando è molto allenato ha il predominio e con i suoi movimenti divenuti automatici risponde a ogni stimolo senza aspettare ordini, e con tale sicurezza che al proprietario rimane soltanto la sinistra impressione di star lì con un palmo di naso mentre il suo carattere lo tradisce, complice una qualsiasi parte del suo corpo.
Parve in verità che la questione toccasse profondamente la giovane donna; ella si mostrò
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turbata, respirò forte e s’allontanò un poco, con cautela. Si sarebbe detto che un meccanismo simile a quello appena descritto si fosse messo in moto dentro di lei, un ansimare affrettato, un arrossire della pelle, un batter più svelto del cuore, e forse qualcos’altro. Ma proprio in quel momento la carrozza s’era fermata davanti alla casa di Ulrich. Egli ebbe appena il tempo di chiedere sorridendo l’indirizzo della sua salvatrice per andare a farle una visita di ringraziamento, ma con sua meraviglia quel favore non gli venne accordato. Cosicché il nero cancello di ferro battuto si richiuse alle spalle di uno stupefatto Ulrich. Dopo di che, è facile supporre, la signora vide gli alberi di un vecchio parco torreggiare alti e oscuri alla luce di lampade elettriche, alcune finestre s’illuminarono, le ali minori di un piccolo
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castello che faceva pensare a un Boudoir s’allargarono su un prato rasato color smeraldo, si poterono intravedere pareti coperte di quadri e di file variopinte di libri, e il compagno di viaggio congedato con freddezza fu accolto da una dimora inaspettatamente bella.
Così s’eran svolte le cose, e mentre Ulrich ancora rifletteva che seccatura sarebbe stata dover perder tempo in una di quelle avventure amorose di cui era stanco da un pezzo, gli fu annunziata una signora che non voleva dire chi era e che entrò avvolta in fitti veli. Era colei che non aveva voluto rivelare il suo nome e il suo indirizzo, ma che ora in quel modo romantico- caritatevole, col pretesto di informarsi della sua salute, continuava l’avventura di propria
iniziativa.
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Due settimane dopo Bonadea era la sua amante gia da quindici giomi.
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8. La Cacania
NELL’età in cui sarti e barbieri hanno ancora un’enorme importanza e ci si guarda con
piacere allo specchio, s’immagina anche sovente un luogo dove si vorrebbe passare la vita, o almeno un luogo dove sarebbe di stile vivere, pur sentendo magari che non ci si starebbe volentieri. Così da tempo si è giunti necessariamente al concetto di una specie di città super-americana, dove tutti corrono o s’arrestano col cronometro in mano. Aria e terra costituiscono un formicaio, attraversato dai vari piani delle strade di comunicazione. Treni aerei, treni sulla terra, treni sotto terra,
posta pneumatica, catene di automobili
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sfrecciano orizzontalmente, ascensori velocissimi pompano in senso verticale masse di uomini dall’uno all’altro piano di traffico; nei punti di congiunzione si salta da un mezzo di trasporto all’altro, e il loro ritmo che tra due velocità lanciate e rombanti ha una pausa, una sincope, una piccola fessura di venti secondi, succhia e inghiotte senza considerazione la gente, che negli intervalli di quel ritmo universale riesce appena a scambiare in fretta due parole. Domande e risposte ingranano come i pezzi di una macchina, ogni individuo ha soltanto compiti precisi, le professioni sono raggruppate in luoghi determinati, si mangia mentre si è in moto, i divertimenti sono radunati in altre zone della città, e in altre ancora sorgono le torri che contengono mogli, famiglia, grammofono e anima. Tensione e
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distensione, attività e amore sono ben divisi nel tempo e misurati secondo esaurienti ricerche di laboratorio. Se svolgendo una qualsiasi funzione s’incontrano difficoltà, si desiste subito, perché si trova un’altra cosa, oppure un metodo migliore, o ancora vi sarà un altro che s’incaricherà di scoprire la strada giusta; e questo non porta danno, perché il massimo sperpero delle forze comuni è causato dalla presunzione di esser chiamati a compiere la propria opera fino in fondo. In una collettività ogni strada porta a una meta buona. La meta è posta a breve distanza; ma anche la vita è breve, e così si ottiene un massimo di buoni successi; di più non occorre all’uomo per essere felice, perché il successo conseguito foggia l’anima, mentre quello a cui si aspira senza ottenerlo la storce soltanto; per essere felici
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non ha importanza lo scopo prefisso, ma solo il fatto di raggiungerlo. E inoltre la zoologia insegna che da una somma di individui limitati può benissimo risultare un insieme geniale.
Non è certo che avverrà proprio così. Ma simili immaginazioni sono affini ai sogni di viaggi, in cui si rispecchia il senso dell’incessante movimento che ci trascina con sé. Sono superficiali, irrequiete e brevi. Sa Iddio quale sarà veramente il futuro. Si direbbe che ad ogni istante noi abbiamo in mano gli elementi, e la possibilità di fare un progetto per tutti. Se non ci piace la faccenda delle velocità, inventiamo qualche altra cosa! Per esempio una cosa molto lenta, con una felicità fluttuante come un velo, misteriosa come una chiocciola marina, e con quel profondo occhio bovino di cui già s’estasiavano i greci. Ma
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purtroppo non è affatto così. Siamo noi, invece, in balia della cosa. Giorno e notte viaggiamo dentro ad essa e vi svolgiamo ogni nostra attività; ci si rade, si mangia, si ama, si leggono libri, si esercita la propria professione, come se le quattro pareti stessero ferme, e l’inquietante è che le quattro pareti viaggiano, senza che ce ne accorgiamo, e proiettano innanzi le loro rotaie come lunghi fili adunchi e brancolanti, senza che noi sappiamo verso qual meta. E per di più si vorrebbe possibilmente far parte delle forze che menano il treno del tempo. È un compito assai indefinito, e quando si guarda fuori dopo un lungo intervallo si ha l’impressione che il paesaggio sia mutato; ciò che fugge davanti ai finestrini, fugge perché non può essere altrimenti, ma sebbene noi siamo sottomessi e rassegnati ci domina
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sempre più l’impressione sgradevole di aver già oltrepassato la meta o di aver imboccato la linea sbagliata. E un bel giorno ecco il bisogno frenetico: scendere! Saltar giù! Un desiderio di esser ostacolati, di non più evolversi, di restar fermi, di tornare indietro al punto che precede la diramazione sbagliata. E nel buon tempo antico, quando c’era ancora l’impero austriaco, si poteva in quel caso scendere dal treno del tempo, salire su un treno comune d’una ferrovia comune e ritornare in patria.
Là, in Cacania (24) – quella nazione incompresa e ormai scomparsa che in tante cose fu un modello non abbastanza apprezzato
- c’era anche velocità, ma non troppa. Se
24 Nell’Austria degli Absburgo tutto era imperial-regio, Kaiser-Königlich, abbreviato in K.K. che si pronuncia kaka.
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trovandosi all’estero si pensava al paese, ecco fluttuava davanti agli occhi il ricordo di quelle strade bianche, larghe e comode del tempo delle marce a piedi e delle diligenze a cavalli, che si snodavano in tutte le direzioni come canali di un ordine stabilito, come nastri di quel traliccio chiaro usato per le uniformi, e cingevano le provincie col braccio cartaceo dell’amministrazione. E quali contrade! C’eran mari e ghiacciai, il Carso e i campi di grano della Boemia, notti sull’Adriatico con stridio di grilli inquieti, e villaggi slovacchi dove il fumo usciva dai camini come dalle narici di un naso camuso e il villaggio stava accovacciato fra due piccole colline come se la terra avesse dischiuso un poco le labbra per riscaldare la sua creatura. Naturalmente su quelle strade viaggiavano anche automobili; ma non troppe!
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Si preparava anche là la conquista dell’aria; ma non troppo assiduamente. Ogni tanto si faceva partire una nave per l’America Latina o per l’Asia Orientale; ma non troppo spesso. Non si avevano ambizioni imperialistiche; si era nel punto centrale dell’Europa, dove s’intersecano gli antichi assi del mondo; le parole “colonia” e “oltremare” giungevano all’orecchio come cose lontane e non sperimentate. Si faceva lusso; ma non così raffinato come in Francia. Si faceva sport; ma non così accanito come in Inghilterra. Si spendevano somme enormi per l’esercito; ma solo quanto bastava per rimanere la penultima delle grandi potenze. Anche la capitale era un po’ più piccola di tutte le altre metropoli del mondo, ma un po’ più grande di quel che non fossero di solito le grandi città. E il paese era amministrato – con oculatezza,
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discrezione e abilità a smussare cautamente ogni punta – dalla migliore burocrazia d’Europa, alla quale si poteva rimproverare un solo difetto: per essa genio e spirito d’iniziativa nelle persone non autorizzate a ciò da alti natali o da incarico governativo erano impertinenza e presunzione. A nessuno del resto piace farsi dettar legge da chi non vi è autorizzato! E poi in Cacania un genio era sempre scambiato per un babbeo, mai però, come succedeva altrove, un babbeo per un genio.
In verità, quante cose curiose ci sarebbero da dire sul tramontato impero di Cacania! Per esempio, esso era imperial-regio, ed era imperiale e regio; uno dei due segni I.R. oppure I. e R. era impresso su ogni cosa e su ogni persona, tuttavia occorreva una scienza segreta
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e occulta per poter distinguere con sicurezza quali istituzioni e individui fossero da considerarsi imperial-regi e quali imperiali e regi. Per iscritto si chiamava Monarchia Austro-Ungarica, ma a voce si chiamava Austria, termine a cui il paese aveva abdicato con solenne giuramento statale ma che conservava in tutte le questioni sentimentali, a prova che i sentimenti sono importanti quanto il diritto costituzionale e che i decreti non sono la cosa più seria del mondo. Secondo la costituzione era uno stato liberale, ma aveva un governo clericale. Il governo era clericale, ma lo spirito liberale regnava nel paese. Davanti alla legge tutti i cittadini erano uguali, non tutti però erano cittadini. C’era un parlamento, il quale faceva un uso così eccessivo della propria libertà che lo si teneva
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quasi sempre chiuso; ma c’era anche un paragrafo per gli stati di emergenza che serviva a far senza del Parlamento, e ogni volta che tutti si rallegravano per il ritorno dell’assolutismo la corona ordinava che si ricominciasse a governare democraticamente. Di tali vicende ne capitavano molte in Cacania, e fra le altre vi furono anche quei conflitti nazionali che attirarono giustamente la curiosità dell’Europa e oggi son presentati in modo del tutto falso. Furono così violenti che per cagion loro la macchina dello stato s’inceppava e s’arrestava parecchie volte all’anno, ma nei periodi intermedi e nelle pause di governo l’armonia era mirabile e tutti facevan vista di nulla. E infatti non c’era stato nulla di reale. Soltanto l’ostilità di ogni uomo contro le aspirazioni d’ogni altro uomo, che oggi
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ci trova tutti unanimi, nello stato di Cacania aveva precorso i tempi e s’era perfezionato in un raffinatissimo cerimoniale, che avrebbe potuto ancora avere grandi conseguenze se il suo sviluppo non fosse stato troncato anzitempo da una catastrofe.
Infatti non soltanto l’avversione per il concittadino s’era accresciuta fino a diventare un sentimento collettivo, ma anche la diffidenza verso se stessi e il proprio destino aveva preso un carattere di profonda protervia. Si agiva in quel paese – e talvolta fino ai supremi gradi della passione e alle sue conseguenze sempre diversamente da quel che si pensava, oppure si pensava in un modo e si agiva in un altro. Osservatori sprovveduti hanno scambiato ciò per cortesia o anche per una debolezza di quello che essi considerano il
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carattere austriaco. Ma si sono sbagliati; ed è sempre uno sbaglio spiegare le manifestazioni di un paese semplicemente con il carattere dei suoi abitanti. Perché l’abitante di un paese ha almeno nove caratteri: carattere professionale, carattere nazionale, carattere statale, carattere di classe, carattere geografico, carattere sessuale, carattere conscio, carattere inconscio, e forse anche carattere privato; li riunisce tutti in sé, ma essi scompongono lui, ed egli non è in fondo che una piccola conca dilavata da tutti quei rivoli, che v’entran dentro e poi tornano a sgorgarne fuori per riempire assieme ad altri ruscelletti una conca nuova. Perciò ogni abitante della terra ha ancora un decimo carattere, e quest’altro non è se non la fantasia passiva degli spazi non riempiti; esso permette all’uomo tutte le cose meno una: prender sul
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serio ciò che fanno i suoi altri nove caratteri e ciò che accade di loro; vale a dire, con altre parole, che gli vieta precisamente ciò che lo potrebbe riempire. Questo spazio che, bisogna ammetterlo, è difficile a descriversi, in Italia ha un colore e una forma diversi come in Inghilterra, perché ciò che ne risalta ha un’altra forma e un altro colore, e tuttavia è uguale nell’uno e nell’altro luogo, appunto un vuoto spazio invisibile, entro il quale sta la realtà, come una piccola città d’un gioco di costruzioni abbandonata dalla fantasia.
Così era accaduto in Cacania, per quel che può apparir visibile agli occhi di tutti, e in questo la Cacania era lo stato più progredito del mondo, benché il mondo non lo sapesse ancora; era lo stato che ormai si limitava a seguire se stesso, vi si viveva in una libertà
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negativa, sempre con la sensazione che la propria esistenza non ha ragioni sufficienti, e cinti dalla grande fantasia del non avvenuto o almeno del non irrevocabilmente avvenuto come dall’umido soffio degli oceani onde l’umanità è sorta.
“È capitato che…” si diceva in Cacania, mentre l’altra gente in altri luoghi credeva che si fosse prodotto un avvenimento mirabolante; era un’espressione alla buona per cui eventi e colpi del destino diventavano lievi come piume e pensieri. Sì; benché molte cose sembrino indicare il contrario, la Cacania era forse un paese di genî; e probabilmente fu questa la causa della sua rovina.
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9. Primo tentativo di diventare un uomo notevole
QUEST’uomo ritornato in patria non poteva ricordare un periodo della
sua vita che non fosse stato
animato dalla volontà di diventare qualcuno; pareva che Ulrich avesse avuto quel desiderio fin dalla nascita. È vero che in un’aspirazione di tal genere posson celarsi anche vanità e stupidità; tuttavia non è men vero che si tratta di un’aspirazione bella e giusta senza la quale vi sarebbero probabilmente pochissime persone di rilievo.
Disgraziatamente egli non sapeva che cos’è
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un uomo notevole, né come lo si diventa. Quand’era scolaro credeva che Napoleone lo fosse; ciò era da imputarsi in parte all’ammirazione naturale della gioventù per la delinquenza, in parte al fatto che gli insegnanti definivano esplicitamente quel tiranno, che tentò di sconquassare l’Europa, come il più formidabile criminale della storia. La conseguenza fu che Ulrich, appena liberato dalla scuola, divenne alfiere in un reggimento di cavalleria. È probabile che già allora, interrogato sui motivi di quella scelta, non avrebbe più risposto: “Per diventare un tiranno” Ma tali desideri sono gesuiti; il genio di Napoleone non aveva cominciato a rivelarsi che quando egli era già generale, e come avrebbe potuto Ulrich, semplice alfiere, convincere il suo colonnello che tale condizione
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era necessaria? Anche nell’istruzione delle truppe accadeva sovente che il colonnello fosse di opinione diversa dalla sua. Ciò nonostante se Ulrich non fosse stato tanto ambizioso non avrebbe maledetto la piazza d’armi, sul cui pacifico terreno è impossibile distinguere la presunzione dalla vocazione. A certi slogans pacifisti come “educazione del popolo mediante le armi”, egli non dava alcuna importanza, ma si lasciava penetrare invece dal ricordo appassionato dei periodi eroici del despotismo, della prepotenza e dell’alterigia. Prendeva parte ai concorsi ippici, si batteva in duello, e divideva l’umanità in tre classi: ufficiali, donne e borghesi; quest’ultima costituita da uomini fisicamente e moralmente inferiori, le cui mogli e figlie erano selvaggina riservata agli ufficiali. Professava un sublime pessimismo: gli pareva
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che essendo il mestiere di soldato uno strumento affilato e rovente, bisognava adoperarlo a tagliare e cauterizzare il mondo per il suo bene.
Per sua fortuna non gli capitarono guai, ma un giorno fece un’esperienza. Durante un ricevimento ebbe con un noto finanziere un piccolo scontro che egli voleva risolvere nel solito modo grandioso; ma dovette constatare che anche fra i borghesi vi sono uomini che sanno difendere le loro donne. Il finanziere ricorse al ministro della Guerra, che conosceva personalmente, e la conseguenza fu che Ulrich venne chiamato a rapporto dal colonnello, il quale gli fece capire la differenza fra un arciduca e un semplice ufficiale. Da quel giorno in poi la vita militare non gli diede più diletto. Egli aveva creduto di trovarsi su un teatro di
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avventure strabilianti e di esserne l’eroe, e a un tratto vedeva un giovanotto ubriaco far baccano in un grande spazio vuoto senz’altri interlocutori che i sassi. Quando lo capì disse addio a quella ingrata carriera, dov’era appena giunto al grado di tenente, e lasciò il servizio.
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10. Secondo tentativo. L’uomo senza qualità muove i primi passi verso una sua etica
MA Ulrich cambiò solamente cavalcatura passando dalla cavalleria alla tecnica; il nuovo
cavallo era d’acciaio e aveva una velocità dieci volte maggiore.
Nel mondo di Goethe il battito dei telai era ancora considerato un rumore molesto; ai tempi di Ulrich s’incominciò a gustare la canzone delle macchine, dei magli e delle sirene di fabbrica. Non si creda però che gli uomini
abbiano subito scoperto che un grattacielo è
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più alto di un uomo a cavallo; al contrario, ancor oggi quando vogliono accingersi a qualcosa di straordinario non salgono su un grattacielo, ma montano a cavallo, (25) corron veloci come il vento e aguzzano la vista non come un gigantesco rifrattore ma come un’aquila. Il sentimento non ha ancora imparato a servirsi della ragione, e fra i due v’è una diversità di sviluppo quasi tanto grande quanto quella fra l’appendice dell’intestino cieco e la sostanza grigia del cervello. Non è quindi una piccola fortuna scoprire, come fece Ulrich appena smesso di correre la cavallina, che l’uomo in tutte le cose per lui più nobili e alte è molto meno moderno delle sue macchine.
Quando entrò nelle aule dove s’insegnava la
25 “Montare a cavallo” equivale in tedesco a“darsi grandi arie”
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meccanica, Ulrich fu subito in preda a un entusiasmo febbrile. A che serve ormai l’Apollo del Belvedere, se si hanno davanti agli occhi le forme nuove di un turboalternatore o il meccanismo di distribuzione di una locomotiva! Chi può interessarsi ormai alle chiacchiere millenarie sul bene e sul male, quando s’è trovato che non si tratta di “valori costanti” ma di “valori funzionali”, così che la bontà delle opere dipende dalle circostanze storiche e la bontà degli uomini dall’abilità psicotecnica con la quale si sfruttano le loro capacità! Il mondo è semplicemente buffo se lo si considera dal punto di vista tecnico; privo di praticità in tutti i rapporti umani, estremamente inesatto e antieconomico nei metodi; e chi è abituato a sbrigare le proprie faccende col regolo calcolatore non può ormai prendere sul serio
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una buona metà delle asserzioni umane. Il regolo calcolatore consta di due sistemi di numeri e di lineette combinati con straordinaria accortezza: due tavolette scorrevoli verniciate di bianco, a sezione trapezoidale piatta, mediante le quali si risolvono in un baleno i più intricati problemi, senza sciupare inutilmente un solo pensiero; è un piccolo simbolo che si porta nella tasca del panciotto e si sente come una riga dura e bianca sul cuore. Quando si possiede un regolo calcolatore, e arriva qualcuno con grandi affermazioni e grandi sentimenti, si dice: “un attimo, prego, prima calcoliamo il limite d’errore e il valore probabile di tutto ciò!”
Quest’era senza dubbio una raffigurazione efficace dell’ingegneria. Essa costituiva la cornice di un affascinante futuro autoritratto
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che rappresentava un uomo dai lineamenti energici, con una pipa fra i denti, un berretto sportivo in testa e splendidi stivali alla scudiera, in viaggio tra Città del Capo e il Canadà per realizzare grandiosi progetti della sua azienda. Fra un affare e l’altro si può anche trovare il tempo di ricavare dal pensiero tecnico qualche idea per organizzare e governare il mondo, o di formulare massime come quella di Emerson, che dovrebbe esser scritta sulla porta di ogni officina: “Gli uomini passano sulla terra come profezie del futuro, e tutte le loro azioni sono prove e tentativi, perché ogni azione può essere superata dalla successiva”
Anzi, per essere precisi, questa massima era di Ulrich che l’aveva composta mettendo insieme parecchie frasi di Emerson.
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È difficile dire come mai gli ingegneri non corrispondano poi del tutto a questo quadro. Perché ad esempio, portano sovente una catena d’orologio che sale in un mezzo arco acuto dal taschino del panciotto a un bottone posto più in alto, o la dispongono sulla pancia in festoni ascendenti e discendenti, come arsi e tesi di una poesia? Perché amano appuntarsi nella cravatta denti di cervo o piccoli ferri di cavallo? Perché i loro abiti sono costruiti come gli elementi dell’automobile? Perché, soprattutto, non parlano quasi mai d’altro che della loro professione; e se parlano d’altro lo fanno in un modo speciale, rigido, esterno, senza correlazioni, che al di dentro non va più in giù dell’epiglottide? Naturalmente ciò non vale per tutti, ma vale per molti; e quelli che Ulrich conobbe quando prese servizio per la prima
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volta in un ufficio di fabbrica erano così, e quelli che conobbe la seconda volta erano anche così. Si rivelarono uomini strettamente legati alle loro tavolette da disegno, amanti della loro professione e in essa ammirevolmente valenti; ma proporre loro di applicare l’audacia dei loro pensieri a se stessi invece che alle loro macchine, sarebbe stato come pretendere che facessero di un martello l’uso contro natura che ne fa un assassino.
Così ebbe termine il secondo e più maturo tentativo intrapreso da Ulrich per diventare, sulla via della tecnica, un uomo fuor del comune.
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11. Il tentativo più importante
SUL precedente periodo Ulrich poteva oggi crollare il capo, come se gli avessero parlato delle
trasmigrazioni della sua anima; ma sul terzo dei suoi esperimenti no davvero! è comprensibile che un ingegnere si concentri tutto nella sua specialità, invece di spaziare nel vasto, libero mondo del pensiero, anche se le sue macchine vengon spedite fino agli estremi confini della terra; non gli si chiede, infatti, di saper trasferire alla sua anima privata lo spirito audace e novatore dell’anima della sua tecnica, così come non si chiede a una macchina di
applicare a se stessa i calcoli infinitesimali su
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cui è fondata. Questo però non vale per la matematica; qui abbiamo la nuova logica e lo spirito nella loro stessa essenza, qui sono le scaturigini del tempo e le fonti di una portentosa trasformazione.
Se è attuazione di sogni ancestrali il poter volare con gli uccelli e navigare coi pesci, penetrare nel corpo di gigantesche montagne, inviare messaggi con la rapidità degli dei, scorgere e udire ciò che è invisibile e lontano, sentir parlare i morti, affondare in miracolosi sonni risanatori, vedere con occhi vivi l’aspetto che avremo vent’anni dopo la morte, nelle notti sfavillanti esser consapevoli di mille cose al di sopra e al di sotto di questo mondo, che nessuno conosceva prima; se luce, calore, forza, godimento, comodità sono i sogni primordiali dell’uomo, allora la ricerca odierna
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non è scienza soltanto: allora è anche magia, è un rito di grandissima forza sentimentale e intellettuale, che induce Dio a sollevare l’una dopo l’altra le pieghe del suo manto, una religione la cui dogmatica è retta e penetrata dalla dura, agile, coraggiosa logica matematica, fredda e tagliente come una lama di coltello.
Certo è innegabile che secondo l’opinione dei non matematici tutti questi antichissimi sogni atavici si sono avverati in modo totalmente diverso dall’immaginazione primitiva. Il corno da caccia di Münchausen era più bello di una voce conservata in scatola, lo stivale delle sette leghe era più bello dell’automobile, il regno di re Laurin era più bello d’una galleria ferroviaria, la magica radice della mandragora era più bella d’un fotogramma, mangiare il cuore della propria
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madre e capire il linguaggio dei passeri era più bello di uno studio zoopsicologico sulle modulazioni espressive e affettive nella voce degli uccelli. Noi abbiamo conquistato la realtà e perduto il sogno. Non stiamo più sdraiati sotto un albero a contemplare il cielo attraverso le dita dei piedi, ma lavoriamo e fatichiamo; d’altronde non si può starsene trasognati a stomaco vuoto, se si vuol essere gente di polso: bisogna muoversi e mangiare bistecche. È precisamente come se la vecchia inetta umanità si fosse addormentata su un formicaio; e la nuova svegliandosi s’è trovate le formiche nel sangue, sicché da allora è costretta a compiere i moti più violenti senza potersi liberare da quella sordida smania di animalesca laboriosità. Non occorre davvero dilungarsi troppo sull’argomento, giacché quasi
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tutti gli uomini oggi si rendono ben conto che la matematica è entrata come un demone in tutte le applicazioni della vita. Forse non tutti credono alla storia del diavolo a cui si può vendere l’anima, ma quelli che di anima devono intendersene, perché in qualità di preti, storici e artisti ne traggono lauti guadagni, attestano che essa è stata rovinata dalla matematica, e che la matematica è l’origine di un perfido raziocinio che fa, sì, dell’uomo il padrone del mondo, ma lo schiavo della macchina. L’intima sterilità, il mostruoso miscuglio di rigore nelle minuzie e d’indifferenza per l’insieme, la desolata solitudine dell’uomo in un groviglio di particolari, la sua inquietudine, la malvagità, la spaventosa aridità di cuore, la sete di denaro, la freddezza e la violenza, che contraddistinguono il nostro tempo, sarebbero
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secondo questi giudizi unicamente e semplicemente conseguenze del danno che un ragionare logico e rigoroso arreca all’anima! E così anche allora, quando Ulrich divenne matematico, v’erano persone che predicevano il crollo della cultura europea perché l’uomo non albergava più in cuore né fede né amore, né innocenza né bontà; ed è significativo notare che tutti costoro da ragazzi e scolari erano cattivi matematici. Con ciò essi ritennero più tardi per dimostrato che la matematica, madre delle scienze esatte, nonna della tecnica, fosse anche la matrice di quello spirito che ha poi prodotto i gas asfissianti e gli aeroplani da bombardamento.
Nell’ignoranza di questi periodi vivevano in fondo soltanto i matematici stessi e i loro discepoli: i fisici, i quali di tutti questi fatti
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percepivano nell’anima tanto poco quanto i ciclisti in gara, che si precipitano verso il traguardo e non vedono nulla al mondo tranne la ruota posteriore dell’antagonista che li precede. Di Ulrich invece una cosa si poteva dire con sicurezza, e cioè che egli amava la matematica per via di quelli che non la potevano soffrire. Era innamorato della scienza in un modo più umano che scientifico. Vedeva che essa, in tutte le questioni che crede di sua competenza, ragiona altrimenti che l’uomo comune. Se si dicesse, invece di opinione scientifica, concetto della vita; invece di ipotesi, tentativo, e invece di verità, azione, l’opera di ogni buon fisico o matematico sopravvanzerebbe di molto, per coraggio e forza rivoluzionaria, i più grandi fatti della storia. Non esisteva ancora al mondo l’uomo capace di
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dire ai suoi fedeli: “Rubate, uccidete, fornicate… la nostra dottrina è così forte che trasformerà la sanie dei vostri peccati in limpide acque montane”; ma nella scienza accade ogni due o tre anni che una cosa considerata fino allora un errore rovesci improvvisamente tutti i concetti, o che un’idea umile e disprezzata diventi regina di un nuovo mondo di idee, e tali avvenimenti non sono soltanto rivoluzioni ma conducono in alto come una scala celeste. Nella scienza tutto è forte, disinvolto e splendido come nei racconti di fate. Solo che gli uomini non lo sanno, intuiva Ulrich; non sanno nemmeno lontanamente come si fa a pensare; se si potesse insegnar loro da capo a pensare, vivrebbero anche in un modo diverso.
Ci si chiederà se davvero in questo mondo
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tutto proceda così a rovescio da dover essere continuamente capovolto. Ma a questa domanda il mondo ha già dato da gran tempo due risposte. Infatti, dacché mondo è mondo, quasi tutti gli uomini in gioventù sono stati favorevoli alle rivoluzioni. Hanno trovato ridicolo che i più vecchi siano attaccati all’ordine esistente e persino col cuore, che è un pezzo di carne, invece che col cervello. Questi uomini più giovani si sono sempre accorti che l’ottusità morale dei più vecchi è, come la stupidità comune, incapacità di nuove associazioni logiche; e la loro etica è stata a suo tempo un’etica di efficienza, di eroismo e di cambiamento. Ma giunti all’età di tradurre in pratica le loro idee non ne sanno più nulla e ancor meno ne vogliono sapere. Perciò molti che sono matematici o fisici di professione
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riterrebbero empio il dedicarsi a una scienza per motivi come quelli che animavano Ulrich.
Ciò nonostante, in questa terza attività che esercitava da anni, egli, a giudizio dei competenti, aveva fatto assai strada.
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12. La signora della quale Ulrich conquistò l’amore dopo una conversazione sullo sport e sulmisticismo
VENNE in luce che anche Bonadea nutriva grandi aspirazioni.
Bonadea era la signora che
aveva salvato Ulrich la notte della rissa ed era venuta a visitarlo il mattino dopo coperta di fitti veli. Egli l’aveva battezzata Bonadea, la buona dea, perché come tale era entrata nella sua vita, e anche dal nome di una dea della castità alla quale nell’antica Roma era dedicato un
tempio che per una strana inversione era
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divenuto il centro di tutte le dissolutezze. Lei non lo sapeva. Il nome armonico e sonoro datole da Ulrich le era piaciuto e lo portava, nelle sue visite, come una vestaglia dai sontuosi ricami.
- Dunque sono la tua Bona Dea? – gli chiedeva; e per pronunciare correttamente le due parole latine riteneva indispensabile cingergli il collo con le braccia e guardarlo pateticamente col capo un poco arrovesciato all’indietro.
Era moglie di un uomo stimato, e tenera madre di due bei ragazzi. La sua locuzione preferita era “estremamente corretto”, e l’applicava a persone, domestici, affari e sentimenti ogni volta che voleva parlarne bene. Era capace di dire “il Vero, il Buono e il Bello” con la frequenza e la naturalezza con cui un
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altro direbbe “giovedì” Ciò che meglio soddisfaceva le sue esigenze spirituali era l’idea di una esistenza nobile e serena nella cerchia dei figli e del marito, mentre assai più in basso s’apriva l’oscuro regno: “Non indurmi in tentazione”, e con i suoi orrori smorzava a fioco chiarore di lampada quella sfolgorante felicità. Aveva un solo difetto, quello di eccitarsi in misura veramente straordinaria alla sola vista di un uomo. Non era affatto lussuriosa; era sessuale così come altre persone soffrono d’altri disturbi, per esempio sudano alle mani o cambiano facilmente colore; era una disposizione innata, e lei non poteva farci niente. Quando conobbe Ulrich in circostanze così romanzesche e singolarmente stimolanti la fantasia, fu fin dal primo momento la vittima predestinata di una passione che agli inizi era
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pietà, si mutò, dopo una lotta breve ma violenta, in un sentimento misterioso e proibito, e continuò in un gioco alterno di peccato e di rimorso.
Ma Ulrich nella sua vita era l’ennesimo caso. Gli uomini, appena mangiata la foglia, trattano di solito quelle donne smaniose d’amore come cretine che con i mezzi più sciocchi si possono indurre a inciampare sempre nello stesso sasso. I teneri sentimenti della dedizione maschile sono infatti simili al brontolio di un giaguaro che ha fra le zampe un pezzo di carne e non tollera di essere disturbato. Per conseguenza Bonadea conduceva spesso una vita doppia, come uno che sia un rispettabile cittadino alla luce del giorno, ma nelle pause buie della coscienza faccia il borsaiolo; e quando nessuno la teneva
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fra le braccia, quella donna tacita e maestosa cadeva immediatamente in preda al disprezzo di sé, prodotto dalle bugie e dal disonore che ella affrontava allo scopo di esser tenuta fra le braccia. Quando la sua sensualità si accendeva era malinconica e buona, anzi la mescolanza di entusiasmo e di lacrime, di brutale naturalezza e di incombente rimorso, lo scatenarsi della sua frenesia davanti alla depressione già minacciante in agguato, le dava un fascino suggestivo come il rullo ininterrotto di un tamburo velato di nero.
Ma nell’intervallo fra le crisi, nel pentimento fra due debolezze che le faceva sentire la sua miseria, era piena di oneste aspirazioni che non rendevano facili i rapporti con lei. Bisognava esser sinceri e buoni, pietosi verso tutte le sventure, amare la casa regnante, rispettare
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tutto ciò che va rispettato, e comportarsi delicatamente come al letto di un povero infermo.
Se ciò non accadeva, il corso delle cose restava tuttavia immutato. Per scagionarsi ella aveva inventato la favoletta che il marito nei primi anni di matrimonio aveva suscitato in lei innocente quelle incresciose disposizioni. Questo marito assai più vecchio e più robusto di lei, era descritto come un brutale, e già nei primi momenti del suo nuovo amore ella aveva fatto a Ulrich mesti e significativi accenni. Solo più tardi egli venne a sapere che il marito di Bonadea era un giurista noto e considerato, molto attivo e capace nell’esercizio della sua professione, mansueto uccisore di selvaggina e ricercato frequentatore di circoli di cacciatori e di giuristi dove si discuteva delle cose che
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interessano gli uomini, e non d’arte o d’amore. L’unico sbaglio di quell’uomo un po’ ingenuo, bonario e gioviale era di essere il marito di sua moglie e di trovarsi quindi con lei più sovente che gli altri uomini in quel rapporto che nel linguaggio dei codici si chiama relazione intima. L’effetto psichico del concedersi per anni e anni a un uomo che aveva sposato più per ragionamento che per impulso del cuore era stato di sviluppare in Bonadea la persuasione d’essere fisicamente ipersensibile, e quest’idea era ormai quasi staccata dalla sua coscienza. Un’intima forza che lei stessa non capiva la incatenava a quell’uomo favorito dalle circostanze; essa lo disprezzava per la propria debolezza, e si sentiva debole per poterlo disprezzare; lo tradiva per sfuggirgli, ma parlava di lui e dei suoi figli nei momenti meno
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adatti, e non era mai in grado di sciogliersi completamente da lui. Come molte mogli infelici finì per dedurre il proprio atteggiamento, mentre il resto della sua vita restava assai oscillante, dall’avversione per il marito così fermo e saldo, e portava seco il suo conflitto con lui in tutte le nuove esperienze che da lui avrebbero dovuto affrancarla.
Per troncare le sue lamentele non c’era altro rimedio che farla passare al più presto dallo stato di depressione a quello di frenesia. Colui che agiva così e abusava della sua fragilità ella lo definiva vile e indegno, ma la sofferenza le velava gli occhi di umida tenerezza se, come si esprimeva con scientifico distacco, ella “inclinava” verso quell’uomo.
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13. Un geniale cavallo da corsa matura in Ulrich la convinzione di essere un uomo senza qualità
NON è irrilevante il fatto che Ulrich potesse dire a se stesso di aver svolto un’opera notevole nel suo
campo scientifico. I lavori pubblicati gli avevano procurato lodi e riconoscimenti. Ammirazione no, sarebbe stato pretender troppo, perché anche nel regno della verità si nutre ammirazione soltanto per gli scienziati più anziani che possono dispensare abilitazioni e libere docenze. Per essere esatti, era rimasto
quel che si dice una speranza, e speranze si
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chiamano nella repubblica dello spirito i repubblicani, cioè coloro che si immaginano di poter consacrare tutte le loro forze alla causa, invece di dedicarne una gran parte al progresso esteriore; essi dimenticano che l’opera del singolo è poca cosa, progredire invece è il desiderio di tutti, e trascurano il dovere sociale di far carriera, che si compie innalzandosi di gradino in gradino per servir poi, quando si è giunti al vertice, di puntello e di appoggio ai nuovi aspiranti.
E un giorno anche Ulrich smise di voler essere una speranza. A quel tempo s’incominciava già a parlare di genî del foot-ball e del ring, ma nelle cronache dei giornali trovava posto tutt’al più un geniale centro- avanti o un grande tennista ogni dieci geniali inventori, tenori o scrittori. Lo spirito nuovo
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non si era ancora saldamente affermato. Ma proprio allora Ulrich lesse su un giornale, come il primo presagio di una rigogliosa estate, la frase “un geniale cavallo da corsa” Era la cronaca di un sensazionale concorso ippico, e forse l’autore non era neanche cosciente della straordinaria trovata che lo spirito collettivo gli aveva suggerito. Ulrich invece capì di colpo l’ineluttabile concatenazione fra tutta quanta la sua carriera e quella genialità dei cavalli da corsa. Infatti il cavallo è sempre stato l’animale sacro della cavalleria, e durante la sua gioventù trascorsa nelle caserme Ulrich non aveva quasi udito parlare d’altro che di cavalli e di donne; sfuggito a quell’ambiente per diventare un uomo notevole, ecco che, quando, dopo alterne vicende, avrebbe potuto sentirsi vicino alla meta dei suoi sforzi, lo salutava di lassù il
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cavallo geniale che era arrivato prima.
A questo v’è certamente una giustificazione nel tempo, perché non sono ancora trascorsi molti anni dacché uno spirito virile degno d’ammirazione voleva dire un uomo il cui coraggio era coraggio morale, la cui forza era la forza di una convinzione, la cui saldezza era quella del cuore e della virtù; un uomo che considerava la velocità come una cosa da ragazzi, la finzione una cosa illecita, la volubilità e l’enfasi una cosa indecorosa. Poi quel tipo umano a poco a poco s’estinse, se ne trova soltanto qualche esemplare fra il personale insegnante dei ginnasi e in varie manifestazioni scritte, era diventato un fantasma ideologico, e la vita dovette cercarsi un nuovo prototipo della virilità. Durante questa ricerca venne però a scoprire che le
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operazioni e le astuzie escogitate da un cervello ingegnoso in un calcolo logico non son poi molto diverse dalle finte e parate di un corpo ben addestrato alla lotta, e che esiste una energia combattiva morale molto diffusa, la quale dalle difficoltà e dalle improbabilità è resa fredda e accorta, ch’essa sia avvezza a indovinare il lato attaccabile d’un problema oppure d’un avversario in carne e ossa. Se si facesse l’analisi psicotecnica di un grande intelletto o di un campione di pugilato, si vedrebbe probabilmente che la loro astuzia, arditezza, precisione e capacità di coordinazione, come pure la rapidità di reazioni nel campo che li interessa, sono in fondo le stesse; e che nelle virtù e attitudini che determinano il loro successo essi non differiscono sostanzialmente da un famoso
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vincitore di steeple-chase, poiché non si devono sottovalutare le importanti qualità che entrano in gioco nel saltare una siepe. Un campione di boxe e un cavallo hanno poi sul grande intelletto questa superiorità: che le loro imprese e prestazioni si possono misurare ineccepibilmente e il migliore fra loro è da tutti riconosciuto come tale; e in questo modo lo sport e l’oggettività son meritatamente venuti a soppiantare gli antiquati concetti di genio e di grandezza umana.
In quanto a Ulrich, bisogna dire che su quel punto precorreva addirittura di qualche anno i suoi tempi. Si era infatti occupato di scienza giusto nello stesso modo in cui si migliora il proprio record di una vittoria, di un centimetro o di un chilogrammo. La sua mente doveva dimostrarsi acuta e forte, e aveva fornito il
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lavoro dei forti. Quel gusto della forza intellettuale era un’aspettativa, un gioco guerresco, una specie di indeterminata imperiosa esigenza posta all’avvenire. Non sapeva bene che cosa avrebbe compiuto con quella forza; se ne poteva far tutto o nulla, diventare un redentore del mondo o un delinquente. E generalmente questa è la posizione mentale dalla cui esistenza il mondo delle macchine e delle invenzioni riceve continui rifornimenti. Ulrich aveva considerato la scienza come una preparazione, una disciplina e una specie di allenamento. Quando ci si avvede che quel ragionare è troppo arido, severo, angusto e senza prospettive, ebbene, bisogna accettarlo, come l’espressione ascetica e tesa di certi visi durante un intenso sforzo del corpo o della volontà. Egli aveva amato per
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anni la rinuncia spirituale. Odiava, secondo le parole di Nietzsche, gli uomini incapaci “di patir fame nell’anima per amore della verità”; coloro che tornano sui propri passi, che si perdono di coraggio, i fiacchi che si consolano l’anima con vaniloqui sull’anima, e la nutrono – perché l’intelletto, si dice, le dà sassi invece di pane – di sentimenti religiosi, filosofici e fittizi, simili a panini ammolliti nel latte.
La sua opinione era che in questo secolo si fa tutti parte di una spedizione, e l’orgoglio impone di rispondere a ogni domanda inutile un “non ancora” e di condurre una vita con principî provvisori, ma con la coscienza di una meta che i posteri raggiungeranno. La verità è che la scienza ha sviluppato un concetto della dura, fredda forza intellettuale che rende semplicemente insopportabili le vecchie idee
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metafisiche e moralistiche del genere umano, quantunque non possa sostituirle se non con la speranza che in un giorno lontano una razza di conquistatori ideali discenderà nelle valli feraci della spiritualità.
Questo però va bene soltanto finché non si è costretti a stornare lo sguardo dalle lontananze profetiche per abbassarlo sulle vicine realtà del presente, e a leggere che nel frattempo un cavallo da corsa è diventato geniale. La mattina dopo Ulrich si alzò con la luna a rovescio. Tutto ciò non era accaduto nel castelletto che abitava adesso, ma in un’altra città e in un’altra casa, appena poche settimane prima. Sul lucido asfalto scuro della strada sfrecciavano già le automobili; l’aria pura del mattino incominciava a impregnarsi degli odori acri del giorno; e gli parve indicibilmente assurdo
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mettersi come di consueto, nella luce lattea che filtrava attraverso le tende, a piegare avanti e indietro il suo corpo nudo, a sollevarlo da terra con i muscoli addominali, a tempestare di pugni un pallone da boxe, come fanno tanti altri uomini alla stessa ora, prima di andare all’ufficio. Un’ora al giorno è la dodicesima parte della vita cosciente, e basta per mantenere nelle condizioni fisiche di una pantera preparata ad ogni avventura un corpo già bene addestrato; ma la si sciupa in inutile attesa, perché le avventure degne di una simile preparazione non si presentano mai; lo stesso accade dell’amore, al quale ci si prepara in misura assolutamente eccessiva.
E infine Ulrich fece pure la scoperta che anche nella scienza egli era come un alpinista che scavalca una catena dopo l’altra senza mai
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vedere una meta. Possedeva i frammenti di un nuovo modo di pensare e di sentire, ma la nuova visione, sulle prime tanto potente, si era smarrita in un numero sempre più grande di particolari, e se egli si era illuso di bere alle fonti della vita aveva ormai quasi vuotato la coppa dell’aspettazione.
E così, egli fece punto nel bel mezzo di un vasto e promettente lavoro. I suoi colleghi gli apparivano in parte come inesorabili magistrati avidi di persecuzione, o commissari di pubblica sicurezza della logica, in parte come oppiomani e mangiatori di una strana pallida droga che popolava il loro mondo con visioni di numeri e di proporzioni irreali. “Per l’amor di Dio! – egli pensò, – quando mai ho avuto l’intenzione di far tutta la vita il matematico?”
Ma quale era stata, in realtà, la sua
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intenzione? In quel momento avrebbe potuto darsi soltanto alla filosofia. Però la filosofia, nello stato in cui si trovava allora, gli ricordava la storia di Didone, dove una pelle di bue vien tagliata in striscioline, quantunque sia molto dubbio se si potrà davvero recingerne un regno; e quel che vi si aggiungeva di nuovo, era simile a ciò che egli stesso aveva fatto sinora, e non poteva attirarlo. Poteva soltanto dire che si sentiva assai più lontano che in gioventù da quello che aveva voluto essere, a meno che non lo avesse mai saputo. Con meravigliosa acutezza egli vedeva in sé – ad eccezione del saper guadagnare denaro, che non gli occorreva – tutte le capacità e le qualità che il suo tempo apprezzava di più, ma aveva perduto la possibilità di applicarle; e poiché in fin dei conti, se ormai anche i giocatori di calcio e i
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cavalli hanno genio, soltanto l’uso che se ne fa può ancora salvarne il carattere particolare, decise di prendersi un anno di vacanza dalla vita per cercare un uso appropriato delle sue capacità.
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14. Amici di gioventù
DOPO il suo ritorno Ulrich era già andato sovente dagli amici Walter e Clarisse perché non li
vedeva da anni, e quell’estate erano rimasti in città tutti e tre. Ogni volta che andava a visitarli li trovava al pianoforte. Pareva loro naturalissimo non badare alla sua presenza finché il pezzo non era finito. Questa volta si trattava dell’Inno alla Gioia di Beethoven; secondo la descrizione di Nietzsche, i milioni cadevano rabbrividendo in polvere, le barriere ostili erano infrante, il vangelo dell’armonia universale riconciliava, riuniva i disgiunti. Ed
ecco che i suoi amici non sapevano più
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camminare e parlare e stavano per involarsi danzando nell’aria. I loro volti erano chiazzati, i corpi contorti, le teste si muovevano a scatti su e giù, artigli tesi si piantavano nella massa sonora che s’impennava. Accadeva qualcosa d’incommensurabile; una bolla confusamente delimitata, piena di calde sensazioni, si tendeva fino a esplodere, e dalle dita in orgasmo, dalle contrazioni nervose della fronte, dai guizzi convulsi del corpo irradiava un sentimento sempre nuovo nell’immane tumulto individuale. Quante volte si era già ripetuto tutto ciò?
Ulrich non aveva mai potuto soffrire quel piano a coda sempre aperto che digrignava i denti, quell’idolo dal muso schiacciato e dalle gambe corte, quell’incrocio fra un bassotto e un mastino che dominava la vita dei suoi amici e
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persino i dipinti alle pareti e le linee scarne e affusolate dei mobili d’arte; anche il fatto che non avevano domestica ma soltanto una donna a mezzo servizio per cucinare e scopare rientrava nel quadro. Fuori delle finestre i vigneti salivano con gruppi di vecchi alberi e casette sbilenche verso i turgidi boschi, ma vicino tutto era spoglio, disorganico, isolato e corroso come accade dove le periferie delle grandi città si spingono dentro la campagna. Fra le scabre adiacenze e l’amabile paesaggio lontano, lo strumento tendeva il suo arco; lucido e nero, scagliava fuori di quelle pareti colonne infocate di dolcezza e d’eroismo che, ridotte a impalpabile cenere di suoni, poche centinaia di passi più in là cadevano al suolo senza peranco raggiungere la collina di pinastri, con l’osteria a metà della strada del
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bosco. Il piano però faceva rintronare la casa ed era uno di quei megafoni attraverso i quali l’anima grida nell’universo come un cervo in amore, senz’altra risposta che le identiche emule grida di mille altre anime che bramiscono nel gran tutto.
La salda posizione di Ulrich in quella casa era fondata sul fatto che egli definiva la musica un’impotenza della volontà e una perturbazione del cuore e ne parlava con maggior dispregio di quanto veramente intendesse; per Walter e Clarisse la musica era in quel periodo suprema speranza e angoscia. E perciò in parte lo disprezzavano e in parte lo veneravano come uno spirito maligno.
Questa volta Walter quando ebbe finito di sonare si girò a mezzo, ma rimase seduto sul suo seggiolino, molle, estenuato e assorto,
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Clarisse invece s’alzò e salutò vivacemente l’intruso. Le palpitava ancora nel viso e nelle mani l’elettricità della musica, il suo sorriso si districava a fatica da una tensione di entusiasmo e di ripugnanza.
- Re dei ranocchi, – disse, e con la testa accennò dietro di sé alla musica o a Walter. Ulrich sentì tendersi di nuovo fra sé e lei l’elastica forza di un legame. Durante l’ultima visita, ella gli aveva raccontato un suo terribile sogno; una creatura viscida voleva sopraffarla nel sonno, era qualcosa di molle e panciuto, tenero e raccapricciante, e quel grosso ranocchio simboleggiava la musica di Walter. I due amici avevano pochi segreti per Ulrich. Appena lo ebbe salutato, Clarisse gli voltò le spalle, ritornò in fretta accanto a Walter, lanciò di nuovo il suo grido di guerra “re dei
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ranocchi!” che Walter apparentemente non capiva, e con le mani ancora frementi di musica gli tirò i capelli con dolorosa e dolorifica violenza. Il marito fece un viso amabilmente stupito e tornò indietro d’un passo dalla lubrica vacuità dove la musica lo aveva calato.
Poi Clarisse e Ulrich passeggiarono soli sotto i dardi obliqui del sole calante; Walter era rimasto al pianoforte. Clarisse disse:
- Potersi inibire una cosa dannosa è la prova della forza vitale! Ciò che nuoce alletta l’uomo esausto. Che ne pensi? Secondo Nietzsche un artista che pensa troppo alla morale della sua arte dà segno di debolezza – S’era seduta su un monticello di terra.
Ulrich alzò le spalle. Quando, tre anni prima, Clarisse, ventiduenne, aveva sposato Walter che gli era amico fin dall’infanzia, Ulrich
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stesso le aveva regalato per le nozze le opere complete di Nietzsche.
- Se fossi Walter sfiderei Nietzsche a duello,
- rispose sorridendo.
Il dorso snello di Clarisse, fluttuando in linee delicate sotto la veste, si tese come un arco e anche il suo viso era violentemente teso; ella lo distolse con timore da quello dell’amico.
- Hai ancor sempre un’aria verginale ed eroica ad un tempo… – soggiunse Ulrich; era una domanda o forse non lo era, un po’ scherzo ma anche un po’ tenera meraviglia; Clarisse non capì bene che cosa egli intendesse dire, ma le due parole, già udite da lui un’altra volta, le entrarono dentro come una freccia incendiaria in un tetto di paglia.
Ogni tanto un’onda di suoni vorticanti e disordinati giungeva fino a loro. Ulrich sapeva
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che ella si rifiutava a Walter per intere settimane quand’egli sonava Wagner. Ma Walter lo sonava lo stesso, con cattiva coscienza, come se si fosse trattato di un vizio d’adolescente.
Clarisse avrebbe voluto chiedere a Ulrich fino a che punto ne era informato – Walter non sapeva mai tenersi niente per sé – ma aveva vergogna d’interrogarlo. Adesso anche Ulrich s’era seduto su un mucchio di terra vicino a lei, e infine ella disse tutt’altra cosa:
- Tu non vuoi bene a Walter, – affermò. – In realtà non gli sei punto amico – Il tono era di sfida, ma lei rideva.
Ulrich diede una risposta inaspettata:
- Sai, siamo amici d’infanzia. Tu eri ancora una bimba, Clarisse, quando noi ci trovavamo già innegabilmente in un rapporto di amicizia
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giovanile che si va spegnendo. Secoli fa ci ammiravamo reciprocamente, e ora diffidiamo l’uno dell’altro con profonda cognizione di causa. Ciascuno dei due vorrebbe liberarsi della penosa impressione di avere, in tempi lontani, scambiato l’altro per se stesso, e così ci serviamo a vicenda di incorruttibile specchio caricaturale.
- Allora credi che non giungerà mai a concludere qualcosa?
- Non esiste altro esempio di destino inesorabile pari a quello di un giovane d’ingegno che si raggrinza a vecchietto mediocre; senza colpi della sorte, solo per il rattrappimento a cui era già predestinato!
Clarisse strinse forte le labbra. L’antico patto fra di loro, che la sincerità deve prevalere sul riguardo, le gonfiò il cuore, ma faceva male.
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Musica! I suoni seguitavano a turbinare. Ella stette in ascolto. Adesso che entrambi tacevano si udiva chiaramente il ribollire del pianoforte. A un orecchio distratto poteva sembrare che salisse dal terreno come la vampata inestinguibile dell’“incantesimo del fuoco”
Sarebbe stato difficile dire che cos’era Walter in realtà. Ancor oggi, certo, sebbene avesse già trentaquattro anni compiuti, era un uomo piacevole con occhi eloquenti ed espressivi; da un po’ di tempo era impiegato in una qualche sovrintendenza alle Belle Arti. Suo padre gli aveva procurato quel comodo impiego, con la minaccia di sospendere ogni aiuto pecuniario se non lo accettava. Perché in fondo Walter era pittore; mentre studiava storia dell’arte all’Università aveva frequentato un corso di pittura all’Accademia e più tardi era
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vissuto per un po’ di tempo in uno studio. Faceva il pittore anche quando era venuto ad abitare con Clarisse sposati da poco – in quella casa sotto il cielo aperto; ora però era ridiventato musicista e nei dieci anni d’amoreggiamento era stato ora una cosa ora l’altra, e per giunta anche poeta; aveva fondato una rivista letteraria e per potersi sposare aveva preso un impiego nell’amministrazione d’un teatro; poche settimane dopo aveva cambiato idea, sempre per potersi sposare era diventato direttore d’orchestra; dopo sei mesi, riconosciuti vani i suoi sforzi, aveva fatto il maestro di disegno, il critico musicale, l’eremita e parecchie altre cose ancora, finché suo padre e il futuro suocero quantunque buoni e compiacenti ne ebbero abbastanza. I vecchi sostenevano che gli mancava semplicemente la
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volontà; ma si sarebbe potuto con altrettanta ragione opinare che egli era stato tutta la vita un dilettante dai molti talenti; e la cosa più strana era appunto che tra quelli del mestiere – pittori, scrittori e musicisti – s’era sempre trovato chi gli aveva pronosticato uno splendido avvenire. In tutta la vita di Ulrich, sebbene egli avesse operato in tanti campi con un risultato di cui non si poteva contestare il valore, non era mai accaduto che qualcuno venisse a dirgli: “Lei è l’uomo che io ho sempre cercato e che i miei amici aspettano!” A Walter invece questo capitava ogni tre mesi. E anche se spesso non si trattava di giudici più competenti, erano tuttavia persone che disponevano di un influsso, di buone possibilità, di imprese avviate, di posti, di amicizie e di spinte, e mettevano tutto ciò a disposizione del Walter
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da loro scoperto, la cui vita, appunto in grazie a ciò, poteva seguire quello splendido andamento a zig-zag. Qualcosa aleggiava intorno a lui, che appariva più importante di una produzione definita. Forse era un suo speciale talento di passare per un grande talento. E se questo era dilettantismo, vuol dire che la vita spirituale della nazione tedesca è fondata in gran parte sul dilettantismo, perché questo talento lo si trova in tutte le gradazioni, su su fino ai veri grandi ingegni, e solo in questi dovrebbe, secondo ogni verosimiglianza, abitualmente mancare.
E Walter aveva anche il talento di rendersene conto. Quantunque inclinasse come chiunque altro ad attribuire i buoni successi al suo merito personale, quella sua prerogativa di essere spinto in alto con tanta facilità da ogni
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colpo di fortuna l’aveva sempre preoccupato come un’inquietante mancanza di peso, e quando cambiava attività e relazioni personali lo faceva non soltanto per incostanza ma anche con grande travaglio intimo, e incalzato dall’ansia di riprendere il vagabondaggio, per salvaguardare la purezza della sua intima essenza prima di prender radice lì dove già si delineava l’inganno. La sua vita era una catena di sconvolgenti esperienze dalle quali procedeva la lotta eroica di un’anima che opponeva resistenza a tutte le mediocrità, perfettamente inconsapevole di favorire in tal modo la propria. Infatti mentre egli soffriva e lottava per la moralità della sua condotta spirituale, come è proprio di un genio, e sborsava la posta intera per il suo talento che non bastava a nulla di grande, il suo destino pian piano l’aveva
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ricondotto in cerchio al nulla donde era partito.
Finalmente egli era arrivato al punto dove più niente gli poneva ostacoli; quel suo impegno quasi da erudito, tranquillo solitario, al riparo da tutti i lenocini del mercato artistico, gli lasciava tutto il tempo e la libertà di dare pieno ascolto alla sua chiamata interiore; il possesso dell’amata gli toglieva ogni spina dal cuore, la casa “al margine della solitudine” dove era andato a stare con lei dopo il matrimonio sembrava fatta apposta per la creazione; ma quando non ci furono più difficoltà da superare accadde l’inaspettato: le opere che la grandiosità delle sue intenzioni aveva per così lungo tempo promesso, non nacquero. Sembrava che Walter non potesse più lavorare; nascondeva e cancellava; ogni mattina e ogni pomeriggio, quando tornava a
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casa, si rinchiudeva per ore e ore, faceva lunghissime passeggiate col suo album di schizzi, ma il poco che ne risultava era da lui occultato o distrutto. Egli ne adduceva cento motivi diversi. Nel complesso però anche le sue opinioni in quel tempo presero a mutare in modo impressionante. Egli non parlò più di “arte attuale” e di “arte dell’avvenire”, concetti che per Clarisse da quando ella aveva quindici anni erano legati a lui, ma tracciò a un certo punto un limite – che per la musica includeva Bach, per la poesia Stifter, per la pittura Ingres
- e dichiarò sovraccarico, deteriore, affettato e decadente tutto ciò che era venuto dopo, anzi gli avveniva sempre più spesso di affermare che, in un’epoca così corrotta fin nelle radici spirituali come l’odierna, un puro ingegno doveva addirittura astenersi dal creare. Ma la
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slealtà stava in questo, che, sebbene autore di un così severo giudizio, appena si chiudeva nella sua stanza, ecco sgorgarne sempre più sovente musiche wagneriane, quelle appunto di cui in anni non lontani egli aveva inculcato a Clarisse il disprezzo come prototipi di un’arte filistea, tronfia e degenerata, ma a cui oggi egli soggiaceva, come a un vino pesante, gagliardo, che inebria e stordisce.
Clarisse non ne voleva sapere. Detestava Wagner, non foss’altro per la sua giacca di velluto e il suo berretto alla maniera di Raffaello. Era figlia di un pittore scenografo noto in tutto il mondo. Aveva trascorso l’infanzia in un regno dove si respirava l’aria del palcoscenico e l’odore dei colori, e si parlava in tre gerghi artistici, quello del teatro di prosa, quello dell’opera e quello degli studi di pittori;
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circondata da velluti, tappeti, genî, pelli di pantera, ninnoli, penne di pavone, scrigni e chitarre. Perciò aborriva con tutta l’anima la sensualità nell’arte e si sentiva attratta da tutto ciò che è smilzo e severo, che fosse la metageometria della nuova musica atonale o la volontà scarnita delle forme classiche, depurata e chiara come un preparato anatomico. Nella sua prigionia verginale Walter gliene aveva recato il primo messaggio. “Principe della luce” ella lo aveva chiamato, e bambina ancora gli aveva giurato di non sposarlo prima che fosse diventato re. La storia delle metamorfosi e delle imprese di Walter era nello stesso tempo una storia di infinite sofferenze ed estasi, in cui lei era di premio. Clarisse non aveva l’ingegno di Walter, ne era ben consapevole. Ma per lei il genio era questione di volontà. Con indomita
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energia si era accinta allo studio della musica; forse non aveva il minimo talento musicale, ma possedeva dieci dita vigorose e molta risolutezza; faceva esercizi per intere giornate, e pungolava le sue dita come dieci magri buoi che dovessero strappare dal terreno qualcosa di enormemente pesante. Nello stesso modo s’applicava alla pittura. Da quando aveva quindici anni era convinta che Walter fosse un genio, perché era ben decisa a non sposare che un genio. Non gli permetteva di non esserlo. E quando s’accorse che egli falliva alle promesse, si difese selvaggiamente contro la lenta soffocante alterazione della sua atmosfera vitale. Proprio allora Walter avrebbe avuto bisogno di calore, di simpatia, e quando la sua impotenza lo torturava, si stringeva a lei come un bambino che cerca latte e riposo, ma il
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piccolo corpo irrequieto di Clarisse non era materno. Si considerava insidiata da un parassita che voleva annidarsi in lei, e gli si negava. E derideva il calore “da lavanderia a vapore” in cui egli cercava conforto. Può darsi che ella fosse crudele. Ma voleva essere la compagna di un grand’uomo e lottava col destino.
Ulrich aveva offerto a Clarisse una sigaretta. Che cosa poteva ancora dire, dopo aver rivelato così brutalmente quel che pensava? Il fumo delle due sigarette, che seguiva i raggi del sole calante, si riuniva un poco più in là.
“Che cosa ne sa Ulrich? – pensava Clarisse sulla sua montagnola. – Ah, che cosa potrebbe mai capire di queste lotte!” Ricordò come si scomponeva il viso di Walter, doloroso fino all’annullamento, quando lo tormentavano le
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angosce della musica e della sensualità e la resistenza di lei non gli accordava uno scampo; no ella si disse – di questo gioco d’amore immane, come sull’Himalaja, fatto di passione, di spregio, di paura e del dovere di chi sta in alto, Ulrich non sospettava nulla. Clarisse non teneva la matematica in gran concetto, e non aveva mai giudicato l’amico d’ingegno pari a quello di Walter. Era intelligente, era logico, sapeva molte cose; ma questo vale poi molto di più che la barbarie? Certo una volta giocava al tennis incomparabilmente meglio di Walter, e lei ricordava di aver intuito, vedendolo vibrare quei colpi spietati: “Quello lì otterrà tutto ciò che vuole”, cosa che non aveva mai sentito davanti alla pittura, alla musica o ai pensieri di Walter. E pensò: “Forse invece egli sa tutto di noi e non dice nulla” Non aveva alluso infatti
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poc’anzi all’eroismo di lei? Quel silenzio fra di loro era adesso straordinariamente eccitante.
Ulrich intanto pensava: “Com’era carina Clarisse, dieci anni fa; quasi bambina ancora, con la sua fede ardente nell’avvenire di noi tre.” E antipatica gli era stata in fondo una sola volta, quando aveva sposato Walter; allora aveva dimostrato quello sgradevole egoismo a due, che rende spesso così insopportabili agli altri uomini le giovani donne ambiziosamente innamorate dei loro mariti. “Da allora è molto migliorata”, egli pensò.
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15. Rivoluzione intellettuale
WALTER e lui erano stati giovani nel tempo, oggi obliato, che seguì all’ultimo cambiamento
di secolo, quando molta gente s’illudeva che anche il nuovo secolo fosse giovane.
Quello appena sceso nella tomba non s’era molto distinto nella sua seconda metà. Era stato efficiente nello sviluppo tecnico, nel commercio e nella ricerca scientifica, ma fuori di questi punti focali della sua energia era muto e subdolo come una palude. Aveva dipinto come i classici, poetato come Goethe e Schiller e costruito le sue case in stile gotico e
rinascimentale. Le esigenze ideali presiedevano
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a tutte le manifestazioni della vita come un corpo di polizia. Ma in virtù dell’occulta legge che non consente all’uomo l’imitazione senza congiungerla con l’esagerazione, tutto era improntato a un conformismo artistico da cui gli archetipi ammirati erano ben lontani, del che si posson vedere ancor oggi i segni nelle strade e nei musei; e, che questo vi si connetta o no, le donne di quel tempo, tanto caste quanto ritrose, dovevan portare vesti che dagli orecchi scendevano fino a terra, ma esibire un turgido seno e un sedere esuberante. Del resto per una quantità di ragioni nessun periodo del passato ci è tanto ignoto quanto i tre, quattro o cinque decenni che dividono i nostri vent’anni dai vent’anni di nostro padre. Perciò può essere utile tener presente che nei tempi cattivi si fanno orribili case e orribili poesie seguendo gli
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identici bellissimi principî dei tempi buoni; che ogni generazione intenta a distruggere i buoni risultati di un’epoca precedente è convinta di migliorarli; e che l’anemica gioventù di un tal periodo si fa sul proprio sangue giovane e gagliardo le stesse illusioni di tutti gli altri novellini in tutti gli altri tempi.
Ed è ogni volta come un miracolo, quando ad anni di così piatto e lento avvilimento succede una piccola ascesa spirituale, come accadde allora. Dalla mentalità, liscia come un olio, degli ultimi due decenni del diciannovesimo secolo era insorta improvvisamente in tutta l’Europa una febbre vivificante. Nessuno sapeva bene che cosa stesse nascendo; nessuno avrebbe potuto dire se sarebbe stata una nuova arte, un uomo nuovo, una nuova morale o magari un nuovo
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ordinamento della società. Perciò ognuno ne diceva quel che voleva. Ma dappertutto si levavano uomini a combattere contro il passato. In ogni luogo compariva improvvisamente l’uomo che ci voleva; e, cosa assai importante, uomini pieni d’intraprendenza pratica s’incontravano con uomini pieni d’intraprendenza spirituale. Fiorivano ingegni che prima erano stati soffocati o non avevano mai partecipato alla vita pubblica. Erano diversissimi fra loro, e il contrasto fra i loro scopi non avrebbe potuto esser maggiore. Si amava il superuomo, e si amava il sotto-uomo; si adorava il sole e la salute, e si adorava la fragilità delle fanciulle malate di consunzione; si professava il culto dell’eroe e il culto socialista dell’umanità; si era credenti e scettici, naturisti e raffinati, robusti
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e morbosi; si sognavano antichi viali di castelli, parchi autunnali, peschiere di vetro, gemme preziose, hascisc, malattia, demoni, ma anche praterie, sconfinati orizzonti, fucine e laminatoi, lottatori ignudi, rivolte degli operai schiavi, primi progenitori dell’uomo, distruzione della società. Certo erano contraddizioni e gridi di guerra molto antitetici, ma avevano un afflato comune; chi avesse voluto scomporre e analizzare quel periodo avrebbe trovato un nonsenso, qualcosa come un circolo quadrato fatto di ferro ligneo, ma in realtà tutto si era amalgamato e aveva un senso baluginante. Quell’illusione, materializzata nella magica data della svolta del secolo, era così forte che gli uni si gettavano entusiasmati sul secolo nuovo e ancora intatto, mentre gli altri si attardavano nel vecchio come
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in una casa dalla quale bisognava tuttavia traslocare, senza però che i due atteggiamenti apparissero molto diversi.
Se non si vuole, non occorre dunque sopravvalutare quel lontano “movimento” Esso si svolse del resto solo nello strato sottile e incostante degli intellettuali, che dalle persone
- oggi grazie a Dio nuovamente a galla – munite di un indistruttibile concetto della vita, viene, nonostante la verità di quel concetto, concordemente disprezzato; e non influì sulla massa. Ad ogni modo, anche se non era stato un avvenimento storico, era pur sempre un avvenimentino, e i due amici Walter e Ulrich da giovani ne avevano ancora vissuto lo strascico. Allora, attraverso il groviglio di fedi e credenze era passato qualcosa, come quando molti alberi si piegano sotto una stessa ventata; uno spirito
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di setta e di riforma, la felice coscienza di un principio, di uno sboccio, di un’alba, una piccola risurrezione come ne possono avvenire soltanto nei tempi migliori; e chi faceva allora il suo ingresso nel mondo sentiva già al primo angolo di strada il soffio dello spirito alitargli in viso.
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16. Una misteriosa malattia del giorno
DUNQUE – pensò Ulrich rimasto solo – non molto tempo fa lui e Walter erano stati davvero due
giovanotti i quali avevano le più folgoranti intuizioni non soltanto precocemente, prima di tutti gli altri uomini, ma anche contemporaneamente, perché bastava che uno aprisse la bocca per dir qualcosa di nuovo, che già l’altro stava facendo la stessa strepitosa scoperta. Le amicizie giovanili hanno qualcosa di strano; sono come un uovo che ha già nel tuorlo il suo meraviglioso avvenire d’uccello, ma al mondo non presenta che una linea ovale
abbastanza inespressiva e confondibile con
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tutte le altre. Ulrich rivide chiaramente la camera di ragazzo e di studente dove s’incontravano quando egli ritornava per un paio di settimane dalle sue prime escursioni nel mondo. La scrivania di Walter, coperta di disegni, appunti e fogli di musica, che pre- irradiava lo splendore futuro di una celebrità; e di fronte lo stretto scaffale di libri, al quale talvolta Walter s’appoggiava infervorato, come san Sebastiano al palo, con la luce della lampada sui bei capelli che Ulrich segretamente ammirava. Nietzsche, Altenberg, Dostoevskij o altri autori che stavano leggendo dovevano rassegnarsi a giacere in terra o sul letto quando non occorrevano più, e la foga del discorso non s’adattava al piccolo incomodo di metterli a posto. La presunzione della gioventù, per la quale gli spiriti maligni son giusto buoni
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perché uno a suo capriccio se ne serva, gli era apparsa a quel tempo amabilissima. Cercò di ricordare quei colloqui. Erano come i sogni, quando nel destarsi si colgono ancora gli ultimi pensieri del sonno. E pensò con tenue meraviglia: “A quei tempi, quando illustravamo un’idea, essa aveva un altro scopo oltre quello di esser giusta – quello di illustrare noi!”
Tanto era più forte in gioventù l’istinto di brillare che quello di veder chiaro; il ricordo di quel sentimento giovanile fluttuante quasi su raggi di luce lo sentì come una perdita dolorosa.
Sembrava a Ulrich di esser incappati all’inizio dell’età virile in una bonaccia universale che nonostante piccoli turbini passeggeri subito placati trascorreva a un ritmo sempre più confuso e svogliato. Sarebbe
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stato difficile dire in che consistesse quel cambiamento. C’erano forse al mondo meno persone d’ingegno? Niente affatto! E d’altra parte, ciò ha poca importanza; il livello di un periodo non dipende da loro, infatti la non spiritualità degli anni fra il sessanta e il novanta non poté impedire lo sviluppo di Hebbel e di Nietzsche, così come nessuno dei due poté sopprimere la non spiritualità dei suoi contemporanei. La vita languiva forse? No, era diventata più forte! C’erano più contraddizioni di prima a impedirne lo svolgimento? Eran già tante che il loro numero non poteva più aumentare. In passato non si commettevano sbagli? Oh sì, in quantità! Detto fra noi: ci si sbracciava per gente dappoco e non si faceva attenzione a uomini di valore; succedeva che degli stupidi fossero considerati capi, e dei
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grandi ingegni nient’altro che originali; l’uomo tedesco, incurante di tutti i travagli di quel parto, ch’egli definiva esagerazioni decadenti e morbose, leggeva tranquillo i suoi “Giornali per le Famiglie” e visitava molto più assiduamente i Palazzi di Vetro e le Case d’Arte che le mostre d’avanguardia dette Secessioni; il mondo politico poi non si curava affatto dell’opinione degli uomini nuovi e delle loro riviste, e le istituzioni pubbliche erano recinte contro lo spirito nuovo come da un cordone sanitario.
Non si può affermare tranquillamente che da allora s’è fatta molta strada? Uomini che prima erano soltanto a capo di piccole sette sono ora riconosciute celebrità; editori e commercianti d’arte son diventati ricchi; ogni giorno si fonda un movimento nuovo; il pubblico frequenta tanto i Palazzi di Vetro
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quanto le Secessioni, e le Secessioni delle Secessioni; i “Giornali per le Famiglie” si son tagliato il codino; gli uomini di stato amano dimostrarsi ferrati nelle cose dell’arte e della cultura, e i giornali fanno della storia letteraria. Che cosa dunque è andato smarrito?
Qualcosa di imponderabile. Un presagio. Un’illusione. Come quando la calamita lascia libere le particelle di ferro ed esse tornano a confondersi. O i fili cadono dal gomitolo. O si sganciano i vagoni d’un treno. O un’orchestra si mette a sonare sbagliato. Non si poteva assolutamente indicare qualche singolo caso che non fosse stato possibile anche prima, ma tutti i rapporti si erano un poco spostati. Idee che eran sembrate di scarsa validità prendevano consistenza. Persone di cui prima si faceva poco conto, adesso mietevano gloria.
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Asperità si levigavano, divergenze tornavano a convergere, gli indipendenti patteggiavano col successo, il gusto già formato ridiventava incerto. I netti confini si erano dappertutto cancellati e una nuova indefinibile tendenza ad apparentarsi portava su gente nuova e nuovi concetti. Questi non erano cattivi, no certo; c’era soltanto un po’ troppo di cattivo mescolato col buono, di errori con verità, di accomodamenti con convinzioni. Di questa mescolanza pareva esistere addirittura una percentuale favorita, che portava alle maggiori fortune; una piccola aggiunta molto parca di surrogato, per cui il genio appariva veramente genio e il talento sicura promessa, così come secondo alcuni solo una certa addizione d’orzo o di cicoria dà al caffè la vera virtù del caffè; a un tratto tutti i più privilegiati e importanti
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posti di comando dello spirito s’erano trovati occupati da gente di tal genere, e tutto veniva deciso a modo loro. Non se ne può dar la colpa a nulla e a nessuno. Non si può neanche dire come è stato. Non si posson combattere né persone né idee né determinati fenomeni. L’ingegno e la buona volontà non mancano, e neppure gli uomini di carattere. Manca soltanto tutto e niente; si direbbe che il sangue sia mutato, o l’aria; una malattia misteriosa ha distrutto la piccola genialità degli inizi, ma tutto brilla di novità e alla fine non si sa più se il mondo è davvero peggiorato o se noi soltanto siamo invecchiati. Allora è cominciata veramente una nuova era.
Così dunque i tempi erano cambiati, come una giornata che incomincia sfolgorante d’azzurro e poi va pian piano velandosi, e non
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avevano avuto la cortesia di aspettare Ulrich. Egli ripagava il suo secolo col definire volgare stupidità l’origine delle misteriose alterazioni che ne costituivano la malattia, distruggendo il genio. Né l’intendeva affatto in un senso offensivo. Infatti se di dentro la stupidità non somigliasse straordinariamente all’intelligenza, se di fuori non si potesse scambiare per progresso, genio, speranza, perfezionamento, nessuno vorrebbe esser stupido e la stupidità non esisterebbe. O almeno sarebbe molto facile combatterla. Purtroppo invece essa ha qualcosa di singolarmente simpatico e naturale. Se si trova, ad esempio, che una oleografia è una produzione artistica più ingegnosa di un quadro dipinto a mano, anche questo contiene una verità, ed è più facile dimostrarla che non dimostrare la grandezza di
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Van Gogh. Allo stesso modo è molto agevole e rimunerativo essere un drammaturgo più forte di Shakespeare o un narratore più armonico di Goethe, e in un autentico luogo comune v’è certamente più umanità che in una nuova scoperta. Non esiste una sola idea importante di cui la stupidità non abbia saputo servirsi, essa è pronta e versatile e può indossare tutti i vestiti della verità. La verità invece ha un abito solo e una sola strada, ed è sempre in svantaggio.
Dopo un poco però Ulrich ebbe, in relazione con questi pensieri, una strana fantasia. Immaginò che il grande filosofo e teologo Tommaso d’Aquino, morto nel 1274, dopo aver con immensa fatica messo ordine nel pensiero del suo secolo, avesse ancora seguitato a perfezionare quel suo lavoro e solo ora ne fosse
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giunto al termine; ed ecco che, rimasto giovane per eccezionale favore, usciva adesso dal portale romanico di casa sua e un tram elettrico gli passava di carriera davanti al naso. L’attonito stupore del doctor universalis, come gli antichi chiamavano il grande Tommaso, gli mosse il riso. Un motociclista veniva rimbombando su per la strada vuota, gambe ad O, braccia ad o. La sua faccia aveva la serietà di un bambino che sta strillando con enorme convinzione. Ulrich ricordò, vedendolo, la fotografia di una famosa giocatrice di tennis pubblicata pochi giorni prima da una rivista; era ritta sulla punta d’un piede, la gamba scoperta fino alla giarrettiera, l’altra gamba scagliata quasi all’altezza della testa, mentre il braccio con la racchetta s’allargava in un gran slancio a colpire la palla; e intanto la giocatrice
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aveva il viso di un’istitutrice inglese. Nello stesso fascicolo si vedeva una nuotatrice che si faceva massaggiare dopo una gara; due signore in abito da passeggio la contemplavano gravemente, l’una ai piedi, l’altra alla testa del letto dove lei era coricata sul dorso, nuda, con un ginocchio rialzato in atto di dedizione, e il massaggiatore lì accanto vi teneva sopra le mani, indossava un camice da dottore e guardava fuori della fotografia come se quella carne femminile fosse scorticata e appesa a un uncino. Simili cose s’incominciavano a vedere allora, e in qualche modo bisogna accettarle, come si accettano i grattacieli e l’elettricità. Non si può fare il broncio ai propri tempi senza riportarne danno, si diceva Ulrich. E infatti era sempre pronto ad amare quelle figurazioni della vita. Quel che però non gli riusciva mai era di
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amarle senza riserve, come esige il senso di soddisfazione sociale; da molto tempo un’ombra di disgusto si posava su tutto ciò che egli faceva o subiva, un soffio di impotenza e di solitudine, un’antipatia universale alla quale non sapeva trovare la complementare simpatia. Talvolta gli sembrava addirittura di esser nato con una vocazione per cui al giorno d’oggi non v’era meta.
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17. Influsso di un uomo senza qualità su un uomo con qualità
MENTRE Ulrich discorreva con Clarisse, i due non s’erano accorti che la musica alle loro
spalle di tanto in tanto taceva. In quei momenti Walter s’affacciava alla finestra. Non poteva vederli, ma li sentiva assai vicini al limite del suo campo visivo. La gelosia lo torturava. L’ebbrezza volgare di una musica pesantemente sensuale lo riattirava verso il pianoforte, aperto come un letto sconvolto da un dormiente che ripugna a destarsi per non dover guardare in
faccia la realtà. La sua gelosia era quella di un
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paralitico che vede camminare i sani; e però egli non sapeva risolversi ad andar con loro perché la sua sofferenza non gli dava la possibilità di difendersi.
Quando Walter s’alzava al mattino e doveva correre all’ufficio, quando lungo la giornata parlava con la gente e verso sera tornava a casa in un tram affollato, sentiva di essere un uomo non comune, chiamato a compiere qualcosa d’eccezionale. Credeva allora di veder tutto in modo diverso; lui poteva esser colpito da ciò che gli altri, disattenti, non vedon neppure; e dove gli altri allungano distrattamente una mano, il movimento del suo braccio era già colmo d’avventura spirituale o di narcisistica fiacchezza. Egli era un sensitivo, e la sua sensibilità era sempre commossa da cupe fantasticherie, caverne, valli e montagne
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mareggianti; non era mai indifferente, in ogni cosa vedeva ventura o sventura, e da ciò traeva continuamente occasione a fervidi pensieri. Persone siffatte esercitano sugli altri una straordinaria attrazione, perché la concitazione morale in cui si trovano costantemente si comunica ad essi; nei loro discorsi tutto assume un significato personale, e poiché in loro compagnia ci si può occupare ininterrottamente di sé, essi procurano un piacere che altrimenti si può ottenere soltanto a pagamento nello studio di uno psicanalista o di uno psicologo, con la differenza che là ci si sente ammalati, mentre Walter aiutava la gente a considerarsi molto importante per ragioni che finora eran loro sfuggite. Con questa attitudine a facilitare al prossimo la contemplazione di se stessi aveva conquistato anche Clarisse e col
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tempo aveva eliminato tutti gli altri competitori; poiché tutto in lui diventava commozione etica, sapeva dissertare persuasivamente sull’immoralità dell’abbellimento, sull’igiene della forma piana e, secondo i dettami del nuovo gusto artistico, sull’effluvio birroso della musica di Wagner, spaventando persino il futuro suocero, il cui cervello pittorico era simile a una ruota di pavone. Era dunque indubbio che Walter poteva contare una serie di buoni successi.
Eppure quando tornava a casa pieno di impressioni e progetti che forse erano maturi e nuovi come mai prima, avveniva in lui uno scoraggiante mutamento. Bastava che ponesse una tela sul cavalletto o un foglio sul tavolo, perché ciò fosse il segnale di una spaventevole fuga dal suo cuore. La mente restava limpida, e
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il progetto vi si librava dentro come in un’atmosfera trasparente e chiara, o anzi si scindeva in due o più progetti che avrebbero potuto disputarsi la priorità; ma il collegamento fra il cervello e i primi gesti che sarebbero stati necessari all’esecuzione era come tagliato. Walter non poteva decidersi a muovere un dito. Non si alzava neanche dal posto dove era seduto e i suoi pensieri scivolavano giù dal compito che s’era proposto, come neve che si scioglie posandosi. Egli non sapeva come scorressero le ore, ma all’improvviso era già sera, e poiché dopo qualcuna di queste esperienze già le paventava prima di giungere a casa, lunghe serie di settimane cominciarono a passare svanendo come un desolato dormiveglia.
Paralizzato in tutti i suoi moti e decisioni
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dal venir meno d’ogni speranza, egli era caduto in preda a un’amara malinconia, e la sua incapacità diveniva un dolore annidato dietro la fronte come l’emorragia nasale ogni volta ch’egli cercava di risolversi a fare qualcosa. Walter era pauroso e i fenomeni che osservava in sé non soltanto gli impedivano di lavorare, ma lo atterrivano, perché in apparenza erano così indipendenti dalla sua volontà da dargli sovente l’impressione di un’incipiente decadenza mentale.
Ma mentre nel corso dell’ultimo anno il suo stato era costantemente peggiorato, egli aveva però tratto un conforto meraviglioso da un pensiero che prima non aveva mai apprezzato abbastanza. E cioè il pensiero che l’Europa, dov’egli era costretto a vivere, fosse ormai irrimediabilmente degenerata. In periodi
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esteriormente floridi, sottoposti però interiormente a quel declino che non risparmia nessun campo e per conseguenza neanche quello dello sviluppo spirituale se non gli si dedicano sforzi particolari e idee nuove, il problema più ovvio dovrebb’essere: che cosa si può fare per impedirlo? Ma in tempi come i suoi il groviglio di intelligenza, stupidaggine, bellezza e volgarità è così fitto e arruffato che evidentemente a moltissimi appare più semplice credere a un mistero, ragione per cui essi proclamano l’inarrestabile tramonto di qualche cosa che si sottrae a un giudizio preciso ed è di un’indeterminatezza piena di solennità. Ed è in fondo del tutto indifferente che si tratti di razza, di anima o di vegetarianismo, perché come in ogni sano pessimismo l’importante è di avere qualcosa di
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inesorabile per giustificarlo. Anche Walter, quantunque in anni migliori avesse riso di simili teorie, scoprì i loro grandi vantaggi quando si mise a sperimentarle. Se fino allora era stato lui il malato, l’inabile al lavoro, adesso era il secolo l’inetto, l’infermo, e lui era sano. La sua vita che non aveva condotto a nulla trovava a un tratto una prodigiosa giustificazione, una spiegazione in termini secolari, ben degna di lui; e assurgeva quasi a sublimità di sacrificio quand’egli prendeva in mano la matita o la penna – per tornare a posarla.
Tuttavia Walter era ancora in lotta con se stesso e Clarisse lo tormentava. Ella non si lasciava indurre a ragionamenti critici sui tempi, e credeva ciecamente al genio. Che cosa fosse, non lo sapeva; ma tutto il suo corpo si tendeva e vibrava quando vi cadeva sopra il
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discorso; lo si sente o non lo si sente, non v’era per lei altra prova. Per Walter ella restava sempre la crudele ragazzina quindicenne. Mai aveva capito sino in fondo i sentimenti di Walter e mai Walter aveva saputo dominarla. Ma fredda e dura com’era, e poi a volte così entusiasta, con la sua volontà che ardeva senza sostanza, ella aveva una capacità misteriosa di influire su Walter, come se attraverso lei gli giungessero scosse provenienti da un punto che non si poteva collocare nelle tre dimensioni dello spazio. La cosa a volte era quasi sinistra. Egli lo sentiva specialmente quando facevano musica insieme. Clarisse sonava con durezza, senza colore, obbedendo a una legge emotiva che egli non conosceva; ma quando l’ardore era tanto che le anime tralucevano dai corpi, egli ne diveniva stranamente partecipe. In Clarisse
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si scatenava allora qualcosa d’indefinibile che pareva volersi involare insieme al suo spirito. Veniva da un recesso segreto dentro di lei, che bisognava tenere scrupolosamente chiuso; Walter lo sentiva senza saper come e senza saper che cosa fosse, e ne era martoriato da indicibile angoscia e dal bisogno di opporvi qualcosa di decisivo; ma non lo poteva perché nessuno all’infuori di lui ne scorgeva nulla.
Sapeva già vagamente, mentre dalla finestra vedeva ritornare Clarisse, che nemmeno questa volta avrebbe resistito al bisogno di criticare Ulrich: la ricomparsa di Ulrich era inopportuna. Egli nuoceva a Clarisse. Aggravava perversamente in lei quello che Walter non osava toccare, la spelonca del male, ciò che ella aveva di malato, di povero, di funestamente geniale, il vuoto spazio segreto
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dove si squassavano catene che un giorno avrebbero potuto venir spezzate. Ora ella appena entrata gli stava davanti a capo scoperto, con in mano il cappello da giardino, ed egli la guardò. Gli occhi di Clarisse erano ironici, limpidi, teneri; forse un po’ troppo limpidi. Talvolta Walter sentiva in lei una forza che a lui mancava. Ancora bambina gli dava già la sensazione di un pungolo che non doveva mai lasciarlo in pace, e certo non l’avrebbe voluta diversa; questo era forse il segreto della sua vita, che gli altri due non capivano. “Profondi sono i nostri dolori! egli pensò. – Non accade spesso, credo, che due si amino così profondamente come noi siam sforzati ad amarci.” E incominciò a parlare senza trapasso:
- Non voglio sapere che cosa ti ha raccontato Uli, ma posso dirti che la forza che
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tu ammiri in lui è vuoto; vuoto e null’altro!
Clarisse guardò il piano e sorrise; senz’accorgersene egli si era seduto di nuovo vicino all’istrumento aperto. Egli seguitò:
- Dev’essere facile avere sentimenti eroici quando si è insensibili per costituzione, e pensare in chilometri quando si ignora quante cose possa contenere un millimetro! – Qualche volta lo chiamavano Uli, come quando erano bambini, ed egli voleva loro bene per questo, così come si conserva alla propria balia un sorridente rispetto.
- Si è impantanato! – soggiunse Walter. – Tu non te ne accorgi; ma non credere che io non lo conosca!
Clarisse ne dubitava. Walter disse con impeto:
- Oggi tutto è rovina! Un abisso senza fondo
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d’intelligenza! Egli è intelligente, te lo concedo; ma non sa che cosa sia la potenza di un’anima intatta. Quello che Goethe chiama “personalità”, quello che Goethe chiama “ordine mobile”, gli è del tutto ignoto. “Il bel concetto di limite e potere, di arbitrio e legge, di libertà e misura, di ordine mobile…”
La citazione gli sgorgava a fiotti dalle labbra. Clarisse gli guardava la bocca benevolmente, come se ne stesse uscendo un grazioso giocattolo. Poi si ricordò e interruppe in tono da donnina di casa:
- Vuoi birra, stasera?
- Eh? Perché no? La bevo sempre.
- Ma in casa non ce n’è.
- Potevi fare a meno di chiedermi, – sospirò
Walter. – Forse non ci avrei pensato.
Con questo la questione per Clarisse era
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esaurita. Ma Walter era uscito di carreggiata e non sapeva bene come seguitare.
- Ricordi la nostra conversazione sull’artista? – domandò incerto.
- Quale?
- Quella di due o tre giorni fa. Io ti ho spiegato che cosa significhi un vivente principio creativo in un individuo. Non rammenti come son giunto alla conclusione che una volta al posto della morte e della meccanizzazione logica regnavano il sangue e la saggezza?
- No.
Walter s’era incagliato, cercava, esitava. A
un tratto esplose:
- È un uomo senza qualità!
- E che cos’è? – chiese Clarisse sorridendo.
- Niente. Niente, per l’appunto!
Ma l’espressione aveva incuriosito Clarisse.
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- Ve ne sono milioni oggigiorno, – affermò Walter. – È il tipico prodotto del nostro tempo – Quella espressione salitagli spontaneamente alle labbra era piaciuta anche a lui; come il primo verso di una poesia, la frase lo spingeva avanti prima che egli ne avesse colto il senso. – Guardalo! Per che cosa lo prenderesti? Ha forse l’aspetto di un medico, di un commerciante, di un pittore o di un diplomatico?
- Ma infatti non lo è, – opinò Clarisse tranquillamente.
- Ebbene, ha l’aspetto di un matematico, allora?
- Non lo so; non so mica che aspetto debba avere un matematico!
- Ecco che hai detto una cosa molto giusta! Un matematico non ha nessunissimo aspetto! Cioè, avrà un’aria intelligente, così in generale,
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senza nessun contenuto preciso. Ad eccezione dei preti cattolici, nessuno oggigiorno ha l’aspetto che dovrebbe avere, perché noi adoperiamo la nostra testa ancor più impersonalmente che le nostre mani; la matematica però è il colmo, quella è ignara di se stessa come in futuro gli uomini, che si nutriranno di pillole invece che di pane e di carne, saranno ignari di prati, galline e vitelli!
Intanto Clarisse aveva portato in tavola la modesta cena, e Walter si era servito ripetutamente; forse il cibo gli aveva ispirato quel paragone. Clarisse guardava le sue labbra; somigliavano a quelle di sua madre, forti e donnesche, e compievano la funzione di mangiare come se fosse un lavoro di casa; erano però sormontate da piccoli baffi a spazzola. Gli occhi gli brillavano come castagne
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d’India appena sbucciate, anche se cercava soltanto un pezzo di cacio nel piatto. Quantunque fosse di corporatura piccola e più femminea che delicata, si faceva notare ed era di quelle persone che appaiono sempre ben illuminate. Riprese il discorso:
- Dall’aspetto non puoi indovinare la sua professione, eppure non ha l’aria di un uomo senza professione. E adesso rifletti com’è: sa sempre ciò che deve fare; sa guardare una donna negli occhi; è capace di meditare su qualunque argomento in qualunque momento; è un buon pugilatore. Ha ingegno, volontà, spregiudicatezza, coraggio, perseveranza, slancio e prudenza… non voglio addentrarmi in un’analisi, diciamo che possiede tutte queste qualità. Eppure non le possiede! Esse hanno fatto di lui quello che è, e hanno segnato il suo
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cammino, ma non gli appartengono. Quando egli è in collera, c’è in lui qualcosa che ride. Quando è triste, si prepara a far qualcosa. Quando qualcosa lo commuove, egli lo respinge da sé. Ogni cattiva azione sotto qualche aspetto gli apparirà buona. Solo una possibile correlazione determinerà il suo giudizio su un fatto. Per lui nulla è saldo, tutto è trasformabile, parte di un intero, di innumerevoli interi che presumibilmente appartengono a un superintero, il quale però gli è del tutto ignoto. Così ogni sua risposta è una risposta parziale, ognuno dei suoi sentimenti è soltanto un punto di vista, di ogni cosa non gli preme di sapere che cos’è, ma solo di scoprire un secondario “com’è”, un accessorio qualunque. Non so se riesco a farmi capire.
- Ma sì, – disse Clarisse. – Però mi pare che
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tutto questo sia molto carino.
Walter senza volerlo aveva parlato dando segno di crescente animosità; gli antichi sentimenti fanciulleschi di “più debole dei due” accrescevano la sua gelosia. Infatti pur essendo convinto che Ulrich, tranne un paio di aride prove d’intelligenza, non aveva mai combinato nulla, sotto sotto non riusciva a liberarsi dall’impressione di essergli sempre stato inferiore. Il ritratto da lui tracciato gli dava sollievo come la riuscita di un’opera d’arte; egli non l’aveva messo fuori da se stesso ma, legate alla misteriosa efficacia di un inizio, le parole all’esterno s’erano apposte alle parole, e intanto nel suo animo si disfece qualcosa di cui non aveva coscienza. Quando ebbe finito, s’era accorto che Ulrich esprimeva unicamente quella dispersione che oggi in tutto si
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manifesta.
- E questo ti piace? – chiese ora con doloroso stupore. – Certo non lo dici sul serio!
Clarisse masticava pane e formaggio; poté sorridere solamente con gli occhi.
- Oh, – disse Walter, – forse anche noi prima pensavamo come lui. Ma non lo si può considerare che un primo gradino! Un uomo così non è un uomo!
Clarisse aveva finito.
- Lo dice lui stesso! – ribatté.
- Che cosa dice lui stesso?!
- Uff, non lo so! Che oggi tutto è disperso. Dice che tutto s’è incagliato, non lui soltanto. Ma non se la prende come te. Una volta mi ha fatto un lungo discorso: se si scompongono i caratteri di mille persone si trovano appena due dozzine di qualità, sentimenti, forme di
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sviluppo, principî costitutivi di cui tutti son fatti. E se si scompone il nostro corpo, si trova soltanto acqua e qualche dozzina di piccoli ammassi di elementi che vi nuotan dentro. L’acqua sale dentro di noi come dentro gli alberi e forma i corpi animali come forma le nuvole. Mi sembra molto bello. Solo non si sa più che cosa dir di noi stessi. E che cosa fare -. Clarisse fece una risatina. – Allora io gli ho raccontato che tu vai a pescare per intere giornate, quando hai vacanza, e te ne stai disteso in riva all’acqua.
- Be, e poi? Vorrei sapere se lui ci resisterebbe per soli dieci minuti! Ma gli uomini, – disse Walter fermamente, – l’han sempre fatto, da diecimila anni contemplano il cielo, sentono il calore della terra e non pensano a smembrarli come non si smembra la
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propria madre.
Clarisse rise di nuovo.
- Lui dice che da allora tutto si è complicato. Così come nuotiamo nell’acqua, nuotiamo anche in un mare di fuoco, in una tempesta di elettricità, in un cielo di magnetismo, in una palude di calore, e così via. Ma tutto è intangibile. Alla fine non rimangono che formule. E che cosa significhino le formule umanamente non si può bene esprimere; e questo è tutto. Io ho già dimenticato quello che avevo studiato in liceo, ma in qualche modo combina. E dice anche che se oggi qualcuno vuole, come te o san Francesco, chiamar fratelli gli uccelli, non deve fermarsi a queste piacevolezze, ma esser pronto a gettarsi nella stufa, a infilarsi nel terreno attraverso una conduttura elettrica, o a guazzare nelle fogne
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giù per un lavandino.
- Già, già! – interruppe Walter. – Prima i quattro elementi diventano parecchie dozzine e alla fine si naviga ormai su un mare di correlazioni e operazioni, su una rigovernatura di processi e di formule, su qualcosa di cui non si sa se sia una sostanza, un procedimento, lo spettro di un’idea o Dio sa che cos’altro! Ed ecco che tra un sole e un cerino non v’è più alcuna differenza e neanche tra la bocca e l’altra estremità del canale digerente! Ogni cosa ha cento lati, ogni lato ha cento correlazioni, e a ciascuna sono annessi sentimenti diversi. Il cervello umano per fortuna ha poi diviso le cose; ma le cose hanno diviso il cuore umano!
Era balzato in piedi, ma rimase ritto dietro il tavolo.
- Clarisse! – esclamò. – Egli è un pericolo per
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te! Bada, Clarisse, oggi quello che più ci è necessario è la semplicità, la salute, lo star vicini alla terra… e anche – sì, è così, di pure ciò che vuoi – anche avere un bambino, perché i figli ci legano saldamente alla terra. I discorsi di Uli son tutti disumani. Ti assicuro, io ce l’ho il coraggio, quando vengo a casa, di prendere semplicemente il caffè con te, di ascoltare il canto degli uccelli, di fare una passeggiata, di scambiare qualche parola coi vicini e di lasciar tranquillamente passare il giorno: la vita umana è questo!
La tenerezza di quelle immagini li aveva a poco a poco ravvicinati; ma appena i sentimenti paterni fecero uscire la loro blanda voce di basso, Clarisse recalcitrò. Il suo viso ammutolì, mentre egli le veniva accanto, e prese un atteggiamento difensivo.
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Quando Walter le fu a lato, emanava calda dolcezza come una buona stufa di terracotta. Clarisse esitò un attimo, sballottata da varie correnti. Poi disse:
- Niente, mio caro! – Prese su dal tavolo un pezzo di pane e formaggio, e rapidamente baciò Walter in fronte.
- Vado a vedere se trovo qualche falena.
- Ma Clarisse, – protestò Walter, – in questa stagione non ci sono più farfalle.
- Oh, non si può mai sapere.
Di lei non rimase nella stanza che la lieve risata. Col suo pane e cacio ella se ne andò a zonzo per i prati; eran posti sicuri e non aveva bisogno d’accompagnamento.
La commozione di Walter si afflosciò come un soufflé tolto troppo presto dal forno. Egli diede un sospiro profondo. Poi esitando si
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riaccostò al piano e tentò qualche accordo. Suo malgrado, ne uscì fuori una fantasia su temi wagneriani, e nel chiacchierio di quella materia dilagante senza freno, che nei periodi di arditezza egli severamente si negava, le sue dita gargarizzavano e gorgheggiavano attraverso il diluvio dei suoni. Lo udissero pure di lontano! Il suo midollo spinale era paralizzato dalla narcosi di quella musica, e il suo destino alleviato.
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18. Moosbrugger
IN quel tempo il pubblico si appassionava per il caso Moosbrugger.
Moosbrugger era un falegname, un uomo alto, largo di spalle, senza grasso superfluo, con una capigliatura che sembrava il vello di una pecora bruna, e manone da gigante mansueto. Forza bonaria e buona volontà gli si leggevano anche in faccia, o, se non si leggevano, se ne sentiva l’odore, un odore aspro schietto asciutto da giorno di lavoro, che era inseparabile dall’uomo trentaquattrenne, ed era dovuto alla quotidiana dimestichezza col legno
e con un lavoro che esige tanto cautela che
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sforzo.
C’era da rimanere di stucco a incontrar per la prima volta quella figura benedetta da Dio con tutti i segni della bontà, perché Moosbrugger era abitualmente scortato da due militi armati e aveva le mani strettamente legate assieme e assicurate a una solida catenella d’acciaio tenuta in mano da uno degli accompagnatori.
Quando s’accorgeva d’esser guardato, un sorriso passava sulla sua faccia larga e mite con i capelli incolti, i baffi, e la relativa mosca; egli indossava una corta giacchetta nera e calzoni grigio-chiari, il suo atteggiamento era saldo e militaresco; ma ciò che più dava pensiero ai giornalisti nell’aula del tribunale, era quel sorriso. Poteva essere un sorriso impacciato o scaltro, un sorriso ironico,
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sornione, doloroso, folle, sanguinario, sinistro… essi brancolavano tra espressioni contraddittorie e parevano cercare con accanimento in quel sorriso qualcosa che evidentemente non trovavano in nessun altro particolare di quell’aspetto dabbene.
Perché Moosbrugger aveva ammazzato una donna, una prostituta d’infimo grado, in modo raccapricciante. I cronisti avevano descritto minutamente una ferita al collo che andava dalla gola alla nuca, due coltellate al petto che attraversavano il cuore, due al lato sinistro del dorso, e la recisione delle mammelle che erano quasi staccate; essi esprimevano, sì, tutta la loro esecrazione, ma non rinunziavano a elencare anche le trentacinque trafitture nel ventre e il taglio che si estendeva dall’ombelico fin quasi alla colonna vertebrale e si
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prolungava in una quantità di tagli più piccoli su per la schiena, mentre il collo recava tracce di strangolamento. Da simili atrocità i cronisti non sapevano come ritornare al viso bonario di Moosbrugger, quantunque anche loro fossero bravissime persone e tuttavia avessero descritto il delitto con realismo e competenza ed evidentemente col fiato mozzato dall’eccitazione. Anche dell’ovvia supposizione che si fosse di fronte a un alienato mentale – giacché Moosbrugger era stato ripetutamente in manicomio per delitti analoghi – fecero poco uso, sebbene un buon giornalista sia oggi assai esperto di tali questioni; sembrava che per adesso rifuggissero ancora dal rinunziare all’idea dell’omicida malvagio e a trasferire l’accaduto dal proprio mondo a quello della patologia; in questo concordavano con gli
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psichiatri che avevano costantemente oscillato nel dichiarare l’assassino ora sano ora irresponsabile. Avvenne anche lo strano fatto che i morbosi eccessi di Moosbrugger, appena resi noti, diedero a migliaia di persone use a biasimare la mania scandalistica dei giornali la sensazione: “ecco finalmente qualcosa d’interessante”, dai funzionari indaffarati agli adolescenti di buona famiglia e alle donne di casa rannuvolate da cure domestiche. Tutti costoro sospiravano e crollavano il capo su una simile mostruosità, ma ne erano assai più intimamente presi che dal loro compito umano. In quei giorni poteva addirittura succedere che nell’andare a letto un irreprensibile capodivisione o procuratore di banca dicesse all’assonnata moglie: “Che cosa faresti adesso, se io fossi un Moosbrugger…?”
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Ulrich, quando l’occhio gli cadde su quel viso che al di sopra delle manette recava i segni della filiazione divina, tornò in fretta sui propri passi, regalò qualche sigaretta alla sentinella del vicino tribunale e s’informò del convoglio che doveva essere uscito proprio allora dal portone; e così apprese… qualcosa di simile però doveva essere accaduto altre volte, perché lo si trova spesso riferito così, e Ulrich ci credeva quasi anche lui, ma la verità storica è che l’aveva letto soltanto nel giornale. Passò molto tempo prima che egli facesse la conoscenza di Moosbrugger, e una sola volta durante il processo riuscì a vederlo in carne e ossa. La probabilità di apprendere dal giornale una vicenda straordinaria è molto maggiore di quella di viverla personalmente; in altre parole, oggi l’essenziale accade nell’astratto, e
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l’irrilevante accade nella realtà.
In un modo o nell’altro, Ulrich della storia di Moosbrugger venne a sapere all’incirca quanto segue:
Da ragazzo Moosbrugger era un povero diavolo, pastore in una borgata così piccola che non aveva neanche una strada, e tanto straccione che non aveva mai parlato con una ragazza. Le ragazze le “vedeva” soltanto; anche dopo, mentre imparava il mestiere, e più tardi da falegname ambulante. Ora, è facile immaginare che cosa questo significhi. Qualcosa di cui si ha un bisogno naturale, come di pane o di acqua, poterlo sempre soltanto vedere. Dopo un po’ di tempo il bisogno diventa innaturale. Cammina, e le gonne le ondeggiano intorno alle gambe. Scavalca una siepe, e si vede fino al ginocchio.
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Si guarda negli occhi, e diventano impenetrabili. Si sente ridere, ci si volta in fretta e si vede un viso inespressivo come un buco nella terra, dove un topolino s’è rimpiattato or ora.
Era dunque comprensibile che Moosbrugger fin dalla prima volta che uccise una ragazza si difendesse col dire che era perseguitato da spiriti che lo chiamavano giorno e notte. Lo buttavan giù dal letto quando dormiva e lo disturbavano mentre lavorava; e a tutte le ore egli li udiva parlare e litigare tra loro. Quella non era una malattia mentale, e Moosbrugger non tollerava che la si chiamasse così; a volte però l’abbelliva lui stesso con reminiscenze di prediche udite in chiesa e la costruiva secondo i dettami della simulazione che s’imparano in carcere, ma il materiale era sempre quello, solo
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un po’ stinto, se non ci si faceva attenzione.
Così era stato anche negli anni di vagabondaggio. D’inverno è difficile per un falegname trovar lavoro, e spesso Moosbrugger stava intere settimane per la strada. Si cammina tutto il giorno, si arriva in un posto e non si trova alloggio. Bisogna rimettersi in cammino fino a tarda notte. I soldi per un pranzo non ci sono, e allora si beve acquavite finché negli occhi brillano due candele e il corpo cammina da solo. Nonostante la minestra calda, non si vuole andare all’asilo notturno, un po’ per le cimici e un po’ per l’umiliazione della tosatura; così si preferisce accattare qualche moneta e cacciarsi nel fienile di un contadino. Senza dirglielo, naturalmente; a che serve star lì a pregare e incassare soltanto offese? Si capisce che al mattino sovente ne
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nasce un litigio, e denunce per violazione di domicilio, vagabondaggio e accattonaggio; e diventa sempre più spesso l’incartamento delle precedenti condanne, che ogni giudice nuovo apre con aria d’importanza, come se lì dentro ci fosse la spiegazione dell’uomo Moosbrugger.
E chi pensa quel che vuol dire non potersi lavare a fondo per giorni e settimane? La pelle diventa così dura da permettere soltanto gesti rudi, anche se si vorrebbe esser garbati, e sotto la crosta di sporcizia anche l’anima viva s’intorpidisce. La mente ne risente meno, si continua a compiere con giudizio le azioni necessarie; la ragione continua a ardere come un lumicino in un enorme faro ambulante su cui vengono a spiaccicarsi vermi e cavallette, ma la personalità è schiacciata, e solo la sostanza organica fermentante cammina. Così
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il girovago Moosbrugger quando attraversava villaggi o anche per le strade di campagna, incontrava intere processioni di donne. Una adesso e un’altra dopo mezz’ora, ma anche se venivano a così grandi intervalli e non avevano nessun legame tra loro, nell’insieme erano tuttavia processioni. Andavano da un paese all’altro o avevano appena dato un’occhiata fuori di casa, portavano pesanti scialli o giacchette che scendevano intorno ai fianchi in una linea serpeggiante, entravano in calde dimore o spingevano davanti a sé i loro bambini, o camminavano per via così sole che si sarebbero potute abbattere con una sassata come cornacchie. Moosbrugger sosteneva di non poter essere assassino per concupiscenza, giacché aveva sempre provato avversione per quelle donne; e ciò non è inverosimile, perché
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si vorrà ben capire un gatto che sta davanti a una gabbia dove saltella un canarino biondo e pasciuto, o che ghermisce, abbandona, torna a ghermire un topo, solo per vederlo scappare ancora una volta; e cos’è un cane che insegue una ruota che gira, e morde solo per gioco, lui, l’amico dell’uomo? Nel rapporto con ciò che vive, si muove, rotola o guizza si tocca qui un’avversione segreta per il proprio simile contento di sé. E insomma che cosa fare se quella strillava? O ritornare in sé, oppure, se questo è impossibile, premerle il viso contro il suolo e riempirle la bocca di terra.
Moosbrugger non era che un falegname, un uomo molto solo, e sebbene in tutti i luoghi dove lavorava fosse ben voluto dai compagni, non aveva amici. Di tanto in tanto il più forte degli istinti rovesciava crudelmente verso
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l’esterno la sua personalità; ma forse gli era mancata davvero, come diceva lui, soltanto l’educazione o l’occasione per diventare qualcos’altro, un angelo sterminatore, un incendiario, un grande anarchico; perché gli anarchici che si uniscono in leghe segrete egli li chiamava con disprezzo “quelli falsi” Era visibilmente malato; ma anche se la sua natura morbosa forniva il motivo per il comportamento che lo distingueva dagli altri, per lui si traduceva in un sentimento più alto e più forte del proprio io. Tutta la sua vita era una lotta, ora ridicolmente ora pericolosamente maldestra, per affermarlo. Da ragazzo aveva rotto le dita a un padrone che lo voleva picchiare. Un altro egli l’aveva piantato in asso portandosi via il denaro “per giustizia necessaria”, diceva lui. Non rimaneva a lungo
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in nessun posto; finché teneva a distanza la gente, come sempre accadeva in principio, con la sua alacrità taciturna, la calma bonaria e le spalle gigantesche, restava; ma appena incominciavano a trattarlo familiarmente, senza rispetto, come se ormai lo conoscessero a fondo, subito faceva fagotto, colto dalla sgradevole sensazione di non più trovarsi al sicuro. Una volta aveva tardato troppo, e quattro muratori che lavoravano in un quartiere, per fargli sentire la loro superiorità, complottarono di buttarlo giù dall’impalcatura più alta; egli li sentiva già ridacchiare dietro le sue spalle e strisciar verso di lui, allora si gettò su di loro con tutta la sua forza smisurata, fece volar due piani a uno, e ad altri due tagliò tutti i tendini del braccio. La condanna che si buscò gli aveva scosso il morale, asseriva lui. Emigrò
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in Turchia, ma poi ritornò, perché tutto il mondo era in lega contro di lui, nessuna parola magica poteva spezzare quella congiura, e neanche la bontà.
Parole magiche ne aveva imparate molte nei manicomi e nelle prigioni; briciole di francese e di latino che inscriva nel discorso nei punti meno opportuni, da quando aveva capito che proprio il possesso di quelle lingue conferiva ai potenti il diritto di disporre del suo destino. Per la stessa ragione si sforzava anche di parlare durante i dibattimenti un linguaggio sceltissimo, diceva ad esempio “ciò serva di base alla mia brutalità”, oppure “me la dipingevo ancor più perfida di quanto io sia solito stimare simili femmine”; ma quando s’accorgeva che neppure questo otteneva l’effetto, assumeva di frequente una gran posa
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teatrale e si dichiarava ironicamente “anarchico teorico” che avrebbe sempre potuto farsi salvare dai socialdemocratici se avesse accondisceso ad accettar qualcosa da quegli infami sfruttatori giudei dell’ignaro popolo lavoratore. Così aveva anche lui una “scienza”, un dominio dove l’erudita arroganza dei suoi giudici non poteva seguirlo.
Di solito questo gli procurava, in aula, il giudizio di “intelligenza notevole”, considerazione e rispetto durante il dibattimento, e condanne più gravi; ma in fondo per la sua vanità lusingata questi dibattimenti erano i periodi gloriosi della sua vita. Di conseguenza tutto il suo odio era per gli psichiatri che credevano di poter sbrigare il suo difficile caso con un paio di parole straniere, come se per loro fosse roba di tutt’i giorni.
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Come sempre in simili casi le perizie mediche sul suo stato mentale barcollavano sotto la pressione del soprastante mondo concettuale giuridico, e Moosbrugger non si lasciava sfuggire nessuna di quelle occasioni di dimostrare la sua superiorità sugli psichiatri e di smascherarli, quei “ciarlatani e palloni gonfiati” che non capivano niente e se lui avesse simulato avrebbero dovuto accoglierlo in manicomio invece di mandarlo in prigione, dov’era il suo posto. Egli infatti non negava i suoi misfatti, voleva che fossero interpretati come incidenti sfortunati di una grande concezione della vita. Soprattutto le femmine ridacchianti erano in lega contro di lui; avevano tutte il loro cicisbeo e i leali discorsi di un uomo serio ai loro occhi valevano zero o eran considerati un’offesa. Egli le evitava finché
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poteva, per non lasciarsi provocare; ma non era sempre possibile. Ci sono giornate in cui un uomo si sente tutto stranito e non può toccar nulla perché le mani gli sudano per l’agitazione. E se si è costretti a cadere, si può giurare che al primo passo, laggiù sulla strada, come una vedetta messa dalle altre, c’è una di quelle vipere, un’impostora che fra sé si beffa dell’uomo, mentre lo snerva e gli recita la commedia, se non gli fa ben di peggio nella sua perversità.
E così era venuta la fine di quella notte, una notte passata a cioncare senza gusto, facendo molto fracasso per colmare l’intima agitazione. Anche senza essere ubriachi si può veder vacillare il mondo. I muri delle strade ondeggiano come quinte dietro le quali qualcosa aspetta il segnale per uscire. Ai
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margini della città c’è più quiete, dove si esce nei campi illuminati dalla luna. Là Moosbrugger ritornò sui suoi passi per rincasare con un largo giro, ed ecco, vicino al ponte di ferro la ragazza gli si accostò. Era una ragazza di quelle che si vendono agli uomini nei prati, una serva disoccupata, una cosetta di cui si scorgevano solo due occhi adescanti di topo sotto il fazzoletto da testa. Moosbrugger la respinse e affrettò il passo; ma lei mendicava ch’egli se la portasse a casa. Moosbrugger seguitò il suo cammino; svoltò di strada, deciso, poi cominciò a tentennare; faceva lunghi passi e lei gli correva a fianco; si fermò, e lei si fermò come un’ombra. Se la tirava dietro nella disgrazia, così era. Fece ancora un tentativo per cacciarla via: si volse e le sputò in faccia due volte. Ma non servì a niente; era
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invulnerabile.
Accadde nel parco immenso, che dovevano attraversare nel punto più stretto. Prima di tutto Moosbrugger si mise in capo che un protettore della ragazza doveva essere poco lontano; altrimenti come avrebbe avuto il coraggio di seguirlo nonostante la sua ripugnanza? Palpò il coltello nella tasca dei calzoni, poiché certo volevano prendersi gioco di lui, forse aggredirlo; dietro le femmine c’è sempre l’altro uomo pronto alla beffa. E anzi, non pareva un uomo travestito? Vide ombre muoversi, udì scricchiolare i rami, mentre l’insidiatrice dietro a lui, come un pendolo dall’ampissima oscillazione, ripeteva a intervalli la sua preghiera; ma non c’era niente su cui scagliare la sua forza gigantesca, ed egli incominciò ad aver paura di quel sinistro non
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accadere.
Quando giunsero nella prima via, ancor molto buia, egli aveva la fronte coperta di sudore e tremava. Non si guardò intorno e si cacciò in un caffè ancora aperto. Buttò giù un caffè nero e tre cognac e poté starsene a sedere tranquillo per un quarto d’ora; ma mentre pagava, ecco di nuovo il pensiero: che cosa fare se quella aspettava fuori? Certi pensieri sono come corde, e si attorcigliano in avvolgimenti infiniti intorno alle braccia e alle gambe. E quando ebbe fatto due passi soli nella strada buia, sentì già la ragazza al suo fianco. Adesso non era più umile, bensì sfrontata e sicura; e non pregava ma taceva soltanto. Allora egli capì che non se ne sarebbe liberato mai, perché era lui stesso che se la tirava dietro. Un ribrezzo lacrimoso gli salì alla gola. Camminava, e
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quella cosa lì vicino era ancora lui. Così come aveva sempre incontrato le processioni. Una volta si era strappato da solo una grossa scheggia di legno dalla gamba, perché era troppo impaziente per aspettare il medico; nello stesso modo palpava adesso il suo coltello, lo sentiva in tasca, lungo e duro.
Ma con uno sforzo immane della sua morale, Moosbrugger escogitò ancora una scappatoia. Dietro l’assito che fiancheggiava la via c’era un campo sportivo lì nessuno poteva vedere, ed egli vi entrò. Nella minuscola casetta del botteghino si coricò a terra e cacciò la testa nell’angolo dov’era più scuro; quel maledetto morbido secondo io gli si sdraiò accanto. Egli finse di addormentarsi subito, per potersela svignare più tardi. Ma quando prese a strisciare fuori pian piano, coi piedi avanti, era
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di nuovo lì, e gli mise le braccia intorno al collo. Allora egli sentì qualcosa di duro nella sua tasca o in quella di lei; lo strappò fuori. Non sapeva bene se fosse un coltello o un paio di forbici; ma colpì all’impazzata. Lei aveva detto che erano forbici, ma invece era il suo coltello. La ragazza cadde con la testa dentro la casetta; lui la trascinò fuori per un tratto sul terreno molle e la colpì tante volte finché l’ebbe completamente staccata da sé. Poi le rimase accanto per un quarto d’ora, a guardarla, mentre la notte ridiventava tranquilla e meravigliosamente liscia. Adesso colei non avrebbe più potuto offendere nessun uomo e appiccicarglisi. Infine portò il cadavere nella strada e lo mise davanti a un cespuglio perché lo trovassero presto e lo seppellissero, com’egli disse, perché ormai lei non ne aveva più colpa.
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Durante il processo, Moosbrugger mise il suo difensore nelle più imprevedibili difficoltà. Sedeva sulla panca, a suo agio come uno spettatore, gridava “bravo” al procuratore di stato quando questi lo dichiarava pericolo pubblico in un modo che gli pareva degno di lui, e distribuiva approvazioni ai testi che asserivano di non aver mai osservato in lui segni di irresponsabilità. – Lei è un tipo originale, – lo lusingava di tanto in tanto il giudice che dirigeva il dibattimento, e tirava coscienziosamente i lacci che l’imputato s’era messo da solo. Allora Moosbrugger per un attimo stava lì stupefatto come un toro aizzato nell’arena, si guardava intorno e dalle facce dei presenti s’accorgeva, senza capire, di essersi nuovamente affondato ancor più addentro nella
propria colpevolezza.
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Per Ulrich era soprattutto attraente la constatazione che egli aveva un piano di difesa vagamente delineato. Non aveva avuto l’intenzione d’uccidere, e per motivi di dignità non ammetteva d’essere infermo di mente; non voleva sentir parlare di sensualità, ma solo di schifo e disprezzo; dunque doveva trattarsi di un atto a cui l’aveva trascinato il contegno sospetto della donna, anzi “di quella caricatura di donna”, come si esprimeva lui. A quanto pareva, pretendeva che il suo delitto fosse considerato politico, e a volte dava l’impressione di non lottare per sé ma per quella sua costruzione giuridica. La tattica che il giudice gli opponeva era la solita, quella cioè di vedere in ogni atto dell’assassino i suoi sforzi goffamente astuti per sottrarsi alla propria
responsabilità.
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- Perché si è lavato le mani sporche di sangue? Perché ha gettato via il coltello? Perché dopo l’assassinio s’è cambiato d’abito e di biancheria? Perché era domenica? Non perché erano macchiati di sangue? Perché è andato a un trattenimento? Il delitto dunque non le impediva di divertirsi? Non ha provato neanche un’ombra di rimorso?
Ulrich capiva bene la rassegnata filosofia con la quale Moosbrugger in tali momenti accusava la propria istruzione insufficiente che gli impediva di districare quella rete di incomprensione, il che però nel linguaggio del giudice sonava, in tono enfatico di rimprovero:
- Lei riversa sempre la colpa sugli altri!
Quel giudice riuniva tutto in un fascio, prendendo le mosse dai rapporti di polizia e del vagabondaggio, e lo dava come colpa di
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Moosbrugger; per Moosbrugger invece era un insieme di singoli fatti non collegati fra loro, ciascuno con una causa diversa che stava al di fuori di lui, chi sa dove nel mondo. Agli occhi del giudice le sue azioni emanavano da lui, agli occhi suoi invece gli eran capitate addosso come uccelli che volano. Per il giudice, Moosbrugger era un caso speciale; per sé egli era un intero mondo, ed è molto difficile spiegare un mondo in maniera persuasiva. Erano due tattiche che si combattevano, due unità e due logiche; ma Moosbrugger si trovava in svantaggio, perché nemmeno uno più intelligente di lui avrebbe saputo descrivere i suoi bizzarri fantomatici motivi. Derivavano direttamente dall’aggrovigliata solitudine della sua vita, e mentre le altre vite si fan valere cento volte – viste allo stesso modo da chi le
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vive e da chi ne è testimonio – la sua vera vita esisteva soltanto per lui. Era come una nebbia che continuamente muta contorni e forma. Certo avrebbe potuto chiedere ai suoi giudici se la loro vita in sostanza fosse poi tanto diversa. Ma non gli venne neppure in mente. Davanti alla giustizia tutto ciò che nel suo succedersi era stato tanto naturale appariva a un tratto in una simultaneità senza senso, ed egli si sforzava con gran fatica di introdurvi un senso che non doveva cederla in nulla alla dignità dei suoi illustri avversari. Il giudice appariva quasi benigno nella sua premura per assecondarlo e per suggerirgli idee, anche se eran tali da esporre Moosbrugger alle più terribili conseguenze.
Era la lotta di un’ombra contro la parete, e alla fine l’ombra di Moosbrugger vacillava
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soltanto, lugubremente. Ulrich assisteva a quell’ultima udienza. Quando il presidente lesse la perizia che lo dichiarava responsabile, Moosbrugger si alzò ed annunciò alla corte:
- Sono soddisfatto e ho conseguito il mio scopo.
Gli rispose un’incredulità ironica negli occhi degli astanti, ed egli aggiunse stizzito:
- Poiché sono riuscito a farmi considerare colpevole, mi dichiaro soddisfatto del procedimento!
Il presidente, che adesso era tutto severità e castigo, gli diede un rabbuffo e gli fece notare che la corte non sapeva che farsi della sua soddisfazione. Poi gli lesse la condanna a morte, proprio come se alle assurdità che Moosbrugger aveva detto durante tutto il processo con grande spasso dei presenti, si
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dovesse ora ad un tratto rispondere seriamente. Stavolta Moosbrugger non disse nulla, perché non sembrasse paura. Il processo venne chiuso, e tutto fu finito. Allora però il suo spirito cedette; egli arretrò impotente contro la boria degli incomprensivi; si voltò, che già le guardie lo conducevano fuori, annaspò per trovare le parole, alzò le braccia al cielo e gridò con voce che ignorava gli scrolloni delle guardie:
- Sono soddisfatto, anche se debbo confessare che avete condannato un pazzo!
Era un’inconseguenza; ma Ulrich rimase senza fiato. Questa era follia evidente; e certo null’altro che un contesto deformato dei particolari elementi dell’essere. Era oscuro e frammentario; ma Ulrich pensò: se l’umanità fosse capace di fare un sogno collettivo,
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sognerebbe Moosbrugger. Si calmò soltanto quando “quel miserabile pagliaccio dell’avvocato difensore”, come l’ingrato Moosbrugger l’aveva definito in una delle udienze, annunciò che avrebbe presentato ricorso in Cassazione per qualche vizio di forma, mentre il gigantesco cliente veniva condotto via.
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19. Lettera monitoria e occasione di acquistare qualche qualità. Concorrenza di due giubilei
INTANTO il tempo passava, e Ulrich ricevette una lettera di suo padre.
“Mio caro figliolo,
son trascorsi ormai quattro mesi senza che dai tuoi laconici scritti si possa dedurre che tu abbia compiuto il minimo passo avanti nella carriera o sia in procinto di compierlo.
Sono ben lieto di riconoscere che nel corso di questi anni m’è stata concessa la soddisfazione di udir lodare da varie fonti
autorevoli l’opera tua e pronosticare a te,
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conseguentemente, un promettente avvenire. Ma la tua innata tendenza, non trasmessa certamente da me, a fare di gran carriera i primi passi, quando un compito ti attira, ma a dimenticare ben presto ciò che devi a te stesso e a coloro che hanno posto in te le loro speranze, e d’altra parte, il fatto di non poter ricavare dalle tue notizie la minima indicazione di un piano per la tua vita futura, mi riempiono di grave affanno.
Non soltanto hai raggiunto un’età in cui gli altri uomini si sono già fatta una posizione ben salda, ma inoltre io posso morire da un giorno all’altro, e il patrimonio che lascerò in parti uguali a te e a tua sorella non sarà da disprezzarsi, nelle attuali circostanze, però non basterà ad assicurarti da solo quel posto in società che tu devi finalmente raggiungere coi
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tuoi mezzi. Mi preoccupa gravemente il pensiero che da quando ti sei laureato fai solo vaghi accenni a progetti che s’estendono ai più vari campi, e di cui tu probabilmente secondo la tua abitudine esageri assai la portata; e non ti riferisci mai alle soddisfazioni che ti darebbe una cattedra di insegnamento, né mi risulta che tu abbia preso contatti a tal scopo con qualche Università o con circoli competenti. Non posso certo esser sospettato di voler disprezzare l’indipendenza scientifica, io che quarantasette anni fa nella mia opera, a te ben nota, La dottrina della responsabilità morale secondo Samuel Pufendorf e la giurisprudenza moderna, giunta ora alla dodicesima edizione, ho per primo messo in luce i veri rapporti e spezzato i pregiudizi nutriti in materia dalla vecchia scuola di diritto penale; ma per
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l’esperienza raccolta in una vita operosa non posso neppure ammettere che ci si rinchiuda in se stessi e si trascurino le relazioni sociali e scientifiche, le quali forniscono un appoggio al lavoro del singolo e lo immettono in un sistema profittevole e fruttuoso.
Conto quindi fermamente di ricever presto tue nuove e, a ricompensa dei sacrifici che ho fatto per il tuo bene, di vederti annodare le relazioni suddette, ora che sei tornato in patria, e non più trascurarle. Ho scritto anche in tal senso al mio vero amico e protettore, l’ex presidente della Corte dei Conti e attualmente preposto all’Amministrazione Privata della Famiglia Imperial-Regia, Sua Eccellenza il conte Stallburg, pregandolo di voler benignamente accogliere la preghiera che tu gli rivolgerai prossimamente. Il mio illustre amico
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ha già avuto la bontà di rispondermi a volta di corriere, e avrai la fortuna di esser ricevuto da Sua Eccellenza, come pure quella di aver suscitato in lui un vivo interessamento per il tuo curricolo, che io gli ho esposto. Con questo ritengo di aver assicurato il tuo avvenire per quanto è in mio potere, posto che tu sappia coltivarti la simpatia di Sua Eccellenza e in pari tempo rinsaldare la buona opinione che hanno di te gli autorevoli ambienti accademici.
Quanto alla richiesta che certamente sarai lieto di presentare a Sua Eccellenza appena saprai di che cosa si tratti, eccone l’oggetto:
Nell’anno 1918, e precisamente nei giorni intorno al 15 giugno, si svolgeranno in Germania feste solenni per il trentesimo anno di regno dell’imperatore Guglielmo il, feste che dovranno attestare al mondo intero la
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grandezza e la potenza germaniche. Quantunque manchino ancora parecchi anni a tal data, si sa da fonti degne di fede che si stanno già facendo preparativi, per ora naturalmente non ufficiali. Ora tu ben sai che nello stesso anno il nostro augusto Imperatore celebrerà il settantesimo giubileo dalla sua ascesa al trono e che l’anniversario cade il 2 dicembre. La troppa modestia che distingue sempre noi austriaci nelle questioni riguardanti la nostra Patria m’ispira il timore che si prepari per noi, diciamolo pure, una nuova Königgrätz, vale a dire che i tedeschi con il loro metodo mirante all’effetto, ci prevengano, così come allora adottarono il fucile ad ago prima che noi pensassimo a una sorpresa da parte loro.
Fortunatamente i timori or ora espressi sono già stati concepiti da altre personalità
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altolocate, e posso rivelarti che a Vienna si sta svolgendo un’azione per impedire che tali timori si mutino in realtà e per mettere in pieno valore la maggior portata di un giubileo settantennale, ricco di gioie e dolori, di fronte a un altro che conta appena trent’anni. Poiché il
2 dicembre non si può naturalmente far cadere prima del 15 giugno, si è avuta la felice idea di estendere i festeggiamenti a tutta l’annata
1918, facendone l’anno giubilare del nostro Imperatore della Pace. Ne sono informato solo in quanto le corporazioni alle quali appartengo sono state sollecitate a pronunciarsi sulla proposta, il resto lo apprenderai dal conte Stallburg che è disposto ad assegnarti nel Comitato organizzativo un posto che onora la tua giovinezza.
Ti devo altresì esortare a non rimandar
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oltre, se non vuoi mettermi in un penoso imbarazzo, l’entrata in rapporti, che da tanto tempo ti raccomando, con la famiglia del capodivisione Tuzzi, del Ministero degli Esteri; bensì di recarti subito a presentare i tuoi omaggi alla di lui consorte, che, come sai, è figlia di un cugino della moglie del mio compianto fratello e per conseguenza cugina tua, mi si dice che ella abbia una parte assai cospicua nel progetto di cui ti ho informato, e il mio venerato amico, il conte Stallburg, ha già avuto l’estrema bontà di annunziarle la tua visita, quindi non devi assolutamente più tardare a compiere questo dovere.
Di me non ho altro da comunicarti; il lavoro alla nuova edizione del mio libro già citato occupa, insieme con le lezioni, tutto il mio tempo e quel resto di forze di cui si dispone alla
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mia tarda età. È necessario impiegar bene il tempo, perché esso fugge.
Di tua sorella so che sta bene, e null’altro; ha un marito eccellente ma non ammetterà mai d’esser soddisfatta della sua sorte e di sentirsi felice.
Ti benedice
il tuo affezionato Padre.”
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PARTE SECONDA
- LE STESSE COSE RITORNANO -
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20. Contatto con la realtà. Pur mancando di qualità, Ulrich agisce con combattività ed energia
IL fatto che Ulrich si fosse deciso a visitare il conte Stallburg aveva fra gli altri motivi quello, non ultimo, che la
sua curiosità s’era destata.
Il conte Stallburg era funzionario della corte imperiale e reale, e l’imperatore e re di Cacania era un vecchio signore leggendario. Molti libri furono scritti in seguito su di lui, e adesso si sa minutamente ciò ch’egli ha fatto, impedito o tralasciato di fare; ma allora nell’ultimo
decennio della sua vita e dell’esistenza del
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regno di Cacania, molti giovani familiari col mondo delle arti e delle scienze si chiedevano talvolta se egli esistesse davvero. Il numero dei suoi ritratti esposti dovunque era quasi uguale a quello dei suoi sudditi; nel suo giorno natale si mangiava e si beveva quanto in quello del Redentore, i falò ardevano sulle montagne e le voci di milioni di uomini proclamavano di amarlo come un padre; infine una canzone celebrante le sue lodi era l’unica creazione musicale e poetica di cui ogni cacanese conoscesse almeno una riga: tanta popolarità e pubblicità erano così arciconvincenti che credere alla sua esistenza avrebbe potuto essere come credere all’esistenza di certe stelle, che si vedono benché non ci siano più da migliaia di anni.
Per prima cosa, quando Ulrich si recò a
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palazzo reale, la carrozza che lo portava si fermò nel cortile esterno, e il cocchiere chiese di esser pagato, affermando che poteva attraversare il cortile interno, ma non sostarvi. Ulrich andò in collera, convinto che il cocchiere fosse un imbroglione o un pusillanime, e volle insistere; ma non poté spezzare la sua timorosa resistenza, e improvvisamente sentì in essa l’irradiazione di un potere che era più forte di lui. Entrando nel cortile interno gli diede nell’occhio l’infinità di giubbe, calzoni e pennacchi rossi azzurri bianchi e gialli, impalati al sole come uccelli su un banco di sabbia. Fino allora “Sua Maestà” gli era parsa una locuzione senza significato, rimasta nell’uso, così come si può essere un ateo e dire “per l’amor di Dio”; ma ora levò lo sguardo sulle altissime mura e capì di trovarsi entro un’isola
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grigia, chiusa e fortificata, lungo la quale fluiva ignaro il veloce traffico cittadino.
Presentata la sua richiesta, venne condotto per scale e corridoi attraverso camere e sale. Benché fosse vestito con perfetta eleganza, si sentì valutare esattamente da ogni sguardo che incontrava. Lì dentro nessuno pareva capace di scambiare la nobiltà intellettuale con quella di sangue, e ad Ulrich non rimase altra soddisfazione che la protesta ironica e la critica borghese. Egli capì di trovarsi in un grosso guscio con uno scarso contenuto; le sale erano quasi prive di mobili, ma quel vuoto non aveva il mordente di un grande stile; passò lungo una serie di guardie e di valletti in ordine sparso che costituivano un presidio più goffo che pomposo, che sarebbe stato meglio sostituire con una mezza dozzina di detectives ben pagati
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e addestrati; e infine il personale di servizio, grigio-vestito e imberrettato come i fattorini di banca, faceva pensare a un avvocato o a un medico che non separa sufficientemente i locali d’ufficio dall’abitazione privata. “Si sente benissimo – egli pensò – come tutto questo agli occhi di borghesi dell’epoca Biedermeier abbia potuto sembrare sfarzo, splendore e incutere soggezione, ma oggi non regge più il confronto con la bellezza e la comodità di un albergo, e perciò si spaccia astutamente per signorile riserbo e contegnosità.”
Ma quando entrò dal conte Stallburg, Sua Eccellenza lo ricevette in un gran prisma cavo di bellissime proporzioni, nel cui centro l’uomo calvo e insignificante, un po’ curvo e con le gambe scimmiescamente piegate, gli stava dinanzi in un atteggiamento che in un alto
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funzionario di corte non poteva assolutamente essere spontaneo, ma pareva piuttosto copiato da un modello. Le spalle erano cascanti e le labbra pendule; sembrava un vecchio inserviente d’ufficio o un bravo contabile. E a un tratto non c’era più dubbio sulla rassomiglianza; il conte Stallburg diventò trasparente, e Ulrich capì che un uomo il quale da settant’anni è l’altissimo centro del supremo potere deve trovare una certa soddisfazione a ritirarsi dietro se stesso e ad apparire come il più subalterno dei suoi sudditi, motivo per cui diventa semplicemente questione di buona creanza e naturale forma di discrezione il non assumere in prossimità di questo altissimo personaggio un aspetto più personale di lui. Questa è la spiegazione del fatto che ogni sovrano ha sempre amato definirsi il primo
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servitore dello stato, e con una rapida occhiata Ulrich si accertò che anche Sua Eccellenza portava gli scopettoni corti, grigi, rasati sul mento, di cui si fregiavano tutti gli uscieri e impiegati ferroviari in Cacania. Si era creduto che si sforzassero di somigliare al loro re e imperatore, ma l’esigenza più profonda è, in simili casi, reciproca.
Ulrich ebbe tempo di fare le sue considerazioni perché dovette aspettare un poco prima che Sua Eccellenza gli rivolgesse la parola. L’atavico istinto spettacolare del travestimento e della trasformazione, che è uno dei piaceri della vita, gli si offriva senza sapori estranei, senz’ombra di teatralità; così forte che la consuetudine borghese di edificare teatri e di fare dello spettacolo un’arte che si affitta a ore, gli apparve, di fronte a quell’arte inconsapevole
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e costante di rappresentare se stessi, qualcosa di assolutamente innaturale, tardivo e dualistico. E quando Sua Eccellenza disgiunse finalmente le labbra e gli disse: – Il suo ottimo padre… – e si fermò subito, ma già v’era nella voce qualcosa che faceva notare le bellissime mani giallognole e una specie di moralità emanante da tutta la persona, Ulrich lo trovò delizioso e commise un errore che gli intellettuali commetton sovente. Perché Sua Eccellenza gli chiese di che cosa si occupava, e dopo che Ulrich gli ebbe risposto che si occupava di matematica, replicò:
- Ah, molto interessante, e in che scuola insegna? – e avendogli Ulrich dichiarato che non aveva niente da fare con la scuola, Sua Eccellenza disse:
- Ah, molto interessante, capisco, scienza,
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università.
E ciò parve a Ulrich così familiare e conforme a un modello di conversazione raffinata, che di punto in bianco cominciò a comportarsi come se fosse a casa sua, e seguì i suoi pensieri invece delle regole mondane imposte dalla situazione. Improvvisamente si ricordò di Moosbrugger. Qui il diritto di grazia era per così dire a portata di mano, e nulla gli parve più ovvio che il tentativo di farne uso.
- Eccellenza, – disse, – posso approfittare di questa occasione propizia per intercedere in favore di un uomo ingiustamente condannato a morte?
A quella domanda Sua Eccellenza il conte
Stallburg fece tanto d’occhi.
- È un delinquente sessuale, già, – confessò
Ulrich, e in quel momento s’avvide egli stesso
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di comportarsi in modo inqualificabile. – Naturalmente è un irresponsabile, – s’affrettò a rimediare, e stava per aggiungere: “Vostra Eccellenza non ignora che la nostra legislazione risalente alla metà del secolo scorso, su questo punto è molto arretrata”, ma inghiottì e rimase in secca. Infliggere delucidazioni a quell’uomo, come fanno spesso senza nessuna utilità le persone che si dilettano di ragionamenti intellettuali, era una manovra sbagliata. Due parole di quel genere, lasciate cadere con giudizio, possono esser fertili come una buona terra da giardino, ma in quel luogo erano come un mucchietto di fango portato dentro inavvertitamente sotto la suola delle scarpe. Ma quando il conte Stallburg s’accorse del suo imbarazzo, gli dimostrò veramente una grande
benevolenza.
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- Sì, sì, ricordo, – replicò un po’ riluttante, dopo che Ulrich gli ebbe detto il nome, – e dunque lei dice che è irresponsabile, e vorrebbe aiutarlo?
- Lui non ne ha colpa.
- Già, son sempre casi particolarmente spiacevoli.
Il conte Stallburg pareva soffrir molto di quelle difficoltà. Guardò Ulrich sconsolatamente e gli chiese, come se non potesse essere altrimenti, se la condanna era ormai irrevocabile. Ulrich rispose di no.
- Ah, vede, – riprese il conte sollevato, – allora c’è ancor tempo, – e si mise a parlare di “papà” lasciando amabilmente in sospeso il caso Moosbrugger.
La mossa errata aveva tolto per un attimo a
Ulrich ogni presenza di spirito, ma, cosa
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strana, lo sbaglio non aveva fatto cattiva impressione a Sua Eccellenza. Sulle prime il conte Stallburg era rimasto senza parola, come se qualcuno si fosse tolto la giacca in sua presenza; ma poi quella spontaneità da parte di un uomo così ben raccomandato gli parve indizio di combattività e d’energia, e fu lieto di aver trovato quelle due parole, perché era animato dal desiderio di farsi una buona opinione. Le scrisse subito (“Possiamo sperare di aver trovato un elemento energico e combattivo”) nella lettera di presentazione rivolta al personaggio principale della grande Azione Patriottica. Pochi minuti dopo, prendendo in consegna lo scritto, Ulrich si paragonò mentalmente a un bambino che si congeda mettendogli nella manina un pezzetto di cioccolata. Ora stringeva in mano qualcosa e
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ascoltava istruzioni per un’altra visita, che potevano essere un ordine come una preghiera, senza che gli fosse possibile sollevare obiezioni. “Ma c’è un equivoco, io non avevo nessuna intenzione…” egli avrebbe voluto dire; ma era in cammino, ripercorreva all’indietro i corridoi e le sale. Improvvisamente si fermò su due piedi e pensò: “Son stato sollevato come un sughero e posato in un posto dove non avevo nessuna voglia di andare!” Esaminò incuriosito l’insidiosa semplicità dell’arredamento. Poté dirsi tranquillamente che anche adesso non gli faceva nessuna impressione; era soltanto come un mondo dimenticato lì durante un trasloco. Eppure quale strana, caratteristica forza ne emanava tuttavia? Perbacco, non si poteva esprimere in modo diverso: era, semplicemente, straordinariamente reale.
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21. La vera trovata dell’Azione Parallela fatta dal conte Leinsdorf
A vera forza motrice della grande Azione Patriottica – che d’ora in poi chiameremo anche Azione
Parallela, per brevità e perché doveva “mettere in valore la maggior portata di un giubileo settantennale, ricco di gioie e dolori, nei confronti di un altro che conta appena trent’anni” – non era il conte Stallburg bensì il suo amico Leinsdorf, conte non mediatizzato. Nello studio accogliente, illuminato da alte finestre, di questo nobile signore – fra molti e
diversi strati di raccoglimento, devozione,
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alamari d’oro e maestosa celebrità – lo stesso giorno che Ulrich fece la sua visita a palazzo reale, il segretario con un libro in mano leggeva a Sua Signoria un passo che questi lo aveva incaricato di scovare. Era nei Discorsi alla nazione tedesca di Johann Gottlieb Fichte, e gli sembrava molto adatto. “Per liberarsi dal peccato originale dell’ignavia, – egli lesse, – e dalle sue conseguenze, la falsità e la codardia, gli uomini hanno bisogno di modelli che costruiscan loro dinanzi l’enigma della libertà, come furon loro proposti nei fondatori di religioni. Il necessario accordo sulla convinzione morale avviene nella chiesa, i cui simboli son da considerarsi non materia d’insegnamento, ma mezzi didattici per l’annunzio delle verità eterne” Aveva sottolineato le parole ignavia, modelli e chiesa,
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Sua Signoria aveva ascoltato benignamente, s’era fatto mostrare il libro, ma poi scosse il capo.
- No, – disse il conte non mediatizzato, – il libro andrebbe bene, ma quel punto di vista protestante sulla chiesa non va!
Il segretario aveva l’aria sconfortata di un piccolo impiegato quando il capufficio gli respinge per la quinta volta la minuta di una scrittura, e obiettò cautamente:
- Ma Fichte non farebbe ottima impressione sugli ambienti nazionalisti?
- Ritengo, – replicò Sua Signoria, – che per ora vi dobbiamo rinunziare. – Chiuso il libro, si richiuse anche in viso, e davanti alla faccia autoritaria e impenetrabile anche il segretario si ripiegò in sé con un profondo inchino e prese in consegna Fichte per toglierlo di mezzo e
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rimetterlo in biblioteca fra tutti gli altri sistemi filosofici; la cucina non la si fa da sé, ma se ne incarica il servidorame.
- Dunque, – disse il conte Leinsdorf, – per ora restiamo a quei quattro punti: imperatore della pace, pietra miliare dell’Europa, autenticità dell’Austria, capitale e cultura. In questi termini deve redigere la circolare.
Sua Signoria aveva avuto in quel momento un pensiero politico, che tradotto in parole significava all’incirca: “Verranno da soli!” Intendeva dire quegli ambienti del suo paese che sentivano d’appartenere, più che a questo, alla Nazione Tedesca. A lui personalmente non piacevano. Se il suo segretario avesse trovato una citazione atta a lusingarli (per questo scopo s’era ricorso a J.G. Fichte) la si sarebbe inserita nella circolare; ma dal momento che
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un particolare inopportuno lo sconsigliava, il conte Leinsdorf era ben contento di rinunciarvi.
Egli era il promotore della grande Azione Patriottica. A lui era venuta in mente per primo la qualifica “imperatore della pace”, quando aveva ricevuto dalla Germania la conturbante notizia. Vi aveva subito collegato l’immagine di un monarca ottantottenne, un vero padre dei suoi popoli, e di un regno che durava ininterrotto da settant’anni. Queste due immagini avevano naturalmente i lineamenti a lui ben noti del suo imperiale signore, ma l’aureola di cui li vedeva circonfusi non era quella della Maestà, bensì quella del superbo fatto che la sua patria vantasse il sovrano più vecchio e il regno più lungo del mondo. La gente senza comprensione può sentirsi indotta a vedervi soltanto il gusto della rarità (così
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come il conte Leinsdorf avrebbe potuto anteporre al possesso di un quadro del Greco quello dei molto più rari francobolli del Sahara a righe orizzontali con la filigrana e un lato non dentellato; ciò che faceva infatti, benché possedesse l’uno e l’altro, e non disdegnasse del tutto la famosa quadreria avita), ma essi appunto non sanno capire la forza di un’immagine che arricchisce più della più grande ricchezza. Quell’immagine del vecchio sovrano per il conte Leinsdorf comprendeva anche la patria amata, e il mondo a cui essa doveva esser d’esempio.
Grandi e dolorose speranze movevan l’animo del vecchio patrizio. Non avrebbe saputo dire se gli coceva di più il dolore di non vedere la sua patria occupare “nella famiglia dei popoli” il posto d’onore che le spettava, o la
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gelosia verso la Prussia che nel 1866 aveva sloggiato l’Austria da quel posto; o se prevalesse invece a ogni altro sentimento l’orgoglio per la nobiltà di un così antico stato e il desiderio di dimostrarlo esemplare; perché a parer suo i popoli europei andavan tutti alla deriva, presi nel vortice di una democrazia materialistica; ed egli vagheggiava l’idea di un simbolo sublime che fosse per loro un monito e un invito a ritornare indietro. Per lui era chiaro che doveva accader qualcosa onde l’Austria fosse posta dinanzi a tutte le altre nazioni, affinché la sua “splendida manifestazione di vita” fosse “una pietra miliare” per il mondo intero e gli giovasse a ritrovare finalmente se stesso, e che tutto questo si connetteva col possesso di un ottantottenne “imperatore della
pace”.
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In verità il conte Leinsdorf non sapeva nulla di più e nulla di preciso. Ma era indubitato che volgeva in mente un grande pensiero. E questo pensiero non soltanto infiammava la sua passione – contro il qual fatto un cristiano severamente educato e fornito del senso di responsabilità avrebbe pur dovuto serbarsi diffidente – ma, con chiara evidenza, si effondeva in sublimi e radiose fantasie, come quelle del sovrano, sulla patria e sulla felicità mondiale. L’oscurità ancora inerente a quel pensiero non inquietava Sua Signoria. Sua Signoria conosceva molto bene la dottrina teologica della contemplatio in caligine divina che è infinitamente chiara in sé, ma per l’intelletto umano è tenebra e abbacinamento; e del resto era sua ferma convinzione che un uomo che fa qualcosa di grande non sa quasi
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mai il perché – lo dice anche Cromwell: “Un uomo non va mai più lontano che quando non sa dove sta andando!” Cosicché il conte Leinsdorf si abbandonava sereno al godimento delle sue visioni, la cui incertezza, secondo il suo sentire, lo eccitava assai più di una certezza.
Fatta astrazione dalle fantasie, le sue opinioni politiche avevano però una straordinaria saldezza e quella indipendenza di un grande carattere che è resa possibile soltanto dall’assoluta mancanza di dubbi. Come signore d’un maggiorasco era senatore di diritto, ma non svolgeva attività politiche né rivestiva cariche a corte o a servizio dello stato; era “nient’altro che patriota” Ma appunto per questo e per la sua ricchezza indipendente, era diventato il centro di tutti gli altri patrioti che
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seguivano con preoccupazione gli sviluppi del regno e dell’umanità. Il dovere morale di non rimanere spettatore indifferente, ma di offrire a quegli sviluppi “una mano soccorrevole dall’alto” penetrava tutta la sua vita. Del “popolo” pensava fermamente che fosse “buono”; poiché non solo i suoi molti impiegati, salariati e servitori dipendevano da lui, ma economicamente anche un gran numero di altre persone, egli il popolo non lo aveva mai conosciuto altrimenti che attraverso quei rapporti, tranne le domeniche e gli altri giorni festivi quando in un brulichio simpatico e variopinto esso si riversava fuori dalle quinte come il coro di un melodramma. Ciò che non combinava con questo quadro, era quindi ascritto a colpa di “certi elementi sovversivi”; era per lui l’opera di alcuni individui
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irresponsabili, immaturi e smaniosi di mettersi in mostra. Frutto di un’educazione feudale e religiosa, mai esposto ad essere contraddetto nei suoi rapporti col mondo borghese, non illetterato ma, per influsso dei preti pedagoghi che avevano vigilato sulla sua infanzia, reso incapace per sempre di scoprire in un libro altro che concordanza con i suoi propri principî oppure eretica divergenza, egli conosceva il mondo e gli uomini del suo tempo solo attraverso le lotte del Parlamento e dei giornali; e avendo intelligenza bastante per ravvisare in quelle lotte molte superficialità, veniva confermato ogni giorno nel suo preconcetto che il vero mondo borghese inteso a fondo era proprio come lo vedeva lui. Già la qualifica “il vero”, applicata alle correnti politiche, era uno dei suoi espedienti per orientarsi in un mondo
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che era creato da Dio ma lo smentiva troppo sovente.
Egli era fermamente convinto che persino il vero socialismo concordava con le sue opinioni, anzi era sempre stata una sua ambizione personalissima – che in parte dissimulava ancora perfino a se stesso – gettare un ponte attraverso il quale i socialisti potessero venire dentro il suo campo. È chiaro come il sole che soccorrere i poveri è un dovere cavalleresco, e che per la vera alta nobiltà non c’è poi una così grande differenza tra un fabbricante e un suo operaio; “in fondo in fondo siamo tutti socialisti” era la sua sentenza favorita, e voleva dire all’incirca, e niente di più, che nell’altro mondo non vi sono differenze sociali. In questo mondo però egli le riteneva necessarie e s’aspettava che il proletario – a condizione di
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andargli incontro nelle questioni del benessere materiale rinunziasse alle frasi fatte che gli han messo in capo e riconoscesse il naturale ordinamento del mondo, dove ciascuno trova prosperità e doveri nell’ambito a lui destinato. Il vero patrizio gli sembrava perciò tanto importante quanto il vero manovale, e la soluzione dei problemi politici ed economici metteva capo per lui a un’armonica visione ch’egli chiamava Patria.
Sua Signoria non avrebbe saputo dire quanto di tutto questo aveva pensato quel quarto d’ora che seguì all’uscita del suo segretario. Forse tutto. L’uomo sessantenne, di media corporatura, sedeva immobile alla sua scrivania con le mani intrecciate in grembo, e non s’accorgeva di sorridere. Portava un colletto basso, perché aveva tendenza al gozzo,
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e una barba a ventaglio per la medesima ragione, oppure perché lo faceva somigliare ai ritratti di nobili boemi dei tempi di Wallenstein. Una stanza alta e spaziosa gli sorgeva intorno, circondata dai grandi locali vuoti del vestibolo e della biblioteca, contenuti a lor volta, come guscio entro guscio, da altre camere, silenzio, devozione, solennità e la ghirlanda di due scalee sinuose; nell’androne, dove le due scalee confluivano, torreggiava il guardaportone, in una gran palandrana carica di galloni, con la mazza in pugno, e dall’arco della porta guardava il liquido chiarore del giorno e i passanti che vi nuotavan dentro come in un acquario di pesci rossi. Al limite dei due mondi si innalzavano le volute giocose di una facciata rococò, famosa tra gli storici dell’arte non soltanto per la sua bellezza ma anche perché
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era più alta che larga; essa è considerata oggidì come il primo tentativo di tendere la pelle di un largo e comodo castello di campagna sull’armatura borghesemente ridotta di una casa cittadina, e quindi uno dei più importanti esempi di transizione dallo splendore feudale allo stile democratico borghese. Grazie ad essa l’esistenza dei Leinsdorf, con le credenziali dei libri di storia dell’architettura, passava a far parte del regno universale dello spirito. Chi non lo sapeva, però, non lo vedeva, come la goccia d’acqua che scorre non vede le pareti del suo canale; notava soltanto il morbido vano grigiastro del portone nella compattezza della strada, una sorprendente, quasi eccitante cavità, dentro la quale scintillavano i cordoni dorati e il pomo splendente della mazza. Quando il tempo era bello il guardaportone
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veniva sul limitare e stava lì come una gemma colorata che si vede di lontano, incastonata in un allineamento di case di cui nessuno ha la percezione sebbene siano proprio i loro muri a innalzare ad ordine e dignità di strada il brulicame senza numero e senza nome. C’è da scommettere che una gran parte del “popolo”, sul cui ordine il conte Leinsdorf vegliava sollecito e instancabile, udendo citare il suo nome non vi avrebbe collegato altra immagine che quella del suo guardaportone.
Ma Sua Signoria non se ne sarebbe adontata; anzi, il possesso di un simile guardaportone doveva sembrargli “il vero disinteresse” confacente a un membro della nobiltà.
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22. L’Azione Parallela, sotto forma di una dama influente d’indescrivibile fascino spirituale, sta per divorare Ulrich
SECONDO il desiderio del conte Stallburg, Ulrich avrebbe dovuto visitare questo conte Leinsdorf,
ma aveva deciso di non farlo; si proponeva invece di presentarsi alla “grande cugina”, secondo la raccomandazione paterna, perché era curioso di vederla una volta con i suoi occhi. Non la conosceva, ma già da un po’ di tempo sentiva contro di lei una speciale avversione, perché era già successo parecchie
volte che persone ben intenzionate a cui era
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nota quella parentela, gli consigliassero: – È
una donna che lei dovrebbe proprio conoscere!
- E appoggiavano sul lei con quel certo tono che vuol distinguere l’interlocutore come particolarmente capace di apprezzare un simile gioiello, e può significare tanto un sincero complimento quanto la coperta convinzione che egli è proprio lo scemo adatto per fare quella conoscenza. Perciò aveva già chiesto informazioni sulle particolarità della signora, ma senza mai ottenere una risposta soddisfacente. Gli dicevano: “Ha un indescrivibile fascino spirituale”, oppure: “È la donna più bella e più intelligente della nostra società”, e qualcuno diceva semplicemente: “È una donna ideale!”
- Quanti anni ha? – chiedeva Ulrich, ma nessuno lo sapeva, e di solito l’interrogato si
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stupiva di non aver mai rivolto quella domanda a se stesso.
- E il suo amante chi è? – finì per sbottare
Ulrich con impazienza.
- Una relazione? – il giovanotto non privo d’esperienza a cui Ulrich s’era rivolto rimase a bocca aperta.
- Già, è vero. A nessuno verrebbe in mente di supporre una cosa simile.
“Una beltà spirituale, dunque, – pensò Ulrich; – una seconda Diotima”. E da quel giorno in poi la chiamò fra sé Diotima, da quella celebre professoressa dell’amore.
In realtà si chiamava Ermelinda Tuzzi, anzi, per dire il vero, semplicemente Hermine. Ora Ermelinda non è neanche la traduzione di Hermine, ma lei un bel giorno aveva conquistato il diritto a quel leggiadro nome
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grazie a un’ispirazione intuitiva, cioè esso era risonato improvvisamente al suo orecchio spirituale come una superiore verità, anche se il marito continuava a chiamarsi Hans e non Giovanni, e, a dispetto del suo cognome, aveva imparato l’italiano all’Accademia consolare.
Contro il capodivisione Tuzzi Ulrich non aveva minore prevenzione che contro la sua sposa. In un ministero che, come Ministero degli Esteri e della Casa regnante, era ancor più feudale degli altri uffici governativi, egli era l’unico funzionario borghese che rivestisse una carica autorevole; ne dirigeva la divisione più importante, era considerato il braccio destro, anzi ma questo si sussurrava soltanto – il cervello del suo ministro, e contava fra i pochi uomini che hanno un influsso sui destini dell’Europa. Ma quando in un ambiente così
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superbo un borghese sale tanto in alto, si può ragionevolmente dedurne il possesso di certe qualità ove confluiscono in modo vantaggioso l’insostituibilità personale con l’abilità di ritirarsi modestamente nello sfondo, e Ulrich non era lontano dal figurarsi l’autorevole capodivisione come una specie di lindo sergente maggiore di cavalleria addetto a comandare le reclute dell’alta nobiltà. Lo completava acconciamente quella moglie, ch’egli, pur avendone udito celebrare la bellezza, immaginava non più giovane, ambiziosa e con una rigida corazza di cultura borghese.
Ma una grossa sorpresa lo attendeva. Quando le fece visita, Diotima lo accolse col sorriso indulgente della donna di valore che sa di essere anche bella e deve perdonare agli
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uomini superficiali di pensare sempre prima di tutto a quello.
- L’aspettavo, – ella disse, e Ulrich non capì bene se fosse una gentilezza o un rimprovero. La mano che lei gli porgeva era paffuta e senza peso.
Egli la trattenne un po’ troppo a lungo, i suoi pensieri non riuscirono a staccarsi subito da quella mano. Stava nella sua, come un petalo carnoso; le unghie appuntite simili a elitre sembravano sul punto di volar via con lei nell’irreale. Ulrich pensava sbalordito alla stranezza della mano femminile, un organo umano abbastanza impudico, in fondo, che si caccia dappertutto come il muso di un cane, ma ufficialmente è la sede della lealtà, della nobiltà e della raffinatezza. Durante quei pochi momenti egli osservò che il collo di Diotima
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formava parecchi cordoni rivestiti di pelle finissima; i capelli erano appuntati in una crocchia alla greca che sporgeva compatta e nella sua perfezione somigliava a un nido di vespe. Ulrich si sentì invadere da un sentimento ostile, una voglia di muovere a sdegno quella donna sorridente, ma non poteva restar del tutto indifferente alla bellezza di Diotima.
Anche Diotima lo guardò a lungo, quasi esaminandolo. Aveva sentito narrare di quel cugino parecchie cose che avevano per lei una leggera tinta di scandalo privato, e l’uomo per di più le era parente. Ulrich si accorse che anche lei non poteva sottrarsi all’impressione fisica prodotta da lui. C’era abituato. Era alto, glabro, muscoloso e pieghevole, con una faccia chiara e impenetrabile; in una parola, anche lui
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si vedeva talvolta come l’immagine preconcetta che si fanno quasi tutte le donne di un uomo interessante e ancor giovane; però non aveva sempre la forza di disingannarle in tempo. Diotima invece si difese contro quell’impressione facendolo oggetto della propria commiserazione spirituale. Ulrich s’avvedeva benissimo che lei non cessava di osservarlo, traendone non sgradevoli sensazioni, mentre forse andava dicendosi che le nobili qualità da lui evidentemente possedute erano sopraffatte da una vita cattiva e dovevano senz’altro essere salvate. Sebbene ella fosse poco più giovane di Ulrich, e fisicamente in piena, aperta fioritura, c’era nel suo aspetto qualcosa di verginale, di spiritualmente non ancora sbocciato che formava un bizzarro contrasto con la sua sicurezza di sé.
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Incominciarono a parlare, ma senza smettere di osservarsi l’un l’altro.
Diotima principiò col dichiarare che l’Azione Parallela era una occasione unica per tradurre in realtà il più grande e più importante ideale.
- Dobbiamo e vogliamo attuare un’altissima idea. L’occasione si offre e sarebbe imperdonabile lasciarsela sfuggire!
Ulrich chiese ingenuamente:
- Ma lei ha in proposito un pensiero preciso?
No, Diotima non l’aveva. Come avrebbe potuto? Nessuno di quelli che parlano del più grande e più importante ideale dell’umanità crede che esista davvero. Quale strana caratteristica del mondo è mai questa? Tutto tende alla conclusione che una cosa è più grande, più importante, o magari più bella o
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più malinconica di quell’altra, cioè a una graduatoria, a una comparazione; e questo non dovrebbe comportare dei vertici, dei superlativi? Ma se si fa quest’osservazione a chi s’accinge a parlare del più grande e più importante ideale, si è subito guardati con sospetto, come individui privi di sentimento e di idealismo. Anche Diotima alla domanda di Ulrich ebbe quel sospetto.
Diotima, donna di cui tutti ammiravano l’intelligenza, trovò impertinente l’obiezione. Sorrise e dopo qualche attimo rispose:
- Vi sono tante cose grandi e buone non ancora realizzate, che la scelta non sarà facile. Ma costituiremo comitati, con membri di tutte le classi, ed essi ci saranno d’aiuto. Non trova anche lei, signor von…, che è un privilegio immenso poter invitare una nazione, anzi il
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mondo intero, a rivolger la mente alle cose dello spirito, in mezzo alla baraonda materialistica? Non deve credere che noi perseguiamo scopi patriottici in senso ormai vieto.
Ulrich se la cavò con uno scherzo.
Diotima non rise; sorrise soltanto. Era avvezza agli uomini spiritosi; ma quelli all’infuori dell’arguzia avevano altri aspetti. I paradossali puri le sembravano persone immature, ed ella sentì il bisogno di far notare al cugino la serietà dei fatti, che conferiva alla grande iniziativa patriottica dignità e responsabilità. Adesso parlava in un altro tono, che conchiudeva e dischiudeva; senza volerlo Ulrich cercò fra le sue parole i cordini gialli e neri che si usavano negli uffici ministeriali per legare atti e documenti. Ma dalla bocca di Diotima non uscivano soltanto i termini della
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burocrazia statale, ma anche frasi da intellettuali iniziati, come “tempi senz’anima, dominati soltanto dalla logica e dalla psicologia” oppure “il Presente e l’Eterno” e improvvisamente parlò anche di Berlino e del “tesoro di sentimenti”, che, a differenza della Prussia, l’Austria ancora custodiva.
Ulrich fece due o tre tentativi d’interrompere quella specie di spirituale discorso della corona; ma subito l’odore di sagrestia dell’alta burocrazia avvolgeva come una nube l’interruzione, velandone discretamente l’indelicatezza. Ulrich era sbalordito. Si alzò, la sua prima visita era evidentemente finita.
In quei minuti di ritirata Diotima lo trattò con la gentilezza blanda, esagerata palesemente e per precauzione, che aveva imparato dal marito; il quale ne faceva uso nei
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rapporti con giovani patrizi che erano suoi subordinati ma che un giorno avrebbero potuto diventare ministri. Nel modo come ella lo invitò a ritornare c’era qualcosa dell’orgogliosa incertezza dello spirito di fronte alla rozza forza vitale. Quando egli tenne di nuovo nella sua quella mano morbida e senza peso, si guardarono l’un l’altro negli occhi. Ulrich ebbe la netta impressione che erano destinati a procurarsi reciprocamente grandi fastidi per motivi amorosi.
“Davvero, – pensò, – è un’idra di bellezza!” Aveva intenzione di lasciare che l’Azione Parallela aspettasse invano il suo concorso, ma essa pareva essersi personificata in Diotima ed era pronta a divorarlo. L’impressione era in parte comica; nonostante l’esperienza e l’età, egli vedeva se stesso come un vermicello nocivo
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attentamente contemplato da una grossa gallina. “Per carità, – pensò Ulrich, – purché questa gigantessa della morale non mi provochi a compiere piccole vigliaccherie!”
Era stanco della relazione con Bonadea e si era imposto una riservatezza estrema.
Mentre lasciava quella casa, lo consolò un’impressione piacevole, già provata all’arrivo. Lo aveva accolto una piccola cameriera dallo sguardo sognante. Nel buio del vestibolo i suoi occhi gli erano venuti incontro palpitando come farfalle nere; e ora, mentre egli usciva, calarono giù nella penombra come neri fiocchi di neve. Qualcosa di arabo-giudaico, o di giudaico- algerino, immagine appena abbozzata, era così indistintamente grazioso nella piccina che Ulrich anche questa volta dimenticò di osservarla meglio; solo quando si trovò nella
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strada sentì che dopo esser stato al cospetto di Diotima la vista di quella fanciulletta gli dava un senso straordinario di freschezza e di vivacità.
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23. Prima intrusione di un grand’uomo
DOPO la partenza di Ulrich, Diotima e la sua cameriera rimasero in preda a una leggera
eccitazione. Ma mentre la lucertolina nera ogni volta che accompagnava alla porta un distinto visitatore aveva l’impressione di potersene guizzare via come un lampo su per una grande parete luminosa, Diotima invece maneggiò il ricordo di Ulrich con la coscienza di una donna alla quale non dispiace esser trattata ingiustamente, perché sente in sé il potere di un’amorevole riprensione. Ulrich non sapeva che quello stesso giorno un altro uomo era
entrato nella vita di Diotima e la sollevava con
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sé come un gigantesco belvedere scoprendole sterminate possibilità.
Il dottor Paul Arnheim era venuto a presentarle i suoi omaggi appena arrivato a Vienna.
Era smisuratamente ricco. Suo padre era il più potente dominatore della “ferrea Germania” e persino il capodivisione Tuzzi s’era lasciato andare a questo gioco di parole; uno dei principî di Tuzzi era che bisogna esser parchi nelle espressioni, e che i giochi di parole, poiché non se ne può fare del tutto a meno in una conversazione geniale, non devono essere però troppo buoni, perché ciò sarebbe borghese. Egli aveva raccomandato a sua moglie di ricevere il visitatore con tutti gli onori; perché anche se quella specie di gente non primeggiava ancora nel Terzo Reich e il loro
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influsso a corte non si poteva ancora paragonare a quello dei Krupp, ciò poteva tuttavia accadere domani; e aggiunse che secondo una voce molto confidenziale il figlio più che quarantenne, d’altronde – non soltanto aspirava alla posizione del padre, ma, con l’aiuto del tempo e delle sue relazioni internazionali, si preparava a diventare ministro. È vero che a giudizio del capodivisione Tuzzi ciò era assolutamente escluso, a meno che si preparasse la fine del mondo.
Non immaginava quale tempesta avessero scatenato questi discorsi nella fantasia di sua moglie. S’intende che, secondo le convinzioni del suo ambiente, ella non stimava gran che i “mercanti”, ma, come tutte le persone di mentalità borghese, ammirava la ricchezza in
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un recesso del cuore che è completamente indipendente dalle convinzioni, e la conoscenza personale con un uomo ricco oltre misura le faceva l’effetto di ali dorate di cherubini che fossero scese fino a lei. Da quando suo marito aveva incominciato a fare carriera Ermelinda Tuzzi s’era abituata ad aver da fare con la gloria e con la ricchezza; ma la gloria acquistata con le opere dell’intelletto svanisce molto rapidamente agli occhi di chi bazzica con i suoi possessori, e la ricchezza feudale ha troppo spesso l’aspetto di giovani attachés indebitati oppure è legata a uno stile di vita tradizionale; non ha mai lo spumeggiante pullulare delle montagne d’oro liberamente accumulate, né il brivido del denaro traboccante e corrusco col quale le grandi banche e le industrie mondiali provvedono ai
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loro affari. Dell’organismo bancario Diotima sapeva soltanto che anche i suoi impiegati di media importanza viaggiano in prima classe quando si trovano in servizio, mentre lei se non era in compagnia del marito doveva viaggiare in seconda, e da ciò si era fatta un’idea del lusso che doveva circondare i despoti supremi di quel mondo orientale.
La sua camerierina Rachel – non occorre dire che Diotima quando la chiamava ne pronunciava il nome alla francese – aveva udito narrare di Arnheim cose fantastiche. Il meno che si diceva era che il nababbo era arrivato con un treno di sua proprietà, aveva preso in affitto un albergo intero ed era sempre seguito da un piccolo schiavo negro. La verità era assai più modesta, non fosse altro perché Paul Arnheim non si comportava mai in modo da
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dare nell’occhio. Solo il particolare del ragazzo negro era vero. Arnheim l’aveva tolto anni prima da una troupe di saltimbanchi, durante un viaggio nell’estremo sud dell’Italia, e se l’era portato con sé nel desiderio di farsene bello, misto con lo slancio di togliere una creatura umana dal fango, e, dischiudendole la vita dello spirito, esercitare su di essa l’opera di Dio. Più tardi però gliene era passata la voglia e ormai impiegava il ragazzo, che aveva già sedici anni, soltanto come servitore, mentre prima dei quattordici gli aveva dato da leggere Stendhal e Dumas. Ma anche se le voci raccolte dalla piccola cameriera nella loro esagerazione erano così puerili che Diotima doveva sorriderne, ella se le faceva però ripetere parola per parola, trovando tutto ciò così incorrotto, come poteva succedere soltanto in quella metropoli “piena di
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civiltà fino all’innocenza” E il ragazzo negro colpì, strano a dirsi, anche la sua fantasia.
Diotima era la maggiore delle tre figlie di un professore di scuola media senza beni patrimoniali, cosicché Tuzzi le era già parso un buon partito quando era soltanto un ignoto viceconsole borghese. Da ragazza ella non possedeva che il proprio orgoglio, e poiché a sua volta non possedeva nulla di cui essere orgogliosa, era in fondo null’altro che una correttezza raggomitolata su se stessa con tentacoli protesi di sentimentalità. Ma anche quella nasconde a volte ambizione e fantasticheria e può essere una forza incalcolabile. Se Diotima era stata allettata in principio dalla prospettiva di lontani intrighi in terre lontane, il disinganno non si fece aspettare; pochi anni dopo ella non ne cavava
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più se non vantaggio, usato con discrezione, sulle amiche, che le invidiavano l’alone di esoticità, e non poteva non riconoscere che negli aspetti essenziali la vita nelle missioni estere rimane sempre la vita portata da casa con gli altri bagagli.
L’ambizione di Diotima per molto tempo era stata sul punto di finire nella dignità senza avvenire del quinto grado, prima che improvvisamente il caso desse l’avvio all’ascesa del marito, cioè quando un ministro benevolo e “progressista” volle presso di sé nell’ufficio presidenziale il funzionario borghese. Molta gente veniva lì da Tuzzi a chiedergli dei favori, e da quel momento si ravvivò in Diotima, quasi con suo stupore, un tesoro di ricordi intorno alla “bellezza e nobiltà spirituale” che essa affermava di aver acquistato nell’intellettuale
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casa paterna e nei grandi centri del mondo, ma che in verità aveva assimilato come allieva diligentissima delle scuole normali; e incominciò a farlo fruttare prudentemente. La fama dell’intelligenza moderata ma fidatissima di suo marito aveva attirato automaticamente l’attenzione anche su di lei, ed ella ormai operava senza malizia – come una spugna bagnata la quale torna a metter fuori ciò che ha assorbito senza scopo particolare – intrecciando con sommo diletto alla conversazione, appena vedeva apprezzare le proprie doti spirituali, piccole idee “di altissima intellettualità” E a poco a poco, mentre suo marito continuava a salire, cresceva il numero di quelli che gli facevan la corte e la casa di Diotima diventò un “salotto” dove s’incontravano “la cultura e la società” Frequentando persone che avevano
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un’autorità in vari campi, Diotima incominciò anche seriamente a scoprire se stessa. La sua correttezza, sempre all’erta come nei tempi della scuola, capace di ricordare perfettamente quello che imparava e di amalgamarlo in un insieme gradevole, diventò intellettualità indipendente, semplicemente per allargamento, e casa Tuzzi si guadagnava una posizione riconosciuta.
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24. Cultura e capitale; l’amicizia di Diotima e del conte Leinsdorf, e l’ufficio di mettere ospiti illustri in accordo con l’anima
DIVENNE però un concetto ben definito soltanto in seguito all’amicizia di Diotima con Sua
Signoria il conte Leinsdorf.
Fra le parti del corpo umano che servono a classificare le amicizie, quella di Sua Signoria era situata in un regione fra la testa e il torace, cosicché non si potrebbe definire Diotima altrimenti che la sua amica del cuore, se
l’espressione si potesse ancora usare. Sua
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Signoria ammirava la bellezza e lo spirito di Diotima senza permettersi intenzioni illecite. Grazie alla sua protezione il salotto di Diotima non solo acquistò una solidità incrollabile, ma adempì anche a un alto ufficio, com’egli soleva dire.
Per parte sua il conte non mediatizzato era “nient’altro che patriota”. Lo stato però non è costituito soltanto dalla corona e dal popolo, con l’amministrazione nel mezzo, ma v’è in esso anche un’altra cosa: il pensiero, la morale, l’idea!
Sua Signoria era profondamente religiosa, ma penetrata com’era dal senso di responsabilità e possedendo per di più nelle sue terre alcune fabbriche che gestiva personalmente, doveva riconoscere che in molte cose oggi lo spirito s’è sottratto alla tutela della
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chiesa. Egli non sapeva immaginare, infatti, in che modo una fabbrica, un movimento del mercato granario o una campagna per gli zuccheri si potessero guidare secondo principî religiosi, mentre d’altra parte senza la Borsa o l’industria non sarebbe razionalmente pensabile un latifondista moderno; e quando il suo direttore amministrativo gli spiegava che un certo affare si poteva far meglio con un gruppo di speculatori stranieri che a fianco della nobiltà terriera austriaca, egli si lasciava per lo più indurre alla prima soluzione, perché i fatti positivi hanno una loro logica alla quale non si può opporre il sentimento, quando si è a capo di grandi organismi e se ne porta la responsabilità non solo per sé ma per l’esistenza di moltissime altre persone. V’è infatti una coscienza professionale che talvolta
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è in contrasto con quella religiosa, e il conte Leinsdorf era convinto che nemmeno il Cardinale Arcivescovo al suo posto avrebbe potuto agire in modo diverso. Naturalmente il conte Leinsdorf era sempre pronto a deplorare pubblicamente in Senato questo stato di cose e ad esprimere la speranza che la vita fosse per ritornare alla semplicità, alla naturalezza, alla salute e necessità dei principi cristiani. Appena apriva la bocca per simili dichiarazioni, egli toglieva, per così dire, il contatto e si inscriva subito in un altro circuito elettrico. Del resto succede così alla maggior parte della gente, quando devono parlare in pubblico; e se qualcuno avesse rimproverato a Sua Signoria di fare in privato ciò che condannava in pubblico, egli con santa convinzione avrebbe bollato quell’accusa come pettegolezzo
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demagogico di elementi sovversivi che non hanno un’idea della diffusa responsabilità della vita. Tuttavia riconosceva anche lui che una congiunzione fra le verità eterne e gli affari – tanto più intricati che la bella semplicità della tradizione costituisce una faccenda di grandissima importanza; e aveva anche scoperto che non la si può ricercare se non nell’approfondimento della cultura borghese; con i suoi grandi pensieri e ideali sul terreno del diritto, del dovere, della morale e della bellezza, essa s’estendeva sino ai conflitti del giorno e alle contraddizioni quotidiane, e gli sembrava un ponte gettato fra le due sponde e fatto di piante intrecciate e vive. Non si poteva appoggiarvisi sopra saldi e sicuri come sui dogmi della chiesa, però non era meno necessario e impegnativo, e per questo il conte
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Leinsdorf non era soltanto un idealista religioso ma anche un fervido idealista civile.
A queste convinzioni di Sua Signoria corrispondeva nella sua composizione il salotto di Diotima. I ricevimenti di Diotima erano famosi perché nei giorni di gala vi si incontravano personaggi coi quali di solito era impossibile scambiar parola, essendo essi nella loro specialità troppo famosi perché si potesse ciarlare con loro delle ultime novità, mentre il ramo del sapere a cui era legata la loro fama mondiale sovente non s’era mai sentito nominare. C’erano studiosi del kenzi e del canesico, poteva succedere che un grammatico del Bo si scontrasse con un partigenista, un tocontologo con un teorico quantista, senza contare i rappresentanti di nuove correnti dell’arte e della poesia che ogni anno
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cambiavano nome, i quali erano ammessi in numero minore che i loro colleghi arrivati. In generale la frequenza era regolata in modo che tutto si mescolasse armonicamente; solo i giovani intellettuali Diotima teneva di solito in disparte con inviti separati, e sapeva preferire e far brillare con discrezione gli ospiti rari o eccezionali. Ma ciò che distingueva la casa di Diotima da tutte le altre simili era, se si può dire, l’elemento laico: quell’elemento d’applicazione pratica delle idee che – per parlare con Diotima – si schierava un tempo intorno al nucleo centrale delle scienze teologiche come un popolo di attivi credenti, come una comunità, in fondo, costituita interamente da sorelle e fratelli laici: in breve, l’elemento dell’azione; e oggi che le scienze teologiche sono state soppiantate dall’economia
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politica e dalla fisica, l’elenco di Diotima degli invitandi amministratori dello spirito sulla terra era divenuto col tempo simile al Catalogue of Scientific Papers della British Royal Society: e i fratelli e sorelle laici, conformemente al nuovo stato di cose, erano i direttori di banca, i tecnici, gli uomini politici, i consiglieri ministeriali e signore e signori dell’alta società. Diotima si dava molta premura per le donne, ma preferiva le “dame” alle “intellettuali”.
- Oggi la vita è troppo gravata di sapere, – ella soleva dire, – perché si possa rinunciare alla donna integrale.
Era persuasa che solo la donna integrale possegga ancora quel potere fatale capace di avvincere l’intelletto con le forze dell’essere, del che, secondo lei, l’intelletto aveva molto bisogno per la propria redenzione. Per questo doppio
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concetto della donna avvincente e delle forze dell’essere ella era altamente apprezzata dai giovani aristocratici che frequentavano la sua casa; giacché l’essere infrazionabile è una cosa che va a genio alla nobiltà, e casa Tuzzi, dove ci si poteva (ma questo Diotima non lo sospettava neppure) sprofondare a coppie in un discorso senza dare nell’occhio, era ancor più ricercata di una chiesa per amorosi incontri e lunghi colloqui.
Sua Signoria il conte Leinsdorf abbracciava questi due elementi, in sé tanto multiformi, che si mescolavano nel salotto di Diotima, con la definizione “cultura e capitale” – quando non li chiamava addirittura “la vera élite” -; ancor più volentieri adoperava per essi il termine “funzione” che nel suo pensiero occupava un posto privilegiato. Egli sosteneva che ogni
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prestazione – non solo quella di un impiegato, ma anche quella di un operaio o di un violinista
- era una funzione.
- Ogni individuo, – egli diceva, – ha una funzione nello stato; l’operaio, il principe, l’artigiano sono funzionari!
Era questa un’emanazione del suo pensiero sempre e dovunque realistico, che non conosceva protezionismi, e ai suoi occhi anche le dame e i gentiluomini dell’alto patriziato che chiacchieravano con gli studiosi delle iscrizioni di Boghaz-koi e dei molluschi lamellibranchi, occhieggiando le mogli dell’alta finanza, adempievano a una funzione importante quantunque difficilmente determinabile. Quel concetto di funzione era per lui l’equivalente di ciò che Diotima chiamava l’unità religiosa dell’azione umana scomparsa fin dal Medioevo.
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E in fondo una socialità forzata come quella di casa Tuzzi scaturisce realmente, quando non è del tutto rozza e ingenua, dal bisogno di fingere un’unità umana che dovrebbe comprendere tutte le così varie attività dell’uomo, e che non esiste mai. Quell’illusione Diotima la chiamava civiltà, e di solito, con un’aggiunta speciale, l’antica civiltà austriaca. Dacché la sua ambizione dilatandosi era diventata intellettualità, ella aveva imparato a servirsi sempre più spesso di questa frase. Per lei voleva dire: i bei quadri di Velasquez e di Rubens che si ammirano nei Musei Imperiali; il fatto che Beethoven era per così dire austriaco; Mozart, Haydn, il duomo di Santo Stefano, il Burgtheater; il cerimoniale di corte, carico di tradizioni; il quartiere entro il Ring, dove erano stipati i più bei negozi d’abiti e di biancheria di
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un paese che aveva cinquanta milioni d’abitanti; la signorilità discreta degli alti funzionari; la cucina viennese; la nobiltà, che si considerava seconda solo a quella inglese, e i suoi antichi palazzi; il tono della società, pervaso a volte di autentico, a volte di falso estetismo; e anche il fatto che in quel paese un gran signore come il conte Leinsdorf dedicasse a lei le proprie attenzioni e trasferisse in casa sua le proprie aspirazioni culturali. Essa ignorava che Sua Signoria lo faceva anche perché gli sembrava poco dignitoso aprire il proprio palazzo a certe innovazioni delle quali è poi difficile conservare il controllo. Il conte Leinsdorf inorridiva segretamente per la libertà e l’indulgenza con cui la sua bella amica parlava delle passioni umane e degli sconvolgimenti che cagionano, o delle idee
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rivoluzionarie. Ma Diotima non se ne accorgeva. Essa conservava una netta separazione fra l’impudicizia, diciamo così ufficiale, e la castità privata, come una dottoressa o un’assistente sociale; era urtata, come toccata sul vivo se una parola rivolta a lei le pareva audace, ma impersonalmente parlava di tutto, sentendo soltanto che il conte Leinsdorf era molto attratto da quella mescolanza.
La vita però non edifica niente senza cavare le pietre altrove. Con dolente meraviglia di Diotima, un piccolissimo granellino di fantasia dolce-sognante, già racchiuso nella sua vita quando essa non conteneva altro, e ancora presente quando ella s’era risolta a sposare il viceconsole Tuzzi – che pareva un baule di cuoio con due occhi scuri – negli anni del
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successo era irrimediabilmente sparito. Certo molto di quella che lei intendeva per antica cultura austriaca, – come Haydn o gli Absburgo
-, era stato un tempo null’altro che noiosa materia di studio, mentre adesso saperci vivere dentro le appariva pieno di un fascino malioso, eroico quanto il ronzio delle api nella calura estiva; ma col tempo la cosa si faceva non soltanto monotona, ma anche faticosa e senza speranza. Succedeva a Diotima coi suoi invitati celebri quello che succedeva al conte Leinsdorf con le sue combinazioni di banca; si aveva un bel desiderare di metterli d’accordo con l’anima, non c’era verso di riuscirvi.
Di automobili e di raggi Röntgen si può parlare, son cose che suscitano ancora dei sentimenti, ma che dire di tutte le altre innumerevoli invenzioni e scoperte pullulanti
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ogni giorno, se non ammirare genericamente l’ingegnosità umana, il che alla lunga è proprio scocciante! Sua Signoria veniva ogni tanto e conversava con un uomo politico, o si faceva presentare un nuovo invitato; era comodo per lui estasiarsi sulla cultura approfondita; ma quando bisognava occuparsene continuamente come Diotima, appariva chiaro che non la profondità, ma l’ampiezza della cultura è la difficoltà insuperabile. Perfino le questioni facilmente accessibili, come la nobile semplicità ellenica o il genio dei profeti, si scomponevano, parlando con intenditori, in una sterminata molteplicità di dubbi e di supposizioni. Diotima fece l’esperienza che alle sue serate anche gli ospiti illustri s’intrattenevano a due a due, perché già allora una persona poteva parlare concretamente e ragionevolmente tutt’al più
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solo con un’altra persona, e lei in fondo non poteva farlo con nessuno. Con ciò Diotima aveva scoperto in sé il male già noto dell’uomo contemporaneo, che si chiamava civiltà. È uno stato fastidioso, pieno di sapone, di onde senza filo, del presuntuoso linguaggio simbolico delle formule chimiche e matematiche, di economia politica, di ricerca sperimentale, e dell’inidoneità a una semplice ma elevata convivenza umana. E anche il rapporto fra la propria nobiltà spirituale e la nobiltà sociale, che imponeva a Diotima grandi cautele e le cagionava in mezzo ai successi qualche amara delusione, le parve sempre più congegnato com’è proprio non di un’era di cultura ma semplicemente di un’era di civiltà.
Civiltà era, per conseguenza, tutto ciò che il suo spirito non poteva dominare. E perciò lo
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era anche, da molto tempo e prima di tutto, suo marito.
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25. Le sofferenze di un’anima coniugata
NEL suo soffrire, leggeva molto, e scoprì di aver smarrito una cosa del cui possesso non era mai
stata ben consapevole: un’anima.
Che cos’è?
È facile definirla negativamente: è quella cosa che scappa a rintanarsi quando sente parlare di serie algebriche.
Ma positivamente? Pare che si sottragga con successo a tutti gli sforzi intesi ad afferrarla. Può darsi che una volta ci fosse in Diotima qualcosa di originario, una presaga sensitività drappeggiata in quel tempo nella ben
spazzolata veste della sua correttezza, che
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adesso ella chiamava guaina e che ritornava nella metafisica batikata di Maeterlinck, in Novalis, soprattutto però nell’ondata anonima di romanticismo annacquato e di nostalgia religiosa che l’età delle macchine ha per un certo tempo emanato come manifestazione di protesta spirituale e artistica contro se stessa. Forse questo elemento primitivo in Diotima si potrebbe meglio definire come una dose di tenerezza, di quiete, di devozione e di bontà che non aveva mai trovato la strada giusta, e in quel gioco delle figurine di piombo a cui il destino si trastulla con noi aveva preso la forma ridicola del suo idealismo. Forse era fantasia; forse intuizione dell’istintivo lavorio vegetativo che si svolge quotidianamente al di sotto della pelle, mentre al di sopra ci guardano con espressione sublime gli occhi di una bella
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donna; forse venivano ore indefinibili in cui ella si sentiva ampia e calda, i sentimenti parevano più alati del solito, l’ambizione e la volontà si placavano, una leggera ebbrezza e pienezza di vita l’invadeva, i pensieri, distolti dalla superficie, si rivolgevano verso il profondo, anche se dedicati a infime questioni, e gli avvenimenti del mondo erano lontani come il rumore intorno a un giardino. Allora Diotima credeva di vedere in sé la verità immediata, senza doversene preoccupare; delicate vicende, che ancora non avevano nome, si toglievano il velo; ed ella si sentiva – per citare qualcuna delle molte definizioni offertele dalla letteratura
- armonica, umana, religiosa, vicina a una profondità originaria che fa sacro tutto ciò che scaturisce da essa e peccaminoso tutto ciò che non viene da quella fonte. Ma sebbene fosse
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assai bello pensare queste cose, Diotima non si fermava allo stadio del presentimento, dell’accenno, e nemmeno la soccorrevano i libri profetici a cui chiedere consiglio, i quali parlavano lo stesso linguaggio enigmatico e impreciso. Non rimaneva a Diotima che imputare anche questa colpa a un’era di civiltà in cui le vie d’accesso all’anima sono ingombre e frenate.
Probabilmente, quello che lei chiamava anima era semplicemente un piccolo capitale di disposizione all’amore che lei possedeva prima di sposarsi; il capodivisione Tuzzi non offriva una buona possibilità d’investimento. La sua superiorità su Diotima era stata in principio e per molto tempo quella dell’uomo più anziano; poi vi si aggiunse quella dell’uomo riuscito, dalle attività misteriose, che alla moglie poco
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rivela di sé e che guarda con benevolenza le futilità a cui ella si dedica. E, tolte le tenerezze del periodo di fidanzamento, il capodivisione Tuzzi era sempre stato un uomo utilitario e positivo a cui nulla poteva mai far perdere l’equilibrio. Tuttavia la tranquilla eleganza delle sue azioni e del suo vestiario, il profumo se così si può dire, cortesemente riservato del suo corpo e della sua barba, la voce baritonale ferma e guardinga, lo circondavano di un alone che aveva commosso l’anima della fanciulla Diotima come la vicinanza del padrone eccita il cane da caccia che gli appoggia il muso sul ginocchio. E come il cane trotterella affettuosamente tenuto al guinzaglio, così anche Diotima, seriamente e concretamente guidata, era penetrata nella sterminata regione
dell’amore.
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Il capodivisione Tuzzi preferiva in quella contrada le vie diritte. Le sue consuetudini di vita erano quelle di un lavoratore ambizioso. Al mattino si alzava presto, per uscire a cavallo, o, di preferenza, far un’ora di passeggiata, il che serviva a conservare l’elasticità, non solo, ma rappresentava anche un’abitudine semplice e pedantesca, che osservata con scrupolo s’intona egregiamente a un quadro di attività e di responsabilità. E s’intende da sé che la sera, quando non ricevevano né avevano inviti, egli si chiudeva subito nel suo studio, poiché era costretto a mantenere le sue vaste cognizioni a quell’altezza che gli procacciava la preminenza sui colleghi e sui superiori patrizi. Una vita di quel genere impone limiti precisi e subordina l’amore alle altre attività. Come tutti gli uomini la cui fantasia non è intaccata dall’erotismo,
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Tuzzi, da scapolo – pur facendosi vedere saltuariamente assieme agli amici in compagnia di attricette e coriste, per via della riputazione diplomatica era stato un tranquillo frequentatore di case di tolleranza, e aveva trasferito nel matrimonio il ritmo regolare di quell’abitudine. Perciò Diotima imparò a conoscer l’amore in forma di accessi brevi e violenti, scatenati solo una volta alla settimana da qualche forza ancor più possente. Quel repentino mutar natura dei loro rapporti, che veniva a un dato momento per trapassare dopo pochi minuti a una breve conversazione sugli avvenimenti del giorno e quindi a un placido sonno, e di cui non si parlava mai, se non tutt’al più per allusioni e accenni (così come si scherza fra diplomatici sulla Patrie Honteuse del corpo) ebbe però per Diotima conseguenze
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inattese e contraddittorie.
Innanzitutto fu l’origine del suo iperbolico, gonfio idealismo; ne nacque quella personalità esteriore, ufficiosa, la cui forza d’amore, le cui aspirazioni psichiche abbracciarono tutto ciò che era visibile all’orizzonte di elevato e di grande, dispensandosi e dividendosi così fervidamente che Diotima finì per diventare quel sole d’amore – ardente ma platonico, e tanto sconcertante per la mentalità maschile – che Ulrich, uditolo descrivere, aveva tanta curiosità di conoscere.
D’altra parte il ritmo largo dei contatti matrimoniali era diventato in lei un’abitudine puramente fisiologica che aveva la sua orbita e si manifestava senza legame con le parti più nobili del suo essere, come la fame di un servo i cui pasti sono rari ma sostanziosi. Col tempo,
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quando spuntarono peluzzi sul labbro di Diotima e alla sua fragilità di fanciulla si sovrappose la virile sicurezza della donna matura, ella dovette accorgersene con raccapriccio. Amava il marito, ma con una crescente misura di orrore, anzi un terribile rancore dell’anima, paragonabile soltanto ai sentimenti che avrebbe potuto provare Archimede sprofondato nelle sue sublimi meditazioni se il soldato straniero invece di accopparlo gli avesse fatto proposte oscene. E poiché il marito non se ne avvedeva, né avrebbe considerato le cose allo stesso modo, ma ogni volta i sensi la tradivano suo malgrado, ella si sentiva asservita a una tirannide; una tirannide che non era considerata disonorevole, è vero, ma che lei immaginava torturante quanto un tic nervoso o l’ineluttabilità del vizio.
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Forse tutto ciò avrebbe soltanto reso Diotima un po’ malinconica e ancor più spirituale, ma sventuratamente era proprio il momento in cui anche il suo salotto incominciava a darle preoccupazioni. Il capodivisione Tuzzi incoraggiava, naturalmente, le tendenze intellettuali della moglie, avendo subito intuito il vantaggio che portavano a lui, ma non vi aveva mai partecipato e si può anche dire che non le prendeva sul serio; giacché quell’uomo pieno d’esperienza prendeva sul serio solamente il potere, il dovere, gli alti natali e, per ultimo, a una certa distanza l’intelligenza. Aveva anche messo in guardia parecchie volte Diotima dal porre troppa ambizione negli affari del suo governo spirituale, perché sebbene la cultura sia per così dire il sale nella pietanza della vita, la buona società non gradisce la
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cucina troppo sapida; lo diceva senza alcuna ironia, perché era la sua convinzione, ma Diotima si sentiva spregiata. Nelle riserve del marito sentiva sempre aleggiare un sorriso; e ch’egli restasse a casa oppure no, e che quel sorriso – se era veramente un sorriso, cosa difficile a dirsi – fosse rivolto a lei, o facesse parte della fisionomia d’un uomo che per motivi professionali deve sempre avere un’aria di superiorità, le divenne col tempo sempre più intollerabile, senza che ella si potesse ribellare all’odiosa apparenza di aver ragione che egli sembrava arrogarsi. Diotima ne dava talvolta la colpa al periodo storico materialista che aveva ridotto il mondo a un gioco maligno e senza scopo, dove, fra ateismo socialismo e positivismo, un idealista non ha la libertà di innalzarsi alla propria, vera essenza; ma anche
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questo le giovava a poco.
Questa era la situazione in casa Tuzzi allorché la grande Azione Patriottica fece precipitare gli eventi. Da quando il conte Leinsdorf, per non compromettere l’aristocrazia, aveva trasportato il quartier generale nella casa della sua amica, vi dominava una responsabilità inespressa, perché Diotima era ben decisa a dimostrare al marito, ora o mai, che il suo salotto non era un gioco. Sua Signoria le aveva confidato che a coronamento dell’Azione occorreva una qualche grande idea, e lei si divorava dall’ambizione di trovarla. Il pensiero di dover compiere col contributo di tutto un regno e davanti agli occhi attenti del mondo intero qualcosa che doveva essere una delle più grandi realizzazioni della civiltà, o, in limiti più modesti, qualcosa
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che doveva mostrare la vera essenza della civiltà austriaca, quel pensiero operava su Diotima, come se le porte del suo salotto si fossero spalancate e contro le soglie come una continuazione del pavimento battesse il mare infinito.
Non si può negare che la sua prima impressione era stata quella di un vuoto smisurato e abissale.
Le prime impressioni son sovente le più giuste! Diotima, fiduciosa che sarebbe accaduto l’incomparabile, chiamò a raccolta le sue molte idee; mobilitò il patos delle lezioni di storia udite da scolaretta, quando aveva imparato a contare con secoli e regni; fece insomma tutto quel che occorre fare in simili casi, ma dopo che furon passati a quel modo alcune settimane, dovette ammettere che non le era
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venuta la minima idea. Sarebbe stato odio quello che Diotima sentì in quel momento contro il marito, se di odio – un sentimento abbietto! – fosse mai stata capace; perciò si trasformò in malinconia, e sorse in lei un “rancore contro tutto e tutti” non ancora provato mai.
Fu allora che arrivò a Vienna il dottor Arnheim col suo moretto; e poco dopo Diotima ricevette la sua visita, ricca di conseguenze.
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26. Il connubio dell’anima con l’economia. L’uomo capace di attuarlo vuol gustare il fascino barocco dell’antica civiltà austriaca. Nasce così un’idea per l’Azione Parallela
DIOTIMA non conosceva pensieri illeciti, ma probabilmente quel giorno molte e varie cose eran
celate dietro l’innocente moretto che occupava la sua mente, dopo che ella ebbe mandato via dalla sua stanza la cameriera “Rachelle” Ancora una volta aveva ascoltato benignamente i suoi racconti; la bella donna matura si sentiva giovane, e le pareva di trastullarsi con un
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balocco scampanellante. Una volta i nobili, i patrizi avevano servitori negri; ella rivide immagini deliziose, di gite in slitta con cavalli ingualdrappati, lacchè impennacchiati e alberi incipriati di brina; ma quell’aspetto fantasioso dei costumi nobiliari era svanito da tempo. “La vita di società oggi non ha più anima”, ella pensò. Qualcosa nel suo cuore prendeva partito per l’audace outsider che ancora osava tenere un domestico negro, per il borghese sconvenientemente gran signore, per l’intruso che umiliava il privilegio ereditario, così come lo schiavo greco erudito umiliava un tempo i suoi padroni romani. La sua coscienza di sé, rattrappita da scrupoli d’ogni genere, disertò e gli volò incontro come un’anima sorella, e questo sentimento, assai naturale in confronto a tutti gli altri suoi, le fece dimenticare che il
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dottor Arnheim – quantunque le voci si contraddicessero, e notizie attendibili non fossero ancora giunte – doveva essere di origine ebraica; del padre lo si affermava con certezza, solo la madre era morta da tanti anni che ci voleva un po’ di tempo per fare indagini precise. D’altronde era anche possibile che un certo crudele dolore cosmico nel cuore di Diotima non desiderasse affatto una smentita.
Cautamente Diotima aveva permesso ai suoi pensieri di lasciare il negretto e di accostarsi al suo padrone. Il dottor Paul Arnheim non era soltanto un uomo ricco ma era anche un uomo superiore. La sua celebrità andava al di là del fatto che egli fosse erede di industrie ramificate in tutto il mondo; nelle ore di ozio aveva scritto libri che nei circoli avanzati erano giudicati straordinari. Le persone che
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costituiscono tali circoli puramente intellettuali sono al di sopra del denaro e della distinzione borghese, ma non si deve dimenticare che appunto perciò vanno irresistibilmente in estasi quando un uomo ricco viene a esser dei loro; e per di più Arnheim nei suoi libri e programmi si faceva banditore, nientemeno, dell’unione fra l’anima e l’amministrazione, ovverosia fra l’idea e il potere. Gli spiriti sensibili, dotati di un sottilissimo fiuto per il futuro, sparsero l’annuncio che egli riuniva in sé quei due poli abitualmente divisi, e favorirono la voce che una forza nuova era in cammino, chiamata a guidare per il meglio le sorti del regno, e, chi sa, fors’anche del mondo. Infatti, che i principî e i metodi della vecchia politica e diplomazia d’Europa marciassero verso la tomba, era una persuasione ormai universalmente diffusa, e
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già s’era iniziato in tutti i campi il pericolo di rinnegamento dei tecnici.
Anche lo stato d’animo di Diotima si poteva esprimere come una ribellione contro il modo di pensare della vecchia scuola diplomatica; perciò ella afferrò subito la meravigliosa analogia fra la posizione di quell’outsider geniale e la propria. Per di più l’illustre personaggio appena possibile era venuto a ossequiarla, la sua casa era di gran lunga la prima alla quale fosse toccato un simile onore, e la lettera di presentazione di un’amica comune parlava dell’antica cultura della città absburgica e dei suoi abitanti, che l’uomo operoso sperava di poter gustare in mezzo agli inevitabili affari; quando Diotima ne dedusse che quel celebre forestiero conosceva la sua fama di donna d’ingegno, si sentì onorata come
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uno scrittore tradotto per la prima volta in una lingua estera. Notò che egli non aveva affatto il tipo giudaico, ma piuttosto l’aspetto notabile e severo di un antico fenicio. Anche Arnheim però rimase incantato di trovare in Diotima una donna che non soltanto aveva letto i suoi libri, ma come una statua arcaica rivestita di leggera pinguedine corrispondeva al suo ideale di bellezza che era ellenico ma con un po’ più di carne, per temperare la rigidezza del classico. Diotima sentì ben presto che l’impressione da lei prodotta in un colloquio di venti minuti su un uomo con autentiche relazioni mondiali, disperdeva definitivamente tutti i dubbi mediante i quali suo marito, impastoiato ormai da sistemi diplomatici invecchiati, l’aveva offesa nella sua dignità.
Ella si ripeté quel colloquio con placida
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soddisfazione. Fin dalle prime battute Arnheim aveva detto di esser venuto in quell’antica città per riposarsi, nell’incanto barocco della vecchia civiltà austriaca, dai calcoli, dal materialismo, dal vuoto raziocinio dell’uomo civile odierno.
Diotima approvò e soggiunse che Vienna aveva una spiritualità così gioconda.
- Sì, – aveva detto lui, – noi non udiamo più le voci interiori; oggi sappiamo troppo, e la ragione tiranneggia la nostra vita.
Allora lei aveva risposto:
- Io amo assai la compagnia delle donne;
perché non sanno nulla e sono donne integrali
- E Arnheim aveva obiettato:
- Tuttavia una donna bella capisce molto di più che un uomo, il quale a dispetto della sua logica e della sua psicologia non sa nulla della
vita
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E allora lei gli aveva rivelato che un problema del genere, come l’affrancamento dell’anima dalla civiltà, però proiettato in una sfera più vasta e statale, si stava agitando nei circoli autorevoli:
- Si dovrebbe… – ella aveva detto, e Arnheim interrompendola: – Una cosa meravigliosa…
- Portar nella sfera del potere nuove idee, o meglio, se è lecito dirlo – e qui diede un lieve sospiro, – semplicemente idee!
Ma Diotima aveva ripreso:
- Si progetta di formare comitati di cui faccian parte persone d’ogni classe, per diffondere queste idee.
E fu proprio allora che Arnheim fece un’osservazione straordinariamente importante, e con un accento di così amichevole calore e rispetto, che a Diotima
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rimase profondamente impressa: – Non sarà facile, – egli aveva opinato, – concludere in tal modo qualcosa di grande; non una democrazia di comitati, ma pochi uomini forti, ricchi d’esperienze sia del reale che dell’ideale, dovrebbero essere a capo dell’Azione!
Finora Diotima si era ripetuto il colloquio parola per parola; ma a quel punto tutto si dissolse in una luce splendente; ella non ricordava più la propria risposta. Si era sentita sollevare in alto da una indefinita eccitante sensazione di felicità e di speranza; adesso il suo spirito somigliava a un palloncino variopinto sfuggito di mano a un bambino e navigante lassù verso il sole in un meraviglioso fulgore. E un attimo dopo si lacerò.
Era nata per la grande Azione Parallela l’idea che fino allora mancava.
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27. Natura e sostanza di una grande idea
SAREBBE facile dire in che consistesse questa idea, ma nessuno avrebbe potuto spiegarne
la portata. Perché questo appunto differenzia un’idea grande e commovente da un’idea comune, spesso, anzi, stranamente comune e sbagliata: che essa si trova, diciamo così, in uno stato di fusione attraverso il quale l’Io tocca infinite lontananze e inversamente le lontananze penetrano nell’Io, così che non si distingue più che cosa appartenga a noi e che cosa appartenga all’Infinito. Perciò le idee grandi e commoventi constano di un corpo che,
come quello degli uomini, è compatto ma
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caduco, e di un’anima immortale che costituisce la loro importanza ma non è compatta, anzi a ogni tentativo di afferrarla con fredde parole si dissolve in nulla.
Ciò premesso, bisogna dire che la grande idea di Diotima era di affidare al prussiano Arnheim la direzione spirituale della grande Azione austriaca, quantunque questa contenesse una punta di gelosia per la Germania prussiana. Ma questo non è che il morto corpo verbale dell’idea, e chi lo trova incomprensibile o ridicolo oltraggia un cadavere. In quanto all’anima dell’idea, invece, bisogna dire che era pura e lecita, e in tutti i casi Diotima aveva aggiunto alla sua decisione una specie di codicillo per Ulrich. Non sapeva che anche suo cugino – quantunque su un piano molto inferiore ad Arnheim e occulto
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dall’effetto di questo – le aveva fatto una certa impressione, e probabilmente avrebbe disprezzato se stessa se lo avesse capito. Ma istintivamente aveva preso un provvedimento difensivo, dichiarandolo “immaturo” davanti alla propria coscienza, sebbene Ulrich fosse più vecchio di lei. Si era proposto di compatirlo, e questo facilitò la convinzione che era un dovere scegliere Arnheim invece di lui per la guida dell’Azione Patriottica, ma d’altra parte, dopo aver maturato questa deliberazione, le si affacciò anche l’intuizione femminile che il candidato bocciato fosse ormai degno e bisognoso del suo aiuto. Se qualcosa gli mancava, non avrebbe potuto conseguirlo meglio che collaborando alla grande Azione, la quale gli offriva il destro di star molto vicino a lei e ad Arnheim. Sicché Diotima decise anche
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questo, rna indubbiamente si trattava soltanto di considerazioni complementari.
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28. Un capitolo che può esser saltato da chi non tiene in gran concetto la meditazione
INTANTO Ulrich stava in casa e lavorava, seduto alla sua scrivania. Aveva ripreso la ricerca interrotta a
metà quando s’era deciso al ritorno; non voleva condurla a termine, ma gli faceva piacere esserne ancora capace. Il tempo era bello, ma negli ultimi giorni egli aveva lasciato la casa solo per uscite brevissime, non scendeva neanche in giardino, aveva tirato le tende e lavorava nella penombra come un acrobata che
in un circo semibuio, prima che il pubblico
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venga ammesso, esegue davanti a una platea di conoscitori nuove pericolose acrobazie. La precisione, la forza e la sicurezza di quel pensiero, a cui nulla nella vita s’eguaglia, lo riempiva quasi di malinconia.
Spinse in là il foglio coperto di formule e segni, dove per ultimo aveva scritto un’equazione di stato dell’acqua, come esempio tratto dalla fisica per applicare un nuovo procedimento matematico ch’egli descriveva; ma già da un poco i suoi pensieri si erano sviati.
“Non avevo detto a Clarisse qualcosa a proposito dell’acqua?” si domandò, ma non ricordava bene. Del resto non aveva molta importanza, e i suoi pensieri si allargavano pigramente.
Non c’è nulla di più difficile in letteratura
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che descrivere un uomo che pensa. A chi gli chiedeva come facesse a inventare tante cose nuove, un grande scopritore rispose: pensandoci continuamente. E in verità si può dire che le idee inaspettate si presentano appunto per il fatto che le si aspetta. Sono in non piccola parte un risultato del carattere, di tendenze costanti, di ambizione tenace e di assiduo lavoro. Come dev’essere noiosa questa perseveranza! Sott’altro riguardo poi la soluzione di un problema spirituale si svolge all’incirca come quando un cane con un bastone in bocca vuol passare per una porta stretta: egli volta il capo a destra e a sinistra finché il bastone scivola dentro; e noi facciamo altrettanto, con l’unica differenza che noi non tentiamo così a casaccio, ma per esperienza sappiamo già pressapoco come si deve fare. E
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anche se un uomo intelligente pone nelle sue rotazioni maggior destrezza ed esperienza di un cane, lo scivolar dentro avviene di colpo e anche per lui giunge inatteso; ed egli percepisce chiaramente in sé un leggero senso di stupore stizzoso che i pensieri si sian fatti da soli invece di aspettare il loro artefice. Molta gente oggigiorno dà a quello stizzoso stupore il nome di intuizione, dopo che per molto tempo lo si è chiamato anche ispirazione, e credono di dovervi vedere qualcosa di superpersonale; invece è esclusivamente impersonale, cioè l’affinità e l’omogeneità stessa delle cose che s’incontrano in un cervello.
Quanto più il cervello è acuto, tanto meno lo si nota. Perciò la meditazione, finché non è condotta a termine, è in fondo uno stato pietosissimo, una specie di colica di tutte le
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circonvoluzioni del cervello, e quando è finita non ha più la forma del pensiero in cui la si compie, ma già quella di ciò che si è pensato; ed è purtroppo una forma impersonale, perché il pensiero è allora volto verso l’esterno e preparato per esser comunicato al mondo. Per così dire, insomma, quando un individuo pensa, è impossibile cogliere il momento tra il personale e l’impersonale, quindi la meditazione è un tale guaio per gli scrittori, che essi preferiscono evitarla.
L’uomo senza qualità ad ogni modo stava pensando. Bisogna concluderne che, almeno in parte, ciò non era un fatto personale. E che cos’è allora? Mondo che va e che viene; aspetti del mondo che si configurano in un cervello. Non aveva fatto nessuna riflessione importante; dopo esser ricorso all’esempio dell’acqua non
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gli era venuto in mente nulla, se non che l’acqua è un elemento tre volte più copioso della terra, anche se si considera soltanto quel che tutti riconoscono per acqua: fiumi, mari, laghi, sorgenti. Per molto tempo si è creduto che fosse affine all’aria. Il grande Newton lo credeva, e la maggior parte del suo pensiero è valida ancor oggi. Secondo i greci, il mondo e la vita eran sorti dall’acqua. L’acqua era un dio, Okeanos. Più tardi s’inventarono le ninfe, gli elfi, le ondine, le sirene. Sorsero templi e oracoli lungo le sue rive. Ma anche i duomi di Hildesheim, Paderborn e Brema sono stati edificati dove scaturivano fonti, eppure non durano forse ancora? E non si battezza ancora con l’acqua? E non vi sono amici dell’acqua e apostoli dell’idroterapia, la cui anima ha una specie di strana sanità sepolcrale? C’era
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dunque nel mondo un luogo come un punto cancellato o un’erba calpestata. E naturalmente c’era posto anche per la scienza moderna in qualche parte della coscienza dell’uomo senza qualità, ch’egli ci pensasse o no. E allora l’acqua è un liquido incolore, azzurro soltanto quando si presenta in gran massa, senza odore e senza sapore come s’è ripetuto tante volte a scuola che non lo si potrà mai più dimenticare, sebbene dal punto di vista fisiologico contenga anche batteri, materie vegetali, aria, ferro, solfato di calcio, bicarbonato di calcio; e dal punto di vista fisico il prototipo di tutti i liquidi non sia in fondo un liquido, ma un corpo solido, un liquido o un gas, secondo i casi. Alla fine tutto si dissolve in sistemi di formule, in qualche modo collegate fra loro; e nel vasto mondo non v’è che qualche
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dozzina di persone le quali persino di una cosa semplice com’è l’acqua pensino allo stesso modo; tutti gli altri ne parlano in linguaggi che stan di casa in qualche punto fra oggi e alcune migliaia d’anni fa. Dunque si deve dire che un uomo, per poco che si metta a riflettere, va in un certo modo a finire in una compagnia molto scombinata!
Ora Ulrich si ricordava di aver fatto tutto questo discorso a Clarisse, ed essa era ignorante come una bestiola, ma nonostante le superstizioni di cui era impastata si sentiva vagamente una rispondenza in lei. Gli dava una fitta come un ago arroventato.
Se ne irritò.
La nota facoltà del pensiero, scoperta dai medici, di sciogliere e distruggere i contrasti profondamente radicati e morbosamente
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aggrovigliati, che si formano nelle oscure regioni dell’Io, è fondata con ogni probabilità sulla sua essenza sociale, che congiunge il singolo individuo con gli altri uomini e cose; sventuratamente però ciò che dà al pensiero la virtù sanatrice pare sia nel contempo ciò che ne diminuisce il valore personale d’esperienza. Il fuggevole accenno a un pelo su un naso pesa assai più di un pensiero rilevantissimo, e azioni, sentimenti e affetti, se si ripetono, comunicano l’impressione di aver assistito a un avvenimento, a una più o meno importante vicenda personale, per comune e impersonale che sia.
“È stupido, – pensò Ulrich, – ma è così”. Faceva pensare alla sensazione assurda e profonda, eccitante, e direttamente concernente l’Io, che si prova nell’odorare la propria pelle. Si
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alzò e scostò le tende della finestra.
I tronchi degli alberi erano ancor umidi di rugiada. Sulla strada fluttuava un violaceo vapore di benzina. Il sole lo penetrava e la gente si muoveva vivacemente. Era una primavera d’asfalto, ora, in pieno autunno, una di quelle giornate primaverili fuori stagione che le città sanno magicamente evocare.
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29. Spiegazione ed intermittenze di un normale stato di coscienza
ULRICH aveva concordato con Bonadea un segno per farle capire che era solo in casa. Era
sempre solo, ma non dava quel segno. Doveva aspettarsi da un momento all’altro che Bonadea non chiamata entrasse col viso nascosto dal cappello e dal velo. Perché Bonadea era straordinariamente gelosa. E quando si recava da un uomo foss’anche per dirgli soltanto che lo disprezzava – giungeva sempre prostrata dall’intima debolezza, perché
le impressioni del tragitto e gli sguardi degli
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uomini che incontrava oscillavano dentro di lei come un leggero mal di mare. Se l’uomo lo indovinava e calava dritto su di lei pur avendola trascurata per tanto tempo, ella si offendeva, litigava, rinviava con biasimi e recriminazioni ciò che in realtà aspettava spasmodicamente, e aveva qualcosa di un’anitra ferita all’ala che è caduta nel mare dell’amore e tenta di salvarsi a nuoto.
Ed ecco, Bonadea a un tratto era proprio lì, si scioglieva in lacrime e si sentiva profanata.
Nei momenti in cui era in collera con l’amante, provava verso il marito un appassionato rimorso delle proprie colpe. Secondo una buona vecchia regola delle donne infedeli, che esse applicano per non tradirsi con una parola sconsiderata, ella gli aveva parlato dell’interessante studioso che
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incontrava talvolta in casa di un’amica, ma che non invitava perché era troppo viziato in società per venire spontaneamente da lei, e lei non ci teneva poi tanto da invitarlo lo stesso. Quella mezza verità le agevolava la menzogna, e per l’altra metà se la pigliava con l’amante.
Che cosa doveva pensare il marito, ella chiese, se la vedeva ridurre a un tratto le visite all’amica di cui s’era fatto schermo? Come spiegargli simili oscillazioni della simpatia? Lei venerava la verità, perché venerava tutti gli ideali, e Ulrich la disonorava costringendola a scordarsene più del necessario!
Gli fece una scena appassionata, e quando fu finita, rimproveri, proteste d’amore, baci rovinarono nel vuoto che le parole violente avevan scavato. Quando furono finiti anche quelli, non era successo nulla; il vuoto fu
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colmato dalle chiacchiere rifluenti e il tempo fece le bollicine, come un bicchiere d’acqua stantia.
“Com’è più bella quando è fuori di sé, – pensò Ulrich, – e poi come tutto di nuovo s’è svolto meccanicamente.” Nel vederla s’era commosso e lasciato trascinare alle tenerezze; ora, dopo che era accaduto, sentiva di nuovo che di lei gl’importava poco. L’incredibile rapidità di simili mutamenti, che trasformano un essere normale in un pazzo schiumante, non gli era mai stata così chiara. Però gli parve che la metamorfosi amorosa della coscienza fosse soltanto un caso particolare di qualcosa di assai più generale; perché anche una serata a teatro, un concerto, una funzione religiosa, tutte le manifestazioni dell’intimo sono oggi le isole subito svanite di un secondo stato di
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coscienza che s’inserisce temporaneamente in quello solito.
“Poco fa stavo ancora lavorando, – pensò, – e prima ero per via e ho comprato della carta. Ho salutato un signore che incontro alla Società di Fisica. Pochi giorni or sono ho fatto con lui una conversazione molto seria. E adesso, se Bonadea volesse spicciarsi un poco, potrei sfogliare quei libri che vedo di là della porta socchiusa. Nel frattempo però siamo volati attraverso una nube di follia, e non è meno inquietante veder le vicende normali richiudersi su quel vuoto già colmato e mostrarsi nella loro continuità.”
Ma Bonadea non si spicciava, e Ulrich dovette pensare a qualcos’altro. Walter, l’amico d’infanzia, questo marito della piccola Clarisse divenuto un po’ strano, una volta aveva detto di
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lui: – Ulrich fa sempre con la massima energia soltanto le cose che non ritiene necessarie! – Gli tornò a mente proprio in quel momento, e pensò: “Questo lo si può dire di noi tutti, oggi” Ricordava benissimo la scena; un balcone di legno correva intorno alla casetta di campagna. Ulrich era ospite dei genitori di Clarisse; mancavano pochi giorni alle nozze e Walter era geloso di lui. Walter aveva una miracolosa capacità di gelosia. Ulrich era fuori al sole quando Clarisse e Walter erano entrati nella stanza che dava sul balcone. Egli li spiava senza nascondersi. Del resto non ricordava più che quell’unica frase. E poi anche il quadro; la profondità ombrosa della stanza, appesa come una borsa floscia semiaperta alla vividità assolata del muro. Tra le pieghe di quella borsa comparvero Walter e Clarisse; la faccia di
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Walter era dolorosamente allungata e pareva che dovesse avere lunghi denti gialli. Si potrebbe anche dire che un paio di lunghi denti gialli giacevano in un astuccio di velluto nero, e i due vi stavano accanto come spettri. La gelosia naturalmente non aveva motivo; Ulrich non desiderava affatto le donne dei suoi amici. Ma Walter aveva sempre avuto una particolare capacità di vivere con veemenza. Non arrivava mai a quel che voleva, perché sentiva troppo intensamente. Si sarebbe detto che portasse dentro di sé un amplificatore molto melodico della felicità e infelicità spicciola. Spendeva sempre piccolissime monetine di sentimento, d’oro o d’argento, mentre Ulrich operava più in grande, con assegni di pensieri, per dir così, sui quali eran scritte cifre imponenti; ma infine non era che carta. Per raffigurarsi Walter nel
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modo più caratteristico, Ulrich se lo immaginava coricato sul limitare di un bosco. Lo vedeva in calzoncini corti e, chi sa perché, in calze nere. Non aveva gambe d’uomo né salde e muscolose, né nervose e sottili – ma gambe di ragazzo; di ragazzo dolce e bruttino dalle gambe non belle. Con le mani intrecciate dietro il capo guardava lontano, e non voleva esser disturbato. Ulrich non ricordava di aver visto Walter così, in una particolare occasione che gli fosse rimasta impressa; piuttosto dopo tre lustri l’immagine si era espressa da sé, come un suggello conclusivo. E ricordare che Walter allora fosse stato tanto geloso di lui gli dava una piacevole eccitazione. Tutto ciò era accaduto in un tempo in cui si poteva ancora gioire di se stessi. E Ulrich pensò: “Sono già andato parecchie volte da loro, senza che
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Walter mi abbia restituito la visita. Stasera però potrei tornarci; che cosa me ne importa?”
Si propose di mandarli ad avvisare, quando Bonadea avesse finalmente terminato di rivestirsi; in sua presenza non era prudente farlo, per via del noioso interrogatorio che ne sarebbe inevitabilmente seguito.
E giacché il pensiero è rapido e Bonadea ne aveva ancora per un pezzo, fece un’altra riflessione. Questa volta si trattava di una piccola teoria; era semplice, chiara, e servì a fargli passare il tempo. “Un giovane in fase di attività mentale, – si disse Ulrich, e verosimilmente intendeva ancora il suo amico Walter, – irradia continuamente idee in tutte le direzioni. Ma solo quelle che incontrano risonanza nell’ambiente gli vengono rinviate e si consolidano, mentre tutte le altre irradiazioni
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si sparpagliano nello spazio e vanno perdute!” Ulrich presupponeva senz’altro che un uomo intelligente possieda ogni specie d’intelligenza, così che l’intelligenza sarebbe più innata che le buone e cattive qualità; anche lui era un uomo pieno di contraddizioni e immaginava che tutte le qualità che si siano mai manifestate nelle creature umane stanno schierate, abbastanza vicine le une alle altre, nel cervello d’ogni essere umano, posto che sia dotato di cervello. Forse questo non è del tutto giusto, ma ciò che noi sappiamo dell’origine del male e del bene induce piuttosto a pensare che ciascuno ha un proprio intimo numero di grossezza, ma che entro quella grossezza può indossare i più diversi vestiti, se il destino li ha in serbo per lui. E così a Ulrich non parve interamente priva di senso la riflessione or ora fatta. Se infatti nel
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corso del tempo le idee comuni e impersonali si rafforzano da sé e quelle eccezionali si perdono, così che quasi ognuno, con la precisione di un congegno meccanico, diventa sempre più mediocre, questo spiega perché, nonostante le mille possibilità che ci sarebbero offerte, l’uomo comune è appunto un uomo comune! E spiega anche come fra i privilegiati che si fan valere e ottengono riconoscimento vi sia una certa miscela che ha il 51% di profondità e il 49% di leggerezza che è quella che consegue il maggior successo; e questo già da molto tempo appariva a Ulrich così complicatamente assurdo e così insopportabilmente triste che gli sarebbe piaciuto continuare a meditarci sopra.
Ma fu disturbato dal fatto che Bonadea non dava ancor segno di esser pronta; spiando cautamente dal fessolino vide che aveva
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smesso di vestirsi. Ella trovava scortese la sua distrazione, quando si trattava di gustare le ultime gocce preziose della reciproca presenza; offesa da quel silenzio, stava in attesa di quello ch’egli avrebbe fatto; intanto aveva preso un libro che per fortuna conteneva belle illustrazioni di storia dell’arte.
Ulrich, riprendendo le sue meditazioni, si sentì irritato da quell’attesa e a poco a poco fu preso da un’impazienza indefinita.
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30. Ulrich ode le voci
all’improvviso i suoi pensieri si concentrarono, e come se avesse guardato attraverso un’apertura
vide Christian Moosbrugger, il falegname, e i suoi giudici.
In modo penoso e ridicolo per un uomo che non poteva pensarla così, il giudice stava dicendo:
- Perché si è pulito le mani insanguinate? Perché ha gettato via il coltello? Perché dopo l’omicidio ha indossato abiti e biancheria puliti? Perché era domenica? O piuttosto perché eran sporchi di sangue? Perché la sera
dopo è andato in un locale da ballo? Non l’ha
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trattenuto il pensiero di quel che aveva fatto? Ha provato o non ha provato rimorso?
In Moosbrugger si desta un barlume; vecchia esperienza di galera, bisogna fingere il rimorso. Il barlume torce la bocca di Moosbrugger, ed egli afferma:
- Ma certo!
- Al commissariato ha detto: “Non sento rimorso, solo odio e furore fino al parossismo!”
- ribatte subito il giudice.
- Può darsi, – dice Moosbrugger, di nuovo molto fermo e signore. – Può darsi che allora non nutrissi altri sentimenti.
- Lei è un uomo alto e robusto, – interviene il procuratore generale, – come poteva aver paura della Hedwig!
- Signor procuratore, - risponde
Moosbrugger sorridendo, – essa era diventata
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carezzevole. Me l’immaginavo ancor più perfida di quanto stimo di solito le femmine di quel genere. Io sembro forte, e lo sono…
- E dunque, – brontola il presidente sfogliando l’incartamento.
- Ma in certe situazioni, – dice Moosbrugger ad alta voce, – son pauroso e addirittura vigliacco.
Gli occhi del presidente scattan su dalle carte; come due uccelli un ramo essi abbandonano la frase su cui erano posati.
- Quando s’è azzuffato coi suoi compagni in cantiere non è stato affatto vigliacco! – dice il presidente. – Ad uno ha fatto volare due piani, e gli altri col coltello…
- Signor presidente, – interrompe Moosbrugger con voce minacciosa, – io conservo ancor oggi il mio modo di vedere.
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Il presidente fa un segno deprecativo.
- L’ingiustizia, – dice Moosbrugger, – quella deve esser presa a base della mia brutalità. Da uomo semplice e ingenuo mi sono presentato davanti al tribunale pensando che i signori giudici tanto sanno tutto. Ma son rimasto deluso!
La faccia del presidente è di nuovo sprofondata negli atti. Il procuratore generale sorride e dice amabilmente:
- Ma la Hedwig era una ragazza del tutto innocua!
- A me non sembrava tale! - replica
Moosbrugger, ancora arrabbiatissimo.
- A me sembra, – conclude il presidente accentuando le parole, – che lei trovi sempre il modo di scaricar la colpa sugli altri!
- Dunque perché l’ha coltellata? -
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ricomincia da capo, gentilmente, il procuratore generale.
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31. Achi dai ragione?
QUESTO era nell’udienza a cui Ulrich aveva assistito, o soltanto nei
resoconti che aveva letto? Se ne
ricordava così vivamente, come se avesse udito quelle voci. In vita sua non aveva mai “udito voci”; perdio, non era il suo genere. Ma quando si comincia a udirle, la cosa cala su di noi come la pace di una nevicata. A un tratto dalla terra fino al cielo s’innalzano pareti; dove prima non v’era che aria, si penetra adesso entro morbide spesse muraglie, e tutte le voci che nella gabbia dell’aria saltellavano qua e là passano ora libere attraverso le bianche pareti intimamente
concresciute e congiunte.
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Certo era sovraeccitato dal lavoro e dalla noia, e allora possono accadere simili cose; ma udir voci non gli dispiaceva. E improvvisamente disse quasi fra sé:
- Si ha una seconda patria in cui tutto ciò che si fa è innocente.
Bonadea si dava da fare con una stringa. Intanto era tornata nella stanza di Ulrich. Il discorso non le piacque, lo trovò indelicato; aveva dimenticato il nome dell’assassino di cui i giornali s’erano tanto occupati; ora, mentre Ulrich incominciava a parlare di lui, ecco che riemergeva con riluttanza nella sua memoria.
- Ma se Moosbrugger, – disse Ulrich dopo un poco, – può produrre quella sconcertante impressione d’innocenza, assai di più lo può quella povera creatura derelitta e infreddolita dagli occhi di topo, quella Hedwig che gli ha
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chiesto asilo nella sua stanza e che perciò è stata uccisa da lui…
- Lascia stare! – consigliò Bonadea, alzando le candide spalle. Ulrich infatti aveva dato questa piega al discorso proprio nel momento, malignamente scelto, in cui dopo il ritorno in camera le vesti mezzo indossate dell’amica – offesa e anelante alla riconciliazione – formavano di nuovo sul tappeto il piccolo cratere di spuma deliziosamente mitologico donde emerge Afrodite. Perciò Bonadea era pronta ad esecrare Moosbrugger e a metter da parte con un brivido fugace la sua vittima. Ma Ulrich non lo permise e le dipinse a tratti vigorosi la sorte che attendeva Moosbrugger.
- Due uomini gli porranno al collo il capestro, senza avere verso di lui alcun sentimento ostile, ma solo perché son pagati
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per questo. Un centinaio di persone saranno presenti, alcuni per dovere d’ufficio, altri perché ciascuno vuol avere assistito almeno una volta nella vita a un’esecuzione capitale. Un signore solenne in cilindro, marsina e guanti neri stringe il cappio e nello stesso tempo i suoi due aiutanti s’appendono alle due gambe di Moosbrugger perché si spezzi la vertebra cervicale. Poi il signore inguantato di nero pone la mano sul cuore di Moosbrugger e col viso sollecito di un medico esamina se egli viva ancora; perché in caso affermativo si ripete tutta la scena con maggior impazienza e minore solennità. Insomma, tu sei per Moosbrugger o contro Moosbrugger? – domandò Ulrich.
Lentamente e dolorosamente come chi è svegliato anzi tempo Bonadea era uscita dallo “stato d’animo”, come lei soleva chiamare i suoi
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accessi d’adulterio. Dovette mettersi a sedere, dopo che le sue mani per un poco ebbero sorretto indecise le vesti discinte e il corpetto slacciato. Come tutte le donne nelle sue condizioni aveva salda fiducia in un ordine pubblico così equo, che ciascuno, senza bisogno di preoccuparsene, poteva attendere ai propri affari privati. Ma adesso che era sollecitata al contrario, tosto parteggiò pietosa per Moosbrugger, la vittima, con esclusione d’ogni pensiero per Moosbrugger, il colpevole.
- Dunque, – commentò Ulrich, – tu sei sempre per la vittima e contro l’azione. Bonadea manifestò l’ovvia opinione che un simile discorso in un simile momento era indelicato.
- Ma se il tuo giudizio condanna con tanta coerenza l’azione, – rispose Ulrich invece di
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farsi perdonare subito, – come fai a giustificare i tuoi adulterî, Bonadea?
Soprattutto quel plurale era indelicato! Bonadea tacque, si sedette con aria sprezzante su una delle morbide poltrone e fissò, offesa, la linea d’incontro fra la parete e il soffitto.
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32. La dimenticata e importantissima storia con la moglie d’un maggiore
NON è consigliabile sentirsi affine a un pazzo dichiarato, e Ulrich infatti se ne guardava bene. Ma
perché un perito sosteneva che Moosbrugger era pazzo, e l’altro che non lo era? Dove avevano preso i cronisti il disinvolto realismo col quale descrivevano il suo lavoro di coltello? E quali erano le caratteristiche per cui il caso Moosbrugger destava tanto scalpore e tanto raccapriccio da essere per due milioni di viennesi, qualcosa come una lite in famiglia o
un fidanzamento rotto, turbando gli animi,
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sconvolgendo addormentati recessi dei cuori; mentre nelle città di provincia era già una vicenda più indifferente, e non era più nulla a Berlino o a Breslavia, dove di tanto in tanto avevano anch’essi dei Moosbrugger di casa loro? Quel terribile gioco della società con le sue vittime dava a Ulrich materia di riflessione. Lo sentiva ripetuto nella sua persona. Non v’era in lui volontà alcuna né di liberare Moosbrugger né di dar manforte alla giustizia, e i suoi sentimenti s’arricciavano come il pelo d’un gatto. Per qualche ragione ignota Moosbrugger lo concerneva più da vicino che la vita stessa ch’egli conduceva; lo ossessionava come una poesia oscura, dove tutto è un po’ spostato e stravolto e rivela un senso che fluttua smembrato nel profondo dell’animo.
- Romanticismo da Grand Guignol! egli
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s’interruppe. Ammirare l’orrido o l’illecito nella forma permessa di sogni e di neurosi gli sembrava assai calzante all’umanità dell’epoca borghese. “Aut aut! – egli pensò. – O mi piaci o non mi piaci! O ti difendo in tutta la tua nefandezza, oppure dovrei schiaffeggiarmi perché mi trastullo con essa!” E infine sarebbe opportuna anche una fredda ma energica compassione; si potrebbe far moltissimo al giorno d’oggi per impedire simili fatti e figure, se la società volesse impiegarvi essa stessa solo la metà degli sforzi morali che esige da quelle vittime. Ma c’era sempre un altro lato dal quale considerare l’avvenuto, e strani ricordi s’affollarono alla mente di Ulrich.
Il nostro giudizio su un’azione non è mai un giudizio su quell’aspetto dell’azione che Dio compensa o punisce: lo ha detto Lutero, ed è
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abbastanza strano, probabilmente sotto l’influsso di uno dei mistici che per un certo tempo gli furono amici. Certo l’avrebbe potuto dire anche qualche altro credente. In senso borghese erano tutti immoralisti. Facevano distinzioni fra i peccati e l’anima, che nonostante i peccati può restare immacolata, quasi come Machiavelli fa distinzione fra i mezzi e il fine. Il “cuore umano” era loro “tolto” “Anche in Cristo c’era un uomo interiore e un uomo esteriore, e tutto ciò che egli faceva il rapporto con le cose esteriori lo faceva movendo dall’uomo esteriore, mentre l’uomo interiore assisteva immobile in disparte”, dice Eckhart. Santi e credenti siffatti sarebbero stati per caso persin capaci di assolvere Moosbrugger? Indubbiamente l’umanità ha progredito, da allora; ma se anche condannerà a morte
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Moosbrugger, ha ancora la debolezza di venerare quegli uomini che, chi sa, l’avrebbero assolto.
E allora, preceduta da un’onda di malessere, ritornò alla mente di Ulrich una frase. La frase era: “L’anima del sodomita potrebbe camminare ignara in mezzo alla folla, e nei suoi occhi starebbe il limpido sorriso d’un bimbo; perché tutto dipende da un principio insensibile.” Non era molto diversa dalle prime sentenze, ma nella sua piccola esagerazione spandeva l’odore malsano e dolciastro della perversità. Ed evidentemente, un luogo s’addiceva a quella frase: una stanza con libri francesi dalle copertine gialle sparsi sui tavoli, con tende di perline invece di porte – e nel petto sorgeva una sensazione come quando una mano è cacciata in una carcassa sventrata di
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pollo per estrarne il cuore. Perché quella frase era stata emessa da Diotima durante la sua visita. Per giunta proveniva da uno scrittore contemporaneo, che Ulrich aveva amato negli anni giovanili, ma che poi aveva imparato a giudicare un filosofo da salotto; e frasi di quel genere hanno il pessimo sapore di un pane sul quale sia stato versato un profumo, così che per diecine d’anni non si vorrebbe più sentirne parlare.
Ma per quanto viva fosse questa sua ripugnanza, gli sembrò ignominioso essersi astenuto per tutta la vita dal ritornare alle altre, alle proposizioni genuine di quel mistico linguaggio. Aveva infatti per esse una speciale immediata comprensione, anzi una familiarità che andava al di là della comprensione; senza però ch’egli si fosse mai potuto decidere a
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convertirsi interamente a loro.
Emergevano – quelle frasi che gli parlavano al cuore con accento fraterno, con una indefinibile intimità morbida e oscura, opposta al tono imperativo del linguaggio scientifico e matematico – emergevano fra le sue occupazioni come isole non collegate, visitate di rado. Ma osservandole, per quel che ne sapeva, gli pareva di sentire fra loro un legame, come se, poco distanti l’uno dall’altra, fossero schierate lungo una riva che restava nascosta dietro di loro, oppure costituissero i resti di un continente scomparso nella preistoria. Sentiva la morbidezza del mare, delle nebbie, e delle basse colline nere che dormono nella luce giallo-grigia. Si rammentò una piccola crociera in mare, una fuga secondo gli slogans delle agenzie turistiche: “Viaggiate!”, “Cambiate
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orizzonte!” e rivisse chiaramente la strana, ridicola e incantata vicenda che con la sua forza terribile s’era messa una volta per sempre davanti a tutte le altre simili. Per un attimo il cuore di un ventenne gli batté nel petto, la cui vellosa epidermide col tempo si era fatta più dura e più spessa. Il battito di un cuore di vent’anni nel suo petto di trentaduenne gli parve il bacio contro natura di un giovanetto a un uomo. Tuttavia questa volta non eluse il ricordo. Era il ricordo di una passione stranamente conclusa che egli aveva avuto a vent’anni per una donna la quale per età e soprattutto per il grado della sua esperienza domestica era considerevolmente più vecchia di
lui.
Era significativo ch’egli ne ricordasse solo vagamente l’aspetto: una fotografia rigida e la
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memoria delle ore in cui era solo e pensava a lei sostituiva il ricordo diretto del viso, degli abiti, dei gesti e della voce. Da allora quel mondo gli era divenuto così estraneo, che rammentando com’ella fosse moglie di un maggiore, si sentì pieno di esilarata incredulità. “Adesso sarà da un pezzo la moglie di un colonnello a riposo”, pensò. Al reggimento si diceva che fosse un’artista, una pianista provetta, ma per desiderio della famiglia non s’era mai prodotta in pubblico, e più tardi, poi, il suo matrimonio aveva reso la cosa ancor più impossibile. Infatti nelle feste del reggimento sonava il piano molto bene, aureolata dal sole d’oro che splende sugli abissi della sensibilità, e fin da principio Ulrich s’era innamorato meno della presenza fisica di quella donna che del pensiero di lei. Il tenente che egli era allora non
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aveva timidezze; il suo occhio s’era già esercitato su donnette da poco, e aveva anche scoperto il furtivo sentiero che conduceva a qualche donna onesta. Ma per quegli ufficiali di vent’anni il “grande amore”, quando ne sentivano l’esigenza, era qualcos’altro, era un’astrazione; era fuori dell’ambito delle loro imprese, ed era così povero di esperienze vissute, e appunto perciò così fascinosamente vuoto, come possono essere soltanto gli altissimi concetti. Sicché quando Ulrich per la prima volta in vita sua intravide la possibilità di applicare quel concetto, la cosa fu inevitabile; e alla signora del maggiore toccò una parte non dissimile da quella della causa ultima che scatena una malattia.
Ulrich s’ammalò d’amore. E poiché l’autentico mal d’amore non è bisogno di
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possesso, ma un blando rivelarsi del mondo per il quale si rinunzia volentieri al possesso dell’amata, il tenente descrisse il mondo alla moglie del maggiore in una maniera insolita e penetrante che le era completamente nuova. Costellazioni, batteri, Balzac e Nietzsche turbinarono in un vortice di pensieri, il cui apice ella con crescente chiarezza intuiva puntato su certe differenze secondo la moda del tempo ignorate dalla costumatezza, che distinguevano il suo corpo dal corpo del tenente. Quel rapporto incalzante dell’amore con questioni che fino allora per lei con l’amore non avevano avuto niente da fare, la sconcertò; durante una cavalcata, mentre camminavano tenendo per la briglia i loro cavalli, abbandonò a Ulrich per un attimo la sua mano, e si avvide con terrore che la mano rimaneva come sfinita
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in quella di lui. Non era passato un istante, e già dai loro polsi fino alle ginocchia divampava l’incendio, e la folgore li abbatté entrambi, così che per poco non caddero sul ciglio della strada, dove invece si trovarono a sedere sul muschio, si baciarono appassionatamente, e infine furon presi da un grave imbarazzo, perché l’amore era così grande e straordinario che con loro sorpresa non venne loro in mente di dire e di fare niente di diverso da quel che è consueto in simili casi. I cavalli che si spazientivano liberarono infine i due innamorati da quella situazione.
L’amore della moglie del maggiore per il giovane tenente ebbe uno svolgimento breve e irreale. Entrambi erano stupefatti, si strinsero ancora qualche volta l’uno all’altro, furon consapevoli entrambi che c’era qualcosa che
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non andava e che nei loro abbracci non avrebbe consentito la comunione dei corpi neanche se si fossero liberati di tutti gli impedimenti del vestiario e della morale. La signora non voleva sottrarsi a una passione su cui si sentiva incapace di giudizio, ma in lei palpitavano segreti rimorsi, per il marito e per la differenza d’età, e quando Ulrich un giorno la informò, adducendo motivi magri e inventati, che partiva per una lunga licenza, ella fra le lacrime respirò di sollievo. Ulrich però fin da allora non aveva altro desiderio che di andarsene, a forza d’amore, il più lontano possibile dalla sorgente di quell’amore. Partì a rotta di collo e si fermò solo dove la riva d’un mare metteva fine alla linea ferroviaria, si fece ancora traghettare in barca alla prima isola che vide, e lì rimase in un luogo ignoto e casuale,
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male alloggiato e male nutrito; e fin dalla prima notte scrisse all’amata la prima lettera di una lunga serie che non venne mai spedita.
Quelle lettere scritte nel silenzio notturno, che gli riempivano la mente anche di giorno, egli le aveva poi smarrite; e infatti era il loro destino. In principio vi aveva messo ancora molto del suo amore e pensieri d’ogni sorta che l’amore gli ispirava, ma presto il paesaggio incominciò a prenderne il posto. Al mattino il sole lo scuoteva dal sonno, e quando i pescatori erano in mare, le donne e i bambini dentro le case, lui e un asino pascolante i cespugli e i dossi pietrosi fra le due piccole borgate dell’isola parevano essere i soli organismi superiori viventi su quell’estremo lembo di terra. Ulrich faceva come il suo compagno e saliva su uno di quei massi, oppure si coricava
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sulla riva dell’isola in compagnia del mare, degli scogli e del cielo. E questa non era presunzione, giacché la diversità di grandezza non esisteva più, come d’altronde scompariva in quella convivenza anche la distinzione fra lo spirito, la natura animale e quella morta, e si attenuava ogni differenza fra cosa e cosa. Diciamo obiettivamente che le differenze forse non erano né attenuate né scomparse, ma che avevano perduto ogni significato; non si era più “assoggettati alle scissioni dell’umano”, come vien descritto da quei credenti invasati dalla mistica dell’amore, dei quali il giovane tenente di cavalleria non sapeva allora un bel nulla. Ulrich non meditava neppure su quei fenomeni come talvolta, al modo di un cacciatore sulla traccia della selvaggina, si suole stanare un’osservazione e braccarla col pensiero – anzi
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non li percepiva affatto, soltanto li accoglieva in sé. S’inabissava nel paesaggio, e nello stesso tempo ne era inesplicabilmente sorretto, e quando la vista del mondo lo sopraffaceva, il suo significato rifluiva dentro lui in ondate silenziose. Era penetrato nel cuore del mondo; la distanza fra lui e l’amata lontana era come di lì all’albero più vicino; il sentimento intimo legava gli esseri sopprimendo lo spazio, così come in sogno due esseri possono passare l’uno attraverso l’altro senza mescolarsi, e trasformava tutti i loro rapporti. Ma quello stato non aveva null’altro in comune col sogno. Era chiaro e popolato di chiari pensieri; pure nulla in esso s’agitava secondo causa, scopo e desiderio fisico, ma tutto si allargava in cerchi sempre rinnovati, come quando un getto senza fine cade in una vasca d’acqua. Questo
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appunto, e null’altro, egli descriveva nelle sue lettere. Era un aspetto della vita interamente mutato; non più posto nel punto focale della solita attenzione, non più aspro e netto, ma visto così, piuttosto un po’ indistinto, sfumato; eppure altri centri l’avrebbero di nuovo riempito di sicurezza e di chiarezza. Perché tutti i problemi e gli avvenimenti della vita assumevano un’incomparabile mitezza, calma, duttilità, e nello stesso tempo un tutt’altro significato. Se ad esempio un insetto correva sulla mano del pensatore, quello non era un avvicinarsi, passare e allontanarsi, e non si trattava di insetto e d’uomo, ma di un avvenimento che commuoveva il cuore indescrivibilmente, anzi nemmeno di un avvenimento, che pure avveniva, ma di uno
stato.
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E con l’aiuto di quelle tranquille esperienze, tutto ciò che costituisce la vita consueta acquistava un senso del tutto diverso.
Anche il suo amore per la moglie del maggiore prese rapidamente la forma predestinata. Qualche volta egli cercava di immaginare la donna alla quale pensava incessantemente, e di vederla intenta alle sue occupazioni, cosa che gli era facilitata dalla precisa conoscenza del suo sistema di vita; ma quando ci riusciva, e l’amata gli compariva dinanzi, ecco che il suo sentimento divenuto così chiaroveggente improvvisamente si offuscava, ed egli doveva sforzarsi di ridurre in fretta l’immagine di lei alla beata certezza: “In qualche luogo ella esiste per me” Non passò molto tempo, ed ella era ormai un impersonale centro di forza, la dinamo ingolfata del suo
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impianto d’illuminazione; egli le scrisse un’ultima lettera in cui le spiegava che la grande “vita d’amore” in fondo non ha nulla a che fare col possesso e col desiderio “sii mia”, che appartengono alla sfera del risparmio, dell’appropriazione e della voracità. Fu l’unica lettera che egli mandò, e segnò all’incirca il vertice del suo mal d’amore, seguito ben presto dal declino e dalla fine improvvisa.
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33. Rottura con Bonadea
INTANTO Bonadea, non potendo seguitare a guardare il soffitto, s’era sdraiata supina sul divano; il suo tenero ventre materno respirava sotto la batista bianca, libero dal busto e dagli altri impacci; lei chiamava quella posizione: meditare. Le balenò alla mente che suo marito non era solamente giudice ma anche cacciatore e che ogni tanto parlava con occhi scintillanti della belva che insegue la preda; le parve che ne dovesse risultare qualcosa a favore di Moosbrugger come pure dei suoi giudici. D’altra parte non desiderava che l’amante facesse torto al marito
tranne sul punto dell’amore; il suo senso della
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famiglia esigeva che il capo della casa fosse stimato e rispettato. Perciò non seppe prendere una decisione. E mentre questo dilemma, come due cortei di nuvole che mostruosamente si confondono oscurava il suo orizzonte, Ulrich si godeva la libertà di inseguire i propri pensieri. La cosa durava da un poco, e Bonadea non avendo escogitato nulla che potesse risolvere la questione, cominciò a crucciarsi perché Ulrich l’aveva offesa, e il tempo che egli aveva lasciato trascorrere senza accomodare le cose le diede un senso di turbamento e d’oppressione.
- Allora secondo te faccio male a venire qui?
- si era decisa infine a rivolgergli in tono lento ed enfatico quella domanda, con tristezza ma con fiera volontà di dar battaglia.
Ulrich tacque e alzò le spalle; non sapeva nemmeno più di che cosa ella parlasse, ma in
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quel momento la trovò insopportabile.
- Saresti davvero capace di rimproverare me per il nostro amore?
- Ci son più risposte a simile domanda che api in un alveare, – replicò Ulrich. – E a ciascuna è disgustosamente attaccato tutto il disordine psichico dell’umanità con i suoi problemi mai risolti. – Con ciò diceva semplicemente quel che aveva già pensato e ripensato quel giorno; ma Bonadea riferì a se stessa il disordine psichico e trovò che era veramente troppo. Avrebbe volentieri tirato di nuovo le tende per comporre in tal modo il dissidio, ma altrettanto volentieri sarebbe scoppiata in dolorosi singhiozzi. E a un tratto le sembrò di capire che Ulrich s’era stancato di lei. Grazie al suo temperamento, fino allora ella aveva perduto i suoi amanti così come, attratti
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da un oggetto nuovo, si sposta un oggetto vecchio e lo si perde di vista; oppure si era da loro divisa tanto in fretta quanto prima si era unita, il che, a parte la personale indignazione, aveva pur sempre il carattere di una forza superiore.
La sua prima sensazione, davanti alla tranquilla resistenza di Ulrich, fu di essere diventata vecchia. Ebbe vergogna di trovarsi smarrita e seminuda su un sofà, esposta a tutte le offese. Senza riflettere si levò su e afferrò i suoi vestiti. Ma il fruscio dei calici di seta in cui ella si ringuainava non indusse Ulrich al pentimento. Il dolore lancinante dell’impotenza oscurò gli occhi di Bonadea. “È brutale, mi ha ferita con intenzione!” ella ripeteva a se stessa. Poi rilevò: “Non si muove!” E ad ogni nastro che legava, ad ogni gancio che
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agganciava, sprofondava più giù nel nero abisso di quel dolore infantile da tanto tempo dimenticato: l’abbandono. Si faceva buio all’intorno; il volto di Ulrich si vedeva come in un’ultima luce, duro e brutale vinceva l’oscurità del dolore. “Come ho potuto amare quel volto?” si chiese Bonadea; ma in pari tempo la frase “Perduto per sempre!” le lacerò il cuore.
Ulrich, che indovinava la sua decisione di non tornar più, non fece nulla per impedirlo. Con gesti vigorosi Bonadea si ravviò i capelli davanti allo specchio, poi si mise il cappello e appuntò il velo. Adesso che il velo copriva il viso, era tutto finito; un momento solenne come una condanna a morte o lo scattare della serratura d’un baule. Egli non l’avrebbe mai più baciata, e non immaginava che stava
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perdendo l’ultima occasione di poterlo fare!
Ella sentì tanta compassione per lui che per poco non gli si gettò al collo sfogandosi in un gran pianto.
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34. Un raggio ardente e pareti fredde
QUANDO Ulrich, dopo aver accompagnato giù Bonadea,
rimase di nuovo solo, non aveva
più voglia di lavorare. Volle uscire, con l’idea di mandar due righe a Walter e Clarisse per annunziare la sua visita serale. Mentre attraversava il piccolo vestibolo, osservò alla parete un’impalcatura di corna di cervo che gli ricordò il movimento di Bonadea mentre davanti allo specchio si legava il velo; senza però quel suo vago sorriso di rinuncia. Egli si guardò intorno, esaminando l’ambiente. Tutte quelle linee tondeggianti, incrociate, diritte,
arcuate e intrecciate che costituiscono
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l’arredamento di un’abitazione e che gli si erano ammucchiate d’intorno, non erano né natura né intrinseca necessità, al contrario eran gonfie fino all’estremo di esuberante barocchismo. Il sangue, il battito che anima costantemente le cose che ci circondano, s’era per un istante fermato. “Io sono soltanto fortuita”, sogghignava la necessità. “In sostanza, a considerarmi senza pregiudizi, non son diversa dal viso di un malato di lupus”, confessava la bellezza. Non ci voleva molto, in fondo; una vernice s’era scrostata, una suggestione si era sciolta, una corrente di abitudine, speranza, tensione si era interrotta, un equilibrio segreto e fluido fra il sentimento e il mondo era stato per un istante turbato. Tutto ciò che si sente e si fa accade comunque sia “in direzione della vita” e il più piccolo movimento
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in altra direzione è difficile o inquietante. È così anche quando semplicemente si cammina; si solleva il punto di gravità, lo si porta in avanti e lo si lascia cadere; ma basta un piccolissimo mutamento, un lieve timore, o anche soltanto stupore, di quel lasciarsi-cadere-nel-futuro e non si sta più ritti! è meglio non pensarci. E Ulrich ricordò che tutti i momenti cruciali della sua vita avevano lasciato dietro di sé un’analoga sensazione.
Fece cenno a un fattorino e gli consegnò il suo scritto. Erano circa le quattro del pomeriggio ed egli decise di far lentamente la strada a piedi. La giornata primaverile d’autunno gli dava un senso di beatitudine. L’aria era come un lievito. I visi dei passanti erano come spuma galleggiante sull’acqua. Dopo un monotono lavorio dei suoi pensieri
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negli ultimi giorni gli sembrava di essere uscito da una prigione e di giacere mollemente in un bagno. Si sforzò di prendere un’andatura cordiale e flessibile. In un corpo educato dagli esercizi ginnastici v’è una prontezza al movimento e alla lotta che oggi gli ripugnava come la faccia di un vecchio guitto piena di finte passioni mille volte rappresentate. Nello stesso modo la sete di verità aveva riempito il suo animo di moti e fermenti spirituali, l’aveva suddiviso in gruppi di pensieri manovranti gli uni contro gli altri, e, a voler esser severi, gli aveva dato l’espressione falsa e istrionica che tutto, persino la sincerità, assume nel momento in cui diventa abitudine. Così pensava Ulrich. Scorreva come un’onda con le onde sorelle, se così si può dire; e che cosa c’è di male, se un uomo stanco di lavorare in
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solitudine rientra nella comunità e sente la gioia di scorrere nella stessa direzione degli altri?
In un momento simile nulla è lontano come l’idea che la vita che essi conducono e che li conduce non significa gran che e non concerne intimamente gli uomini. Eppure ogni uomo finché è giovane ne è conscio. Ulrich ricordava che cosa erano state per lui certe giornate simili, in quelle stesse strade, dieci o quindici anni prima. Allora tutto era due volte più bello, e tuttavia c’era in quel bollente desiderio il tormentoso presagio della prossima prigionia; una sensazione inquietante: tutto ciò che io credo di raggiungere mi raggiunge; il sospetto torturante che a questo mondo le manifestazioni insincere, sbadate e trascurabili hanno maggior risonanza di quelle intrinseche
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e personali. “Questa bellezza? – si pensa, – sì, va bene, ma è poi la mia? Questa verità che sto scoprendo, è davvero la mia verità? Gli scopi, le voci, la realtà, tutte queste cose seducenti che allettano e guidano, che noi seguiamo, in cui ci buttiamo, sono la vera verità, o invece non se ne coglie che un soffio inafferrabile, posatosi sulla realtà?”
Ciò che la differenza sa fiutare e sentire, sono le preordinate forme e suddivisioni della vita, la sua identità già prefigurata da generazioni, l’idioma fatto e finito non solo della lingua ma anche delle impressioni e dei sentimenti. Ulrich s’era fermato davanti a una chiesa. Dio del cielo, se lì all’ombra fosse seduta una matrona colossale con una gran pancia cascante a gradini, la schiena addossata ai muri delle case, e sopra, sulle
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mille rughe, su pustolette e verruche il sole del tramonto che le splende in faccia: non avrebbe potuto trovare ch’era altrettanto bello? O cielo, com’era bello, davvero! Non vogliamo affatto sottrarci al dovere di ammirare ciò che ci è stato imposto nel venire al mondo; ma, ripetiamo, non sarebbe impossibile trovar belle le ampie forme tranquillamente cascanti e la filigrana di rughe di una veneranda matrona; però è più semplice dire che è vecchia. E questo passaggio dal trovar vecchio al trovar bello è quasi uguale al passaggio dalla mentalità dei giovani alla morale superiore degli adulti, che per molto tempo è un ridicolo soggetto d’insegnamento, finché a un tratto ci si accorge di possederla. Ulrich si fermò davanti alla chiesa solo pochi secondi, ma essi s’allargarono in profondità premendogli sul cuore con tutta
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la resistenza atavica che si sente istintivamente contro quel mondo pietrificato dal peso immane, contro quell’agghiacciante paesaggio lunare del sentimento, dove siamo posti senza nostro volere.
Forse per la maggior parte degli uomini è una comodità e un vantaggio trovare il mondo bell’e pronto, eccetto due o tre piccoli particolari personali; e non si può mettere in dubbio che la conservazione non è soltanto conservatrice, ma è anche il fondamento di tutti i progressi e di tutte le rivoluzioni, benché non si possa tacere il profondo, spettrale disagio che ne deriva a tutti coloro che vivono facendo fuoco della propria legna. Mentre contemplava con pieno consenso la bellezza architettonica del sacro edificio, Ulrich fu nettamente cosciente che era altrettanto facile
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mangiar carne umana, come costruire o lasciar sussistere simili monumenti. Le case accanto, la volta del cielo al di sopra, insomma un’armonia inesprimibile di tutte le linee e gli spazi che accoglievano e guidavano lo sguardo, l’aspetto e l’espressione della gente che passava di lì, i loro libri e la loro morale, gli alberi della strada… tutto ciò può essere a volte rigido come un paravento e duro come il punzone di una pressa, e così… non saprei dir altro che perfetto, così perfetto e rifinito, che io lì accanto non sono che inutile nebbia, un fiato, un respiro di cui Iddio non ha cura.
In quel momento Ulrich non chiedeva di meglio che essere un uomo senza qualità. Ma in genere per nessuno la cosa è molto diversa. Negli anni della maturità pochi uomini sanno, in fondo, come son giunti a se stessi, ai propri
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piaceri, alla propria concezione del mondo, alla propria moglie, al proprio carattere e mestiere e loro conseguenze, ma sentono di non poter più cambiare di molto. Si potrebbe sostenere persino che sono stati ingannati; infatti è impossibile scoprire una ragione sufficiente per cui tutto sia andato proprio così come è andato; avrebbe anche potuto andare diversamente; essi hanno influito pochissimo sugli avvenimenti, che per lo più sono dipesi da circostanze svariate, dall’umore, dalla vita, dalla morte di tutt’altri individui; e solo in quel dato momento si sono abbattuti su di loro. Quand’erano giovani la vita si stendeva loro dinanzi come un mattino senza fine, colmo di possibilità e di nulla, e già al meriggio ecco giungere all’improvviso qualcosa che pretende di essere ormai la loro vita; e tutto ciò è così
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sorprendente come vedersi davanti tutt’a un tratto una persona con la quale siamo stati vent’anni in corrispondenza, senza conoscerla, e ce la siamo immaginata completamente diversa.
Ancora più strano, però, che quasi nessuno se ne accorga; adottano la persona che è venuta a loro, la cui vita s’è incorporata alla loro vita, giudicano le sue vicende ed esperienze ormai come le espressioni delle loro qualità, e il suo destino diventa merito o disgrazia loro. Qualcosa ha agito nei loro confronti come la carta moschicida nei confronti d’una mosca; qui ha imprigionato un peluzzo, là ha bloccato un movimento, e a poco a poco li ha avviluppati, finché son sepolti in un involucro spesso che corrisponde solo vagamente alla loro forma originale. E non
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hanno più che un ricordo confuso della giovinezza, quando c’era in loro qualcosa come una forza opposta. Quest’altra forza tira e frulla, non vuol mai sostare e turbina in tentativi di fuga senza scopo; i sarcasmi della gioventù, la sua ribellione contro l’ordine, la sua tendenza a tutto ciò che è eroico, all’abnegazione e al delitto, la sua gravità ardente e la sua incostanza tutti questi non sono che tentativi di fuga. In fondo quei tentativi voglion dire soltanto che nulla di ciò che il giovane intraprende appare univoco e dettato da un’esigenza intima, anche se lo manifestano in modo da far credere che tutte le imprese in cui egli si getta siano assolutamente improrogabili e necessarie.
Qualcuno inventa un bel gesto nuovo, interiore o esteriore… come chiamarlo? Un
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gesto vitale? Una forma in cui il sentimento intimo fluisce come il gas in un pallone? Un’espressione della pressione interna? Una tecnica dell’essere? Può trattarsi di una nuova moda di baffi o di un pensiero nuovo. È un fatto teatrale ma come tutti i fatti teatrali ha naturalmente un senso, e tosto le anime giovani vi piomban sopra, come i passeri dai tetti quando si offre loro il mangime. Basta immaginarselo: quando fuori un mondo opprimente grava sulla lingua, sulle mani e sugli occhi, il gelido paesaggio lunare di terra, case, costumi, immagini e libri – e dentro non v’è altro che una nebbia mobile e fluttuante: quale felicità dev’essere se qualcuno vi mette davanti un’espressione in cui si crede di riconoscer se stessi. Non è naturalismo che l’uomo appassionato si impadronisca di questa
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nuova forma ancor prima degli uomini comuni? Essa gli dona il momento dell’essere, dell’equilibrio di tensione tra l’interno e l’esterno, tra l’esser schiacciato e il dissolversi.
Solo da questo dipende – pensò Ulrich, ed è ovvio che la cosa toccava personalmente anche lui; teneva le mani in tasca e aveva sul viso una felicità assorta e sonnolenta, come se nei turbinanti raggi del sole stesse dolcemente morendo assiderato – solo da questo dipende il fenomeno sempre ripetuto che si chiama nuova generazione, padre e figli, rivoluzione spirituale, cambiamento di stile, sviluppo, moda e rinnovamento. Ciò che di questa smania di rinnovar l’esistenza fa un moto perpetuo e semplicemente il guaio che tra il nostro io nebuloso e l’io dei predecessori, ormai consolidato in una forma estranea, s’inserisce
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un gruppo di anime che s’adatta più o meno. E a ben guardare, si può sempre scorgere nell’ultimo avvenire appena avverato il futuro tempo antico. Le idee moderne sono poi soltanto di trent’anni più vecchie, ma appagate e un po’ ingrossate o sciupate, così come accanto al viso sfavillante di una fanciulla si scorge quello spento della madre; oppure non hanno avuto successo, sono consunte e raggrinzite, ridotte a un progetto di riforma sostenuto da un vecchio matto che i suoi cinquanta ammiratori chiamano il grande Tal dei Tali.
Si fermò di nuovo, questa volta in una piazza, dove riconobbe alcune case, e ricordò le lotte, le polemiche, le vivaci manifestazioni che avevano accompagnato il loro sorgere. Pensò agli amici di gioventù; erano stati amici di
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gioventù, ch’egli li conoscesse personalmente o soltanto di nome, che avessero la sua età o fossero più vecchi, tutti i ribelli che volevano mettere al mondo cose e uomini nuovi, qui o in tutti gli altri luoghi dov’era vissuto. Adesso quelle case, come buone zie dai cappelli fuori moda, stavano lì nella luce pomeridiana che incominciava già a impallidire, tanto care e senza importanza, e niente affatto eccitanti. Movevano al sorriso. Ma coloro che avevan lasciato dietro di sé quei resti ormai senza pretesa, erano diventati intanto professori, celebrità e nomi, una parte notoria del notorio progresso; per un cammino più o meno lungo eran giunti dallo stato nebuloso allo stato solido, e perciò la storia, nella descrizione del loro secolo, dirà un giorno: “Notati fra i
presenti…”
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35. Il direttore Leo Fischel e il principio della causa insufficiente
IN quel momento Ulrich fu interrotto da un conoscente che lo fermò e attaccò discorso. Questo conoscente,
aprendo la sua borsa di documenti quel giorno stesso prima di uscir di casa, vi aveva trovato con sgradita sorpresa una circolare del conte Leinsdorf alla quale già da un pezzo aveva dimenticato di rispondere perché al suo sano senso pratico ripugnavano le iniziative patriottiche promosse in alto loco. “Quest’affare mi puzza”, aveva detto fra sé quando l’aveva
ricevuta; non era di certo il giudizio che ne
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avrebbe dato in pubblico, ma vedi com’è fatta la memoria umana, la sua gli aveva giocato un brutto tiro regolandosi secondo la prima reazione sentimentale privata e lasciando cadere negligentemente la cosa invece di aspettare una decisione ben ponderata. Ed ecco che egli riaprendo quella circolare vi trovò qualcosa che gli diede un gran fastidio, sebbene prima non ci avesse badato affatto; in fondo non era che un’espressione, due parolette che ricorrevano parecchie volte nell’epistola, ma quelle due parole eran costate all’imponente signore, con la sua borsa in mano, parecchi minuti di perplessità prima di infilar l’uscio, e sonavano: il vero (o la vera).
Il direttore Fischel (era questo il suo nome, Leo Fischel, direttore della Lloyd-Bank, cioè per esser precisi, procuratore col titolo di direttore)
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Ulrich, più giovane, poteva dirsi suo buon amico da anni, e nell’ultimo soggiorno a Vienna aveva stretto amicizia anche con la di lui figlia, Gerda, ma dopo il definitivo ritorno l’aveva visitata una sola volta – il direttore Fischel conosceva Sua Signoria come un uomo che faceva lavorare il proprio denaro e manteneva il passo coi metodi moderni, sicché lo “valutava” – come si disse in linguaggio commerciale, riandando le registrazioni della propria memoria uomo di grande importanza, poiché la Lloyd-Bank era uno degli istituti ai quali il conte Leinsdorf faceva eseguire le sue operazioni di Borsa. Leo Fischel era dunque costernato dell’indifferenza con cui aveva accolto il patetico invito rivolto da Sua Signoria a un’eletta schiera di uomini, affinché si tenessero pronti per una grande opera
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concorde. Veramente lui era stato incluso nella schiera solo per circostanze particolari che saranno spiegate in seguito, ma insomma quest’era la ragione per cui, appena visto Ulrich, gli si precipitò incontro; aveva sentito dire che Ulrich era nel movimento e per di più vi occupava “un posto di preminenza” – una di quelle incomprensibili ma non rare diffusioni di voci che colpiscon nel giusto ancor prima che sia giusto – e gli puntò al petto come una pistola le tre domande: che cosa s’intende per “il vero amor di patria”, “il vero progresso”, “la vera Austria”? Ulrich, svegliato di soprassalto dalla sua fantasticheria e tuttavia continuandola, rispose nel tono che usava sempre con Fischel:
- Il PDCI.
- Il…? – Leo Fischel ripeté compitando,
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senza pensare questa volta a uno scherzo, perché tali abbreviazioni, pur non essendo allora frequenti come oggi, eran già familiari grazie ai cartelli e alle leghe, e ispiravano fiducia. Ma poi soggiunse:
- Per favore, non faccia dello spirito; ho fretta, devo correre a una seduta!
- Il principio della causa insufficiente! – spiegò Ulrich. – Lei si diletta di filosofia e saprà che cosa s’intende per principio della causa sufficiente. Solo per se stesso l’uomo fa un’eccezione; nella nostra vita reale, cioè personale, e nella nostra vita pubblico-storica succede sempre quello che in fondo non ha una causa ragionevole.
Leo Fischel non sapeva se ribattere o no; il direttore della Lloyd-Bank amava filosofare, – si trovano ancora tipi del genere fra i
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professionisti, - ma aveva fretta sul serio;
perciò disse:
- Lei non mi vuol capire. So che cos’è il progresso, so che cos’è l’Austria, e probabilmente so anche che cos’è il patriottismo. Ma forse non riesco a capire esattamente che cosa siano il vero patriottismo, la vera Austria e il vero progresso. Questo le chiedo!
- Va bene; sa che cos’è un enzima o un catalizzatore? – Leo Fischel si limitò a fare un gesto elusivo.
- Né l’uno né l’altro cooperano materialmente, ma mettono in moto il processo. La storia le avrà insegnato che la vera fede, la vera morale e la vera filosofia non son mai esistite; tuttavia le guerre, le infamie e gli odî che si sono scatenati in loro nome hanno
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fruttuosamente trasformato il mondo.
- Un’altra volta! – protestò Fischel, e cercò di fare l’ingenuo. – Senta, m’interessa soltanto per via della Borsa, perciò vorrei proprio sapere le intenzioni del conte Leinsdorf; a che cosa mira con l’aggettivo “vero”?
- Le giuro, – replicò Ulrich gravemente, – che né io né nessun altro sappiamo che cosa voglia dire la vera o il vero; ma le posso assicurare che presto saranno tradotti in realtà.
- Lei è un cinico! – dichiarò il direttore Fischel e scappò via, ma fatti due passi si voltò e si corresse:
- Lo dicevo a Gerda l’altro giorno che lei sarebbe stato un diplomatico di prim’ordine. Spero che verrà presto a trovarci.
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36. Grazie al summentovato principio l’Azione Parallela ha un’esistenza tangibile prima che si sappia che cos’è
IL direttore Leo Fischel della Lloyd- Bank credeva nel progresso, come tutti i direttori di banca prima della
guerra. Esperto del suo ramo, sapeva naturalmente che solo nel campo che si conosce a menadito è possibile avere una convinzione sulla quale si è pronti a puntare forte; il mostruoso allargamento delle attività umane non permette di formarsela altrove. Perciò la gente capace e alacre non ha eccetto
nel campo di sua competenza nessun
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convincimento che non sia pronta a sacrificare alla prima pressione; si potrebbe dire senz’altro che la coscienza obbliga quelle persone ad agire oppostamente a quel che pensano. Per esempio, le espressioni “vero patriottismo” e “vera Austria” al direttore Fischel non dicevano proprio nulla, del vero progresso invece aveva un’opinione personale, che non era certamente quella del conte Leinsdorf; logorato da polizze e cambiali e tutto il resto che aveva sotto di sé, una volta alla settimana una poltrona all’opera per tutta ricreazione, egli credeva nel progresso generale, che in qualche modo doveva somigliare al progressivo sviluppo della sua banca. Ma quando il conte Leinsdorf asserì di saperla più lunga anche su questo punto e incominciò ad agire sulla coscienza di Leo Fischel, questi sentì che “non si può mai
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sapere” (fuorché per cambiali e polizze) e poiché appunto non si sa, ma d’altra parte non si vorrebbe sbagliare, si prefisse di chiedere incidentalmente al suo direttore generale che cosa pensasse della faccenda.
Quando lo fece, il direttore generale aveva già parlato della cosa, per motivi assai simili, col governatore della Banca di Stato, ed era informatissimo. Perché non soltanto il direttore generale della Lloyd-Bank, ma, naturalmente anche il governatore della Banca di Stato aveva ricevuto l’invito del conte Leinsdorf, e Leo Fischel, che era soltanto direttore di una filiale, doveva il suo alle relazioni di famiglia della sua consorte, che apparteneva all’alta burocrazia e non lo dimenticava mai, né nei rapporti mondani né nei litigi domestici. Perciò Leo, parlando dell’Azione Parallela col suo
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superiore, s’accontentò di accennare col capo significativamente, il che voleva dire “una cosa grande” ma avrebbe anche potuto voler dire “una cosa sospetta”; male non ne poteva fare, ma, per via di sua moglie, Fischel si sarebbe divertito di più se la cosa si fosse rivelata una sciocchezza.
Per il momento però il governatore von Meier-Ballot, interrogato dal direttore generale, si dichiarò molto favorevolmente impressionato. Quando lesse l’“iniziativa” del conte Leinsdorf, andò allo specchio – cosa abbastanza naturale, sebbene non necessaria – e contemplò, al di sopra del frac con decorazioni, la faccia come si deve di un ministro borghese, in cui della durezza del denaro c’era appena una traccia in fondo agli occhi; le sue dita penzolavano dalle mani come bandiere quando non c’è vento, e
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mai si sarebbe detto che avessero compiuto in vita loro i febbrili movimenti di un apprendista contabile. Quel grande finanziere superselezionato, che non aveva quasi più nulla da fare con la canea selvaggia e affamata dei giochi di Borsa, vedeva davanti a sé possibilità vaghe ma piacevolmente temperate, e la sera stessa ebbe occasione di confermarsi in quell’idea, conversando al Club degli Industriali con gli ex ministri von Holtzkopf e barone Wisnieczky.
Questi due signori erano uomini distinti, informati e discreti, con alte cariche date loro per toglierseli dai piedi, quando del breve gabinetto di transizione fra due crisi politiche, di cui avevano fatto parte, non c’era più stato bisogno; gente che aveva passato la vita al servizio dello stato e della corona, senza farsi
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avanti a meno che il loro Augusto Sovrano non lo comandasse. Avevano inteso dire che la grande Azione sarebbe stata fornita di una piccola punta rivolta contro la Germania. Erano convinti, prima e dopo il fallimento del loro ministero, che i deplorevoli fenomeni per cui la vita politica della doppia monarchia era diventata un focolaio d’infezione per l’Europa fossero estremamente complessi. Ma, così come si erano sentiti in dovere di considerar risolvibili tali difficoltà, quando ne avevano ricevuto l’ordine, non volevano adesso escludere che, con i mezzi suggeriti dal conte Leinsdorf, si potesse ottenere qualcosa; particolarmente riconoscevano che una “colonna militare” una “splendida manifestazione di vita” una “possente affermazione verso l’estero, che raddrizzerà la
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situazione anche all’interno” erano desideri così giustamente formulati dal conte Leinsdorf che era impossibile non aderirvi, come a dire: “Alzi la mano chi vuole il bene!”
Tuttavia non è escluso che Holtzkopf e Wisnieczky – uomini competenti ed esperti dei pubblici affari avessero avuto qualche esitazione, tanto più che potevan supporre di essere chiamati a sostenere una parte nell’ulteriore sviluppo di quell’Azione. Ma è facile per gli uomini del piano terreno prendere un atteggiamento critico e respingere quel che non approvano; quando invece la navicella della vita naviga a tremila metri d’altezza, non si può scendere senz’altro anche se non si è d’accordo in tutto. E poiché in tali ambienti si è davvero leali, e, diversamente dalla suddetta folla borghese, non si ama agire in contrasto
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con il proprio pensiero, occorre in molti casi accontentarsi di non pensar troppo. Il governatore von Meier-Ballot fu quindi ancora rafforzato nella sua buona impressione dalle delucidazioni dei due signori; e quantunque per natura e per mestiere fosse incline a una certa cautela, quello che udì bastò a convincerlo che si trattava di una faccenda ai cui prossimi sviluppi era bene esser presenti, pur con qualche riserva.
Intanto però l’Azione Parallela per dir la verità non esisteva ancora, e nemmeno il conte Leinsdorf sapeva in che cosa sarebbe consistita. L’unica cosa precisa che aveva escogitato fino a quel momento era una lista di nomi.
Ma non era poco. Perché fin da allora, senza che nessuno ne avesse la reale impressione,
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esisteva già una rete di disponibilità che allacciava un grande insieme; e questo è senz’altro il sistema giusto. Giacché prima si dovettero inventare il coltello e la forchetta, e poi l’umanità imparò a mangiare correttamente; così spiegava il conte Leinsdorf.
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37. Un pubblicista inventando “l’anno austriaco” procura gravi fastidi al conte Leinsdorf; Sua Signoria vuole Ulrich a tutti i costi
IL conte Leinsdorf aveva mandato in ogni direzione quegli inviti che dovevano “sollecitare il pensiero”, ma
forse non avrebbe avuto così buon successo se un autorevole pubblicista che aveva fiutato qualcosa nell’aria non si fosse affrettato a stampare sul suo giornale due grandi articoli in cui esponeva come proprio suggerimento quell’iniziativa di cui sospettava la formazione.
Non sapeva gran che, come l’avrebbe saputo? -
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ma nessuno se ne accorse, anzi, fu proprio quell’ignoranza che gli ispirò parole d’effetto irresistibile. Fu lui l’inventore dell’espressione “l’anno austriaco” intorno a cui scrisse le sue colonne senza sapere che cosa intendesse dire, ma con frasi sempre nuove, così che quelle parole si intrecciarono come un sogno con altre parole e si misero in moto e suscitarono un entusiasmo prodigioso. Sulle prime il conte Leinsdorf inorridì, ma a torto. La frase “l’anno austriaco” rivela che cos’è il genio giornalistico, perché l’istinto giusto aveva coniato quell’espressione. Essa faceva vibrare corde che alle parole “il secolo austriaco” sarebbero rimaste mute, mentre l’esortazione a collaborarvi sarebbe apparsa alle persone di buon senso un’idea da non prendere sul serio. Perché sia così è assai difficile dire. Forse una
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certa immaginosità e imprecisione, che distrae più che mai il pensiero dalla realtà, dava ali non soltanto al sentimento del conte Leinsdorf. L’imprecisione infatti ha il potere di elevare e di ingrandire.
A quanto pare, il brav’uomo pratico e realista non ama affatto la realtà e non la prende sul serio. Da bambino si caccia sotto il tavolo, quando i genitori non sono in casa, per dare alla stanza con quel trucco semplice e geniale un’atmosfera avventurosa; da ragazzo si strugge di possedere un orologio d’oro; da giovanotto con orologio d’oro sogna una donna assortita all’orologio; da adulto con orologio e donna sogna una posizione elevata; e quando è felicemente venuto a capo di questo piccolo cerchio di desideri e vi oscilla dentro tranquillo come un pendolo, si direbbe che la sua riserva
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di sogni inappagati non sia diminuita per niente. Infatti quando vuole uscire dalla realtà quotidiana, adopera una similitudine. Siccome la neve qualche volta lo infastidisce, la paragona a candidi seni femminili, e appena i seni di sua moglie incominciano ad annoiarlo li paragona a candida neve; sarebbe spaventatissimo se i capezzoli le si trasformassero a un tratto in becchi di colombe o in coralli incastonati, ma la similitudine poetica lo inuzzolisce. È capace di mutare ogni cosa in qualunque altra cosa – la neve in epidermide, l’epidermide in fiori di mandorlo, i fiori di mandorlo in zucchero, lo zucchero in cipria e la cipria daccapo in neve – perché l’unica sua preoccupazione è di trasformare una cosa in un’altra cosa che non è, e questo dimostra che egli non può resistere a lungo in
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nessun luogo dove si trova. Soprattutto poi nessun vero cacanese riusciva a starsene per un pezzo col cuore in Cacania. Se gli avessero mai imposto un “secolo austriaco” gli sarebbe sembrato un castigo infernale a cui gli chiedessero di sottomettere sé e il mondo con un ridicolo sforzo volontario. Tutt’altra cosa invece era un “anno austriaco” Questo voleva dire: dimostriamo una buona volta di che cosa siamo capaci; ma, per così dire, con facoltà di revoca, e al massimo per un anno. Se ne poteva avere l’idea che si voleva, tanto non era per l’eternità, e andava al cuore, non si sapeva come. L’amor di patria diventava una cosa viva.
Così avvenne che il conte Leinsdorf riportò un successo inaspettato. Anche lui in principio aveva concepito la sua idea come una similitudine poetica, ma in più gli era venuta in
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mente una serie di nomi, e la sua indole morale aspirava a uscire dall’inconsistenza; aveva la netta convinzione che bisogna guidare la fantasia del popolo, ossia del pubblico, come disse a un giornalista che gli era devoto, verso una meta chiara, ragionevole, sana e collimante con le autentiche mete dell’umanità e della patria. Questo giornalista, spronato dal successo del collega, prese subito nota; e avendo sul predecessore il vantaggio dell’informazione diretta, era perfettamente nella tecnica del suo mestiere che egli proclamasse in caratteri cubitali “Notizie da fonti autorevoli”; e questo appunto il conte Leinsdorf s’aspettava da lui, perché Sua Signoria ci teneva a non essere un ideologo ma un seguace sperimentato della Realpolitik, e voleva che fosse tirata una sottile linea di
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demarcazione fra l’anno austriaco di una sagace mente giornalistica e quello dei prudenti circoli responsabili.
A tale scopo adottò la tecnica bismarchiana, che di solito non amava prendere a modello, di mettere le vere intenzioni in bocca ai giornalisti, per poterle riconoscere oppure negare, secondo le esigenze del momento.
Ma mentre agiva con tanta cautela, non aveva pensato una cosa. Infatti non esclusivamente un uomo come lui vedeva la verità, la cosa di cui abbiamo bisogno, ma innumerevoli altri si credono capaci di tanto. Quest’illusione si potrebbe addirittura definire una forma solidificata dello stato descritto innanzi, in cui si usano ancora metafore. In un certo momento se ne perde la voglia, e molti degli uomini in cui rimane una scorta di sogni
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definitivamente insoddisfatti si creano un punto fisso su cui appiccan lo sguardo, come se di lì dovesse aver principio un mondo che resta loro dovuto.
Poco tempo dopo che i giornali ebbero diffuso le informazioni avute da lui, Sua Signoria credette già di osservare che in ogni individuo senza denaro vive, in compenso, un settario poco simpatico. Questo pervicace uomo nell’uomo va alla mattina in ufficio e non potendo protestare efficacemente contro l’andamento del mondo, si contenta di non staccar più lo sguardo da un punto segreto di cui nessuno vuole accorgersi, sebbene sia chiaro che di lì ha origine tutta l’infelicità umana che non ha ancora trovato il suo salvatore. Tali punti fissi, in cui il centro d’equilibrio di una persona coincide con il
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centro d’equilibrio del mondo, possono essere ad esempio una sputacchiera con un coperchio facile a scattare, o l’abolizione delle saliere nei ristoranti per evitare che prendendo il sale col coltello si diffonda il flagello della tubercolosi, o l’adozione di un nuovo sistema di stenografia che con l’impareggiabile risparmio di tempo risolve su due piedi anche la questione sociale, oppure la conversione a un regime di vita conforme alla natura per reprimere la barbarie imperante, o magari una teoria metapsichica dei movimenti celesti, la semplificazione dell’apparato amministrativo e la riforma della vita sessuale. Se le circostanze gli sono propizie l’uomo s’aggiusta scrivendo un bel giorno sul suo punto fisso un libro o un opuscolo o almeno un articolo di giornale, e cioè inserendo a verbale la sua protesta negli atti dell’umanità,
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il che è un gran sedativo, anche se nessuno lo legge; di solito però attira due o tre lettori, i quali assicurano all’autore che egli è un nuovo Copernico, dopo di che gli si presentano come dei Newton incompresi. Quest’uso di cercarsi reciprocamente i punti fissi tra il pelo è molto benefico e diffuso, ma il suo effetto non è durevole; perché dopo un po’ i sodali si bisticciano e rimangono di nuovo soli come prima; ma può anche succedere che qualcuno raccolga intorno a sé un piccolo cerchio di ammiratori, i quali con forze riunite accusano il cielo che non dà sufficiente appoggio a quel figlio consacrato. E se da altezze incommensurabili cade a un tratto su quegli agglomerati di punti fissi un raggio di speranza
- come accadde quando il conte Leinsdorf fece annunziare pubblicamente che l’anno
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austriaco, se doveva esserci, il che non era ancora detto, avrebbe però dovuto essere in armonia con i veri scopi dell’esistenza – essi lo accolgono come i santi a cui il Signore invia un’apparizione.
Il conte Leinsdorf aveva stabilito che la sua opera doveva essere una poderosa manifestazione sorta in seno al popolo. Perciò aveva pensato all’Università, al clero, ad alcuni nomi che non mancano mai nelle cronache dei trattenimenti benefici, e persino alla stampa; contava sui partiti patriottici, sulla “sanità morale” della borghesia che espone le bandiere nel giorno genetliaco dell’imperatore, e sull’aiuto dell’alta finanza; e anche sulla politica, perché sperava segretamente che il suo grandioso Movimento l’avrebbe resa inutile riportandola al comune denominatore “suolo
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paterno”, che più tardi egli progettava di divedere ancora per “suolo”, per ottenere come unico risultato il “paterno” monarca; ma Sua Signoria non aveva pensato a tutto, e fu sorpreso dal diffuso bisogno di riformare il mondo, che cova nel calore di una grande occasione come uova d’insetti in un incendio. Questo, Sua Signoria non l’aveva previsto; s’era aspettato molto patriottismo; ma non era preparato a invenzioni, teorie, ordinamenti mondiali e gente che invocava da lui la liberazione dalle carceri spirituali. Costoro assediavano il suo palazzo, esaltavano l’Azione Parallela come un’occasione di far trionfare infine la verità, e il conte Leinsdorf non sapeva che cosa fare di loro. Consapevole della sua posizione sociale non poteva certo sedersi a un tavolo con tutta quella gente, ma come spirito
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pieno di attiva moralità non poteva nemmeno mandarli a quel paese, e poiché la sua cultura era politica e filosofica, ma per nulla scientifica né tecnica, non riusciva proprio a raccapezzare se in quelle proposte c’era qualcosa di sensato oppure no.
Così stando le cose egli desiderava sempre più intensamente la collaborazione di Ulrich, da tutti decantato come l’uomo che faceva al caso suo, giacché il suo segretario, e d’altronde qualunque comune segretario, non poteva essere pari ad un simile ufficio. Una volta, dopo essere andato in collera col suo impiegato, arrivò fino a pregare Iddio – e il giorno dopo se ne vergognò moltissimo – perché Ulrich si risolvesse finalmente a venire da lui. E poiché questo non accadde, Sua Signoria si mise sistematicamente a cercarlo. Fece guardare
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nella guida, ma il nome di Ulrich non c’era. Allora si recò dalla sua amica Diotima, che sapeva sempre dove rivolgersi, e infatti quella donna ammirevole aveva già visto Ulrich, ma s’era dimenticata di farsi dare l’indirizzo, oppure così finse; in realtà voleva profittare dell’occasione per proporre a Sua Signoria come segretario della grande Azione un nuovo e molto migliore individuo. Ma il conte Leinsdorf era agitatissimo e dichiarò recisamente che si era già abituato a Ulrich e che un prussiano non gli serviva, neanche un prussiano riformato, e che non voleva saperne di altre complicazioni. Trasecolò perché l’amica se ne dimostrava offesa, e questo gli ispirò un’idea originale: dichiarò che andava diritto dal suo amico, il capo della polizia, il quale doveva ben essere capace di scovare l’indirizzo di qualsiasi
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cittadino.
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38. Clarisse e i suoi demoni
QUANDO giunse il biglietto di Ulrich, Walter e Clarisse stavano di nuovo
sonando il piano con tanta
violenza che i mobili d’arte ballavano sulle gambe sottili, e le stampe di Dante Gabriele Rossetti tremavano alle pareti. Il vecchio fattorino, che aveva trovato tutte le porte aperte, fu investito da lampi e fulmini quando penetrò nel salotto, e il sacro frastuono in mezzo al quale era capitato lo schiaffò riverente contro il muro. Fu Clarisse che, scaricata in due accordi potenti l’incalzante eccitazione musicale, lo liberò. Mentre ella leggeva la
lettera, l’effusione interrotta zampillò ancora
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dalle mani di Walter; una melodia corse saltellando come una cicogna, poi allargò le ali. Clarisse lo sorvegliava con diffidenza mentre decifrava lo scritto di Ulrich.
Quando la moglie gli annunziò la visita dell’amico, Walter disse:
- Peccato!
Ella riprese il suo posto vicino a lui sul piccolo sgabello girevole, e un sorriso che per qualche ragione a Walter parve crudele le increspò le labbra dandole un’espressione sensuale. Era l’attimo in cui i sonatori trattengono il sangue per poterlo lanciare allo stesso ritmo, e gli assali degli occhi sporgono dalle teste come quattro lunghi steli, mentr’essi col sedere s’aggrappano convulsi al seggiolino che oscilla eternamente in cima al lungo collo
della vite di legno.
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Un istante dopo, Clarisse e Walter ripartirono come due locomotive lanciate fianco a fianco. Il pezzo che sonavano volava loro incontro come rotaie lampeggianti, spariva nella macchina rombante e restava alle loro spalle, paesaggio sonoro meravigliosamente presente. Durante la corsa vertiginosa i sensi delle due creature erano compressi in una cosa sola; udito, sangue, muscoli travolti senza volontà da un’uguale vicenda; pareti di suoni, luminose, sinuose, costringevano i loro corpi in uno stesso binario, li incurvavano insieme, allargavano e stringevano il petto in un unico respiro. Simultanei fino alla frazione di secondo, serenità e mestizia, collera e paura, amore e odio, desiderio e stanchezza percorrevano Walter e Clarisse. Era un’unione come quella di un grande spavento, quando
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centinaia di uomini, che poco innanzi eran diversi in tutto, compiono gli stessi remiganti movimenti di fuga, emettono le stesse grida insensate, spalancano nello stesso modo gli occhi e la bocca, vengon trascinati avanti o indietro tutti insieme da una forza senza scopo, urlano, guizzano, s’aggrovigliano e tremano.
Ma non era la forza sorda e strapotente che è nella vita, dove un fenomeno non accade tanto facilmente, in cambio però annienta inesorabilmente ogni personalità. L’ira, l’amore, la gioia, la giocondità e la tristezza che Clarisse e Walter gustavano a volo non erano sentimenti pieni, ma solo poco più che il ricettacolo corporeo, eccitato fino al delirio, di quei sentimenti. Sedevano rigidi e rapiti sui loro sgabelli, eran con nulla e di nulla e per nulla, o ciascuno con, di e per qualcosa di diverso
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adirati, innamorati e mesti; pensavano un pensiero differente e intendevano ciascuno il suo; l’imperativo della musica li univa in altissima passione e nello stesso tempo li lasciava in una specie d’assenza come nel sonno forzato dell’ipnosi.
Ognuno dei due sentiva a suo modo. Walter era felice ed eccitato. Come la maggior parte degli amatori di musica, credeva che quel tempestoso ondeggiare e quei moti intimi simili a sentimenti – cioè il fondo corporeo dell’anima, smosso e intorbidato – fossero il semplice linguaggio dell’Eterno che unisce tutti gli uomini. Era felice di stringere a sé Clarisse col braccio gagliardo del sentimento primigenio. Quel giorno era tornato a casa dall’ufficio più presto del solito. Aveva passato la giornata a catalogare opere d’arte che portavano ancora
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l’impronta di grandi epoche intatte ed emanavano una misteriosa forza di volontà. Clarisse l’aveva accolto con grazia e adesso era strettamente legata a lui nel prodigioso mondo della musica. Tutto, quel giorno, portava in sé un’arcana fortuna, una silenziosa marcia trionfale, come quando gli dei sono in cammino. “Forse è questo il giorno?” pensava Walter. Non voleva ricondurre a sé Clarisse con la violenza; in lei stessa doveva nascere la resipiscenza e piegarla dolcemente verso di lui.
Il pianoforte martellava lucenti teste di note in una parte d’aria. Sebbene il procedimento fosse all’origine assolutamente reale, i muri della stanza scomparvero, e al loro posto fluirono i panneggi d’oro della musica, lo spazio arcano in cui l’io e il mondo, la percezione e la sensazione, il dentro e il fuori si confondono
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turbinosamente l’uno con l’altro mentre esso stesso è fatto esclusivamente di sensibilità, precisione, esattezza, una vera gerarchia della gloria di ordinati particolari. A quei particolari sensuali eran legati i fili del sentimento, tessuti dal vapore ondeggiante delle anime; e quel vapore si specchiava nella precisione delle pareti e appariva a se stesso chiaro e intelligibile. Come bozzoli di bachi da seta le anime dei due sposi penzolavano da quei fili e da quei raggi. Più s’infittivano i viluppi le irradiazioni, e più Walter si sentiva beato, e i suoi sogni prendevano talmente l’aspetto di un bimbo in fasce ch’egli incominciò a sbagliar le note e a sonar sdolcinato.
Ma prima che ciò avvenisse e una scintilla di sentimentalismo triviale rompesse la nebbia dorata ristabilendo fra i due le comuni relazioni
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terrene, i pensieri di Clarisse eran già di una specie così diversa da quelli di lui, come può accadere soltanto a due esseri lanciati a corsa pazza con gesti gemelli di estasi e disperazione. Fra le nebbie fluttuanti emergevano immagini, si confondevano, si sovrapponevano, svanivano; questo era il pensiero di Clarisse; ella aveva un modo tutto suo di pensare; sovente v’erano in scena parecchi pensieri intrecciati, a volte nessuno, ma si sentivano i pensieri, come demoni, ritti dietro le quinte, e la successione temporale degli avvenimenti, che dà alle altre creature umane un valido sostegno, in Clarisse diventava un velo che ora infittiva le sue pieghe ora si dissolveva in un soffio appena visibile.
Tre persone stavano questa volta intorno a
Clarisse: Walter, Ulrich e Moosbrugger,
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l’assassino.
Di Moosbrugger Ulrich le aveva parlato a lungo.
Ripugnanza e attrazione la irretivano in una strana magia.
Clarisse mordicchiava la radice dell’amore. Essa è contraddittoria, ha baci e morsi, sguardi che s’agganciano e occhi che all’ultimo minuto si volgon via annoiati. “Il buon accordo trascina all’odio? – ella si chiedeva. – La vita decorosa anela alla volgarità? Il pacifico ha bisogno del brutale? L’ordine esige di essere sconvolto?” Era questo, e non era, quel che Moosbrugger le suggeriva. Nel rombo della musica, un incendio universale era sospeso intorno a lei, un incendio non ancora scoppiato, che consumava nascostamente le travature. Ma era come in una similitudine, dove i due termini sono gli
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stessi eppure sono anche profondamente diversi, e dalla differenza dell’uguaglianza come dall’uguaglianza della differenza si levano due colonne di fumo, col profumo fiabesco di mele arrostite e di rami d’abete gettati nel fuoco.
“Non bisognerebbe mai smettere di sonare”, disse Clarisse fra sé e voltando in fretta il quaderno di musica ricominciò il pezzo da capo. Walter sorrise imbarazzato e la seguì.
- Che cosa fa precisamente Ulrich con la sua matematica? – ella domandò.
Walter alzò le spalle seguitando a sonare, come se guidasse un’auto da corsa.
“Bisognerebbe sonare e sonare, sempre, eternamente, – pensò Clarisse. – Se si potesse andare avanti senza interrompersi fino al termine della vita, che cosa sarebbe allora Moosbrugger? Un mostro? Un pazzo? Un
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uccello nero del cielo?” Non lo sapeva.
E non sapeva niente, del resto. Un giorno – avrebbe potuto dire che giorno – s’era destata dal sonno dell’infanzia e aveva trovato lì bell’e fatta la convinzione che lei era chiamata a compier qualcosa, a recitare una parte speciale, forse sarebbe stata addirittura investita da una grande missione. Allora non sapeva ancora nulla del mondo e non credeva a ciò che gliene raccontavano i genitori, il fratello maggiore; erano parole sonanti, tutto bello e buono, ma lei non poteva far suo ciò che dicevano; non poteva assolutamente, come una sostanza chimica non ne può assorbire un’altra che non le si addice.
Poi comparve Walter, e quello fu il giorno; da allora in poi tutto le si “addisse” Walter portava i baffi a spazzola; diceva “signorina”;
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all’improvviso il mondo non era più una superficie deserta, rotta, irregolare, ma un cerchio di luce, Walter ne era un centro, lei un altro centro, due centri che coincidevano. Terra, case, foglie cadute e non spazzate via, tormentose linee aeree (ella ricordava come uno dei più affliggenti episodi della sua infanzia il giorno in cui era stata col padre in un luogo “panoramico” e lui, il pittore, se n’era lungamente beato, mentre a lei guardare il mondo lungo quelle interminabili linee aeree faceva male, come se dovesse passare il dito sullo spigolo di un righello): di queste cose era fatta, prima, la vita, e ora, a un tratto, tutto diventava suo, come carne della sua carne.
Ormai era certa che avrebbe compiuto opere titaniche; quali, non avrebbe ancora saputo dire, ma intanto era soprattutto la musica che
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le dava quelle sensazioni, e a quel tempo sperava che Walter sarebbe stato un genio ancor più grande di Nietzsche; per non parlare di Ulrich, che era comparso più tardi e le aveva soltanto donato, di Nietzsche, le opere complete.
Da allora era soltanto un continuo progresso, indicibilmente veloce. Come sonava male il pianoforte, una volta, come capiva poco di musica! e ora sonava meglio di Walter. E quanti libri aveva letto! Di dove eran venuti? Se li vedeva davanti come uccelli neri che svolazzavano intorno a una fanciulla ferma tra la neve. Ma dopo un po’ vide una parete nera con macchie bianche; nero era tutto ciò che non conosceva, e sebbene il bianco si andasse allargando in isole più o meno grandi, il nero continuava a restare immenso come prima. E
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diffondeva paura e inquietudine. “Che sia il diavolo? – ella pensò. – Forse il diavolo è diventato Moosbrugger?” Fra le macchie bianche ella notò stretti sentieri grigi; così nella sua vita ella era passata di cosa in cosa; erano avvenimenti; arrivi, partenze, violente discussioni, conflitti coi genitori, il matrimonio, la casa, lotte inaudite con Walter. Gli stretti sentieri grigi serpeggiavano. “Serpi! – pensò Clarisse. – Lacci!”
Quegli avvenimenti l’avvinghiavano, la tenevan ferma, le impedivano di giungere dove voleva, erano viscidi e la obbligavano d’improvviso a mirare a un punto cui lei non tendeva.
Serpi, lacci, viscidume; così scorre la vita. E come la vita presero a scorrere i suoi pensieri. Intinse le punte delle dita nel torrente della
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musica. Nel letto del torrente cadevano le serpi e i lacci. S’apriva come una baia tranquilla il rifugio della prigione dove Moosbrugger era tenuto nascosto. I pensieri di Clarisse entrarono con un brivido nella sua cella. “Bisogna far musica sino alla fine!”, ella ripeteva tra sé per darsi coraggio; ma le tremava il cuore. Quando il palpito si calmò, tutta la cella fu piena di lei, del suo io. Era un sentimento lene come un balsamo su una ferita, ma quando lei volle afferrarlo per sempre esso si lacerò e si disperse come una favola o un sogno. Moosbrugger sedeva reggendosi il capo, e lei sciolse i suoi ceppi. Mentre ella moveva le dita, forza, coraggio, virtù, bontà, bellezza e ricchezza entrarono nella cella come un vento evocato dalle sue dita, che giunge da prati diversi. “Non importa sapere perché posso
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far questo, – intuiva Clarisse, – importa soltanto che io lo faccia!” Gli pose le mani, una parte del proprio corpo, sugli occhi, e quando le staccò, Moosbrugger era diventato un bellissimo giovane, e lei gli stava accanto, bellissima donna dal corpo morbido e dolce come un vino meridionale e niente affatto restio com’era di solito il corpo della piccola Clarisse. “È l’aspetto della nostra innocenza!”, ella riconobbe in uno strato profondo e pensante della sua coscienza.
Ma perché Walter non era così? Ella ricordò, salendo dalle profondità del sogno musicale, com’era ancora bambina a quindici anni quando già amava Walter, e voleva salvarlo col coraggio, la forza e la bontà da tutti i pericoli che minacciavano il suo genio. E che ebbrezza, quando Walter scorgeva dappertutto quei gravi pericoli spirituali! Si chiese se tutto ciò era
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stato soltanto puerile. Il matrimonio l’aveva irradiato di una luce molesta. Dalle nozze per ciò che concerneva l’amore era nata improvvisamente una grande perplessità. Certo anche gli ultimi tempi eran stati meravigliosi, forse più ricchi di contenuto, più pieni di grandi cose che i precedenti, ma l’incendio gigantesco divampante fino al cielo era scaduto a una fiammella di focolare che non vuol ardere bene. Clarisse non era sicura che le sue lotte con Walter fossero ancora grandi. E la vita scorreva come quella musica che fluiva via sotto le dita. Fra un attimo sarebbe finita! Un’angoscia senza scampo soverchiava a poco a poco Clarisse. E in quel momento s’accorse che le note di Walter divenivano incerte. I suoi sentimenti cadevano sulla tastiera schioccando come grosse gocce di pioggia. Ella indovinò
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subito a che cosa pensava: il bambino. Sapeva ch’egli la voleva legare a sé con un figlio. Era la loro lite di tutti i giorni. E la musica non si fermava, la musica non conosceva dinieghi. Come una rete che lei non aveva visto gettare e che veniva rapidissimamente serrata.
Bruscamente Clarisse saltò in piedi a metà d’una battuta e sbatté con tal forza il coperchio che Walter fece appena in tempo a salvare le dita.
Oh, come faceva male! Ancora spaventato egli capì tutto. Era la venuta di Ulrich che al solo annunzio turbava Clarisse fino a quel punto! Egli le nuoceva sommovendo in lei brutalmente quello che Walter stesso non osava toccare, la nefasta genialità di Clarisse, la caverna segreta dove qualcosa di fatale torceva le catene che un giorno avrebbero
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potuto spezzarsi.
Non si mosse e la guardò sconcertato.
E Clarisse non diede spiegazioni, stava lì e respirava affannosamente.
Non amava Ulrich, no affatto, affermò dopo che Walter ebbe parlato. Se l’avesse amato, l’avrebbe detto subito. Ma si sentiva accesa da lui come una lampada. Quando lui era vicino tornava a sentirsi più luminosa e preziosa. Walter invece voleva sempre soltanto chiudere gli scuri! E quello che lei sentiva non riguardava nessuno, né Ulrich né Walter.
Ma Walter, fra la stizza e il furore che spiravano dalle sue parole, credette di sentir l’aroma di un granello stupefacente e mortale, che furore non era.
Ormai era notte. La stanza era nera. Il piano era nero. Le ombre di due esseri che
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s’amavano erano nere. Gli occhi di Clarisse splendevano nel buio, accesi come lumi, e nella bocca di Walter contorta dal dolore lo smalto di un dente brillò come avorio. Anche se fuori nel mondo si svolgevano importantissime azioni di stato, e nonostante i fastidi e le contrarietà della vita, sembrava che quello fosse uno dei momenti per cui Dio ha creato la terra.
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39. Un uomo senza qualità è fatto di qualità senza l’uomo
A Ulrich quella sera non venne. Dopo che il direttore Fischel se ne fu andato in gran
fretta, egli s’immerse di nuovo nel problema della sua giovinezza: perché il mondo favorisce in modo così inquietante tutte le manifestazioni non intrinseche e, nel senso più alto, non autentiche? “Si fa sempre un passo avanti quando si dice una bugia, – pensò; – avrei dovuto dirgli anche questo.”
Ulrich era un uomo passionale, ma per
passione non si deve qui intendere le singole
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passioni. Doveva esserci stato qualcosa che sempre e sempre tornava a spingerlo verso di esse, e questo forse era passione, ma anche in stato di eccitazione e di azioni eccitate il suo contegno era allo stesso tempo appassionato e indifferente. Aveva fatto all’incirca tutte le esperienze che si posson fare e sentiva che anche adesso avrebbe potuto precipitarsi a ogni momento in qualche cosa di cui magari non gli importava nulla, purché stimolasse il suo bisogno d’attività. Con poca esagerazione poteva quindi dire che nella sua vita le cose s’erano svolte come se fossero piuttosto legate l’una all’altra che a lui. Ad A era sempre seguito B, che si trattasse di battaglie oppure d’amore. E così s’era anche dovuto convincere che le qualità in tal modo acquistate, più che con lui eran connesse fra loro, anzi ciascuna di
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esse, se esaminava bene se stesso, non aveva più strettamente da fare con lui che con altri individui che a lor volta le possedessero.
Senza dubbio però le qualità determinano l’uomo e lo compongono anche se egli non è identico ad esse, e quindi talvolta si appare estranei a se stessi tanto in stato di riposo quanto in fase di attività. Se Ulrich avesse dovuto dare di sé una definizione si sarebbe trovato in imbarazzo, perché, come molti altri, non aveva mai studiato se stesso che in rapporto a un problema e alla sua soluzione. La coscienza di sé non aveva sofferto danno, e nemmeno era viziata e frivola; le era ignoto quel bisogno di ripassare e lubrificare il motore che è chiamato introspezione. Era un uomo forte? Non lo sapeva; forse su quel punto era fatalmente in errore. Ma certo era sempre stato
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un uomo che fidava nella propria forza. Anche adesso non dubitava che la differenza fra l’attivo delle proprie esperienze e qualità e il loro rimanere estranee a lui fosse soltanto una diversità d’atteggiamento, in certo senso una volizione o la scelta di vivere a un punto determinato posto fra la generalità e la personalità.
In parole semplici, si può prendere di fronte alle cose che ci capitano o che noi facciamo un atteggiamento più generale o più personale. Di una percossa si può risentire oltre al dolore, anche l’offesa, e allora diventa insopportabile; ma si può anche accettare sportivamente, come un ostacolo che non ci deve né intimidire né mandare in bestia, e allora, nove volte su dieci, non ce ne accorgeremo neanche. In questo secondo caso il colpo ricevuto viene
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semplicemente incasellato in un complesso più vasto, quello cioè del combattimento, e la sua essenza è chiaramente subordinata al compito che deve svolgere. E questo fenomeno, che un’esperienza non riceve il suo significato, anzi il suo contenuto, se non dalla posizione in una catena di azioni conseguenti, si osserva in ogni uomo che non la consideri una vicenda puramente personale bensì una sfida alla sua forza spirituale. Anch’egli, allora, sentirà più debolmente le proprie azioni; ma, cosa strana, quello che nel pugilato si considera forza superiore dello spirito, quando sorge in uomini alieni dalla boxe per tendenza a una spirituale condotta di vita diventa freddezza e mancanza di sentimento. C’è tutto un assortimento di distinzioni per applicare ed esigere secondo i casi un atteggiamento personale oppure
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generale. Un assassino che procede obiettivamente, è accusato di brutalità aggravata; un professore che nelle braccia della sposa continua a inseguire i suoi calcoli, è tacciato di gelida aridità; un uomo politico che per ascendere calpesta mucchi di avversari annientati vien proclamato, secondo il successo, uno scellerato o un grand’uomo; ma da soldati, carnefici e chirurghi invece si esige l’irremovibile tenacia che negli altri è condannata. Non occorre soffermarsi più a lungo sulla morale di questi esempi per notare l’incertezza con la quale si stringe ogni volta il compromesso fra azione obiettivamente giusta e azione individualmente giusta.
Questa incertezza serviva d’ampio sfondo al problema personale di Ulrich. In altri tempi si poteva vivere da individuo con miglior
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coscienza che oggi. Gli uomini erano come calami di grano; Dio, il fuoco, la grandine, la pestilenza e la guerra li scuotevano forse con più violenza che adesso, ma tutti insieme, a città, a regioni, come campo; e quel tanto di movimento personale che restava in più a ogni singolo calamo era nettamente delimitato e se ne poteva assumere la responsabilità. Oggi invece la responsabilità ha il suo punto di gravità non più nell’uomo ma nella concatenazione delle cose. Non s’è notato come le esperienze si sian rese indipendenti dall’uomo? Sono andate sul teatro, nei libri, nelle relazioni di scavi e di viaggi, nelle comunità di fede e di religione, che coltivano certe varietà d’esperienze a spese delle altre come in un esperimento sociale; e se per caso le esperienze non si trovano nel lavoro, son
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semplicemente sospese nell’aria; chi può dire ormai, oggigiorno, che il suo sdegno è per davvero il suo sdegno, se tanta gente gli toglie la parola di bocca e la sa più lunga di lui? è sorto un mondo di qualità senza uomo, di esperienze senza colui che le vive, e si può quasi immaginare che nel caso limite l’uomo non potrà più vivere nessuna esperienza privata, e il peso amico della responsabilità personale finirà per dissolversi in un sistema di formule di possibili significati. Probabilmente la decomposizione del rapporto antropocentrico che per tanto tempo ha posto l’uomo come centro dell’universo, ma è in ribasso da secoli, è giunta finalmente all’Io, perché l’idea che l’importante dell’esperienza è il viverla, e dell’azione il farla, incomincia a sembrare un’ingenuità alla maggior parte degli uomini. Ci
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sono ancora persone che vivono molto personalmente; dicono “ieri siamo stati dal tale e dal tal’altro”, oppure “oggi facciamo questo e quest’altro” e ne son contenti, senza bisogno di altro significato e contenuto. Amano tutto ciò che toccano con le dita e sono tanto esclusivamente persone private quanto è possibile esserlo; appena ha da fare con loro, il mondo diventa un mondo privato e brilla come un arcobaleno. Forse sono molto felici; ma quella specie di gente appare già assurda, di solito, a tutti gli altri, sebbene non si capisca ancora bene il perché.
E a un tratto, davanti a queste perplessità, Ulrich dovette confessare sorridendo a se stesso, che era nonostante tutto un carattere, pur senza averne uno.
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40. Un uomo con tutte le qualità, ma gli son indifferenti. Un principe dello spirito è arrestato, e l’Azione Parallela acquista il suo segretario onorario
NON è difficile descrivere nei suoi tratti fondamentali il trentaduenne Ulrich,
quantunque lui, di sé, sappia soltanto che è equidistante da tutte le qualità, e che tutte, sue o non sue, gli sono stranamente indifferenti. Alla mobilità morale, che presuppone semplicemente una gran varietà di tendenze, s’accompagna in lui una certa aggressività. Egli ha un intelletto virile. Non è tenero per gli altri e si mette di rado nei loro panni, salvo che li
voglia studiare per i suoi scopi. Non rispetta i
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diritti se non rispetta colui che li possiede, e ciò avviene di rado. Col tempo infatti s’è sviluppata in lui una certa tendenza alla negazione, una duttile dialettica del sentimento che lo induce facilmente a scoprire una magagna in cose da tutti approvate, e inversamente a difendere cose proibite e a rifiutare i doveri con un’avversione che nasce dalla volontà di crearsi i propri doveri da sé. Nonostante questa volontà, egli, con certe eccezioni che si concede, abbandona semplicemente la propria condotta morale al decoro cavalleresco che nella società borghese guida più o meno tutti gli uomini, finché vivono in condizioni regolari e ordinate, in tal modo, con la superbia, la mancanza di riguardo e la noncuranza di un uomo che ha una vocazione, conduce la vita di un altro uomo che delle sue inclinazioni e capacità fa
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un uso più o meno comune, utile e sociale. Era avvezzo a considerarsi per impulso naturale e senza vanità lo strumento per uno scopo d’una certa importanza che sperava di apprendere in tempo, e anche ora, in quell’anno già iniziato di inquieta ricerca, dopo aver considerato gli sbandamenti senza timone della sua vita, aveva di nuovo l’impressione di essere sulla buona strada e non si dava gran pena per il suo progetto. Non è facile riconoscere in una natura siffatta la passione propulsiva; gusti e circostanze le han dato molteplici forme, il suo destino non è stato ancor messo a nudo da una contropressione veramente dura, l’essenziale però è che per decidersi le manca ancora qualcosa ch’essa ignora.
Ulrich è un uomo che qualcosa costringe a vivere contro se stesso, sebbene in apparenza
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egli si lasci andare, libero da costrizioni.
Il paragone tra il mondo e un laboratorio aveva ridestato in lui una vecchia immagine. Come un vasto locale d’esperimenti, dove si provano i sistemi migliori per essere uomo e se ne inventan di nuovi, egli, anni innanzi, si era sovente raffigurato la vita, quale doveva piacergli. Che il laboratorio lavorasse un po’ a casaccio e che mancassero i direttori e i teorici, quella era un’altra faccenda. Si poteva dire che lui stesso aveva voluto diventare qualcosa come un principe e signore dello spirito. E chi non lo vuole? è così naturale che lo spirito sia considerato la cosa suprema e dominante sopra tutto il resto. Lo si insegna a scuola. Chi può si adorna di spirito, se ne abbellisce. Lo spirito, combinato con questo e con quello, è diffuso come null’altro al mondo. Lo spirito
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della fedeltà, lo spirito dell’amore, uno spirito virile, uno spirito illuminato, il più grande spirito dei giorni nostri, dobbiamo tener alto lo spirito di questa e quest’altra causa, e vogliamo operare nello spirito del nostro movimento; come tutto ciò suona convincente e inoffensivo, fino agli infimi gradini! Tutto il resto, il crimine quotidiano o la solerte avidità di guadagno appaiono al confronto cose inconfessate, la sporcizia di cui Dio si netta le unghie.
Ma quando lo spirito sta lì solo, un sostantivo nudo, spoglio come un fantasma al quale si vorrebbe prestare un lenzuolo – che accade allora? si ha un bel leggere i poeti, studiare i filosofi, comprar quadri e ragionare per intere nottate: è spirito quello che si acquista? Ammettiamo che lo si acquisti: ma lo si possiede, poi? Questo spirito è così
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saldamente legato alla forma casuale sotto cui si presenta! Esso passa attraverso l’uomo che vorrebbe assorbirlo e lascia dietro di sé solo un piccolo turbamento. Che cosa ce ne facciamo di tutto questo spirito? Lo si produce continuamente su montagne di carta, di pietra, di tela in misura veramente astronomica; altrettanto continuamente lo si gusta e assorbe con gigantesco consumo di energia nervosa; e poi dove va a finire? Svanisce come una chimera? Si scompone in molecole? Si sottrae alla legge terrena della conservazione? Fra le particelle di polvere che scendono dentro di noi e lentamente si posano, e tutto quel dispendio, non c’è proporzione. Dov’è andato, dove si trova, che cosa è? Forse, se si venisse a saperne qualcosa di più, si farebbe intorno a questa parola “spirito” un silenzio angoscioso.
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S’era fatto sera; case, quasi sgusciate dallo spazio, asfalto, rotaie formavano la conchiglia della terra, sempre più fredda. La conchiglia madre piena di movimento umano, infantile, iroso, giocondo. Dove ogni gocciolone (26) principia da gocciolina che spruzza e schizza; comincia con una piccola esplosione, vien raccolto e rinfrescato dalle pareti, diventa più quieto, più immobile, s’attacca teneramente al guscio della conchiglia madre e infine si consolida in un duro granello.
“Perché non ho fatto il pellegrino?”, pensò Ulrich improvvisamente. Vedeva davanti a sé una vita pura, senza compromessi, fresca e pungente come aria limpida; chi non vuol dire di sì alla vita, dovrebbe almeno pronunziare il
26 Anche nel senso di sempliciotto.
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no dei santi; e tuttavia era impossibile pensarci sul serio. E neanche poteva fare l’avventuriero, benché sia questa una professione che trasforma la vita in una specie di eterno fidanzamento, ed egli ne sentisse la voglia nelle membra come nell’animo.
Non avrebbe potuto diventare poeta, né uno dei delusi che credono soltanto al potere e al denaro, sebbene avesse disposizione a tutte queste cose. Dimenticò la sua età, s’immaginò di avere vent’anni: tuttavia era già intimamente deciso che non avrebbe preso nessuna di quelle strade: tutte avevano qualcosa che lo attirava, ma c’era una forza che lo tratteneva. Perché viveva così, nell’oscurità e nell’irresolutezza? Senza dubbio – egli si diceva – quel che lo confinava in una forma d’esistenza segreta e indefinita altro non era che l’impulso ad
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associare e dissociare, impulso che, con una parola che non si ama incontrare da sola, vien chiamato spirito. E Ulrich a un tratto, senza sapere perché, si sentì malinconico, e pensò: “Semplicemente io non amo me stesso” Nel centro del corpo raggelato e impietrito della città sentiva battere il proprio cuore. C’era dentro di lui qualcosa che non aveva mai voluto sostare in nessun luogo, era avanzato a tastoni lungo le pareti del mondo, pensando che c’erano milioni di altre pareti; quella ridicola goccia dell’Io, che si raffredda pian piano, che non vuol cedere il suo fuoco, il minuscolo nucleo rovente.
Lo spirito ha sperimentato che la bellezza rende buoni, cattivi, stupidi o affascinanti. Esso seziona una pecora e un penitente e trova in entrambi sommissione e pazienza. Esamina
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una sostanza e scopre che in grandi quantità è un veleno, in piccole un eccitante. Sa che la mucosa delle labbra è affine a quella dell’intestino, ma sa pure che l’umiltà di quelle labbra è affine all’umiltà di tutto ciò che è santo. Lo spirito disfa, scompiglia e ristabilisce in un nuovo rapporto. Il bene e il male, il sopra e il sotto non sono per lui concetti scetticamente relativi, ma membri di una funzione, valori che dipendono dalla concatenazione in cui si trovano. Egli ha imparato dai secoli che i vizi posson diventare virtù e le virtù vizi, e in fondo giudica che se nel corso di una vita non si riesce a fare di un delinquente un uomo utile ciò è da imputarsi unicamente a inettitudine, a incapacità. Egli non riconosce nulla di lecito o di illecito perché tutto può avere una proprietà che lo immetta
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un giorno in una nuova grande correlazione. Segretamente odia a morte tutto ciò che si dà l’aria d’essere stabilito per sempre, i grandi ideali, le leggi e la loro piccola impronta pietrificata, il carattere pacifico. Non considera ferma nessuna cosa, nessun Io, nessun ordine; poiché le nostre nozioni possono mutare ogni giorno, non crede ai legami, e tutto possiede il valore che ha soltanto fino al prossimo atto della creazione, come un volto al quale si parla mentre cambia a ogni parola.
Così lo spirito è il grande fabbricante di alternative, di “secondo i casi” ma lui stesso non si lascia mai afferrare e quasi si potrebbe credere che solo suo effetto sia la distruzione. Ogni progresso è un guadagno nel particolare e uno smembramento nell’insieme; c’è un aumento di potenza che sbocca in un
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progressivo aumento d’importanza, e non lo si può negare. Ulrich pensò a quell’immenso corpo di fatti e di scoperte, crescente quasi ora per ora, dal quale lo spirito deve oggi puntar fuori lo sguardo se vuole ben considerare un problema qualsiasi. È un corpo che cresce in barba alla volontà interiore, e le prende la mano. Innumerevoli opinioni e interpretazioni, pensieri ordinatori di tutti i tempi e di tutte le zone, di tutte le forme di cervelli, sani e malati, desti e sognanti, lo percorrono come migliaia di nervi sensitivi, ma il nodo centrale, dove dovrebbero convergere, non esiste. L’uomo sente vicino il pericolo di dover subire anch’egli la sorte dei mastodonti preistorici, che furono vittime della propria mole; ma non si può fermare.
E ad Ulrich ritornò in mente una sua idea
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assai discutibile, da lui conservata per molto tempo e ancor oggi non scartata del tutto, che il mondo dovrebbe essere retto da un senato di uomini sapienti e progrediti. È ovvio pensare che l’uomo il quale quand’è malato si fa curare da medici specializzati e non da pecorai, non ha nessuna ragione quand’è sano di farsi guidare da chiacchieroni con la mentalità di pecorai, come succede in tutti gli affari pubblici; i giovani, quindi, che si preoccupano dei contenuti essenziali della vita, da principio giudicano secondario tutto ciò che non è né vero né buono né bello, ad esempio un ufficio delle tasse oppure un dibattito al Parlamento; a quei tempi almeno i giovani erano così, perché oggi, grazie all’educazione politica ed economica, pare che siano diversi. Ma anche allora, quando si diventava più vecchi e ci si
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abituava a frequentare l’essiccatoio dello spirito, dove il mondo affumica il lardo dei suoi commerci e affari, s’imparava ad adattarsi alla realtà, e lo stato definitivo di un uomo spiritualmente addestrato era all’incirca questo: che egli non usciva più dal suo campo speciale e si persuadeva per il resto della sua vita che tutto quanto avrebbe forse dovuto esser diverso, ma che era inutile star lì a rimuginarci sopra. Tale è, pressapoco, l’equilibrio interno degli uomini che forniscono un certo lavoro intellettuale. E a un tratto Ulrich riassunse in modo assai comico tutta la questione, ponendosi la domanda se in fin dei conti, dato che di intelligenza ce n’è certamente abbastanza, il guaio non stia semplicemente in questo, che l’intelligenza stessa non è
intelligente.
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Fu lì lì per riderne. Era anche lui uno di quei rinunziatari. Ma l’ambizione delusa, ancora viva, lo trafisse come una spada. In quel momento gli Ulrich erano due. L’uomo si guardò intorno sorridendo e disse: “Dunque per una volta tanto ho voluto recitare una parte, fra quinte come queste. Mi sono svegliato un giorno, non fra le piume come nella culla di mamma ma con la dura convinzione di dover trasmettere un messaggio. Mi hanno suggerito parole, ma io sentivo che non mi riguardavano punto. Come il panico davanti alle luci della ribalta, le mie speranze e i propositi mi riempivano tutto. Ma impercettibilmente il palcoscenico s’è girato, io ho fatto qualche passo avanti e forse sono già presso l’uscita. Fra poco sarò messo fuori, e della mia parte, tanto importante, avrò detto magari: – I cavalli
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sono sellati! – Al diavolo tutti quanti!”
Ma mentre l’uno con questi pensieri camminava sorridendo nella sera leggera, l’altro serrava i pugni per dolore e per ira; era il meno visibile, e s’accaniva a cercare una formula magica, un appiglio che forse si poteva afferrare, il vero spirito dello spirito, il pezzo mancante, piccolissimo forse, che chiude il cerchio spezzato. Questo secondo Ulrich non aveva parole per esprimersi. Le parole saltano come scimmie di albero in albero, ma nel luogo oscuro dove s’affondano le radici mancano le gentili intermediarie. Il suolo scorreva sotto i suoi piedi. A malapena riusciva a tenere aperti gli occhi. Un sentimento può infuriare come una tempesta senza essere affatto un sentimento tempestoso? Quando si parla di una tempesta del sentimento, s’intende una di
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quelle che fanno gemere la scorza dell’uomo e ne torcono i rami fino a spezzarli. Ma questa era una tempesta dalla superficie perfettamente tranquilla. Quasi soltanto uno stato di conversione, di inversione; ogni lineamento restava immobile, ma di dentro pareva che ogni atomo avesse mutato di posto. I sensi di Ulrich erano desti, però d’ogni persona che incontrava, l’occhio aveva una percezione diversa dal solito, e così l’orecchio d’ogni suono. Non si poteva dire che fossero percezioni più acute; e in fondo neppure più profonde né più morbide, non più naturali o innaturali. Ulrich non poteva dir nulla, ma in quel momento pensava alla strana esperienza “spirito” come a un’amante dalla quale si è ingannati per tutta la vita, senza perciò amarla di meno, ed era il legame con tutto ciò che gli
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accadeva. Quando si ama, infatti, tutto è amore, anche se è dolore od orrore. Il ramicello sull’albero e il vetro pallido della finestra nella luce crepuscolare diventavano un’esperienza profondamente celata nell’intimo, che quasi non si può descrivere con le parole. Le cose non sembravan fatte di legno e di pietra, ma di un’immoralità grandiosa e delicatissima che nel momento in cui veniva in contatto con lui diventava profonda commozione morale.
Durò quanto un sorriso, e Ulrich stava pensando: “Ormai voglio restare dove son stato portato”, quando la sfortuna volle che quella tensione fosse spezzata da un ostacolo.
La cosa proveniva in verità da un mondo assai diverso da quello in cui Ulrich aveva poc’anzi veduto nell’albero e nella pietra la continuazione sensibile del proprio corpo.
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Perché un giornale proletario aveva lanciato
- come si sarebbe espresso il conte Leinsdorf – un getto di saliva distruttiva sulla Grande Idea, sostenendo che era soltanto un nuovo trucco sensazionale della classe dominante, che faceva seguito all’ultimo delitto sessuale; e un bravo operaio, che aveva bevuto un poco, ne era molto sdegnato. L’operaio era passato accanto a due cittadini soddisfatti dell’andamento dei loro affari, i quali, sapendo che di conformismo si può sempre far sfoggio, stavano esprimendo a voce abbastanza alta il loro consenso all’Azione Patriottica di cui erano informati dai giornali. Ne sorse un battibecco, e poiché la vicinanza di un poliziotto incoraggiava i benpensanti quanto irritava l’aggressore, la lite prese un tono sempre più violento. Il poliziotto in principio li osservò con la coda dell’occhio,
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poi di fronte e poi da vicino; stette a guardare per un po’, come un braccio del ferreo macchinario statale, che finisce in bottoni e altre parti metalliche. Ora il vivere in uno stato ben ordinato ha qualcosa di assolutamente lugubre; non si può uscire in strada, né bere un bicchier d’acqua, né prendere il tram senza toccare le leve di un gigantesco apparato di leggi e rapporti, metterle in moto oppure affidar loro la pace della propria esistenza; si conosce soltanto quella minima parte di esse, che penetra profondamente nell’interno, mentre dall’altro lato esse si perdono in un groviglio di cui nessuno al mondo ha mai scoperto il congegno; perciò si nega che esistano, come il cittadino nega che esista l’aria, e dice che è vuoto, ma forse proprio nel fatto che tutte le cose di cui si nega l’esistenza – tutte le cose
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senza colore, senza odore, senza sapore, senza peso e senza morale, come l’acqua, l’aria, lo spazio, il denaro o il passare del tempo – sono in verità le più importanti, sta forse una tal quale sinistra misteriosità della vita; talvolta l’uomo è colto dal panico come in un sogno involontario; travolto da una bufera si dibatte pazzamente come una bestia incappata nell’incomprensibile meccanismo di una rete. Un’impressione analoga produssero sull’operaio i bottoni del poliziotto, e in quel momento lo strumento dello stato, non sentendosi considerato col dovuto rispetto, procedette all’arresto.
L’arresto non si svolse senza resistenza e ripetute manifestazioni di una mentalità sovversiva. L’effetto prodotto lusingava l’ubriaco, e una radicale avversione contro il
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suo simile, rimasta in lui finora latente, si scatenò in pieno. Incominciò una lotta accanita per la supremazia. Un elevato sentimento del proprio io contendeva con la sgradevole impressione di essere in un brutto frangente. Anche il mondo era poco saldo sotto i suoi piedi; era come una nebbia che cambiava forma continuamente. Le case erano oblique, come sradicate; nel mezzo formicolavano poveri diavoli ridicoli, ma fraterni. “Io sono chiamato a metter ordine fra loro”, si diceva l’ubriaco occasionale. Tutta la scena era bagnata di un chiarore incerto, un pezzo di strada gli balenò incontro, ma poi i muri girarono di nuovo. Gli occhi gli uscivano dalla testa come lunghe antenne, mentre le piante dei piedi s’attaccavano al terreno. Dalla bocca gli fluiva uno strano rigurgito; parole che venivano fuori
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e non si sapeva come mai fossero entrate, forse erano imprecazioni, bestemmie. Era difficile a dirsi. Il fuori e il dentro si confondevano. La collera non era una collera interna, ma soltanto il guscio della collera eccitato fino al furore, e la faccia di un poliziotto si avvicinò adagio adagio a un pugno chiuso finché essa si coperse di sangue.
Ma anche il poliziotto intanto si era triplicato; intorno agli agenti accorsi s’era radunata gente, l’ubriaco s’era buttato a terra e non voleva lasciarsi arrestare. Allora Ulrich commise un’imprudenza. Aveva colto nell’assembramento la frase “offesa a Sua Maestà”, e dichiarò che l’uomo, in quello stato, non era in grado di offender nessuno e che bisognava mandarlo a dormire. Aveva parlato senza pensarci, ma gliene incolse male.
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L’ubriaco si mise a gridare che tanto di Ulrich quanto di Sua Maestà se ne… e un agente, attribuendo evidentemente la nuova violenza a quell’intervento, invitò con malgarbo Ulrich a togliersi dai piedi. Ora Ulrich non considerava lo stato diversamente da un albergo dove si ha diritto ad esser serviti con cortesia, e protestò contro il tono usato con lui; il che portò inaspettatamente la polizia al convincimento che un ubriaco solo non bastava a giustificare la presenza di tre agenti, cosicché si portarono via anche Ulrich.
La mano di un individuo in uniforme gli ghermì il braccio. Il suo braccio era molto più forte di quella stretta offensiva, ma non poteva spezzarla se non voleva invischiarsi in una partita di boxe con il potere esecutivo armato, così che alla fine non gli rimase altro che
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promettere di seguirli docilmente.
Il corpo di guardia era nell’ufficio di un commissariato di polizia, e Ulrich per prima cosa guardando le pareti e il pavimento pensò a una caserma: la stessa lotta sorda fra sporcizia costantemente introdotta e grossolani sistemi di pulizia. Notò quindi il simbolo stabilito dell’autorità civile, due scrivanie con balaustre alle quali mancavano alcune colonnine, due cassoni piuttosto, col panno strappato e bruciacchiato, poggianti su piedi bassi e rotondi, e verniciati ai tempi dell’imperatore Ferdinando di una lacca giallo bruna, di cui si sfaldavano sul legno gli ultimi resti. La terza cosa notevole era la sensazione, di cui era piena la stanza, che qui bisognava aspettare senza chiedere nulla.
Il suo agente, dopo aver esposto il motivo
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dell’arresto, gli torreggiava a fianco come una colonna. Ulrich tentò di dar subito qualche spiegazione, ma il sergente e comandante di quella fortezza alzò un occhio dalle carte su cui stava già scrivendo all’ingresso del corteo, esaminò Ulrich, poi riabbassò l’occhio e seguitò a scrivere senza pronunciare parola. Ulrich ebbe l’impressione dell’infinito. Poi il sergente spinse in là il foglio, prese un registro in una scansia, vi fece un’annotazione, la cosparse di sabbia, rimise a posto il registro, ne prese un altro, scrisse, asciugò, tirò fuori da un mucchio un altro incartamento e continuò lì sopra la propria attività. Ad Ulrich sembrò che si stesse svolgendo una seconda eternità, mentre le costellazioni rotavano secondo le loro orbite, ed egli non esisteva al mondo.
Dall’ufficio una porta aperta metteva in un
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corridoio, dov’erano le camere di sicurezza. Là avevano subito portato il protetto di Ulrich, e poiché di lui non si udiva più nulla, la sbornia doveva avergli donato la benedizione del sonno; ma si subodoravano altri sinistri procedimenti. Il corridoio delle guardie doveva avere un secondo ingresso; Ulrich sentiva pesanti andirivieni, porte che sbattevano, voci soffocate, e a un tratto, durante la consegna di un nuovo venuto, una di quelle voci si alzò e Ulrich la udì implorare disperata:
- Se avete appena un barlume di sentimento umano non dovete arrestarmi!
Le parole naufragarono, ed era stranamente inopportuno, quasi ridicolo quell’invocare da un funzionario un sentimento umano, dal momento che le funzioni sono puramente oggettive. Il sergente alzò per un attimo il capo,
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senza abbandonare le sue scartoffie. Ulrich sentì lo scalpiccio precipitoso di molti piedi, i cui corpi trascinavano evidentemente in silenzio un altro corpo recalcitrante. Poi si sentì soltanto l’inciampare di due piedi, come dopo un colpo. Infine una porta fu chiusa con violenza, scattò un chiavistello, l’uomo in uniforme alla scrivania aveva di nuovo chinato la testa e nell’aria c’era il silenzio di un punto messo come si deve a chiusura d’una frase.
Ma Ulrich doveva essersi sbagliato nella presunzione di non esistere ancora per il cosmo poliziesco, perché alla successiva alzata di capo il sergente guardò lui, le ultime linee scritte rimasero umide e lucenti e non vennero asciugate; e fu chiaro che il caso di Ulrich era già da un certo tempo ufficialmente entrato in vita. Nome? Età? Professione? Abitazione?
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Ulrich fu minuziosamente interrogato.
Gli parve d’essere negli ingranaggi di una macchina che lo scomponesse in pezzi impersonali, generali, ancor prima che si parlasse della sua colpa o non colpa. Il suo nome, le due parole più povere di immaginazione ma più ricche di sentimento in tutto il linguaggio umano, qui non significava niente. I suoi lavori, che nel mondo scientifico, un mondo reputato solido e serio, gli avevano procurato onore, in questo modo qui contavano zero; non una sola domanda gli fu rivolta in proposito. La sua faccia importava soltanto per i connotati; ebbe l’impressione di non aver mai pensato che i suoi occhi erano grigi, uno dei quattro tipi d’occhi esistenti e ufficialmente permessi, in milioni d’esemplari; i capelli erano biondi, la statura un metro e ottanta, il viso
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ovale, e segni particolari non ne aveva, quantunque lui fosse di opinione diversa. Secondo lui, era alto, largo di spalle, il torace arcato come una vela gonfia all’albero maestro, e le articolazioni del suo corpo facevan scattare i muscoli come piccoli congegni d’acciaio quando andava in collera, litigava, o Bonadea gli si stringeva contro; invece era sottile, delicato, scuro e molle come una medusa fluttuante nell’acqua quando leggeva un libro che lo commoveva o quando lo sfiorava un alito del grande amore vagabondo, di cui non aveva mai saputo spiegarsi l’esistenza sulla terra. S’interessò quindi, perfino in quelle circostanze, al disincantamento statistico della sua persona, e il sistema di misurazione e descrizione a lui applicato dagli organi di polizia lo esilarò come una lirica amorosa
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composta da Satana. La cosa più meravigliosa di tutto il procedimento era che la polizia non soltanto può spezzettare un uomo in modo che non ne rimane niente, ma poi con quei pezzi insignificanti lo rimette insieme inconfondibilmente, e da quelli lo riconosce. Per compiere un simile prodigio è solo necessario un imponderabile che la polizia chiama sospetto.
Ulrich capì di colpo che solo la più fredda prudenza poteva trarlo dagl’impicci in cui l’aveva messo la sua stoltezza. Continuarono a interrogarlo. Immaginò l’effetto che avrebbe fatto se, alla relativa domanda, avesse risposto: la mia abitazione è quella di una persona che mi è estranea. O all’altra domanda: perché avesse fatto quel che aveva fatto, avesse replicato che faceva sempre qualcosa di diverso
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da quel che veramente gli stava a cuore. Ma esternamente rispose con docilità, dando il nome della via e il numero di casa, e tentando di giustificare la propria condotta. Nel far ciò, l’autorità interna dello spirito era pietosamente impotente contro l’autorità esterna del sergente. Infine egli poté scorgere una tavola di salvezza. Mentre, richiesto della sua condizione, stava dicendo “agiato” s’era sentito pesare addosso uno sguardo che non sarebbe stato diverso se avesse risposto “senza tetto”; ma quando si venne ai dati riguardanti la paternità, ed egli dichiarò che suo padre era senatore, lo sguardo mutò espressione. Esso era ancora diffidente, ma qualcosa diede subito a Ulrich una sensazione simile a quella di un uomo sbattuto dalle onde che sfiora d’improvviso con l’alluce il terreno solido.
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Seppe sfruttarlo con presenza di spirito subitamente desta. Attenuò tutto quello che aveva già ammesso, contrappose alla testimonianza degli agenti giurati l’energica richiesta di esser interrogato dal commissario in persona, e poiché non ottenne in risposta che un sorriso, affermò – con felice naturalezza, noncurante e pronto a ritirare subito l’affermazione se l’avessero ritorta contro di lui cercando di farlo cadere nel tranello di minute precisazioni che era amico del conte Leinsdorf e segretario della grande Azione Patriottica annunziata dai giornali.
S’avvide subito di aver finalmente attirato su di sé quella più attenta considerazione che finora gli era stata negata, e tenne saldo il vantaggio. La conseguenza fu che il sergente lo guardò arrabbiato perché non voleva prendersi
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la responsabilità di mantenere il fermo, né quella di toglierlo; e poiché a quell’ora nessuno dei suoi superiori era in ufficio, ebbe un’idea che attestava come il modesto sergente avesse imparato qualcosa dei sistemi coi quali gli impiegati di concetto solevano sbrigare le pratiche fastidiose. Prese un’aria di importanza, e manifestò il grande dubbio che Ulrich non solo si fosse reso colpevole di offese alla forza pubblica e disturbo a un’azione di polizia, ma, tenuto conto soprattutto della posizione che affermava di occupare, potesse anche essere sospettato di macchinazioni oscure, probabilmente politiche, e perciò doveva rassegnarsi ad essere consegnato alla sezione politica della direzione di polizia.
Cosicché pochi minuti dopo Ulrich partì nella notte, in un’automobile che gli avevano
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concesso, con un agente in borghese poco disposto alla conversazione. Avvicinandosi alla direzione di polizia, l’arrestato vide le finestre del primo piano illuminate a festa, perché il Capo Supremo aveva indetto una riunione importante a quella tarda ora; sicché l’edificio non era una bicocca buia, somigliava piuttosto a un ministero e Ulrich si sentì subito in un’aria più spirabile.
Notò anche che l’impiegato del servizio notturno aveva subito capito l’assurdità dell’accusa che gli era mossa dall’irritato organo periferico; tuttavia appariva estremamente fuor di proposito lasciar sfuggire alle reti della giustizia un uomo tanto sconsiderato da buttarcisi dentro da sé. Anche l’impiegato della direzione portava in faccia un congegno di ferro, e dichiarò al prigioniero che
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una simile imprudenza rendeva molto perplessi sull’opportunità di un rilascio. Ulrich aveva già ripetuto due volte tutto ciò che aveva prodotto così buon effetto sul sergente, ma con l’impiegato più alto non ebbe alcun successo, e stava già per darsi vinto, quando il viso del suo giudice si trasformò all’improvviso, prendendo una strana espressione, quasi di giubilo. Esaminò ancora una volta la denunzia, si fece ripetere il nome di Ulrich, s’accertò del suo indirizzo, lo pregò con cortesia di aspettare un momento e uscì dalla stanza. Passarono dieci minuti, dopo di che egli ritornò come un uomo che s’è ricordato di una cosa piacevole, e pregò l’arrestato, con cortesia ancor più accentuata, di volerlo seguire. Sulla porta di una camera illuminata al piano superiore disse soltanto: – Il signor direttore di polizia desidera parlarle
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personalmente, – e, un istante dopo, Ulrich si trovava davanti a un signore venuto dall’attigua sala delle sedute, col mento adorno delle ben note fedine. Stava per spiegare la propria presenza come uno sbaglio della sezione, e per protestare blandamente, ma il direttore lo prevenne e lo salutò con le parole:
- Un equivoco, caro dottore, il signor commissario mi ha già spiegato tutto. Ciò nonostante dovremo infliggerle una piccola punizione, perché… – e così dicendo lo guardò malizioso (se questo epiteto si può applicare a una massima autorità poliziesca) come per lasciar sciogliere a lui l’indovinello. Ma Ulrich non l’indovinò affatto.
- Sua Signoria! – suggerì il direttore. – Sua Signoria il conte Leinsdorf, – soggiunse poi, – mi ha chiesto insistentemente di lei poche ore fa.
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Ulrich capiva solo a mezzo.
- Il suo indirizzo non è nella guida, dottore!
- spiegò il funzionario con scherzoso rimprovero, come se quello solo fosse il delitto di Ulrich.
Ulrich s’inchinò sorridendo misuratamente.
- Presumo che domani lei debba far visita a Sua Signoria per una questione di grande interesse pubblico, e non posso rischiare di impedirglielo trattenendola in arresto – Così il signore della macchina di ferro aveva concluso il suo piccolo scherzo.
Possiamo supporre che il direttore in ogni caso avrebbe disapprovato l’arresto, e che il commissario, ricordando il nome di Ulrich, del quale erano state chieste informazioni poche ore prima, avesse descritto l’accaduto al direttore proprio così come il direttore lo doveva
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vedere, e che nessuno quindi fosse intervenuto a mutare arbitrariamente il corso degli eventi. Sua Signoria d’altronde non seppe mai come erano andate le cose. Il giorno dopo il suo delitto di lesa maestà, Ulrich si sentì in dovere di andare a ossequiarlo, e in quell’occasione venne senz’altro nominato segretario d’onore della grande Azione Patriottica. Il conte Leinsdorf, se avesse conosciuto il retroscena, l’avrebbe attribuito di certo all’intervento del cielo.
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41. Rachel e Diotima
POCO tempo dopo si tenne in casa di Diotima la prima solenne seduta dell’Azione Patriottica.
La sala da pranzo attigua al salone era stata trasformata in sala di consiglio. Nel centro c’era il tavolo per mangiare, allungato al massimo e coperto di panno verde. Risme di carta protocollo e matite di varie durezze s’allineavano davanti a ogni posto. Le credenze eran state portate via. Gli angoli della sala erano vuoti e severi. Anche le pareti erano spoglie, salvo un ritratto di Sua Maestà, fatto appendere da Diotima, e quello di una dama
imbustata che il signor Tuzzi aveva portato da
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un soggiorno all’estero, ma avrebbe potuto benissimo esser preso per il ritratto di un’antenata. A Diotima sarebbe piaciuto porre ancora un crocifisso a capo del tavolo, ma il capodivisione Tuzzi s’era burlato di lei prima di lasciare quel giorno per delicatezza la propria casa.
L’Azione Parallela infatti doveva cominciare in ambiente strettamente privato. Non erano presenti ministri né alte cariche dello stato; e nemmeno uomini politici. E questo di proposito; da principio si dovevano raccogliere in un cerchio ristretto solo i disinteressati servitori dell’idea. Erano attesi il governatore della Banca di Stato, il signor von Holtzkopf e il barone Wisnieczky, alcune dame dell’alta aristocrazia, noti esponenti della beneficenza borghese, e in ossequio alla massima del conte
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Leinsdorf “Cultura e Capitale”, rappresentanti delle scuole superiori, delle associazioni artistiche, dell’industria, della proprietà immobiliare e della Chiesa. Gli organismi governativi avevano mandato in rappresentanza giovani funzionari scialbi, che per classe sociale s’intonavano all’ambiente e che godevano la fiducia dei loro capi. Questa composizione rispondeva ai desideri del conte Leinsdorf, che aveva pensato a una manifestazione spontanea sorta dal cuore del popolo, ma dopo l’esperienza dei punti fissi trovava che era un gran sollievo sapere con chi si aveva da fare.
La camerierina Rachel (la padrona con traduzione un po’ libera in francese la chiamava Rachelle) era già in piedi dalle sei del mattino. Aveva allungato la tavola, aggiunto
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alle estremità due tavole da gioco, poi coperto il tutto di panno verde e tolto la polvere con cura particolare. Tutti quei lavori noiosi eran stati compiuti da lei con vivo entusiasmo. La sera prima Diotima le aveva detto:
- Domani forse in casa nostra si fa la Storia!
- e Rachel ardeva da capo a piedi per la felicità di assistere a un simile avvenimento, il che era molto lusinghiero per il detto avvenimento, giacché il corpo di Rachel sotto l’abitino nero era incantevole come una porcellana di Meissner.
Rachel aveva diciannove anni e credeva ai miracoli. Era nata in Galizia, in una brutta capanna dove il rotolo della Thora era appeso allo stipite della porta, e dalle crepe del pavimento veniva fuori la terra. Era stata maledetta e scacciata di casa, mentre la madre
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aveva un’aria smarrita, e i fratelli ghignavano con facce spaventate. Lei aveva chiesto pietà in ginocchio, e la vergogna le attanagliava il cuore, ma non era servito a nulla. Un giovane senza coscienza l’aveva sedotta, lei non sapeva più come. Aveva dovuto partorire in casa d’estranei, e poi lasciare il paese. E così Rachel era partita; nella sudicia scatola di legno in cui viaggiava, l’accompagnava la disperazione; sfinita dal pianto, vide la capitale, dove istintivamente era venuta a rifugiarsi, non altrimenti che una gran cortina di fuoco, dove voleva buttarsi per morire. Invece, o miracolo, quella cortina si era aperta e l’aveva accolta; da allora era sempre parso a Rachel di vivere nell’interno di una fiamma dorata. Il caso l’aveva condotta in casa di Diotima, e questa aveva trovato naturalissima la fuga dalla casa
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paterna in Galizia, poiché doveva condurla a lei. Sovente, quando furono entrate in confidenza, parlava alla piccola delle persone celebri e altolocate che frequentavano la casa dove Rachelle aveva l’onore di prestare servizio; e anche dell’Azione Parallela le aveva già confidato qualcosa, perché era un piacere guardare negli occhi di Rachel che a ogni notizia sfolgoravano e sembravano specchi d’oro riflettenti in un nimbo l’immagine della padrona.
Poiché è vero che la piccola Rachel era stata maledetta dal padre per colpa di un giovane senza coscienza; ma ciò nonostante era una ragazza perbene e amava tutto di Diotima: i morbidi capelli scuri che le era concesso spazzolare mattina e sera, le vesti che l’aiutava a indossare, le lacche cinesi e i tavolini indiani,
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i libri in lingue straniere sparsi dappertutto, di cui non capiva una parola; amava anche il signor Tuzzi e adesso pure il nababbo che il secondo giorno dopo il suo arrivo – lei diceva il primo – aveva fatto visita alla sua signora; Rachel l’aveva contemplato in anticamera con estatico fervore, come se fosse stato il Dio dei cristiani, uscito dal suo tabernacolo d’oro; e il suo unico dispiacere era che non avesse portato con sé il suo nero Soliman per farne omaggio alla padrona.
Ma oggi, nell’imminenza di un avvenimento mondiale, era convinta che anche per lei doveva succedere qualcosa, e immaginava che questa volta Soliman avrebbe accompagnato il nababbo, come lo esigeva l’occasione solenne. Quella speranza non era però la cosa principale ma soltanto la relativa complicazione, il nodo o
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l’intrigo, che non mancava in nessuno dei romanzi mediante i quali Rachel compiva la propria educazione. Rachel infatti aveva licenza di leggere i romanzi deposti da Diotima, così come le era concesso adattare per sé la biancheria che Diotima non portava più. Rachel cuciva e leggeva correntemente, era il suo retaggio ebraico, ma quando aveva tra mano un libro definito da Diotima una grande opera d’arte – ed eran quelli che preferiva – naturalmente ne coglieva gli episodi solo così come si sta a vedere lo svolgersi di un avvenimento da una grande distanza o in un paese straniero, quegli sviluppi a lei incomprensibili la interessavano e addirittura la commovevano, senza poterci metter bocca, e questo le piaceva moltissimo. Se la mandavano fuori per commissioni, o se venivano in casa
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visite di riguardo, ella gustava nello stesso modo gli aspetti imponenti ed eccitanti della città imperiale, una dovizia inconcepibile di fatti meravigliosi, a cui ella partecipava appunto perché vi si trovava in mezzo, in un posto privilegiato. E non voleva comprenderli meglio; la sua istruzione elementare ebraica, le massime profonde della casa paterna, tutto aveva dimenticato per rancore, e non ne aveva bisogno, così come un fiore non ha bisogno di cucchiaio o forchetta per nutrirsi dei succhi della terra e dell’aria.
Riprese ancora una volta tutte le matite e ne introdusse cautamente le punte luccicanti nella macchinetta applicata sull’orlo del tavolo, la quale temperava il legno con tanta perfezione che a ripeter il procedimento non ne cadeva più nemmeno una fibrilla; poi rimise le matite
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accanto ai fogli di carta vellutata, tre per posto, ciascuna di tipo diverso, e pensò che quella macchina perfetta che le era dato di adoperare veniva dal Ministero degli Esteri: un inserviente l’aveva portata di là la sera prima, e anche le matite e la carta. Intanto eran passate le sette; Rachel abbracciò con una rapida occhiata tutti i particolari della disposizione e corse via per svegliare Diotima, giacché la seduta era fissata alle dieci e un quarto, e Diotima dopo la partenza del signor Tuzzi era rimasta ancora un po’ a letto.
Quelle mattinate con Diotima erano una gioia speciale di Rachel. La parola amore non l’esprimerebbe; piuttosto la parola venerazione, presa nel senso più completo, per cui l’onore reso a una persona la penetra a tal segno da riempirla tutta e da scacciarla addirittura dal
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posto che occupa dentro se stessa. Di quell’avventura al paese era rimasta a Rachel una bimbetta che ora aveva un anno e mezzo; la prima domenica d’ogni mese ella pagava puntualmente alla donna che l’aveva in custodia una buona parte del suo salario, e visitava anche la piccina; ma pur non trascurando i suoi doveri materni, li vedeva soltanto come una punizione meritata in passato, e il suo sentire era ridiventato quello di una fanciulla il cui corpo innocente non si è ancora aperto all’amore. S’avvicinava al letto di Diotima, e i suoi occhi, adoranti come quelli di un alpinista nello scorgere la vetta nevosa che s’estolle dal crepuscolo mattutino nelle prime luci azzurre, accarezzavano le sue spalle prima che le dita toccassero il tenero calore madreperlaceo della pelle. Poi ella assaporava il
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fine odore composito della mano che usciva languida dalle coperte per esser baciata ed esalava ancora i profumi del giorno innanzi ma anche gli umori del riposo notturno; accostava la pantofola al piede nudo cercante e accoglieva lo sguardo ridesto.
Ma il contatto sensuale con quello splendido corpo di donna sarebbe stato infinitamente meno bello per lei se non l’avesse irraggiato l’importanza morale di Diotima.
- Hai messo per Sua Signoria il seggiolone a braccioli? Davanti al mio posto il campanello d’argento? E dodici fogli di carta per il segretario? E sei matite, Rachelle, per il segretario, non tre sole! – disse Diotima quel mattino. A ognuna di quelle domande Rachel ricapitolò fra sé quello che aveva fatto, palpitando d’orgoglio, come se fosse in gioco
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una vita umana. La signora s’era buttata addosso una vestaglia e s’avviò alla sala della seduta. Il suo modo di educare Rachelle consisteva nel ricordarle continuamente che nulla di quel che si fa o non si fa è una faccenda personale, ma che bisogna pensare sempre, invece, al suo significato universale. Se Rachel rompeva un bicchiere, Rachelle veniva ammonita che il denaro in sé era insignificante, ma che il vetro trasparente va inteso come un simbolo dei minuti doveri quotidiani, quasi impercettibili all’occhio uso ad affissare cose più alte, ma ai quali appunto perciò si deve dedicare una cura particolare… e Rachel a quel cortese trattamento ministeriale si sentiva spuntare negli occhi lacrime di rimorso e di felicità, mentre raccoglieva i cocci. Le cuoche, dalle quali Diotima pretendeva ragionamenti
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corretti e riconoscimento degli errori commessi, cambiavano sovente da quando Rachel era in servizio, ma Rachel amava di tutto cuore quelle magnifiche frasi, come amava l’imperatore, le sepolture e i ceri splendenti nella mistica oscurità delle chiese cattoliche. Qualche volta mentiva per togliersi da un guaio, ma dopo si considerava l’ultima delle creature; anzi, forse le piccole bugie le erano care, perché grazie ad esse misurava la propria cattiveria a paragone di Diotima; ma di solito se le permetteva soltanto quando sperava di poter ancora trasformare di nascosto una menzogna in verità.
Se una persona ne ammira un’altra in tutto e per tutto, può accadere che il suo corpo le venga tolto, e che essa precipiti come un piccolo meteorite nel sole dell’altro corpo.
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Diotima non aveva trovato nulla da ridire e fece una carezzina affettuosa alla piccola cameriera; poi andarono nella stanza da bagno e incominciarono la toletta per la grande giornata. Dosare l’acqua calda, far schiumare il sapone, o asciugare col lenzuolo di spugna il corpo di Diotima, così intimamente come se fosse stato il proprio, le dava molto più piacere che se fosse stato per davvero il proprio corpo. Questo le sembrava insignificante e indegno di familiarità, e mai le sarebbe venuto in mente di fare un raffronto; quando toccava la statuaria floridità di Diotima, il suo animo era quello di un coscritto zoticone che appartenga a un reggimento brillantissimo.
Così Diotima si armò per la grande giornata.
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42. La solenne seduta
ALLO scoccare dell’ultimo minuto comparve il conte Leinsdorf accompagnato da Ulrich. Rachel,
che era già in fiamme, perché fino a quel momento aveva aperto la porta a una processione ininterrotta di invitati, riconobbe subito quest’ultimo e constatò con soddisfazione che anche lui non era stato un visitatore qualunque, ma un personaggio condotto in casa della sua signora da motivi di eccezionale importanza, poiché adesso ritornava insieme con Sua Signoria. Ella svolazzò fino alla porta della sala, che aprì con
solennità, e poi si mise a origliare davanti al
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buco della serratura per sapere che cosa sarebbe successo. Il buco della serratura era largo, e lei poteva vedere il mento glabro del governatore, la cravatta viola del prelato Niedomansky e la dragona d’oro del generale Stumm von Bordwehr, che il Ministero della Guerra, benché non invitato, aveva mandato in rappresentanza. Il Ministero aveva espresso, in una lettera al conte Leinsdorf, il suo desiderio di partecipare a un’iniziativa “così altamente patriottica”, anche se la sua origine e il suo probabile svolgimento non lo concernevano direttamente. Diotima però aveva dimenticato di avvertire Rachel, quindi la ragazza fu molto eccitata dalla presenza di un ufficiale, tuttavia di quel che stava accadendo nella sala per il momento non capì altro.
Diotima intanto aveva accolto Sua Signoria,
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e dedicato poca attenzione a Ulrich perché stava facendo le presentazioni; presentò per primo al conte il dottor Paul Arnheim, dichiarando che un caso propizio aveva condotto a lei quell’illustre amico della sua famiglia, e seppure egli in qualità di forestiero non poteva partecipare alle sedute in veste ufficiale, ella desiderava però averlo accanto come proprio consigliere personale; poiché – e qui ella introdusse subito una velata minaccia – le vaste relazioni e la profonda esperienza del dottor Arnheim nel campo della cultura internazionale e la conoscenza dei rapporti fra questi problemi e quelli dell’economia le sarebbero state inestimabilmente preziose, mentre finora aveva dovuto riferire da sola, e anche in avvenire non sarebbe stato tanto facile sostituirla, benché ella fosse fin troppo
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consapevole della propria insufficienza.
Il conte Leinsdorf si vide preso a tradimento, e per la prima volta dall’inizio delle loro relazioni dovette stupire per una mancanza di tatto della sua amica borghese. Anche Arnheim si sentì a disagio, come un sovrano il cui ingresso non è stato convenientemente preordinato, giacché egli credeva che il conte Leinsdorf sapesse del suo invito e lo approvasse. Ma Diotima, con guance di porpora e aria ostinata, non cedette; come tutte le donne che hanno la coscienza troppo pura in fatto di moralità coniugale, era capace di spiegare un’insopportabile sfrontatezza femminile, quando si trattava di una faccenda onorevole.
A quel tempo era già innamorata di
Arnheim, che l’aveva visitata alcune volte, ma
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nella sua inesperienza non aveva alcun sospetto sulla natura dei propri sentimenti. Discutevano insieme i moti di un’anima che, fra le piante dei piedi e le radici dei capelli, nobilita la carne e trasforma in vibrazioni armoniche dello spirito le impressioni confuse della civiltà. Ma anche questo era già molto e poiché Diotima era avvezza alla cautela e sempre preoccupata di non compromettersi, quella confidenza le era sembrata troppo improvvisa, ed era stata costretta a mobilitare i grandi sentimenti, proprio i grandissimi; e dove si trovano mai più ovviamente? Nella sfera dove tutti li trasferiscono: quella degli eventi storici. L’Azione Parallela era, per Diotima e Arnheim, l’isola salvagente in mezzo al traffico sempre più intenso dei loro rapporti spirituali; ai loro occhi era quasi un destino speciale che li aveva
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riuniti in un momento così delicato, e si trovavano perfettamente d’accordo nell’opinione che il movimento patriottico fosse una prodigiosa occasione e responsabilità per creature spirituali. Lo diceva anche Arnheim, però non dimenticava mai di soggiungere che in primo luogo importava che fossero persone forti, pratiche tanto di questioni amministrative che di problemi del pensiero, e l’estensione del movimento veniva solo in secondo luogo. Così in Diotima l’Azione Parallela era indissolubilmente legata ad Arnheim; e la sua primitiva mancanza di idee sull’impresa aveva ceduto il luogo a un’esuberante dovizia. S’avverava nel modo più fausto la speranza che il tesoro di sentimenti insito nell’anima austriaca potesse venir rafforzato dall’educazione mentale prussiana, e così forti
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erano quelle impressioni che la corretta signora non si rese conto di commettere un atto di prepotenza invitando Arnheim ad assistere alla seduta inaugurale. Adesso era troppo tardi per cambiar strada; ma Arnheim, che subodorava i motivi, vi trovava qualcosa di pacificante, pur dispiacendogli di esser stato messo in quella situazione; e Sua Signoria in fondo era troppo ben disposto verso l’amica per dare al suo stupore un’espressione più forte di quella involontaria; alla dichiarazione di Diotima tacque, e dopo un silenzio breve e penoso porse cortesemente la mano al dottor Arnheim e gli diede il benvenuto con le parole più gentili e più lusinghiere.
A quasi nessuno dei convenuti era sfuggita la piccola scena, e chi sapeva chi fosse il dottor Arnheim si meravigliò della sua presenza, ma
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tra gente ben educata si presuppone che tutto abbia le sue valide ragioni, e non è buona creanza indagarle curiosamente.
Sua Signoria tenne un discorso. L’aveva preparato da alcuni giorni, e il suo carattere intellettuale era troppo saldo perché egli potesse mutar qualcosa all’ultimo minuto; appena attenuò le allusioni più scoperte all’uso dei fucili ad ago (subdolamente introdotti dai prussiani nel 1866 battendo i fucili a bacchetta austriaci).
- Ci riunisce qui, – disse il conte Leinsdorf, – il comune pensiero che una possente manifestazione sorta dal cuore del popolo non può essere abbandonata al caso, ma invece ha bisogno di essere guidata da un’autorità preveggente e lungimirante, e dunque discendente dall’alto. Sua Maestà il nostro
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amato imperatore festeggerà nell’anno 1918 una eccezionale ricorrenza, i settant’anni dalla sua ascensione al trono; se Dio vuole nel vigore e nella freschezza che siamo avvezzi ad ammirare in lui. Siamo certi che questo anniversario sarà celebrato dalle riconoscenti popolazioni dell’Austria in modo tale da dimostrare al mondo intero non soltanto il nostro fervido amore ma anche la solidità della monarchia austro-ungarica, che si erge come una roccia a baluardo del nostro Sovrano.
Qui il conte Leinsdorf si chiese se doveva accennare alle crepe che potevano formarsi nella famosa roccia pur nelle celebrazioni comuni dell’impero e della monarchia, perché c’era da prevedere una resistenza dei magiari, che riconoscevano in Francesco Giuseppe soltanto un re e non un imperatore. Perciò Sua
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Signoria aveva pensato dapprima di parlare “di due rocce saldamente erette, ecc.” Ma nemmeno questo esprimeva con esattezza il suo concetto politico dell’Austria-Ungheria.
Questo concetto dello stato austro-ungarico era così stranamente congegnato che sembra quasi vano tentar di spiegarlo a chi non ne abbia personale esperienza. Non era affatto di una parte austriaca e di una parte ungherese che, come si potrebbe credere, si completavano a formare un tutto, ma di un tutto e di una parte, cioè di un concetto statale ungherese e di un concetto statale austro-ungarico, e quest’ultimo stava di casa in Austria, per cui il concetto statale austriaco era in fondo senza patria. L’austriaco esisteva soltanto in Ungheria, sotto forma di avversione; a casa sua si dichiarava suddito dei regni e dei paesi della
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Monarchia austro-ungarica rappresentati alla camera, che sarebbe come dire un austriaco più un ungherese meno quest’ungherese; e non lo faceva per entusiasmo, ma per amore di un’idea che gli ripugnava, perché non poteva soffrire gli ungheresi, così come gli ungheresi non potevano soffrire lui, cosicché la faccenda diventava ancor più complicata. Molti perciò si definivano semplicemente polacchi, cechi, sloveni o tedeschi, e questo produceva ulteriori divisioni e i noti “deplorevoli fenomeni nel campo della politica interna” come li chiamava il conte Leinsdorf, che secondo lui erano “l’opera di elementi irresponsabili, promotori di scandali” che nella massa dei cittadini troppo poco educati politicamente non incontravano la necessaria condanna. Dopo questi accenni, sulla cui materia sono stati scritti libri eruditi e
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profondi, sarà accolta con favore l’assicurazione che né qui né in seguito verrà intrapreso il tentativo di dipingere un quadro storico e di competere con la realtà. Basterà notare che i misteri del dualismo (era questa l’espressione tecnica) sono difficili da indagare almeno quanto quelli della Trinità; perché il processo storico somiglia su per giù dappertutto a un processo giuridico, con cento clausole, appendici, transazioni e riserve, e solo su queste si dovrebbe concentrare l’attenzione. L’uomo comune vive e muore inconsapevole in mezzo a loro, per sua fortuna, perché se volesse darsi ragione del processo in cui è coinvolto, degli avvocati, delle spese e dei motivi, cadrebbe vittima, in qualsiasi paese, della mania di persecuzione. Capire la realtà è cosa riservata esclusivamente al pensatore filosofo
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storico-politico. Per lui il presente segue la battaglia di Mohacs o quella di Lietzen come l’arrosto segue la minestra, egli conosce tutti i protocolli e ha ad ogni istante la sensazione di una necessità fondata su norme processuali; se poi è come il conte Leinsdorf per giunta un aristocratico i cui avi paterni e materni hanno collaborato ai dibattiti preliminari, il risultato per lui è chiaro e liscio come una linea ascendente. Perciò Sua Signoria il conte Leinsdorf aveva detto prima della seduta:
- Non dobbiamo dimenticare che la magnanima deliberazione di Sua Maestà, di donare al popolo un certo diritto determinativo nelle questioni che lo riguardano, è ancora troppo recente perché si possa già avere dappertutto una maturità politica degna sotto tutti i riguardi della fiducia generosamente
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mostrata in altissimo loco. Non si dovrà perciò interpretare – come fanno astiosamente gli stati esteri – queste in sé deplorevoli manifestazioni alle quali ci tocca assistere come un segno di vecchiaia e di sfacelo, ma al contrario come una prova di immaturità e quindi di gagliarda giovinezza del popolo austriaco!
E voleva ripetere questo ammonimento nel corso della seduta, ma poiché Arnheim era presente non disse tutto quel che pensava e si accontentò di accennare alla scarsa conoscenza che dimostrava l’estero del vero stato di cose in Austria e alla sopravvalutazione di certi fenomeni incresciosi.
- Se noi infatti auspichiamo, – concluse Sua Signoria, – una chiara dimostrazione della nostra forza e della nostra unità, lo facciamo anche nell’interesse di tutte le nazioni perché la
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felice convivenza nella grande famiglia degli stati europei ha per condizione la reciproca stima e il rispetto della sovranità altrui – Ripeté poi ancora una volta che una così spontanea e vigorosa manifestazione doveva esprimersi dal seno stesso del popolo e quindi esser guidata dall’alto, e che la riunione era stata appunto indetta allo scopo di deciderne i mezzi. Se ci si ricorda che il conte Leinsdorf poco tempo prima non aveva in mente altro che un elenco di nomi e il suggerimento venuto dal di fuori di un “anno dell’Austria”, bisognerà prender atto di un gran passo avanti, senza contare che Sua Signoria non aveva nemmeno esposto tutto il suo pensiero.
Dopo questo discorso, prese la parola Diotima per delucidare le intenzioni del presidente. La grande Azione Patriottica, ella
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affermò, doveva eleggersi una grande meta, la quale, come aveva detto Sua Signoria, sarebbe sorta in mezzo al popolo.
- Noi che siam qui adunati per la prima volta non ci sentiamo ancora chiamati a definire questa meta, ma per ora lavoreremo insieme per creare un organismo atto ad avviare la formazione di progetti che conducano a questo scopo – Con tali parole ella aprì la discussione.
Per un poco regnò un silenzio profondo. Chiudi in una stessa gabbia uccelli di specie e linguaggio diversi, e vedrai che in principio tacciono allo stesso modo.
Finalmente un professore chiese la parola; Ulrich non lo conosceva, Sua Signoria doveva aver fatto invitare quel signore all’ultimo momento dal suo segretario privato. Il
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professore parlò del cammino della storia. Se guardiamo davanti a noi – egli disse un muro impenetrabile! Se guardiamo a sinistra e a destra: un eccesso di avvenimenti importanti senza una linea di sviluppo riconoscibile! Qualche esempio: l’attuale conflitto col Montenegro. Le dure lotte sostenute dagli spagnoli in Marocco. L’ostruzionismo degli ucraini al parlamento austriaco. Ma se invece si guarda indietro, ecco che tutto appare meravigliosamente calettato secondo un ordine e uno scopo… Perciò, se così gli era lecito esprimersi: noi viviamo a ogni istante il mistero di un reggimento miracoloso. Ed era da acclamarsi come un’altissima idea l’iniziativa di aprire gli occhi al popolo su queste vedute, di lasciargli penetrare i disegni della provvidenza invitandolo, in un’occasione di suprema
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importanza… Ecco quello che aveva voluto dire. Allo stesso modo, nella pedagogia moderna si fa lavorare l’allievo insieme al maestro invece di porgli dinanzi risultati bell’e pronti.
L’assemblea fissava impietrita il panno verde del tappeto; anche il prelato che rappresentava l’arcivescovo aveva conservato di fronte a quello spirituale intervento d’un laico lo stesso atteggiamento cortese e paziente dei consiglieri ministeriali, senza lasciare apparire sul suo viso il più lieve segno di un cordiale consenso. Era come quando qualcuno per la strada si mette ad apostrofare forte i passanti: tutti, anche quelli che non stanno pensando niente, sentono improvvisamente di trovarsi fuori per gravi e importanti impegni, o di assistere a un abuso di suolo pubblico. Il professore, mentre parlava, aveva avuto da
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lottare con la propria timidità, e le parole gli erano uscite di bocca stentate e modeste, come se il vento gli togliesse il respiro; quand’ebbe finito aspettò una risposta, e non senza dignità cancellò dal suo viso l’espressione d’attesa.
Fu per tutti una liberazione quando dopo quell’incidente il rappresentante della casa civile dell’imperatore chiese la parola, e diede all’assemblea un ragguaglio delle istituzioni e opere che nell’anno del giubileo sarebbero state finanziate dalla cassetta privata del grazioso sovrano. Cominciò con l’offerta per la costruzione di un santuario in un luogo di pellegrinaggio, e una cassa per soccorrere ecclesiastici privi di mezzi, poi sfilarono le associazioni di veterani “Arciduca Carlo” e “Radetzky” vedove e orfani di guerra delle campagne del 1866 e del 1878, un istituto per
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sottufficiali a riposo, l’Accademia delle Scienze, e via discorrendo; l’elenco non conteneva nulla di straordinario, aveva il suo corso e posto prestabiliti in tutte le celebrazioni pubbliche della sovrana generosità. Finito l’elenco si alzò subito la signora Weghuber, moglie d’un industriale, dama benemerita nel campo della beneficenza, assolutamente incapace di concepire che potesse esistere al mondo qualcosa di più importante che gli oggetti delle sue cure, e propose all’assemblea la fondazione di una “Cucina Imperatore Francesco Giuseppe per la minestra dei Poveri”, suggerimento che venne approvato. L’inviato del ministro dell’Istruzione e del Culto fece però osservare che anche al suo dicastero era stata presentata una proposta in un certo senso analoga, la pubblicazione di un’opera monumentale,
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L’imperatore Francesco Giuseppe I e il suo secolo. Ma dopo questo felice avvio ci fu di nuovo un silenzio, e la maggior parte dei presenti fu di nuovo in preda a un imbarazzo penoso.
Se qualcuno, mentre si recavano al convegno, avesse chiesto loro se sapevano che cosa fosse un grande evento, un evento storico e così via, avrebbero certo risposto affermativamente, ma posti di fronte all’urgente problema di inventarne uno si erano a poco a poco afflosciati, e avevano sentito dentro di sé qualcosa come un brontolio di carattere molto naturale.
In quel momento pericoloso Diotima, che aveva fatto preparare dei rinfreschi, sospese con tatto squisito la seduta.
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43. Primo incontro di Ulrich col grand’uomo. Nella storia del mondo non accade nulla d’irragionevole, ma Diotima sostiene che la vera Austria è tutto il mondo
NELL’intervallo Arnheim osservò che quanto più vasta l’organizzazione tanto più
disparate sarebbero state le proposte. Ma appunto per questo era un prodigioso proposito costringere tutto un popolo a concentrarsi sulla volontà, l’ispirazione e l’essenza, cose più profonde che la ragione.
Per tutta risposta Ulrich gli chiese se
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credeva davvero che dal movimento sarebbe nato qualcosa.
- Senza dubbio, – affermò Arnheim -; i grandi avvenimenti sono sempre l’espressione di una generale disposizione d’animo! – Questa oggi esisteva; e il fatto stesso che fosse stata possibile un’andatura come l’odierna ne dimostrava la profonda necessità.
C’era però qualcosa che non era facile penetrare, opinò Ulrich. Supposto che il compositore dell’ultima operetta che aveva avuto un successo mondiale fosse un intrigante e si facesse nominare presidente di tutti gli stati nel mondo, cosa non impossibile data la sua enorme popolarità: questa sarebbe stata un’incrinatura nella storia o l’espressione di uno stato d’animo?
- Ma è assolutamente escluso! – dichiarò
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serio il dottor Arnheim. – Un compositore di quel genere non può essere né un intrigante né un politico; altrimenti non si spiegherebbe il suo genio comico-musicale, e nella storia del mondo non accade mai nulla d’irragionevole.
- Nel mondo sì, molto spesso!
- Nella storia del mondo, mai!
Arnheim era visibilmente nervoso. Poco distante, Diotima e il conte Leinsdorf parlavano animatamente, a bassa voce. Sua Signoria s’era decisa ad esprimere all’amica il suo stupore di vedere un prussiano in quel movimento che doveva essere austriaco per eccellenza. Non foss’altro che per motivi di tatto riteneva escluso che uno straniero potesse avere una parte importante nell’Azione Parallela; mentre Diotima gli faceva notare l’ottima e pacificante impressione che una simile assenza di egoismo
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politico doveva produrre all’estero. Ma poi cambiò tattica e allargò di sorpresa i suoi piani. Parlò della delicatezza femminile, che è una garanzia del sentimento e non si cura dei pregiudizi della società. Sua Signoria doveva ascoltare quella voce, almeno una volta. Arnheim era un europeo, uno spirito noto in tutta l’Europa; e appunto perché non era un austriaco, la sua partecipazione serviva a dimostrare che lo spirito come tale ha nell’Austria una patria, e improvvisamente sparò l’asserzione che la vera Austria era tutto il mondo. Il mondo, ella spiegò, non avrebbe trovato pace se non quando le nazioni in esso avessero vissuto concordi come le stirpi austriache nella loro patria comune. Un’Austria più grande, un’Austria mondiale, ecco la sublime idea che ella suggeriva in quel
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fortunato momento a Sua Signoria, l’idea- fastigio che mancava finora all’Azione Parallela!
Travolgente, una pacifica dominatrice, la bella Diotima stava di fronte al suo nobile amico. Il conte Leinsdorf non sapeva ancora risolversi ad abbandonare le sue obiezioni, ma ammirò anche questa volta l’ardente idealismo e l’ampiezza di vedute di quella donna e ponderò se non sarebbe stato meglio far partecipare Arnheim alla conversazione che rispondere subito a una proposta così gravida di conseguenze.
Arnheim era inquieto, perché fiutava quel colloquio senza poterlo influenzare. Lui e Ulrich erano circondati da curiosi attratti dalla persona del Creso, e Ulrich stava appunto dicendo:
- Ci sono migliaia di professioni in cui gli
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uomini si consumano; lì è concentrata la loro intelligenza. Ma se si chiede loro semplicemente ciò che è umano e a tutti comune, non restano che tre cose: la stupidità, il denaro e tutt’al più qualche reminiscenza di religione!
- Giustissimo, la religione! – interloquì Arnheim con energia, e chiese a Ulrich se credeva che fosse già del tutto sradicata e scomparsa.
Aveva pronunziato la parola religione in tono così enfatico che il conte Leinsdorf doveva averla udita per forza.
Nel frattempo sembrava che il conte Leinsdorf avesse concluso un patto con Diotima, perché condotto dall’amica s’avvicinò al gruppo, che si sciolse discretamente, e diresse la parola al dottor Arnheim.
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Ulrich a un tratto si trovò solo a rosicchiarsi le unghie.
Incominciò – sa Iddio come, per ammazzare il tempo o per non starsene lì derelitto – a ripensare la scarrozzata che l’aveva portato al raduno. Il conte Leinsdorf, che l’aveva preso seco, da uomo moderno possedeva l’automobile, ma poiché in pari tempo era attaccato alla tradizione, si serviva anche talvolta di una pariglia di splendidi sauri che aveva conservato con cocchiere e carrozza; e quando il maggiordomo era venuto a prendere gli ordini, Sua Signoria aveva trovato opportuno recarsi alla seduta inaugurale dell’Azione Parallela trainato da due bellissimi animali ormai quasi storici. – Quello è Pepi e quello è Hans, – indicò il conte Leinsdorf lungo il tragitto; si vedevano le brune colline danzanti
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delle groppe, e ogni tanto una delle teste annuenti, che a tempo si volgeva di lato facendo volar via la schiuma dalla bocca. Era difficile capire che cosa avessero in mente i cavalli; la mattinata era bella ed essi correvano. Forse la corsa e il foraggio son le sole grandi passioni equine, se si considera che Pepi e Hans erano castrati e non conoscevano l’amore come esigenza tangibile, ma soltanto come un anelito e una velatura che talvolta rivestiva di nubi sottili e lucenti il loro cosmo. Il culto del foraggio si celebrava in una mangiatoia marmorea con biade squisite, in una greppia piena di fieno fresco, al tintinnio degli anelli sulle cavezze; e si riassumeva nelle esalazioni caldo-umide della stalla, il cui afrore schietto, ammoniacale, penetrava come aghi quel forte senso d’individualità: qui sono i cavalli! In
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quanto alla corsa, doveva esser diverso. Allora la povera anima è ancora legata al branco, ove da qualche parte giunge al puledro che lo guida, o a tutti insieme, un impulso alla corsa, e si slanciano tutti incontro al vento e al sole; perché quando l’animale è solo e lo spazio gli sta aperto nelle sue quattro dimensioni, sovente un fremito di follia gli attraversa il cervello ed egli scatta via al galoppo, senza meta, e si precipita in una terribile libertà, che è vuota in una direzione come nell’altra, finché smarrito si ferma, ed è facile allettarlo al ritorno con un sacchetto d’avena.
Pepi e Hans erano cavalli ben addestrati al tiro; si misero al trotto, battendo con gli zoccoli la strada soleggiata con le siepi di case; gli uomini apparivan loro come un brulichio grigio che non diffondeva né gioia né spavento; le
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mostre variopinte dei negozi, le donne sfoggianti colori luminosi, erano pezzi di prato non commestibili; i cappelli, le cravatte, i libri e i brillanti lungo la strada, un deserto. Solo due isole di sogno ne emergevano, la stalla e il trotto, e ogni tanto Hans e Pepi si spaventavano per un’ombra, come nel sogno o nel gioco, si stringevano al timone, si lasciavan rinfrancare da una frustata piatta e si abbandonavano grati alla briglia.
E improvvisamente il conte Leinsdorf s’era sollevato sui cuscini e aveva chiesto a Ulrich:
- Dottore, Stallburg mi ha detto che lei si adopera per un tale…? – Nella sua sorpresa Ulrich non trovò subito la replica adatta, e Leinsdorf seguitò:
- È bello da parte sua. So tutto. Secondo me non si potrà fare gran che, perché si tratta di
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un individuo abominevole; ma quel tanto di imponderabilmente individuale, e di meritevole d’indulgenza, che è in ogni cristiano, spesso si rivela appunto in un soggetto di questo genere; e quando ci accingiamo noi stessi a una grande impresa, dobbiamo ricordarci con umiltà dei derelitti. Forse si potrà farlo sottoporre a un’altra perizia medica – Dopo aver emesso, fra le scosse della carrozza, questo lungo discorso, il conte Leinsdorf si lasciò ricadere sui cuscini e aggiunse: – Ma non dimentichiamo che in questo momento tutte le nostre forze devono esser consacrate a un avvenimento mondiale!
Ulrich in fondo sentiva una certa simpatia per l’ingenuo vecchio aristocratico, che stava ancora discorrendo con Diotima e Arnheim; e quasi un po’ di gelosia. La conversazione infatti pareva molto animata; Diotima sorrideva, il
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conte Leinsdorf allargava gli occhi stupito nello sforzo di seguire, e Arnheim parlava con signorile pacatezza. Ulrich colse l’espressione “portare il pensiero nelle sfere del potere” Non poteva soffrire Arnheim, semplicemente come forma di esistenza, per principio, il tipo Arnheim. Quella combinazione di spirito, affari, vita comoda e cultura gli era supremamente intollerabile. Era convinto che Arnheim fin dalla sera prima avesse tutto concertato per arrivare alla seduta né per primo né per ultimo; ma che tuttavia non aveva di certo guardato l’ora prima di uscire, ma forse l’ultima volta prima di sedersi a colazione e ascoltare il rapporto del segretario che gli porgeva la posta; il tempo che gli restava a disposizione l’aveva trasformato nell’attività interna a cui voleva dedicarsi fino al momento di muoversi, e
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abbandonandosi a quell’attività era sicuro che essa avrebbe riempito esattamente il tempo, perché la cosa giusta e il tempo che le bisogna sono uniti da una forza misteriosa, come una scultura e lo spazio che occupa, o colui che lancia il giavellotto e il bersaglio che egli colpisce senza guardare. Ulrich aveva già sentito dire tante cose di Arnheim, e alcune ne aveva lette. In uno dei suoi libri era scritto che l’uomo uso a sorvegliare nello specchio il proprio vestire non è capace di agire con tranquilla serenità. Perché lo specchio, creato in origine per la gioia – egli spiegava – è diventato uno strumento di paura, come l’orologio, che è un surrogato creato dal fatto che le nostre attività non si susseguono più secondo un ordine naturale.
Ulrich dovette scuotersi per non fissare
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ineducatamente il gruppo vicino, e l’occhio gli cadde sulla camerierina che scivolava fra i gruppi conversanti e sbattendo le palpebre con riverenza serviva rinfreschi. Ma la piccola Rachel non s’accorse di lui; lo aveva dimenticato e non venne nemmeno a porgergli il suo vassoio. Si era avvicinata ad Arnheim e gli offriva i suoi ristori come se fosse stato un dio: avrebbe voluto baciare la mano corta e tranquilla che prese la limonata e tenne distrattamente il bicchiere, senza che il nababbo bevesse. Dopo quel momento culminante, ella fece il suo dovere come un piccolo automa conturbato, e scappò in fretta dal salotto, tutto gambe e conversazioni, dove si faceva la storia, tornandosene in anticamera.
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44. Continuazione e fine della grande seduta. Simpatia di Ulrich per Rachel, e di Rachel per Soliman. Definitiva organizzazione dell’Azione Parallela
Ulrich piaceva quel genere di servette che sono ambiziose, si comportano bene, e nella loro
beneducata timidezza somigliano ad alberelli i cui frutti dolci e maturi cascheranno un giorno in bocca a un giovin signore ozioso che si degni di schiuder le labbra. “Devono esser valorose e indurite come le donne dell’età della pietra, che di notte dividevano il giaciglio e di giorno
portavano in lunghe marce le armi e le
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suppellettili del loro guerriero”, egli pensò, sebbene lui stesso, salvo che nell’era lontana della virilità che si desta, non avesse mai percorso quel sentiero di guerra. Sospirando tornò al suo posto, perché la seduta riprendeva.
Ripensandoci gli venne in mente che l’abito bianco e nero imposto a queste fanciulle ha lo stesso colore di quello delle monache; lo notava per la prima volta e se ne meravigliò. Ma la divina Diotima stava già parlando, e dichiarava: l’Azione Parallela deve culminare in un grande segno. Questo non vuol dire che debba avere una qualsiasi meta visibile da lontano, per patriottica che essa sia. Ma quel fine deve commuovere il cuore del mondo. Non bisogna che sia solamente pratico, dev’essere un poema epico. Dev’essere una pietra miliare. Dev’essere
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uno specchio nel quale il mondo si contempli e arrossisca. Non soltanto arrossisca ma, come nella fiaba, scopra il suo vero volto e non possa più dimenticarlo. Perciò Sua Signoria aveva suggerito l’idea dell’Imperatore della Pace.
Ciò premesso, non si poteva disconoscere che le proposte finora discusse fossero inadeguate. Se nella prima parte della seduta ella aveva parlato di simboli, non intendeva dire, naturalmente, cucine per distribuir minestre; si trattava invece, nientemeno, di ricomporre quella coesione umana che gli interessi personali ormai tanto differenziati avevano distrutta. Naturalmente s’affacciava quindi subito la domanda, se il tempo presente e i popoli d’oggi fossero ancora capaci di grandi idee collettive. Tutte le proposte avanzate erano bellissime ma assai divergenti, e ciò bastava a
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dimostrare che nessuna di esse possedeva la forza coesiva, e mancava dunque appunto dell’essenziale.
Mentre Diotima parlava, Ulrich osservava Arnheim. Ma la sua avversione non si soffermava su particolari fisionomici, bensì su tutto l’insieme. Anche se quei particolari – il duro cranio fenicio da mercante dominatore, il viso severo, ma come modellato con materiale un po’ scarso e perciò con poco rilievo, la compostezza della figura rivelante il gran sarto inglese, e, nel secondo punto donde l’uomo sguscia fuori dell’abito, le mani dalle dita un po’ brevi – erano abbastanza degni di nota. Ciò che irritava Ulrich era il buon rapporto reciproco di tutte queste cose. Uguale sicurezza spiravano anche i libri di Arnheim; il mondo funzionava bene, subito che Arnheim lo aveva
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esaminato. In Ulrich si risvegliò una voglia monellesca di gettare sassi o immondizie su quell’uomo cresciuto nella perfezione e nella ricchezza, mentre lo guardava disporsi a seguire con la massima attenzione quegli insulsi dibattiti; li beveva addirittura, come un intenditore, il cui viso esprime: non voglio dir troppo, ma questa è una vita nobilissima!
Diotima intanto aveva finito. Nell’intervallo, appena tutti avevan ripreso i loro posti, le facce dei presenti esprimevano la persuasione che adesso si sarebbe venuti a un risultato. Nessuno ci aveva meditato su, ma tutti avevano preso l’atteggiamento in cui si aspetta qualcosa d’importante. E ora Diotima concluse: – Al quesito, dunque, se il tempo presente e i popoli d’oggi siano ancora capaci di grandi ideali comuni, si può e si deve aggiungere: e della
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forza che riscatta! Perché si tratta di redenzione
- Di uno slancio liberatore, in poche parole, anche se non si poteva ancora farsene un’idea ben chiara. Doveva nascere dalla collettività, oppure non nascere affatto. Perciò ella, presi gli accordi con Sua Signoria, si permetteva di fare la seguente proposta a chiusura della seduta odierna: Sua Signoria aveva osservato con ragione che in fondo anche i ministeri rappresentano una divisione del mondo secondo i suoi principali punti di vista, come religione e istruzione, commercio, industria, giustizia e così di seguito. Con la costituzione di commissioni presiedute ciascuna da un delegato di quei dicasteri, fiancheggiato da rappresentanti delle pertinenti corporazioni e parti della popolazione, si sarebbe dunque creato un organismo dove le forze principali del
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mondo avrebbero avuto il loro ordine naturale, sarebbero state vagliate e incanalate. La commissione centrale avrebbe quindi elaborato l’assetto definitivo, e sarebbe poi bastato completare l’edificio con qualche comitato e sottocomitato con compiti speciali, per esempio la propaganda e la raccolta di fondi; quanto a lei si sarebbe riservata la formazione di un comitato spirituale per l’ulteriore sviluppo delle idee fondamentali, collegato naturalmente con tutte le altre commissioni.
Tacquero di nuovo tutti, ma questa volta con sollievo. Il conte Leinsdorf approvò più volte col capo. Qualcuno chiese, a maggior schiarimento, come si sarebbe inserito nell’azione così progettata l’elemento più particolarmente austriaco.
Si levò a rispondere il generale Stumm von
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Bordwher, mentre tutti gli altri oratori prima di lui avevano parlato restando seduti. Ben sapeva – egli disse – che al soldato in sala di consiglio è assegnata una parte modesta. Se dunque prendeva la parola, non era per mescolarsi alle critiche insuperabili delle proposte presentate che erano tutte eccellenti. Intendeva tuttavia sottoporre a un benevolo esame il pensiero seguente. La manifestazione ideata doveva agire verso l’esterno. Ma ciò che agisce verso l’esterno è la potenza di un popolo. D’altronde la posizione dell’Austria nella famiglia dei popoli europei, come aveva detto Sua Signoria, era tale, che una manifestazione di quel genere sarebbe stata tutt’altro che inutile. L’idea dello stato è insomma l’idea della forza, come dice Treitschke; lo stato è la forza di sostenersi nella lotta dei popoli. Si toccava
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una piaga ben nota ricordando la situazione poco soddisfacente in cui si trovavano, per l’indifferenza del parlamento ottuso, la nostra artiglieria e la nostra marina. Egli invitava quindi a considerare – nel caso che non si trovasse quel fine ultimo che ancora mancava – se non fosse opportuna una larga, popolare partecipazione ai problemi dell’esercito e del suo armamento. Si vis pacem para bellum! La forza che si spiega in tempo di pace tien lontana la guerra o per lo meno l’abbrevia. Egli poteva dunque garantire che simili misure promuovono anche la conciliazione dei popoli e sono manifestazioni caratteristiche di una profonda volontà di pace.
In quel momento accadde nella sala qualcosa di strano. La maggior parte dei convenuti aveva avuto sulle prime
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l’impressione che quel discorso non si confaceva all’impegno particolare della riunione, ma via via che il generale si amplificava acusticamente sempre di più, credettero di sentire il passo di marcia tranquillizzante di ben ordinati battaglioni. L’impulso primitivo dell’Azione Parallela: “far meglio della Prussia” risorse timidamente, come se una banda militare sonasse in lontananza la marcia del Principe Eugenio che va a combattere i Turchi, o l’inno “Dio salvi il nostro imperatore” Tuttavia se il conte Leinsdorf, che però non ci pensava affatto, si fosse alzato a proporre di mettere a capo della banda militare il fratello prussiano Arnheim, tutti avrebbero creduto, nel vago stato di esaltazione in cui erano, di sentir sonare invece l’inno tedesco “Salve, fra i lauri della vittoria” e
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non avrebbero trovato nulla da obiettare.
Dietro il buco della serratura Rachelle
segnalò: “Adesso parlano di guerra!”
Se alla fine dell’intervallo era tornata in anticamera ciò dipendeva anche dal fatto che Arnheim questa volta s’era davvero portato appresso il suo Soliman. Poiché il tempo s’andava guastando, il moretto aveva seguito il padrone con un soprabito. Quando Rachel gli aveva aperto, lui l’aveva guardata con un’aria sfacciata perché era un vizioso monello berlinese, che le donne vezzeggiavano in un modo di cui egli non sapeva ancora approfittare debitamente. Ma Rachel pensava che gli si dovesse parlare nel linguaggio dei negri e non le era neanche venuto in mente di provare in tedesco; poiché bisognava bene intendersi, aveva risolutamente cinto col braccio le spalle
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del sedicenne, se l’era condotto in cucina, gli aveva dato una seggiola e gli aveva messo davanti tutti i dolci e le bevande che erano a portata di mano. Mai in vita sua aveva fatto una cosa simile, e quando si scostò dalla tavola il cuore le batteva come pestar lo zucchero in un mortaio.
- Come si chiama, signorina? chiese infine
Soliman; egli parlava tedesco!
- Rachelle! – aveva risposto Rachel, ed era scappata via.
Soliman in cucina aveva fatto onore alle paste, al vino, ai tramezzini, s’era acceso una sigaretta e iniziò una conversazione con la cuoca. Rachel, quando ritornò dopo aver servito i rinfreschi, ne ebbe un colpo al cuore. Disse:
- Di là stanno per prendere decisioni molto
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importanti! Ma Soliman se ne infischiava e la cuoca, che era anziana, rise.
- Può anche venirne fuori una guerra! – aveva soggiunto Rachel eccitata, e rincarò al massimo, con la sua segnalazione di dietro la toppa, che ormai erano arrivati al punto.
Soliman drizzò gli orecchi.
- Ci sono anche dei generali austriaci?
- Guardi lei! – disse Rachel. – Uno c’è di sicuro, – e andarono insieme a usciolare.
Lo sguardo cadeva ora su un foglio bianco, ora su un naso; ogni tanto passava una grande ombra o scintillava un anello. La vita si scomponeva in fatti isolati; si vedeva il panno verde stendersi come un prato; una mano bianca appariva spaesata, nel vuoto, cerea come in un diorama; e guardando di sbieco si poteva cogliere in un angolo lo scintillio della
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dragona d’oro del generale. Persino il viziato
Soliman si mostrava scosso.
Favolosa e inquietante la vita ingigantiva, vista attraverso un’illusione e un foro di serratura. La posizione curva faceva rombare il cuore negli orecchi, e le voci al di là della porta ora rumoreggiavano come massi di roccia, ora scivolavano come su assi insaponate. Rachel si raddrizzò lentamente. Sentiva il suolo alzarsi sotto i suoi piedi, e lo spirito del grande evento la rinserrava, come se avesse messo il capo sotto uno di quei panni neri usati da incantatori e fotografi. Poi anche Soliman si rialzò, e il sangue ridiscese vibrando dai loro cervelli. Il moretto sorrise e dietro le labbra azzurre splendettero le gengive scarlatte.
Mentre quell’istante trascorreva lento nell’anticamera come un suono di tromba, fra i
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soprabiti appesi di personaggi influenti, nella sala si prendevano le risoluzioni finali dopo che Sua Signoria ebbe caldamente ringraziato il generale per i preziosi suggerimenti, dichiarando però che per il momento bisognava limitarsi a gettare le basi organizzative. A tal uopo, oltre l’adattamento del progetto alle esigenze mondiali secondo i vari punti di vista dei ministeri, occorreva votare ancora una risoluzione conclusiva la quale diceva che tutti i convenuti, all’unanimità, avevano deliberato, appena il voto del popolo si fosse espresso attraverso la loro Azione, di sottoporlo a Sua Maestà con l’umilissima preghiera di voler benignamente disporre dei mezzi atti alla sua traduzione in pratica che nel frattempo sarebbero stati predisposti e procacciati.
Questa risoluzione aveva il vantaggio di far
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sì che il popolo si proponesse spontaneamente ma per intercessione della Sovrana Volontà la meta riconosciuta più degna, ed era stata formulata per desiderio speciale di Sua Signoria, perché anche se si trattava soltanto di una questione di forma egli riteneva importante che il popolo non facesse nulla per conto proprio e senza il secondo fattore costituzionale; neppure onorare il medesimo.
Gli altri partecipanti non avrebbero guardato tanto per il sottile, ma appunto perciò non ebbero nulla in contrario. E che la seduta si chiudesse con una risoluzione corrispondeva alle regole. Infatti sia che a una rissa si metta il punto finale col coltello, o alla fine di un pezzo per pianoforte si piantino due o tre volte tutte le dieci dita nella tastiera, o il ballerino s’inchini davanti alla sua dama, o si prenda
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all’unanimità una deliberazione – ci si sentirebbe a disagio in questo mondo se gli avvenimenti se la svignassero alla buona senza assicurare ancora una volta, come si deve, di essere veramente avvenuti, ed è proprio per questo che si usa così.
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45. Tacito incontro di due vette solitarie
TOLTA la seduta, il dottor Arnheim, per suggerimento di Diotima, aveva discretamente manovrato in
modo da restar l’ultimo; il capodivisione Tuzzi avrebbe differito il suo ritorno per non rientrare sicuramente in casa prima della fine della seduta.
In quei momenti fra la partenza degli ospiti e il consolidamento della situazione, durante il passaggio da una stanza all’altra interrotto da riflessioni, dalla necessità di dare certi ordini e dall’irrequietezza che lascia dietro di sé un grande avvenimento, Arnheim sorridendo aveva
seguito Diotima con gli occhi. Diotima sentiva
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che la sua casa era tutta in un moto vibrante; gli oggetti che per il grande evento avevano dovuto mutar luogo tornavano l’uno dopo l’altro al loro posto; era come quando una grande ondata ritirandosi dalla riva scorre via da innumerevoli fossi e fossetti. E mentre Arnheim aspettava in signorile silenzio che lei e quel movimento intorno a lei ritornassero alla calma, Diotima si ricordò che, se pur tanta gente aveva frequentato la sua casa, mai prima d’ora un uomo era stato così familiarmente solo con lei da sentire il muto palpito della casa vuota, tranne il capodivisione Tuzzi. E all’improvviso il suo pudore fu turbato da una visione assolutamente inconsueta; la casa deserta, dove mancava anche suo marito, le parve un paio di calzoni che Arnheim avesse infilato. Simili immagini possono presentarsi
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come mostruosi parti della notte alla più casta delle creature, e il sogno meraviglioso d’un amore in cui corpo e anima fossero una cosa sola risplendette in Diotima.
Arnheim non ne aveva alcun sospetto. La piega dei suoi calzoni era inappuntabilmente perpendicolare al pavimento lucido, la sua finanziera, la sua cravatta, il suo volto distinto calmo-sorridente non parlavano tanto eran perfetti. Veramente aveva avuto l’intenzione di far qualche rimostranza a Diotima per l’incidente occorso alla sua venuta e prender le sue misure per l’avvenire; ma in quel momento l’uomo avvezzo a trattare da uguale con i magnati della finanza americana, ricevuto da imperatori e da re, il nababbo in grado di pagare ogni donna a peso d’oro, era invece costretto da un certo non so che a fissare
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affascinato Diotima, che in verità si chiamava Ermelinda, anzi soltanto Hermine Tuzzi, ed era semplicemente la moglie di un alto impiegato. Per questo non so che, è giocoforza usare ancora una volta la parola anima.
È una parola già comparsa sovente, ma non proprio nelle forme più chiare. S’è presentata, ad esempio, come ciò che il mondo contemporaneo ha perduto; o che non si può conciliare con la civiltà; come l’antitesi degl’istinti materiali e delle abitudini coniugali; come ciò che l’idea di un assassino eccita non unicamente a sdegno; come ciò che l’Azione Parallela deve affiancare; come meditazione religiosa e contemplatio in caligine divina nel conte Leinsdorf; e come passione per le allegorie in molte persone, eccetera eccetera.
Di tutte le singolarità di questa parola
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“anima” la più notevole però è che i giovani non possono pronunziarla senza ridere. Perfino Diotima e Arnheim si vergognavano di usarla senza associarla a un’altra; perché si può ancor sostenere di avere un’anima generosa, nobile, vile, ardita, volgare, ma dire “la mia anima”, nudo e crudo, è superiore alle nostre forze. La frase è esclusivamente adatta alle persone anziane, e se ne deduce l’ipotesi che con l’andar degli anni si faccia sempre più sentire qualcosa per cui occorre un nome e non lo si trova, finché ci si decide con riluttanza a servirsi di quello tanto a lungo rifiutato.
Come dunque descriverla? Si ha un bel dire, ma l’essenziale non è quel che si ha davanti, quel che si vede, si ode, si vuole, si assalta, si domina. Emerge come un orizzonte, come un semicerchio; ma gli estremi di questo
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semicerchio son congiunti da una corda il cui piano passa attraverso il centro del mondo. Sul davanti ne sporgon fuori le mani e la faccia, sentimenti e aspirazioni gli trascorrono innanzi, e nessuno dubita che quel che ivi si fa sia sempre ragionevole o per lo meno appassionato; vale a dire, le condizioni esterne determinano le nostre azioni in un modo che è comprensibile a ognuno, oppure, quando in balia della passione compiamo azioni incomprensibili, anche questo ha la sua maniera. Ma per intelligibile e coerente che tutto ciò appaia, è pur sempre accompagnato dall’oscura sensazione che è soltanto una cosa a mezzo, una metà. C’è qualche difetto d’equilibrio, e l’uomo si sposta in avanti per non barcollare, come un funambolo. E poiché procede negli anni e la vita vissuta rimane alle
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sue spalle, ciò che ha già vissuto e ciò che ha ancora da vivere formano un muro, e il suo cammino finisce per esser simile a quello di un tarlo nel legno, che può contorcersi a suo piacere e anche invertire la marcia, ma lascia dietro a sé sempre lo spazio vuoto. E da questa terribile sensazione di uno spazio cieco, tagliato fuori, al di là dello spazio colmo, da questa metà che seguita a mancare quando tutto è già un intero, si discerne finalmente ciò che si chiama anima.
S’intende che la si pensa, sente, indovina in ogni tempo, nelle più diverse varietà di surrogati e secondo la natura e il carattere. In gioventù è un vago senso di dubbio se ciò che si fa sia veramente giusto. In vecchiaia è stupore di aver fatto così poco di quel che ci si proponeva. Nell’età di mezzo è consolazione di
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essere un buon figliolo pieno di belle virtù, anche se non tutto quel che si è fatto è giustificabile; oppure di trovare che anche il mondo non è proprio come dovrebbe essere, cosicché in fin dei conti tutto ciò che si è sbagliato costituisce ancora un buon accomodamento; e finalmente non pochi pensano che al di là di tutto questo c’è sempre un dio il quale fa scivolar loro in tasca il pezzo mancante. Una posizione speciale è unicamente quella occupata dall’amore; in tale caso, che è un caso d’eccezione, la seconda metà è in sopravanzo. L’essere amato par che si trovi proprio là dove di solito qualcosa manca. Le anime si congiungono per così dire dos à dos e così facendo si rendon superflue. Perciò la maggior parte della gente, dopo il grande amore di gioventù, non sente più la mancanza
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dell’anima, sicché quella cosiddetta follia adempie a un grato compito sociale.
Né Diotima né Arnheim avevano mai amato. Di Diotima lo si sa già, ma anche il grande finanziere possedeva un’anima casta in senso ampliato. Aveva sempre temuto che i sentimenti da lui destati in una donna potessero riguardare non lui ma il suo denaro, e perciò praticava soltanto le donne alle quali lui pure dava denaro e non sentimenti. Non aveva mai avuto un amico, perché aveva paura d’esser sfruttato, ma soltanto amici d’affari, anche se la merce di scambio era di natura spirituale. Così era impregnato d’esperienza, ma intatto e in pericolo di rimaner solo, quando incontrò Diotima che il destino gli riservava. Le forze segrete che erano nei due si scontrarono. Tali cozzi si posson soltanto paragonare con il
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passaggio dei monsoni, con la corrente del golfo, con i moti sismici e vulcanici della crosta terrestre; forze mostruosamente superiori a quelle umane, affini alle stelle, si misero in movimento dall’uno all’altro, oltre i confini dell’ora e del giorno; fiumane immense. In simili istanti non ha nessuna importanza quel che si dice. Sopra la piega diritta dei pantaloni il corpo di Arnheim pareva torreggiare nel divino isolamento di un gigantesco monte; unita a lui dall’onda della valle gli stava di fronte Diotima irradiata di solitudine, nella sua veste alla moda di allora, che rivestiva gli omeri di piccoli palloncini, dissimulava il seno sotto artistici drappeggi e sotto le ginocchia si restringeva intorno ai polpacci. Le perline delle portiere scintillavano come vasche di pesci, le panoplie di lance e di frecce alle pareti
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irradiavano la loro pennuta e morale passione, e i volumi gialli di Calman-Levy sui tavolini tacevano come boschetti di limoni. Passiamo sotto reverente silenzio le prime parole scambiate.
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46. Idealità e morale sono i mezzi migliori per colmare il gran buco che si chiama anima
ARNHEIM fu il primo a scuotersi dall’incantesimo. Non reputava possibile indugiar più a lungo in
quello stato senza cadere in un vacuo, ottuso, placido ruminio, o senza sorreggere il raccolto fervore con una valida impalcatura di pensieri e di convincimenti, che però non gli sarebbero stati del tutto consustanziali.
Un mezzo, che uccide l’anima, ma poi ne fa tante piccole scatole di conserva per il pubblico
consumo, è sempre quello di mescolarla con la
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ragione, con le convinzioni e con l’azione pratica, ed è stato usato con successo da tutte le morali, filosofie e religioni. Come abbiamo già detto, Dio sa che cosa sia, infine, quest’anima! Non vi può esser dubbio che l’ardente desiderio di ascoltare lei sola non lasci d’avanzo un larghissimo margine, una vera anarchia; e abbiamo esempi di delitti, addirittura, commessi da anime, per così dire, chimicamente pure. Invece, non appena un’anima ha un po’ di morale, di religione o di filosofia, un’approfondita educazione borghese oppure degli ideali in materia di dovere e di bellezza, ecco che le è donato un sistema di precetti, clausole e istruzioni per l’uso, che essa deve osservare prima ancora di potersi credere un’anima degna di nota, e la sua massa incandescente, come quella di un altoforno,
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vien condotta attraverso un ben regolato sistema di crogiuoli.
Allora non rimangono, in sostanza, che logici problemi d’interpretazione, per esempio se un’azione cada sotto questo o quel comandamento, e l’anima offre il tranquillo spettacolo di un campo dopo la battaglia, dove i morti giacciono immobili e si può veder subito se ancora si agiti o gema qua e là un residuo di vita. Perciò l’uomo affretta più che può il procedimento. Se lo tormentano crisi di fede, come accade talvolta in gioventù, passa tosto alla persecuzione degli infedeli; se è l’amore che lo tortura, lo trasforma in matrimonio; e se è sopraffatto da qualche altro entusiasmo si sottrae all’impossibilità di vivere in permanenza nel fuoco, incominciando a vivere per quel fuoco. Vale a dire, riempie i molti momenti
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della sua giornata – ciascuno dei quali esige un contenuto e uno sprone – non con la sua condizione ideale ma con l’attività necessaria per la sua condizione ideale, cioè con i molti mezzi, ostacoli e incidenti che gli danno certissima garanzia di non conseguirlo mai. Perché solo i pazzi, gli squilibrati e i maniaci possono resistere a lungo in mezzo al fuoco dell’entusiasmo; l’uomo sano deve contentarsi di dichiarare che senza una scintilla di quel fuoco misterioso la vita non gli parrebbe degna d’esser vissuta.
L’esistenza di Arnheim era piena di attività; era un uomo positivo e aveva ascoltato con un sorriso bonario e non senza comprensione per i bei principî sociali della Vecchia Austria la proposta di fondare una “Cucina Imperatore Francesco Giuseppe per la Minestra dei Poveri”
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e il discorso sulla correlazione fra il senso del dovere e le musiche militari; si guardava bene dal riderne come aveva fatto Ulrich perché era convinto che occorre molto meno coraggio e superiorità per seguire grandi pensieri che per trovare in quelle bennate nature dozzinali e un po’ ridicole il nocciolo commovente dell’idealismo.
Ma quando Diotima, quella statua classica con un tocco viennese, ebbe pronunciato la frase “un’Austria mondiale”, frase rovente come una fiamma e umanamente quasi altrettanto incomprensibile, il suo animo fu scosso.
Di lui si raccontava una storia. Nella sua casa di Berlino egli possedeva una sala zeppa di sculture gotiche e barocche. Ora, la Chiesa cattolica (ad Arnheim tanto cara) suole raffigurare i suoi santi e vessilliferi in
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atteggiamenti di estatico rapimento. Lì c’eran santi che morivano in tutte le posizioni, e l’anima torceva il corpo come un capo di biancheria dal quale si strizza l’acqua. Le braccia incrociate come spade e i colli arroncigliati, tolti dal loro vero ambiente e riuniti in una stanza estranea facevano pensare a un’adunata di catatonici in un manicomio. La collezione era molto famosa e attirava in casa di Arnheim molti storici dell’arte, coi quali egli conversava eruditamente, ma sovente egli andava a sedersi tutto solo nella sua sala, e allora la sua impressione era tutt’altra; provava dentro di sé uno stupore simile a spavento, come davanti a un mondo mezzo demente. Sentiva che in origine nella morale ardeva un fuoco ineffabile, ma di cui ormai anche uno spirito come il suo non poteva quasi far altro
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che fissare le braci semispente. Questa oscura visione di ciò che tutte le religioni e mitologie esprimono quando narrano che le leggi sono state donate all’uomo dagli dei nei primordi del mondo, la vaga idea cioè di uno stato originario dell’anima che dev’essere stato non del tutto irreprensibile, e pur tuttavia, gradito agli dei, formava allora uno strano margine d’inquietudine intorno al suo pensiero uso altrimenti a spaziare orgogliosamente lontano.
E Arnheim aveva un giardiniere, un uomo profondamente schietto, diceva lui, col quale s’intratteneva sovente a parlare della vita dei fiori, perché da un uomo così s’impara molto di più che da uno scienziato. Finché un giorno s’accorse che il giardiniere lo derubava. Diciamo pure che portava via con una specie di disperato accanimento tutto quello che poteva
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arraffare e metteva da parte il ricavato per farsi indipendente; era l’unico pensiero che lo dominava giorno e notte; ma una volta scomparve anche una statuetta, e la polizia scoprì i fatti. La sera, quando venne informato della scoperta, Arnheim fece chiamare l’uomo e per tutta la notte gli rimproverò gli sviamenti della sua maniaca avidità di guadagno. Si raccontava che lui pure fosse agitatissimo e di tanto in tanto gli venisse voglia di ritirarsi a piangere in una buia stanzetta attigua. Infatti invidiava quell’uomo, per motivi che non sapeva spiegarsi, e il mattino seguente lo consegnò alla polizia.
La storia era confermata da amici stretti di Arnheim; orbene, la sua disposizione d’animo era la stessa, ora che, rimasto solo in una stanza con Diotima, sentiva qualcosa come le
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vampe silenziose del mondo fiammeggiare intomo alle quattro pareti.
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47. Arnheim, in una sola persona, è quel che sono tutti gli altri separatamente
NELLE settimane che seguirono, il salotto di Diotima ebbe di nuovo una magnifica fioritura. Tutti
accorrevano per sentire le ultime notizie dell’Azione Parallela e per vedere l’uomo nuovo che Diotima, si diceva, aveva conquistato; un nababbo tedesco, un ricchissimo ebreo, un originale che scriveva poesie, dettava il prezzo del carbone ed era intimo amico dell’imperatore di Germania. Non soltanto le dame e i gentiluomini appartenenti al mondo del conte
Leinsdorf e alla diplomazia gremivano il salotto,
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ma anche l’industria e l’intellettualità borghese erano più assidue di prima. Così s’incontravano specialisti di lingua ewé e compositori che non conoscevano una nota l’uno dell’altro, direttori di fabbriche e direttori spirituali, gente che alla parola “corso” pensavano chi al corso dei valori, chi al corso degli astri e chi a un corso universitario.
Ma adesso succedeva una cosa mai vista prima: c’era un uomo che sapeva parlare a ognuno nella sua lingua, e quest’uomo era Arnheim.
Ormai si teneva lontano dalle sedute ufficiali, dopo la sgradevole esperienza della prima, e non sempre partecipava ai ricevimenti perché spesso era fuori città. Della carica di segretario naturalmente non s’era più parlato; lui stesso aveva spiegato a Diotima che l’idea
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era inopportuna, anche per lui, e Diotima, pur non potendo più guardare Ulrich senza considerarlo un usurpatore, s’era sottomessa al giudizio di Arnheim. Questi andava e veniva; quattro o cinque giorni trascorrevano come nulla, ed egli ritornava da Parigi, Roma, Berlino; le ore che passava accanto a Diotima non rappresentavano che una piccola porzione della sua vita. Ma era quella che preferiva, e vi partecipava con tutto il suo essere.
Ch’egli sapesse parlare d’industria con i grandi industriali e di finanza con i banchieri, era comprensibile; ma era in grado di conversare con altrettanta competenza di fisica molecolare, di misticismo o di tiro al piccione. Era un parlatore eccezionale; quando incominciava non finiva più, così come non si può terminare un libro prima di aver detto
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tutto quello che preme di dire; ma il suo eloquio era calmo, signorile, scorrevole, quasi un po’ malinconico, come un ruscello ombreggiato da cupi cespugli, così che la sua loquacità appariva ineluttabile. Le sue letture e la sua memoria erano veramente di una vastità fenomenale; egli poteva usare con gli scienziati le più precise espressioni tecniche della loro specialità, ma conosceva altrettanto bene ogni persona importante dell’aristocrazia inglese, francese o giapponese, ed era a casa sua sui campi di corse e di golf non soltanto d’Europa ma anche d’Australia e d’America. Così persino i cacciatori di camosci, i domatori di cavalli, i mecenati dei teatri di corte che eran venuti per vedere un ricco ebreo stravagante, lasciavano la casa di Diotima con un rispettoso crollar del
capo.
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Un giorno Sua Signoria prese in disparte
Ulrich e gli disse:
- Sa, l’aristocrazia degli ultimi cent’anni ha avuto una gran disdetta coi suoi precettori! Una volta erano persone che poi finivano quasi tutte nell’enciclopedia; e questi mentori a loro volta introducevano nei nostri palazzi maestri di pittura e di musica i quali per gratitudine eseguivano opere di cui è costituita oggi la nostra vecchia cultura. Ma da quando ci sono scuole per tutti, e persone del mio ceto – mi scusi – prendono una laurea, i precettori, non so come mai, son diventati mediocri. La nostra gioventù fa benissimo a cavalcare, cacciare il fagiano e il cinghiale, corteggiare le belle donnine… quando si è giovani, non c’è niente di male; ma una volta i precettori indirizzavano una parte di queste energie giovanili alla caccia
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dell’arte e della cultura, oltre che dei fagiani;
oggi purtroppo non succede più.
Simili idee frullavano ogni tanto per la mente a Sua Signoria; all’improvviso si voltò del tutto verso Ulrich e concluse:
- Vede, è stato quel funesto anno 1848, che ha diviso la borghesia dalla nobiltà, con danno di entrambi!
Si guardò intorno preoccupato. Andava regolarmente in collera quando alla Camera gli oratori dell’opposizione facevano sfoggio di cultura borghese, e avrebbe voluto che la vera cultura borghese fosse prerogativa dei nobili; ma quei poveri nobili non sapevano che farsene, era un’arma per essi invisibile quella con cui venivan colpiti, e poiché nel corso di quell’evoluzione avevano vieppiù perduto prestigio, adesso venivano da Diotima per
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vedere un po’ come stavan le cose. Talvolta il conte Leinsdorf, osservando tutto quel movimento, si sentiva il cuore stretto; avrebbe desiderato che le possibilità che si offrivano in quella casa fossero prese più sul serio.
- Caro conte, la borghesia ha oggi con gli intellettuali la stessa disdetta che l’alta nobiltà ebbe a suo tempo coi precettori! – tentò di confortarlo Ulrich. – Essi le restano estranei. Guardi come stanno tutti a bocca aperta davanti a quel dottor Arnheim.
Ma il conte Leinsdorf appunto ad Arnheim stava pensando.
- D’altronde quella non è nemmeno più cultura, – continuò Ulrich, – è un fenomeno come l’arcobaleno, che però si può acciuffare e palpare. Lui parla d’amore e di economia, di chimica e di viaggi in canoa, è uno scienziato,
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un possidente e un borsista; in una parola, lui è in una persona sola quel che noi siamo separatamente, e questo ci fa stupire. Lei scuote la testa? Ma io sono convinto che la nuvola del cosiddetto progresso, a cui nessuno può guardar dentro, l’ha scodellato lì in mezzo a noi.
- Non ho scosso il capo per quello che lei dice, – rettificò Sua Signoria, – pensavo al dottor Arnheim. Tutto sommato bisogna ammettere che è una persona interessante.
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48. I tre motivi della celebrità di Arnheim e il mistero del tutto
A tutto questo non era che l’impressione consueta prodotta dalla persona del
dottor Arnheim.
Egli era un uomo di grande formato.
La sua attività s’estendeva sui continenti della terra come su quelli del sapere. Egli conosceva tutto: i filosofi, l’amministrazione statale, la musica, il mondo, lo sport. Parlava correntemente cinque lingue. Gli artisti più famosi del mondo erano suoi amici, ed egli
comprava l’arte di domani in erba, a prezzi non
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ancora saliti. Era sovente invitato alla corte imperiale, e discorreva con gli operai. Possedeva una villa di stile ultramoderno, riprodotta in tutte le riviste d’architettura, e un vecchio castello cadente nelle lande dell’aristocratica Marca di Brandeburgo, che pareva proprio la culla imporrita dell’idea prussiana.
Tanta versatilità e capacità d’assimilazione è raramente accompagnata da produttività propria; ma, anche in questo, Arnheim era un’eccezione. Una o due volte l’anno si ritirava in campagna e scriveva le esperienze della sua vita spirituale. Di quei saggi e memorie ne aveva già composto una bella serie, ed erano ricercatissimi, raggiungevano alte tirature ed eran tradotti in parecchie lingue; infatti non si ha fiducia in un medico ammalato, ma quel che
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ha da dire uno che ha saputo provvedere molto bene a se stesso deve contenere una certa dose di verità. Questo era il primo motivo della sua fama.
Il secondo traeva origine dalla natura della scienza. La scienza da noi è tenuta in alta considerazione, e giustamente: ma anche se riempie certamente tutta la vita, quand’uno si consacri per esempio allo studio dell’attività renale, vi son pure momenti, momenti umanistici vogliamo dire, in cui si è costretti a ricordare il rapporto che esiste fra i reni e la nazione. Perciò in Germania si cita così sovente Goethe. Se un accademico vuol dar prova di possedere non soltanto l’erudizione, ma anche uno spirito vivo, lietamente proteso verso l’avvenire, lo dimostra soprattutto col citare scritti la cui conoscenza non soltanto gli fa
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onore ma ancor più gliene promette, come un titolo azionario che sale, e in tali casi le citazioni tolte dai libri di Paul Arnheim godevano di un favore sempre crescente. Le scorribande che egli faceva nei vari campi scientifici per suffragare le sue opinioni generali, non sempre contentavano invero le più severe esigenze. Dimostravano, sì, la vastità delle letture di cui egli disponeva a menadito, ma l’uomo del mestiere vi scopriva inesorabilmente quelle piccole inesattezze, quegli abbagli che rivelano il dilettante, così come basta una cucitura per distinguere un abito fatto in casa da un altro eseguito in una vera sartoria. Tuttavia non bisogna credere che questo impedisse alla gente del mestiere di ammirare Arnheim. Sorridevano soddisfatti di sé; egli incuteva loro rispetto per la sua
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modernità, perché tutti i giornali parlavano di lui, perché era un re della finanza, perché le sue opere, paragonate alle opere spirituali dei re precedenti, eran di certo superiori; e dopo aver fatto notare che nel proprio campo essi avevano ben altra autorità, gli eran grati di avergliene data l’occasione, e lo proclamavano un uomo d’ingegno, una mente geniale, o addirittura universale, il che, per gli specialisti, è come per gli uomini dire di una donna che è una bellezza a giudizio delle altre donne.
La terza ragione della celebrità di Arnheim era la sapienza finanziaria. Non se la cavava male con quei vecchi, esperti capitani; se doveva concludere un grosso affare con loro, metteva nel sacco anche i più agguerriti. Costoro però non lo stimavano gran che come uomo d’affari e lo chiamavano “il principe
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ereditario” per distinguerlo da suo padre, la cui lingua corta e spessa non sapeva discorrere fluentemente ma in compenso pregustava a gran distanza e dai segni più impercettibili il sapore di un affare. Questo essi temevano e rispettavano; ma quando sentivano le esigenze filosofiche che il principe ereditario imponeva al loro mondo, e che intrecciava anche alle conversazioni più positive, essi sorridevano. Egli era famoso perché nelle sedute dei consigli d’amministrazione citava i poeti e affermava che l’economia non si può disgiungere da tutte le altre attività umane, e che bisogna trattarla in correlazione con tutti gli altri problemi della vita nazionale, spirituale, e persino intima. Ed essi, pur sorridendo di tali idee, dovevano bene accorgersi che Arnheim junior, proprio con quelle divagazioni sugli affari, interessava ogni
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giorno di più l’opinione pubblica. Oggi nella pagina finanziaria, domani in quella politica o culturale dei grandi giornali si pubblicava ogni giorno una notizia che lo riguardava, la recensione di un suo lavoro, il commento a un suo discorso, l’annunzio di una sua visita a un sovrano, o a un circolo d’arte; e ben presto nella cerchia silenziosa dei grandi imprenditori, usi ad agire dietro usci chiusi a doppia mandata, non ci fu nessun altro uomo di cui, fuori, si parlasse tanto come di lui.
Non bisogna poi credere che i presidenti, consiglieri d’amministrazione, direttori generali e direttori di banche, fonderie, consorzi, miniere e società di navigazione siano per davvero così malvagi come vengono sovente rappresentati. A prescindere dal loro senso sviluppatissimo della famiglia, la ragione
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interiore della loro vita è il denaro, e cioè una ragione provvista di ottimi denti e di uno stomaco sano. Erano tutti persuasi che il mondo sarebbe molto migliore se lo si abbandonasse al libero gioco della domanda e dell’offerta invece che alle corazzate, alle baionette, alle Maestà e ai diplomatici, digiuni di scienze economiche; ma poiché il mondo è com’è – e, per via di un vecchio pregiudizio, una vita che serve prima al proprio vantaggio e poi, di conseguenza, al vantaggio di tutti, è assai meno apprezzata che la cavalleria e il civismo, e le cariche statali stanno su un piano morale più alto che quelle private – erano gli ultimi a non tenerne conto, e notoriamente approfittavano con vigore dei vantaggi che trattative doganali armate o truppe impiegate contro gli scioperanti offrono al bene pubblico.
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Per questa strada però gli affari portano alla filosofia, perché oggidì solo i criminali osano nuocere al prossimo senza filosofia, e così si abituarono a considerare Arnheim come una specie di nunzio apostolico delle loro faccende. Con tutta l’ironia che avevano in serbo per le sue inclinazioni, erano ben lieti di possedere in lui un rappresentante che poteva difendere i loro interessi tanto a un raduno episcopale quanto a un congresso di sociologia; egli finì anzi per esercitare su di loro un influsso simile a quello di una moglie bella e colta, che disdegna l’eterna attività commerciale del marito, ma giova al negozio perché è ammirata da tutti. Ora, basta immaginare l’effetto della filosofia di Maeterlinck o di Bergson applicata ai problemi del prezzo del carbone o della politica monopolistica, per intendere in qual
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modo trionfante Arnheim junior potesse agire, ora a Parigi, ora a Pietroburgo o a Città del Capo, su riunioni d’industriali e in uffici direttoriali, quando vi compariva come inviato di suo padre e doveva essere ascoltato dal principio alla fine. I risultati erano tanto imponenti quanto misteriosi, e da tutto ciò era sorta la fama della superiorità dell’uomo e della sua mano felice.
La narrazione dei buoni successi di Arnheim potrebbe continuare. Potremmo parlare dei diplomatici, che maneggiavano le questioni importanti ma a loro estranee dell’economia con la cautela di uomini a cui è affidata la cura di un elefante un po’ infido, mentre lui lo trattava con la confidenza del guardiano indigeno. Degli artisti, ai quali egli di rado era utile, ma che tuttavia avevano
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l’impressione di trovarsi davanti a un mecenate. E infine dei giornalisti, che anzi avrebbero diritto di esser menzionati per primi, perché erano stati proprio costoro, con plausi e incensamenti, a far di Arnheim un grand’uomo, senza accorgersi del rapporto inverso; perché era entrata loro una pulce nell’orecchio, e credevano di sentir crescere l’erba del tempo. L’aspetto fondamentale del suo successo era dappertutto il medesimo; circondato dall’alone magico della sua ricchezza e dalla fama del suo ingegno, egli doveva sempre praticare persone che nel proprio campo lo superavano, ma si guadagnava la loro simpatia, come profano, con sorprendenti nozioni della loro specialità e li intimidiva rappresentando nella propria persona i rapporti del loro mondo con altri mondi di cui essi non avevano nessuna idea.
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Così era diventata sua natura agire in un ambiente di specialisti come un tutto, un intero. Vagheggiava talvolta un’epoca weimariana o fiorentina dell’industria e del commercio, l’egemonia di forti personalità sollecite di aumentare il benessere, che fossero capaci di coordinare e guidare le diverse produzioni tecniche, scientifiche e artistiche. Tale capacità egli la sentiva in se stesso. Possedeva il talento di non mostrarsi mai superiore nelle cose singole e dimostrabili, e di venir sempre a galla in ogni situazione, grazie a un equilibrio fluido e ad ogni istante automaticamente rinnovato, il che è forse la qualità fondamentale dell’uomo politico, ma Arnheim era inoltre convinto che fosse un profondo mistero. Lo chiamava “il mistero dell’insieme” Infatti anche la bellezza di una
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persona non consiste in qualcosa di singolo e di dimostrabile, ma in quel magico insieme che si giova persino di piccole bruttezze; e allo stesso modo, la bontà e l’amore, la dignità e la grandezza di una creatura sono quasi indipendenti dalle sue azioni, e sono esse in grado di nobilitare tutto ciò che essa fa. Il perché è un mistero, ma nella vita l’insieme ha la precedenza sui particolari. Dunque la piccola gente può ben essere fatta delle proprie virtù e difetti, ma è il grand’uomo che conferisce alle proprie qualità il loro alto grado; e se il segreto del suo successo sta nel fatto che questo non può esser spiegato da nessuno dei suoi meriti e caratteri, proprio questa presenza di una forza, che supera ciascuna delle singole manifestazioni, è il segreto su cui posa tutto ciò che vi è di grande nella vita. Così l’aveva
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descritto Arnheim in uno dei suoi libri, e mentre scriveva gli era quasi sembrato di afferrare per un lembo del mantello il soprannaturale, illusione che traspariva dal testo.
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49. Incipienti contrasti fra vecchia e nuova diplomazia
E relazioni con persone la cui specialità era l’appartenenza all’aristocrazia non facevano
eccezione a quella regola. Arnheim smorzava la propria signorilità e si limitava così modestamente all’aristocrazia dello spirito, consapevole dei propri limiti e privilegi, che dopo un po’ di tempo i portatori di nobilissimi nomi accanto a lui avevan l’aria di facchini con la schiena incurvata da quel gran peso. Chi lo notò più acutamente fu Diotima. Ella riconobbe
il “mistero dell’insieme” con l’intelligenza di un
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artista che vede avverato il sogno della sua vita in maniera da escludere ogni ritocco.
Adesso era perfettamente riconciliata col suo salotto. Arnheim l’aveva ammonita a non sovraestimare l’organizzazione esterna; volgari interessi materiali avrebbero dominato l’intenzione pura; egli attribuiva maggior valore al salotto.
Il capodivisione Tuzzi invece espresse il timore che per quella via non si sarebbe potuto superare il baratro dei discorsi.
Aveva accavallato le gambe, incrociandovi sopra le mani scarne, brune, fortemente venate; con i suoi baffetti e i suoi occhi orientali pareva, vicino ad Arnheim, impettito e vestito irreprensibilmente di morbida stoffa scura, un tagliaborse levantino accanto a un armatore di Brema. Erano due grandezze opposte, e quella
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austriaca, che obbedendo a un gusto molto composito si concedeva volentieri una punta di trascuratezza, non si riteneva per nulla inferiore. Il capodivisione Tuzzi aveva un suo modo molto carino di informarsi dei progressi dell’Azione Parallela, come se lui non dovesse sapere da sé e senza intermediari quel che succedeva in casa sua.
- Saremmo lieti di apprendere il più presto possibile quel che si progetta, – disse, e guardò sua moglie e Arnheim con un amichevole sorriso che significava: io in questo caso sono un estraneo. Poi riferì che l’opera di sua moglie e del conte Leinsdorf procurava già molte preoccupazioni al Ministero degli Esteri. Nell’ultimo colloquio con Sua Maestà, il ministro aveva cercato di sapere quali manifestazioni in occasione del giubileo
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avrebbero potuto contare sull’augusta approvazione dell’imperatore, e specialmente fino a qual punto era gradito al grazioso monarca il progetto di promuovere un’azione internazionale per la pace, precorrendo la marcia del tempo; perché questo sarebbe stato il solo modo possibile, dichiarò Tuzzi, di dar forma politica all’idea concepita da Sua Signoria dell’universalità dell’Austria. Ma, egli continuò, Sua Maestà con la serena coscienza e il sovrano riserbo che erano noti in tutto il mondo, aveva subito ribattuto energicamente in dialetto viennese:
“Uff, non mi va di esser cacciato avanti.” E ora non si sapeva se si trattasse di una decisa opposizione sovrana oppure no.
Intorno ai piccoli segreti della sua professione, Tuzzi aveva la delicata
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indelicatezza dell’uomo che al tempo stesso sa ben custodire i segreti grossi. Finì col dire che le ambasciate avevano avuto l’incarico di sondare l’umore delle corti straniere, poiché non si conosceva bene quello della corte austriaca e bisognava pur stabilire un punto fermo. In fondo le possibilità erano molte, dalla convocazione di una conferenza della pace, a un convegno dei Venti Monarchi o all’arredamento della Corte Internazionale dell’Aja con grandi tele di artisti austriaci, oppure alla fondazione di un istituto per i bimbi e gli orfani delle domestiche olandesi. Infine chiese qual era l’atteggiamento della corte di Prussia.
Arnheim dichiarò di non esserne informato. Il cinismo austriaco lo nauseava; lui che sapeva chiacchierare con tanta eleganza, in presenza
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di Tuzzi si sentiva abbottonato come un uomo politico che intende far capire che quando si parla di affari di stato il tono ha da essere freddo e grave. In tal guisa le due contrastanti signorilità – stile governativo e stile di vita – si fronteggiavano non senza rivalità davanti a Diotima. Ma metti un levriero accanto a un mastino, un salice vicino a un pioppo, un calice di cristallo su un campo arabo, o un ritratto su una barca a vela, insomma poni l’una accanto all’altra due forme di vita selezionate e caratteristiche, ecco che fra di esse si scava un vuoto, si annullano a vicenda, diventano irrimediabilmente, crudelmente ridicole. Diotima lo sentiva negli occhi e negli orecchi, senza capirlo, e, spaventata, diede un’altra piega al discorso, dichiarando con grande risolutezza al marito che lei con l’Azione
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Parallela intendeva in primo luogo ottenere un grande risultato spirituale, e avrebbe accolto nella direzione del movimento solo le esigenze di uomini veramente moderni.
Arnheim le fu riconoscente di aver restituito dignità all’idea; appunto perché doveva talora difendersi dall’impressione di colare a picco, non desiderava scherzare con gli avvenimenti che giustificavano in gran parte i suoi incontri con Diotima, come uno che stia per annegare non ha voglia di scherzare col suo salvagente. Ma con suo stesso stupore si sentì domandare a Diotima, non senza un dubbio nella voce, chi intendesse dunque accogliere nel gruppo direttivo spirituale della grande Azione.
Naturalmente Diotima era ancora indecisa; gli incontri con Arnheim le avevano ispirato una tal folla di impulsi e di idee che non era
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arrivata a trarne risultati precisi. Arnheim le aveva detto e ripetuto bensì che non contava tanto il carattere democratico del comitato quanto la partecipazione di persone forti, energiche, larghe di mente, lei ascoltandolo pensava soltanto: tu ed io, benché non fosse ancora una decisione, e nemmeno un riconoscimento; adesso era probabilmente proprio quello che il pessimismo nella voce di Arnheim le ricordava, perché rispose:
- Ma esiste poi, ai nostri giorni, qualcosa che si possa definire così grande e importante da volerlo avverare a tutti i costi?
- Questo è appunto il segno caratteristico di un tempo in cui si è perduta la sicurezza interiore delle epoche sane: che ben di rado ne nascono cose capaci di assurgere a grande nobiltà e importanza, – osservò Arnheim.
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Il capodivisione Tuzzi aveva abbassato gli occhi su un granello di polvere dei suoi calzoni, cosicché il suo sorriso si poteva interpretare come un consenso.
- Insomma, vediamo un po’, che cosa potrebbe essere? – continuò Arnheim. – La religione?
Questa volta il capodivisione sollevò il sorriso; Arnheim non aveva pronunziato la parola con l’enfasi e la risolutezza dell’altro giorno, quand’era a portata d’orecchi di Sua Signoria, ma pur sempre con sonora gravità.
Diotima, protestando contro il sorriso del marito, replicò:
- E perché no? Anche la religione!
- Certo ma poiché si tratta di prendere una risoluzione pratica: ha mai pensato di nominare un vescovo nel comitato che deve
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stabilire per l’Azione Patriottica un fine consono ai tempi? Dio è tremendamente fuori moda. Non possiamo figurarcelo in marsina, col volto raso e una scriminatura impeccabile, lo vediamo con l’aspetto e le vesti di un patriarca. E che cosa c’è oltre la religione? La nazione? Lo stato?
Diotima fu molto contenta, perché Tuzzi soleva considerare lo stato un argomento da uomini, da non discutere in presenza di donne. Ora però tacque e sbatté soltanto gli occhi come per lasciar intendere che ci sarebbe stato parecchio da dire su quel tema.
- La scienza? – riprese Arnheim; – la cultura? Rimane l’arte. In verità toccherebbe ad essa rispecchiare l’unità della vita e il suo ordine interiore. Ma noi conosciamo il quadro che oggi essa ci offre. Anarchia generale;
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estremismi incoerenti. La nuova, meccanizzata vita sociale e sentimentale, ha già avuto la sua epopea per opera di Stendhal, Balzac e Flaubert; Dostoevskij, Strindberg e Freud hanno rivelato i demoni del subcosciente: noi che viviamo oggi abbiamo la radicata sensazione che in tutto questo per noi non rimanga niente da fare.
Qui il capodivisione Tuzzi dichiarò che lui quando voleva legger qualcosa di solito prendeva Omero, oppure Peter Rosegger. Arnheim raccolse l’osservazione:
- Dovrebbe aggiungervi la Bibbia. Con la Bibbia, Omero e Rosegger o Reuter si può fargliela. Ed eccoci al centro del problema. Supponiamo di avere un nuovo Omero: e chiediamoci con estrema sincerità se saremmo davvero capaci di dargli ascolto. Io credo che
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dovremmo rispondere di no. Il nuovo Omero non c’è perché non ne abbiamo bisogno! – Arnheim ormai era in sella e galoppava. – Se ne avessimo bisogno, ci sarebbe. Perché infine nella storia del mondo non accade nulla di negativo. Che cosa significa dunque che noi trasponiamo nel passato tutti i fatti più grandi ed essenziali? Omero e Cristo non sono stati mai raggiunti, e tanto meno sorpassati; non c’è nulla di più bello del Cantico dei Cantici; il gotico e il rinascimento stanno innanzi al moderno come un paesaggio alpestre sovrasta a una pianura; dove si vedono ai nostri giorni grandi figure di condottieri? Come sembrano modeste oggi perfino le imprese di Napoleone in confronto a quelle dei Faraoni, l’opera di Kant vicino a quella di Budda, la poesia di Goethe vicino a quella di Omero! Ma infine, noi
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viviamo, e per qualcosa dobbiamo vivere: dunque, quali conseguenze bisogna trarne? Nessun’altra che questa… – Qui però Arnheim s’interruppe, e assicurò che esitava ad enunciarla: perché l’unica conclusione possibile era che tutte le cose da noi ritenute grandi e importanti non hanno niente da fare con quello che è la forza intima della nostra vita.
- E sarebbe? – chiese il capodivisione Tuzzi; contro l’affermazione che si dà troppa importanza alla maggior parte delle cose non aveva nulla da eccepire.
- Nessuno può dirlo, oggigiorno, – rispose Arnheim. – Il problema della civiltà si può risolvere soltanto col cuore. Con l’apparire di una persona nuova. Con la vista interiore e la volontà pura. La ragione non ha saputo far
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altro che indebolire il grande passato e ridurlo al liberalismo. Ma forse noi non vediamo abbastanza lontano e calcoliamo con misure troppo piccole; ogni istante può essere quello di una svolta nella storia del mondo!
Diotima avrebbe voluto ribattere che allora non rimaneva più niente per l’Azione Parallela. Ma, stranamente, le oscure visioni di Arnheim l’affascinavano. Forse era ancora oppressa da un senso di dover imparare lezioni noiose, quando le toccava leggere i libri più recenti e parlare dei quadri più nuovi; il pessimismo in fatto di arte la liberava da molte bellezze che in fondo non le piacevano affatto: e in fatto di scienza attenuava la sua paura della civiltà, delle cose che contano e che si devono sapere. Così il giudizio negativo di Arnheim sui tempi moderni fu per lei un sollievo, subitamente
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sentito. E le sorse in cuore il grato pensiero che la melanconia di Amheim fosse in qualche modo collegata con lei.
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50. Altri sviluppi. Il capodivisione Tuzzi decide di venire in chiaro della persona di Arnheim
DIOTIMA aveva indovinato giusto. Dal momento in cui Arnheim s’era accorto che il seno di
quella meravigliosa donna che aveva letto i suoi libri sull’anima era sollevato o mosso da un potere inequivocabile, s’era sentito invadere da un turbamento a lui finora ignoto. A dirla breve e con parole sue, era il turbamento di un moralista che improvvisamente e inaspettatamente trova il cielo sulla terra; e se
si vuol capire ciò ch’egli sentiva, basta
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immaginare come sarebbe se intorno a noi non vi fosse null’altro che quella laguna azzurra e silente del cielo con bianchi ciuffi di nuvole natanti.
Considerato per se stesso, il moralista è un uomo buffo e sgradevole, come insegna l’odore di quella povera gente rassegnata che non possiede nulla al mondo tranne la povera morale; la morale ha bisogno di alti compiti, onde ritrarre importanza e significato, e perciò Arnheim aveva sempre cercato il complemento della propria natura moraleggiante negli avvenimenti mondiali, nella storia, nell’interpretazione ideologica della propria attività. Era la sua idea favorita trasportare i pensieri nelle sfere del potere e trattare gli affari solo in connessione con i problemi dello spirito. Spesso e volentieri attingeva esempi
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dalla storia, per riempirli di nuova vita; la parte della finanza nell’epoca moderna gli pareva simile a quella della Chiesa cattolica, cioè un potere che agisce di dietro le quinte, arrendevole-inarrendevole nelle sue relazioni con le autorità dominanti, e talora paragonava la propria opera a quella di un cardinale. Questa volta però era partito piuttosto per capriccio; e sebbene non solesse intraprendere senza qualche proposito nemmeno un viaggio di capriccio, non poteva tuttavia neanche ricordare come ne fosse sorto in lui il primo progetto, progetto d’altronde impegnativo. Reggeva il suo corso qualcosa come un’ispirazione imprevista, un subitaneo impulso, e forse era per questa piccola circostanza di libertà che un viaggio di diporto a Bombay gli sarebbe parso meno esotico che il
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soggiorno nell’appartata metropoli austriaca dov’era capitato. L’idea, assolutamente impensabile in Prussia, d’essere stato invitato a far parte dell’Azione Parallela aveva fatto il resto e lo aveva indotto a una disposizione d’animo fantasiosa e illogica come un sogno, le cui contraddizioni non sfuggivano alla sua intelligenza pratica, senza che questa tuttavia fosse in grado di spezzare l’incanto favoloso. Probabilmente avrebbe potuto ottenere il suo scopo con mezzi più semplici, per strade diritte, ma si considerava in un periodo di vacanza della ragione, e il suo genio degli affari lo puniva di quelle evasioni nel mondo delle fiabe stemperando in una generalità grigia il nero limite morale che egli aveva dovuto imporsi.
Ma una così estesa contemplazione nel buio come quella volta in presenza di Tuzzi non ebbe
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luogo una seconda volta, anche perché il capodivisione Tuzzi si faceva vedere solo di sfuggita, e Arnheim doveva dividere le sue parole fra le più varie persone, che in quel bel paese egli trovava straordinariamente ricettive. Davanti a Sua Signoria dichiarò infruttuosa la critica e ateo il presente, lasciando ancora una volta intendere che solo il cuore poteva riscattare l’uomo da un’esistenza così negativa, e per Diotima soggiunse che solo la civilissima Germania meridionale sarebbe stata capace di liberare l’anima tedesca e quindi forse anche il mondo dagli eccessi del razionalismo e della smania di calcolare. Attorniato da signore, parlò della necessità di organizzare la finezza dei sentimenti per salvare il mondo dalla gara degli armamenti e dalla mancanza di anima. Commentò in mezzo a un cerchio di uomini
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d’azione la sentenza di Hölderlin, che in Germania non vi sono più uomini ma soltanto professioni.
- E nessuno può bene operare nella propria professione se non ha il senso di una superiore unità; meno di tutti il finanziere! – così egli concluse la sua dissertazione.
Lo ascoltavano volentieri, perché era bello che un uomo ricco di tanti pensieri fosse anche ricco di quattrini; e il fatto che ognuno di quelli che gli parlavano se ne veniva via con l’impressione che un’impresa come l’Azione Parallela fosse una faccenda assai dubbia, carica delle più insidiose contraddizioni spirituali, rafforzava in tutti la convinzione che nessun altro sarebbe stato adatto come lui ad assumere il comando di quell’avventura. Ma il capodivisione Tuzzi non sarebbe stato senza
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parere uno dei principali diplomatici del suo paese se non si fosse accorto della penetrante presenza del dottor Arnheim in casa sua; soltanto non sapeva che cosa pensarne. Tuttavia non lo mostrava perché un diplomatico non rivela mai i suoi pensieri. Quel forestiero gli era sommessamente antipatico in sé, ma anche, diciamo così, per principio; e che avesse scelto manifestamente il salotto di sua moglie come campo d’operazione per chi sa quali misteriosi disegni gli appariva una provocazione. Non credette neanche per un attimo alle assicurazioni di Diotima, che il nababbo visitasse così di frequente la città danubiana perché quel clima di antica cultura era il più confacente al suo spirito; si trovava insomma davanti a un problema che non sapeva risolvere per mancanza di dati, giacché
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un uomo simile nelle sue relazioni d’ufficio non gli era mai capitato davanti.
E da quando Diotima gli aveva esposto il suo progetto di riservare ad Arnheim un posto direttivo nell’Azione Parallela, e si era lagnata dell’opposizione di Sua Signoria, Tuzzi era seriamente perplesso. Teneva in pochissimo conto tanto l’Azione Parallela che il conte Leinsdorf, ma aveva trovato così sorprendentemente privo di opportunità politica il ghiribizzo di sua moglie, che in quel momento gli era parso di veder cadere “come un castello di carte” la lunga, virile opera d’educazione che si lusingava d’aver compiuto. E fra di sé il capodivisione Tuzzi si servì proprio di quell’immagine, mentre di solito non si permetteva mai l’uso di similitudini, perché sono troppo letterarie e sanno di cattivo
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comportamento in società; ma questa volta era proprio scosso.
In seguito però Diotima con la testardaggine migliorò la propria posizione. Era diventata soavemente aggressiva, e aveva parlato di una nuova specie di uomini, che non possono più abbandonare passivamente ai tecnici la responsabilità spirituale dell’andamento del mondo. Poi aveva parlato della delicatezza femminile, che può essere talvolta dono profetico e diriger lo sguardo assai più lontano che il giornaliero lavoro professionale. Infine disse che Arnheim era un europeo, che il suo ingegno era universalmente noto, che in Europa gli affari di stato erano condotti con spirito troppo positivo e troppo poco internazionalista e che il mondo non avrebbe trovato pace finché non fosse vivificato da un
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soffio di cosmopolitismo austriaco, così come sul suolo della Monarchia la vecchia cultura austriaca abbraccia e sorregge i ceppi di lingue diverse.
Non aveva mai osato contrastare tanto risolutamente con la superiorità del marito, ma il capodivisione Tuzzi si sentì momentaneamente rassicurato, perché non aveva mai preso le aspirazioni di sua moglie più sul serio che le questioni di sartoria; era felice che gli altri l’ammirassero; e prese a considerar la faccenda con maggiore indulgenza, come il caso di una donna amante dei bei colori, che una volta tanto abbia scelto un nastro troppo sgargiante. Si accontentò di ripeterle con cortese gravità i motivi per cui il mondo maschile escludeva la possibilità di affidare a un prussiano la cura di interessi austriaci,
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ammise d’altronde che poteva esser vantaggioso stringere amicizia con un uomo così singolare, e assicurò a Diotima che ella avrebbe frainteso le sue riserve se ne avesse concluso che non gli era gradito vederla il più sovente possibile in compagnia di Arnheim. Fra di sé sperava che in tal modo gli si sarebbe presentata l’occasione di tendere un tranello all’intruso.
Solo quando vide che Arnheim riportava trionfi dovunque, tornò a dire che Diotima si mostrava troppo impegnata con quell’uomo, ma dovette di nuovo sperimentare che ella non rispettava più come un tempo la sua volontà, lo contraddiceva e dichiarava che le sue preoccupazioni erano ubbie. Decise, come uomo, di non combattere contro la dialettica di una donna, ma di aspettare l’ora in cui le sue
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previsioni avrebbero trionfato da sole; ma ecco che fu sollecitato da una spinta violenta. Una notte, infatti, lo turbò qualcosa che pareva un pianto infinitamente lontano, da principio s’inquietò appena, si chiese soltanto cos’era, ma di minuto in minuto la distanza spirituale s’accorciava di un poco, e a un tratto la minacciosa perturbazione fu proprio accanto al suo orecchio, ed egli si destò così subitaneamente dal sonno, che si levò a sedere. Diotima giaceva sul fianco e non dava segno di vita, ma egli in qualche modo sentì ch’era sveglia. La chiamò piano per nome, ripeté l’appello, e tentò con mano gentile di volgere verso di sé la candida spalla. Ma quando vi fu riuscito, e il viso di lei apparve nel buio al di sopra della spalla, ecco che Diotima lo guardava irritata, con un’aria di sfida, e si
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vedeva che aveva pianto. Intanto purtroppo il sonno prepotente aveva di nuovo mezzo sopraffatto Tuzzi rovesciandolo giù sui cuscini, e la faccia bianca di Diotima gli fluttuava davanti come una caricatura dolorosa che lui non capiva più.
- Che cosa succede? – brontolò con la fievole voce di basso dell’uomo mal desto, e gli colpì l’orecchio una risposta corrucciata, chiara, sgradevole che piombò nella sua sonnolenza e vi rimase come una moneta lucente nell’acqua.
- Hai un sonno così agitato che è impossibile dormire accanto a te! – aveva detto Diotima, brusca e dura; egli aveva udito, ma con questo aveva già preso congedo dalla veglia, senza poter approfondire il rimprovero.
Sentiva soltanto che gli era stato fatto un grave torto. Dormire tranquillo contava secondo
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lui tra le virtù essenziali del diplomatico, perché era condizione di ogni vittoria. Su quel punto non bisognava toccarlo, ed egli si sentì gravemente offeso dalla censura di Diotima. Capì che c’era in lei qualcosa di cambiato. Non gli passò per il capo, nemmeno nel sonno, di sospettare sua moglie di patente infedeltà, tuttavia non ebbe il minimo dubbio che il dispiacere inflitto a lui personalmente non avesse un rapporto con Arnheim. Dormì rabbiosamente fino al mattino e si svegliò con la ferma risoluzione di far luce su quel fastidioso individuo.
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51. Casa Fischel
LEO Fischel, della Lloyd-Bank, era quel direttore di banca, o, per essere esatti, procuratore con
titolo di direttore, che per motivi inesplicabili aveva dimenticato di rispondere a un invito del conte Leinsdorf, e dopo non era più stato invitato. D’altronde anche quel primo invito era dovuto esclusivamente alle relazioni di sua moglie Klementine. Klementine Fischel proveniva da una vecchia famiglia di funzionari, suo padre era stato presidente della Corte dei Conti, il nonno consigliere camerale, e tre dei suoi fratelli rivestivano alte cariche in
diversi ministeri. Ventiquattr’anni prima aveva
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sposato Leo per due ragioni: primo, perché le famiglie di alti funzionari hanno qualche volta più figlioli che quattrini; secondo per romanticismo, perché in confronto con la parsimoniosa ristrettezza della casa paterna il lavoro bancario le era sembrato un’attività spregiudicata e adatta ai tempi, e nel diciannovesimo secolo una persona istruita non giudicava il valore di un’altra persona dal fatto ch’essa fosse israelita o cattolica; anzi, sembrava allora un segno di ramificata cultura elevarsi al di sopra dell’ingenuo pregiudizio antisemita della gente comune.
La poveretta dové sperimentare più tardi che in tutta l’Europa si levava lo spirito del nazionalismo e con esso un’ondata di aggressioni agli ebrei, per cui ella si trovò fra le braccia, invece di un uomo illuminato e
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stimato, un essere deleterio, disgregatore, non autoctono. Da principio si era ribellata con tutto lo sdegno di un “cuore magnanimo”, ma con l’andar degli anni l’ostilità ingenuamente crudele che sempre più dilagava piegò il suo orgoglio, e il pregiudizio generale la intimidì. Le accadde perfino, nei contrasti sempre più violenti fra lei e il marito quando egli, per cause che rifiutava di chiarire, non oltrepassò il grado di procuratore e perse ogni probabilità di diventare veramente direttore di nome e di fatto
- di ribattere alzando le spalle, a certe parole che più la ferivano, che il carattere di Leo non aveva nessuna affinità col suo; sebbene di fronte agli estranei non rinnegasse mai i principî della sua gioventù.
In fondo quei contrasti non erano altro che mancanza d’armonia, come in molti matrimoni
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viene a galla un’infelicità per così dire naturale, appena gli sposi cessano di essere ciecamente felici. Da quando la carriera di Leo s’era incagliata in un ufficio di gerente, Klementine non poteva più scusare certe sue originalità col dire che lui non sedeva in un tranquillo ufficio ministeriale, ma “al telaio ronzante del tempo”, e chi sa se non l’aveva sposato proprio per quel verso di Goethe? Le sue fedine sul viso rasato, che una volta, insieme agli occhiali troneggianti sul naso, le ricordavano un lord inglese con le basette, adesso la facevano pensare a un agente di borsa, e certi suoi modi di parlare e di gestire cominciarono a diventarle addirittura insopportabili. Nei primi tempi ella cercò di correggerlo, ma si scontrò con enormi difficoltà perché si vide che in nessuna parte del mondo esistono regole per stabilire se un paio di
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basette faccian venire in mente un lord oppure un agente di cambio, e se un paio d’occhiali abbiano sul naso un posto che, accompagnato da gesti, possa esprimere l’entusiasmo o invece il cinismo.
Oltre a ciò, Leo Fischel non era affatto l’uomo disposto a lasciarsi migliorare. Le critiche intese a trasformarlo in un ideale di bellezza cristiano-germanico egli le dichiarò buffonerie mondane indegne di un uomo di buon senso e rifiutò di prenderle in considerazione, perché quanto più sua moglie si scandalizzava di qualche particolare, tanto più egli insisteva sulle grandi linee direttive della ragione. Così casa Fischel era diventata a poco a poco il campo di battaglia di due opposte concezioni del mondo.
Il direttore Fischel amava filosofare, ma non
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più di dieci minuti al giorno. Gli piaceva riconoscere il fondamento razionale dell’esistenza umana, credeva nella sua rimuneratività morale, che immaginava organizzata a somiglianza di una grande banca, e ogni giorno apprendeva con soddisfazione i nuovi progressi annunciati dai giornali. Questa fede nelle incrollabili norme della ragione e del progresso gli aveva reso per molto tempo possibile di sbrigare con un’alzata di spalle o con una risposta secca i rimproveri di sua moglie. Ma poiché la sventura aveva voluto che nel corso di quel matrimonio gli umori del tempo si stornassero dalle antiche massime del liberalismo, favorevoli a Leo Fischel, dai grandi principî della libertà di pensiero, della dignità umana e del libero scambio, e che nei paesi dell’Occidente la ragione e il progresso
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venissero spodestati da teorie razziali e da ciniche parole d’ordine, nemmeno lui ne rimase immune. Sulle prime aveva negato recisamente quegli sviluppi, giusto come il conte Leinsdorf soleva negare certe “deplorevoli manifestazioni di carattere pubblico”; aspettò che scomparissero da sé, e quell’attesa è il primo grado, appena percepibile, della tortura della rabbia che la vita infligge agli uomini di retto giudizio. Il secondo grado si chiama di solito, e così lo chiamava anche Fischel, “veleno” Il veleno è lo stillicidio di nuove concezioni in morale, in arte, in politica, nella famiglia, nei giornali, nei libri e negli scambi, che è già accompagnato da un senso d’impotenza davanti all’ineluttabile, e da indignate negazioni che non possono sottrarsi a un certo riconoscimento del fatto evidente. Ma al
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direttore Fischel non fu risparmiato neanche il terzo e ultimo grado, in cui i singoli acquazzoni e piovaschi di novità si son riuniti in una pioggia durevole, e col tempo questo diventa uno dei più spaventosi martirî che possa toccare a un uomo il quale dedichi alla filosofia soltanto dieci minuti al giorno.
Leo imparò in quante cose l’uomo possa avere opinioni diverse. L’istinto di aver ragione, un bisogno che è quasi sinonimo di dignità umana, incominciò ad abbandonarsi in casa Fischel ad autentici eccessi. Attraverso i secoli quell’istinto ha prodotto migliaia di mirabili filosofie, opere d’arte, libri, azioni e fazioni, e se questo mirabile ma anche fanatico e mostruoso istinto nato insieme con la natura umana non ha che dieci minuti da dedicare alla filosofia della vita o alla discussione di problemi
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fondamentali della convivenza domestica, è inevitabile che come una goccia di piombo fuso esploda in innumerevoli punte e aculei che possono cagionare ferite dolorosissime. Esplodeva alla domanda se si doveva o non si doveva licenziare una cameriera, e se gli stuzzicadenti van messi sulla tavola oppure no; ma in qualunque modo esplodesse, aveva la proprietà di reintegrarsi subito in due concezioni della vita, inesauribilmente ricche di particolari.
Di giorno le cose non andavano troppo male, perché il direttore Fischel era all’ufficio, ma di notte era una creatura umana, e questo aggravava enormemente i rapporti fra lui e Klementine. Tutte le cose oggi son così complicate che un uomo in fondo può muoversi a suo agio su un solo terreno, e per lui era
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quello delle cambiali e dei depositi, ragione per cui di notte inclinava a una certa condiscendenza. Klementine invece restava pungente e inflessibile, perché era cresciuta nell’atmosfera uguale e coscienziosa di una famiglia d’impiegati, e per di più il suo orgoglio di classe non le concedeva di far camere separate, per non impiccolire ancor più l’abitazione già insufficiente. Ma la stanza da letto in comune, quando è buia, mette l’uomo nella situazione di un attore che davanti a una platea invisibile debba recitare la parte simpatica ma già molto trita dell’eroe che incanta un leone irato. Da anni gli invisibili spettatori di Leo non avevano mai fatto il minimo segno di consenso o di dissenso, e bisogna pur dire che questo finisce per scuotere i nervi più saldi. La mattina, alla
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prima colazione, che secondo una rispettabile tradizione facevano sempre insieme, Klementine era interita come un cadavere congelato e Leo vibrava di risentimento. Perfino la loro figlia Gerda se ne accorgeva, e piena d’orrore e di ripugnanza immaginava la vita coniugale come un combattimento di galli nelle tenebre notturne.
Gerda aveva ventitre anni ed era l’oggetto preferito delle liti fra i suoi genitori. Leo Fischel trovava che era ora di provvederle un buon marito. Gerda però rispondeva:
- Sei antiquato, caro papà, – aveva scelto i suoi amici in una turba di coetanei cristiano- germanici, che non avevano la minima probabilità di farsi una posizione, ma in compenso disprezzavano il capitale e sdottoravano che mai un ebreo era stato
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capace di proporre un alto scopo all’umanità. Leo Fischel li definiva balordi antisemiti e avrebbe voluto metterli alla porta, ma Gerda diceva: – Tu non capisci, papà, si tratta soltanto di simboli, – e Gerda era nervosa e anemica, e si agitava talmente se non la si trattava con circospezione! Così Fischel tollerava quell’andirivieni, come Ulisse aveva dovuto tollerare in casa sua i corteggiatori di Penelope, perché Gerda era il raggio di sole nella sua vita; ma non tollerava tacendo, perché tale non era la sua natura. Era convinto di sapere da sé che cosa fossero la morale e le idee sublimi, e lo diceva a ogni occasione, per acquistare un benefico influsso su Gerda.
E Gerda rispondeva ogni volta:
- Sì, avresti perfettamente ragione, papà, se al giorno d’oggi questo problema non dovesse
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esser considerato da un punto di vista completamente diverso dal tuo!
E che cosa faceva Klementine quando Gerda parlava così? Nulla! Taceva con aria compunta, ma Leo poteva star sicuro che dietro le sue spalle lei secondava la volontà di Gerda, come se avesse saputo che cosa sono i simboli! Leo Fischel aveva sempre avuto buone ragioni di credere che il suo cervello giudaico fosse superiore a quello di sua moglie, e nulla lo rivoltava come vederla trarre vantaggio dalle pazzie di Gerda. Perché proprio lui tutt’a un tratto non avrebbe più dovuto essere capace di ragionare modernamente? Quello era un partito preso! Ricordava allora quel che succedeva di notte. Non era più soltanto una denigrazione del suo onore, glielo volevano strappare, l’onore, con le radici e tutto. Di notte
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l’uomo ha soltanto una camicia indosso, e sotto c’è subito il carattere. Nulla lo protegge, né le cognizioni né le abilità professionali. S’impegna tutta la propria persona, e nient’altro. Perché dunque Klementine, quando si parlava del pensiero cristiano-germanico, faceva una faccia come se lui fosse un selvaggio?
L’uomo è infine una creatura che sopporta i sospetti così poco come la carta velina sopporta la pioggia. Da quando Klementine non trovava più che Leo fosse bello, lo trovava insopportabile, e da quando Leo si sentiva sospettato da Klementine fiutava ad ogni passo una congiura in casa sua. Con tutto ciò, Klementine e Leo, come tutti quelli che se ne lascian convincere dalla morale e dalla letteratura, avevano il preconcetto di essere legati l’uno all’altro dalle loro passioni,
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caratteri, destini e azioni. In realtà la vita è fatta invece per una buona metà non di azioni ma di teorie che si adottano per proprie, di pareri e di contropareri, e dell’impersonalità accumulata di ciò che si è udito e si sa. La sorte di questi due coniugi dipendeva in massima parte da un torbido, tenace e disordinato accatastarsi di pensieri che non rappresentavano la loro opinione, bensì l’opinione pubblica e s’erano modificati con questa, senza che essi vi si potessero opporre.
A paragone di tale dipendenza, quella che li legava l’uno all’altro era una particella minuscola, un residuo assai soverchiamente valutato. E mentre si convincevano di avere una vita privata e mettevano in dubbio reciprocamente la loro volontà e il loro carattere, la difficoltà sciagurata era l’irrealtà di
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quel conflitto, che essi dissimulavano con tutti i dispetti possibili e immaginabili.
La disgrazia di Leo Fischel era di non saper giocare a carte e di non provare gusto a portare a spasso qualche bella ragazza; affaticato dal suo lavoro egli soffriva invece di uno spiccato amore della famiglia, mentre sua moglie, che non aveva nient’altro da fare se non rappresentare giorno e notte il seno di quella famiglia, non era più tratta in inganno da fantasie romantiche in materia. Talvolta Leo Fischel provava un senso di soffocazione, qualcosa di indefinibile che lo assaliva da tutti i lati. Egli era un’alacre piccola cellula del corpo sociale, che faceva con zelo il proprio dovere, ma era irrorata da succhi avvelenati. E quantunque il suo fabbisogno di filosofia fosse già largamente coperto, egli, lasciato in asso
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dalla compagna della sua vita, incominciò da uomo che invecchiava e che non vedeva motivo di abbandonare la moda ragionevole della sua gioventù, a sospettare la profonda nullità della vita spirituale, la sua amorfa mutevolezza di forme, la lenta ma incessante rivoluzione che fa rotare ogni cosa con sé.
In una di quelle mattine avendo la mente occupata da problemi di famiglia, Fischel s’era dimenticato di rispondere alla lettera di Sua Signoria, e per molte mattine seguenti dovette ascoltare le descrizioni degli avvenimenti svoltisi in casa Tuzzi, intese a fargli rimpiangere di aver trascurato quell’occasione per introdurre Gerda nella migliore società. Fischel stesso aveva la coscienza poco pulita, poiché anche il suo direttore generale e il governatore della Banca di Stato erano andati
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alla seduta, ma com’è noto si respingono i rimproveri tanto più violentemente quanto più ci si sente sospesi tra colpevolezza e incolpevolezza. Ogni volta però che Fischel con la superiorità dell’uomo che lavora cercava di burlarsi dell’Azione Patriottica, gli spiegavano che un finanziere d’animo adeguato ai tempi come Paul Arnheim la pensava già in modo interamente diverso. Era incredibile tutto quello che Klementine e anche Gerda – la quale altre volte s’opponeva naturalmente ai desideri della madre – eran riuscite a sapere intorno al nababbo, e poiché anche in Borsa si raccontavano di lui cose strane, Fischel fu costretto in una posizione di difesa, perché non si sentiva di far coro, ma neppure di sostenere che non bisognava prender sul serio un uomo con simili relazioni d’affari.
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Ma Fischel per stare sulla difensiva si fece opportunamente una contromina, vale a dire oppose il silenzio più impenetrabile a tutte le allusioni riguardo a casa Tuzzi, ad Arnheim, all’Azione Parallela, e alla propria defezione, fece prendere informazioni sulla vita di Arnheim e attese in segreto un avvenimento che rivelasse di colpo la vacuità dell’intera faccenda e facesse precipitare le alte quotazioni da esse raggiunte in famiglia.
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52. Il capodivisione Tuzzi scopre un difetto nel funzionamento del suo ministero
IL capodivisione Tuzzi, dopo aver deciso di vederci chiaro nella personalità di Arnheim, ebbe presto la
soddisfazione di scoprire una grave lacuna nell’organizzazione del Ministero degli Esteri e della Casa Imperiale, oggetto delle sue sollecitudini: non c’era personale in grado di affrontare un caso come quello di Arnheim. Lui, Tuzzi, di opere letterarie non conosceva, oltre qualche libro di memorie, che la Bibbia, Omero
e Rosegger, e se ne gloriava, perché così evitava
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la dispersione; ma che in tutto il Ministero degli Esteri non ci fosse un uomo che avesse letto un libro di Arnheim, era senz’altro una lacuna.
Il capodivisione Tuzzi aveva il diritto di far chiamare nel proprio ufficio gli altri funzionari con mansioni direttive, ma il mattino dopo quella nottata funestata da pianti s’era recato dal capo dell’ufficio stampa, spinto dalla sensazione che non si poteva concedere piena dignità ufficiale a un motivo come quello che lo conduceva a cercare quel colloquio. Il capo dell’ufficio stampa ammirò il capodivisione Tuzzi per la quantità di particolari personali che questi conosceva intorno ad Arnheim, convenne di aver già udito parecchie volte quel nome, ma escluse subito di possedere nei suoi archivi incartamenti che lo riguardassero, perché non ricordava che fosse mai stato
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oggetto di un rapporto ufficiale, e l’elaborazione del materiale giornalistico non si estendeva, com’era ben comprensibile, alla vita privata delle persone. Tuzzi s’affrettò a concedere che non poteva essere diversamente, ma osservò che oggidì era difficile stabilire il confine tra il significato pubblico e il significato privato di certi fatti e persone, idea che il capo dell’ufficio stampa trovò molto acuta, dopo di che i due capisezione convennero di trovarsi davanti a un interessante difetto nel sistema.
Quella mattina doveva essere tutto tranquillo in Europa, perché i due capidivisione fecero venire il direttore dell’ufficio e gli ordinarono di intestare un incartamento a Arnheim dottor Paul, anche se per ora sarebbe rimasto vuoto. Dopo il direttore dell’ufficio vennero chiamati i direttori dell’Archivio dei
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documenti e dell’Archivio dei ritagli di stampa, i quali seppero rispondere a memoria, fieri della propria valentia, che nei loro registri il nome Arnheim non figurava. Finalmente furon chiamati i pubblicisti che avevan la mansione di spogliare quotidianamente i giornali e di presentare i ritagli ai capi, ed ebbero tutti l’aria di saperla lunga quando fu chiesto loro di Arnheim, assicurarono che nei giornali era nominato spesso e con favore, dei suoi scritti però non seppero dir nulla perché la sua attività, essi dichiararono, non rientrava nel campo dei resoconti ufficiali. Il funzionamento perfetto del meccanismo ministeriale era dimostrato; bastava premere un campanello; e ciascuno degli impiegati uscì dalla stanza convinto di aver luminosamente dimostrato la
sua capacità.
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- È proprio come le avevo detto, – disse soddisfatto il capo dell’ufficio stampa rivolgendosi a Tuzzi, – nessuno ne sa niente.
I due capi avevano ascoltato i rapporti con un dignitoso sorriso; sedevano – quasi imbalsamati dall’ambiente per l’eternità, come mosche nell’ambra – in sontuose poltrone di cuoio, sul soffice tappeto rosso, davanti ai tendaggi rosso-cupi che rivestivano le alte finestre della stanza bianca e oro, arredata ai tempi di Maria Teresa, e concordarono nel giudizio che quel difetto nel sistema, da loro finalmente scoperto, era difficilmente riparabile.
- Nell’ufficio stampa, – si vantò il capo del medesimo, – si registrano tutte le manifestazioni pubbliche; ma al concetto di ciò che è pubblico bisogna pur tracciare un
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confine. Posso garantire che ogni interruzione lanciata quest’anno da un deputato in qualunque assemblea si ritrova entro dieci minuti registrata nei nostri archivi, e ogni interruzione degli ultimi dieci anni, purché riguardi la politica estera, entro mezz’ora al massimo. Lo stesso posso dire di qualsiasi articolo di giornale; i miei impiegati lavorano coscienziosamente. Ma queste sono manifestazioni tangibili, per così dire responsabili, e connesse con poteri, concetti e relazioni stabilite. E se io mi domando, da un punto di vista puramente tecnico, sotto quale denominazione l’impiegato che fa il catalogo o gli estratti dovrebbe registrare un saggio di un tale che scrive solo per sé… be, di chi, per esempio?
Tuzzi suggerì premurosamente il nome di
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uno degli scrittori più giovani che frequentavano il salotto di Diotima.
Il capo dell’ufficio stampa lo guardò di sotto in su, tardo e inquieto.
- Va bene, diciamo quello lì; ma dov’è il confine fra ciò che si prende in considerazione e ciò che si lascia da parte? Ci son state persino delle poesie politiche. Bisognerebbe forse tener conto di ogni verseggiatore…? O soltanto degli autori del Burgtheater?
Risero entrambi.
- E poi come ricavarne esattamente quel che vogliono dire quei tipi lì, anche se fossero Schiller e Goethe? S’intende che c’è sempre un significato sublime, ma in pratica si contraddicono ogni tre parole.
I due signori avevan finito per convincersi che correvano il pericolo di adoperarsi per
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qualcosa di “impossibile”, prendendo la parola anche in quel senso mondano di “ridicolo” al quale i diplomatici sono sensibilissimi.
- Non si può annettere al ministero tutto uno stato maggiore di critici letterari e teatrali,
- disse Tuzzi ridendo, – ma d’altra parte, se ci si pensa, non si può negare che quella gente eserciti un influsso sulla formazione delle opinioni dominanti e per conseguenza anche sulla politica.
- Questo però non si fa in nessun Ministero degli Esteri del mondo, – obiettò il capo dell’ufficio stampa.
- Certo. Ma a goccia a goccia si scava la pietra – Secondo Tuzzi questa citazione esprimeva molto bene un preciso pericolo. – Bisognerebbe pur tentare di organizzare
qualcosa…
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- Mah, avrei molto da obiettare, – dichiarò l’altro.
- Anch’io, naturalmente! – disse Tuzzi. Verso la fine del colloquio aveva una sensazione sgradevole, come di sentirsi la lingua impastata, e non sapeva distinguere se era una sciocchezza, quello di cui aveva parlato, o se non si sarebbe rivelato come una conseguenza della perspicacia per cui era famoso. Neanche il capo dell’ufficio stampa poteva risolvere il dubbio, e perciò i due signori si ripromisero di discutere di nuovo la questione un altro giorno.
Il capo dell’ufficio stampa diede ordine di acquistare per la biblioteca dell’ufficio tutte le opere di Arnheim, affinché la faccenda avesse una conclusione, e il capodivisione Tuzzi si recò alla Sezione politica, dove fece chiedere all’Ambasciata a Berlino un rapporto
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confidenziale sulla persona di Arnheim. Era l’unica cosa che per il momento gli restasse da fare, e prima che il rapporto giungesse non aveva più che sua moglie per informarlo di Arnheim, cosa che ormai gli era assolutamente sgradevole. Ripensò al detto di Voltaire, che gli uomini si servono delle parole per celare i loro pensieri, e dei pensieri per giustificare le loro ingiustizie. Certo, questa era sempre stata la diplomazia. Ma che un uomo parlasse e scrivesse tanto come Arnheim per nascondere dietro le parole le sue vere intenzioni, lo inquietava come qualcosa di nuovo, che bisognava scoprire.
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53. Moosbrugger cambia prigione
CHRISTIAN Moosbrugger, l’assassino della prostituta, appena i giornali ebbero smesso
di pubblicare le cronache del suo processo, venne dimenticato, e la commozione del pubblico si volse verso altri oggetti. Solo un gruppo di periti continuò a occuparsi di lui. Il suo difensore aveva presentato ricorso in Cassazione, chiedendo una nuova perizia del suo stato mentale; l’esecuzione era stata rimandata a tempo indeterminato, e Moosbrugger venne trasferito in un’altra prigione.
Le precauzioni usate per il trasporto lo
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lusingarono; fucili carichi, una scorta numerosa, catene alle mani e ai piedi: era oggetto di molte attenzioni, avevano paura di lui, e questo a Moosbrugger piaceva. Prima di salire nel carrozzone cellulare si guardò intorno in cerca d’ammirazione e godette delle occhiate stupite dei passanti. Il vento freddo che spazzava la strada giocò coi suoi ricci, l’aria lo penetrò. Solo per due secondi; poi una guardia lo spinse di dietro per farlo salire nella vettura.
Moosbrugger era vanitoso; non gli piaceva esser spinto così; ebbe paura che le guardie lo urtassero, inveissero contro di lui o lo deridessero; il gigante incatenato non osò guardare nessuno degli agenti e scivolò docilmente verso il fondo della vettura.
Della morte però non aveva paura. A questo mondo bisogna sopportare molte cose che
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certamente fanno più male del capestro, e vivere un paio d’anni di più o di meno ha poca importanza. L’orgoglio passivo di un uomo che è stato molto tempo in carcere gli vietava di temere il castigo; ma ad ogni modo non era attaccato alla vita. Che cosa nella vita avrebbe potuto essergli caro? Forse il vento primaverile o le grandi strade di campagna, o il sole? Son cose che ti fan sentire soltanto stanco, polveroso e accaldato. Nessuno, che le conosca veramente, può amarle. “Poter raccontare: ieri in trattoria ho mangiato un ottimo arrosto di maiale!”, pensava Moosbrugger. Questo, sì, era già qualcosa di più. Ma ormai bisognava rinunciarvi. Piuttosto gli avrebbe fatto piacere una soddisfazione della sua vanità, che aveva sempre dovuto sopportare stupide offese. Dalle ruote, attraverso la panca, scosse disuguali si
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comunicarono al suo corpo; di là della grata dello sportello il selciato fuggiva via, i carri restavano indietro, ogni tanto uomini donne o bambini ondeggiavano obliqui dietro le sbarre, una vettura di piazza comparve laggiù, alle spalle, crebbe, venne innanzi, sprizzò vita come l’incudine sprizza scintille, le teste dei cavalli parve volessero entrare dallo sportello, poi lo strepito degli zoccoli e il fruscio morbido delle ruote gommate si persero dietro la parete. Moosbrugger voltò lentamente il capo e tornò a guardare il soffitto alla linea d’incontro con la parete laterale. Fuori il traffico rumoreggiava; muggiva; era teso come un telone sul quale passa ogni tanto l’ombra di qualche evento. Per Moosbrugger quel tragitto era una distrazione, del motivo si curava poco. Fra due tempi di prigione, oscuri, statici, sfrecciava un quarto
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d’ora di opaca spuma bianca. Quello era stato sempre l’aspetto della sua libertà. Non particolarmente bello. “La faccenda dell’ultimo pranzo, egli pensò, – il cappellano della prigione, il boia e il quarto d’ora prima che tutto sia finito, non sarà mica tanto diversa; verrà avanti anche quella sulle ruote, dovrò sforzarmi di non essere sbalzato giù dalla panca, non vedrò e non udrò gran che, in mezzo a un mucchio di gente affaccendata. La cosa migliore sarà che alla fine più nessuno mi romperà le scatole!”
La superiorità di un uomo che si è liberato del desiderio di vivere è grandissima. Moosbrugger si ricordò del commissario che gli aveva fatto il primo interrogatorio. Era un uomo distinto, che parlava piano.
- Guardi, signor Moosbrugger, – gli aveva
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detto, – le faccio soltanto questa preghiera: non mi privi del successo! – E Moosbrugger aveva risposto:
- Va bene, se ci tiene tanto al successo, scriviamo subito il verbale.
Il giudice non ci voleva credere, ma il commissario l’aveva confermato davanti alla corte.
- Se non vuole alleggerire spontaneamente la sua coscienza, mi dia almeno questa soddisfazione personale, lo faccia per me! – Il commissario aveva ripetuto la frase in tribunale, persino il presidente sorrideva con benevolenza, e Moosbrugger s’era alzato in piedi.
- Tutto il mio gradimento alla deposizione del signor commissario! – proclamò ad alta voce, e aggiunse con un elegante inchino: -
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Sebbene il signor commissario mi abbia congedato con le parole: “Credo che non ci vedremo mai più”, ecco che invece ho l’onore e il piacere di rivedere oggi il signor commissario.
Il sorriso dell’intesa con se stesso illuminò il viso di Moosbrugger ed egli dimenticò le guardie che gli sedevano di fronte, sballottate anch’esse dai sobbalzi del carrozzone.
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54. A colloquio con Walter e Clarisse Ulrich si dimostra reazionario
CLARISSE disse a Ulrich:
- Bisogna fare qualcosa per
Moosbrugger, quell’assassino è
musicale!
Finalmente in un pomeriggio libero Ulrich aveva fatto la visita che era stata impedita da quel suo arresto carico di conseguenze.
Clarisse gli si era aggrappata al risvolto della giacca; Walter stava lì accanto con una faccia non del tutto sincera.
- Musicale? Che cosa intendi dire? – chiese
Ulrich sorridendo. Clarisse fece un viso
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vergognoso e allegro. Involontariamente. Come se la vergogna le prorompesse da ogni tratto del volto, ed ella per reprimerla dovesse imporsi un’espressione allegra. Si staccò da lui.
- Così, – disse, – adesso sei diventato un uomo influente! – Non era sempre facile capirla.
L’inverno era già incominciato una volta, e poi se n’era andato. Lì, in periferia, c’era ancora neve; distese bianche e frammezzo, come acqua oscura, la terra nera. Il sole inondava tutto, uniformemente. Clarisse portava una giacca arancione e un berretto di lana turchina. Andarono a passeggio tutti e tre, e Ulrich in mezzo a quella campagna sconvolta dal disgelo dovette spiegare a Clarisse gli scritti di Arnheim. Vi si trattavano le serie algebriche e gli anelli di benzolo, il materialismo storico e l’universalismo, i pilastri di ponti, l’evoluzione
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della musica, lo spirito dell’automobilismo, il
606, la teoria della relatività, la teoria atomica di Bohr, la saldatura autogena, la flora dell’Himalaja, la psicoanalisi, la psicologia individuale, quella sperimentale, quella fisiologica, quella sociale, e tutte le altre conquiste che impediscono all’epoca da esse illustrata di produrre uomini veri, buoni e normali. Ma nelle opere di Arnheim tutto questo era descritto in maniera molto rassicurante, perché egli asseriva che tutto quel che non si capisce è semplicemente uno sviamento di forze intellettuali, infruttuose, mentre il vero è sempre la semplicità, la dignità umana e l’attrazione verso le verità superumane, a cui ognuno può attingere purché viva semplicemente e sia in armonia
con le stelle.
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- Oggidì molti sostengono teorie simili, – spiegò Ulrich, – ma quelle di Arnheim vengon credute perché ciascuno può immaginarselo come un uomo ricco e famoso che sa di certo quello che dice, è stato sull’Himalaja, possiede parecchie automobili e quanto agli anelli di benzolo… può portarne finché gli pare!
Clarisse volle sapere com’erano gli anelli di benzolo, mossa da una vaga reminiscenza di anelli di corniola.
- Sei deliziosa, Clarisse! – dichiarò Ulrich.
- Che bisogno ha di sapere quelle stupidaggini di chimica? – la difese Walter; ma poi si mise a difendere anche i libri di Arnheim, che aveva letto. Non voleva affermare che Arnheim fosse il non plus ultra, ma era il meglio che l’epoca presente avesse prodotto; uno spirito nuovo! Scienza, indiscutibilmente,
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ma al tempo stesso molto al di sopra del sapere! Così trascorse la passeggiata. Il risultato fu che tutti avevano i piedi bagnati e il cervello in fiamme, come se i sottili ramoscelli nudi luccicanti al sole si fossero loro conficcati come schegge negli occhi, e tutti desideravano una tazza di caffè caldo e si sentivano smarriti.
La neve si scioglieva fumando dalle scarpe, Clarisse era contenta che la stanza s’insudiciasse, e Walter continuava a stringere quelle sue forti labbra femminee perché voleva attaccar lite. Ulrich narrò dell’Azione Parallela. Giunti ad Arnheim ricominciarono a discutere.
- Ora ti dico quel che mi urta in lui, – ripeté Ulrich. – “L’uomo scientifico” è oggi una cosa inevitabile; non si può non voler sapere! E mai, in nessuna epoca, è stata così grande come oggi la diversità fra l’esperienza di uno
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specialista e quella di un profano. Basta vedere l’abilità di un massaggiatore o di un pianista; oggi non si metterebbe più in lizza un cavallo senza un’adeguata preparazione. Solo nei problemi della vita umana, ciascuno si crede ancora competente a prendere qualsiasi decisione, e un vecchio pregiudizio afferma che uomo si nasce e si muore! Ma quando penso che cinquemila anni fa le donne scrivevano ai loro amanti le stesse identiche lettere di oggi, non posso più leggere una di queste lettere senza chiedermi se non bisognerebbe cambiare!
Clarisse si mostrò disposta al consenso. Walter invece sorrise come un fachiro deciso a non batter ciglio mentre gli trafiggono le guance con uno spillone.
- Questo vuol dire in poche parole che tu fino a nuovo ordine ti rifiuti di essere uomo! -
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egli commentò.
- Pressappoco. Ammetterlo ha uno spiacevole sapore di dilettantismo! Ma voglio fare anche un’altra ammissione, – riprese Ulrich dopo aver riflettuto un poco. – Gli specialisti non hanno mai finito di specializzarsi. Non soltanto non hanno finito oggi, ma non possono neanche figurarsi il compimento della loro attività. Forse nemmeno lo desiderano. Come ci si può immaginare che l’uomo avrà ancora un’anima quand’abbia imparato a capirla e a trattarla perfettamente sotto l’aspetto biologico e psicologico? E tuttavia aspiriamo a quello stato! Ecco com’è. La conoscenza è un atteggiamento, una passione. Un atteggiamento illecito, in fondo, perché come la dipsomania, l’erotismo e la violenza anche la smania di sapere foggia un
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carattere che non è equilibrato. Non è vero che il ricercatore insegue la verità, è la verità che insegue il ricercatore. Egli la subisce. Il vero è vero, e il fatto è reale senza curarsi di lui; egli ne ha soltanto la passione, è un dipsomane della realtà e questo foggia il suo carattere, e non gliene importa un fico che dalle sue scoperte venga fuori qualcosa di completo, di umano, di perfetto o di checchessia. È una creatura piena di contraddizioni, passiva e tuttavia straordinariamente energica!
- E poi? – chiese Walter.
- E poi, cosa?
- Non vorrai mica dire che possiamo contentarcene?
- Io mi contenterei, – disse Ulrich tranquillo.
- Le nostre opinioni su quanto ci circonda, ma anche su noi stessi, cambiano tutti i giorni.
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Viviamo in un periodo di transizione. Forse, se noi non affrontiamo meglio che fino ad ora i nostri compiti più profondi, questo periodo durerà sino alla fine del mondo. Eppure quando si è messi nello stanzino buio non bisogna, come i bambini, mettersi a cantare per la paura. Fingere di sapere come dobbiamo comportarci quaggiù è appunto cantare per la paura; puoi sgolarti da far cadere il soffitto, ma è paura e nient’altro! D’altronde io sono persuaso che stiamo correndo al galoppo. Siamo ancora lontani dai traguardi, essi non si avvicinano, noi non li vediamo neanche, smarriremo ancora molte volte la strada e dovremo mutare i cavalli; ma un giorno – domani o fra duemila anni – l’orizzonte comincerà a muoversi e ci verrà incontro con
immenso fragore!
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La stanza era in penombra. “Nessuno può vedermi in faccia, – pensò Ulrich. – Non so nemmeno io se sto mentendo” Aveva parlato come quando in un momento di incertezza si riassume il risultato di una certezza di decenni. Ricordò che quel sogno giovanile che stava comunicando a Walter si era svuotato da un pezzo. Era meglio non parlar più.
- E allora, – ribatté Walter con acredine, – dovremmo rinunciare a cercare un senso nella vita?
Ulrich domandò perché mai gli occorresse un senso. Secondo lui, poteva andare anche così.
Clarisse fece una risatina; non per malignità, ma la domanda le era sembrata tanto buffa.
Walter accese il lume, non parendogli
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necessario che Ulrich godesse di fronte a Clarisse i vantaggi dell’uomo tenebroso. Una luce sgradevole e abbacinante li investì tutti e tre.
Ulrich riprese, ostinato:
- Quello che ci occorre nella vita è la persuasione che le nostre faccende van meglio di quelle del vicino. Voglio dire: i tuoi quadri, la mia matematica, la moglie e i figli di Tizio e di Caio; tutto ciò che dà a un uomo la sicurezza di non essere assolutamente niente di straordinario, ma che nel suo modo di non essere niente di straordinario, egli può essere difficilmente uguagliato!
Walter non era ancora tornato alla sua seggiola. C’era in lui un senso d’eccitazione. Di trionfo. Gridò:
- Lo sai che cosa dici? Sei un vero
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austriaco, ecco! Tu predichi la filosofia del governo austriaco: tirare a campare!
- Forse non è cattiva come tu credi, – ribatté Ulrich. – Il bisogno appassionato di precisione, di rigore, di bellezza può arrivare a far concludere che il tirare a campare val meglio di tutti i conati dello spirito nuovo! Ti faccio i miei complimenti per aver scoperto la missione universale dell’Austria.
Walter voleva ribattere. Ma l’impeto che l’aveva fatto balzar su dalla seggiola non era soltanto di trionfo; era anche – come dire? – il desiderio di andar fuori un momento. Esitava fra i due desideri. Ma le due cose non si potevano abbinare, e il suo sguardo si staccò dal viso di Ulrich muovendo verso la porta.
Quando furono soli, Clarisse esclamò:
- Quell’assassino è musicale. Cioè… -
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tacque, poi seguitò enigmaticamente: – Non si può dir nulla, ma tu devi fare qualcosa per lui.
- Che cosa devo fare?
- Liberarlo.
- Tu sogni?
- Non pensi mica per davvero tutte quelle cose che dici a Walter? – domandò Clarisse, e i suoi occhi sembravano esigere una risposta di cui egli non poteva indovinare il contenuto.
- Non so che cosa tu voglia, – egli disse. Clarisse fissava ostinatamente le labbra; poi
ripeté:
- Devi fare lo stesso quello che ho detto; ne saresti trasformato.
Ulrich la scrutava. Non capiva bene. Forse non aveva afferrato qualche parola: un paragone, una similitudine che desse senso al suo dire. Era molto strano sentirla parlare così
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naturalmente senza quel senso, come si trattasse di una qualunque esperienza da lei fatta.
Ma in quel momento rientrò Walter.
- Ti posso concedere… – incominciò. L’interruzione aveva disacerbato il discorso.
Tornò a sedersi sullo sgabello del pianoforte e contemplò soddisfatto le sue scarpe a cui erano attaccate zolle di terra. Pensò: “Perché alle scarpe di Ulrich non si attacca la terra? Essa è l’ultima salvezza dell’uomo europeo”
Ulrich invece guardava le gambe di Walter, sopra le scarpe; eran rivestite di calze nere di cotone e avevano la forma non bella di gambe flosce di ragazza.
- È molto apprezzabile che un uomo, ai nostri tempi, aspiri ancora ad esser completo. -
disse Walter.
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- Macché, non è possibile, – opinò Ulrich. – Prova a dare un’occhiata al giornale. È assolutamente impenetrabile. Vi si parla di tante cose, che non basterebbe il cervello di un Leibniz per capirle. Ma non ce ne accorgiamo nemmeno; siamo diventati diversi. Non c’è più un uomo completo di fronte a un mondo completo ma un qualche cosa di umano che si muove in un comune liquido nutritivo.
- Giustissimo, – disse subito Walter. – Non esiste più la cultura completa in senso goethiano. Ma per questo motivo ogni pensiero ha oggi un pensiero opposto, e ogni tendenza una tendenza contraria. Ogni azione e il suo rovescio trovano oggi nell’intelletto le più sottili ragioni perché si possano tanto difendere quanto condannare. Io non capisco come tu possa giustificare questo!
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Ulrich alzò le spalle.
- Bisogna ritirarsi in solitudine, – disse
Walter piano.
- Si può vivere anche così, – replicò l’amico.
- Forse siamo sulla strada dello stato-formicaio o di qualche altra divisione anticristiana del lavoro. – Ulrich pensò fra sé che si poteva ugualmente andar d’accordo come litigare. Sotto la cortesia il disprezzo traspariva chiaro come i bocconi ghiotti sotto la gelatina. Sapeva che anche le sue ultime parole dovevano irritare Walter, ma provava l’acuto desiderio di parlare con una persona con la quale potesse sentirsi in perfetta armonia. Fra lui e Walter c’erano stati, un tempo, colloqui così. Una forza segreta estrae allora le parole dall’anima e nessuna fallisce la mira. Ma se si parla con avversione, esse salgono come nebbie da una
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superficie gelata. Guardò Walter senza rancore. Era sicuro che anch’egli aveva l’impressione di deformarsi davanti a se stesso col procedere di quel dialogo, ma che ne dava la colpa a lui. “Tutto ciò che si pensa è simpatia o antipatia!”, si disse Ulrich. In quel momento ciò gli parve così giusto ed evidente che lo sentì come una costrizione fisica, simile al vacillare concorde di due persone strettamente abbracciate. Si volse a guardare Clarisse.
Ma Clarisse da un pezzo non ascoltava più; aveva preso, in un certo momento, il giornale che le stava davanti sul tavolo, poi era andata scrutando in se stessa perché mai questo le desse un godimento così profondo. Sentiva davanti agli occhi l’assoluta impenetrabilità di cui Ulrich aveva parlato e il giornale fra le sue mani. Le braccia svolgevano l’oscurità e si
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aprivano da sole. Formavano col tronco del corpo i due bracci d’una croce, e ad essi era sospeso il giornale. Questo era il piacere che ella provava, ma le parole per descriverlo non esistevano in lei. Ella sapeva soltanto che guardava il giornale senza leggerlo e le pareva che in Ulrich fosse qualcosa di enigmaticamente barbarico, una forza affine a lei stessa, senza che le venisse in mente nulla di più preciso. Le sue labbra erano semiaperte come per un sorriso, ma inconsapevolmente, in una tensione stupefatta e distaccata. Walter seguitò con voce smorzata:
- Hai ragione quando dici che oggi più nulla è serio, ragionevole o anche soltanto trasparente; ma perché non vuoi capire che la colpa è proprio del razionalismo dilagante, che appesta ogni cosa? In tutti i cervelli s’è
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annidata la smania di diventare sempre più razionali, di specializzare sempre più la vita, e in pari tempo l’impossibilità di raffigurarsi che cosa sarà di noi quando giungeremo a conoscere, suddividere, tipizzare, meccanizzare e regolare tutto. Così non si può andare avanti.
- Mio Dio, – rispose Ulrich indolentemente, – il cristiano dell’epoca monastica doveva essere credente, sebbene non potesse figurarsi che un paradiso con nuvole e arpe, piuttosto noioso; e noi abbiamo paura del paradiso della ragione che ci ricorda i banchi allineati, i regoli e le orribili figure di gesso degli anni di scuola.
- Io ho il presentimento che tutto ciò avrà per conseguenza un’orgia sfrenata della fantasia, – soggiunse Walter soprappensiero. C’era in quella frase una piccola viltà e una piccola astuzia. Egli pensava alla misteriosa
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irragionevolezza di Clarisse, e mentre parlava della ragione che sbocca in eccessi pensava a Ulrich. Gli altri due non se ne resero conto, e questo gli procurò il dolore e il trionfo dell’incompreso. Avrebbe dato qualunque cosa per pregare Ulrich di non metter più piede in casa sua, se questo fosse stato possibile senza provocare la ribellione di Clarisse.
Così i due uomini guardarono Clarisse in silenzio.
Clarisse si accorse improvvisamente che non discutevano più, si fregò gli occhi e ammiccò con affetto a Ulrich e Walter che inondati di luce gialla sedevano davanti alla finestra inazzurrata del crepuscolo come in un armadio di vetro.
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55. Soliman e Arnheim
L’assassino Christian Moosbrugger aveva però un’altra amica. Qualche settimana prima il quesito
se egli fosse colpevole o vittima le aveva commosso il cuore come a molti altri, ed ella si era fatta un concetto un po’ diverso da quello del tribunale. Il nome Christian Moosbrugger le piaceva, e le suggeriva l’immagine di un uomo alto, solitario, seduto presso un vecchio mulino coperto di muschio ad ascoltare il fragore dell’acqua. (27) Era fermamente convinta che le accuse contro di lui sarebbero
27 Moos vuol dire muschio e brugger si riallaccia a Brüche ug. ponte.
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inaspettatamente cadute. Quando si trovava in cucina o in sala da pranzo a cucire le sembrava che Moosbrugger, scrollate via le sue catene, le venisse accanto, ed ella si abbandonava alle più folli fantasticherie. In esse non era affatto escluso che Christian, se lei Rachel, lo avesse conosciuto in tempo, avrebbe rinunciato alla sua carriera d’assassino e sarebbe diventato un capo brigante di straordinario avvenire.
Quel pover’uomo nella sua cella nulla sapeva del cuore che, curvo sulla biancheria di Diotima, batteva per lui. Non c’era molta distanza dalla casa del capodivisione Tuzzi alle carceri giudiziarie. Un’aquila sarebbe volata da un tetto all’altro con pochi colpi d’ala; ma per l’anima moderna che sorvola come se niente fosse oceani e continenti nulla è tanto impossibile quanto trovar contatto con le anime
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che abitano dietro la cantonata.
Così anche le correnti magnetiche si erano disperse, e da qualche tempo Rachel amava l’Azione Parallela invece di Moosbrugger. Anche quando nei saloni le cose non procedevano come avrebbero dovuto, nelle anticamere non mancavano mai gli avvenimenti appassionanti. Rachel che prima aveva sempre trovato il tempo di leggere i giornali che finivano in cucina, non ci riusciva più da quando era diventata la piccola sentinella dell’Azione, sempre di guardia dal mattino alla sera. Adorava Diotima, il capodivisione Tuzzi, Sua Signoria il conte Leinsdorf, il nababbo e, dacché s’era accorta che incominciava ad avere una parte importante in casa, anche Ulrich; allo stesso modo un cane ama gli amici di casa, con un solo affetto e tuttavia con odori diversi
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che rappresentano un cambiamento eccitante. Ma Rachel era intelligente. Di Ulrich per esempio capì subito che era sempre un po’ in contrasto con gli altri, e la sua fantasia gli assegnava un compito particolare e non ancora definito nell’Azione Parallela. Egli la guardava sempre con simpatia, e la piccola Rachel s’accorgeva che la contemplava molto a lungo quando credeva di non esser visto. Era certa che volesse qualcosa da lei; e aspettava curiosa; la sua personcina bianca si stirava voluttuosamente, e dai begli occhi neri lo dardeggiavano piccole punte d’oro! Ulrich sentiva il crepitio di quel piccolo corpo, senza poterselo spiegare, mentre lei si aggirava fra i pomposi mobili e visitatori, e ne aveva qualche distrazione.
Il suo posto nell’estimazione di Rachel era
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dovuto per non piccola parte a misteriosi discorsi di corridoio, che avevano scosso la posizione preminente di Arnheim; perché quell’uomo sfolgorante aveva senza saperlo, oltre a lui e a Tuzzi, un terzo nemico nella persona del suo piccolo servo Soliman. Il moretto era la fibbia lucente della cintura magica che l’Azione Parallela aveva stretto alla vita di Rachel. Un ometto buffo, venuto al seguito del suo signore dal paese delle fiabe nella casa dove serviva Rachel, e da lei accettato immediatamente come il personaggio a lei destinato in quel racconto di fate; così voleva l’ordine sociale; il nababbo era il sole e apparteneva a Diotima, Soliman toccava a Rachel ed era un frammento deliziosamente multicolore che il sole faceva brillare, e che ella voleva per sé. Ma tale non era esattamente
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l’opinione del ragazzo. Sebbene piccolo di statura, era già tra i sedici e i diciassette anni, ed era un essere pieno di romanticismo, di malignità e di pretese personali. Arnheim l’aveva tolto a una compagnia di ballerini, nell’Italia meridionale, e se l’era portato con sé; quella creaturina che si dimenava stranamente, con la malinconia del suo sguardo scimmiesco, gli aveva toccato il cuore, e il nababbo decise di dischiudergli una vita più alta. Era il desiderio di un’intima, fedele compagnia, che sovente coglieva come una debolezza quell’uomo solitario, ma che egli di solito vinceva raddoppiando di attività; e fino al quattordicesimo anno aveva trattato Soliman sbadatamente e da uguale, così come si allevavano un tempo nelle ricche dimore i fratelli di latte dei propri figli, lasciandoli
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partecipare a tutti i giochi e i piaceri prima che venisse il momento in cui dovevano capire che il latte della madre contava meno che il latte della balia. Giorno e notte, mentre il padrone era alla scrivania o in lunghi colloqui con illustri visitatori, Soliman era rimasto accucciato ai suoi piedi, dietro le sue spalle, o sulle sue ginocchia. Aveva letto Scott, Shakespeare e Dumas, quando trovava Scott, Shakespeare e Dumas in giro per la stanza, e aveva imparato a compitare sul Lessico tascabile delle Scienze spirituali. Mangiava le chicche del padrone e incominciò presto, quando nessuno lo vedeva, a fumare anche le sue sigarette. Un maestro veniva apposta per lui, e gli impartì – un po’ irregolarmente a causa dei molti viaggi – le nozioni elementari. Con tutto ciò Soliman si annoiava
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terribilmente, e nulla gli piaceva quanto i lavori domestici, ai quali gli era permesso partecipare, perché quella era una occupazione vera e da adulti che appagava il suo bisogno d’attività. Ma un giorno, e non era trascorso molto tempo da allora, il suo padrone l’aveva fatto chiamare e gli aveva dichiarato amabilmente che egli non aveva corrisposto del tutto alle sue aspettative, che ormai non era più un bambino, e su lui, Arnheim, gravava la responsabilità di fare del piccolo domestico un uomo ammodo; perciò aveva deciso di trattarlo d’ora in poi da quello che doveva essere in futuro, in modo che ci si avvezzasse per tempo. Molti uomini giunti più tardi al successo – soggiunse Arnheim – avevano incominciato col lustrar scarpe e lavare i piatti, e in questo stava la loro forza, perché l’essenziale era fare fin da principio ogni
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cosa fino in fondo.
Quell’ora in cui da indefinita creatura di lusso era diventato un servitore con vitto e alloggio e un piccolo salario aveva cagionato nel cuore di Soliman una devastazione di cui Arnheim non ebbe alcun sospetto. Soliman non aveva capito nulla delle spiegazioni di Arnheim, ma le aveva indovinate con l’istinto, e odiava il padrone per il cambiamento prodottosi nella sua vita. Non rinunziò nemmeno allora ai libri, ai dolci e alle sigarette, ma mentre prima si prendeva semplicemente quel che gli faceva gola, da allora in poi derubò Arnheim con piena coscienza e la sua sete di vendetta era così insaziabile che a volte fracassava, nascondeva o buttava via degli oggetti che con meraviglia di Arnheim, il quale oscuramente se ne ricordava, non ricomparivano mai più. Mentre Soliman si
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vendicava così, come un coboldo, si dominava però perfettamente nello svolgimento delle sue mansioni e nella piacevolezza del contegno. Come prima, egli era il cocco di tutte le cuoche, fantesche, cameriere d’albergo e visitatrici, che lo viziavano con occhiate e sorrisi; i monelli di strada lo guardavano ironici ma curiosi, ed egli continuò a considerarsi un personaggio importante e interessante, benché conculcato. Anche il padrone gli donava ancora talvolta un’occhiata soddisfatta e lusingata, o una parola amichevole e saggia, tutti in generale lo lodavano come ragazzo pronto e servizievole, e quando succedeva che Soliman poco prima si fosse caricato la coscienza di qualche misfatto particolarmente grave, egli assaporava con un sorriso premuroso la propria superiorità come un cubetto inghiottito di ghiaccio gelido-
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ardente.
La fiducia del giovinetto, Rachel se l’era conquistata nel momento stesso in cui gli aveva comunicato che in casa sua si stava probabilmente preparando la guerra, e da allora le era toccato sentire da lui le più scandalose rivelazioni su Arnheim, il suo idolo. Benché apatico e disgustato, Soliman aveva una fantasia che pareva un cuscinetto di spilli, irta di pugnali e di spade, e in tutti i suoi racconti su Arnheim rimbombava galoppo di cavalli, s’agitavano fiaccole e scale di corda. Le confidò che non si chiamava affatto Soliman, e le disse un nome lungo e strano, pronunciato così in fretta che lei non riuscì a metterselo in mente. Più tardi le rivelò anche il suo segreto; era figlio di un principe negro, e l’avevano rubato bambino al padre che possedeva a
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migliaia guerrieri, vitelli, schiavi e pietre preziose; Arnheim l’aveva comperato per rivenderlo poi al principe padre ad altissimo prezzo, ma lui voleva fuggire, e finora non l’aveva ancora fatto perché il paese di suo padre era tanto lontano.
Rachel non sarebbe stata così stupida da credere a queste storie; ma invece ci credeva perché nell’Azione Parallela nessuna misura dell’incredibile le pareva troppo grande. Avrebbe anche voluto proibire a Soliman di denigrare Arnheim in quel modo; ma dovette accontentarsi di opporre alla sua temerità una diffidenza mista a orrore, perché la possibilità che il nababbo non fosse degno di fiducia prometteva, nonostante i dubbi, prodigiose, incombenti, appassionanti complicazioni
nell’Azione Parallela.
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Erano nuvole d’uragano dietro le quali l’uomo solitario presso il mulino coperto di muschio scompariva, e una luce livida si concentrava sulla faccetta scimmiesca e ghignante di Soliman.
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56. I comitati dell’Azione Parallela lavorano alacremente. Clarisse scrive a Sua Signoria e propone “l’anno di Nietzsche”
A quel tempo Ulrich doveva andare da Sua Signoria due o tre volte la settimana. Aveva a disposizione
una stanza alta, slanciata, incantevole anche come spazio in sé. Davanti alla finestra c’era una grande scrivania in stile Maria Teresa. Dalla parete pendeva un grosso quadro, dove scintillavano cupe certe chiazze rosse, azzurre e gialle che raffiguravano cavalieri intenti a
infilzare con le lance le parti molli di altri
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cavalieri giacenti a terra; e la parete opposta era occupata da una signora solitaria, le cui parti molli erano accuratamente protette da un corsaletto da vespa trapunto d’oro. Non si capiva perché l’avessero confinata lì tutta sola, perché apparteneva evidentemente alla famiglia Leinsdorf e il suo viso giovane e incipriato somigliava a quello del conte come un’orma sulla neve asciutta somiglia a un’orma nell’argilla bagnata. Del resto Ulrich aveva poche occasioni di contemplare il volto del conte. Dall’ultima seduta, l’Azione Parallela era entrata in una fase di attività così intensa, che Sua Signoria non poteva più consacrarsi ai sublimi pensieri, ma doveva passare la giornata a leggere istanze, a ricevere visitatori, a concedere interviste e a recarsi in carrozza di qua e di là. Così aveva già conferito col
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presidente del consiglio, con l’arcivescovo, col cancelliere di corte, e al senato aveva preso contatto coi membri dell’alta aristocrazia e dell’alta borghesia. Ulrich non aveva partecipato a questi colloqui e sapeva soltanto che tutte le parti s’aspettavano forti resistenze politiche delle parti avverse, cosicché ciascuna dichiarava che avrebbe potuto appoggiare tanto più energicamente l’Azione Parallela quanto meno vi avesse figurato, e per il momento si faceva soltanto rappresentare da osservatori nei comitati.
Di settimana in settimana quei comitati facevano tali progressi, che era un piacere. Com’era stato deciso nella seduta inaugurale, avevano diviso il mondo in tante sezioni, dai grandi punti di vista della religione, dell’istruzione, del commercio, dell’agricoltura e
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via discorrendo, e d’ogni comitato faceva parte un rappresentante del ministero relativo; e i comitati tutti si dedicavano al loro compito, di ricevere, ciascuno di concerto con tutti gli altri, i rappresentanti del popolo e delle corporazioni per accoglierne i desideri, i suggerimenti e le richieste, e inoltrarle al comitato centrale. In questo modo si sperava di far affluire al comitato centrale le principali forze morali del paese, coordinate e riepilogate, e si aveva già la soddisfazione di veder aumentato il traffico epistolare. I dispacci dei comitati al comitato centrale poterono già dopo poco tempo richiamarsi a dispacci precedenti, e aprirsi con una frase che diventava ogni volta più altisonante e incominciava con le parole: “In riferimento alla lettera numero tale del nostro ufficio, e precedentemente alla lettera numero
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tal altro barra numero…” e qui seguiva un terzo numero; e tutti quei numeri crescevano a ogni missiva. Erano già i segni di una sana crescenza, e per di più anche le ambasciate cominciarono a mandare rapporti semi ufficiali sulle impressioni che la prova di forza del patriottismo austriaco andava producendo all’estero; e gli ambasciatori stranieri cercavano già cautamente l’occasione di farsi dare ragguagli; e i deputati, fattisi attenti, s’informavano delle ulteriori intenzioni; e l’iniziativa privata incominciò a manifestarsi con le lettere di ditte che si prendevano la libertà di sottoporre proposte oppure chiedevano un punto d’appoggio per collegare la loro casa al movimento patriottico. C’era un apparato organizzativo, e poiché c’era doveva lavorare, e poiché lavorava si mise a correre; e
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quando un’automobile incomincia a correre su un vasto terreno, anche se non c’è nessuno al volante, percorrerà nonpertanto un bel po’ di strada e offrirà uno spettacolo singolare e persino impressionante.
Si ebbe così un grande impulso in avanti e il conte Leinsdorf incominciò a sentirlo. Inforcava lo stringinaso e leggeva tutta la corrispondenza da cima a fondo con estrema gravità. Non erano più le proposte e i desiderata di gente ignota e passionale, che lo inondavano in principio, prima che l’Azione fosse instradata su un binario regolare; e anche se quelle richieste o domande venivano dal seno del popolo, erano però firmate da presidenti di società alpinistiche, di leghe del libero pensiero, congregazioni femminili, circoli artigiani, associazioni sportive, club dei
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cittadini, e quegli altri goffi raggruppamenti che precorrono il trapasso dall’individualismo al collettivismo come i mucchietti di spazzature precorrono i turbini di vento. E anche se Sua Signoria non sempre consentiva a ciò che gli chiedevano, vedeva nell’insieme un progresso considerevole. Si toglieva gli occhiali, restituiva la lettera al consigliere ministeriale o al segretario che gliel’aveva consegnata e approvava col capo, soddisfatto, senza pronunciar parola; sentiva che l’Azione Parallela procedeva per una via buona e regolare, e la strada vera si sarebbe trovata.
Il consigliere ministeriale, che riprendeva la lettera, la deponeva di solito su un mucchio di altri scritti e finito quel lavoro guardava negli occhi Sua Signoria. Allora finalmente Sua
Signoria parlava:
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- Tutto questo va benissimo, ma non possiamo dire né sì né no, finché non sappiamo nulla di preciso intorno al punto essenziale dei nostri scopi.
Questo però il consigliere ministeriale l’aveva già letto negli occhi di Sua Signoria a ogni scritto precedente, ed era anche la sua personale opinione; egli teneva in mano una matita d’oro, con la quale aveva già scritto in calce a ogni lettera la formula magica procr. Questa abbreviazione usata negli uffici di Cacania voleva dire procrastinato e cioè, in linguaggio comprensibile “da decidersi più tardi”; ed era un esempio di cautela, per cui nulla si lascia perdere e nulla si precipita. Procrastinate venivano ad esempio le istanze dei piccoli impiegati per un soccorso straordinario alla moglie in puerperio, finché il
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bambino era cresciuto e capace di guadagnarsi la vita da sé, per il motivo che forse nel frattempo sarebbero state emanate leggi in proposito, e il buon cuore dei superiori non voleva respingere previamente la domanda; ma si procrastinava anche la richiesta di personaggi o uffici influenti che non si poteva offendere con un rifiuto, pur sapendo che un altro ufficio influente si opponeva alla loro richiesta; e per principio tutti i casi che si presentavano per la prima volta venivano procrastinati finché non si presentasse un caso analogo.
Ma sarebbe male burlarsi di quelle consuetudini burocratiche, perché fuori degli uffici si procrastina ancora di più. Com’è poco importante, ad esempio, che nei discorsi della corona i re ripetano sempre la promessa di
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combattere i turchi o i pagani, quando si pensa che nella storia dell’umanità non si è mai cancellata del tutto e neppure del tutto conclusa una frase; dal che risulta di tanto in tanto quel ritmo disordinato del progresso che somiglia straordinariamente a un bue con le ali. E bisogna osservare che negli uffici almeno qualcosa si perde, nel mondo invece non si perde mai nulla. Così la procrastinazione è una formula fondamentale dell’edificio della nostra vita. Ma quando a Sua Signoria qualcosa sembrava particolarmente urgente, egli era costretto a scegliere un altro metodo. In quei casi mandava innanzi tutto la proposta a corte, al suo amico il conte Stallburg, con la domanda se si potesse prenderla in considerazione come “provvisoriamente definitiva”, secondo l’espressione usata da lui. Dopo un po’ di
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tempo giungeva regolarmente la risposta che su quel punto non si poteva trasmettere per il momento l’Augusta Volontà, ma appariva invece opportuno lasciare che si formasse da sé un’opinione pubblica; e secondo l’accoglienza da essa fatta alla proposta – tenuto conto di altre esigenze che eventualmente potessero sorgere – si sarebbe in seguito riesaminata la questione. La pratica, in cui la proposta si era ormai trasformata, veniva quindi inoltrata al dicastero di sua spettanza, e di là tornava indietro con l’annotazione che l’ufficio non si riteneva competente a prendere una decisione da solo, dopo di che il conte Leinsdorf si prendeva nota di proporre a una delle prossime sedute del comitato centrale che fosse costituita una sottocommissione interministeriale onde studiare il problema.
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Inesorabilmente fermo era soltanto nei casi in cui gli veniva sottoposto uno scritto che non portava la firma né del presidente di un circolo, né di una associazione religiosa, scientifica o artistica riconosciuta dallo stato. Giunse in quei giorni una lettera simile, scritta da Clarisse, in cui ella si richiamava a Ulrich, e suggeriva la proclamazione di un “anno austriaco di celebrazioni nietzscheane”; chiedeva che in pari tempo si facesse qualcosa per l’assassino Moosbrugger; questa proposta le era dettata dalla sua qualità di donna, e dalla coincidenza che Nietzsche era malato di mente e Moosbrugger pure. Ulrich fece fatica a mascherare la sua irritazione con uno scherzo quando il conte Leinsdorf gli mostrò quella lettera, di cui egli aveva già riconosciuto la calligrafia stranamente immatura ma
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intersecata da spessi tagli traversali e da sottolineature energiche. Tuttavia il conte Leinsdorf, avvedendosi del suo imbarazzo, disse con bontà e gravità:
- L’idea non è senza interesse ed è espressa con fuoco ed entusiasmo, ma purtroppo queste proposte individuali dobbiamo metterle agli atti, se no non si arriva ad alcun risultato. Poiché lei conosce personalmente la signora che ne è l’autrice, vuol consegnare la lettera a sua cugina?
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57. Entusiasmi. Diotima fa strane esperienze sulla natura delle grandi idee
ULRICH si mise in tasca la lettera per farla sparire, d’altronde non sarebbe stato facile parlarne con
Diotima, che da quando era uscito l’articolo sull’“anno austriaco” era in preda a un disordinato entusiasmo. Non solamente Ulrich le portava tutti i documenti che gli passava il conte Leinsdorf, ma anche la posta le recava giornalmente montagne di lettere e di ritagli di stampa, i librai le mandavano pacchi di libri in visione, il via-vai in casa sua aumentava, come
il mare si gonfia quando il vento e la luna se lo
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succhiano d’accordo, anche il telefono non taceva un momento, e se la piccola Rachel non fosse stata all’apparecchio con lo zelo di un arcangelo, dando lei stessa la maggior parte dei ragguagli, Diotima sarebbe crollata sotto il peso di tali impegni.
Quella crisi di nervi che non veniva mai e vibrava sempre nel suo corpo dava a Diotima una felicità che ella non conosceva ancora. Era un fremere, un sentirsi tutta irrorata di importanza, uno scricchiolio come quello della pressione in una pietra posta al fastigio dell’edificio del mondo, un formicolio come l’impressione del nulla quando si è sulla vetta di una montagna che sovrasta tutte le altre. In una parola, era il senso della “posizione”, improvvisamente rivelatosi alla figlia di un modesto maestro e giovane moglie di un
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viceconsole borghese, quale ella era sempre rimasta, nonostante l’ascesa, nella parte più fresca della sua natura.
Questo senso della posizione è uno degli stati fondamentali, benché inavvertiti, dell’esistenza, come il non accorgersi che la terra gira, o che noi portiamo un contributo personale alle nostre percezioni. L’uomo camminando sul terreno di una patria, di una religione o di una tassa sulle entrate, porta la maggior parte delle proprie vanità sotto i piedi – perché gli hanno insegnato che non è lecito portarla nel cuore – e in mancanza di una posizione s’accontenta pure – cosa che è data a tutti – di trovarsi sulla punta momentaneamente più alta della colonna del tempo, sorgente dal nulla; vale a dire di vivere proprio ora, che tutti gli antecessori son ridotti
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in polvere e i posteri non sono ancora nati. Ma se questa vanità, che di solito è inconscia, sale a un tratto per qualche motivo dai piedi alla testa, può produrre una mite pazzia simile a quella delle vergini che credono di esser gravide del globo terrestre. Perfino il capodivisione Tuzzi faceva ora a Diotima l’omaggio di chiederle come procedeva il “movimento”, o la pregava talvolta di assumersi qualche piccola missione; e allora il sorriso col quale parlava di solito del “salotto” cedeva il luogo a una grave solennità. Si continuava a ignorare fino a qual punto la Maestà Graziosissima gradisse l’idea di mettersi alla testa di un’azione pacifista internazionale, ma Tuzzi a questa possibilità associava sempre l’inquieta raccomandazione che Diotima non facesse il minimo passo nel campo della politica estera senza avergli prima
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chiesto il suo avviso. Anzi consigliò subito di badar bene, quando l’Azione per la pace si fosse veramente tradotta in realtà, che non ne sorgessero complicazioni politiche.
Non era affatto il caso, egli dichiarò alla consorte, di respingere un’idea così bella, nemmeno se c’era l’eventualità che si attuasse davvero: bisognava però assolutamente mantenere aperte fin dal principio tutte le possibilità tanto di esecuzione quanto di ritirata. Spiegò poi a Diotima le differenze tra una proposta di disarmo, una conferenza della pace e un incontro di sovrani, fin giù al già mentovato arredamento del Palazzo dell’Aja con grandi tele di pittori austriaci, e non aveva mai parlato così seriamente con sua moglie. A volte ritornava perfino in stanza da letto con la busta dei documenti sotto il braccio, per completare
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le sue spiegazioni, ad esempio se aveva dimenticato di aggiungere che secondo la sua opinione personale ogni attuazione del concetto “Austria universale” era possibile soltanto in unione con un’iniziativa pacifistica o umanitaria, se no sarebbe stato una pericolosa incoscienza, o peggio ancora.
Diotima rispondeva con un sorriso paziente:
- Mi sforzerò di tener conto dei tuoi desideri, ma non devi esagerare l’importanza che può avere per noi la politica estera. C’è nell’interno del paese un fermento liberatore, che sale dall’anonima profondità del popolo; tu non sai quante suppliche e progetti mi giungano tutti i giorni.
Era ammirevole; perché, senza lasciarlo scorgere, doveva lottare con difficoltà imponenti. Nei dibattiti della commissione
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centrale, composta dai vari rappresentanti della religione, della giustizia, dell’agricoltura, dell’istruzione ecc’, tutte le proposte del centro incontravano la gelida e timorosa riservatezza che Diotima aveva trovato nel marito quando l’attenzione di lui non s’era ancora destata; e qualche volta l’impazienza le toglieva il coraggio, ed ella non poteva nascondersi che quella resistenza del mondo inerte sarebbe stata difficile a spezzare. Mentre per lei l’“anno dell’Austria” era evidentemente l’“anno dell’Austria universale” e doveva erigere le nazioni austriache a modello di tutte le nazioni del mondo, e a questo scopo bastava dimostrare che lo spirito aveva in Austria la sua vera patria, altrettanto chiaro appariva che per i tardi cervelli occorreva ancora un contenuto speciale e l’integramento di un’idea
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che per la sua natura più ovvia che generale venisse incontro alla ragione. E Diotima passava lunghe ore a cercare in molti libri un’idea che avesse quei requisiti, e s’intende che doveva essere soprattutto un’idea simbolica e austriaca; ma andava facendo curiose esperienze circa il carattere delle grandi idee.
S’avvedeva di vivere in una grande epoca perché essa pullulava di grandi idee; ma non si può credere quanto è difficile tradurne in realtà la più grande e la più importante, appena sian date tutte le condizioni necessarie meno una: sapere qual è l’idea più grande e più importante. Ogni volta che Diotima s’era quasi decisa a una scelta, doveva riconoscere che anche l’idea opposta era grande. È così, e lei non poteva farci nulla. Gli ideali hanno strane proprietà, e fra le altre anche quella di
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trasformarsi nel loro contrario quando si vuol seguirli scrupolosamente.
C’erano, ad esempio, Tolstòj e Berta Suttner
- due scrittori pacifisti, le cui idee erano allora quasi ugualmente famose – ma come può l’uomo, pensava Diotima, senza la violenza procurarsi anche soltanto un pollo arrosto? E che cosa fare dei soldati se, come pretendon quei due, non bisogna ammazzare? Resterebbero disoccupati, i poveretti; e per i delinquenti sarebbe una cuccagna. Ma circolavano già appelli di quel genere e si raccoglievano firme. Diotima non avrebbe mai potuto figurarsi una vita senza verità eterne, ma ora s’accorgeva con stupore che ogni verità eterna è doppia o tripla. Perciò l’uomo di buon senso che in questo caso era il capodivisione Tuzzi, che in tal modo salvava in certa misura
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anche l’onore – ha una radicata diffidenza per le verità eterne; non contesterà mai che esse siano indispensabili, ma è persuaso che quelli che le prendono alla lettera sono pazzi. Secondo il suo giudizio – che egli offriva soccorrevolmente alla moglie – gli ideali umani contengono un eccesso di esigenze che condurrebbe alla rovina, se non lo si prendesse poco sul serio fin da principio. Come prova migliore Tuzzi adduceva che negli uffici, dove ci si occupa di cose serie, parole come “ideale” e “verità eterna” non si sentono mai; se a un impiegato venisse mai in mente di metterle in qualche documento, gli si consiglierebbe subito di andare alla visita medica e di farsi dare un periodo di riposo. Ma Diotima, pur ascoltandolo tristemente, attingeva da quei momenti di debolezza nuove forze per immergersi nelle sue
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ricerche.
Persino il conte Leinsdorf si meravigliò di tanta energia spirituale quando trovò finalmente il tempo di andarla a trovare. Sua Signoria auspicava una iniziativa sorta dal cuore del popolo. Desiderava sinceramente conoscere la volontà spirituale e purificarla con cauti interventi dall’alto, perché non intendeva presentarla a suo tempo all’Augusta Maestà come un dono del bizantinismo, ma come un segno di ravvedimento dei popoli trascinati nel vortice della democrazia. Diotima sapeva che Sua Signoria restava attaccato al concetto “Imperatore della Pace” e a una splendida manifestazione della vera Austria, pur non respingendo radicalmente l’idea dell’Austria universale in quanto essa esprimeva il sentimento di una famiglia di popoli schierata
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intorno al suo patriarca. Da quella famiglia però Sua Signoria escludeva sottomano e tacitamente la Prussia; pur non trovando nulla a ridire sulla persona del dottor Arnheim, che anzi aveva definito un uomo interessante.
- Non vogliamo nulla di patriottico in senso trito, – egli ammoniva, – dobbiamo scuotere la nazione, il mondo. L’idea di celebrare un “anno dell’Austria” è bellissima e in fondo ho già detto anch’io ai giornalisti di guidare verso quell’obiettivo la fantasia del pubblico. Ma ha mai pensato, mia cara, se restiamo all’idea dell’anno dell’Austria, che cosa si debba fare in questo benedetto anno? Lo vede, questo è il punto. Bisogna pure saperlo. Occorre influire un poco dall’alto, se no gli elementi immaturi restan padroni del campo. E io non trovo assolutamente il tempo di farmi venire delle
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idee!
Diotima vide che Sua Signoria era piena di crucci e rispose vivamente:
- L’Azione deve culminare in un grande simbolo, oppure non si fa niente! Questo è certo. Deve commuovere il cuore del mondo, ma ha anche bisogno d’esser guidata dall’alto. È incontestabile. L’anno dell’Austria è un’idea ottima, ma a parere mio l’anno universale è ancora meglio; l’anno dell’Austria universale, in cui lo spirito europeo vedrà nell’Austria la sua vera patria!
- Piano! Piano! – ammonì il conte Leinsdorf che già molte volte s’era spaventato per la temerarietà della sua amica. – Forse le sue idee sono ancora un po’ troppo audaci, Diotima! Lei lo ha già detto una volta, ma non si può mai essere abbastanza cauti! Dunque, che cosa ha
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immaginato di poter fare, in questo anno dell’Austria?
Ma con quella domanda il conte Leinsdorf guidato dalla dirittura che improntava il suo pensiero, aveva proprio toccato il punto più dolente di Diotima.
- Caro Conte, – ella disse dopo qualche esitazione, – questa a cui lei mi chiede risposta è la più difficile domanda del mondo. Ho pensato di riunire al più presto possibile il fior fiore del mondo intellettuale, pensatori e poeti, e aspetterò i suggerimenti che essi esprimeranno prima di pronunciarmi.
- Così va bene! – esclamò Sua Signoria, tutta lieta del rinvio. – Così va bene! Non si può mai essere troppo guardinghi! Se lei sapesse quel che mi tocca udire tutti i giorni!
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58. L’Azione Parallela suscita esitazioni. Ma nella storia dell’umanità non vi sono volontari regressi
UNA volta Sua Signoria ebbe anche tempo di discorrere a lungo con Ulrich.
- Quel dottor Arnheim mi va poco a genio, – gli confidò. – Certo è un uomo di grande intelligenza, e posso capire sua cugina; ma insomma, è un prussiano. Sta sempre lì a osservare. Sa, quand’ero bambino nel ‘65, mio padre aveva al castello di Chrudim un ospite per le partite di caccia che stava sempre lì
anche lui come un testimonio, e un anno dopo
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si scoprì che nessuno sapeva chi l’avesse introdotto in casa nostra, e che era un generale dello stato maggiore prussiano! Con questo non voglio dir nulla di male, ma non mi piace che Arnheim sappia tutto di noi.
- Signor conte, – disse Ulrich, – sono lieto che lei mi offra l’occasione di parlare francamente. È ora di prendere qualche provvedimento; io sto facendo certe esperienze che mi danno da pensare e che non sono adatte per un osservatore straniero. L’Azione Parallela dovrebbe ispirare a tutti una gioconda commozione, non è questo che si propone la Signoria Vostra?
- Eh sì, naturalmente!
- Ma invece accade l’opposto! – esclamò Ulrich. – Ho l’impressione che essa deprima e preoccupi visibilmente tutte le persone colte!
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Sua Signoria crollò il capo e girò un pollice intorno all’altro, come faceva sempre quando il suo umore s’oscurava nella meditazione. Anch’egli aveva fatto esperienze simili a quelle che Ulrich ora gli riferiva.
- Da quando si è saputo che io ho a che fare con l’Azione Parallela, – raccontò Ulrich, – non passo tre minuti con una persona che mi parla di argomenti generali, senza che mi domandi: “Ma che cosa vuol concludere con questa Azione Parallela! Non ci sono più né grandi uomini né grandi opere, ai nostri giorni!”
- Già, esclusi però loro stessi! – interruppe Sua Signoria. – Conosco la musica, la sento anch’io. I grandi industriali se la prendono con la politica che non li favorisce abbastanza con le dogane protettive, e i politici ce l’hanno con l’industria che non finanzia sufficientemente le
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elezioni.
- Giustissimo! – riprese Ulrich. – Certamente i chirurghi credono che la chirurgia dai tempi di Billroth abbia fatto progressi; dicono soltanto che la medicina e tutte le scienze fisiche giovano troppo poco alla chirurgia. Se Vostra Signoria me lo concede, direi addirittura che anche i teologi sono persuasi che la teologia abbia in qualche modo progredito da Cristo in poi, ma…
Il conte Leinsdorf alzò una mano, con elusiva indulgenza.
- Ebbene, chiedo scusa se ho detto qualcosa di sconveniente; avrei potuto astenermene; giacché quello che ne vorrei concludere ha un significato generale. I chirurghi, dicevo, sostengono che le ricerche fisiche non mantengono ciò che si può razionalmente
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pretendere da esse. Se invece si parla del presente con un fisico, egli si lamenta, che gli piacerebbe alzare un po’ lo sguardo dalle sue ricerche, ma al teatro s’annoia, e non trova un romanzo che lo diverta o lo stimoli. Se si parla con un poeta, questo dichiara che non c’è più fede. E se infine – poiché voglio ora lasciar da parte i teologi – si parla con un pittore, si può scommettere che affermerà che in un’epoca così destituita di poesia e di filosofia, la pittura non può dare il suo meglio. L’ordine secondo il quale ciascuno si scarica sull’altro non è sempre lo stesso, ma ricorda il gioco dell’Uomo Nero, se Vostra Signoria lo conosce, o del mercante in fiera; e la regola a cui obbedisce, o la legge, non la posso scoprire! In conclusione, ho paura che ciascun uomo in particolare sia ancora abbastanza contento di sé, ma in
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generale e per qualche motivo comune a tutti, si sente a disagio nella sua pelle, e sembra che l’Azione Parallela abbia il compito di mettere in evidenza questo stato di cose.
- Santo cielo, – rispose Sua Signoria, senza che si capisse bene quel che intendeva dire, – nient’altro che ingratitudine!
- D’altra parte, – riprese Ulrich, ho già due cartelle piene di proposte scritte d’indole generale, che non ho ancora avuto occasione di rimettere a Vostra Signoria. A una delle due ho messo per soprascritta: “Ritorniamo a…!” Infatti un numero straordinario di persone ci comunica che il mondo una volta andava meglio di adesso, e basta che l’Azione Parallela lo riconduca a quel punto. Oltre alla naturale aspirazione del Ritorno alla Fede, troviamo il Ritorno al Barocco, al Gotico, alla Natura, a
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Goethe, al Diritto Tedesco, alla Purezza dei
Costumi, e a diverse altre cose.
- Uhm, già; ma forse nel mazzo potrebbe esserci un pensiero giusto, e non bisognerebbe scoraggiarlo! – opinò il conte.
- Può anche darsi; ma come rispondere? “Presa attentamente in esame la sua pregiata, ecc…. non riteniamo ancora giunto il momento…”? Oppure: “Abbiamo letto con interesse… e la preghiamo di inviarci particolari sul modo come desidera ripristinare il mondo in stile gotico, barocco, ecc. ecc.”?
Ulrich sorrideva, ma il conte Leinsdorf trovò che in quel momento era un po’ troppo frivolo, e si dedicò tutto a girare un pollice intorno all’altro con aria scostante. La sua faccia col pizzo, atteggiata a durezza, ricordava l’epoca di Wallenstein; e dopo un po’ egli esternò
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un’opinione davvero degna di nota:
- Caro dottore, – egli dichiarò, – nella storia dell’umanità non vi sono regressi volontari!
Questa dichiarazione stupì in primo luogo il conte Leinsdorf stesso, che aveva voluto dire tutt’altra cosa. Era conservatore, era irritato con Ulrich e intendeva osservare che la borghesia ha disdegnato lo spirito universale della Chiesa cattolica e ora ne porta le conseguenze. Sarebbe anche stato ovvio magnificare i tempi del centralismo assoluto, quando il mondo era governato secondo criteri unitari da persone conscie della propria responsabilità. Ma a un tratto, mentre stava ancora cercando le parole, s’era accorto che sarebbe stata veramente una brutta sorpresa svegliarsi un mattino senza bagno caldo e senza ferrovia, e se invece dei giornali ci fosse
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stato soltanto un araldo dell’imperatore che passava a cavallo per le strade. Sicché il conte Leinsdorf pensò: “Quello che era una volta, non sarà mai più allo stesso modo”, e mentre lo pensava ne era molto stupito. Ammesso, infatti, che nella storia non vi siano regressi volontari, l’umanità somiglia a un uomo spinto innanzi da un impulso misterioso e sinistro, senza ritorno e senza meta, e questa era una condizione molto curiosa.
Ora, Sua Signoria possedeva una straordinaria capacità di tener così ben divisi due pensieri contraddittorî da non lasciare che s’incontrassero nella sua coscienza; ma questo pensiero che era contrario a tutti i suoi principî egli avrebbe dovuto respingerlo. Tuttavia aveva preso in simpatia Ulrich, e se i suoi impegni gliene lasciavano il tempo era felicissimo di
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delucidare con logica rigorosa certi argomenti politici a quel giovanotto vivace di mente e così ben raccomandato, che però come borghese era un po’ al di fuori delle questioni veramente vitali. Ma quando s’incomincia con la logica, in cui un pensiero risulta naturalmente dal pensiero precedente, non si sa mai dove si va a finire. Perciò il conte Leinsdorf non ritrattò la sua dichiarazione e si limitò a guardar fissamente Ulrich, in silenzio.
Ulrich prese l’altra cartella e approfittò del silenzio per consegnare tutt’e due le cartelle a Sua Signoria.
- Questa l’ho dovuta intestare: “Andiamo verso…!” – incominciò a spiegare, ma Sua Signoria diede un balzo e disse che il suo tempo era spirato. Lo pregò di rimandare il seguito a un’altra volta, quando ci fosse più
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agio di riflettere.
- Del resto sua cugina darà proprio per questo un ricevimento alle persone di maggior impegno, – gli annunciò, già in piedi. – Ci vada anche lei! Ci vada, mi raccomando; io non so se mi sarà concesso di assistervi!
Ulrich si riprese le due cartelle, e il conte Leinsdorf si volse ancora, nel vano scuro della porta.
- È naturale che davanti a un grande assunto tutti si perdano d’animo! Ma li scuoteremo, li scuoteremo! – Il suo senso del dovere non gli permetteva di lasciar lì Ulrich senza un conforto.
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59. Moosbrugger medita
INTANTO Moosbrugger s’era sistemato alla meglio nella sua nuova prigione. Appena chiusa la porta l’avevano
investito con urli e male parole. Alle sue proteste s’era sentito minacciare botte, se ben ricordava. Lo avevano segregato in una cella da solo. Quando lo portavano a prender l’aria in cortile, lo ammanettavano e gli occhi dei guardiani non lo lasciavano mai. L’avevano rapato, benché la sua condanna non fosse ancora convalidata, con la scusa di misurarlo. Lo avevano strofinato con un sapone puzzolente, sotto il pretesto di una disinfezione.
Era un vecchio cliente, lui, sapeva che nulla di
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tutto ciò era permesso, ma dietro il portone di ferro non è facile salvaguardare la propria dignità. Facevano di lui quel che volevano. Lui volle esser condotto dal direttore e presentò le sue lagnanze. Il direttore dovette ammettere che certe cose non corrispondevano al regolamento, ma non eran punizioni, egli spiegò, erano precauzioni. Moosbrugger protestò col cappellano delle carceri; ma quegli era un buon vegliardo la cui affettuosa cura d’anime aveva l’inveterato difetto di venir meno davanti ai delitti sessuali. Egli li aborriva con l’incomprensione di un corpo che non ne ha mai sfiorato nemmeno l’orlo, ed era perfino sgomento che Moosbrugger con la sua aria onesta destasse in lui la debolezza della pietà personale; lo rinviò al medico dell’istituto, mentre lui stesso, come in tutti i casi del
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genere, elevava semplicemente al Creatore una gran supplica senza entrare in particolari, e alludendo così in generale ai traviamenti della natura terrena, che Moosbrugger vi risultava compreso insieme con gli eretici e i liberi pensatori.
Il medico della prigione invece disse a Moosbrugger che tutte le cose di cui si lagnava non erano così gravi, gli diede una bonaria manata sulle spalle e non si lasciò indurre in nessun modo ad ascoltare le sue lamentele perché, se Moosbrugger aveva capito bene, era tutto inutile finché la facoltà non avesse deciso se egli era un pazzo oppure un simulatore. Moosbrugger s’avvide con stizza che tutti costoro parlavano come gli faceva comodo, e che appunto quel parlare dava loro la forza di far di lui quel che volevano. Ebbe il sentimento
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della gente semplice, che bisognerebbe tagliar la lingua alle persone colte. Guardò la faccia sfregiata del dottore, la faccia arida del sacerdote, la faccia austeramente gioviale del burocrate, si vide guardato da tutt’e tre in tre modi diversi, e c’era in quei volti qualcosa di inaccessibile a lui, ma ad essi comune, che era stato per tutta la vita il suo nemico.
La forza coesiva che fuori comprime ogni uomo con la sua vanagloria in mezzo a tutta l’altra carne, era un po’ allentata nella casa di pena, dove la vita era tutta di attesa e il vivo rapporto reciproco degli uomini, anche se rude e violento, era diluito da un’ombra d’irrealtà. Moosbrugger reagì al rilassamento dopo la battaglia del processo con tutto il suo fisico robusto. Gli sembrava di essere un dente che si muove. La pelle gli prudeva. Si sentiva
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contagiato e disfatto. Era una desolata ipersensibilità nervosa che lo coglieva talvolta; la donna che era sotto terra e che lo aveva messo in quel guaio quando la paragonava con sé gli appariva come un pezzo di donna massiccia e cattiva di fronte a un bambino. Tuttavia Moosbrugger nel complesso non era scontento; da molte cose s’avvedeva di esser considerato lì dentro una persona importante, e questo lo lusingava. Persino le provvidenze di cui tutti i detenuti fruivano indistintamente gli davano soddisfazione. Lo stato, da quando avevano commesso una colpa, doveva nutrirli, vestirli, tenerli puliti, preoccuparsi del loro lavoro, della loro salute, farli cantare e fornirli di libri, mentre prima non l’aveva mai fatto. Moosbrugger godeva di quelle attenzioni, anche se erano severe, come un bambino che è
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riuscito a costringer la madre a occuparsi irosamente di lui; ma non desiderava che durassero a lungo; l’idea di aver la condanna a morte commutata in ergastolo, o di esser rinchiuso di nuovo in un manicomio suscitava in lui la ribellione che sentiamo quando tutti gli sforzi di evadere dalla nostra vita ci riconducono regolarmente nella vecchia odiata condizione di prima. Egli sapeva che il suo difensore aveva chiesto la revisione del processo e una nuova perizia medica, ma si proponeva di opporvisi in tempo, e di ottenere che lo uccidessero.
Aveva stabilito che il suo addio al mondo doveva essere degno di lui, perché tutta la sua vita era stata una lotta per il proprio diritto. Nella cella di segregazione, Moosbrugger cercò di definire che cos’era il suo diritto. Non sapeva
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dirlo. Ma era la cosa di cui era sempre stato defraudato, per tutta la vita. Mentre lo pensava si sentiva gonfiare il cuore. La sua lingua s’inarcò e prese le mosse come un cavallo al passo spagnolo, per accentuare solennemente l’idea. “Il diritto, – pensò con estrema lentezza per definire il concetto, e pensava come se stesse parlando con qualcuno, – il diritto è non essere dalla parte del torto, non è vero?” e a un tratto gli balenò in mente: “Il diritto è la giustizia” Era così: il suo diritto era la sua giustizia! Guardò il suo letto di legno per sedervisi sopra, si voltò goffamente, tirò invano il pancaccio avvitato al suolo e si calò giù esitando. Gli avevano negato giustizia! Ripensò alla padrona che aveva sedici anni. Si era sognato di aver qualcosa di freddo sul ventre, che poi gli era sparito in corpo, aveva gridato,
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era caduto dal letto, e il mattino dopo si era sentito rotto per tutte le membra. Ora, gli altri apprendisti gli avevano detto una volta che se si mostra il pugno a una donna facendo un poco sporgere il pollice fra l’indice e il medio, quella è incapace di resistere. Dicevano tutti di averlo già provato; lui era sottosopra e a pensarci si sentiva andar via il terreno sotto i piedi, oppure gli pareva che la testa non gli stesse sul collo al solito modo, insomma gli succedeva qualcosa di non del tutto normale, e di poco rassicurante.
- Padrona, – disse, – vorrei farle una bella cosa… – Erano soli, lei lo guardò negli occhi e dovette leggervi qualcosa perché disse:
- Fila via di qui!
Allora egli tese verso di lei il pugno col pollice che sporgeva. Ma la magia riuscì solo a
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mezzo; la padrona si fece di porpora e gli sbatté in faccia il mestolo di legno che aveva in mano, così pronta che lui non poté scansarsi, e se ne accorse soltanto quando il sangue incominciò a colargli dalla bocca. Ma di quel momento si ricordava perfettamente, perché il sangue gli fece un tuffo, si rovesciò e gli salì agli occhi; egli si buttò sulla poderosa donna che lo aveva così atrocemente offeso, il padrone accorse, e quello che accadde poi, fino al momento in cui si trovò sulla strada con le gambe molli e le sue robe gli furono scaraventate dietro, era come veder lacerare a brandelli un gran panno rosso. Così avevano beffeggiato e sprezzato il suo diritto, ed egli riprese il vagabondaggio! Si trova giustizia per le strade? Su tutte le donne aveva già diritto qualcun’altro, e sulle mele degli alberi e sui luoghi per dormire; e i gendarmi e i giudici
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erano peggio dei cani.
Ma che cos’era in fondo quella cosa per cui la gente lo agguantava e poi lo buttava in manicomi e prigioni, Moosbrugger non era mai riuscito a spiegarselo chiaro. Fissava a lungo, con sforzo gli angoli e il pavimento della sua cella; era come un uomo al quale è caduta in terra una chiave. E non poteva trovarla; il pavimento e gli angoli ridiventavano netti e tranquilli nel grigiore del giorno, dopo essere stati fino a un istante prima come un terreno di sogno, dal quale scaturisce improvviso un oggetto o una persona se vi cade una parola. Moosbrugger chiamava a raccolta tutta la sua logica. Ma un ricordo preciso ce l’aveva soltanto di tutti i luoghi dove la cosa incominciava. Avrebbe potuto enumerarli e descriverli. Una volta era accaduto a Linz e un’altra volta a
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Braila. Di mezzo eran passati anni e anni. E per ultimo qui a Vienna. Vedeva ogni pietra davanti a sé, chiara come le pietre di solito non sono. Ricordava anche il cattivo umore che accompagnava sempre la cosa. Come se invece di sangue nelle vene gli scorresse un veleno, si sarebbe potuto dire, o qualcosa di simile. Per esempio, lui lavorava all’aperto, e donne gli passavano accanto; non voleva guardarle, perché gli davan fastidio, ma ne passavano sempre delle altre; allora i suoi occhi incominciavano a seguirle con ribrezzo, ed era proprio, quel lento andirivieni degli occhi, come rimestare di dentro una massa di pece o di cemento che si rappiglia. Poi s’accorgeva che il pensare gli diveniva difficile. Il suo pensiero era già ordinariamente lento, le parole gli cagionavan fatica, non ne trovava mai
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abbastanza, e a volte, quando parlava con qualcuno, accadeva che l’interlocutore lo guardasse stupefatto, senza capire quanto esprimeva una singola parola se Moosbrugger la pronunciava lentamente. Egli invidiava tutti gli uomini che avevano imparato fin da bambini a parlare con facilità; a lui le parole s’attaccavano come gomma al palato, per dispetto, proprio nei momenti in cui più ne aveva bisogno, e qualche volta passava un’eternità prima che una sillaba si spiccicasse e venisse fuori. Era logico concludere che ciò non poteva avere una causa naturale, ma quando lui in tribunale diceva che erano i frammassoni, o i gesuiti o i socialisti che lo perseguitavano in tal modo, nessuno voleva capirlo. Gli avvocati, è vero, parlavano meglio di lui e gli facevano ogni sorta di obiezioni, ma
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non avevano la minima idea di come si svolgessero veramente le cose.
E dopo un po’ di tempo che questo durava, Moosbrugger ebbe paura. Provate a mettervi per istrada con le mani legate e a vedere che cosa fa la gente! Sapere che la sua lingua, o qualcosa che stava ancora più giù, era come attaccato con la colla gli dava un senso penoso di incertezza che egli s’affannava a nascondere. Ma poi si trovava improvvisamente davanti a un confine netto e si potrebbe anche dire senza suono. A un tratto si sentiva un soffio freddo. Oppure nell’aria compariva proprio davanti a lui una grossa palla e lo colpiva nel petto. E nello stesso momento sentiva qualcosa in sé, nei suoi occhi, sulle sue labbra o nei muscoli del viso; all’intorno tutto si cancellava, s’anneriva, e mentre le case si posavano sugli
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alberi, due o tre gatti guizzavano veloci fuori dei cespugli e sparivano. Durava solo un attimo, e poi egli usciva da quello stato.
Allora incominciava il periodo in cui tutti volevano sapere qualcosa e parlavano continuamente. Gli facevano le domande più assurde; e purtroppo lui ricordava gli avvenimenti molto vagamente, ne riteneva soltanto il senso. Perché quei periodi erano tutto senso! Certe volte duravano pochi minuti, ma potevano anche persistere per intere giornate, o magari tramutarsi in altri simili che andavano avanti per mesi. Per cominciare con questi ultimi, giacché erano i più semplici, che secondo Moosbrugger perfino un giudice era in grado di capire: egli udiva allora voci o musiche, oppure soffi e ronzii, o anche sibili e strepiti, spari, rimbombi, risate, richiami,
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chiacchierii e sussurri. Venivano da tutte le parti; erano nei muri, nell’aria, nei vestiti e nel suo corpo.
Egli aveva l’impressione di portarseli in corpo finché tacevano; e quando venivan fuori si nascondevano nelle vicinanze, mai molto lontani da lui. Mentre lavorava, le voci gli parlavano per lo più con parole staccate e frasi brevi, lo ingiuriavano e lo criticavano; e se pensava qualcosa, lo esprimevano prima ancora di lui oppure dicevano perfidamente il contrario di quel ch’egli voleva. Moosbrugger scoppiava dal ridere all’idea che perciò volessero dichiararlo malato, lui quelle voci e visioni non le trattava altrimenti che scimmie. Era un divertimento vedere e sentire quel che combinavano; mille volte più bello che i tenaci, grevi pensieri della sua mente; se però lo
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stuzzicavano troppo, andava in collera, era ben naturale. Poiché era sempre stato molto attento alle parole usate per lui, Moosbrugger sapeva che ciò si chiamava avere delle allucinazioni, e acconsentiva ad ammettere questo suo vantaggio sugli altri che non ne erano capaci; egli vedeva infatti molte cose che gli altri non vedevano, bei paesaggi e animali mostruosi, ma trovava molto esagerata l’importanza che davano a tutto ciò, e quando il soggiorno in manicomio gli diventava troppo sgradito, dichiarava senz’altro che simulava. I dottoroni gli chiedevano se sentiva molto rumore; la domanda aveva poco senso; naturalmente a volte era forte come il tuono, quel che lui udiva, e altre volte era appena un lievissimo mormorio. Anche i dolori che lo tormentavano ogni tanto potevano essere insopportabili, o
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invece leggeri come un’immaginazione. L’importante non stava in questo! Sovente egli non avrebbe saputo descrivere esattamente ciò che vedeva, udiva e sentiva; sapeva però che cos’era. Qualche volta era assai confuso; le visioni venivano dall’esterno, eppure un barlume di discernimento gli diceva pure che venivano tuttavia da lui stesso. L’importante era che non importa affatto se le cose siano all’interno o all’esterno; nel suo stato, era come acqua limpida ai due lati di una trasparente parete di vetro.
E nei suoi grandi periodi Moosbrugger non badava alle voci e alle visioni, ma “pensava” soltanto. Diceva così, perché la parola gli aveva sempre fatto impressione. Pensava meglio degli altri, perché pensava di dentro e di fuori. Qualcosa pensava dentro di lui, contro la sua
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volontà. Egli diceva che i pensieri gli venivano già fatti. E senza ch’egli perdesse la sua lenta riflessività virile, anche le più piccole inezie lo eccitavano, come accade a una donna quando ha il latte nelle mammelle. Il suo pensiero fluiva allora come un ruscello abbeverato da cento sorgenti attraverso una grassa prateria.
Moosbrugger aveva abbandonato il capo sul petto e guardava il legno fra le sue dita. – Qui la gente chiama lo scoiattolo “gatto della quercia” Nell’Assia invece dicono “volpe degli alberi” Un uomo che ha viaggiato queste cose le sa – E poi gli psichiatri facevan tanto d’occhi quando mostravano a Moosbrugger l’immagine di uno scoiattolo e lui rispondeva: – Questa è una volpe e forse una lepre; ma può anche essere un gatto o altro – Allora gli domandavano in fretta: – Quanto fa quattordici più quattordici? -
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E lui rispondeva con circospezione: – Suppergiù da ventotto a quaranta – Quel suppergiù li metteva in una perplessità che divertiva molto Moosbrugger. È tanto semplice! lo sa anche lui che aggiungendo quattordici a quattordici si arriva a ventotto, ma chi ha detto che ci si debba fermare lì? Lo sguardo di Moosbrugger si spinge ancora più avanti, come quello di un uomo che è giunto a una cresta di montagna stagliata sul cielo, e ora vede che dietro a quella altre ancora ne sorgono. E se un “gatto della quercia” non è un gatto né una volpe né una lepre non è il caso di star lì a sofisticare, ha un po’ di tutti e tre e si arrampica sugli alberi. Secondo l’esperienza e la convinzione di Moosbrugger non si poteva mai spiccare completamente una cosa dal resto, perché tutto era interdipendente. Gli era già accaduto in vita
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sua di dire a una ragazza: Bocca di rosa! – ma all’improvviso la parola cedeva nelle cuciture e succedeva qualcosa di molto penoso; il viso diventava grigio come la terra velata di nebbia, e su un lungo gambo si protendeva una rosa; allora la tentazione di prendere un coltello e di reciderla oppure di darle un colpo perché tornasse al suo posto in mezzo alla faccia era irresistibile. Certo, Moosbrugger non impugnava subito il coltello; lo faceva soltanto quando non poteva più venirne a capo in un altro modo. Di solito gli ci voleva appunto tutta la sua forza gigantesca per tenere insieme il mondo.
Quando era di buon umore poteva guardare in faccia un uomo e scorgervi il proprio viso, come lo si vede tra pesciolini e ciottoli chiari in un ruscello poco profondo; ma quando
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s’incupiva gli bastava dare un’occhiata a uno per riconoscere in lui l’uomo che dappertutto l’aveva attirato in una briga, anche se adesso cercava di mutar volto. Che cosa gli volevano obiettare? Tutti litighiamo quasi sempre con lo stesso uomo. Se si volesse indagare chi sono gli individui coi quali attacchiamo così irragionevolmente lite, si vedrebbe che è l’uomo per l’ingegno del quale noi abbiamo la chiave. E in amore? Quanti sono che guardano dalla mattina alla sera lo stesso viso amato, ma se chiudono gli occhi non sanno dire com’è? O anche senz’amore e senz’odio; a quali mutamenti sono sottoposte perpetuamente le cose; a seconda dell’abitudine, dell’umore e del punto di vista! Quante volte la gioia brucia e si consuma tutta, non lasciando che un indistruttibile granello di malinconia! Quante
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volte un uomo colpisce a sangue freddo un altro, ma potrebbe anche lasciarlo stare! La vita si copre di una superficie che s’atteggia a dover essere giusto com’è; ma sotto l’epidermide le cose spingono e urgono. Moosbrugger stava sempre coi piedi su due zolle e le teneva insieme, ragionevolmente sforzandosi di evitare tutto ciò che poteva turbarlo; ma qualche volta una parola gli prorompeva in bocca, e quali rivoluzioni, quali sogni sbocciavano da una parola doppia spenta e raffreddata come gallo di roccia o labbra di rosa!
Seduto sul pancaccio che gli serviva insieme di tavolo e di letto, egli si dolse dell’educazione avuta, che non gli aveva insegnato a esprimere debitamente le sue esperienze. La ragazzetta con gli occhi da topo, che ancora di sotterra gli procurava tanti fastidi, gli faceva rabbia.
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Parteggiavano tutti per lei. Si alzò con fatica. Si sentiva fradicio come legno carbonizzato. Aveva di nuovo fame; il vitto carcerario era scarso per il colosso, e lui non aveva denaro per migliorarlo. In tali condizioni come poteva ricordare tutto ciò che volevano sapere da lui? C’era stato uno di quei cambiamenti, ecco, per giornate, per settimane, così come viene il marzo o l’aprile, e lì in vetta era poi accaduta la cosa. Lui stesso non ne sapeva niente di più di quanto era scritto nel verbale del commissariato, e non sapeva neanche com’era arrivato fin là. Le cause, le riflessioni di cui si ricordava, le aveva già ripetute alle udienze; ma quello che era accaduto in realtà, gli appariva come se all’improvviso egli avesse detto fluentemente in una lingua straniera qualcosa che lo aveva reso molto felice ma che non
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riusciva pill a ripetere.
“Purche tutto questo finisca il pill presto possibile!”, penso Moosbrugger.
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60. Escursione nel regno logico-morale
PER definire giuridicamente Moosbrugger bastava una frase. Moosbrugger era uno di quei casi-
limite che fuori della giurisprudenza e della medicina legale sono noti anche al profano come casi di diminuita capacità di intendere e di volere.
Caratteristica di questi infelici è che essi non hanno soltanto una salute da poco ma anche una malattia da poco. La natura ha la strana mania di produrre in abbondanza tali individui; natura non facit saltus, la natura non fa salti, ama le gradazioni, e anche in scala più
grande ama tenere il mondo in uno stato
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intermedio fra la sanità e l’idiozia. Ma la giurisprudenza non se ne dà per inteso. Essa dice: non datur tertium sive medium inter duo contradictoria, cioè: l’uomo è capace di agire illegalmente o non lo è, perché fra due opposti non esiste un terzo ossia un medio. Per questa capacità egli diventa punibile, per questa punibilità diventa persona giuridica e come tale partecipa al beneficio superpersonale del giure. Chi non lo capisce subito, pensi alla cavalleria. Se un cavallo a ogni tentativo di cavalcarlo si comporta da matto, viene governato con cura speciale, gli si danno i finimenti più morbidi, i migliori cavalieri, il foraggio più scelto e il trattamento più paziente. Se invece un cavaliere commette qualche mancanza, lo si ficca in una gabbia piena di pulci, lo si priva del mangiare e lo si ammanetta. Il motivo di
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questa differenza è che il cavallo appartiene soltanto al regno animale empirico, mentre il dragone appartiene al mondo logico-morale. In questo senso l’uomo si distingue dalla bestia, e possiamo aggiungere anche dall’alienato mentale, per il fatto che secondo le sue qualità intellettuali e morali egli è capace di agire contro le leggi e di compier crimini; e poiché solo la punibilità è la qualità che fa di lui un uomo morale, si capisce che il giurista deve attaccarvisi con ferrea tenacia.
Purtroppo v’è anche il fatto che gli psichiatri legali, i quali sarebbero competenti a opporvisi, sono di solito molto più timorosi nella loro professione che i giuristi; essi dichiarano veramente malate le sole persone che non sanno guarire, il che è una modesta esagerazione perché non sanno guarire
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neanche le altre.
Essi fanno distinzioni fra malattie mentali inguaribili, altre che con l’aiuto di Dio dopo qualche tempo migliorano da sé, e altre ancora che il medico non può guarire ma che il paziente potrebbe evitare, posto che per una sorte provvidenziale agissero su di lui al momento giusto opportuni influssi e considerazioni. Il secondo e il terzo gruppo comprende quei malati di qualità inferiore che l’angelo della medicina tratta come infermi se si presentano a lui come clienti privati, ma che abbandona pavidamente all’angelo della giustizia se gli capitano fra i piedi nella pratica giudiziaria.
Moosbrugger era un caso così. Durante la sua vita onesta, interrotta dai delitti di una sinistra ebbrezza sanguinaria, era stato ammesso e dimesso da infiniti manicomi, e
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considerato paralitico, paranoico, epilettico e pazzo periodico, prima che nell’ultimo processo due psichiatri particolarmente coscienziosi gli restituissero la sanità. S’intende che nella grande aula gremita non c’era una sola persona, compresi i due medici, che non fosse convinta che Moosbrugger era in qualche modo ammalato; ma non lo era in modo conforme alle condizioni poste dalla legge e accettabile da cervelli scrupolosi. Perché se si è parzialmente malati si è anche, secondo l’opinione dei maestri del diritto, parzialmente sani; essendo parzialmente sani si è, almeno in parte, responsabili; e se si è in parte responsabili, si è responsabili del tutto; perché l’irresponsabilità, dicono loro, è lo stato in cui l’individuo possiede la forza di determinarsi da sé a uno scopo preciso indipendentemente da ogni
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necessità coercitiva, e una simile determinazione non la si può in pari tempo avere e non avere.
Ciò non esclude che vi sian persone le quali per le loro condizioni e disposizioni abbiano enormi difficoltà a reprimere gli “istinti immorali” e a trovare “l’esito verso il bene”; e una persona di tal genere, nella quale circostanze che altri non avvertirebbe neppure bastano a provocare la “decisione” di compiere un delitto, era appunto Moosbrugger. Ma in primo luogo le sue facoltà spirituali e mentali erano a parere del tribunale abbastanza intatte perché egli, usandole, avesse potuto evitare il delitto; e per conseguenza non c’era ragione di togliergli il bene morale della responsabilità. In secondo luogo, una giustizia ben ordinata esige che venga punita ogni azione delittuosa
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compiuta coscientemente e volontariamente. E in terzo luogo la logica dei giuristi presume che in tutti i malati di mente – ad eccezione di quegli infelicissimi che tiran fuori la lingua quando si chiede loro quanto fa sette per sette, o che rispondono “io” se invitati a dire il nome di Sua Maestà imperiale e reale esiste ancora, sia pure ridotta al minimo, la capacità di distinguere e di disporre di sé, e che sarebbe bastato uno sforzo dell’intelligenza e della volontà per riconoscere il carattere delittuoso dell’atto e resistere agli istinti criminali. È proprio il meno che si possa chiedere a gente così pericolosa!
Le corti di giustizia sono come cantine, dove la saggezza degli avi sta chiusa in bottiglie; si aprono le bottiglie e vien da piangere nel constatare com’è scipito il sommo e più
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fermentato grado dello sforzo umano verso la precisione, prima di diventare perfetto. E tuttavia certe persone non indurite se ne possono ubriacare. È un fenomeno noto, che l’angelo della medicina, dopo aver ascoltato per un po’ le dissertazioni dei giuristi, dimentichi molto spesso la propria missione. Egli ripiega allora le ali fruscianti, e si comporta nelle aule dei tribunali come un angelo di complemento della giurisprudenza.
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61. L’ideale dei tre trattati ovvero l’utopia della vita esatta
IN tal modo Moosbrugger era arrivato alla condanna capitale, e doveva soltanto all’autorità del conte
Leinsdorf e alla sua simpatia per Ulrich la probabilità che il suo stato mentale venisse ripreso ancora una volta in esame. Ulrich però non aveva allora la minima intenzione di preoccuparsi anche in seguito della sorte di Moosbrugger. La scoraggiante miscela di crudeltà e sofferenza che è la stoffa di tali persone gli era tanto sgradevole quanto la
miscela di sbadataggine e minuziosità che
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distingue i giudizi pronunciati contro di loro. Sapeva benissimo che cosa pensare di lui, considerando obiettivamente il caso, e quali misure si potevano tentare con quegli uomini che non sono adatti né alla prigione né alla libertà, e per i quali anche i manicomi sono insufficienti. Ma sapeva anche che migliaia di altri uomini se ne rendevan conto e dibattevano instancabilmente questioni di quel genere, volgendole verso i lati che più particolarmente li interessavano, e che lo stato alla fine avrebbe ucciso Moosbrugger, perché in questo stadio di incompiutezza è la cosa più chiara, più sicura e più a buon mercato. Sarà una crudeltà rassegnarvisi, ma anche i veloci mezzi di locomozione fan più vittime che tutte le tigri dell’India, ed evidentemente la mentalità spietata, incosciente e leggera con cui noi lo
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sopportiamo ci consente d’altronde innegabili successi.
Questa disposizione dell’animo, così occhiuta per ciò che è più vicino e così cieca per le cose nel loro insieme, ha la sua più significativa espressione in un ideale che si potrebbe chiamare l’ideale dell’opera di una vita, consistente in non più di tre trattatelli o monografie. Vi sono attività spirituali in cui non i grossi volumi ma i piccoli saggi possono fare l’orgoglio di un uomo. Se qualcuno ad esempio scoprisse che le pietre in circostanze finora mai osservate son capaci di parlare, gli basterebbero poche pagine per descrivere e spiegare un fatto così sconvolgente. Sui buoni principî invece si posson sempre scrivere nuovi libri, e questo non è soltanto un fatto di erudizione, ma costituisce un metodo per non
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venir mai in chiaro dei più importanti problemi del vivere. Si potrebbero classificare le attività umane secondo il numero di parole di cui hanno bisogno; più gliene occorrono e più c’è da pensar male del loro carattere. Tutte le cognizioni attraverso cui è passato il genere umano, dalle vesti di pelli fino agli aeroplani, riempirebbero insieme con le loro dimostrazioni allo stato definitivo tutt’al più una bibliotechina portatile; mentre una libreria grande come la terra non basterebbe ad accogliere tutto il resto, senza parlare dell’ampia discussione che è stata condotta non con la penna, ma con la spada e con le catene. Sorge spontaneo il pensiero che noi esercitiamo assai irrazionalmente il nostro mestiere di uomini se non lo pratichiamo secondo il metodo delle scienze, che ci hanno dato un esempio così
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luminoso.
Tale è stato in verità il clima e la disposizione di un’epoca – durata un numero di anni, nemmeno decenni – che Ulrich in parte aveva ancora vissuto. Si pensava a quel tempo
- ma questo “si” è un dato volutamente impreciso; non si può dire chi e quanti pensavano così, però lo si sentiva nell’aria che forse si sarebbe potuto vivere “esattamente” Oggi ci si chiederà che cosa vuol dire. La risposta sarebbe che si può immaginare un’opera di vita consistente, invece che in tre trattati, in tre poesie oppure in tre azioni, nelle quali la personale capacità di rendimento sia spinta al massimo grado. Sarebbe all’incirca come tacere quando non si ha niente da dire; fare soltanto il necessario quando non si hanno compiti speciali da eseguire; e, quest’è la cosa
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più importante, restare insensibili quando non si ha l’indescrivibile senso di allargare le braccia e di esser sollevati in alto da un’ondata della creazione! Si osserverà che in tal modo si dovrebbe abolire la più gran parte della nostra vita psichica ma questo non sarebbe poi una perdita tanto deplorevole. La tesi che un gran consumo di sapone dimostri una grande pulizia non è necessariamente valida per la morale, dov’è più giusta la nuova proposizione che una esagerata smania di lavarsi indica condizioni intime poco pulite. Sarebbe un esperimento interessante quello di limitare all’estremo il consumo di morale (di qualunque tipo essa sia) che accompagna ogni nostro operare, e accontentarsi di esser morali solo nei casi eccezionali, quando è consigliabile, ma in tutti gli altri casi considerare il proprio operare come
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la necessaria standardizzazione di viti e matite, e niente più. È vero che allora non succederebbe più molto di buono, ma qualcosa di migliore; non resterebbe nessun talento, ma soltanto il genio; scomparirebbero dal quadro della vita le insipide copie prodotte dalla pallida somiglianza tra le azioni e le virtù, e al loro posto subentrerebbe l’inebriante comunione nella santità. In una parola, di ogni quintale di morale rimarrebbe un milligramma di una essenza che è miracolosamente beatifica anche nella quantità di un milionesimo di grammo.
Si ribatterà che questa è un’utopia. Sì, certo lo è. Utopia ha press’a poco lo stesso significato di possibilità; il fatto che una possibilità non è una realtà vuol dire semplicemente che le circostanze alle quali essa è attualmente legata non glielo permettono, altrimenti sarebbe
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invece una impossibilità; se la sciogliamo dai suoi legami e lasciamo che si sviluppi, ecco che nasce l’utopia. Si svolge suppergiù lo stesso processo come quando un ricercatore osserva la metamorfosi degli elementi in un fenomeno composto e ne trae le sue conclusioni; l’utopia è l’esperimento in cui si osservano la probabile trasformazione di un elemento e gli effetti che essa produrrebbe in quel complicato fenomeno che chiamiamo vita. Ora, se l’elemento osservato è la stessa esattezza, lo si isola e lo si lascia sviluppare, lo si considera un’abitudine del pensiero e un atteggiamento di vita e si fa in modo che la sua forza esemplare influisca su tutto ciò che tocca, così si arriva a un uomo in cui si forma una paradossale combinazione di esattezza e di indeterminatezza. Egli possiede quella incorruttibile, voluta freddezza che
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rappresenta il temperamento che coincide con la precisione; ma all’infuori di tale qualità tutto il resto è indefinito. Le stabili condizioni dell’animo, che sono garantite da un’etica, hanno scarso valore per un uomo la cui fantasia tende ai cambiamenti; e soprattutto quando l’esigenza di un massimo ed esattissimo adempimento si traspone dal piano intellettuale a quello delle passioni, si ha, come s’è accennato prima, lo stupefacente risultato che le passioni scompaiono e al loro posto compare qualcosa di simile a un fuoco primigenio di bontà.
Questa è l’utopia dell’esattezza. Non si saprà come un uomo siffatto debba trascorrere le sue giornate, giacché non può liberarsi eternamente nell’atto della creazione e avrà sacrificato a una immaginaria conflagrazione il
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fuocherello domestico di sensazioni limitate. Ma quest’uomo esatto oggi esiste! Come uomo nell’uomo egli vive non solo nel ricercatore, ma anche nel commerciante, nell’organizzatore, nello sportivo, nel tecnico, sia pure soltanto (per adesso) in quelle ore più importanti della giornata che essi chiamano non la loro vita ma la loro professione. Perché l’uomo esatto, che prende tutto con tanta meticolosità e senza pregiudizi, da nulla aborrisce come dall’idea di prendere nello stesso modo se stesso, e non c’è dubbio, ahimè, che considererebbe l’utopia di se stesso come un tentativo immorale ai danni di una persona che ha serie occupazioni a cui attendere.
Perciò Ulrich nella questione se sia bene conformare al gruppo più potente di attività interiori le altre attività oppure no, in altre
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parole se si possa trovare un senso e uno scopo a cio che ci avviene o che ci e avvenuto, in tutta la sua vita era sempre rimasto abbastanza solo.
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62. Anche la terra, ma specialmente Ulrich, s’inchina all’utopia del “saggismo”
A precisione come atteggiamento umano richiede anche un essere e un agire precisi. Richiede essere e
agire nel senso di esigenza massima. Qui però bisogna fare una distinzione.
In verità non vi è soltanto la precisione fantastica (che in realtà non esiste ancora), ma anche la precisione pedantesca, e queste due si distinguono per il fatto che quella fantastica s’attiene alla realtà e quella pedantesca alle visioni della fantasia. L’esattezza, ad esempio,
con cui lo spirito bizzarro di Moosbrugger
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veniva immesso in un sistema di concetti giuridici bimillenari somigliava agli sforzi pedanteschi di un pazzo che vuol infilzare con uno spillo un uccello in libero volo nell’aria, ma non si curava minimamente dei fatti bensì del concetto fantastico del giure. Invece la precisione mostrata dagli psichiatri nei confronti del grande quesito se Moosbrugger si potesse condannare a morte oppure no, era in tutto e per tutto esatta, perché non s’arrischiava a dir altro, se non che il suo quadro clinico non coincideva con nessun altro quadro clinico osservato sinora, e rimetteva ogni decisione nelle mani dei giuristi. In quell’occasione l’aula del tribunale offriva veramente un’immagine della vita, perché tutte le alacri creature umane che troverebbero assurdo servirsi di un’automobile di più di
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cinque anni, o farsi curare una malattia secondo metodi in uso dieci anni fa, e che dedicano altresì tutto il loro tempo, volontariamente-involontariamente, al progresso di queste invenzioni, e ne sono indotti a razionalizzare tutto ciò che entra nella loro sfera, preferiscono abbandonare alle loro mogli le questioni della bellezza, della giustizia, dell’amore e della fede, in breve tutti i problemi dell’umanità, purché non abbiano addentellati con i loro affari; e se le mogli non bastano a risolverle tutte, a una varietà di uomini i quali raccontan loro in locuzioni millenarie certe favole sul calice e la spada della vita, che essi ascoltano distratti, annoiati e scettici, senza crederci e senza pensare alla possibilità che tali problemi possano avere una diversa soluzione.
Ci son dunque in realtà due conformazioni
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mentali che non si combattono solamente, ma di solito, il che è peggio, coesistono l’una accanto all’altra senza scambiar parola, tranne l’assicurarsi reciprocamente che sono tutt’e due utili e opportune, ciascuna al posto suo. L’una si accontenta di essere esatta e si attiene ai fatti; l’altra non se ne accontenta, ma guarda sempre all’insieme e deriva la sua conoscenza dalle verità cosiddette grandi ed eterne. La prima ci guadagna in successo, la seconda in dignità ed estensione. È chiaro che un pessimista potrebbe anche dire che i risultati dell’una non valgon niente e quelli dell’altra non sono veri. Infatti che cosa ce ne facciamo il giorno del Giudizio universale, quando verranno pesate le opere umane, di tre monografie sull’acido formico, e anche se fossero trenta? D’altra parte che cosa ne
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sappiamo del Giudizio universale, se non sappiamo neanche tutto quel che può saltar fuori fino ad allora dall’acido formico?
Fra i due poli di questo “né l’uno né l’altro” oscillava l’umano sviluppo, quando eran già passati diciotto e non ancora venti secoli dacché l’umanità aveva appreso per la prima volta che alla fine dei giorni ci sarebbe stato quel supremo Giudizio spirituale. Si sa per esperienza che a una direzione segue sempre la direzione opposta. E quantunque sia pensabile ed augurabile che una tal convinzione si compia come nel passo della vite che a ogni cambiamento di direzione s’innalza, per cause ignote l’evoluzione invece raramente acquista di più di quanto perde in deviamenti e distruzioni. Perciò il dottor Paul Arnheim aveva perfettamente ragione quando diceva a Ulrich
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che la storia non permette mai nulla di negativo; la storia è ottimista, prende sempre con entusiasmo una decisione e solo in seguito quella opposta! Così alle prime fantasie dell’esattezza non seguì affatto il tentativo di tradurle in atto, ma le si abbandonò all’uso senz’ali degli ingegneri e degli scienziati e ci si volse di nuovo verso la conformazione mentale di più largo ambito e di maggiore dignità.
Ulrich ricordava benissimo com’era tornata in onore “l’insicurezza” Si erano sempre più moltiplicate le lagnanze di gente che aveva una professione un po’ incerta, poeti, critici, donne e quelli che son di professione “i giovani”; costoro accusavano la scienza pura di essere una cosa nefasta che faceva a pezzi ogni altra opera dell’uomo senza saperla mai rimettere insieme, e chiedevano a gran voce una nuova
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fede umana, il ritorno a tutti i valori primordiali, originali, sorgivi, il rinascimento spirituale e una quantità di altre cose del genere. Agli inizi Ulrich li aveva presi ingenuamente per individui con l’ossa rotte che scendevano zoppiconi da cavallo gridando che avevan bisogno di ungersi l’anima; ma a poco a poco dovette riconoscere che quel grido ripetuto, che gli era parso così buffo in principio, trovava un’eco sempre più vasta; la scienza non fu più considerata attuale, il tipo d’uomo impreciso che domina il tempo presente aveva incominciato a imporsi.
Ulrich s’era rifiutato di prender tutto questo sul serio, e aveva continuato a sviluppare a modo suo le proprie tendenze spirituali.
Dal tempo più remoto della prima autocoscienza giovanile, che spesso si ripensa
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più tardi con tanto turbamento e commozione, sopravvivevano oggi nel suo ricordo certe immagini altra volta amate, e fra queste la frase “vivere ipoteticamente” Essa esprimeva ancor sempre il coraggio e l’involontaria ignoranza della vita, in cui ogni passo è un rischio senza esperienza, esprimeva il desiderio di grandi sviluppi e l’alito di revocabilità, che ogni giorno sente quando entra con passo esitante nella vita. Ulrich pensava che in fondo nulla di tutto ciò era da ritrattare. Un’eccitante sensazione di esser predestinato a qualche cosa è quanto vi è di bello e di unicamente certo in colui che contempla il mondo per la prima volta. Se sorveglia le prime impressioni, non può accettare nulla senza riserve; egli cerca la possibile amante, ma non sa se è quella giusta; è capace di uccidere, senza esser sicuro di
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doverlo fare. La volontà di sviluppo della sua propria natura gli vieta di credere alle cose compiute; ma tutto ciò che gli viene incontro sembra stranamente compiuto. Egli ne ha il sospetto: quest’ordine non è saldo come finge di essere; nessun oggetto, nessun io, nessuna forma, nessun principio è sicuro, tutto subisce un’invisibile ma incessante trasformazione, vi è nell’instabile una maggior porzione d’avvenire che nello stabile, e il presente altro non è che un’ipotesi non ancora superata. Che cosa avrebbe potuto fare di meglio che mantenersi libero dal mondo, così come un ricercatore mantiene la sua libertà di giudizio di fronte a fatti che pretenderebbero di vincolare prematuramente la sua fede? Perciò egli esita a fare di sé qualcosa; carattere, professione, stabilità sono per lui concetti da cui traspare
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già la carcassa che ne sopravvanzerà, sola. Egli cerca di interpretare se stesso in un altro modo; con una tendenza a tutto ciò che accresce il suo mondo interiore, anche se è moralmente o intellettualmente proibito, egli si può paragonare a un passo, che può esser fatto da ogni lato, ma è sempre condotto da un contrappeso a un altro e sempre più avanti. E se a un certo momento crede di avere l’ispirazione giusta, si accorge che una goccia di fuoco inesprimibile è caduta sul mondo e il suo brillare cambia l’aspetto della terra.
Più tardi, con l’accrescimento delle facoltà intellettuali, tutto questo era diventato in Ulrich un’idea che egli non collegava più con la vaga parola “ipotesi” ma, per ragioni precise, con il particolare concetto di “saggio” All’incirca come nei vari capitoli di un saggio si considera
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un oggetto da molti lati diversi senza comprenderlo tutto – perché un oggetto preso in tutto il suo insieme perde di colpo il suo valore e si riduce a un concetto – così egli credeva di poter considerare e trattare nel modo più giusto il mondo e la propria vita. Il valore di un’azione o di una qualità, anzi persino il suo carattere e la sua natura gli sembravano indipendenti dalle circostanze che l’accompagnavano, dagli scopi a cui servivano, in una parola dall’insieme variamente costituito a cui appartenevano. Del resto, questa è soltanto la semplice descrizione del fatto che un assassinio ci può apparire come un delitto oppure come un’azione eroica, e l’ora d’amore come la penna caduta dall’ala di un angelo oppure di un’oca. Ma Ulrich generalizzava. Sicché tutti gli avvenimenti morali si
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svolgevano per lui in un campo d’energia la cui costellazione li colmava di significato, ed essi contenevano il bene e il male come un atomo contiene le possibilità di combinazioni chimiche. Erano, in un certo modo, quello che diventavano, e così come la parola “duro”, secondo che la durezza sia associata con amore, crudeltà, zelo o rigore, indica quattro diversissime essenze, tutti gli avvenimenti morali gli apparivano nel loro significato come la funzione dipendente di altre. In tal modo si formava un sistema infinito di connessioni, in cui significati indipendenti, come quelli che la vita comune attribuisce con grossolana approssimazione agli atti e ai caratteri, non esistevano più; ciò che appariva saldamente stabilito diventava un comodo pretesto per molti altri significati, l’avvenimento diventava il
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simbolo di ciò che forse non avveniva ma si sentiva profondamente, e l’uomo come compendio delle sue possibilità, l’uomo potenziale, la poesia non scritta dalla sua esistenza, si contrapponeva all’uomo come opera scritta, come realtà e carattere.
In fondo Ulrich secondo questo modo di vedere si sentiva capace di ogni virtù e di ogni malvagità; e che le virtù come i vizi in un ordine sociale equilibrato vengano da tutti – ma senza confessarlo – considerate ugualmente fastidiose gli dimostrava appunto ciò che succede dappertutto in natura, e cioè che ogni gioco di forze tende col tempo a un valore medio e a uno stato medio, a un equilibrio e a un irrigidimento. La morale in senso corrente non era altro per Ulrich che la forma senile di un sistema di forze, che non si può scambiare
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per morale, senza perdita di forza etica.
Forse anche questo modo di vedere la vita esprimeva una certa incertezza; l’incertezza però spesso non è che l’insufficienza delle solite valvole di sicurezza, e del resto sarà bene ricordare che anche un personaggio esperto com’è l’Umanità agisce a quanto pare secondo principî molto simili. Alla lunga essa ritratta tutto quel che ha fatto e lo sostituisce con altro; anche per lei con l’andar del tempo i delitti si trasformano in virtù e viceversa; essa costruisce grandi concatenazioni spirituali di tutti gli avvenimenti e dopo qualche generazione le lascia di nuovo crollare; queste cose però avvengono successivamente anzi che in un’unica vita, e la catena dei tentativi dell’umanità non mostra un ritmo ascensionale, mentre un cosciente “saggismo”
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umano avrebbe suppergiù il compito di trasformare in volontà queste indolenti percezioni del mondo. E molte singole linee di sviluppo indicano che ciò potrebbe accadere assai presto. L’assistente di laboratorio di un ospedale, che, biancovestita, mescola in un candido piattello di porcellana l’escremento di un paziente con acidi adatti fino a ottenere una sostanza purpurea il cui giusto colore ricompensa il suo zelo, si trova già adesso, pur senza saperlo, in un mondo più mutabile che non la giovane signora rabbrividente per la strada davanti al medesimo oggetto. Il criminale che è entrato nel campo morale di forze della sua azione, si muove ormai soltanto come un nuotatore travolto da una corrente impetuosa, e lo sa ogni madre il cui figliolo sia mai stato travolto; finora però non lo si è voluto
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credere, perché non c’è posto per tale credenza. La psichiatria definisce la soverchia allegria “perturbazione euforica”, come a dire allegro malumore, e ha scoperto che tutte le amplificazioni della castità come della sensualità, della crudeltà come della pietà, metton capo al patologico; ben poca importanza avrebbe dunque la vita sana se avesse per fine soltanto uno stato intermedio fra due esagerazioni. Che miseria, se il nostro ideale non fosse davvero nient’altro che la negazione del trasmodare dei nostri ideali! Tali scoperte conducono dunque a vedere nella norma morale non più la stasi di canoni fissi, ma un equilibrio mobile, che richiede a ogni istante prestazioni per il suo rinnovamento. S’incomincia a capire sempre meglio com’è sciocco attribuire al carattere di una persona
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certe sue tendenze alla ripetizione involontariamente acquisite, e poi far responsabile di quelle ripetizioni il suo carattere. S’impara a riconoscere il gioco alterno fra il dentro e il fuori, e appunto la comprensione di quel che c’è di impersonale nell’uomo ci fa scoprire nuove tracce dell’elemento personale, certi semplici modi fondamentali del comportamento umano, l’istinto a costruirsi l’Io, che, come l’istinto a costruirsi il nido negli uccelli, edifica l’Io servendosi di materiali diversi senza gran varietà di procedimenti.
Si è già così vicini ad arginare, come un torrente di montagna, per mezzo di influssi determinati certe situazioni degenerate, che diventa trascuraggine sociale o un resto di inettitudine non trasformare a tempo i
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criminali in arcangeli. E così si potrebbero citare molte altre cose, sparse, non ancora accostate, che concorrono a farci sentire stanchi delle approssimazioni grossolane sorte in circostanze più facili per la loro applicazione, e a poco a poco ci incalza il bisogno di trasformare le forme fondamentali di una morale che da duemila anni è stata adattata solo nelle piccole cose al gusto cangiante, e di barattarla con un’altra più aderente alla mobilità dei fatti.
Ulrich era convinto che vi mancasse soltanto la formula: quell’espressione che lo scopo di un movimento, prima ancora di essere raggiunto, deve trovare in un momento felice, affinché l’ultimo tratto di cammino possa esser percorso, ed è sempre un’espressione audace che lo stato delle cose non giustifica ancora,
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una combinazione di esatto e di non esatto, di puntualità e di passione. Ma proprio negli anni che avrebbero dovuto spronare il suo zelo gli era successo qualcosa di strano. Egli non era un filosofo. I filosofi sono dei violenti che non dispongono di un esercito e perciò si impadroniscono del mondo rinchiudendolo in un sistema.
Probabilmente è questa la ragione per cui nei tempi di tirannia vi sono stati grandi filosofi, mentre nei tempi di progresso civile e di democrazia non c’è verso che si produca una filosofia convincente, almeno per quanto se ne può giudicare dal rammarico che si sente universalmente esprimere a questo proposito. Perciò oggi si filosofeggia moltissimo al minuto, così che le botteghe sono i soli luoghi dove si può comperare qualcosa senza una
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Weltanschauung, mentre regna una pronunciata diffidenza contro la filosofia all’ingrosso. La si ritiene semplicemente impossibile, e neanche Ulrich era esente da tale sfiducia, anzi dopo le sue esperienze scientifiche la giudicava con un po’ d’ironia. Questo influiva sul suo comportamento cosicché da tutto ciò che vedeva egli era sollecitato a riflettere, e tuttavia aveva un certo timore di riflettere troppo. Ma ciò che decideva in ultima analisi del suo comportamento era ben altro.
C’era nella natura di Ulrich qualcosa che agiva in un modo svagato, paralizzante, disarmante contro l’ordine logico, contro la volontà univoca, contro gli impulsi chiaramente indirizzati dell’ambizione, e anche questo si riconnetteva alla parola da lui scelta a suo
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tempo, “saggismo”, anche se conteneva per l’appunto gli elementi che lui col tempo e con inconscia accuratezza aveva eliminati da quel concetto. L’interpretazione della parola “saggio” come “prova, tentativo” contiene solo approssimativamente l’allusione essenziale al modello letterario; un saggio infatti non è l’espressione provvisoria o accessoria di una convinzione che, in un’occasione migliore, potrebbe essere elevata a verità, ma però anche riconosciuta come errore (di questo genere sono soltanto i saggi e gli articoli che gli eruditi ci propinano come “scarti del loro laboratorio”); un saggio è il definitivo e immutabile aspetto che la vita interiore di una persona assume in un pensiero decisivo. Nulla gli è più estraneo che l’irresponsabilità e la mediocrità delle idee, che si suole chiamare soggettività, ma anche il
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vero e il falso, il ragionevole e l’irragionevole non sono concetti applicabili a tali pensieri, che sono sottoposti tuttavia a leggi assai severe sebbene lievi e inesprimibili in apparenza. Vi sono stati non pochi saggisti e maestri della vita interiormente fluttuante, ma non avrebbe scopo elencarli; il loro regno sta fra la religione e la scienza, fra l’esempio e la dottrina, fra l’amor intellectualis e la poesia; sono santi con e senza religione, e qualche volta sono semplicemente uomini coinvolti in un’avventura.
Nulla d’altronde è caratteristico quanto l’involontaria esperienza che si fa coi tentativi scientifici e ragionevoli di interpretare questi grandi “saggisti”, di trasformare la dottrina di vita, così com’è, in scienza di vita, e di ricavare un contenuto dalla commozione dei commossi;
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tanto ne rimane quanto del corpo delicato di una medusa tolta dall’acqua e abbandonata sulla sabbia. La dottrina dei commossi davanti alla ragione dei non commossi si disfa in polvere, contraddizione e stoltezza, eppure non la si può definire fragile e inadatta alla vita, perché altrimenti si dovrebbe dire anche di un elefante che è troppo delicato per sopravvivere in uno spazio senz’aria, non corrispondente ai suoi bisogni. Sarebbe assai deplorevole se queste descrizioni suggerissero l’idea di un mistero o anche soltanto di una musica in cui prevalgono i suoni dell’arpa e i sospirosi glissandi. È vero il contrario, e il problema fondamentale Ulrich non se lo poneva soltanto come un dubbio, ma lo formulava anche spassionatamente così: un uomo che vuole la verità, diventa scienziato; un uomo che vuol
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lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa d’intermedio fra i due?
Di questi esempi “intermedi” se ne trovano in ogni precetto morale, per esempio nel semplice e notissimo: non ammazzare. Si vede alla prima occhiata che non è né una verità né una soggettività. Si sa che noi lo osserviamo strettamente sotto certi riguardi; sotto altri riguardi sono concesse numerose eccezioni, però entro limiti precisi; ma in un gran numero di casi di una terza categoria, cioè nella fantasia, nei desideri, nelle opere teatrali o nella lettura dei quotidiani noi ondeggiamo senza alcuna regola fra la tentazione e l’orrore. Una cosa che non è né una verità né una soggettività viene chiamata talvolta
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un’esigenza. Si è inchiodata quest’esigenza ai dogmi della religione e a quelli della legge, dandole così il carattere di una verità derivata, ma i romanzieri ci narrano le eccezioni, a cominciare dal sacrificio d’Abramo fino alla bella donna che ieri ha ucciso l’amante, e lo riducono di nuovo in soggettività. Dunque ci si può aggrappare ai piloni o lasciarsi sbattere qua e là nel mezzo della corrente; ma con quali sentimenti? Ciò che l’uomo sente per quel comandamento è un misto di cieca obbedienza (compresa la “natura sana” che ripugna anche pur dall’idea di un’azione simile ma appena un po’ turbata dall’alcool o dalla passione la commette difilato) e di spensierato diguazzare in un mare di possibilità.
Il precetto deve proprio essere inteso così? Ulrich sentiva che un uomo il quale desidera
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con tutta l’anima di fare una cosa, in tal modo non sa se la deve fare o se non la deve fare. E a lui sembrava invece che si sarebbe potuto farla o non farla per intrinseca spinta dell’essere. Una voglia o un divieto non gli dicevano nulla. L’attaccarsi a una legge superna o interna muoveva la sua ragione alla critica, anzi egli vedeva persino una diminuzione in quel bisogno di mobilitare, dandogli una genealogia, l’attimo sicuro di se stesso.
Tuttavia il suo cuore era muto, e solo la sua testa parlava; ma egli sentiva che in un altro modo la sua decisione avrebbe potuto coincidere con la sua felicità. Potrebbe esser felice perché non uccide o esser felice perché uccide, ma non potrebbe mai esser l’esattore indifferente di un’esigenza a lui imposta. Ciò che egli sentiva in quel momento non era un
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comandamento, era una regione in cui aveva posto il piede. (28) Capiva che lì tutto era già stabilito e pacificava i sensi come il latte materno. Ma non era più pensiero quello che gli diceva queste cose, e neanche sentimento alla maniera solita, come rotto in frammenti; era un “comprendere interamente” eppure soltanto così come quando il vento reca da lungi un messaggio, e non gli pareva né vero né falso, né ragionevole né irragionevole, ma ne era commosso, come se una leggera beata esagerazione gli fosse caduta sul cuore.
E come non si può fare una verità con le parti vere di un saggio così non si può trarre da un simile stato una convinzione; almeno non lo si può senza abbandonarlo, come un amante
28 Gioco di parole: Gebot, comandamento; Gebiet, regione.
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deve abbandonare l’amore per descriverlo. L’immensa commozione che a volte lo turbava inerte era in contraddizione con la sua smania d’attività anelante a limiti e a forme. Ora, è probabilmente giusto e naturale voler sapere prima di lasciar parlare il sentimento, e involontariamente egli s’immaginava che quello che egli intendeva trovare un giorno, anche se non fosse stato una verità, non avrebbe avuto minor consistenza di essa; ma nel suo caso particolare egli era simile a un uomo che si procura un armamentario di arnesi, e intanto a poco a poco gli vien meno l’intenzione di servirsene. Se gli avessero chiesto in qualunque momento, mentre compilava trattati di geometria o di logica matematica, oppure di scienze naturali, quale scopo egli si proponesse, avrebbe risposto che un solo
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problema vale veramente la pena di essere meditato, e cioè quello del vivere giusto. Ma quando si solleva per molto tempo un’esigenza senza che se ne faccia nulla, il cervello si addormenta proprio come si addormenta il braccio quando tiene sollevato un oggetto per molto tempo; i nostri pensieri non resistono a una lunga immobilità; come i soldati a una rivista d’estate se debbono star fermi un pezzo cascano a terra svenuti.
Ulrich a ventisei anni aveva già pressapoco concluso l’abbozzo del suo concetto della vita, sicché a trentadue non gli pareva più del tutto sincero. Non aveva continuato a modellare i suoi pensieri, e a parte un senso di incertezza e di tensione, come quando si aspetta qualcosa a occhi chiusi, erano scarsi in lui i moti personali da quando eran passati i giorni delle prime
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palpitanti scoperte. Tuttavia poteva essere un moto sotterraneo dello stesso genere quello che col tempo lo aveva ritardato nel lavoro scientifico e gli impediva di impegnarvi tutta la sua volontà. Venne a trovarsi quindi in uno strano dissidio. Non si dimentichi che la mentalità scientifica è in fondo più religiosa di quella umanistica; appena Egli si degnasse di mostrarlesi nelle condizioni che essa prescrive per il riconoscimento della Sua esistenza, essa, infatti, Gli si sottometterebbe, mentre i nostri umanisti se Egli si manifestasse troverebbero soltanto che il Suo talento non è abbastanza originale e la Sua visione del mondo non è abbastanza comprensibile per poterlo mettere sullo stesso piano con certi ingegni veramente divini.
Ulrich dunque non poteva abbandonarsi
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così facilmente a vaghe intuizioni come uno di coloro, ma d’altra parte non poteva nascondersi di aver vissuto per anni a furia di esattezza, solo contro se stesso, e desiderava che gli accadesse qualcosa d’imprevisto, perché, trovandosi in quella che egli chiamava un po’ ironicamente la sua “vacanza della vita”, non possedeva né in una direzione né nell’altra nulla che gli potesse dar pace.
Forse si potrebbe dire a sua scusa che la vita in certi anni fugge incredibilmente rapida. Ma il giorno in cui bisogna incominciare a vivere le proprie ultime volontà prima di lasciarsene dietro i residui, è ancora lontano e non si può spostare. Di questo egli vedeva la chiara minaccia, dacché eran passati sei mesi senza nessun mutamento. Mentre, nella piccola e strampalata attività che si era
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addossato, si lasciava sbattere di qua e di là, e parlava, amava parlar troppo e viveva con la disperata ostinazione di un pescatore che getta le sue reti in un fiume asciutto, mentre – e con intenzione – non faceva nulla di corrispondente alla persona che pur sempre era, egli aspettava. Aspettava dietro la propria persona, in quanto questa parola definisce quella parte dell’uomo che è modellata dal mondo e dal corso della vita; e la sua tranquilla disperazione arginata lì dietro saliva giorno per giorno. Egli si trovava nel peggiore stato di emergenza della sua vita e disprezzava se stesso per le sue omissioni. Le grandi prove sono il privilegio dei grandi caratteri? Avrebbe voluto crederlo, ma non è vero, perché anche le più semplici nature nervose hanno le loro crisi. Così nel grande perturbamento non gli restava in fondo che
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quel resto di imperturbabilità che tutti gli eroi e i criminali posseggono, e non è coraggio, non è volontà, non è sicurezza ma semplicemente un tenace attaccamento a se stessi, duro a morire come un gatto, anche quando è già tutto dilaniato dai cani.
Se volete immaginare come viva un tal uomo quando è solo, possiamo tutt’al più raccontare che di notte le finestre illuminate guardano nella stanza e i pensieri dopo esser stati usati stanno seduti in giro come i clienti nell’anticamera di un avvocato di cui non sono contenti. O forse che Ulrich una volta, in una notte così, aprì le finestre e guardò i tronchi nudi come serpi, coi rami stranamente neri e lisci fra le coltri di neve del suolo e della chioma, e improvvisamente ebbe voglia di scendere in giardino così com’era, in veste da
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camera; voleva sentire il freddo nei capelli. Quando fu sotto spense la luce per non stare nel vano luminoso della porta, e solo dal suo studio una zona di luce penetrava nell’ombra. Un viottolo portava al cancello sulla strada, un altro lo tagliava, indistintamente visibile. Ulrich lo percorse a passi lenti. E a un tratto l’oscurità torreggiante fra le vette degli alberi gli ricordò la gigantesca figura di Moosbrugger e le piante spoglie gli apparvero stranamente corporee; brutte e bagnate come vermi e tuttavia così, che avrebbe voluto abbracciarle e cader loro ai piedi col viso inondato di lacrime. Ma non lo fece. Il sentimentalismo del suo impulso lo ributtò indietro nell’istante stesso in cui lo toccava. Attraverso la spuma lattea della nebbia apparvero al di là del cancello due o tre passanti attardati, ed egli, come la sua figura
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in vestaglia rossa si staccava adesso dai tronchi neri, avrebbe potuto sembrar loro un pazzo; ma fece il sentiero a passo fermo e rientrò in casa relativamente contento, perché se c’era qualcosa in serbo per lui doveva essere tutt’altro.
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63. Bonadea ha una visione
QUANDO Ulrich, la mattina che seguì a quella notte, si alzò tardi e con le
membra peste, gli fu annunziata
la visita di Bonadea; era la prima volta che si rivedevano dopo la rottura.
Bonadea durante la separazione aveva pianto molto. Si era sentita sovente profanata e maltrattata. Aveva spesso rullato come un tamburo velato a lutto. Aveva avuto molte avventure e molte delusioni. E quantunque a ogni avventura il ricordo di Ulrich la precipitasse in un pozzo profondo, ne riusciva fuori dopo ogni delusione, corrucciata e
impotente come il dolore desolato di cui
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nessuno si cura in un viso di bimbo. Bonadea aveva già chiesto cento volte silenziosamente perdono al suo amico per la propria gelosia, e “punito il perfido orgoglio” come diceva lei; e alla fine risolse di offrirgli una conclusione di pace.
Era gentile, melanconica e bella, seduta lì di fronte a lui, e sentiva un gran male allo stomaco. Egli le stava dinanzi “come un adolescente”, la pelle marmorea polita dai grandi eventi e dalle attività diplomatiche che ella gli attribuiva. Bonadea non aveva mai notato prima quanto fosse energico e risoluto il suo viso. Avrebbe volentieri capitolato con tutta la sua persona, ma non osava andar tanto oltre, e lui non moveva ciglio per invitarvela. Quella freddezza era indicibilmente triste per lei, ma grandiosa come una statua.
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Inopinatamente Bonadea gli prese la mano abbandonata e la baciò. Ulrich le accarezzò i capelli, meditabondo. Le gambe le si piegarono sotto nel modo più femminile del mondo, ed ella fu lì lì per cadere in ginocchio. Allora Ulrich la depose dolcemente su una poltrona, le offrì un whisky al seltz e si accese una sigaretta.
- Una signora non beve whisky al mattino! – protestò Bonadea; per un attimo trovò di nuovo la forza di far l’offesa, e il cuore le salì in gola, perché le sembrò che la naturalezza con cui Ulrich le offriva una bevanda così forte e secondo lei sconveniente contenesse un’intenzione cattiva.
Ma Ulrich disse amabilmente:
- Ti farà bene, tutte le donne che fanno della grande politica bevono whisky – Perché Bonadea, per riacquistare il favore di Ulrich,
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aveva detto che ammirava l’Azione Patriottica e che vi avrebbe collaborato volentieri.
Questo era il suo piano. Ella credeva sempre parecchie cose in una volta, e le mezze verità le facilitavano il mentire.
Il whisky era oro liquido e scaldava come il sole di maggio.
A Bonadea sembrava di aver settant’anni e di star seduta davanti a una casa, su una panchina in giardino. Diventava vecchia. I suoi figli crescevano. Il maggiore aveva già dodici anni. Era senza dubbio una vergogna andare in casa di un uomo che conosceva appena, solo perché aveva certi occhi coi quali la guardava come uno che stia dietro i vetri di una finestra. Si riconoscono benissimo in lui, ella pensava, certe qualità che dispiacciono e che dovrebbero servire d’ammonimento; si potrebbe addirittura
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- ah, se qualcosa ci potesse arrestare in simili casi! – troncare tutto, ardendo di vergogna e forse anche di collera; ma poiché non accade, quell’uomo s’immedesima sempre più appassionatamente della sua parte. E quanto a sé, si ha l’impressione di essere uno scenario inondato di luce artificiale; sono occhi da palcoscenico, baffi da ribalta, bottoni da abbigliamento teatrale quelli che ci stanno di fronte, e i momenti che passano fra l’ingresso nella stanza fino al terribile primo gesto di nuovo disincantato si svolgono in una coscienza che se n’è uscita dal nostro cervello e tappezza di follia le pareti della stanza. Bonadea non usava proprio le stesse parole, anzi non pensava che parzialmente in parole, ma mentre cercava di rappresentarsi la cosa si sentì subito di nuovo in balia di quella
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metamorfosi della coscienza. “Chi la sapesse descrivere sarebbe un grande artista; no, sarebbe un pornografo!”, pensò guardando Ulrich. Perché neanche in quello stato perdeva per un istante i buoni propositi e la volontà della decenza; solo che stavano di fuori e aspettavano, e in quel mondo sconvolto dal desiderio non avevano nulla da dire. Era quello il maggior tormento di Bonadea, quando ritornava alla ragione. La metamorfosi della coscienza per via del turbamento sessuale, alla quale gli altri non fanno caso, in lei per la profondità e subitaneità del turbamento come pure del rimorso prendeva una forza che la spaventava, appena era tornata nella tranquilla cerchia domestica. Si considerava allora come una pazza. Non osava quasi alzar gli occhi sui suoi bambini, per paura di far loro del male col
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suo sguardo impuro. E trasaliva se il marito la guardava con un po’ di tenerezza, e paventava la familiarità del rimaner soli.
Perciò nelle settimane di rottura aveva formato il progetto di non aver più altri amanti che Ulrich; egli doveva darle un appoggio e salvaguardarla da altre trasgressioni. “Come ho potuto permettermi di biasimarlo?”; pensava adesso rivedendolo per la prima volta. “È tanto più perfetto di me”, e gli attribuì il merito di essere stato migliore, nel periodo dei loro amori, e pensò anche che alla prossima festa di beneficenza egli doveva introdurla nel suo nuovo circolo di conoscenze. Bonadea fece silenziosamente un giuramento, e mentre immaginava tutto ciò le spuntarono negli occhi lacrime di commozione.
Ma Ulrich beveva il suo whisky con la
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lentezza di un uomo che deve corroborare la sua decisione. Per il momento non era ancora possibile presentarla a Diotima, le dichiarò. Bonadea, s’intende, volle sapere di preciso perché non era possibile; e poi volle sapere di preciso quando sarebbe stato possibile.
Ulrich dovette spiegarle che lei non s’era distinta né nelle arti, né nelle scienze, né nella beneficenza, e perciò ci sarebbe voluto un pezzo prima che egli persuadesse Diotima della necessità della sua collaborazione.
Bonadea nel frattempo aveva provato verso Diotima sentimenti diversi. Aveva udito parlare abbastanza della sua virtù per non esser gelosa di lei; anzi invidiava e ammirava quella donna che sapeva tenere avvinto il suo amico senza fargli concessioni contrarie alla morale. Attribuiva all’influsso della cugina la freddezza
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di statua che le pareva di osservare in Ulrich. In quanto a se stessa, ella si definiva “passionale”, comprendendo in quel concetto la propria mancanza d’onore nonché una onorevole giustificazione della medesima; ma ammirava le donne frigide, con la stessa impressione che provano i disgraziati proprietari di mani perpetuamente umide quando toccano una mano molto bella e asciutta. “È lei! – pensò. – È lei che ha cambiato Ulrich” Un trapano duro le trivellò il cuore, un trapano dolce le trivellò le ginocchia; i due trapani che giravano contemporaneamente e oppostamente fecero quasi svenire Bonadea quando essa incontrò la resistenza di Ulrich. Ella giocò la sua ultima carta: Moosbrugger!
A furia di riflettere dolorosamente, si era accorta che Ulrich aveva una strana
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predilezione per quella sinistra figura. A lei invece ripugnava la “brutale sensualità” che secondo lei si esprimeva nelle azioni di Moosbrugger; ella considerava la cosa, senza saperlo s’intende, esattamente secondo la mentalità delle prostitute che, con un sentimento schietto e senza alcun romanticismo borghese, vedono in un delinquente sessuale una minaccia per la loro professione. Ma lei, inclusi i suoi inevitabili falli, aveva bisogno di un mondo vero e ordinato, e Moosbrugger doveva aiutarla a ricostruirlo. Poiché Ulrich aveva un debole per colui, ed ella aveva un marito giudice che poteva dare informazioni utili, era maturato in lei spontaneamente, durante l’abbandono, il pensiero di unire il proprio debole al debole di Ulrich per intervento di suo marito, e quel
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miraggio aveva la forza consolatrice di una voluttà benedetta da un sentimento di legalità. Ma quando incominciò a parlarne al buon consorte, questi si stupì del suo ardore giuridico, pur sapendo che lei s’infiammava facilmente per tutto ciò che era nobile e buono; e poiché non era soltanto giudice ma anche cacciatore, rispose, bonariamente evasivo, che l’unica cosa giusta era sterminare dappertutto e senza troppi sentimentalismi le belve nocive, e non volle dare altri schiarimenti. A un secondo tentativo fatto qualche tempo dopo, Bonadea ottenne dal marito soltanto la supplementare dichiarazione che secondo lui fare figli spettava alle donne, ma uccidere era una faccenda riguardante gli uomini, e poiché lei temeva di insospettirlo col dimostrar troppo zelo, la via giuridica per il momento le era
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rimasta reclusa. Così aveva ripiegato sull’idea della grazia, l’unica possibilità di giovare a Moosbrugger per far piacere ad Ulrich, e quella via passava, cosa non troppo sorprendente ma anzi piuttosto attraente, attraverso Diotima.
Bonadea in ispirito si vedeva amica di Diotima, e appagava il suo desiderio di conoscere l’ammirata rivale col pretesto di una questione improrogabile, caso mai l’orgoglio le avesse impedito di farlo per motivi personali. Si era proposta di conquistarla alla causa di Moosbrugger, il che evidentemente – lo aveva indovinato subito – a Ulrich non era riuscito, e la fantasia le dipingeva la cosa in bellissime scene. L’alta marmorea Diotima cingeva col braccio le spalle palpitanti di Bonadea, oppresse dal peso del peccato, e Bonadea si attribuiva più o meno la parte di ungere con
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una goccia di fragilità quel cuore celestialmente intatto. Questo era il progetto che ella sottopose all’amico perduto.
Ma quel giorno Ulrich era assolutamente indifferente all’idea di salvare Moosbrugger. Conosceva i bei sentimenti di Bonadea e sapeva come facilmente in lei l’accendersi di un singolo nobile slancio si tramutava nel panico di un incendio che le invadeva tutto il corpo. Le dichiarò che non aveva la minima intenzione di immischiarsi nel procedimento a carico di Moosbrugger.
Bonadea lo guardò con begli occhi risentiti in cui l’acqua nuotava sul ghiaccio come al limite fra l’inverno e la primavera.
Bisogna dire che Ulrich non aveva mai perduto una certa gratitudine per quel loro incontro puerile e bello, la notte che egli
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giaceva svenuto sul lastrico, e Bonadea s’era accoccolata vicino a lui, e l’incerta avventurosa indeterminatezza del mondo, della gioventù e dei sentimenti stillava dagli occhi della giovane donna nella sua coscienza che s’andava ridestando. Cercò dunque di mitigare l’offensivo rifiuto e di diluirlo in un discorso più lungo.
- Immagina, – le suggerì, – che stai attraversando di notte un gran parco, e due vagabondi ti si avvicinano; penseresti che sono gente da compatire, e che la società è colpevole della loro rozzezza?
- Ma io non passo mai per un parco di notte, – ribatté subito Bonadea.
- Se sopraggiungesse un poliziotto, forse che non li faresti arrestare?
- Gli chiederei di proteggermi!
- Cioè di arrestarli.
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- Io non lo so che cosa il poliziotto intenderebbe di fare. Del resto Moosbrugger non è un vagabondo.
- Va bene, allora diciamo che fa dei lavori di falegnameria nel tuo appartamento. Sei sola in casa con lui, ed egli incomincia a stralunar gli occhi di qua e di là.
Bonadea si ribellò:
- Ma è orribile quello che mi chiedi di immaginare!
- Certo, – disse Ulrich. – Ma volevo dimostrarti che le persone che perdono facilmente la sinderesi sono assai sgradevoli. Si può permettersi di essere imparziali nei loro confronti solo quando il danno è toccato a un altro. In tal caso, si sa, provocano tutta la nostra tenerezza e sono le vittime dell’ordine sociale o del destino. Devi ammettere che
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nessuno è responsabile delle sue colpe, a guardarle con i suoi propri occhi; per lui sono tutt’al più errori o cattive qualità in un insieme che non per questo diventa peggiore, e certo ha perfettamente ragione!
Bonadea aveva qualcosa da aggiustare attorno a una calza ed era costretta a guardare Ulrich col capo un po’ arrovesciato all’indietro, così che sul ginocchio non sorvegliato dagli occhi si sviluppò tutta una vita ricca di contrasti, fra orli di pizzo, calza aderente, dita nervose e la molle delicatezza della pelle madreperlacea.
Ulrich s’accese svelto una sigaretta e continuò:
- L’uomo non è buono, bensì è sempre buono; v’è un’immensa differenza, lo capisci? Si sorride di questa sofistica dell’amor proprio,
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ma se ne dovrebbe trarre la conclusione che l’uomo non può essere cattivo, può soltanto compiere cattive azioni. Una volta stabilito questo, ci troveremmo al giusto punto di partenza di una morale sociale.
Con un sospiro Bonadea si rimise a posto la gonna, si tirò su e cercò di calmarsi con una sorsata di quel pallido fuoco dorato.
- E adesso ti spiegherò, – riprese Ulrich sorridendo, – perché pur sentendo per Moosbrugger tutto quel che si vuole, non si possa però fare niente per lui. In fondo questi casi sono come un capo di filo sciolto: se si tira, tutto il tessuto sociale si disfa. Ora te lo dimostrerò mediante problemi puramente razionali.
Bonadea perse inesplicabilmente una scarpetta. Ulrich si chinò a raccoglierla e il
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piede tepido venne incontro come un bambino alla scarpa ch’egli teneva in mano.
- Lascia, lascia, faccio da me! - disse
Bonadea tendendogli il piede fin sotto il naso.
- Prima di tutto ci sono i problemi di psichiatria giuridica, – seguitò Ulrich implacabilmente, mentre dalla gamba di Bonadea l’effluvio della diminuita capacità d’intendere e di volere gli saliva alle narici. Sappiamo che i medici sarebbero già quasi in grado di impedire la maggior parte di simili delitti, pur di impiegarvi i mezzi finanziari indispensabili. Quindi si tratta ormai di un problema sociale.
- Oh ti prego, quello lascialo stare! – pregò Bonadea sentendo per la seconda volta la parola “sociale” – A casa quando ne parlano io esco dalla stanza. M’annoia a morte.
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- Va bene, – concesse Ulrich, – volevo dire che come la tecnica da un pezzo sa trasformare cadaveri, immondizie, rottami e veleni in cose utili, anche la tecnica psicologica sarebbe ormai quasi in grado di farlo. Ma il mondo procede con tutto il suo comodo, nella soluzione di tali problemi. Lo stato tira fuori quattrini per un mucchio di sciocchezze, ma non può mai spendere un soldo per risolvere i più importanti problemi morali. È nella sua natura, perché lo stato è l’essere più stupido e maligno che esista.
Lo disse in tono convinto; ma Bonadea cercò di ricondurlo al nocciolo della questione.
- Tesoro, – disse languida, – ma non è appunto il meglio per Moosbrugger l’essere irresponsabile?
- Probabilmente sarebbe più importante
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ammazzare parecchi responsabili che salvare un irresponsabile dall’essere ammazzato! – ribatté Ulrich.
Adesso camminava su e giù, proprio davanti a lei. Bonadea lo trovava rivoluzionario ed elettrizzante; riuscì a imprigionargli una mano e se la posò sul petto.
- Bene, – disse lui, – ora ti spiegherò la questione sotto l’aspetto sentimentale. Bonadea gli spianò le dita e le allargò sul proprio seno. Lo sguardo che accompagnava l’atto avrebbe commosso un cuore di sasso; a Ulrich parve, nei minuti seguenti, di avere in petto due cuori, che battevano in dissonanza, come gli orologi nella bottega di un orologiaio. Chiamando a raccolta tutte le sue forze rimise le cose a posto, e disse dolcemente:
- No, Bonadea!
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Bonadea era ormai vicino alle lacrime, e
Ulrich riprese in tono suasivo:
- Non è una contraddizione agitarti tanto per questo fatto, che ti ho raccontato per caso, mentre non ti accorgi neanche dei milioni di ingiustizie altrettanto gravi che avvengono ogni giorno?
- Ma che cosa c’entra, – protestò Bonadea. – Questa è una cosa che so. E sarei un mostro se rimanessi indifferente!
Ulrich opinò che bisognava mantenersi calmi; anzi, furiosamente calmi, soggiunse. Si era liberato di Bonadea ed era andato a sedersi un po’ discosto.
- Oggi tutto accade “per ora” e “frattanto”, – osservò. – Bisogna che sia così. Perché la ragione cosciente ci costringe ad avere un cuore spaventosamente incosciente – Aveva
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versato anche per sé un bicchiere di whisky, e tirò su le gambe sul divano. Cominciava a sentirsi stanco. – Ogni essere umano, – egli dichiarò, – in principio medita su tutta quanta la vita, ma quanto più medita, tanto più il campo si restringe. Quando è maturo, tu hai davanti a te un individuo che di quel preciso millimetro quadrato sa tutto, nel mondo intero saranno tutt’al più due dozzine di uomini a intendersene così; egli vede che tutti gli altri che ne sanno di meno dicono sciocchezze a proposito del suo millimetro, eppure non può muoversi perché se si sposta anche di un solo micromillimetro dice sciocchezze anche lui – Adesso la sua stanchezza era di oro diluito, come la bibita che stava sul tavolo. “Anch’io da mezz’ora sto dicendo sciocchezze”, pensò; ma quello stato di diminuzione era gradevolissimo.
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Aveva solo paura che a Bonadea venisse in mente di sederglisi accanto. C’era un solo rimedio: parlare.
Si sosteneva il capo e stava disteso come le figure tombali della cappella medicea. Se ne accorse a un tratto e davvero in quella positura gli parve che una grandiosità gli scorresse nel corpo; si librava immobile e si sentiva più poderoso di quel che era; per la prima volta, da lontano, gli parve di capire quell’opera d’arte che finora gli era rimasta estranea. E invece di parlare, tacque. Anche Bonadea sentiva qualcosa. Era un “momento” come si chiama ciò che non si può definire. Una specie di catarsi univa i due, che a un tratto erano ammutoliti.
“Che cosa è rimasto di me? – pensava Ulrich amaramente. – Forse un uomo valoroso e non
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venale che s’illude di rispettare solo poche leggi esteriori per amore della libertà interiore. Ma questa libertà consiste nel poter pensare ciò che si vuole, nel sapere in ogni situazione umana perché non dobbiamo sentirci legati ad esse, e nel non saper mai da che cosa si vorrebbe lasciarsi legare!” In quel momento poco felice, in cui la strana piccola ondata di sentimento che per un attimo l’aveva investito tornava a dissolversi, sarebbe stato pronto ad ammettere di non posseder altro che la capacità di scoprire in ogni cosa due lati, quell’ambivalenza morale che distingueva quasi tutti i contemporanei ed era la tendenza della sua generazione o forse il suo destino. I rapporti di Ulrich col mondo erano diventati pallidi, larvali e negativi. Che diritto aveva lui di trattar male Bonadea? Era sempre lo stesso
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colloquio irritante che si ripeteva tra loro. Nasceva dall’acustica del vuoto, in cui uno sparo risuona con doppia intensità e non cessa di riecheggiare; lo opprimeva non saperle più parlare se non in quel modo; e per lo speciale tormento che esso infliggeva a entrambi gli venne in mente il nome grazioso e semisignificativo di Barocchismo del Vuoto.
Si sollevò, per dirle qualcosa di amabile.
- M’è venuto uno strano pensiero, – disse rivolto a Bonadea che sedeva sempre in atteggiamento pieno di dignità. – Una cosa buffa; una curiosa differenza: l’uomo responsabile può sempre agire anche diversamente, ma l’irresponsabile, mai!
Bonadea fece una risposta molto significativa.
- Oh, tu! – disse. Fu l’unica interruzione, e il
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silenzio si richiuse.
Non le piaceva che Ulrich in sua presenza parlasse di argomenti generali. Nonostante i propri errori si sentiva con diritto nel mezzo di una folla di persone simili a lei, e aveva una giusta suscettibilità per quel modo di Ulrich insocievole, rustico ed esagerato, di offrirle pensieri in luogo di sentimenti. E tuttavia, delitto, amore e tristezza si erano ormai saldati in lei in un cerchio di idee che era estremamente pericoloso. Adesso Ulrich non le sembrava più affatto così intimidente e perfetto come nei primi momenti del rivedersi; ma in compenso egli aveva guadagnato qualcosa di fanciullesco, che eccitava l’idealismo di Bonadea; come un bambino che non osa varcare un ostacolo per correre a buttarsi fra le braccia di sua madre. Già da moltissimo tempo
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ella sentiva per lui una tenerezza libera, senza vincoli di sorta. Ma poiché Ulrich aveva respinto i suoi primi approcci, si era imposta il riserbo. Non s’era ancora rimessa dal ricordo dell’ultima visita, quando era giaciuta su quel divano svestita e smarrita; ed era decisa a rimaner piuttosto seduta sino all’ultimo sulla sua seggiola in cappello e veletta, se proprio era necessario, affinché egli capisse di aver da fare con una che in caso sapeva dominarsi quanto la rivale Diotima. Bonadea non riusciva mai ad animare con un grande pensiero la grande commozione in cui la metteva la vicinanza di un amante; è vero che lo stesso, purtroppo, si può dire della vita, nella quale v’è molto eccitamento e poco senso, ma Bonadea non lo sapeva e cercava di esprimere un qualche pensiero. In quelli di Ulrich mancava la dignità,
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che lei trovava necessaria, e probabilmente ne cercava uno più bello e più romantico. Ma ideale ritegno e bassa attrazione, e una paura terribile di essere attratta anzi tempo, si mescolavano in lei con l’impulso del silenzio in cui vibravano le azioni inibite, e col ricordo della gran pace che l’aveva unita per un momento all’amante. Finalmente fu come quando la pioggia è nell’aria e non può cadere; uno stordimento che si diffondeva per tutta la persona e atterriva Bonadea con l’idea di poter perdere il dominio di sé senza accorgersene.
E improvvisamente ne balzò fuori un’illusione fisica, una pulce. Bonadea non sapeva se fosse realtà o fantasia. Sentì un brivido nel cervello, un’impressione indescrivibile, come se un’idea si fosse staccata dalla oscura comunità delle altre, e tuttavia
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fosse soltanto immaginazione; e nello stesso tempo un vero, inequivocabile brivido sulla pelle. Trattenne il respiro. Proprio come quando, tripp trapp, qualcosa viene su per la scala, e si sa che non c’è nessuno eppure si sente fare tripp trapp. Come illuminata da un baleno, Bonadea capì che era un seguito involontario della scarpetta perduta. Per una signora era un espediente disperato. Tuttavia nel momento in cui voleva scacciare il demonio sentì una trafittura acuta. Fece un piccolo strillo, divenne di fuoco e ingiunse a Ulrich di aiutarla a cercare. Le pulci prediligono anch’esse le regioni care agli amanti; la calza fu esaminata da cima a fondo, la camicetta dovette esser slacciata. Bonadea dichiarò che l’aveva presa in tram o da Ulrich. Ma la pulce non si trovò e non aveva lasciato tracce.
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- Non so che cosa sia stato! - disse
Bonadea.
Ulrich sorrise con inaspettata bontà.
Allora Bonadea si mise a piangere come una bambina che si è comportata male.
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64. Il generale Stumm von Bordwehr fa una visita a Diotima
IL generale Stumm von Bordwehr venne a porgere i suoi omaggi a Diotima. Era questi l’ufficiale
intervenuto alla grande seduta inaugurale, dove aveva anche fatto un discorso che aveva impressionato tutti, senza impedire però che nella composizione dei comitati per la grande opera di pace il Ministero della Guerra fosse lasciato da parte per ragioni evidenti.
Era un generale non molto imponente, con la pancetta e un piccolo spazzolino al posto dei
baffi.
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La sua faccia tonda suggeriva l’idea di una cerchia domestica priva di qualunque patrimonio all’infuori della prescritta dote militare. Egli disse a Diotima che al soldato in camera di consiglio si addice una parte modesta. D’altronde era ovvio che per motivi politici il Ministero della Guerra non poteva essere considerato nella formazione dei comitati. Tuttavia egli si permetteva di affermare che l’azione progettata doveva agire verso l’esterno, e quel che agisce verso l’esterno è la potenza di un popolo. Ripeté che il famoso storiografo Treitschke aveva detto: lo stato è la forza di prevalere nella lotta dei popoli. La forza che si spiega in tempo di pace tien lontano la guerra, o almeno ne abbrevia l’orrore. Parlò ancora per un quarto d’ora, fece alcune citazioni classiche soggiungendo che se le
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ricordava dal ginnasio e che quegli anni di studi umanistici erano stati i più belli della sua vita; cercò di lasciar intendere a Diotima che l’ammirava e che aveva trovato affascinante il suo modo di dirigere la grande seduta; voleva soltanto ripetere che un ben inteso sviluppo delle forze armate, che erano assai inferiori a quelle di altre nazioni, sarebbe stato la prova più eloquente delle intenzioni pacifiche del paese, e dichiarò infine che aspettava con fiducia una spontanea partecipazione popolare ai problemi dell’esercito.
Quell’amabile generale aveva messo a Diotima una mortale paura. C’erano allora in Cacania famiglie che ricevevano ufficiali in casa, perché le ragazze sposavano ufficiali, e famiglie le cui ragazze non sposavano ufficiali, per principio o perché non avevan quattrini per
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la dote militare, e in quelle case ufficiali non se ne vedevano; la famiglia di Diotima apparteneva per entrambe le ragioni alla seconda categoria, e quindi la coscienziosa signora s’era fatta l’idea che un militare fosse una specie di morte vestita di stracci multicolori. Ella rispose che v’erano nel mondo tante cose grandi e sublimi, per cui la scelta non era agevole. Era un gran privilegio poter additare al mondo un simbolo eccelso in questi tempi di materialismo, ma era anche un dovere difficile. E infine la manifestazione doveva esprimersi dal seno stesso del popolo, perciò lei era costretta a relegare in secondo piano i propri desideri. Compose con cura il suo discorso, legando le parole, si sarebbe detto, con cordelline giallo-nere, e bruciando sulle proprie labbra l’incenso di blande espressioni
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burocratiche.
Ma quando il generale si fu congedato, l’animo dell’egregia donna venne meno. Se fosse stata capace di un sentimento basso come l’odio, avrebbe odiato quell’omiciattolo tondo con gli occhi adulatori e i bottoni d’oro sulla pancia; ma poiché questo non le era possibile, si sentì soltanto oscuramente offesa e non sapeva dire perché. Senza badare al freddo invernale spalancò le finestre e andò parecchie volte su e giù per la stanza con gran frusciare di vesti. Quando richiuse le finestre aveva gli occhi pieni di lacrime. Ne fu molto stupita. Era già la seconda volta che piangeva senza motivo. Ricordò la notte in cui aveva lacrimato a fianco del marito senza saperselo spiegare. Questa volta il fenomeno puramente nervoso, del tutto privo di contenuto, era ancora più chiaro; quel
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grasso ufficiale le faceva venir le lacrime agli occhi come una cipolla, e non c’entrava nessun sentimento ragionevole. Ne era a buon diritto turbata; un’angoscia presaga le diceva che un lupo invisibile s’aggirava intorno al suo stabbio e che era tempo di scacciarlo con la forza dell’Idea.
E così, dopo la visita del generale, ella risolse di convocare in gran fretta quell’adunata di spiriti magni che doveva darle modo di assicurare un contenuto all’Azione Parallela.
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65. Dai colloqui di Arnheim e Diotima
FU un sollievo per il cuore di Diotima che Arnheim fosse per l’appunto ritornato da uno dei
suoi viaggi, e a sua completa disposizione.
- Ho avuto una conversazione qualche giorno fa con suo cugino a proposito dei generali, – egli replicò subito, e lo disse con l’aria di chi lascia supporre un nesso preoccupante, ma non vuol dire chiaramente di che si tratta. Diotima ebbe l’impressione che quel suo cugino pieno di contraddizioni e così poco infiammato d’entusiasmo per l’Azione favorisse per giunta gli oscuri pericoli che
emanavano dal generale, e Arnheim riprese:
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- Non vorrei esporre la cosa allo scherno, in presenza di suo cugino, – egli disse, e con queste parole cambiò piega al discorso, – ma ci terrei a farle sentire ciò che lei come profana non può sapere: la connessione fra affari e poesia. Voglio dire, s’intende, gli affari in senso lato, gli affari di portata mondiale, come quelli che io sono stato destinato per nascita a trattare; è un’attività affine a quella poetica, possiede lati irrazionali, mistici addirittura. Starei quasi per dire che questi lati sono ancor più propri degli affari che della poesia. Vede, il denaro è una potenza straordinariamente intollerante.
- In ogni attività a cui l’uomo si dedica con tutto quanto se stesso c’è probabilmente una certa dose d’intolleranza, – rispose con qualche esitazione Diotima, che stava ancora pensando
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alla prima parte, incompiuta, del discorso.
- Soprattutto nel denaro! – ribatté Arnheim.
- Gli sciocchi s’immaginano che aver denaro sia un godimento. Invece è una inquietante responsabilità. Non parliamo delle innumerevoli esistenze che dipendono da me, così che io per loro rappresento quasi il destino; mi permetto soltanto di ricordare che mio nonno incominciò con un’impresa per il trasporto delle immondizie, in una piccola città della Renania.
A quelle parole Diotima ebbe un brivido improvviso che le sembrò d’imperialismo economico; ma era un equivoco; ella infatti non andava esente dai pregiudizi del suo ambiente sociale e avendo pensato, alla parola immondizia, a un letamaio, la coraggiosa confessione del suo amico la faceva arrossire.
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- Con quell’impresa di utilizzazione dei rifiuti, – seguitò il reo confesso, – mio nonno fondò la grandezza degli Arnheim. Ma mio padre era ancora un self made man, se si pensa che fu lui, in quarant’anni, a fare di quella ditta una Casa mondiale. Ha frequentato la scuola tecnica per non più di due anni, ma può penetrare con uno sguardo le situazioni più intricate e sa molto prima degli altri tutto quello che ha bisogno di sapere. Io ho studiato economia politica e tutte le scienze possibili e immaginabili; lui le ignora, e non ci si può assolutamente spiegare come fa, ma certo è che non commette mai uno sbaglio. Questo è il segreto della vita semplice, forte, nobile e sana!
La voce di Arnheim, mentr’egli parlava del padre, aveva preso un accento insolito, pieno di reverenza, come se il suo tono calmo e
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dottrinale si fosse leggermente incrinato. Diotima ne fu stupita, tanto più che Ulrich le aveva descritto il vecchio Arnheim come un uomo basso, largo di spalle, con la faccia ossuta e il naso a patata, sempre vestito di un’ampia giubba sbottonata a coda di rondine, che manovrava i suoi valori azionari con la prudenza e la tenacia di un giocatore di scacchi. E senza aspettare risposta Arnheim riprese dopo un breve silenzio:
- Quando un’impresa si estende come le pochissime di cui sto parlando, non v’è quasi più un fatto della vita col quale non sia connessa. È un piccolo cosmo. Lei non può credere quante questioni in apparenza niente affatto commerciali, questioni artistiche, morali, politiche, io debba discutere nei miei colloqui con il direttore. Ma la casa non fiorisce
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più come nei primi tempi, i tempi che vorrei definire eroici. Anche per le ditte, nonostante il buon andamento, c’è un misterioso limite di crescenza, come per la vita organica. Non si è mai chiesto perché nessun animale oggigiorno cresca fino a superare la grandezza di un elefante? Lei trova lo stesso mistero nella storia dell’arte e negli strani rapporti della vita dei popoli, delle civiltà e dei secoli.
Adesso Diotima era pentita di aver rabbrividito per l’utilizzazione dei rifiuti, e si sentiva confusa.
- Di tali misteri è piena la vita. Ci sono forze contro le quali la ragione è impotente. Mio padre è in lega con esse. Ma un uomo come suo cugino, – disse Arnheim, – un uomo attivo, sempre occupato a pensare come si potrebbe cambiare e migliorare il mondo, non ha
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comprensione per tali cose.
Alla seconda menzione del nome di suo cugino, Diotima lasciò capire con un sorriso che Ulrich non poteva in alcun modo pretendere di esercitare un influsso su di lei. L’epidermide di Arnheim, uniforme, alquanto giallastra, liscia sul viso come la pelle di una pera, s’era un poco arrossata alle guance. Egli aveva ceduto a uno strano impulso, che Diotima da parecchio tempo destava in lui, di confidarlesi fino in fondo, senza riserve. Ora si richiuse in sé, prese un libro sul tavolino, ne lesse il titolo senza capirlo, lo posò di nuovo, impaziente, e disse con la sua voce solita, che in quel momento turbò Diotima come il gesto di un uomo che acciuffi i propri vestiti, rivelando così che era nudo:
- Ho divagato assai. A proposito del
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generale, a mio parere la cosa migliore è che lei realizzi il più presto possibile il suo progetto di elevare la nostra Azione con l’apporto dello spirito umanistico e dei suoi rappresentanti qualificati. Ma non occorre che lei respinga di proposito il generale. Forse personalmente è pieno di buona volontà, e lei conosce il mio principio, che non bisogna mai perdere l’occasione di trasportare lo spirito in una sfera di potenza.
Diotima gli prese la mano e riassunse il colloquio in questa frase di congedo:
- La ringrazio per la sua sincerità!
Arnheim, perplesso, tenne per un momento nella sua quella tenera mano, e la fissò pensosamente come se avesse dimenticato di dire qualcosa.
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66. Tra Ulrich e Arnheim c’è qualcosa che non va
N quel periodo, Ulrich si prendeva non di rado il gusto di descrivere alla cugina le esperienze che faceva al
servizio di Sua Signoria, e soprattutto ci teneva a mostrarle ripetutamente le due cartelle con le proposte che il conte Leinsdorf riceveva.
- Potente cugina, – egli dichiarava con un gran fascio di carte fra le mani, – da solo non riesco più a cavarmela; pare che il mondo intero s’attenda da noi miglioramenti e riforme e una metà incomincia con le parole: “Bisogna
abolire…” mentre l’altra metà proclama:
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“Bisogna instaurare…” Ho qui esortazioni che vanno da “basta con l’influsso di Roma!” fino a “È giunta l’ora dell’orticoltura!” Lei che cosa sceglierebbe?
Non era facile mettere ordine nei desiderata che il mondo esponeva quotidianamente al conte Leinsdorf, ma due gruppi facevano spicco per la loro mole. L’uno incolpava dei mali presenti un fatto specifico e ne esigeva l’abolizione, e quei fatti erano, nientemeno, l’ebraismo o la chiesa cattolica, il socialismo o il capitalismo, il macchinismo o lo sviluppo insufficiente della tecnica, la mescolanza delle razze o la divisione delle razze, la proprietà terriera oppure l’urbanesimo, l’intellettualismo oppure il basso livello culturale del popolo. L’altro gruppo invece additava una meta che bastava raggiungere perché tutto andasse
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bene, e l’unica differenza tra queste mete che bisognava perseguire e i fatti che secondo il primo gruppo bisognava distruggere stava nella chiave in cui s’esprimeva il loro sentimento, appunto perché vi sono in questo mondo nature inclini alla critica e nature inclini all’approvazione. Così gli scritti del secondo gruppo affermavano in tono lietamente negativo che bisognava farla finita col ridicolo culto delle arti, giacché la vita è un poeta più grande di tutti gli scribacchini, e chiedevano che descrizioni di viaggi e relazioni di processi divenissero accessibili a tutti; mentre nello stesso caso le lettere del primo gruppo sostenevano in tono lietamente affermativo che l’estasi dell’alpinista in vetta al monte vince tutte le esaltazioni dell’arte, della filosofia e della religione e perciò invece di queste cose è
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meglio incoraggiare l’istituzione di club alpini. Così, sempre per due vie opposte, si richiedeva ora il rallentamento del ritmo della vita ora un concorso a premi per il miglior romanzo dell’appendice, perché la vita è insopportabilmente oppure deliziosamente breve, e si auspicava la liberazione dell’umanità da e mediante le colonie-giardino, l’emancipazione della donna, il ballo, lo sport e il culto della casa, come pure da innumerevoli altre cose mediante innumerevoli altre.
Ulrich chiuse le cartelle e iniziò un dialogo privato.
- Potente cugina, – disse, – è uno strano fenomeno che metà di costoro cerchi la salvezza nell’avvenire e l’altra metà nel passato. Non so quale conclusione se ne debba trarre. Sua Signoria direbbe che nel presente non c’è
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salvezza.
- Sua Signoria ha qualche disegno che riguarda la chiesa? – domandò Diotima.
- Per adesso s’è convinto che nella storia dell’umanità non può esservi un regresso volontario. Ma il guaio è che non possiamo neanche aspettarci un progresso utile. Mi permetto di osservare che è una situazione molto curiosa quella di non andare né avanti né indietro, e per giunta trovare insopportabile il momento presente.
Quando Ulrich parlava così, Diotima si barricava dentro la sua alta persona come in una torre segnata con tre asterischi nella guida turistica.
- Crede lei, signora, – chiese Ulrich, – che un uomo il quale combatte oggi pro o contro una causa, se domani diventasse per miracolo il
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padrone assoluto del mondo farebbe subito, il giorno stesso, quello che per tutta la vita ha chiesto a gran voce? Io sono sicuro che si concederebbe un rinvio di due o tre giorni.
Poiché Ulrich rimaneva in silenzio, Diotima gli si rivolse inaspettatamente, senza rispondere, e domandò severa:
- Perché mai ha dato certe speranze al generale a proposito della nostra Azione?
- A che generale?
- Al generale von Stumm!
- Quello grasso, piccolo, che partecipò alla prima seduta? Io? Non l’ho mai visto dopo di allora, e tanto meno gli ho dato delle speranze!
Lo stupore di Ulrich era convincente e meritava una spiegazione. Ma poiché anche un uomo come Arnheim non poteva dire bugie, bisognava che ci fosse un equivoco, e Diotima
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spiegò su che cosa si fondava la sua supposizione.
- Dunque io dovrei aver parlato del generale von Stumm con Arnheim? Mai, nemmeno questo! – assicurò Ulrich. – Con Arnheim, io… mi conceda un attimo, prego… – rifletté qualche istante poi scoppiò a ridere. – Sarei veramente molto lusingato, se Arnheim desse tanto peso a ognuna delle mie parole! Negli ultimi tempi ho conversato sovente con lui, se vogliamo chiamare così i nostri contrasti, e una volta ho anche parlato di un generale, infatti, ma di un generale ipotetico, così per fare un esempio. Dicevo che un generale che per ragioni strategiche manda dei battaglioni alla morte sicura, è un assassino se si pensa che si tratta di migliaia di figli di mamma; ma diventa subito qualcos’altro se si connette il fatto con altri
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pensieri, per esempio con la necessità del sacrificio, o con la brevità della vita. Mi son servito anche di molti altri esempi. Ma qui lei mi deve concedere una digressione. Per motivi molto evidenti, ogni generazione considera la vita che le si presenta dinanzi come un dato fisso e fermo, tranne pochi cambiamenti a cui è interessata. Ciò è utile ma è falso. Il mondo potrebbe invece mutare a ogni istante in tutte le direzioni, o almeno in una qualunque di esse; ce l’ha, per così dire, nel sangue. Sarebbe quindi un modo originale di vedere quello di chi tentasse una buona volta di non comportarsi come un individuo definito in un mondo definito dove, direi, non c’è che da girare due o tre bottoni – il modo che si chiama evoluzione -; bensì, fin dal principio, cercare di vivere come un uomo nato per trasformarsi dentro un
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mondo creato per trasformarsi, cioè press’a poco come una goccia d’acqua dentro una nuvola. Mi disprezza perché sono di nuovo inintelligibile?
- Non la disprezzo, ma non la capisco, – s’impazientì Diotima, – mi ripeta piuttosto tutta la conversazione!
- Be, fu Arnheim a provocarla; mi fermò e mi costrinse letteralmente a parlare, – incominciò Ulrich. “Noi industriali, – mi disse con un sorriso molto malizioso, che contrastava un poco col suo contegno solitamente pacato, ma era tuttavia pieno di maestà; – noi industriali non calcoliamo, come lei forse potrebbe credere. Al contrario, noi – intendo naturalmente i grandi, quelli che hanno in mano le leve di comando; i piccoli lasciamoli pur calcolare dalla mattina alla sera -
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impariamo a considerare le nostre idee veramente coronate dal successo come qualcosa che se la ride dei calcoli, un po’ come il successo personale dell’uomo politico e in fondo anche dell’artista” Poi mi pregò di giudicare quello che stava per dire con l’indulgenza dovuta all’irrazionale. Dal primo giorno che m’aveva veduto, mi confidò, gli avevo dato molto da pensare, e pare che anche lei, gentilissima cugina, gli abbia raccontato di me alcune cose; ma non ve ne sarebbe stato bisogno, assicurò lui, e dichiarò stupefacente che io avessi scelto un’occupazione del tutto astratta e intellettuale, giacché pur essendo molto dotato per la scienza sbagliavo nell’essermi fatto scienziato, e il mio reale talento, per quanto ciò potesse meravigliarmi, era invece nel campo del lavoro e dell’azione
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personale!
- Davvero? – disse Diotima.
- Sono del suo parere, gentile cugina, – Ulrich s’affrettò a replicare. – Per nessuna cosa ho così poco talento come per me stesso.
- Lei scherza sempre invece di consacrarsi alla vita, – opinò Diotima, ancora irritata per le cartelle.
- Arnheim sostiene il contrario. Io sento il bisogno di trarre dal mio pensiero esaurienti conclusioni sulla vita, dice lui.
- Lei scherza ed è negativo; sta sempre sul limitare dell’impossibile e scansa ogni vera risoluzione! precisò Diotima.
- Semplicemente, sono convinto, – rispose Ulrich, – che il pensiero è un’istituzione a sé stante, distinta da quell’altra che è la vita reale. Perché la diversità di grado fra le due è
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attualmente troppo grande. Il nostro cervello ha qualche migliaio d’anni, ma se avesse pensato tutto soltanto a metà, e l’altra metà l’avesse dimenticata, il suo ritratto fedele sarebbe la realtà. Tutto ciò che si può fare è negarle la nostra partecipazione spirituale.
- Questo non equivale a facilitare troppo il proprio dovere? – chiese Diotima senza intenzione offensiva, solo così, come una montagna guarda un piccolo ruscello che scorre ai suoi piedi. – Anche ad Arnheim piacciono le teorie, ma io credo che egli non lasci passare nulla senza indagarne tutte le possibilità. Non pare anche a lei che questo sia il significato del pensiero: concentrata capacità d’applicazione?
- No, – disse Ulrich.
- Vorrei sapere che cosa le ha risposto
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Arnheim.
- Mi ha detto che oggi lo spirito è spettatore impotente dei veri sviluppi, perché scansa i grandi problemi che la vita ci pone. Mi ha invitato a considerare i meschini argomenti trattati dalle arti, le piccinerie di cui si occupano le varie chiese, la ristrettezza di vedute perfino degli studiosi! E a riflettere che intanto la terra viene letteralmente dilaniata. Poi mi ha dichiarato che proprio di questo intendeva parlare con me!
- E lei che cosa ha risposto? – chiese Diotima ansiosa, credendo di indovinare che Arnheim aveva voluto rimproverare al cugino l’attitudine indifferente di fronte ai problemi dell’Azione Parallela.
- Gli ho risposto che le attuazioni mi attraggono sempre molto meno che le cose
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inattuate, e con ciò non intendo soltanto quelle del futuro ma altresì quelle passate, mancate. Mi sembra che la nostra storia sia sempre quella: nella gioia di aver avverato la minima parte di un’idea, ne lasciamo lì incompiuta la maggior parte. Le grandi istituzioni sono spesso abbozzi d’idee miseramente sciupate; e del resto anche certi grandi uomini! Questo gli ho detto. Le nostre opinioni, per così dire, divergevano nella direzione.
- Lei cercava di litigare! – disse Diotima offesa.
- Mi ha fatto sapere dal canto suo come mi vede quando ripudio l’azione in favore di qualche inattuato ordinamento intellettuale. Vuole che glielo dica? Come un uomo che si corica per terra accanto a un letto pronto ad accoglierlo. È uno sperpero di forze, quindi
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qualcosa di fisicamente immorale, ha soggiunto per me personalmente. Mi ha raccomandato di mettermi in testa che scopi spirituali di grande portata si possono conseguire soltanto servendosi dei rapporti di forza oggi operanti nel campo economico, politico, e, non ultimo, intellettuale. Per conto suo egli ritiene più morale servirsene che trascurarli. Ha insistito molto. Mi ha definito un uomo molto attivo in posizione di difesa, in spasmodica posizione di difesa. Io credo che qualche motivo non del tutto confessabile lo spinga a volersi guadagnare la mia stima.
- Desidera esserle utile! – esclamò Diotima in tono di rimprovero.
- Oh no, – opinò Ulrich. – Io non son altro che un sassolino, e lui una splendida palla di vetro panciuta. Ma si direbbe ch’egli abbia
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paura di me.
Diotima non rispose. Le parole di Ulrich potevano essere presuntuose, ma le era apparso a un tratto che la conversazione riferita non era affatto come avrebbe dovuto essere secondo l’impressione su lei prodotta da Arnheim. Ne provò addirittura inquietudine. Pur ritenendo Arnheim incapace di intrighi, ella sentì aumentare la propria fiducia in Ulrich, e gli chiese che cosa le consigliava riguardo al generale von Stumm.
- Se lo tenga lontano! – rispose Ulrich, e Diotima non poté risparmiare a se stessa il rimprovero di gradire il consiglio.
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67. Diotima e Ulrich
LE relazioni di Diotima con Ulrich erano intanto molto migliorate grazie agli incontri frequenti, che
eran divenuti consuetudine. Dovevano spesso recarsi a far visite insieme, e parecchie volte alla settimana egli veniva da lei, non di rado senza preannuncio e ad ore inusitate. In tali circostanze era comodo per entrambi trarre partito dalla loro parentela e mitigare le severe norme sociali. Diotima non sempre lo riceveva in salotto, perfettamente bardata dall’orlo della veste al nodo dei capelli, ma talvolta in domestico deshabillé, benché si trattasse di un
deshabillé molto moderato. Era sorta fra loro
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una specie di confidenza, che risiedeva soprattutto nella forma dei loro rapporti; ma le forme hanno un effetto verso l’interno, e i sentimenti da cui son plasmate possono anche essere destati da esse.
Ulrich aveva a volte la percezione assai prepotente che Diotima era molto bella. Gli sembrava allora una fresca giovenca alta e florida, di buona razza, che incedeva sicura e contemplava con sguardi profondi le erbe secche da lui sradicate. Anche allora egli non la guardava senza quella maligna ironia che si vendicava dell’aristocrazia spirituale di Diotima mediante i paragoni col regno animale, e che nasceva da un corruccio profondo, rivolto non tanto a quell’assurda bambina modello quanto alla scuola dove erano ammirati i suoi prodigi. “Come sarebbe piacevole, – egli pensava, se
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fosse ignorante, trascurata, e così bonaria com’è sempre un grande, caldo corpo di donna quando non si ficca in testa certe idee particolari!” La famosa moglie del capodivisione Tuzzi si volatilizzava allora dal proprio corpo, e solo questo corpo restava, come un sogno, che in un con i guanciali, il letto e il sognatore, diventa una nuvola bianca, tutta sola nel mondo con la sua tenerezza.
Ma quando Ulrich ritornava da quei voli della fantasia vedeva davanti a sé un irrequieto spirito borghese tutto teso alla conquista di elevati pensieri. D’altra parte l’affinità fisica unita a un forte contrasto di caratteri mette a disagio, anzi basta già l’affinità, la coscienza di sé; talvolta i fratelli si detestano in un modo che va al di là di ogni possibile giustificazione, per il semplice motivo che essi dubitano l’uno
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dell’altro solo perché esistono, e si vedono a vicenda come in uno specchio deformante. Bastava, a volte, il fatto che Diotima aveva quasi la stessa statura di Ulrich per ridestare quel pensiero della loro parentela e ispirargli disgusto del di lei corpo. Egli aveva trasferito a lei, pur con qualche cambiamento, la funzione che prima era assegnata a Walter, l’amico di gioventù; quella cioè di mortificare ed eccitare il suo orgoglio, così come vecchi quadri sgradevoli in cui ci riconosciamo, ci umiliano di fronte a noi stessi e in pari tempo sono una sfida al nostro orgoglio. Ne conseguiva che anche nella diffidenza di Ulrich per Diotima doveva esserci qualcosa che riuniva e legava, insomma un soffio di autentica simpatia; così come il passato affettuoso attaccamento per Walter perdurava ancora sotto la forma del sospetto.
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Per molto tempo Ulrich se ne meravigliò assai – poiché infine Diotima non gli piaceva – senza poterselo spiegare. Qualche volta facevano piccole gite insieme; con l’appoggio di Tuzzi si approfittava delle giornate serene per mostrare ad Arnheim, nonostante la stagione inadatta, “le bellezze dei dintorni di Vienna” – Diotima non usava mai altra espressione che quella frase stereotipa – e a Ulrich toccava la parte del parente più anziano che fa la guardia d’onore, poiché il capodivisione Tuzzi non si poteva muovere; più tardi accadde anche che Ulrich e Diotima facessero le gite da soli, quando Arnheim era via. Per tali gite, come anche per le occorrenze dell’Azione Parallela, Arnheim aveva posto a disposizione veicoli in quantità, perché la vettura stemmata di Sua Signoria dava troppo nell’occhio e tutti la
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conoscevano; d’altronde non erano carrozze appartenenti ad Arnheim: la gente ricca ne trova sempre dell’altra che ha gran piacere a farle una cortesia.
Quelle gite non erano soltanto di diporto, ma avevano anche lo scopo di ottenere l’adesione di persone influenti o danarose all’Azione Patriottica, e sovente si svolgevano in città piuttosto che in campagna. I due cugini vedevano insieme molte cose belle: mobili Maria Teresa, palazzi barocchi, persone che si facevano ancora portare a braccia per il mondo dal loro servidorame, case moderne con fughe di stanze, palazzi di banche, e il miscuglio di severità spagnolesca con il tenore di vita delle classi medie nelle abitazioni degli alti funzionari servitori dello stato. Gli ambienti aristocratici erano i resti di un modo di vivere
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grandioso ma senza acqua corrente, e nelle case e nelle sale di riunione della ricca borghesia se ne vedeva ripetuta la copia, migliorata nel gusto e nei servizi igienici, ma alquanto sbiadita. Una casta dominante rimane sempre un poco barbarica; scorie e residui, che il fuoco del tempo non aveva bruciati, eran rimasti sparsi al loro posto nei castelli patrizi; vicino agli scaloni d’onore il piede calcava tavolati di legno dolce, e orrendi mobili nuovi se ne stavano placidi fra stupendi pezzi antichi. La classe degli arricchiti, invece, innamorata dei grandi, eccelsi momenti dei suoi predecessori, aveva fatto involontariamente una scelta più raffinata. Se un castello apparteneva a una famiglia borghese, non lo si vedeva soltanto provvisto di comodità moderne come un lampadario avito
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rivestito di fili elettrici, ma anche nell’arredamento ben poco di bello era stato eliminato, e molte cose di valore erano state aggiunte, o di propria scelta o per consiglio indiscutibile di esperti. Quell’affinamento, ancor più che nei castelli, era evidente nelle abitazioni cittadine, che secondo il gusto del tempo erano arredate nello stile impersonale e fastoso dei transatlantici, ma in quel paese di raffinate ambizioni sociali conservavano – grazie a una patina inimitabile, all’opportuno isolamento dei mobili o alla posizione dominante di un quadro su una parete – l’eco delicata ma chiara di una grande musica svanita.
Diotima era deliziata da tanta “cultura”; sapeva già che la sua patria albergava tesori, ma quella profusione la sorprendeva. Erano
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invitati insieme in residenze campestri, e Ulrich notò che vi si vedeva sovente mangiare la frutta con le mani, senza sbucciarla, mentre nelle case dell’alta borghesia il cerimoniale col coltello e forchetta era rigidamente osservato; la stessa osservazione si poteva fare a proposito della conversazione che quasi soltanto nelle case borghesi era signorile e distinta, mentre negli ambienti aristocratici prevalevano i discorsi disinvolti, senza pretese, alla maniera dei cocchieri. Diotima difendeva entusiasticamente queste abitudini, discutendo col cugino. Le dimore borghesi, lo ammetteva, erano più igieniche e più razionali. Nei castelli patrizi d’inverno si gelava; le scale logore e strette non erano una rarità, e accanto a sontuose sale di ricevimento si trovavano camere da letto basse e ammuffite. Non
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esistevano montavivande né bagni per la servitù. Ma, a guardar bene, c’era proprio in questo un senso più eroico, il senso della tradizione e di una magnifica negligenza! ella concludeva inebriata.
Ulrich approfittava di quelle gite per studiare il sentimento che lo legava a Diotima. Ma erano tante le divagazioni, i frastornamenti, che dobbiamo seguirli un poco prima di arrivare al nocciolo decisivo.
Le donne portavano, a quei tempi, vesti che le coprivano dal collo ai malleoli, ed erano perciò più di adesso adattate agli uomini, sebbene questi siano vestiti oggi come allora; infatti rappresentavano nel rapporto vivente l’impeccabile impenetrabilità e il severo riserbo che erano il segno della gente di mondo. La limpida sincerità di mostrarsi senza alcun velo
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sarebbe apparsa, anche a una persona con pochi pregiudizi e non frenata da pudori di sorta nell’apprezzamento del nudo, una ricaduta nell’animalesco, non per la nudità in sé, ma per la rinunzia al civile espediente erotico dell’abbigliamento. Anzi al di sotto dell’animalesco, si sarebbe giudicato allora; perché un puledro di buona razza e un levriero che gioca sono assai più espressivi nella loro nudità di quanto possa mai essere un corpo umano. E poi essi non possono portare vestiti; hanno una pelle sola; le creature umane invece a quel tempo ne avevano ancora molte. Con gli abiti lunghi, tutti a gale, sboffi, balze, frappe e merletti s’erano creata una superficie che era cinque volte l’originale e formava un calice ricco di pieghe, difficilmente accessibile, carico di tensione erotica, racchiudente nel suo interno
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il sottile animale bianco che si faceva cercare rendendosi terribilmente concupiscibile. Era il procedimento prescritto a cui ricorre la natura stessa quando comanda alle sue creature di arruffare peli o di emettere nubi di oscurità per esaltare i semplici processi dell’amore e del terrore fino a una soprannaturale follia.
Per la prima volta in vita sua Diotima si sentiva profondamente commossa da quel gioco, quantunque in un modo più che decente. La civetteria non le era ignota, poiché faceva parte delle attribuzioni sociali che una signora deve padroneggiare; e non le era mai sfuggito che gli sguardi maschili esprimevano qualcosa che differiva dal rispetto, anzi ne godeva perché assaporava il potere della dolce riprensione femminile quando costringeva gli sguardi di un uomo fissi su di lei come le corna di un toro, a
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rivolgersi verso i temi ideali proposti dalla sua bocca.
Ma Ulrich, protetto dalla sua qualità di parente e dall’aiuto disinteressato che dava all’Azione Parallela, sotto l’usbergo inoltre del codicillo istituito a suo favore, si permetteva licenze che penetravano dritte nel tessuto intricato dell’idealismo di lei. Così era accaduto una volta, in un’escursione in campagna, mentre la carrozza andava lungo deliziose vallate, con pendici coperte di oscure foreste di abeti digradanti fino sulla strada, che Diotima indicandole mormorasse il verso “Chi ti ha piantata lassù, o selva meravigliosa…?”; lo citò naturalmente come poesia, senza neppure accennare la melodia relativa, perché ciò le sarebbe parso trito e insignificante. Ma Ulrich
rispose:
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- La Banca Agricola della Bassa Austria. Non lo sa, cugina, che tutti questi boschi appartengono alla Banca Agricola? E l’Artefice che ella vorrebbe lodare è un ispettore forestale a ciò impiegato. Qui la natura è un prodotto pianificato dell’industria del legno, una serie di depositi per la fabbricazione della cellulosa, come d’altronde si vede alla prima occhiata.
Di questo genere erano assai spesso le sue risposte. Se lei parlava di bellezza, lui parlava del pannicolo adiposo che sostiene la pelle. Se lei parlava d’amore, lui parlava della curva che indica il salire o lo scendere del numero delle nascite dell’anno. Se lei parlava delle grandi figure del mondo artistico, lui parlava della catena di plagi che lega quelle figure l’una all’altra. Succedeva sempre così, che Diotima incominciava il discorso come se Iddio, al
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settimo giorno, avesse deposto l’uomo a mo di perla nella conchiglia del mondo e subito lui le ricordava che l’umanità è un mucchietto di puntini sulla corteccia esterna di un microscopico globo. Non era facile intendere a che cosa mirasse Ulrich con questo; probabilmente era rivolto contro quella sfera di grandezza di cui lei si sentiva partecipe, e a Diotima sembrava innanzi tutto offensiva saccenteria. Non poteva sopportare che il cugino, divenuto ormai ai suoi occhi un enfant terrible, volesse sapere tutto meglio di lei. E i suoi ragionamenti matematici, che ella non capiva perché appartenevano alla civiltà inferiore dell’aritmetica e della precisione, la irritavano profondamente.
- Grazie a Dio c’è ancora qualcuno, gli ribatté un giorno con asprezza, che nonostante
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la grande esperienza sa ancora credere alle cose semplici!
- Suo marito, per esempio, – rispose Ulrich.
- Volevo già dirle da un pezzo che lo preferisco di gran lunga ad Arnheim!
Avevano preso l’abitudine di dare ai loro scambi di idee la forma di una conversazione su Arnheim. Come tutti gli innamorati, infatti, Diotima godeva d’intrattenersi sull’oggetto del suo amore, senza tradirsi, almeno così credeva; e poiché Ulrich se ne irritava, come ogni uomo che non allacci alla propria rinunzia qualche secondo fine, succedeva sovente che egli facesse sfoghi contro Arnheim.
Era sorto così uno strano rapporto che li legava. Quando Arnheim non era in città si vedevano quasi ogni giorno. Ulrich sapeva che il capodivisione Tuzzi diffidava del forestiero,
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come ne aveva osservato lui stesso l’impressione su Diotima fin dal primo giorno. Fra i due sembrava che non ci fosse ancor nulla di illecito, per quanto ne poteva giudicare un terzo confermato in tale congettura dal fatto evidente che fra i due innamorati di lecito ve n’era invece insopportabilmente molto, e che essi si sforzavano di imitare i sublimi modelli della comunione spirituale platonica. Arnheim poi manifestava una sorprendente propensione a introdurre nella loro intimità il cugino della sua amica (o che fosse per davvero la sua amante? si chiedeva Ulrich; l’ipotesi più verosimile gli appariva qualcosa come: amante più amica diviso due) Spesso parlava a Ulrich in un tono da amico più vecchio, che era giustificato dalla differenza d’età ma prendeva una sgradevole sfumatura di condiscendenza
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per via della differenza di posizione. Ulrich rispondeva quasi sempre in modo evasivo e abbastanza impertinente, come se non stimasse nulla l’amicizia di un uomo che, invece che a lui, poteva comunicar le sue idee a monarchi e primi ministri. Spesso lo contraddiceva scortesemente, con sconvenevole ironia, e s’irritava lui stesso per quella mancanza di contegno, che avrebbe fatto meglio a sostituire con il piacere della tacita osservazione. Ma accadeva con sua stessa meraviglia che egli si sentisse violentemente provocato da Arnheim. Vedeva in lui il caso tipico di uno sviluppo spirituale impinguato dal favore degli avvenimenti, che gli era odioso. Giacché quel famoso scrittore era abbastanza intelligente per capire la posizione precaria in cui s’è messo l’uomo da quando non cerca più
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la propria immagine nello specchio dei ruscelli bensì nelle sfaccettature della propria intelligenza; ma quel letterato re dell’acciaio ne incolpava l’esistenza stessa dell’intelligenza e non la sua imperfezione. C’era una frode in quell’associazione di anima e prezzo dei carboni, che era al tempo stesso un’opportuna dissociazione di ciò che Arnheim faceva con chiara consapevolezza da ciò che egli diceva e scriveva nelle sue crepuscolari intuizioni. Ad accrescere il disagio di Ulrich c’era in più qualcosa che gli era nuovo, il connubio di intelligenza e ricchezza; perché quando Arnheim dissertava quasi come uno specialista su qualche singola questione per poi far scomparire con un gesto indolente i particolari nella luce di un “grande pensiero”, ciò poteva derivare da una necessità non ingiustificata,
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ma in pari tempo quel libero disporre in due direzioni ben denotava il ricco signore che si può concedere ogni cosa costosa e preziosa. Egli era ricco di spirito in una maniera che ricordava sempre un poco i procedimenti della effettiva ricchezza. E forse quel che più aizzava Ulrich a mettere in difficoltà il celebre Arnheim non era nemmeno questo, bensì, forse, la disposizione ch’egli dimostrava a maneggiare degnamente gli affari pubblici e privati, la quale porta con sé il collegamento con le migliori regioni tanto dell’insolito quanto del tradizionale; nello specchio di quella competenza gaudente, infatti, Ulrich vedeva la grinta contraffatta, che, rimosse le poche impronte veramente forti del pensiero e della passione, è il volto del tempo; e quasi non trovava più adito a penetrar meglio l’uomo,
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probabilmente carico di moltissimi meriti. S’intende che era una lotta insensata, la sua, in un ambiente che a priori dava ragione ad Arnheim, e per una causa priva d’ogni importanza; nel migliore dei casi si sarebbe potuto dire che la sua insensatezza aveva il senso di un autosciupio senza riserve. Ma era anche una lotta senza esito, perché se Ulrich fosse riuscito per una volta a ferir l’avversario, avrebbe dovuto accorgersi di non aver colpito il lato giusto; come un essere alato, Arnheim il pratico – mentre Arnheim il teorico pareva giacesse vinto sul terreno – si sarebbe alzato con un sorriso indulgente, e dall’oziosità di quei vani discorsi si sarebbe affrettato verso l’azione a Bagdad o a Madrid.
Quella sua invulnerabilità gli permetteva di opporre alla sgarbatezza del più giovane un
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cameratismo affettuoso di cui Ulrich non sapeva spiegarsi l’origine. Certo, a Ulrich stesso premeva non avvilir troppo il nemico, perché si era proposto di non lasciarsi più trascinare a quelle mediocri e indegne avventure di cui il suo passato era ricco, e i progressi che osservava fra Arnheim e Diotima davano maggior saldezza a tale proposito. Perciò adattava di solito le punte dei suoi attacchi come quelle dei fioretti, che cedono pieghevoli e sono rivestiti di un piccolo involucro destinato ad attenuare gentilmente il colpo. La similitudine d’altronde l’aveva trovata Diotima. Era strano ciò che le accadeva con il cugino. Il viso aperto con la fronte limpida, il petto che respirava tranquillo, la libera agilità di tutte le membra le dicevano che aspirazioni maligne, sornione, tortuosamente lascive non potevano
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abitare nel corpo; ed ella era anche un po’ orgogliosa per il bell’aspetto di un membro della famiglia, e fin dall’inizio della loro conoscenza aveva deciso di prenderlo sotto la sua protezione. Se egli avesse avuto i capelli neri, le spalle sbilenche, la pelle untuosa e la fronte bassa, Diotima avrebbe detto che il suo aspetto corrispondeva alle sue opinioni; ma poiché il suo aspetto era tutt’altro, ella notava soltanto un certo contrasto fra quell’aspetto e quelle idee, cosa che le cagionava una strana inquietudine. Invano le antenne del suo famoso intuito femminile ne cercavano le cause, la ricerca però le dava un sottile piacere. In un certo senso, non del tutto serio, s’intende, le piaceva talvolta di più intrattenersi con Ulrich che con Arnheim. Con Ulrich ella accontentava meglio il proprio bisogno di superiorità, si
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sentiva più padrona di sé, e quelle che giudicava in lui frivolezze, stravaganze o immaturità le davano una certa soddisfazione che la compensava dell’idealismo ogni giorno più pericoloso che vedeva crescere incalcolabilmente nei suoi sentimenti per Arnheim. L’anima è una faccenda tremendamente seria, e per conseguenza il materialismo è una cosa allegra. Il regolamento dei suoi rapporti con Arnheim l’affaticava talvolta quanto il suo salotto, e il disprezzo per Ulrich le alleviava la vita. Ella non capiva se stessa, ma constatava l’effetto, e ciò le permetteva, quando s’irritava col cugino per qualche suo commento, di gettargli un’occhiata di sbieco, che era soltanto un sorrisetto nell’angolo dell’occhio, mentre l’occhio stesso restava idealisticamente immobile, anzi
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guardava davanti a sé, un po’ sprezzante. Ad ogni modo, quali che ne fossero i motivi, Diotima e Arnheim si comportavano con Ulrich come due lottatori che s’aggrappano a un terzo e nella paura scambievole lo frappongono fra sé e l’altro; e la situazione non era per lui scevra di pericoli, perché Diotima suscitava il problema: l’uomo deve concordare col proprio corpo oppure no?
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68. Digressione: l’uomo deve concordare col proprio corpo?
INDIPENDENTEMENTE da quello che dicevano i volti, nei lunghi tragitti il movimento della carrozza scuoteva i
due cugini così che le vesti si toccavano, si sovrapponevano un poco, e poi tornavano a scostarsi; questo si vedeva solo dalle spalle, perché il resto era nascosto da una coperta in comune, ma i corpi percepivano quel contatto attutito dagli abiti con la stessa sfumata indeterminatezza che ha un paesaggio in una notte di luna. Ulrich non era insensibile a tali
gherminelle dell’amore, ma non le prendeva
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troppo sul serio. La raffinata trasposizione del desiderio dal corpo al vestito, dall’abbraccio alle resistenze, o, in una parola, dalla meta al cammino, si addiceva alla sua natura, che dalla propria sensualità era spinta verso la donna, ma dalle forze più nobili era messa in sospetto contro la creatura estranea, non affine, che egli si vedeva improvvisamente davanti con spietata chiarezza, cosicché si trovava sempre in stridenti alternative di attrazione e di repulsione. Ma ciò significa che l’alta bellezza del corpo, l’umana, l’attimo in cui la melodia si sprigiona dallo strumento della natura, o quell’altro istante in cui il corpo è come un calice colmo di una mistica bevanda, non gli si eran mai rivelati in tutta la sua vita, a prescindere dai sogni che riguardavano la moglie del maggiore e che avevano abolito in lui
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per un tempo lunghissimo tali disposizioni.
Da allora, tutti i suoi rapporti con le donne erano stati sbagliati, e con un po’ di buona volontà da ambo le parti questo accade purtroppo molto facilmente. V’è uno schema di sentimenti, atti, complicazioni, che uomo e donna, appena gliene venga l’idea, trovano pronti a impadronirsi di loro; ed è un corso alla rovescia, nel quale gli ultimi avvenimenti si precipitano avanti, non fluiscono calmi dalla sorgente; il puro piacere di due creature che si beano l’una dell’altra, questo che è il più elementare e il più profondo dei sentimenti amorosi e l’origine naturale di tutti gli altri, in un simile stravolgimento psichico non esiste più affatto. Così non di rado Ulrich durante le passeggiate con Diotima ripensava com’era stato da lei congedato dopo la sua prima visita.
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Egli aveva tenuto fra le sue quella morbida mano, una mano senza peso, curata e perfezionata con nobile arte, e intanto si erano guardati negli occhi; certamente avevano sentito un’avversione reciproca, ma pensato che potevano però compenetrarsi l’un l’altro fino a morirne. Qualcosa di quella visione era rimasto fra loro.
Così due volti si stanno di fronte con spaventosa freddezza, mentre i corpi si confondono ardenti, senza resistenza. V’è in questo una specie di perfido mito, come in un dio a due teste o nel piede forcuto del diavolo; Ulrich l’aveva sovente sperimentato in gioventù, con molti sviamenti, ma infine s’era rivelato nient’altro che un borghesissimo stimolante dell’amore, proprio come la sostituzione dello spogliato al nudo. Non c’è nulla che infiammi
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l’amore borghese come la lusinghiera consapevolezza della propria capacità di costringere il compagno a un’estasi in cui si comporta così pazzamente, che bisognerebbe essere un assassino per voler provocare in un altro modo una simile trasformazione.
E davvero, che creature civili possano trasformarsi così, che un simile effetto possa emanare da noi – non è questa la stupita domanda negli occhi audaci e smorenti di tutti quelli che approdano all’isola solitaria della voluttà, dov’essi sono assassini, destino e dio, e toccano nel modo più comodo il massimo grado a loro accessibile dell’irrazionalità e dell’avventura?
La ripugnanza che egli acquistò col tempo per tale specie d’amore finì per estendersi al suo corpo stesso, che aveva sempre favorito
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simili reazioni sbagliate, poiché lusingava le donne con l’apparenza di una facile maschilità, per la quale Ulrich aveva troppo intelletto e troppe intime contraddizioni. A volte era addirittura geloso del proprio aspetto, come di un rivale che lavora con mezzi volgari e poco puliti, il che rivelava una contraddizione che è anche negli altri che non la sentono. Giacché era lui stesso che addestrava quel corpo con esercizi atletici e gli dava la forma, l’espressione, la prontezza ad agire, il cui effetto interno non è troppo trascurabile per poterlo paragonare con l’influsso di un viso sempre ridente o sempre serio sulla disposizione d’animo: e, strano a notarsi, la maggior parte degli uomini hanno un corpo non curato, formato e deformato dal caso, che pare quasi senza alcun rapporto con la loro indole e la loro
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mente, oppure un corpo coperto dalla maschera dello sport, che dà loro l’aspetto delle ore in cui prendono congedo da se stessi. Sono le ore in cui l’uomo insegue a occhi aperti il sogno dell’apparenza esteriore, raccolto con noncuranza nei giornali del bel mondo e del gran mondo. Tutti quei giocatori di tennis, muscolosi e abbronzati, quei cavalieri e automobilisti che han l’aria di aver battuto primati mondiali, mentre di solito non sono che buoni dilettanti, quelle signore ben vestite o ben svestite, sono sognatori ad occhi aperti, e si distinguono dai sognatori ordinari solo per il fatto che il loro sogno non rimane nel cervello, ma viene costruito in comune all’aria aperta, come una creazione dell’anima di massa, corporalmente, drammaticamente, e si potrebbe dire, in ricordo di fenomeni occulti
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molto problematici, ideoplasticamente. Ma con i fantasticatori normali essi hanno in comune una tal quale aridità del loro sogno, tanto per la prossimità al risveglio quanto per il contenuto.
Il problema della “fisionomia generale” sembra che ancora ci voglia sfuggire; quantunque si sia imparato a trarre dalla scrittura, dalla voce, dalla positura nel sonno e da Dio sa cos’altro una quantità di conclusioni sulla natura umana, che a volte son persino sorprendentemente giuste, si hanno tuttavia per il corpo come complesso soltanto modelli di moda sui quali esso si plasma, o tutt’al più una specie di filosofia naturalista.
Ma questo è il corpo del nostro spirito, delle nostre idee, intuizioni e progetti, oppure delle nostre follie – incluse quelle attraenti? Che
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Ulrich avesse amato quelle follie, e ancora ne fosse preso talvolta, non gli impediva di trovarsi a disagio nel corpo da esse creato.
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69. Diotima e Ulrich (seguito)
ED era soprattutto Diotima che rafforzava in lui così nuovamente quella sensazione che la
superficie e il fondo della sua figura vitale non fosse tutt’uno. Quando usciva in carrozza con lei, in quelle passeggiate che a volte erano come viaggi nel chiaro di luna, e la bellezza della giovane donna si scioglieva da tutta la sua persona e per qualche momento gli copriva gli occhi come il tessuto d’un sogno, la cosa si manifestava chiaramente. Egli sapeva bene che Diotima confrontava tutto ciò che egli diceva con ciò che si dice comunemente seppure in
una certa sfera più alta del comune – e gli
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piaceva che ella lo giudicasse “immaturo”, cosicché si trovava costantemente come davanti a un cannocchiale puntato su di lui alla rovescia. Diventava sempre più piccolo e quando parlando con lei faceva l’avvocato del diavolo, credeva, o almeno non era lontano dal credere, di riudire nelle proprie parole i discorsi degli ultimi anni di scuola, nei quali lui e i suoi compagni idoleggiavano tutti gli scellerati e i mostri della storia proprio perché i maestri li definivano tali con idealistica esecrazione. E se Diotima lo guardava disgustata, diventava ancora più piccolo e dalla morale dell’eroismo e della tendenza a espandersi andava a finire in quella menzognera e testarda, rozza e intemperante degli sbarbatelli – sia detto, naturalmente, in linguaggio metaforico, così come si può scoprire in un gesto o in una
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parola una vaga reminiscenza di gesti o parole smessi da tempo, e persino di gesti che si sono soltanto sognati, o visti con dispetto compiere da altri, eppure, nel suo piacere di scandalizzare Diotima, c’era anche quella nota. L’intelligenza di quella donna, che senza la sua intelligenza sarebbe stata così bella, suscitava in lui un sentimento disumano, forse paura dell’intelligenza, avversione per tutte le cose grandi; era un sentimento debolissimo, appena percettibile, e forse “sentimento” era già un’espressione troppo immodesta per quell’ombra, per quel soffio appena! Ma volendolo ingrandire in parole si sarebbe dovuto dire che talvolta Ulrich vedeva corporalmente davanti a sé non soltanto l’idealismo di quella donna, ma tutto l’idealismo del mondo nei suoi divulgamenti e
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nelle sue ramificazioni, sospeso un palmo al di sopra della scriminatura alla greca; poco mancava che non fossero le corna del diavolo!
Allora rimpiccioliva ancora una volta e, sempre in linguaggio, figurato, ritornava alla prima etica passionale dell’infanzia, che ha nello sguardo, come la gazzella, seduzione e paura. I sentimenti delicati di quell’età possono infiammare in un solo attimo di abnegazione tutto il mondo ancora piccino, perché non hanno scopo né possibilità di produrre un effetto, e sono un fuoco assolutamente senza confini; la cosa non quadrava bene col suo carattere, ma tuttavia Ulrich in compagnia di Diotima sentiva la nostalgia di quei sentimenti infantili, che ormai riusciva appena a immaginare, perché non hanno quasi più nulla in comune con la condizione dell’adulto.
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E una volta fu sul punto di confessarglielo. Erano scesi dalla carrozza ed entrati a piedi in una valletta che era come la foce di un fiume di prati dalle rive selvose e formava un triangolo sghembo percorso nel mezzo da un ruscello tortuoso con una sottile crosta di ghiaccio. I pendii erano in parte disboscati, con pochi alberi rimasti in piedi, che sul terreno spoglio e sulla cresta delle colline parevano pennacchi piantati qua e là. Il paesaggio li aveva attratti a camminare; era una di quelle commoventi giornate senza neve che nel cuore dell’inverno appaiono come una veste da estate, sbiadita e fuori moda. Diotima chiese improvvisamente al cugino:
- Perché Arnheim la chiama attivista? Dice che lei sta sempre almanaccando come bisognerebbe cambiare e migliorare ogni cosa.
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A un tratto si era ricordata che la sua conversazione con Arnheim su Ulrich e sul generale era finita senza concludere.
- Non lo capisco, – continuò, – perché a me sembra che ben di rado lei parli sul serio. Ma devo pur chiederglielo, poiché abbiamo da svolgere insieme un compito di greve responsabilità! Ricorda ancora la nostra ultima conversazione? Lei disse qualcosa… affermò che nessuno, se avesse tutto il potere, realizzerebbe le sue aspirazioni. Vorrei sapere che cosa ha inteso dire. Non è un pensiero spaventevole?
Ulrich non rispose subito. E durante quel silenzio Diotima, dopo aver pronunziato il suo discorsetto con la massima disinvoltura, capì quanto la travagliasse l’illecita domanda se Arnheim e lei avrebbero realizzato quello che
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ciascuno in segreto desiderava. Ebbe paura di essersi tradita con Ulrich. Divenne rossa, cercò di impedirlo, divenne più rossa ancora e fece vista di ammirare la valle con l’aria più disinteressata del mondo.
Ulrich aveva osservato la scena.
- Temo che l’unica ragione per cui Arnheim, come lei dice, mi chiama attivista, è ch’egli sopravvaluta il mio influsso in casa Tuzzi, – replicò poi. – Lei stessa sa di dover dare ben poco peso alle mie parole. Ma or ora, nel momento in cui ella m’interrogava, ho capito quale influsso dovrei avere su di lei. Posso dirglielo senza essere immediatamente biasimato un’altra volta?
Diotima accennò muta, in segno d’assenso, e cercò di riprendersi dietro l’apparenza della
distrazione.
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- Dunque io affermavo, – incominciò Ulrich,
- che nessuno, anche se potesse, tradurrebbe in realtà le proprie aspirazioni. Ricorda le nostre cartelle zeppe di proposte? E ora le chiedo: non le pare che chiunque si sentirebbe in imbarazzo se accadesse improvvisamente ciò che per tutta la sua vita ha ardentemente desiderato? Se per esempio piombasse a un tratto addosso ai cattolici il regno di Dio, o lo Stato dell’Avvenire addosso ai socialisti? Ma forse ciò non dimostra nulla; ci si abitua a chiedere, e non ci si aspetta di essere subito esauditi; forse molti pensano che questo è assai naturale. Dunque io dico: senza dubbio per un musicista la cosa più importante è la musica, e per un pittore la pittura; probabilmente per uno specialista del cemento armato le case di cemento armato sono l’essenziale. Crede che
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perciò l’uno si figurerà il buon Dio come uno specialista del cemento, e che gli altri preferiscano al mondo reale un mondo dipinto o sonato sul corno inglese? Lei giudicherà assurda questa domanda, ma il grave si è che questo assurdo, per esser coerenti, bisognerebbe domandarlo, esigerlo! – Ed ora non creda, – le disse guardandola con molta serietà, – che io volessi dire soltanto che ognuno anela alle cose difficili da ottenere e disprezza quelle che facilmente s’avverano. Io voglio dire questo: che nella realtà v’è un assurdo desiderio d’irrealtà.
Aveva trascinato Diotima molto in là nella piccola valle, senza nessun riguardo; il terreno, forse per la neve che gocciolava giù dai pendii, diventava sempre più fradicio, ed essi dovevano balzare da una zolla d’erba all’altra, il che
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articolava il discorso e permetteva a Ulrich di seguitarlo a saltelloni. C’erano quindi tanti argomenti da opporgli, che Diotima non sapeva decidersi per nessuno. Si era bagnati i piedi e si fermò su un pezzetto di prato, affascinata e sgomenta, le vesti un po’ sollevate.
Ulrich si volse indietro e rise.
- S’è messa per una strada molto pericolosa, illustre cugina. La gente è felicissima di esser lasciata lì in pace senza poter attuare le proprie idee!
- E lei che cosa farebbe, – chiese Diotima stizzita, – se avesse per un giorno il reggimento del mondo?
- Non mi resterebbe altro, credo, che abolire la realtà!
- Mi piacerebbe proprio sapere come
farebbe!
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- Non lo so neanch’io. Non so nemmeno esattamente che cosa intendo dire. Noi sopravvalutiamo a dismisura il presente, il sentimento del presente, quello che è qui, che c’è; per esempio il fatto che lei è adesso qui con me in questa valle, come se ci avessero ficcati dentro un paniere, e il coperchio del presente vi fosse caduto sopra. Noi sopravvalutiamo tutto questo. Ce ne ricorderemo. Forse tra un anno potremo ancora raccontare di essere stati qui. Ma quello che si agita veramente in noi, in me almeno, – attenzione: non voglio cercare nomi né spiegazioni! – sta sempre in un certo contrasto con questa maniera dell’esperienza. Esso è cacciato via dal presente; in questa maniera non può diventare il presente!
Le parole di Ulrich risonavano forti e confuse nella valletta angusta. Diotima a un
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tratto si sentì a disagio e volle ritornare alla carrozza. Ma Ulrich la trattenne e le mostrò il paesaggio.
- Mille e mille anni fa questo era un ghiacciaio. Anche la Terra non è con tutta l’anima quello che momentaneamente finge di essere, egli spiegò. – Questa creatura tondeggiante è di temperamento isterico. Oggi recita la parte della provvida madre borghese. A quei tempi era frigida e gelida come una ragazza maligna. E migliaia d’anni prima s’era comportata lascivamente, con foreste di felci arboree, paludi ardenti e animali diabolici. Non si può dire che abbia evoluto verso la perfezione, né quale sia il suo vero stato. E lo stesso vale per sua figlia, l’umanità. Pensi soltanto ai vestiti che l’umanità ha portato nel corso del tempo, qui dove stiamo adesso. Ad
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esprimerlo in termini di psichiatria sarebbe una lunga serie di ossessioni croniche con improvvisi delirî, dopo le quali si ha un nuovo concetto della vita. Vede bene, dunque, che la realtà si abolisce da sola!
- Vorrei dire ancora una cosa, – riprese Ulrich dopo un poco. – La sensazione di avere il terreno fermo sotto i piedi e una epidermide soda che mi riveste, è in me assai forte, sebbene appaia naturale ai più. Cerchi di ricordare com’era lei da bambina: tutto un duttile fuoco. E poi un’adolescente, con struggimenti che le bruciavan le labbra. In me almeno qualcosa si ribella a considerare la cosiddetta età matura come l’apice di questo sviluppo. In un certo senso è vero, e in un certo altro no. Se io fossi il formicaleone simile a una libellula, inorridirei al pensiero di essere stato
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un anno prima la tozza larva grigia, che vive sul limitare dei boschi rintanata al fondo di un imbuto scavato nella sabbia, e ogni tanto scatta per ghermire un insettuccio dopo averlo misteriosamente sfinito bombardandolo di granelli di polvere. E talvolta provo lo stesso ribrezzo per la mia gioventù, anche se allora ero una libellula e adesso sono una bestia feroce.
Neppure lui sapeva bene quel che voleva. Con la storia del formicaleone aveva un po’ scimmiottato l’onniscienza di Arnheim. Ma invece era lì lì per dire: “Mi conceda un abbraccio, solo per cortesia. Siamo parenti; non del tutto divisi, ma non certo uniti; ad ogni modo in estremo contrasto con una relazione dignitosa e ben definita”
Ma Ulrich s’ingannava. Diotima
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apparteneva al gruppo delle persone che sono contente di sé, e quindi considerano le fasi che attraversano come una scala che conduce dal basso all’alto. Il discorso di Ulrich le riusciva perciò assolutamente incomprensibile, tanto più che ella ignorava ciò che egli aveva tralasciato di dire; intanto però erano arrivati alla carrozza, cosicché lei si sentiva tranquilla e tornò a prendere le parole di lui come le solite chiacchiere oscillanti fra il divertente e lo scandaloso, che ella considerava appena con la coda dell’occhio. In quel momento egli non produceva davvero alcun effetto sulla cugina, tranne quello del disincanto.
Una lieve nuvola di timidezza, sorta in lei da qualche cantuccio del cuore, si era dissolta in arida vacuità. Forse per la prima volta ella riconobbe con severa chiarezza che i suoi
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rapporti con Arnheim l’avrebbero posta prima o poi di fronte a una risoluzione capace di trasformare tutta la sua vita. Non si sarebbe potuto dire che quell’intuizione ora la rendesse felice; ma aveva la pesantezza di una montagna che realmente le sorgesse davanti. Ogni debolezza era svanita. Quel “non fare ciò che si vorrebbe” aveva brillato per un attimo di assurdo splendore, che ella non capiva più.
- Arnheim è tutto il contrario di me; lui sopravvaluta costantemente la fortuna che hanno il tempo e lo spazio quando s’incontrano con lui a formare l’attimo presente! – sospirò Ulrich sorridendo, nell’onesto impulso di concludere quello che aveva detto; ma dell’infanzia non fece più parola, e così perse l’occasione di rivelarsi a Diotima come uomo
pieno di sentimento.
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70. Clarisse visita Ulrich per raccontargli una storia
ARREDARE a nuovo vecchi castelli era lo speciale talento del noto pittore van Helmond, la cui opera
più geniale era sua figlia Clarisse. Un giorno costei piombò inattesa in casa di Ulrich.
- Mi manda papà, – ella lo informò, – a vedere se non potresti sfruttare anche un poco per lui i tuoi pezzi grossi dell’aristocrazia!
Si guardò intorno curiosa, buttò se stessa su una seggiola e il cappello su un’altra. Poi tese la mano all’ospite.
- Tuo padre ha di me una stima esagerata, -
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egli incominciò a dire, ma Clarisse gli tagliò la parola. – Oh storie! Lo sai, il vecchio ha sempre bisogno di denaro. Gli affari non marciano come prima! – Ella rise. – È carino qua dentro. Chic! Esaminò di nuovo l’ambiente e poi guardò Ulrich; il suo contegno rammentava l’amabile incertezza di un cagnolino tormentato dalla cattiva coscienza. – Be, – disse, – se puoi, lo farai. E altrimenti pazienza. Io naturalmente gliel’ho promesso. Ma sono venuta per un’altra ragione. Con la sua ambasciata m’ha fatto venire un’idea. C’è qualcosa di strano nella nostra famiglia. Vorrei sapere che cosa ne pensi tu – La bocca e gli occhi esitavano ed ebbero un guizzo, poi con una spallata ella superò l’ostacolo. – Ti suggerisce qualcosa il termine medicina estetica? Un pittore è uno specialista in medicina estetica.
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Ulrich capì; conosceva la casa dei genitori di
Clarisse.
- Buia, signorile, pomposa, ricca, imbottita, impennacchiata e infiocchettata! – ella continuò. – Papà è pittore, il pittore è una specie di medico della bellezza, e frequentare la nostra casa è considerato in società una cosa chic come il soggiorno in una stazione balneare. Tu capisci. E da un pezzo l’introito principale di papà è l’arredamento di palazzi e castelli. Conosci i Pachhofen?
Era una famiglia patrizia, ma Ulrich non la conosceva; anni prima, però, aveva incontrato una signorina Pachhofen in compagnia di Clarisse.
- Era amica mia, – spiegò Clarisse. – Allora aveva diciassette anni e io quindici; papà doveva ricostruire e arredare il castello.
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- Come?
- Sì, il castello dei Pachhofen. Eravamo tutti invitati. Anche Walter veniva con noi per la prima volta. E Meingast.
- Meingast? – Ulrich non sapeva chi fosse.
- Ma sì che lo conosci; Meingast, che poi andò in Svizzera. Allora non faceva ancora il filosofo, ma era il cocco di tutte le famiglie dove c’erano ragazze da marito.
- Non l’ho mai conosciuto personalmente, – precisò Ulrich, – ma adesso ho capito di chi si tratta.
- Bene… – Clarisse corrugò la fronte, e calcolò mentalmente; aspetta: Walter aveva allora ventitre anni e Meingast qualcuno di più. Credo che in segreto Walter ammirasse enormemente papà. Per la prima volta era invitato a un castello. Papà aveva sovente
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indosso qualcosa come un invisibile manto regale. Secondo me Walter era più innamorato di papà che di me. E Lucy…
- Per l’amor di Dio va piano, Clarisse! – pregò Ulrich. Ho paura d’aver perso il filo.
- Lucy, – riprese Clarisse, – è la signorina Pachhofen, la signorina del castello dove eravamo tutti invitati. Hai capito adesso? Dunque, renditi conto; quando papà rivestiva Lucy di velluto e broccato e la poneva in sella a uno dei loro cavalli, con un lungo strascico, lei si figurava che papà fosse Tiziano o Tintoretto. Erano innamorati cotti l’uno dell’altro.
- Dunque papà era innamorato di Lucy, e
Walter di papà?
- Aspetta un momento! Allora c’era l’impressionismo. La pittura di papà era antiquata e musicale, – lo è anche adesso, -
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salsa bruna con code di pavone. Walter invece amava l’aria libera, le forme funzionali, le linee ben definite, le cose nuove e oneste. In cuor suo papà lo detestava come una predica protestante; del resto non poteva soffrire neppure Meingast, ma aveva due figlie da maritare, spendeva sempre più quattrini di quanti ne guadagnava, e perciò si mostrava tollerante coi due giovanotti. Walter invece, te l’ho già detto, aveva per papà un’occulta passione; ma in pubblico gli toccava disprezzarlo per via dei nuovi orientamenti dell’arte; quanto a Lucy, d’arte non ha mai capito niente, ma aveva paura di farsi rider dietro da Walter, e temeva che papà, se Walter aveva ragione, fosse considerato un vecchio stupido. Cominci ad afferrare la situazione?
A tale scopo Ulrich voleva ancora sapere che
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ne era di mammà.
- C’era anche mammà, naturalmente. Si bisticciavano come sempre tutti i giorni, non di più e non di meno del solito. Tu capisci che in tali circostanze Walter aveva una posizione vantaggiosa. Era diventato qualcosa come il punto d’intersezione di noi tutti; papà aveva paura di lui, mammà lo aizzava, e io incominciavo a innamorarmi di lui. Lucy poi lo lusingava. Così Walter aveva su papà un certo potere, e principiò ad assaporarlo con guardinga voluttà. Io dico che allora gli si rivelò la propria importanza; senza papà e senza di me non avrebbe mai fatto nulla di buono. Hai capito il nesso di tutte queste cose?
Ulrich credette di poter rispondere affermativamente.
- Ma volevo raccontarti un’altra storia! -
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dichiarò Clarisse. Stette un poco a riflettere, poi disse: Aspetta! Prima di tutto pensa soltanto a me e a Lucy; era un rapporto ben imbrogliato e conturbante! Stavo sempre in ansia per papà che, innamorato com’era, pareva sempre lì lì per rovinare l’intera famiglia. E naturalmente volevo anche sapere com’è che avvengono simili cose. Erano ammattiti tutti e due. In Lucy, si capisce, l’amicizia per me si mescolava alla coscienza di aver per innamorato l’uomo che io dovevo ancora chiamare rispettosamente papà. Ne era assai orgogliosa, ma nello stesso tempo si vergognava moltissimo di fronte a me. Credo che il vecchio castello da quando era sorto non avesse mai albergato simili complicazioni! Tutto il santo giorno Lucy gironzolava con papà, e la notte veniva da me nella torre a confessarsi.
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Perché io dormivo nella torre, e si teneva la luce accesa quasi tutta la notte.
- Ma fino a che punto è arrivata Lucy con tuo padre?
- È l’unica cosa che non ho mai potuto scoprire. Ma ti figuri quelle notti d’estate? I gufi stridevano, la notte gemeva, e quando ci sentivamo troppo spaurite ci coricavamo tutt’e due nel mio letto per seguitare a parlare. A noi sembrava che un uomo travolto da una così funesta passione non avesse altra via che spararsi. In fondo lo aspettavamo di giorno in giorno…
- Io però ho l’impressione, interruppe Ulrich, – che fra loro non sia accaduto gran che.
- Lo credo anch’io: tutto no. Ma qualche cosa. Vedrai subito. Lucy dovette lasciare
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all’improvviso il castello, perché suo padre arrivò inaspettatamente e volle portarsela a fare un viaggio in Spagna. Avresti dovuto vedere papà quando rimase solo! Credo che in certi momenti poco mancò che non strangolasse la mamma. Con un cavalletto portatile che legava dietro la sella cavalcava dal mattino alla sera senza dare una pennellata, e neanche quando restava a casa toccava mai i colori. Devi sapere che lui di solito dipinge come una macchina a vapore, ma allora lo sorprendevo sovente in una delle grandi sale deserte con un libro in mano che non aveva nemmeno aperto. Così stava a ruminare, per ore e ore, poi s’alzava, andava in un’altra stanza o in giardino e faceva lo stesso; qualche volta per l’intera giornata. Alla fine era un vecchio, e la gioventù l’aveva piantato in asso; è comprensibile, no? E io
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penso che il quadro veduto tante volte: Lucy e io, due amiche che si tengono per la vita e si scambiano confidenze, dev’essere germogliato in lui… come un seme cattivo. Forse egli sapeva anche che Lucy veniva sempre a trovarmi nella torre. Insomma una volta, verso le undici di notte, tutte le luci erano già spente nel castello, eccolo che arriva. Dio, che impressione! – Adesso Clarisse era trascinata dall’importanza della propria storia. – Tu senti quel brancolare e pesticciare sulla scala e non sai che cos’è; senti poi maldestramente scuotere la maniglia e aprirsi sinistramente la porta…
- Perché non hai chiamato aiuto?
- Questa è la cosa strana. Fin dal primo rumore io sapevo che era lui. Dev’esser rimasto immobile sulla porta perché per un poco non si
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udì nulla. Probabilmente era anche spaventato. Poi chiuse pian piano la porta e mi chiamò a bassa voce. Mi pareva di precipitare attraverso tutte le sfere celesti. Non volevo rispondergli, ma ecco lo strano: dal mio interno, come s’io fossi stata uno spazio profondo, uscì un suono che era come un lamento. Sai com’è?
- No. Continua!
- Be, è semplice, e il momento dopo lui si aggrappò a me con una disperazione infinita. Cadde quasi sul mio letto e la sua testa era sul cuscino accanto alla mia.
- Piangeva?
- Era tutto convulso, senza una lacrima. Un vecchio corpo abbandonato. L’ho capito subito. Oh t’assicuro, se si potesse ripetere più tardi quel che si è pensato in momenti simili, sarebbe proprio qualcosa di grande! Io credo
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che per via di quello che aveva perduto, una collera cieca contro ogni moralità lo avesse travolto. A un tratto m’accorgo che si risveglia, e intuisco, sebbene fosse buio pesto, che ora spasima per una fame mostruosa di me. So che non c’è in lui né rispetto né riguardo; da quando m’era sfuggito quel gemito egli aveva sempre taciuto; il mio corpo era asciutto e ardente, il suo era come una carta accostata al fuoco. Era diventato leggero leggero; sentivo il suo braccio serpeggiare lungo il mio corpo e sciogliersi dalla mia spalla. Ecco voglio chiederti una cosa. Per questo sono venuta…
Clarisse s’interruppe.
- Che cosa? Non mi hai chiesto nulla! – l’aiutò Ulrich dopo un breve silenzio.
- No. Prima devo dire ancora qualcos’altro. Al pensiero che egli doveva scambiare la mia
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immobilità per un segno di consenso io ho odiato me stessa: ma sono rimasta lì smarrita, un macigno di terrore pesava sopra di me. Che cosa ne pensi?
- Non posso dir nulla.
- Con una mano mi accarezzava il viso, e l’altra vagava. Tremante, con finta innocenza, sai, mi sfiorava il petto come un bacio, poi era come se aspettasse e spiasse una risposta. E alla fine stava perà be, tu capisci, e intanto il suo viso cercava il mio. Ma allora mi sono svincolata con le ultime forze e mi sono voltata sul fianco; e di nuovo quel suono, che io non conosco in me, così tra il gemito e la preghiera, m’è uscito dal petto. Devi sapere che io ho un neo, una voglia scura…
- E tuo padre che cosa ha fatto? – l’interruppe Ulrich freddamente.
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Ma Clarisse non si lasciò sviare. Qui! – sorrise ansiosa e indicò attraverso il vestito un punto del fianco, verso l’interno. – È arrivato fin qui, qui c’è il neo. Questo neo ha un potere meraviglioso, o comunque sia la cosa è molto strana!
D’improvviso il sangue le imporporò le gote. Il silenzio di Ulrich la fece ritornare allo stato normale e fugò il pensiero che l’aveva tenuta prigioniera. Ella sorrise con imbarazzo e concluse rapidamente:
- Mio padre? Si rialzò subito. Io non potevo vedere quello che passava sul suo volto; immagino che fosse confusione. Forse riconoscenza. Perché io all’ultimo momento lo avevo salvato. Te lo figuri? Un vecchio… e una ragazzetta che trova la forza di salvarlo! Devo essergli sembrata straordinaria, perché mi ha
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stretto la mano con molta tenerezza, e con l’altra mi ha accarezzato la testa due volte, poi se n’è andato senza dir niente. Allora farai per lui tutto quel che potrai? Infine dovevo pure spiegarti anche questo.
Stringata e corretta nel suo tailleur che portava soltanto quando veniva in città, si alzò per andarsene e gli tese la mano.
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71. Il comitato per la stesura di una risoluzione relativa al settantesimo giubileo di regno di Sua Maestà incomincia a riunirsi
DELLA sua lettera al conte Leinsdorf e della sua pretesa che Ulrich dovesse salvare
Moosbrugger, Clarisse non aveva fatto parola; pareva che avesse dimenticato tutto quanto. Ma anche Ulrich non ebbe tanto presto occasione di ricordarsene. Perché le manovre preliminari di Diotima nell’ambito della “inchiesta per l’accertamento dei desideri dei
circoli interessati della popolazione
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relativamente al settantesimo giubileo di regno di Sua Maestà” – erano finalmente approdate alla convocazione dello speciale “Comitato per la stesura di una risoluzione relativa alla celebrazione del settantesimo giubileo di regno di Sua Maestà”, di cui Diotima si era riservata la direzione. Sua Signoria aveva redatto di suo pugno la circolare per la convocazione, Tuzzi l’aveva corretta, e Diotima aveva sottoposto le correzioni ad Arnheim prima che fossero approvate. Nello scritto non era omesso nulla di ciò che occupava l’animo di Sua Signoria.
“Ci induce a questo convegno – diceva la circolare – la convinzione concorde che una grandiosa manifestazione erompente dal seno del popolo non può essere abbandonata al caso, ma esige una oculata e lungimirante direzione dall’alto” Seguivano poi “il
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festeggiamento eccezionale di un settantennio di prospero e felice impero”, “le schiere di popoli riconoscenti”, “l’imperatore della pace”, “la manchevole maturità politica”, “l’anno universale austriaco”, e infine veniva l’ammonimento “al capitale e alla cultura” di amalgamare tutto ciò in una imponente manifestazione della “vera” anima austriaca, ma di procedere con molta cautela.
Nelle liste di Diotima facevano spicco i gruppi “arte”, “scienza”, “letteratura” ed erano stati accuratamente completati con larghe ricerche, mentre d’altra parte, delle persone che potevano partecipare all’evento senza prestare la loro opera, dopo un vaglio severo ne eran rimaste pochissime; tuttavia il numero dei convocati era così alto che non si poteva pensare a una seduta regolamentare intorno
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alla tavola verde, e bisognava scegliere la forma slegata dei ricevimenti con buffet freddo. Si stava in piedi o seduti, come si poteva, e le stanze di Diotima sembravano l’accampamento di un esercito spirituale, rifornito di tramezzini, torte, vini, liquori e tè con un’abbondanza che era resa possibile solo dalle speciali concessioni di fondi fatte dal signor Tuzzi alla consorte; senza obiezioni, bisogna aggiungere, il che significa che egli mirava a servirsi di nuovi metodi diplomatici spirituali.
Dominare mondanamente quell’assembramento era un grave compito per Diotima, e forse ella avrebbe trovato qualche intoppo se la sua testa non fosse stata simile a una magnifica fruttiera colma da cui traboccavano senza posa le parole; parole con le quali la padrona di casa salutava ogni
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invitato e lo deliziava per la esatta conoscenza della sua opera più recente. I preparativi per tale fatica erano stati straordinari e avevano potuto essere affrontati con l’aiuto di Arnheim che le aveva messo a disposizione il suo segretario privato per ordinare il materiale e raccogliere in forma riassuntiva i dati più importanti. Il ricco deposito di quel fervore era una vasta biblioteca, acquistata col denaro sborsato dal conte Leinsdorf per avviare l’Azione Parallela, che, insieme con i libri già posseduti da Diotima, era collocata come unico ornamento nell’ultima delle stanze sgomberate la cui tappezzeria fiorita, per quel poco che ancora ne restava visibile, rivelava il boudoir, invitando a lusinghiere riflessioni sull’abitatrice. Ma anche in altra maniera la biblioteca si dimostrava un vantaggioso
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impiego di fondi; perché ciascuno degli invitati, dopo la graziosa accoglienza di Diotima, gironzava irresoluto di stanza in stanza, e veniva immancabilmente attratto dalla parete di libri, appena la scorgeva; una fila di schiene si alzava e si abbassava incessantemente davanti ad essa, come le api davanti a una siepe di fiori, e sebbene la causa fosse unicamente quella nobile curiosità che ogni creatore nutre per le raccolte di libri, tuttavia una dolce soddisfazione penetrava l’osservatore fino al midollo quando egli scopriva finalmente le proprie opere, e l’impresa patriottica ne traeva il suo utile.
In quanto alla direzione spirituale della riunione Diotima lasciò da principio che ognuno facesse quel che voleva; però ebbe cura di assicurare fin dall’inizio specialmente ai
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poeti che nella vita, in fondo, tutto posava su un’intima poesia, perfino l’attività commerciale, a guardar le cose “con grandiosità” Nessuno se ne stupì, di quelli che erano stati distinti con un simile discorso, ma risultò che quasi tutti credevano di essere stati invitati per dare essi stessi in una allocuzione breve, cioè di cinque fino a quarantacinque minuti, un indirizzo all’Azione Parallela, seguendo il quale essa non avrebbe più potuto sbagliare, anche se successivi oratori avessero sprecato il tempo con inutili ed errati suggerimenti.
Sulle prime Diotima si sentì salire il pianto alla gola, e durò fatica a serbare un contegno disinvolto, perché le sembrava che ciascuno dicesse cose diverse e non le riusciva di ridurle a un denominatore comune. Non aveva ancora nessuna esperienza dei gradi di concentrazione
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dello spirito, e poiché una così universale adunata di grandi uomini non si ripete tanto facilmente, non c’è che sforzarsi d’intenderlo a passo a passo, con ordine, pratica e metodo. Vi sono d’altronde sulla terra molte cose che prese separatamente hanno per l’uomo un significato ben diverso che prese insieme; per esempio tra una moderata quantità d’acqua e una eccessiva, c’è la stessa differenza che tra il bere e l’affogare, e lo stesso si può dire dei veleni, dei piaceri, dell’ozio, del pianoforte, degli ideali, fors’anche di tutte le cose al mondo, così che solo il grado della densità ed altre circostanze possono definire la vera natura di una cosa. Bisogna soltanto aggiungere che nemmeno il genio si sottrae a questa regola, affinché non si veda nelle impressioni seguenti uno sprezzo degli illustri personaggi che si erano posti
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disinteressatamente agli ordini di Diotima.
Fin da quel primo convegno infatti, si poteva riportar l’impressione che ogni grande spirito si sente in una situazione estremamente precaria appena abbandona il riparo della sua torre d’avorio e deve farsi intendere su terreno comune. Il discorso straordinario che passava sul capo di Diotima come un fenomeno celeste finché ella era sola con uno dei grandi, appena interveniva un terzo o un quarto e parecchi discorsi s’incrociavano contraddicendosi, cedeva il luogo a una penosa incapacità di pervenire a un ordine; e chi non rifugge da simili confronti poteva trarne l’immagine di un cigno che dopo il superbo volo continua a muoversi sulla terra. Tuttavia dopo una conoscenza abbastanza lunga anche questo si può perfettamente capire. La vita degli spiriti
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magni ha oggi per sfondo un “non si sa a che scopo” Essi sono circondati di grande reverenza, con festeggiamenti fra il loro cinquantesimo e centesimo compleanno, o nella ricorrenza dei dieci anni di fondazione di una Scuola Agraria che si adorna di laureati ad honorem, ma anche in altre occasioni in cui occorre parlare del patrimonio culturale germanico. Abbiamo avuto grandi uomini nella nostra storia e li consideriamo un’istituzione nostra, giusto come le prigioni o l’esercito; quando quest’istituzione c’è, bisogna pure ficcarci dentro qualcuno. Sicché, con l’automatismo che si conviene a simili esigenze sociali, si piglia quel tale di cui è la volta, e gli si consegnano le onorificenze pronte a essere conferite. Ma questa venerazione non è del tutto reale; sul fondo sbadiglia la ben nota
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persuasione che in verità nessuno la merita, ed è difficile capire se la bocca si apre nell’ammirazione o nello sbadiglio. C’è qualcosa del culto dei morti nel dichiarare che un uomo è un genio, con la tacita aggiunta che genî non ce ne sono più, e anche qualcosa di quell’amore isterico che dà grande spettacolo di sé per il semplice motivo che gli manca in fondo il sentimento.
È intuitivo che la situazione sia poco sgradevole per i temperamenti sensibili e che essi cerchino di uscirne, ciascuno a suo modo. Gli uni per disperazione s’arricchiscono, imparando ad approfittare della grande richiesta, non soltanto di spiriti eletti, ma anche di uomini fuori legge, di romanzieri arguti, di turbolenti figli della natura e di condottieri della nostra generazione; gli altri
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portano in capo una invisibile corona regale che non depongono mai, in nessun caso, e asseriscono con amara modestia che il valore delle loro opere sarà giudicato fra tre o dieci secoli; ma tutti considerano una spaventosa tragedia della nazione tedesca che i veramente grandi non entrino mai a far parte del suo vivente patrimonio culturale, perché troppo innanzi sulla via dell’avvenire. Occorre però sottolineare che abbiamo parlato finora delle cosiddette intelligenze artistiche perché nei rapporti fra lo spirito e il mondo esiste una differenza molto notevole. Mentre il letterato e l’artista vuole esser ammirato allo stesso modo di Goethe e Michelangelo, Napoleone e Lutero, oggi quasi nessuno sa più il nome di colui che ha fatto all’umanità l’inestimabile dono della narcosi, nessuno cerca nella vita di Gauss, di
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Euler o di Maxwell la presenza di una signora von Stein, e a pochissimi interessa sapere dove siano nati e morti Lavoisier e Cardano. Invece s’impara come i loro pensieri e invenzioni siano stati sviluppati e perfezionati dai pensieri e invenzioni di altre persone altrettanto poco interessanti, e si seguita a interessarsi delle loro realizzazioni che continuano a vivere in altri, dopo che il breve fuoco dell’individuo si è spento da tempo.
È sorprendente, di prima vista, constatare come questa differenza separi nettamente le due specie dell’ingegno umano, ma tosto si presentano gli esempi contrari, ed essa appare la più naturale di tutte le linee di separazione. Pratica e abitudine ci assicurano che è la frontiera fra la persona e il lavoro, fra la grandezza dell’uomo e quella di una causa, fra
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cultura e sapere, umanità e natura! Lavoro e genio industrioso non accrescono agli occhi del cielo la grandezza morale, la dignità di uomo, l’inscindibile scienza della vita, che si trasmette solo con gli esempi, di statisti, eroi, santi, cantori e – ma sì – anche gli attori del cinematografo; proprio quella grande forza irrazionale di cui anche il poeta si sente partecipe, finché crede nella propria parola e tiene per fermo che per bocca sua, secondo la sua condizione di vita, parla la voce del sangue, del cuore, della nazione, dell’Europa o dell’umanità. È il misterioso Tutto, di cui egli si sente strumento, mentre quegli altri frugano soltanto nell’intelligibile, e a questa missione bisogna credere prima di poter imparare a vederla! Quella che ce ne assicura è senza dubbio una voce della verità, ma tale verità non
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porta con sé qualcosa di strano? Perché là dove si considera meno la persona che la causa, sottentra sempre, strano a dirsi, un’altra persona che porta innanzi la causa; mentre là dov’è la persona che conta, dopo il raggiungimento di una certa altezza, si ha la sensazione che non vi sia più la persona adatta e che la vera grandezza appartenga ormai al passato.
Erano tutti genî integrali quelli convenuti in casa di Diotima, e in una volta sola era fin troppo. Poetare e pensare, che è innato a ogni creatura umana come il nuotare a un anitroccolo, per loro era una professione, e certo ci riuscivano meglio degli altri. Ma a che scopo? La loro azione era bella, era grande, era unica, ma tanta “unicità” era come l’atmosfera di un camposanto, o il soffitto accumulato della
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caducità, senza vero senso né scopo, senza origine né continuazione. Innumerevoli ricordi di esperienze ed eventi, miriadi di vibrazioni dello spirito intersecantisi l’una con l’altra erano raccolti in quei cervelli, che, come gli aghi di un tessitore di tappeti spuntavano da un tessuto allargato intorno, davanti e dietro a loro, senza cucitura e senza orlo, e in certi punti formavano un disegno che si ripeteva altrove, simile e tuttavia un po’ diverso. Ma è poi proprio il giusto uso di se stessi, apporre una simile macchiolina di colore sul tessuto dell’eternità?
Forse sarebbe esagerato dire che Diotima avrebbe dovuto capirlo, ma ella sentiva soffiare il vento di morte sui campi dello spirito, e man mano che quella prima giornata volgeva alla fine, cadeva in uno scoraggiamento sempre più
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profondo. Per sua fortuna le tornò a mente una certa disperazione espressa da Arnheim in un’altra circostanza, parlando di problemi analoghi, e che allora lei non aveva ben capito, il suo amico si trovava in viaggio, ma lei ricordò com’egli l’avesse ammonita a non riporre troppe speranze in quella riunione. E così era in fondo la stessa malinconia di Arnheim quella a cui ella si abbandonava, tanto che finì per trarne un piacere lusinghevole, triste e quasi sensuale.
“In verità, – ella si chiese, meditando su quella profezia, – non è il solito pessimismo che assale ogni volta gli uomini dell’azione quando vengono a contatto con gli uomini della parola?”
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72. La scienza sorride sotto i baffi ovvero primo incontro esauriente col male
DOBBIAMO ora far seguire due parole a proposito di un sorriso, e cioè un sorriso fornito per
giunta d’un paio di baffi, fatti apposta per la prerogativa maschile di sorridere sotto i medesimi; si tratta del sorriso degli scienziati che erano accorsi all’invito di Diotima e che avevano sentito parlare i famosi letterati e artisti. Benché sorridessero, non bisogna credere, Dio guardi, che sorridessero ironicamente. Al contrario, era la loro
espressione di rispetto e d’incompetenza, di cui
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s’è già accennato. Ma neppure questo deve trarre in inganno. Nella loro coscienza era così, ma nel subcosciente, per adoperare questa parola d’uso corrente, o per dir meglio nel loro stato d’animo collettivo, erano uomini nei quali la tendenza al male rumoreggiava come il fuoco sotto una caldaia.
Questo naturalmente sembra un paradosso e se lo si volesse esporre davanti a un professore d’Università, quegli ribatterebbe probabilmente che lui è al servizio della verità e del progresso e d’altro non si cura; perché quella è la sua ideologia professionale. Ma tutte le ideologie professionali sono nobilissime, e i cacciatori, ad esempio, non si sognano certo di definirsi i macellai del bosco, bensì si proclamano amici degli animali e della natura esperti nell’arte venatoria, così come i
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commercianti professano il principio dell’utile onesto e i ladri hanno lo stesso dio dei commercianti, l’elegante e internazionale Mercurio, congiungitore di popoli. Al quadro di un’attività nella coscienza di coloro che la esercitano non bisogna dunque prestar troppa fede.
Se ci si chiede senza pregiudizi come la scienza abbia assunto il suo aspetto attuale – cosa importante di per se stessa, perché la scienza regna su di noi e neppure un analfabeta si salva dal suo dominio giacché impara a convivere con innumerevoli cose che son nate dotte – s’ottiene un’immagine alquanto diversa. Secondo tradizioni attendibili s’è incominciato nel sedicesimo secolo, un periodo di fortissimo movimento spirituale, a non più sforzarsi di penetrare i segreti della natura,
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com’era successo fino allora in due millenni di speculazione religiosa e filosofica, bensì ad accontentarsi di esplorarne la superficie, in un modo che non si può fare a meno di chiamare superficiale. Il grande Galileo Galilei ad esempio, il primo nome che sempre si cita a questo proposito, tolse di mezzo il problema: per quale causa intrinseca la natura abbia orrore degli spazi vuoti, così da obbligare un corpo che cade ad attraversare spazi su spazi, finché esso giunge su un terreno solido; e s’accontentò di una constatazione molto più volgare: stabilì semplicemente la velocità di quel corpo che cade, la via che percorre, il tempo che impiega, e l’accelerazione della caduta. La chiesa cattolica ha commesso un grave errore minacciando di morte un tal uomo e costringendolo alla ritrattazione invece di
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ammazzarlo senza tanti complimenti; perché il suo modo, e quello dei suoi simili, di considerare le cose, ha poi dato origine – in brevissimo tempo, se usiamo le misure della storia – agli orari ferroviari, alle macchine utensili, alla psicologia fisiologica e alla corruzione morale del tempo presente, e ormai non può più porvi rimedio. Probabilmente ha commesso quest’errore per troppa prudenza, giacché Galileo non era soltanto lo scopritore del moto della terra e della legge della caduta dei gravi, ma era anche un inventore al quale s’interessava, come si direbbe oggi, il gran capitale; e inoltre non era l’unico che fosse pervaso allora dallo spirito nuovo; al contrario, la storia c’insegna come il freddo positivismo che lo animava si diffondesse violento e disordinato come un’epidemia e per quanto
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possa essere urtante sentir dire, quasi vanto, che uno era “animato dal freddo positivismo”, mentre ci sembra di averne già fin troppo, a quel tempo il risveglio della metafisica per darsi al severo esame delle cose secondo differenti testimonianze dev’essere stato addirittura un fuoco, un’ebrezza di positività!
Ma se ci si chiede come mai fosse venuto in mente all’umanità di cambiare così, ecco la risposta: l’umanità fece semplicemente quello che fanno tutti i bambini di buon senso che si son provati troppo presto a camminare; si sedette per terra, e la toccò con una parte del corpo non molto nobile ma sicura, diciamolo pure: con quella parte su cui ci si siede. Lo strano è che la terra si sia mostrata così sensibile a quel contatto, sì da lasciarsi strappare cognizioni, scoperte e comodità in
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un’abbondanza che ha del miracoloso.
Dopo tali antecedenti si potrebbe sostenere non interamente a torto che ci troviamo nel bel mezzo del miracolo dell’Anticristo; perché la similitudine del contatto con la terra non si deve interpretare solo nel senso della sicurezza, ma anche in quello dell’indecoroso e dell’illecito. E in verità, prima che il mondo intellettuale scoprisse la sua passione per i fatti materiali, questa passione era propria soltanto dei guerrieri, dei cacciatori e dei mercanti, cioè dei temperamenti astuti e violenti. Nella lotta per la vita non vi sono sentimentalismi speculativi, ma soltanto il desiderio di ammazzare il nemico nel modo più rapido e più reale, ognuno in tal caso è positivista; così negli affari non sarebbe una virtù lasciarsi mistificare invece di andare sul sicuro, là dove
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il guadagno in ultima analisi costituisce una sopraffazione psicologica dell’avversario derivante dalle circostanze.
Se d’altra parte guardiamo quali siano le qualità che conducono a invenzioni e scoperte, troviamo: libertà da scrupoli e riguardi tradizionali, spirito d’iniziativa e di distruzione in uguale quantità, esclusioni di considerazioni morali, paziente mercanteggiamento del minimo vantaggio, tenace attesa sulla via del successo, se è necessario, e un rispetto per il numero e per la misura che è l’espressione più acuta della diffidenza di fronte a ogni cosa incerta; in altre parole, non troviamo nient’altro che gli antichi vizi dei cacciatori, dei soldati e dei mercanti, trasportati qui sul piano intellettuale e nuovamente interpretati come virtù. Ed è vero che così restano al di sopra
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della corsa al vile vantaggio personale; ma l’elemento del male originale, come si potrebbe chiamarlo, non scompare nemmeno mediante questa trasformazione, perché a quanto pare è indistruttibile ed eterno, almeno eterno quanto tutte le grandezze umane, perché è precisamente ed esclusivamente il piacere di dar lo sgambetto a quelle grandezze e di vederle battere il naso per terra. Chi non ha provato almeno una volta, contemplando un bel vaso di vetro iridescente, la seduzione del pensiero che con una bastonata lo si potrebbe mandare in mille pezzi? Elevato all’eroismo dell’amara persuasione che in questo mondo non ci si può fidare di nulla che non sia ben fermo al chiodo, quest’è un sentimento fondamentale incluso nella positività della scienza, e se per rispetto non lo si vuol chiamare il diavolo, bisogna
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almeno dire che puzza lievemente di zolfo.
Possiamo incominciar subito dalla bizzarra predilezione del pensiero scientifico per le definizioni meccaniche, statistiche, materiali alle quali è stato come cavato il cuore. Considerare la bontà soltanto come una forma particolare di egoismo; attribuire i moti dell’animo alle secrezioni interne; stabilire che l’uomo è fatto per otto o nove decimi di acqua; dichiarare che la famosa libertà morale del carattere è un automatico fenomeno accessorio del libero scambio; far dipendere la bellezza dalla buona digestione e da un ben distribuito pannicolo adiposo; ricavare i dati statistici delle nascite e dei suicidi, dimostrando come ciò che appare liberissima decisione sia invece inesorabilmente imposto; rilevare l’affinità fra l’ebbrezza e l’alienazione mentale; equiparare
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l’ano e la bocca, come le estremità rettale e orale della stessa cosa: tutti questi concetti che, in un certo senso, svelano il trucco nel gioco delle illusioni umane, trovano sempre una specie di preconcetto favorevole per acquistare una specie di validità scientifica. Certo, si ama e si ricerca la verità; ma intorno a quel lucido amore c’è tutta una preferenza per la delusione, per la coercizione, l’inesorabilità, la fredda minaccia o l’asciutta censura, una preferenza diabolica, o almeno un’involontaria irradiazione di sentimenti del genere.
In altre parole, la voce della verità si accompagna a un rumore accessorio sospetto, ma gli interessati non voglion sentirlo. Ora, la psicologia odierna conosce molti di questi soffocati rumori accessori, e consiglia di scoprirli e di renderli chiari quanto più è
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possibile, per impedirne l’effetto nocivo. Ma che cosa succederebbe se si volesse fare la prova? si cedesse alla tentazione di mettere in evidenza l’equivoco piacere della verità e delle sue maligne voci secondarie, la misantropica e la satanica, per immetterle fiduciosamente nella vita? Ebbene, ne risulterebbe all’incirca quella mancanza d’idealismo che abbiamo già descritto sotto il titolo “Utopia della vita esatta”, la mentalità dell’esperimento e dell’abiura, ma sottoposto alla legge marziale e ferrea della conquista spirituale. Questa posizione nei processi formativi della vita non è certo quella curativa e pacificatrice; non considererebbe con riverenza ciò che è degno di vivere, ma lo vedrebbe piuttosto come una linea di confine che la lotta per la verità interiore sposta incessantemente. Metterebbe in dubbio la
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santità della condizione attuale del mondo, ma non per scetticismo bensì per mentalità ascensionistica, in cui il piede fermo è anche il più basso. E nel fuoco di una simile ecclesia militans, che odia la dottrina a cagione di ciò che non è ancora rivelato e getta in un canto leggi e valori in nome di un esigentissimo amore per la loro forma futura, il diavolo ritroverebbe il cammino verso Dio, oppure, in parole più semplici, la verità sarebbe allora di nuovo sorella della virtù e non dovrebbe più commettere contro di lei le subdole cattiverie che escogita una giovane nipote a danno di una zia zitellona.
Tutto questo, più o meno consapevolmente, un giovane assimila nelle aule del sapere, e impara per giunta a conoscere gli elementi di una vasta mentalità costruttiva, che mette
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insieme senza fatica cose lontanissime come un sasso che cade e una stella che rota, e scompone in correnti le cui scaturigini distano fra loro di millenni le cose che sembrano unite e indivisibili, come il sorgere di una semplice azione dai centri della coscienza. Se a qualcuno venisse in mente di far uso di una mentalità in tal modo acquisita fuori dei limiti di speciali competenze, gli si farebbe subito intendere che le esigenze della vita sono diverse da quelle del pensiero. Nella vita succede pressappoco il contrario di tutto ciò che uno spirito coltivato s’aspetterebbe. Le differenze e affinità naturali sono altamente apprezzate; ciò che esiste, sia come vuole, vien considerato naturale fino a un certo grado, e non lo si intacca volentieri; i cambiamenti che diventano necessari si eseguiscono con titubanza e quasi un
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procedimento a zig-zag. E se qualcuno, per puri sentimenti vegetariani, desse del lei a una mucca (in giusta considerazione del fatto che è più facile comportarsi senza riguardo con un essere che si tratta col tu) si direbbe che è uno stupido, se non un pazzo; ma non per le sue tendenze zoofile e vegetariane, che son considerate molto lodevoli, bensì per la loro immediata traduzione in realtà. Insomma, fra lo spirito e la vita c’è un bilancio complicato in cui lo spirito ottiene al massimo il pagamento di mezzo per mille dei suoi crediti, e in compenso si fregia del titolo di creditore onorario.
Se però lo spirito, nella forma possente che ha assunto per ultima, come abbiamo più sopra argomentato, è un giovane santo molto virile, con virtù complementari guerriere e
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venatorie, si dovrebbe concludere dalle circostanze descritte che la tendenza all’empietà in lui latente non può mai erompere nella sua pur grandiosa interezza, né trova occasione di purificarsi attraverso la realtà, e quindi la si incontrerebbe lungo cammini diversi, stranissimi e incontrollati, dov’essa sfugge allo sterile isolamento. Lasciamo indeciso se tutto sia stato finora un gioco dell’immaginazione oppure no, tuttavia non si può negare che quest’ultima ipotesi abbia la sua singolare conferma. V’è un oscuro atteggiamento vitale, che non pochi uomini hanno oggi nel sangue, un’aspettazione del peggio, una disposizione al tumulto, una diffidenza verso tutto ciò che si venera. Vi sono uomini che deplorano la mancanza di ideali della gioventù, ma al momento in cui debbono
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agire non decidono diversamente da chi, per un savio scetticismo verso l’idea, ne corrobora le forze modeste mediante l’effetto di un qualsiasi randello.
Detto altrimenti: esiste un pio scopo che non debba armarsi di un po’ di corruzione e far calcolo sulle più basse qualità umane, per essere rispettato e preso sul serio in questo mondo? Parole come: legare, costringere, dare un giro di vite, non aver paura dei vetri rotti, maniera forte, hanno un suono gradevole e convincente. Idee come quella che il grande ingegno, ficcato in una caserma, entro otto giorni impari a scattare alla voce d’un caporale, oppure che un tenente e otto uomini bastino per arrestare tutti i parlamenti del mondo, hanno trovato solo più tardi la loro espressione classica nella scoperta che con qualche
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cucchiaio d’olio di ricino fatto sorbire a un idealista si possono render ridicole le più incrollabili convinzioni; ma da molto tempo, quantunque ripudiate con indignazione, avevano il mordente selvaggio di certi sogni inquietanti. È un fatto che almeno il secondo pensiero di ciascun uomo posto davanti a una manifestazione soverchiante, sia pure una visione di bellezza, è oggi il seguente: non me la dai a bere, ti metterò a posto io! E questa smania di rimpicciolire tutto, che domina un secolo aizzato e aizzante, non è quasi più la naturale divisione della vita in volgarità e nobiltà, ma piuttosto un autolesionismo dello spirito, un inqualificabile piacere di vedere il bene abbassarsi e lasciarsi distruggere con meravigliosa facilità. Non è dissimile da un’appassionata volontà di smentire se stessi, e
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forse non è la cosa più sconsolante aver fede in un secolo che s’è presentato al mondo in posizione podalica e ha solo bisogno di esser rivoltato per mano del creatore.
Un sorriso maschile esprimerà dunque parecchie cose di questo genere, anche se si sottrae a un autoesame o se addirittura non è mai passato attraverso la coscienza, e di tale natura era il sorriso col quale la maggior parte delle celebrità invitate si sottomettevano ai lodevoli sforzi di Diotima. Principiava con un solletico nelle gambe le quali non sapevano bene dove volgersi, e approdava sul viso, in aspetto di benigno stupore. Era un sollievo vedere un collega o un conoscente e attaccare discorso. Si sentiva che andando via, appena usciti dal portone si sarebbero fatti due o tre lunghi passi energici, per prova. Ma il
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trattenimento, non c’è che dire, era proprio bello. Queste larghe iniziative, certo, son qualcosa a cui è impossibile dare un vero contenuto, come del resto tutte le idee sublimi e universali; perfino un cane è già difficile da immaginare, perché è solo un accenno a varî cani e qualità canine, e il patriottismo o la più bella e la più patriottica delle idee poi non si possono immaginare assolutamente. Ma se anche questo è privo di contenuto, ha però un significato, ed è certo un’ottima cosa risuscitare questo significato di tanto in tanto! Così ragionavano fra loro le celebrità, a dire il vero più che altro nel tacito subcosciente. Diotima però, che stava ancora nel salone principale ad accogliere i ritardatari, udiva vagamente, con stupore, conversazioni vivaci allacciarsi intorno a lei in cui, se l’udito non l’ingannava, si
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discutevano le differenze fra la birra boema e quella bavarese, e cifre di compensi editoriali le percotevano l’orecchio.
Era un peccato che ella non potesse vedere il suo ricevimento anche dalla strada. Di là appariva meraviglioso. La luce splendeva chiara attraverso le tende dell’alta fila di finestre, accresciuta dal fasto e dall’autorità delle carrozze in attesa e dall’ammirazione dei curiosi che si fermavano e guardavano in su per un poco, senza saper bene perché. Diotima ne avrebbe avuto piacere, se lo avesse saputo. C’era sempre gente nella mezza luce che la festa versava sulla strada, e alle loro spalle incominciava la grande oscurità, che a qualche distanza diventava già impenetrabile.
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73. Gerda, la figlia di Leo Fischel
PRESO in quell’ingranaggio, Ulrich per un pezzo non trovò il tempo di mantenere la promessa fatta al
direttore Fischel, di visitare la sua famiglia. Anzi, a dire il vero, non lo avrebbe trovato mai, se non fosse stato per un avvenimento inaspettato, la visita della moglie di Fischel, Klementine.
Si era annunciata per telefono, e Ulrich l’attendeva non senza preoccupazione. Era stato da lei l’ultima volta, tre anni prima, quando aveva passato qualche mese a Vienna; le aveva fatto un’unica visita, perché non voleva
ridestare un amoretto passato e temeva la
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delusione materna della signora Klementine. Ma Klementine Fischel era una donna “di cuore magnanimo” e nelle schermaglie quotidiane col marito aveva così poche occasioni di dimostrarlo che per i casi speciali, purtroppo rari, disponeva di una nobiltà di sentire addirittura prossima all’eroismo. Tuttavia la magra signora dal volto severo, un po’ afflitto, si sentì alquanto a disagio quando si trovò di fronte a Ulrich e gli chiese un colloquio a quattr’occhi, benché fossero già soli.
Ma lui era l’unica persona di cui Gerda avrebbe ascoltato il consiglio, ella disse, e poi soggiunse che lo pregava di non fraintendere la sua richiesta.
Ulrich conosceva la situazione in casa Fischel. Non soltanto padre e madre erano sempre in guerra fra loro, ma la ventitreenne
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Gerda s’era circondata in uno sciame di strani giovanotti che avevano fatto del recalcitrante papà Leo, contro ogni sua voglia, il mecenate e il promotore del loro “spirito nuovo” perché in nessun posto ci si poteva riunire così comodamente come in casa sua.
Gerda era anemica e nervosa, e si inquietava in un modo terribile quando si tentava di limitare quell’andirivieni – riferì la signora Klementine – e in fin dei conti non erano che ragazzi sciocchi senza educazione, ma l’antisemitismo mistico che deliberatamente sfoggiavano non era soltanto indelicato, era anche un segno di volgarità.
No, ella soggiunse, lei non voleva incriminare l’antisemitismo, era un fenomeno attuale e bisognava rassegnarcisi; si poteva anche concedere che sotto certi riguardi non
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aveva torto.
Klementine fece una pausa e si sarebbe asciugata una lacrima col fazzoletto se non avesse avuto il velo abbassato; così fece a meno di sparger lacrime e s’accontentò di tirar fuori dalla borsetta il fazzolettino bianco.
- Lei sa com’è Gerda, – sospirò, – una bella ragazza, e intelligente, ma…
- Un po’ brusca, – completò Ulrich.
- Sì, purtroppo, sempre così eccessiva.
- è dunque sempre tanto entusiasta del germanesimo?
Klementine si dilungò sui sentimenti dei genitori. “Un atto d’amore materno”, ella definì alquanto pateticamente la propria visita, che aveva il secondo fine di riattirare Ulrich in casa sua, ora che s’era sparsa la voce del suo enorme successo nell’Azione Parallela.
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- Vorrei castigarmi con le mie mani, – ella proseguì, – per aver favorito queste relazioni, negli ultimi anni, contro il volere di Leo. Non ci vedevo nulla di male; quei giovani a modo loro sono degli idealisti; e chi non ha pregiudizi deve pur sapere affrontare talvolta una parola offensiva, ma a Leo – lei sa com’è – l’antisemitismo fa una gran rabbia, che sia soltanto mistico e simbolico oppure no.
- E Gerda nella sua libera natura di germana bionda non vuole ammettere il problema? – commentò Ulrich.
- In questo è com’ero io pure, da giovane. Mi dica, crede che Hans Sepp abbia un bell’avvenire?
- Gerda è fidanzata con lui? – domandò
Ulrich prudentemente.
- Quel ragazzo non ha la minima probabilità
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di farsi una posizione! – sospirò Klementine. – Come si può parlare di fidanzamento? Ma quando Leo lo mise alla porta, Gerda per tre settimane non mangiò quasi nulla, era ridotta pelle e ossa – E d’improvviso aggiunse stizzosa:
- Sa, a me sembra una specie d’ipnosi, una infezione morale! Sì, Gerda qualche volta sembra suggestionata! Il giovanotto in casa nostra non smette mai di sfoderare le sue opinioni, e Gerda non s’accorge che è un’offesa continuata ai suoi genitori, sebbene sia sempre stata per tutto il resto una figlia buona e affettuosa. E se io le dico qualcosa, mi risponde: Come sei antiquata, mamma! Io ho pensato… Lei è l’unico per cui Gerda abbia un po’ di stima, e Leo poi la tiene in gran conto! Non potrebbe venire una volta da noi e aprir gli occhi a Gerda sull’immaturità di Hans e dei
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suoi compagni?
Poiché Klementine era sempre molto corretta, e questo invece era un colpo mancino, doveva avere crucci assai gravi. Nonostante i contrasti ella in questo caso sentiva qualcosa come una responsabilità in solido con il marito. Ulrich corrugò la fronte, preoccupato.
- Temo che Gerda giudicherà me una vecchia mummia. I giovani d’oggi non ascoltano noi anziani; e queste sono questioni di principio.
- Pensavo che il modo migliore per sviare i pensieri di Gerda sarebbe se lei le trovasse qualcosa da fare in quella grande Azione Patriottica di cui si parla tanto, – insinuò Klementine, e Ulrich s’affrettò a prometterle una visita, avvertendola però che l’Azione Parallela era ancora ben lontana dal potersi
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concedere una simile collaborazione.
Quando Gerda lo vide entrare, pochi giorni dopo, due macchie rotonde le imporporarono le guance, tuttavia gli andò incontro e gli strinse calorosamente la mano. Ella era una di quelle deliziose ragazze moderne sicure di sé, capaci di diventare su due piedi guidatrici d’autobus se l’Idea lo richiede.
Ulrich non s’era ingannato supponendo che l’avrebbe trovata sola; a quell’ora la mamma faceva commissioni e papà era ancora all’ufficio. E Ulrich s’era appena inoltrato di qualche passo nella stanza, che già tutto gli ricordava con straordinaria vivezza una sua visita ormai lontana. Veramente quell’altra volta l’anno contava già alcune settimane di più; era primavera, ma una di quelle giornate caldissime che talvolta precedono l’estate come
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fiocchi di fuoco e sono mal sopportate dai corpi non ancora assuefatti. Il viso di Gerda appariva smunto e sottile. Ella era vestita di bianco, e odorava di bianco come lino asciugato sui prati. Le tende erano abbassate in tutte le stanze e l’abitazione era in penombra, rotta da strati di calore ribelli che bucavano con punte spezzate la grigia massa opaca. Ad Ulrich sembrava che Gerda fosse tutta fatta di strati di lino lavato di fresco, come il suo vestito. Era una sensazione completamente oggettiva, ed egli avrebbe potuto sollevare a uno a uno tutti quegli strati senza bisogno del minimo impulso amoroso. Ed ecco che adesso provava di nuovo la stessa sensazione. Era una intimità apparentemente naturale, ma senza scopo, ed entrambi ne avevano paura.
- Perché non è mai più venuto a trovarci? -
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domandò Gerda.
Ulrich le disse francamente che aveva avuto l’impressione che i genitori non gradissero una frequentazione così assidua senza lo scopo di un matrimonio.
- Oh, la mamma, – disse Gerda, – la mamma è ridicola. Dunque non possiamo essere amici senza pensar subito a quello? Ma papà desidera che lei venga più spesso; pare che lei sia diventato un pezzo grosso di quella faccenda patriottica.
Aveva spiattellato apertamente gli stupidi progetti dei vecchi, convinta dell’alleanza naturale che legava loro due a sventarli.
- Verrò, – rispose Ulrich, – ma mi dica lei, Gerda, dove s’andrà a finire?
Il fatto era che non si amavano. Tempo innanzi avevano giocato a tennis insieme,
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s’erano incontrati in società, erano andati a passeggio, avevano sentito profondo interesse l’uno per l’altro, e così senza rendersene conto avevano varcato la frontiera che separa una persona intima, a cui ci si mostra come si è nel proprio disordine sentimentale, da tutti gli altri per i quali ci si fa belli. All’improvviso s’erano trovati nella confidenza di due che si amano da molto tempo, anzi che non si amano quasi più, ma però dall’amore si erano dispensati. A volte litigavano, da far credere che non si potessero soffrire, ma questo era allo stesso tempo ostacolo e legame. Sapevano che mancava appena una piccola favilla per accendere il fuoco. Se la differenza d’età fosse stata minore, oppure Gerda avesse avuto un marito, probabilmente l’occasione avrebbe fatto il ladro, e il furto si sarebbe trasformato, almeno più
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tardi, in passione, perché ci si accende vieppiù nell’amore come nell’ira, quando se ne compiono i gesti. Ma appunto perché lo sapevano, non lo facevano. Gerda era rimasta fanciulla, e se ne irritava freneticamente.
Invece di rispondere alla domanda di Ulrich s’era data da fare nella stanza, e a un tratto egli le si trovò vicino. Questa era un’imprudenza perché non si può in un momento simile star vicino a una ragazza e incominciare un discorso. Essi seguirono la via della resistenza minima come un ruscello che evitando gli ostacoli scorre giù per un prato, e Ulrich mise un braccio intorno ai fianchi di Gerda, raggiungendo con la punta delle dita la linea discendente descritta dal nastro interno del reggicalze. Si volse verso la faccia di Gerda, stravolta e sudata, e la baciò sulle labbra. Poi
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rimasero lì senza potersi sciogliere né congiungere. Le dita di lui trovarono il largo elastico della giarrettiera e lo fecero schioccare due o tre volte, piano, contro la gamba. Finalmente egli la lasciò e ripeté la sua domanda, scrollando le spalle:
- Dove si va a finire, Gerda?
Gerda dominò il suo turbamento e disse:
- È proprio inevitabile?
Suonò il campanello e fece portare un rinfresco. Mise in moto la casa.
- Mi parli un poco di Hans! – propose Ulrich dolcemente, quando si furon seduti e bisognò intavolare un altro argomento. Gerda, che non si era ancora interamente ripresa, non rispose subito, ma poi disse:
- Lei è un uomo frivolo, non capirà mai noi
più giovani!
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- Metter paura non vale! – ribatté Ulrich. – Credo, Gerda, che ormai rinunzierò alla scienza. Dunque passo alla nuova generazione. Le basta, se le giuro che la scienza è parente della cupidigia; che rappresenta un sordido istinto di parsimonia; che è un presuntuoso capitalismo morale? Ho più sentimento che lei non creda. Ma vorrei metterla in guardia contro tutti i discorsi, che sono soltanto parole!
- Lei dovrebbe conoscere meglio Hans, – rispose Gerda fiaccamente, ma poi soggiunse con improvvisa veemenza: – Del resto non capirà mai che ci si possa fondere con altri in una comunanza senza egoismo!
- Hans viene ancora sovente a trovarla? – insisté Ulrich con cautela. Gerda alzò le spalle.
I suoi prudenti genitori non avevano mai chiuso definitivamente la porta in faccia a Hans
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Sepp, ma gli permettevano soltanto qualche visita al mese. In compenso lo studente che non era nulla e non aveva ancora nessuna probabilità di diventare qualcosa aveva dovuto dare la sua parola d’onore che non avrebbe indotto al male la ragazza e che avrebbe smesso di far propaganda per l’azione mistica tedesca. Essi speravano così di togliergli il fascino di ciò che è proibito. E Hans Sepp nella sua purezza (perché solo la sensualità aspira al possesso, ma è giudaico-capitalistica) aveva dato tranquillamente la promessa richiesta, che per lui non comportava però la rinuncia a venir sovente in casa di nascosto, a fare discorsi roventi, a scambiare frenetiche strette di mano e anche baci – cose tutte che fan parte della vita naturale di anime amiche ma soltanto la rinuncia a pretendere che Gerda si unisse a lui
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in libera unione, secondo le teorie da lui professate. E tanto più volentieri aveva impegnato la sua parola d’onore, in quanto non stimava ancora raggiunta in se stesso e in Gerda la maturità spirituale per la traduzione in atto dei suoi principî, e un catenaccio contro i suggerimenti dell’infima natura era quello che ci voleva.
Ma i due giovani soffrivano naturalmente di una costrizione che poneva loro un limite dall’esterno prima ancora che essi ne avessero trovato uno proprio, interiore.
Soprattutto, Gerda non avrebbe tollerato quell’intrusione dei genitori se non fosse stata incerta lei stessa; ma ne provava tanta più amarezza. In fondo non amava più il suo giovane amico; piuttosto era il contrasto con i suoi genitori che ella traduceva in affetto per
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lui. Se Gerda fosse nata qualche anno più tardi, suo padre sarebbe stato uno degli uomini più ricchi di Vienna, anche se non particolarmente illustre, e sua madre l’avrebbe di nuovo ammirato, prima che Gerda potesse trovarsi nella situazione di sentire i dissidi dei suoi genitori come un proprio intimo conflitto. Allora probabilmente sarebbe stata orgogliosa del suo sangue misto; così invece era ostile ai genitori e ai loro problemi, si ribellava all’onta ereditaria che le avevano trasmessa, ed era bionda, libera, tedesca e forte come se non avesse niente da fare con loro. Tutto questo appariva bello e buono, ma aveva lo svantaggio di non averle mai permesso di metter fuori il tarlo che la rodeva.
In casa sua il fatto che esistessero il nazionalismo e l’ideologia razziale non veniva
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mai ammesso, anche se coinvolgevano mezza Europa in un groviglio di isterismi. Ciò che Gerda ne sapeva le era giunto dal di fuori, nelle forme oscure dei “si dice” come accenno ed esagerazione. Ella era subito rimasta colpita dal fatto contraddittorio che i suoi genitori, sempre fortemente ricettivi a ciò che è detto da molta gente, facessero in questo caso una curiosa eccezione; e poiché non trovava una soluzione chiara e sensata di quell’allucinante problema, vi riconnetteva, soprattutto negli anni dell’adolescenza, tutto ciò che in casa dei suoi genitori le sembrava sgradevole e sconcertante.
Un giorno fu accolta nel circolo giovanile cristiano-germanico a cui Hans Sepp apparteneva, e si sentì subito nel suo vero elemento. Sarebbe difficile dire a che cosa
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credessero quei giovani; formavano una di quelle innumerevoli, ristrette, liberissime sette di cui la gioventù tedesca formicola dopo la decadenza dell’ideale umanistico. Non erano antisemiti per ragioni razziali, ma nemici della “mentalità giudaica”, per cui intendevano capitalismo e socialismo, scienza, ragione, autorità paterna, calcolo, psicologia e scetticismo. Il pezzo forte della loro dottrina era il “simbolo”.
Per quello che Ulrich aveva potuto capirne – e aveva parecchia comprensione per simili cose
- chiamavano simbolo le grandi manifestazioni della grazia, che sciolgono e risanano ciò che è aggrovigliato e imbastardito, come diceva Hans Sepp, e fan tacere il rumore dei sensi e bagnano la fronte con le acque dell’altra riva. Simboli erano l’altare di Isenheim, le piramidi
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egizie e Novalis. Beethoven e Stefan George valevano come accenni, ma quel che fosse un simbolo in parole sobrie non lo dicevano, in primo luogo perché i simboli non si possono esprimere in parole sobrie, in secondo luogo perché gli Arî non possono essere sobri, ragione per cui nell’ultimo secolo non son riusciti a formulare che accenni di simboli, e in terzo luogo perché vi sono secoli che solo raramente producono l’extraumano momento della grazia in uomini extra-umani.
Gerda, che era una ragazza intelligente, dentro di sé provava non poca diffidenza contro quelle concezioni estreme, ma diffidava anche della sua diffidenza, in cui credeva di riconoscere l’eredità della ragione paterna. Pur fingendosi indipendente, si dava un’enorme premura di non obbedire ai genitori, e
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l’opprimeva il timore che la sua origine potesse impedirle di seguire le idee di Hans. Si irritava profondamente contro i tabù della morale borghese professata nelle “buone famiglie”, contro l’usurpato diritto che i genitori si arrogano di violare la personalità dei figli, mentre Hans che “non era di nessuna famiglia, né buona né cattiva” come diceva la mamma, ne soffriva molto meno; come guida spirituale di Gerda era emerso dall’ambiente dei compagni, aveva appassionati colloqui con l’amica coetanea e cercava di innalzarla alle “regioni dell’assoluto” con le sue grandi dissertazioni accompagnate da baci, ma in pratica s’adattava abilmente alla relatività di casa Fischel, purché gli fosse permesso rifiutarla “per principio”, il che a dire il vero dava continua esca a scenate con papà Leo.
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- Cara Gerda, – disse Ulrich dopo un po’, – i suoi amici la tormentano a proposito di suo padre, e sono i più sfacciati sfruttatori ch’io conosca!
Gerda diventò rossa e poi pallida.
- Lei non è più abbastanza giovane, – replicò. – Lei pensa diverso da noi! – Sapeva di aver ferito la vanità di Ulrich, e aggiunse in tono conciliante: – Io non ho poi questo enorme concetto dell’amore. Forse perdo il tempo con Hans, come lei dice; forse dovrò addirittura rinunziare, e non vorrò mai tanto bene a un uomo da potergli aprire tutte le pieghe della mia anima, nel pensiero e nel sentimento, nel lavoro e nel sogno; be, non credo che sia poi una cosa terribile!
- Lei è così pedante, Gerda, quando parla con i suoi amici! – l’interruppe Ulrich.
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Gerda andò sulle furie.
- Quando parlo con i miei amici, – gridò, – i pensieri vanno dall’uno all’altro, e sappiamo di vivere e di parlare fra la nostra gente: lo capisce, lei, o non lo capisce? Siamo fra innumerevoli affini e lo sentiamo; lo sentiamo fisicamente, in un modo che lei certo… no, che lei certo non può neanche immaginare; perché lei il desiderio lo ha sempre sentito per una persona sola; lei ragiona come le bestie feroci!
Perché le bestie feroci? La frase sleale insidiosa rimasta nell’aria sembrò anche a lei priva di senso, ed ella si vergognò dei suoi occhi che, spalancati e sgomenti, eran fissi su Ulrich.
- Non voglio rispondere, – disse Ulrich dolcemente. – Per cambiare discorso, le racconterò una storia, piuttosto. Conosce… – e
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con una mano in cui il polso di lei scompariva come un bambino fra le rupi d’un monte, se la tirò di nuovo accanto, l’appassionante storia della cattura delle lune? Lei sa, vero, che la nostra terra una volta aveva parecchie lune? E una teoria che ha molti seguaci, afferma che quei satelliti non sono, come noi crediamo, corpi celesti raffreddati come la terra stessa, ma grandi sfere di ghiaccio filanti negli spazi siderei, che son venuti troppo vicino alla terra e son rimasti presi. La nostra luna sarebbe l’ultima catturata. La guardi!
Gerda l’aveva seguito e cercava nel cielo assolato la pallida luna.
- Non sembra un disco di ghiaccio? – chiese Ulrich. – Quella non è luce! Si è mai chiesta come mai la luna ci presenti sempre la stessa faccia? Non gira più la nostra ultima luna, è
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stata arrestata! Vede, da quando la luna è caduta in potere della terra, non ruota più soltanto intorno ad essa, ma ne è attirata lentamente, inesorabilmente. Noi però non ce ne accorgiamo, perché quell’avvicinamento dura millenni o anche di più. Ma è innegabile, e nella storia del cosmo devono esserci state epoche in cui le lune precedenti erano attratte verso la terra e le giravano attorno in corsa vertiginosa. E come oggi la luna suscita una marea alta un metro o due, così allora trascinava intorno alla terra a velocità folle un muro d’acqua e di fango alto come una montagna. È difficile immaginare il terrore in cui devono esser vissute le generazioni umane di quelle età sulla terra impazzita…
- C’erano già gli uomini, allora? – chiese
Gerda.
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- Certamente. Alla fine poi la luna di ghiaccio va in frantumi e precipita, e la marea immensa che essa trascina con sé ricade e s’abbatte in un’ondata mostruosa su tutta la terra prima di tornare al suo posto: e questo altro non è che il diluvio, la grande inondazione universale! Come potrebbero tutte le saghe tramandarne concordemente il racconto, se gli uomini non l’avessero davvero vissuto? E giacché abbiamo ancora una luna, un altro diluvio universale verrà. È strano pensarci…
Gerda, col fiato sospeso, guardò la luna, lassù dietro i vetri; Ulrich le teneva ancora la mano, la luna era una brutta macchia sbiadita nel cielo, e proprio quella smorta presenza dava alla fantastica avventura del mondo, di cui anch’ella in qualche modo si sentiva vittima, una semplice realtà d’ogni giorno.
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- La storia però non è affatto vera, – disse Ulrich. – I competenti dicono che è una teoria assurda, e in verità la luna non si avvicina alla terra ma ne dista trentadue chilometri più di quanto è stato calcolato, se ricordo bene.
- E allora perché me l’ha raccontata? – disse Gerda, cercando di ritirare la mano. Ma la sua ribellione aveva perduto ogni forza; le succedeva sempre così quando parlava con un uomo che non era certo più sciocco di Hans ma aveva opinioni senza esagerazioni, unghie pulite e capelli ravviati. Ulrich osservò la fine peluria bruna che cresceva come una protesta sulla pelle bionda di Gerda; la poliedrica complessità delle povere creature d’oggi sembrava trasudare dal corpo con quella lanuggine.
- Non lo so, – rispose. – Devo tornare?
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Gerda scaricò l’agitazione della sua mano ridivenuta libera su svariati piccoli oggetti che spostò in qua e in là, e non replicò nulla.
- Allora tornerò presto, promise Ulrich, sebbene prima della visita avesse stabilito il contrario.
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74. Il quarto secolo a. C. contro l’anno 1797. Ulrich riceve un’altra lettera di suo padre
SI era sparsa rapidamente la voce che le riunioni in casa di Diotima avevano un successo
straordinario. In quel periodo Ulrich ricevette una lettera di suo padre, straordinariamente lunga, alla quale era accluso un grosso plico di opuscoli e di estratti. Nella lettera era scritto all’incirca:
Mio caro figlio! Il tuo lungo silenzio… Tuttavia ho udito con piacere da terzi che le
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mie fatiche in tuo favore… il mio benevolo amico il conte Stallburg… Sua Signoria il conte Leinsdorf… la nostra parente, la consorte del capodivisione Tuzzi… La ragione per cui oggi devo pregarti di usare di tutto il tuo influsso nella nuova cerchia dei tuoi conoscenti è la seguente:
Il mondo andrebbe in pezzi se si dovesse ritener vero tutto ciò che passa per tale, e permessa ogni volontà che tale si crede. È quindi dovere di noi tutti stabilire l’unica verità e la volontà lecita, e, ottenuto questo, vagliare con inesorabile senso di responsabilità affinché ciò sia depositato anche nella chiara forma dell’opinione scientifica. Ne puoi inferire il significato di quanto passo a comunicarti: negli ambienti profani, ma purtroppo anche in quelli scientifici, che soggiacciono alle insinuazioni di
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un secolo traviato, è sorto da tempo un movimento estremamente pericoloso, allo scopo di introdurre nella relazione del nostro codice penale alcuni pretesi miglioramenti e alleviamenti. Devo premettere che questo compito di revisione è stato affidato qualche anno fa a una commissione di noti specialisti alla quale ho l’onore di appartenere, come pure il mio collega universitario, il professor Schwung, del quale forse serbi memoria dal tempo in cui non avevo ancora veduto chiaro in lui, così che lo considerai per lunghi anni uno dei miei migliori amici.
Per quanto riguarda gli alleviamenti di cui sopra ho appreso finora soltanto sotto forma di dicerie – ma la cosa è disgraziatamente fin troppo probabile – che per il prossimo giubileo del nostro venerato e benigno sovrano,
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s’intende, sfruttando per così dire l’atmosfera di generosità e d’indulgenza, far tutti gli sforzi per ottenere un nefasto addolcimento delle nostre norme giuridiche. A impedire ciò, il professor Schwung ed io siamo, come ben s’intende, entrambi fermamente decisi.
Tengo conto del fatto che tu non hai studiato le leggi; ma non ignorerai che il punto d’attacco preferito di questa incertezza giuridica falsamente ammantata di umanità è il tentativo di estendere il concetto di irresponsabilità, escludendo il castigo, con la formula poco chiara di diminuita capacità d’intendere e di volere, a quei numerosi individui che non sono né infermi di mente né intellettualmente normali e costituiscono l’esercito di minorati, di esseri moralmente inferiori che purtroppo infestano sempre più la
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nostra civiltà. Tu dirai che questo concetto della diminuita capacità di intendere e di volere
- se è lecito chiamarlo un concetto, cosa di cui dubito! – deve essere strettamente connesso con l’interpretazione che noi diamo all’idea della piena responsabilità o irresponsabilità, e con questo vengo all’oggetto vero e proprio della mia comunicazione.
E cioè, richiamandomi alla legislazione già esistente e in considerazione delle circostanze sopra elencate, io ho proposto alla commissione consultiva sunnominata di dare al relativo paragrafo 318 del futuro codice penale la formulazione seguente:
“Un’azione punibile non è più tale se l’autore nel momento in cui commette l’azione si trova in stato d’incoscienza o di perturbazione patologica della sua attività
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mentale, per cui…” e il professor Schwung ha presentato una proposta che incominciava con le stesse, precise parole. La sua però così proseguiva: “.per cui resta esclusa la sua libera volizione”, mentre la mia sonava: “per cui egli non possiede la capacità di riconoscere l’illegalità della propria azione”
Devo confessare che sulle prime non notai affatto la perfida intenzione di quella differenza. Personalmente ho sempre sostenuto il concetto che la volontà, col progressivo sviluppo dell’intelligenza e della ragione, giunga a soggiogare il desiderio ossia l’istinto mediante la riflessione e la conseguente risoluzione. Per conseguenza un’azione voluta è sempre un’azione commessa con il pensiero, e mai un’azione istintiva. L’uomo è libero in quanto sceglie la propria volontà; se ha desideri umani,
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cioè desideri corrispondenti al suo organismo sensuale, dunque la sua mente è perturbata, allora egli non è libero. La volontà non è casuale, è determinazione spontanea necessariamente derivante dall’Io, e dunque la volontà è determinata nell’intelletto, e se l’intelletto è turbato e la volontà non è più volontà, l’uomo agisce allora secondo la natura del suo istinto!
So perfettamente che v’è una letteratura che sostiene la tesi opposta, secondo la quale il pensiero si determina nella volontà. È questa una concezione che ha trovato seguaci fra i giuristi moderni solo dal 1797 mentre quella da me adottata resiste a tutti gli attacchi fin dal quarto secolo avanti Cristo; ma io volevo mostrarmi conciliante e perciò proposi una formulazione che riunisse le due proposte, e
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quindi sonasse così:
“Un’azione punibile non è più tale se l’autore nel momento in cui la compie si trova in stato di incoscienza o di perturbazione patologica della sua attività mentale, per cui non possiede la capacità di riconoscere l’illegalità della sua azione, e resta esclusa la sua libera volizione”
Fu allora che il professor Schwung rivelò la sua vera natura! Egli disdegnò la mia cortesia e affermò boriosamente che la congiunzione “e” doveva essere sostituita con “oppure” Tu capisci l’intenzione. È proprio la superiorità del pensatore sul dilettante, che egli sappia distinguere un “oppure” dove l’altro mette semplicemente un’“e”, e Schwung tentava di farmi passare per un pensatore superficiale, gettando sullo spirito conciliativo da me
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dimostrato con quell’“e” l’ombra del sospetto che io non sapessi afferrare in tutta la sua portata l’estensione del contrasto da appianare!
S’intende che a partire da quel momento mi sono opposto con tutte le mie forze.
Ho ritirato il mio tentativo di conciliazione e mi son sentito costretto a insistere per l’adozione del mio testo primitivo, senza varianti; ma da allora Schwung con perfidia raffinata si sforza di procurarmi difficoltà. Così oppugna che secondo la mia proposta, avente per base la capacità di riconoscere l’illegalità dell’azione, una persona la quale, come talvolta accade, soffra di una particolare monomania, ma per il resto sia sana, potrebbe essere assolta per infermità mentale solo se si riesce a dimostrare che in seguito alle sue particolari fissazioni essa crede all’esistenza di circostanze
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che giustificano la sua azione o che ne aboliscono la punibilità, cosicché essa si sarebbe comportata correttamente, se pure in un mondo falso e immaginario. Questa però è un’obiezione non valida, perché anche se la logica empirica riconosce persone che sono in parte ammalate e in parte sane, la logica del diritto non potrà mai ammettere una mescolanza di due stati giuridici, per essa le persone sono responsabili o non lo sono, ed è lecito supporre che anche in individui sofferenti di particolari fissazioni sussista la facoltà di distinguere il bene dal male. Se in un caso speciale essa viene offuscata, basta uno sforzo maggiore della loro intelligenza per ristabilire l’equilibrio con il resto dell’Io, e non v’è nessun motivo di vedere in questo una particolare
difficoltà.
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Ho dunque immediatamente ribattuto al professor Schwung che se gli stati di responsabilità e di irresponsabilità non possono logicamente coesistere, bisogna ammettere che in tali individui essi si alternino in rapido avvicendamento, e ne consegue la difficoltà appunto per la sua teoria, di rispondere al quesito in quale dei due stati si sia prodotta l’azione; perché a tal uopo occorrerebbe addurre tutte le cause che hanno influito sull’accusato dalla nascita in poi, e tutte quelle che hanno influito sui suoi antenati, dai quali ha avuto in retaggio qualità buone e cattive.
Tu non lo crederai, ma Schwung ha avuto veramente la spudoratezza di rispondermi che era proprio così, perché la logica del diritto non può ammettere a proposito della stessa azione
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una mescolanza di due stati giuridici, e perciò bisogna stabilire anche a proposito di ogni singola volontà se l’imputato, dato il suo sviluppo psichico, sia stato in grado di dominare il proprio volere oppure no. Noi sappiamo, secondo lui, con molta maggiore evidenza esser libera la nostra volontà che esistere una causa di tutto ciò che avviene; e poiché siamo fondamentalmente liberi, lo siamo anche secondo i varî motivi, cosicché bisogna dedurne che in un simile caso basta uno sforzo particolare della forza di volontà per resistere all’impulso delittuoso determinato da cause.
A questo punto Ulrich interruppe la lettura dei progetti paterni e soppesò pensieroso i molti annessi citati in margine. Diede ancora un’occhiata all’ultimo foglietto della lettera, ed
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apprese che il padre attendeva da lui che esercitasse un “influsso obiettivo” sui conti Leinsdorf e Stallburg, e gli dava l’espresso consiglio di mettere in guardia per tempo i comitati competenti dell’Azione Parallela contro i pericoli che potevano derivare allo spirito dell’integrità dello stato, se nell’anno del giubileo un problema così importante fosse stato impostato e risolto erroneamente.
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75. Il generale Stumm von Bordwehr considera le visite a Diotimauna piacevole distrazione
dalle sue mansioni ufficiali
IL piccolo generale panciuto era venuto un’altra volta a riverire Diotima.
- Sebbene al guerriero in sala di
consiglio sia assegnato un compito modesto, – egli aveva incominciato, – oso tuttavia far presente che lo stato è il potere di affermarsi nella lotta dei popoli, e che la forza militare che si spiega in tempo di pace tiene lontana la guerra – Ma Diotima gli aveva subito tolto la
parola.
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- Generale! – disse ella vibrante di collera, – tutta la vita riposa sulle forze della pace; persino l’attività commerciale, a saperla ben considerare, è poesia.
Il piccolo generale la guardò per un attimo, costernato, poi si rimise subito in sella.
- Eccellenza, – s’affrettò a dichiarare, – e per capire questo titolo bisogna ricordare che lo sposo di Diotima era capodivisione, che in Cacania un capodivisione ha lo stesso grado di un comandante di divisione, che in realtà solo i comandanti di divisione hanno diritto al titolo di eccellenza e unicamente in servizio, ma poiché la professione militare è una professione cavalleresca, era inconcepibile non chiamarli eccellenza anche fuori servizio, e sempre in questo spirito cavalleresco si dava dell’eccellenza anche alle loro consorti, senza
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star lì a chiedersi quando mai queste si trovassero in servizio – questi complicati ragionamenti il piccolo generale li passò in rivista di volo, per assicurare subito Diotima della sua incondizionata approvazione e devozione, sicché disse:
- Eccellenza, lei mi toglie la parola di bocca. Naturalmente il Ministero della Guerra non può essere rappresentato nel comitato, per evidente ragioni politiche, ma abbiamo sentito dire che la grande Azione si prefigge uno scopo pacifico
- un movimento internazionale per la pace, si sussurra, o l’offerta di affreschi austriaci per il Palazzo dell’Aja? – e posso garantirle, Eccellenza, che la cosa ci è estremamente simpatica. Di solito si ha dei militari un’idea sbagliata; certo non voglio asserire che un giovane tenente non sogni la guerra, ma tutte
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le autorità responsabili sono profondamente convinte che la sfera della forza, da noi purtroppo rappresentata, deve sempre essere benedetta dai doni dello spirito, così come ha detto or ora vostra Eccellenza.
Estrasse una spazzolina dalla tasca dei pantaloni e se la passò due o tre volte sui baffetti; era una cattiva abitudine conservata da quand’era cadetto e i baffi rappresentavano la grande speranza impazientemente accarezzata. Ma egli non lo sapeva; coi suoi grandi occhi bruni fissava in faccia Diotima e cercava di leggere l’effetto delle proprie parole. Diotima si mostrò raddolcita, sebbene non lo fosse mai del tutto in presenza del generale, e si degnò di dargli ragguagli su quant’era avvenuto dopo la gran seduta inaugurale.
Il generale si mostrò entusiasta, soprattutto
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del ricevimento alle celebrità, espresse la sua ammirazione per Arnheim e si disse convinto che quella grande adunanza avrebbe dato frutti eccezionali e benefici.
- Molta gente non sa che c’è troppo poco ordine nel campo intellettuale! – egli dichiarò. – Se permette, Eccellenza, dirò anzi che quasi tutti credono di vedere un progresso quotidiano dell’ordine pubblico. Sembra che l’ordine regni dappertutto; nelle fabbriche, negli uffici, nei dipartimenti ferroviari e nelle scuole – mi sia permesso citare con orgoglio anche le nostre caserme che nonostante i mezzi modesti ricordano la disciplina di un buon complesso orchestrale – e dovunque si guardi, si vede un ordine, ordine di marcia, ordine di precedenza, ordine d’anzianità, ordine degli affari, ordine ecclesiastico, ordine morale, ordine del giorno,
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eccetera eccetera. Dunque io sono persuaso che oggi quasi tutti ritengono il nostro secolo il più ordinato che ci sia mai stato. Anche lei, Eccellenza, non ha in fondo quest’impressione? Io sì. E dunque io stesso, se non sto bene attento, ho la sensazione che lo spirito nuovo stia appunto in questo maggiore ordine, e che i regni di Ninive e di Roma siano andati a catafascio per qualche sciatteria. Credo che la maggioranza degli uomini pensi così e supponga tacitamente che il passato è passato per castigo, per qualcosa che non era in ordine. Naturalmente si tratta di un’idea erronea, a cui la gente colta non deve abbandonarsi. E di qui appunto sorge la necessità della forza, della professione militare!
Il generale era molto soddisfatto di chiacchierare così con quella giovane donna
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tanto intelligente; era una piacevole diversione, in mezzo alle sue incombenze d’ufficio. Ma Diotima non sapeva cosa rispondergli; ripeté a casaccio:
- Noi speriamo davvero di raccogliere intorno a noi gli uomini più rappresentativi, ma l’opera resta pur sempre ardua. Lei non immagina come sono svariate le proposte che riceviamo, e si vorrebbe pur scegliere il meglio. Ma lei ha parlato di ordine, generale: badi, mai si arriverà alla meta con l’ordine, con la fredda ponderazione, con i confronti e le indagini; la soluzione dev’essere un baleno improvviso, un lampo, un fuoco, un’intuizione, una sintesi! La storia dell’umanità, se si considera, non è uno sviluppo logico; con le sue improvvise ispirazioni, di cui solo più tardi si svela il senso, fa pensare piuttosto a un poema!
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- Mi perdoni, Eccellenza, – replicò il generale, – un soldato s’intende poco di poesia; ma se qualcuno può donare fuoco e lampi a un movimento, quest’è lei, mia signora, lo lasci dire a un vecchio generale!
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76. Il conte Leinsdorf si mostra riservato
FIN qui il grasso generale era assai cortese, sebbene facesse le sue visite senza essere stato invitato; e
Diotima gli aveva confidato assai più di quanto avrebbe voluto. Ciò che tuttavia lo ricingeva di timore, e per cui ella ebbe più tardi a rimpiangere la propria gentilezza, non proveniva in fondo da lui stesso, ma piuttosto, così se lo spiegò Diotima, dal conte Leinsdorf. Sua Signoria era geloso? E, in caso affermativo, di chi? Leinsdorf non s’era mostrato così favorevole al Concilio come Diotima aveva sperato, pur facendovi ogni volta brevi
apparizioni. Sua Signoria aveva una spiccata
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avversione per quella che chiamava “letteratura e nient’altro” Era un’idea che per lui si associava con ebrei, giornali, librai avidi di reclame, e spirito borghese liberale che produce per denaro e che chiacchiera a vuoto, e la frase “letteratura e nient’altro” era diventata una sua espressione abituale.
Ogni volta che Ulrich si preparava a leggergli le lettere recate dalla posta, che suggerivano di muovere il mondo avanti oppure indietro, egli si rifiutava con le parole di cui ognuno si serve quando oltre alle proprie opinioni deve apprendere le opinioni degli altri; diceva:
- No, no, oggi ho molte cose importanti, e quella è soltanto letteratura!
Allora pensava alle distese coltivate, ai contadini, alle piccole chiese di campagna, e
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all’ordine divino legato stretto come i covoni su un campo mietuto, che è così bello, sano e redditizio quando permette magari l’installazione di qualche distilleria di acquavite per fare anche al progresso la parte sua. Ed ecco che, in quella serena, ampia veduta, società di tiro a segno e consorzi di lattai, per quanto disseminati, appaiono come un complesso d’ordine stabilito e collegato; e se fossero indotti a presentare richieste sulla base di un principio, essi avrebbero, se così si può dire, la precedenza che una proprietà spirituale debitamente registrata ha di fronte all’esigenza di un privato.
Così avveniva che il conte Leinsdorf, quando Diotima voleva parlargli seriamente di quanto aveva appreso dagli spiriti magni, aveva di solito in tasca o sottomano la proposta di
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un’associazione di sei o sette imbecilli, e affermava che nel mondo delle preoccupazioni reali quella carta pesava assai più che le trovate dei genî.
Era uno spirito come quello che il capodivisione Tuzzi elogiava negli archivi del suo Ministero, dove ci si rifiutava di riconoscere ufficialmente il Concilio, ma si prendeva spaventosamente sul serio ogni puntura di pulce del più piccolo gazzettino di provincia; e Diotima in tali affanni non aveva nessuno a cui confidarsi, tranne Arnheim. Ma proprio Arnheim prese le difese di Sua Signoria. Fu lui a magnificarle la serena vastità di vedute di quel grand seigneur, quand’ella si lagnò della preferenza manifestata dal conte Leinsdorf per le società bocciofile e i consorzi agricoli.
- Sua Signoria ha fede nella forza educatrice
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della terra e dei tempi, – egli spiegò gravemente.
- Mi creda, questo è un effetto della proprietà terriera. La terra semplifica, come l’acqua purifica. Io stesso l’ho sperimentato in ogni mio soggiorno nel mio modestissimo podere. La vera vita ci rende semplici – E dopo qualche esitazione soggiunse:
- Nella sua semplice e grandiosa visione della vita, Sua Signoria è anche di una tolleranza estrema, per non dire temeraria… – Poiché questo lato del suo illustre protettore le riusciva nuovo, Diotima spalancò gli occhi. – Non saprei affermare con sicurezza, continuò Arnheim con enfasi imprecisa, – se il conte Leinsdorf s’avveda quanto Ulrich come suo segretario abusi della sua fiducia; s’intende – mi affretto ad aggiungere – solo per differenza di mentalità, con il suo scetticismo di fronte ai
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grandi progetti e con il suo ironico sabotaggio. Se non fosse che quell’autentico Pari è così solidamente ancorato ai grandi sentimenti e concetti tradizionali su cui posa la vera vita, sicché probabilmente tale fiducia non gli reca danno, io temerei l’influsso di suo cugino sul conte Leinsdorf.
Era un giudizio forte e ben meritato su Ulrich, ma Diotima non vi badò molto, perché era impressionata dall’altra affermazione di Arnheim, quel considerare i suoi beni non come una proprietà fondiaria ma come un massaggio spirituale; lo trovava meraviglioso, e fantasticò di vivere come moglie in un podere così.
- Ho spesso ammirato, – disse, – la sua indulgenza nel giudicare Sua Signoria! In fin dei conti è un periodo storico che tramonta,
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no?
- Sì, certo, rispose Arnheim, – ma le semplici virtù, coraggio, cavalleria e autodisciplina, che quella casta ha esemplarmente coltivato conserveranno sempre il loro pregio. Il signore, in una parola! Anche nella vita degli affari ho imparato ad attribuire un valore sempre più grande all’elemento signore!
- Allora il signore sarebbe in ultima analisi un equivalente della poesia? – chiese Diotima soprappensiero.
- Lei ha detto una cosa meravigliosa! – esclamò il suo amico. – È il segreto della vita gagliarda. Con la sola intelligenza non si può esser morali né fare della politica. L’intelligenza non basta, i fatti decisivi si svolgono al di sopra di essa. Gli uomini che han fatto grandi cose hanno tutti amato la musica, la poesia, la
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forma, la disciplina, la religione e la cavalleria! Starei quasi per dire che solo chi ama tutto ciò può aver fortuna! Perché sono i cosiddetti imponderabili quelli che fanno il signore, l’uomo, e anche nell’ammirazione del popolo per l’attore se ne scopre ancora un oscuro vestigio. Ma per tornare a suo cugino: le cose non stanno semplicemente così, che s’incomincia senz’altro a diventare un conservatore quando si è diventati troppo comodi per la vita sregolata; anche se fossimo nati tutti rivoluzionari, un giorno ci accorgeremmo che un uomo semplicemente buono, qualunque sia la sua intelligenza, un uomo sereno, valoroso, leale insomma, non è soltanto una grandissima gioia per chi lo incontra, ma è il vero humus in cui è riposta la vita. Questa è la saggezza dei nostri vecchi; e
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significa la decisiva trasformazione del gusto, che in gioventù è naturalmente rivolto all’esotico, nel gusto maturo, virile. Io ammiro suo cugino, per molti lati, o se questa è un’affermazione arrischiata, poiché non si può sempre dar credito alle sue parole, dirò piuttosto che gli voglio bene, perché c’è in lui una straordinaria libertà e indipendenza, accanto a molte rigidezze e stranezze; forse il suo fascino sta proprio in quella mescolanza di libertà e di rigore, ma è un uomo pericoloso col suo infantile esotismo morale e col suo ingegno raffinato che cerca sempre un’avventura senza saper bene che cosa ve lo spinga.
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77. Arnheim amico dei giornalisti
DIOTIMA ebbe ripetute occasioni di osservare gli imponderabili che agivano su Arnheim.
Così ad esempio egli suggerì di invitare alle sedute del Concilio (era il nome un po’ ironico che il capodivisione Tuzzi aveva dato al “Comitato per la stesura di una Risoluzione relativa al settantesimo Anniversario dell’Ascesa al Trono di Sua Maestà”) anche i rappresentanti della grande stampa; sebbene lui fosse presente solo come invitato, senza cariche ufficiali, godeva di una considerazione da parte dei giornalisti che faceva impallidire
tutte le altre celebrità.
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Per qualche motivo imponderabile infatti i giornali non sono istituti di ricerche e laboratori dello spirito, come potrebbero essere con vantaggio generale, ma soltanto magazzini e borse. Platone – prendiamo lui per esempio, perché lo si cita accanto a una dozzina di altri come massimo pensatore – andrebbe certo in visibilio davanti a un’organizzazione giornalistica dove ogni giorno si può creare, trasformare, raffinare una nuova idea, dove le notizie affluiscono da tutti gli estremi confini del mondo con una velocità mai vista, e uno stato maggiore di demiurghi è pronto ad analizzarne immediatamente il contenuto spirituale e reale. Egli riconoscerebbe in una relazione di giornale quel topos uranios, la patria celeste delle idee, da lui tanto efficacemente descritta che ancor oggi tutte le
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persone perbene quando parlano coi loro figli o subordinati, sono idealisti. E certo se si presentasse improvvisamente alla sede d’un giornale e dimostrasse di essere per davvero quel grande scrittore morto più di duemila anni fa, desterebbe un clamore enorme e gli sarebbero fatte tutte le offerte più vantaggiose.
Se poi riuscisse a scrivere in tre settimane un epistolario filosofico e turistico, e a far filmare qualche migliaio delle sue famose favolette brevi, e magari l’una o l’altra delle sue opere più antiche, per un certo tempo se la passerebbe proprio bene. Ma appena esaurita l’attualità del suo ritorno, se il signor Platone volesse tradurre in atto una delle sue ben note idee che mai hanno potuto veramente trionfare, il redattore-capo lo inviterebbe tutt’al più a scrivere sull’argomento qualche bell’articolo per
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la pagina letteraria della domenica (ma una cosetta agile e svelta, niente pesantezze di stile, bisogna andare incontro ai gusti dei lettori) e il redattore letterario aggiungerebbe che quella collaborazione dovrebbe limitarsi purtroppo a un articolo ogni mese, perché vi sono altri scrittori d’ingegno da accontentare. E i due redattori proverebbero la soddisfazione di aver fatto molto in favore di un uomo che è, sì, il Nestore dei pubblicisti europei, ma un po’ superato, e per valore d’attualità non si può certo paragonare a un uomo come Paul Arnheim.
In quanto ad Arnheim, egli non si sarebbe mai prestato a questo, perché la sua riverenza per tutto ciò che è grande ne sarebbe rimasta urtata, ma sotto certi aspetti lo avrebbe trovato molto comprensibile. Oggi che si fanno ogni
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sorta di discorsi confusi, che profeti e imbroglioni usano le stesse parole, tranne piccole differenze di cui nessun uomo occupato ha tempo di andare in traccia, che le redazioni dei giornali sono perpetuamente assediate da sedicenti genî, è molto difficile stimare al giusto valore un uomo o un’idea; non ci si può affidare che al proprio udito per stabilire quand’è che il brusio, il mormorio, il sussurro davanti alla porta della redazione è diventato tanto forte da ottenere l’accesso come voce del pubblico.
Da quel momento però il genio cambia stato. Non è più una oziosa questione di critica teatrale o letteraria, alle cui contraddizioni il lettore ideale di giornali non dà peso, quasi chiacchiere di bambini, ma ottiene la dignità di un fatto, con tutte le conseguenze annesse.
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Certi stolti zelanti non avvertono il disperato bisogno d’idealismo che sta in fondo a tutto questo. Il mondo dello scrivere e del dover scrivere è pieno di grosse parole e concetti che hanno perduto i loro oggetti. Gli attributi dei grandi uomini e dei grandi entusiasmi vivono più a lungo delle loro cause, e perciò v’è una quantità d’attributi in sopravanzo. Sono stati coniati chi sa quando da un uomo importante per un altro uomo importante, ma entrambi son morti da un pezzo, e i concetti sopravvissuti devono essere adoperati. Perciò per l’attributo si cerca sempre l’uomo. La “grandiosa potenza” di Shakespeare, l’“universalità” di Goethe, la “profondità psicologica” di Dostoevkij, e tutte le altre immagini che una lunga evoluzione letteraria s’è lasciata dietro ingombrano a centinaia i
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cervelli di quelli che scrivono, e per via di questo ingorgo costoro proclamano oggi la profondità di uno stratega del tennis e la sublimità di un poeta alla moda. Si capisce che sono contenti quando possono appiccicare a qualcuno senza rimetterci le parole di cui hanno pieno il magazzino. Ma dev’essere un qualcuno la cui importanza è già un fatto stabilito, sicché risulti chiaro che le parole ben gli si appongono, anche se non importa dove.
E Arnheim era un uomo di questi, perché Arnheim era Arnheim; ad Arnheim succedeva Arnheim; come erede di suo padre egli era un avvenimento fin dalla nascita, e non si poteva dubitare dell’attualità di tutto quel che diceva. Bastava che si sottoponesse al piccolo sforzo di dire qualcosa che con un po’ di buona volontà si potesse trovare importante. E Arnheim
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stesso riassumeva il fenomeno in una massima giusta: – Una gran parte della vera importanza di un uomo sta nella capacità di farsi capire dai contemporanei, – egli soleva dire.
Anche questa volta dunque se la sbrigò benissimo coi giornalisti che s’erano impadroniti di lui. Sorrise appena di certi finanzieri o politici ambiziosi che vorrebbero comprare intere montagne di giornali; un simile tentativo di influire sull’opinione pubblica gli sembrava pusillanime e goffo, come un uomo che offra a una donna denaro in cambio d’amore, mentre può avere tutto quanto a buon mercato, semplicemente eccitando la sua fantasia. Ai giornalisti che gli chiedevano la sua opinione sul concilio aveva risposto che il fatto stesso della riunione ne dimostrava la profonda necessità, perché nella storia del mondo non
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accade mai nulla d’irragionevole, e con ciò aveva così bene imbroccato il loro umore professionale, che quella sentenza fu riprodotta da molti giornali. A ben considerarla, era infatti una sentenza azzeccata. Perché coloro che pigliano sul serio tutto quel che succede dovrebbero sentirsi male se non avessero la convinzione che non succede nulla di irragionevole; ma d’altra parte, come si sa, preferirebbero mordersi la lingua che prendere qualcosa troppo sul serio, anche se fosse l’Importante per antonomasia. La presina di pessimismo che Arnheim aveva messo nella sua frase contribuì molto a dare una reale dignità all’iniziativa e anche il fatto che egli fosse un forestiero poteva ormai essere interpretato come un segno dell’interesse di tutto il mondo estero per gli appassionanti
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avvenimenti spirituali che si svolgono in
Austria.
Le altre celebrità partecipanti al Concilio non avevano il medesimo talento innato di piacere alla stampa, ma s’avvidero dell’effetto; e giacché le celebrità in generale sanno poco l’una dell’altra e nel treno dell’eternità su cui viaggiano tutte insieme s’incontrano per lo più solo al vagone-ristorante, gli onori speciali pubblicamente tributati al Nababbo influirono anche su di loro; e quantunque egli seguitasse a tenersi lontano da tutti i comitati costituiti, divenne automaticamente il centro del Concilio. Quanto più la riunione progrediva tanto più si faceva evidente che la vera attrazione era lui, quantunque in fondo non facesse nulla per questo, tranne forse manifestare anche nei colloqui con gli illustri convitati un giudizio
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interpretabile come dichiarato pessimismo: cioè che dal Concilio non c’era da aspettarsi gran cosa, ma d’altra parte una meta così alta esigeva di per se stessa tutta la confidente abnegazione che le si poteva dedicare.
Un pessimismo così gentile desta fiducia anche fra gli spiriti eletti; per un ignoto motivo infatti, l’idea che oggi lo spirito non consegue mai il vero successo riesce più simpatica che quella che uno dei colleghi debba conseguire questo successo, e il giudizio riservato di Arnheim sul Concilio poteva essere inteso come un adattamento a tale possibilità.
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78. La metamorfosi di Diotima
I sentimenti di Diotima non si sviluppavano secondo una linea così costantemente ascendente come i
trionfali successi di Arnheim.
Avveniva che nel bel mezzo di un gruppo, al centro della sua casa sgomberata e trasformata, ella credesse di svegliarsi in un paese di sogni. Rimaneva lì circondata da gente e da spazio, la luce del lampadario le bagnava i capelli e scendeva giù per le spalle e pei fianchi, così che le pareva di sentirne il luminoso fluire; ed era come una statua, avrebbe potuto essere la figura di una fontana, nel centro di un
centro del mondo, inondata di altissima grazia
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spirituale. Le sembrava un’occasione unica e fuggitiva in cui si avverasse tutto quello che si è creduto essenziale ed eccelso nel corso della vita; né le importava molto di non sapersi figurare nulla di preciso. Tutta la casa, la presenza di tanta gente, la serata la racchiudeva come un vestito con l’interno di seta gialla; se lo sentiva sulla pelle, ma non lo vedeva. Di tanto in tanto volgeva lo sguardo ad Arnheim, che era in qualche gruppo di uomini e discorreva; ma poi si accorgeva di averlo sempre guardato, ed era solo il suo risveglio che si rivolgeva nella stessa direzione. Anche senza che ella lo guardasse, le punte estreme dell’ali della sua anima posavano sul viso di lui e la avvisavano di quanto vi accadeva.
Per restare nelle penne, bisognerebbe aggiungere che anche nell’aspetto di Arnheim
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c’era qualcosa d’un sogno, come un mercante con ali dorate d’angelo che fosse disceso in mezzo alla riunione. Lo sferragliare di treni espressi e di lusso, il rombare di automobili, il silenzio di casini da caccia, lo schioccare di vele di panfili era in quelle ali invisibili, ripiegate, lievemente fruscianti a qualche gesto esplicativo del braccio, di cui lo dotava il sentimento di Diotima.
Come al solito Arnheim era sovente lontano, in viaggio, e perciò la sua presenza aveva sempre qualcosa che andava al di là del momento e degli avvenimenti locali, che pure per Diotima importavano tanto! Ella sapeva che c’era un segreto andirivieni di dispacci, visitatori inviati della sua azienda, mentre egli era a Vienna. A poco a poco ella si formò un concetto, e forse era esagerato, dell’importanza
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di una casa mondiale e delle sue concatenazioni con gli eventi della sua gran vita. Arnheim talvolta faceva racconti che toglievano il fiato sulle relazioni del gran capitale, sugli affari con l’oltremare e sulle colleganze politiche; orizzonti nuovi, anzi, semplicemente orizzonti, si aprivano per la prima volta davanti a Diotima; bastava averlo sentito parlare una sola volta dei contrasti franco-tedeschi, di cui Diotima sapeva poco, tutt’al più che le persone del suo ambiente avevano una leggera antipatia per la Germania, unita a un fastidioso senso di doverosa solidarietà; ma nell’esposizione di lui diventava un problema gallo-celto-alpino-tiroidologico, legato alle miniere di carbone della Lorena e più indirettamente al petrolio messicano e alle divergenze fra l’America del Nord e l’America
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Latina. Di tali correlazioni il signor Tuzzi non aveva la più lontana idea o almeno non pareva che l’avesse. Si accontentava di ammonire di quando in quando Diotima che secondo lui la presenza e l’assiduità di Arnheim in casa loro non si potevano spiegare senza supporre scopi segreti, ma sull’eventuale natura di questi non si pronunciava e forse non ne sapeva nulla neanche lui.
Così sua moglie sentiva con evidenza la superiorità degli uomini nuovi sui metodi di una diplomazia ormai invecchiata. Non aveva dimenticato il momento in cui aveva preso la risoluzione di porre Arnheim a capo del Movimento. Era stata la prima grande idea della sua vita, ed ella si era trovata allora in una condizione bizzarra; era caduta in uno stato di fusione e di sogno, l’idea aveva spaziato
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in meravigliose lontananze e tutto ciò che fino allora aveva costituito il mondo di Diotima si era liquefatto davanti a quell’idea. Ben poco di questa sensazione si poteva tradurre in parole; era un luccichio, un barbaglio, una strana vacuità e fuga dei pensieri, e si poteva persino ammettere tranquillamente – pensava Diotima – che il nocciolo essenziale, quello cioè di mettere Arnheim alla testa dell’Azione Patriottica – fosse interamente assurdo. Arnheim era straniero, senza dubbio. Così immediato dunque com’ella l’aveva prospettato al conte Leinsdorf e al marito il compimento di quell’idea non poteva essere. Nondimeno tutto era avvenuto secondo l’ispirazione di quel suo stato. Infatti tutti gli altri sforzi per dare all’Azione un contenuto veramente elevato erano finora rimasti vani; la grande seduta d’apertura, i lavori delle
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commissioni, persino quel Concilio privato, al quale d’altronde Arnheim, obbedendo a una strana ironia del destino, era poco propenso, non avevano prodotto altro che… Arnheim, che raccoglieva tutti intorno a sé, che doveva parlare ininterrottamente e che accentrava in sé tutte la speranze. Era l’uomo nuovo, chiamato a sostituire le vecchie potenze al timone della storia. Diotima poteva lusingarsi di essere stata colei che lo aveva subito scoperto, che aveva parlato con lui dell’ingresso dell’uomo nuovo nelle sfere del potere, e l’aveva aiutato a compiere il suo cammino contro l’opposizione degli altri. Se Arnheim aveva davvero un secondo fine come sospettava il capodivisione Tuzzi, Diotima sarebbe stata ad ogni modo pronta fin dal principio ad appoggiarlo in tutti i modi, perché un grande
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momento non tollera una ponderazione meschina, ed ella sentiva di essere all’acme della propria vita.
Tranne i perseguitati dalla scalogna e i nati con la camicia, tutta l’umanità vive ugualmente male ma abita a piani diversi. Questa coscienza del proprio piano è per l’uomo di oggi, che in generale ha una prospettiva ristretta sul senso della propria vita, un apprezzabilissimo surrogato. In casi speciali può arrivare a un’ebrezza di autorità e di potere, così come ci sono individui che agli ultimi piani son colti da vertigine anche se son coscienti di stare in mezzo alla camera con le finestre serrate. Quando Diotima pensava che uno degli uomini più influenti d’Europa collaborava con lei a introdurre lo spirito nelle sfere del potere, e come il destino li aveva condotti a incontrarsi, e
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quello che stava loro accadendo, anche se al piano assai elevato di un’azione umanitaria per l’universalità dell’Austria quel giorno non stesse accadendo proprio nulla di speciale; quando pensava tutto questo, il filo delle sue idee era una serie di nodi che si sono allentati in cappi, la rapidità del pensiero aumentava, il corso ne era più facile, una strana sensazione di felicità e di fortuna accompagnava le sue trovate, e uno stato di ricettività le portava intuizioni di cui stupiva ella stessa. La sua sicurezza di sé ne era accresciuta; lusinghieri successi che prima non avrebbe osato sperare erano lì a portata di mano, ella era più serena che non fosse mai stata, le venivano in mente persino certi scherzi arrischiati, e qualcosa di mai provato prima, impeti d’allegria, anzi di gioia sfrenata, la pervadevano. Le pareva di
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essere nella stanza di una torre con molte finestre; c’era anche qualcosa di leggermente inquietante. La angustiava un senso di ineffabile vago indefinito benessere che la spingeva a fare qualcosa, a compiere azioni universali di cui non aveva la minima idea. Si potrebbe dire quasi che percepiva improvvisamente il volger del globo sotto i suoi piedi e ne era presa; oppure che quei violenti fenomeni senza contenuto palpabile la impacciavano come un cane che ti balza fra i piedi e che nessuno ha visto venire. Perciò Diotima aveva paura della metamorfosi che senza suo espresso consenso era avvenuta in lei, e tutto sommato la sua condizione somigliava piuttosto a quel chiaro grigio nervoso che è il colore delicato del cielo libero da ogni peso nell’ora disanimata del più
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intenso calore.
L’aspirazione di Diotima all’ideale subiva intanto un cambiamento importante. Quella aspirazione non si era mai potuta distinguere chiaramente da una corretta ammirazione per le grandi cose, era un idealismo signorile, un’animazione dignitosa, e poiché nei tempi attuali, più robusti, non si sa più che cosa sia, sarà meglio farne qualche breve cenno.
Quell’idealismo non era oggettivo, perché l’oggetto appartiene al mestiere, al lavoro manuale, e il lavoro manuale è sempre poco pulito; piuttosto era come la pittura floreale delle arciduchesse, per le quali altri modelli che i fiori non sarebbero convenevoli, e la caratteristica di quell’idealismo era l’idea di cultura: esso si riteneva ultra coltivato. Ma lo si sarebbe anche potuto chiamare armonico
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perché aborriva da ogni scompenso, e considerava missione della cultura mettere in armonia gli stridenti contrasti che purtroppo vi sono nel mondo; in una parola, forse non era poi tanto diverso da quello che ancor oggi – ma naturalmente solo là dove rimane salda la grande tradizione borghese s’intende per sano e schietto idealismo, il quale fa molta differenza fra oggetti che son degni di lui e gli altri che non lo sono, e per motivi di più alta umanità non partecipa affatto alla credenza dei santi (dei medici e degli ingegneri) che anche nelle scorie morali vi sia un celeste potere calorifico non utilizzato.
Se qualcuno avesse destato prima Diotima dal sonno e le avesse chiesto che cosa voleva, ella avrebbe risposto senza bisogno di riflettere che la forza d’amore di un’anima vivente ha
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bisogno di comunicarsi a tutto il mondo; ma passato un po’ di tempo dal risveglio avrebbe posto limiti alla sua risposta con l’osservazione che nel mondo attuale, soffocato dal troppo rigoglio dell’intelligenza e della civiltà, si può tutt’al più parlare cautamente, anche per le nature più sublimi, di un’aspirazione analoga alla forza d’amore. E sarebbe stata davvero la sua persuasione. Vi sono ancor oggi migliaia di persone così, che si potrebbero chiamare i polverizzatori della forza d’amore.
Quando Diotima intraprendeva la lettura d’uno dei suoi libri, si tirava indietro i bei capelli dalla fronte, il che le dava un’aria logica, e leggeva con senso di responsabilità e studiandosi di trarre da ciò che ella chiamava cultura un aiuto prezioso per la posizione sociale in cui si trovava; e viveva nello stesso
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modo, distribuendosi in piccole stille d’amore sopraffino a tutte le cose che lo meritavano, le irrorava come una rugiada, e per lei stessa non rimaneva che la vuota ampolla del corpo, facente parte dell’inventario di casa del capodivisione Tuzzi. Prima della comparsa di Arnheim mentre ella era ancora sola fra suo marito e la grande illuminazione della sua vita, l’Azione Parallela, ciò le aveva cagionato accessi di grave malinconia, ma da allora in poi il suo stato si era modificato in un ordine nuovo, assai naturale. La forza d’amore s’era vigorosamente rattratta ed era per così dire rientrata nel corpo, e l’aspirazione “analoga” era diventata molto egoistica e univoca. Quell’idea, suggerita dapprima da suo cugino, di trovarsi nello stadio preliminare di un’azione, in attesa che qualcosa che non
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sapeva ancora immaginare stesse per accadere fra lei e Arnheim, aveva un grado di concentrazione talmente più alta di tutte le idee da cui finora era stata dominata, che ella ormai era persuasa di essere passata dal sonno alla veglia.
Anche il senso di vuoto che è particolare ai primi istanti di un tale trapasso non le faceva difetto, ed ella ricordava, da certe descrizioni, che è questo un segno di passione incipiente. Credeva di poter interpretare in tal senso molte cose dette da Arnheim negli ultimi tempi. I suoi discorsi sulla propria posizione, sui doveri e virtù che gli erano necessari, erano preparazioni a qualcosa di ineluttabile, e Diotima considerando tutto ciò che era stato finora il suo ideale sentiva il pessimismo spirituale dell’azione, come una persona con i
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bauli pronti, che getta un ultimo sguardo alle stanze già quasi senz’anima dov’è vissuta per anni. La conseguenza inattesa fu che l’anima di Diotima, rimasta improvvisamente senza la custodia delle forze superiori, si mise a comportarsi come uno scolaretto scappato da scuola che fa baldoria finché lo coglie la tristezza della sua assurda libertà; e per questa strana circostanza subentrò per breve tempo nei rapporti col marito, nonostante l’allontanamento crescente, qualcosa che, se non a una tarda primavera d’amore, somigliava stranamente a un miscuglio di tutte le stagioni amorose.
Il piccolo capodivisione, piacevolmente odorante di pelle bruna e asciutta, non capiva quel che accadeva. Aveva notato più di una volta che sua moglie in presenza di ospiti
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appariva stranamente trasognata, assorta, lontana e nervosissima, davvero ipersensibile e tuttavia assente al tempo stesso; ma quando erano soli, e lui, un po’ intimidito e sospettoso, le andava vicino per interrogarla, ella gli buttava le braccia al collo con immotivata gaiezza e gli premeva sulla fronte due labbra straordinariamente ardenti che gli ricordavano il ferro del parrucchiere quando arricciando la barba s’avvicina troppo alla pelle. Era sgradevole quella tenerezza imprevista, ed egli si soffregava la fronte di nascosto, mentre Diotima non vedeva. Se poi egli faceva per prenderla fra le braccia, o dopo che l’aveva già presa, il che era ancor più irritante, allora ella lo accusava fremente di non averla mai amata, e di non saper far altro che aggredirla come
una belva.
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Ora v’era una certa misura di sensitività e di capriccio nel quadro che egli si faceva in gioventù di una donna desiderabile, complemento dell’uomo; e la grazia spiritualizzata con cui Diotima offriva una tazza di tè, prendeva in mano un libro nuovo o giudicava di una questione che secondo suo marito non poteva assolutamente intendere, lo aveva sempre rapito per la sua forma perfetta. Era per lui come una discreta musica conviviale, una cosa che gli piaceva straordinariamente; Tuzzi però pensava anche che svincolare la musica dal mangiare (o dall’andare in chiesa) e la tendenza a farne fine a se stessa, fosse già una vanità borghese, benché sapesse che non lo si poteva dire ad alta voce, e d’altronde si soffermasse ben poco su tali pensieri. Che fare dunque, quando
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Diotima ora lo abbracciava, ora asseriva offesa che vicino a lui una creatura tutta anima non trovava la libertà di elevarsi alla propria vera natura? Che cosa rispondere a inviti come quello di pensare alle profondità dell’intimo mare di bellezza, se non occuparsi subito del corpo di lei? Tutt’a un tratto, gli era imposto di intendere la differenza fra un erotico, in cui lo spirito dell’amore aleggia, libero da concupiscenza, e un sensuale. Certo, erano sottigliezze letterarie di cui si poteva ridere; ma quando vengono enunciate, pensava Tuzzi, da una donna che si sta spogliando, – con simili ammonimenti sulle labbra! – allora diventano offese. Non gli sfuggiva, infatti, che gli indumenti intimi di Diotima facevano progressi verso una certa frivolezza mondana. Ella si era sempre vestita con cura e con riflessione,
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perché la sua posizione sociale esigeva che ella fosse elegante ma al tempo stesso non facesse concorrenza alle grandi dame; ma adesso nelle gradazioni esistenti fra l’onesta solidità e le libidinose ragnatele ella faceva alla bellezza certe concessioni che prima avrebbe definito indegne di una donna intelligente. Se però Giovanni se ne accorgeva (Tuzzi si chiamava Hans, ma per ragioni di stile era stato ribattezzato con un nome adatto al cognome) allora Diotima arrossiva fino alle spalle e si metteva a parlare della signora von Stein che non aveva concesso nulla nemmeno a un Goethe!
Dunque il capodivisione Tuzzi non poteva più, quando riteneva venuto il momento, lasciare gli importanti affari di stato inaccessibili al privato e trovar distensione in
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seno alla casa, ma si sentiva in balia di Diotima, e ciò che era stato pulitamente separato, tensione dello spirito e salutare rilassamento del corpo, doveva essere riportato all’unità faticosa, galante, un po’ ridicola del periodo di fidanzamento, come s’egli fosse un gallo cedrone o un giovincello versaiolo.
Non è esagerato affermare che talvolta dentro di sé ne aveva addirittura schifo, e per conseguenza il successo manifesto di cui sua moglie godeva lo faceva quasi soffrire. Diotima aveva per sé l’opinione pubblica, e quest’era qualcosa che il capodivisione Tuzzi in qualunque caso rispettava a tal segno da temere di apparir privo di perspicacia se si fosse opposto con parole energiche o con ironia troppo mordace ai grilli incomprensibili di Diotima. A poco a poco si rese conto che essere
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il marito di una donna importante è una sofferenza tormentosa, da celare accuratamente, anzi in un certo senso somiglia a una fortuita evirazione. Egli stava ben attento a non tradirsi, andava e veniva, avvolto in una nube di cortese impenetrabilità ufficiale, senza rumore e senza dar nell’occhio, quando da Diotima c’erano visite o riunioni; talvolta faceva un’osservazione tecnica o anche ironicamente incoraggiante; sembrava trascorrere la sua esistenza in un chiuso amichevole mondo vicino; era sempre d’accordo con Diotima; spesso a quattr’occhi le affidava ancor sempre piccoli incarichi confidenziali; favoriva apertamente l’assiduità di Arnheim in casa sua, e, nelle ore che le importanti cure del servizio gli lasciavano libere, studiava gli scritti di Arnheim e odiava gli uomini che scrivono,
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come la fonte dei propri mali.
Infatti una delle domande in cui si ramificava il quesito principale – per quale ragione Arnheim frequentasse la sua casa – era la seguente: perché Arnheim scriveva? Scrivere è una forma speciale del discorrere, e gli uomini ciarlieri Tuzzi non li poteva soffrire. Gli facevano sentire l’irresistibile bisogno di stringere le mascelle e di sputare attraverso i denti serrati, come un marinaio. Naturalmente ammetteva qualche eccezione. C’erano alcuni impiegati che, messi in pensione, avevano scritto le loro memorie, e altri che collaboravano a giornali; la spiegazione di Tuzzi era che un impiegato scrive solo se è malcontento o se è ebreo, perché secondo lui gli ebrei erano malcontenti e ambiziosi. Poi c’erano tecnici famosi che avevano scritto le loro
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esperienze; ma quasi al termine della vita, e in America o tutt’al più in Inghilterra. Del resto Tuzzi non mancava di cultura letteraria e preferiva come tutti i diplomatici le memorie dove si possono attingere motti arguti e conoscenza della natura umana; ma doveva pur significare qualcosa il fatto che oggigiorno non se ne scrivessero più, e probabilmente si trattava di un bisogno scomparso, non più appropriato ai tempi del nuovo oggettivismo. E finalmente si scriveva anche per mestiere; questo, Tuzzi lo ammetteva senza discussioni, purché ci si guadagnasse abbastanza e si rientrasse nella categoria, ben definita ormai, di poeta.
Anzi era abbastanza fiero di vedere in casa sua le cime di quella professione, nella quale egli aveva contato finora gli scrittori
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sovvenzionati coi fondi segreti del Ministero degli Esteri; però senza star molto a riflettere avrebbe messo anche l’Iliade e il Sermone sulla Montagna, che venerava moltissimo, fra quelle opere che si spiegano soltanto come prodotti di un mestiere esercitato per amore o per forza. Ma perché un uomo come Arnheim, che non ne aveva nessun bisogno, scrivesse tanto così, era una cosa dietro la quale Tuzzi incominciava a subodorare qualche altra cosa che non riusciva a scoprire.
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79. Soliman innamorato
SOLIMAN, il piccolo schiavo negro, o principe negro che fosse, aveva intanto persuaso Rachel, la
camerierina o se si preferisce la piccola amica di Diotima, che era suo dovere star bene attenta a tutto ciò che accadeva in casa, per potere a suo tempo sventare un fosco disegno di Arnheim. Più precisamente, Soliman non l’aveva convinta, ma entrambi vegliavano come congiurati e origliavano sempre alla porta quando c’erano visite. Soliman faceva spaventosi racconti di messaggeri che andavano e venivano e di enigmatici individui
che visitavano il suo padrone in albergo, e si
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dichiarava pronto a far giuramento all’uso dei principi africani che avrebbe scoperto il mistero; il giuramento dei principi africani si faceva così: Rachel doveva metter la mano sul petto ignudo di lui, fra i bottoni della giubba e quelli della camicia mentre egli avrebbe pronunziato la formula facendo lo stesso con lei; ma Rachel non voleva. Tuttavia la piccola Rachel, che vestiva e spogliava la signora e faceva le sue telefonate, che mattino e sera maneggiava i capelli neri di Diotima ascoltandone le auree sentenze, quella piccola ambiziosa che era vissuta in cima a una colonna da quando c’era l’Azione Parallela, e tutti i giorni vibrava nella corrente d’adorazione che saliva dai suoi occhi alla donna divina, da qualche tempo provava un gran piacere a spiare puramente e semplicemente quella
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donna stessa.
Attraverso porte rimaste aperte, dalle stanze vicine, dallo spiraglio di un uscio socchiuso, o anche eseguendo con lentezza qualche lavoro nella camera stessa, Rachel osservava Diotima e Arnheim, Tuzzi e Ulrich, e teneva in serbo occhiate e sospiri, baciamani, parole, sorrisi e gesti, come i pezzetti di un documento lacerato che non sapeva ricomporre.
Ma soprattutto il buco della serratura aveva un potere che a Rachel ricordava stranamente il tempo obliato in cui aveva perduto l’onore. La vista spaziava nell’interno della stanza; le persone si muovevano divise in parti e piani diversi, e le voci non erano più incastonate nel filo sottile delle parole, ma pullulavano come un suono privo di senso; timidità, ammirazione e rispetto che legavano Rachel a quelle persone,
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eran lacerati da una frenesia tumultuosa, e ciò era sconvolgente, come quando l’amante con tutto se stesso penetra all’improvviso così profondamente dentro l’amata, che si fa notte davanti agli occhi, e dietro la chiusa cortina delle palpebre avvampa la luce.
La piccola Rachel era accosciata davanti al foro della toppa, l’abituccio nero le tirava intorno alle ginocchia, alle spalle e al collo, accanto a lei ugualmente accoccolato Soliman in livrea pareva una tazza di porcellana verde piena di cioccolata; ogni tanto, quando perdeva l’equilibrio, egli si attaccava alla spalla, al ginocchio o alla veste di Rachel con un movimento rapido, prima posando per un attimo tutta la mano, poi staccando la palma e infine sciogliendo con tenero indugio anche la punta delle dita. Gli veniva da ridere, e Rachel
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gli premeva la manina morbida sui cuscinetti sodi delle labbra.
Del resto Soliman, a differenza di Rachel, non trovava interessante il Concilio, e cercava sempre di sottrarsi al compito di servire gli invitati insieme con lei. Preferiva venire quando Arnheim faceva visita da solo. Allora naturalmente gli toccava restare in cucina e aspettare che Rachel fosse di nuovo libera, e la cuoca che il primo giorno aveva chiacchierato così bene con lui si arrabbiava perché dopo di allora era diventato quasi muto. Ma Rachel non aveva mai tempo di fermarsi a lungo in cucina, e, in sua assenza, la cuoca, una ragazza sulla trentina, aveva per Soliman sollecitudini materne. Egli le sopportava per un po’, col suo più altero viso di cioccolata, poi s’alzava e fingeva d’aver dimenticato o di cercare qualche
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cosa, volgeva meditabondo gli occhi al cielo, si metteva con le spalle alla porta e incominciava a camminare a ritroso, come per veder meglio il soffitto; la cuoca prevedeva già quella goffa manovra, appena egli s’alzava e stralunava gli occhi; ma per rabbia e gelosia faceva vista di nulla, sicché Soliman non si diede nemmeno più molta pena a far quella commedia, e finì per ridurla a una formula abbreviata, fino al momento in cui sostava ancora sul limitare della cucina chiara ed esitava ancora un attimo, con l’aria più innocente possibile. La cuoca in quel momento non guardava. Soliman come un’immagine scura nell’acqua scura, scivolava di schiena nel buio dell’anticamera, ascoltava ancora per un secondo per eccesso di prudenza e poi si precipitava con balzi fantastici alla ricerca di Rachel nella casa
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sconosciuta.
Il capodivisione Tuzzi non era mai in casa, e di Arnheim e Diotima Soliman non aveva paura, perché sapeva che essi avevano orecchi soltanto l’uno per l’altro. Aveva fatto persino più di una volta l’esperimento di buttare a terra qualcosa, ed essi non se n’erano accorti. Egli era dunque padrone di tutte le stanze come un cervo nel bosco. Il sangue gli urgeva nella testa come un’impalcatura con diciotto acutissime ramificazioni. Le punte di quelle corna sfioravano muri e soffitti.
Era abitudine della casa che in tutte le stanze momentaneamente non occupate si tirassero le tende perché i colori dei mobili non fossero sciupati dal sole, e Soliman navigava nella penombra come nel folto di una selva. Si divertiva a farlo con mimica esagerata. La sua
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aspirazione era la violenza. Quel ragazzo guastato dalla curiosità delle donne, in verità non aveva mai avuto rapporti con una donna, ma era stato iniziato soltanto ai vizi dei giovinetti europei, e i suoi desideri erano ancora così inappagati dall’esperienza, così sfrenatamente e disordinatamente ardenti che non sapeva, vedendo l’amata, se avrebbe voluto placare la libidine nel sangue di Rachel, nei suoi baci o nell’agghiacciamento di tutte le vene del proprio corpo.
Dovunque si trovasse Rachel, egli compariva improvvisamente, ridendo della propria astuzia fortunata. Le tagliava la strada e né lo studio del signore né la camera da letto della signora gli erano sacri; sbucava di dietro a tende, scrivanie, armadi e letti, e Rachel si sentiva morire davanti a tanta sfrontatezza e al
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pericolo sfidato, ogni volta che l’ombra in un punto qualunque si condensava in una faccia nera dove splendevano due file di denti bianchi. Ma appena Soliman si trovava di fronte alla vera Rachel, prevaleva la pudicizia. La ragazza era tanto maggiore di lui, bella come una finissima camicia del padrone, che, anche a volere, non si poteva guastare subito perché era fresca di bucato, e insomma così reale che in sua presenza tutte le fantasie impallidivano.
Lei lo rimproverava per la sua malcreanza e magnificava Diotima, Arnheim, e l’onore di collaborare all’Azione Parallela; ma Soliman aveva sempre qualche regalino per lei, e le porgeva un fiore strappato dal mazzo che il suo padrone aveva mandato a Diotima, o una sigaretta rubata in casa, o una manciata di confetti presi, passando, in una bomboniera; e
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stringeva soltanto le dita di Rachel, e offrendole il regalo si portava la mano di lei al cuore, che nel suo corpo nero ardeva come una torcia rossa in una notte buia.
Una volta Soliman era persino penetrato nella cameretta di Rachel, dov’ella aveva dovuto ritirarsi con un lavoro di cucito per ordine rigoroso di Diotima, che il giorno innanzi durante la visita di Arnheim era stata disturbata dal tramestio in anticamera. Prima di rinchiudersi agli arresti Rachel lo aveva cercato in fretta senza trovarlo, e quando entrò mesta nella stanza, eccolo lì seduto sul letto con un sorriso radioso. Rachel esitava a chiuder la porta, ma Soliman balzò in piedi e la chiuse lui. Poi si frugò in tasca, ne tirò fuori qualcosa, vi soffiò su per spolverarlo e si avvicinò alla ragazza come un ferro da stiro
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arroventato.
- Dammi la mano! – ordinò.
Ella gliela stese. Soliman aveva nella sua due o tre bottoni variopinti da polsini e si provò ad infilarli nella bottoniera della manica di Rachel. Rachel pensò che fossero di vetro.
- Pietre preziose! – egli dichiarò con orgoglio. La ragazza, insospettita da quelle parole, ritirò il braccio. Non pensava nulla di preciso; il figlio d’un principe moro, anche se era stato rapito, poteva possedere ancora qualche pietra preziosa cucita nell’orlo della camicia; come escluderlo? Ma involontariamente aveva paura di quei bottoni, quasi che Soliman le porgesse un veleno, e a un tratto tutti i fiori e le chicche che egli le aveva già regalato le parvero molto sospetti. Nascose le mani dietro la schiena e guardò Soliman disanimata. Sentiva di dovergli
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dire gravi parole; era più vecchia di lui e serviva in casa di buoni padroni. Ma in quel momento le vennero in mente soltanto sentenze come “chi all’onor suo manca un momento, non vi ripara in anni cento” o “onestà e gentilezza sopravanza ogni bellezza” Si fece smorta; le parevano ammonimenti troppo semplici. Le norme di vita le erano state impartite in casa dei genitori, ed era una saggezza severa, bella e semplice come antiche suppellettili domestiche, ma non serviva a molto, perché in quelle massime c’era solo una frase e poi punto. E in quel momento ella si vergognava di quella saggezza infantile, come ci si vergogna di un vecchio vestito logoro. Ma non sapeva che il vecchio cofano confinato in un solaio di povera gente, dopo cent’anni diventa l’ornamento nel salone dei ricchi, e come tutte le persone
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semplici ammirava una seggiola nuova di giunco. Perciò cercava nella sua memoria i risultati della sua vita nuova. Ma quantunque ricordasse moltissime scene d’amore e di terrore lette nei libri che le dava Diotima, nessuna era così come le sarebbe servita! Adesso, tutte le belle parole, i bei sentimenti avevano le loro situazioni particolari e si adattavano tanto poco alla sua, quanto chiavi diverse a una estranea serratura. Lo stesso accadeva per gli splendidi moniti e insegnamenti che le impartiva Diotima.
Rachel si sentiva in un turbine di nebbia incandescente e stava per scoppiare in pianto. Infine proruppe con violenza:
- Io non rubo ai miei padroni!
- Perché no? – chiese Soliman mostrando i denti.
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- Non voglio!
- Io non ho rubato. È roba mia! – esclamò il moretto.
Rachel sentiva che “i buoni padroni sono pieni di cure per noi poveretti” Sentiva affetto per Diotima. Sconfinata ammirazione per Arnheim. Profondo orrore per quei faccendoni e mestatori che una buona polizia chiama elementi sovversivi; ma per tutto questo non aveva parole. Come un enorme carro pieno di erbe e di frutti con freno e martinicca che non funzionano, tutto quel carico di sentimenti si mise a rotolare dentro di lei.
- È mio! Prendilo! – ripeté Soliman, afferrando di nuovo la mano di Rachel. Ella tirò indietro il braccio, lui voleva trattenerla e incominciò ad andare in collera, e quando stava per lasciarla andare perché la sua forza
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infantile non bastava a vincere la resistenza di Rachel che si sottraeva alla stretta con tutto il peso del corpo, si chinò impetuosamente e morse come una bestia il braccio della ragazza.
Rachel fece per gridare, soffocò il grido e colpì Soliman in faccia.
Ma in quel momento egli aveva già gli occhi pieni di lacrime, si buttò in ginocchio, premette le labbra sulla veste di Rachel e piangeva così dirottamente che Rachel si sentì sulle cosce il caldo umido di quel pianto.
Restò in piedi, perplessa, davanti al ragazzo in ginocchioni che le si aggrappava alla veste e le nascondeva la faccia in grembo. Mai in vita sua aveva provato nulla di simile, e accarezzò leggera la testa di Soliman, passando le dita nel groviglio ispido delle sue chiome.
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80. Si fa conoscenza col generale Stumm, che compare inatteso al Concilio
UN notevole arricchimento aveva avuto nel frattempo il Concilio; nonostante il vaglio severo dei
partecipanti una sera era comparso il generale e s’era profuso in ringraziamenti a Diotima per avergli fatto l’onore d’invitarlo. In sala di consiglio, egli dichiarò, il soldato deve tenersi modestamente in disparte, ma poter assistere, anche soltanto come muto testimonio, a una riunione così cospicua era stato il suo sogno fin dalla giovinezza. Diotima senza aprir bocca si
guardò intorno cercando il colpevole; Arnheim
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parlava con Sua Signoria, come uno statista con un altro, Ulrich con aria indicibilmente annoiata guardava il buffet e pareva contare le torte esposte; il fronte offriva il solito quadro di schieramento compatto e non vi si apriva la minima breccia a un sospetto così singolare.
D’altra parte Diotima era sicurissima di non aver invitato il generale, o altrimenti doveva supporre di essere sonnambula o di andar soggetta a crisi di amnesia. Fu un momento sgradevole. Il piccolo generale era lì e aveva indubbiamente un invito nella tasca dell’uniforme color non-ti-scordar-di-me, perché l’impudenza di venire senza invito non era concepibile in un uomo nella sua posizione; d’altra parte di là in biblioteca c’era la graziosa scrivania di Diotima, e nel cassetto erano chiusi gli inviti stampati in soprannumero, che
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nessuno tranne Diotima poteva toccare. Tuzzi? le passò per la mente; ma anche questa era una supposizione poco verosimile. Come l’invito e il generale si fossero incontrati restava per così dire un enigma spiritico, e poiché Diotima era un po’ incline a credere nelle forze soprannaturali, un brivido la scosse dai piedi alla testa. Non le rimase che dare il benvenuto al generale.
Del resto anche lui s’era un poco meravigliato di ricevere quell’invito tardivo, perché durante le sue due visite non aveva potuto scoprire in Diotima, purtroppo, nessuna intenzione d’invitarlo; e aveva anche notato che l’indirizzo, scritto evidentemente da mano servile, dimostrava nelle qualifiche inesatte del suo grado e del suo ufficio una trascuratezza che era incompatibile con la posizione sociale
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di una signora come Diotima. Ma il generale era un uomo giocondo e poco propenso a congetture strane, tanto meno poi soprannaturali. Pensò che fosse accaduto uno scambio, un errore, il che non doveva impedirgli di assaporare il suo successo.
Infatti il maggior generale Stumm von Bordwehr, direttore della sezione educazione e cultura militare al Ministero degli Esteri, gioiva schiettamente della missione ufficiale finalmente carpita. Quando, a suo tempo, era stata annunziata la grande seduta inaugurale dell’Azione Parallela, il capodivisione lo aveva fatto chiamare e gli aveva detto:
- Senti, Stumm, tu che sei uno scienziato; ti faccio scrivere una lettera di presentazione e ci vai tu. Ti guardi un po’ intorno e ci racconti che cosa hanno in mente – E dopo egli aveva potuto
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dire quel che voleva, ma non essere riuscito a prender piede nell’Azione Parallela era una macchia sulle sue note caratteristiche, che egli aveva cercato invano di cancellare con le due visite a Diotima. Perciò appena ricevuto l’invito era corso difilato dal capodivisione e mettendo graziosamente una gamba davanti all’altra, sotto la pancetta, aveva annunziato con negligente spavalderia ma col fiato mozzo che l’avvenimento da lui preparato ed atteso si era, naturalmente, prodotto.
- Oh bene, – disse il feldmaresciallo Frost von Aufbruch, ne ero certo – Offrì a Stumm una seggiola e una sigaretta, mise alla porta il segnale luminoso “proibito l’ingresso, colloquio importante” e istruì Stumm del suo incarico, che consisteva essenzialmente in osservazioni e
rapporti.
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- Capisci, non vogliamo mica niente di speciale, ma tu vai lì il più spesso possibile e mostri che ci siamo anche noi; non far parte dei comitati va bene, sarà anche giusto, ma non esser presenti quando si delibera, per così dire, un dono morale per il Sovrano e Capo Supremo del nostro esercito, no, quello non ha senso. Perciò ho proposto proprio te a Sua Eccellenza il ministro, nessuno può avere nulla in contrario; dunque ciao, fa le cose perbene!
Il feldmaresciallo Frost von Aufbruch fece un cenno amichevole, e il maggior generale Stumm von Bordwehr dimenticando che un soldato non deve manifestare i moti dell’animo, batté gli speroni, se così può dirsi, come se gli venisse dal cuore, ed esclamò:
- Ti ringrazio devotamente, Eccellenza!
Se vi sono borghesi guerrafondai, perché
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non dovrebbero esserci ufficiali amanti della pace? In Cacania ce n’era una quantità. Dipingevano, facevano collezione di coleotteri, di francobolli, o studiavano storia. Le molte guarnigioni microscopiche e il fatto che agli ufficiali era proibito presentarsi al pubblico con produzioni intellettuali senza il permesso dei superiori dava abitualmente alle loro tendenze qualcosa di personale, e anche il generale Stumm aveva avuto in passato le sue passioncelle dilettantistiche. Egli aveva incominciato il servizio in cavalleria, ma era un cavaliere dappoco; mani e gambe troppo munite non si adattavano a dominare una bestia ombrosa come il cavallo; gli mancava anche ogni capacità di comando, tanto che i suoi superiori solevano dire che se uno squadrone si schierava nel cortile della
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caserma, con le teste rivolte alla stalla, invece che con le groppe, come accade di solito, lui non era già più in grado di farlo uscire dal portone. Per vendetta il Piccolo Stumm si era fatto crescere una bella barba castano-scura e rotonda, era l’unico ufficiale della cavalleria imperiale che portasse la barba in quel modo, ma una proibizione espressa non c’era. E aveva iniziato una raccolta scientifica di coltelli a serramanico; per una collezione d’armi le entrate non gli bastavano, ma di coltelli ne accumulò presto un visibilio, con e senza cavatappi e lima per le unghie, ordinati secondo la forma, la provenienza, il tipo d’acciaio, il materiale del manico eccetera, in alti armadi con molti cassettini piatti e cartellini ben scritti, e presto venne in fama di scienziato. Sapeva anche far poesie, già
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all’Accademia militare aveva sempre avuto “ottimo” in religione e componimento, e un giorno il colonnello lo fece venire negli uffici del comando del reggimento.
- Un ufficiale di cavalleria presentabile non lo diventerai mai, – gli disse. – Se mettessi a cavallo un poppante e gli ordinassi di comandar lo squadrone, non si comporterebbe diversamente da te. Ma è un pezzo che il reggimento non manda nessuno alla Scuola di guerra, e lì, Stumm, potresti presentarti tu!
Così Stumm si fece due anni meravigliosi alla Scuola di stato maggiore della capitale. Lì si notò che la prontezza che occorre per cavalcare gli mancava anche spiritualmente; ma lui non perdeva un concerto della banda militare, frequentava i musei e faceva raccolta di programmi teatrali. Per un poco accarezzò
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l’idea di rifarsi borghese, ma non seppe come attuarla. Il risultato fu che non lo dichiararono né idoneo né del tutto inidoneo al servizio di stato maggiore; passava per poco abile e poco ambizioso, ma era ritenuto un filosofo; a titolo d’esperimento lo assegnarono per altri due anni allo stato maggiore del comando di una divisione di fanteria, e spirato quel tempo egli, ormai capitano di cavalleria, fu nel gran numero di quegli ufficiali che costituiscono la riserva dello stato maggiore e come tali non vengono mai via dal servizio di truppa a meno che non intervengano eccezionalissime circostanze.
Il capitano Stumm adesso prestava servizio in un altro reggimento, gli veniva riconosciuta ormai una buona cultura militare, ma quella storia del poppante e delle sue capacità
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pratiche anche i nuovi superiori la scoprirono presto. Il suo fu il curricolo di un martire, fino al grado di tenente colonnello; ma fin da maggiore egli non sognava più che una lunga aspettativa a metà stipendio per arrivare al giorno in cui sarebbe stato messo a riposo come colonnello ad honores, cioè con titolo e uniforme, quantunque senza la pensione di colonnello. Non voleva più saperne di promozioni, che nell’esercito avvengono secondo l’ordine di precedenza, come un orologio insopportabilmente lento; né delle mattine in cui al levar del sole si è già di ritorno dalla piazza d’armi, mandati al diavolo da superiori e inferiori, e ci si rifugia alla buvette, con gli stivaloni impolverati, per aggravare con bottiglie vuote il vuoto della lunga giornata; né delle serate coi colleghi, delle storie del
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reggimento e di quelle Diane che passano la vita al fianco dei loro consorti, ripetendone la scala dei gradi in tono minore, appena percepibile ma inesorabilmente preciso e argentino; e non voleva più saperne di quelle nottate in cui la polvere, il vino, la noia, i chilometri percorsi e il tema obbligatorio di tutte le conversazioni, il cavallo, eccitavano gli ufficiali scapoli e ammogliati e a quei festini da casa chiusa, dove si mettono le donnine a gambe all’aria per versar loro champagne nelle sottane; e dell’eterno ebreo di ogni maledetto buco di guarnigione galiziana, una sorta di piccolo magazzino sbilenco dove si poteva trovar di tutto a credito con interesse, dall’amore al sapone dei finimenti, e si faceva anche mercato di ragazze tremanti di rispetto, paura e curiosità. Suo unico conforto in quei
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tempi era l’accurata collezione di coltelli e di cavaturaccioli, e anche di questi l’ebreo ne portava molti a quel picchiatello d’un ufficiale, lustrandoli con la manica prima di posarli sul tavolo con aria solenne come se fossero oggetti di scavo preistorici.
Alla svolta inattesa era giunto quando un compagno del corso alla Scuola militare s’era ricordato di lui e aveva proposto che fosse comandato al Ministero della Guerra dove nella sezione educazione e cultura occorreva un aiuto per il direttore, che avesse un’eccezionale intelligenza civile, appena due anni dopo la sezione veniva affidata a Stumm, che intanto era stato promosso colonnello. Era diventato un altro da quando aveva sotto di sé una seggiola in luogo dell’animale sacro della
cavalleria.
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Passò poi generale e poteva essere abbastanza sicuro di diventare ancora feldmaresciallo. Da un pezzo, si capisce, si era fatto radere la barba, ma con l’età la fronte gli si faceva sempre più spaziosa e la tendenza alla pinguedine gli conferiva un certo aspetto di cultura universale. Adesso era anche felice, e la felicità aumenta la capacità di rendimento. Era fatto per la gran vita, e tutto lo dimostrava. Negli abiti di una donna eccezionalmente elegante, nell’audace mancanza di gusto dell’allora nuovo stile architettonico viennese, nella variopinta opulenza dei grandi mercati, nell’asfalto grigio-bruno delle strade, in quella molle aria bituminosa piena di miasmi, di odori e di profumi, nel frastuono che si spezzava un istante per lasciar uscire un solo rumore, nell’immensa varietà dei borghesi e perfino nei
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tavolini candidi dei ristoranti, che sono così individuali pur avendo tutti innegabilmente lo stesso aspetto, in tutto ciò v’era una felicità che ronzava negli orecchi come tintinnio di speroni. Era una felicità che i civili possono provare soltanto quando fanno una gita in campagna; non si sa come, ma si passerà la giornata tra il verde, felici e con una volta qualunque al di sopra del capo. In tale sentimento era compreso quello della propria importanza, dell’importanza del Ministero della Guerra, dell’importanza della cultura, dell’importanza di tutti gli altri uomini, ed era così forte che Stumm, da allora, non aveva più pensato a frequentare teatri o musei. Era qualcosa di cui si ha veramente coscienza, ma che impregna tutto, dai galloni d’oro fino alla voce delle campane, ed è come una musica senza la quale
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la danza della vita s’arresterebbe di colpo.
Perbacco, ne aveva fatto di strada! pensava Stumm trovandosi ora per soprammercato anche lì, in quell’illustre consesso dello spirito! C’era anche lui! Era l’unica uniforme in un ambiente tutto intellettualità! E c’era un’altra cosa che lo faceva stupire. Ci si figuri l’azzurro globo celeste, un po’ schiarito nel colore non-ti- scordar-di-me della divisa di ufficiale e tutto fatto di felicità, di importanza, di misterioso fosforo cerebrale interiormente luminescente, e nel centro di quella sfera il cuore del generale, e su quel cuore, come Maria sulla testa del serpente, una donna divina il cui sorriso è intessuto con tutte le cose ed è la segreta gravitazione di tutte le cose: così si ottiene all’incirca l’impressione che Diotima aveva fatto sul generale Stumm von Bordwehr fin dal
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primo momento, quando la sua immagine gli aveva riempito gli occhi che giravano lenti.
In fondo, il generale Stumm aveva poca simpatia per le donne come per i cavalli. Le sue gambe tozze e un po’ corte non si sentivano a loro agio in groppa a un corsiero, e quando gli toccava parlare di cavalli anche nelle ore di libertà, la notte sognava di essere piagato fino all’osso e di non poter più scendere di sella; così pure il suo amore delle comodità era incompatibile con gli eccessi amorosi, e poiché il servizio lo stancava già abbastanza egli non aveva bisogno di sfogare le forze esuberanti attraverso notturne valvole di sicurezza. Ai suoi tempi non era mai stato un guastafeste, ma se passava la sera coi suoi camerati, invece che coi suoi coltelli, ricorreva di solito a un ripiego sagace, perché il suo istinto di equilibrio fisico
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gli aveva presto insegnato che dallo stadio eccessivo del bere si può passare rapidamente a quello sonnolento, ed egli lo considerava molto più comodo che i pericoli e le delusioni dell’amore. Quando poi si ammogliò e dovette mantenere due figli oltre l’ambiziosa consorte, capì ancor meglio quanto erano state assennate le sue abitudini di vita prima di soggiacere al fascino del matrimonio, a cui l’aveva indotto senza dubbio quel che di poco militare è associato all’immagine di un guerriero sposato.
Da allora si era sviluppato vigorosamente in lui un ideale femminile estraconiugale, che doveva esistere già prima nel suo subcosciente e s’esprimeva in una blanda adorazione per donne che lo intimidivano e con ciò lo dispensavano da ogni sforzo. I ritratti femminili che quand’era ancora scapolo ritagliava dai
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giornali – ma era soltanto un ramo secondario della sua attività di collezionista – avevano tutti quel tratto caratteristico; ma lui non se ne accorgeva, e solo l’incontro con Diotima destò in lui una vera esaltazione. A parte l’impressione della sua bellezza, egli appena l’aveva udita definire una seconda Diotima s’era precipitato a cercare nell’enciclopedia che diavolo fosse questa Diotima; ma non l’aveva capito bene, e serbò soltanto l’idea che era legata alle alte sfere della cultura civile, di cui egli purtroppo nonostante la sua posizione sapeva ancora ben poco, e il predominio spirituale del mondo si confuse per lui con la grazia corporale di quella donna.
Oggi che i rapporti fra i sessi si sono tanto semplificati sarà bene osservare che questo è il sentimento più eccelso a cui un uomo possa
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elevarsi. Le braccia del generale Stumm si sentivano troppo brevi per cingere la maestosa opulenza di Diotima, mentre il suo spirito sentiva la stessa insufficienza verso il mondo e verso la cultura, così che in tutti gli eventi c’era un amore mansueto, e nel corpo rotondetto del generale qualcosa della natante sfericità del globo celeste.
Poco dopo esser stato congedato da Diotima, Stumm von Bordwehr fu ricondotto verso di lei dalla sua adorazione. Si mise a pochi passi dalla donna amata, tanto più che non conosceva nessun altro, e ne ascoltò la conversazione. Gli sarebbe piaciuto prenderne nota, perché non avrebbe mai creduto che si potesse giocherellare sorridendo con tanta ricchezza spirituale come con una collana di perle, se non avesse sentito con i suoi orecchi i
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discorsi che Diotima rivolgeva alle varie celebrità. Ma poi lo sguardo di lei, che s’era voltata un paio di volte con aria poco benigna, gli rappresentò la scorrettezza del suo contegno e lo cacciò via. Attraversò un paio di volte la casa affollata, bevve una coppa di vino e stava cercandosi una posizione decorativa a ridosso d’una parete, quando scoperse Ulrich, che aveva già visto alla prima seduta, e quell’attimo gli illuminò la memoria, perché Ulrich era stato un estroso, irrequieto tenente in uno dei due squadroni che il generale Stumm aveva mitemente comandati quand’era tenente colonnello. “Un uomo come me, – pensò Stumm, – e così giovane è già arrivato tanto in alto!” Si precipitò verso di lui, e dopo che ebbero confermato il reciproco riconoscimento e conversato un poco sui cambiamenti
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intercorsi, Stumm additò l’assemblea e disse:
- Una splendida occasione, per me, di conoscere i più importanti problemi civili del momento!
- Vedrai e stupirai, signor generale! – gli rispose Ulrich.
Il generale, che cercava un alleato, gli strinse calorosamente la mano: Tu sei stato tenente nel Nono reggimento Ulani, – disse in tono molto espressivo, – e un giorno sarà considerato un grande onore per noi, anche se gli altri non lo capiscono ancora come lo capisco io!
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81. Il conte Leinsdorf si pronuncia sulla “Realpolitik”. Ulrich fonda associazioni
MENTRE nel Concilio non si notava ancora il più piccolo accenno di risultato, l’Azione
Parallela nel palazzo del conte Leinsdorf faceva rapidi progressi. Là convergevano i fili della realtà, e Ulrich ci andava due volte la settimana.
Nulla lo stupiva come il numero di associazioni che esistono al mondo. Inviavano messaggi le confederazioni di terra e di mare, i circoli di bevitori e le leghe di temperanza,
insomma associazioni e controassociazioni.
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Tutte appoggiavano le aspirazioni dei loro membri e ostacolavano quelle degli altri. Si sarebbe detto che ogni creatura vivente appartenesse a una associazione almeno.
- Vostra Signoria, mi perdoni, – diceva Ulrich stupito, – questa non è soltanto “circolomania” come si suol dire scherzosamente; questo è il fatto mostruoso che nel tipo di assetto statale che abbiamo inventato ogni individuo appartiene ancora a una banda di briganti!
Il conte Leinsdorf invece aveva un debole per le associazioni.
- Lei dovrebbe riflettere, – egli replicò, – che la politica ideologica non ha mai condotto a nulla di buono; noi dobbiamo fare della Realpolitik. Io non esito a dire che le tendenze eccessivamente spiritualistiche dell’ambiente di
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sua cugina sono alquanto pericolose!
- Vostra Signoria vorrebbe darmi qualche direttiva? – chiese l’altro.
Il conte Leinsdorf lo guardò. Si chiese se ciò che aveva intenzione di dire non fosse troppo temerario per l’uomo più giovane e inesperto. Ma poi si decise.
- Ascolti, – incominciò cautamente, – ora le dirò qualcosa che forse lei essendo giovane non sa ancora; la politica realistica è: non fare quello appunto che si vorrebbe; invece si posson conquistare gli uomini appagando i loro desideri minori!
L’ascoltatore guardò sbalordito il conte
Leinsdorf che sorrise lusingatissimo.
- Dunque dicevo, nevvero, – seguitò a spiegare, – che la politica realistica non deve lasciarsi guidare dalla forza dell’idea, ma dalla
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necessità pratica. Chiunque, naturalmente vorrebbe avverare le belle idee; non c’è bisogno di dirlo! Perciò giusto quello che si vorrebbe non si deve fare. Lo ha già detto Kant.
- Davvero? – esclamò Ulrich stupefatto dell’informazione. – Ma bisogna pure proporsi uno scopo, no?
- Uno scopo? Bismarck voleva far grande il re di Prussia: ecco il suo scopo. Non sapeva dal principio che per ottenerlo avrebbe fatto la guerra all’Austria e alla Francia e fondato l’Impero germanico.
- Dunque, Vostra Signoria, intende dire che noi dobbiamo desiderare la grandezza e la potenza dell’Austria, e null’altro?
- Abbiamo ancora quattro anni di tempo. In quattro anni può accadere di tutto. Si può mettere in piedi un popolo, ma poi deve
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camminare da sé. Mi capisce? Metterlo in piedi, questo dobbiamo! Ma i piedi di un popolo sono le sue istituzioni salde, i suoi partiti, le sue associazioni eccetera, e non le chiacchiere che si fanno!
- Ma signor conte! Questo, anche se non pare, è un pensiero veramente democratico!
- Be, forse è anche aristocratico, quantunque quelli della mia casta non mi capiscano. Il vecchio Hennstein, e Türckheim che è titolare d’un maggiorascato, mi hanno risposto che ne verrà fuori una porcheria. Dunque edifichiamo con cautela. Dobbiamo costruire dal piccolo, sia gentile con la gente che viene a noi.Perciò Ulrich nei giorni seguenti non mandò via nessuno. Venne un tale, ad esempio, che gli parlò a lungo di filatelia. Innanzitutto favoriva
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l’internazionalismo, egli disse; poi soddisfaceva la tendenza alla proprietà e al farsi valere, che è innegabilmente il fondamento della civiltà; e in terzo luogo esigeva non soltanto una certa cultura ma addirittura prese di posizione artistiche. Ulrich guardava l’uomo che era d’aspetto gramo e meschino; egli parve aver colto il significato di quello sguardo perché soggiunse che i francobolli erano anche un prezioso articolo commerciale, con un movimento di milioni; commercianti e collezionisti affluivano alle grandi borse filateliche da tutti i paesi del mondo. C’era da farsi ricchi. Ma lui per parte sua era un idealista; voleva portare a perfezione una raccolta speciale che per adesso non aveva amatori. Desiderava soltanto che nell’anno del giubileo si facesse una grande esposizione di
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francobolli e allora avrebbe pensato lui ad aprir gli occhi del pubblico sull’importanza della sua collezione particolare!
Dopo di lui venne un altro e raccontò quanto segue: Da anni, quando camminava per le strade – ma era ancor più eccitante quando si trovava in tram – egli contava le sbarre delle grosse lettere latine sulle insegne dei negozi (A per esempio ne aveva tre, M quattro) e divideva la loro somma per il numero delle lettere. Finora il risultato era in media due e mezzo; ma naturalmente non si poteva considerare immutabile, e talvolta variava da strada a strada: così si era colti da grande affanno a ogni disparità, e da grande gioia a ogni concordanza, il che somiglia all’effetto sublimante che si attribuisce alla tragedia. Se poi si contavano le lettere stesse, allora il
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signore poteva accertarsene – la divisibilità per tre era un vero colpo di fortuna, ragione per cui la maggior parte delle scritte lasciava addosso un vivo senso di insoddisfazione, tranne quelle costituite da lettere di massa, cioè con quattro sbarre, ad esempio W, E, M, che danno in ogni caso un grandissimo piacere. E la conclusione? disse il visitatore. La conclusione era che il Ministero dell’Igiene pubblica doveva emanare un decreto per raccomandare ai proprietari di negozi la scelta per le loro insegne di parole contenenti lettere a quattro sbarre e l’esclusione nei limiti del possibile di lettere a una sbarra sola, come O, S, I, C, che diffondevano nel pubblico un senso di tristezza e d’insoddisfazione!
Ulrich scrutava l’individuo, avendo cura di lasciare un certo spazio fra sé e lui; ma in
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verità non sembrava uno squilibrato, era un uomo sulla trentina d’aspetto intelligente e cordiale, che doveva appartenere al buon ceto medio. Seguitò a spiegare tranquillamente che il calcolo mentale era un requisito necessario in tutte le professioni, che corrispondeva al moderno sistema pedagogico di dare all’insegnamento la forma d’un gioco, che la statistica aveva già svelato da tempo nessi evidenti prima che se ne trovasse la spiegazione, che il grave danno prodotto dalla cultura libresca era ormai noto, e che infine la commozione provata da tutti coloro che s’erano decisi a ripetere l’esperimento parlava da sola. Se il Ministero dell’Igiene pubblica avesse applicato la sua scoperta, altre nazioni avrebbero tosto seguito l’esempio, e l’anno del giubileo sarebbe stato una benedizione per
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tutta l’umanità.
Alle persone di quel genere, Ulrich suggeriva:
- Lei dovrebbe fondare un’associazione; ha ancora quasi quattro anni di tempo, e se ci riesce, Sua Signoria le darà certo il massimo appoggio!
Quasi tutti però avevano già un associazione, e allora la cosa era diversa. Relativamente semplice quando una società calcistica proponeva di dare al suo terzino destro il titolo di professore per documentare l’importanza della cultura fisica moderna; perché in tal caso si poteva sempre promettere collaborazione. Più difficile invece in casi come il seguente, in cui il visitatore era un cinquantenne che si presentò come “ufficiale di cancelleria”; la sua fronte era cinta dell’aureola
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del martirio, ed egli dichiarò di essere il fondatore e presidente della società per la stenografia öhl, che si permetteva di attirare sul sistema stenografico öhl l’attenzione del segretario della grande Azione Patriottica.
Il sistema öhl, egli soggiunse, era un’invenzione austriaca, e questo bastava a spiegare come mai non avesse avuto diffusione né appoggio. Chiese ad Ulrich se sapeva stenografare; Ulrich rispose di no, e tosto gli vennero illustrati i vantaggi morali della scrittura abbreviata: risparmio di tempo, risparmio di energia spirituale; provasse un po’ a stimare la quantità di lavoro mentale che si sprecava ogni giorno con tutti quei ganci e svolazzi e arabeschi, imprecisioni, ripetizioni confusionarie di immagini parziali, mescolanza di elementi necessari, espressivi, con altri
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puramente arbitrari e ornamentali? – Ulrich con sua stupefazione fece la conoscenza di un uomo che aveva votato odio implacabile a quella cosa apparentemente innocua che è la scrittura normale. Come risparmio di fatica intellettuale, la stenografia era un problema vitale dell’umanità in continuo progresso sotto il segno della fretta. Ma anche da un punto di vista etico la questione “lungo” o “corto” era di portata decisiva. La “scrittura dalle lunghe orecchie”, come l’ufficiale di cancelleria la chiamava amaramente per via dei suoi assurdi cappî, induceva all’imprecisione, all’arbitrio, alla prodigalità e alla perdita di tempo, mentre la scrittura abbreviata educava all’esattezza, alla forza volitiva, alla solidità virile. La stenografia insegnava a fare il necessario e a tralasciare l’inutile, che non serve allo scopo.
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Non credeva il signore che questo fosse un pezzo di morale pratica, di grande importanza soprattutto per gli austriaci? Ma la questione si poteva anche considerare sotto l’aspetto estetico. L’ampollosità non è considerata a ragione di cattivo gusto? L’espressione di massima razionalità non era già stata riconosciuta dai classici come una componente essenziale del Bello? In fatto d’igiene poi – seguitò il visitatore era straordinariamente urgente abbreviare le ore in cui la gente sta seduta a scrivere curva sul tavolino. Dopo aver similmente trattato la questione della stenografia anche sotto altri svariati aspetti scientifici, con meraviglia dell’interlocutore, l’ufficiale di cancelleria passò a descrivere l’infinita superiorità del sistema öhl su tutti gli altri sistemi. Gli dimostrò che, per le
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considerazioni già esposte, ogni altro sistema stenografico era un tradimento del concetto di stenografia. E poi gli snocciolò la storia delle sue pene. C’erano i sistemi più vecchi, più poderosi, che avevano già avuto tempo di far lega con ogni sorta d’interessi materiali. Nelle scuole di commercio s’insegna il sistema Vogilbauch, e si faceva opposizione a ogni mutamento, col l’appoggio, s’intende, di tutta la classe mercantile, sempre obbediente alla legge dell’inerzia. I giornali che, come ognuno può constatare, guadagnano sacchi di denaro con gli avvisi commerciali, eran chiusi del pari ad ogni proposta di riforma. E il Ministero dell’Istruzione? Quello poi era il colmo dell’ironia! disse il signor öhl. Cinque anni prima, quando era stato introdotto l’insegnamento obbligatorio della stenografia
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nelle scuole medie, il Ministero aveva nominato una commissione d’inchiesta per stabilire quale fosse il miglior sistema da adottare, e naturalmente nella commissione c’erano i rappresentanti delle scuole commerciali. della classe mercantile, degli stenografi parlamentari che sono un’anima sola coi cronisti dei giornali, e nessun altro! Era chiaro che si voleva adottare il sistema Vogelbauch. La società per la stenografia öhl aveva messo in guardia contro questo delitto lesivo del prezioso patrimonio del popolo, ed elevato fiere proteste! Ma le sue delegazioni non erano neppur più ricevute al Ministero!
Ulrich riferiva quei casi a Sua Signoria.
- Öhl? – chiese il conte Leinsdorf. – Ed è un impiegato? – Sua Signoria si soffregò a lungo la punta del naso, ma non giunse a una
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risoluzione. – Forse lei dovrebbe parlare con il consigliere aulico preposto a quell’ufficio, per vedere un po’ se è un uomo che vale… disse dopo un po’, ma quel giorno era pieno di fantasia creatrice e cambiò subito idea. – No, senta, chiediamo piuttosto per iscritto; così dovranno spiegarsi chiaro! – E fece un commento confidenziale, ad illuminazione di Ulrich. – Con tutte queste cose non si può mai sapere se non siano sciocchezze, opinò. – Ma vede, dottore, qualcosa d’importante ne scaturisce regolarmente, dal fatto appunto che lo si è preso sul serio! Me lo conferma il caso del dottor Arnheim, che è sempre inseguito dai giornalisti! I giornali potrebbero anche occuparsi di qualcos’altro. Ma rincorrendo il dottor Arnheim ecco che lo rendono importante. Diceva che codesto öhl ha
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un’associazione? Be, questo non significa niente. Ma d’altra parte, lo ripeto, bisogna pensare modernamente; e se molta gente parteggia per una cosa, si può essere abbastanza sicuri che qualcosa ne uscirà!
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82. Clarisse vuole “l’anno di Ulrich”
INDUBBIAMENTE Ulrich andava a trovare Clarisse per l’unica ragione che bisognava metterle la testa a posto a
proposito della lettera da lei scritta al conte Leinsdorf; quando Clarisse era venuta da lui, se n’era completamente dimenticato. Tuttavia durante il tragitto pensò che Walter era certamente geloso di lui e che la visita l’avrebbe irritato ancor più, quando fosse venuto a saperlo; ma Walter non poteva farci niente, e in fondo era assai buffa la situazione in cui si trova la maggioranza degli uomini; solo dopo la chiusura degli uffici hanno tempo, se sono
gelosi, di sorvegliare la moglie.
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L’ora in cui Ulrich aveva deciso di uscire escludeva quasi che Walter potesse trovarsi in casa. Era di primo pomeriggio. Si era annunziato con una telefonata. Le finestre parevano senza tende, tanto era intenso il biancore dei campi di neve che entrava attraverso i vetri. In quella luce spietata che attorniava tutti gli oggetti, Clarisse era ritta al centro della stanza e sorrideva all’amico. Dove la curva appiattita del suo corpo sottile s’arcuava verso la finestra, essa risplendeva in vivaci colori, mentre il lato in ombra era nebbia bruno-azzurra da cui la fronte, il naso e il mento aggettavano come nervature di neve, di cui vento e sole obliterano la nettezza. Ella somigliava meno a una creatura che a un incontro di ghiaccio e di luce nella spettrale solitudine di un inverno in alta montagna.
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Ulrich capì un poco il fascino che ella doveva avere per Walter in certi momenti, e i suoi sentimenti contraddittorî per l’amico di gioventù cedettero per breve tempo alla rivelazione del quadro che dovevano offrirsi reciprocamente due esseri dei quali forse egli conosceva appena la vita.
- Non so se tu abbia detto a Walter della lettera che hai scritto al conte Leinsdorf, – egli incominciò, – ma son venuto per parlarti da solo a sola e per esortarti a tralasciare in futuro simili iniziative.
Clarisse avvicinò due seggiole e lo costrinse a sedersi.
- Non parlarne con Walter, – ella pregò, – ma dimmi che cos’hai in contrario. Si tratta dell’anno di Nietzsche? Che cos’ha detto il tuo
conte?
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- Che vuoi che abbia detto? Quella tua idea di metter tutto in rapporto con Moosbrugger era veramente pazzesca. E in ogni modo avrebbe buttato via la lettera.
- Ah sì? – Clarisse era molto delusa. Poi dichiarò: – Per fortuna ci sei anche tu!
- Ti ho già detto che sei semplicemente pazza!
Clarisse sorrise e l’interpretò come un complimento. Posò la mano sul braccio dell’amico e chiese:
- Anche l’anno austriaco ti sembra una sciocchezza?
- Certo.
- Ma un anno di Nietzsche sarebbe una buona cosa; perché non si dovrebbe volere una cosa solo perché ci sembra buona?
- Come te lo immagini tu l’anno di
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Nietzsche? – domandò lui.
- Questo è affar tuo!
- Sei buffa!
- Niente affatto. Dimmi, perché ti par ridicolo attuare quello che pensi seriamente?
- Te lo dico subito, – rispose Ulrich, liberandosi dalla sua mano. – Non occorre che sia proprio Nietzsche, potrebbe anche trattarsi di Cristo o di Budda!
- O di te. Su, inventa un anno di Ulrich! – Lo disse nello stesso tono tranquillo in cui l’aveva pregato di liberare Moosbrugger. Ma questa volta Ulrich non era distratto, e la guardava bene in faccia ascoltando le sue parole. In faccia c’era soltanto il consueto sorriso di Clarisse, che senza volerlo riusciva sempre come una piccola smorfia allegra spremuta con
lo sforzo.
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“Meno male, – egli pensò, – le sue intenzioni non sono cattive”. Ma Clarisse gli si avvicinò nuovamente.
- Perché non organizzi un anno tuo? Adesso forse ne avresti il potere. Non devi farne parola con Walter, te l’ho già detto; e neanche di quella lettera su Moosbrugger. Non deve neanche sapere che io ne parlo con te! Ma credimi, quell’assassino è musicale; solo che non sa comporre musica. Non hai mai notato che ogni essere umano sta nel centro di una sfera celeste? Se si muove dal suo posto, si muove anche la sfera. Così bisogna far la musica; senza coscienza, semplicemente, come la sfera celeste che ci contiene!
- E qualcosa di simile dovrei escogitare per il mio anno, secondo te?
- No, – rispose Clarisse a caso. Le sue
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labbra sottili si mossero per dir qualcosa, ma invece tacquero e la fiamma saettò muta dagli occhi. Era impossibile dire quel che emanava da lei in tali momenti. Un ardore, come quando si va troppo vicino al fuoco. Ora sorrideva, ma il sorriso s’increspava sulle sue labbra come un residuo di cenere, dopo che la fiamma nei suoi occhi s’era spenta.
- In caso estremo è proprio qualcosa di simile che saprei ancora escogitare, – ripeté Ulrich. – Ma ho paura che secondo te dovrei fare un colpo di stato.
Clarisse rifletteva.
- Be, diciamo allora un anno di Budda, – opinò senza raccogliere la sua obiezione. – Non so bene che cosa volesse Budda; solo così, all’incirca; ma partiamo da un presupposto e, se ci pare che abbia un significato,
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traduciamolo in atto! Una cosa merita che ci si creda oppure non lo merita.
- Va bene, sta attenta; hai detto l’anno di Nietzsche. Ma che cosa voleva Nietzsche esattamente?
Clarisse meditò.
- Be, certo non intendevo dire di elevare un monumento a Nietzsche o di dare il suo nome a una strada, – disse imbarazzata. – Ma bisognerebbe indurre gli uomini a vivere come…
- Come voleva lui? – interruppe Ulrich. – E come pretendeva lui che si vivesse? Clarisse cercò di rispondere, attese, alla fine disse:
- Via, tu lo sai di certo.
- Io non so niente, – egli la canzonò. – Ma lascia che ti dica una cosa: si può realizzare il progetto di un’opera Francesco Giuseppe per la
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distribuzione gratuita di minestre, o quello di una società protettiva fra i proprietari di gatti. Ma le buone idee non si possono tradurre in atto, come non si può tradurre in atto la musica. Perché? Non lo so; ma è così.
Finalmente si era seduto sul piccolo sofà, dietro il tavolo; quel posto offriva maggiori possibilità di resistenza che l’altro sulla seggiolina. Nel centro vuoto della stanza, come sull’altra sponda di un giuoco di rifrazione che prolungava il piano del tavolo, Clarisse era ancor sempre ritta, e parlava. Il suo corpo sottile parlava e pensava in sordina anch’esso; in verità tutto quello ch’ella voleva dire lo sentiva dapprima con tutto il corpo, e provava il bisogno incessante di farne qualcosa. Ulrich aveva sempre creduto che ella avesse il corpo ferreo di un giovinetto, ma adesso in quella
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morbida mobilità sulle gambe serrate, Clarisse gli apparve a un tratto come una danzatrice giavanese. E improvvisamente pensò che non si sarebbe stupito se ella fosse caduta in trance. Oppure era in trance lui stesso? Tenne un lungo discorso.
- A te piacerebbe vivere secondo la tua idea,
- egli incominciò, – e vorresti sapere come si fa. Ma un’idea è la cosa più paradossale del mondo. La carne è collegata con le idee, come nel feticismo. Se l’idea c’è, la cosa diventa magia. Un volgarissimo schiaffo mercé l’idea di onore, di vendetta, eccetera può diventare mortale. Eppure le idee non si possono mai mantenere nello stato in cui sono più forti; sono come quelle materie che a contatto dell’aria si trasformano subito in altre più durevoli ma corrotte. È avvenuto spesso anche
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a te. Perché anche tu sei un’idea: in uno stato definito. Qualcosa ti alita intorno, come quando il vibrar delle corde all’improvviso diventa suono, qualcosa ti sta dinanzi come un miraggio; dal caos della tua anima s’è formato un convoglio senza fine e tutte le bellezze del mondo appaiono schierate sulla sua strada. Questo può produrre talvolta un’unica idea. Ma dopo un poco l’idea diventa simile a tutte le altre idee che hai già avute, si subordina ad esse, diventa una parte del tuo modo di vedere e del tuo carattere, dei tuoi principî o dei tuoi stati d’animo, ha perduto le ali e ha preso una solidità senza mistero. Clarisse replicò:
- Walter è geloso di te. Mica per colpa mia. Ma perché tu hai l’aria di poter fare quello che a lui piacerebbe di poter fare. Capisci? In te c’è qualcosa che gli toglie delle possibilità. Non so
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come esprimerlo.
Lo guardò inquisitiva.
I due discorsi erano come intrecciati l’uno con l’altro.
Walter era sempre stato il tenero beniamino della vita, le sedeva sulle ginocchia. Qualunque cosa gli succedesse egli la trasformava in delicata vitalità. Era sempre stato quello che accumulava più esperienze. “Ma far molte esperienze è uno dei segni più precoci e più sottili ai quali si riconosce l’uomo mediocre, pensò Ulrich. – Le connessioni tolgono all’esperienza ogni personale virulenza o dolcezza!” Era così all’incirca. E l’affermazione medesima, che fosse così, era un nesso, per il quale non si riceveva né un bacio né un congedo. Tuttavia Walter era geloso di lui? Gli
faceva piacere.
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- Gli ho detto che deve ucciderti, – riferì
Clarisse.
- Che cosa?
- Ammazzarti, gli ho detto. Se tu non valessi tanto quanto t’immagini, o se egli fosse migliore di te, e solo così lui potesse aver pace, sarebbe ben ragionato, no? E del resto tu ti puoi difendere.
- È una bella idea! – rispose Ulrich dubitoso.
- Be, si parlava soltanto. Ma tu che ne dici? Walter dice che una cosa simile non si deve nemmeno pensare.
- Ma sì; pensare, perché no? – rispose Ulrich incerto e guardò attentamente Clarisse. Aveva un fascino singolare. Si può dire: come se fosse allato a se stessa? Era assente e presente, tutt’e due le cose strettamente accoppiate.
- Uff, pensare! – ella interruppe. Parlava
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rivolta verso la parete dietro Ulrich seduto, come se guardasse un punto fra lui e il muro. – Tu sei passivo esattamente come Walter! Anche quella frase stava fra due distanze; allontanava come un’offesa, e riconciliava presupponendo una vicinanza confidenziale. – Io invece dico: se si è capaci di pensare qualcosa, allora bisogna anche esser capaci di farlo, – replicò asciutta.
Poi lasciò il suo posto, andò alla finestra e intrecciò le mani dietro la schiena. Anche Ulrich s’alzò, la seguì, e le mise un braccio intorno alle spalle.
- Piccola Clarisse, sei stata molto strana or ora. Ma devo mettere una buona parola per me; in fondo io non ti riguardo affatto, mi pare, – egli disse.
Clarisse guardava fuori della finestra; ma intensamente, ora. Fissava qualcosa laggiù, per
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aggrapparvisi. Le sembrava che i suoi pensieri avessero indugiato altrove e solo adesso fossero ritornati. Quell’impressione di essere, come una stanza dove si sente che s’è appena chiusa la porta, non le era nuova. C’erano talvolta giorni e settimane in cui tutto quello che la circondava era più chiaro e più leggero del solito, come se non fosse difficile scivolarvi dentro e andare a spasso per il mondo fuor di se stessa; e così venivano poi ore più grevi, in cui si sentiva come imprigionata; quasi sempre quest’ultime duravano poco, ma essa le temeva come un castigo, perché allora tutto diveniva triste e angusto. E nel momento presente, caratteristico per la sua limpida ragionevole calma, ella si sentiva incerta; non sapeva più bene quel che voleva poc’anzi, e quella plumbea chiarezza, quella padronanza apparentemente
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placida preludevano sovente alla punizione. Clarisse si tese ed ebbe la sensazione che se avesse potuto seguitare il discorso in modo convincente si sarebbe posta al sicuro.
- Non dirmi “piccola”, – s’impermalì, – se no finisce che t’ammazzo io stessa! Adesso veniva fuori come un puro e semplice scherzo, dunque era riuscita. Si volse cautamente a guardarlo. Naturalmente è un modo di dire, riprese, – ma devi capire che qualcosa intendo. Dove eravamo rimasti? Hai detto che non si può vivere secondo un’idea. Non avete l’energia necessaria, né tu né Walter!
- Mi hai orribilmente accusato di passività. Ma ce ne sono due specie. C’è la passività passiva, ed è quella di Walter; e l’attiva!
- Che cos’è la passività attiva? – chiese
Clarisse incuriosita.
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- L’attesa del prigioniero che gli si presenti un’occasione di fuga.
- Bah! – fece Clarisse. – Belle scuse!
- Be, sì, – concesse lui. – Forse.
Clarisse teneva ancora le mani dietro la schiena, e le gambe divaricate come chi calza stivali da equitazione.
- Sai che cosa dice Nietzsche? Voler sapere con certezza è una viltà, come voler camminare sicuri. Da qualche parte bisogna incominciare a fare, non parlarne soltanto! Proprio da te io mi aspetto che un giorno o l’altro avresti intrapreso qualcosa di speciale!
S’era impadronita di un bottone della giacca di Ulrich e lo girava, con la faccia rivolta in su a guardarlo. Involontariamente egli pose la mano su quella di lei per proteggere il suo bottone.
- C’è una cosa sulla quale ho riflettuto a
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lungo, – ella riprese esitando, – tutte queste bassezze al giorno d’oggi non si producono perché le facciamo ma perché lasciamo loro ogni libertà. Crescono nel vuoto -. Lo guardò, dopo quest’affermazione. Poi continuò con fuoco: – Lasciar fare è dieci volte più pericoloso che fare! Mi capisci? – Lottava con se stessa, in dubbio se descrivere più esattamente il suo pensiero. Ma poi aggiunse: – Tu mi capisci benissimo, no, caro? è vero che dici sempre che bisogna lasciar andare ogni cosa per la sua china! Ma io so quello che tu intendi! Mi son già chiesto più di una volta se tu non sia il diavolo! Quella frase le era di nuovo sfuggita di bocca come una lucertola. Ella ne fu sgomenta. Da principio aveva solo pensato al desiderio di Walter di avere un bambino. Il suo amico vide un baleno negli occhi che lo guardavano
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bramosi. Ma il volto proteso di Clarisse era come inondato di qualcosa; non qualcosa di bello, ma qualcosa fra il brutto e il commovente. Come un’ondata di sudore che cancella le linee del viso. Ma era incorporeo, puramente immaginario. Egli si sentì contagiato controvoglia, e rapito in una leggera assenza mentale.
Non poteva più opporre una valida resistenza a quei discorsi insensati, e infine prese Clarisse per mano, la condusse al sofà e le sedette accanto.
- Adesso ti dirò perché non faccio nulla, – incominciò, e tacque.
Clarisse che nell’istante del contatto aveva ritrovato se stessa, gli fece animo.
- Non si può far nulla perché… ma tu non lo puoi capire… – egli s’interruppe, prese una
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sigaretta e si dedicò ad accenderla.
- Ebbene? – lo incoraggiò Clarisse. – Che cosa vuoi dire?
Ma lui rimase in silenzio. Allora ella gli mise un braccio dietro la schiena e lo scrollò come un ragazzo che vuol dimostrare la sua forza. Era un tratto grazioso, in lei, che non ci fosse bisogno di dir niente e bastasse il gesto fuori dell’ordinario per trasportarla nell’immaginario.
- Sei un gran delinquente! – ella esclamò, e cercò invano di fargli male.
In quel momento però furono sgradevolmente interrotti dal ritorno di Walter.
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83. Le stesse cose ritornano, ovvero perché non si inventa la storia?
IN fondo, che cosa avrebbe potuto dire
Ulrich a Clarisse.
Era rimasto muto, perché lei gli
aveva fatto venire una strana voglia di pronunciare il nome di Dio. Aveva voluto dire così, pressapoco: Dio non intende che si prenda il mondo alla lettera: il mondo è un’immagine, un’analogia, un modo di dire del quale egli deve servirsi per un motivo qualunque, e naturalmente è sempre approssimativo; non dobbiamo prenderlo in
parola, tocca a noi stessi trovare lo
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scioglimento del quesito ch’egli ci impone. Si domandò se Clarisse avrebbe acconsentito a considerarlo un giocare agli indiani o a guardie e ladri. Certo. Se qualcuno le faceva strada, ella gli si sarebbe stretta al fianco come una lupa, aguzzando gli occhi.
Ma Ulrich era stato lì lì per dir altro; parlare dei problemi matematici che non consentono una soluzione generale ma piuttosto soluzioni singole che, combinate, s’avvicinano alla soluzione generale. Avrebbe potuto aggiungere che tale gli appariva anche il problema della vita umana. Ciò che si suol chiamare un periodo – senza sapere se si debba intendere secoli, millenni, o gli anni fra la scuola e i nipotini quell’ampia disordinata fiumana di situazioni, sarebbe allora un susseguirsi a casaccio di tentativi di soluzione, insufficienti
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e, se presi singolarmente, anche sbagliati, dai quali, se l’umanità li sapesse riassumere, potrebbe infine risultare la soluzione esatta e totale.
Ci ripensò tornando a casa in tram; c’era qualche altro passeggero nel carrozzone che andava verso il centro, ed egli di fronte a loro si vergognò un poco dei suoi pensieri. Si vedeva che ritornavano da occupazioni ben definite o si recavano a ben definiti divertimenti, e il loro vestire rivelava la loro provenienza e la loro meta. Egli guardò la sua vicina; era certamente moglie e madre, circa quarantenne, probabilmente consorte di un impiegato, e aveva in grembo un piccolo cannocchiale da teatro. Accanto a lei Ulrich si faceva l’effetto di un ragazzo che gioca; un gioco anzi non del
tutto onesto.
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Infatti un pensiero che non ha uno scopo pratico è un’occupazione segreta un poco indecente; soprattutto poi quei pensieri che fanno passi mostruosi sui trampoli e toccano l’esperienza solo con minuscole suole, suggeriscono il sospetto di un’origine irregolare. Una volta, sì, si parlava del volo dei pensieri, e ai tempi di Schiller un uomo con simili fiere domande nel petto sarebbe stato molto stimato; oggi invece si ha l’impressione che un uomo così abbia qualcosa fuori di posto, a meno che quello non sia il suo mestiere e la sua fonte di guadagno. Oggi le cose sono ripartite altrimenti. Certi interrogativi sono stati tolti dal cuore degli uomini. Per i pensieri sublimi hanno creato qualcosa come degli stabilimenti di pollicoltura, che si chiamano letteratura, filosofia o teologia, e là i pensieri si riproducono
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a modo loro, senza controllo, il che va benissimo perché con una tale proliferazione nessuno si rimprovera più di non occuparsene personalmente. Ulrich, nel suo rispetto per la competenza e la specializzazione, era risoluto in fondo a nulla obiettare contro quella divisione delle incombenze. Tuttavia a se stesso permetteva ancora di pensare, quantunque non fosse un filosofo di professione, e intanto si figurava come tutto ciò avrebbe portato a un’organizzazione statale sul tipo di un alveare. La regina farà le uova, i fuchi condurranno una vita dedicata al piacere e al pensiero, e gli specialisti lavoreranno. Anche un’umanità così organizzata è pensabile; forse anche la somma totale di lavoro risulterebbe accresciuta. Per adesso ogni individuo ha ancora in un certo senso tutta l’umanità dentro di sé, ma è chiaro
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che ormai è troppo e non va più bene; cosicché l’umano è quasi diventato un’autentica frode. Forse sarebbe garanzia di successo dare nuove disposizioni nell’assegnazione delle parti, perché in uno speciale di quei gruppi di lavoratori avvenga anche una nuova sintesi spirituale. Senza lo spirito, infatti… Ulrich voleva dire che non ci avrebbe provato gusto. Ma era un pregiudizio, naturalmente. Non si sa da che cosa dipenda il successo. Si raddrizzò sul sedile e per distrarsi osservò il proprio volto nel finestrino di fronte. Ma dopo un po’ la sua testa oscillava con strana insistenza nel vetro liquido, fra il dentro e il fuori, e chiedeva di essere reintegrata.
Si faceva la guerra nei Balcani, sì o no? Un intervento c’era senz’altro; ma se fosse vera
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guerra egli non sapeva dire. Tante cose agitavano l’umanità. Un nuovo primato di volo in altezza era stato conseguito; una prova splendida. Salvo errore il record era adesso di
3700 metrie l’uomo si chiamava Jouhoux. Un pugile negro aveva battuto l’avversario bianco, conquistando il campionato del mondo; si chiamava Johnson. Il presidente francese partiva per la Russia; si temeva che la pace mondiale fosse minacciata. Un tenore scoperto di recente guadagnava nell’America del Sud somme inaudite anche per l’America del nord. Un terremoto spaventoso aveva colpito il Giappone: poveri giapponesi. Insomma gli avvenimenti si susseguivano, era un periodo agitato quello intorno alla fine del 1913 e al principio del 1914. Ma anche i due o tre anni prima erano stati ricchi di eventi, ogni giorno
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aveva portato le sue commozioni, eppure ci si ricordava vagamente o addirittura non ci si ricordava affatto di che cosa mai s’era trattato. Si poteva abbreviare. Il nuovo rimedio contro la lue fa… Nelle ricerche sul metabolismo vegetale si sono… La conquista del Polo Sud sembra… Gli esperimenti di Steinach suscitano… In quel modo si poteva benissimo tralasciare metà delle precisazioni, senza inconvenienti. Che strana faccenda è mai la storia! Si poteva affermare con sicurezza che questo o quell’avvenimento faceva già o avrebbe certo fatto parte della storia; se quell’avvenimento però avesse veramente avuto luogo, non lo si sapeva. Perché l’aver luogo implica che qualcosa abbia avuto luogo in un dato anno e non in un altro oppure mai; ed è anche necessario che l’avvenimento sia proprio quello e non soltanto
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qualcosa di simile o di equivalente. Ma questo è appunto ciò che nessuno può dire della storia a meno che l’abbia scritto, come si fa sui giornali, o che si tratti di questioni professionali o finanziarie, perché si sa che è importante stabilire fra quanti anni si avrà diritto alla pensione o si possiederà una certa somma, e sotto quell’aspetto anche le guerre possono diventare date memorabili. È malsicura e intricata, la nostra storia vista da vicino, come una palude solo prosciugata a metà, e poi c’è il fatto curioso che è percorsa da un cammino, per l’appunto il “cammino della storia” che nessuno sa di dove venga. Questo servire-di- materiale alla storia mise Ulrich fuori dei gangheri. La scatola luminosa e dondolante entro cui viaggiava gli sembrò una macchina nella quale alcune centinaia di chilogrammi di
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umanità venissero rimescolati per far di loro l’avvenire. Cent’anni fa sedevano nelle carrozze di posta con la stessa espressione sul viso, e fra cent’anni sa Iddio come saranno sistemati, ma certo siederanno allo stesso modo in qualche veicolo del futuro; Ulrich ne ebbe la rivelazione e si sentì ribollire il sangue contro l’accettazione inerme di fatti e di mutamenti, la rassegnata contemporaneità, il balordo e paziente andare coi secoli, che infine è indegno dell’uomo; ed era proprio come se egli improvvisamente si fosse ribellato contro il cappello, di forma abbastanza strana, che portava in capo.
Macchinalmente si alzò e fece a piedi il resto del cammino. In quel più vasto serbatoio d’uomini che era la città, il suo malessere tornò a trasformarsi in buon umore. Che idea pazza,
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quella della piccola Clarisse, di voler celebrare l’anno dello spirito. Egli si concentrò su quel punto. Perché era così assurdo? D’altronde ci si poteva chiedere con altrettanta ragione perché era così assurdo il Movimento Patriottico di Diotima.
Risposta numero uno: perché senza dubbio la storia del mondo nasce esattamente come tutte le altre storie. Agli autori non viene in mente nulla di nuovo, e copiano gli uni dagli altri. Questo è il motivo per cui tutti gli uomini politici studiano la storia invece della biologia o di qualcos’altro. Questo per quanto riguarda gli autori.
Numero due: in gran parte però la storia nasce anche senza autori. Non dal centro, insomma, ma dalla periferia. Per tante piccole ragioni. Probabilmente non ci vuole tutto quel
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che si crede per fare dell’uomo gotico o del greco antico l’uomo civile moderno. Perché la natura è altrettanto idonea all’antropofagia quanto alla critica della ragion pura; con le stesse convinzioni e qualità può inventare tanto l’una che l’altra, in circostanze adatte, e a grandissime differenze esterne corrispondono nella fattispecie piccolissime differenze interne.
Digressione prima: Ulrich ricordava un’esperienza analoga, al tempo del servizio militare; gli uomini dello squadrone cavalcano a due a due, e si ripete l’esercitazione “trasmettere un ordine”, che consiste nel sussurrarsi di orecchio in orecchio un ordine dato a bassa voce; se in testa si comanda “il sergente preceda la colonna”, in coda ne vien fuori “otto uomini siano fucilati”, o qualcosa di simile. Nello stesso modo si fa la storia.
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Risposta numero tre: se quindi si trasportasse una generazione di europei contemporanei in tenerissima età nell’era egizia, cinquemila anni avanti Cristo, e la si lasciasse là, la storia ricomincerebbe daccapo all’anno cinquemila avanti Cristo, per un po’ in principio si ripeterebbe, e poi per ragioni che nessuno può indovinare prenderebbe pian piano a deviare.
Digressione seconda: la legge della storia – gli venne in mente – non è altro che il principio statale del “tira a campare” nella vecchia Cacania. La Cacania era un paese straordinariamente saggio.
Digressione terza o risposta quarta? Il cammino della storia dunque non è quello di una palla di biliardo che una volta partita segue una certa traiettoria, ma somiglia al
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cammino di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade, e qui è sviato da un’ombra, là da un gruppo di persone o da uno strano taglio di facciate, e giunge infine in un luogo che non conosceva e dove non desiderava andare. L’andamento della storia è un continuo sbandamento. Il presente è sempre un’ultima casa al margine, che in qualche modo non fa più completamente parte delle case della città. Ogni generazione si chiede stupita: chi sono io e chi erano i miei antecessori? Farebbe meglio a chiedersi: dove sono io? e a tener per sicuro che gli antecessori non erano così o cosà, ma semplicemente in un altro luogo; e ci avrebbero già guadagnato qualcosa, pensava Ulrich.
Lui stesso aveva numerato in quel modo le sue risposte e digressioni, mentre guardava il volto di un passante o la vetrina di un negozio
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per non lasciarsi fuggir via i pensieri; ma ora però si era un po’ sviato e dovette fermarsi un momento per capire dov’era e trovare la strada più breve per rincasare. Prima di prenderla, si sforzò di porsi ancora una volta il quesito con estrema esattezza. Quella pazzerella di Clarisse aveva dunque ragione, bisognava fare la storia, bisognava inventarla, anche se lui l’aveva contraddetta; ma perché non lo si fa? In quel momento, cercando una risposta, non gli venne in mente altro che il direttore della Lloyd-Bank, il suo amico Leo Fischel, col quale talvolta d’estate era stato a chiacchierare in un caffè all’aperto; se questo invece di un monologo fosse stato un dialogo con lui, Fischel avrebbe risposto, come soleva: “Vorrei averli io i suoi fastidi!” Ulrich si sentì grato per quella ipotetica risposta rinfrancante. “Caro Fischel, – replicò
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subito mentalmente, – la cosa non è tanto semplice. Io dico storia, ma intendo, se lei ben ricorda, la nostra vita. E ho ammesso fin da principio che è scandalosa la mia domanda: perché l’uomo non fa la storia, cioè perché interviene attivamente nella storia solo come una bestia, quand’è ferito, quando ha il fuoco alle spalle; perché insomma, fa la storia solo in caso di estrema necessità? Dunque perché questo ci scandalizza? Che cosa abbiamo in contrario, sebbene voglia dire all’incirca che l’uomo non dovrebbe lasciare andare la vita umana così come va?”
“Si sa bene, – avrebbe ribattuto il dottor Fischel, – come questo avviene. Bisogna già esser contenti quando i politicanti e i preti e i grand’uomini che non hanno niente da fare e tutti gli altri che vanno attorno con un’idea
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fissa in capo non turbano la vita quotidiana. E del resto c’è la cultura. Se almeno non ci fossero oggi tanti che si comportano da incolti!” Certo il dottor Fischel ha ragione. Bisogna accontentarci di essere abbastanza pratici di polizze e di cambiali, e che gli altri non ficchino troppo il naso nella storia con la scusa che se ne intendono. Sarebbe impossibile – Dio ci scampi! – vivere senza idee, ma il meglio è un certo equilibrio fra di esse, un balance of power, una pace armata delle idee, in modo che da nessuna parte possa accadere gran cosa. Lui come sedativo aveva la cultura: è un sentimento fondamentale della civiltà. Esiste però anche il sentimento opposto, e si rafforza ogni giorno, che i tempi della storia eroico- politica, fatta dal caso e dai suoi campioni, siano in parte sorpassati e debbano essere
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sostituiti da una soluzione meditata e programmatica a cui cooperino tutti gli interessati.
E in quel momento finì l’anno di Ulrich, perché Ulrich era arrivato a casa.
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84. Si sostiene che anche la vita comune è di natura utopistica
A casa trovò il solito mucchio di corrispondenza inviata dal conte Leinsdorf. Un industriale aveva
istituito un premio eccezionalmente alto per la miglior prova fornita dall’educazione militare presso la gioventù borghese. La curia arcivescovile esaminava il progetto di erigere un grande orfanotrofio e dichiarava di dover fare ampie riserve contro ogni promiscuità confessionale. Il comitato per il culto e l’istruzione riferiva sul successo della proposta
momentaneamente definitiva di elevare un
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grandioso monumento nei dintorni della capitale all’Imperatore della Pace e dei Popoli austro-ungarici; dopo prese di contatto coll’Imperial-Regio Ministero dell’Istruzione e del Culto, e dopo consultazioni con i principali circoli artistici, e con le associazioni d’ingegneri e d’architetti, eran risultate tali divergenze d’idee che il comitato s’era visto costretto a bandire – senza pregiudizio di esigenze che fossero per sorgere più tardi nel caso che il comitato centrale approvasse – un concorso per la migliore proposta di un concorso per il monumento da erigersi. Dopo tre settimane la cancelleria di corte rimandava al comitato centrale, avendone preso visione, i progetti sottoposti, e dichiarava di non poter presentemente comunicare la Sovrana Volontà, ma di ritener desiderabile che anche su quel
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punto si lasciasse libero corso al formarsi di una pubblica opinione. L’Imperial-Regio Ministero dell’Istruzione e del Culto, nel dispaccio numero tale ivi emesso, dichiarava di non potersi pronunciare in favore di uno speciale incoraggiamento al sistema di stenografia öhl; la lega per la salute del popolo (quella delle lettere con tante barre) faceva sfoggio di cultura e chiedeva una sovvenzione.
E così via. Ulrich spinse in là quell’involto di mondo reale e meditò un poco. A un tratto s’alzò, si fece dare cappello e soprabito e disse che sarebbe tornato fra un’ora o due. Chiamò una carrozza e tornò da Clarisse.
Ormai era sera, la casa gettava un po’ di luce sulla strada da una sola finestra, le pedate nella neve formavano buchi gelati dove s’inciampava, il portone era chiuso e il
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visitatore non era atteso, cosicché battiti, picchi e chiamate rimasero molto a lungo inascoltati. Quando Ulrich finalmente entrò nella stanza, non sembrava più la stanza lasciata da poco, ma un mondo estraneo, sorpreso, con una tavola apparecchiata per la semplice riunione di due persone, sedie su cui erano posti oggetti che ci stavano a loro agio, e pareti che si schiudevano all’intruso con una tal quale riluttanza.
Clarisse indossava una vestaglia semplice di lana e rideva. Walter, che era sceso a introdurre il visitatore tardivo, sbattendo le palpebre ripose in un cassetto la grossa chiave del portone. Ulrich disse senza preamboli:
- Son tornato perché ero ancora debitore di una risposta a Clarisse.
Poi cominciò a metà, dove la conversazione
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era stata interrotta da Walter. Poco dopo la stanza, la casa, il senso del tempo erano scomparsi, e il discorso fluttuava lassù nello spazio azzurro, fra le stelle. Ulrich sviluppava il programma di vivere la storia delle idee invece che la storia del mondo. La differenza, egli premise, sarebbe stata meno nell’avvenimento che nel significato ad esso attribuito, nell’intenzione ad esso collegata, nel sistema in cui il singolo avvenimento sarebbe stato inserito. Il sistema ora vigente era quello della realtà e si poteva paragonare a una commedia scadente. Non per nulla si suol dire “la scena del mondo”, infatti nella vita si ripetono sempre le stesse parti, gli stessi intrighi, le stesse favole. Si ama perché c’è l’amore e come vuole l’amore; si è fieri come gli indiani, gli spagnoli, le vergini o il leone; in novanta casi su cento si
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uccide soltanto perché lo si ritiene tragico o grandioso. I fortunati modellatori politici della realtà, tolte le grandissime eccezioni, hanno molto in comune con gli scrittori di commedie da cassetta; le vicende movimentate che essi producono sono noiose per la mancanza di spirito e di originalità, ma appunto perciò ci mettono in quello stato di apatia e di sonnolenza in cui subiamo qualunque cambiamento. Considerata così, la storia nasce dalla routine spirituale e dall’indifferenza, e la realtà nasce principalmente dal fatto che non si fa niente per le idee. Si potrebbe riassumere brevemente così, egli disse: che noi ci interessiamo troppo poco di quello che accade, ma troppo della persona alla quale, del luogo dove, e del tempo in cui la cosa accade, di modo che non lo spirito dell’avvenimento ci
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importa, ma la sua favola, non il rivelarsi di un nuovo contenuto della vita, ma la distribuzione di quello vecchio, il che corrisponde proprio alla differenza fra le belle commedie e le commedie che hanno solamente successo. Ma da questo risulta proprio il contrario, che si dovrebbe prima di tutto smettere l’atteggiamento di cupidigia personale di fronte alle vicende della vita. Bisognerebbe cioè considerarle meno come personali e reali, e più come generali e pensate, oppure considerarle con tanto personale distacco come se fossero dipinte o cantate, non si dovrebbe piegarle verso se stessi, ma verso l’alto o verso l’esterno. E se ciò venisse applicato personalmente, occorrerebbe inoltre far qualcosa in senso collettivo, qualcosa che Ulrich non sapeva bene spiegare, e definiva una specie di ammostatura e svinatura e
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imbottatura del succo spirituale, senza che il singolo però potesse sentirsi impotente e abbandonato al proprio capriccio. E mentre parlava così gli tornò in mente il momento in cui aveva detto a Diotima che bisognava abolire la realtà.
Com’era da aspettarsi, Walter a tutta prima dichiarò che l’affermazione era banalissima. Come se tutto il mondo, arte, letteratura, scienza, religione non fossero “svinatura e imbottatura”! Come se una qualsiasi persona colta potesse mettere in dubbio il valore delle idee e non pregiare la bellezza, lo spirito, la bontà! Come se tutta l’educazione fosse altro che l’inserimento in un sistema spirituale!
Ulrich spiegò che l’educazione era soltanto un inserimento nel presente e vigente che ha origine da misure non prestabilite, e quindi per
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acquistare spirito bisognava prima di tutto esser convinti di non averne! Egli chiamava questo: avere un animo aperto, incline agli esperimenti morali in grande e alla poesia.
Walter protestò che l’affermazione era assurda.
- Dici per picca! Come se noi avessimo la scelta tra il vivere le idee e il vivere la nostra vita! Ma forse conosci il famoso verso: “Non sono un libro sottilizzante, sono un uomo con la sua contraddizione”? Perché non vai ancora più in là? Perché non pretendi addirittura che per amor delle idee si abolisca la pancia? Io invece ti rispondo: “L’uomo è fatto di vile materia!” Che noi stendiamo o abbassiamo le braccia, che non sappiamo se volgerci a destra o a sinistra, che siamo fatti di abitudini, di pregiudizi e di polvere, e tuttavia avanziamo
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secondo le nostre forze per la nostra strada: qui sta appunto l’umano! Sicché basta misurare col metro della realtà quello che tu affermi, e si vede che è tutt’al più letteratura.
Ulrich concesse: – Se mi permetti di comprendervi anche tutte le altre arti, dottrine, religioni eccetera, allora faccio mia l’affermazione che la nostra vita dovrebbe essere tutta e soltanto letteratura!
- Come? La carità del Redentore o le guerre di Napoleone secondo te sono letteratura? – esclamò Walter. Ma poi gli venne in mente qualcosa di meglio, si voltò verso l’amico con la pacatezza di chi ha una buona carta in mano e dichiarò: – Tu sei l’uomo che dichiara che la verdura in scatola è il vero senso della verdura fresca!
- Hai certamente ragione. Potresti anche
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dire che son uno che vuol cucinare con sale soltanto, – ammise Ulrich tranquillamente. Non ne voleva più parlare.
Ma Clarisse intervenne, apostrofando
Walter.
- Non so perché lo contraddici! Tu stesso, quando accadeva a noi qualcosa di eccezionale, non hai detto più volte: “Questo bisognerebbe rappresentarlo in teatro davanti a tutti, per obbligarli a vedere e a capire!” Bisognerebbe cantare, anzi, – soggiunse rivolta a Ulrich, – cantare se stessi!
Si era alzata ed era entrata nel piccolo cerchio formato dalle seggiole. Il suo atteggiamento era una rappresentazione un po’ goffa dei suoi desideri, come se stesse per eseguire una danza; e Ulrich che era sensibile a certi antiestetici denudamenti morali, si ricordò
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in quel momento che la maggior parte della gente, cioè a dirla schietta la gente mediocre il cui spirito è eccitato ma incapace di creare, ha quel desiderio di potersi descrivere. Sono gli stessi in cui così facilmente avvengono “cose inesprimibili”, è la loro espressione favorita e lo sfondo nebuloso su cui ciò che essi esprimono appare ingrandito e sfocato, così che non ne riconoscono mai il giusto valore. Per farla finita, egli disse:
- Non volevo dir questo, ma Clarisse ha ragione: il teatro dimostra che stati intensi di personali esperienze possono servire a uno scopo impersonale, un contesto di significati e di immagini che li separa in parte dalla persona.
- Io capisco benissimo Ulrich! interloquì di nuovo Clarisse. – Non ricordo che nulla abbia
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mai suscitato in me una gioia particolare perché era accaduto a me personalmente; bastava che accadesse! Anche la musica non vuoi mica averla per te, – disse rivolta al marito,
- essa dà gioia solo perché esiste. Si traggono a sé le esperienze e poi con lo stesso tratto si tornano a sparpagliare; io voglio me stessa, ma non mi voglio bottegaia di me stessa!
Walter si portò le mani alle tempie; ma per amor di Clarisse passò a una nuova confutazione. Si sforzò di metter fuori le parole come un getto limpido e freddo.
- Se tu poni il valore di una condotta solo nell’emanazione di forze spirituali, – obiettò a Ulrich, – vorrei farti una domanda: ciò, nevvero, sarebbe possibile solo in una vita che avesse per scopo esclusivo la produzione di forze e
poteri spirituali?
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- È la vita a cui asseriscono di tendere tutti gli stati del mondo! – ribatté Ulrich.
- In uno stato così fatto gli uomini vivrebbero dunque secondo le grandi idee e i grandi sentimenti, secondo filosofie e romanzi?
- proseguì Walter. – Continuo a chiederti: vivrebbero in modo da produrre la grande filosofia e la grande poesia, oppure tutta la loro vita sarebbe già, se così si può dire, filosofia e poesia in carne e ossa? Non dubito della tua risposta, perché il primo modo è semplicemente quello che s’intende oggi per una nazione civile; ma se tu intendi il secondo, non rifletti che filosofia e poesia sarebbero colà molto superflue. Anche prescindendo dal fatto che quel tuo vivere secondo l’arte, o come lo vuoi chiamare, non è assolutamente immaginabile, non significa altro che la fine dell’arte! – Così
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concluse, e per riguardo a Clarisse giocò la sua carta con energia.
Ottenne l’effetto. Persino Ulrich ebbe bisogno di qualche momento per ricomporsi. Ma poi rise e replicò:
- Come non sai che ogni forma di vita perfetta sarebbe la fine dell’arte? Non sei tu stesso avviato a farla finita con l’arte, per la perfezione della tua vita?
L’intenzione non era maligna, ma Clarisse tese gli orecchi. E Ulrich seguitò:
- Ogni grande libro spira questo amore per i destini dei singoli individui che non si adattano alle forme che la collettività vuol loro imporre. Ciò porta a risoluzioni che non si lasciano risolvere, e di costoro si può soltanto riprodurre la vita. Estrai il senso da tutte le opere poetiche e ne ricaverai una smentita interminabile -
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incompleta ma esemplificata e fondata sull’esperienza – di tutte le norme, le regole e i principî vigenti sui quali posa la società che ama tali poesie! Per di più una poesia col suo mistero trafigge da parte a parte il senso del mondo, attaccato a migliaia di parole triviali, e ne fa un pallone che se ne vola via. Se questo, com’è costume, si chiama bellezza, allora la bellezza dovrebb’essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica!
Walter si era sbiadito fin nelle labbra. Odiava quel concetto dell’arte come negazione della vita, come opposizione alla vita. Ai suoi occhi era boheme, residuo di un desiderio antiquato di irritare il borghese. Notò l’ironica verità che in un mondo perfetto non ci può essere bellezza perché diventa inutile; ma non
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udì la domanda inespressa dell’amico. Perché l’unilateralità dell’affermazione era chiara anche per Ulrich. Avrebbe potuto benissimo sostenere anche il contrario, che l’arte è negazione, perché l’arte è amore; in quanto ama, conferisce bellezza, e forse non c’è altra maniera in questo mondo di render bella una creatura o una cosa, che amarla. E solo perché anche il nostro amore non è fatto che di frammenti, la bellezza è qualcosa come gradazione e contrasto. E soltanto nel mare dell’amore l’idea, non più graduabile, della perfezione e quella, fondata sulla gradazione, della bellezza sono una cosa sola! Di nuovo i pensieri di Ulrich avevano sfiorato il “regno” ed egli s’arrestò disgustato. Anche Walter intanto s’era ricomposto, e dopo aver dichiarato prima dozzinale e poi impossibile l’idea dell’amico, che
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si dovrebbe vivere all’incirca così come si legge, era passato a dimostrarla peccaminosa e infame.
- Se un uomo, – incominciò con lo stesso tono artificioso e rattenuto di prima, – prendesse a solo fondamento della sua vita la tua proposta dovrebbe – per tacere di tutte le altre impossibilità – consentire a tutto ciò che una bella idea gli suggerisce; anzi, a tutto ciò che porta in sé la possibilità di esser preso per una bella idea. Naturalmente questo porterebbe a una decadenza generale, ma siccome questo lato, suppongo, ti è indifferente – oppure forse tu pensi a quelle tue vaghe “misure non prestabilite” di cui non hai detto nulla di preciso – vorrei solo qualche schiarimento sulle conseguenze personali. Secondo me quell’individuo, a meno che non sia per
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l’appunto il poeta della propria vita, starà peggio di un animale; se non gli viene in mente nessuna idea non gli viene nemmeno in mente una risoluzione; per la maggior parte della vita egli sarà in balia dei suoi istinti, dei suoi capricci, delle solite passioni di tutti, cioè di quanto v’è di più impersonale nell’uomo, e dovrebbe, per così dire, finché dura l’ostruzione della conduttura superiore, abbandonarsi risolutamente all’impulso?
- Dovrebbe astenersi dal fare qualsiasi cosa!
- rispose Clarisse invece di Ulrich. – Quest’è la passività attiva di cui bisogna essere capaci in certe circostanze!
Walter non ebbe il coraggio di guardarla. La capacità di ricusarsi contava molto fra loro; Clarisse, simile a un’angeletta nella lunga camicia da notte che la copriva fino ai piedi,
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stava ritta sul letto e declamava con denti lampeggianti, citando liberamente da Nietzsche: Come mio scandaglio io getto il quesito nell’anima tua! Tu aspiri alle nozze e al figlio, ma io ti chiedo: Sei tu l’uomo a cui è lecito desiderare un figlio? Sei tu il vittorioso, il padrone delle tue virtù? Oppure parlano in te la bestia e il bisogno? – Nella penombra della camera da letto ella era veramente sinistra, mentre Walter cercava invano di attirarla giù sui cuscini. E adesso disponeva anche di una formula nuova: la passività attiva di cui in certi casi bisognava esser capaci; questo sapeva proprio di “uomo senza qualità”; dunque Clarisse gli si confidava? Era lui alla fine che la rafforzava nelle sue stranezze? Quelle domande si torcevano come vermi nel petto di Walter, ed egli fu sul punto di sentirsi male. Il suo volto
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divenne cinereo e tutta la tensione ne cadde, così che apparve svigorito e grinzoso.
Ulrich lo vide e gli chiese premurosamente che cosa avesse.
- Nulla, – disse Walter con sforzo, e poi lo invitò sorridendo beffardo a concludere il suo assurdo discorso.
- Dio mio, – ammise Ulrich corrivo, – non hai mica torto. Ma molto spesso per spirito sportivo noi giudichiamo con indulgenza azioni che ci danneggiano, purché l’avversario le abbia compiute leggiadramente; il valore dell’esecuzione rivaleggia allora col valore del danno. Sovente poi abbiamo anche un’idea e per un poco operiamo in conformità ad essa, ma ben presto subentrano ostinazione, abitudine, vantaggio e suggestione, perché è inevitabile. Sicché io in fondo ho forse descritto
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una condizione che non si può assolutamente portare sino alla fine, ma una cosa non si può negare: è in tutto e per tutto la condizione attuale in cui viviamo.
Walter si era di nuovo calmato.
- Se si rovescia la verità, si può sempre dire qualcosa che è tanto vero quanto falso, – disse dolcemente, senza nascondere che il prolungamento della discussione non lo interessava più. – È proprio da te asserire che una cosa è impossibile ma vera!
Ma Clarisse si strofinò energicamente il naso.
- Mi sembra molto importante, – opinò, – che in noi tutti ci sia qualcosa d’impossibile. Spiega tante cose. Mentre ascoltavo ho avuto l’impressione che se si potesse sezionarci, forse tutta la nostra vita avrebbe l’aspetto di un
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anello, così, che gira intorno a qualcosa – S’era tolta la fede dal dito e guardava attraverso il cerchietto la parete illuminata. – Voglio dire che l’anello nel centro non ha nulla, eppure sembra che per lui sia proprio il centro che conta! Del resto nemmeno Ulrich saprebbe esprimerlo perfettamente.
Così purtroppo anche quella discussione finì con un dolore per Walter.
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85. Le fatiche del generale Stumm per mettere un po’ d’ordine nei cervelli borghesi
ULRICH era rimasto fuori un’ora circa più di quel che aveva detto uscendo, e quando tornò lo
avvisarono che un ufficiale lo aspettava da parecchio tempo. Di sopra trovò con suo stupore il generale Stumm che lo salutò con la cordialità di un vecchio camerata.
- Caro amico, – esclamò Stumm muovendogli incontro, – devi scusarmi se ti capito addosso così tardi, ma non potevo
lasciar prima l’ufficio, e del resto son già qui da
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due ore in mezzo a questa tua raccolta di libri che mette quasi paura!
Dopo qualche scambio di cortesie, risultò che Stumm era venuto per un’urgente richiesta. Aveva accavalcato una gamba sull’altra con aria intraprendente, cosa che data la sua bassa statura gli costava un po’ di fatica; tese il braccio con la piccola mano e spiegò:
- Urgente? Io dico sempre ai miei referendari, quando mi portano un documento che preme: non c’è nulla al mondo di urgente, tranne le andate in un certo luogo. Ma, lasciando da parte gli scherzi, quella che mi conduce qui è una faccenda di sommo rilievo. Ti ho già detto che la casa di tua cugina è per me una eccezionale occasione di conoscere le più importanti questioni del mondo borghese.
1314 Finalmente qualcosa di non militare, e ti assicuro che mi fa un’impressione colossale. Ma d’altra parte noi militari, anche se abbiamo i nostri punti deboli, non siamo affatto così stupidi come generalmente si crede. Vorrai convenire, spero, che quando facciamo qualcosa, la facciamo con ordine e fino in fondo. Ne convieni? Bene, ne ero certo, e dunque posso parlare francamente con te, se ti confesso tuttavia che io mi vergogno del nostro spirito militaristico. Mi vergogno, ho detto! Insieme al vescovo castrense io sono oggi in tutto l’esercito l’uomo che ha maggiormente a che fare con lo spirito. Ma posso dirti che a ben considerare il nostro spirito militare, si vede che esso, per quanto ottimo, pare un rapporto mattutino. Voglio sperare che ti ricordi ancora cos’è! Dunque, vero, l’ufficiale d’ispezione
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scrive: tanti uomini sono presenti e tanti cavalli, tanti sono assenti, ammalati e simili, l’ulano Tizio è rimasto fuori oltre l’ora del permesso e via discorrendo. Ma per quale ragione i cavalli o gli uomini sono assenti, malati eccetera, nel rapporto non lo si scrive. Ed è proprio quello che bisognerebbe sempre sapere, quando si ha da fare con i signori borghesi. Il discorso del soldato è breve, semplice, tutto cose, ma spesso io devo conferire con funzionari dei ministeri civili, e quelli chiedono a ogni occasione il perché delle mie proposte, e si appellano a considerazioni e interdipendenze d’ordine superiore. Allora io ho suggerito al mio capo, Sua Eccellenza Frost – mi devi dare la parola d’onore che quanto dico rimane fra noi – o piuttosto gli voglio fare la sorpresa di sfruttare l’occasione in casa di tua
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cugina per entrare una buona volta in dimestichezza con queste considerazioni e interdipendenze d’ordine superiore, e, se così posso dire senza essere immodesto, attirarle nell’orbita dello spirito militare. In fin dei conti abbiamo nell’esercito medici, veterinari, farmacisti, cappellani, giudici, intendenti, ingegneri e direttori d’orchestra: ma un ufficio centrale per lo spirito borghese non c’è ancora.
Solo allora Ulrich s’accorse che Stumm von Brodwehr s’era portato dietro una borsa d’ufficio, e l’aveva appoggiata ai piedi della scrivania; era uno di quei grandi zaini di vitello, che si possono portare sulle spalle mediante solide corregge, e servono a trasportare documenti da un ufficio a l’altro nei vasti edifici ministeriali, o anche fuori. Evidentemente il generale era venuto con un attendente che
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aspettava sotto e che Ulrich non aveva veduto, perché solo con fatica si tirò sulle ginocchia la pesante borsa e fece scattare la piccola serratura d’acciaio che aveva tutta l’aria di un ordigno di guerra.
- Non son rimasto in ozio, da quando assisto alle vostre riunioni, – sorrise, mentre la sua giubba celeste si tendeva, nella posizione curva, intorno ai bottoni dorati, – ma sai, ci son cose di cui non vengo a capo – Tirò fuori dalla borsa un gran fascio di fogli sciolti, coperti di strani segni. – Tua cugina, – egli spiegò, – ho avuto con lei un colloquio esauriente, ella vorrebbe, giustamente, che dai suoi sforzi per elevare al nostro Eccelso Sovrano un monumento spirituale emergesse un’idea che fosse, come dire, la più alta, che occupasse il primo posto fra tutte le idee del giorno d’oggi; io
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però ho osservato, pur ammirando le personalità da lei invitate, che la cosa presenta infernali difficoltà. Se uno dice una cosa, l’altro afferma il contrario – l’hai notato anche tu? ma c’è di peggio, secondo me; lo spirito borghese mi sembra proprio ciò che noi diciamo di certi cavalli: un cattivo mangiatore. Ti ricordi? Son bestie che non vogliono saperne di ingrassare, nemmeno con doppia razione di foraggio! Oppure diciamo, – si corresse a una lieve protesta del padrone di casa, – sì, diciamo pure che ingrassino, ma le ossa non crescono e la pelle rimane opaca; gli viene soltanto un pancione pieno d’erba. Ecco, vedi, la cosa mi interessa e vorrei approfondire la questione, come mai non si possa regolare la faccenda!
Stumm, sorridendo, porse al suo ex tenente
il primo dei fogli.
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- Si dica pure tutto ciò che si vuole, dichiarò, – ma di ordine noi militari ce ne intendiamo. Ecco, qui ho consegnato le idee principali esposte dai partecipanti alle riunioni di tua cugina. Vedi, se gli parli a quattr’occhi ciascuno ritiene essenziale una cosa diversa.
Ulrich esaminò il foglio con stupefazione. Era diviso in quadrati medianti linee orizzontali e verticali, come un foglio d’anagrafe o un registro militare, e nei quadrati c’erano parole che contrastavano parecchio con quella suddivisione, infatti egli lesse, in bei caratteri burocratici i nomi: Gesù Cristo; Budda Gotama, o anche Siddarta; Lao-Tse; Lutero Martino; Goethe Volfango; Ganghofer Ludovico; Chamberlain, e molti altri che evidentemente continuavano su un altro foglio; poi nella seconda casella le parole cristianesimo,
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imperialismo, secolo delle comunicazioni, eccetera, e accanto v’erano altre colonne di parole in altre caselle.
- Potrei anche chiamarlo il foglio catastale della cultura moderna, illustrò il generale, – perché noi l’abbiamo ampliato, e ora contiene il nome delle idee, e dei loro agitatori, dell’ultimo venticinquennio. Non immaginavo che costasse tanta fatica!
Poiché Ulrich voleva sapere come era stato compilato l’elenco, gli spiegò volentieri il procedimento da lui ideato.
- Mi ci son voluti un capitano, due tenenti e cinque sottufficiali per fare così presto. Se avessimo potuto usare un sistema del tutto moderno, avremmo mandato a ogni reggimento la domanda: “Chi considerate il più grande uomo dei nostri tempi?” come fanno oggi i
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giornali e simili, sai, insieme con l’ordine di comunicare il risultato della votazione con le percentuali; ma nel mondo militare la cosa non andava, perché naturalmente nessun corpo dell’esercito può rispondere altro che: Sua Maestà. Allora avevo pensato di far chiedere quali sono i libri più letti e con le più alte tirature, ma s’è visto subito che, oltre alla Bibbia, sono i libriccini di capodanno con le tariffe postali e le vecchie barzellette, distribuite a tutti dai portalettere che vanno a far gli auguri e a riscuoter la mancia; e questo ci ha fatto di nuovo riflettere com’è difficile lo spirito borghese, perché in generale son ritenuti migliori di quei libri che si adattano a ogni lettore, o almeno, mi hanno detto, bisogna che un autore in Germania abbia molti che la pensano come lui per esser considerato un
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grande ingegno. Dunque, anche questa via non era possibile; e come abbiamo finito per fare non te lo posso dire sul momento, è stata un’idea del caporale Hirsch insieme col tenente Melichar, ma ci siamo riusciti.
Il generale Stumm posò il foglio e con un viso che annunziava una grave delusione ne prese un altro. Fatto l’inventario delle scorte di idee esistenti nell’Europa Centrale, aveva non solo stabilito con rincrescimento che eran costituite da contraddizioni, ma anche scoperto con stupore che quelle contraddizioni incominciavano a confondersi l’una nell’altra.
- Che tutte le celebrità in casa di tua cugina mi rispondessero cose opposte quando le pregavo di ammaestrarmi, passi, c’ero già abituato; ma che dopo aver parlato lungamente con loro mi sembri che dicano tuttavia le stesse
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cose, ecco, non riesco proprio a intenderlo, e forse la colpa sarà del mio comprendonio d’ordinanza, che non ci arriva!
Ciò che sgomentava in tal modo il cervello del generale Stumm non era una bagattella, e in fondo non la si sarebbe dovuta attribuire soltanto al Ministero della Guerra, benché si potesse dimostrare che con la guerra intratteneva ottimi rapporti. Sono state donate a questo secolo grandi idee in quantità, e per uno speciale favore della sorte ogni idea ha pure la sua contro-idea, di modo che individualismo e collettivismo, nazionalismo e internazionalismo, socialismo e capitalismo, imperialismo e pacifismo, razionalismo e superstizione vi si trovano tutti ugualmente bene come a casa loro; e per giunta ci sono anche i resti non ancora consumati di
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innumerevoli altre contraddizioni di uguale o minore valore attuale. La cosa sembra così naturale come il fatto che vi siano il giorno e la notte, il caldo e il freddo, l’amore e l’odio, e che nel corpo umano ogni muscolo flessore abbia il suo contrario in un muscolo estensore; né il generale Stumm, come chiunque altro, si sarebbe mai sognato di vederci nulla di straordinario, se l’amore per Diotima stimolando la sua ambizione non l’avesse precipitato in quell’avventura. L’amore infatti non s’accontenta che l’unità della natura riposi sui contrasti, ma, incline com’è alla soavità, alla delicatezza vorrebbe un’unità senza opposizioni, e così il generale s’era sforzato in tutti i modi di ottenere tale unità.
- Ho fatto fare, - raccontò a Ulrich, mostrandogli il foglio relativo, – un elenco dei
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condottieri delle idee, vale a dire che contiene tutti i nomi di coloro che negli ultimi tempi hanno guidato alla vittoria notevoli contingenti di idee; quest’altro qui è un ordine di battaglia; questo un piano dello schieramento strategico; questo un tentativo di identificare i depositi e gli arsenali donde si effettua il rifornimento delle idee. Ma se tu osservi uno dei gruppi di idee impegnati in combattimento, vedi subito – e ho voluto che risultasse ben chiaro dal disegno – che esso attinge i suoi rinforzi di truppe e di materiale ideologico non soltanto dal proprio deposito ma anche da quello dell’avversario; vedi che cambia continuamente di fronte e senza nessun motivo combatte tutt’a un tratto col fronte rovesciato, contro le proprie posizioni; ma vedi altresì che le idee disertano tutti i momenti, di qua e di là, sicché le trovi
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ora in questa ora nell’opposta linea di battaglia. Insomma, non si può stabilire né un regolare piano di dislocamento, né una linea di confine, né niente, e il tutto è, parlando con rispetto, eppure d’altra parte non lo posso credere! – quello che da noi ogni superiore chiamerebbe un branco di porci impazziti!
Stumm cacciò in mano a Ulrich una dozzina di fogli in una volta. Eran coperti di direttive di marcia, linee ferroviarie, reti stradali, calcoli di portata, contrassegni di corpi, dislocamenti di truppe, circoli, quadrati, zone tratteggiate; il tutto come in un regolamentare rapporto di stato maggiore, intersecato da linee rosse verdi azzurre e gialle e disseminato di bandierine dei più vari tipi e significati, quelle che un anno più tardi sarebbero diventati così popolari.
- Ma non serve a niente! – sospirò Stumm. -
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Ho cambiato modo e provato ad affrontare il problema dal punto di vista della geografia militare invece che da quello della strategia, sperando di ottenere almeno un campo d’operazioni ben articolato, ma non c’è verso! Ecco qui le descrizioni orografiche e idrografiche!
Ulrich vide segnate sulla carta vette di montagne da cui partivano diramazioni che più in là si riammassavano, sorgenti, reti fluviali e laghi. Negli occhi vivaci del generale scintillava qualcosa come irritazione o esasperazione.
- Ho tentato in cento modi, – egli disse, – di riportare il tutto a un’unità; ma sai com’è? Come viaggiare in seconda classe in Galizia e prendersi i pidocchi! è la più schifosa sensazione d’impotenza che si possa immaginare. Quando sei stato un pezzo in
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mezzo alle idee, ti prude tutto quanto il corpo e non hai pace se non ti gratti a sangue!
Il più giovane non poté trattenersi dal ridere di quell’energica descrizione. Ma il generale pregò:
- No, non ridere! Io ho pensato che tu sei divenuto un borghese eminente; nella tua posizione devi capire la questione, e devi capire anche me. Son venuto a chiederti aiuto. Ho troppa reverenza per tutto ciò che rappresenta lo spirito, e perciò non posso credere di aver ragione!
- Tu prendi troppo sul serio il pensiero, signor colonnello, – lo consolò Ulrich. Involontariamente aveva detto “colonnello”, e se ne scusò. – Mi hai così piacevolmente ricondotto al passato, signor generale, quando mi comandavi certe sere a filosofare in un
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cantuccio del circolo. Ma, ti ripeto, non bisogna prendere tanto sul serio lo spirito come tu stai facendo!
- Non bisogna, – gemette Stumm. – Ma io non posso più vivere senza una regola superiore nella mia testa! Non lo capisci? Io rabbrividisco se penso quanto tempo son vissuto senza di essa, sui campi di manovre e nelle caserme, fra barzellette militari e storie di donne!
Si sedettero a tavola; Ulrich era commosso dalle idee puerili che il generale attuava con virile coraggio, e dalla giovanilità indistruttibile che il soggiorno obbligatorio nelle piccole guarnigioni conferisce. Aveva invitato il camerata di anni lontani a dividere la cena con lui e il generale era così preso dal desiderio di essere iniziato ai suoi segreti, che infilzava con
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grandissima attenzione sulla forchetta ogni fettina di salame.
- Tua cugina, – egli disse, e alzò il bicchiere colmo di vino, – è la donna più mirabile ch’io conosca. Hanno ragione di dire che è una seconda Diotima; io non ho mai visto chi le stia a paro. Sai, mia moglie, tu non la conosci, non me ne posso lagnare, e abbiamo anche figlioli; ma una donna come Diotima è tutt’altra cosa! Quando riceve mi metto talvolta dietro di lei: un’opulenza femminile imponente! E intanto, sul lato anteriore, fa conversazione con qualche borghese illustre e sfoggia tanta cultura che mi vien voglia di prendere appunti. Il capodivisione, suo marito, non sa assolutamente che tesoro possiede. Ti chiedo scusa, per il caso che codesto Tuzzi ti sia particolarmente simpatico, ma io non lo posso
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patire! Non fa che gironzolare e sorridere, come chi la sa lunga ma non la vuol dire. Ma a me non me la dà a intendere; io ho tutto il rispetto per i borghesi, ma fra i borghesi gli statali vengono per ultimi; sono come dei soldati in abito civile, che a ogni occasione litigano con noi per la precedenza, comportandosi con la impertinente cortesia di un gatto che sta arrampicato su un albero, e guarda un cane giù a terra. Il dottor Arnheim è di tutt’altro calibro, – seguitò a discorrere il generale; – forse anche lui è pieno di sé, ma la sua superiorità bisogna riconoscerla Doveva aver bevuto un po’ troppo in fretta, dopo aver parlato tanto, perché ormai era a suo agio e prese un tono confidenziale. – Non so come sia, – continuò, – forse non lo capisco, perché al giorno d’oggi abbiamo tutti un cervello così complicato, ma
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quantunque io stesso ammiri tua cugina come se… be, lasciami dire, come se avessi in gola un boccone troppo grosso! tuttavia è un sollievo per me saperla innamorata di Arnheim.
- Come? Sei sicuro che ci sia qualcosa fra loro? – Ulrich aveva ribattuto con una certa vivacità, sebbene in fondo la cosa non dovesse toccarlo; Stumm lo guardò sospettosamente coi suoi occhi miopi ancora appannati dall’emozione, e inforcò lo stringinaso.
- Non ho detto ch’egli l’abbia avuta, – replicò in crudo linguaggio soldatesco, si ritolse gli occhiali e soggiunse, non più soldatescamente:
- Ma non ci troverei nulla da ridire; il diavolo mi porti, te l’ho già detto che in questa compagnia anche il mio cervello diventa complicato; non sono di certo un sentimentale, ma se mi immagino la tenerezza che Diotima
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potrebbe donare a quell’uomo, provo anch’io tenerezza per lui, e inversamente mi sembra che siano i miei baci quelli che lui dà a Diotima.
- Le dà dei baci?
- Che vuoi che ne sappia, non sto mica a spiarli. Me l’immagino soltanto, così. Ti dico che non capisco me stesso. Del resto ho visto una volta che lui le teneva la mano, dovevano esser convinti che nessuno li guardasse, e rimasero per un po’ quieti quieti, come se fosse stato dato il comando: “In ginocchio per la preghiera, giù il berretto!” poi lei gli chiese qualcosa sottovoce, e lui rispose, me lo ricordo parola per parola perché era difficile da capire… Lei cioè gli disse: “Ah, poter trovare un’idea che ci salvi!” e lui rispose: “Soltanto un puro, intatto pensiero d’amore ci può liberare!”
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Evidentemente lui dava un’interpretazione troppo personale, perché lei certo alludeva all’idea che le occorre per l’Azione Patriottica… perché ridi? Oh, non prenderti soggezione, io ho sempre avuto le mie stranezze, e adesso mi son fitto in capo di andarle in aiuto! Non dev’essere impossibile; idee ce ne sono tante, una finirà per andar bene! Tu però mi devi dare una mano!
- Caro generale, – tornò a dire Ulrich, – non posso far altro che ripeterti che dai troppa importanza al pensiero. Ma poiché ci tieni, cercherò di spiegarti meglio che posso come pensa un borghese – Avevano acceso i sigari, ed egli incominciò: – In primo luogo, generale, sei su una falsa strada; lo spirito non è proprio dei borghesi e la materia dei militari, come tu credi, ma precisamente il contrario! Perché lo
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spirito è ordine e dove c’è maggior ordine che nell’esercito? Nell’esercito tutti i colletti sono alti quattro centimetri, il numero dei bottoni è esattamente stabilito, e anche nelle notti più popolate di sogni i letti sono ben allineati lungo le pareti! Lo schieramento di uno squadrone in linea spiegata, l’adunata di un reggimento, la posizione giusta della fibbia di un sottogola sono quindi beni spirituali di alta importanza, oppure i beni spirituali non esistono affatto!
- Va a raccontarle a tua nonna! brontolò il generale, ma con cautela, non sapendo se doveva diffidare delle proprie orecchie o del vino bevuto.
- Tu hai troppo fretta, – insisté Ulrich. – La scienza è possibile soltanto là dove gli avvenimenti si ripetono o almeno vengono controllati, e dove ci sono più ripetizioni e
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controlli che nell’esercito? Un dado non sarebbe un dado se alle nove non fosse precisamente quadrato come alle sette. Le leggi che determinano l’orbita dei pianeti sono una specie di regolamento di tiro. E non potremmo mai farci un concetto o un giudizio di nessuna cosa, se tutto ci passasse davanti una volta sola. Ciò che ha da acquistare un valore e un nome deve ripetersi, deve esistere in molti esemplari, e se tu non avessi mai visto la luna la prenderesti per una lanterna; e, fra parentesi, il grave imbarazzo che Dio procura alla scienza sta nel fatto che egli è stato visto una volta sola, e per di più alla creazione del mondo, prima che esistessero osservatori addestrati.
Bisogna mettersi nei panni del generale; fin dall’Accademia era sempre vissuto secondo
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norme che regolavano tutto, dalla forma del berretto alla dote militare, e il suo spirito era poco disposto ad accogliere simili spiegazioni.
- Caro amico, – rispose imbronciato, – tutto questo può essere, ma non mi riguarda affatto; è una bellissima freddura dire che noi militari abbiamo inventato la scienza, ma io non parlavo della scienza, bensì, come dice tua cugina, dell’anima, e quando lei parla dell’anima mi vien voglia di spogliarmi nudo, tanto poco s’intona all’uniforme!
- Caro Stumm, – proseguì Ulrich imperterrito, – molti accusano la scienza di essere meccanica e senz’anima, e di render tale tutto quello che tocca; ma è strano come non s’avvedano che nelle faccende del cuore c’è molta più regolarità che in quelle della ragione! Quand’è, infatti, che un sentimento è davvero
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semplice e naturale? Quando v’è da attendersi che si produca automaticamente in tutti gli uomini nella stessa situazione. Come si potrebbe esigere virtù da tutti gli uomini, se un’azione virtuosa non fosse un’azione che si può ripetere a volontà? Potrei farti molti altri esempi, e se tu fuggi da questa lugubre normalità e ti ripari nel profondo del tuo essere, dove stanno di casa gli impulsi incontrollati, in quell’umido tenebrore che ci protegge dall’aridità della ragione, che cosa trovi? Stimoli e riflessi previsti, rotaie d’abitudini e d’attitudini, ripetizioni, fissità, serie, monotonia! Quella è caserma, uniforme, regolamento, caro Stumm, e l’anima borghese ha una strana parentela con la militare. Si potrebbe dire che dove può s’attacca a quel modello tuttavia inarrivabile. E poiché non ci
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riesce, è come un bambino rimasto solo. Prendi, ad esempio, la bellezza di una donna; quello che come bellezza ti sbalordisce e ti soggioga, quello che credi di vedere per la prima volta nella tua vita, tu intimamente lo conoscevi e lo cercavi da un pezzo, ce n’era già nei tuoi occhi un brillio anticipato che solo adesso è divenuto intenso come la luce del giorno; se invece si tratta davvero di amore al primo sguardo, di bellezza che tu non hai mai veduta, allora tu non sai che cosa fare; perché nulla di simile ti è mai accaduto, non sai come chiamarlo, non hai un sentimento in risposta, sei soltanto infinitamente sconvolto, abbacinato, stupefatto, ridotto a una imbecillità ottusa, che sembra non aver nulla da fare con la felicità…
Qui il generale interruppe vivacemente
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l’amico. Finora l’aveva ascoltato con la pieghevolezza imparata in caserma dai biasimi e dagli ammaestramenti dei superiori, che bisogna se è necessario ripetere ma però mai accogliere in sé, perché sarebbe come cavalcare un riccio senza sella; adesso però Ulrich l’aveva colpito, ed egli esclamò con impeto:
- Onore al vero, la tua descrizione è esattissima! Quando mi immergo nell’ammirazione per tua cugina, mi sembra che tutto dentro di me si dissolva nel nulla. E se tendo tutte le mie forze perché mi venga in mente un’idea che le possa servire, mi sento il cervello sgradevolmente vuoto; imbecillità non mi pare il caso di chiamarla, ma è certo qualcosa di molto simile. E tu dunque, se ho capito bene, dici che noi militari ragioniamo benissimo; e l’intelligenza dei borghesi… be,
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che debbano prender noi a modello, questo mi pare troppo; son sicuro che l’hai detto per scherzo… ma insomma è uguale alla nostra, l’ho pensato anch’io parecchie volte; e tutto il resto, secondo te, tutte quelle cose che a noi soldati sembrano così caratteristicamente borghesi, come anima, virtù, intimità, sentimento… Arnheim le ha sulla punta delle dita… ma tu dici che sono spirito, sì, sono appunto le cosidette considerazioni di natura sublime, ma dici anche che alla fine ti riducono scemo, ed è proprio vero; in conclusione però l’intelligenza civile è superiore alla nostra, e tu non lo puoi contestare; dunque come si concilia tutto questo?
- Poco fa ti ho detto: in primo luogo, e tu te lo sei dimenticato. In primo luogo, dicevo, lo spirito è proprio dei militari, e ora aggiungo: in
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secondo luogo la materia è propria dei borghesi…
- Ma questo è assurdo! – si ribellò Stumm diffidente. La superiorità fisica del soldato era un dogma, esattamente come la persuasione che la classe degli ufficiali è la più vicina al trono; e anche se Stumm non si era mai considerato un atleta, nel momento in cui lo si metteva in dubbio ecco saltar su la certezza che una pancia borghese a parità di circonferenza doveva almeno essere più molle della sua.
- Né più né meno assurdo di tutto il resto, – si difese Ulrich. – Ma lasciami finire. Vedi, un centinaio d’anni fa i cervelli che reggevano la borghesia tedesca credettero che il civile pensante avrebbe dedotto dalla sua mente le leggi del mondo, seduto a tavolino, così come si dimostrano i teoremi algebrici. Il pensatore a
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quei tempi era un uomo in calzoni di nanchino, con un ciuffo di capelli che gli cascava sulla fronte, e non conosceva ancora la lampada a petrolio, per non parlare dell’elettricità e del telegrafo. Da allora quella presunzione è stata energicamente rintuzzata; in cento anni abbiamo imparato a conoscere meglio noi stessi e la natura e tutte le cose, ma il risultato, per dir così, è che l’ordine che si guadagna nel particolare, si torna a perdere nell’insieme, cosicché abbiamo sempre più ordini e sempre meno ordine.
- Questo collima con le mie indagini, – confermò Stumm.
- Non siamo però accaniti come te a trarre conclusioni, – seguitò Ulrich. – Dopo gli sforzi passati siamo caduti in un periodo di apatia. Immagina quello che succede oggi: se un uomo
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ragguardevole mette al mondo un’idea, essa viene subito afferrata da un processo distributivo fatto di simpatia e di antipatia; prima gli ammiratori ne strappano grossi pezzi a piacere e sconciano il loro maestro come le iene la carogna, poi gli avversari distruggono i punti deboli, e in breve di qualunque opera non rimane che una provvista di aforismi, da cui si servono amici e nemici come fa loro comodo. Ne consegue una generale ambivalenza. Non c’è un sì a cui non si sia appiccicato un no. Puoi far ciò che vuoi, troverai sempre venti bellissime idee pro, e venti contro. Ci sarebbe da credere che sia come nell’amore, nell’odio e nella fame dove i gusti devono essere diversi perché ciascuno possa avere il suo.
- Magnifico! – esclamò Stumm di nuovo conquistato. – Qualcosa di simile l’ho detto
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anch’io a Diotima! Ma non pensi che in questo disordine è la giustificazione di noi militari? Eppure io mi vergogno di crederci anche per un solo momento!
- Ti consiglierei, – sentenziò Ulrich, – di suggerire a Diotima che Dio, per motivi a noi tuttora ignoti, pare voglia instaurare l’era della cultura fisica; perché l’unica cosa che dà un po’ di consistenza alle idee è il corpo, al quale esse appartengono; e poi come ufficiale ti troveresti in vantaggio.
Il piccolo e grosso generale sussultò.
- In quanto a cultura fisica, non sono più bello di una pesca sbucciata, – disse dopo un po’ con amara soddisfazione. – E devo anche dirti, – soggiunse, – che penso a Diotima solo in un modo corretto, e nello stesso modo desidero far bella figura davanti a lei.
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- Peccato, – commentò Ulrich, – le tue intenzioni son degne di un Napoleone, ma non hai scelto il secolo adatto!
Il generale incassò lo scherzo con la dignità che gli conferiva il pensiero di soffrire per la dama del suo cuore, e disse dopo una breve meditazione:
- Ad ogni modo ti ringrazio per gli interessanti consigli.
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86. Il finanziere del re e la collusione anima-affari. Anche: tutte le vie dello spirito partono dall’anima, ma nessuna vi ritorna
MENTRE l’amore del generale cedeva il campo alla sua ammirazione per Diotima e
Arnheim, quest’ultimo avrebbe dovuto essersi deciso da un pezzo a non far più ritorno. Invece prendeva disposizioni per una sosta più lunga; si riservò stabilmente le camere che occupava all’albergo, e la sua vita agitata parve
acquetarsi.
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A quel tempo il mondo era scosso da ogni sorta di eventi, e chi verso la fine dell’anno
1913 era bene informato, aveva la visione di un vulcano ribollente, anche se tutti, per effetto della pacifica operosità che regnava, eran convinti che non sarebbe mai entrato in eruzione. Questa fiducia non aveva dappertutto la stessa forza. Le finestre del bel palazzo antico in Piazza della Pallacorda, dove il capodivisione Tuzzi esercitava il suo ufficio, gettavan luce fino a tarda sera sugli alberi spogli del giardino di fronte, e gli sfaccendati istruiti che passavano lì di notte si sentivano venir la pelle d’oca. Infatti, così come Giuseppe il santo si compenetra con l’ordinario falegname Giuseppe, il nome “Piazza della Pallacorda” conferiva al palazzo omonimo l’aura arcana di essere una delle sei o sette misteriose
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cucine dove dietro tende abbassate si manipola il destino dell’umanità. Il dottor Arnheim era abbastanza informato di quegli eventi. Riceveva dispacci cifrati e di quando in quando la vista di uno dei suoi impiegati che veniva dalla sede centrale con informazioni private; anche le finestre del suo appartamento d’albergo erano illuminate fino a tardi, e un osservatore ricco di fantasia avrebbe potuto immaginare che vi risiedesse un governo avversario, un antigoverno, un moderno apocrifo apparecchio di guerra della diplomazia economica.
Del resto Arnheim aveva sempre cura di confermare quell’impressione; infatti senza le suggestioni dell’esteriorità l’uomo è un frutto dolce-acquoso senza buccia. Fin dalla prima colazione, che appunto perciò non faceva mai in camera, bensì nella sala da pranzo
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dell’albergo, aperta a tutti, Arnheim con la destrezza dello statista esperto e il contegno riservato e cortese dell’uomo che si sa osservato, impartiva al segretario, che ne prendeva nota stenograficamente, le istruzioni del giorno; nessuna di esse sarebbe bastata da sola a dargli gioia, ma spartendosi fra di loro il posto nella sua coscienza, circoscritte per giunta dai piaceri della colazione, raggiungevano un livello notevole. È probabile che l’ingegno umano – ed era questa una delle sue idee favorite abbia bisogno di certe limitazioni per potersi sviluppare; lo spazio veramente fertile tra la sfrenata libertà e la pusillanime fuga dei pensieri è assai angusto, come sanno tutti coloro che conoscono la vita. Inoltre egli era persuaso che molto dipendesse dalla persona pensante; perché si sa che
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pensieri nuovi e importanti hanno rare volte un autore solo, e d’altra parte il cervello di un uomo abituato a pensare produce incessantemente pensieri di valore diverso; la conclusione, la forma efficace e operante, le idee la devono ricevere sempre dal di fuori, non soltanto dal pensiero ma da tutta la condizione umana della persona. Una domanda del segretario, un’occhiata a un tavolo vicino, il saluto di un sopravveniente, qualunque cosa di questo genere ricordava ogni volta ad Arnheim nel momento giusto la necessità di far colpo, e la coerenza del contegno ch’egli assumeva si trasferiva subito al suo pensiero. Questa esperienza di vita egli l’aveva riassunta nella persuasione, consona ai suoi bisogni, che l’uomo pensante deve sempre essere nel contempo un uomo operante.
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A dispetto di tale convinzione però egli non annetteva grande importanza alla propria momentanea attività; anche se con essa perseguiva uno scopo che in certe circostanze poteva essere straordinariamente fruttuoso, egli temeva di fare al suo soggiorno un sacrificio di tempo ingiustificabile. Si richiamava ripetutamente alla memoria la fredda antica massima: divide et impera. Essa vale per ogni rapporto con uomini e cose, ed esige una certa svalutazione dei rapporti singoli mediante la tonalità di tutti, perché il segreto delle condizioni in cui si vuole agire con successo è quello stesso dell’uomo amato da molte donne mentre lui non ne preferisce alcuna. Ma non serviva a nulla: la sua memoria gli rappresentava gli obblighi che il mondo impone all’uomo nato per una grande attività,
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egli però, dopo essersi ripetutamente interrogato, non poteva tuttavia reprimere la risposta: che era innamorato. Ed era una cosa strana, perché un cuore che ha quasi cinquant’anni è un muscolo coriaceo, che non vuol più distendersi semplicemente come quello di un ventenne al tempo della fioritura d’amore, e gli procurava quindi considerevoli fastidi.
Innanzitutto notò con preoccupazione che i suoi interessi universali appassivano come un fiore senza radice, e che prosperavano invece le insignificanti impressioni di tutti i giorni, da un passerotto sul davanzale al sorriso di un cameriere. In quanto ai suoi concetti morali, che di solito costituivano un imponente sistema di forze a cui nulla poteva sottrarsi, egli si accorse che diventavano più poveri di coerenza,
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mentre prendevano un non so che di corporeo. Si poteva chiamarlo dedizione, ma la parola aveva di solito un senso molto più largo e in ogni caso anche diverso, giacché non se ne può mai fare a meno; la dedizione a un dovere, a un superiore o a un capo, e anche alla vita stessa nella sua ricchezza e nella sua varietà, era sempre stata per lui, intesa come virtù virile, la quintessenza della dirittura morale, che pur schietta e aperta contiene più riserbo che abbandono. E lo stesso si poteva dire della fedeltà che, limitata a una donna, ha un certo sapore di cavalleria, di mansuetudine, di abnegazione e di delicatezza, tutte virtù che si suole immaginare associate alla donna ma che perdono perciò la loro migliore ricchezza, così che è difficile dire se anche l’amore scorre verso di lei come l’acqua verso il luogo più profondo e
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non sempre inobiettabile, o se l’amore femminile è il luogo vulcanico il cui calore dà vita a tutto ciò che fiorisce sulla superficie della terra. Un grado molto alto di vanità maschile si sente quindi più a suo agio nella compagnia degli uomini che in quella delle donne, e se Arnheim paragonava la sua ricchezza di idee portata sul piano della potenza con lo stato di beatitudine raggiunto mediante Diotima, non poteva sottrarsi all’impressione di un moto retroverso ch’egli aveva compiuto.
Talvolta aveva bisogno di baci e carezze, come un fanciullo che, se il suo desiderio non è corrisposto, si getta appassionatamente ai piedi di colei che lo respinge, oppure lo coglieva la smania di singhiozzare, di lanciare al mondo parole di sfida, e infine di rapire l’amata e di portarsela via fra le braccia. Ora è noto che
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nella zona d’irresponsabilità della persona cosciente, donde vengono le fiabe e le poesie, dimorano anche i ricordi infantili e diventano visibili quando per eccezione la leggera ebrietà di una stanchezza, il gioco senza freno dell’alcool o una scossa qualsiasi rischiarano quelle regioni; e anche gli impulsi di Arnheim non erano più concreti di quegli schemi, cosicché egli non avrebbe avuto motivo di inquietarsene (e di accrescere con tale inquietudine l’inquietudine iniziale) se quelle regressioni infantili non l’avessero convinto che la sua vita psichica era tutta piena di preparativi morali scoloriti. Il valore universale che egli si sforzava sempre di dare alle sue azioni, da uomo la cui vita si svolgeva in cospetto di tutta l’Europa, gli apparve improvvisamente come privo affatto di
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interiorità. Forse ciò non è naturale, se una cosa deve valere per tutti; l’inquietante però era il rovesciamento di quella conclusione, che s’imponeva ugualmente ad Arnheim, perché se ciò che ha valore universale è non-interiore, inversamente l’uomo interiore è il non-valido, e così Arnheim adesso non soltanto era incalzato dall’impulso di fare qualcosa di clamorosamente sbagliato, di assurdamente illegittimo, ma anche dall’aggravante che sarebbe stata questa la cosa giusta in un senso che trascendeva la ragione. Da quando conosceva di nuovo il fuoco che gli inaridiva la lingua, egli era in preda alla sensazione di aver dimenticato la strada un tempo percorsa, e la sua complessa ideologia di grand’uomo gli sembrava soltanto il surrogato forzoso di qualcosa che aveva perduto.
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Così, per naturale conseguenza egli ripensava alla sua fanciullezza. Nei ritratti infantili aveva grandi occhi neri e rotondi, come il Bambino Gesù che disputa nel tempio con i dottori, e vedeva tutti gli istitutori e le istitutrici radunati in circolo intorno a lui a stupire del suo ingegno, perché era stato un ragazzo intelligente e aveva avuto educatori intelligenti. Era anche sempre stato, però, un ragazzo ardente e sensibile che non poteva tollerare l’ingiustizia; troppo protetto perché l’ingiustizia potesse toccare lui, difendeva per la strada vittime sconosciute e si gettava nella lotta per loro. L’azione era notevole, se si pensa con quanta cura cercassero di impedirgliela, tanto che non passava mai più di un minuto senza che qualcuno accorresse a dividerlo dall’avversario. E poiché in questo modo le
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zuffe duravano giusto quel tanto da permettergli questa o quella dolorosa esperienza, ma erano interrotte a tempo per lasciargli l’impressione di essere valoroso e invincibile, Arnheim vi ripensava ancor oggi con approvazione, e l’attributo sovrano di un coraggio che nulla fa indietreggiare fu trasfuso più tardi nei suoi libri e nelle sue persuasioni, com’è necessario a un uomo che deve insegnare ai suoi contemporanei il modo di vivere dignitosi e felici.
Di quella condizione della sua infanzia serbava dunque assai vivace ricordo, ma un’altra sopraggiunta più tardi e, in parte, come un seguito modificato della prima, gli si mostrava come addormentata o per dir meglio impietrita, se è permesso intendere, per pietre, diamanti. Era quella dell’amore, svegliata ora di
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sussulto a nuova vita dal tocco di Diotima, e non è senza significato notare che Arnheim giovinetto vi era entrato senza donne, anzi senza persone definite, e questo era un fatto imbarazzante che lui non aveva mai potuto risolvere in tutta la sua vita, sebbene nel corso del tempo ne avesse appreso le spiegazioni più moderne.
“Ciò che egli intendeva era forse l’inesplicabile avvicinarsi di qualcosa che non appariva ancora, come le fugaci espressioni su un volto, che non appartengono a questo ma ad altri volti improvvisamente supposti al di là d’ogni cosa veduta; erano piccole melodie in mezzo al frastuono, sentimenti nelle creature; anzi v’erano in lui sentimenti che, se le sue parole li cercavano, non erano ancora nemmeno sentimenti; era piuttosto come se il
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suo corpo s’allungasse e già con le punte si aspergesse, si tuffasse, come talvolta le cose si allungano nelle giornate primaverili splendenti di febbre, e le loro ombre ne striscian fuori, restando quiete e mosse in una direzione come le immagini riflesse in un rio”
Così, molto più tardi però e con un accento diverso, aveva detto un poeta che Arnheim stimava, perché passava per iniziato chi sapeva di quell’uomo misterioso, remoto alla vista del pubblico; senza capirlo d’altronde, perché Arnheim collegava quelle vaghe allusioni ai discorsi sul destarsi di un’anima nuova, che erano in voga negli anni della sua giovinezza, o ai lunghi e magri corpi di fanciulla che piacevano allora nei quadri, ed eran contrassegnati da un paio di labbra che sembrava il calice carnoso d’un fiore.
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A quel tempo, era circa l’anno 1887 – “mio Dio, quasi un’altra generazione!” pensava Arnheim – le sue fotografie mostravano un uomo moderno, “nuovo”, come si diceva allora, cioè vestito di un gilet di raso nero abbottonato fino al collo e di una larga cravatta di seta pesante derivata dalla moda dell’epoca Biedermeier, che però nell’intenzione doveva far pensare a Baudelaire, e la somiglianza era ancora sottolineata da un’orchidea, nuova intenzione maliosamente perfida che Arnheim junior s’infilava all’occhiello quando doveva partecipare a un pranzo e far rifulgere la sua giovane persona in una compagnia di robusti commercianti e amici di suo padre. Nei ritratti dei giorni di lavoro invece appariva sovente come ornamento un doppio decimetro che sporgeva dal taschino di un morbido abito
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inglese di forma pratica, accompagnato, con un effetto che era assai comico ma che dava risalto alla testa espressiva, da un altissimo colletto inamidato. Così appariva Arnheim da giovane, e ancor oggi egli non poteva negare ai suoi ritratti una certa dose di simpatia.
Giocava bene, e con lo zelo di una passione ancora inconsueta, al tennis, che in quei primi tempi aveva per campo un terreno erboso; con stupore di suo padre e senza nascondersi frequentava le riunioni di operai, perché durante un anno di studi a Zurigo aveva fatto una scandalosa conoscenza delle idee socialistiche; ma il giorno dopo non si faceva scrupolo di attraversare a cavallo di gran carriera un villaggio di lavoratori. Insomma, era stato un turbine di elementi spirituali contraddittorî ma nuovi, che gli davano la
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magica illusione d’esser nato al momento giusto, illusione di grande importanza anche se più tardi ci si accorge, naturalmente, che il suo valore non sta proprio nella sua verità. Anzi Arnheim, dando col tempo sempre maggiore spazio alle idee conservatrici, finì col chiedersi se quella sensazione costantemente ricorrente di essere l’uomo dell’ultima pattuglia non fosse uno sciupio della natura; però non vi rinunziava, perché non gli piaceva rinunziare a nulla di cui fosse venuto in possesso, e la sua natura di collezionista aveva accuratamente raccolto in sé tutto ciò che offrivano i suoi tempi. Oggi però, per armonica e varia che gli apparisse la sua vita, gli sembrava di esser stato travolto, e con ben altre conseguenze, da ciò che sulle prime gli era parso più irreale di tutto: da quello stato appunto tra romantico e
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presago che lo aveva persuaso di appartenere non soltanto al mondo vivo e tumultuoso, ma anche a un mondo diverso che aleggiava nell’altro come un respiro trattenuto.
Quell’esaltazione presaga, risorta grazie a Diotima nella sua spontaneità primitiva, gli impediva ogni attività e occupazione, il tumulto dei contrasti giovanili e le mutevoli promettenti speranze cedevano il luogo al quieto sognare a occhi aperti che tutte le parole, gli eventi e gli obblighi, nella loro profondità remota dalla superficie, fossero una cosa sola. In quei momenti anche l’ambizione taceva, le vicende della realtà erano lontane come il rumore al di là di un parco, gli sembrava che l’anima, uscita dall’alveo, solo ora fosse per davvero presente. Non si affermerà mai abbastanza recisamente che quella non era filosofia ma un’esperienza
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fisica, come vedere la luna illuminata dalla luce del giorno, sospesa quietamente nel cielo mattutino. In quello stato già il giovane Paul Arnheim pranzava in un ristorante di lusso, andava in società elegantemente vestito e faceva dappertutto ciò che si doveva fare; ma si potrebbe dire che da lui a lui c’era la stessa distanza come all’individuo od oggetto più vicino, che il mondo esterno non finiva alla sua epidermide e il mondo interiore non brillava al di fuori attraverso le sole finestre della riflessione, ma entrambi si confondevano in un’indivisa solitudine e presenza che era dolce, serena e alta come un sonno senza sogni. Sotto l’aspetto morale egli manifestava allora molta equanimità e indifferenza; nulla era piccolo e nulla era grande, una poesia e un baciamano pesavano quanto un’opera in molti volumi o
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una vasta azione politica, e tutto il male era privo di senso come, in fondo, anche il bene diventava inutile quando si era così circondati dalla tenera affinità originaria di tutte le creature. Arnheim dunque si comportava come di consueto, ma sembrava che ciò accadesse in un senso inafferrabile dietro la cui fiamma guizzante l’uomo interiore restava immoto e guardava quello esteriore che stava magari mangiando una mela o misurando un abito dal sarto.
Era immaginazione, o l’ombra di una realtà che non si intenderà mai fino in fondo? Si può soltanto rispondere che tutte le religioni in certi stadi del loro sviluppo hanno sostenuto che era realtà, e lo stesso hanno fatto tutti gli innamorati, tutti i romantici, e tutti coloro che hanno una passione per la luna, la primavera e
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la morte deliziosa delle prime giornate d’autunno. Più tardi tutto questo si perde di nuovo; svanisce o si dissecca, non si può dire, ma un giorno ci si accorge che c’è qualcos’altro al suo posto, e lo si dimentica subito, come le vicende non vere, i sogni, le fantasticherie. Poiché questa primordiale e universale esperienza d’amore coincide per lo più con il primo innamoramento personale, si crede di sapere anche più tardi, rassicurati, come giudicarla, e la si annovera fra le sciocchezze che è lecito permettersi prima di avere diritto al suffragio politico. Quest’era l’essenza della cosa, ma poiché per Arnheim tale condizione non era mai stata legata a una donna, non poteva sparire con lei dal suo cuore nel modo naturale; venne invece ricoperto dalle impressioni che il suo animo ricevette, appena
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entrò nel commercio del padre dopo aver compiuto il suo periodo di studi e di vacanze. Poiché non faceva mai nulla a metà, scoprì subito che la vita attiva e ben organizzata era un poema assai più grande di tutti quelli che i poeti componevano nei loro scrittoi, e tutto gli apparve nuovo e diverso.
Intanto si rivelò per la prima volta il suo talento d’essere un esempio e un modello. Il poema della vita infatti ha di fronte a tutti gli altri poemi il vantaggio d’essere scritto in lettere maiuscole, qualunque sia il suo contenuto. La terra gira intorno al più piccolo apprendista che serve in una ditta mondiale, e i continenti lo guardano al di sopra della spalla, sicché nulla di quel che fa è privo di importanza; intorno all’autore solitario nel suo studio invece girano tutt’al più le mosche,
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s’ingegni pure quanto vuole. La cosa è tanto evidente che a molti, appena incominciano a trafficare col materiale della vita, tutto ciò che li ha commossi fino allora appare “soltanto letteratura”, cioè esercita nel migliore dei casi un effetto debole e confuso, sovente poi contraddittorio e autodistruttivo, senza rapporto alcuno con lo strepito che si fa intorno al suo apparecchio. Non proprio lo stesso accadeva ad Arnheim, che non negava le belle emozioni dell’arte né si sentiva di condannare come sciocchezza o fantasia qualunque cosa l’avesse anche una sola volta commosso; appena riconosciuta la superiorità della propria condizione adulta su quella trasognata dell’adolescenza, si era accinto a operare una fusione di due gruppi d’esperienze, sotto la guida del suo nuovo intendimento virile. E in
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realtà fece appunto ciò che fanno i molti, e la maggioranza delle persone colte, che entrati in una vita di lavoro e di guadagno non vogliono rinnegare del tutto i loro antichi interessi, e al contrario raggiungono solo allora un tranquillo, maturo equilibrio con gli entusiasmi impulsivi della loro gioventù. La scoperta del grande poema della vita, al quale sono consapevoli di collaborare, restituisce loro l’ardire del dilettante, che avevano perduto al tempo in cui bruciavano le proprie poesie; componendo anch’essi il loro piccolo verso, possono considerarsi a buon diritto nati per il loro mestiere, e penetrano di responsabilità morale la loro attività quotidiana, si sentono posti dinanzi a mille piccole risoluzioni affinché essa risulti bella e morale, prendono esempio dal pensiero che Goethe è vissuto così e
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asseriscono che senza la musica, senza la natura, senza lo spettacolo dei giochi innocenti dei bambini e degli animali, e senza un buon libro la vita non avrebbe gioie. Questa classe media così spiritualizzata è in Germania la consumatrice principale delle arti e della letteratura non troppo difficile; ma i suoi adepti comprensibilmente e con un occhio almeno – riguardano l’arte e la letteratura, che prima sembrava loro il compimento dei loro desideri, come un primo gradino, quantunque più perfetto di quanto fosse mai stato loro concesso, oppure come un fabbricante di oggetti di latta potrebbe riguardare uno scultore di figurine di gesso, se avesse la debolezza di trovar belli i suoi prodotti.
A quella classe media della cultura Arnheim assomigliava come uno splendido garofano di
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giardino a un povero fiorellino nato sul margine della strada. Per lui non era mai questione di rinnovamento spirituale, di sovvertimento di principî, i suoi problemi erano soltanto l’inserimento di ciò che già esiste, la presa di possesso, la lieve correzione, il risollevamento morale del privilegio declinante dell’autorità costituita. Non era uno snob, né un adoratore di chi stava al di sopra di lui; presentato a corte ed entrato in contatto con l’alta nobiltà e con i pezzi grossi della burocrazia non cercò affatto di conformarsi all’ambiente come imitatore, ma soltanto come amante delle consuetudini feudali e conservatrici, che non dimentica e non fa dimenticare la sua origine, per così dire, francofortese-goethiana. Ma con questo la sua opposizione si esauriva, e un contrasto maggiore gli sarebbe parso senza
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diritto di vita. Intimamente egli doveva esser convinto che gli uomini produttivi, i creatori – e alla loro testa, comprendendoli in un’epoca nuova, i grandi commercianti che governano la vita – sono chiamati quando che sia a costituire nel comando le antiche forze, e questo gli dava un certo placido orgoglio, al quale l’evoluzione successiva conferiva un titolo di diritto; ma anche ammettendo la pretesa di autorità diretta da parte del denaro, rimane aperta la questione dell’impiego opportuno di tale autorità. Per i predecessori dei direttori di banca e dei grandi industriali le cose andavano bene; erano cavalieri e dei loro nemici facevano poltiglia, lasciando al clero le armi spirituali; l’uomo contemporaneo invece possiede in denaro, secondo l’intendimento di Arnheim, il metodo oggi più sicuro per trattare tutti i
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rapporti, ma se tale metodo può essere duro e preciso come una ghigliottina può anche essere sensibile come un malato di reumatismi – basti pensare alle contraddizioni e alle paralisi della Borsa per il più lieve motivo! – ed è in relazioni delicatissime con tutto ciò che sta sotto il suo dominio. Attraverso questo fragile nesso di tutte le cose della vita, che solo una cieca albagia di ideologo può dimenticare, Arnheim era giunto a vedere nel gran commerciante la sintesi di rivoluzione e conservazione, potere e civiltà borghese, ragionevole rischio e coerente sapere, e ancora più in fondo una figurazione simbolica della democrazia che si stava preparando; col severo e instancabile perfezionamento della propria personalità, con l’organizzazione spirituale delle relazioni sociali e commerciali a lui accessibili, e con le sue idee
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sul reggimento e sulla composizione dello stato egli voleva concorrere a produrre un’epoca nuova, dove le forze della società, disuguali per attitudine e per natura, fossero giustamente e inutilmente ordinate e l’ideale non si spezzasse contro la realtà che necessariamente l’ostacolano, ma anzi si purificasse e si rafforzasse. Per esprimerlo in termini positivi, egli aveva compiuto la fusione d’interessi fra anima e affari sviluppando il concetto-principe di “mercante”; e il sentimento dell’amore che in passato gl’imponeva di sentire l’unità essenziale del tutto, era adesso il nocciolo della sua idea dell’unità e armonia della cultura e degli interessi umani.
A quel tempo circa Arnheim incominciò anche a pubblicare i suoi scritti, e la parola anima vi fece la sua comparsa. Si può supporre
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che egli la usasse come un metodo, un vantaggio, una parola sovrana, perché è sicuro che principi e generali non hanno anima, e dei finanzieri era lui il primo a non averla. È certo anche che vi aveva una parte di necessità di difendersi in un modo inaccessibile all’intelligenza commerciale, contro il suo razionalissimo ambiente e in particolare contro quel tipo di condottiero del padre che lo superava nel mondo degli affari, e accanto al quale egli incominciava a far la figura del principe ereditario invecchiante a poco a poco. Ed è altrettanto certo che la sua ambizione di padroneggiare tutto lo scibile una smania d’erudizione tale che nessun uomo avrebbe potuto acquistare – trovava in quel concetto dell’anima un mezzo per deprezzare ciò che la sua intelligenza non poteva dominare. Giacché
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in questo non differiva dal suo tempo, che non per vocazione di fede torna a manifestare forti tendenze religiose, ma soltanto, si direbbe, per femminea puntigliosa ribellione contro il denaro, la scienza e il calcolo ai quali soggiace appassionatamente. Ma era incerto e problematico se Arnheim, quando parlava dell’anima, ci credesse veramente e al possesso di un’anima attribuisse la stessa realtà come al possesso di valori azionari. Egli se ne serviva come espressione per qualcosa che non sapeva in che altro modo esprimere. Trascinato dalla sua smania – perché era un oratore che non cedeva facilmente la parola ad altri, e poi, dopo aver preso conoscenza dell’impressione che era capace di suscitare nel pubblico, sempre più sovente anche nei suoi scritti portava il discorso su di essa come se la sua esistenza
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fosse così sicura come quella della nostra schiena, benché non la si veda. S’impadronì di lui una vera passione di descrivere in tal modo qualcosa d’incerto e di premonitore, che è intrecciato al troppo certo degli affari di questo mondo come un profondo silenzio a vivaci parole; egli non negava l’utilità della scienza, al contrario, produceva lui stesso molto effetto mediante le sue solerti compilazioni, come può fare soltanto un uomo che dispone di tutti i mezzi necessari, ma dopo aver ottenuto tale effetto dichiarava che sopra il piano della perspicacia e della precisione stava il regno della saggezza, discernibile solo ai veggenti; descriveva la volontà che fonda stati e commerci mondiali, per lasciar intendere che con tutta la sua grandezza egli era soltanto un braccio messo in moto da un cuore che pulsava
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nell’invisibile; spiegava al suo pubblico i progressi della tecnica o il valore della vita nel modo più comune, come se lo figura ciascun borghese, ma aggiungeva però che quell’uso delle forze dello spirito e della natura rimarrebbe nefasta ignoranza se non si intuisse che esse sono le commozioni di un oceano molto più profondo e appena scalfito dalle onde. E formulava tali dichiarazioni nello stile degli editti emanati dal luogotenente di una regina spodestata, che avesse ricevuto istruzioni da lei personalmente e conforme a quelle reggesse il reame.
Forse quell’ordine era la sua più schietta e più violenta passione, una sete di potere che superava tutto ciò che un uomo, perfino nella sua posizione, potesse concedersi e portava come conseguenza immediata che l’uomo così
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potente nel campo della realtà doveva ritirarsi almeno una volta all’anno nel suo castello in campagna e dettare un libro al suo segretario- stenografo. Lo strano presentimento che dapprima e più vivamente aveva turbato i suoi anni giovanili, si era scavato questa strada, ma talora lo visitava ancora direttamente, sebbene con diminuito vigore. In mezzo ai suoi commerci mondiali lo sopraffaceva allora una soave fiacchezza e nostalgia del chiostro e gli sussurrava che tutte le contraddizioni, tutte le grandi idee, tutte le esperienze e gli sforzi universali non sono soltanto una cosa sola come s’intende poco esattamente per cultura e umanità, ma anche in un significato brutalmente letterale e radiosamente inattivo, così come in una bella pallida giornata si vorrebbe incrociar le mani, guardare lungo il
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fiume e i prati, e non staccarsi mai più. In tal senso il suo scrivere era un compromesso. E poiché c’è soltanto un’anima e questa non è palpabile ma confinata in esilio e di là s’annunzia in una maniera sola, dal significato poco chiaro o dai molti significati, e all’opposto sono innumerevoli, e addirittura senza fine tutti i problemi della vita a cui si può rivolgere quel messaggio regale, così sorse in lui con gli anni quella grave perplessità in cui incappano tutti i legittimisti e i profeti quando la cosa dura troppo. Bastava che Arnheim si sedesse a scrivere in solitudine, perché la penna con fertilità addirittura paurosa conducesse i suoi pensieri dall’anima ai problemi dello spirito, delle virtù, dell’economia e della politica, che rischiarate da una fonte invisibile apparivano in una luce netta e magicamente uniforme.
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Quell’impulso espansivo aveva qualcosa d’inebriante, in cambio però era legato a quella scissura della coscienza che per molti è la premessa della creazione letteraria, escludendo e dimenticando lo spirito tutto ciò che non fa parte del suo piano di lavoro; davanti a un interlocutore, e legato dalla persona di lui al contatto della terra, Arnheim non si sarebbe mai lasciato andare a tanto, ma, chino su un foglio pronto a rispecchiare le sue idee, s’abbandonava con gioia a esprimere in forma allegorica opinioni che solo per una frazione minima erano salde, ma in massima parte erano una nebbia di parole la cui unica pretesa di realtà, non disprezzabile d’altronde, era di alzarsi involontariamente sempre nei medesimi punti.
Chi dunque volesse biasimarlo dovrebbe
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riflettere che possedere una doppia personalità spirituale non è più, da un pezzo, una bravura di cui solo i matti sono capaci, ma che col ritmo dei nostri tempi la possibilità di giudizio politico, la capacità di scrivere un articolo di giornale, la forza di credere a nuovi indirizzi dell’arte e della letteratura e innumerevoli altre cose sono fondate esclusivamente sull’abitudine a convincersi per un certo numero di ore contro le proprie convinzioni, a scindere una parte del contenuto della nostra coscienza e a gonfiarlo sino a farne una nuova convinzione perfetta. In questa maniera era ancora un pregio che Arnheim non fosse mai del tutto onestamente convinto di quel che diceva. Giunto al culmine dell’età virile aveva manifestato la sua opinione su ogni argomento possibile e immaginabile, possedeva estese
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convinzioni e andando sempre avanti allo stesso modo non vedeva un confine dove avrebbe dovuto smettere di farsi anche in avvenire nuove convinzioni armonicamente sorte dalle antiche. A un uomo dal pensiero così efficiente, che in altri stati della coscienza esaminava bilanci e calcoli di produttività, non poteva sfuggire che quello era un operare senza corso e senza sponde, anche se si allargava quasi a perdita d’occhio; aveva limiti solo nell’unità della sua persona, e benché Arnheim avesse una gran stima di sé, non era quella una condizione soddisfacente per la sua intelligenza. Egli ne incolpava bensì quel resto d’irrazionale che la vita mostra dappertutto all’osservatore informato; cercava anche di rassicurarsi, alzando le spalle, con la considerazione che al giorno d’oggi tutto
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svanisce nell’illimitato, e, poiché nessuno può innalzarsi veramente al di sopra delle debolezze del suo secolo, vi scorgeva addirittura una preziosa possibilità di esercitare la virtù della modestia, propria di tutti gli uomini insigni, col porre senza invidia più in alto di sé figure come Omero o Budda, perché erano vissuti in tempi più propizi; ma poi quando toccò l’apice del successo letterario senza che nella sua vita di principe ereditario nulla di essenziale fosse mutato, quel resto d’irrazionale aumentò, e aumentò in modo insopportabile la mancanza di risultati concreti e il disagio d’aver fallito lo scopo e dimenticata la sua volontà prima. Egli contemplava l’opera sua, e pur potendo esserne contento gli sembrava talvolta che, come un muro di brillanti che ogni giorno si fa più spesso, tutti quei pensieri lo avessero soltanto
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allontanato da un’origine riecheggiante lontane nostalgie.
Proprio recentemente gli era accaduto uno sgradevole incidente di quel genere, che l’aveva sconvolto. Egli aveva approfittato degli ozi, che ora si concedeva più sovente del solito, per dettare al suo segretario un articolo sulla concordanza fra edifici pubblici e concezioni dello stato, e aveva interrotto una frase: “noi vediamo il silenzio dei muri, quando osserviamo questo palazzo”, dopo la parola “silenzio” per gustare un attimo la visione della “Cancelleria” di Roma, sorta non chiamata dinanzi al suo occhio interiore; ma guardando di nuovo il dattiloscritto, vide che il segretario, correndo avanti secondo la sua abitudine, aveva già scritto: “noi vediamo il silenzio dell’anima…” Per quel giorno Arnheim non
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dettò altro, e l’indomani fece cancellare la frase.
Che cosa pensava ora, di fronte a esperienze tanto vaste e profonde, quella alquanto comune di un amore fisicamente legato a una donna? Arnheim doveva purtroppo confessare a se stesso che pesava esattamente quanto la coscienza, riassuntiva di tutta la vita, che tutte le vie dello spirito si dipartono dall’anima, ma nessuna vi fa ritorno! Certo molte donne avevano già potuto stimarsi felici di stringere legami con lui, ma se non erano nature parassitarie erano donne e artiste che avevano seguito studi e che svolgevano attività, perché con le mantenute e con le donne che si guadagnavano la vita era facile intendersi sulla base di chiari rapporti; le esigenze morali della sua indole lo avevano sempre ridotto a relazioni in cui l’istinto e le discussioni che
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inevitabilmente lo accompagnavano avessero un certo appoggio nella ragione. Ma Diotima era la prima donna che fosse mai penetrata nella sua vita più segreta e metamorale, e perciò egli la guardava talvolta addirittura con astio, in fin dei conti non era che la moglie di un impiegato, aveva uno stile perfetto, sì, ma mancava di quell’altissima cultura umana che solo il potere può conferire, e lui, se avesse voluto legarsi interamente, avrebbe potuto aspirare a una fanciulla dell’alta finanza americana o dell’alta nobiltà inglese. C’erano momenti in cui una differenza originaria di metodi educativi, un orgoglio puerile fra il crudele e l’ingenuo o lo sgomento del bimbo raffinato che va per la prima volta alla scuola pubblica trapelavano in lui, così che il suo innamoramento sempre più forte gli appariva
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come una minaccia di vergogna e di scandalo. E se in quei momenti riprendeva a curare i suoi affari con la gelida superiorità che solo uno spirito morto e ritornato a vita può avere, la fredda e incontaminabile ragione del denaro gli sembrava in confronto all’amore una potenza di straordinaria purezza.
Ma questo voleva dire soltanto che era giunto per lui il momento in cui il prigioniero non capisce come ha potuto lasciarsi rapire la libertà senza difenderla fino alla morte. Infatti quando Diotima diceva: – Che cosa sono gli avvenimenti mondiali? Un peu de bruit autour de notre âme…! – egli sentiva tremare l’edificio della propria vita.
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87. Moosbrugger balla
MOOSBRUGGER intanto era sempre rinchiuso nella cella delle carceri giudiziarie. Il suo
difensore navigava di nuovo a gonfie vele e s’adoperava presso le autorità affinché la causa non giungesse tanto presto all’ultimo tratto di penna.
Moosbrugger ne sorrideva. Sorrideva per noia.
La noia cullava i suoi pensieri. Di solito li spegne; ma i suoi invece li cullava, questa volta; era uno stato simile a quello di un attore seduto nel camerino ad aspettare che lo
chiamino in scena.
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Se Moosbrugger avesse avuto una grossa sciabola, l’avrebbe presa e avrebbe tagliato la testa alla seggiola. Avrebbe tagliato la testa al tavolo, e alla finestra e al bugliolo e alla porta. Poi, a tutto ciò che aveva decapitato avrebbe messo sopra la sua testa, perché nella cella non v’era altro, ed era una bella cosa. Poteva figurarsela messa lì sui vari oggetti, con il cranio largo, i capelli che calavano sulla fronte come un vello. Gli oggetti allora gli piacevano.
Se almeno lo spazio fosse stato più ampio, e il cibo migliore!
Era contento di non veder mai nessuno. La gente era difficile da sopportare. Avevano un modo di sputare o di stringersi nelle spalle che faceva cadere tutte le speranze, e veniva voglia di colpirli nella schiena col pugno, come per fare un buco nel muro. Moosbrugger non
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credeva in Dio, bensì nella propria ragione. Le eterne verità egli le chiamava con disprezzo: Il giudice, il prete, il gendarme. Doveva fare da sé, e allora hai talvolta l’impressione che tutti ti sbarrino la strada. Vedeva davanti a sé ciò che aveva già visto tante volte: i calamai, il tappeto verde, le matite, poi il ritratto dell’imperatore alla parete, e tutti lì seduti; quello schieramento gli sembrava una tagliola, mascherata, invece che d’erbe e di fronde, dalla consapevolezza che così dev’essere. Allora gli tornava a mente un cespuglio sul gomito d’un fiume, lo stridio della carrucola d’un pozzo, frammenti confusi di paesaggio, una scorta senza fine di ricordi che non sapeva di aver trovato, allora, gradevoli. E sognava: “Avrei molte cose da raccontare!” come sogna un giovane. E quel giovane l’avevano messo tante
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volte in prigione, che non diventava mai vecchio. “La prossima volta farò più attenzione,
- pensava Moosbrugger, – altrimenti non mi capiscono!” E poi sorrideva con severità e parlava di sé ai giudici come un padre che dice di suo figlio: è una birba, mettetelo dentro per un pezzo, forse allora si correggerà!
Naturalmente s’irritava ogni tanto contro il regolamento carcerario. Oppure aveva qualche male. Ma allora poteva farsi condurre dal medico o dal direttore, e così tutto rientrava in un certo ordine, in una certa calma, come l’acqua su un topo che vi è annegato dentro! Forse non era proprio questa l’immagine che egli vedeva; ma l’impressione di essere adagiato come una gran distesa d’acqua specchiante che nulla può turbare, la provava ormai quasi costantemente, anche se non aveva parole per
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descriverla.
Le parole che aveva erano: “Uhm uhm, già già”
Il tavolo era Moosbrugger. La sedia era Moosbrugger.
La finestra con l’inferriata e la porta chiusa erano lui.
Non c’era nella sua sensazione nulla di insolito e di insensato. Gli elastici erano spariti. Dietro ogni cosa o creatura, quando vorrebbe accostarsi a un’altra, c’è un elastico che si tende. Se no le cose potrebbero magari confondersi tutte. E in ogni movimento c’è un elastico che non ti lascia mai fare proprio tutto quello che tu vorresti. E adesso ad un tratto gli elastici non c’erano più. Oppure era soltanto il senso d’impedimento, come di elastici che ti
tirano?
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Non dev’essere facile far distinzioni precise! “Per esempio, le donne si tengono su le calze con elastici. Ecco! – pensava Moosbrugger. – Portano elastici intorno alle gambe come un amuleto sotto i vestiti. Come gli anelli che si dipingono intorno agli alberi da frutta perché i vermi non salgano su”
Ma questo lo ricordiamo solo di passata. Perché non si creda che Moosbrugger sentisse il bisogno di dire a tutti “fratello” No, lui non era così. Era soltanto dentro e fuori.
Adesso era padrone di tutte le cose, e le dominava. Metteva tutto al suo posto, prima che l’ammazzassero. Poteva pensare a ciò che voleva, per il momento tutto era docile come un cane ben educato. Sebbene imprigionato aveva uno straordinario senso di potenza.
La minestra arrivava puntualmente.
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Puntualmente lo svegliavano e lo conducevano a passeggio. Nella cella tutto era preciso, fisso e rigoroso. Qualche volta gli sembrava quasi incredibile. Per una strana inversione gli pareva che quell’ordine emanasse da lui, quantunque sapesse che gli era imposto.
Altre persone fanno esperienze simili, quando giacciono nell’ombra estiva di una siepe, e le api ronzano, e il sole trascorre piccolo e duro nel cielo lattiginoso; il mondo gira come un giocattolo meccanico intorno a gente così fatta. Per Moosbrugger bastava già la veduta geometrica che la sua cella gli offriva.
Nel contemplarla si accorgeva del suo pazzo desiderio di un buon pranzo; lo sognava addirittura, e di giorno la visione di un bel piatto d’arrosto di maiale gli stava davanti agli occhi con persistenza quasi sinistra, appena la
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sua mente si staccava da altri pensieri. “Due porzioni! – ordinava allora Moosbrugger. – No, tre!” Lo pensava con tanta forza, accrescendo avidamente la sensazione, che subito si sentiva sazio e nauseato, avendo mangiato a crepapelle con la fantasia. “Perché mai, – rifletteva crollando il capo, – alla voglia di mangiare segue subito l’impressione di scoppiare?” Tra il mangiare e lo scoppiare stanno tutti i godimenti del mondo; ah, che mondo, da cento esempi si potrebbe dimostrare quanto è angusto quello spazio! Ne basti uno: se non hai quella data donna è come se di notte la luna salisse sempre più in alto e ti succhiasse e risucchiasse il cuore; se invece l’hai avuta, vorresti schiacciarle la faccia coi piedi. Perché è così? Si ricordò di aver sentito molte volte quella domanda. Dunque si potrebbe
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rispondere: le donne sono donne e uomini; perché gli uomini corron loro dietro. Ma coloro che gli facevano quella domanda non lo volevano mai capire. Volevano sapere perché si era cacciato in testa che tutti cospirassero contro di lui. Come se perfino il suo corpo stesso non facesse parte della congiura! In quanto alle donne la cosa è chiarissima. Ma anche con gli uomini il suo corpo se la intendeva meglio di lui; una parola chiama l’altra, si sa ciò che si conviene, tutto il giorno si gira l’uno intorno all’altro, e in un batter d’occhio ci si trova fuori della striscia sottile dove si pratica assieme senza pericolo; ma se era il suo corpo che l’aveva messo in quelle peste, doveva anche trarnelo fuori! A sua memoria, Moosbrugger era sempre stato irritato o spaventato, e il suo petto con le
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braccia tese si buttava avanti come un grosso cane che ne ha ricevuto l’ordine. Di più Moosbrugger non poteva capire; lo spazio fra cordialità e sazietà è ristretto, si sa, e quando s’incomincia così fa presto a diventare terribilmente angusto.
Egli ricordava benissimo che i signori che usavano parole straniere e costituivano il tribunale giudicante gli avevano spesso obiettato: – Ma non per questo si accoppa senz’altro una persona! – Moosbrugger alzava le spalle. C’è gente che è stata accoppata per quattro soldi o per niente, perché un altro s’è ficcato in testa qualcosa. Ma lui era un uomo d’onore, a certe cose non s’abbassava. Col tempo il rimprovero aveva fatto breccia; gli sarebbe piaciuto sapere perché di quando in quando si sentiva soffocare in quello spazio
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stretto – o come dirlo altrimenti? – e bisognava che si facesse largo con la forza, perché il sangue gli scendesse dalla testa e tornasse a circolare.
Ci pensava a lungo. Ma anche col riflettere non succedeva la stessa cosa? Quando incominciava un periodo buono, lui non avrebbe voluto far altro che sorridere soddisfatto. Allora i pensieri non formicolavano più nel cervello, a un tratto non c’era dentro che un’idea sola. La stessa differenza che fra il barcollare d’un bambinetto e la danza di una bella donna. Proprio una stregoneria. Il suono di una fisarmonica, una lampada sul tavolo, farfalle che volano dentro e vengono dalla notte d’estate; così tutte le idee cadevano nella luce di quell’una, oppure Moosbrugger le acchiappava con le sue grosse dita e le
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schiacciava, ed ecco che per un momento avevano la fantastica apparenza di piccoli draghi. Una goccia del sangue di Moosbrugger era caduta sul mondo. Non si poteva vedere, perché era buio, ma lui sentiva quello che stava accadendo nell’invisibile. I viluppi si districavano. I grovigli si appianavano. Una danza silenziosa subentrava all’insopportabile rombo col quale il mondo sovente lo torturava. Tutto ciò che ora accadeva, era bello; come diventa bella una ragazza brutta quando non sta più lì sola ma è presa per mano da altre, trascinata nel ballo, e la visione ha costruito una scala da cui già guardano giù altre fanciulle. Era bizzarro, e quando Moosbrugger apriva gli occhi e vedeva la gente che, in quei momenti in cui tutto gli obbediva danzando, si trovava per caso vicina, gli sembrava bella
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anch’essa. Allora non congiuravano contro di lui, non formavano un muro, e si capiva che solo lo sforzo di volerlo schiacciare deformava come un peso mostruoso l’aspetto degli uomini e delle cose. E allora Moosbrugger danzava davanti a loro. Danzava dignitoso e invisibile, lui che nella vita non ballava mai con nessuno; mosso da una musica che diventava sempre più raccoglimento e sonno, alvo della madre di Dio e infine pace stessa di Dio, uno stato di meravigliosa inverosimiglianza, di mortale dissolvimento; danzava per giorni e giorni senza che nessuno lo vedesse, finché tutto era fuori, uscito da lui, appeso rigido e sottile alle cose come una tela di ragno resa inservibile dal gelo.
Se non si è provato tutto ciò, come si vuole giudicare il resto? Dopo i giorni e le settimane
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lievi in cui Moosbrugger poteva quasi uscire fuori da se stesso, venivano sempre i lunghi periodi di incarceramento. Le prigioni dello stato non erano nulla al confronto. Se allora voleva pensare, tutto in lui si contraeva in vuota amarezza. Odiava le Case del popolo e i Circoli ricreativi, dove gli volevano insegnare a pensare, lui che ancora ricordava i lunghi balzi dei pensieri nel suo cervello! Si trascinava allora attorno su suole di piombo, sperando di trovare un luogo dove tutto doveva tornar a cambiare.
Oggi per quella speranza non poteva più avere che un sorriso di commiserazione. Non era mai riuscito a trovare un equilibrio fra quelle sue due condizioni, in cui potersi reggere. Ne aveva abbastanza. Guardava alla morte sorridendo magnanimo.
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Del resto aveva già veduto tanto mondo. L’Austria e la Baviera e perfino la Turchia. E tanti avvenimenti s’erano svolti durante la sua vita, di cui lui aveva letto nei giornali. Erano stati tempi agitati, nel complesso. Dentro di sé si sentiva assai fiero di averli vissuti. A pensarci così, nei particolari, era una faccenda imbrogliata e malinconica, ma infine la sua strada vi passava attraverso, e dopo la si poteva veder tutta chiaramente, dalla nascita alla morte. Moosbrugger non aveva affatto la sensazione che sarebbe stato giustiziato; si giustiziava da sé, con l’aiuto degli altri: così egli vedeva ciò che doveva venire. E tutto, in qualche modo, componeva un insieme: le strade di campagna, le città, i gendarmi e gli uccelli, i morti e la sua morte. Lui stesso non ci capiva gran che, e gli altri ancor meno, sebbene
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ne sapessero parlare di più.
Sputava per terra e pensava al cielo, che sembra una trappola per topi rivestita d’azzurro. “In Slovacchia le trappole da topi sono proprio così, alte e rotonde”, commentava.
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88. Il legame con le grandi cose
SI sarebbe dovuto ricordare prima un fatto che è già stato sfiorato in varie combinazioni; la formula
potrebbe suonare più o meno così: nulla è tanto pericoloso per lo spirito quanto il suo legame con le grandi cose.
Un uomo cammina attraverso un bosco, sale su una montagna e vede il mondo disteso ai suoi piedi; contempla il suo bambino, che tiene per la prima volta fra le braccia; o assapora la felicità di occupare una posizione che tutti gli invidiano; noi chiediamo: che cosa potrà mai contenere l’animo suo? Certo, e così
pare anche a lui, molte cose importanti e
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profonde; solo non ha la presenza di spirito di prenderle, diciamo così, alla lettera. Le cose mirabili che gli stanno dinanzi e intorno rinchiudendolo come in una cassa magnetica, estraggono da lui tutti i pensieri. Il suo sguardo coglie mille particolari, ma egli ha l’arcana impressione di aver sparato tutte le sue cartucce.
Fuori l’ora grande o profonda, permeata d’anima o di sole riveste tutto il mondo di argento galvanico, fino alle ultime foglioline e venature; ma all’altra estremità, quella personale, si nota ben presto una certa mancanza di materia interiore; si può dire che lì si forma un grosso O vuoto e rotondo. Tale stato è il classico indizio del contatto con il grande e l’eterno, come anche dell’indugiare sulle vette eccelse dell’umanità e della natura.
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Alle persone che prediligono la compagnia delle grandi cose – e tali sono specialmente le grandi anime, per le quali le cose piccole non esistono affatto – viene, senza che esse lo vogliano, tratto fuori l’interno e dilatato in una enorme superficialità.
Perciò il pericolo del contatto con grandi cose si potrebbe anche chiamare legge di conservazione della materia spirituale, e sembra che sia quasi universalmente valida. I discorsi di gente altolocata, dalla vasta sfera d’attività, sono di solito assai più inconsistenti dei nostri. Di certi pensieri che stanno in relazione particolarmente stretta con oggetti particolarmente degni è evidente che apparirebbero triti e ritriti senza quel privilegio. I doveri che ci sono più cari, quelli della nazione, della pace, dell’umanità, della virtù e
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simili, son carichi della più scadente flora mentale. Sarebbe un mondo veramente strampalato; ma se si ammette che la trattazione di un tema può essere tanto più insignificante quanto più importante è il tema stesso, allora è il mondo dell’ordine.
Questa legge però, che tanto contribuisce alla comprensione della vita spirituale europea, non appare sempre ugualmente chiara, e in tempi di trapasso da un gruppo di grandi oggetti a un altro, l’intelletto che aspira al servizio dei grandi oggetti può sembrare addirittura sovversivo benché muti soltanto livrea. Un trapasso simile si osservava già allora, quando gli uomini di cui riferiamo avevano i loro crucci e i loro trionfi. Così, ad esempio, c’erano già libri – per incominciare con un oggetto specialmente caro ad Arnheim -
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di cui si tiravano moltissime copie, ma non ottenevano tuttavia il massimo rispetto, benché solo i libri da una certa tiratura in su potessero contare su un certo rispetto. C’erano industrie di molto conto, come quella del calcio e del tennis, ma si esitava ancora a istituirne le cattedre universitarie. Insomma: sia stato quell’attaccabrighe dell’ammiraglio Drake buon’anima a portarci le patate dall’America, ponendo fine alle periodiche carestie europee, oppure l’ammiraglio Raleigh, meno buon’anima, più colto e altrettanto attaccabrighe; o ancora ignoti soldati spagnoli, o addirittura il buon Hawkins, truffatore e mercante di schiavi – per molto tempo nessuno si è sognato di considerare costoro, per via delle patate, più grandi, ad esempio, del fisico Al Schîrasî, del quale si sa soltanto che ha dato
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la spiegazione esatta dell’arcobaleno; ma con l’avvento dell’età borghese si era incominciato a rivedere la scala dei valori di tali realizzazioni, e al tempo di Arnheim l’emendamento, già molto avanti, era soltanto ostacolato da qualche antico pregiudizio. La quantità dell’effetto e l’effetto della quantità, come nuovo fulgidissimo oggetto di venerazione, lottava ancora con l’aristocratica, ormai vecchia e cieca venerazione dell’alta qualità; ma nel mondo dei concetti ne erano già sorti i compromessi più pazzeschi, primo fra tutti il concetto del “grande spirito”, che, così come noi l’abbiamo conosciuto durante l’ultima generazione, doveva essere una sintesi dell’importanza propria e di quella delle patate, giacché si aspettava un uomo che fosse remoto e solingo come il genio, ma al tempo stesso intelligibile e
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popolare come l’usignolo.
Era difficile dire in anticipo che cosa ne sarebbe venuto fuori, poiché il pericolo del collegamento con le grandi cose si scorge soltanto quando la grandezza di quelle cose è già mezzo passata. Nulla di più facile che ridere dell’usciere che in nome di Sua Maestà ha trattato dall’alto in basso le parti convocate, ma se l’uomo che in nome del domani tratta dal basso in alto l’oggi sia o non sia un usciere non lo sapremo probabilmente fino a dopodomani. Il pericolo del legame con le grandi cose ha questo particolare sgradevole: che le cose cambiano, ma il pericolo resta sempre lo stesso.
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89. Bisogna camminare coi tempi
IL dottor Arnheim aveva ricevuto la visita annunciata di due alti funzionari della sua ditta, e conferito
a lungo; al mattino il salotto era ancora cosparso di carte e di calcoli in attesa del segretario che li riordinasse. Toccava ora ad Arnheim prendere certe decisioni, i delegati dovevano ripartire con un treno del pomeriggio, ed egli, oggi come sempre, godeva di tali circostanze che gli garantivano in ogni caso una certa emozione. “Fra dieci anni, – egli pensava, – la tecnica sarà così progredita che la ditta avrà aeroplani propri; allora potrò dirigere
il mio personale anche villeggiando
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sull’Himalaya” Poiché aveva già riflettuto nella notte alle decisioni da prendere, e non gli restava che esaminarle ancora una volta alla luce del giorno e approvarle definitivamente, per il momento era libero; si era fatto portare la colazione in camera e con il sigaro del mattino si abbandonò alla distensione spirituale pensando al ricevimento di Diotima che la sera prima aveva dovuto lasciare un po’ per tempo.
Era stata, quella volta, una riunione divertentissima; molti degli intervenuti avevano meno di trenta o al massimo trentacinque anni, ma erano già conosciuti, e notati dalla stampa; non soltanto austriaci, ma gente di tutto il mondo, attirata dalla voce che in Cacania una donna dell’alta società stava aprendo una strada allo spirito attraverso l’orbe. In certi momenti sembrava di essere al caffè, e
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Arnheim sorrise pensando a Diotima che sembrava spaventata pur fra le quattro mura domestiche; ma nell’insieme era stata una serata animatissima, e in ogni caso, secondo lui, un esperimento molto interessante. La sua amica, delusa dalle sterili riunioni di vere celebrità aveva fatto un risoluto tentativo di vivificare l’Azione Parallela con spiriti giovani, e le relazioni di Arnheim le erano state utilissime. Egli crollò il capo ripensando ai discorsi che gli era toccato di udire; li aveva trovati semplicemente pazzi, ma “bisogna essere condiscendenti con la gioventù, – disse a se stesso, – ci si rende impossibili se la si respinge senz’altro” Si sentiva anche, se così si può dire, seriamente esilarato, perché per una volta sola era stato un po’ troppo.
Che cos’era che volevano mandar subito al
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diavolo? L’esperienza. Quell’esperienza personale, intendevano dire, del cui calore terreno e aderenza alla realtà l’impressionismo quindici anni prima s’era estasiato come d’un miracolo. Adesso l’impressionismo lo dichiaravano smidollato e senza cervello. E invocavano la repressione della sensualità e la sintesi spirituale!
La sintesi pareva essere, insomma, il contrario dello scetticismo, della psicologia, dell’introspezione, dei gusti letterari paterni. Per quanto se ne poteva capire, la “sintesi” non era intesa in senso filosofico; si trattava piuttosto di ossa e muscoli giovani che avevano voglia di muoversi senza impaccio, di saltare e ballare liberandosi d’ogni ostacolo mediante la critica. Se faceva loro comodo, non esitavano a mandare all’inferno anche la sintesi, in
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compagnia dell’analisi e di tutto quanto il pensiero. Allora poi sostenevano che lo spirito dev’essere maturato dal succo dell’esperienza. Di solito erano i membri di un altro gruppo quelli che facevano queste asserzioni, ma talvolta erano anche gli stessi zelanti.
Di quali parole straordinarie si servivano! Esigevano temperamento intellettuale. La categoria del ragionamento rapido, che afferra il mondo alla gola. Il cervello ipersensibile dell’uomo cosmico. Che altri verbi avevano proclamato?
Il ridimensionamento dell’uomo sulla base di un piano di lavoro mondiale all’americana, attraverso il mezzo fisico della forza meccanizzata. Il lirismo, congiunto alla penetrante drammaticità della vita. Il tecnicismo: uno spirito degno dell’età della
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macchina.
- Bleriot, – aveva esclamato uno, – trasvola in questo momento la Manica con la velocità oraria di cinquanta chilometri! Bisogna scrivere questo poema di cinquanta chilometri e buttare nell’immondezzaio tutta l’altra letteratura ammuffita!
Predicavano l’accelerismo, cioè l’accrescimento massimo della velocità delle esperienze, sulla base della biomeccanica sportiva e della precisione acrobatica.
Il rinnovamento fotogenico per mezzo del film.
Poi uno aveva detto che l’uomo era un misterioso spazio interiore, sicché bisognava dargli un rapporto col cosmo mediante il cono, la sfera, il cilindro e il cubo. Ma fu affermato anche il contrario, cioè che tale concetto
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individualistico dell’arte era superato, e che bisognava ispirare all’uomo dell’avvenire un nuovo senso della casa costruendo edifici popolari e villaggi. E mentre si era formato così un partito individualistico e uno sociale, un terzo sostenne che solo gli artisti religiosi sono sociali nel vero significato della parola. Un gruppo di nuovi architetti rivendicò poi per sé il comando perché lo scopo dell’architettura era appunto la religione; con influsso concomitante anche sull’amor di patria e la fedeltà alla terra. Il gruppo religioso, rinforzato da quello cubico, replicò che l’arte non era una questione dipendente bensì una questione centrale, l’adempimento di leggi cosmiche; ma nel seguito della discussione il gruppo religioso fu poi nuovamente abbandonato da quello cubico, il quale finì per allearsi con gli architetti nel
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sostenere la tesi che il rapporto col cosmo era meglio ottenuto mediante le forme spaziali, che rendono valido e tipico l’elemento individuale. Fu enunciata la proposizione che bisognava proiettarsi nell’anima umana per poi fissarla nelle tre dimensioni. Qualcuno, in tono energico e battagliero, chiese se erano più importanti diecimila persone affamate o un’opera d’arte.
In realtà, poiché erano quasi tutti artisti d’una specie o dell’altra, erano unanimemente persuasi che la guarigione spirituale dell’uomo si deve cercare soltanto nell’arte, solo che non erano riusciti a mettersi d’accordo sulla natura di questa guarigione e sulle esigenze da porre in suo nome all’Azione Parallela. Ecco che a questo punto il gruppo originario sociale riprese il sopravvento e fece udire nuove voci. Il
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quesito, se fosse più importante un’opera d’arte o la miseria di diecimila affamati, si trasformò in quest’altro: se diecimila opere d’arte compensavano la miseria di un uomo solo. Artisti poderosi dichiararono che non è lecito all’artista darsi tanta importanza; basta con l’autoincensamento, essi proclamavano, l’artista sia affamato e sociale! Qualcuno disse che la vita era l’unica e la massima opera d’arte. Una voce energica interruppe: Non è l’arte che unisce, bensì la fame! Una voce conciliante ricordò che il mezzo migliore contro l’esagerata opinione di sé era una salubre attività artigiana. E dopo quel tentativo di compromesso qualcuno approfittò del silenzio causato dalla stanchezza o dal disgusto reciproco per chiedere di nuovo placidamente se credevano sul serio di poter concludere
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qualcosa prima che fosse ristabilito il contatto fra l’uomo e lo spazio. Fu il segnale per la ricomparsa tumultuosa del tecnicismo, dell’accelerismo e di tutto il resto, e il dibattito si prolungò senza decisioni. Alla fine però si misero d’accordo, perché bisognava andare a casa e venire a qualche risultato; perciò tutti consentirono in una conclusione all’incirca così formulata: il tempo attuale è tempo d’attesa, impaziente, indisciplinato, infelice; il Messia che s’invoca e si aspetta non è tuttavia ancora in vista.
Arnheim meditò per un momento.
Aveva sempre avuto un circolo di persone intorno; quando se ne staccava qualcuno che non udiva bene o non riusciva a mettersi in evidenza, subito altri li sostituivano; anche di quest’ultima riunione era stato lui,
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decisamente, il centro, pur non essendo ciò sempre risultato nella discussione alquanto incivile. Già gli era noto da un pezzo ciò che li preoccupava. Conosceva annessi e connessi del cubo, aveva fatto costruire delle città-giardino per i suoi dipendenti; era esperto di macchine, col loro ritmo e la loro intelligenza; sapeva parlare di introspezione dell’anima, e aveva investito capitali nelle nuove industrie cinematografiche. Facendo la sintesi di quell’analisi, si ricordò che non era stato affatto così ordinata come la sua memoria senza volerlo gliela presentava. Tali dibattiti hanno un corso singolare come se ai partecipanti, collocati dentro un poligono con gli occhi bendati, si ingiungesse di avanzare in linea retta armati di un bastone; è uno spettacolo confuso e faticoso, senz’ombra di logica. Ma
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non ritrae fedelmente lo svolgersi delle cose anche in grande? Anche quello non risulta dai divieti e dalle leggi della logica, a cui spetta tutt’al più l’ufficio di una polizia, ma dagli impulsi disordinati dello spirito.
Così Arnheim s’interrogava, ricordando l’attenzione destata in lui, e gli parve di poter anche concludere che il nuovo modo di pensare somigliava alla libera associazione di idee in un cervello oscurato, cosa che senza dubbio è molto stimolante.
Per eccezione accese un secondo sigaro, benché di solito non indulgesse a simili debolezze sensuali. E mentre teneva ancora fra le dita il fiammifero e muoveva i muscoli del viso nelle prime aspirazioni del fumo, gli venne improvvisamente da ridere ricordando il piccolo generale che era venuto a parlargli nel corso
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della serata. Poiché gli Arnheim possedevano una fabbrica di cannoni e di piastre corazzate e in caso di emergenza potevano produrre quantità enormi di munizioni, egli non s’era affatto stupito che il generale, un po’ buffo ma simpatico (parlava in modo ben diverso dai generali prussiani: più trasandato, più naturale, ma, come dire, impregnato di antica civiltà! certo, bisognava aggiungere, di una civiltà in decadenza), si fosse rivolto confidenzialmente a lui – sospirando, addirittura con filosofia! – e gli avesse espresso la sua opinione sui discorsi che si tenevano quella sera e che almeno in parte, non lo si poteva negare, avevano un carattere radicalmente pacifista.
Il generale, unico ufficiale presente, non si sentiva troppo a suo agio, e si era lagnato delle
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oscillazioni dell’opinione pubblica, perché certe dichiarazioni sulla intangibilità della vita umana avevano suscitato molto consenso. – Io quella gente non la capisco, – aveva detto ad Arnheim, e gli aveva chiesto d’illuminarlo con il suo ingegno di fama internazionale. – Non capisco perché parlano così a vanvera di “generali sanguinari” Ho l’impressione di capire abbastanza bene i signori più anziani che s’incontrano qui, sebbene siano tutto quel che si può immaginare di meno militaresco. Per esempio quando il famoso poeta… non so come si chiama, quel vecchio signore con la pancia che ha scritto versi sugli dei della Grecia, le stelle e gli imperituri sentimenti umani; la padrona di casa mi ha detto che è un poeta autentico, in un’epoca che produce tutt’al più dei begli ingegni – dunque, come dicevo, non ho
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letto niente di suo, ma lo capirei certamente, se è vero che il suo significato sta soprattutto nel fatto che lui di piccolezze non se ne impiccia, insomma è quello che noi militari chiamiamo uno stratega. Il sergente, se lei mi permette questo esempio di grado inferiore, deve naturalmente provvedere al benessere di ogni singolo uomo della sua compagnia; lo stratega invece calcola con migliaia di uomini come unità minima, e deve anche essere capace di sacrificare dieci di tali unità in una volta, se un intento superiore lo esige. Secondo me non c’è nessuna logica a chiamarlo in un caso “generale sanguinario”, e nell’altro “ideale eterno”, e la prego di spiegarmelo, se è possibile!
La strana posizione di Arnheim in quella città e in quell’ambiente sociale aveva destato
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in lui una certa voglia di scherzare, di solito accuratamente repressa. Sapeva ciò che intendeva dire il piccolo generale, sebbene non lo desse a vedere; e d’altronde questo non importava, lui stesso avrebbe potuto addurre altri esempi del genere. Quella sera non avevano fatto una bella figura, c’era poco da discutere!
Immerso in tali sgradevoli riflessioni, Arnheim trattenne un attimo il fumo del sigaro fra le labbra socchiuse. Neanche lui in quell’ambiente si era sentito del tutto a suo agio. Nonostante il suo prestigio gli era arrivata all’orecchio qualche osservazione maligna, come se fosse stata diretta contro di lui, e l’oggetto della condanna era sovente per l’appunto ciò che egli in gioventù aveva amato, proprio come adesso questi giovani non
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amavano che le idee della loro generazione. Era un’espressione assai strana, si sarebbe potuto dir quasi sinistra: essere ossequiato e riverito da giovani che senza riprendere fiato irridevano crudelmente a un passo di cui lui, in segreto, si considerava partecipe; Arnheim ne provava dentro di sé una sensazione di elasticità, di trasformismo, di intraprendenza, quasi addirittura l’audace protervia di una cattiva coscienza ben dissimulata. Intravide in un lampo ciò che lo separava da quella nuova generazione. I giovani si contraddicevano l’un l’altro in tutto e per tutto, sola cosa in comune era la lotta contro l’obiettività, la responsabilità morale, l’equilibrio.
Una circostanza speciale faceva sì che Arnheim ne provasse qualcosa come una gioia maligna. La stima soverchia che godevano certi
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suoi coetanei dalla personalità particolarmente spiccata gli era sempre stata poco simpatica. Un avversario distinto come lui di certo non faceva nomi neanche mentalmente, ma sapeva benissimo a chi pensava. “Un giovanotto insipido e modesto, ingordo di piaceri illustri”, per dirla con Heine, che Arnheim amava di nascosto e in quel momento citava fra sé. “Bisogna lodare la sua diligenza e il suo zelo nella poesia… l’amara fatica, la tenacia indicibile, gli sforzi accaniti con cui elabora i suoi versi… Le muse non gli sono amiche, ma egli ha nelle mani il genio della lingua… La spaventosa violenza che deve fare a se stesso, lui la chiama una grande azione in parole” Arnheim disponeva di un’ottima memoria e poteva citare a mente pagine intere. Si mise a divagare. Ammirò che Heine, combattendo un
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uomo del proprio tempo, avesse descritto anticipatamente figure che solo adesso eran tenute in grande considerazione, e volgendo ora la mente al secondo rappresentante della corrente idealistica tedesca, il poeta del generale, si sentì animato a produrre un’opera propria. Il poeta del generale era il tipo spirituale grasso, dopo quello magro. Il suo idealismo solenne corrispondeva a quei grossi profondi istrumenti a fiato dell’orchestra che sembrano caldaie di locomotive messe ritte e producono insopportabili grugniti e frastuoni. Con un suono coprono infinite possibilità. Soffiano fuori grossi fagotti pieni di eterni sentimenti. Chi sa strombettare versi in una di queste maniere – pensò Arnheim non senza amarezza – passa oggi per un poeta, a differenza del letterato. E allora perché non
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addirittura per un generale? Costoro sono in ottimi rapporti con la morte e hanno continuamente bisogno di qualche migliaio di morti per godere con dignità l’attimo fuggente della vita.
Ma qualcuno aveva sostenuto che anche il cane del generale, abbaiante alla luna in una notte di rose, interrogato avrebbe potuto rispondere: “Che volete, quella è la luna e questi sono i sentimenti eterni della mia razza” proprio come uno dei signori che perciò eran diventati celebri! E avrebbe anche potuto soggiungere che il suo sentimento era senza dubbio fortificato dall’esperienza, la sua espressione ricca e commossa, e tuttavia così semplice che il pubblico la capiva; in quanto ai nostri pensieri, essi stavano molto addietro al suo sentimento, ma questo corrispondeva in
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tutto e per tutto alle esigenze vigenti, e nella letteratura non era mai stato un ostacolo.
Arnheim, sgradevolmente colpito, trattenne ancora una volta il fumo del sigaro fra le labbra, che rimasero un momento aperte come una barriera a metà sollevata fra la persona e il mondo esterno. Aveva lodato in tutte le occasioni parecchi di quei poeti particolarmente puri, perché così si conviene, e qualche volta aveva anche dato loro aiuti in denaro; ma in fondo, se ne avvedeva adesso, non li poteva soffrire, insieme coi loro versi gonfi e presuntuosi. “Quei personaggi araldici, che non son neanche capaci di sfamarsi, – egli pensò, – si dovrebbero mettere in un parco nazionale, con gli altri esemplari di bisonti e di aquile!” E poiché, come il ricevimento della sera prima aveva dimostrato, non era consono ai
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tempi dar loro un appoggio finanziario, le riflessioni di Arnheim si conclusero non senza profitto per lui.
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90. L’ideocrazia deposta dal trono
È probabilmente giustificato da buone ragioni il fenomeno per cui, nei tempi in cui lo spirito
rassomiglia a un mercato pubblico, passano per la perfetta antitesi di esso certi poeti che col loro tempo non hanno nulla a che fare. Essi non si sporcano con pensieri contemporanei, forniscono per così dire poesia pura e parlano ai loro fedeli un morto linguaggio di grandezza, come se fossero appena tornati dall’eternità per un breve soggiorno sulla terra, a modo di un uomo che da tre anni vive in America e al suo viaggio in patria parla già male la lingua del
suo paese. Il fenomeno è circa lo stesso come
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mettere su un buco vuoto, per compenso, una cupola vuota, e poiché la cavità eccelsa non fa che ingrandire quella comune, è ben naturale che a un periodo di culto personale ne succeda un altro completamente alieno dal gran chiasso che si fa intorno alla responsabilità e alla grandezza.
Arnheim cercava cautamente, per prova e con la grata sensazione di essere personalmente assicurato contro i danni, di familiarizzarsi con quella sua previsione di futuri sviluppi. Certo non era cosa da poco. Pensava infatti a tutto quel che aveva visto negli ultimi anni in America e in Europa; alla nuova passione per il ballo, sia che si ballasse religiosamente Beethoven o ritmicamente la nuova sensualità; alla pittura, in cui un massimo di correlazioni spirituali doveva essere
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espresso da un minimo di linee e di colori, al film, dove un gesto, noto nel suo significato a tutto il mondo, rapiva tutto il mondo per una piccola novità che vi era stata aggiunta; e infine all’uomo comune che già allora, convinto dallo sport, cercava di afferrare, coi mezzi di un bambino sgambettante, il gran seno della natura.
Di tutti questi fenomeni quello più appariscente è una certa tendenza all’allegoria, se s’intende per questo un rapporto morale dove tutto significa più di quello che onestamente gli compete. Perché come un elmo e un paio di spade incrociate ricordavano alla società dell’epoca barocca tutti gli dei e le loro storie, e non era il cavalier Tizio con la contessa Sempronia ma il dio della guerra che amoreggiava con la dea della castità, oggi Tizio
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e Sempronia, quando si sbaciucchiano, vivono il ritmo dei tempi, o qualcuna delle dieci dozzine di immagini modello, che ora, s’intende, non sono più un Olimpo sospeso sopra viali di tasso, bensì il gran pandemonio d’oggigiorno. Al cinematografo, al teatro, al concerto, sulla pista da ballo, in automobile, in aeroplano, nell’acqua, al sole, nei laboratori dei sarti e negli uffici dei commercianti si forma continuamente una immensa superficie, fatta di impressioni e di espressioni, di gesti, di atteggiamenti e di esperienze.
Molto sviluppata nel singolo e nell’esterno, questa vicenda somiglia a un corpo velocemente rotante, dove tutto è spinto alla superficie e ivi si frammischia e si amalgama. Mentre l’interno rimane informe, ondeggiante e tumultuante. E se Arnheim avesse potuto
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figger lo sguardo negli anni futuri, avrebbe visto che millenovecentovent’anni di morale cristiana, milioni di morti in una guerra sconvolgente e una selva poetica tedesca che aveva cantato il pudore della donna non avevano potuto ritardare di un’ora il momento in cui gli abiti e i capelli femminili si erano accorciati e le fanciulle d’Europa per un certo tempo s’erano sbucciate nude come banane da millenari divieti. Anche altri cambiamenti avrebbe veduto, che mai gli sarebbero parsi possibili, e non importa sapere che cosa rimarrà e che cosa tornerà a sparire, quando si pensa agli sforzi enormi e probabilmente vani che sarebbero occorsi a promuovere un simile rivolgimento delle condizioni di vita scegliendo la via cosciente e responsabile del progresso spirituale attraverso i filosofi, i pittori e i poeti,
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invece di quella che passa attraverso gli avvenimenti della moda, i grandi sarti e il caso; perché se ne può dedurre quanto sia grande la forza creativa della superficie, paragonata alla sterile pervicacia del cervello.
Questo, pareva ad Arnheim, è la cacciata dell’ideocrazia, del cervello, il trasferimento dello spirito alla periferia, l’estremo problematismo. Certo la vita è sempre andata per questa strada, ha sempre rifatto l’uomo dall’esterno verso l’interno; con la differenza però che prima ci si sentiva in dovere di produrre anche qualcosa dall’interno all’esterno. Persino il cane del generale, di cui si ricordò in quel momento con simpatia, non sarebbe mai stato capace di comprendere altri svolgimenti, giacché il fedele compagno dell’uomo è stato ancora plasmato a propria
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immagine dall’uomo stabile e obbediente del secolo scorso; ma suo cugino, il lupo delle steppe, o la selvatica ganga del deserto, che balla per ore e ore, capirebbero benissimo. Quando la ganga arruffa le penne e raspa il terreno, si sviluppa probabilmente più anima che quando un erudito alla scrivania connette un pensiero con l’altro. Perché in fin dei conti tutti i pensieri vengon fuori da articolazioni, muscoli, ghiandole, occhi, orecchi e dalle indistinte impressioni generali che l’involucro epidermico, di cui fan parte, ha complessivamente di sé. I secoli passati hanno forse commesso un grave errore attribuendo tanto valore alla ragione e all’intelligenza, all’opinione, al concetto e al carattere; è stato come considerare registri e archivi la parte più importante di una pubblica amministrazione
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perché si trovano nella sede centrale, benché siano soltanto uffici secondari che ricevono ordini dal di fuori.
E all’improvviso Arnheim, forse ispirato da lievi fenomeni di scomposizione prodotti in lui dall’amore, trovò il luogo dove si doveva cercare il pensiero liberatore e risolutore di quelle complicazioni: esso si riconnetteva simpaticamente con l’idea di un aumento di scambi. Non si poteva negare che nei tempi nuovi vi fosse un maggiore movimento di pensieri e di vicende, e doveva essere la conseguenza naturale dello scanso di quella perdita di tempo che è l’elaborazione spirituale. Egli vedeva il cervello del secolo sostituito dalla legge della domanda e dell’offerta, il pensatore pedante dal commerciante regolatore, e godeva suo malgrado l’appassionante spettacolo di
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un’immane produzione di vicende che si uniscono e si sciolgono liberamente, una specie di budino nervoso che a ogni scossa tremolava tutto, un gigantesco tam-tam che rimbombava assordante anche al tocco più lieve. Che queste immagini non concordassero pienamente era già la conseguenza del trasognato dormiveglia in cui esse lo avevano calato; gli pareva infatti che proprio una simile vita si potesse paragonare a un sogno, quando si assiste dal di fuori ai più straordinari avvenimenti e nello stesso tempo se ne è quietamente al centro con un Io rarefatto, nel cui vacuo tutti i sentimenti s’irradiano come tubi di luce azzurra. La vita gira intorno all’uomo e pensa, e danzando intesse per lui le relazioni che egli a fatica, e assai meno caleidoscopiche, affastella quando
si serve della ragione.
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Così Arnheim, da uomo d’affari e nello stesso tempo vibrante fino alla punta delle dita dei piedi e delle mani, meditava sul libero commercio materiale e morale di un prossimo futuro e non gli sembrava escluso che stesse nascendo qualcosa di collettivo, di panlogico, e che abbandonando il superato individualismo ci si trovasse, con tutta la superiorità e l’inventiva della razza bianca, sulla strada del ritorno verso una riforma dell’eden, per portare nell’arretrata rusticità del paradiso terrestre un programma moderno e ricco di varietà.
C’era solo un particolare fastidioso. Infatti, così come in sogno si ha la facoltà di introdurre in una vicenda un sentimento inesplicabile che occupa tutto l’individuo, la stessa capacità si possiede anche nella veglia, ma solo a quindici o sedici anni quando si va ancora a scuola.
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Anche allora vi possono essere nella creatura umana profondi moti di cuore, impulsi irrefrenabili e incontrollate esperienze; i sentimenti sono molto tumultuosi ma poco differenziati, amore e collera, felicità e onta, insomma tutti i concetti astratti sono avvenimenti contrattili, che ora invadono tutto il mondo ora si riducono a nulla; tristezza, tenerezza, grandezza e magnanimità sono le volte di vasti cieli vuoti. E che cosa accade? Di fuori, dal mondo articolato, viene una forma finita, una parola, un verso, un riso demoniaco, oppure Napoleone, Cesare, Cristo, o magari soltanto la lagrima sulla tomba dei genitori: ed ecco sorgere, in fulminea connessione, l’opera. Quest’opera da studente liceale è tratto per tratto – e ciò passa troppo sovente inavvertito un’espressione compiuta del sentimento, la più
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precisa identità di intenzione e realizzazione, e il perfetto inserimento delle esperienze di un giovane nella vita del grande Napoleone. Sembra però che il legame dal grande al piccolo sia in qualche modo irreversibile. Succede tanto in sogno che in gioventù, quando abbiamo tenuto un gran discorso e destandoci cogliamo ancora per disgrazia le ultime parole, che queste non siano così meravigliosamente belle come ci eran sembrate. Allora non ci vediamo più così iridescenti e immateriali come il gallo danzante; abbiamo soltanto abbaiato pateticamente alla luna come il volpino più volte mentovato del signor generale.
Dunque non tutto combinava rifletté Arnheim riprendendo animo ma certo bisogna marciare d’impegno coi propri tempi, aggiunse sollecito; perché in fondo che cosa di più
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naturale che applicare quel provato principia industriale anche alla produzione della vita?
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91. Speculazione sullo spirito al rialzo e al ribasso
LE riunioni in casa Tuzzi si susseguivano con frequenza e regolarità. Durante il Concilio il
capodivisione si volse al cugino.
- Lo sa che tutta questa roba s’è già vista altre volte?
Accennava col capo al ribollente contenuto umano della sua casa irriconoscibile.
- Agli albori del cristianesimo; nei secoli intorno alla nascita di Cristo. Nel calderone cristiano-levantino-ellenistico-giudiaco s’erano
- e con una strana lentezza frettolosa, come quando qualcuno vuol nascondere, moderandosi, la speditezza del suo agire, elencò una lunga serie di sette religiose precristiane e paleocristiane; si sarebbe detto che volesse cautamente lasciar intendere al cugino di sua moglie che degli avvenimenti in casa sua egli era più informato di quanto per ragioni particolari volesse mostrare.
Continuò poi, spiegando i nomi citati, a raccontare che una di quelle sette imponendo l’astinenza condannava il matrimonio, mentre un’altra pure predicava la castità, ma, strano a dirsi, perseguiva tale scopo mediante riti orgiastici. I seguaci dell’una si mutilavano ritenendo invenzione del diavolo la carne
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femminile, nell’altra, uomini e donne intervenivano nudi alle cerimonie religiose. Credenti sofistici, giunti alla conclusione che il serpente seduttore di Eva era un personaggio divino, praticavano la sodomia; e altri non tolleravano vergini perché essendo secondo loro scientificamente dimostrato che la madre di Dio oltre a Gesù aveva partorito altri figli, la verginità diventava un errore pericoloso. Gli uni facevano una cosa e gli altri precisamente l’opposto, tutti però spinti all’incirca dalle stesse ragioni e opinioni.
Tuzzi parlava con la serietà che si conviene agli eventi storici, anche quando sono strani, con una lieve risonanza di barzellette raccontate fra uomini. Erano in piedi vicino a una parete; il capodivisione con un piccolo sorriso scontento buttò il mozzicone di
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sigaretta in un portacenere, guardò distrattamente la folla e concluse, come se avesse voluto parlare soltanto per la durata di una sigaretta.
- A me pare che la divergenza delle opinioni e la soggettività dei concetti che regnavano allora ricordino molto da vicino le baruffe dei nostri letterati. Forse domani non ne resterà nulla. Se per varie circostanze storiche non fosse sorto a tempo opportuno un sistema burocratico religioso con funzione politica, oggi della fede cristiana non rimarrebbe neanche la traccia…
Ulrich assentì.
- I funzionari della fede pagati secondo il buon ordine dalla comunità non permettono che si scherzi coi regolamenti. Voglio dire insomma che noi siamo ingiusti con le nostre
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qualità ordinarie; se non si potesse fidarsene non si farebbe la storia, giacché le fatiche spirituali restano sempre contestabili e fallaci.
Il capodivisione alzò gli occhi insospettito e poi guardò subito altrove. Dichiarazioni di quel genere lui le giudicava troppo disinvolte. Tuttavia trattava quel cugino di sua moglie, sebbene lo conoscesse da poco, con spiccata cordialità e simpatia. Tuzzi andava e veniva dando, in mezzo al trambusto della sua casa, l’impressione di vivere in un altro mondo chiuso e lontano, il cui superiore significato egli sottraeva a ogni indagine; a volte però sembrava incapace di resistere e doveva mostrarsi a qualcuno per un momento, seppure confusamente; ed era sempre col cugino che attaccava discorso. Era una reazione naturale al denegato riconoscimento
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dei suoi meriti, che egli doveva subire nei rapporti con la moglie, nonostante gli occasionali accessi di tenerezza. Diotima allora lo baciava come una ragazzina; una ragazzina forse quattordicenne, che, per Dio sa quale affettazione, copre di baci un ragazzino ancora più piccolo. Involontariamente il labbro superiore di Tuzzi sotto i baffetti arricciati si ritraeva con vergogna… Il nuovo stato di cose in casa sua aveva messo lui e sua moglie in una posizione insostenibile. Egli non aveva dimenticato le lamentele di Diotima sul suo russare, nel frattempo aveva anche letto gli scritti di Arnheim ed era pronto a discuterne; certe cose le poteva approvare, molte altre doveva dichiararle senz’altro erronee, e alcune non le capiva, con quella placida sicurezza che sottintende: tanto peggio per l’autore. Ma in
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simili questioni era stato sempre avvezzo a pronunciare il rispettato giudizio dell’uomo che se ne intende, e la previsione che se no Diotima l’avrebbe continuamente contraddetto, la necessità quindi di ingolfarsi con lei in quella insipida discussione gli appariva un così ingiusto sconvolgimento della sua vita privata che non sapeva decidersi a una spiegazione, e in un desiderio semincosciente avrebbe addirittura preferito battersi in duello con Arnheim.
All’improvviso Tuzzi strinse rabbiosamente i begli occhi bruni e si disse che doveva meglio sorvegliare i suoi umori. Il cugino al suo fianco (secondo lui un uomo col quale bisognava ben guardarsi dal fare troppa amicizia!) gli ricordava la moglie soltanto per l’idea della parentela, che in fondo non aveva contenuto
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reale; aveva anche osservato da molto tempo che Arnheim blandiva il giovanotto in un suo modo guardingo, mentre l’altro non nascondeva la sua netta avversione: queste erano due osservazioni veramente poco rilevanti eppure quell’inesplicabile simpatia bastava ad inquietare Tuzzi. Aprì gli occhi bruni e per un poco li tenne sgranati come un gufo guardando nella stanza senza nulla vedere.
Del resto il cugino di sua moglie guardava anch’egli nel vuoto con un’aria di annoiata familiarità e non aveva neanche notato l’interruzione del dialogo. Tuzzi sentì di dover dire qualcosa; era imbarazzato, come uno che soffra di fissazioni che il silenzio potrebbe rivelare.
- Lei prova gusto a parlar male di tutto, osservò sorridendo, come se il giudizio sui
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funzionari della fede fino a quell’istante avesse aspettato davanti al suo orecchio di poter entrare, – e mia moglie non ha torto, con tutta la simpatia e la parentela, di temere un poco la sua collaborazione. Se mi è lecito dirlo, i suoi pensieri sul prossimo sono una specie di speculazione al ribasso.
- L’espressione è felicissima, – rispose Ulrich divertito, – benché io debba rassegnarmi a non meritarla! Perché è la storia universale che gioca sempre al rialzo e al ribasso dell’uomo; al ribasso con l’astuzia e la violenza, al rialzo circa così come tenta di fare qui la signora, con la fede nella forza delle idee. Anche il dottor Arnheim, per quel che si può credere alle sue parole, è un rialzista. Lei invece, come ribassista di professione, deve riportare in questo coro angelico certe impressioni che mi
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piacerebbe conoscere.
Guardò con simpatia il capodivisione. Tuzzi trasse di tasca il portasigarette e alzò le spalle.
- Perché crede ch’io pensi diversamente da mia moglie? – rispose. Voleva togliere al dialogo il carattere personale, ma invece l’aveva rinforzato con la sua risposta; l’altro per fortuna non se ne accorse e riprese:
- Noi siamo una massa che accetta ogni forma che le capiti di dover prendere!
- Questo è troppo difficile per me, – rispose Tuzzi evasivo. Ulrich ne fu lieto. Quest’era una contraddizione con se stesso; per il solito se la godeva un mondo a parlare con un uomo che non rispondeva alle provocazioni intellettuali e non aveva o non voleva usare altro mezzo di difesa che mettere subito innanzi la propria persona. La prima antipatia per Tuzzi si era da
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un pezzo trasformata nel contrario sotto la pressione della ripugnanza ancor più grande per i maneggi che si facevano in quella casa; non capiva però per qual motivo Tuzzi li tollerasse, e faceva fra sé ogni sorta di supposizioni. A poco a poco imparava a conoscerlo dall’esterno, come un animale che si osserva, senza l’introspezione più facile permessa dalle parole in quelle persone che parlano per evidente necessità. Da principio gli era piaciuto l’aspetto di quell’uomo risecchito, di statura inferiore alla media, e gli occhi scuri, fissi, che tradivano l’intima incertezza e non erano affatto occhi da funzionario, ma nemmeno si conciliavano con la persona attuale di Tuzzi come si rivela nella conversazione; a meno di supporre che fossero, come spesso avviene, occhi infantili tralucenti
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fra lineamenti virili, come una finestra che s’apre su un recesso interno appartato e fuori d’uso.
Un’altra cosa che il cugino aveva notato era l’odore particolare di Tuzzi: un odore come di china o di scatole di legno secco, o un miscuglio di sole, mare, esoticità, stitichezza e le tracce discrete del barbiere. Quell’odore lo faceva pensare; c’erano fra i suoi conoscenti due persone sole con un odore personale, Tuzzi e Moosbrugger; quando si rappresentava l’aroma penetrante-delicato di Tuzzi e nello stesso tempo pensava a Diotima sulla cui vasta superficie fluttuava un lieve profumo di cipria che pareva non mascherasse nulla, se ne deducevano contrasti passionali che non corrispondevano affatto alla vera convivenza di quelle due persone. Ulrich dovette far
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retrocedere i suoi pensieri fino a una giusta distanza dalle cose, prima di replicare alla risposta evasiva di Tuzzi.
- È presunzione, – ricominciò in quel tono un po’ annoiato ma deciso che esprime cortesemente il rimpianto di dover annoiare anche l’interlocutore perché le circostanze momentaneamente non consentono nulla di meglio ad entrambi, – è certamente presunzione da parte mia voler tentare davanti a lei una definizione della diplomazia; ma desidero che lei mi corregga. Proviamo dunque a dire: la diplomazia tiene per fermo che un ordine sicuro si può ottenere unicamente servendosi della menzogna, della viltà, del cannibalismo, in breve delle solite bassezze umane; essa è un idealismo ribassista, per usare ancora una volta la sua calzante espressione. E a parer mio
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tutto questo è incantevolmente triste, proprio perché presuppone che la poca fidatezza delle nostre forze più nobili ci apra il cammino dell’antropofagia come quello della critica della ragion pura.
- Lei ha un concetto troppo romantico della diplomazia, – protestò il capodivisione, – e come tanti altri scambia la politica per l’intrigo. A rigore ciò poteva anche esser giusto quando essa era fatta da regali dilettanti; ma non è esatto nell’epoca in cui tutto dipende da scrupoli borghesi. Noi non siamo melanconici, siamo ottimisti. Dobbiamo credere in un avvenire benigno, se no non potremmo giustificarci davanti alla nostra coscienza, che non è per nulla diversa da quella degli altri uomini. Se lei vuol proprio servirsi della parola cannibalismo, posso dirle soltanto che è
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l’impegno della diplomazia distogliere il mondo dal cannibalismo; ma per poterlo fare bisogna credere in qualcosa di più alto.
- In che cosa crede lei? – interruppe il cugino senza ambagi.
- Evviva! – esclamò Tuzzi. – Non sono più un ragazzo, per poter rispondere così su due piedi! Volevo soltanto dire che quanto più un diplomatico sa identificarsi con le correnti spirituali del suo tempo, tanto più facile gli sarà la sua missione. E inversamente s’è visto durante le ultime generazioni che occorre tanta più diplomazia quanto maggiori sono i progressi dello spirito in tutti i campi; ma questo è naturale, direi!
- Naturale? Ma allora lei dice esattamente quel che dico io! esclamò Ulrich con la massima vivacità compatibile con la scena di
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due signori in sereno colloquio, che essi intendevano rappresentare. – Io ho rilevato con rincrescimento che lo spirito e il bene non possono esistere durevolmente senza il concorso del male e della materia, e lei mi risponde pressappoco che più c’è spirito e più ci vuole prudenza. Diciamo dunque: si può trattare l’uomo come una creatura vile e tuttavia non riuscire a indurlo a qualsiasi azione; ma si può anche elevarne lo spirito e anche così non riuscire a indurlo a qualsiasi azione. Noi oscilliamo fra i due metodi, e ne facciamo un miscuglio; ecco qua. Credo di potermi lusingare di una concordanza d’idee assai più profonda che lei non voglia ammettere.
Il capodivisione Tuzzi si volse verso l’incomodo inquisitore; un sorrisetto alzò i suoi
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baffi, gli occhi vivaci presero un’espressione tra ironico e condiscendente; desiderava metter fine a un discorso di quel genere, era pericoloso come una pista di ghiaccio e puerilmente inutile come farvi sopra le sdrucciolate.
- Guardi; le sembrerà una barbarie, – replicò, – ma io lo affermo lo stesso: solo ai professori dovrebbe esser permesso filosofare! Naturalmente faccio eccezione per i nostri grandi filosofi riconosciuti, che ho detto che stimo altamente; ma quelli, insomma, ormai ci sono. I nostri professori poi son lì apposta, è un mestiere e non occorre altro; infine c’è bisogno anche dei maestri perché la cosa non s’estingua. Quanto al resto, ha ragione la vecchia massima austriaca, che il cittadino non deve pensare troppo. Raramente ne vien fuori qualcosa di buono e ha quasi sempre un’aria di
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presunzione.
Tuzzi si fece una sigaretta e tacque; non sentiva il bisogno di dir altro per scusare la sua “barbarie” Ulrich gli guardava le dita agili dalla pelle bruna ed era entusiasta dell’impudente scempiaggine da Tuzzi enunciata.
- È lo stesso modernissimo principio che le chiese applicano da millenni ai loro membri, e da poco anche il socialismo, – osservò cortesemente.
Tuzzi lo guardò di sfuggita per capire cosa intendesse dire il cugino con quell’accostamento. S’aspettava poi che quello esponesse di nuovo un lungo ragionamento, e già s’irritava in precedenza di quelle eterne indiscrezioni mentali. Ma il cugino si limitò a contemplare compiaciuto quell’uomo dalla mentalità antiquarantottesca. Già da tempo
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supponeva che Tuzzi avesse motivi per tollerare entro certi limiti i rapporti di sua moglie con Arnheim e gli sarebbe piaciuto sapere che cosa si riprometteva di ottenere in tal modo. Era un mistero. Forse Tuzzi si comportava semplicemente come gli istituti bancari con l’Azione Parallela, dalla quale si tenevano lontano il più possibile, senza rinunziare tuttavia ad avere in pasta almeno un dito della mano, e intanto non s’accorgeva della primavera amorosa di Diotima, benché fosse così evidente? Era una supposizione improbabile. Ulrich si divertiva a osservare le rughe e i solchi profondi nel viso del suo vicino e il gioco duro dei muscoli quando i denti mordevano la sigaretta. Quell’uomo rappresentava per lui l’idea della virilità pura. Era un po’ stanco di discutere tanto con se
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stesso, e godeva di raffigurarsi un uomo di poche parole. Immaginava che Tuzzi fin da bambino non potesse soffrire gli altri ragazzi quando chiacchieravano molto; questi diventano, da grandi, persone colte e spiritose mentre i ragazzi che preferiscono sputare attraverso i denti piuttosto che aprire la bocca diventano uomini che non amano pensare cose inutili, e nell’azione, nell’intrigo, nel semplice sopportare o difendersi scorgono un risarcimento per l’inevitabile condizione del sentire e del pensare, la quale li umilia a tal segno che essi si servono di pensieri e di sentimenti quasi soltanto per far perdere la tramontana agli altri uomini.
Naturalmente Tuzzi, se si fosse rivolta a lui un’osservazione di tal genere, l’avrebbe respinta come troppo sentimentale; perché era
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suo principio non tollerare mai esagerazioni e stranezze, né in un senso né nell’altro. Già non era lecito parlare con lui di quello che la sua persona rappresentava alla perfezione, così come non sta bene chiedere a un musicista, a un attore o a un ballerino che cosa ha inteso esprimere; e Ulrich in quel momento gli avrebbe battuto volentieri una manata sulla spalla o gli avrebbe dolcemente accarezzato i capelli per dare l’avvio senza parole alla reciproca intesa.
L’immaginazione di Ulrich sbagliava solo in questo, che Tuzzi non soltanto da ragazzo ma anche ora aveva voglia di sputare virilmente attraverso i denti. Percepiva infatti vagamente la simpatia del vicino e ciò lo metteva a disagio. Sapeva da sé che nel suo giudizio sulla filosofia eran frammiste, per un ascoltatore estraneo,
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parecchie cose non precisamente ortodosse, e chi sa che diavolo l’aveva preso di dare al cugino (per non si sa quale ragione lo chiamava così) quella prova sconsiderata della sua confidenza. Non poteva soffrire gli uomini ciarlieri e si chiese costernato se alla fine, senza saperlo, desiderava di farsene un alleato presso sua moglie; a quel pensiero la sua pelle si fece scura dalla vergogna, perché egli ripugnava a simili aiuti, e involontariamente si scostò di qualche passo da Ulrich, con una scusa poco plausibile.
Ma poi cambiò idea, tornò ad accostarsi e gli chiese:
- Si è mai domandato perché il dottor Arnheim si trattiene così a lungo fra noi? S’era illuso a un tratto di dimostrare nel modo più lampante con quella domanda che egli
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considerava esclusa ogni relazione con sua moglie.
Il cugino lo guardò con impertinente stupefazione. La risposta giusta era così ovvia che era difficile trovarne un’altra.
- Lei crede, – chiese esitante, – che ci sia proprio un motivo speciale?
- Allora sarebbe un motivo d’affari?
- Io non m’attento ad affermare nulla, – rispose Tuzzi, che si sentiva di nuovo diplomatico. – Ma può esserci un altro motivo?
- Direi proprio di no, – ammise gentilmente Ulrich. – Lei ha fatto un’osservazione acuta. Confesso che io non me l’ero mai chiesto; suppergiù pensavo che dipendesse dalle sue inclinazioni letterarie. Del resto anche questa è una cosa possibile.
Il capodivisione concesse all’ipotesi appena
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appena un sorriso distratto.
- Allora mi spieghi perché un uomo come Arnheim ha inclinazioni letterarie, – disse; ma lo rimpianse subito perché il cugino si preparava di nuovo a una risposta prolissa.
- Non ha mai notato, – incominciò, – quanta gente al giorno d’oggi parla da sola per la strada?
Tuzzi alzò le spalle con indifferenza.
- C’è in tutti qualcosa che non va. Si vede che non son capaci di vivere completamente le loro esperienze o di assimilarle, e son costretti a lasciarne dei resti. E da ciò, io m’immagino, deriva un esagerato bisogno di scrivere. Forse lo scritto non lo rivela così chiaramente, perché secondo il talento e la pratica può venir fuori qualcosa che oltrepassa di molto l’origine; ma la lettura lo rivela nel modo più evidente; oggi
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quasi nessuno più legge, ognuno si serve dello scrittore soltanto per scaricare perversamente su di lui le proprie eccedenze in forma di consenso o di dissenso.
- Secondo lei dunque c’è nella vita di Arnheim qualcosa che non quadra? – domandò Tuzzi con premura questa volta. – Negli ultimi tempi ho letto i suoi libri, per pura curiosità, visto che la gente gli predice così grandi fortune politiche; confesso però che non ne vedo né la necessità né lo scopo.
- La domanda si potrebbe porre in termini molto più generali, – opinò il cugino. – Se un uomo è ricco di denaro e di autorità al punto di poter avere tutto ciò che vuole, perché mai scrive? In fondo si dovrebbe chiedere candidamente: perché scrivono tutti i narratori di professione? Narrano cose che non sono
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accadute, così come se fossero accadute. Questo è evidente. Ma ammirano essi la vita come ammirano il ricco i pezzenti che non si saziano di raccontare quanto poco egli si occupi di loro? Oppure ruminano e ricominciano a ruminare? O ancora sono ladri di felicità e costruiscono nella fantasia qualcosa che in realtà non son capaci di raggiungere o di sopportare?
- Non ha mai scritto lei? – interruppe Tuzzi.
- Mai, e questo m’inquieta. Perché non sono affatto così felice da non doverlo fare. Mi sono proposto, se non mi prenderà presto quella smania, di uccidermi per tendenze assolutamente anormali.
Lo disse con così amabile gravità che lo scherzo emerse nel fiume del discorso, senza ch’egli volesse, come spunta fuori uno scoglio
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dalle acque.
Tuzzi se ne avvide, e con il solito tatto ristabilì la continuità.
- Dunque, in complesso, – egli osservò, – lei consente con la mia idea che gli impiegati cominciano a scrivere quando vanno in pensione. Ma questo come si concilia col caso del dottor Arnheim?
Il cugino tacque.
- Sa che Arnheim è del tutto pessimista e ha un’opinione niente affatto à la bausse dell’Azione a cui si dedica con tanto spirito di sacrificio? – chiese Tuzzi improvvisamente con voce smorzata. Si era ricordato a un tratto i dubbi espressi da Arnheim, nei primi colloqui con lui e sua moglie, sulle possibilità dell’Azione Parallela; e che questo dopo tanto tempo gli venisse in mente proprio in quel
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momento gli parve, non sapeva neanche lui perché, un successo della propria diplomazia, quantunque finora non fosse riuscito a scoprire un bel nulla intorno ai motivi dell’indugio di Arnheim.
Il cugino infatti fece un viso stupito.
Forse solo per cortesia, perché voleva ancora tacere. Ad ogni modo i due signori, quando furono separati subito dopo da altri ospiti che s’erano avvicinati a loro, serbarono l’impressione di aver avuto un dialogo molto interessante.
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92. Dalle norme di vita della gente ricca
TANTA attenzione e ammirazione quanta ne suscitava Arnheim avrebbe forse reso diffidente e
incerto un altro uomo; costui avrebbe potuto mettersi in testa di doverla al suo denaro. Ma secondo Arnheim la diffidenza era un segno di bassezza d’animo, che un uomo della sua posizione poteva permettersi soltanto nel caso di univoche referenze commerciali, e per di più egli era persuaso che la ricchezza è una qualità di carattere. Tutti i ricchi la pensano così. E anche tutti i poveri. Il mondo intero, in fondo, ne è tacitamente convinto. Solo la logica solleva
qualche difficoltà, poiché sostiene che il
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possesso di denaro conferisce forse qualche qualità, ma non può mai divenire esso stesso una qualità umana. L’evidenza però lo smentisce. Non c’è naso che non fiuti immediatamente il delicato odore d’indipendenza, abitudine di comandare, abitudine di scegliere sempre il meglio per sé, leggero disprezzo degli altri e costante consapevole responsabilità di potere, che emana da un reddito alto e sicuro. L’aspetto di una persona di quel genere si rivela subito nutrito e rinnovato quotidianamente da una scelta finissima di forze universali. Alla sua superficie il denaro circola come la linfa in un fiore; non esistono qualità acquisite, abitudini contratte, nulla è indiretto, nulla è ricevuto di seconda mano: distruggi il credito e il conto in banca, e l’uomo ricco non è soltanto senza
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denaro, ma dal giorno in cui l’ha compreso è un fiore avvizzito. Come prima notavano immediatamente la sua qualità di essere ricco, tutti notano ora in lui, con la stessa immediatezza, l’indescrivibile qualità del nulla che ha il puzzo acre dell’incertezza, dell’insolvibilità, dell’inettitudine e della miseria. Dunque la ricchezza è una qualità personale, semplice, che non si può scomporre senza distruggerla.
Ma gli effetti e le correlazioni di questa rara qualità sono straordinariamente intricati e occorre una grande forza morale per dominarli. Solo la mente che non ha denaro s’immagina la ricchezza come un sogno; chi la possiede, invece, ogni volta che si trova con gente che non la possiede, s’affretta a descrivere tutti i fastidi che essa procura. Arnheim, per esempio,
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aveva spesso riflettuto che in fondo ognuno dei direttori tecnici o commerciali della sua ditta lo superava considerevolmente per cognizioni particolari, e doveva ogni volta ripetersi che, considerati da un punto di vista sufficientemente alto, pensiero, scienza, lealtà, ingegno, prudenza e simili appaiono qualità che si possono comperare perché ce n’è dovizia, mentre la capacità di servirsi di loro presuppone altre qualità possedute soltanto dai pochi che sono per l’appunto già nati e cresciuti in alto.
Un altro e non minore guaio dei ricchi è che tutti vogliono soldi da loro. Il denaro non conta: è giusto, e mille o diecimila marchi di più o di meno non hanno importanza per un ricco. I ricchi poi amano asserire ad ogni occasione che i quattrini non cambiano il valore di una
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persona: con ciò intendono dire che anche senza denaro essi varrebbero quanto adesso, e se l’hanno a male se qualcuno li fraintende. Purtroppo questo capita loro di frequente soprattutto nei rapporti con intellettuali. Costoro posseggono ben sovente poco o punto denaro, ma soltanto molti progetti e molto ingegno, ma non per questo si sentono diminuiti nel loro valore, e considerano naturalissimo chiedere a un amico facoltoso, per il quale il denaro non conta, di sovvenirli con il suo superfluo. Non capiscono che l’amico facoltoso voglia sovvenirli con le sue idee, col suo sapere e con la sua personale forza d’attrazione. In tal modo lo mettono per di più in opposizione con la natura del denaro, perché questa vuole l’accrescimento, così come la natura animale tende alla riproduzione. Il
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denaro si può investire male, allora perisce sul campo dell’onore finanziario; si può usarlo per comprare un’automobile nuova quantunque la vecchia sia ancora in ottimo stato, o per soggiornare negli alberghi più costosi delle stazioni climatiche di fama internazionale portandosi dietro i propri cavalli da polo, o per istituire premi letterari e concorsi ippici, o in una sera sola spendere per cento invitati quanto basterebbe a mantenere per un anno cento famiglie: in tutti questi modi si butta il denaro dalla finestra, come un seminatore, ed esso rientra dalla porta moltiplicato. Ma donarlo tacitamente per scopi e persone da cui non ricava nulla, questo sarebbe assassinare il denaro a tradimento. Può darsi che quegli scopi siano buoni e quelle persone incomparabili; allora bisogna aiutarli con tutti i mezzi, ma con
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denaro no, assolutamente. Quest’era per Arnheim un principio fondamentale e la sua tenace applicazione gli aveva procurato la fama di attivo e immaginoso promotore del progresso spirituale odierno.
Arnheim poteva anche dire di sé che le sue idee erano quelle di un socialista, e son molti i ricchi che la pensano come i socialisti. Non hanno nulla in contrario a dovere il loro capitale a una legge naturale della società e sono fermamente persuasi che l’uomo dà significato alla proprietà e non la proprietà all’uomo. Discutono tranquillamente del giorno in cui la proprietà sarà abolita, quando loro non ci saranno più, e son confermati nella convinzione di possedere un carattere sociale dal fatto che non pochi socialisti di carattere, nella fidente attesa della rivoluzione certa e
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immancabile, preferiscono intanto frequentare gente ricca piuttosto che gente povera. Si potrebbe continuare un pezzo a descrivere tutte le correlazioni del denaro, delle quali Arnheim era padrone. L’attività amministrativa non è un’attività che si possa sceverare dalle altre attività cerebrali ed era ben naturale che ai suoi amici intellettuali e artisti egli desse, quando ne era insistentemente pregato, oltre a consigli anche denaro; ma non lo dava sempre, e mai in abbondanza. Quelli gli assicuravano che non si sarebbero sentiti di chiedere quattrini a nessun altro al mondo, perché lui solo possedeva le qualità spirituali a ciò necessarie, e lui ci credeva, perché era convinto che il bisogno di capitali impregna tutti i rapporti umani ed è tanto naturale quanto il bisogno d’aria da respirare, mentre d’altra
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parte consentiva anche con la loro concezione che il denaro sia una forza spirituale, e l’applicava soltanto con delicata parsimonia.
E del resto che cos’è che suscita l’amore e l’ammirazione? Non è questo un mistero imperscrutabile, rotondo e fragile come un uovo? Si è più sinceramente amati per via d’un bel paio di baffi che per via d’una possente automobile? L’amore che ispira un abbronzato figlio del sud è forse più personale di quello che desta il figlio d’un grande imprenditore? Mentre quasi tutti gli uomini alla moda si facevano radere completamente la faccia. Arnheim seguitava a portare come prima la barbetta a punta e i corti baffi a spazzola; quando parlava troppo dimentico di se stesso a un pubblico di fervidi ascoltatori, quell’impressione di aver sul volto qualcosa di appiccicato e tuttavia di suo
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gli ricordava, per motivi che a lui stesso rimanevano oscuri, molto piacevolmente il suo denaro.
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93. Anche con l’aiuto della cultura fisica è difficile accostarsi alla mentalità civile
IL generale era seduto da un bel po’ su una delle seggiole schierate lungo la parete dell’arengo spirituale, accanto
al suo “patrono” come gli piaceva chiamare Ulrich, e fra i due c’era una sedia libera, sulla quale avevano posato due calici di vino ristoratore conquistato al buffet. La giubba azzurra del generale era andata fuori di posto e formava grinze sulla pancia come una fronte corrugata. I due uomini se ne stavano in silenzio e ascoltavano una conversazione che si
svolgeva davanti a loro.
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- Beaupré gioca in modo che non esito a definire geniale, – disse uno; – l’ho visto qui quest’estate e l’inverno scorso in riviera. Se fa uno sbaglio, la fortuna lo aiuta. Anzi, sbagli ne commette sovente, costruisce il suo gioco in contraddizione con la reale scienza tennistica; ma quel beniamino degli dei sta al di sopra delle leggi normali del tennis.
- Io preferisco il tennis scientifico a quello intuitivo, obiettò un altro. – Braddock, ad esempio. Forse la perfezione non esiste, ma Braddock le sta vicino.
Il primo interlocutore replicò:
- Il genio di Beaupré, la sua improvvisazione disordinata, geniale, è il non plus ultra, quando la scienza fa difetto.
Un terzo:
- Forse parlare di genio è un po’ troppo.
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- E come vuol chiamarlo? è il genio che nel momento più inverosimile ispira a un tennista la maniera giusta di trattare la palla!
- E poi, – disse di rincalzo il braddochiano, – la personalità emerge sempre, che s’abbia in pugno una racchetta oppure il destino dei popoli.
- No, no; genio è troppo! – protestò il terzo. Il quarto era un musicista. Disse:
- Lei ha torto. Lei dimentica il pensiero reale che è insito nello sport, perché evidentemente è ancora abituato a sopravvalutare il logico e il sistematico. È un’idea quasi tanto invecchiata quanto il pregiudizio che la musica sia un arricchimento del sentire e lo sport una scuola della volontà. Ma lo spettacolo del puro movimento è così magico che l’uomo non lo può sopportare senza difesa; lei può osservarlo al
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cinematografo, quando manca la musica. E la musica è movimento interno, che eccita la fantasia motrice. Chi comprende la magia della musica non esiterà un momento a riconoscere che vi può essere genio nello sport; la scienza sola non ha genio, è soltanto acrobazia del cervello!
- Dunque ho ragione, – disse l’ammiratore di Beaupré, – quando nego che vi sia del genio nel gioco scientifico di Braddock.
- Lei dimentica, – il braddochiano difese il suo idolo, – che bisogna prender le mosse da una rigenerazione del concetto di scienza!
- Ma insomma, chi dei due batte l’altro? – domandò qualcuno.
Nessuno lo sapeva; ciascuno aveva battuto l’altro più volte, ma nessuno ricordava il
numero esatto.
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- Chiediamo ad Arnheim, – propose un tale. Il gruppo si sciolse. Il silenzio sulle tre
seggiole si prolungava. Alla fine il generale
Stumm disse soprappensiero:
- Senti, ho ascoltato tutta la conversazione, ma non ti pare che si potrebbe dire lo stesso di un generale vittorioso, togliendo la musica? Perché in un giocatore di tennis lo si chiama genio, e in un generale barbarie? – Da quando il suo patrono gli aveva suggerito di tentar la prova con Diotima parlandole di cultura fisica, si era chiesto sovente come utilizzare, nonostante la sua ripugnanza iniziale, quel promettente adito alle idee civili, ma le difficoltà erano enormi anche in quella direzione, com’egli doveva sventuratamente rilevare ogni volta.
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94. Le notti di Diotima
DIOTIMA si stupiva che Arnheim sopportasse tutta quella gente con visibile compiacimento,
perché lo stato dei suoi sentimenti corrispondeva a ciò che ella aveva espresso più volte con la frase “gli affari internazionali non sono che un peu de bruit autour de notre âme”
Qualche volta, quando si guardava intorno e vedeva la sua casa affollata dall’aristocrazia della nascita e dell’ingegno si sentiva la testa confusa. Della storia della sua vita era rimasto soltanto l’estremo contrasto fra il basso e l’alto, la sua condizione da ragazza, con le angosciose
strettezze della piccola borghesia, e ora il
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successo abbacinante. E si sentiva spinta, benché si trovasse ormai già su un gradino vertiginosamente stretto, ad alzare ancora una volta il piede aspettandosi di salire ancora più in alto. L’incertezza l’attirava. Ella combatteva con la risoluzione di entrare in un’esistenza dove attività, intelletto, anima e sogno sono una cosa sola. In fondo non si crucciava più di non scovare un’idea per coronare l’Azione Parallela; anche l’Austria Universale le era ormai indifferente; e l’esperienza che ad ogni grande disegno dello spirito umano si contrappone un disegno contrario non le dava più sgomento. Le cose non camminano logicamente, là dove sono importanti; il loro corso fa pensare piuttosto al lampo e al fuoco, e lei non riusciva a formarsi nessun concetto della vastità che la circondava. Ben volentieri
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avrebbe piantato in asso l’Azione Parallela e sposato Arnheim, così come per una bambinetta tutte le difficoltà sono buone quando le lascia cadere e si getta fra le braccia del babbo. Ma l’enorme sviluppo della sua attività la teneva prigioniera. Non trovava il tempo di prendere una risoluzione. Il nesso esteriore degli avvenimenti e quello interiore seguitavano a correre l’uno accanto all’altro come due rotaie indipendenti, ed eran vani i tentativi di collegarli. Succedeva la stessa cosa come nella sua vita coniugale, che in apparenza si svolgeva persino più felice di prima, mentre tutta la sua vita psichica era in disfacimento.
Secondo il suo carattere Diotima avrebbe dovuto parlare apertamente col marito; ma non v’era nulla da potergli dire. Sentiva amore per
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Arnheim? Al suo rapporto con lui si potevano dare tanti nomi che anche quello, così triviale, a volte le si affacciava al pensiero. Non si erano mai neanche baciati, e i più intimi amplessi dell’anima Tuzzi non li avrebbe capiti anche se gli fossero stati confessati. Talora si meravigliava ella stessa che fra lei e Arnheim non succedesse nulla di più raccontabile. Ma non aveva mai perso del tutto l’abitudine della brava ragazza in ambiziosa contemplazione davanti agli uomini più vecchi; e le sarebbe stato più facile immaginare episodi palpabili, in senso figurato se non in senso proprio, con il cugino – il quale le sembrava più giovane di lei e non degno di soverchia stima piuttosto che con l’uomo che amava e che sapeva tanto apprezzarla quando ella dissolveva i suoi sentimenti in considerazioni generali di
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sublime spiritualità.
Diotima sapeva che bisogna entrare a tastoni in una condizione di vita radicalmente mutata e svegliarsi fra le quattro nuove pareti senza poter ben ricordare come ci si è venuti, ma si sentiva esposta a influssi che la tenevano vigile e desta. Non era del tutto immune dall’avversione che l’austriaco medio dei suoi tempi provava per il fratello tedesco. Tale avversione nella sua forma classica, divenuta sempre più rara, rispondeva a un’immagine che poneva senza malizia le venerate teste di Goethe e di Schiller su un corpo che era nutrito di budini e di salse glutinose e aveva un po’ della loro disumana intestinalità. E per grande che fosse il successo di Arnheim nell’ambiente viennese, non le sfuggiva che dopo il primo periodo di sorpresa eran sorte anche delle
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resistenze che non prendevan forma né si manifestavano, ma le sussurravano dubbi e la facevano cosciente della differenza fra il proprio contegno e il riserbo di certe persone che lei soleva prendere a modello. Ora l’antipatia nazionale non è altro, di solito, che antipatia verso se stessi, sorta dagli oscuri meandri delle proprie contraddizioni e affibbiata a una vittima adatta: un procedimento noto fin dalle età più remote, quando il medico con una bacchettina che dichiarava sede del diavolo tirava fuori la malattia dal corpo del malato. Che il suo amato fosse prussiano turbava dunque per di più il cuore di Diotima con terrori di cui non sapeva farsi un’immagine precisa, sicché non era poi tanto ingiustificata se chiamava passione quello stato d’indeterminatezza, così diverso dalla semplice
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solidità della vita coniugale.
Le notti di Diotima erano insonni; in quelle notti ella fluttuava fra un grande industriale prussiano e un capodivisione austriaco. Nel dormiveglia, la splendida grandiosa vita di Arnheim le si svolgeva dinanzi trasumanata. Al fianco dell’uomo diletto ella volava in un cielo di nuovi onori, ma quel cielo aveva uno sgradevole colore blu di Prussia. Intanto nella notte nera il corpo giallo del capodivisione Tuzzi le riposava accanto. Lei lo sentiva soltanto, come un simbolo giallo-nero dell’antica cultura cacanica, anche se lui ne aveva poca. Dietro si alzava con la sua facciata barocca il palazzo del conte Leinsdorf, suo nobilissimo amico; e la vicinanza di Beethoven, di Mozart, di Haydn, del principe Eugenio aleggiava all’intorno come una nostalgia che
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ancor prima della fuga si strugge di ritornare. Diotima non poteva risolversi senz’altro a uscire da quel mondo, sebbene odiasse quasi il marito per questo. Nel suo bel corpo ampio l’anima vagava perplessa come in una grande plaga fiorita.
“Non devo essere ingiusta, – si diceva Diotima. – Funzionario e burocrate, egli non è più desto e largo e comprensivo, ma forse quand’era giovane ne avrebbe avuto la possibilità” Ricordava certe ore del periodo di fidanzamento, quantunque già allora Tuzzi non fosse più un giovanotto. “S’è conquistato la sua posizione e la sua personalità con lo zelo e la dedizione al dovere, – ella pensava bonariamente, – non ha il più lontano sospetto di averci rimesso la vita della sua personalità”
Dopo il proprio trionfo sociale ella era
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diventata più indulgente verso il marito, e perciò i suoi pensieri fecero ancora una concessione. “Nessuno è un uomo raziocinante e utilitario allo stato puro; ciascuno ha incominciato vivendo con un’anima viva, – ella rifletteva. – Ma la vita quotidiana lo insabbia, le passioni comuni gli passan sopra come un fuoco, e il mondo gelido produce in lui la freddezza in cui la sua anima langue” Forse era stata troppo modesta, e non gliel’aveva rimproverato severamente quando era ancora in tempo. Che cosa triste! Le sembrava che non avrebbe mai trovato il coraggio di trascinare Tuzzi nello scandalo di un divorzio: connaturato com’era con il suo impiego, egli ne sarebbe stato troppo sconvolto.
“Meglio l’adulterio, allora!” si disse una volta
improvvisamente.
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L’adulterio, ecco un pensiero che da qualche tempo le era già balenato.
È un concetto vano quello di compiere il proprio dovere nel posto che ci è assegnato; si sciupano forze enormi per nulla; il vero dovere è scegliere il proprio posto e piegare consapevolmente le circostanze. Anche se ella si condannava a rimanere accanto al marito, c’era tuttavia un’infelicità utile e una inutile, e lei aveva il dovere di risolversi. Vero è che Diotima finora non aveva saputo liberarsi da quel che di sgradevolmente cocottesco, di laidamente frivolo era attaccato a tutte le storie d’adulterio da lei conosciute. Non riesciva a immaginare se stessa in una simile situazione. Toccare la serratura d’un quartierino a ore equivaleva per lei a immergersi in un pantano. Salire con gonne fruscianti una scala ignota:
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c’era una certa posatezza nel suo corpo che vi si ribellava. I baci frettolosi contraddicevano alla sua natura come le parole d’amore fugacemente scambiate. Se mai preferiva le catastrofi. Estremi convegni, parole d’addio che morivano in gola, profondi conflitti fra il dovere d’amante e quello di madre s’addicevano assai meglio alla sua natura. Ma per via della parsimonia di suo marito non aveva bambini, e la tragedia doveva essere evitata. Così ella si risolse, una volta che fosse venuto il momento, per i modelli rinascimentali. Un amore che vive col pugnale nel cuore. Non ne aveva un’idea precisa, ma senza dubbio era una cosa diritta, con uno sfondo di colonne screpolate su cui s’inseguon le nuvole. Colpa e superamento del senso di colpa, voluttà redenta dal dolore vibrava in quel quadro e colmava Diotima di
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un’esaltazione e di un fervore senza pari.
“Dove una creatura trova le sue più alte possibilità e giunge al più ricco sviluppo delle sue forze, là deve stare a operare, – ella pensava, – perché ivi essa giova in pari tempo al massimo potenziamento del tutto!”
Ella guardava il marito, per quel che le tenebre permettevano. Come l’occhio non percepisce i raggi ultravioletti dello spettro, così quell’uomo d’intelletto non avrebbe saputo mai distinguere certe realtà dell’anima!
Il capodivisione Tuzzi respirava ignaro, tranquillo e cullato dal pensiero che durante le otto ore della sua meritata vacanza mentale non poteva accadere nulla di importante in Europa. Quella quiete non poteva mancare di far effetto anche su Diotima, e più di una volta ella considerò l’idea della rinunzia. Rinunzia!
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Distacco da Arnheim, grandi, sublimi parole di dolore, rassegnazione celestiale, addii beethoveniani: il vigoroso muscolo del suo cuore si dilatava a tali richieste. Rabbrividenti colloqui in un lucore autunnale, pervasi dalla malinconia di lontane montagne azzurre, popolavano l’avvenire. Ma rinunzia e talamo coniugale? Diotima scattava su dai guanciali, i suoi capelli neri s’aggrovigliavano come serpi. Adesso il sonno di Tuzzi non era più quello dell’innocenza ma quello del pitone che ha in corpo un coniglio. Ancora un poco, e Diotima posta davanti a questo nuovo problema avrebbe svegliato il marito per gettargli in faccia che doveva abbandonarlo, doveva e voleva! Di fronte a un simile dilemma sarebbe stato comprensibile che ella si rifugiasse in una scena d’isterismo; ma il suo corpo era troppo
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sano, ella sentiva che esso, infine, alla vicinanza di Tuzzi non reagiva con estremo orrore. Dinanzi a questa assenza di orrore ella provava un asciutto sgomento. Le lacrime tentavano invano di scorrerle sulle guance, ma, strano a dirsi, proprio quand’era in quello stato il pensiero di Ulrich le era di un certo conforto. In quel periodo ella non pensava sovente a lui, ma le sue bizzarre asserzioni che bisognava abolire la realtà e che Arnheim la sopravvalutava avevano un’eco incomprensibile e fluttuante a cui Diotima allora non aveva prestato orecchio, ma che ora in queste notti tornava a farsi udire.
“Questo vuol dire semplicemente che non bisogna darsi troppo pensiero di quel che accadrà, – si diceva Diotima con irritazione, – è la cosa più comune del mondo!” E mentre
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traduceva quell’idea in modo così inesatto e semplicistico sapeva di non capirla bene, e proprio per questo essa era tranquillamente come un sonnifero che paralizzava la sua disperazione insieme alla sua consapevolezza. Il tempo guizzava via come una saetta nera, ella si sentiva consolata dall’idea che in qualche modo anche la sua capacità di disperarsi molto a lungo poteva esser giudicata degna di lode, ma più chiaro non riusciva a vedere.
Di notte i pensieri scorrevano ora allo scoperto ora attraverso il sonno, come le acque del Carso, e quando dopo un poco venivan di nuovo alla luce tranquilli, pareva a Diotima di aver soltanto sognato il tumultuoso spumeggiante di poc’anzi. Il piccolo fiume ribollente che fluiva sotto l’oscura catena
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montuosa non era la corrente placida a cui Diotima finiva per abbandonarsi. Collera, ribrezzo, coraggio, paura erano svaniti; simili sentimenti non dovevano esistere, non esistevano: delle battaglie dell’anima nessuno ha colpa! Anche Ulrich a questo punto era dimenticato. Ormai non esistevano più che i segreti supremi, l’eterno struggimento dell’anima. La loro moralità non risiede negli atti che si compiono; non sta nei moti coscienti né in quelli della passione. Anche le passioni sono soltanto un peu de bruit autour de notre âme. Si possono conquistare e perdere imperi ma l’anima non si muove, e si può non far nulla perché si compia il proprio destino, ma talvolta esso cresce dal profondo dell’essere, quieto e continuo come la musica delle sfere.
Diotima allora era desta come non mai, ma
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piena di fiducia. Quei pensieri, con il loro punto d’arrivo che l’occhio non vede, avevano la virtù di addormentarla in brevissimo tempo, anche dopo le ore più insonni. Come una visione vellutata ella sentiva il suo amore trapassare nel buio infinito al di là delle stelle, invisibile da lei, invisibile da Paul Arnheim, inaccessibile a qualsiasi progetto e intenzione. Aveva appena il tempo di afferrare il bicchiere di acqua e zucchero che teneva sul comodino per combattere l’insonnia, ma a cui ricorreva sempre in quell’ultimo momento, perché in quelli dell’agitazione se ne dimenticava. Quel leggero suono perlato dell’inghiottire si sgranava come un sussurrio di amanti dietro una parete accanto al sonno del marito che non sentiva niente; poi Diotima si riadagiava compunta sui guanciali e affondava nel silenzio
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e nell’incoscienza.
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95. Il Grande Scrittore, visto da tergo
È cosa fin troppo nota per parlarne: da quando i suoi invitati celebri avevano capito che la serietà
dell’impresa non imponeva loro grandi sforzi, si comportavano da esseri umani, e Diotima, che vedeva la sua casa piena di rumore e di intelligenza, era delusa. Poiché era un’anima nobile non conosceva la legge della prudenza secondo la quale l’uomo nella vita privata si comportava al contrario che nella sua professione. Non sapeva che gli uomini politici dopo essersi dati in assemblea dell’impostore e del ladro, al ristorante pranzano
amichevolmente l’uno accanto all’altro. Sapeva,
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ma non ci aveva mai trovato nulla da ridire, che i giudici, dopo aver inflitto a un disgraziato una grave condanna, finito il dibattimento gli stringono compassionevolmente la mano. Che le ballerine oltre al loro mestiere equivoco conducessero sovente una vita di madre irreprensibile l’aveva sentito raccontare e lo trovava addirittura commovente. Le sembrava anche molto bello e simbolico che i principi di tanto in tanto deponessero la corona per non essere che uomini come gli altri. Ma quando s’avvide che anche i principi dello spirito vanno a spasso in incognito, quella doppia esistenza le parve molto strana. Di che passione si tratta, e qual è la legge che governa questa tendenza generale e fa sì che l’uomo, fuori d’ufficio, non vuol far sapere nulla dell’uomo ch’egli è nell’esercizio della professione? Finito il lavoro,
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quand’è di buon umore, è come uno studio ben rassettato, con gli oggetti di cancelleria rinchiusi nei cassetti e le seggiole allineate. Sono due uomini diversi e non si sa se riprendono la loro vera personalità al mattino o alla sera.
Per quanto lusingata che l’idolo dell’anima sua piacesse a tutti gli uomini ch’ella aveva raccolto intorno a sé e fosse in relazioni particolarmente vivaci coi giovani, qualche volta la scoraggiava vederlo preso in quell’ingranaggio e le sembrava che un principe dello spirito non dovesse darsi tanta premura di bazzicare con la comune nobiltà intellettuale, né prestarsi agli instabili mercanteggiamenti del pensiero.
Ma Arnheim non era un principe dello spirito, era un Grande Scrittore.
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Il Grande Scrittore è il successore del principe dello spirito e corrispondente nel mondo spirituale alla sostituzione del principe del sangue col principe delle finanze, avvenuta nel mondo politico. Come il principe dello spirito appartiene al tempo dei principi, il Grande Scrittore appartiene al tempo dei grandi spettacoli, dei grandi incontri di lotta e dei grandi magazzini. È una forma speciale della combinazione dello spirito con le grandi cose. Il meno che si possa pretendere da un Grande Scrittore è ch’egli possegga l’automobile. Deve viaggiare molto, esser ricevuto da ministri, tenere conferenze; dare ai capi dell’opinione pubblica l’impressione che egli rappresenti una forza della coscienza di cui bisogna tener conto; egli è il chargé d’affaires dello spirito della nazione quando occorre dar
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prove di umanità all’estero; quando è in patria riceve ospiti in vista, e oltre a tutto ciò deve pensare al suo mestiere, che deve esercitare con la scioltezza di un artista da circo senza mai rivelare lo sforzo. Il Grande Scrittore infatti non è semplicemente uno scrittore che guadagna molto denaro. Il best seller dell’anno o del mese non c’è affatto bisogno che l’abbia scritto lui, basta che egli non abbia nulla da obiettare a quel sistema di valutazione. Perché egli fa parte di tutte le giurie, firma tutti gli appelli, scrive tutte le prefazioni, tiene tutti i discorsi commemorativi, esprime la sua opinione su tutti gli avvenimenti importanti ed è chiamato dappertutto dove bisogna mostrare il grado di progresso raggiunto. Infatti il Grande Scrittore in tutte le sue attività non rappresenta mai tutto il paese, ma solo la parte
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progredita di esso, un’eletta che è già quasi in maggioranza, e questo lo fa vivere in una costante tensione spirituale. Naturalmente è la vita nella sua forma attuale che porta alla grande industria dello spirito, così come inversamente spinge l’industria alla spiritualità, alla politica, al dominio della coscienza pubblica; i due fenomeni s’incontrano a mezza strada. Perciò la parte di Grande Scrittore non rimanda a una precisa persona, ma è un pezzo dello scacchiere sociale con una regola di gioco e un impegno che il tempo ha elaborato. I contemporanei solleciti del bene pubblico sono dell’opinione che non giova loro molto che il tale o il talaltro abbia ingegno (ce n’è tanto che un po’ di più o un po’ di meno poco importa, ad ogni modo ciascuno crede di averne abbastanza per sé) ma che
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bisogna combattere il non-ingegno, per cui è necessario che l’ingegno sia mostrato, veduto, reso operante; e poiché un Grande Scrittore è più adatto a questo che uno scrittore anche più grande ma che forse non molti posson capire, essi concorrono con tutte le forze a che la grandezza diventi sempre più grande.
A intenderla così, non si poteva far grave carico ad Arnheim di essere una delle prime incarnazioni, provvisorie sebbene già molto perfette, di questo stato di cose, ma per riuscirvi ci voleva pur sempre una certa disposizione. Quasi tutti gli scrittori infatti vorrebbero essere un Grande Scrittore, se potessero, ma accade loro come alle montagne: fra Graz e Sankt Pölten ce ne sono tante che potrebbero somigliare al Monte Rosa, il guaio è che son troppo basse. La condizione più
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indispensabile per diventare un Grande Scrittore rimane dunque pur sempre quella di scrivere libri od opere teatrali che si adattino a gente alta e bassa. Bisogna operare prima di poter operare il bene; questa massima è il fondamento d’ogni esistenza di grande Scrittore. Ed è un principio curioso, rivolto contro le tentazioni della solitudine, addirittura il principio goethiano dell’agire: che occorre soltanto muoversi nel mondo amico, e tutto il resto vien poi da sé.
Poiché quando uno scrittore incomincia a operare, avviene nella sua vita un mutamento significativo. Il suo editore cessa di accorgersi che un commerciante che si fa editore è un tragico idealista, giacché potrebbe guadagnare ben altrimenti vendendo stoffe o carta non sciupata. La critica scopre in lui un oggetto
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degno della propria attività, perché i critici molto spesso non sono gente maligna ma, grazie alle circostanze sfavorevoli, sono lirici mancati che devono attaccarsi a qualcosa per potersi espandere; sono lirici guerreschi o amorosi, secondo il reddito interiore che devono investire vantaggiosamente, ed è comprensibile che scelgano a tal scopo il libro di un Grande Scrittore piuttosto che quello di uno scrittore qualunque. Ognuno però ha una capacità di lavoro limitata, i cui migliori frutti si ripartiscono facilmente fra le nuove pubblicazioni che sgorgano annualmente dalle penne dei Grandi Scrittori, e così queste divengono le Casse di risparmio della prosperità spirituale della nazione, poiché ciascuna di esse trae con sé interpretazioni critiche che non sono davvero semplici
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commenti, ma piuttosto vere e proprie interpolazioni, mentre per tutto il resto rimane ben poco posto. La cosa s’accresce a dismisura per opera dei saggisti, biografi e storici spicciativi che soddisfano i loro bisogni sul grand’uomo. Parlando con rispetto, i cani per i loro scopi assai volgari preferiscono un cantone frequentato a una roccia solitaria; e dunque come potrebbero gli uomini che hanno l’aspirazione più nobile di tramandare il loro nome ai posteri scegliere una rupe manifestamente deserta? Prima di accorgersene il Grande Scrittore non è più un essere indipendente ma una simbiosi, il risultato di una collaborazione nazionale nel senso più delicato, e sperimenta la più bella assicurazione che possa dare la vita, che il suo successo è strettamente intrecciato al successo
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di infiniti altri uomini.
E probabilmente è questo il motivo per cui spesso una qualità caratteristica dei Grandi Scrittori è una squisita abilità di comportarsi bene. Ai mezzi bellicosi essi ricorrono soltanto quando sentono minacciata la loro reputazione letteraria; in tutti gli altri casi il loro contegno si distingue per bonarietà ed equilibrio. Sono estremamente tolleranti verso le insulsaggini che vengon dette a loro lode. Non si abbassano facilmente a discutere gli altri autori; ma quando lo fanno, difficilmente elogiano una fama stabilita, preferiscono invece incoraggiare uno dei talenti innocui che son fatti per il quarantanove per cento di ingegno e per il cinquantun per cento di mancanza d’ingegno, e grazie a tale proporzione son così adatti per tutti i posti dove occorre un tipo in gamba ma
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una vera forza potrebbe dare fastidio, che prima o poi ciascuno di loro arriva a un posto influente nel mondo letterario.
Ma adesso questa descrizione non è andata al di là di quello che è caratteristico del Grande Scrittore soltanto? Un saggio proverbio dice che dove ci sono colombe accorrono colombe, ed è difficile immaginare che movimento c’è oggi intorno a uno scrittore comune, ben prima che sia diventato Grande Scrittore, quando è soltanto recensore di libri, redattore di supplementi letterari, consulente della radio, manipolatore di film o direttore di una rivistucola letteraria; parecchi di loro somigliano a quegli asinelli o porcellini di gomma che hanno un buco di dietro per riempirli d’aria. Non dobbiamo riconoscenza ai Grandi Scrittori quando li vediamo soppesare
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con cura simili circostanze e sforzarsi di trarne l’immagine di un popolo valente che onora i suoi Grandi? Essi, con la loro partecipazione, nobilitano la vita com’è.
Si provi a figurarsi l’opposto, un uomo di lettere che non fa nulla di tutto questo. Dovrebbe rifiutare inviti cordiali, respingere persone, valutare le lodi come un giudice e non come un giudicato, storcere certi naturali dati di fatto, trattare come sospette grandi possibilità d’azione, solo perché sono grandi, e come corrispettivo non avrebbe null’altro da offrire che certi suoi processi mentali difficilmente esprimibili e difficilmente valutabili e la sua produzione di scrittore, di cui un secolo che conta già un certo numero di Grandi Scrittori non sa davvero che farsi! Un uomo siffatto non starebbe al di fuori della
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comunità e non dovrebbe sottrarsi alla realtà, con tutte le conseguenze del caso?
Tale, ad ogni modo, era l’opinione di Arnheim.
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96. Il Grande Scrittore, visto da davanti
A vera difficoltà nell’esistenza d’un Grande Scrittore sorge per il fatto che nella vita spirituale si agisce,
sì, da affaristi, ma per antica tradizione si parla da idealisti, e questo miscuglio appunto di affarismo e di idealismo aveva una parte decisiva negli sforzi vitali di Arnheim.
Simili associazioni anacronistiche se ne vedono oggi dappertutto. Mentre i morti, per esempio, son già trasportati al cimitero a passo di benzina, non si rinunzia ancora a collocare sul furgone d’un bel cadavere motorizzato un elmo a due spade in croce, e lo stesso accade in
tutti i campi; l’evoluzione umana è un corteo
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che si snoda lentamente e così come due generazioni fa le lettere d’affari si adornavano ancora di fiorellini retorici, oggi tutti i rapporti, dall’amore fino alla logica pura, si potrebbero esprimere almeno altrettanto bene nel linguaggio di domanda e offerta, copertura e sconto, come in termini psicologici o religiosi; eppure non lo si fa, per il motivo che il nuovo linguaggio è ancora troppo indeterminato. Il finanziatore ambizioso è oggi in una situazione difficile. Se vuol essere alla pari con le forze più antiche, deve legare la sua attività a grandi idee; oggi però non vi sono più grandi pensieri a cui credere senza obiezioni, perché questa scettica epoca attuale non crede né in Dio né nell’umanità, né nei troni né nella morale, oppure crede in tutto quanto insieme, il che è lo stesso. Sicché il commerciante, non volendo
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fare a meno di grandezza come non vuol privarsi di una bussola, dovrebbe ricorrere all’artificio democratico di sostituire il non misurabile effetto della grandezza con la misurabile grandezza dell’effetto. Grande è solamente quello che è ritenuto grande; questo però vuol dire che in fin dei conti è grande anche ciò che una pubblicità efficiente proclama tale; non è dato a tutti trangugiare senza incomodi questo intimo nocciolo dei tempi, e Arnheim aveva compiuto molti esperimenti sul modo di farlo.
Un uomo colto, per esempio, può pensare al rapporto fra scienza e Chiesa nel Medioevo. A quei tempi il filosofo doveva andar d’accordo con la Chiesa se voleva aver seguito e influire sul pensiero dei contemporanei, e un facile ateismo potrebbe perciò opinare che questi
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vincoli abbiano impedito la sua ascesa verso l’alto; ma invece succedeva il contrario. Secondo l’opinione degli esperti ne ha avuto origine soltanto un’incomparabile bellezza gotica del pensiero; e se si è potuto avere tale riguardo per la Chiesa senza fare alcun danno al pensiero, perché non lo si dovrebbe avere anche per la pubblicità? Chi vuole operare non può operare anche a tale condizione? Arnheim era persuaso che è un segno di grandezza non criticare troppo i propri tempi. Il miglior cavaliere col miglior cavallo, se non se la intende con lui, salta un ostacolo con assai maggiori difficoltà che un cavaliere affiatato col suo ronzino.
Un altro esempio: Goethe! Egli era un genio di cui il mondo forse non vedrà più l’uguale, ma era anche il figlio nobilitato di una famiglia
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di commercianti tedeschi e, così come lo vedeva Arnheim, il primo dei Grandi Scrittori che quella nazione ha prodotto. Arnheim in molte cose lo prendeva a modello. Gli piaceva però raccontare come Goethe avesse piantato in asso il povero Johann Gottlieb Fichte, con tutta la simpatia che provava segretamente per lui, quando questi, professore di filosofia a Jena, patì una punizione disciplinare per essersi espresso “con grandezza ma forse non troppo opportunamente” su Dio e sulle cose divine ed essersi difeso “appassionatamente” invece di trarsi d’impaccio “con estrema moderazione” come osserva nelle sue memorie il poeta- maestro che sa il viver civile.
Arnheim non soltanto si sarebbe comportato precisamente come Goethe ma richiamandosi a lui avrebbe cercato di
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convincere il mondo che era un agire goethiano e di grande portata. Difficilmente si sarebbe appagato della verità che, per quanto possa sembrare strano, desta realmente maggior simpatia la cattiva azione di un grande uomo che la buona azione di un uomo meno grande, ma sarebbe addirittura passato a spiegare come la lotta incondizionata per la propria convinzione non porti frutto e sia un procedere senza profondità e ironia storica; in quanto a quest’ultima l’avrebbe anche chiamata ironia goethiana, cioè l’ironia del piegarsi rigorosamente alle circostanze, con l’umorismo attivo a cui la distanza del tempo dà ragione. Se si pensa che oggi, dopo sole due generazioni, il torto fatto all’ottimo, probo e un po’ esagerato Fichte è diventato da un pezzo una faccenda privata che non aggiunge niente all’importanza
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di lui, mentre l’importanza di Goethe, sebbene egli abbia agito male, alla lunga non ci ha rimesso nulla di essenziale, bisogna ammettere che la saggezza del tempo coincideva realmente con la saggezza di Arnheim.
Un terzo esempio – Arnheim era sempre circondato di buoni esempi che in pari tempo rivela il senso profondo dei due primi: Napoleone. Nei Reisebilder Heine lo descrive in modo così aderente ai concetti di Arnheim, che il meglio è riferire le sue stesse parole, che il prussiano sapeva a memoria. “A una mente così, – dice Heine parlando di Napoleone, ma avrebbe potuto benissimo intendere anche Goethe, la cui natura diplomatica egli sempre difese con l’acutezza dell’ammiratore che segretamente si riconosce in disaccordo con l’oggetto della sua ammirazione, – a una mente
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così fa allusione Kant quando dice che possiamo immaginare un’intelligenza che non somigli alla nostra ma sia invece intuitiva. Ciò che noi riconosciamo grazie a lenti ragionamenti analitici e lunghe deduzioni, quello spirito l’afferrava nel momento stesso e lo comprendeva profondamente. Di qui il suo talento di capire il tempo presente, di lusingarne lo spirito, di non offenderlo mai e di servirsene sempre. Ma poiché questo spirito del tempo non è soltanto rivoluzionario ma è formato dalla confluenza di entrambe le concezioni, rivoluzionaria e controrivoluzionaria, così Napoleone non agiva mai in modo del tutto rivoluzionario né controrivoluzionario, bensì costantemente nel senso delle due concezioni, dei due principî, delle due tendenze che si combinavano in lui, e
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quindi sempre con naturalezza, semplicità, nobiltà, mai aspro e nervoso, sempre benigno e tranquillo. Perciò non menò mai intrighi isolati e i suoi colpi provennero sempre dalla sua arte di capire e giudicare le masse. All’intrigo lento e complicato tendono soltanto le piccole intelligenze analitiche; gli spiriti intuitivi, sintetici invece sanno sempre coordinare in modo meravigliosamente geniale i mezzi che il presente offre loro, così da poterli rapidamente utilizzare per il proprio scopo”
Forse Heine non l’intendeva proprio come il suo ammiratore Arnheim, ma questi si riconosceva addirittura nelle sue parole.
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97. Forze e incombenze segrete di Clarisse
CLARISSE nella sua stanza; Walter non si sa dove sia; ella è in vestaglia e ha in mano una mela.
Vestaglia e mela sono le due fonti da cui un ignorato sottile rivolo di realtà irriga la sua coscienza. Perché Moosbrugger le sembra musicale? Non lo sa. Forse tutti gli assassini sono musicali. Ella è cosciente di aver scritto una lettera a Sua Signoria il conte Leinsdorf a quel proposito; ne ricorda anche suppergiù il contenuto, ma le rimane inaccessibile.
Ma l’uomo senza qualità non aveva
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sensibilità per la musica?
Poiché non le veniva in mente una risposta persuasiva, abbandonò quel pensiero e andò avanti.
Dopo un poco però fece questo ragionamento: Ulrich è l’uomo senza qualità. Un uomo senza qualità non può nemmeno essere musicale. Ma allora non può neanche non esserlo?
Continuò a seguire il corso dei suoi pensieri.
Egli le aveva detto: – Tu sei fanciullesca ed eroica!
Ripeté: – Fanciullesca ed eroica! Il calore le salì alle guance. Ciò le imponeva un dovere che ella non intendeva chiaramente.
I suoi pensieri premevano verso due direzioni, come in una zuffa. Ella si sentiva
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attratta e respinta ma non sapeva dove e di dove; infine un blando senso di tenerezza che, chi sa come, ne era il residuo, la spinse in cerca di Walter. S’alzò e posò la mela.
Le dispiaceva tormentare sempre Walter. Aveva solo quindici anni quando s’era accorta per la prima volta che era capace di tormentarlo. Le bastava affermare recisamente che qualcosa non era così come diceva lui, ed egli sussultava anche se aveva perfettamente ragione. Clarisse sapeva che Walter aveva paura di lei. Egli temeva che potesse diventar pazza. Una volta gli era scappato detto, poi s’era subito ritrattato ma lei ormai sapeva che lui ci pensava. Le sembrava una cosa bellissima. Nietzsche ha detto: “Esiste un pessimismo della forza? Un’inclinazione intellettuale verso ciò che è duro,
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raccapricciante, cattivo? Una profondità della tendenza antimorale? Un’attrazione verso l’orribile come nemico degno?” Tali parole quando le pensava, le suscitavano in bocca un’eccitazione sensuale che era dolce e forte come latte e le impediva di trangugiare.
Pensava al bambino che Walter voleva da lei. Anche del bambino Walter aveva paura. Cosa comprensibile, se credeva che lei un giorno o l’altro potesse impazzire. Le dava un gran senso di tenerezza per lui, però vi si rifiutava ostinatamente. Aveva dimenticato che voleva cercare Walter. Nel suo corpo stava succedendo qualcosa. Le mammelle si colmavano, attraverso le vene un flusso di sangue più denso le percorreva le membra, sentiva una pressione indefinita contro la vescica e gli intestini. L’interno del suo corpo
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sottile si fece a volta a volta profondo, sensibile, vivo, misterioso; un bimbo sorridente e luminoso era fra le sue braccia; giù dalle spalle le fluiva fino a terra il manto d’oro della Madonna, e i fedeli cantavano. Da lei, dalle sue viscere era nato il signore del mondo!
Ma appena fu avvenuto, il suo corpo si rinserrò di scatto sull’immagine dischiusa, come il legno scagli via da sé un cuneo d’acciaio; era di nuovo sottile, raccolta, piena di ribrezzo e di una crudele allegria. Non voleva render le cose così facili a Walter. “Voglio che la tua vittoria e la tua libertà anelino a un bimbo!
- ella si ripromise. – Devi costruire monumenti vivi che eccedono la tua persona. Ma intanto devi essere costruito tu stesso, anima e corpo!” Clarisse sorrise; era il suo sorriso che lingueggiava sottile come un fuoco coperto da
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una grossa pietra.
Poi si sovvenne che anche suo padre aveva paura di Walter. Ritornò indietro anni e anni. Ci era avvezza; Walter e lei s’interrogavano sovente: ti ricordi? e allora il passato illuminava da lungi di luce magica il presente. Era una cosa bella di cui essi si compiacevano. Forse era come aver camminato a lungo senza voglia e voltarsi: e allora tutto il vuoto percorso, tramutato a un tratto in lontana prospettiva, è lì disteso bello e appagante; ma loro non l’intendevano così, anzi pigliavano molto sul serio i loro ricordi. Perciò le pareva molto interessante e complicato che suo padre, per lei allora un potentissimo personaggio, avesse paura di Walter, che gli aveva portato in casa il soffio dei tempi nuovi, mentre Walter tremava davanti a lei. Era un’impressione simile a
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quella che provava quando, cingendo con un braccio la spalla della sua amica Lucy Pachhofen, diceva “papà” e intanto sapeva che papà era innamorato di Lucy; perché tutto questo accadeva nello stesso periodo.
Di nuovo Clarisse si sentì il volto in fiamme. Sentì il vivo bisogno di ricostruire quello strano lamento, quel gemito incomprensibile di cui aveva parlato all’amico. Prese uno specchio e cercò di ritrovare la faccia con le labbra angosciosamente serrate che doveva avere quella sera, quando il padre s’era avvicinato al suo letto. Non riuscì a riprodurre il suono che la tentazione le aveva sprigionato dal petto. Pensò che quel suono doveva essere ancora nel suo seno proprio come allora. Era un suono senza delicatezza e senza riserbo: ma non era mai più salito alla superficie. Mise via lo
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specchio e si guardò intorno, confermandosi con occhi vaganti nella coscienza di essere sola. Poi tastando con le dita attraverso la veste cercò quel certo neo di velluto nero. Eccolo, dove terminava la coscia, mezzo nascosto nella piega inguinale e sul margine dei peli che lì già si diradavano irregolari; vi posò sopra la mano, scacciò tutti i pensieri e spiò il turbamento che doveva venire. Lo sentì subito. Non era il molle fluire della voluttà, anzi il braccio le si irrigidì, si fece duro come un braccio d’un uomo; le sembrava che se l’avesse alzato come doveva avrebbe potuto abbattere qualunque cosa! Quel punto del suo corpo ella lo chiamava “L’occhio del diavolo” Davanti ad esso suo padre era indietreggiato. L’occhio del diavolo aveva uno sguardo che passava attraverso i vestiti; quello sguardo “fissava” gli uomini, li attirava
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magicamente ma non permetteva loro di muoversi finché Clarisse non lo voleva. Clarisse pensava talvolta le parole fra virgolette, messe in evidenza, come nello scrivere sottolineava talvolta certe parole con spessi tratti di penna; le parole così spiccanti avevano allora un significato più teso, teso come il suo braccio; chi ha mai pensato che con l’occhio si possa davvero afferrare qualcosa? Ma lei era la prima creatura umana che teneva in mano quella parola come un sasso che si può scagliare contro una mira. Era una parte della forza di lancio del suo braccio. E tutto questo le fece dimenticare il gemito che voleva ripetere; pensò invece alla sorella minore, Marion. Quando Marion aveva quattro anni bisognava legarle le mani di notte, altrimenti le passeggiava ignara sotto la coperta come due orsacchiotti su un
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alveare, per la sola gioia di una sensazione piacevole. E più tardi lei, Clarisse, una volta aveva dovuto strappare Walter da Marion. La sensualità circolava nella sua famiglia come il vino tra i vignaiuoli. Era un destino. Ella ne era oppressa. Ma tuttavia i suoi pensieri si perdevano ora nel passato, la tensione del braccio si sciolse in un gesto naturale e la mano le posò in grembo dimenticata. A quel tempo dava ancora del lei a Walter. In fondo gli doveva moltissimo. Lui aveva recato la novella che c’erano uomini nuovi i quali amavano soltanto i mobili freddi e chiari e appendevano alle pareti delle loro stanze quadri che rappresentavano la verità. Le faceva lettura: Peter Altenberg, brevi storie di fanciulline che lanciano anelli su aiuole di tulipani impazziti d’amore e hanno occhi innocenti, dolce-chiari
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come i marrons-glâces; e da quel momento Clarisse seppe che le sue gambe snelle, in apparenza ancora così infantili, valevano quanto uno Scherzo di “non so più chi”
Erano un gruppo numeroso quell’estate in campagna, parecchie famiglie di conoscenti che avevano preso in affitto ville in riva a un lago, e le camere da letto rigurgitavano di ospiti d’ambo i sessi. Clarisse dormiva con Marion e qualche volta alle undici di sera, reduce da una passeggiata clandestina al chiaro di luna, veniva in camera loro a fare due chiacchiere il dottor Meingast, che adesso stava in Svizzera ed era celebre, e allora era l’organizzatore dei divertimenti e l’idolo di tutte le madri. Quanti anni aveva allora Clarisse? Quindici o sedici, o fra i quattordici e i quindici, la volta che Meingast portò seco il suo allievo Georg
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Gröschi che era poco più vecchio di Marion e Clarisse? E il dottor Meingast quella sera era distratto, tenne appena un breve discorso sui raggi lunari, i genitori che dormono inconsapevoli e le persone nuove, scomparve improvvisamente e parve esser venuto soltanto per lasciar lì con le ragazze il tarchiato piccolo Georg, che era il suo ammiratore. Georg non parlava, forse era intimidito, e le due ragazze, che fino allora avevano risposto a Meingast, tacevano anch’esse. Ma Georg doveva aver stretto le labbra al buio, e s’era avvicinato al letto di Marion. Nella camera entrava un po’ di luce dall’esterno, ma negli angoli dov’erano i letti torreggiavano impenetrabili masse d’ombra, e Clarisse non poteva vedere quel che succedeva; le pareva soltanto di intravedere Georg in piedi accanto al letto col viso chino
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verso Marion, ma lui volgeva la schiena a Clarisse, e Marion non mandava alcun suono, come se non fosse nella stanza. Questo durò molto a lungo. Finalmente, mentre Marion rimaneva muta come prima, Georg si strappò dall’ombra come un assassino, per un istante apparvero nel centro della stanza il suo braccio e il suo fianco illuminati pallidamente dal chiaro di luna, poi egli venne al letto di Clarisse che si era buttata giù in fretta tirandosi la coperta fino al mento. Ella sapeva che si sarebbe ripetuta la cosa segreta accaduta a Marion, ed era irrigidita nell’attesa, mentre Georg stava muto accanto al suo letto e, sembrava a lei, stringeva forte le mascelle, sinistramente. Infine la sua mano giunse come un serpente e percorse Clarisse. Che altro egli facesse non le fu ben chiaro; pareva
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incomprensibile, e il poco che percepiva dei movimenti di lui nonostante la propria agitazione, non sapeva come interpretarlo. Non provava nessun piacere, quello venne più tardi, per il momento c’era in lei soltanto un’agitazione e uno spavento senza nome; rimaneva ferma come una pietra che vibra in un ponte su cui passa con infinita lentezza un carro pesante, non poteva dir nulla e non s’opponeva in alcun modo. Poi Georg la lasciò, scomparve senza dir nulla, e nessuna delle due sorelle sapeva con certezza se all’altra fosse accaduto lo stesso come a lei; non si eran chiamate vicendevolmente in aiuto né invitate alla compartecipazione, e passarono anni prima che scambiassero parola sull’accaduto.
Clarisse aveva ritrovato la sua mela, la morse e ne rosicchiò piccoli pezzi. Georg non si
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era mai tradito né aveva mai confessato il fatto, solo nei primissimi tempi faceva certi occhi durissimi e significativi; oggi era un giurista promettente ed elegante e Marion era maritata. Col dottor Meingast invece v’era stato dell’altro; recatosi all’estero aveva smesso il suo atteggiamento cinico, era diventato quello che fuori delle università si suol chiamare un filosofo famoso, aveva sempre intorno una schiera di allievi e di allieve, e poco tempo prima aveva scritto una lettera a Clarisse e a Walter per annunziare il suo prossimo ritorno in patria, dove intendeva lavorare per qualche tempo senza essere disturbato dai suoi seguaci; aveva anche chiesto se potevano accoglierlo in casa loro, poiché aveva sentito dire che vivevano “sul limitare fra natura e metropoli” E forse era questa l’origine dei vagabondaggi che i
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pensieri di Clarisse compievano quel giorno. “Oh Dio, che tempi strani eran quelli!” ella pensò. Ed ecco, ora ricordava: era l’estate prima dell’estate con Lucy. Meingast allora la baciava quando gli piaceva. – Lei permette che la baci? – diceva gentilmente prima di farlo, e baciava anche tutte le sue amiche; e Clarisse ne ricordava anche una di cui ella non aveva più potuto guardare la sottana senza pensare agli occhi bassi di una madonnina infilzata. Gliel’aveva raccontato Meingast stesso, e Clarisse – aveva solo quindici anni allora! diceva all’adulto dottor Meingast, quand’egli le raccontava le sue avventure con le amiche di lei: – Lei è un porco! – Provava un gusto come a usare stivali e speroni nel pronunciare quella frase volgare e nell’ingiuriarlo; ma tuttavia aveva paura che non avrebbe saputo resistere
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neanch’essa, e quando lui le chiedeva un bacio non sapeva rifiutare temendo di essere giudicata sciocca.
Ma quando Walter la baciò per la prima volta, disse molto seria: – Ho promesso alla mamma di non fare mai una cosa simile – Questa appunto era la differenza: Walter faceva discorsi belli come il Vangelo, e parlava molto, arte e filosofia lo cingevano come un gran serto di nuvole intorno alla luna. Le faceva lettura. Ma soprattutto s’accontentava di guardarla sempre, lei sola fra tutte le sue amiche, tale era in principio la loro relazione, ed era proprio così come quando la luna ti contempla, tu giungi le mani. E in realtà passarono poi anche alle strette di mano, lunghe pressioni, senza parole adesso, in cui era una singolare forza vincolatrice. Clarisse si sentiva purificata in
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tutto il corpo dalla sua mano; se egli gliela porgeva talvolta distrattamente, con distacco, ne era desolata.
- Tu non sai che cos’è per me! – gli diceva. Allora si davano già segretamente del tu. Lui le aveva fatto amare le montagne e gli insetti, mentre finora ella vedeva nella natura soltanto un paesaggio che papà o uno dei suoi colleghi dipingeva e vendeva. Improvvisamente s’era destato in lei il senso critico verso la famiglia, si sentiva nuova e diversa. Ora Clarisse ricordava anche chiaramente il paragone musicale: “Le sue gambe, signorina Clarisse, hanno maggior rapporto con l’arte vera che tutti i quadri dipinti da suo padre!” C’era un pianoforte nella villa, ed essi suonavano a quattro mani. Clarisse studiava con lui; voleva superare le sue amiche e la sua famiglia; nessuno capiva
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come si potesse suonare il piano nelle belle giornate estive invece di fare il bagno o di remare, lei invece aveva legato a Walter tutte le sue speranze, si era proposta subito, già allora, di diventare “la sua donna”, di sposarlo, e quando lui la sgridava per una nota sbagliata, ribolliva tutta, ma prevaleva il piacere. E davvero Walter qualche volta la strapazzava, perché lo spirito non fa concessioni; ma soltanto al pianoforte. Al di fuori della musica succedeva ancora che Meingast la baciasse e una sera di luna in barca mentre Walter remava ella appoggiò spontaneamente il capo sul petto di Meingast che era seduto accanto a lei al timone. Meingast era di un’abilità inquietante in simili cose, ella non sapeva come sarebbe andata a finire; invece quando per la seconda volta Walter dopo la lezione di piano la
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prese per le spalle all’ultimo momento – mentre erano già sulla porta, e la coprì di baci, ella ebbe soltanto la sgradevolissima sensazione che le mancasse il respiro e gli sfuggì bruscamente; eppure era ben risoluta, qualunque cosa succedesse con l’altro, a non lasciar andare questo!
È strano come vanno queste cose; il fiato del dottor Meingast aveva un non so che in cui fondeva ogni resistenza, qualcosa come un’aria pura e leggera in cui ci si sente felici senza notarla; Walter invece, che, come Clarisse sapeva da un pezzo, soffriva di digestioni laboriose così come erano laboriose le sue decisioni, aveva anche nel respiro qualcosa di stagnante, a volte troppo caldo, a volte fetido e paralizzante. Questo misto di fisico e di morale aveva avuto fin da principio strani effetti, e
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Clarisse non se ne meravigliava perché nulla le pareva più naturale di quel che afferma Nietzsche, che il corpo di una creatura è la sua anima. Le sue gambe non avevano più genio che la sua testa, ne avevano lo stesso, erano genio; la sua mano toccata da Walter metteva immediatamente in moto una corrente di intenzioni e di assicurazioni che fluiva dal capo alle piante ma non portava parole con sé; e la sua giovinezza, una volta ridestata alla propria coscienza, si ribellava contro le convinzioni e altre assurdità dei suoi genitori con la semplice freschezza di un corpo gagliardo che disprezza tutti i sentimenti lontanamente relativi ai soffici letti nuziali e sontuosi tappeti persiani, cari all’austera generazione precedente. E perciò il corpo continuava a sostenere una parte che lei considerava in modo diverso dagli altri.
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Ma qui Clarisse intimò l’alt ai suoi ricordi; o meglio non fu proprio così, diciamo piuttosto che i ricordi a un tratto e senza urti la depositarono di nuovo nel presente. Giacché di tutto questo e di ciò che seguì ancora ella aveva voluto fare partecipe il suo amico senza qualità. Forse per il momento Meingast vi occupava ancora troppo spazio, perché dopo quell’estate agitata era scomparso, fuggito all’estero, era incominciata per lui quella prodigiosa metamorfosi che di un frivolo gaudente aveva fatto un illustre pensatore, dopo di che Clarisse l’aveva riveduto solo di sfuggita e senza che nessuno dei due ricordasse il passato. Ma ripensandoci ora per conto suo, le appariva chiara la propria parte in quella trasformazione. C’era stato ancora molto fra lui e lei nelle settimane prima della scomparsa;
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senza Walter e con la gelosa partecipazione di Walter, soppiantando Walter, punzecchiandolo e facendolo impennare, bufere spirituali, ore di frenesia come quelle che prima di una bufera metton fuori di sé l’uomo e la donna, e ore placate che si sono liberate della passione e come erba dei prati dopo la pioggia si stendono nell’aura pura dell’amicizia. Clarisse aveva dovuto subir molte cose, e non senza piacere, ma la bimba curiosa si ribellava poi a modo suo dicendo la propria opinione all’amico libertino, e poiché Meingast negli ultimi tempi prima d’andar via era diventato più serio e amichevole, quasi generoso e malinconico nella gara con Walter, ella era oggi fermamente persuasa di aver assorbito in sé tutto ciò che intorbidiva la natura di lui prima ch’egli se ne andasse in Svizzera, e di aver così agevolato la
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sua inattesa metamorfosi. In questa opinione era confermata da quel che era accaduto in seguito fra lei e Walter. Clarisse non poteva tener ben distinti quegli anni e mesi trascorsi da tanto tempo, ma infine era lo stesso se un certo episodio s’era svolto prima o dopo, in complesso dopo il riluttante avvicinamento a Walter c’era stato un periodo di esaltazione, con passeggiate e confessioni e prese di possesso spirituali, intramezzato al tempo stesso da quelle infinite piccole licenze, da quelle tormentose delizie a cui sono trascinati due amanti egualmente lontani dal temerario coraggio quanto dalla rigorosa purezza. Sembrava quasi che Meingast avesse lasciato loro i suoi peccati perché essi li rivivessero ancora una volta in un senso più alto e li esaurissero fino al significato supremo, ed
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entrambi così l’intendevano. E ora che Clarisse si curava così poco dell’amore di Walter da averne sovente ribrezzo, vedeva ancor più nettamente che l’inebriante sete d’amore che l’aveva così follemente travolta non poteva essere altro che un’incarnazione di qualcosa d’incorporeo, di un significato, di un dovere, di un destino, preparati lassù fra le stelle per gli eletti.
Non provava vergogna, piuttosto avrebbe voluto piangere confrontando l’allora e l’oggi; ma Clarisse non piangeva mai, stringeva le labbra e ne risultava qualcosa che somigliava a un sorriso. Le sue braccia baciate fino alle ascelle, le sue gambe vigilate dall’occhio del diavolo, il suo corpo flessibile che mille volte attorto dal delirio dell’amante tornava a sdipanarsi come una corda, conservavano la
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meravigliosa certezza che accompagna l’amore: di trattenere in tutti i gesti che si compiono un arcano prestigio.
Clarisse stava lì e le pareva di essere un’attrice nell’intervallo. Veramente non sapeva che cosa l’attendesse; ma era convinta che il dovere senza fine di tutti gli amanti è di conservarsi quello che si è stati l’uno per l’altro nei momenti supremi. E le sue braccia eran lì, le sue gambe eran lì, la sua testa poggiava sul tronco con una inquietante prontezza a percepire per prima il segno che non poteva mancare. È forse difficile capire quel che Clarisse intendeva, ma a lei non cagionava fatica. Ella ha scritto una lettera al conte Leinsdorf suggerendogli di istituire l’Annata di celebrazioni nietzschiane e chiedendogli la liberazione dell’assassino Moosbrugger e
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magari la sua esposizione al pubblico, in ricordo dei calvari di coloro che devono prendere su di sé le colpe sparse di tutti; ed ora sa anche perché l’ha fatto. Bisogna dire la prima parola. Probabilmente non s’è espressa bene, ma non fa niente; l’importante è che s’incominci, e che si smetta di tollerare e di lasciar fare. È storicamente dimostrato che il mondo di tanto in tanto – “di millennio in millennio” le risonava alla mente, come due campane che non si vedono benché siano vicine – ha bisogno di gente così, che non sa prestarsi all’opera e alla menzogna collettive, e suscita perciò scandalo e deplorazione. Fin qui la cosa era chiara.
Ed è anche chiaro che a chi suscita scandalo e deplorazione tocca sentire il peso del mondo. Clarisse sa che i grandi genî
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prodotti dall’umanità hanno dovuto quasi tutti soffrire, e non si stupisce che giornate e settimane della sua vita siano oppresse da un peso di piombo, come se vi calasse sopra un immane coperchio; ma dopo un poco passava; a tutti gli uomini succede così, e la Chiesa nella sua saggezza ha persino istituito periodi di lutto per limitarne la durata e impedire che secoli interi vengano sopraffatti dallo scoraggiamento e dall’indifferenza, come è già accaduto. Più difficili da fronteggiare nella vita di Clarisse sono certi altri momenti, troppo disimpegnati e senza reazione, in cui basta talvolta una parola per farla uscire dalle rotaie; allora è fuori di sé, non può dir dove; ma non è distratta, al contrario, si potrebbe dire piuttosto che è contratta, in uno spazio più profondo, posto – in un modo inconcepibile alla
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comune immaginazione – dentro lo spazio che il suo corpo occupa nel mondo; ma perché cercare parole per qualcosa che non è sulla strada delle parole, ella del resto dopo un po’ torna ad approdare tra la gente, soltanto con un baluginante solletico nel cervello come dopo aver fatto sangue dal naso. Clarisse capisce che son momenti pericolosi quelli ch’ella passa talvolta. Sono evidentemente preparazioni e prove. Del resto ella ha l’abitudine di pensare molte cose alla volta, così come si apre e si chiude un ventaglio e una stecca è mezza accanto mezza sotto all’altra, e se questo diventa troppo complicato è comprensibile che si provi il bisogno di sgattaiolar fuori di colpo; molta gente lo prova, soltanto non tutti ci riescono. Clarisse dunque sperimenta prove e premonizioni come altri si gloriano della loro
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memoria e del loro stomaco di ferro; dicono di poter mangiare anche il vetro. Clarisse però ha già ripetutamente dimostrato di saper prendere molte cose su di sé; ha provato il suo potere sul padre, su Meingast, su Georg Gröschi, e con Walter c’è ancora voluto qualche sforzo, le cose, benché spesso ingorgate, scorrono ancora; ma Clarisse da qualche tempo aveva l’intenzione di provar la sua forza sull’uomo senza qualità. Non avrebbe potuto dire precisamente da quando; dipendeva da quell’appellativo di cui Walter s’era indignato e che Ulrich aveva approvato; prima, questo doveva ammetterlo, negli anni precedenti, non gli aveva mai prestato seria attenzione, anche se erano buonissimi amici. Ma “uomo senza qualità” le ricordava per esempio le ore di pianoforte, cioè tutte le malinconie, i sussulti di gioia, gli scoppi
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di collera che si attraversano sonando il piano, senza che siano proprio autentiche passioni. Sentiva insomma un’affinità. Di lì era passata senz’ambagi alla convinzione che bisogna rifiutarsi di fare tutto ciò che non si fa con tutta l’anima e con ciò era entrata profondamente nella sconquassata realtà del suo matrimonio. Un uomo senza qualità non dice di no alla vita, dice “non ancora!” e si risparmia; questo l’aveva capito con tutto il corpo. Forse il senso dei tanti momenti in cui usciva da se stessa era che ella doveva diventare madre di Dio. Ricordò la visione avuta neanche un quarto d’ora prima. “Forse ogni madre può diventare madre di Dio, – pensò, – se non fa concessioni, non mente e non opera, ma esprime da sé in forma di figlio ciò che è più profondamente contenuto in lei!
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Con la premessa di non ottenere nulla per sé!” aggiunse malinconicamente. Quel pensiero infatti era ben lontano dal procurarle un puro piacere, anzi le dava la sensazione, divisa fra lo strazio e la beatitudine, di esser sacrificata per qualche cosa. Ma quantunque la sua visione fosse stata come l’apparire di un’immagine fra i rami di un albero, cinta da foglie che tremolano d’improvviso come fiammelle, e il subito richiudersi dei tronchi, il suo umore ne era rimasto durevolmente mutato. Per caso le fu donata l’istante dopo la scoperta, insignificante per qualunque altra persona, che la parola madre era contenuta nel modo popolare di chiamare un neo: “voglia di madre”; per lei fu così importante come se il suo destino fosse improvvisamente scritto nelle stelle. L’idea meravigliosa che la donna deve accogliere
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dentro di sé l’uomo tanto come madre che come amante la intenerì e la turbò. Non sapeva come quell’idea fosse sorta, ma certo liquefaceva le sue resistenze eppure le dava vigore.
Ma non aveva ancora piena fiducia nell’uomo senza qualità. Non sempre i pensieri di lui corrispondevano alle parole. Quando diceva che le sue idee non si potevano mettere in pratica o che non c’era per lui nulla da prendere sul serio, voleva soltanto occultarsi, ella lo capiva bene; si erano scoperti l’un l’altro col fiuto e si capivano a volo, mentre Walter stimava che Clarisse ogni tanto avesse accessi di pazzia! Eppure in Ulrich c’era qualcosa di perfidamente amaro, di diabolicamente attaccato al tran-tran del mondo. Bisognava liberarlo. Doveva tirarlo fuori. Ella aveva detto
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a Walter: uccidilo. Non significava gran che, non sapeva bene neanche lei che cosa avesse inteso dire; ma il senso era che bisognava far qualcosa per strapparselo via, e non indietreggiare davanti a nulla.
Doveva lottare con lui.
Rise, si soffregò il naso. Andò su e giù nel buio. Bisognava far qualcosa dell’Azione Parallela. Che cosa, però, ella non sapeva.
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98. Un paese che è stato rovinato da un nome sbagliato
IL treno del tempo è un treno che spinge davanti a sé le sue rotaie. Il fiume del tempo è un fiume che porta
con sé le sue rive. Chi viaggia si muove tra pareti solide su un pavimento solido; ma pavimento e pareti son messi insensibilmente in moto rapidissimo dai moti dei viaggiatori. Era una fortuna inestimabile per la pace mentale di Clarisse che questo pensiero non fosse ancora emerso fra gli altri.
Ma anche il conte Leinsdorf era protetto
contro di esso. Protetto dalla persuasione che
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la sua era una politica realistica.
I giorni passavano e formavano settimane. Le settimane non si arrestavano, anzi erano ghirlande. Succedeva continuamente qualcosa. E quando succedeva continuamente qualcosa si ha l’impressione di produrre qualcosa di reale. Così i saloni sfarzosi di palazzo Leinsdorf dovevano essere aperti al pubblico per una gran festa a favore di bambini tubercolotici, e l’avvenimento fu preceduto da ampi colloqui fra Sua Signoria e l’amministratore, durante i quali furono stabiliti i giorni in cui dovevano essere compiuti certi lavori. Nello stesso periodo la pubblica sicurezza organizzò una mostra del giubileo, alla cui inaugurazione intervenne tutta la società, e il capo della polizia aveva portato personalmente l’invito a Sua Signoria; e quando il conte Leinsdorf arrivò
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e gli fu fatta solenne accoglienza, il capo della polizia riconobbe il “segretario e aiutante onorario” al suo fianco che gli veniva ancora una volta superfluamente presentato; la qual cosa gli diede occasione di dimostrare la sua leggendaria memoria delle fisionomie, giacché aveva fama di conoscere personalmente un cittadino su dieci, o almeno di sapere i fatti suoi. Anche Diotima giunse in compagnia del consorte e gli intervenuti attesero un membro della Casa imperiale, a cui buona parte di essi venne presentata; e tutti dichiararono a una voce che la mostra era molto riuscita e interessante. Era costituita da un complesso di quadri appesi alle pareti e da oggetti appartenuti a grandi criminali, disposti in vetrine e scansie. Fra questi v’erano grimaldelli, strumenti per falsari, bottoni perduti che eran
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serviti all’identificazione, e il tragico armamento di noti assassini con le relative leggende, mentre i quadri sul muro, in contrasto con quell’arsenale terrificante, raffiguravano edificanti episodi della vita poliziesca. C’era il poliziotto buono che aiuta la vecchina ad attraversare la strada, il poliziotto compunto davanti al cadavere dell’annegato, il poliziotto valoroso che ferma il cavallo imbizzarrito, una “Allegoria della Pubblica Sicurezza quale Protettrice della città”, il bimbo smarrito fra i materni poliziotti del commissariato, la guardia che esce dalla casa incendiata con una fanciulla fra le braccia, e poi ancora altri quadri come “Pronto Soccorso”, “La scolta solitaria”, e le fotografie di vigili eroici risalendo fino all’anno di servizio 1869, le descrizioni delle loro carriere e poesie incorniciate celebranti
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l’opera del Corpo o di singoli funzionari. Il loro superiore supremo, il capo di quel Ministero che in Cacania portava il nome psicologico “per gli Affari Interni”, alluse nel suo discorso inaugurale a quelle figurazioni che mostravano lo spirito della polizia come qualcosa di veramente popolare, e definì l’ammirazione per quello spirito di assistenza e di rigore “una fontana di gioventù della morale”, in un tempo in cui l’arte e la vita inclinano ahimè troppo al vile culto della spensieratezza sensuale. Diotima, che stava a fianco del conte Leinsdorf, si sentì turbata nella sua aspirazione a promuovere l’arte moderna ed ebbe cura di guardare in aria con viso blando ma inflessibile, per far sentire a quell’elemento responsabile, che in Cacania c’erano cervelli fatti diversamente da quello di codesto
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ministro. E suo cugino, che durante il discorso la osservava da una certa distanza con i rispettosi pensieri d’un segretario onorario dell’Azione Parallela, sentì a un tratto fra la folla pigiata una mano cauta e leggera toccargli il braccio e riconobbe con sorpresa Bonadea che era venuta all’inaugurazione con l’alto magistrato suo marito, e aveva approfittato del momento in cui tutte le facce eran rivolte verso il ministro e l’arciduca a lui di fronte per avvicinarsi all’amico infedele. Questo attacco temerario era stato preceduto da lunghi progetti; dolente e ferita dall’abbandono dell’amante, in un momento in cui si sentiva sopraffatta dal malinconico bisogno di fissare la svolazzante bandiera del suo desiderio – sia detto per metafora – anche dal capo rimasto libero, nelle ultime settimane non aveva fatto
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altro che pensare al modo di riprenderselo. Egli la sfuggiva, e gli incontri strappati per forza la mettevano nella posizione svantaggiosa di chi chiede e pretende di fronte a colui che preferirebbe starsene solo e in pace; così s’era proposta di ottenere l’accesso ai circoli che Ulrich quotidianamente frequentava, e custodita entro quest’intenzione ve n’era una seconda; quella di sfruttare e le relazioni professionali di suo marito con Moosbrugger, e il desiderio del suo amico di alleviare in qualche modo la sorte di codesto ripugnante assassino per consolidare il legame nelle due direzioni. Perciò negli ultimi tempi aveva insistito parecchio col marito sulla partecipazione dei circoli influenti alle opere assistenziali in favore dei criminali pazzi, e quando seppe della mostra del corpo di polizia
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e della sua solenne inaugurazione, lo indusse a condurvela, perché l’istinto le diceva che quella era l’occasione lungamente aspettata in cui sarebbe stata presentata a Diotima.
Quando il ministro ebbe finito il discorso e il pubblico incominciò a girare, ella non si staccò dal fianco del suo sconcertato amante e si mise a osservare in sua compagnia gli spaventevoli arnesi coperti di sangue, sebbene ne avesse un orrore quasi insormontabile.
- Tu hai detto che tutto si può impedire, purché si voglia, – ella mormorò, ricordandogli così, come una brava bambina che vuol dimostrare la sua sollecitudine, la loro ultima conversazione su quell’argomento. Un poco dopo sorrise, si lasciò spingere dalla folla ancor più accosto a lui e approfittò del momento per
sussurrargli:
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- Una volta hai detto che ognuno, nelle circostanze adatte, è capace di qualunque debolezza! – Quell’insistenza nello stargli insieme mise Ulrich in grande imbarazzo, e siccome Bonadea, nonostante i ripetuti tentativi per deviarla, continuava a timoneggiare in direzione di Diotima, ed egli non poteva farle davanti a tutti severe rimostranze, capì che non gli restava altro che stringere fra le due signore quella conoscenza alla quale si era finora opposto. Erano già vicino a un gruppo di cui Diotima e Sua Signoria erano il centro, quando Bonadea esclamò ad alta voce davanti a una delle vetrine:
- Guardi, ecco il coltello di Moosbrugger! – Era lì infatti e Bonadea lo contemplò con entusiasmo come se avesse trovato in un
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cassetto il primo cotillon della nonna; allora il suo amico si decise rapidamente e con una scusa adatta chiese a sua cugina il permesso di presentarle una signora che lo desiderava e che egli conosceva come appassionata ammiratrice di tutte le aspirazioni buone, sincere e belle.
Non si poteva dire, dunque, che l’altalena dei giorni e delle settimane fosse povera di avvenimenti, e la mostra della polizia, con tutto ciò che comportava, era ancora l’avvenimento minore.
In Inghilterra ad esempio si parlava in società di una cosa assai più importante: di una casa di bambole che era stata donata alla regina, costruita da un architetto di grido, con una sala da pranzo lunga un metro dov’erano appesi quadri in miniatura di celebri pittori moderni, stanze da letto con acqua calda e
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fredda, e una biblioteca contenente un piccolo libro tutto d’oro, in cui la regina appiccicava le fotografie della famiglia reale, microscopici orari ferroviari e navali e duecento volumi minuscoli in cui scrittori famosi avevano scritto di proprio pugno novelle e poesie per la sovrana. Diotima possedeva l’edizione inglese di lusso in due volumi, appena uscita, che descriveva la casa e riproduceva in preziose illustrazioni tutte le cose notevoli, ed era debitrice a quell’opera di un afflusso più intenso di visitatori dell’alta società nei suoi saloni. Ma in tutti i campi s’incalzavano fatti per cui non si trovavano subito le parole, ed era come un rullo di tamburi nell’anima che precedesse qualcosa di non ancora visibile. Così gli imperial-regi impiegati del telegrafo scioperarono per la prima volta, e in un modo
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straordinariamente inquietante che era chiamato “resistenza passiva” e consisteva semplicemente nell’osservare con la più scrupolosa esattezza il regolamento di servizio; si vide che la precisa esecuzione della legge arrestava più in fretta il lavoro di quanto avrebbe fatto la più sfrenata anarchia. Insieme con le gesta del capitano di Köpenick in Prussia
- il quale, come ciascuno ricorda, divenuto ufficiale mediante un’uniforme comprata dal rigattiere, fermò per istrada una pattuglia, e con l’aiuto di essa e della regia disciplina prussiana prelevò la cassa municipale – la resistenza passiva era una cosa che solleticava la lingua, ma nello stesso tempo scuoteva subdolamente le idee su cui poggiava la disapprovazione che si voleva esprimere.
Intanto si leggeva fra le notizie che il
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governo di Sua Maestà aveva sottoscritto col governo di un’altra Maestà un trattato che garantiva la conservazione della pace, il progresso economico, la collaborazione cordiale e il rispetto dei diritti di tutti, ma anche misure per il caso che questi fossero o potessero essere minacciati. Il ministro del capodivisione Tuzzi aveva tenuto pochi giorni prima un discorso sull’argomento, in cui dimostrava l’urgente necessità di una stretta solidarietà dei tre imperi continentali, che non potevano ignorare l’evoluzione sociale moderna, ma nell’interesse comune delle dinastie dovevano far fronte unico contro le innovazioni sociali; l’Italia s’era impigliata in un’impresa guerresca nella Libia, la Germania e l’Inghilterra avevano la questione di Bagdad, la Cacania stava facendo preparativi militari nel sud per mostrare al mondo che non
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avrebbe permesso l’espansione della Serbia verso il mare, ma soltanto una comunicazione ferroviaria; e, alla pari con tutti gli avvenimenti di tal genere, l’attrice svedese di fama mondiale signorina Vogelsang dichiarava di non aver mai dormito così bene come la prima notte dopo il suo arrivo in Cacania e che le era piaciuto infinitamente il poliziotto che, dopo averla salvata dall’entusiasmo della folla, le aveva stretto lungamente la mano fra le sue con riconoscenza.
E con questo il pensiero ritorna alla mostra della polizia. Dunque succedevano molte cose, e ci se ne accorgeva. Si trovava giusto di accorgersene e ci si impensieriva se gli altri facevano altrettanto. I particolari li capiva anche uno scolaretto, ma nell’insieme nessuno sapeva bene che cosa stesse veramente
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avvenendo, tranne poche persone, e nemmeno quelle erano sicure di saperlo. Qualche tempo dopo, tutto avrebbe potuto essere accaduto in ordine spostato o inverso, e non si sarebbe avuto nessun cambiamento, ad eccezione di certi cambiamenti che permangono incomprensibilmente e sono le tracce bavose che si lascia dietro la lumaca della storia. Si capisce che in tali circostanze un’ambasciata straniera si trovi davanti a un compito gravoso quando vorrebbe scoprire che cosa stia realmente accadendo. I rappresentanti diplomatici avrebbero volentieri attinto la loro saggezza dal conte Leinsdorf, ma Sua Signoria procurava loro molte difficoltà. Quotidianamente egli ritrovava nella propria opera quella soddisfazione che la salda fermezza può dare, e la sua faccia presentava
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all’osservatore estraneo la serenità radiosa degli eventi che procedono secondo l’ordine. L’ufficio Primo scriveva, l’Ufficio Secondo rispondeva; quando l’Ufficio Secondo aveva risposto, bisognava comunicarlo all’Ufficio Primo, e la cosa migliore era promuovere un abboccamento diretto; quando l’Ufficio Primo e Secondo s’eran messi d’accordo, si constatava di non poter fare niente; così c’era continuamente qualcosa da fare. Inoltre bisognava badare a mille considerazioni accessorie. Si lavorava di concerto con tutti i diversi Ministeri; non si voleva offendere la Chiesa; occorreva tener conto di certe persone e di certi rapporti sociali: in una parola anche i giorni che non si faceva nulla di speciale eran tante le cose che non bisognava fare da destare l’impressione di una grande attività. Sua
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Signoria sapeva valutar questo con esattezza.
- Quanto più un uomo è stato messo in alto dal destino, – egli soleva dire, – tanto più chiaramente riconosce che solo pochi e semplici principî contano, ma occorre volontà ferma e attività metodica.
E una volta si dilungò con il “giovane amico” su questa sua esperienza. Partì dalle aspirazioni tedesche all’unità e ammise che fra il 1848 e il 1866 una quantità di persone fra le più intelligenti si erano occupate di politica.
- Ma poi, – continuò, – è venuto quel Bismarck, e non si può negare che una cosa buona ce l’aveva; ci ha insegnato come la politica va fatta: non coi discorsi e con l’intelligenza! Nonostante i suoi lati negativi è merito suo se ormai, dovunque si parla tedesco, ciascuno sa che in politica non ci si
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può aspettare nulla dall’intelligenza e dall’eloquenza, e che sole valgono l’azione e la muta ponderazione! – Analoghi discorsi faceva il conte Leinsdorf anche nel Concilio e i rappresentanti delle potenze straniere che talvolta avevano là i propri osservatori, trovavano difficile farsi un quadro preciso delle sue intenzioni. Si attribuiva importanza all’intervento di Arnheim come pure all’atteggiamento del capodivisione Tuzzi e si concludeva in generale che fra questi due uomini e il conte Leinsdorf doveva esserci un’intesa segreta il cui scopo politico per il momento rimaneva nascosto dietro vivaci diversioni che la signora Tuzzi forniva con le sue tendenze panculturali. Se si considera questo successo mediante il quale il conte Leinsdorf senza il minimo sforzo ingannava
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nella loro curiosità perfino degli osservatori esperti, non gli si può negare quel talento politico realista che egli credeva di possedere.
Ma anche i signori che nelle occasioni solenni portavano fronde ricamate d’oro e simili varietà bucoliche sulla marsina si attenevano ai pregiudizi realpolitici del loro mestiere, e poiché nella ricerca dei motivi nascosti dell’Azione Parallela non trovavano fenomeni plausibili, rivolsero ben presto la loro attenzione a quello che era l’origine di quasi tutti i fenomeni inesplicati in Cacania e che si usava chiamare “le nazioni irredenti”
Oggi si fan le viste di considerare il nazionalismo un’invenzione dei fornitori militari, ma bisognerebbe tentare una buona volta un’interpretazione più larga, e a questa la Cacania portava un contributo importante. I
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sudditi di questa imperiale e regia imperial- regia bimonarchia si trovavano davanti a un compito difficile; dovevano sentirsi patrioti austro-ungarici imperiali e regi, ma contemporaneamente regio-ungarici o imperial- regio-austriaci. La loro comprensibile divisa davanti a simili difficoltà era: Viribus unitis. Ma occorrevano per questo maggiori forze agli austriaci che agli ungheresi. Gli ungheresi infatti erano per prima cosa e per ultima soltanto ungheresi, e solo accessoriamente erano considerati austro-ungheresi da altri popoli che non conoscevano la loro lingua; gli austriaci invece non erano in origine e in primo luogo proprio nulla, e secondo l’opinione dei superiori dovevano sentirsi subito o austro- ungheresi o ungaro-austriaci… non c’era nemmeno un nome preciso per designarli.
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Nemmeno l’Austria esisteva. Le due parti Austria e Ungheria, s’intonavano l’una all’altra come una giacchetta bianco-rosso-verde a un paio di calzoni giallo-neri; la giacca era un pezzo per sé, i calzoni invece erano l’avanzo di un vestito giallo-nero che non esisteva più, che era stato disfatto nell’anno milleottocentosessantasette. I calzoni Austria s’eran chiamati da allora in poi “regni e province rappresentati in parlamento”, cosa che naturalmente non voleva dir nulla ed era un nome fatto di nomi, giacché anche quei regni, per esempio i regni veramente shakespeariani di Lodomeria e d’Illiria, non esistevano più da un pezzo e non c’erano già più quando il vestito giallo-nero era ancora intero. Se quindi si domandava a un austriaco: che cosa sei tu? egli naturalmente non poteva
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rispondere: sono un cittadino dei regni e province rappresentati in parlamento e non più esistenti – e quindi, anche per quel solo motivo, preferiva dire: sono polacco, ceco, italiano, friulano, ladino, sloveno, croato, serbo, slovacco, ruteno o valacco, e questo era il cosiddetto nazionalismo. Ci si immagini un roditore che non sa se è uno scoiattolo o un ghiro, un essere che non ha un chiaro concetto di sé, e si capirà che in certe circostanze gli può venire una tremenda paura della propria coda; nello stesso rapporto reciproco si trovavano i cacanesi e si consideravano l’un l’altro col timor panico di membri che, viribus unitis, s’impediscono a vicenda di esser qualcosa. Dacché mondo è mondo nessuno è ancora morto per un nome impreciso, ma bisogna pure aggiungere che alla bimonarchia austro-
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ungarica austriaca e ungarica era successo tuttavia di esser stata rovinata dalla propria inesprimibilità.
Per l’estraneo non è privo d’interesse apprendere in che modo un cacanese esperto e altolocato come il conte Leinsdorf si districava da simili difficoltà. Prima di tutto nel suo intelletto vigile egli metteva accuratamente da parte l’Ungheria, della quale egli da saggio diplomatico non parlava mai, così come non si parla mai di un figlio che s’è reso indipendente contro il volere dei genitori, pur seguitando a sperare che un giorno la pagherà cara; il rimanente però egli lo definiva: la nazionalità, o anche le stirpi austriache. Quest’era una trovata assai ingegnosa. Sua Signoria aveva studiato diritto costituzionale e lì aveva attinto una definizione abbastanza diffusa in tutto il
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mondo, secondo la quale un popolo ha il diritto di chiamarsi nazione quando ha una propria forma di governo; ne conseguiva per lui che le nazioni cacanesi erano tutt’al più delle nazionalità. D’altra parte il conte Leinsdorf sapeva che l’uomo soltanto nella vita collettiva, a lui soprastante, di una nazione può adempiere al suo pieno e vero destino, e, poiché non voleva che ciò fosse precluso ad alcuno, ne concludeva la necessità di subordinare nazionalità e stirpi a uno stato. Per giunta credeva a un ordinamento divino, quantunque non sempre percepibile alla vita umana, e negli accessi di modernità rivoluzionaria che talora attraversava era capace di pensare addirittura che il concetto di stato, così rafforzato al giorno d’oggi, forse non era altro che il concetto di Maestà stabilito da Dio, in una forma
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ringiovanita e appena incipiente. Ad ogni modo
- come politico realista egli aborriva dal pensiero troppo approfondito, e si sarebbe adattato anche all’idea di Diotima, che il concetto di Stato Cacanico equivaleva a quello della pace mondiale – il punto essenziale era che lo Stato di Cacania esisteva, anche se non aveva il nome giusto, e che il popolo cacanese bisognava inventarlo. Soleva chiarir la sua idea con questo esempio: non è scolaro chi non va a scuola, ma la scuola rimane scuola anche quand’è vuota. Quando le popolazioni si ribellavano alla scuola cacanese che voleva far di loro un popolo, tanto più necessaria gli appariva la scuola. Quelle popolazioni affermavano recisamente di essere nazioni, chiedevano la restituzione di diritti storici perduti, civettavano con stirpi sorelle e affini al
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di là delle frontiere e dicevano sfacciatamente che il Reich era una prigione dalla quale volevano uscire.
Il conte Leinsdorf, invece, le chiamava, sì, stirpi, in tono conciliativo, e sottolineava anch’egli, quanto loro, l’incompiutezza del loro stato, ma voleva completarlo ricavando dalle stirpi il popolo austriaco, e quello che non s’adattava al suo progetto o era addirittura troppo rivoluzionario, egli se lo spiegava, nel suo solito modo, come conseguenza di una immaturità non ancora superata, e riteneva che il miglior rimedio fosse un saggio miscuglio d’indulgenza sagace e di vendicatrice mitezza.
Perciò quando il conte Leinsdorf diede vita all’Azione Parallela questa fu subito considerata dalle popolazioni come una trama segreta pangermanistica, e la visita di Sua
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Signoria alla mostra della pubblica sicurezza fu messa in rapporto con la polizia politica e interpretata come conferma di una affinità profonda. Tutto questo era noto agli osservatori stranieri che avevano sentito dire sull’Azione Parallela tutti gli orrori possibili. E ci ripensavano mentre si parlava loro dell’accoglienza all’attrice Vogelsang, della casa di bambole donata alla regina, degli impiegati in sciopero, o si chiedeva la loro opinione sui trattati recentemente conclusi; e quantunque la frase sullo “spirito di rigore”, pronunciata dal ministro nella sua allocuzione, si potesse interpretare, volendo, come un annunzio, ebbero l’impressione che nell’apertura della mostra tanto discussa non ci fosse stato da notare, a un esame obiettivo, nulla di notevole, tuttavia come tutti gli altri ebbero anche
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l’impressione che stesse succedendo qualcosa di generale e di incerto che per il momenta sfuggiva ancora all’esame.
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99. Della mezza intelligenza e della sua fertile seconda metà; della somiglianza fra due periodi, della natura amabile della zia Jane, e dello scandalo che è chiamato l’epoca moderna
ERA però altrettanto impossibile avere un’opinione chiara di quel che succedeva alle sedute del
Concilio. In generale fra la gente progredita si era preso partito per lo spirito attivo; si era riconosciuto il dovere dell’uomo cerebrale di assumersi la guida dell’uomo addominale. C’era inoltre una cosa che si chiamava espressionismo; non si poteva dire esattamente
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che cosa fosse, ma, come diceva la parola, era una spremitura; di visioni costruttive, forse, ma queste, confrontate con la tradizione artistica, erano anche distruttive, perciò si può anche chiamarle semplicemente struttive, non impegna nulla e la frase “concezione struttiva del mondo” ha un suono assai rispettabile. Ma non basta. Si guardava allora alla vita e al mondo dall’interno verso l’esterno, ma anche già dall’esterno verso l’interno; l’individualismo e l’intellettualismo passavano già per superati ed egocentrici, l’amore era di nuovo caduto in discredito, e si era in procinto di riscoprire il sano effetto di massa dell’arte di paccottiglia quando cade nelle anime di puri uomini d’azione. “Si è” cambia, a quanto pare, tanto in fretta quanto “si porta”, e ha in comune con esso che nessuno, probabilmente neppure la
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gente d’affari che lavora nel campo della moda, conosce il vero segreto di questo “si” Chi si ribella contro tale fatto desterebbe però immancabilmente l’impressione un po’ ridicola di un uomo che è capitato fra i poli di un apparecchio Faraday e dà gran balzi e scossoni, senza che si possa scorgere il suo nemico. Il nemico infatti non è costituito dalla gente che sfrutta con rapida furberia la situazione commerciale, ma è l’inconsistenza, tra liquida e gassosa, dello stato generale stesso, il suo confluire da innumerevoli campi, la sua illimitata capacità di combinazione e di trasformazione, a cui s’aggiunge da parte dei reagenti anche la mancanza di leggi valide, moderatrici e ordinatrici.
Voler trovare un punto fermo in questo avvicendarsi di fenomeni è difficile come
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piantare un chiodo nello zampillo d’una fontana; però v’è dentro qualcosa che sembra rimanga sempre uguale a se stesso. Che cosa accade infatti, ad esempio, quando il tipo umano volubile definisce geniale un giocatore di tennis? Omette qualcosa. E quando chiama geniale un cavallo da corsa? Omette ancora di più. Se chiami scientifico un calciatore, pieno d’ingegno uno schermitore, o parli della tragica sconfitta di un pugile, omette sempre qualcosa. Esagera; ma è l’impressione che produce l’esagerazione, così come in una piccola città l’impressione dei concetti fa sì che il figlio del negoziante sia considerato un uomo di mondo. Qualcosa di giusto ci sarà anche, e perché le sorprese di un campione non dovrebbero ricordare quelle di un genio, e i suoi ragionamenti quelli di uno scienziato? Ma c’è
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qualcos’altro che non quadra, ed è molto di più; a quel resto però non si bada, o si bada controvoglia. Passa per incerto; lo si trascura e lo si omette, e probabilmente quando il nostro secolo dichiara geniale un cavallo da corsa o un tennista non esprime tanto il suo concetto del genio quanto la sua diffidenza verso tutta la sfera più alta.
Cade acconcio, adesso, parlare della zia Jane, di cui Ulrich si ricordò sfogliando i vecchi album di famiglia prestatigli da Diotima e confrontando i ritratti con le facce che vedeva in casa di lei. Da ragazzo infatti Ulrich aveva fatto lunghi soggiorni in casa di una prozia, la cui amica era da tempi immemorabili chiamata zia Jane. In origine non era affatto una zia; era venuta in casa come maestra di piano, e se non si era fatta molto onore aveva però conquistato
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molto affetto, perché professava la massima che aveva poco senso fare gli esercizi di piano se tanto non si era “nati per la musica”, come diceva lei. Le piaceva molto di più vedere i ragazzi arrampicarsi sugli alberi, e in tal modo era diventata la zia di due generazioni come pure, per la forza retroattiva degli anni, l’amica di gioventù della sua delusa datrice di lavoro.
- Oh, il Muchi! – diceva per esempio zia Jane, piena di indefettibile sentimento, e con tanta indulgenza e ammirazione per il piccolo zio Nepomuk, a quel tempo già ultra quarantenne, che la sua voce viveva ancor oggi per chi l’avesse udita una volta. Quella voce di zia Jane era come infarinata; proprio come tuffare il braccio nudo in farina finissima. Una voce patinata, rivestita di una panatura leggera; il che si spiegava col fatto che ella
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beveva una quantità di caffè e fumava sigari Virginia lunghi forti e sottili che insieme con l’età le avevano corroso e annerito i denti. A guardarla in viso si poteva anche credere che il suono della sua voce fosse in relazione con le lineette fini e innumerevoli di cui la sua pelle era coperta come una xilografia. Il viso era lungo e mite, e non cambiava mai nemmeno per le successive generazioni, come del resto nulla cambiava di zia Jane. In tutta la vita la si era sempre vista con un unico vestito, o più probabilmente varie repliche dello stesso; era un fodero stretto di seta nera operata, che scendeva fino a terra senza nessuna sinuosità e si chiudeva con molti bottoni neri come un talare da prete. In alto ne usciva un solino basso dagli angoli dritti fra i quali la gola, sotto la pelle scarna del collo, si tendeva in mobili
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cordoni a ogni boccata di sigaro; le maniche strette terminavano in bianchi polsini rigidi, e in cima al tutto troneggiava una parrucca da uomo biondo-rossiccia, un po’ increspata, con la riga in mezzo. Con gli anni la scriminatura finì per mostrare la tela, ma ancora più commoventi erano i due punti dove si scorgevano le tempie grigie accanto ai capelli della parrucca, unico segno che la zia Jane nel corso della sua vita non era sempre rimasta ferma alla stessa età.
Si potrebbe credere che ella avesse anticipato di molti lustri il tipo di donna mascolina venuto di moda più tardi, ma non è così, perché nel suo petto da uomo batteva un cuore molto femminile. Si sarebbe anche potuto credere che ella fosse stata una pianista molto famosa che aveva poi perso il contatto col
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proprio tempo, perché ne aveva tutto l’aspetto; ma nemmeno questo è esatto, non era mai stata nulla più che una maestra di piano, e tanto la parrucca virile quanto il talare derivavano semplicemente dal fatto che zia Jane, fanciulla, s’era accesa di passione per Franz Liszt che aveva incontrato alcune volte per breve tempo in società, ed era anche allora che ella aveva dato al proprio nome la forma inglese. Perché a quell’incontro ella aveva serbato fede, come un cavaliere innamorato porta i colori della sua dama fino alla più tarda età, senza aver mai preteso di più; e in zia Jane era più commovente che se avesse portato anche da pensionata l’uniforme dei suoi giorni di gloria. Anche il segreto della sua vita, che in famiglia si trasmetteva ai già adulti come per un’iniziazione e solo dopo seri ammonimenti al
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rispetto, aveva qualcosa di simile. Jane non era più una ragazzina (perché un’anima esigente è lenta nello scegliere) quando aveva trovato l’uomo che amò e che sposò contro il volere dei suoi, e quest’uomo naturalmente era un artista, quantunque per le avverse e maligne circostanze della vita di provincia soltanto fotografo. Ma già dopo un breve periodo di vita coniugale faceva debiti come un genio e beveva con passione. Zia Jane si privava del necessario, andava a riprenderselo all’osteria per riportarlo sull’Olimpo, piangeva in segreto e davanti a lui, ai suoi ginocchi. Lui aveva tutta l’aria di un genio, con bocca possente e fiera capigliatura, e se zia Jane avesse avuto la capacità di trasmettere a lui l’ardore della propria disperazione, egli sarebbe stato, con l’infelicità dei suoi vizi, grande come Lord
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Byron. Ma il fotografo faceva resistenza alla trasmissione dei sentimenti; dopo un anno abbandonò Jane e scappò con la zotica serva che aveva reso incinta, e morì poco dopo abbastanza mal ridotto. Jane tagliò una ciocca della sua capigliatura poderosa e la conservò; prese con sé il bimbo illegittimo e lo allevò con grandi sacrifici; parlava raramente di quei tempi passati, perché dalla vita, quand’è grandiosa, non si può ancora pretendere che sia benigna.
Nella vita di zia Jane dunque c’era un bel po’ di affettazione romantica. Ma più tardi, quando il fotografo nella sua imperfezione terrena non esercitava più alcun fascino su di lei, anche l’imperfetta sostanza del suo amore per lui si era per così dire decomposta, e rimaneva soltanto la forma eterna dell’amore e
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dell’ammirazione; questa vicenda si proiettava sugli anni lontani precisamente come se fosse stata davvero grandiosa. Questa era la zia Jane. Il suo contenuto intellettuale forse non era gran che, ma la sua forma spirituale era così bella! Il suo atteggiamento era eroico, e tali atteggiamenti sono anticipati se il loro contenuto è falso; ma se sono perfettamente vuoti ridiventano fede fiammeggiante. Zia Jane viveva di tè, caffè e due tazze di brodo al giorno, ma per le strade della piccola città la gente non si fermava a guardarla quando passava nella sua lunga tonaca nera, perché si sapeva che era una donna ammodo; anzi avevano una certa venerazione per lei perché pur essendo una donna ammodo aveva conservato la capacità di avere l’aspetto che il cuore le dettava, evidentemente, anche se non se ne
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sapeva nulla di più preciso.
Questa dunque sarebbe la storia della zia Jane che è morta da un pezzo in età avanzata, e anche la prozia è morta, e lo zio Nepomuk, e perché mai, in fondo, sono vissuti? si chiedeva Ulrich. Ma in quel periodo avrebbe dato qualcosa per poter parlare ancora una volta con la zia Jane. Sfogliava i vecchi album spessi con le fotografie della sua famiglia, che chi sa come erano toccati a Diotima, e quanto più risaliva ai primi prodotti di quella nuova arte, tanto più fieramente gli pareva che avessero posato i modelli. Poggiavano il piede su rocce di cartone rivestite di edera di carta; se erano ufficiali si piantavano a gambe larghe con la sciabola fra le medesime; se erano fanciulle tenevano le mani abbandonate in grembo e gli occhioni sgranati; se erano uomini liberi, i loro
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calzoni salivano su da terra come colonne di fumo, senza piega, con spavaldo romanticismo, e le loro giacchette avevano uno slancio rotondo, impetuoso, che aveva detronizzato la dignità austera della giubba borghese. Questo succedeva fra il 1868 e il 1870, quando la tecnica fotografica aveva già fatto progressi. L’infausto periodo rivoluzionario degli anni ‘40 era ormai lontano, e la vita aveva un contenuto nuovo, oggi non si sa più bene quale; anche le lacrime, gli abbracci e le confessioni in cui la nuova borghesia aveva cercato la propria anima al principio dell’epoca borghese, non esistevano più; ma come un’onda scorre sulla spiaggia, quella generosità d’animo era arrivata ai vestiti e a una certa estrosità privata, che si potrebbe esprimere forse con un termine migliore, ma di cui per ora esistono soltanto le
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fotografie. Era il tempo in cui i fotografi portavano casacche di velluto e barbe a punta, e avevano l’aspetto di pittori, e i pittori abbozzavano grandi cartoni dove essi marciavano a plotoni, in compagnia di uomini illustri; e ai privati sembrò proprio allora che si inventasse anche per loro un modo di immortalarsi. Rimane da aggiungere che gli uomini di altre epoche difficilmente si saranno sentiti grandi e geniali come quelli di quel periodo così piatto, sia che contasse pochi individui eccezionali, sia che a pochi riuscisse di emergere dalla massa.
E sovente Ulrich si chiese se v’era una connessione fra quel tempo, in cui un fotografo poteva ritenersi geniale perché beveva, portava il colletto sbottonato e, grazie al modernissimo procedimento, dimostrava la propria nobiltà
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spirituale a tutti i contemporanei che venivano a porsi davanti all’obiettivo, e un certo altro periodo in cui solo i cavalli da corsa sono sinceramente considerati geniali, per la loro straordinaria capacità, veramente superiore a ogni altra immaginabile, di contrarsi e distendersi. Le due epoche appaion diverse; il presente guarda dall’alto in basso il passato, e se per caso il passato fosse venuto dopo, guarderebbe dall’alto in basso il presente; ma nell’essenziale si rassomigliano, perché tanto qui quanto là l’essenziale è costituito dall’inesattezza e dalla dimenticanza delle differenze decisive. Il particolare viene scambiato per l’insieme, una lontana analogia per il compimento della verità, e il mantice svuotato di una grande parola viene rimbottito secondo la moda del tempo. La cosa è
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imponente ma non dura a lungo.
La gente che chiacchierava nei salotti di Diotima non aveva mai completamente torto, perché i loro concetti erano vaghi come le figure che si muovono fra il vapore di una lavanderia. “Questi concetti a cui la vita è sospesa come l’aquila alle sue ali! – pensava Ulrich. – Questi innumerevoli concetti morali e artistici, che per loro natura sono delicati come dure montagne in sfocate lontananze!” Si moltiplicavano sulle loro lingue grazie alla rotazione, e di nessuna di quelle idee si poteva parlare a lungo senza incappare alla sprovvista nella susseguente.
Tale sorta di gente si è sempre chiamata in tutti i secoli: i” tempi moderni”. Quest’è una parola simile al sacco in cui si vorrebbero imprigionare i venti di Eolo; è la scusa costante per non mettere mai le cose a posto, cioè non al
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loro posto reale, ma nel presuntuoso contesto di un’assurdità. Eppure v’è in ciò il riconoscimento di un errore. La convinzione che sarebbe loro compito portare l’ordine nel mondo era stranamente viva in quelle persone. Se si volesse chiamare mezza intelligenza ciò che esse intraprendevano a tal scopo, bisognerebbe notare che proprio l’altra metà innominata o, per nominarla, la metà stupida, non mai esatta e giusta di quella mezza intelligenza, possedeva una forza inesauribile di rinnovamento e una grande fertilità. C’era vita in essa, mutevolezza, inquietudine, instabilità di opinione. Loro stessi dovevano ben sentire com’era. Li scuoteva, squassava i loro cervelli, essi appartenevano a un’epoca di nervosismo, e c’era qualcosa che non andava, ognuno si riteneva intelligente, ma tutti
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insieme si sentivano sterili. Se per di più avevano ingegno – e la loro imprecisione non lo escludeva affatto – l’interno del loro cervello era come vedere le intemperie e le nuvole, le ferrovie, i pali del telegrafo, gli alberi e le fiere e tutto il quadro animato del nostro caro mondo attraverso un angusto finestrino ingrommato; e nessuno se ne rendeva ben conto dal proprio, ma perfettamente dal finestrino degli altri.
Ulrich s’era preso una volta il divertimento di chiedere loro spiegazioni precise su ciò che pensavano; allora l’avevano guardato con disapprovazione, avevano definito la sua richiesta scetticismo e concezione meccanica della vita, e dichiarato che le cose più complicate si possono risolvere solo nel modo più semplice, cosicché i tempi nuovi, appena si saranno districati dal presente, avranno un
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aspetto semplicissimo. A differenza di Arnheim, Ulrich non fece loro nessuna impressione, e zia Jane gli avrebbe accarezzato il viso, e gli avrebbe detto: “Io li capisco benissimo; tu li infastidisci con la tua serietà”
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100. Il generale Stumm penetra nella biblioteca nazionale e accumula esperienze sui bibliotecari, gli inservienti di biblioteca e l’ordine spirituale
IL generale Stumm aveva osservato l’insuccesso del “camerata” e voleva consolarlo.
- Quante chiacchiere sconclusionate! – disse sdegnato, biasimando i partecipanti al Concilio, e dopo un po’, benché non avesse ricevuto alcun incoraggiamento, incominciò ad aprire l’animo suo, concitatamente eppure con una certa soddisfazione.
- Ti ricordi, – egli disse, – che mi ero messo
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in testa di deporre ai piedi di Diotima l’idea salvatrice che ella cerca. Come si vede, ci sono molte idee importantissime, ma infine una dev’essere la più importante di tutte; è logico, no? Dunque si tratta soltanto di disporle per ordine. Dicesti tu stesso che era un’impresa degna di Napoleone. Ricordi? Poi mi desti una filza di ottimi consigli, come era naturale aspettarsi da te, ma non ebbi occasione di applicarli. Dunque, in poche parole, ho preso io stesso la faccenda in mano!
Quando voleva osservare attentamente una persona o una cosa, il generale portava occhiali di corno, che infatti tolse di tasca e inforcò invece del Pince-nez.
- Una delle prime condizioni dell’arte militare è la precisa conoscenza della forza nemica. Sicché, – raccontò il generale, – mi son
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procurato una tessera d’ingresso nella nostra celebre biblioteca di corte e guidato da un bibliotecario che si era messo cortesemente a mia disposizione appena sentito chi ero, son penetrato nelle linee nemiche. Percorremmo quella colossale profusione di libri e posso dire che non mi sentivo turbato, le file di volumi non son peggio di una sfilata militare. Dopo un poco però dovetti incominciare un calcolo mentale, e questo ebbe un risultato inatteso. Vedi, prima avevo pensato che se leggevo un libro al giorno mi sarei sottoposto a una bella fatica, ma un giorno o l’altro sarei arrivato in fondo e avrei potuto pretendere a una certa posizione nella vita intellettuale, anche saltando ogni tanto qualcosa. Ma ci credi? Quando vedo che la passeggiata non finisce e chiedo spiegazioni al bibliotecario, sai quanti
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volumi contiene quella dannata biblioteca? Tre milioni e mezzo, m’ha risposto! Siamo circa al settecentomillesimo, dice lui, ma io mi metto a calcolare… be, non voglio annoiarti, ma al Ministero ho fatto il conto con carta e matita: diecimila anni mi ci vorrebbero per venirne a capo!
- In quel momento mi son fermato su due piedi e tutto l’universo mi è sembrato un grande imbroglio. Anche adesso che mi sono calmato, ti dico e ti ripeto: qui c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato! Tu obietterai che non c’è bisogno di leggerli tutti, i libri. E io ti rispondo: anche in guerra non c’è bisogno di uccidere tutti i soldati, eppure ciascuno è necessario. Dirai: anche ogni libro è necessario. Ma vedi, ecco che qualcosa non combina, perché non è vero: ne ho chiesto al
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bibliotecario!
- Caro amico, io ho pensato semplicemente: quest’uomo vive fra questi milioni di libri, li conosce tutti, sa di tutti dove sono collocati: dunque dovrebbe potermi aiutare, naturalmente non volevo chiedergli senz’altro: dove posso trovare l’idea più bella del mondo? Gli sarebbe sembrato il principio di una fiaba, e sono abbastanza avveduto da accorgermene, e per di più le fiabe non ho mai potuto soffrirle, neanche da bambino; ma che vuoi farci, qualcosa di simile ho dovuto pur finire per chiederglielo! D’altra parte il mio senso delle convenienze mi vietava di dirgli la verità, per esempio di premettere alla mia richiesta qualche notizia intorno all’Azione e pregare quel signore di mettermi sulla traccia della meta più degna da prefiggerle; non mi sentivo
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in facoltà di farlo. Alla fine perciò mi son servito di un piccolo stratagemma. – Ah, – ho incominciato a dire con aria innocente, – ah, ho dimenticato di chiederle come fa lei in mezzo a questa infinità di volumi a trovare sempre il libro voluto… Sai, l’ho detto proprio così come immaginavo che l’avrebbe detto Diotima, e ci ho messo dentro anche un pizzico di ammirazione per lui, per farcelo cascare.
- E infatti mi domanda tutto lusingato e premuroso, cos’è che desidera sapere il signor generale. Be, questo mi ha messo un po’ in imbarazzo.
- Oh, molte cose, – dico, stiracchiato.
- Intendo, di quale problema o di quale autore s’interessa? Storia della guerra? – dice
lui.
- Oh no, affatto; piuttosto storia della pace.
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Opere storiche, o libri sul pacifismo moderno?
- No, – dico io, – la cosa non è così facile a spiegarsi. Per esempio una raccolta di tutte le grandi idee dell’umanità, ci sarebbe? – domando scaltramente; ti ricordi certo quante ricerche ho già fatto fare in quel campo.
Lui tace. – Oppure un libro sull’Avveramento dell’essenziale, soggiungo.
- Etica teologica, allora? – fa lui.
- Può anche essere etica teologica, ma bisogna che contenga anche qualcosa sull’antica cultura austriaca e su Grillparzer, – rispondo io. Sai, evidentemente nei miei occhi c’era una tale sete di sapere, che quel tipo ha avuto paura di essere spremuto come un limone; gli dico ancora qualcosa come di orari ferroviari che devono permettere di stabilire fra i pensieri ogni collegamento e coincidenza, a
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volontà, allora si fa d’una gentilezza addirittura inquietante e mi propone di indurmi nella stanza del catalogo e di lasciarmici solo, quantunque veramente sia proibito perché dev’essere usata solo dai bibliotecari. Dunque eccomi proprio nel sancta sanctorum della biblioteca. Posso dirti che mi pareva di essere entrato nell’interno di un cervello; tutt’intorno nient’altro che scaffali con le loro celle di libri, e dappertutto scalette per arrampicarsi, e sui leggii e sulle tavole mucchi di cataloghi e di bibliografie, insomma tutto il succo della scienza e nemmeno un vero libro da leggere, ma soltanto libri sui libri; c’era per davvero odore di fosforo cerebrale, e non credo di illudermi se dico che avevo l’impressione di essere arrivato a qualcosa! Ma naturalmente, quando l’uomo fa per lasciarmi solo, mi sento
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un non so che di strano, una specie di angoscia; sì, rispetto e angoscia. Il bibliotecario sale su per una scaletta come una scimmia e si getta su un libro come se avesse già preso la mira dal di sotto, proprio quel libro lì, lo porta giù, dice:
- Signor generale, ecco qui per lei una bibliografia delle bibliografie, – tu lo sai cos’è? be, l’elenco alfabetico degli elenchi alfabetici dei titoli di quei libri e lavori che sono stati pubblicati negli ultimi cinque anni intorno al progresso dei problemi etici, ad esclusione della teologia morale e della letteratura amena… insomma mi spiega qualcosa di simile e sta per svignarsela. Ma io faccio ancora in tempo ad agguantarlo per la giacchetta.
- Signor bibliotecario, esclamo, – lei non può piantarmi in asso senza rivelarmi come fa a
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raccapezzarsi in questo… – be, sono stato incauto, ma la mia impressione era quella, – in questo manicomio – Credo che mi abbia frainteso; m’è poi venuto in mente che, a quanto si dice, i pazzi trovano sempre che i pazzi sono gli altri; certo è che guardava sempre la mia sciabola e non c’era modo di trattenerlo. E m’ha fatto venire una paura birbona, perché, come io cercavo di non lasciarlo andare, eccolo che si tende su dritto, cresce addirittura fuori dalle sue brache cascanti, e dice con una voce che sottolineava significativamente ciascuna parola, come per rivelare infine il segreto di quei muri:
- Signor generale, – dice, – lei vuol sapere come faccio a conoscere questi libri uno per uno? Ebbene, glielo posso dire: perché non li
ho mai letti!
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- Ti dico io, per poco non m’ha preso un colpo! Ma lui, vedendo il mio sbigottimento, s’è spiegato meglio. Il segreto di tutti i bravi bibliotecari è di non leggere mai, dei libri a loro affidati, se non il titolo e l’indice.
- Chi si impiccia del resto, è perduto come bibliotecario! – m’istruisce. – Non potrà mai vedere tutto l’insieme!
Gli chiedo senza fiato: – Dunque lei non legge mai nessuno di questi libri?
- Mai, tranne i cataloghi.
- Ma lei non è laureato?
- Certo. Sono anche docente universitario. Libero docente di scienza bibliotecaria. È una scienza in sé e per sé, – egli dichiara. Quanti crede che siano, signor generale, i sistemi secondo i quali si dispongono i libri, si ordinano i titoli, si correggono gli errori di
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stampa e i dati sbagliati sui frontespizi, eccetera eccetera?
- Ti confesso che quando se n’è andato c’eran solo due cose che avrei fatto volentieri: o scoppiare in lacrime o accendere una sigaretta, ma in quel luogo non potevo fare né l’uno né l’altro! E cosa credi che sia successo? – continuò il generale, giocondo. – Mentre son lì sbalordito mi si avvicina un vecchio inserviente, che forse ci stava già osservando, e mi passeggiava un po’ intorno, poi si ferma, mi guarda, e incomincia a parlare con una voce che era tutta ammorbidita o dalla polvere dei libri o dal pregusto di una mancia.
- Che cosa occorre al signor generale? – egli domanda.
Io mi schermisco, ma il vecchio insiste: – Sovente vengono qui signori ufficiali della
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Scuola di guerra: il signor generale non ha che da dirmi qual è il tema di cui s’interessa attualmente: Giulio Cesare, il principe Eugenio, il conte Daun? Oppure qualcosa di più moderno? La legge sulla coscrizione? Il bilancio militare? – Ti dico io, quell’uomo parlava in modo così ragionevole, ed era così al corrente di quel che contengono i libri, che gli ho dato una mancia e gli ho chiesto come faceva. Ebbene, cosa credi? Mi ha ripetuto che gli allievi della Scuola di guerra quando hanno un compito scritto vengono talvolta da lui e si fanno dare dei libri.
- Spesso poi protestano, quando glieli porto,
- continua l’inserviente, – per le sciocchezze che tocca loro studiare, e allora noi s’impara un sacco di cose. Oppure viene il signor deputato che deve compilare il bilancio scolastico, e mi
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chiede di quali documentazioni s’è servito quello che ha fatto il bilancio dell’anno scorso. Oppure viene il signor prelato che da quindici anni studia certi coleotteri, oppure il signor professore universitario che si lamenta di aver chiesto un libro da tre settimane e di non averlo ancora avuto, e allora bisogna cercare in tutti gli scaffali per vedere se non è stato cambiato di posto, e si scopre che ce l’ha lui in casa da due anni e non l’ha restituito. E così si va avanti da quasi quarant’anni; e allora s’impara da soli a capire le persone e cosa vogliono leggere.
“Sarà, – gli obietto, – però quello che vorrei leggere io non è tanto facile da spiegare!”
- E che ti credi che m’abbia risposto? Mi guarda modestamente, tentenna il capo e fa:
“Le chiedo scusa, signor generale, si sa che
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anche questo può capitare. Poco tempo fa ho parlato con una signora che diceva la stessa cosa; forse il signor generale la conosce, è la signora del signor capodivisione Tuzzi, del Ministero degli Esteri.”
- Be, che ne dici? Credevo di restarci secco! Il vecchio se n’accorge e mi porta tutti i libri che Diotima si fa mettere da parte, e adesso quando vado in biblioteca è proprio come un matrimonio spirituale segreto, e ogni tanto con molta cautela faccio un segno o scrivo una parola in margine, a matita, e so che il giorno dopo lei lo vedrà, senza immaginare lontanamente chi è lì presente nella sua testolina quando si domanda, che cosa vorrà mai dire!
Il generale tacque, beato. Ma poi si riscosse, si fece grave in volto e seguitò:
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- Adesso, se puoi, sta bene attento: voglio chiederti una cosa. Noi tutti siamo persuasi, vero, che il nostro secolo è pressapoco il più ordinato che si sia mai visto. Una volta dissi a Diotima che lo consideravo un pregiudizio, naturalmente però è un pregiudizio che ho anch’io. E ora ho dovuto convincermi che i soli uomini che posseggano un ordine spirituale a tutta prova sono gli inservienti di una biblioteca, e ti domando… no, non ti domando nulla, ne abbiamo già parlato a suo tempo e dopo le ultime esperienze ci ho pensato su di nuovo, sicché ti dico: immagina di bere dell’acquavite, va bene? In certi casi è un’ottima cosa. Ma ne bevi ancora, e ancora, e ancora. Mi segui? Allora ti prendi prima una sbornia, poi il delirium tremens e alla fine i funerali a spese dello Stato e il prete sulla tua
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tomba farà un bel discorso sul tuo ferreo senso del dovere. Ci siamo? Bene, se te lo sei immaginato chiaramente, non occorre altro, adesso invece pensa all’acqua. E figurati che ne devi bere sempre di più, sempre di più, finché affoghi. E ora figurati di mangiare fino all’occlusione dell’intestino. E poi i rimedi, chinino o arsenico o morfina. Ma perché? domanderai tu. Caro camerata, adesso ti faccio la proposta più straordinaria: immagina, ora, l’ordine. O meglio, immagina prima una grande idea, poi una più grande, poi una più grande ancora, e sempre di più; e su questo esempio figurati un ordine sempre maggiore. In principio è grazioso come la stanzetta di una vecchia signorina e pulito come una scuderia militare; poi diventa grandioso come lo spiegamento di una brigata; poi pazzesco, come
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quando si esce di notte dal Casino e si comanda alle stelle: Universo, attenti! Per fila destr! Possiamo anche dire che in principio l’ordine è come un coscritto che tartaglia con le gambe, e tu gli insegni a camminare; poi, come quando ti sogni di saltare i turni e di esser promosso ministro della Guerra; ma alla fine prova a immaginarti soltanto un ordine completo, universale, un ordine di tutta l’umanità, in una parola un ordine civile perfetto; ebbene, io sostengo che questa è la morte di freddo, la rigidità cadaverica, un paesaggio lunare, una epidemia geometrica.
- Ne ho parlato col mio inserviente di biblioteca. Mi ha suggerito di leggere Kant o qualcosa di simile, sul limite dei concetti e della facoltà conoscitiva. Ma io in fondo non voglio più leggere nulla. Sento in me un’impressione
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così curiosa: intendo finalmente perché noi militari, che abbiamo il massimo dell’ordine, dobbiamo essere pronti in pari tempo a dare la nostra vita quando che sia. Ma non posso spiegare perché in qualche modo l’ordine si trasforma in un bisogno di morte. E adesso ho la seria preoccupazione che tua cugina con i suoi sforzi finisca per combinare qualcosa che le può recar molto danno, mentre io le posso essere meno utile che mai! Mi segui? Quanto ai risultati della scienza e dell’arte, ai grandi e mirabili pensieri che da essi si esprimono, s’intende che mi tolgo il cappello ed è certo che non ho detto proprio nulla in contrario.
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101. I parenti nemici
ANCHE Diotima in quei giorni rivolse di nuovo la parola al cugino. Al di là dei turbini che
vorticavano tenaci e instancabili attraverso le sue stanze, s’era fatta, una sera, una zona di pace presso la parete dove Ulrich sedeva su un divanetto, e Diotima giunse come una ballerina stanca e gli sedette accanto. Era molto tempo che questo non accadeva. Dopo quelle passeggiate in carrozza, e come se ne fosse stata la conseguenza, ella evitava gli incontri con lui “fuori servizio”
Il volto di Diotima era leggermente chiazzato
per il caldo o per la stanchezza. Appoggiò le
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mani sul sedile, chiese: – Come va? – e null’altro; eppure avrebbe dovuto assolutamente aggiungere qualcosa, e guardò fisso davanti a sé, col capo un po’ reclinato. Faceva l’impressione di essere molto groggy, se è lecito usare questo termine sportivo. Non si curò neanche di disporre il suo abito in belle pieghe e rimase lì accoccolata.
Il cugino pensò a trecce arruffate, rozze vesti da villanella e gambe nude. Strappati i falsi ornamenti ella restava un bello e robusto pezzo di donna, e Ulrich dovette vincersi per non prenderle semplicemente la mano nella sua, come fanno i contadini.
- Dunque Arnheim non la rende felice, – osservò in tono tranquillo.
Forse ella avrebbe dovuto rintuzzare quel commento, ma si sentì stranamente commossa
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e tacque; solo dopo un poco ribatté:
- La sua amicizia mi rende molto felice.
- Avevo l’impressione che quell’amicizia la tormentasse un poco.
- Oh, che dice mai? – Diotima si raddrizzò, di nuovo gran dama. – Sa chi è che mi tormenta? – disse, sforzandosi di riprendere il tono frivolo salottiero. – Il suo amico, il generale! Che vuole da me? Perché viene qui? Perché non mi toglie gli occhi di dosso?
- È innamorato di lei! – rispose il cugino. Diotima rise nervosamente. Riprese:
- Sa che rabbrividisco dalla testa ai piedi quando lo vedo? Mi fa pensare alla morte!
- Una morte dall’aspetto straordinariamente gioviale, a guardarlo senza preconcetti!
- Si vede che io invece ne ho. Non me lo so spiegare. Ma quando lui mi parla e mi dimostra
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che io, in un’occasione eccellente, faccio eccellere eccellenti idee, mi coglie non so che panico. Sono sopraffatta da una paura indescrivibile, incomprensibile, una paura da incubo!
- Di lui?
- E di chi altri? è una iena!
Il cugino rise di cuore. Lei continuò la sua accusa spietata, come un bambino:
- Gironzola intorno a noi e aspetta che i nostri generosi sforzi crollino a terra morti!
- E probabilmente è quello che lei teme! Illustre cugina, si ricorda che le ho predetto da un pezzo quel crollo? è inevitabile. Lei ci si deve preparare!
Diotima lo guardò fieramente. Se ne ricordava benissimo; anzi le tornarono in mente in quel momento le parole che gli aveva
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detto quando era venuto per la prima volta a trovarla, e queste erano ben adatte a farle male, adesso. Gli aveva fatto presente che era gran ventura poter esortare una nazione, anzi il mondo intero, a distogliersi dalla materia per rivolgersi allo spirito. Ella non aveva voluto nulla di antiquato, di trito; eppure, lo sguardo che oggi posava sul cugino era ormai più fiero che sprezzante. Aveva progettato un Anno universale, un rinnovamento, un trionfo della cultura; a volte s’era avvicinata alla meta, a volte se n’era allontanata; aveva molto titubato e molto sofferto; gli ultimi mesi le parevano una lunga traversata in cui le onde l’avevano a volta a volta sollevata in alto e sprofondata nel baratro, con un avvicendarsi, sempre uguale, così che ella adesso non distingueva più il prima dal dopo. E ora era lì, come una persona
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che dopo sforzi immani s’è abbandonata su un sedile che, grazie a Dio, non si muove; e per il momento non vuol far altro che guardare il fumo della sua pipa; anzi tale sensazione era così viva in Diotima che aveva scelto lei stessa quel paragone e pensato a un vegliardo sotto gli ultimi raggi del sole. Le sembrava di aver combattuto lotte ardenti e appassionate. Con voce stanca disse al cugino:
- Ho passato ore molto dure, sono assai cambiata.
- Sarà un bene per me? – egli chiese. Diotima scosse il capo e sorrise senza guardarlo.
- Allora le rivelerò che dietro il generale c’è Arnheim, non ci sono io; lei invece ha dato sempre a me la colpa della sua presenza! – disse Ulrich improvvisamente. – Ma si ricordi
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che cosa le risposi, quando lei mi interpellò in proposito!
Diotima si ricordava. – Lo tenga lontano, – aveva detto il cugino. Ma Arnheim le aveva consigliato di accogliere il generale cortesemente! In quel momento sentì qualcosa che non si poteva descrivere; come stare dentro una nuvola che le velasse rapidamente la vista. Ma il divanetto fu subito nuovamente solido e duro sotto di lei, ed ella disse:
- Non so come quel generale sia venuto da noi, io non l’avevo invitato. E ho chiesto al dottor Arnheim, che naturalmente non ne sa nulla. Dev’esserci stato uno sbaglio.
Il cugino non si lasciò sviare:
- Conoscevo il generale da prima, ma l’ho rivisto per la prima volta da lei, – dichiarò. – È molto probabile che sia venuto qui a investigare
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un pochino per incarico del Ministero della Guerra, però vorrebbe sinceramente esserle utile. E m’ha detto lui stesso che Arnheim lo tratta con una cortesia sbalorditiva!
- Ma certo, Arnheim s’interessa a tutto! – replicò Diotima. – Mi ha consigliato di non respingere il generale, perché crede alle sue buone intenzioni e ritiene che possa giovare alla nostra causa data la sua posizione influente.
Ulrich crollò energicamente il capo.
- Guardi come tutti gli schiamazzano intorno! – disse così bruscamente che i vicini avrebbero potuto udirlo e la padrona di casa ne fu turbata. – Lui li lascia fare perché è ricco. Ha denari a palate, dà ragione a tutti, e sa che gli fanno la reclame spontaneamente!
- E a che gli serve? – obiettò Diotima ostile.
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- Perché è vanitoso! – rispose Ulrich. – Enormemente vanitoso! Non so come farle intendere tutta la portata della mia affermazione. V’è la vanità in senso biblico: ci si fa del vuoto un tintinnante sonaglio! Vano è un uomo che si sente degno d’invidia perché alla sua sinistra sorge la luna sull’Asia, mentre alla sua destra l’Europa s’oscura nel crepuscolo; così egli mi descrisse una volta un viaggio sul Mar di Marmara. Probabilmente la luna sorge più bella dietro il vaso di gerani d’una ragazzetta innamorata che sull’Asia!
Diotima cercava un posto dove non si fosse uditi dalla gente che gironzolava. Disse piano:
- Lei è irritato dal suo successo! – e lo guidò attraverso le stanze; poi con un movimento abile fece in modo da varcare la porta senza dar nell’occhio e si trovarono entrambi
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nell’anticamera. Tutto il resto dell’appartamento era gremito di gente. Giunti là, ella incominciò: – Perché gli è nemico? In questo modo lei mi mette in difficoltà.
- Io la metto in difficoltà? – esclamò Ulrich stupefatto.
- Non potrei avere il desiderio di confidarmi con lei? Ma finché si comporta così non posso parlarle a cuore aperto!
Si era fermata nel centro dell’anticamera.
- Per favore, mi confidi tranquillamente quel che ha da dire, – pregò Ulrich. – Siete innamorati l’uno dell’altro, questo lo so. Vi sposerete?
- Egli me l’ha proposto, – rispose Diotima senza badare al luogo poco sicuro dove si trovavano. Era sopraffatta dai propri sentimenti e la sconveniente precisione del
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cugino non la offese.
- E lei? – chiese questi.
Ella arrossì come una scolaretta interrogata.
- Oh, è un problema grave di responsabilità!
- rispose esitante. – Non bisogna lasciarsi trascinare a commettere un’ingiustizia. Quando si tratta di eventi veramente grandi le azioni non han poi tanta importanza!
Queste parole furono incomprensibili a Ulrich, poiché egli non sapeva nulla delle notti in cui Diotima superava la voce della passione e giungeva all’immobile giustizia delle anime, il cui amore sta in equilibrio come i due bracci d’una bilancia. Perciò gli parve meglio, per il momento, abbandonare la strada diretta delle spiegazioni, e disse:
- Mi piacerebbe descriverle i miei rapporti
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con Arnheim, perché in queste circostanze non vorrei che lei avesse l’impressione di un’amicizia. Credo di capire Arnheim abbastanza bene. Provi a immaginare: ciò che succede in questa casa, chiamiamolo sintesi come lei desidera, egli lo ha già sperimentato innumerevoli volte. Il momento spirituale, dove si presenta in forma di convinzioni, si presenta subito anche in forma di convinzioni opposte. E dove si incarna in un cosiddetto gran personaggio spirituale, si sente malsicuro come una scatola di cartone gettata in acqua se il personaggio non riscuote da ogni parte una spontanea ammirazione. L’amore per i grandi personaggi ci commuove, almeno così accade in Germania, come ubriachi che buttan le braccia al collo a un nuovo venuto e per motivi altrettanto oscuri lo cacciano via poco dopo.
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Sicché io posso figurarmi molto chiaramente quello che prova Arnheim: dev’essere come il mal di mare; e quando lui, in tali ambienti, si ricorda a cosa può servire la ricchezza abilmente adoperata, ha di nuovo la terraferma sotto i piedi dopo un lungo viaggio sull’acqua. S’accorge infatti che proposte, suggerimenti, desideri, zelo e rendimento tendono verso la ricchezza, e tal quale nel mondo dello spirito. Perché anche le idee che aspirano alla potenza si attaccano alle idee già salite al potere. Non so come spiegarmi; la differenza fra un’idea che vuole arrivare e un’idea arrivista è quasi inesprimibile. Ma una volta che quella falsa associazione con la grandezza si è sostituita alla povertà secondo il mondo e alla purezza di spirito, ecco che vi s’insinua anche, e naturalmente a ragione, ciò che è stimato
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grande, e infine, ciò che la reclame e l’abilità commerciale fanno passare per grande. Ed ecco davanti a lei Arnheim in tutta la sua colpevolezza e incolpevolezza!
- Lei oggi ragiona proprio da santo! – ribatté
Diotima acremente.
- Ammetto che Arnheim mi concerne pochissimo; ma il suo modo di accogliere gli effetti mescolati della grandezza esteriore e interiore e di volerne trarre un’umanità esemplare potrebbe certamente indurmi a una santità esasperata!
- Oh, come s’inganna! – lo interruppe Diotima con veemenza. – Lei s’immagina un uomo ricco e blasé. Ma per Arnheim la ricchezza è una responsabilità immensa. Egli si preoccupa per la sua azienda come nessuno si preoccuperebbe per una persona che gli fosse
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affidata. E operare è per lui una profonda necessità; egli fa buon viso al mondo perché bisogna muoversi, come dice lui, per essere mossi! Oppure è Goethe che lo dice? Una volta me l’ha spiegato minutamente. Lui è dell’opinione che si può incominciare a operare il bene solo quando si è già incominciato a operare in genere; confesso, infatti, che anche io ho avuto talvolta l’impressione che egli sia troppo affabile con tutti.
Così parlando avevano passeggiato in su e in giù nell’anticamera vuota, dov’erano appesi soltanto specchi e soprabiti. Ora Diotima si fermò e posò la mano sul braccio del cugino.
- Quest’uomo favorito in tutti i modi dal destino, – ella disse, – ha per massima, piena di modestia, che il singolo non è più forte di un malato derelitto! Non può convenire anche lei?
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Quando un uomo è solo, incappa in mille esagerazioni! – Guardò in terra come se cercasse qualcosa, mentre sentiva pesare sulle proprie palpebre chine lo sguardo del cugino. – Oh, potrei anche parlare di me stessa, sono stata molto sola negli ultimi tempi, – riprese, – ma lo vedo anche in lei. Lei è amareggiato, e non è felice. Si trova in una relazione sbagliata con il suo ambiente, e ciò risulta evidente da tutte le opinioni che manifesta. Geloso per natura, si mette contro a tutto. Le confesserò schiettamente che Arnheim si è lamentato con me, perché lei respinge la sua amicizia.
- Le ha fatto credere di desiderare la mia amicizia? È una menzogna! Diotima alzò gli occhi e rise:
- Ecco che esagera di nuovo! Desideriamo entrambi la sua amicizia. Forse proprio perché
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lei è com’è. Ma bisogna che mi rifaccia da principio; Arnheim s’è servito di questo esempio… – Esitò un momento, poi si corresse:
- No, ci porterebbe troppo lontano. In breve: Arnheim dice che bisogna servirsi dei mezzi che il nostro secolo ci dà in mano; anzi, si deve addirittura agir sempre secondo due punti di vista, mai del tutto rivoluzionari e mai del tutto antirivoluzionari, mai solo amando e mai solo odiando, mai seguendo una propensione, bensì sviluppando tutto ciò che si ha in sé: questo però non è prudenza, come lei crede, ma il segno di uno spirito largo, di una natura semplice e sintetica che abolisce le differenze superficiali, una natura di dominatore!
- E questo che cos’ha da fare con me? – domandò Ulrich.
L’obiezione ebbe per effetto di lacerare il
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ricordo di una conversazione sulla scolastica, la Chiesa, Goethe e Napoleone, e la nebbia di cultura che s’era addensata intorno alla testa di Diotima; e all’improvviso ella vide chiaramente se stessa seduta accanto al cugino sulla lunga cassapanca delle scarpe, dove ella nel suo fervore l’aveva sospinto; la schiena di Ulrich scansava tenacemente i soprabiti che gli pendevano dietro le spalle, mentre lei vi si era impigliata i capelli e dovette ravviarseli. Mentre lo faceva, rispose:
- Ma lei è precisamente il contrario! Lei vorrebbe rifare il mondo a propria immagine e somiglianza! Lei, in qualche modo, oppone sempre una resistenza passiva, o come si chiama quell’orribile cosa! – Era molto contenta di avergli potuto dire così arditamente la propria opinione. Ma non era bene restar lì
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seduti dove erano, ella rifletté frattanto, perché ad ogni istante qualche invitato poteva andarsene o uscire in anticamera per altri motivi. – Lei è sempre pronto alla critica, non mi ricordo di averle mai sentito approvare nulla, – ricominciò, – solo per opposizione loda tutto quello che v’è oggi d’insopportabile. Se davanti alla morta desolazione del nostro mondo senza Dio si cerca di salvare un po’ d’intuito e di sentimento, si può esser sicuri che lei difende appassionatamente la specializzazione, il disordine e l’esistenza negativa!
Con queste parole s’alzò sorridendo e gli lasciò intendere che dovevano cercarsi un altro posto. Potevano soltanto ritornar nei salotti, oppure, se volevano proseguire il discorso, nascondersi agli altri; in camera da letto si
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sarebbe potuto entrare anche da quella parte, attraverso una porta nella tappezzeria, ma a Diotima parve troppo confidenziale condurvi il cugino, tanto più che nello sgomberar la casa per il ricevimento si ammucchiava ogni volta in quella stanza un bel numero di oggetti in disordine, e così non restava altro rifugio che le due camere delle domestiche. Il pensiero – un divertente miscuglio di spirito zingaresco e di dovere padronale – di visitare una volta senza preavviso la camera di Rachel, dove non entrava mai, fu decisivo. Nell’avviarvisi e mentre si scusava per la proposta, e poi giunti nella stanzetta ella continuò a catechizzare Ulrich:
- Si direbbe che lei voglia ad ogni passo controminare Arnheim. Questa opposizione lo addolora. Arnheim è l’uomo moderno in
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formato grande. Perciò egli possiede il contatto con la realtà, e ne ha bisogno. Lei invece è sempre a un pelo dall’impossibile. Egli è affermazione, e perfetto pareggio; lei in fondo è asociale. Arnheim mira all’unità, ogni suo sforzo intende a una conclusione; lei per contro professa opinioni informi, indefinite. Egli ha il senso dei fatti acquisiti. E lei? Che cosa fa lei? Lei fa come se il mondo dovesse incominciare soltanto domani. Ma parli dunque! Fin dal primo giorno, quando le dissi che si offriva a noi l’occasione di compiere qualcosa di grande, lei si è comportato così. E se questa occasione la si considera un destino e se il nostro incontro è avvenuto proprio nel momento decisivo, e si aspetta la proposta con gli occhi pieni di mute domande, ecco che lei si conduce come un ragazzaccio che vuol guastare tutto! -
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Diotima aveva bisogno di rimediare con discorsi difficili alla scorrettezza della situazione, e rimproverando un po’ esageratamente il cugino ritrovò il coraggio per affrontarla.
- E poiché sono così, che cosa può fare lei di me? – domandò Ulrich. Era seduto sul lettino di ferro della piccola cameriera Rachel, e la cugina su una seggiola di paglia a pochi palmi da lui. La risposta di Diotima fu sorprendente.
- Se una volta sola, – ella disse all’improvviso, – potessi comportarmi davanti a lei proprio in un modo vergognoso, lei diventerebbe di certo sublime come un arcangelo! Lei stessa allibì delle proprie parole. Aveva voluto soltanto bollare il suo spirito di contraddizione e dire per scherzo che lui era buono e caro con chi non lo meritava; ma, chi sa come, era scaturita una polla e aveva
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portato alla luce un pensiero che, appena espresso, le parve senza senso e tuttavia sembrava far parte stranamente di lei e delle sue relazioni con il cugino.
Questi lo sentì; la guardò tacendo e dopo un silenzio le rispose con una domanda:
- È proprio tanto, proprio smisuratamente innamorata di lui? Diotima guardava in terra.
- Che parole inopportune! Non sono mica un’adolescente che ha preso una cotta.
Ma il cugino insistette:
- Lo chiedo per una ragione che posso pressapoco spiegare; voglio sapere se lei ha mai già provato il desiderio che tutti, uomini e donne – inclusi i più brutti mostri che si trovano di là nelle sue sale – si spoglino nudi, si buttino le braccia al collo e si mettano a cantare invece di parlare; e di andare lei
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dall’uno all’altro e baciarli fraternamente sulle labbra. Se le sembra indecente, posso concedere le camicie da notte.
Diotima rispose per ogni evenienza:
- Si abbandona a belle fantasie, lei!
- Ma vede, io quel desiderio lo conosco, anche se è passato molto tempo da allora! Ci sono state stimabilissime persone secondo le quali il mondo in verità dovrebbe andare così!
- Allora è colpa sua se non lo fa! interruppe Diotima. – E d’altra parte non c’è bisogno di descriverlo in un modo così ridicolo – Si era ricordata che la sua avventura con Arnheim era inclassificabile e destava il desiderio di una vita in cui scompaiano le differenze sociali, e l’attività, l’anima, lo spirito e il sogno siano una cosa sola.
Ulrich non rispose. Offrì alla cugina una
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sigaretta. Ella accettò. Mentre le nuvole profumate riempivano l’angusta cameretta, Diotima si chiese cosa avrebbe pensato Rachel trovando le tracce di quella visita. Era meglio aprir la finestra? O dare spiegazioni alla piccola il mattino seguente? Chi sa perché, proprio il pensiero di Rachel la indusse a restare; era già sul punto di troncare quel colloquio che stava diventando troppo strano, ma il privilegio della superiorità intellettuale e il profumo di sigaretta d’una visita segreta, inesplicabile per la sua cameriera, divennero tutt’uno e le dettero piacere.
Il cugino la osservava. Era stupito di averle parlato così, ma continuò; aveva bisogno di compagnia.
- Le dirò a quali condizioni potrei essere così serafico; perché serafico non è certo un
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aggettivo esagerato per colui che non soltanto sopporta fisicamente il proprio simile ma, per così dire, può anche palparlo sotto il perizoma psicologico senza rabbrividire.
- A meno che sia una donna! – intervenne Diotima, memore della pessima fama che Ulrich godeva in famiglia.
- Anche se è una donna!
- Ha ragione! Quello che io chiamo “amare nella donna la creatura umana” accade molto di rado! – Secondo Diotima, da qualche tempo le vedute di Ulrich si avvicinavano molto alle sue, ma quello ch’egli diceva restava sempre sbagliato e alquanto insufficiente.
- Adesso glielo descrivo in un modo più serio, – egli disse questa volta, ostinato. Sedeva un po’ curvo in avanti, aveva appoggiato gli avambracci alle cosce muscolose e fissava il
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pavimento con sguardo tetro. – Ancor oggi si suol affermare: io amo questa donna, e io odio quest’uomo, invece di dire che mi attraggono o mi ripugnano. Facendo un passo più in là bisognerebbe dire che io suscito in loro la capacità di attrarre o di respingere. Con un altro passo ancora verso l’esattezza, bisognerebbe aggiungere che sono essi che fan risaltare in me le qualità a ciò necessarie. E così via: non si può dire dove si compia il primo passo, perché è una dipendenza reciproca, funzionale, come fra due palle elastiche o fra due circuiti elettrici. E naturalmente sappiamo da un pezzo di dover sentire così, ma preferiamo ancora sempre di gran lunga essere la causa e l’origine dei campi magnetici del sentimento che ci attorniano; anche se qualcuno di noi ammette di imitare un altro, lo
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esprime come se fosse un’azione attiva! Perciò le ho chiesto e le torno a chiedere se è mai stata illimitatamente innamorata o arrabbiata o disperata. Perché allora, se si è dotati di un pur modesto spirito d’osservazione, si capisce che anche nel più acuto stato di eccitamento non si è diversi da un’ape sul vetro d’una finestra o da un infusorio in un’acqua avvelenata; si è travolti da una tempesta di sentimenti, ci si butta ciecamente di qua e di là, si va a sbattere cento volte contro l’impenetrabile, e alla fine, se si ha fortuna, si trova uno spiraglio per uscire, il che più tardi, nel ristabilito letargo della coscienza, si chiama aver agito secondo un piano preordinato.
- Mi lasci ribattere, – disse Diotima, – che questa è un’interpretazione indegna e sconfortante dei sentimenti che possono
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decidere di tutta la vita d’una persona.
- Forse le si presenta alla mente la vecchia noiosa questione se l’uomo sia padrone di se stesso oppure no, replicò Ulrich alzando repentinamente gli occhi. – Se tutto ha una causa, noi non siamo responsabili di nulla, e così via? Devo confessare che in tutta la mia vita la cosa non mi ha interessato nemmeno per un quarto d’ora. È il quesito di un tempo che è stato insensibilmente superato; deriva dalla teologia, e, tranne i giuristi, che ce l’hanno ancora parecchio con la teologia e con l’abbruciamento degli eretici, s’inquietano delle cause soltanto i membri della famiglia, che dicono: tu sei la causa delle mie notti insonni, oppure il crollo dei cereali è stata la causa del suo fallimento. Ma domandi a un delinquente, dopo aver scosso la sua coscienza, come ha
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potuto compiere il suo misfatto. Egli non lo sa; non lo sa neanche se è sempre stato pienamente consapevole della sua azione!
Diotima rizzò il capo.
- Perché parla sempre di criminali? Lei ha una predilezione per il delitto. Questo dovrebbe avere un significato, no?
- No, – rispose il cugino. – Non ha nessun significato. Tutt’al più indica una certa vivacità di spirito. La vita comune è una media di tutti i delitti che potremmo commettere. Ma poiché abbiamo già pronunziato la parola teologia, vorrei farle una domanda.
- Vuol chiedermi di nuovo se sono già stata innamorata, o gelosa?
- No. Stia attenta: se Dio tutto sa e tutto dispone, come può l’uomo peccare? Così ci si domandava una volta, e, veda un po’, è una
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posizione inquisitiva di piena attualità. Ci si faceva allora uno strano concetto di Dio. Lo si offende con questa sua connivenza, egli costringe l’uomo a un fallo di cui gli farà colpa; non solo egli lo sa già – di questo rassegnato amore abbiamo sempre avuto esempi – ma gliene dà l’occasione! In una simile posizione reciproca ci troviamo tutti oggigiorno. L’io perde il senso che ha avuto finora, di un sovrano che compie atti di governo; noi impariamo a comprendere il suo divenire conforme alle leggi, l’influsso del suo ambiente, le varietà della sua costituzione, il suo sparire nei momenti di massima attività, in una parola le norme che regolano la sua formazione e la sua condotta. Pensi: le leggi della personalità, cara cugina! Sarebbe come un’unione corporativa dei serpenti velenosi o una camera di commercio
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per i ladri! Infatti, poiché le leggi sono la cosa più impersonale che esista al mondo, la personalità non sarà più ben presto che un immaginario punto d’incontro dell’impersonale, e sarà difficile trovare per essa quell’onorevole posizione di cui lei, cara cugina, non può fare a meno…
Così parlò Ulrich e Diotima osservò a un certo punto:
- Ma, caro amico, bisogna pur sempre agire nel modo più personale possibile! – Infine disse: Lei oggi è un vero teologo! Da questo lato non la conoscevo ancora – Stava sempre lì seduta come una ballerina stanca, un bel pezzo di donna robusta; lo sentiva anche lei nelle proprie membra. Da settimane schivava il cugino, forse eran mesi addirittura.
Ma aveva simpatia per quel suo coetaneo.
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La divertiva vederlo lì in marsina nella stanzetta poco illuminata, bianco e nero come un cavaliere di Malta; quel bianco e nero faceva pensare alla passione della croce. Ella si guardò intorno nella camera modesta, l’Azione Parallela era lontana, grandi lotte appassionate ella aveva combattuto, questa cameretta era semplice come il dovere, ingentilita da foglie di palma e da cartoline non scritte nella cornice dello specchio; fra queste, cinta dagli splendori della metropoli, appariva dunque il visetto di Rachel quando ella si specchiava. E dove si lavava la piccola? In quel cassettoncino, se s’alzava il coperchio, doveva esserci una catinella di latta, ricordò Diotima, e poi pensò: quest’uomo vuole e non vuole.
Lo guardò tranquilla, una cordiale ascoltatrice. “Arnheim vorrà davvero
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sposarmi?” si domandò. Lo ha detto. Ma poi non ne ha più parlato. Ha tante altre cose da dire. Ma anche il cugino, invece di parlare di argomenti estranei, avrebbe potuto chiedere: dunque, come stiamo? Perché non lo chiedeva? Le sembrava che egli dovesse capirla se ella gli avesse descritto minutamente le proprie lotte interiori. “Sarà un bene per me?” egli aveva chiesto secondo la sua abitudine, quando Diotima gli aveva detto di sentirsi mutata. Impertinente! Diotima sorrise.
Quei due uomini in fondo erano entrambi ben strani. Perché il cugino vedeva Arnheim tanto di malocchio? Ella sapeva che Arnheim desiderava farselo amico; ma anche Ulrich, a giudicare dalle sue violente osservazioni, s’interessava molto ad Arnheim. “E come lo fraintende, pensò ancora una volta, – non c’è
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proprio rimedio!” Adesso del resto non soltanto la sua anima si ribellava contro il suo corpo sposato al capodivisione Tuzzi, ma anche il corpo contro l’anima, che per l’amore esitante e licitante di Arnheim languiva al margine di un deserto su cui forse tremolava soltanto un ingannevole miraggio del desiderio. Avrebbe voluto dividere col cugino la propria sofferenza e la propria debolezza; le piaceva la risoluta parzialità che lui di solito manifestava. Certo era molto più apprezzabile l’equilibrata imparzialità di Arnheim, ma Ulrich al momento di prendere una decisione non avrebbe esitato così, nonostante le sue teorie che di preferenza dissolvevano ogni cosa nell’indeterminato. Questo Diotima lo sentiva, e non sapeva perché; forse faceva parte delle impressioni riportate fin dalla sua prima visita. Se in quel
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momento Arnheim le appariva come un mostruoso sforzo della sua anima, un peso regale, un carico che le incombeva da ogni parte, ecco che tutto quel che diceva Ulrich le sembrava avere unicamente l’effetto di far perdere fra centinaia di correlazioni quella della responsabilità e far cadere in uno stato sospetto di libertà.
Sentì improvvisamente il bisogno di rendersi più complicata di quel che era; e di non dir chiaramente perché, ma nello stesso tempo si ricordò che una volta da ragazza aveva salvato un ragazzetto da un pericolo, con le sue braccia, e che lui testardamente le dava delle ginocchiate nel ventre per non lasciarla fare. La forza di quel ricordo, che si era ripresentato in maniera così imprevista come se fosse caduto giù dal caminetto nella piccola
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stanza solitaria, la mise completamente fuor d’equilibrio. “Smisuratamente?” ella pensò. Perché ripeteva sempre quella domanda? Come se lei non potesse mai passar la misura? S’era dimenticata di ascoltarlo, non sapeva più se era giusto o no, lo interruppe senz’altro, respinse via da sé tutto ciò ch’egli diceva, e a tutto e una volta per tutte gli diede ridendo (forse però le sembrava soltanto di ridere, nell’improvvisa e imprevista agitazione) questa risposta:
- Ma io sono smisuratamente innamorata! Ulrich le sorrise in faccia.
- Evvia, non ne sarebbe capace, – disse. Diotima s’era alzata, si stava accomodando i
capelli, lo guardò con occhi che si fermavano di colpo, stupiti.
- Per passar la misura, – spiegò Ulrich
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tranquillo, – bisogna essere molto precisi e obiettivi. Due “io” che sanno com’è problematico l’“io” di oggi si attaccano l’uno all’altro, così m’immagino, se è necessariamente amore e non soltanto un’attività abitudinaria; sono così concatenati che l’uno è la causa dell’altro quando sentono di diventare più grandi, e galleggiano come un velo. Allora è terribilmente difficile non fare movimenti falsi, anche se da un certo tempo si fanno già quelli giusti. È difficile, insomma, avere le sensazioni giuste in questo modo! Contrariamente a un pregiudizio diffuso, ci vuole una certa pedanteria. Del resto era proprio quello che le volevo dire. Sono molto lusingato, Diotima, che lei mi giudichi un arcangelo in potenza; con tutta modestia, come vedrà subito. Perché solamente se gli uomini
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fossero del tutto obiettivi – e ciò equivale quasi ad essere impersonali sarebbero anche tutto amore. Soltanto allora, infatti, sarebbero anche tutta sensibilità e sentimento e pensiero; e tutti gli elementi che formano l’uomo sono affettuosi perché tendono l’uno verso l’altro; l’uomo stesso però non lo è. Di essere smisuratamente innamorata, quindi, lei forse non avrebbe la minima voglia…!
Si era sforzato di dirlo nel modo meno solenne possibile; per regolare l’espressione del viso accese persino un’altra sigaretta e anche Diotima nella sua perplessità accettò quella che le veniva offerta. Faceva un viso comicamente altero e mandava fuori buffate di fumo per dimostrarsi disinvolta giacché non aveva capito bene. Ma nell’insieme, come fatto, era molto impressionata che il cugino le avesse tenuto
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tali discorsi proprio in quella stanzetta, dov’erano soli, senza darsi la solita minima pena di prenderle la mano o di accarezzarle i capelli, sebbene entrambi sentissero come una corrente magnetica l’attrazione reciproca dei loro corpi tanto vicini. “E se adesso noi due…?” ella pensò. Ma che cosa si poteva fare in quello stambugio? Si guardò intorno. Comportarsi come una sgualdrina? E come si fa? Mettersi a frignare? Frignare, era la parola usata a scuola che ora le veniva in mente. Se d’improvviso ella facesse quello ch’egli desiderava, spogliarsi, gettargli le braccia al collo e cantare, cantare che cosa? Sonare l’arpa? Lo guardò sorridendo. Le pareva un fratello maleducato in compagnia del quale si poteva fare qualunque cosa. Anche Ulrich sorrise, ma il suo sorriso era come una finestra cieca; perché dopo aver ceduto alla
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tentazione di far quel discorso con Diotima, si sentiva pieno di vergogna e basta. Tuttavia ella intuiva vagamente la possibilità di amare quest’uomo; la cosa le appariva come era a parer suo la musica moderna: del tutto insoddisfacente ma piena di un’eterogeneità che la turbava. E quantunque presumesse di intuirlo naturalmente meglio di lui, incominciarono, mentre gli stava ritta dinanzi, a bruciarle le gambe, sicché ella disse un po’ all’improvviso con l’aria di trovare che il colloquio era già durato troppo a lungo:
- Caro amico, ci comportiamo in un modo impossibile; rimanga qui ancora un momento, io uscirò prima per tornare dai nostri invitati.
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102. Guerra e amore in casa Fischel
GERDA aspettò invano la visita di Ulrich. In verità egli aveva dimenticato la promessa o se ne
ricordava nei momenti in cui aveva altro da fare.
- Lascia stare! – diceva la signora Klementine quando il direttore Fischel brontolava. – Prima ci considerava degni della sua compagnia, ma ora probabilmente ha messo su boria. Se vai a cercarlo, fai peggio. Sei così maldestro!
Gerda aveva nostalgia dell’amico più vecchio. Desiderava che venisse pur sapendo
che avrebbe desiderato che se ne andasse, se
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fosse venuto. Nonostante i suoi ventitré anni non aveva esperienze, tranne un certo signor Glanz, che spalleggiato da suo padre le faceva una corte guardinga, e gli amici cristiano- germanici che qualche volta le parevano più studentelli che uomini.
“Perché non viene?” ella si arrovellava pensando a Ulrich. I suoi amici erano convinti che l’Azione Parallela significava il principio dell’annientamento spirituale del popolo tedesco, ed ella si vergognava che Ulrich vi prendesse parte; le sarebbe piaciuto sentire cosa lui ne pensasse, e sperava che adducesse motivi tali da discolparlo.
Sua madre diceva al marito:
- Ti sei lasciato sfuggire l’occasione di aderire a quel movimento. Sarebbe stato un bene per Gerda e avrebbe cambiato il corso
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delle sue idee; tanta gente frequenta casa Tuzzi Era venuta a sapere che Leo aveva trascurato di rispondere all’invito di Sua Signoria. Gli toccò passare gran brutti giorni.
I giovanotti che Gerda chiamava “gli spiriti amici” s’erano stabiliti in casa sua come gli aspiranti di Penelope e lì tenevano consiglio sull’atteggiamento che doveva prendere un giovane tedesco nei confronti dell’Azione Parallela.
- In certe circostanze un finanziere deve dimostrare i sentimenti d’un mecenate! – Protestava la signora Klementine quando il marito dichiarava con veemenza di non aver preso in casa come precettore, per denaro sonante, Hans Sepp, la “guida spirituale” di Gerda, perché ne nascesse un simile guaio!
Così era infatti; Hans Sepp, lo studente che
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non aveva la più lontana probabilità di farsi una posizione, era entrato in casa come precettore e sfruttando i contrasti che vi regnavano la faceva da tiranno; adesso coi suoi amici che erano diventati gli amici di Gerda deliberava in casa Fischel sui modi di salvare la nobiltà tedesca, che nel salotto di Diotima (di cui si diceva che non faceva differenza fra gente della sua razza e della razza estranea) cadeva nella rete dello spirito ebraico. E seppure in presenza di Leo Fischel questo veniva fatto di solito con una certa riguardosa obiettività, ne nascevano ancor sempre parole e discussioni che bastavano a dargli sui nervi. Ci si inquietava che in un secolo a cui non era dato produrre grandi simboli si facesse un simile tentativo destinato a provocare una completa catastrofe, e le parole “supersignificativo,
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ascesa alla superumanità, libera specie umana” facevano fremere gli occhiali sul naso di Fischel ogni volta che le udiva. In casa sua nascevano termini come pensiero esistenzialista, incrementazione spirituale e attivismo oscillante. Scoprì che ogni quindici giorni si teneva in casa sua l’ora della purificazione. Chiese schiarimenti. Risultò che era una lettura di versi di Stefan George. Leo Fischel cercò invano nella sua vecchia enciclopedia chi fosse costui. Quello che più irritava il vecchio liberale era che quegli sbarbatelli quando parlavano dell’Azione Parallela chiamassero bellimbusti tutti i funzionari ministeriali, presidenti di banche e scienziati che vi prendevano parte; che dichiarassero in tono blasé non esistere oggidì grandi ideali né persone capaci di
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comprenderli; perfino “umanità” era una parola vuota, e soltanto la nazione o, come dicevano, il complesso di popolo e costumi, esisteva per loro.
- Umanità è una parola che non mi dice niente, papà, – rispondeva Gerda alle sue rimostranze; – è vuota di contenuto, ormai; ma la mia nazione, questo sì che è palpabile!
- La tua nazione! – incominciava allora Leo Fischel e voleva dir qualcosa dei grandi profeti, e del proprio padre che era stato avvocato a Trieste.
- Lo so, – interrompeva Gerda. – Ma la mia nazione è quella spirituale; alludo a quella.
- Ti chiuderò in camera tua finché riacquisti la ragione! – diceva allora papà Leo. – E i tuoi amici li metterò alla porta. Sono individui senza disciplina che si occupano sempre della loro
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coscienza invece di lavorare!
- Conosco il tuo modo di pensare, papà, – ribatteva Gerda. – Voialtri vecchi credete di poterci umiliare perché ci mantenete. Siete dei capitalisti patriarcali.
Tali dialoghi erano sovente provocati dalla sollecitudine paterna.
- E di che cosa vivresti, se io non fossi un capitalista?! – chiedeva il padrone di casa.
- Non posso sapere tutto, – Gerda tagliava corto di solito a questi allargamenti del discorso. – Ma so che scienziati, educatori, guide spirituali, uomini politici e altri lavoratori stanno creando nuovi articoli di fede!
Quasi sempre il direttore Fischel si sforzava di chiedere ancora in tono ironico:
- Questi uomini politici e guide spirituali siete voi stessi, vero? – ma lo faceva soltanto
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per avere l’ultima parola; era contento, in fin dei conti, che Gerda non s’accorgesse come ogni irragionevolezza gli ispirasse, semplicemente per abitudine, il timore di dover cedere. Si giunse al punto che al termine di simili colloqui egli si metteva persino a lodare l’ordine dell’Azione Parallela in contrasto con le disordinate opposizioni in casa sua; ma succedeva soltanto quando Klementine non era a portata di orecchio.
Ciò che conferiva alla resistenza di Gerda contro le proteste paterne una cheta ostinazione di martire ed era sentito anche confusamente da Leo e Klementine, era il soffio di voluttà innocente che aleggiava per casa. Si parlava fra i giovani di molte cose che i genitori tacevano amareggiati. Anche ciò che chiamavano sentimento nazionale, quella
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aspirazione dei loro Io in perpetuo bisticcio a fondersi in un’unità sognata che nel loro gergo si chiamava “comunità dei cittadini cristiani” aveva qualcosa dell’Eros alato di fronte ai tormentosi rapporti amorosi dei più vecchi. Con aria saputa questi giovani disprezzavano la “cupidigia”, l’“agghindata menzogna dei goffi piaceri della vita”, come dicevano loro, ma di superamento della sensualità e di ardore spiritualizzato parlavano tanto che nell’animo dell’attonito ascoltatore sorgeva involontariamente e per contrasto una memore simpatia per la sensualità non superata e per gli ardori non spiritualizzati; e perfino Leo Fischel doveva ammettere che la loro eloquenza senza perifrasi faceva sentire all’ascoltatore fin giù per le gambe le radici delle loro idee, cosa che egli però biasimava, perché secondo lui
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davanti alle grandi idee bisogna sentirsi trasportati in alto. Klementine invece diceva:
- Non dovresti respingere tutto in blocco, Leo!
- Come posso asserire che la proprietà distrugge lo spirito? – egli incominciava a discutere con la moglie. – Sono incretinito, io? Tu sì, forse, perché prendi sul serio le loro ciance!
- Tu non capisci, Leo; loro l’intendono in senso cristiano, aspirano a una vita migliore su questa terra.
- Questo non è cristiano, è senza senso! – protestò Leo.
- Forse la vera realtà non la vedono i realisti, ma gl’introspettivi, ribatteva Klementine.
- Mi fai ridere! – esclamava Fischel. Ma non
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rideva, piangeva; piangeva dentro di sé, per l’impotenza a padroneggiare le evoluzioni spirituali di casa sua.
Più spesso di prima il direttore Fischel provava ora il bisogno di aria pura; finito il lavoro non aveva nessuna voglia di correre a casa, e quando usciva dall’ufficio che faceva ancora giorno gli piaceva gironzare in giro per i parchi pubblici, benché si fosse d’inverno. Fin da quando era impiegato avventizio aveva una predilezione per quei giardini. Per misteriosi motivi l’amministrazione comunale alla fine dell’autunno aveva fatto ridipingere le sedie di ferro, e ora giacevano piegate una sull’altra, verdoline sulla neve bianca e suggerivano alla fantasia i colori della primavera. Leo Fischel qualche volta si sedeva su una di quelle sedie, tutto solo e imbacuccato, su una piazzetta da
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gioco o lungo un viottolo, e guardava le bambinaie che coi piccini a loro affidati si davano al sole un aspetto di salute invernale. Giocavano al diabolo o si gettavano palle di neve, e le bimbe piccine facevano grandi occhi da donna; ah – pensava Fischel – sono proprio quegli occhi che nel viso di una bella donna danno la deliziosa impressione di occhi di bimba. Gli faceva bene guardare intente ai loro giochi le bambine nei cui occhi l’amore navigava ancora sul laghetto delle fiabe, dove un giorno verrà a prenderlo la cicogna; e qualche volta anche le bambinaie. Negli anni di gioventù s’era spesso goduto quello spettacolo, quando stava ancora davanti alla vetrina della vita senza denaro per entrare, e poteva soltanto chiedersi quali doni gli riservasse il destino. Eran stati doni abbastanza miseri, egli
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pensava, e per un attimo gli pareva di ritrovarsi pieno dell’ansia gioconda di allora, fra il bianco dei crocchi e il verde dei prati. Quando poi il suo senso della realtà tornava a riconoscere la neve bianca e la vernice verde, egli, chi sa perché, pensava ogni volta alle sue entrate; il denaro dà l’indipendenza, ma per ora lo stipendio era tutto inghiottito dalle necessità della famiglia e dagli investimenti che la ragione suggeriva; bisognava dunque – egli rifletteva – fare qualche altra cosa oltre il suo servizio per rendersi indipendente, magari sfruttare la propria esperienza della Borsa come facevano i direttori principali. Tali pensieri però venivano in mente a Leo solo quando osservava le bambine al gioco, e li reprimeva non sentendosi affatto un’indole adatta alla speculazione. Era procuratore, e di
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direttore non aveva che il titolo, non gli si schiudeva nessuna probabilità di salire più in alto, e subito si intimidiva deliberatamente dicendosi che un povero animale da lavoro come lui aveva già la schiena troppo rotta per levarsi su libero. Non sapeva che lo pensava soltanto per mettere un ostacolo insuperabile fra sé e i bei bambini e bambinaie, che in quelle soste fra il verde rappresentavano per lui le attrattive della vita; perché, anche in preda al malumore che lo teneva lontano da casa, egli restava incorreggibilmente attaccato alla vita domestica e avrebbe dato qualunque cosa per poter scambiare quell’inferno di casa sua con un coro d’angeli rotanti intorno a un Padreterno Direttore effettivo.
Anche Ulrich amava i giardini e li attraversava quando poteva; così gli accadde di
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incontrarsi di nuovo con Fischel, e a questi tornò subito in mente tutto quello che aveva già sofferto in famiglia per via dell’Azione Parallela. Si lagnò che il giovane non tenesse in maggior conto gli inviti dei suoi vecchi amici, e di ciò poteva onestamente illudersi giacché anche le amicizie più superficiali diventano vecchie col tempo quanto le più profonde.
Il vecchio giovane amico assicurò che vedere Fischel era sempre per lui una gioia grandissima, e se la prese con la ridicola attività che finora gliel’aveva impedito.
Fischel si lamentò dei tempi cattivi e degli affari difficili. E il rilassamento della morale, poi! Tutto era così affrettato e materiale.
- E io che pensavo a lei con invidia! – replicò Ulrich. – La professione di uomo d’affari dev’essere un vero sanatorio dell’anima! O
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almeno è l’unica professione con un fondamento sano e pulito.
- Questo è vero! – approvò Fischel. – L’uomo d’affari serve il progresso umano e s’accontenta di un guadagno lecito. E così sta male come tutti gli altri! – soggiunse poi con cupa malinconia.
Ulrich aveva accettato di accompagnarlo a casa.
Là giunti, trovarono che l’aria era già carica di elettricità.
Tutti gli amici erano presenti e si stava svolgendo un acceso conflitto verbale. I giovani frequentavano ancora il liceo o il primo anno d’università, pochi di loro avevano anche un impiego. Come s’era formato il loro sodalizio non sapevano più neanche loro. Così, da uomo a uomo. Gli uni si erano conosciuti nelle
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associazioni nazionalistiche studentesche, altri nei circoli cattolici o socialisti, altri ancora in gruppi escursionistici.
Non c’è pericolo di sbagliare affermando che l’unico elemento comune a loro tutti era Leo Fischel. Un movimento intellettuale, per durare, ha bisogno di un corpo, e questo era casa Fischel, con vino e un certo regolamento del traffico ad opera della signora Klementine. Alla casa apparteneva Gerda, e a Gerda Hans Sepp, e Hans Sepp, lo studente dalla carnagione bruna ma dall’anima tanto più bella, non era il capo, perché i giovani non riconoscevano capi, ma era la passione più forte fra di loro. Qualche volta si riunivano anche altrove, e là ammettevano donne che non erano Gerda; ma così come abbiamo descritto era costituito il nocciolo del movimento.
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Ciò nonostante l’origine dello spirito di quei giovani era strana come il manifestarsi di una malattia nuova o una lunga serie di colpi fortunati in un gioco d’azzardo. Quando il sole del vecchio idealismo europeo incominciò a oscurarsi, e declinò lo spirito della razza bianca, molte fiaccole vennero passate di mano in mano – fiaccole d’idee, sa Iddio dov’erano state rubate o inventate! e formarono qua e là l’ondeggiante lago di fuoco di una piccola comunità intellettuale. Così negli ultimi anni, prima che la grande guerra ne traesse le conseguenze, si parlava anche molto fra i giovani di amore e di comunione, e specialmente stavano schierati sotto il segno della comunione e dell’amore che tutto abbraccia i giovani antisemiti in casa del direttore Fischel. La vera comunione è l’effetto
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di una legge interiore; e la legge più profonda, più semplice, più perfetta, la prima di tutte, è quella dell’amore. Come si è già detto, non l’amore nel suo basso significato sensuale; perché il possesso fisico è una trovata di Mammone e ha l’unico effetto di dividere e di togliere il senno. E poi naturalmente non si può amare chiunque. Ma si può rispettare qualunque altro carattere, purché, autentico e schietto, tenda a innalzarsi, con rigorosissimo senso di responsabilità. Così in nome dell’amore litigavano a ogni proposito.
Quel giorno però avevano fatto fronte comune contro la signora Klementine, la quale godeva di sentirsi nuovamente giovane, e intimamente conveniva che l’amore coniugale somigliava molto alla riscossione degli interessi d’un capitale, ma non voleva assolutamente
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permettere che si condannasse l’Azione Parallela affermando che gli ariani erano capaci di creare simboli solo quando erano esclusivamente fra loro. La signora Klementine si dominava a fatica, e Gerda aveva due cerchi rossi sulle guance per la rabbia che le faceva sua madre non decidendosi a lasciare la stanza. Quando Leo Fischel entrò in casa con Ulrich, ella di nascosto fece un segno implorante a Hans Sepp perché la smettesse, e Hans disse in tono conciliante:
- Del resto nessuno al giorno d’oggi può riuscire a creare qualcosa di grande! – e credeva così di aver risolto la discussione con una formula impersonale a cui erano già abituati.
Disgraziatamente però Ulrich intervenne nel discorso e domandò a Hans, con una certa
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malignità verso Fischel, se non credeva in alcun modo al progresso.
- Progresso? – rispose Hans Sepp dall’alto in basso. – Basta pensare quali uomini sono vissuti cent’anni fa, prima che si parlasse di progresso: Beethoven! Goethe! Napoleone! Hebbel!
- Uhm, – obiettò Ulrich, – Hebbel cent’anni fa era appena un poppante.
- I signorini disprezzano la precisione delle date, – spiegò il direttore Fischel divertito. Ulrich non volle insistere; sapeva che Hans Sepp era geloso di lui e lo disprezzava; ma gli strani amici di Gerda gli ispiravano una certa simpatia. Perciò si sedette in mezzo a loro e continuò:
- Nei vari rami delle conoscenze umane facciamo innegabilmente tanti progressi che
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abbiamo l’impressione di non poterli seguire; non potrebbe darsi che da questo derivasse la sensazione che non vi sia progresso alcuno? In fin dei conti il progresso è ciò che risulta dagli sforzi comuni di tutti, e si può dire a priori che il vero progresso sarà sempre appunto quello che nessuno voleva.
Il ciuffo bruno di Hans Sepp si volse verso di lui come un corno vibrante.
- Lo dice lei stesso: quello che nessuno voleva! Vuoti schiamazzi, inutile trambusto; cento vie e nessuna strada! Pensieri, insomma, ma niente anima! E niente carattere! La frase balza dalla pagina, la parola balza dalla frase, il tutto non è più un tutto: lo dice anche Nietzsche; a parte il fatto che anche l’egoismo di Nietzsche è un non valore della vita! Mi citi un solo valore solido, ultimo, a cui lei per
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esempio conforma la sua esistenza!
- Così su due piedi! – protestò il direttore
Fischel; ma Ulrich domandò a Hans:
- Lei non è proprio mai capace di vivere senza un valore ultimo?
- No, – disse Hans. – Ma le concedo che per questo debbo vivere infelice.
- E vada al diavolo, allora! – rise Ulrich. – Tutto quel che noi sappiamo ha una condizione: non essere troppo rigorosi e non stare ad aspettare la rivelazione suprema; il Medioevo non l’ha osservata ed è rimasto ignorante!
- Qui sta il punto, – rispose Hans Sepp. – Io invece sostengo che gli ignoranti siamo noi!
- Ma deve ammettere che la nostra ignoranza è estremamente felice e ricca di varietà! Dal fondo della stanza una voce
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tranquilla brontolò:
- Varietà! Scienza! Progresso relativo! Questi sono concetti del pensiero meccanico di un secolo corroso dal capitalismo! Non c’è altro da dire…
Anche Leo Fischel brontolò qualcosa; per quel che se ne capì, giudicava che Ulrich fosse troppo alla mano con quei ragazzi senza rispetto; e si trincerò dietro un giornale che s’era cavato di tasca.
Ma Ulrich si divertiva.
- Un appartamento moderno di sei stanze con bagno per la servitù, aspirapolvere e tutto quel che ci vuole, paragonato alle case antiche con camere altissime, muri spessi e soffitti a volta è un progresso oppure no? – egli chiese.
- No! – gridò Hans Sepp.
- L’aeroplano è un progresso in confronto
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alla diligenza?
- Sì! – gridò il direttore Fischel.
- E la macchina rispetto al lavoro a mano?
- Lavoro a mano! – gridò Hans.
- Macchina! – gridò Leo.
- Secondo me, – disse Ulrich, – ogni progresso è anche un regresso. V’è progresso sempre unicamente in un certo senso. E poiché la nostra vita nell’insieme non ha senso, così nell’insieme non ha neanche progresso.
Leo Fischel lasciò cadere il giornale.
- Le sembra meglio attraversare l’Atlantico in sei giorni o metterci sei settimane?
- Io direi che è certamente un progresso poter fare e l’uno e l’altro. I nostri giovani cristiani però negano anche questo.
Il gruppo rimase immobile come un arco teso. Ulrich aveva paralizzato la loquacità ma
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non l’aggressività. Continuò tranquillamente:
- Ma si può anche dire il contrario. Se la nostra vita ha fatto qualche progresso nelle singole cose, ha anche un senso nelle singole cose. Se far sacrifici umani agli dei, per esempio, o bruciare le streghe, o incipriare i capelli ha mai avuto un senso, tutte queste azioni della vita conservano un significato, anche se umanità e abitudini più igieniche sono progressi. Lo sbaglio sta in questo, che il progresso vuol sempre far piazza pulita del vecchio significato.
- Lei vuol forse dire, – domandò Fischel, – che dovremmo ritornare ai sacrifici umani dopo aver vinto, per nostra fortuna, quelle tenebre mostruose?
- Non è tanto facile stabilire cos’è tenebra! – rispose Hans Sepp al posto di Ulrich. – è
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tenebra mangiare un leprotto innocente; ma quando un cannibale secondo un certo rituale religioso divora un nemico della sua tribù, semplicemente non sappiamo che cosa si svolga dentro di lui!
- I tempi passati devono pure aver avuto qualcosa di buono, – convenne Ulrich, – altrimenti non ci sarebbero state tante care persone che ci si trovavano benissimo. Forse potremmo ritrarne vantaggio anche noi senza fare grandi sacrifici? E forse oggi sacrifichiamo ancora tante creature umane proprio perché non ci siamo mai posto chiaramente il problema del modo giusto di superare le precedenti pensate dell’umanità. Sono correlazioni poco trasparenti, assai difficili a esprimersi.
- Ma per il suo modo di ragionare la meta
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desiderata rimane sempre una somma o un bilancio! – proruppe Hans Sepp, questa volta contro Ulrich. – Lei come il direttore Fischel crede nel progresso borghese, ma lo esprime nel modo più perverso e complicato possibile, perché nessuno se ne accorga! – Hans aveva espresso l’opinione dei suoi amici. Ulrich cercò il viso di Gerda. Voleva ripigliare tranquillamente da capo i propri pensieri, senza badare che Fischel e i giovanotti erano pronti a buttarsi su di lui quanto gli uni sugli altri.
- Ma anche lei tende a una meta, Hans? – chiese di nuovo.
- Non io. Qualcosa dentro di me, o per mio mezzo, – rispose Sepp brevemente.
- E questo qualcosa che è in lei sarà capace di farcela? - Leo Fischel s’era lasciato
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trascinare a quella domanda ironica, e così, come tutti capirono tranne lui stesso, si mise dalla parte di Ulrich.
- Non lo so! – rispose Hans torvo.
- Dovrebbe fare il suo esame; questo sì che sarebbe un progresso! Leo Fischel non aveva potuto trattenere quest’altro commento, tanto era irritato; ma non meno dal suo amico che da quei saputelli.
In quel momento la stanza saltò in aria. La signora Klementine gettò uno sguardo deprecativo al marito; Gerda tentò di arrivar prima di Hans, e Hans cercava parole che poi si scaricarono di nuovo su Ulrich:
- Stia certo, gli gridò, – in fondo anche lei non ha nel cervello un solo pensiero che anche il direttore Fischel non sia capace di pensare!
Poi corse fuori e anche i suoi amici con
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inchini irosi gli si precipitarono dietro. Il direttore Fischel, trafitto dagli sguardi di Klementine, fece vista di ricordare a un tratto i suoi doveri di padrone di casa e se ne andò imbronciato in anticamera per dire ancora ai giovani una parola gentile. In salotto rimasero soltanto Gerda, Ulrich e la signora Klementine che tirò due o tre sospiri di sollievo perché adesso la tempesta era dissipata. Poi si alzò, e Ulrich con suo stupore si trovò solo con Gerda.
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103. La tentazione
GERDA era visibilmente eccitata quando rimasero soli. Egli le prese la mano; il braccio di
Gerda tremò, ella si sciolse dalla stretta.
- Lei non sa, – disse, – che cosa vuol dire per Hans: una meta! Lei ci scherza su; è giusto. Mi pare che i suoi pensieri siano diventati ancora più sconci! Aveva cercato un aggettivo molto energico, e ora ne ebbe paura. Ulrich cercò di prenderle di nuovo la mano, ma lei si strinse le braccia al corpo. – Noi non vogliamo solo questo, ecco! – ella proruppe; scagliò fuori quelle parole con violento disprezzo, ma il suo
corpo barcollava.
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- Lo so, – schernì Ulrich, – tutto quello che accade tra voi deve soddisfare le più sublimi esigenze. È proprio per questo che mi lascio andare al contegno che lei ha così amabilmente definito. E non può credere come mi piaceva prima parlare con lei in tono diverso!
- Lei non è mai stato diverso! – ribatté Gerda pronta.
- Sono sempre stato titubante, – rispose Ulrich con semplicità, scrutandola in viso. – Le fa piacere che le racconti un poco di quel che succede da mia cugina?
Negli occhi di Gerda balenò qualcosa che contrastava nettamente con la perplessità in cui la metteva la vicinanza di Ulrich; perché bruciava dal desiderio di udire quelle notizie per riferirle a Hans, e cercava di nasconderlo. L’amico colse con soddisfazione quel lampo, e
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come un animale che fiutando l’aria pesante cambia istintivamente sentiero, cominciò un altro discorso.
- Ricorda la storia della luna, che le raccontai l’altra volta? – domandò. – Vorrei prima di tutto confidarle qualcosa di simile.
- Saranno di nuovo menzogne! – ribatté
Gerda.
- No, per quanto è possibile. Dai corsi che ha frequentato ricorderà quel che capita quando si vorrebbe sapere se qualcosa è una legge o non lo è. O ci sono a priori delle ragioni perché lo sia, come ad esempio in fisica o in chimica, e anche se le osservazioni non danno mai il valore voluto, stanno con esso in una certa approssimazione, e così lo si può calcolare. Oppure quelle ragioni non ci sono, come succede tante volte nella vita, e ci si trova
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davanti a un fenomeno di cui non si sa se sia legge o caso, ed ecco che la cosa diventa umanamente interessante. Perché allora del proprio cumulo di osservazioni si fa innanzitutto un cumulo di cifre; poi si seziona – quali numeri stanno fra questo e quello, fra il prossimo valore e quello successivo? e così di seguito – poi se ne formano delle serie distributive; si vede se la frequenza dei ricorsi presenta o non presenta una diminuzione o un aumento; si ottiene una serie stazionaria o una funzione distributiva; si calcola la misura dell’oscillazione, la deviazione media, la misura della deviazione da un valore arbitrario, il valore centrale, il valore normale, il valore medio, la dispersione eccetera, e in possesso di tutti questi dati si indaga il caso in esame.
Ulrich fece questo discorso in un placido
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tono esplicativo, e sarebbe stato difficile distinguere se volesse orientarsi lui stesso o se si divertisse a ipnotizzare Gerda con ragionamenti scientifici. Gerda si era allontanata da lui; curva in avanti sedeva su una poltrona, aveva una ruga di concentrazione fra le sopracciglia e lo sguardo fisso al suolo. Quando qualcuno le parlava così tranquillamente e faceva appello al suo orgoglio intellettuale, la sua indignazione restava intimidita; ella sentiva dileguarsi la semplice sicurezza che questa le aveva conferito.
Gerda era passata attraverso il liceo scientifico e qualche semestre di università; aveva sfiorato una quantità enorme di scienza nuova che non si poteva collocare nell’antica cornice dello spirito classico e umanistico; in molti giovani questo corso di studi produce una
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sensazione di completa impotenza, mentre davanti a loro l’età nuova si apre come un mondo nuovo il cui suolo non si può lavorare con i vecchi arnesi.
Non sapeva a cosa approdassero i discorsi di Ulrich; gli credeva, perché gli voleva bene, e non gli credeva perché aveva dieci anni meno di lui e apparteneva a una generazione che si riteneva intatta, e le due cose s’intrecciavano molto confusamente l’una all’altra mentre lui seguitava a parlare.
- E ora, – continuò Ulrich, – ci sono osservazioni che son quasi identiche a una legge naturale, ma mancano di qualsiasi fondamento che potremmo considerare tale. La regolarità delle serie numeriche statistiche è talvolta uguale a quella delle leggi. Lei avrà certo udito addurre esempi di questo genere
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alle lezioni di scienze sociali. Per esempio la statistica dei divorzi in America. Oppure il rapporto fra nascite di maschi e di femmine, che è una delle cifre più costanti. E poi sa di certo che ogni anno un numero assai poco variabile di coscritti si sottrae al servizio militare mediante l’autolesionismo. Oppure che annualmente una cifra quasi fissa di europei commette suicidio. Anche il furto, la violenza carnale e, per quel che ne so, i fallimenti hanno all’incirca la stessa frequenza annua…
Qui la resistenza di Gerda fece un tentativo di spezzare le linee.
- Mi vuol forse spiegare il progresso? esclamò, e cercò di mettere molta ironia in quella supposizione.
- Ma certo! – rispose Ulrich senza lasciarsi sviare. – Questo si chiama un po’
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nebulosamente la legge dei grandi numeri. Vuol dire pressapoco che uno si uccide per quel motivo e l’altro per questo, ma in un numero assai alto l’elemento casuale e personale di questi motivi si annulla, e rimane… già, che cosa rimane? Ecco quel che volevo chiederle. Perché, come vede, rimane quello che ciascuno di noi come profano chiama sbrigativamente la media, e di cui quindi non si sa bene che cosa sia. Mi lasci aggiungere che questa legge dei grandi numeri si è tentato di spiegarla in modo logico e formale, come qualcosa che va da sé; e al contrario s’è anche affermato che la regolarità di fenomeni non legati da una causa comune non può affatto essere spiegata con gli abituali metodi di ragionamento; e, accanto a molte altre analisi del fenomeno, s’è anche fatta l’ipotesi che non si tratti soltanto di fatti
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singoli, ma anche di ignote leggi universali. Non voglio annoiarla con particolari e d’altronde non li ho più così presenti, ma senza dubbio sarebbe molto importante per me personalmente sapere se dietro a tutto ciò non vi siano leggi collettive sconosciute, oppure se per semplice ironia della natura ne derivi il fatto speciale che non accade mai nulla di speciale, e che il senso supremo viene ad essere qualcosa che si può attingere con la media della più profonda mancanza di senso. Tanto l’una che l’altra nozione dovrebbero avere un influsso decisivo sul nostro sentimento della vita! Perché, comunque sia, è certo che su questa legge dei grandi numeri si fonda ogni possibilità di vita ordinata; e se non ci fosse questa legge di compensazione, un anno non succederebbe nulla mentre nell’anno
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seguente non ci sarebbe niente di sicuro, la sovrabbondanza s’alternerebbe con la carestia, nascerebbero o troppi o troppo pochi bambini, e l’umanità svolazzerebbe alla cieca fra le sue possibilità celesti e infernali, come gli uccellini quando ci si avvicina alla loro gabbia.
- È vero tutto questo? – chiese Gerda dubbiosa.
- Lo deve sapere da sé.
- Naturalmente; qualcosa spicciola ne so. Ma se era questo che lei voleva dire, prima, quando tutti bisticciavano, non l’ho capito. Le sue argomentazioni sul progresso facevano l’impressione che lei volesse irritare tutti.
- Questa è sempre la sua idea. Ma che cosa sappiamo del progresso nostro? Proprio nulla! Potrebbe essere in molti modi, e io ne ho citato
uno.
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- Potrebbe essere! Lei dice sempre così; mai cercherà di rispondere alla domanda: come dovrebbe essere?
- Siete così impetuosi! Per voi ci dev’essere sempre uno scopo, un ideale, un programma, un assoluto. E alla fine quel che ne vien fuori è poi un compromesso, una media! Non vuole ammettere che alla lunga è faticoso e ridicolo fare e volere sempre il massimo, per ottenere poi soltanto qualcosa di mediocre?
In fondo era la stessa conversazione come con Diotima; solo l’esteriorità era diversa, ma dall’una si sarebbe potuto passare nell’altra. E così indifferente, anche, era se la donna fosse l’una o l’altra; un corpo che, inserito in un preesistente campo magnetico intellettuale, dava l’avvio a certi processi. Ulrich osservava Gerda, che non aveva risposto all’ultima
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domanda. Eccola lì, magra con una piccola ruga di malumore fra gli occhi. Anche il principio del seno, che si vedeva nella scollatura della camicetta, formava un solco diritto e incavato. Braccia e gambe erano lunghe e snelle. Primavera fiacca, infocata da precoci calori estivi; questa fu l’impressione che egli ne ebbe, insieme all’urto contro la protervia racchiusa in quel giovane corpo. Uno strano miscuglio di ripugnanza e di calma si diffuse in lui, perché sentiva improvvisamente che una decisione era vicina e che la ragazza ora chiamava a concorrervi. Senza volerlo incominciò a parlare per davvero dell’impressione che gli aveva fatto la cosiddetta gioventù dell’Azione Parallela, e concluse con parole che stupirono Gerda.
- Anche quelli sono molto radicali e non mi
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possono soffrire. Ma io li ricambio di pari moneta, perché a modo mio sono anch’io radicale e m’adatto a qualunque genere di disordine piuttosto che a quello intellettuale. Vorrei che le idee non soltanto sbocciassero ma si condensassero. Per me l’idea non deve essere solo un’oscillazione, ma anche una densità. Questo, mia preziosa amica, è ciò che lei biasima dicendo che io parlo sempre di quel che potrebbe e mai di quello che dovrebbe essere. Io non confondo le due cose. E probabilmente è questo l’atteggiamento più inattuale che si può assumere, perché nulla è oggi così reciprocamente estraneo come sono fra loro il rigore e il sentimento, e la nostra precisione meccanica è giunta purtroppo tant’oltre, che l’impressione vitale le sembra il suo giusto complemento. Perché non mi vuol
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capire? Forse ne è incapace, ed è delittuoso da parte mia ch’io mi affatichi a confondere il suo cervello aggiornato. Sì, davvero, Gerda, qualche volta mi domando se non ho torto. Forse proprio coloro che io non posso patire fanno quello che io una volta ho voluto. Magari lo fanno male, lo fanno sventatamente, uno corre di qua, l’altro di là, ciascuno con un pensiero sul becco che gli sembra l’unico al mondo; ciascuno si sente straordinariamente intelligente, e tutti insieme credono che il tempo presente sia condannato alla sterilità. E forse è il contrario, ognuno di loro è stupido, ma tutti insieme sono produttivi. Pare che oggi ogni verità venga al mondo divisa in due non- verità opposte, e questo può anche essere il modo di giungere a un risultato superpersonale! Il pareggio, la somma dei
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tentativi allora non si ha più nell’individuo, che diventa insopportabilmente monocorde, ma tutto l’insieme è come una comunità sperimentale. In una parola, sia indulgente con un vecchio signore che la solitudine spinge talvolta ad eccessi!
- Ma che cosa non mi va raccontando! – replicò Gerda imbronciata. – Perché non scrive un libro sulle sue opinioni, forse potrebbe essere utile a sé e a noi!
- E perché dovrei scrivere un libro? – obiettò Ulrich. – Mi ha partorito mia madre, non un calamaio!
Gerda si chiese se un libro di Ulrich potesse davvero giovare a qualcuno. Come tutti i suoi giovani amici ella sopravvalutava il potere dei libri. Nella casa c’era un profondo silenzio dacché loro due tacevano; sembrava che i
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coniugi Fischel fossero usciti anch’essi dietro gli ospiti indignati. E Gerda sentiva incombere la vicinanza di quel corpo virile più forte, la sentiva sempre, contro tutte le proprie convinzioni, quand’erano soli; ebbe un impeto di ribellione e si mise a tremare. Ulrich se ne accorse, si alzò, pose la mano sulla fragile spalla di Gerda e le disse:
- Le faccio una proposta, Gerda. Supponiamo che nel campo morale le cose procedano come nella teoria cinetica dei gas, tutto vola di qua e di là senza regola, come vuole, ma se si calcola a priori ciò che per così dire non ha nessun motivo di risultarne, si vede che è proprio quello che ne risulta davvero! Vi sono stranissime concordanze! Dunque supponiamo che una data quantità di idee voli nell’aria presentemente; essa dà una
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certa media probabile la quale si sposta lentamente e automaticamente, e questo è il cosiddetto progresso ossia la situazione storica; l’importante però è che il nostro movimento singolo, personale non conta per nulla, noi sappiamo pensare e agire verso destra o verso sinistra, verso l’alto o verso il basso, in senso nuovo o vecchio, con ponderazione o senza: per il valore medio ciò è indifferente, e Dio e il mondo badano soltanto a lui, non a noi!
Con queste parole fece il gesto di prenderla fra le braccia, benché sentisse che gli costava assai.
Gerda andò in collera.
- Prima incomincia sempre con ragionamenti seri, – esclamò, – e poi non ne vien fuori che l’insulso schiamazzo d’un gallo! – Aveva il viso in fiamme, e due chiazze rotonde,
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le labbra bagnate di sudore, ma c’era qualcosa di bello nella sua indignazione. – Proprio l’uso che lei ne fa è ciò che noi non vogliamo!
Allora Ulrich non poté resistere alla tentazione di chiederle piano:
- Il possesso uccide?
- Non voglio parlarne con lei! – rispose
Gerda, altrettanto piano.
- È lo stesso, che si tratti del possesso di una persona o di una cosa, – continuò Ulrich. – So anche questo. Gerda, io capisco lei e Hans meglio di quanto creda. Dunque, che cosa volete voi due? Me lo dica!
- Lo vede: niente! – esclamò Gerda in tono di trionfo. – Non lo si può dire. Anche papà ripete sempre: cerca di capir chiaro che cosa vuoi. Vedrai che è un’assurdità. Ma tutto è assurdo, se lo si vede chiaro! Quando siamo ragionevoli
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non usciamo mai dai luoghi comuni! Adesso lei, col suo razionalismo, tirerà fuori qualche nuova obiezione!
Ulrich crollò il capo.
- E a che punto è la vagheggiata dimostrazione contro il conte Leinsdorf? – chiese dolcemente, come se restasse nel tema.
- Ah, lei ci spia! – esclamò Gerda.
- Mettiamo pure di sì, ma me lo dica, Gerda. Per me può sospettare ciò che vuole.
Gerda rimase confusa.
- Niente di speciale. Una dimostrazione, appunto, della gioventù tedesca. Un corteo, probabilmente, grida ostili. L’Azione Parallela è un’ignominia!
- Perché?
Gerda alzò le spalle.
- Si rimetta a sedere, – pregò Ulrich. – Lei
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esagera. Su, parliamo tranquillamente.
Gerda obbedì.
- Mi ascolti, vediamo un po’ se io capisco bene la sua posizione, – continuò Ulrich. – Lei dunque dice che il possesso uccide. Si capisce che pensa innanzitutto al denaro e ai suoi genitori. Sono anime morte, naturalmente…
Gerda fece un gesto sdegnoso.
- Dunque invece del denaro parliamo subito d’ogni specie di possesso. La persona che possiede se stessa; quella che possiede le proprie convinzioni; quella che si lascia possedere da altri, o dalle proprie passioni, o anche soltanto dalle proprie abitudini o dai propri successi; quella che vuole conquistare qualcosa; quella che vuole qualcosa, semplicemente: tutto questo lei lo respinge? Lei vuol essere un viandante. Viandanti girovaghi,
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ha detto una volta Hans, se non erro. Verso un senso e un essere diversi? è così?
- Tutto quel che lei dice è terribilmente esatto; l’intelligenza può scimmiottare il cuore!
- E l’intelligenza appartiene al gruppo del possesso? Misura, pesa, divide, accumula come un vecchio banchiere? Ma non le ho forse narrato oggi una quantità di storie nelle quali quasi tutto dipende dalla nostra anima?
- È un’anima fredda.
- Giustissimo, Gerda. Allora devo soltanto dirle perché sono dalla parte delle anime fredde o addirittura dei banchieri.
- Perché è vile! – Ulrich s’accorse che ella parlando scopriva i denti come un animaletto che ha paura della morte.
- In nome di Dio, sì, – egli rispose. – Ma, se non altro, vorrà credere, spero, che son uomo
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capace di scappare lungo il filo del parafulmine o magari sul più stretto cornicione, se non fossi persuaso che tutti i tentativi di fuga riconducono a papà!
Gerda si ribellava a fare questo discorso con Ulrich, da quando ve n’era stato uno simile fra loro due; i sentimenti di cui si trattava appartenevano soltanto a lei e Hans, e più che lo scherno di Ulrich ella temeva la sua approvazione che l’avrebbe consegnata inerme in mano sua prima ancor di sapere se era un credente o un empio. Dopo esser stata sorpresa, poc’anzi, dalle sue parole malinconiche, di cui doveva portare ora le conseguenze, ella era manifestamente combattuta da fieri dubbi.
Ma anche a Ulrich succedeva qualcosa di simile. Era lontano dal provare una gioia
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perversa per il suo potere sulla ragazza; non prendeva Gerda sul serio, e poiché questo comportava un’antipatia spirituale, le diceva abitualmente delle cose sgradevoli, ma da qualche tempo quanto più calorosamente faceva la parte di avvocato difensore del mondo, tanto più si sentiva inesplicabilmente spinto a confidarsi con lei, e a mostrarle il proprio animo, per così dire, senza malizia e senza bellezza, o a contemplare quello di lei, nudo come una lumaca. Perciò la fissò pensoso e disse:
- Io potrei lasciar riposare il mio occhio fra le sue guance, come le nuvole si riposano in cielo. Non so se alle nuvole piaccia riposare nel cielo, ma infine ne so quanto i vari Hans sui momenti in cui Dio ci prende come un guanto e ci infila adagio adagio sulle sue dita! Voi
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semplificate troppo; voi sentite che il mondo positivo in cui viviamo ha la sua negativa, e affermate seccamente che il mondo positivo appartiene ai genitori e ai più adulti, e il nebuloso mondo negativo alla nuova gioventù. Io non voglio essere la spia dei suoi genitori, cara Gerda, ma la prego di riflettere che, nella scelta fra un banchiere e un angelo, anche la natura più reale della professione di banchiere ha un certo peso!
- Vuole una tazza di tè? – chiese Gerda brusca. – Posso renderle gradito il soggiorno in casa nostra? Voglio che lei veda in me la figlia inappuntabile dei miei genitori – Si era interamente ripresa.
- Supponiamo che lei sposi Hans.
- Ma non voglio affatto sposarlo!
- Bisogna pur avere una meta; lei non può
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vivere eternamente del contrasto con i suoi genitori.
- Un giorno o l’altro me ne andrò di casa, sarò indipendente, e rimarremo amici!
- Ma la prego, cara Gerda, supponiamo che lei sposi Hans, o qualcosa di simile; sarà inevitabile, se tutto continua così. E adesso si faccia un quadro di se stessa che si lava i denti al mattino rapita in estasi, e Hans che riceve una cartella delle tasse.
- Devo proprio farmelo?
- Suo padre direbbe di sì, se avesse un’idea degli stati estatici; sventuratamente la gente ordinaria sa così ben stivare le vicende straordinarie in fondo alla navicella della propria vita da non accorgersene mai più. Ma prendiamo una domanda più facile; esigerà da Hans ch’egli le sia fedele? La fedeltà è una
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manifestazione del complesso del proprietario! Lei dovrebbe essere contenta che Hans potenziasse la sua anima grazie a un’altra donna. Anzi, secondo le leggi che lei prevede, dovrebbe addirittura considerarlo un arricchimento del suo proprio stato!
- Crede forse, – rispose Gerda, – che non dibattiamo anche noi simili questioni? Non si può diventare un uomo nuovo con un sol passo; ma è molto borghese far di queste difficoltà un argomento contrario!
- Suo padre in fondo le chiede tutt’altro di quanto lei crede. Non afferma nemmeno di saperne più di lei e di Hans; dice semplicemente che non capisce il suo modo di agire. Ma sa che la forza delle cose è molto gradevole; la crede più ragionevole di lei e Hans messi insieme. Se offrisse denaro a Hans
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perché possa finire una buona volta gli studi senza preoccupazioni? E gli promettesse, dopo un periodo di prova, se non proprio di consentire alle nozze almeno di ritirare il suo “no” sistematico? Con l’unica condizione di sospendere per il periodo di prova tutti i rapporti fra voi due, anche gli attuali?
- E lei si è prestato a questo?
- Ho solo voluto spiegarle suo padre. Egli è un nume tenebroso dalla sinistra superiorità. Crede che il denaro porterà Hans dove vuole lui, a una ragione realistica. Secondo lui un Hans con un delimitato reddito mensile non potrebbe più essere illimitatamente stolto. Ma forse suo padre è un visionario. Io l’ammiro, così come ammiro i compromessi, le medie, l’aridità, i numeri morti. Non credo nel diavolo, ma se ci credessi me lo immaginerei come
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l’allenatore che spinge il cielo a sempre nuovi primati. E gli ho promesso di importunarla, finché non rimanga più nulla delle sue chimere… soltanto la realtà.
Così dicendo Ulrich non si sentiva affatto la coscienza tranquilla. Gerda stava davanti a lui fiammeggiante, nei suoi occhi c’erano lacrime e furore a strati sovrapposti. D’un tratto vedeva via libera per lei e per Hans. Ma Ulrich l’aveva tradita o voleva aiutarli? Non lo sapeva, e entrambi i casi apparivano adatti a renderla tanto felice quanto infelice. Nel suo turbamento diffidava di lui e sentiva appassionatamente che egli le era affine in quanto v’è di più sacro, ma non lo voleva mostrare. Ulrich soggiunse:
- Naturalmente suo padre desidera in cuor suo che io intanto la chieda in matrimonio e la porti ad un altro ordine di idee.
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- Questo è escluso! – proferì Gerda con sforzo.
- Sì, fra noi pare escluso, – ripeté Ulrich dolcemente. – Ma neanche si può andare avanti così. Sono già troppo pericolante – Cercò di sorridere; faceva estremamente schifo a se stesso. Davvero non voleva tutto ciò. Sentiva l’esitazione di quell’anima e si disprezzava perché suscitava in lui una certa crudeltà.
E nello stesso istante Gerda lo guardò con occhi atterriti. Improvvisamente ella era bella come un fuoco a cui ci si è avvicinati troppo; quasi senza forma, un calore che fiacca la volontà.
- Dovrebbe venir da me un giorno o l’altro! – egli propose. – Qui non si può parlare come si vuole – La fatuità della prepotenza maschile gli
sgorgava dagli occhi.
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- No, – rifiutò Gerda. Ma volse altrove lo sguardo, e Ulrich contemplò tristemente – come se con quel distogliere gli occhi ella si fosse risollevata in alto – la figura, non bella e non brutta, della fanciulla ansimante. Sospirò profondamente e con perfetta sincerità.
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104. Rachel e Soliman sul sentiero di guerra
TRA le alte missioni di casa Tuzzi e la dovizia di idee che vi confluivano, s’agitava una piccola
creatura non tedesca, volubile, guizzante, entusiastica. Eppure la camerierina Rachel era come una cameriera descritta dalla musica di Mozart. Apriva la porta e stava con le braccia semitese a prendere in consegna il soprabito. A Ulrich sarebbe piaciuto sapere se lei lo sapeva imparentato con casa Tuzzi; e cercava di guardarla negli occhi, ma gli occhi di Rachel si
volgevano altrove, oppure resistevano al suo
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sguardo come due ciechi pezzettini di velluto. Gli pareva di ricordare che la prima volta ella lo aveva guardato in un modo diverso, e osservò successivamente che in tali occasioni da un cantuccio buio dell’anticamera un paio di pupille si piantava su Rachel come se sbucasse da due grossi bianchi gusci di chiocciola; erano gli occhi di Soliman, ma la questione, se fosse quel ragazzo la cagione del riserbo di Rachel, rimase insoluta per il fatto che Rachel non ricambiava nemmeno quello sguardo e si ritirava silenziosamente subito dopo aver annunciato il visitatore.
La verità era più romantica di quanto la curiosità potesse supporre. Da quando i sospetti ostinati di Soliman erano riusciti ad aggrovigliare in oscure macchinazioni la luminosa figura di Arnheim, e anche l’ingenua
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ammirazione di Rachel per Diotima ebbe patito scapito per quel cambiamento, ella aveva riportato su Ulrich tutto il suo bisogno appassionato di quel contegno e di amorosa devozione. Poiché, convinta da Soliman che occorreva sorvegliare gli avvenimenti di casa, ella origliava con zelo alle porte nel compiere il suo servizio e ascoltava persino i colloqui tra il capodivisione e la consorte, non aveva mancato di notare la posizione mezzo ostilità mezzo amore che Ulrich occupava fra Arnheim e Diotima, e che corrispondeva perfettamente al sentimento oscillante fra ribellione e rimorso che nutriva lei stessa per l’ignara padrona.
Adesso ricordava anche molto bene di essersi accorta da un pezzo che Ulrich desiderava da lei qualche cosa. Non le passò neppure per la testa di potergli piacere. È vero
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che sperava sempre – da quando era stata cacciata da casa e voleva far vedere ai suoi in Galizia che avrebbe ben saputo farsi la sua strada – in un colpo di fortuna, un’eredità inaspettata, la scoperta di essere la figlia abbandonata di gente distinta, l’occasione di salvare la vita a un principe; ma la semplice possibilità di piacere a un signore che frequentava la casa, che facesse di lei la sua amante o addirittura la sua sposa, non le era mai balenata alla mente! Perciò si teneva soltanto pronta a rendere a Ulrich qualche segnalato servizio. Eran stati lei e Soliman a mandare l’invito al generale, dopo aver scoperto che era amico di Ulrich; certo però l’avevano fatto anche perché volevano mettere in moto le cose, e un generale, dati gli antecedenti, sembrava per l’appunto la persona adatta. Ma
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poiché con Ulrich Rachel agiva in misteriosa rispondenza, da fantasma militare, era inevitabile che fra lei e colui di cui ella sorvegliava con curiosità i movimenti sorgesse quell’accordo stupefacente, grazie al quale tutti i moti segretamente osservati dalle sue labbra, dita e occhi diventavano attori a cui ella era sospesa con la passione di chi vede il proprio medesimo io operare su un gran palcoscenico. E più s’accorgeva che quel rapporto reciproco le serrava forte il petto, come una veste troppo attillata quando si sta curvi davanti al buco di una serratura, più si considerava abietta perché non resisteva con maggior saldezza all’oscuro corteggiamento di Soliman; questo era il motivo, ignoto a Ulrich, per cui ella opponeva alla sua curiosità la rispettosa passione di dimostrarsi una cameriera
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esemplare e beneducata.
Ulrich si domandava invano perché quella personcina creata dalla natura per le tenere schermaglie fosse così casta da far pensare alla frigidità proterva che s’incontra talvolta nelle donne piccoline. Ma cambiò idea e forse rimase un po’ male quando osservò, un giorno, una scena sorprendente. Arnheim era appena giunto, Soliman s’era rintanato in un cantuccio dell’anticamera e Rachel se n’era andata svelta come al solito, ma Ulrich approfittò del movimento prodotto dall’arrivo di Arnheim per uscir fuori a cercare il fazzoletto nella tasca del cappotto. La luce era stata di nuovo spenta, ma Soliman era ancora lì e non si accorse che Ulrich, protetto dall’ombra del battente, apriva la porta solo per finta, e la richiuse come se avesse di nuovo lasciato l’anticamera. Soliman
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si alzò con cautela e tirò fuori dalla sua giubba un grosso fiore. Era un bel gladiolo bianco e Soliman lo contemplò, poi si mosse in punta di piedi e passò oltre la porta della cucina. Ulrich, che sapeva dove era la cameretta di Rachel lo seguì senza far rumore e vide quel che accadeva. Soliman si fermò davanti all’uscio, portò il fiore alle labbra e poi lo assicurò alla maniglia, girandovi intorno il gambo due volte e cacciando l’estremità nel buco della serratura.
Era stato difficile togliere cammin facendo il fiore dal mazzo senza farsi vedere e nasconderlo per Rachel, e Rachel sapeva apprezzare simili attenzioni. Esser colti sul fatto e licenziati sarebbe stato per lei l’equivalente della morte e del Giudizio universale; perciò doveva darle incomodo guardarsi sempre e dappertutto da Soliman, e
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non le faceva molto piacere sentirsi pizzicare all’improvviso una gamba senza poter strillare; ma non mancavano di farle impressione quegli omaggi resi con pericolo, e l’esser spiata a ogni passo con la massima abnegazione, e il dover dar prova del proprio carattere in situazioni difficili. Quello scimmiotto accelerava i tempi in un modo che a lei pareva insensato e pericoloso; così sentiva Rachel, e talvolta, contrariamente ai suoi principî e frammezzo a tutte le scapigliate speranze che le riempivan la testa, aveva il peccaminoso desiderio, checché d’importante potesse accadere in un lontano avvenire, di godersi prima senza economia le tumide labbra del reuccio moro, che l’aspettavano dappertutto, fatte per servir lei, la servetta.
Un giorno Soliman le chiese se aveva
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coraggio. Arnheim con Diotima e qualche altro amico era andato in montagna per due giorni e non l’aveva preso seco. La cuoca aveva una licenza di ventiquattr’ore e il capodivisione Tuzzi pranzava al ristorante. Rachel aveva parlato a Soliman delle tracce di sigaretta trovate in camera sua, e il dubbio di Diotima, che cosa mai ne pensava la piccola, fu risolto dai due concordemente con la supposizione che nel Concilio stessero succedendo cose che esigevano anche da loro un aumento d’attività, non sapevano bene quale.
Quando Soliman le chiese se aveva coraggio, le aveva annunziato di voler rubare al padrone i documenti che dovevan dimostrare i suoi alti natali. Rachel non credeva all’esistenza di quei documenti, ma tutti gli affascinanti intrighi a cui viveva in mezzo
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avevano fatto nascere in lei un perentorio bisogno di avvenimenti. Fu combinato tra loro che Rachel avrebbe tenuto la crestina bianca e il grembiulino da cameriera quando Soliman venne a prenderla per condurla all’albergo, perché sembrasse mandata dalla signora a portare un’ambasciata. Quando uscirono in strada, sotto il pettino di pizzo del grembiule si sprigionò un calore così ardente che gli occhi annebbiati non vedevan più nulla; ma Soliman fermò risolutamente una carrozza; aveva parecchio denaro, perché negli ultimi tempi Arnheim era sovente distratto. Allora anche Rachel prese coraggio e salì in vettura davanti a tutti, come se fosse suo mestiere e incombenza andare a spasso con un negretto. Le strade antimeridiane fuggivano lustre, con gli eleganti fannulloni a cui appartenevano di
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diritto, mentre Rachel era di nuovo agitata come prima d’un furto. Cercò di accomodarsi mollemente nella carrozza come aveva visto fare a Diotima; ma sopra e sotto, dove toccava i cuscini una vibrazione confusa e cullante la penetrava. La carrozza era chiusa e Soliman approfittò della posizione riversa di Rachel per premerle sulla bocca i larghi tamponi da bollo delle sue labbra; dal finestrino potevano essere visti, ma la vettura filava, e una sensazione che ricordava il leggero bollore di un liquido profumato si effuse dai cullanti cuscini alla schiena di Rachel.
Il moretto non si peritò di farsi portare fin sull’ingresso. I domestici in maniche di seta nera e grembiuli verdi sogghignarono quando Rachel scese dalla carrozza, il portiere guardava dalla bussola mentre Soliman pagava
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il cocchiere, e a Rachel parve che il selciato le cedesse sotto i piedi. Ma poi si persuase che Soliman godeva di molta autorità nell’albergo, perché nessuno li fermò mentre attraversavano l’immenso vestibolo a colonne. Nel salone c’erano alcuni signori sprofondati in poltrone di cuoio, e seguirono Rachel con gli occhi; adesso ella si vergognava di nuovo tremendamente, ma poi salì lo scalone e scorse le molte cameriere, che erano vestite di nero come lei, con crestine bianche, ma un po’ meno eleganti, e allora si sentì come un esploratore che gira per un’isola sconosciuta, forse piena d’insidie, e s’imbatte per la prima volta in esseri umani.
Poi Rachel vide per la prima volta in vita sua le stanze di un albergo di lusso. Soliman anzitutto chiuse bene le porte; quindi si sentì in dovere di baciare un’altra volta l’amica. Quei
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baci scambiati negli ultimi tempi tra Rachel e Soliman avevano un poco l’ardore dei baci infantili; più che pericolose debolezze erano corroboramenti, e anche adesso al primo restare soli in una stanza chiusa nulla parve più urgente a Soliman che chiuderla in maniera ancor più romantica. Calò le persiane, turò i buchi delle serrature. Anche Rachel era troppo eccitata da quei preparativi per pensare ad altro che al proprio coraggio e allo scandalo di una possibile scoperta.
Subito fu condotta da Soliman davanti agli armadi e ai bauli di Arnheim, che erano tutti aperti tranne uno. Dunque era chiaro che lì doveva esser custodito il segreto. Il negretto prese le chiavi dei cofani e provò ad aprire lo stipo. Nessuna serviva. Intanto Soliman cicalava ininterrottamente; tutta la sua riserva
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di cammelli, principi, misteriosi corrieri e sospetti su Arnheim venne sciorinata. Si fece dare una forcina da Rachel e tentò di foggiarne un grimaldello. Visti vani i suoi sforzi, agguantò tutte le chiavi degli armadi e dei cassettoni, se le sparse sulle ginocchia e le contemplò pensosamente in silenzio prima di prendere una decisione.
- Vedi come mi nasconde le cose! – disse a Rachel fregandosi la fronte. – Ma tanto vale che prima ti mostri tutto il resto.
E dunque spiegò i favolosi tesori di Arnheim davanti a Rachel che era accoccolata sul pavimento e sgranava gli occhi curiosa, con le mani strette fra le ginocchia. La guardaroba intima di un uomo viziato da tutte le ricercatezze era qualcosa che lei non aveva mai visto. Il suo padrone certo non si vestiva male,
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ma non aveva né denaro né passione per le invenzioni raffinate dei sarti e dei camiciai, dei fabbricanti di articoli da casa e da viaggio, e neanche la signora adoperava gli oggetti di squisita eleganza, di femminea fragilità e di uso difficile posseduti da quell’uomo ricchissimo. In Rachel si svegliò la timorosa venerazione per il nababbo, e Soliman, tronfio d’orgoglio per l’impressione che suscitava con i tesori del padrone, tirò fuori ogni cosa, mise in azione tutti gli apparecchi e spiegò con fervore tutti i segreti. Rachel incominciava a sentirsi stanca quando a un tratto le balenò una strana rivelazione. Le venne in mente cioè che da un po’ di tempo anche fra la biancheria e gli oggetti di Diotima facevano apparizione ordigni consimili. Non erano numerosi e preziosi come questi, ma paragonati alla monacale semplicità
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di prima erano decisamente più conformi alla vista presente che all’austero passato. In quel momento si impadronì di Rachel lo scandaloso sospetto che la relazione fra la signora e Arnheim potesse essere meno spirituale di quanto aveva creduto.
Diventò rossa fino alla radice dei capelli.
I suoi pensieri non avevano mai sfiorato quel tema, dacché era al servizio di Diotima. Aveva bevuto con gli occhi le bellezze fisiche della padrona senza pensare all’uso di quegli splendori, come si inghiotte una polverina senza spacchettarla. La sua gioia di vivere in mezzo a gente altolocata era stata così grande che in tutto quel tempo alla facilmente seducibile Rachel un uomo non appariva un individuo reale d’altro sesso, ma soltanto un essere romanticamente e romanzescamente
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diverso. A misura che il suo animo si nobilitava era diventata più infantile, quasi fosse ritornata al tempo che precedeva la pubertà, quando si idoleggia così disinteressatamente la grandezza altrui; e solo così ci si deve spiegare come mai le fandonie di Soliman, che potevano destare in una cuoca irrisione e disprezzo, incontravano in lei condiscendenza e inebriata debolezza. Ma mentre stava così accoccolata per terra e il pensiero di una relazione adultera fra Arnheim e Diotima le stava per così dire sciorinato davanti, si compì in lei la metamorfosi già da tempo iniziata del trapasso da uno stato innaturale dell’anima a uno stato diffidente e mondano della carne.
Di colpo fu non più affatto romantica, ma un po’ arrabbiata: un corpo vigoroso convinto che anche una cameriera può far valere una
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buona volta i suoi diritti. Soliman era accucciato di fianco a lei davanti alle sue mercanzie, aveva raccolto gli oggetti da lei maggiormente ammirati e cercava di cacciarle in tasca come dono tutto quello che c’entrava. Poi balzò in piedi e con un temperino s’affaccendò ancora una volta intorno allo stipo chiuso. Dichiarò con veemenza che voleva prelevare una grossa somma dal libretto degli assegni del padrone – in questioni di denaro quella testa balzana la sapeva abbastanza lunga – per fuggire con Rachel, ma prima voleva trovare le sue carte.
Rachel s’alzò sui ginocchi, vuotò risolutamente le sue tasche di tutti i regali e disse:
- Basta con le chiacchiere! Devo andare; che ora è? La sua voce si era fatta più profonda.
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Lisciò con la mano il grembiule e si accomodò la cuffietta; Soliman sentì subito che lei lasciava cadere il gioco e a un tratto era più vecchia di lui. Ma prima ch’egli potesse opporsi Rachel gli diede un bacio d’addio. Le labbra non le tremavano come al solito ma s’attaccarono al frutto succoso della bocca di lui, e intanto ella rovesciava all’indietro la testa di Soliman, più basso di statura, e lo tenne così fin quasi a soffocarlo. Soliman si dibatteva e quando fu lasciato libero gli pareva che un ragazzo più forte l’avesse immerso sott’acqua cosicché nei primi momenti non desiderava che vendetta per quel grave torto. Ma Rachel era sgusciata fuori della porta, e lo sguardo che ancora la raggiunse era in principio rabbioso come un dardo dalla punta infocata, ma poi si ridusse mitemente in cenere; e Soliman
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raccolse da terra le ricchezze del padrone per riporle, ed era diventato un giovane uomo desideroso di ottenere qualcosa che non era per nulla irraggiungibile.
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105. Gli innamorati sublimi han poco da ridere
In appendice alla gita in montagna Arnheim era stato via più a lungo del solito. Quell’espressione “stato via”
che anche lui involontariamente usava, è strana, poiché più esattamente si dovrebbe dire “andato a casa” Per parecchie ragioni dello stesso genere Arnheim sentiva che era sempre più necessario giungere a una decisione. Egli era perseguitato da spiacevoli sogni ad occhi aperti, come non ne eran mai passati per la sua mente severa. Uno soprattutto ricorreva
ostinatamente; egli si vedeva con Diotima in
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cima a un campanile altissimo, per un attimo il paesaggio si stendeva verde ai loro piedi, poi insieme saltavano giù. Entrare una sera senza cavalleria nella stanza di Tuzzi e sparargli una revolverata era evidentemente la stessa cosa. Avrebbe anche potuto ammazzarlo in duello ma gli pareva meno naturale; quella fantasia era già aggravata da troppe cerimonie reali, e quanto più Arnheim s’accostava alla realtà, tanto più sgradevolmente crescevano le resistenze. Infine avrebbe anche potuto chiedere chiaro e tondo al capodivisione la mano di sua moglie. Ma lui cosa avrebbe detto? Ciò voleva dire senz’altro mettersi in una posizione dove c’erano tutte le possibilità di rendersi ridicolo. E posto il caso che Tuzzi si comportasse magari umanamente e che lo scandalo rimanesse ridotto al minimo -
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ammesso addirittura che non vi fosse scandalo alcuno, poiché i divorzi incominciavano allora a essere tollerati anche nella migliore società – restava sempre il fatto che uno scapolo maturo si rende sempre un po’ ridicolo con un matrimonio tardivo, all’incirca come una coppia di coniugi che alle nozze d’argento mette ancora al mondo un bambino.
E se Arnheim si decideva tuttavia a un simile passo, il senso di responsabilità verso la sua casa avrebbe voluto per lo meno che egli sposasse una grande vedova americana o una damigella vicina alla corte, e non la moglie divorziata di un funzionario borghese. Per lui ogni atto, anche sensuale, era compenetrato di responsabilità. In un tempo come l’attuale, in cui v’è così poco senso di responsabilità per quel che si fa o si pensa, non era soltanto
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l’ambizione personale a muovere tali obiezioni, ma addirittura un bisogno superpersonale di mettere il potere accumulatosi nelle mani degli Arnheim (questa creazione che, sorta in origine dall’avidità di denaro, era ormai trascorsa molto più oltre e aveva una ragione propria, una propria volontà, doveva ingrandirsi, consolidarsi, poteva cadere ammalata, marciva se non marciava!), di mettere tale potere in armonia con i poteri e con le gerarchie di questo mondo, né in coscienza l’aveva mai nascosto a Diotima. Certo Arnheim poteva anche permettersi di sposare una guardiana di pecore, ma se lo poteva permettere soltanto personalmente, e sarebbe sempre rimasto il tradimento di una causa per debolezza personale.
Tuttavia è vero che egli aveva proposto a
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Diotima il matrimonio. L’aveva fatto anche perché voleva evitare le situazioni dell’adulterio che sono incompatibili con una nobile coscienziosa condotta di vita. Diotima riconoscente gli aveva stretto la mano e con un sorriso che s’ispirava ai più bei modelli della storia dell’arte aveva sospirato:
- Coloro che abbracciamo non sono mai i più profondamente amati!
Dopo questa risposta, ambigua come il giallo seducente nel grembo dell’austero giglio, ad Arnheim era mancata l’energia di ripetere la domanda. Al suo posto sorsero invece discorsi di indole generale, in cui le parole divorzio, matrimonio, adulterio e simili dimostravano una strana urgenza di venir pronunziate. Così Arnheim e Diotima ebbero ripetuti e profondi colloqui sulla trattazione dell’adulterio nella
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letteratura moderna e Diotima trovava che quel problema era affrontato senza la minima comprensione per il suo alto significato di onestà, rinunzia, ascetismo eroico, e considerato in modo puramente sensuale, opinione purtroppo condivisa da Arnheim, cosicché non gli restava altro da dire se non che il sentimento del profondo segreto morale della persona al giorno d’oggi era andato quasi universalmente perduto. Quel segreto consiste nel fatto che non è lecito permettersi tutto. Un’epoca in cui tutto è permesso ha sempre reso infelici coloro che vivevano in essa. Onestà, continenza, cavalleria, musica, la morale, la poesia, la forma, il divieto, tutto ciò non ha altro scopo più profondo che dare alla vita una forma limitata e precisa. La felicità senza limiti non esiste. Non v’è grande felicità
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senza grandi divieti. Anche negli affari non si può correr dietro a qualunque profitto, se no non si approda a nulla. Il confine costituisce l’arcano del fenomeno, il segreto della forza, della fortuna, della fede e del problema di sostenersi, uomo microscopico, nell’universo sconfinato.
Così spiegò Arnheim, e Diotima non poté che assentire. In un certo senso era una conseguenza spiacevole di tali giudizi che, per causa loro, il concetto di legittimità ricevesse una pienezza di significato che più non possiede per la gente qualunque. Le anime grandi però hanno bisogno di legittimità. S’intuisce nelle ore sublimi la rigida severità del Tutto. E il mercante, benché domini il mondo, rispetta la regalità, la nobiltà e il clero come personificazioni dell’irrazionale. Poiché il
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legittimo è semplice, come è semplice il grande e non ha bisogno d’intelligenza. Omero era semplice. Cristo era semplice. Sempre i grandi spiriti ritornano ai principî semplici, anzi – bisogna avere il coraggio di dirlo – ai luoghi comuni morali, e tutto sommato per nessuno è difficile come per le anime veramente libere andare contro le usanze.
Tali conclusioni, per quanto vere, non sono favorevole al proposito di fare irruzione nell’altrui vita coniugale. Così Arnheim e Diotima si trovavano nella situazione di due persone collegate da un bellissimo ponte nel cui centro un buco di pochi metri impedisce il passaggio. Arnheim rimpiangeva vivamente di non avere un briciolo di quella cupidigia che è uguale in tutti i campi e che trascina un uomo tanto a un affare sconsiderato quanto a un
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amore avventato, e in questo rimpianto cominciò a parlare particolareggiatamente della concupiscenza. La concupiscenza, per seguire il suo dire, è precisamente il sentimento che corrisponde nel nostro secolo alla cultura intellettuale. Nessun altro sentimento mira altrettanto esclusivamente al proprio scopo. Sta attaccato come una freccia confitta e non frulla come uno stormo di uccelli verso sempre nuove lontananze. Impoverisce l’anima, come la impoveriscono il calcolo, la meccanica e la brutalità. Così parlò Arnheim, criticando la concupiscenza e sentendola tuttavia rumoreggiare come uno schiavo abbacinato nei sotterranei.
Diotima cercò un’altra strada. Tese la mano all’amico e pregò:
- Restiamo in silenzio! La parola può molto,
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ma vi son cose ancor più grandi! La vera verità fra due creature umane non si può esprimere. Quando noi parliamo, vi son porte che si chiudono; la parola serve piuttosto alla notizia irreale, si parla nelle ore in cui non si vive… Arnheim assentì.
- Ha ragione, la parola cosciente di sé dà ai moti invisibili della nostra anima una forma arbitraria e meschina!
- Non parli! – ripeté Diotima e gli posò la mano sul braccio. – Io sento che tacendo noi ci doniamo l’un l’altro un istante di vita – Dopo un poco ritirò la mano e sospirò: – Vi sono attimi in cui tutte le gemme nascoste dell’anima son lì dischiuse!
- Forse verrà un giorno, – concluse Arnheim, – e vi sono molti segni che è già vicino, in cui le anime si scorgeranno l’un
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l’altra senza la mediazione dei sensi. Le anime s’uniscono quando le labbra si separano!
Le labbra di Diotima si strinsero abbozzando un piccolo tubo obliquo, come quello che le farfalle introducono nel calice dei fiori. Era in preda a una forte ubriacatura spirituale. Forse è proprietà dell’amore come di tutti gli stati d’esaltazione una leggera mania correlativa; dappertutto dove cadeva qualche parola s’accendeva un significato importantissimo, campeggiava come un iddio velato e si dissolveva in un silenzio. Diotima conosceva quel fenomeno dalle sue ore di solitari trasporti, mai però prima d’ora esso si era dilatato così all’acme ancora sopportabile della felicità; c’era in lei un’anarchia del soverchio, una mobilità del divino come su pattini a rotelle, e a più riprese le parve di
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cadere svenuta.
Arnheim l’adescava con grandi frasi. Intercalava esitazioni e silenzi. Poi la rete spiegata dei sublimi pensieri ondeggiava di nuovo sotto di loro.
Il guaio di quella felicità diffusa era che non consentiva la concentrazione. Ne emanavano senza tregua onde vibranti che s’allargavano in cerchi ma non si serravano l’una all’altra per prorompere nell’azione. Eppure Diotima era già a tal punto che almeno in spirito sovente le era sembrato superiorità e delicatezza preferire il tran-tran dell’adulterio alla brutale catastrofe dello sconquasso di alcune vite, e Arnheim era da un pezzo moralmente risoluto a non accettare quel sacrificio e a sposarla; in un modo o nell’altro potevano dunque appartenersi di momento in momento, e lo
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sapevano entrambi, ma non sapevano come dovevan volerlo, perché la felicità innalzava le loro anime fatte per essa a cime così sublimi che lassù avevano paura dei movimenti scomposti, com’è ben naturale in gente che ha una nuvola sotto i piedi.
Così i loro spiriti non avevano mai tralasciato di sorseggiare quanto di grande e di bello prodigava loro la vita, ma al culmine dell’esaltazione questo venne stranamente interrotto. I desideri e le vanità che riempivano altra volta le loro esistenze, eran laggiù sotto di loro come le cassette-giocattoli in fondo alla valle, inghiottite dal silenzio con i latrati, gli schiamazzi e tutte le agitazioni. Ciò che restava era silenzio, vuoto e profondità.
“Saremmo noi predestinati?” pensava
Diotima guardandosi intorno su quella
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cosiffatta altissima vetta del sentimento e aspettandosi qualcosa di martoriante e di inimmaginabile. Gradi inferiori li aveva non solo sperimentati lei stessa, ma anche un uomo poco fidato come suo cugino ne sapeva parlare, e recentemente se ne era anche scritto molto. Ma se le cronache non ingannavano, ogni mille anni ricorrono periodi in cui l’anima è più del solito vicina al risveglio e si partorisce, per così dire, nella realtà mediante singoli individui a cui impone ben altre prove che leggere e scrivere. Seguendo tali pensieri rammentò improvvisamente la misteriosa comparsa del generale che non era stato invitato. E disse piano all’amico che cercava parole nuove, mentre la commozione tendeva fra loro un arco vibrante:
- L’intelletto non è l’unica via d’intesa fra
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due persone.
E Arnheim rispose:
- No – Il suo sguardo penetrò dritto come un raggio di sole al tramonto negli occhi di lei. – Lo ha già detto prima. La vera verità fra due persone non si può esprimere; ogni tentativo diviene per essa un ostacolo!
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106. L’uomo moderno crede in Dio o nel proprietario della ditta mondiale? L’irresolutezza di Arnheim
ARNHEIM, solo. Sta presso la finestra del suo appartamento d’albergo e guarda gli alberi spogli
che intrecciano un reticolato sotto il quale la folla scura e variopinta serpeggia nelle due correnti opposte, l’una rasente all’altra, del “passeggio” appena incominciato. Un sorriso stizzoso divide le labbra del grande uomo.
Finora non aveva mai trovato difficoltà a definire ciò che a parer suo era senz’anima.
Che cosa non sarebbe senz’anima al giorno
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d’oggi? Le poche eccezioni erano facilmente riconoscibili. Alla memoria di Arnheim riecheggiò lontana una serata di musica da camera; aveva invitato qualche amico al suo castello nella Marca di Brandeburgo, i tigli prussiani olezzavano, gli amici erano giovani musicisti molto spiantati che tuttavia riempivano la sera di ispirati concerti; lì l’anima c’era. Oppure un altro caso; qualche settimana prima egli aveva rifiutato di continuare a versare una somma con cui soccorreva da tempo un artista povero. S’aspettava che quell’artista fosse irritato con lui e si sentisse abbandonato prima di riuscire a farsi conoscere; bisognava dirgli che vi sono anche altri artisti meritevoli di soccorso, e simili cose spiacevoli. Invece l’artista, incontrandolo durante un recente viaggio, lo aveva guardato
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fisso negli occhi e gli aveva stretto la mano dichiarando: – Lei mi ha messo in una situazione grave, ma io sono persuaso che un uomo come lei non fa nulla senza un motivo profondo! – Questa era un’anima virile, e Arnheim era quasi deciso a riprendere le sovvenzioni.
Così l’anima si ritrova ancor oggi in molti casi individuali, il che era sempre apparso ad Arnheim estremamente importante. Ma se si deve entrare in rapporti immediati e incondizionati con essa, l’anima è un serio pericolo per la sincerità. Stava davvero per venire un tempo in cui le anime si sarebbero toccate senza l’intermediario dei sensi? Aveva davvero uno scopo del grado e del significato degli scopi reali perseguire quell’intimità a cui negli ultimi tempi un impulso interiore
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costringeva lui e la sua meravigliosa amica? Egli a mente lucida non lo credeva neanche per un istante, eppure era ben consapevole di favorire quella convinzione di Diotima.
Arnheim era invischiato in un curioso dissidio. La ricchezza morale è parente stretta di quella pecuniaria; lui lo sapeva bene ed è facile capire perché sia così. L’anima infatti sostituisce la logica alla morale; quando l’anima possiede una morale, non vi sono più per essa, in fondo, problemi morali ma soltanto problemi logici; essa si chiede se quel che vuole fare cade sotto questo o quel comandamento, se la sua intenzione sia da interpretarsi in questo o in quel modo e altre cose simili, e tutto ciò si può paragonare a una frotta di gente turbolenta, disciplinata mediante esercizi ginnastici, che a un cenno esegue rotazioni a
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destra, spinta delle braccia e flessioni sulle ginocchia. La logica però presuppone esperienze ripetibili; è chiaro che se gli avvenimenti cambiassero come un turbine in cui nulla ritorna non potremmo mai enunciare la profonda nozione che A è uguale ad A o che il più grande non è il più piccolo, e ci limiteremmo a sognare, stato che ogni pensatore detesta. E lo stesso vale per la morale, e se nulla si potesse ripetere nulla potrebbe essere prescritto, e senza poter prescrivere qualcosa agli uomini la morale non offrirebbe il minimo divertimento.
Questo carattere di ripetibilità, proprio della morale e dell’intelligenza, è soprattutto inseparabile dal denaro; esso s’identifica addirittura con tale carattere e finché il suo valore non varia scompone tutti i piaceri del
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mondo in quelle mattonelle di capacità d’acquisto con le quali ci si può costruire quel che si vuole. Perciò il denaro è razionale e morale; e poiché com’è noto non è vero l’inverso, cioè che ogni persona razionale e morale possegga denaro, si può concludere che queste qualità sono originariamente insite nel denaro, o almeno che il denaro è il coronamento di un’esistenza ragionevole e morale.
S’intende che Arnheim non pensava precisamente che cultura e religione, poniamo, fossero la conseguenza naturale del possesso; egli riteneva soltanto che questo impegni a quelle; ma che le forze spirituali non sempre intendano a sufficienza le forze operanti dell’essere, e raramente vadano esenti da un resto di indifferenza alla vita, questo egli lo
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ripeteva volentieri; a ben altri riconoscimenti ancora giungeva l’uomo dalle larghe e rapide percezioni. Perché tutti i ragionamenti e tutti i calcoli e le misurazioni presuppongono altresì che l’oggetto da misurare non cambi durante l’esame; e se ciò avviene bisogna sforzarsi con la massima sagacità di trovare anche nel mutamento qualcosa di immutabile, e così il denaro è affine a tutte le forze spirituali, e sul suo modello gli scienziati scompongono il mondo in atomi, ipotesi, leggi e strani segni algebrici, e su queste finzioni i tecnici costruiscono un mondo nuovo. Ciò era così noto al proprietario di un’industria gigantesca, bene informato sulla natura delle forze che lo servivano, come a un lettore medio di romanzi tedeschi i concetti morali della Bibbia.
Questo bisogno di univocità, ripetibilità e
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solidità, che è la premessa per poter pensare a far progetti con successo – rifletteva Arnheim guardando giù nella strada in campo spirituale si soddisfa solo con una forma di violenza. Chi nell’uomo vuol costruire sulla pietra deve servirsi unicamente delle qualità e delle passioni più basse perché solo ciò che è indissolubilmente legato all’egoismo ha consistenza e può sempre esser messo in conto; le intenzioni più nobili sono infide, contraddittorie e fuggevoli come il vento. L’uomo, cosciente che prima o poi bisognerà reggere le nazioni come fabbriche, guardava laggiù il brulichio di uniformi, di facce boriose piccole come uova di pidocchio con un sorriso in cui si mescolavano superiorità e tristezza. Non c’era dubbio: se oggi Iddio ritornasse in terra per fondare quaggiù il regno millenario,
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nessun uomo pratico ed esperto gli darebbe la sua fiducia, a meno che oltre al Giudizio universale si adottasse un sistema penale con solide prigioni, nonché poliziotti, gendarmi, militari, paragrafi sull’Alto Tradimento, posti governativi e tutto l’occorrente per limitare le incalcolabili capacità dell’anima ai due fatti fondamentali, che il futuro cittadino del cielo solo mediante l’intimidazione e il giro di vite oppure mediante il corrompimento del suo desiderio, in una parola con la “maniera forte” può essere indotto sicuramente a tutto quel che si vuole da lui.
Allora però Paul Arnheim si farebbe avanti e direbbe: “Signore, a che pro? L’egoismo è la qualità umana su cui si può fare il maggiore affidamento. Col suo aiuto il politico, il soldato e il re hanno dato assetto al Tuo mondo
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mediante l’astuzia e la costrizione. Quest’è la melodia dell’umanità; Tu ed io dobbiamo ammetterlo. Abolire l’imposizione vorrebbe dire allentare la disciplina; ma dare all’uomo la possibilità di compiere grandi cose, quantunque sia un bastardo, ecco il nostro vero compito!” E Arnheim avrebbe rivolto un sorriso modesto al Signore, in atteggiamento tranquillo, affinché nessuno dimentichi com’è importante per ognuno accettare con umiltà i grandi misteri. Poi avrebbe seguitato il discorso: “Ma il denaro non è forse un metodo sicuro quanto la forza nel trattamento dei rapporti umani, e non ci consente di evitare gli ingenui sistemi coercitivi? Esso è forza spiritualizzata, una duttile evoluta e fantasiosa varietà della forza. Il commercio non si fonda sulla scaltrezza e sulla coazione, sulla
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soperchieria e sullo sfruttamento, sebbene inciviliti e trasferiti nell’interno dell’uomo anzi addirittura paludati nell’aspetto della sua libertà? Il capitalismo, come organizzazione dell’egoismo secondo il grado della capacità di procurarsi denaro è l’ordinamento più grandioso e tuttavia più umano che noi abbiamo saputo elaborare in Tuo onore; la condotta umana non porta in sé una misura più esatta!”
E Arnheim avrebbe suggerito al Signore di organizzare il Regno Millenario secondo i criteri commerciali e di affidare la sua amministrazione a un grande uomo d’affari che avesse naturalmente anche cultura filosofica ed educazione mondana. Perché infine la religione pura ha sempre avuto le sue vicissitudini e in confronto alla posizione precaria dei tempi di
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lotta una gestione commerciale offrirebbe anche ad essa grandi vantaggi.
Così dunque avrebbe parlato Arnheim perché una voce profonda gli diceva ben chiaro che, come non si può rinunziare alla ragione e alla morale, così non si può rinunziare al denaro. Un’altra voce altrettanto profonda gli diceva però altrettanto chiaro che si può audacemente fare a meno della ragione, della morale, e di tutta l’esistenza razionalizzata. E proprio nei momenti di vertigine, quando non si sentiva altro impulso che di gettarsi come un satellite errante nella massa solare di Diotima, quella voce era quasi la più potente. La crescita dei pensieri gli pareva allora indifferente ed estrinseca come quella dei capelli e delle unghie. Una vita secondo i principî etici gli sembrava qualcosa di morto, e una segreta
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avversione contro l’ordine e la morale lo faceva avvampare.
Accadeva ad Arnheim come a tutto il suo secolo. Questo adora il denaro, l’ordine, la scienza, il calcolare, il misurare e il pesare, ossia in fin dei conti lo spirito del denaro e dei suoi affini, e nello stesso tempo lo deplora. Mentre durante le ore di lavoro martella e conteggia, e fuori di quelle si comporta come un’orda di bambini, sbalestrata di eccesso in eccesso dall’incalzante problema: “e ora cosa facciamo?” che lascia in bocca un gusto amaro di nausea, non può liberarsi da una voce interna che lo esorta a cambiar strada. Ad essa applica il principio della divisione del lavoro, incaricando di quei dubbi e lamentele particolari gruppi di intellettuali, confessori e penitenti, trafficanti d’indulgenze, profeti e
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quaresimalisti letterari, la cui esistenza è molto pregiata da chi personalmente non si trova in istato di regolarsi secondo le loro predicazioni; e non molto diverso significato da questi riscatti morali hanno le frasi e le somme che lo stato butta via ogni anno in assurde istituzioni culturali.
Quella divisione del lavoro esisteva anche nello stesso Arnheim. Quando in uno dei suoi uffici direttoriali esaminava un bilancio preventivo si sarebbe vergognato di ragionare altrimenti che da mercante e da tecnico; ma appena il denaro della ditta non era più in gioco si sarebbe vergognato di non ragionare nel modo opposto e di non proclamare che l’uomo dev’essere reso idoneo a elevarsi per una strada diversa da quella ingannevole della metodicità, della regola, dell’unità di misura e
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simili, i cui risultati sono affatto esteriori e in ultima analisi senza importanza. Non v’è dubbio che quell’altra strada si chiama religione; egli aveva scritto libri sull’argomento. In quei libri l’aveva chiamata anche mito, ritorno alla semplicità, regno dell’anima, spiritualizzazione dell’economia, essenza dell’azione e via discorrendo, perché la cosa aveva molti aspetti; a guardar bene aveva tanti aspetti quanti egli ne vedeva in sé quando s’occupava obiettivamente di se stesso come deve fare un uomo che ha dinanzi grandi missioni da svolgere. Ma evidentemente era destino che quella divisione del denaro crollasse nell’ora della decisione. Nell’attimo in cui voleva gettarsi nelle fiamme del suo sentimento o sentiva il bisogno di essere così grande e indiviso come le figure delle età1785
remote, così incurante come può esserlo soltanto il vero patrizio, così schiettamente religioso come esige l’essenza dell’amore profondamente intesa, nell’istante cioè in cui senza riguardo al suo avvenire e ai suoi calzoni stava per precipitarsi ai piedi di Diotima, una voce gli ordinava d’arrestarsi. Era la voce della ragione, inopportunamente ridesta, oppure, com’egli si diceva irritato, la voce dei conti e dei calcoli che oggi s’oppone dappertutto alla grandezza di vita, al mistero del sentimento. Egli la odiava nello stesso tempo sapeva che essa non aveva torto. Perché, ammesso che si potesse dire “luna di miele”, quale forma di vita con Diotima sarebbe venuta fuori alla fine della luna di miele? Lui sarebbe tornato ai suoi affari e insieme con lei avrebbe affrontato gli altri doveri della vita. Avrebbero trascorso il tempo
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in un avvicendarsi di operazioni finanziarie e riposi in seno alla natura, nella parte animale e vegetativa dell’Io. Forse sarebbe stato possibile un connubio profondo e veramente umano di attività e quiete, di necessità mondane e di bellezza. Tutto questo era molto bello, egli lo vagheggiava come una meta, e secondo Arnheim non possedeva la forza di compiere grandi operazioni finanziarie chi non conosceva l’evasione, la distensione assoluta, lo starsene fuori del mondo, diciamo così con nient’altro che un perizoma intorno ai fianchi: ma una selvaggia tacita soddisfazione gli urgeva dentro, perché tutto ciò era in contrasto con il sentimento iniziale e finale che Diotima suscitava in lui. Ogni giorno, quando vedeva quella statua classica con rotondità piacevolmente moderne, cadeva in un gran
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turbamento, gli mancavan le forze, sentiva un’impossibilità di allogare nella propria anima quell’essere equilibrato, serenamente rotante in armonia con se stesso.
Quello non era più un sentimento né tanto né poco umano. Aveva in sé tutto il vuoto dell’eternità. Arnheim contemplava la bellezza dell’amata con uno sguardo che sembrava averla cercata già da mille anni, e ora che l’aveva trovata era improvvisamente senza occupazione; da ciò un’incapacità che portava i segni inconfondibili di uno stupore, di uno sbigottimento quasi idiota. Ormai il sentimento non dava nemmen più risposta a quella sollecitazione esorbitante, che in fondo non si poteva paragonare ad altro che al desiderio di farsi sparare insieme nello spazio da un pezzo
d’artiglieria.
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Anche per questo Diotima, sempre piena di tatto, aveva trovato l’espressione giusta. In uno di quei momenti gli ricordò che già il grande Dostoevskij aveva scoperto un rapporto fra amore, idiozia e santità interiore, ma ciò nonostante gli uomini d’oggi non avendo dietro di sé la sua pia Russia abbisognavano probabilmente di una speciale redenzione per poter tradurre in realtà quel pensiero.
La frase avrebbe potuto uscire dal cuore di
Arnheim.
Il momento in cui Diotima la pronunziò era uno di quelli pieni di superindividualismo e insieme di superoggettività che mandano il sangue alla testa come una trombetta intasata dalla quale non si cava alcun suono; tutto vi aveva la sua importanza, dalla tazzina su una mensola, che campeggiava nello spazio alla
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maniera di Van Gogh, fino ai due corpi umani che turgidi e tesi dall’Indicibile sembrava vi stessero pigiati e compressi. Diotima disse sgomenta:
- Adesso preferirei scherzare; l’umorismo è una cosa bellissima, che si libra al di sopra delle visioni, libero da ogni desiderio!
Arnheim sorrise. S’era alzato e passeggiava per la stanza. “Se la facessi a pezzi, se mi mettessi a urlare e a ballare; se mi lacerassi il petto e ne traessi fuori il mio cuore per lei; allora forse accadrebbe un miracolo?” egli si domandò. Ma s’era fermato a quella misura di repressione.
Adesso la scena gli era tornata ben chiara alla mente. Il suo sguardo si posò di nuovo gelido sulla strada ai suoi piedi. “Davvero, prima dovrebbe accadere il miracolo di una
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redenzione, – egli mormorò, – altri uomini dovrebbero popolare la terra prima che si potesse pensare all’avverarsi di simili cose” Non si diede più la pena di chiarire come e da cosa bisognava essere redenti; tutto, ad ogni modo, avrebbe dovuto essere diverso. Tornò alla sua scrivania che aveva lasciata mezz’ora prima, alle sue lettere e dispacci, e suonò per Soliman affinché andasse a cercare il segretario.
E mentre lo aspettava, e già i suoi pensieri arrotondavano le prime frasi di una lettera d’affari da dettare, l’esperienza vissuta si cristallizzò entro di lui in una bella forma morale e ricca di correlazioni. “Un uomo cosciente delle proprie responsabilità, – si disse Arnheim convinto, – quando fa dono della sua anima può sacrificare soltanto gli interessi e
giammai il capitale!”
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107. Il conte Leinsdorf ottiene un inaspettato successo politico
QUANDO Sua Signoria nominava la famiglia delle nazioni europee che
doveva stringersi esultante intorno
al vegliardo imperatore e patriarca, ne escludeva sempre tacitamente la Prussia. Forse questo succedeva anzi con maggiore convinzione di prima, giacché il conte Leinsdorf era innegabilmente infastidito dall’impressione che il dottor Paul Arnheim produceva dappertutto; ogni volta ch’egli visitava la sua amica Diotima trovava quell’uomo o le sue
tracce, e come il capodivisione Tuzzi non
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sapeva bene che cosa avvenisse dentro di lui. Cosa mai accaduta prima, Diotima osservava adesso, guardandolo pateticamente, le vene gonfie sulle mani e sul collo di Sua Signoria, e la pelle color tabacco chiaro che odorava di vecchio; e sebbene sussistesse la sua venerazione per il grande uomo, qualcosa era mutato nell’irradiarsi del suo favore, come il sole d’estate diventa sole d’inverno. Il conte Leinsdorf non era incline alle fantasie né alla musica, ma da quando doveva accettare Arnheim accadeva con strana frequenza che egli avesse negli orecchi un leggero tintinnio, come di timpani e piatti d’una marcia militare austriaca, o che quando chiudeva gli occhi il buio fosse rotto da un ondeggiamento di stendardi giallo-neri. E quelle visioni patriottiche affliggevano anche altri amici di
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casa Tuzzi. Almeno, dovunque prestasse orecchio, egli udiva parlare della Germania col massimo rispetto, ma quando lasciava intendere che la grande Azione Patriottica nel corso degli avvenimenti avrebbe anche potuto tirar fuori qualche aculeo contro la nazione sorella, quel rispetto si adornava di uno schietto sorriso.
Sua Signoria nella sua sfera aveva osservato un importante fenomeno. Vi sono sentimenti di famiglia particolarmente forti, e tra questi l’antipatia per la Germania, diffusa prima della guerra fra tutti gli appartenenti alla famiglia degli stati europei. Forse la Germania era il paese spiritualmente meno unitario, dove ognuno poteva trovar qualcosa a cui rivolgere la propria avversione; il paese la cui antica civiltà era stata travolta per il primo sotto le
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ruote dei tempi nuovi e affettata in paroloni altisonanti, per spacciare orpello e cianfrusaglie; inoltre era attaccabrighe fanfarone predace e pericolosamente irresponsabile come ogni grande massa eccitata; ma tutto questo infine era soltanto europeo e agli europei avrebbe potuto apparire tutt’al più un po’ troppo europeo. Si direbbe semplicemente che debbano esistere entità indesiderabili su cui si accumula l’uggia e il malanno, residuo di una combustione incompleta che la vita oggi si lascia dietro. Dal possibile nasce all’improvviso con enorme stupore degl’interessati l’esistente, e ciò che in questo processo anormale è soppresso, non combina, è inutile e non soddisfa lo spirito, sembra sviluppare quell’odio atmosfericamente distribuito, vibrante fra tutte le creature, che è
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così caratteristico della civiltà odierna e sostituisce alla scontentezza della propria azione la scontentezza facilmente ottenibile dell’azione altrui.
Il tentativo di riassumere quest’uggia in particolari entità fa semplicemente parte del più antico patrimonio psicotecnico della vita. Così lo stregone estraeva dal corpo del malato il feticcio accuratamente preparato prima, e così il buon cristiano carica le proprie colpe sul buon giudeo e afferma di esser stato da lui traviato mediante la pubblicità, l’usura, i giornali e simili; nel corso dei tempi la responsabilità è stata accollata al fulmine, alle streghe, ai socialisti, agli intellettuali e ai militari, e negli ultimi anni prima della guerra, per motivi particolari che scompaiono al confronto, uno degli agenti più poderosi e
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popolari di quello strano procedimento è stata la Germania prussiana. Il fatto è che il mondo ha smarrito non soltanto Dio ma anche il diavolo. Così come trasforma il male in immagini indesiderabili trasforma il bene in immagini desiderabili che ammira perché fanno ciò che ognuno ritiene impossibile di fare da sé. Si sta seduti sui gradini d’uno stadio a veder altra gente scalmanarsi, questo è lo sport; si lascia dire al prossimo le più assurde esagerazioni, questo è l’idealismo; si scuote via il male e quelle che ne rimangono impillaccherate sono le entità indesiderabili. Così tutto trova il suo posto nel mondo, e il suo ordine; ma questa tecnica di adorazione dei santi e di allevamento di capri espiatori mediante l’espropriazione non è senza pericolo perché riempie il mondo delle correnti ad alta
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tensione di tutti i conflitti intimi non risolti. Ci si sbudella o ci si affratella e non si può saper bene se lo si fa sul serio, perché una parte dell’individuo e al di fuori dell’individuo, e tutti gli eventi sembrano svolgersi mezzo al di qua e mezzo al di là della realtà come una simulazione dell’amore e dell’odio. La vecchia credenza demoniaca che ogni bene e ogni male imputava a spiriti celesti o infernali funzionava assai meglio, con maggior precisione e nettezza, e si può soltanto sperare che con il progressivo sviluppo della psicotecnica ritorneremo ad essa.
Soprattutto la Cacania era un paese straordinariamente adatto per le relazioni con entità desiderabili e indesiderabili; già la vita aveva colà qualcosa di irreale, e appunto ai cacanesi di spirito elevato, che si sentivano
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eredi e rappresentanti della celebre cultura indigena estendentesi da Beethoven all’operetta viennese, sembrava naturalissimo esser fratelli e alleati dei tedeschi del Reich e non poterli soffrire. Si era contentoni di poter dar loro una lezioncina, e, pensando ai loro successi, ci si preoccupava un poco delle condizioni patrie. Le quali consistevano soprattutto nel fatto che la Cacania, uno stato che in origine valeva quanto e più di tanti altri, nel corso dei secoli aveva cessato a poco a poco di compiacersi in se stessa.
S’era già potuto notare più volte nel seguire l’Azione Parallela che la storia universale si fabbrica come le altre storie; cioè, raramente gli autori escogitano qualcosa di nuovo; e in quanto agli svolgimenti e alle idee essi amano copiare l’uno dall’altro. C’è poi anche un’altra
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cosa di cui fin ora non s’è parlato, ed è il gusto della storiografia; ne fa parte quella convinzione molto diffusa fra gli autori di scrivere una storia eccellente, passione che arrossa e allunga gli orecchi e liquefa il senso critico.
Il conte Leinsdorf possedeva quella convinzione e passione, e anche nel cerchio dei suoi amici la si poteva ritrovare, ma nel resto della Cacania era andata perduta e da tempo si stava cercandole un surrogato. Al posto della storia di Cacania era subentrata quella di una nazione creata dalla fantasia; essa veniva elaborata secondo quel gusto europeo che si pasce di romanzi storici e di drammi in costume. Così accadeva il fatto notevole e forse non ancora giustamente valutato che uomini i quali avevano da disimpegnare insieme un
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incarico comunissimo come la costruzione di una scuola o la nomina di un capostazione, si mettessero a parlare dell’anno 1600 o 400, discutessero quale concorrente fosse da preferirsi tenendo conto della colonizzazione delle prealpi nelle migrazioni dei popoli, o durante le battaglie della Controriforma, e corredassero le loro dispute con quei concetti di magnanimità e ribalderia, patria, onore e forza virile che corrispondono pressapoco alla cultura libresca dappertutto predominante.
Il conte Leisdorf, che non dava alcun peso alla letteratura, ne era stupefatto, soprattutto se pensava come stavano bene in fondo tutti i cittadini, artigiani e borghesi che gli sfilavano sott’occhio quando percorreva le sue terre boeme abitate da tedeschi e da cechi, e attribuiva quindi a un virus particolare, a
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istigazioni esecrabili, il fatto che di tanto in tanto si lasciassero andare a violente manifestazioni di malcontento reciproco o contro il saggio governo, cosa tanto più incomprensibile in quanto nei lunghi intervalli fra tali eccessi, e quando nessuno li richiamava ai loro ideali, essi vivevano contenti e in pace con tutti.
La politica contrapposta dallo stato, la famosa politica delle nazionalità praticata in Cacania, approdava però a questo: che il governo, con fasi alterne di circa sei mesi, ora procedeva con rigore contro una nazionalità, ora recedeva prudentemente; e come in una clessidra una metà sale mentre l’altra scende, così era l’atteggiamento verso la “nazionalità” tedesca. Questa in Cacania sosteneva una parte speciale, perché nella sua massa aveva
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sempre voluto in fondo una cosa sola, che lo stato fosse forte. Più a lungo di tutti s’era ostinata a credere che la storia della Cacania dovesse avere un suo senso, e solo a poco a poco, quando capì che in Cacania si poteva incominciare come traditore e finire ministro, non che inversamente continuare la carriera ministeriale sebbene convinto di alto tradimento, incominciò a sentirsi una nazione oppressa.
Forse cose del genere avvenivano soltanto in Cacania, ma la particolarità di questo Stato era che là non occorrevano rivoluzioni e scompigli, perché ogni cosa col tempo procedeva in tranquilla evoluzione naturale a mo di un pendolo, semplicemente mossa dall’instabilità dei concetti, e alla fine non v’erano più in Cacania che nazionalità oppresse, e in cima
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una cerchia di persone che erano propriamente gli oppressori e si sentivano terribilmente angariati e corbellati dagli oppressi. In quella cerchia ci si doleva molto che non accadesse niente, era per così dire una mancanza di storia, e si era convinti che un giorno o l’altro qualcosa sarebbe accaduto. E se fosse stato qualcosa di contrario alla Germania, come pareva si proponesse l’Azione Parallela, non ci avrebbero trovato niente di male, perché in primo luogo si sentivano sempre un po’ umiliati dai fratelli del Reich e in secondo luogo gli appartenenti ai circoli governativi si sentivano essi stessi tedeschi e non potevano far meglio risaltare la missione supernazionale della Cacania che in quella maniera disinteressata.
Era dunque ben comprensibile che Sua
Signoria in tali circostanze non pensasse
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lontanamente a considerare pangermanistica la sua impresa. Ma che passasse per tale risultava dal fatto che fra le “minoranze ufficiali”, delle quali i comitati dell’Azione Parallela dovevano presentare i desiderata, incominciarono a mancare col tempo le rappresentanze slave, e gli ambasciatori stranieri raccoglievano man mano così raccapriccianti notizie su Arnheim, il capodivisione Tuzzi e un attacco tedesco contro lo slavismo, che qualcosa in forma di “si dice” giunse fino all’orecchio del conte Leinsdorf, confermando il suo timore che nei giorni in cui non accadeva nulla di speciale ci si trovasse costretti ad attività più difficili per il fatto che molte cose non era lecito farle.
Ma poiché era un politico realista non esitò a fare una mossa contraria, e purtroppo palesò
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nel ciò fare un calcolo così audace che ebbe agli inizi tutta l’aria di un grosso errore politico. La presidenza del comitato di propaganda – cioè il comitato a cui spettava il compito di render popolare l’Azione Parallela – non era ancor stata aggiudicata, e il conte Leinsdorf decise di nominare il barone Wisnietzky, fondando la sua scelta sul fatto che Wisnietzky molti anni prima era stato ministro di un gabinetto rovesciato da partiti tedeschi e aveva fama di aver seguito una politica insidiosamente antitedesca. Sua Signoria in realtà aveva un suo piano. Fin dagl’inizi dell’Azione Parallela era stata sua idea attirare quei cacanesi di stirpe germanica che si sentivano più attaccati alla nazione tedesca che alla patria. Se anche le altre “stirpi”, come accadeva, definivano la Cacania una prigione e manifestavano
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apertamente il loro amore per la Francia, l’Italia e la Russia, quelle erano esaltazioni per così dire remote e nessun politico serio poteva equipararle all’entusiasmo di certi tedeschi per il Reich tedesco, che geograficamente aggirava la Cacania e fino a una generazione prima aveva formato con lei un tutto indiviso. A questi tedeschi infedeli, le cui attività provocavano nel conte Leinsdorf, poiché era tedesco anche lui, i sentimenti più dolorosi, alludeva il suo detto famoso: “Verranno a noi spontaneamente!” Era assurto nel frattempo al grado di una profezia politica sulla quale nell’Azione Parallela ci si fondava, e voleva dire all’incirca che prima bisognava conquistare agl’ideali patriottici “gli altri gruppi nazionali austriaci” perché soltanto quando ciò fosse cosa compiuta tutti gli ambienti tedeschi si
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sarebbero visti costretti a far causa comune, poiché si sa che è molto più difficile escludersi da qualcosa che tutti fanno per rifiutarsi di fare i primi passi. Così la via verso i tedeschi portava da principio contro i tedeschi, e al favoreggiamento delle altre nazionalità; questo il conte Leinsdorf l’aveva capito da un pezzo, e quando scoccò l’ora dell’azione lo mise anche in atto; appunto perciò mise a capo del comitato della propaganda Sua Eccellenza Wisnietzky che secondo lui era polacco di nascita ma cacanese di sentimenti.
Sarebbe difficile dire se Sua Signoria si rendesse conto che quella scelta era diretta contro l’idea tedesca, come gli fu rimproverato in seguito; ad ogni modo è probabile ch’egli fosse convinto di giovare con essa all’idea tedesca autentica. La conseguenza però fu che
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immediatamente ebbe inizio negli ambienti tedeschi una vivace attività contro l’Azione Parallela, così che questa da un lato finì per essere considerata come una congiura antitedesca, e venne apertamente avversata, mentre dall’altro passava per una macchinazione pangermanistica e con cauti pretesti fu scansata fin dagli inizi. Questo esito inatteso non sfuggì a Sua Signoria e suscitò dappertutto viva costernazione. Tuttavia il conte Leinsdorf uscì dalla prova straordinariamente rafforzato; alle interrogazioni spaventate e insistenti di Diotima e degli altri capi oppose ai pusillanimi un viso impenetrabile ma leale e così rispose:
- Questo nostro tentativo non è completamente riuscito alla prima, ma chi mira a cose grandi non deve subordinare i suoi atti
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al risu1tato momentaneo; comunque sia,
!’interesse per l’Azione Paralle1a e cresciuto, e il
resto verra, purche noi restiamo saldi!
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108. I paesi irredenti e il pensiero del generale Stumm sul verbo “redimere” e i suoi derivati
PER quante parole vengano dette a ogni istante in una grande città per esprimere i desideri personali
dei cittadini, una non si pronunzia mai: la parola “redimere” Possiamo presumere che tutte le altre, le parole più appassionate e le espressioni dei più intricati sentimenti, persino di quelli nettamente considerati come eccezione, vengano gridate e sussurrate contemporaneamente in molti duplicati, per
esempio: “Lei è il più gran farabutto che mi sia
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mai capitato fra i piedi”, oppure “nessuna donna ha una bellezza sconvolgente come la sua”; cosicché queste vicende personalissime si potrebbero rappresentare con belle curve statistiche della loro produzione di massa. Ma un essere vivente non dice mai a un altro: “Tu mi puoi redimere!”, oppure “sii il mio redentore!” Lo si può legare a un albero e lasciarlo morire di fame; lo si può, dopo una vana adorazione di molti mesi, abbandonare con l’amata in un’isola deserta; si può lasciar che falsifichi cambiali e che trovi un salvatore: tutte le parole del mondo si affolleranno sulle sue labbra, ma di sicuro finché è veramente commosso non dirà mai redimere, redentore o redenzione, benché in quanto a lingua non vi sia nulla da ridire.
E tuttavia i popoli raccolti sotto la corona di
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Cacania si chiamavano popoli irridenti!
Il generale Stumm von Bordwehr stava meditando sull’argomento. Data la sua posizione al Ministero della Guerra conosceva a sufficienza le difficoltà nazionali in cui si dibatteva la Cacania, perché quando si discuteva il bilancio l’esercito era il primo a risentire le oscillazioni e le mille considerazioni da cui la politica era influenzata, e anche recentemente, con livida collera del ministro, si era dovuto rinunziare a urgenti spese militari, perché uno dei paesi irredenti in cambio dell’approvazione degli stanziamenti necessari aveva presentato rivendicazioni nazionali a cui il governo non poteva accedere senza sovreccitare il bisogno di redenzione degli altri popoli. Così la Cacania restava indifesa contro il nemico esterno; perché si trattava di una
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gross a fornitura di artiglieria per sostituire i vecchissimi cannoni dell’esercito cacanese, la cui portata stava a quella delle artiglierie straniere come un temperino sta a una lancia, con cannoni che d’ora in poi stessero agli altri come una lancia a un temperino; e la cosa era di nuovo rimandata a tempo indeterminato. Non si poteva dire che Stumm avesse per questo meditato il suicidio, ma i malumori profondi possono manifestarsi dapprima anche in molte bagatelle apparentemente slegate; e certo dipendevano dalla povertà d’armi e di difese, alla quale la Cacania era condannata dalle proprie intollerabili contese interne, le meditazioni a cui Stumm s’abbandonava sui redenti e gli irredenti, tanto più che nella sua attività semiborghese in casa di Diotima da qualche tempo sentiva ripetere la parola
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“redenzione” fino alla nausea.
La sua prima opinione fu che doveva appartenere senz’altro al gruppo linguisticamente non ben definito delle “parole tronfie” Questo glielo diceva il suo naturale sentimento di soldato; ma prescindendo dal fatto che quel sentimento era stato turbato da Diotima – perché Stumm aveva sentito per la prima volta dalla bocca di lei il verbo redimere e l’aveva trovato delizioso, e ancor oggi quella provenienza lo circonfondeva di un fascino soavissimo, nonostante la partita di cannoni, cosicché la prima opinione del generale era in fondo già la seconda della sua vita! – la teoria della magniloquenza non pareva giusta anche per un’altra ragione; bastava fornire gli appartenenti al gruppo “redimere” e suoi derivati di una piccola amabile mancanza di
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serietà, ed ecco che venivano sulla lingua come un gioco. “Mi sentivo già perduto senza possibilità di redenzione!” chi non lo direbbe scherzosamente all’amico che lo libera da un sia pur piccolo guaio? E così il generale capì che non tanto le parole offendono il buon senso, quanto la gravità del fatto da esse non credibilmente asserita. E davvero, se Stumm si chiedeva dove avesse già sentito parlare di redenzione, lasciando da parte Diotima e la politica, ciò era accaduto nelle chiese e nei caffè, nelle riviste d’arte e nei libri di Arnheim, da lui letti con ammirazione. In tal modo comprese chiaramente che non è un fatto naturale, semplice e umano quello che si esprime con simili parole, ma qualche imbroglio astratto e universale; comunque sia, redimere e anelare alla redenzione, è a quanto
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pare qualcosa che solo uno spirito può fare a un altro spirito.
Il generale crollò il capo con meraviglia davanti alle affascinanti percezioni che le sue funzioni di servizio gli dischiudevano. Accese la lampada rossa sopra la porta del suo ufficio, in segno che era occupato in un colloquio importante, e mentre i suoi ufficiali con le borse dei documenti facevano dietro-front sospirando, egli proseguì nelle sue riflessioni. Gli intellettuali in cui adesso s’imbatteva continuamente non erano soddisfatti, a tutto trovavano qualcosa da ridire, dappertutto succedeva secondo loro o troppo o troppo poco, nulla otteneva mai la loro approvazione. Col tempo gli eran diventati antipatici. Somigliavano alla gente disgraziata e sensibile che si siede sempre dove c’è un riscontro.
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Maledicevano la troppa scienza e l’ignoranza, la volgarità e l’eccesso di raffinatezza, la litigiosità e l’indifferenza; dovunque volgessero gli sguardi c’era uno spiffero, una fessura aperta. I loro pensieri non avevano mai sosta e scoprivano il residuo eternamente errante di tutte le cose, che non rientra mai nell’ordine. Infine si persuadevano che il loro secolo era destinato alla sterilità morale e che solo un avvenimento straordinario o un uomo eccezionale lo poteva redimere. Sorse così fra i cosiddetti intellettuali la popolarità del verbo redimere e dei suoi derivati. Erano persuasi che non si poteva andare avanti se non giungeva al più presto un messia. Secondo i casi, doveva essere un messia della medicina che avrebbe redento l’arte clinica dalle ricerche scientifiche durante le quali la gente s’ammala e muore senza
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soccorso; oppure un messia della poesia, capace di scrivere un dramma che avrebbe riempito i teatri di migliaia di spettatori, e tuttavia sarebbe stato della più vertiginosa altezza spirituale; e oltre a questa convinzione che ogni singola attività umana potesse essere restituita a se stessa solo grazie a un particolare messia, c’era naturalmente il desiderio semplice e non analizzato di un messia dal pugno di ferro per tutto l’insieme. Così quello precedente alla grande guerra fu un periodo di attesa messianica, e se interi paesi volevano essere redenti non c’era in fondo proprio niente di straordinario.
In verità al generale sembrava che anche questo fosse da prendere tanto poco alla lettera quanto tutti gli altri discorsi. “Se il Redentore tornasse oggi sulla terra, – egli opinò, – la gente
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rovescerebbe il suo governo come qualunque altro!” Secondo la sua esperienza personale ciò proveniva dal fatto che si scrivono troppi libri e troppi articoli di giornale. “Com’è assennato il regolamento militare, – egli pensò, – che proibisce agli ufficiali di scrivere libri senza speciale permesso dei superiori!” Rimase un po’ sgomento perché da un pezzo non aveva avuto un simile accesso di conformismo. Senza dubbio ragionava troppo! Era colpa del contatto con i borghesi; lo spirito borghese aveva evidentemente perduto il privilegio di possedere una stabile concezione del mondo.
Il generale lo vedeva nettamente, e così tutte quelle chiacchiere sulla redenzione gli apparvero ora anche da un altro lato. La mente del generale Stumm riandò i ricordi di lontane lezioni di storia e di religione per chiarire
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questo nuovo rapporto; è difficile dire che cosa egli pensasse intanto, ma se lo si fosse tirato fuori dal suo cervello e lisciato accuratamente sarebbe stato suppergiù come segue: per sbrigare brevemente la parte chiesa, finché si credeva nella religione si poteva buttar giù un buon cristiano o un devoto giudeo da qualunque piano della speranza o del benessere, egli sarebbe sempre caduto in piedi, per così dire, sui piedi della propria anima. Questo perché tutte le religioni nell’illustrare la vita che dovevano all’uomo avevano previsto un resto incalcolabile e irrazionale che chiamavano l’imperscrutabilità di Dio; se al mortale il conto non tornava, bastava che si ricordasse di quel resto e il suo spirito poteva fregarsi le mani soddisfatto. Questo cadere in piedi e fregarsi le mani si chiama concezione del mondo, e l’uomo
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contemporaneo l’ha disimparata. Egli deve astenersi completamente dal meditare sulla propria vita, del che tanti si appagano, o altrimenti cade nella strana contraddizione di esser costretto a meditare e tuttavia non poter mai ottenere con questo l’appagamento. Nel corso del tempo quella contraddizione ha preso spesso la forma tanto dell’assoluta mancanza di fede quanto della rinnovata e completa sommissione alla fede; e la sua forma odierna più frequente è l’opinione che senza lo spirito non può esserci vita veramente umana, ma con troppo spirito neppure. Su questo principio si fonda tutta quanta la nostra civiltà. Essa esige rigorosamente che si assegnino fondi a istituti di insegnamento e di ricerca, ma fondi non troppo cospicui, che stiano in un acconcio rapporto di tenuità con le somme che si
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spendono in divertimenti, automobili e armi. Dappertutto essa apre la strada all’uomo valente, ma sta bene attenta che egli sia anche valente negli affari. Dopo una certa resistenza accetta qualunque idea, ma questo giova in pari tempo all’idea opposta. Tutto ciò appare come una mostruosa debolezza e trascuraggine, ma è anche uno studio cosciente di far capire allo spirito che lo spirito non è tutto, perché se si prendesse una sola volta sul serio una delle idee che muovono la nostra vita, fino in fondo, così che dell’idea opposta non rimanga più niente, allora la nostra civiltà non sarebbe più la nostra civiltà!
Il generale aveva una piccola mano grassoccia di bambino; la strinse a pugno e picchiò con un suono come di guanto imbottito sul piano della scrivania, mentre il suo
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sentimento gli confermava la necessità assoluta di un pugno di ferro. Come ufficiale lui ce l’aveva una sua concezione del mondo! Il residuo irrazionale di tale concezione si chiamava onore, obbedienza, supremo capo degli eserciti, parte Iii del regolamento, e come riassunto di tutto questo egli persisteva nella convinzione che la guerra è semplicemente la continuazione della pace con mezzi più energici, un ordine forte senza il quale il mondo non può esistere. Il gesto con cui il generale aveva picchiato sulla scrivania sarebbe stato un po’ ridicolo se un pugno significasse soltanto qualcosa di atletico e non anche di spirituale, una specie di indispensabile complemento dello spirito. Stumm von Bordwehr era già un po’ stufo dei civili. Aveva fatto l’esperienza che gl’inservienti di biblioteca
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sono i soli uomini che abbiano un concetto coerente e persuasivo della mentalità borghese. Aveva scoperto il paradosso dell’eccesso di ordine, cioè che la sua perfezione doveva inevitabilmente portare all’inattività. Una curiosa intuizione gli suggeriva la spiegazione del fatto che il militare è il depositario del massimo ordine e nello stesso tempo del disprezzo della vita. Si era accorto che per un’inesprimibile associazione d’idee d’ordine porta al bisogno di uccidere. Pensò preoccupato che non doveva far lavorare il cervello a quel ritmo! “E che cos’è insomma lo spirito? – si ribellò il generale. – Non va mica in giro a mezzanotte avvolto in un lenzuolo bianco; dunque che altro sarebbe se non un certo ordine che noi diamo alle nostre impressioni ed esperienze? Ma allora, – concluse
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risolutamente, rasserenato da un’idea improvvisa, – se lo spirito non è che ordinata esperienza, allora in un mondo ordinato non c’è affatto bisogno di lui!”
Con un respiro di sollievo Stumm von Bordwehr mise il segnale di libera entrata, andò allo specchio e si lisciò i capelli per cancellare prima dell’ingresso dei subordinati ogni segno di intimo turbamento.
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109. Bonadea, Cacania; sistemi della felicità e dell’equilibrio
SE in Cacania esisteva qualcuno che di politica non capiva né voleva sapere nulla, quest’era
Bonadea; eppure fra lei e i popoli irredenti c’era un rapporto; Bonadea (da non confondersi con Diotima; Bonadea, la buona dea, dea della castità – il cui tempio per sviluppi del destino era diventato teatro di dissolutezze moglie di un presidente di tribunale o qualcosa di simile, e amante infelice di un uomo né degno né abbastanza desideroso di lei) aveva un sistema,
e la politica in Cacania non ne aveva nessuno.
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Il sistema di Bonadea era consistito finora nel condurre una doppia vita. Essa acquetava la propria ambizione in una cerchia familiare che poteva dirsi elevata e anche nel suo ambiente sociale aveva la soddisfazione di esser stimata una signora colta e distinta; a certe seduzioni cui il suo spirito la esponeva ella obbediva col pretesto di essere la vittima di una costituzione eccitabilissima, o anche di avere un cuore che la trascinava a commetter follie, perché le follie del cuore sono onorevoli come i delitti romantico-politici, anche quando le loro circostanze accessorie non sono del tutto irreprensibili. Il cuore vi sosteneva la stessa parte che l’onore, l’obbedienza e la parte Iii del regolamento sostenevano nella vita del generale, o in ogni ordinata condotta di vita quel residuo irrazionale, che alla fine dà un
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assetto a tutto ciò che l’intelligenza non riesce a ordinare.
Quel sistema però aveva un difetto; divideva la vita di Bonadea in due stati diversi, e il trapasso dall’uno all’altro non si svolgeva senza gravi perdite. Infatti, tanto eloquente era il cuore prima di un passo falso, tanto abbattuto rimaneva dopo, e la sua proprietaria oscillava perpetuamente fra condizioni di spumeggiante entusiasmo e di nero scoraggiamento, che di rado si equilibravano. Tuttavia era pur sempre un sistema; cioè non era un gioco d’istinti abbandonato a se stesso pressapoco come in tempi remoti si voleva intender la vita come un bilancio automatico di gioia e dolore con un certo saldo finale di gioia ma conteneva notevoli precauzioni spirituali per falsificare quel
bilancio.
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Ciascun uomo ha un metodo simile per interpretare a proprio favore il bilancio delle proprie impressioni, così da ricavarne, in un certo modo, il minimo vitale quotidiano di letizia che basta per i tempi normali. La sua gioia di vivere può anche esser fatta di tristezza, tali differenze materiali non hanno importanza, perché si sa che vi sono ipocondriaci felici, così come vi sono marce funebri sospese nel loro elemento con non minor levità che una danza nel proprio. Forse si può anche sostenere il contrario, che molte persone allegre non sono affatto più felici che le malinconiche, perché la felicità affatica tanto quanto l’infelicità; è all’incirca lo stesso che volare secondo il principio del “più leggero o più pesante dell’aria” Ma un’altra obiezione si presenta subito: perché allora non avrebbe
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ragione l’antica saggezza dei benestanti, la quale sostiene che nessun povero dovrebbe invidiarli, giacché s’illude se crede che il loro denaro lo renderebbe più felice? Lo metterebbe soltanto di fronte al compito di fabbricarsi in luogo del proprio un altro sistema di vita, il cui bilancio di letizia egli potrebbe chiudere, nel migliore dei casi, con la piccola rimanenza di felicità di cui egli in ogni modo avrebbe goduto. Teoricamente questo significa che la famiglia senza tetto, se non è morta di freddo in una gelida notte invernale, ai primi raggi del sole mattutino è altrettanto felice quanto il ricco che si alza da un bel letto caldo; e praticamente ne risulta che ciascuno porta il suo carico con la pazienza di un asino, perché un asino che sia un pochettino più forte che la sua soma è felice. E davvero quest’è la definizione più
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convincente della felicità personale alla quale si può giungere finché si considera soltanto un asino. In realtà però la felicità personale (o equilibrio, o soddisfazione o come si voglia chiamare il più intimo scopo automatico della persona) non è più conclusa in sé di quanto possa esserlo un sasso in un muro o una goccia in un fiume, attraverso cui passano le forze e le tensioni di tutto l’insieme. Ciò che un individuo fa e sente è trascurabile in confronto a tutto ciò di cui deve presumere che altri facciano e sentano accuratamente per lui. Nessuno vive soltanto l’equilibrio proprio, bensì ciascuno s’appoggia su quello degli strati che lo circondano, e così entra in gioco nella piccola fabbrica di gioia della persona un intricatissimo credito morale di cui bisognerà riparlare, perché appartiene al bilancio spirituale della
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collettività non meno che a quello del singolo.
Dacché gli sforzi di Bonadea per conquistare l’amante non avevano avuto successo e ciò le faceva pensare che l’intelligenza e l’energia di Diotima le avessero rubato Ulrich, ella era smisuratamente gelosa della bella dama, ma, come accade alle persone deboli, aveva trovato nell’ammirazione per lei una certa spiegazione e un certo risarcimento che in parte la consolavano della perdita; in questa disposizione si trovava ormai da parecchio tempo, e aveva ottenuto di esser ricevuta qualche volta da Diotima, con la scusa di una modesta collaborazione all’Azione Parallela, ma non era mai stata accolta fra i frequentatori della casa e s’era fitto in capo che Diotima e Ulrich si fossero concertati insieme su quel punto. Così ella soffriva della loro
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crudeltà, e poiché era anche innamorata sorse in lei l’illusione di una incomparabile purezza e abnegazione del suo sentimento.
La mattina quando il marito usciva di casa, il che Bonadea aspettava impazientemente, ella si metteva sovente davanti allo specchio, come un uccello che si liscia le piume. Arricciava, intrecciava e attorceva i suoi capelli finché prendevano un aspetto non diverso dal nodo greco di Diotima. Poi con la spazzola si faceva qualche boccolo e benché il risultato fosse un po’ buffo lei non se ne accorgeva, perché dallo specchio le sorrideva un viso che nell’insieme ricordava infine lontanamente la Divina. La sicurezza e la bellezza di una creatura che ella ammirava, e la sua felicità, salivano allora dentro di lei come piccole onde leggere di un congiungimento misterioso benché non ancora
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perfetto, così come quando si è seduti sulla riva di un vasto mare con i piedi nell’acqua. Tale comportamento simile a un culto religioso – perché, dalle maschere degli dei in cui l’uomo primitivo entrava con tutto il corpo fino alle cerimonie delle età civili, questa gioia carnale della devota imitazione non ha mai perso del tutto la sua importanza! – aveva potere su Bonadea anche per il fatto che ella amava i vestiti e le esteriorità con amore quasi maniaco. Quando Bonadea si guardava allo specchio con un abito nuovo indosso non sarebbe mai riuscita a immaginare che in un tempo futuro invece di maniche a prosciutto, ricciolini sulla fronte e lunghe gonne a campana, si sarebbero portate sottane al ginocchio e capelli alla maschietta. Non che ne avrebbe negato la possibilità: il suo cervello, semplicemente, non
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sarebbe stato in grado di accogliere una simile supposizione. Si era sempre vestita come deve vestirsi una signora distinta, e ogni sei mesi provava per la moda nuova lo stesso timore reverenziale che per l’eternità. Se si fosse potuto strappare al suo cervello l’ammissione che la moda è transitoria, ciò non avrebbe diminuito il suo profondo rispetto. Ella accettava semplicemente le imposizioni mondane; e i tempi in cui si piegava un angolo del biglietto di visita o si mandavano agli amici gli auguri di capodanno o si sfilavano i guanti al ballo eran lontani da quelli in cui tutto ciò non usava quanto son lontani per ogni altro contemporaneo i tempi di cent’anni prima, cioè qualcosa di impossibile, inconcepibile e sorpassato. Perciò era così ridicolo veder Bonadea senza vestiti; appariva allora
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completamente spoglia d’ogni usbergo ideale, e preda ignuda di una coazione ferrea che s’abbatteva su di lei inesorabile come un terremoto.
Quel tramonto periodico della sua civiltà nelle rivoluzioni del cupo mondo della materia adesso però non avveniva più, e da quando Bonadea dedicava tanta cura segreta al proprio aspetto, viveva – cosa che dai suoi vent’anni in qua non le era mai capitata – la parte illegittima della sua vita in istato vedovile. Ben si può ammettere come generale esperienza che le donne esageratamente curanti del proprio aspetto siano, relativamente, virtuose, giacché allora il mezzo soppianta il fine; così i grandi campioni sportivi sono sovente cattivi amatori, gli ufficiali dall’aspetto più marcatamente marziale son cattivi soldati, e gli uomini
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dall’espressione intensamente spirituale sono talvolta persino cretini. Ma per Bonadea non si trattava soltanto di questo problema di distribuzione dell’energia; ella si era data con stupefacente slancio alla sua nuova vita. Con la passione di un pittore si allungava le sopracciglia, si smaltava la fronte e le guance così da portarne il naturalismo a quella leggera accentuazione e scostamento dalla realtà che è proprio dello stile sacrale, il corpo era ben aggiustato nel corsetto morbido, e per i suoi seni sviluppati che le avevan dato sempre un po’ di fastidio e vergogna parendole troppo femminili, ella concepì a un tratto un amore fraterno. Suo marito si stupiva non poco quando le vellicava il collo con un dito e lei protestava: – Per carità non guastarmi la pettinatura! – o quando alla domanda: – Non
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vuoi darmi la mano? – si sentiva rispondere: Impossibile, ho il vestito nuovo!
Ma la forza del peccato si era per così dire staccata dagli arpioni in cui il corpo la tiene prigioniera, e vagava come un astro primaverile nel nuovo universo glorificato di una Bonadea che sotto la luce insolitamente attenuata e diluita di quei raggi non si sentiva più schiava della sua “ipereccitabilità”, quasi liberata da una crosta tignosa. Per la prima volta da quando erano sposati, il marito si chiese con diffidenza se un terzo non insidiava la sua pace domestica.
Ma null’altro era accaduto se non un fenomeno che rientrava nell’ambito dei sistemi di vita. Le vesti, tolte dal fluire del presente e nella loro mostruosa aggregazione a una figura umana considerate come forma a sé, sono
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strani incubi ed escrescenze, degni di stare in compagnia con la freccia al naso e l’anello alle labbra: ma come diventano seducenti se si guardano attraverso le qualità che conferiscono a chi le indossa! è, né più né meno, ciò che accade quando su un pezzo di carta si deposita in un ghirigoro il senso di una grande parola. Si provi a immaginare che l’invisibile bontà e squisitezza di una persona si riveli improvvisamente intorno alla sua testa in forma di dorata aureola a tuorlo d’uovo, grande quanto la luna piena – come in certe antiche immagini pie – mentre la suddetta persona passeggia su e giù per il corso o sta prendendo il tè con molti tramezzini: sarebbe senza dubbio uno spettacolo tra i più sbalorditivi e sconvolgenti; ebbene, la stessa forza di render visibile l’invisibile, anzi addirittura l’inesistente,
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la dimostra tutti i giorni un capo di vestiario ben fatto!
Tali oggetti son simili a debitori che ci restituiscono con interessi strepitosi il valore avuto in prestito da noi, e in fondo tutte le cose sono debitrici. Perché questa stessa proprietà dei capi di vestiario ce l’hanno anche le convinzioni, i pregiudizi, le teorie, le speranze, la fede in una cosa qualsiasi, i pensieri, e persino la mancanza di pensieri purché sia penetrata della sua giustezza solo in virtù di se stessa. Col prestarci la sostanza che noi prestiamo loro, essi tutti servono allo scopo di mettere il mondo in una luce il cui chiarore emana da noi, e in fondo non altro che questo è il compito per il quale ciascuno ha il suo sistema speciale. Con arte grande e molteplice noi produciamo un abbacinamento mediante il
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quale riusciamo a vivere accanto alle cose più mostruose restando perfettamente tranquilli, perché riconosciamo in quei ghigni congelati dell’universo un tavolo o una sedia, una bocca che grida o un braccio teso, una velocità o un pollo arrosto. Fra una voragine celeste aperta sul nostro capo e una voragine celeste coperta sotto i nostri piedi, noi siamo capaci di sentirci tranquilli sulla terra come in una stanza chiusa. Sappiamo che la vita si perde nelle lontananze disumane dello spazio come nelle disumane strettezze del mondo atomico, ma nello spazio intermedio trattiamo come cose del mondo tutta una serie di immagini, senza lasciarci turbare dal fatto che ciò significa soltanto dar la preferenza a impressioni ricevute da una certa distanza media. Tale comportamento è considerevolmente inferiore
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all’altezza della nostra intelligenza, ma proprio quando dimostra che il nostro sentimento vi partecipa fortemente. E infatti le più importanti precauzioni spirituali dell’umanità tendono alla conservazione di uno stato d’animo costante, e tutti i sentimenti, tutte le passioni del mondo son nulla di fronte allo sforzo immane ma assolutamente inconscio che l’umanità compie per mantenersi alto il morale! Sembra che non valga neanche la pena di parlarne, così poche son le lagnanze. Ma a guardar meglio, è uno stato ben artificioso della coscienza quello che concede all’uomo di camminar eretto fra gli astri rotanti e che in mezzo al quasi infinito mistero del mondo gli permette di infilar dignitosamente la mano fra il secondo e il terzo bottone del panciotto. E per riuscire a ciò, non soltanto ogni individuo adopera i suoi trucchi,
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l’idiota come il saggio, ma questi sistemi personali di trucchi sono anche incastrati con arte nelle misure equilibratrici morali e intellettuali della società e della collettività che, in grande, servono allo stesso scopo. Questo congegno è simile a quello della grande natura, dove tutti i campi di forze del cosmo agiscono su quello della terra senza che lo si noti, perché ciò che avviene sulla terra è appunto il risultato; e lo sgravio intellettuale così ottenuto è tanto grande, che i più saggi, esattamente come le ragazzine che non sanno nulla, in stato di tranquillità si considerano molto buoni e intelligenti.
Ma di tanto in tanto, dopo simili stati di calma, che in un certo senso si potrebbero anche chiamare stati di coercizione del sentimento e della volontà, pare che il contrario
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si abbatta su di noi, o, per restare in termini di manicomio, si ha improvvisamente sulla terra un prodigioso delirio, dopo di che tutta la vita umana si stabilisce intorno a nuovi punti centrali e assi di rotazione. La causa delle grandi rivoluzioni, assai più recondita delle occasioni di esse, non sta nello svantaggio accumulato, ma nel logoramento della coesione che manteneva la serenità artificiale delle anime. Si potrebbe molto bene applicare a tutto questo il motto di un famoso scolastico, che in latino suona Credo ut intelligam e in lingua nostra si può tradurre un po’ liberamente così: “Signore mio Dio, concedi al mio spirito un credito di produzione!” Infatti ogni credo umano non è probabilmente che un caso particolare del credito. In amore come in affari, nella scienza come nel salto in lunghezza è
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necessario credere prima di guadagnare e di vincere, e come non dovrebbe esser lo stesso anche per la vita in genere? Per quanto il suo ordine possa essere solido, c’è sempre una parte di involontaria fede in quell’ordine, anzi essa segna come in una pianta il punto dove vien su il germoglio, e quando si logora quella fede, per la quale non v’è rendiconto né copertura, segue ben presto la rovina; appena il credito vien meno, epoche e regni crollano come aziende commerciali. E con ciò questo esame sistematico dell’equilibrio morale sarebbe giunto dal leggiadro esempio di Bonadea a quello malinconico della Cacania. La Cacania infatti era il primo paese, nell’attuale periodo d’evoluzione, al quale Iddio avesse tolto il credito, il piacere di vivere, la fiducia in se stesso e la capacità di tutte le nazioni civili di
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diffondere la vantaggiosa illusione che esse abbiano una missione da adempiere. Era un paese intelligente e albergava persone colte; come tutte le persone colte in tutti i luoghi della terra, costoro s’agitavano in una spaventosa confusione di rumori, velocità, innovazioni, controversie, e tutto il resto che fa parte del paesaggio ottico e acustico della nostra vita, senza poter giungere a uno stato d’animo ben definito; come tutti gli altri, anch’essi leggevano e sentivano ogni giorno qualche dozzina di notizie che li facevano orripilare, ed eran pronti a mettersi in moto, a intervenire, ma non ci arrivavano mai, perché, un momento dopo, l’eccitamento era già scacciato da un nuovo eccitamento; come tutti gli altri, anch’essi si sentivano circondati da delitti, ammazzamenti, passioni, spirito di
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sacrificio, grandezza, che in qualche modo avvenivano nel groppo formato intorno a loro; ma non potevano accedere a queste avventure perché erano imprigionati in un ufficio o in una professione; e quando verso sera tornavan liberi, la loro tensione, di cui non sapevano più che cosa fare, esplodeva in divertimenti che non procuravan loro nessun divertimento. E un altro guaio capitava alla gente colta che non si dedicasse così esclusivamente all’amore come Bonadea: essi non avevano più il dono del credito né quello dell’inganno. Non sapevano più dove andasse a finire il loro sorriso, il loro sospiro, il loro pensiero. Perché avevano sorriso e pensato? Le loro opinioni erano casuali, le loro inclinazioni esistevano da un pezzo, in qualche modo tutto era già nell’aria, come uno schema in cui si entra, e nulla essi potevano
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fare o non fare di vero cuore perché non c’era una legge della loro unità. In tal modo l’uomo colto era colui il quale sentiva la presenza di una colpa che aumentava sempre più e che egli non avrebbe mai più potuto cancellare; era l’uomo che vedeva la bancarotta inevitabile, e accusava il secolo in cui era costretto a vivere, benché ci vivesse volentieri come qualunque altro; oppure si gettava con il coraggio di chi non ha niente da perdere su ogni idea che gli promettesse un cambiamento.
Così succedeva in tutto il mondo, ma quando Dio tolse il credito alla Cacania fece qualcosa di speciale, cioè lasciò capire a popoli interi le difficili condizioni della civiltà. Erano rimasti lì annidati come batteri sul loro suolo, senza preoccuparsi della regolare convessità del cielo o di altre cose del genere, ma ecco che
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d’improvviso si sentivano allo stretto. L’uomo ignora normalmente di doversi credere più di quello che è per poter essere quello che è; ma in qualche modo deve pur sospettarlo e talvolta può anche subitamente sentire la privazione. Allora qualcosa d’impalpabile gli manca. Non era accaduto proprio nulla in Cacania, e prima si sarebbe pensato che quella era appunto la vecchia discreta civiltà cacanica, ma quel nulla era a un tratto inquietante come il non poter dormire o il non poter capire. E perciò dopo che gli intellettuali si furon persuasi che in una civiltà nazionale sarebbe stato diverso, fu loro facile convincerne anche i popoli di Cacania. Era una specie di surrogato della religione o del buon imperatore viennese, o semplicemente una spiegazione del fatto incomprensibile che la settimana ha sette giorni. Perché vi sono
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molte cose inesplicabili, ma quando si canta l’inno nazionale tali cose non si sentono. Naturalmente quello sarebbe stato il momento in cui un buon cacanese, alla domanda “che cosa sei?” avrebbe anche potuto rispondere con entusiasmo “nulla!” Perché ciò vuol dire: qualcosa a cui è ridata ampia facoltà di fare d’un cacanese tutto ciò che non è mai stato! Ma i cacanesi non erano così protervi e s’accontentavano della metà, sforzandosi ogni popolo semplicemente di far degli altri ciò che pareva a lui. S’intende che in tal caso è difficile figurarsi i mali di cui non si è personalmente afflitti. E due millenni di educazione altruistica ci han resi così disinteressati che anche quando deve andar male a me o a te, il male tocchi sempre all’altro. Tuttavia non bisogna immaginare il famoso nazionalismo cacanico
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come qualcosa di particolarmente feroce. Era un processo più storico che reale. I cittadini in fondo si volevan bene gli uni con gli altri; è vero che si fracassavan le teste e si sputavano in faccia, ma lo facevano soltanto per considerazioni d’altra cultura, come succede del resto che un uomo il quale a quattr’occhi non farebbe male a una mosca, sotto l’immagine di Gesù Crocifisso in un’aula di tribunale condanni a morte un uomo. E si può ben dirlo: ogni volta che i loro “io” superiori facevano riposo, i cacanesi respiravano di sollievo, e da quei bravi strumenti per mangiare che erano, come tutti gli altri esseri umani, stupivano non poco delle proprie esperienze come strumenti della storia.
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110. Dissociazione e conservazione di Moosbrugger
MOOSBRUGGER era ancor sempre in carcere e aspettava il nuovo esame degli psichiatri. Ciò
voleva dire una fila chiusa di giorni. Uno per volta emergeva, quando spuntava, ma verso sera ritornava a confondersi con gli altri. Moosbrugger veniva a contatto con carcerati, secondini, cortili, corridoi, con un pezzettino di cielo azzurro, con qualche nuvola che solcava quel pezzetto, con cibo acqua e qualche volta con un superiore che entrava nella sua cella,
ma quelle impressioni erano troppo deboli per
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imporsi durevolmente. Egli non aveva orologio né sole, non lavoro né tempo. Aveva sempre fame. Era sempre stanco, stanco di andare su e giù in quei sei metri quadrati, che era più faticoso che marciare per miglia e miglia. Tutto quel che faceva lo annoiava come dover rimestare un pentolino di pappa. Ma quando ripensava all’insieme del tempo, gli sembrava che giorno e notte, mangiare e tornare a mangiare, visita e controllo si susseguissero rombando veloci e ininterrotti, e questo lo divertiva. L’orologio della sua vita non andava più bene; lo si poteva mettere avanti o indietro. Ciò gli piaceva; gli si addiceva. Le cose recenti o molto remote non erano più tenute divise artificialmente, ma quando eran le stesse, quel che si chiama “in tempi diversi” cessava di restarvi attaccato come un filo rosso che si
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deve legare al collo di un gemello per non sbagliarsi. L’inessenziale spariva dalla sua vita. Quando egli rifletteva su quella vita, parlava interiormente adagio adagio con se stesso, mettendo lo stesso accento sulle sillabe secondarie come sulle principali; era un canto della vita ben diverso da quello che si ode tutti i giorni. Sovente si fermava a lungo su una parola e quando infine l’abbandonava senza ben sapere come, la parola gli ritornava incontro dopo un po’ in un altro luogo. Egli rideva di gioia perché nessuno sapeva ciò che gli accadeva. È difficile trovare un termine per l’unità dell’essere alla quale talvolta egli perveniva. Si può immaginare che la vita di un uomo scorra come un fiume; ma il moto che Moosbrugger percepiva nella sua scorreva come un fiume attraverso una distesa d’acqua ferma.
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Via via che avanzava, tornava a confondersi dietro, e il corso della vita restava quasi cancellato. A lui stesso era sembrato una volta, nel dormiveglia d’un sogno, di portare indosso il Moosbrugger della vita come un abito brutto, dal quale ora, se lo slacciava un pochino, traboccava in seriche ondate ampie come selve la più bizzarra delle fodere.
Non voleva più sapere che cosa accadeva fuori. In qualche luogo c’era la guerra. In qualche luogo c’era un gran matrimonio. Adesso arriva il re del Belucistan, egli pensava. Dappertutto i soldati facevano gli esercizi, le prostitute battevano i marciapiedi, i carpentieri stavano sui tetti. Nelle osterie di Stoccarda la birra sgorgava dagli stessi rubinetti gialli come a Belgrado. Quando si va per le strade dappertutto il gendarme si fa mostrare le carte.
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Dappertutto mettono un bollo. Dappertutto ci sono cimici o non ci sono, c’è lavoro oppure non c’è. Le donne sono tutte uguali. I medici degli ospedali sono tutti uguali. La sera quando si torna dal lavoro la gente è per la strada e non fa niente. Sempre dappertutto è la stessa cosa; la gente non inventa mai nulla. Quando il primo aeroplano volò nel cielo azzurro sopra la testa di Moosbrugger, era stata una bella cosa; ma poi ne vennero uno dopo l’altro ed erano tutti uguali. Era una monotonia diversa da quella dei suoi bizzarri pensieri. Non capiva come c’era arrivato e se l’era sempre trovata davanti! Scoteva il capo. “Che mondo! – pensava. – Il diavolo se lo porti! Oppure il carnefice si porti via me, non ci perderei molto…”
Eppure qualche volta andava alla porta
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come immerso in pensieri e tastava pian piano il punto dove di fuori c’era la serratura. Allora dal corridoio un occhio guardava attraverso lo spioncino e una voce aspra lo sgridava. Di fronte a simili offese Moosbrugger batteva rapidamente in ritirata, e allora gli accadeva di sentirsi rinchiuso e defraudato. Quattro pareti e una porta di ferro non son niente di speciale se si può entrare e uscire. Un’inferriata alla finestra non ha molta importanza, e che la branda e il tavolo siano fissati al muro va benissimo. Ma nel momento in cui non si può più fare di tutto questo ciò che si vuole, incomincia qualcosa di perfettamente assurdo. Quegli oggetti fabbricati dall’uomo, servi, schiavi di cui non si conosce nemmeno l’aspetto, diventano insolenti. Ti comandano alto là! Quando Moosbrugger si accorse che
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quegli oggetti lo tiranneggiavano gli venne una gran voglia di farli a pezzi, e dovette faticare a convincersi che lottare con quei servitori della giustizia era indegno di lui. Ma il tremito delle sue mani era così forte che ebbe timore di ammalarsi.
Avevano scelto quel vasto mondo, quei sei metri quadrati, e Moosbrugger vi camminava avanti e indietro. D’altronde i pensieri degli uomini sani, non incarcerati, somigliavano molto ai suoi. Sebbene si fossero vivamente interessati a lui fino a poco tempo prima, l’avevano presto dimenticato. Egli era stato messo al suo posto come un chiodo che si pianta nel muro; una volta che è lì conficcato, più nessuno se ne accorge. Altri Moosbrugger venivano alla ribalta; non erano lui, non gli somigliavano neppure, ma facevano lo stesso
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servizio. Era stato un delitto sessuale, una storia tenebrosa, un orribile assassinio, l’atto di un pazzo, l’atto di un seminfermo di mente, un incontro dal quale in fondo ciascuno dovrebbe guardarsi, un intervento soddisfacente del servizio criminale e della giustizia…; così ricordi e luoghi comuni, poveri di contenuto, inscrivano l’episodio ormai svuotato in un punto qualunque della loro amplissima rete. Si dimenticava il nome di Moosbrugger, si dimenticavano i particolari. Era diventato “uno scoiattolo, una lepre o una volpe”, la distinzione più esatta aveva perduto ogni valore; la coscienza pubblica non serbava di lui un’idea precisa, soltanto le gran distese opache delle confuse idee generali, simili al chiarore grigio che si vede in un cannocchiale puntato verso una distanza eccessiva. Questa difficoltà
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a riconnettere, questa crudeltà del pensiero, che approva o disapprova i concetti senza curarsi del peso di sofferenza e di vita che rende grave ogni verdetto, era comune all’anima della collettività e a quella di Moosbrugger; ma ciò che nella mente malata di lui era sogno, favola, punto difettoso o bizzarro nello specchio della coscienza che non rifletteva l’immagine del mondo ma lasciava passare la luce, mancava invece alla collettività, o ve n’era tutt’al più qualche traccia qua e là in un singolo individuo e nelle sue indistinte emozioni.
E ciò che si riferiva precisamente a Moosbrugger – a quello rinchiuso in sei determinati metri quadrati di mondo e a nessun altro – la sua nutrizione, sorveglianza, trattamento regolamentare, traduzione
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all’ergastolo o alla morte, era affidato a un gruppo di persone relativamente poco numeroso che si comportava in tutt’altro modo. Qui occhi spiavano diffidenti, nell’esercizio delle loro funzioni, e voci rimproveravano la più piccola trasgressione. Mai entravano nella sua cella meno di due guardiani alla volta. Quando lo conducevano fuori nei corridoi gli mettevano le manette. Si agiva sotto l’influsso di una paura e prudenza che erano collegate a quel preciso Moosbrugger in quell’ambito ristretto, ma che formavano uno strano contrasto con il trattamento a cui in generale egli era sottoposto. Di questa prudenza egli si lamentava sovente. Ma allora il sorvegliante, il direttore, il medico, il prete o chi altri ascoltava le sue proteste, faceva un viso impenetrabile e gli rispondeva che il trattamento era quello
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prescritto. Così le prescrizioni erano ormai il compenso per lo scomparso interessamento del mondo e Moosbrugger pensava: “Tu hai al collo una lunga corda e non puoi vedere chi è che la tira” Si sarebbe potuto dire ch’egli era legato al mondo esterno stando al di là della cantonata. Gente che per lo più non pensava affatto a lui, non sapeva nulla di lui o tutt’al più lo considerava come un professore universitario di zoologia considera una comune gallina che razzola per una comune strada di villaggio, collaborava a preparargli il destino di cui egli incorporeamente sentiva gli strattoni. Una dattilografa scriveva un’aggiunta al suo incartamento. Un registratore lo manipolava secondo ingegnose regole mnemoniche. Un consigliere ministeriale preparava nuove direttive per l’applicazione della pena. Alcuni
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psichiatri polemizzavano sulla linea di confine tra le semplici tendenze psicopatiche e certi casi dichiarati di epilessia e sul loro confondersi con altre manifestazioni patologiche. Un giurista scriveva un saggio sui rapporti fra circostanze attenuanti e minorazioni mentali. Un vescovo denunziava il dilagante rilassamento dei costumi e l’affittuario di una riserva di caccia lamentava con l’equanime sposo di Bonadea il pullulare delle volpi, il che rafforzava nell’alto funzionario la disposizione in favore della inflessibilità delle norme giuridiche.
Di tali vicende impersonali si compone la vicenda personale in una maniera che per ora non è descrivibile. E se si spogliava il caso Moosbrugger d’ogni elemento romantico individuale, che riguardava soltanto lui e le due
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o tre persone da lui uccise, non rimaneva, suppergiù, se non quello che s’esprimeva nell’elenco di opere allegato dal padre di Ulrich a una recente lettera al figlio. L’elenco appariva così: AH. – AMP. – AAC. -AKA – AP. – ASZ. BKL.
- (o, tradotto in parole: Annales d’Hygiene Publique et de medicine legale, ed. Brouardel, Paris; Annales medico-Psychologiques, ed. Ritti… ecc. ecc.) e in brevissime abbreviazioni riempiva tutta una pagina. La verità insomma non è un cristallo che si può mettere in tasca, bensì un liquido sconfinato in cui si casca dentro. Immaginiamo che a ognuna di quelle abbreviazioni siano legate dozzine o centinaia di pagine stampate, a ogni pagina un uomo con
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dieci dita che la scrive, a ogni dito dieci scolari e dieci avversari, a ogni scolaro e avversario dieci dita, e a ogni dito la decima parte di un’idea personale, ed ecco che ne avremo una lontana nozione. Senza di essa nemmeno il passero proverbiale può cascare dal tetto. Sole, vento, ricerca di cibo ve l’hanno portato; fame, freddo, malattia o un gatto l’hanno ucciso; ma tutto ciò non avrebbe potuto succedere senza leggi biologiche, psicologiche, meteorologiche, fisiche, chimiche, sociali ecc’, ed è una gran tranquillità limitarsi a cercare simili leggi, invece di fabbricarle come nell’etica e nel diritto. In quanto a Moosbrugger personalmente, egli aveva, come si sa, molto rispetto per la scienza umana di cui purtroppo non possedeva che una così piccola parte, ma non avrebbe mai compreso fino in fondo la
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propria posizione, anche se l’avesse conosciuta. La intuiva vagamente. Il suo stato gli pareva poco solido. Il suo corpo possente non reggeva bene. A volte il cielo gli guardava dentro il cranio. Così come era spesso accaduto prima durante i suoi vagabondaggi. E mai, anche se ora talvolta gli riusciva addirittura sgradevole, lo abbandonava una certa importante animazione che fluiva verso di lui da tutto il mondo attraverso i muri del carcere. Così se ne stava, selvaggia possibilità prigioniera di una azione temuta, come un atollo deserto in mezzo a un mare infinito di trattati che lo circondavano invisibilmente.
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111. Per i giuristi non esistono individui semi-dementi
TUTTAVIA un criminale se la passa bene, a fronte del faticoso lavoro mentale a cui costringe i dotti.
L’imputato si giova semplicemente del fatto che nella natura i passaggi dalla salute alla malattia sono sdrucciolevoli; mentre il giurista in tal caso deve sostenere che “i motivi positivi e negativi in rapporto alla libera autodeterminazione o all’intendimento del carattere delittuoso dell’azione s’intrecciano e si equilibrano a tal segno che secondo tutte le
regole del pensiero ne deriva soltanto un
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giudizio problematico” Il giurista infatti per ragioni logiche tien sempre presente che “nei confronti della stessa azione non si può mai ammettere un miscuglio di due stati” e non concede che “il principio della libertà morale in relazione agli stati d’animo condizionati dallo stato fisico si dissolva nella nebulosa indeterminatezza del ragionamento empirico” Egli non attinge i suoi concetti dalla natura, ma trapassa la natura con la spada della legge morale e con la fiamma del pensiero. E ne era sorta una lite nella commissione nominata dal Ministero della Giustizia per il rinnovamento dei codici, della quale il padre di Ulrich faceva parte; ma c’era voluto parecchio tempo e alcuni richiami all’adempimento dei doveri filiali, prima che Ulrich prendesse conoscenza dell’esposizione paterna con tutti gli allegati.
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Il suo “affezionato padre” – il quale firmava così anche le lettere più amare – sosteneva e pretendeva che un imputato parzialmente infermo di mente si deve assolvere soltanto se si può dimostrare che fra i suoi vaneggiamenti, se non fossero vaneggiamenti, ve ne sono di quelli che giustificano l’azione o ne eliminano la punibilità. Il professor Schwung invece – forse perché era da quarant’anni amico e collega del vecchio signore, il che deve per forza condurre una buona volta a un violento contrasto – sosteneva e pretendeva che un tale individuo, in cui gli stati di responsabilità e di irresponsabiltà, non potendo giuridicamente coesistere, si susseguono in rapida alternativa, sia da assolvere soltanto se si può dimostrare che, in quanto alla volontà particolare, l’imputato proprio nel momento di quella
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volontà era nell’impossibilità di dominarla. È facile per il profano capire che al delinquente può essere altrettanto difficile non lasciarsi sfuggire nessun attimo di volontà sana al momento dell’azione quanto nessun pensiero che potrebbe motivare la sua punibilità; ma non è compito del diritto offrire un letto di piume al pensiero e all’azione etica! E poiché i due dotti giuristi erano ugualmente persuasi della dignità del diritto e nessuno riusciva a tirar dalla sua parte la maggioranza della commissione, si accusavano vicendevolmente, prima d’errore, poi in rapido crescendo, d’illogicità, di voluta incomprensione e di mancanza d’idealismo. Dapprima lo fecero in seno alla commissione perplessa; ma poi, quando le sedute incominciarono a soffrirne intoppi, e dovettero poi venire aggiornate
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rimasero infine lungamente sospese, il padre di Ulrich scrisse due opuscoli: Il paragrafo 318 del Codice Penale e il vero spirito del Diritto nonché Il paragrafo 318 del Codice Penale e le fonti intorbidate della Giurisprudenza; e il professor Schwung li criticò nella rivista “Scienza Giuridica” che Ulrich trovò parimenti fra gli allegati.
In quegli scritti polemici c’erano molti “e” ed “oppure”, perché bisognava “appurare” la questione se si potessero legare con un “e” le due concezioni o se si dovesse separarle con un “oppure” E quando la commissione tornò a riunirsi dopo una lunga pausa, si era già divisa nel partito dell’“e” e nel partito dell’“oppure” C’era inoltre un terzo partito che proponeva semplicemente di far salire e scendere la misura della responsabilità precisamente come
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sale e scende l’indice della forza psichica sufficiente all’autocontrollo nelle date circostanze di malattia. A quel partito si contrapponeva un quarto, il quale affermava che in primo luogo occorre decidere inequivocabilmente se esiste o non esiste in un imputato la capacità d’intendere e di volere; perché la diminuita capacità presuppone l’esistenza della capacità e se l’imputato è in parte responsabile deve essere punito interamente perché non si può esercitare altrimenti la giustizia penale su quella parte. Contro questo partito se ne levava un altro, che ammetteva il principio ma osservava che non vi si attiene la natura, la quale produce anche individui semi-infermi di mente; per cui si può soltanto esercitare su costoro la carità della giustizia, non già riconoscendo una
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diminuzione della colpa ma mitigando la pena in vista delle circostanze.
Così si formò ancora un partito della responsabilità e uno della capacità, e quando anche questi si furono sufficientemente suddivisi, fu la volta degli altri punti di vista su cui non c’erano ancora state divergenze. Naturalmente nessuno specialista del giorno d’oggi fa dipendere le sue polemiche dalle polemiche filosofiche o teologiche, ma come prospettive, cioè vuote come lo spazio e spostanti come esso gli oggetti, quelle due rivali che si contendono la saggezza suprema son sempre presenti in ogni ottica professionale. E così il quesito, sinora aggirato, se ogni individuo si possa considerare moralmente libero, cioè la buona vecchia questione del libero arbitrio, formò anche lì il centro
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prospettivo di tutte le diversità d’opinione, sebbene stesse al di fuori del loro dibattito. Infatti se l’uomo è moralmente libero, bisogna esercitare su di lui mediante il castigo una coercizione pratica alla quale in teoria non si crede; se invece non è libero, bensì il punto d’incontro di fenomeni naturali immutabilmente collegati, allora si può suscitare in lui mediante la punizione una salutare svogliatezza, ma non gli si può imputare moralmente quello che fa. Per questo problema sorse un ennesimo partito che suggerì di spaccare il criminale in due parti; una zoologico-psicologica che non riguarda il giudice, e una giuridica, che sarebbe solo una costruzione, ma legalmente libera. Per fortuna questo progetto si fermò alla teoria.
È difficile render giustizia alla giustizia con
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brevità. La commissione era costituita da una ventina di dotti ai quali era possibile assumere gli uni contro gli altri qualche migliaio di opinioni, com’è facile calcolare. Le leggi che bisognava rivedere erano vigenti dall’anno
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potuto acchiappare! può darsi che da allora le cose siano un po’ migliorate, e inoltre sarebbe sbagliato scorgere la vera intenzione di questo ragguaglio in una presa in giro dei fiori di ghiaccio che nascono così rigogliosi nelle teste dei sapienti di diritto, con tanto divertimento di quelli il cui cervello dimoia; al contrario, ciò che impediva agli eruditi partecipanti di servirsi spregiudicatamente delle loro forze intellettuali era rigore virile, orgoglio, sanità morale, inattaccabilità e amore dei propri comodi, vale a dire tutte qualità dell’animo e in gran parte virtù che noi sperabilmente non perderemo mai. I giuristi della commissione al modo di antichi precettori trattavano il ragazzo-uomo come un loro pupillo che ha soltanto da mostrarsi attento e volonteroso per esser promosso, e la causa altro non era che il
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sentimento politico antiquarantottesco della generazione che li aveva preceduti. Certo le nozioni psicologiche di costoro erano rimaste indietro di cinquant’anni, ma ciò avviene facilmente quando si è costretti a lavorare un pezzo del proprio campo conoscitivo con gli attrezzi del vicino, e in caso favorevole vi si può anche rimediare rapidamente; quello che però rimane sempre arretrato rispetto ai tempi, perché si dà anche vanto della propria immutabilità, è il cuore dell’uomo, e soprattutto quello dell’uomo di saldi principî. Mai l’intelligenza è così dura, arida e stramba come quando ha un’antica debolezza di cuore!
Questa condusse infine a una esplosione violenta. Quando la lotta ebbe sufficientemente fiaccato tutti i partecipanti e impedito la continuazione dei lavori, si moltiplicarono le
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voci richiedenti un accordo, che doveva somigliare suppergiù a tutte le formule che riappiccicano con una bella frase un contrasto insanabile. Parevano inclini ad accordarsi sulla famosa definizione, secondo la quale si considerano responsabili dei loro atti quei delinquenti che per qualità intellettuali e morali risultano capaci di compiere un delitto; e cioè assolutamente non responsabili se privi di quelle qualità; il che è una definizione straordinaria che ha il vantaggio di dar molto lavoro ai delinquenti e permetterebbe addirittura di congiungere il diritto di vestire l’uniforme di ergastolano con il titolo di dottore. Ma allora il padre di Ulrich, davanti alla minacciosa mitezza dell’anno del giubileo e a una definizione tonda come un uovo che egli considerava una bomba a mano scagliata
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contro di lui, compì quella che egli definiva la sua sensazionale conversione alla scuola sociologica. La concezione sociologica c’insegna che il “degenerato” verso la criminalità non si deve giudicare con principî moraleggianti, ma soltanto secondo la sua pericolosità, per la società umana. Ne consegue che egli deve essere tanto più responsabile quanto più è dannoso; e ne consegue inoltre con logica ferrea che i criminali più innocenti, cioè i malati di mente, che per loro natura sono i meno accessibili all’effetto correttivo della punizione, devono essere minacciati delle pene più dure, e ad ogni modo più dure che i sani affinché la forza intimidatrice sia equivalente. C’era da aspettarsi che il collega Schwung non avrebbe saputo trovar niente da opporre alla concezione sociale. E così pareva, ma appunto
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per questo egli ricorse a mezzi che indussero immediatamente il padre di Ulrich ad abbandonare anch’egli la strada del diritto, che minacciava di insabbiarsi in nuove dispute interminabili della commissione, e rivolgersi al figlio onde sfruttare per la buona causa le relazioni con alti e altissimi ambienti che egli stesso gli aveva procurato. Perché ecco il misfatto del collega Schwung: invece di tentare una confutazione obiettiva egli s’era subito aggrappato malignamente alla parola “sociale” e in un nuovo scritto aveva insinuato il sospetto di “materialismo” e di “spirito prussiano”
“Mio caro figlio – scriveva il padre di Ulrich – io ho subito fatto notare le origini latine e per conseguenza niente affatto prussiane della dottrina giuridica sociale, ma questo potrebbe
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anche restare inutile di fronte alla denuncia e alla calunnia che con perversità infernale specula sull’impressione necessariamente repulsiva prodotta in alto loco dai concetti di materialismo e di Prussia. Questo non è più biasimo dal quale ci si possa difendere, ma lo spargimento di una voce talmente inqualificabile che le autorità superiori non la controlleranno neppure e la necessità di doversene occupare potrà essere messa a carico tanto alla vittima innocente quanto al perverso delatore. Io, che in tutta la mia vita ho sempre evitato le vie tortuose, mi vedo quindi costretto a invitarti…” E su questo tono continuava la lettera.
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112. Arnheim trasferisce fra gli dei suo padre Samuel e prende la decisione di impadronirsi di Ulrich. Soliman vorrebbe apprender qualcosa di più sul proprio regale genitore
ARNHEIM suonò il campanello e mandò a cercare Soliman. Da un pezzo non aveva più sentito il
bisogno di intrattenersi con lui e il monello era sempre a zonzo in chi sa quali recessi dell’albergo.
L’opposizione di Ulrich era finalmente riuscita a ferire Arnheim.
Naturalmente Arnheim s’era sempre accorto
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che Ulrich gli lavorava contro. Ulrich operava disinteressatamente, come l’acqua sul fuoco, il sale sullo zucchero; cercava di rovinare l’effetto ad Arnheim quasi senza volerlo. Arnheim era sicuro che Ulrich abusasse persino della confidenza di Diotima per fare osservazioni sfavorevoli o ironiche sul suo conto.
Doveva confessarsi che da molto tempo non gli era più accaduto nulla di simile. Il metodo consueto dei suoi successi faceva cilecca. Giacché l’effetto di un grand’uomo è come quello della bellezza; non sopporta contestazioni, così come non si può bucare un pallone o mettere un cappello in testa a una statua. Una bella donna diventa brutta se non piace, e un grand’uomo che passa inosservato diventa forse qualcosa di più grande ma cessa di essere un grand’uomo. Arnheim
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naturalmente non se lo confessava con queste stesse parole, ma pensava: “Io non sopporto l’opposizione perché solo l’intelligenza prospera grazie all’opposizione, e io disprezzo chi è soltanto intelligente!”
Arnheim credeva che non gli sarebbe stato difficile rendere in qualche modo innocuo il suo avversario. Ma voleva conquistare Ulrich, influenzarlo, educarlo e ottenere la sua ammirazione. Per rendersi più agevole il compito si era convinto di avere per lui una profonda simpatia piena di contraddizioni e di non sapere come motivarla. Da Ulrich non aveva nulla da temere e nulla da aspettarsi; Arnheim, tanto, sapeva di non possedere l’amicizia del conte Leinsdorf né del capodivisione Tuzzi, e per il resto le cose, benché un po’ lentamente, avevano preso il
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corso ch’egli desiderava. La reazione di Ulrich scomparve di fronte all’azione di Arnheim e rimase soltanto come intervento immateriale; il suo unico effetto, forse, fu di rinviare la decisione di Diotima paralizzando un tantino la risolutezza della incantevole donna. Arnheim l’aveva cautamente scoperto, e ora gli veniva da sorriderne. Con tristezza o con malizia? è una differenza che in tali casi non importa nulla; egli riteneva giusto che l’intelligenza critica e l’opposizione del suo avversario lavorassero senza saperlo al suo servizio; era una vittoria della causa più profonda, una di quelle complicazioni della vita, meravigliosamente chiare, che si sciolgono da sé. Arnheim sentiva che quest’era il laccio del destino che lo legava all’uomo più giovane e lo induceva a concessioni che quegli non capiva. Perché
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Ulrich si mostrava inaccessibile alle lusinghe, era insensibile come un pazzo ai vantaggi sociali e sembrava non accorgersi dell’offerta d’amicizia o sdegnarla.
C’era qualcosa che Arnheim chiamava l’arguzia di Ulrich. In parte intendeva con ciò l’incapacità di un uomo d’ingegno a riconoscere i vantaggi che offre la vita e a adattare il suo spirito ai grandi oggetti e occasioni che gli potrebbero conferire dignità e solidità. Ulrich dimostrava la ridicola persuasione opposta, che la vita debba adattarsi all’ingegno. Arnheim se lo vedeva davanti; alto come lui, più giovane, senza le mollezze che egli non poteva non scorgere nel proprio corpo; nella sua faccia c’era qualcosa di assolutamente indipendente; non senza invidia egli lo attribuiva alla discendenza da generazioni di scienziati asceti,
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poiché tali si figurava le origini di Ulrich. Più incurante di denaro e di successo era quella faccia di quanto permetta ai suoi rampolli una fiorente dinastia di trafficanti in materie prime! Ma nel volto di Ulrich mancava qualcosa. Vi mancava la vita, sì, i segni della vita vi mancavano terribilmente! Quel momento in cui ne ebbe la chiarissima rivelazione, Arnheim provò un senso di angoscia che gli riconfermò il suo profondo affetto per Ulrich; Quasi si sarebbe potuto pronosticare a quel volto una sventura. Egli ruminò su quella sensazione mista d’invidia e di sollecitudine; era una malinconica soddisfazione, come quella di chi si sia vigliaccamente portato in salvo, e improvvisamente un impeto violento di invidia e di disapprovazione fece affiorare il pensiero che inconsapevolmente aveva cercato e
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sfuggito. Aveva intuito d’un tratto che Ulrich era l’uomo capace di sacrificare non soltanto gli interessi ma anche l’intero capitale della sua anima, se le circostanze lo avessero richiesto! Sì, era anche questo che Arnheim bizzarramente intendeva per “l’arguzia di Ulrich” In quel momento, ricordando l’espressione da lui stesso coniata, lo capì chiaramente: l’idea che un uomo possa lasciarsi trascinare dalla sua passione fuori dell’atmosfera respirabile gli appariva umoristica!
Quando Soliman sgattaiolò nella stanza e si fermò davanti al padrone, questi aveva quasi completamente dimenticato perché l’avesse fatto chiamare, ma sentì il conforto emanante da una creatura viva e devota. Passeggiò in su e in giù con aria cupa e il disco nero della
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faccia di Soliman seguiva i suoi moti.
- Siedi, – ordinò Arnheim; rimase ritto nell’angolo dove s’era girato sui tacchi e incominciò: – Il grande Goethe in un passo del Wilhelm Meister dà con tal quale passione un precetto per il vivere giusto; esso suona: “Pensare per agire; agire per pensare!” Hai capito? No, tu non puoi ancora capire… rispose da sé alla sua domanda e ammutolì nuovamente. “È una ricetta che contiene tutta la saggezza della vita, – pensò, – e colui che vorrebbe essere mio avversario ne conosce solo una metà, il pensare!” Gli venne in mente che anche questo si poteva intendere per “essere arguto” Conosceva la debolezza di Ulrich. Arguzia deriva da arguire, una saggezza dialettica che indica la provenienza intellettuale di quell’atteggiamento, la sua natura spettrale,
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povera di sentimento; chi è arguto è sempre indiscreto, oltrepassa i limiti davanti ai quali l’uomo che sente pienamente si ferma. Così la faccenda di Diotima e del capitale dell’anima si mostrava sotto una luce più lieta, e mentre lo pensava, Arnheim disse a Soliman:
- È un precetto che contiene tutta la saggezza della vita e per ciò ti ho portato via i libri e ti ho messo al lavoro!
Soliman non rispose nulla e fece un viso molto grave.
- Tu hai visto qualche volta mio padre, – disse Arnheim all’improvviso, – ti ricordi di lui?
Soliman ritenne opportuno stralunare gli occhi, e Arnheim disse pensosamente:
- Vedi, mio padre non legge quasi mai libri. Quanti anni credi che abbia? – Di nuovo non aspettò la risposta, e soggiunse: – Ha già più di
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settant’anni e tiene la mano in tutti i rami importanti della nostra industria!
Poi riprese a camminare in su e in giù tacendo. Sentiva un bisogno irresistibile di parlar di suo padre, ma non poteva dire tutto ciò che pensava. Nessuno meglio di lui sapeva che anche suo padre qualche volta sbagliava un affare; ma nessuno gli avrebbe creduto perché quando qualcuno ha fama di essere un Napoleone vince anche le sue battaglie perdute. Perciò non v’era mai stata per Arnheim altra possibilità di sostenere il confronto con suo padre che quella da lui scelta di mettere intelletto, politica e società al servizio degli affari. Il vecchio Arnheim sembrava contento che il giovane Arnheim avesse tanta scienza e tanto potere; ma quando c’era da prendere una decisione importante e dopo ch’era stata
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considerata e discussa dal punto di vista tecnico, produttivo, finanziario, spirituale e politico, lui diceva “tante grazie” e ordinava non di rado il contrario di quello che gli si proponeva, e a tutte le obiezioni rispondeva solo con un sorriso timido e cocciuto. Spesso persino i direttori scuotevano la testa, ma prima o poi si vedeva che il vecchio in un modo o nell’altro aveva ragione. Era come se un vecchio cacciatore o una guida alpina dovesse assistere a un convegno di meteorologi e tuttavia continuasse a regolarsi secondo le predizioni dei suoi reumatismi; e in fondo non c’era da stupirsi, perché il reumatismo in certe questioni è ancor sempre cosa più sicura che la scienza, e d’altronde non importa l’esattezza della profezia; tanto le cose van sempre diversamente da come ci si aspetta e
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l’essenziale è adattarsi con furberia e tenacia alla loro opposizione.
Dunque per Arnheim non avrebbe dovuto esser difficile capire che un vecchio praticone sa e può un mucchio di cose che la teoria non è in grado di prevedere, ma fu tuttavia una giornata grave di conseguenze quella in cui egli scoprì che Samuel Arnheim aveva molto intuito.
- Sai che cos’è l’intuito? – domandò Arnheim emergendo dai suoi pensieri, come se cercasse di afferrare a tastoni l’ombra di una scusa per la sua voglia di parlarne. Soliman sbatté gli occhi con zelo, come faceva quando doveva rispondere di una commissione dimenticata, e Arnheim si corresse di nuovo subito.
- Sono molto nervoso oggi, – disse, – è naturale che tu non lo sappia! Ma sta attento a
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quel che ti dico: guadagnar denaro, come puoi immaginare, ci porta in certe situazioni che non sono sempre eleganti. L’eterno sforzo di calcolare e di trarre da tutto un vantaggio è in contraddizione con gli elevati costumi di vita che si potevano sviluppare in tempi più felici. Si è riusciti a trasformare l’assassinio nella nobile virtù del valore ma mi sembra improbabile che si possa fare qualcosa di simile con i calcoli e i computi; non v’è bontà in essi, né dignità, né profondità, il denaro cambia tutto in concetto, è sgradevolmente razionale; non so se mi puoi capire, ma quando vedo un biglietto di banca penso sempre a dita che palpano incredule, a un gran vociare e aguzzare l’ingegno, immagini che mi sono tutte ugualmente odiose.
S’interruppe e s’isolò di nuovo nelle sue
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meditazioni. Ricordò i suoi familiari che quand’era bambino gli accarezzavano la testa e dicevano che aveva un gran cervellino. Un cervellino fatto per calcolare. Egli odiava quella mentalità! Nelle lucenti monete d’oro si rispecchiava la saggezza di una famiglia che si era innalzata. Gli sarebbe parso sgradevole vergognarsi dei suoi, al contrario, proprio negli ambienti più raffinati insisteva con signorile modestia sulle proprie origini; ma temeva quella loro saggezza quasi che fosse, come il parlare e il gesticolare eccessivamente, una debolezza di famiglia che lo rendeva inaccettabile sulle somme vette dell’umanità.
Forse nasceva di qui la sua reverenza per l’irrazionale. La nobiltà era irrazionale; ciò poteva sembrare uno scherzo sulla poca intelligenza dei nobili, ma Arnheim sapeva quel
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che intendeva dire. Gli bastava ricordare come essendo ebreo non aveva potuto esser nominato ufficiale di complemento; e poiché un Arnheim non poteva nemmeno svolgere le meschine funzioni di sottufficiale, lo avevano semplicemente dichiarato inabile al servizio militare; ancor oggi egli rifiutava di vedere in quel fatto soltanto la mancanza di intelligenza, senza apprezzarne l’onorevolezza. Quel ricordo gli diede occasione d’arricchire di qualche frase il suo discorso a Soliman.
- È possibile, – riprese al punto dove s’era interrotto, perché nonostante la sua ripugnanza in proposito era metodico persino nelle digressioni, è possibile, anzi probabile, che la nobiltà non abbia sempre dimostrato quelli che si dicono oggi nobili sensi. Per mettere insieme le miglia e miglia quadrate di
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terra sulle quali si edificò più tardi la sua signoria, un nobile non sarà stato meno accanito e calcolatore di quanto sia oggi un mercante, anzi forse le attività commerciali sono più oneste. Ma c’è una forza nel suolo, capisci; essa era nella zolla arata, nella caccia, nella guerra, nella fede in Dio e nei costumi contadini, insomma nella vita fisica di questi uomini che usavano molto meno il cervello che non le braccia e le gambe, la forza era vicina alla natura che infine le ha dato dignità, grandezza e avversione per tutto ciò che è volgare.
Si fermò a riflettere se la sua disposizione d’animo non lo aveva trascinato a dir troppo. Le parole del padrone, se fraintese, potevano portare il ragazzo a rispettare meno la nobiltà. Ma invece accadde una cosa inaspettata.
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Soliman si agitava da un poco sulla seggiola, ed ecco che ora interruppe il padrone con una domanda.
- Scusi, – disse il moretto, – mio padre è re?
- Arnheim lo guardò stupefatto.
- Io non ne so niente, – rispose mezzo severo mezzo divertito. Ma mentre guardava il viso di Soliman, serio e quasi corrucciato, una specie di commozione lo vinse. Gli piaceva che il ragazzo prendesse tutto sul serio; “È proprio senza umorismo, – pensò, e in fondo ha qualcosa di tragico”; la mancanza di umorismo gli sembrava equivalere a gravità e pienezza di vita. Disse al ragazzo, in tono dolcemente ammonitore:
- Non è molto probabile che tuo padre sia re, credo piuttosto che facesse un mestiere umile, perché quando ti ho trovato facevi parte
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d’una compagnia di saltimbanchi in una città di mare.
- Quanto sono costato? - interruppe
Soliman indagatore.
- Caro mio, come vuoi che me ne ricordi? Non molto, credo. Certo non molto. Ma che cosa te ne importa? Noi veniamo al mondo per creare da noi il nostro regno! L’anno prossimo penso di farti frequentare un corso di studi commerciali, e dopo potresti entrare a far pratica in uno dei nostri uffici. Dipenderà da te, naturalmente, arrivare a qualcosa, ma io non ti perderò di vista. Per esempio, più tardi potresti rappresentare i nostri interessi in un paese dove la gente di colore abbia già qualche voce in capitolo; certo bisognerà andar molto cauti, ma il fatto di essere negro potrebbe tornare a tuo vantaggio. Quando avrai un lavoro capirai
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anche quanto ti siano stati utili gli anni passati sotto la mia sorveglianza personale, e c’è una cosa che ti posso dire anche adesso: tu appartieni a una razza che possiede ancora un resto di nobiltà della natura. Nelle leggende cavalleresche del Medioevo i re negri hanno sempre avuto una parte onorifica. Se tu coltivi in te ciò che è spiritualmente nobile, la tua dignità, la tua bontà, la tua sincerità, il coraggio della verità e il coraggio ancora più grande di astenerti dall’intolleranza, dall’invidia, dal livore e dalle piccole malignità e nervosismi che contrassegnano oggi quasi tutti gli uomini, se tu riesci a questo saprai certo far la tua strada nel commercio perché è nostro dovere introdurre nel mondo non soltanto mercanzie ma anche una forma migliore di vita.
Da molto tempo Arnheim non parlava a
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Soliman con tanta confidenza, e quindi sentiva che in presenza di un terzo sarebbe stato ridicolo; ma non c’era nessuno, e del resto quello che diceva era soltanto la copertura di pensieri più riposti che teneva per sé. Così il suo ragionamento sui sentimenti nobili e sull’avvenire della nobiltà giù nell’animo prese esattamente la direzione opposta a quella delle sue parole. Gli si impose allora l’idea che mai, da che mondo è mondo, nulla è sorto soltanto dalla purezza spirituale e dai buoni sentimenti, tutto invece dalla sola volgarità e bassezza, che col tempo si logora le corna e infine genera anche i sentimenti grandi e puri! Senza dubbio, egli pensò, il divenire dell’aristocrazia – come la trasformazione di servizio spazzature in un consorzio economico mondiale – non si fonda soltanto su relazioni sicuramente connesse con
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una più alta umanità, e tuttavia dall’una è nata l’aurea cultura del dixhuitieme siecle, e dall’altro era nato Arnheim. La vita gli imponeva dunque un chiaro dovere che gli sembrava di poter formulare con la massima precisione possibile nel quesito profondamente equivoco: quale misura di volgarità è necessaria e sufficiente per dare origine a un elevato sentire?
Su un altro piano i suoi pensieri intanto avevano continuato a insegnare ciò che aveva detto a Soliman sull’intuizione e il razionalismo, e improvvisamente egli ricordò con grande vivezza come aveva spiegato per la prima volta a suo padre che lui, il vecchio Arnheim, faceva gli affari per intuito. Avere intuito era di prammatica allora per tutti coloro che non potevano rispondere dei loro atti con la
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ragione; equivaleva pressapoco a quello che oggi si chiama essere dinamici. Tutto ciò che si sbagliava o che non riusciva completamente si giustificava così, dicendo che era creato dall’intuito o per l’intuito, e l’intuito serviva tanto per cucinare come per scrivere libri; ma il vecchio Arnheim non sapeva niente di tutto questo e si lasciò andare a fissare il figlio con stupore. Era stato un gran trionfo per quest’ultimo.
- Il guadagno, – egli aveva detto, – ci costringe a un’attività mentale che non è sempre nobile. Con ciò è probabile che noi grandi uomini d’affari siamo chiamati ad assumere il comando delle masse alla prossima svolta della storia, senza sapere se ne saremo moralmente capaci! Ma se v’è al mondo qualcosa che mi può far coraggio, quello sei tu,
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perché tu hai il dono della vista e della volontà, come lo possedevano nei grandi tempi antichi i re e i guerrieri, che erano ancora guidati da Dio. Come tu affronti un affare è un mistero, e vorrei dire che tutti i mestieri che sfuggono al calcolo sono dello stesso ordine, che siano il mistero del coraggio, dell’invenzione o delle stelle!
Con oltraggiosa chiarezza Arnheim rivide lo sguardo del vecchio, che era stato finora alzato su di lui, riabbassarsi sul giornale dal quale non si sarebbe mai più sollevato per quanto il figlio parlasse di affari o di intuizioni. Quel rapporto fra padre e figlio era sempre sussistito, e su un terzo piano mentale, come sullo schermo di quei ricordi, anche adesso Arnheim lo controllò. Egli vedeva nel superiore talento affaristico del padre, che sempre l’aveva
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oppresso, qualcosa come una forza primitiva, che alla mente più complicata del figlio doveva rimanere incomprensibile; con ciò egli rimoveva il modello dall’ambito degli sforzi inutili e si procurava al tempo stesso la patente di nobiltà delle sue origini. Con quel doppio artificio se la cavava benissimo. Il denaro diventava una forza mitica superpersonale con la quale solo i primitivi possono misurarsi, ed egli trasferì il suo genitore fra gli dei, proprio come facevano gli antichi guerrieri, che probabilmente giudicavano i loro mitici antenati, nonostante il reverente timore, un po’ primitivi in confronto a se stessi. In un quarto piano mentale egli però tornava a ignorare il sorriso che si stendeva sul terzo e a ripensare lo stesso pensiero, ma con serietà, riflettendo alla parte che sperava ancora di sostenere su questa terra.
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È chiaro che non bisogna prendere alla lettera questi vari ordini d’idee come se fossero sovrapposti l’uno all’altro a guisa di strati o suoli; sono soltanto una maniera di esprimere il moto permeante del pensiero affluente da varie direzioni, quando è sottoposto all’effetto di forti contrasti di sentimento. Arnheim aveva sempre avuto per l’ironia e l’umorismo una ripugnanza morbosa che probabilmente derivava da una notevole disposizione ereditaria per entrambi. L’aveva repressa perché secondo lui era roba per plebei e intellettuali da strapazzo, ma proprio adesso che i suoi sentimenti erano i più aristocratici e addirittura anti-intellettualistici, ecco che essa si ripresentava in relazione con Diotima, e se le sensazioni di Arnheim stavano per così dire in punta di piedi, lo attirava sovente la diabolica
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possibilità di sfuggire alle proprie sublimi commozioni con uno di quei ben assestati frizzi sull’amore che aveva udito non di rado da persone inferiori o rozze. E sbucando fuori a un tratto da tutti quegli strati egli guardò attonito la faccia truce e attenta di Soliman che sembrava un pallone nero da boxe sul quale si fosse abbattuta una incomprensibile saggezza di vita. – Mi sto mettendo in una situazione ridicola! – disse Arnheim.
Quando il padrone finì quel suo monologo, il corpo di Soliman sembrava essersi addormentato a occhi aperti sulla sedia; le pupille roteavano ma il corpo rifiutava di muoversi come se aspettasse ancora la parola che sveglia. Arnheim se ne accorse, e l’avidità di sapere per quali intrighi un figlio di re fosse diventato un servo gli parlava dallo sguardo del
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moro. Quello sguardo che era come fornito di artigli gli ricordò istantaneamente l’aiuto giardiniere che aveva rubato pezzi delle sue collezioni, ed egli si disse sospirando che il semplice istinto del guadagno gli sarebbe sempre mancato. Improvvisamente gli parve che quell’idea definisse anche con una sola parola i suoi rapporti con Diotima. Dolorosamente sentiva, giunto al culmine della sua vita, che un’ombra gelida lo separava da tutto ciò ch’egli aveva toccato. Non era un pensiero semplice per un uomo che aveva or ora enunciato il principio che bisogna pensare per agire, e che sempre aveva cercato d’impadronirsi delle cose grandi e di imprimere alle piccole il proprio significato. Ma l’ombra si era interposta tra lui e gli oggetti del suo desiderio a dispetto della volontà che non gli
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era mai mancata, e con sorpresa Arnheim credette di scoprire che essa era in relazione con i lievi e delicati ribrezzi che avevano velato la sua giovinezza; come se per un trattamento sbagliato essi si fossero consolidati in un sottilissimo strato di ghiaccio. Ma il quesito perché questo non si sciogliesse al calore dell’affetto non mondano di Diotima egli non poteva risolverlo; come un dolore molto maligno che aspetta solo un tocco per risvegliarsi, gli ritornò allora in mente Ulrich. Capì a un tratto che sulla vita di costui gravava la stessa ombra come sulla sua, ma là aveva tutt’altro effetto! Fra le passioni umane si pone raramente nel luogo che per la sua violenza le compete quella di un uomo che il carattere di un altro uomo eccita alla gelosia, e la scoperta che la sua rabbia impotente contro Ulrich somigliava, su
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un piano più profondo, all’incontro ostile di due fratelli che non si sono riconosciuti, era una sensazione molto forte e in pari tempo benefica. Arnheim confrontandole esaminò curiosamente le loro due nature. L’istinto grossolano di appropriarsi i vantaggi della vita difettava a Ulrich ancor più che a lui, e l’istinto sublime, il desiderio di acquistare dignità e onori gli mancava poi in maniera addirittura irritante. Quest’uomo non sapeva che farsi del peso e della sostanza della vita. Il suo zelo oggettivo, che era incontestabile, non mirava al possesso dell’oggetto: Arnheim si sarebbe sentito richiamare a mente i suoi impiegati se il disinteresse del loro contegno professionale non avesse avuto, applicato a Ulrich, qualcosa di straordinariamente altezzoso. Sarebbe stato meglio dirlo un invasato che non vuol essere
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possidente. Si sarebbe anche potuto formulare l’idea di un lottatore in volontaria povertà. Sembrava addirittura possibile parlare di un uomo puramente ed esclusivamente teorico; nemmeno questo però era esatto, perché in fondo non lo si poteva davvero chiamare un uomo teorico. A questo punto Arnheim si ricordò di avergli dichiarato espressamente, una volta, che le sue capacità logiche erano molto al di sotto di quelle pratiche. Ma a considerarlo sotto l’aspetto pratico, quell’individuo era assolutamente impossibile. Così il pensiero di Arnheim oscillava in qua e in là, come non accadeva per la prima volta, ma nonostante i dubbi su se stesso che oggi lo dominavano non gli era possibile cedere la priorità a Ulrich, neanche su una qualsiasi questione particolare, e così giunse alla
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conclusione che la differenza decisiva doveva consistere nel fatto che a Ulrich mancava qualcosa. Tuttavia v’era nell’uomo preso, nel suo complesso, qualcosa di intatto, di libero, e Arnheim confessò esitando a se stesso che gli ricordava addirittura il “segreto del tutto” che lui stesso possedeva e che da quest’altro sentiva rimesso in questione. Come sarebbe stato altrimenti possibile, se si fosse trattato soltanto di ciò che è accessibile all’intelligenza misuratrice, applicare a un simile uomo dell’irrealtà la stessa sgradevole sensazione di arguzia che Arnheim aveva imparato a temere in quel troppo preciso conoscitore della realtà che era suo padre! “Dunque a quest’uomo in complesso manca qualcosa!” pensò Arnheim, ma, come se fosse l’altro lato di tale certezza gli balenò nello stesso momento e del tutto
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involontariamente l’idea: “Quest’uomo ha un’anima!”
Quest’uomo aveva un’anima ancora intatta: poiché si trattava di un’ispirazione intuitiva Arnheim non avrebbe potuto spiegare esattamente che cosa intendesse dire; ma all’incirca era questo: che ogni uomo col tempo dissolve la sua anima in intelligenza, morale e grandi idee, e questo è un processo irrevocabile; nel suo amico-nemico il processo non era terminato e rimaneva un residuo il cui fascino ambiguo non era ben definibile, ma rivelava che questo residuo aveva insoliti legami con elementi appartenenti al regno dell’inanimato, del razionale e del meccanico, che non si potevano più annoverare fra i contenuti culturali.
Arnheim, mentre rifletteva a tutto questo e
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lo conformava subito alla terminologia delle sue opere filosofiche, non aveva avuto tempo di ascriverne qualcosa a merito di Ulrich, e foss’anche l’unico, tanto forte era stata l’impressione di aver fatto una scoperta; lui stesso aveva creato quelle immagini, e gli pareva d’essere il maestro che in una voce ancora grezza scopre il possibile splendore. I suoi pensieri si raffreddarono soltanto davanti alla faccia di Soliman, che da un pezzo lo fissava e stimava venuto il momento di fargli altre domande. La consapevolezza che non a tutti è concesso dar forma alle proprie intuizioni con l’aiuto di un negretto muto, semi-selvaggio, accresceva in lui la felicità d’essere solo a conoscere il segreto dell’avversario, sebbene qualcosa rimanesse ancor poco chiaro e fosse da giudicare secondo
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le conseguenze che ne sarebbero derivate. Sentiva soltanto l’amore che prova un usuraio per la vittima in cui ha investito il suo capitale. E forse fu la vista di Soliman che gli ispirò improvvisamente il proponimento di attirare a sé ad ogni prezzo quell’uomo che gli appariva come l’avventura diversamente personificata di se stesso; anche a costo di adottarlo per figlio!
Sorrise di quella precipitata conferma di un’intenzione la cui forma doveva ancora maturare, e tagliò la parola in bocca a Soliman, che fremeva tutto di tragica bramosia di sapere, con la dichiarazione:
- Adesso ne ho abbastanza, e tu devi portare alla signora Tuzzi i fiori che ho ordinati. Se hai ancora qualcosa da chiedermi, potremo forse pensarci un’altra volta.
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113. Ulrich conversa con Hans Sepp e con Gerda nel gergo della regione di confine fra superrazionale e subrazionale
ULRICH non sapeva davvero che fare per esaudire il desiderio di suo padre che gli chiedeva di
preparare un colloquio personale con Sua Signoria e altri patrioti eminenti nel nome della scuola sociologica e così andò a trovare Gerda per non pensarci. Da lei c’era Hans, e Hans passò immediatamente all’attacco.
- Lei ha preso il dottor Fischel sotto la sua protezione?
- Be, allora cara Gerda, – disse Ulrich voltandosi verso la ragazza, – non è affatto semplice. Ne ho già parlato tanto, che credevo lei mi avesse capito.
- Io la capisco ma non le credo, rispose Gerda, cercando però col tono e con lo sguardo di dare alla sua presa di posizione a fianco di Hans qualcosa di conciliante verso Ulrich.
- Noi non le crediamo, – Hans troncò tosto quell’andamento più cordiale del colloquio, – non crediamo che possa far sul serio; lei in qualche modo se l’è arrogato!
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- Che cosa?! Intende dire quello che… quello che non si può esprimere? – domandò Ulrich, comprendendo subito che la sfrontatezza di Hans si riferiva a ciò ch’egli aveva detto con Gerda a quattr’occhi.
- Oh, lo si può esprimere benissimo, se si vuol fare sul serio!
- Io non ci riesco. Ma posso raccontarle una storia.
- Un’altra storia! A quanto pare lei narra storie come il gran padre Omero! – esclamò Hans ancora più impertinente e più spavaldo di prima. Gerda lo guardò supplichevole. Ma Ulrich non s’inquietò e riprese:
- Una volta sono stato anch’io molto innamorato; avevo circa l’età che ha lei oggi. In fondo ero innamorato del mio amore, della mia condizione mutata, più che della donna alla
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quale la cosa si riferiva; allora imparai a conoscere tutto ciò di cui lei, i suoi amici e Gerda fanno grandi misteri. La storia che volevo raccontarle è questa.
I due erano sbalorditi che la storia fosse così corta. Gerda chiese esitando:
- È stato tanto innamorato…? – e subito si irritò d’aver fatto quella domanda davanti a Hans con la tremebonda curiosità d’una ragazzina. Ma Hans la interruppe:
- Perché parlare di queste cose? Ci racconti piuttosto che cosa sta combinando sua cugina, caduta nelle mani di quegli intellettuali falliti!
- Sta cercando un’idea in cui si compendi meravigliosamente davanti al mondo intero lo spirito della nostra patria. Non vorrebbe venirle in aiuto con qualche suggerimento? Son pronto a fare da intermediario, – rispose Ulrich.
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Hans scoppiò in una risata sarcastica.
- Perché finge di non sapere che noi impediremo quell’iniziativa?
- Già, perché siete così furenti contro di essa?
- Perché è una mostruosa infamia che si vuol commettere contro il germanesimo in questo paese! – esclamò Hans. – Davvero non sa che si sta formando una corrente contraria molto promettente? Le intenzioni del suo conte Leinsdorf sono state denunciate alla Lega nazionale tedesca. La Società ginnastica ha già protestato contro l’oltraggio allo spirito germanico. Il cartello delle associazioni armate delle università austriache prenderà posizione in questi giorni contro la minaccia slava, e l’Unione giovanile tedesca alla quale appartengo non si darà tregua, anche se
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dovessimo scendere in strada! – Hans si era alzato e aveva parlato con una certa fierezza. Tuttavia aggiunse: – Ma non si tratta di questo. Si esagera nel valutare le circostanze esteriori. L’essenziale è che qui nulla può riuscire!
Ulrich chiese perché.
Hans ribatté che le grandi razze si eran già creato fin dagli inizi il loro mito; ebbene, esisteva forse un mito austriaco? un’antica religione austriaca? un’epopea? Né la religione cattolica né quella evangelica eran nate qui; l’arte della stampa e le tradizioni pittoriche eran venute dalla Germania; alla casa regnante avevan provveduto la Svizzera, la Spagna, e il Lussemburgo; alla tecnica l’Inghilterra e la Germania; le città più belle, Vienna, Praga, Salisburgo, eran state edificate da italiani e tedeschi, l’esercito era stato organizzato
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secondo il modello napoleonico. Uno stato così non dovrebbe mai accingersi a un’impresa propria; aveva una sola via di salvezza ed era l’annessione alla Germania.
- E adesso sa tutto quello che voleva sapere da noi, immagino! concluse Hans.
Gerda era in dubbio se essere orgogliosa di lui o vergognarsi. La sua inclinazione per Ulrich negli ultimi tempi si era ravvivata, quantunque l’amico più giovane soddisfacesse assai meglio l’umano desiderio di sostenere anch’esso una parte. Lo strano era che nella ragazza si combattevano le due tendenze contraddittorie a diventare una vecchia zitella e a darsi a Ulrich. La seconda era la conseguenza naturale dell’amore che sentiva da anni, un amore che non mandava fiamme ma bruciava in lei sconsolatamente; e i suoi sentimenti eran
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quelli dell’amore per un oggetto indegno, in cui l’anima offesa è torturata da uno spregevole desiderio di sommissione corporale. Stranamente contrastava con questo, ma forse ne conseguiva come semplice e naturale aspirazione alla pace, il presentimento che non si sarebbe mai sposata e alla fine di tutti i sogni avrebbe condotto una vita solitaria di tranquilla attività. Non era un desiderio nato da convincimenti, perché Gerda non vedeva chiaro in ciò che la concerneva; piuttosto una delle premonizioni che il nostro corpo ha talvolta molto prima che la nostra ragione. Anche l’influsso che Hans aveva su di lei vi si riconnetteva. Hans era un giovane d’aspetto insignificante, ossuto senza essere né alto né forte, si puliva le mani tra i capelli o sugli abiti, e si guardava continuamente in uno
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specchietto rotondo con la cornice di latta, perché sulla pelle non curata del viso aveva sempre qualche pustola che lo turbava. Ma proprio così Gerda si figurava i primi cristiani di Roma che sfidando le persecuzioni si riunivano nelle catacombe, probabilmente senza specchietti. “Proprio così” non voleva dire concordanza di tutti i particolari, sibbene di un sentimento universale di abisso e di paura che lei collegava con l’idea del cristianesimo; i pagani lavati e profumati le eran sempre piaciuti di più, ma schierarsi fra i cristiani era un sacrificio che si doveva al proprio carattere. Perciò le più alte esigenze avevano preso per Gerda un odore più ripugnante di muffa, che s’addiceva molto bene alle idee mistiche di cui Hans le dischiudeva i reami.
Ulrich conosceva benissimo quelle idee.
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Dobbiamo essere grati allo spiritismo che, con i suoi buffi rapporti con l’oltretomba degni della mentalità di defunte cuoche, soddisfa il grossolano bisogno metafisico che, se non proprio Dio, vuol propinarci almeno gli spiriti come una vivanda che al buio corre gelata giù per l’esofago. In tempi più antichi quel bisogno di entrare in contatto personalmente con Dio o coi suoi compagni, il che pare accadesse in istato di estasi, nonostante la sua fragile e in parte mirabile conformazione, costituiva pur sempre un miscuglio di comportamento volgarmente terreno con le esperienze di uno stato di veggenza straordinariamente inconsueto e indefinibile. Il metafisico era il fisico introdotto in quello stato, una riproduzione dei desiderî terreni, perché si credeva di scorgervi quello che le concezioni del
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tempo facevan vivamente sperare che si sarebbe visto. Ma sono per l’appunto le concezioni dell’intelligenza quelle che col tempo mutano e non son più credibili; se oggi qualcuno raccontasse che Dio gli ha parlato, lo ha preso per i capelli facendogli male e l’ha tirato a sé, oppure gli è entrato nel petto in una maniera non tanto comprensibile ma soavissima, queste precise immagini di cui egli riveste la sua vicenda non sarebbero credute da nessuno, meno che mai dai sacerdoti qualificati, i quali come figli di un secolo razionale hanno un’umanissima paura di esser compromessi da fedeli esaltati o isterici. Ne consegue che tali vicende, frequenti e manifeste nel Medioevo come nell’antichità pagana, devono esser definite immaginazioni e fenomeni morbosi; oppure bisogna supporre che in esse
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sia contenuto qualcosa di indipendente dai motivi mistici che gli si sono attribuiti finora: un puro fatto centrale che dovrebbe essere degno di fede anche secondo le severe leggi dell’esperienza e allora naturalmente sarebbe diventato un avvenimento importantissimo, molto prima di giungere alla seconda domanda: quali conclusioni se ne debbano trarre intorno alle nostre relazioni con il mondo superno. E mentre la fede fondata sulla teologia deve sostenere dappertutto una dura lotta col dubbio e la contraddizione del razionalismo oggi regnante, sembra che in verità sia più frequente che mai la fondamentale vicenda dell’esaltazione mistica – spogliata di tutti i tradizionali involucri fideistici, affrancata da tutti i vecchi concetti religiosi, forse nemmeno più un fatto esclusivamente religioso – e
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costituisce l’anima di quel movimento poliedrico e irrazionale vagolante attraverso il tempo nostro come un uccello notturno che si è sperduto nel giorno.
Una particella ridicola di quel movimento multiforme era anche il gorgo e il turbine in cui Hans Sepp recitava la sua parte. A voler fare il computo delle idee che si davano il cambio in quell’ambiente – cosa proibita, però, dai principî quivi in vigore, avversi al numero e alla misura – si sarebbe incontrato il primo timido e affatto platonico accenno al matrimonio di prova e cameratesco, e addirittura alla poligamia e alla poliandria; poi, in questioni d’arte, la corrente inoggettiva, volta all’universale e all’eterno che da allora, sotto il nome di espressionismo, si ritraeva con disprezzo dalla grossolana apparenza, dal
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volgare involucro, e dal “piatto spettacolo esteriore”, la cui raffigurazione fedele, incredibile a dirsi, era sembrata rivoluzionaria a una generazione precedente; in pacifica convivenza con quell’intenzione astratta di creare con immediatezza, senza molti accessori esterni, una “visione essenziale” dello spirito e del mondo, c’era anche quella più concreta e più limitata dell’Arte patria, alla quale quei giovani si credevano impegnati per via delle loro anime tedesche zelanti e reverenti; e così si sarebbero trovati in variopinta successione i più splendidi fuscelli e fili d’erba raccolti lungo le strade del nostro tempo per fare un nido allo spirito, tra i quali i superbi concetti del diritto, del dovere e della forza creatrice della gioventù avevano una parte così preponderante che bisogna parlarne più esattamente.
1930
L’epoca presente, essi affermavano, non riconosce i diritti della gioventù, perché fino alla maggiore età l’essere umano è, si può dire, privo di diritti. Padre, madre, tutore, possono vestirlo, alloggiarlo, nutrirlo come vogliono, punirlo e, secondo Hans Sepp, rovinarlo, purché non oltrepassino il remoto limite d’un paragrafo che garantisce al figlio tutt’al più una specie di protezione degli animali. Il figlio appartiene ai genitori come lo schiavo al padrone, e per la sua dipendenza economica è proprietà, oggetto del capitalismo. Questo “capitalismo a danno del figlio”, espressione che Hans aveva trovato in qualche posto ma poi elaborato da sé, fu il primo concetto da lui inculcato alla sua stupefatta scolara Gerda, finora assai confortevolmente vissuta in casa sua. Il cristianesimo aveva alleggerito il giogo
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della donna, non quello della figlia; la figlia vegetava soltanto, perché era tenuta a forza fuori della vita: dopo questa preparazione egli le insegnò a costruire il diritto del bambino e la sua educazione secondo le leggi della sua stessa natura. Il bambino è creatore perché è crescenza, sviluppo, e costruisce se stesso. È regale perché prescrive al mondo le sue idee, sentimenti e fantasie. Non vuol saperne del mondo casuale già fatto, ma si fabbrica un proprio mondo ideale. Possiede una sessualità propria. Gli adulti commettono una colpa barbarica quando distruggono l’estro creativo del bambino togliendogli il suo mondo, soffocandolo sotto un sapere morto e convenzionale e volgendolo verso scopi da cui è alieno. Il bambino non ha una meta, la sua attività è gioco e delicata crescenza; se non vi è
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costretto con la forza, rifiuta tutto quello che non accetta veramente di accogliere dentro di sé; ogni cosa che tocca è viva, il bambino è mondo, è cosmo, esso vede il postremo e l’assoluto benché non lo possa esprimere; ma si uccide il bambino insegnandogli a capire gli scopi e incatenandolo alle circostanze del caso, chiamate bugiardamente realtà!
Così diceva Hans Sepp. Quando incominciò a seminare questa dottrina in casa Fischel aveva già ventun anni e Gerda non era più giovane di lui. Inoltre Hans da un pezzo non aveva più padre, e con sua madre, che conduceva un piccolo commercio col quale manteneva lui e gli altri figli, era sempre di una villania che gli dava sollievo al cuore, cosicché in fondo non c’era un motivo diretto per quella filosofia dell’infanzia oppressa.
1933
Gerda nell’apprenderla oscillava fra la blanda tendenza pedagogica a educare uomini futuri e lo sfruttamento immediato e bellicoso nei confronti di Leo e Klementine. Per Hans Sepp invece era una questione di principio, e la sua parola d’ordine era:
“Tutti dovremmo essere bambini!” (29)
Che egli si tenesse così saldamente attaccato alla posizione di lotta del bambino poteva avere la sua causa prima in precedenti aneliti all’indipendenza; ma la ragione principale era che il linguaggio del Movimento giovanile, venuto allora in voga, era il primo che suggeriva le parole alla sua anima, e, come deve fare una vera lingua, conduceva da una
29 Allude a un verso della Guardia al Reno: “Tutti dovremmo essere custodi” (del Sacro Reno)
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parola all’altra e in ciascuna diceva più di quel che in fondo si sapesse. Così anche la frase “tutti dovremmo essere bambini” suggeriva importantissimi riconoscimenti. Perché il fanciullo non deve stravolgere e deporre la propria natura diventando padre o madre; così operando egli si fa “borghese”, schiavo del mondo, vincolato a scopi. Così è l’esser borghese che fa diventar vecchi, e il bambino si ribella a diventare borghese: con questo l’obiezione che a ventun anni non si dovrebbe comportarsi da bambini è spazzata via, perché la lotta dura dalla nascita all’estrema vecchiaia e termina soltanto con la distruzione del mondo borghese per opera del mondo dell’amore. Quest’era, per così dire, il grado superiore della dottrina di Hans Sepp, e Ulrich l’aveva appreso a poco a poco da Gerda.
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Era stato lui a scoprire una relazione fra ciò che quei giovani chiamavano amore e con un’altra parola anche comunanza, e le conseguenze di una disposizione strana, fanatico-religiosa, mitica e antimitologica – o forse era semplicemente uno stato di innamoramento – che gli andava al cuore, senza che essi se ne accorgessero, perché lui si limitava a metterne in ridicolo i sintomi. Nello stesso modo si rivolse ora a Hans e gli chiese a bruciapelo perché non faceva il tentativo di valersi dell’Azione Parallela per dare incremento alla “comunità dei perfetti senza-Io”
- Perché è impossibile! – rispose Hans.
Ne nacque un dialogo fra i due che a un estraneo avrebbe fatto un’impressione curiosa, come se si fosse trattato di una conversazione nel gergo dei malviventi, mentre non era altro
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che il linguaggio misto dell’amore sacro- profano. Quindi è meglio riferire il colloquio a senso invece che alla lettera: la comunità dei perfetti Senza-Io era un’espressione inventata da Hans, ma tuttavia bisognava intendere che più un individuo si sente altruista, e più le cose del mondo diventano limpide e forti, più egli si fa leggero e più si eleva, ed esperienze di questo genere son note a tutti; soltanto non bisogna scambiarle con allegria, serenità, spensieratezza o simili, perché questi ne sono soltanto i surrogati per uso inferiore se non addirittura obietto. Forse il termine giusto non dovrebbe essere “elevarsi” ma “spogliarsi della corazza”; la corazza dell’Io, spiegava Hans. Bisogna distinguere fra i due valli che cingono l’uomo. L’uno è scavalcato ogni volta ch’egli compie un’azione buona e disinteressata, ma è
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soltanto il muro più basso. L’altro consiste nell’egoismo anche dell’uomo più altruista; è semplicemente il peccato originale; ogni impressione dei sensi, ogni sentimento, persino il dono di sé, è nella nostra attuazione più un prendere che un dare e da questa corazza di egoismo non si sa come uscire. Hans enumerava: il sapere non è che l’appropriarsi di una cosa estranea; la si uccide, la si dilania e la si digerisce come un animale. Il concetto è la cosa uccisa, ormai immota. La convinzione è la relazione raffreddata e non più mutabile. L’indagine è accertamento. Il carattere è pigrizia di cambiare. Conoscere una persona vuol dire non trovarla più interessante. Il giudizio è un’opinione. La verità è il tentativo fortunato di pensare in modo obiettivo e non umano. In tutte queste correlazioni l’uccidere,
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l’agghiacciare è il desiderio di possedere e di intorpidire, è egoismo mescolato a un altruismo positivo e vigliacco, sornione e insincero.
- E l’amore, – disse Hans, benché conoscesse soltanto l’innocente Gerda, – che cosa è se non desiderio di possesso o di dedizione con addebito?
Ulrich consentì prudentemente ed evasivamente a queste affermazioni non del tutto coerenti. Era vero, disse, che anche con la sofferenza e la rinunzia ci si può fare un gruzzoletto; un’ombra pallida, grammaticale per così dire, di egoismo restava attaccata a ogni azione, finché c’erano predicati senza soggetto.
Ma Hans protestò con violenza. Lui e i suoi amici discutevano come si debba vivere. Qualche volta decidevano che ciascuno deve
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vivere in primo luogo per sé e poi per tutti gli altri; la volta dopo eran convinti che ognuno può avere soltanto un vero amico, ma questo ha bisogno di un altro amico, per cui la comunità si presentava loro come una serie circolare di anime, qualcosa di simile allo spettro solare o ad altre concatenazioni; la loro credenza favorita però era che esiste una legge dello spirito comunitario, appena adombrata dall’egoismo, una fonte interiore di vita, portentosa e non ancora sfruttata, alla quale attribuivano fantastiche possibilità. Non può ritenersi più malsicuro l’albero che lotta nel bosco protetto dal bosco di quanto uomini sensibili oggi non sentano l’oscuro calore della massa, la sua forza motrice, gli invisibili processi molecolari della sua inconscia coesione, i quali a ogni respiro ricordan loro
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che né il più grande né il più piccolo sono soli. Così accadeva a Ulrich; egli vedeva chiaro che dall’egoismo addomesticato su cui è edificata la vita deriva un’ordinata compagine, mentre il respiro della comunità resta solo un insieme di confuse interdipendenze, e lui dal canto suo era persino un uomo incline all’isolamento; ma si prendeva stranamente a cuore le tesi esaltate dei giovani amici di Gerda a proposito del grande vallo che bisognava varcare.
Un po’ cantilenando un po’ impuntandosi, occhi fissi nel vuoto senza vedere, Hans recitava i suoi articoli di fede. Diceva che una linea innaturale di separazione taglia il mondo e lo divide come una mela, per cui le due metà si van disseccando. Perciò oggi occorre appropriarsi in modo artificioso e sforzato di ciò che prima faceva parte di noi. Sarebbe possibile
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però abolire questa separazione con un’apertura, un atteggiamento mutato, perché quanto più uno è capace di dimenticare se stesso, di cancellarsi, di guardarsi con distacco, tanto più cresce in lui la forza disponibile per la comunità, come se fosse liberata da un legame sbagliato; e nello stesso tempo, più egli s’avvicina alla comunità più deve diventare se stesso; perché a sentire Hans la vera originalità non stava nell’essere un originale ma nell’aprirsi, nel salire verso gradi sempre più alti di partecipazione e di dedizione, forse fino al grado sommo di una comunità di perfetti Senza-Io tutti assorbiti dal mondo, che in quella maniera si poteva tradurre in realtà!
All’udire quelle frasi che suonavano vuote Ulrich fantasticava come si sarebbe potuto dar loro un vero contenuto, ma s’accontentò di
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chiedere freddamente a Hans come si traduceva in pratica quell’aprirsi eccetera eccetera.
Hans rispose con infinite parole; il trascendente invece dell’Io sensitivo, l’Io gotico invece di quello naturalistico, il regno dell’entità in luogo del mondo visibile, l’evento assoluto e altri sostantivi imponenti che egli sostitutiva al suo compendio di esperienze indescrivibili, come, fra parentesi, si suol fare frequentemente a danno dell’oggetto e ad accrescimento della sua dignità. E poiché la condizione che talvolta e fors’anche sovente gli aleggiava davanti agli occhi non si poteva mai arrestare per pochi istanti di raccoglimento, volle asserire per giunta che l’aldilà oggi non si manifesta più chiaramente che a sbalzi, in una visione ultracorporea, comprensibilmente
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difficile da trattenere, i cui sedimenti erano tutt’al più le grandi opere d’arte; venne a parlare del simbolo, il suo termine favorito per questi altri segni soprannaturali della vita, e infine dell’avventura germanica, propria ai portatori del disperso sangue tedesco, di creare e contemplare un tale simbolo; con questa sublime variante sul modello del “buon tempo antico” egli riuscì a dichiarare agevolmente che la permanente cattura dell’essenziale appartiene al passato ed è fuori del presente, e la discussione era proprio partita da quella tesi.
Ulrich era irritato da quelle chiacchiere zeppe di pregiudizi. Da molto tempo si domandava invano perché Gerda fosse attratta da Hans. Ella sedeva lì pallida senza prendere parte attiva al discorso. Hans Sepp aveva una
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sua grande teoria dell’amore e probabilmente Gerda vi trovava il senso più remoto di se stessa. Ulrich portò nuovo alimento alla conversazione, affermando – con molte riserve per doversi ingolfare in simili argomenti! – che la massima potenza che un uomo può sentire in sé non deriva dal comune comportamento egoistico in cui ci si impossessa di tutto quel che si trova e neppure, come sostenevan gli amici, in ciò che si potrebbe chiamare accrescimento dell’Io mediante l’aprirsi e il donare, ma è in fondo uno stato di quiescenza in cui nulla mai cambia, come un’acqua ferma. Gerda si animò e chiese come l’intendeva.
Ulrich le rispose che Hans per tutto quel tempo non aveva parlato che dell’amore, sebbene in parte violentandolo e travestendolo; dell’amore sacro, dell’amore anacoretico,
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dell’amore uscito dall’alveo dei desiderî, che è sempre stato descritto come un allentamento, una dissoluzione, anzi un rovesciamento di tutte le relazioni umane, e in ogni caso non è un sentimento ma una trasformazione del pensiero e dei sensi.
Gerda lo guardò come per scrutare se lui, con quel sapere che superava il suo, avesse imparato in qualche modo anche questo, o se dall’uomo segretamente amato, come sedeva accanto a lei facendo vista di nulla, emanasse quello strano fluido che unisce due esseri corporalmente divisi.
Ulrich s’accorse dell’esame. Gli sembrava di parlare una lingua straniera in cui poteva discorrere correttamente, ma alla superficie, senza che le parole avessero radice in lui.
- In tale condizione, – egli disse, – quando si
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esce dai limiti abitualmente imposti alla condotta, si capisce tutto perché l’anima accoglie soltanto ciò che appartiene a lei; in un certo senso sa già fin da prima quello che apprenderà. Gli amanti non possono dirsi nulla di nuovo; e per loro non esiste il conoscersi. Perché chi ama non conosce nulla della creatura amata, se non che essa in maniera non descrivibile lo mette in attività interiore. E conoscere una creatura che non ama vuol dire per lui includerla nell’amore come un muro morto su cui posa la luce del sole. E conoscere una cosa senza vita non vuol dire osservare ad una ad una le sue proprietà, ma significa che un velo cade o una barriera si alza, i quali non appartengono al mondo visibile. Anche la cosa senza vita entra, sconosciuta com’è ma piena di fiducia, nel sodalizio degli amanti. La natura e
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lo spirito particolare degli amanti si guardano negli occhi; sono direzioni dello stesso atto, è uno scorrere in due sensi e un ardere da due capi.
E conoscere una persona o una cosa senza relazione con noi non è dunque assolutamente possibile; perché prendendo conoscenza si toglie qualcosa all’oggetto, esso conserva la sua forma ma si direbbe che dentro cada in cenere, qualcosa ne evapora e non rimane che la sua mummia. Perciò non esiste neppure la verità per gli amanti; sarebbe un vicolo cieco, una fine, la morte del pensiero, che, finché vive, somiglia all’orlo alitante d’una fiamma, dove luce e tenebra stanno a cuore a cuore. Come si può essere illuminati da una singola rivelazione, quando tutto risplende? A che serve l’elemosina della sicurezza e dell’univocità
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dove tutto è sovrabbondanza? E come si può ancora pretendere qualcosa per sé soli, sia pur per l’appunto la persona amata, quando si è sperimentato come gli amanti non appartengono più a se stessi, ma, quadriocchiuto groviglio, debbano donarsi a tutto ciò che incontrano?
Si può, se si è padroni di questa favella, seguitare a usarla senza fatica. Si va come con una lampada in mano, il cui tenue raggio illumina successivamente i fatti della vita, e tutti appaiono come se, visti nel loro solito aspetto alla luce d’ogni giorno, sian stati nient’altro che malintesi volgari. Come sembra inammissibile per esempio la funzione della parola “possedere”, se applicata agli amanti! Ma suggerisce forse immagini più leggiadre sentir dire “vorrei possedere saldi principî” o “la
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stima nei miei figli” o “le mie facoltà mentali” o “me stesso”? Quel goffo atto aggressivo di un animale pesante che schiaccia la preda con tutto il suo corpo, è tuttavia giustamente l’espressione fondamentale e favorita dal capitalismo, e vi si vede pure la relazione fra i possidenti della vita borghese e i possessori di sapienza e di abilità in cui essa ha trasformato i suoi pensatori e artisti, mentre l’amore e l’ascesi se ne stanno in disparte, solitaria coppia fraterna. E questi fratelli che se ne stanno insieme non sono senza mira e senza scopo, in contrasto con le mire e gli scopi della vita? Ma i vocaboli mira e scopo provengono dal linguaggio degli archibugieri; essere senza mira e senza scopo, nel suo significato originale, vuol dunque dire non essere un uccisore. Così, seguendo semplicemente le orme della lingua
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una traccia cancellata, ma rivelatrice! – si scopre che dappertutto un significato rozzamente stravolto si è cacciato al posto di correlazioni più meditate che sono andate perdute. È come un nesso che si sente dappertutto ma è impossibile cogliere; Ulrich rinunziò a inseguirlo col suo discorso, ma non si poteva dar torto ad Hans, il quale pensava che, tirando in qualche punto, tutto il contesto si sarebbe rovesciato, solo che si era smarrita l’intuizione del punto giusto. Hans aveva ripetutamente interrotto e integrato i ragionamenti di Ulrich.
“Se lei vuol considerare quelle esperienze come un ricercatore, non ci vedrà altro che quel che ci vede un impiegato di banca! Tutte le spiegazioni empiriche sono soltanto apparenti e non escono dalla cerchia della conoscenza
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interiore, acquisibile con i sensi! La sua volontà di sapere tende a ridurre il mondo a un meccanico giramento di pollici delle cosiddette forze della natura!”
Di questa specie erano le sue obiezioni e commenti. Un po’ era villano, un po’ era esaltato. Sentiva di aver presentato male i suoi argomenti e ne incolpava la presenza di quell’estraneo, perché da solo a solo con Gerda le stesse parole si sarebbero innalzate in ben altro modo, simili ad acque risplendenti, a falchi roteanti, egli ne era certo; sentiva che quella era una delle sue grandi giornate. Nel tempo stesso era molto stupito e arrabbiato di sentir invece Ulrich parlare con tanta facilità e precisione.
In verità Ulrich non parlava affatto con l’esattezza di un ricercatore, anzi diceva assai
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più di quanto potesse dimostrare, e tuttavia non aveva l’impressione di affermare cose che non credeva. Un furore represso gli dava le ali. Bisogna esser d’umore singolarmente vivace, persino un po’ eccitato, per parlare così, e l’umore di Ulrich oscillava fra quel furore e la vista di Hans coi suoi capelli ispidi e unti, la pelle non curata, i gesti goffamente impetuosi, la fiumana di parole la cui biliosità era velata tuttavia da qualcosa di intimo, come una membrana strappata dal cuore; ma, in verità, Ulrich s’era sempre trovato così tra due impressioni e aveva sempre potuto parlarne correntemente come oggi e crederci a metà; però non era mai giunto più in là di quella destrezza giocosa, perché non credeva al suo contenuto, anche se gusto e disgusto della conversazione marciavano di pari passo.
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Ma Gerda non badava alle osservazioni ironiche che egli stesso intercalava di tanto in tanto come per parodia; ella era sopraffatta dall’impressione che Ulrich adesso stesse aprendo l’animo suo. Lo guardava quasi con sgomento. “È molto più mite di quanto voglia ammettere”, pensava, mentre lui parlava, e una sensazione come di un bambinello che le cercasse il petto le toglieva le forze. Ulrich colse il suo sguardo. Egli sapeva quasi tutto quello che accadeva fra lei e Hans, perché ella ne era atterrita e aveva bisogno di liberarsene almeno in racconti velati che Ulrich poteva facilmente integrare. Nel possesso, che per i giovani innamorati è di solito lo scopo, essi vedevano il principio del capitalismo spirituale che aborrivano, e credevano di disprezzare la passione dei corpi, ma disprezzavano anche la
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prudenza che in quanto ideale borghese appariva loro sospetta. Così ne era derivata un’intimità incorporea e semi-corporea; essi cercavano di “dire di sì” l’uno all’altro, secondo la loro espressione, e gustavano la tenera vibrante comunione degli esseri che si compie quando due si guardano e ognuno si lascia scivolare nell’invisibile gioco ondoso che si svolge nel petto e dietro la fronte dell’altro, e nel momento in cui credono di capirsi sentono di portarsi reciprocamente in se stessi e di essere una cosa sola. Nelle ore meno ineffabili si accontentavano della comune scambievole ammirazione; allora si paragonavano a vicenda con famose scene e ritratti, e baciandosi, credevano ammaliati che – per ripetere una frase orgogliosa – dall’alto i millenni li
contemplassero.
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Perché si baciavano; dicevano che nell’amore il volgare sentimento dell’Io che si rattrappisce nel corpo è ignobile quanto le contrazioni di stomaco; ma le loro membra poco badavano alle opinioni delle anime e si allacciavano sotto la propria responsabilità. Dopo erano tutti e due molto turbati. La loro delicata filosofia non resisteva alla coscienza che nessuno li vedeva, alla penombra delle stanze, alla progressiva e furibonda forza d’attrazione dei corpi abbracciati, e Gerda specialmente che come donna era la più vecchia dei due, sentiva il desiderio dell’amplesso totale con la stessa innocente violenza di un albero al quale un motivo qualunque impedisca di fiorire in primavera. Dopo quegli abbracci incompiuti, insipidi come baci infantili e senza limite come le carezze dei
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vecchi, restavano entrambi sfiniti. Hans vi si adattava meglio, perché quand’era passato lo considerava come un vaglio delle loro convinzioni.
- A noi non è dato possedere, – egli ammoniva, – siamo viandanti che procedono di gradino in gradino.
E quando s’accorgeva che Gerda vibrava da capo a piedi insoddisfatta, non esitava a rimproverarglielo come una debolezza o magari una porzione di eredità non germanica, e si comportava come il pio Adamo il cui cuore virile sta per essere di nuovo allontanato dalla fede per opera della sua ex costola. In quei casi Gerda lo disprezzava. E forse era questa la ragione per cui in passato ne aveva narrato a Ulrich quanto era possibile. Ella intuiva che un uomo avrebbe fatto più e meno di Hans, il
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quale dopo averla offesa la nascondeva in grembo come un bambino la faccia inondata di lagrime; e tanto orgogliosa quanto stanca delle sue esperienze le comunicava a Ulrich sperando e temendo che lui con le sue parole avrebbe distrutto quella tormentosa bellezza.
Ulrich però le parlava raramente come lei si aspettava, anzi di solito la raggelava coi suoi sarcasmi, perché, sebbene Gerda gli negasse di solito la propria fiducia, egli sapeva benissimo che perdurava in lei un desiderio cronico di abbandonarglisi e né Hans né nessun altro aveva sul suo spirito il dominio ch’egli avrebbe potuto avere. Egli se ne scusava dicendo a se stesso che qualsiasi altro uomo vero, dopo quell’ambiguo porcello di Hans, sarebbe per lei la salvezza. Ma mentre pensava a tutto questo e se lo sentiva a un tratto radunato dinanzi,
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Hans aveva riflettuto e cercò di ritornare all’attacco.
- Tutto sommato, – egli disse, – lei ha commesso il più madornale degli sbagli tentando di esprimere in concetti quello che talvolta solleva il pensiero un po’ al di sopra dei concetti; ma questa è appunto la differenza fra i signori della scienza e noi. Prima bisogna imparare a vivere, e poi forse s’imparerà a pensare! – soggiunse fieramente, e vedendo che Ulrich sorrideva gli scagliò il fulmine castigatore: – A dodici anni Gesù era veggente senza aspettare di prendere la laurea!
Ulrich, trasgredendo al dovere della discrezione, si lasciò andare a dargli un consiglio rivelante una cognizione di causa che poteva venirgli soltanto da Gerda. Gli disse,
infatti:
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- Non capisco perché lei, se vuol vivere la vita, non va fino in fondo. Io prenderei Gerda fra le braccia, e facendo tacere tutte le obiezioni della mia ragione, continuerei a tenerla stretta finché i nostri corpi non cadano in cenere o non seguano la metamorfosi del pensiero e si convertano in se stessi, come a noi non è dato di immaginare!
Hans, punto dalla gelosia, non guardò lui ma Gerda. Gerda impallidì e si sentì turbata. Le parole “prenderei Gerda fra le braccia e la terrei stretta” le avevano fatto l’impressione di una promessa segreta. In quel momento le era del tutto indifferente quale fosse il modo più logico di concepire “l’altra vita”, ed era sicura che se Ulrich avesse veramente voluto, avrebbe potuto compiere ogni cosa proprio così come doveva essere. Hans, furioso per il tradimento
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di Gerda, che sentiva, mise in dubbio che la cosa potesse riuscire; i tempi non eran maturi e le prime anime proprio come i primi velivoli dovevano spiccare il volo dalla cima d’un monte e non da una valle. Forse bisognava che un uomo venisse a sciogliere gli altri dal viluppo, prima che l’altissima impresa potesse riuscire! Non gli pareva escluso di poter essere lui quel redentore, ma ciò era affar suo, e mettendo da parte l’idea, manifestò il dubbio che l’abietto periodo attuale potesse esprimerne uno dal suo seno.
Ulrich accennò che c’erano già redentori a bizzeffe. Ogni discreto presidente d’associazione passava per tale! Era persuaso che se Gesù Cristo fosse tornato in terra se la sarebbe cavata peggio dell’altra volta; i giornali, i circoli di letture morali avrebbero giudicato il suo tono
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troppo poco patetico, e la grande stampa mondiale difficilmente gli si sarebbe aperta!
Così tutto fu di nuovo come in principio, la conversazione era tornata al punto di partenza, e Gerda si richiuse in sé.
Ma una cosa era diversa, Ulrich senza mostrarlo s’era un poco confuso. I suoi pensieri erano lontani dalle sue parole. Egli guardava Gerda. Ella aveva il corpo affilato, la pelle stanca e torbida. L’opacità di zitella gli si rivelò di colpo, sebbene probabilmente fosse stato sempre quello il motivo essenziale che gli impediva di prendersi quella ragazza che lo amava. Ma certo vi concorreva anche Hans con la mezza carnalità delle sue visioni comunitarie, che parevano avere anch’esse certi caratteri da vecchia zitella. Gerda non piaceva a Ulrich, eppure egli aveva voglia di
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continuare il discorso con lei. Si ricordò che l’aveva invitata a visitarlo. Ella non aveva lasciato capire in alcun modo se avesse dimenticato la proposta o se ci pensasse ancora, e a Ulrich non si offerse l’occasione di chiederglielo a tu per tu. Rimase in lui un rammarico inquieto e un sollievo, come quando ci si accorge che un pericolo troppo tardi scoperto è ormai passato.
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114. La situazione si complica. Arnheim è molto benevolo col generale Stumm. Diotima si dispone a recarsi nell’infinito. Ulrich fantastica sulla possibilità di vivere come si legge
SUA Signoria aveva espresso il vivo desiderio che Diotima s’istruisse sul famoso corteo Makart, che nel
‘70 aveva unito nell’entusiasmo tutti gli austriaci; lui ricordava ancora perfettamente le carrozze parate, i cavalli con le bardature pesanti, i trombettieri e l’orgoglio della gente a cui gli abiti medievali facevan dimenticare la vita di tutti i giorni. Così fu che un giorno
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Diotima, Arnheim e Ulrich vennero fuori dalla Biblioteca Reale dove avevano sfogliato le descrizioni dell’epoca. Come Diotima aveva predetto a Sua Signoria storcendo le labbra, il risultato era stato nullo; con simili anticaglie non si può più strappare la gente al tran-tran quotidiano, e la bella signora confidò ai suoi compagni il desiderio di godersi il chiaro sole e l’anno 1914 che, assai lontano da quei tempi intanfiti, era incominciato da qualche settimana. Diotima scendendo lo scalone aveva detto di voler rincasare a piedi, ma appena usciti alla luce si imbatterono nel generale che stava per entrare nel portone della biblioteca e, non poco orgoglioso d’esser stato sorpreso in quell’attività intellettuale, si dichiarò subito pronto a far voltafaccia e ad aggiungersi al
seguito di Diotima.
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Perciò Diotima fatti pochi passi s’accorse d’esser stanca e voleva una carrozza. Ma non passò subito una vettura libera, e così rimasero tutti lì fermi nella piazza che aveva la forma d’una madia rettangolare, limitata su tre lati da bellissime pareti antiche, mentre sul quarto lato, davanti a un palazzo lungo e basso, per la strada asfaltata lucente come il ghiaccio, sfrecciavano le automobili e le carrozze, nessuna delle quali rispose ai cenni e agli appelli che essi facevano dapprima freneticamente, come naufraghi, finché, stanchi o dimentichi, li ripeterono con fiacca.
Arnheim portava un grosso libro sotto il braccio. Era un gesto che gli piaceva, rispettoso e condiscendente insieme verso lo spirito.
Parlava animatamente col generale.
- Mi rallegro di scoprire anche in lei un
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frequentatore di biblioteche; bisogna ogni tanto andare a visitare lo spirito in casa sua, – egli commentò, – ma oggigiorno è ben raro da parte di uomini altolocati.
Il generale rispose che lui in quella biblioteca ci andava sovente.
Arnheim lo dichiarò degno di lode.
- Ormai ci son quasi soltanto scrittori, e pochissime persone che leggono, – proseguì. – Generale, s’è mai chiesto quanti libri si stampano all’anno? Se ben ricordo escono più di cento volumi al giorno nella sola Germania. E ogni anno si fondano più di mille giornali! Tutti scrivono; ognuno, se gli accomoda, si serve d’ogni pensiero come d’una sua proprietà; nessuno si preoccupa della responsabilità morale! Da quando la Chiesa ha perso il suo prestigio, non c’è più autorità nel nostro caos.
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Non esiste più un modello, un ideale della cultura. In tali circostanze si comprende come l’etica e il sentimento vadano alla deriva e l’uomo più saldo incominci a vacillare.
Il generale si sentiva la bocca secca. Non si poteva dire che Arnheim parlasse proprio a lui; era un uomo che stava lì e parlava ad alta voce. Il generale si ricordò che molta gente per la strada parla con se stessa mentre corre verso qualche luogo; o a dir meglio, molti civili, perché un soldato sarebbe messo in prigione, e un ufficiale in un ospedale psichiatrico. A Stumm sembrava una cosa penosa filosofare in pubblico così, nel bel mezzo d’una città capitale e imperiale. Oltre ai due uomini c’era soltanto un individuo muto nella piazza, ma questi era di bronzo e stava su una grossa pietra; il generale non sapeva chi rappresentasse, anzi lo
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notava oggi per la prima volta. Arnheim lo vide e chiese chi era. Il generale si scusò:
- E lo hanno messo lì perché noi lo onoriamo! – osservò il potente. – Ma così va il mondo. Ci muoviamo continuamente fra istituzioni, problemi ed esigenze di cui conosciamo soltanto l’ultima parte, cosicché il presente s’allaccia sempre al passato; siamo sprofondati fino al ginocchio, se mi concede di dir così, nelle catacombe del tempo, e ci illudiamo di vivere nel presente!
Arnheim sorrideva, faceva conversazione. Le sue labbra si muovevano incessantemente in su e in giù sotto il sole, e negli occhi le luci si alternavano come su un piroscafo che fa le segnalazioni. Stumm si sentiva a disagio; gli era difficile dar continui segni d’attenzione a quel discorso bizzarro e pieno di svolte, mentre
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stava in uniforme sulla piazza come su di un vassoio. Nelle fessure fra le pietre del lastrico cresceva l’erba; era dell’anno prima e pareva incredibilmente fresca, come un cadavere rimasto sotto la neve; già era una cosa strana e deplorevole che lì l’erba crescesse fra le pietre, mentre a pochi passi di distanza le macchine lucidavano l’asfalto come vogliono i tempi. Il generale cominciò a chiedersi con terrore se, dovendo ancora stare a lungo in ascolto, non si sarebbe buttato in ginocchio per rosicare l’erba davanti a tutti. Non capiva bene perché; ma si volse a cercare aiuto da Ulrich e Diotima.
I due s’erano rifugiati in un sottile velo d’ombra tessuto intorno a uno spigolo di muro, e si udivano soltanto le loro voci basse e inintelligibili in accesa discussione.
- Questo è un modo di vedere sconfortante!
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- disse Diotima.
- Che cosa? – fece Ulrich meccanicamente, senza curiosità.
- Ci sono pure delle individualità nella vita!
- Ulrich cercò da lato di guardarla negli occhi.
- Santo cielo! – osservò, – ma se ne abbiamo già parlato!
- Lei è senza cuore! Altrimenti non potrebbe parlare sempre così! L’aveva detto con dolcezza. Dalle pietre scaldate del lastrico l’aria tiepida le saliva su per le gambe chiuse nelle lunghissime gonne e inaccessibili e inesistenti per il mondo come le gambe di una statua. Nessun segno tradiva che ella se ne accorgesse. Era una carezza in cui non entrava nessun uomo né creatura umana. I suoi occhi si scolorivano. Ma forse era soltanto l’effetto del suo riserbo, in una situazione che la esponeva agli sguardi dei
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passanti. Si volse a Ulrich e disse con sforzo:
- Quando una donna è costretta a scegliere fra il dovere e la passione, su che cosa deve appoggiarsi se non sul proprio carattere?
- Lei non è costretta a scegliere! – ribatté
Ulrich.
- Questa è un’impertinenza; non parlavo di me! – sibilò sua cugina.
Egli non rispose, e per un poco tutti e due fissarono la piazza uniti e nemici. Poi Diotima disse:
- Le pare facile che quella che noi chiamiamo la nostra anima possa uscire dall’ombra in cui si trova?
Ulrich la guardò meravigliato.
- In certe persone speciali e privilegiate, – ella integrò.
- Lei cerca delle comunicazioni con l’aldilà,
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forse? – domandò Ulrich diffidente. – Arnheim le ha fatto conoscere qualche medium?
Diotima era delusa.
- Non mi aspettavo che lei mi fraintendesse così! – lo rimproverò. – Uscire dall’ombra per me voleva dire dall’irreale, dalla sfavillante clausura dove a volte sentiamo il richiamo del meraviglioso. È steso come una rete che ci tormenta perché non ci tiene e neppure ci lascia liberi. Non crede che vi siano state epoche in cui era diverso? L’intimo di ognuno si manifestava di più; v’eran persone che andavano lungo strade di luce; come si diceva una volta, percorrevano la via sacra, e i miracoli diventavano realtà, perché essi non sono che un’altra specie di realtà sempre esistente!
Diotima era stupita della sicurezza con la
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quale le riusciva di esprimere tutto ciò, anche senza essere in uno stato d’animo particolare, quasi a prova di una realtà. Ulrich smaniava dentro di sé, ma in fondo era molto spaventato. “Siamo dunque al punto, che questa colossale gallina parla proprio come me?” egli si chiedeva. Vedeva l’anima di Diotima e la propria sotto forma di una grossa pollastra che becca un piccolo verme. La paura atavica del bambino di fronte alla gigantessa lo colse, mista a un’altra sensazione singolare; trovava gradevole essere come divorato spiritualmente dalla stupida concordanza con una creatura sua consanguinea. La concordanza era assurda, naturalmente, e soltanto casuale; lui non credeva alla magia della parentela né alla possibilità di prendere sul serio sua cugina, neppure nella più torbida ebbrezza. Ma da
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qualche tempo avvenivano mutamenti in lui; s’ammorbidiva, la sua forma interiore, che era sempre stata quella dell’attacco, s’allentava e tendeva a cangiarsi in bisogno di tenerezza, sogno, affinità e Dio sa che cos’altro; e si poteva anche esprimere così, che l’umore opposto che vi lottava contro, l’umore maligno, qualche volta prorompeva in lui repentinamente.
Perciò anche adesso motteggiò sua cugina.
- Se lei pensa così, ritengo sia suo dovere diventare pubblicamente o segretamente, ma il più presto possibile, l’amante “completa” di Arnheim! – le disse.
- Stia zitto, per piacere! Non le ho mai dato il diritto di parlare così! – ribatté Diotima.
- Bisogna che ne parli! Fino a poco fa non sapevo bene quali relazioni ci fossero fra lei e Arnheim. Ma adesso vedo chiaro, e lei mi pare
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una persona che voglia seriamente volare sulla luna; non l’avrei creduta capace di tanta pazzia.
- Le ho detto che posso uscire dai limiti! – Diotima cercò di guardare fieramente in aria, ma il sole la obbligò a contrarre le pupille e le palpebre in un’espressione quasi giuliva.
- Sono i delirî della fame d’amore, – disse Ulrich; – passano con la sazietà – Si domandò che intenzione potesse avere Arnheim verso la cugina. Rimpiangeva di averle proposto il matrimonio e cercava di coprire la ritirata con una commedia? Ma allora sarebbe stato più semplice partire e non tornar più; a un uomo sempre vissuto nel mondo degli affari doveva essere facile costringersi alla necessaria durezza. Ricordava di aver osservato in Arnheim certi segni che in un uomo anziano
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indicano la passione; la sua faccia certi giorni era giallo-grigia, floscia, stanca, vi si guardava dentro come in una camera dove il letto a mezzogiorno non è ancora stato rifatto. Ulrich indovinava che questo si spiegava con la devastazione prodotta da due passioni di forza quasi uguale che si contendono senza risultato il predominio. Ma, non potendosi figurare la passione del potere nella misura in cui essa signoreggiava Arnheim, non capiva nemmeno la forza dei provvedimenti che l’amore prendeva per resistere.
- Lei è un uomo strano! – disse Diotima. – Sempre diverso da quello che ci si aspetta! Non è stato lei a parlarmi dell’amore serafico?
- E lei crede che si possa metterlo per davvero in pratica? – chiese Ulrich distratto.
- No di certo, nel modo da lei descritto!
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- Dunque Arnheim l’ama seraficamente? – Ulrich si mise a ridere piano.
- Non rida! – esclamò Diotima irritata; quasi sibilava un poco.
- Lei non sa perché rido, – egli si scusò. – È un riso, come si suol dire, nervoso. Lei e Arnheim sono persone di raffinato sentire; amano la poesia; sono sicuro che talvolta un soffio li sfiora; un soffio di qualche cosa: si domanda appunto che cosa sia. E adesso vorrebbe affrontarlo con tutta l’esattezza di cui il suo idealismo è capace?
- Lei non afferma sempre che bisogna essere precisi e radicali? – replicò Diotima. Ulrich era un poco stupito.
- Lei è matta! – esclamò. – Scusi la parola, ma lei è matta! E non deve esserlo!
Arnheim intanto aveva informato il generale
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che da due generazioni il mondo era in preda al massimo sovvertimento: l’anima andava alla deriva.
Fu un colpo per il generale. Santi Numi, ecco un’altra novità! A dire il vero lui finora, nonostante Diotima, aveva creduto che l’anima non esistesse affatto; alla Scuola militare e al reggimento ci s’infischiava di quelle chiacchiere pretesche. Ma poiché un fabbricante di cannoni e di corazze ne parlava così tranquillamente come se la vedesse lì vicino, gli occhi del generale cominciarono a pizzicare e roteare foschi nell’aria trasparente.
Arnheim però non gli permise di chiedere spiegazioni; le parole gli fluivano dalle labbra attraverso la fessura rosa pallido tra i baffetti corti e la barba a punta. Come diceva: dalla decadenza della Chiesa in poi, dunque circa
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agli albori della civiltà borghese, l’anima era trascinata in un processo di contrazione e di invecchiamento. Da allora ha perduto Dio, i valori e gli ideali stabili, e oggi l’uomo è già ridotto al punto di vivere senza morale, senza principî e in fondo senza esperienze.
Il generale non capiva bene perché mai chi era privo di morale non dovesse avere esperienze. Ma Arnheim aprì il grosso volume rilegato in pelle di porco che portava sotto il braccio; conteneva il facsimile di un prezioso codice che non poteva esser dato in prestito neppure a un mortale fuori serie come lui. Il generale vide un angelo con le ali spiegate campeggiare in un foglio che era inoltre coperto di terra nera, cielo dorato e strani colori disposti come nuvole; aveva davanti la copia di una delle più splendide e commoventi pitture
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del primo Medioevo, ma poiché non lo sapeva e viceversa s’intendeva moltissimo di caccia ai volatili e delle sue raffigurazioni pensò soltanto che una creatura con le ali e il collo lungo non essendo né un uomo né una beccaccia doveva rappresentare qualche aberrazione che Arnheim gli voleva mostrare.
Invece Arnheim posò il dito sulla pagina e disse pensoso:
- Lei vede qui quello che la creatrice dell’Azione Austriaca vorrebbe ridonare al mondo!
- Ah, davvero? – rispose Stumm. Evidentemente aveva sottovalutato il dipinto e adesso doveva comportarsi con prudenza.
- Questa grandezza d’espressione, unita a semplicità perfetta, continuò Arnheim, – ci mette chiaramente davanti agli occhi ciò che la
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nostra epoca ha perduto. Cos’è in confronto la scienza attuale? Frammenti! L’arte moderna? Estremità non legate da un corpo! Manca al nostro spirito il segreto dell’unità, e lei vede perché mi commuove questo progetto austriaco di dare al mondo un esempio unificante, un pensiero comune, anche se non lo ritengo interamente effettuabile. Io sono tedesco. Tutto nel mondo è oggi chiassoso e goffo; ma in Germania ancora di più. In tutti i paesi la gente s’affanna dal mattino alla sera sia per lavorare che per divertirsi; ma da noi si alzano ancor più presto e vanno a letto ancor più tardi. In tutto il mondo lo spirito del calcolo e della violenza ha perduto il collegamento con l’anima; ma noi in Germania abbiamo il maggior numero di mercanti e l’esercito più forte – Si guardò intorno nel piazzale, con
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delizia. – In Austria non si è ancora giunti a tanto. Qui esiste ancora il passato, e la gente ha conservato qualcosa dell’intuito originario. Non so se siamo ancora in tempo, ma solo di qui potrebbe prender le mosse l’emancipazione del germanesimo dal razionalismo. Temo però,
- aggiunse sospirando, – che sarà molto difficile. I grandi ideali incontrano troppi ostacoli ai nostri giorni; ormai servono soltanto a non permettere il reciproco abuso, si potrebbe dire che noi viviamo in uno stato di pace morale armata d’ideali. Rise del proprio scherzo. E poi gli venne un’altra idea.
- Vede, la differenza fra Austria e Germania di cui si parlava or ora mi fa sempre pensare al gioco del biliardo: anche lì si sbaglia tutto se lo si vuol fare col calcolo e non col sentimento!
Il generale aveva indovinato che la frase
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sulla pace morale armata doveva lusingarlo e volle dimostrare la propria attenzione. Di biliardo qualcosa capiva:
- Scusi, – disse perciò, – io gioco a carambola e a birilli, ma non sapevo che ci fosse una differenza fra la tecnica tedesca e quella austriaca!
Arnheim chiuse gli occhi riflettendo.
- Io a biliardo non gioco mai, – disse poi, – ma so che si può dar l’effetto, fare il ponte, carambolare, rimpallare, colpir di striscio e di taglio, prender mezza palla o palla piena, e certo ci sono molte altre possibilità. Se immagino ciascuno di questi elementi variamente graduato, le possibili combinazioni sono quasi infinite. Per stabilirle teoricamente dovrei tener presenti oltre alle leggi della matematica e della meccanica dei corpi rigidi
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anche quelle dell’elasticità; dovrei conoscere i coefficienti del materiale, l’influsso della temperatura; possedere i metodi di misurazione più fini per la coordinazione e graduazione dei miei impulsi motori; la mia stima delle distanze dovrebbe essere esatta come un nonio; il mio potere combinatorio più rapido e più sicuro di un regolo calcolatore; senza contare poi il margine d’errore, la dispersione e il fatto che lo scopo proposto della coincidenza delle due palle non è neanch’esso univoco, bensì costituisce un gruppo di dati appena sufficienti disposti intorno a un valore medio.
Arnheim parlava adagio, obbligando all’attenzione, come quando si versa qualcosa in un bicchiere da una boccetta a contagocce; non faceva grazia di un solo particolare al suo
ascoltatore.
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- Lei vede dunque, – continuò, – che io dovrei avere capacità che non posso avere e far cose che non posso fare. Certo lei conosce abbastanza la matematica per intendere che voler calcolare in tal modo anche un semplice colpo di carambola sarebbe un lavoro di tutta la vita; la nostra ragione vi si rifiuta! Tuttavia io con la sigaretta in bocca, una melodia in mente, starei per dire il cappello in testa, prendo la stecca e senza quasi darmi la pena di esaminare la situazione do il colpo e il problema è risolto! Caro generale, lo stesso accade nella vita, continuamente. Lei non è soltanto austriaco, lei è anche ufficiale e mi deve capire: politica, onore, guerra, arte, le attività decisive della vita si svolgono al di fuori della ragione. La grandezza dell’uomo ha le radici nell’irrazionale. Anche noi gente d’affari
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non calcoliamo come lei potrebbe credere; noi – parlo dei grandi, i piccoli calcolino pure coi loro centesimi – noi impariamo a considerare le nostre idee veramente fruttuose come un mistero che si ride di tutti i calcoli. Chi non ama il sentimento, la morale, la religione, la musica, poesia, forma, educazione, cavalleria, lealtà, schiettezza, tolleranza… mi creda, non diverrà mai un uomo d’affari di grosso calibro. Perciò ho sempre ammirato la casta militare; soprattutto quella austriaca, che poggia su antichissime tradizioni, e sono molto contento di veder lei a fianco della signora. Mi rassicura. Il suo influsso accanto a quello del nostro giovane amico è importantissimo. Tutte le grandi cose si reggono sulle stesse qualità; i grandi doveri sono una benedizione, caro
generale!
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Strinse involontariamente la mano di
Stumm e soggiunse:
- Pochissimi sanno che le cose veramente grandi non hanno fondamenta; voglio dire: tutto ciò che è forte è semplice!
Stumm von Bordwehr era rimasto senza fiato; gli sembrava di non capire una parola e aveva gran voglia di precipitarsi in biblioteca e di leggere volumi e volumi su quelle opinioni che il grand’uomo gli aveva esposto con l’evidente intenzione di lusingarlo. Alla fine però in mezzo all’uragano che aveva in testa balenò una luce improvvisa. “Oh diavolo, ma costui vuol qualcosa da me!” egli si disse. Alzò gli occhi a guardarlo. Arnheim teneva ancora il libro fra le mani, ma si disponeva a chiamare una carrozza; la sua faccia era animata e un po’ accesa, come quella di chi ha avuto con
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altri uno scambio di pensieri. Il generale taceva come si tace per rispetto dopo che è stata pronunziata una frase solenne; se Arnheim voleva qualcosa da lui, allora anche il generale Stumm poteva voler qualcosa da Arnheim nell’interesse del suo altissimo ufficio! Questo pensiero apriva tali possibilità che lì per lì Stumm rinunziò a decidere se tutto ciò era proprio giusto. Ma se l’angelo del libro avesse all’improvviso sollevato le sue ali dipinte per lasciare che il saggio generale Stumm vi guardasse sotto, questi non avrebbe potuto sentirsi più turbato e felice!
Nell’angolo di Diotima e Ulrich intanto era stato posto questo quesito: nella difficile condizione di Diotima deve una donna rinunziare, o lasciarsi trascinare all’adulterio, o scegliere una terza soluzione mista:
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appartenere per esempio fisicamente all’uno, spiritualmente all’altro e fors’anche fisicamente a nessuno? Sulla terza soluzione non v’erano testi, per così dire, solo le sonanti armonie d’una musica. E Diotima teneva rigidamente ad affermare che non parlava di se stessa ma di “una donna”; il suo sguardo pronto alla collera arrestava Ulrich ogni volta che le parole di lui tendevano a farne una sola persona.
Perciò anche lui parlava con ambagi.
- Ha mai visto un cane? – domandava. – Lei dice di sì, ma lo crede soltanto. Ha visto semplicemente qualcosa che con più o meno diritto prendeva per un cane. Non aveva tutte le qualità canine, e possedeva qualcosa di personale che nessun altro cane possedeva. E allora come potremmo mai nella vita fare “la cosa giusta”? Possiamo soltanto fare qualche
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cosa che non è mai proprio quella giusta, e rimane sempre o al di qua o al di là.
- E una tegola è mai caduta dal tetto nel modo prescritto dalla legge? Mai! Neppure in un laboratorio le cose si mostrano così come dovrebbero essere. Si scostano dalla regola in tutte le direzioni, ed è in fondo un’ipocrisia la nostra di attribuire questo fatto a un errore d’esecuzione e riconoscere all’esperimento un valore medio reale.
- Oppure si trovano certe pietre, e per le caratteristiche che hanno in comune si chiamano diamanti. Ma una pietra viene dall’Africa e l’altra dall’Asia. La prima l’ha estratta dalla terra un negro, la seconda un asiatico. Forse la differenza è così importante da annullare le proprietà comuni? Nell’equazione “diamante più circostanze
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uguale diamante” il valore materiale del diamante è così alto che le circostanze scompaiono al confronto; ma si possono immaginare valori morali che rovesciano il rapporto.
- Tutto partecipa all’universale e per di più è particolare. Tutto è genuino e per di più è bastardo e non paragonabile a nulla. Io direi che le qualità personali di una creatura qualsiasi sian proprio quelle che non coincidono con niente altro. Le ho già detto in un’altra occasione che nel mondo rimane tanto meno di personale quanto più si scopre di vero, perché da lungo tempo è in atto una guerra all’individuale, che continua a perder sempre terreno. Non so che cosa resterà di noi alla fine, quando tutto sarà razionalizzato. Forse nulla, ma forse invece, quando il falso significato che
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noi diamo alla personalità sarà scomparso, noi entreremo in un significato nuovo come nella più splendida avventura.
- Come decidere, dunque? Quella tal donna deve agire secondo la legge? Allora può senz’altro conformarsi alla legge borghese. La morale è un valore medio e collettivo perfettamente giustificato, che bisogna seguire alla lettera e senza scarti quando lo si riconosce. I singoli casi però non si possono risolvere eticamente, sono tanto più poveri di morale quanto più son ricchi d’infinito!
- Ha tenuto addirittura un discorso! – disse Diotima. Provava una certa soddisfazione per l’altezza delle esigenze a lei poste, volle però affermare la sua superiorità mostrando che lei non faceva chiacchiere a vuoto. – Dunque, che cosa deve fare nella vita reale una donna che si
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trovi nella condizione di cui abbiamo parlato? – ella domandò.
- Lasciar fare! – rispose Ulrich.
- Chi?
- Quello che capita! Il marito, l’amante, la rinuncia, la mescolanza.
- Si rende ben conto di quel che significa? – chiese Diotima, dolorosamente ricordando che al nobile proposito di forse rinunciare ad Arnheim venivano scorciate ogni notte le ali per il semplice fatto che ella dormiva in una stanza con Tuzzi. Di quel pensiero il cugino dovette coglier qualcosa, perché chiese brevemente:
- Vuol provare con me?
- Con lei? – disse Diotima strascicando le vocali. E cercò di proteggersi scherzando: – Vuol provare a farmi un quadro di come si
immagina la cosa?
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- Senz’altro, – annuì Ulrich, serio. – Lei legge molto, non è vero?
- Certo.
- E leggendo che fa? Glielo dico io subito: respinge tutto quello che non le aggrada. Lo stesso ha già fatto l’autore. Anche nel sogno o nella fantasia lei sopprime certe cose. Dunque è accertato che commozione o bellezza vengono al mondo grazie alle omissioni. Evidentemente il nostro contegno di fronte alla realtà è un compromesso, uno stato intermedio in cui i sentimenti si ostacolano a vicenda nella loro fervida espansione e si stemperano in un grigio uniforme. I bambini che non hanno ancora questo comportamento sono perciò più felici e più infelici degli adulti. E voglio subito aggiungere che anche gli stupidi sopprimono; la stupidità infatti rende felici. Innanzitutto
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dunque propongo: proviamo ad amarci come se lei e io fossimo le figure d’un poeta che s’incontrano fra le pagine d’un libro. E ad ogni modo sopprimiamo lo strato di adipe che arrotonda la realtà.
Diotima era impaziente di fare obiezioni; adesso avrebbe voluto sviare il discorso dal terreno troppo personale, e inoltre voleva mostrare di capir qualcosa dei problemi toccati.
- Benissimo, – rispose, – ma si afferma che l’arte sia un’evasione dalla realtà, con lo scopo di ritornare ad essa con forze rinnovellate!
- E io sono così scriteriato, replicò il cugino,
- da sostenere che non ci devono essere evasioni! Che vita è questa, che dev’essere bucherellata di evasioni ogni tanto! Faremmo dei buchi in un quadro perché ci pone esigenze troppo belle? Nella beatitudine eterna son forse
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previste settimane di ferie? Le confesso che persino l’idea del riposo notturno mi è qualche volta sgradevole.
- Oh, lo vede anche lei, – interruppe Diotima, impadronendosi dell’esempio, – quant’è innaturale quello che dice! Un uomo senza bisogno di pace, di vacanze! Nessun esempio potrebbe illuminare meglio di questo la differenza fra lei e Arnheim! Da un lato uno spirito che non conosce l’ombra delle cose, dall’altro uno che si sviluppa in piena umanità, con ombre e sole!
- Senza dubbio io esagero, – ammise Ulrich impassibile; – lei lo vedrà ancor più chiaro quando entreremo in particolari. Pensiamo per esempio ai grandi scrittori. Si può regolare la propria vita su di loro, ma non si può spillare da loro la vita. Essi hanno dato alle loro
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commozioni una forma così solida da rimanere come metallo pressato fin negli spazi tra le righe. Ma che cos’hanno detto in fondo? Nessuno lo sa. Neanche loro l’han mai saputo interamente. Sono come un campo su cui volano le api; nello stesso tempo sono anche un volo che va e che viene. I loro pensieri e sentimenti hanno tutte le gradazioni del trapasso fra verità o anche errori, che al bisogno si possono dimostrare, e creature mutevoli che si avvicinano e si allontanano arbitrariamente quando vogliamo osservarle.
- È impossibile isolare il pensiero di un libro dalla pagina che lo contiene. Ci fa cenno con il volto di un uomo che ci passa davanti trascinato in catena con altri e per un breve istante emerge pieno di significati. Forse esagero di nuovo un poco: ma vorrei chiederle:
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che altro succede nella nostra vita, se non quello che le ho descritto? Voglio tacere delle impressioni precise, misurabili e definibili, ma tutti gli altri concetti su cui si fonda la nostra vita non sono che allegorie congelate. Fra quante immagini non fluttua e oscilla anche un concetto semplice come quello di virilità! è come un alito che a ogni respiro cambia forma, e nulla è solido, nessuna impressione e nessun ordine. Se noi dunque, come ho detto, nella poesia lasciamo semplicemente da parte quello che non ci conviene, non facciamo altro che ristabilire la condizione originaria della vita.
- Caro amico, – disse Diotima, – queste considerazioni mi sembrano senza oggetto – Ulrich aveva fatto una breve pausa e queste parole vi caddero dentro.
- Sì, così pare. Spero di non aver parlato
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troppo forte, – egli rispose.
- Ha parlato in fretta, a lungo e sottovoce, – integrò lei un po’ ironicamente. – Ma tuttavia non ha detto una parola di quel che voleva dire. Sa che cosa ha ricominciato a spiegarmi? Che bisognerebbe abolire la verità! Le confesso che questa osservazione quando l’udii per la prima volta da lei, credo durante la nostra prima passeggiata, non la potei dimenticare per molto tempo; non so perché. Ma purtroppo non mi ha detto nemmeno questa volta come vorrebbe fare!
- È chiaro che dovrei fare un discorso almeno altrettanto lungo. Non si aspetta mica che sia una cosa semplice? Se non sbaglio lei ha detto che vorrebbe volar via con Arnheim in una specie di santità. Dunque se lo raffigura come una realtà d’altro tipo. Ma io invece
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volevo dire che bisogna tornare a impossessarsi dell’irrealtà; la realtà non ha più senso!
- Oh, non credo che Arnheim sarebbe d’accordo! – opinò Diotima.
- Certo no; quest’è appunto la differenza fra noi. Egli vorrebbe dare un senso al fatto che lui mangia, beve, dorme, è il grande Arnheim e non sa se deve sposarla o no; per questo ha sempre raccolto tutti i tesori dello spirito – Ulrich fece improvvisamente una pausa che divenne un silenzio.
Dopo un po’ chiese in tono mutato:
- Mi saprebbe dire perché faccio proprio con lei un simile discorso? Stavo pensando in questo momento alla mia infanzia. Lei non lo crederà, ma io ero un bravo bambino; dolce come l’aria in una tiepida notte di luna. Ero capace di innamorarmi perdutamente di un
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cane o di un temperino… - Non terminò neppure quella frase.
Diotima lo guardò dubitosa. Ricordò che tempo innanzi egli era stato favorevole alla “precisione del sentimento”, mentre adesso le si diceva contrario. Aveva persino tacciato Arnheim di insufficiente purezza d’idee, e oggi parlava di lasciar fare. E Diotima s’inquietava che Ulrich fosse per i “sentimenti senza vacanza” mentre Arnheim aveva detto ambiguamente che non bisogna mai odiare né amare senza riserve! Questo pensiero la rendeva molto perplessa.
- Crede davvero che vi siano sentimenti senza limiti? – domandò Ulrich.
- Oh, il sentimento infinito c’è! rispose
Diotima, e si sentì di nuovo il terreno solido sotto i piedi.
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- Vede, io non ci credo molto, osservò Ulrich svagato. – È strano, ne parliamo sovente, ma è proprio quello che evitiamo tutta la vita, come se potessimo affogarci dentro Si accorse che Diotima non ascoltava e guardava inquieta verso Arnheim che girava gli occhi in cerca di una carrozza.
- Temo che dovremmo liberarlo dal generale,
- ella disse.
- Fermerò una carrozza e mi terrò per me il generale, – offerse Ulrich, e mentre egli si avviava, Diotima gli posò la mano sul braccio e per compensarlo amabilmente dei suoi sforzi gli disse con soave assenso:
- Ogni sentimento che non sia infinito è senza valore.
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115. La punta del tuo seno è come una foglia di papavero
SECONDO la legge che a tempi di grande stabilità debbano seguire turbinosi sconvolgimenti, anche
Bonadea ebbe una ricaduta. I suoi tentativi di approccio con Diotima erano falliti e avevano sventato il bel progetto di punire Ulrich con l’amicizia fra le due rivali che gli avrebbero poi voltato le spalle: una fantasia a cui ella aveva dedicato molti sogni. Doveva umiliarsi a picchiar di nuovo alla porta dell’amante, ma questi faceva in modo che i loro colloqui fossero
continuamente disturbati, e la sua gentilezza
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spassionata disperdeva i racconti coi quali ella avrebbe voluto spiegargli perché era tornata senza che egli lo meritasse. Il desiderio di fargli perciò una scenata terribile la tormentava molto, ma d’altra parte glielo vietava il proprio atteggiamento virtuoso, cosicché ella venne a provare sempre maggiore antipatia per le perfezioni che si era imposte. Di notte la testa greve, conseguenza della sensualità insoddisfatta, le pesava sulle spalle come una noce di cocco la cui scorza pelosa per un errore di natura fosse volta verso l’interno, e alla fine ella era così piena di rabbia impotente come un bevitore al quale abbian tolto la bottiglia. Malediceva fra sé Diotima, la chiamava imbrogliona e femmina odiosa, e la sua fantasia tempestava di osservazioni tecniche l’aristocratica femminilità che era il segreto del
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fascino di Diotima. L’imitazione di quella donna, che le aveva procurato tante gioie, divenne per Bonadea una prigione da cui fuggì buttandosi a una libertà sregolata; specchio e ferro da ricci persero il potere di fare di lei un immagine ideale, e con ciò cadde anche lo stato artificiale di consapevolezza in cui ella si era trovata. Persino il sonno di cui Bonadea aveva sempre goduto a dispetto dei suoi conflitti intimi adesso la sera si faceva un poco aspettare, cosa talmente nuova per lei da sembrarle insonnia morbosa; e in tali condizioni sentiva quello che tutti sentono quando sono seriamente ammalati: che lo spirito fugge e pianta in asso il corpo come un ferito. Quando Bonadea si dibatteva fra tanti travagli come sulla sabbia ardente, i sottili ragionamenti che aveva tanto ammirato in
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Diotima le sembravano mille miglia lontano e li disprezzava sinceramente.
Poiché non poteva risolversi a visitare ancora una volta Ulrich, meditò un nuovo piano per ricondurlo a un più normale modo di sentire, e prima di tutto ne elaborò la fine: Bonadea penetrerà in casa di Diotima quando Ulrich è presso la seduttrice. Quei colloqui erano già evidentemente pretesti per frascheggiare insieme, invece di far davvero qualcosa per il prossimo. Bonadea all’opposto farà qualcosa per il prossimo, ed ecco pronto anche il principio del suo piano: nessuno si cura più di Moosbrugger, che se ne va a fondo mentre gli altri dicono parole e parole! Bonadea non si stupiva affatto che Moosbrugger dovesse di nuovo salvarla da quei frangenti. Lo avrebbe giudicato un essere mostruoso, se ci avesse
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pensato su: ma pensava soltanto: “Se Ulrich ha tanta compassione per lui, non deve dimenticarlo!” Mentre seguitava a studiare il suo piano, le vennero in mente due particolari: si ricordò che Ulrich parlando del criminale aveva detto che ciascuno possiede una seconda anima che è sempre innocente, e un individuo responsabile può anche agire diversamente, un irresponsabile invece mai; ella ne trasse qualcosa come la conclusione che lei voleva essere irresponsabile e quindi sarebbe stata innocente, uno stato che mancava anche a Ulrich e che bisognava dargli per sua salvezza.
Vestita bene come se dovesse andare in società, ella passeggiò per parecchie sere davanti alla casa di Diotima e non aspettava a lungo, ché tosto le finestre si illuminavano su tutta la facciata in segno di interna attività. Al
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marito dava a intendere di essere invitata ma di non trattenersi mai a lungo; e per alcuni giorni mancandole ancora il coraggio, quella menzogna, quel passeggio vespertino davanti a una casa dov’era estranea costituirono un impulso crescente che doveva finalmente spingerla su per le scale. Correva infatti rischio d’esser vista da conoscenti, sorpresa dal marito che fosse passato di lì per caso; poteva dar nell’occhio al portiere, o essere interrogata da un poliziotto; quanto più si prolungava la passeggiata, tanto più grave le appariva il pericolo, e tanto più cresceva la probabilità di un incidente provocato dalle sue esitazioni. Non di rado Bonadea era sgattaiolata dentro a portoni o aveva percorso strade dove non voleva esser veduta, ma allora aveva avuto accanto, come un angelo protettore, la coscienza che ciò
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faceva parte inevitabilmente della meta da conseguire; mentre questa volta si trattava di penetrare in una casa dove non era aspettata e dove non sapeva che cosa l’attendesse; si sentiva quindi come un’attentatrice, che dapprima non s’immagina esattamente quel che succederà, ma le circostanze la esaltano a uno stato d’animo in cui il colpo di pistola, il balenare nell’aria del getto di vetriolo non sono quasi più un progresso.
Bonadea non aveva queste intenzioni, ma si trovava in un analogo isolamento di spirito quando infine suonò per davvero il campanello ed entrò. La piccola Rachel s’era avvicinata a Ulrich discretamente e lo aveva informato che qualcuno fuori in anticamera desiderava parlargli, senza rivelare che “qualcuno” era una signora sconosciuta e fittamente velata; quando
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la camerierina richiuse dietro di lui la porta del salotto, Bonadea alzò il velo e si scoprì la faccia. In quel momento era persuasissima che il destino di Moosbrugger non tollerava indugi, e accolse Ulrich non come un’amante torturata dalla gelosia, ma senza fiato come un maratoneta. Disinvoltamente spifferò la bugia che suo marito aveva definito la condizione di Moosbrugger ormai quasi disperata.
- Non c’è nulla che io odii, – concluse, – come quel tipo osceno di assassini; e tuttavia mi sono esposta al pericolo di essere considerata qui come un’intrusa, perché tu devi parlar subito alla padrona di casa e agli invitati più autorevoli ed esporre il caso, se vuoi ancora ottenere qualcosa!
Non sapeva che cosa s’aspettava. Che
Ulrich la ringraziasse commosso, chiamasse
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fuori Diotima, e Diotima si ritirasse con loro due in una stanza appartata? Che Diotima fosse attirata lì in anticamera dal suono delle voci, e allora le avrebbe fatto intendere che lei, Bonadea, non era la meno qualificata a patrocinare i nobili sentimenti di Ulrich? I suoi occhi lampeggiavano umidi e le sue mani tremavano. Parlava forte, Ulrich era in un bell’impiccio e sorrideva incessantemente, come estremo rimedio per calmarla e per guadagnar tempo a riflettere sul modo d’indurla ad andar via il più presto possibile. La posizione era grave e c’era da temere che Bonadea concludesse con una crisi di pianto o di strilli; ma Rachel venne in aiuto. La piccola cameriera era rimasta a poca distanza dai due, con occhi spalancati e scintillanti. Appena la bella signora sconosciuta e agitatissima aveva
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chiesto di parlare con Ulrich, ella aveva subito fiutato concatenazioni straordinarie. Udì quasi tutto il colloquio, e il nome di Moosbrugger le colpì l’orecchio con le sue sillabe come altrettanti spari. La voce femminile tutta vibrante di angoscia, di desiderio e di gelosia la travolse, benché lei non capisse quei sentimenti. Indovinava che la signora era l’amante di Ulrich, e subito lo amò il doppio di prima. Era irresistibilmente trascinata all’azione, come quando udendo un canto a piena voce si è costretti a far coro. E così, con uno sguardo che implorava discrezione, aprì una porta e invitò i due a entrare nell’unica stanza non invasa dagli invitati. Era la prima infedeltà manifesta che commetteva contro la padrona, perché non poteva ignorare come sarebbe stata presa la scoperta; ma il mondo
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era così bello, e la deliziosa eccitazione era uno stato così insolito, che non ebbe il tempo di riflettere.
Quando la luce fu accesa e gli occhi di Bonadea scoprirono a poco a poco dove si trovava, le gambe persero quasi la forza di reggerla e le fiamme della gelosia le salirono al viso, perché quella era la camera da letto di Diotima; calze, pettini, spazzole e molti altri oggetti si vedevano sparsi, quel che restan in giro quando una donna si cambia da capo a piedi per un ricevimento e la cameriera non ha più il tempo di riordinare, oppure, come in questo caso, lascia stare perché tanto il mattino dopo si deve fare tutto a fondo; anche la stanza da letto infatti deve servir da deposito di mobili quando ci sono grandi ricevimenti e si devono sgomberare altri locali. L’aria odorava
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di mobili accatastati, di cipria, sapone e profumi.
- La piccola ha fatto una sciocchezza; qui non possiamo stare! disse Ulrich ridendo. – Già non avresti dovuto venire, non c’è niente da fare per Moosbrugger!
- Non avrei dovuto disturbarmi, secondo te?
- disse Bonadea quasi senza voce. I suoi occhi erravano nella stanza. Come sarebbe venuto in mente alla ragazza, ella si chiedeva angosciata, di far entrare Ulrich in quel sacrario della casa, se non ci fosse stata abituata? Ma non sentì di rinfacciargli quella prova, e preferì rimproverarlo in tono sommesso:- Sei capace di dormire tranquillo mentre accade una simile ingiustizia? Io non chiudo occhio da molte notti e perciò mi sono decisa a
cercarti!
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Aveva volto le spalle alla stanza, era ritta presso la finestra e scrutava l’opacità specchiante che di fuori saliva verso i suoi occhi. Potevano essere chiome d’alberi, o la profondità di un cortile. Nonostante la sua commozione, si orientava abbastanza da sapere che la camera non dava sulla strada; qualcuno poteva guardar dentro da altre finestre e la turbava molto l’idea di esser lì con l’amante infedele, a tende alzate, in piena luce, nella stanza da letto della sua rivale davanti a una platea buia d’ignoti. Si era tolto il cappello e aperto il soprabito, la sua fronte e le calde punte dei suoi seni toccavano i vetri freddi della finestra: lacrime e tenerezza le inumidivano gli occhi. Si sciolse lentamente e si volse di nuovo all’amico, ma qualcosa di quel nero morbido e cedevole in cui aveva affondato
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lo sguardo restò nei suoi occhi, che adesso avevano un’inconscia profondità.
- Ulrich! – ella disse incalzante, tu non sei cattivo! Fingi soltanto! ti poni mille ostacoli a essere buono, tutti quelli che puoi!
Queste parole straordinariamente sagge di Bonadea resero la situazione di nuovo pericolosa; non era più la ridicola smania di quella donna sempre dominata dal proprio corpo d’essere conformata in spiritualità e raffinatezza; la beltà stessa di quel corpo invece affermava ora i suoi diritti alla dolce dignità dell’amore. Egli le venne accanto e le cinse le spalle col braccio; si erano volti di nuovo verso il buio e guardavano fuori insieme. Nell’oscurità apparentemente infinita s’era stemperata un po’ della luce che veniva dalla casa, e così sembrava che una nebbia fitta,
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riempisse l’aria della sua mollezza. Chi sa perché, Ulrich aveva l’impressione nettissima di contemplare una notte d’ottobre appena freddina, mentre invece era inverno inoltrato, e gli sembrava che la città ne fosse avvolta come da un immensa coperta di lana. Poi pensò che anche di una coperta di lana si può dire che è come una notte d’ottobre. Sentì a fior di pelle una soave perplessità e strinse più forte a sé Bonadea.
- Andrai di là, adesso? – chiese Bonadea.
- Per impedire l’ingiustizia che stan per fare a Moosbrugger? No; non so nemmeno se sia per davvero un’ingiustizia. Che cosa so di lui? L’ho visto fuggevolmente una volta in tribunale e ho letto qualche documento che lo riguarda. È come se avessi sognato che la punta del tuo seno sembra un petalo di papavero. Basta per
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credere che lo sia veramente?
Rimase soprappensiero. Anche Bonadea rifletteva. Egli pensava: “È proprio così, una creatura umana, considerata a mente fredda, per gli altri non significa molto di più che una serie di similitudini”
Bonadea, meditando, giunse alla conclusione:
- Vieni, andiamo via!
- Impossibile, – rispose Ulrich, – chiederebbero dove sono e se trapelasse qualcosa della tua visita sarebbe uno scandalo.
Silenzio, contemplazione, e qualcosa che poteva essere indifferentemente notte d’ottobre, notte di gennaio, coperta di lana, dolore o felicità senza che essi lo distinguessero tornò a unire i due.
- Perché non fai mai la cosa più ovvia? -
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chiese Bonadea. Egli ricordò a un tratto un sogno che doveva aver fatto negli ultimi tempi.
Era di quegli uomini che sognano di rado, o almeno che non ricordano i sogni, e si stupì di quel ricordo che si apriva improvviso e lo lasciava entrare. Aveva tentato più volte invano di attraversare un’erta parete montana, ed era stato sempre ricacciato indietro da violente vertigini. Senz’altra spiegazione capiva adesso che quella vicenda si riferiva a Moosbrugger, sebbene egli non vi comparisse. Come un sogno ha sovente vari sensi, poteva anche significare i vani sforzi del suo spirito, che negli ultimi tempi s’erano ripetutamente espressi nei suoi discorsi e relazioni ed erano del tutto simili a un camminare senza strada, che non va oltre un certo punto. Gli venne da ridire per la naturalezza con cui il sogno aveva
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rappresentato questo stato d’animo: pietra liscia e terreno frenante, qua e là un albero per appiglio o meta, e in più l’aumento tumultuoso del dislivello. Egli aveva tentato più in basso e più in alto col medesimo insuccesso, e già gli girava il capo quando qualcuno che lo accompagnava propose: “Lasciamo stare, giù nella valle c’è la strada comoda che fanno tutti” Questo era chiaro! Del resto poteva ben darsi che la persona in sua compagnia fosse Bonadea. Forse aveva sognato davvero che la punta del suo seno era come una foglia di papavero; qualcosa d’incoerente, che per la sensualità in ricerca poteva ben essere una larga frastagliatura, un oscuro malvaceo rossoblù, si sciolse come una nebbia da un
cantuccio non ancora rischiarato del sogno.
In quel momento sopravvenne quella
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chiarezza di percezione in cui con uno sguardo s’abbraccia il proprio retroscena con tutto lo spettacolo che vi si sta svolgendo, anche se è impossibile descrivere quest’impressione. Il rapporto fra un sogno e ciò ch’esso esprime gli era noto, perché è semplicemente quello dell’analogia, dell’allegoria, che lo aveva già sovente interessato. Un allegoria contiene una verità e una non verità, indissolubilmente legate l’una all’altra per il sentimento. Se la si prende com’è e la si plasma coi sensi sul modello della realtà, ne nascono arte e sogno, ma fra questi e la vita piena, reale, c’è una parete di vetro. Se la si prende con la ragione e si divide ciò che corrisponde da ciò che non corrisponde, ne derivano verità e sapere, ma si distrugge il sentimento. Al modo di quei batteri che dividono in due parti qualcosa d’organico,
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gli uomini scindono lo strato vitale primitivo dell’allegoria nella materia solida della realtà e verità e nell’atmosfera gassosa del presentimento, fede e artificio.
Sembra che non vi sia una terza possibilità intermedia; ma quante volte qualcosa d’incerto termina nel modo desiderato quando lo si è intrapreso senza troppo riflettere! Ulrich aveva l’impressione d’essere giunto, attraverso l’intrigo di strade che così spesso i suoi pensieri e umori gli facevano percorrere, sulla piazza principale da cui tutto diverge. E ne aveva detto qualcosa a Bonadea, come risposta alla domanda: “Perché non fai mai la cosa più ovvia?” Lei non capì, ma evidentemente quel giorno era in forma; meditò un poco e rispose riassuntivamente:
- In sogno tu non pensi, vivi soltanto una
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storia!
Era quasi vero. Egli le strinse la mano. All’improvviso ella ebbe di nuovo gli occhi pieni di lacrime. Le scorrevano lentamente giù per il viso, e dalla pelle bagnata di sale esalava il profumo indefinibile dell’amore. Ulrich lo respirava e sentiva un gran desiderio di quella lubricità vischiosa, di cedere e di dimenticare. Ma si padroneggiò e la ricondusse teneramente alla porta. Era sicuro in quel momento di aver ancora qualcosa davanti a sé, di non doversi gingillare con mezze inclinazioni.
- Ora devi andar via, – le disse piano, – e non ti arrabbiare, ma non so quando ci potremo rivedere; adesso ho molto da fare con me stesso!
E accadde il miracolo, Bonadea non oppose resistenza e non disse nulla di stizzosamente
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dignitoso. Non era più gelosa. Sentiva di vivere una storia. Avrebbe voluto prendersi Ulrich fra le braccia; intuiva che bisognava tirarlo giù sulla terra; soprattutto si struggeva di tracciargli una croce in fronte per proteggerlo, come faceva ai suoi bambini. E tutto ciò le parve così bello che non le venne in mente che era la fine.
Si mise il cappello e baciò Ulrich e poi lo baciò ancora una volta attraverso il velo, e i fili di seta scottarono come sbarre arroventate.
Con l’aiuto della cameriera che vigilava e ascoltava sull’uscio, Bonadea fu fatta scomparire inosservata, benché gli ospiti avessero già incominciato ad andarsene. Ulrich mise in mano a Rachel una grossa mancia, e le disse qualche parola di lode per la sua presenza di spirito; Rachel fu così deliziata da
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entrambe le cose che le sue dita, senza che lei se ne accorgesse, strinsero per un po’ oltre al denaro anche le dita di lui, finché egli si mise a ridere e diede un buffetto amichevole alla ragazza improvvisamente avvampante di vergogna.
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116. I due alberi della vita e la necessità di un segretario generale della precisione e dell’anima
QUELLA sera non c’erano stati in casa Tuzzi tanti visitatori come le
altre volte, la partecipazione al
movimento andava calando, e quelli che eran venuti se ne andarono più presto del solito. Nemmeno l’arrivo di Sua Signoria all’ultimo momento – che d’altronde appariva preoccupato e rannuvolato ed era di cattivo umore perché aveva avuto notizie sconcertanti sulle manovre nazionalistiche contro l’opera
sua poté arrestare quello sfaldamento. Alcuni
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si fermarono ancora un poco, nella speranza che la sua venuta significasse qualche novità, ma poiché lui non diceva nulla e poco si curava dei presenti, anche gli ultimi si ritirarono. Perciò Ulrich ricomparendo notò spaventato che le stanze erano quasi vuote, e tosto “gl’intimi” si trovarono soli nell’appartamento abbandonato; in più c’era soltanto Tuzzi che nel frattempo era tornato a casa.
Sua Signoria ripeteva:
-Un ottantenne imperatore della pace può anche esser detto un simbolo; questo è un alto pensiero; ma bisogna anche dargli un contenuto politico! è ben naturale che in caso contrario l’interesse si rallenti. Cioè quello che stava in me, loro vedono, io l’ho fatto; i nazionalisti tedeschi sono furenti per Wisnieczky, che considerano uno slavofilo, e gli
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slavi sono altrettanto furenti perché dicono che quando fu ministro era un lupo in pelle d’agnello; ma ciò dimostra che è un vero patriota al di sopra dei partiti e io non intendo rinunziare a lui! Bisogna invece integrare l’azione al più presto dal lato della cultura per poter offrire alla gente qualcosa di positivo. La nostra inchiesta per stabilire quali siano i desiderî dei circoli interessati procede troppo lentamente. L’idea di un anno austriaco o di un anno mondiale è molto bella, ma vorrei dire che ogni simbolo deve a poco a poco trasformarsi in qualcosa di vero; intendo, finché rimane simbolo mi lascio commuovere l’animo da esso e non so un bel niente, ma più tardi lascio il simbolo e faccio qualcosa di interamente diverso che intanto ha suscitato la mia approvazione. Mi sono espresso chiaramente?
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La nostra cara signora Tuzzi si dà ogni pena possibile e immaginabile, e già da mesi si discute sui punti veramente essenziali, ma tuttavia la partecipazione diminuisce, e io ritengo che dovremo presto deciderci per qualche cosa; non so cosa, forse la costruzione di un secondo campanile a Santo Stefano, o la fondazione di una imperial regia colonia in Africa, fa lo stesso. Tanto son persuaso che all’ultimo momento può uscirne tutt’altro; l’importante è cominciare a mobilitare in tempo l’inventiva dei partecipanti, affinché non si disperda!
Il conte Leinsdorf aveva l’impressione di aver parlato utilmente. Arnheim prese la parola per rispondere anche in nome degli altri.
- Ciò che ella ha detto sulla necessità di fecondare in certi momenti il pensiero con
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l’azione, sia pure temporanea, è straordinariamente vero e vitale! E sotto tale riguardo è infatti significativo l’umore mutato che regna da qualche tempo nel circolo intellettuale che qui si raduna. La sovrabbondanza di idee che si lamentava in principio, è scomparsa; non si presentano quasi più nuove proposte e delle antiche si parla ben poco, o almeno nessuno le difende con tenacia. Si direbbe che sia sorta dappertutto la coscienza che con l’accettare l’invito si è accettato il dovere di venire a un accordo, cosicché adesso qualunque proposta un poco ammissibile sarebbe probabilmente approvata da tutti.
- Caro dottore, e qui da noi come stanno le cose? – disse Sua Signoria rivolto a Ulrich di cui nel frattempo aveva notato la presenza. -
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C’è anche da noi una chiarificazione?
Ulrich dovette rispondere di no. Lo scambio di opinioni per iscritto si può prolungare assai più dilettevolmente che quello orale e anche l’afflusso di suggerimenti e ritocchi non era calato: così egli continuava a fondare associazioni e in nome di Sua Signoria le indirizzava ai vari ministeri, che però negli ultimi tempi s’erano mostrati assai meno disposti ad occuparsene. Questa fu la sua relazione.
- Non fa meraviglia! – opinò Sua Signoria rivolta agli astanti. – Il nostro popolo ha una straordinaria devozione per lo stato; ma bisognerebbe disporre di una cultura enciclopedica per soddisfarla in tutte le direzioni in cui si manifesta. I ministri semplicemente non ce la fanno, e questo
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dimostra che è venuto il momento di intervenire dall’alto.
- A tal proposito, – riprese Arnheim, – potrebbe interessare Sua Signoria il fatto che il generale von Stumm negli ultimi tempi ha attirato in misura sempre crescente l’attenzione dei membri del comitato.
Il conte Leinsdorf guardò il generale per la prima volta.
- E come mai? – interrogò senza darsi nessuna pena di velare la scortesia della domanda.
- Per carità loro mi mettono in imbarazzo! Non era proprio la mia intenzione! – protestò Stumm von Bordwehr modestamente. – Al soldato s’addice una parte umile, in sala di consiglio, e io mi sono sempre attenuto a questa regola! Ma Sua Signoria ricorderà che
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fin dalla prima seduta e nell’adempimento, se così posso dire, del mio dovere di soldato, io ho fatto presente che il comitato per la formulazione di un’idea madre potrebbe ricordare, in mancanza d’altro, che la nostra artiglieria non possiede cannoni moderni e la nostra marina non ha navi, voglio dire, non ne ha a sufficienza per il compito di una eventuale difesa della nazione…
- E con questo poi? – interruppe Sua Signoria gettando a Diotima un’occhiata stupita e interrogatrice che rivelava apertamente il suo malcontento.
Diotima alzò le belle spalle e le lasciò ricadere con rassegnazione; ormai s’era quasi abituata a vedere il piccolo e tondo generale, guidato da incomprensibili forze propizie, sbucare come un incubo dovunque lei si
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trovava.
- E di recente, – seguitò in fretta Stumm von Bordwehr per non essere sopraffatto dalla propria modestia in vista del successo, – si son levate voci che appoggerebbero la proposta, se qualcuno volesse accingersi a presentarla. È stato detto che esercito e marina sono un’idea comune, e son pure una grande idea, e probabilmente Sua Maestà gradirebbe molto il concetto. E i prussiani farebbero tanto d’occhi: mi scusi, signor Arnheim!
- Ma no, i prussiani non si stupirebbero affatto, – replicò Arnheim sorridendo. – D’altronde è intuitivo che io, quando si tratta di affari austriaci, non sono presente e usufruisco soltanto, con estrema discrezione, del permesso di stare a sentire.
- Dunque, ripeto, – concluse il generale, – è
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stata espressa da varie parti l’opinione che il meglio sarebbe non star più lì a far tante discussioni e decidersi per un programma militare. Io personalmente ritengo che lo si potrebbe magari abbinare con qualche altra grande iniziativa borghese; ma come dicevo, il soldato non deve intervenire, e le voci affermanti che le ponderazioni borghesi non sanno produrre di meglio provengono da un altissimo ambiente intellettuale.
Sua Signoria aveva ascoltato con occhi fissi e immobili, e soltanto involontari accenni a girare i pollici, che non aveva saputo trattenere, tradivano il faticoso e penoso lavorio interno.
Il capodivisione Tuzzi, che non si faceva mai sentire, osservò con voce piana e sommessa:
- Credo che il Ministero degli Esteri non avrebbe nulla in contrario.
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- Oh, i dicasteri si sono già messi d’accordo? – chiese il conte Leinsdorf, ironico e irritato. Tuzzi con amabile calma gli rispose:
- Sua Signoria vuol scherzare. Il Ministero della Guerra accetterebbe il disarmo universale piuttosto che mettersi d’accordo col Ministero degli Esteri!
E raccontò: – Sua Signoria conosce la storia delle fortificazioni in Tirolo, costruite negli ultimi dieci anni su richiesta del capo di stato maggiore? Pare che siano quanto c’è di più nuovo e di più perfetto. Naturalmente sono provviste di ostacoli con carica elettrica e di grandi sistemi di riflettori, e per la fornitura di corrente son stati collocati sotto terra dei motori Diesel; non si può dire davvero che siamo arretrati rispetto a chicchessia. Il guaio è che i motori son stati piazzati dal reparto
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artiglieria, e il combustibile è fornito dal reparto costruzioni del Ministero della Guerra; è il regolamento, e perciò non si possono mettere in funzione gli impianti perché i due uffici non riescono a stabilire se il fiammifero occorrente per l’accensione debba esser considerato materiale combustibile e provvisto dal reparto costruzioni, oppure accessorio del motore e pertinente all’artiglieria.
- Delizioso! – disse Arnheim, pur sapendo che Tuzzi scambiava i motori Diesel per motori a gas e che neanche questi ultimi ormai s’accendevano coi fiammiferi; era una di quelle storielle che circolano negli uffici, piene di amabile autoironia, e il capodivisione l’aveva raccontata con una voce che si compiaceva del guaio descritto. Tutti risero o sorrisero, il generale Stumm era il più divertito.
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- Però la colpa è tutta dei signori borghesi che sono al governo, – egli disse insistendo nello scherzo, – perché se noi acquistiamo qualcosa di non previsto dal bilancio, il Ministero delle Finanze ci rinfaccia subito di non sapere che cos’è un governo costituzionale. Cosicché se dovesse scoppiare una guerra, che Dio non voglia, prima dell’anno finanziario, dovremmo all’alba del primo giorno di mobilitazione telegrafare ai comandanti delle fortezze di fare acquisto di fiammiferi, e se ciò non è possibile in quei villaggi sperduti di montagna, di far la guerra coi fiammiferi degli attendenti!
Il generale aveva tirato troppo; attraverso il sottile tessuto dello scherzo tornò a imporsi minacciosa la grave posizione in cui l’Azione Parallela era venuta a trovarsi. Sua Signoria
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disse pensosamente:
- Con l’andar del tempo… – ma poi si ricordò che in certi frangenti è più saggio lasciar parlare gli altri, e non terminò la frase. I sei rimasero in silenzio, come se stessero intorno alla bocca di un pozzo e vi guardassero dentro.
Diotima disse:
- No, è impossibile!
- Che cosa? – chiesero tutti con lo sguardo.
- Sarebbe quello che si rimprovera alla Germania: il riarmo! – ella concluse. La sua anima aveva trascurato o dimenticato gli aneddoti e s’era fermata al successo del generale.
- Ma che fare allora? – esclamò il conte Leinsdorf riconoscente e angustiato. – Dobbiamo pur trovare qualcosa, almeno per
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ora!
- La Germania è un paese relativamente ingenuo, che crepa di forza, – disse Arnheim come per opporre una scusa al rimprovero dell’amica. – Le han dato la polvere da sparo e l’acquavite.
Tuzzi sorrise della metafora che gli parve più che audace.
- È innegabile che la Germania, negli ambienti a cui deve estendersi la nostra azione, incontra una crescente antipatia – Il conte Leinsdorf non si lasciò sfuggire il destro di interpolare quel commento. Purtroppo anche nei circoli a cui s’è già estesa! – aggiunse in tono enigmatico.
Rimase stupito alla risposta di Arnheim che il fatto era comprensibile.
- Noi tedeschi, – disse questi, – siamo un
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popolo sciagurato; non viviamo soltanto nel cuore dell’Europa, ma soffriamo anche quando questo cuore…
- Cuore? – chiese Sua Signoria senza volerlo. Si sarebbe aspettato cervello invece che cuore, e l’avrebbe ammesso più di buon grado. Ma Arnheim insistette sul cuore.
- Si ricorderà, – egli riprese, – che or non è molto l’amministrazione comunale di Praga ha fatto una grossa ordinazione alla Francia, sebbene anche noi avessimo fatto un’offerta di merce migliore e a minor prezzo. Questa è semplice avversione sentimentale. E devo dire che la capisco benissimo.
Prima che potesse seguitare il discorso, Stumm von Bordwehr prese la parola e spiegò giulivo:
- In tutto il mondo gli uomini si danno da
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fare, ma in Germania ancor di più. In tutto il mondo si fa un gran rumore, ma in Germania più che altrove. Dappertutto il commercio ha perso ogni vincolo con la civiltà millenaria, ma nel Reich in maniera più grave. Dappertutto la miglior gioventù è ficcata nelle caserme, ma i tedeschi hanno più caserme di tutti. E dunque è per noi un dovere fraterno, – egli concluse, – di non restar troppo addietro alla Germania. Chiedo scusa se vi sembra un paradosso, ma l’intelletto ha oggidì tali complicazioni!
Arnheim fece un cenno d’approvazione.
- Forse l’America è peggio di noi, – osservò, – ma almeno è assolutamente ingenua, senza la nostra lacerazione spirituale. Noi siamo sotto ogni riguardo il popolo del centro, dove s’incrociano tutti i motivi del mondo. È da noi che questa sintesi è più serrata. Noi lo
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sappiamo. Abbiamo una specie di senso della colpa. Ma mentre io questo l’ho premesso fin dall’inizio, è giustizia ammettere che noi soffriamo per gli altri, prendiamo su di noi, quasi a modello, i loro errori, in un certo senso ci facciamo maledire e crocifiggere per il mondo, o come lo si voglia esprimere. E una conversione della Germania sarebbe l’avvenimento più meraviglioso della storia. Io credo che nell’atteggiamento diviso e, si direbbe, alquanto passionale contro di noi, di cui ella parlava, ve ne sia come il presentimento!
A questo punto intervenne anche Ulrich.
- Lor signori dimenticano le correnti germanofile. Ho notizia sicura che entro poco tempo vi sarà una violenta manifestazione contro l’Azione Parallela, che negli ambienti
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nazionalistici passa per antitedesca. Sua Signoria vedrà nelle strade il popolo di Vienna. Si protesterà contro la nomina del barone Wisnieczky. Si suppone che i signori Tuzzi e Arnheim siano segretamente d’accordo, ma che Sua Signoria contrasti l’influsso tedesco sull’Azione Parallela.
Adesso lo sguardo del conte Leinsdorf aveva la fissità di una rana e l’irritazione d’un toro. Gli occhi di Tuzzi si levaron lenti e patetici su Ulrich con espressione interrogativa. Arnheim rise di cuore e si alzò in piedi; gettò al capodivisione un’occhiata cortesemente arguta come per scusarsi di quell’assurdità a loro due attribuita, ma non incontrò il suo sguardo e si rivolse a Diotima. Intanto Tuzzi aveva preso Ulrich sottobraccio e gli chiedeva di dove provenisse quella notizia. Ulrich rispose che
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non era un segreto, bensì una voce universalmente diffusa e creduta che lui aveva raccolto in una casa privata. Tuzzi si piegò verso di lui e lo costrinse a torcere il capo dal crocchio; così protetto, gli sussurrò inaspettatamente:
- Ma non sa ancora perché Arnheim è qui? È intimo amico del principe Mosjutoff e ben visto dallo zar. Agisce per conto della Russia con l’incarico di influire sull’Azione in senso pacifista. Tutto questo non ufficialmente; iniziativa privata di Sua Maestà russa, per così dire. Questioni ideologiche. Quel che ci vuole per lei, giovane amico! concluse ironicamente. – Leinsdorf non ne ha il più lontano sospetto!
Il capodivisione Tuzzi aveva appreso la notizia dal suo ufficio informazioni. Ci credeva, perché riteneva il pacifismo un movimento
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adatto alla mentalità di una bella donna, e così si spiegava perché Diotima si fosse innamorata di Arnheim e Arnheim si trovasse più spesso in casa Tuzzi che in qualunque altro posto. Prima era stato lì lì per diventare geloso. Le simpatie “spirituali” gli sembravano possibili solo fino a un certo punto, ma gli ripugnava ricorrere all’astuzia per sapere se quel punto non era stato ancora oltrepassato, perciò si era imposto di aver fiducia in sua moglie; ma se il gusto dell’atteggiamento esemplare e virile si era così dimostrato più forte che i sentimenti sessuali, questi suscitavano ancora in lui gelosia bastante a fargli capire per la prima volta che un funzionario di vocazione non ha mai tempo di sorvegliare la moglie, a meno di trascurare la propria missione nella vita. Egli si diceva che se a un macchinista non è permesso portarsi
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dietro la moglie sulla locomotiva, ancor meno è lecito esser geloso a chi governa un popolo; d’altronde però la nobile incertezza in cui gli toccava quindi rimanere non si conciliava con la diplomazia e gli toglieva un po’ della sua sicurezza professionale. Perciò aveva ritrovato con gran sollievo la piena fiducia in se stesso quando tutto ciò che lo inquietava parve trovare una spiegazione innocente. Ora gli sembrava quasi una piccola vendetta verso la moglie saper già tutto di Arnheim mentre lei non vedeva in lui che l’uomo e non sospettava affatto l’inviato dello zar; con grande soddisfazione Tuzzi le chiedeva a volte certi piccoli schiarimenti, ch’ella forniva con impaziente benignità, e aveva compilato un’intera serie di domande apparentemente innocue per trarre le sue conclusioni dalle
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risposte. Da tutto ciò il marito avrebbe volentieri raccontato qualcosa al “cugino” e stava appunto pensando come farlo senza comprometter la consorte, quando il conte Leinsdorf riprese in pugno le redini della conversazione. Era l’unico rimasto a sedere e nessuno aveva badato alle reazioni che si producevano in lui man mano che si ammucchiavano le difficoltà. Ma il suo ardore guerriero s’era rinfocolato, egli alzò la sua barba alla Wallenstein e disse con lenta fermezza:
- Bisogna fare qualcosa!
- Sua Signoria ha preso una decisione? – gli chiesero parecchi.
- Non mi è venuta nessuna idea, egli rispose con semplicità, – eppure è necessario che si faccia qualcosa! E rimase lì come un uomo che
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non intende muoversi prima che sia fatta la sua volontà.
Ne emanava come una forza, così che ognuno sentiva sbatacchiare dentro di sé l’inane sforzo di trovar qualcosa, come un soldino che s’è perduto nel salvadanaro e a dispetto degli scossoni non vuol uscire dalla fessura.
Arnheim disse:
- Oh, non bisogna lasciarsi impressionare da simili accidenti!
Leinsdorf non rispose nulla.
Si rifece tutta la storia delle proposte che avrebbero dovuto dare un contenuto all’Azione Parallela.
Come un pendolo che si trova ogni volta in un’altra posizione e tuttavia percorre sempre la stessa strada, il conte Leinsdorf rispondeva:
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- Questo non si può fare per riguardo alla Chiesa… Questo non si può fare per riguardo ai liberi pensatori… La Lega degli architetti vi si oppone… Il Ministero delle Finanze fa difficoltà… Si andò avanti così, senza fine.
Ad Ulrich, che non partecipava alla discussione, gli altri cinque sembravano essersi appena cristallizzati da una soluzione torbida che per mesi e mesi gli aveva obnubilato i sensi. Che cosa intendeva quando aveva detto a Diotima che bisognava impadronirsi dell’irrealtà, o, un’altra volta, che la realtà dev’essere abolita? Adesso Diotima era lì seduta con quelle frasi nella memoria, e chi sa che cosa pensava di lui. E come gli era venuto in mente di raccontarle che si dovrebbe vivere come una figura in un libro? C’era da scommettere che lei l’aveva subito ripetuto ad
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Arnheim.
Eppure anche lui, come ognuno, sapeva che ora è, o quanto costa un parapioggia! Se tuttavia in quel momento la sua opinione stava fra sé e gli altri, equidistante, ciò non rivestiva la forma di una stravaganza, come può dipendere da una coscienza smorzata e assente; al contrario egli sentiva di nuovo fluire nella sua vita quella chiarezza che aveva già percepito in presenza di Bonadea. Ricordò che qualche settimana prima, in autunno, era andato con Tuzzi alle corse, e un incidente con grosse perdite di scommesse aveva trasformato di colpo la massa pacifica degli spettatori in un mare che s’era riversato dappertutto distruggendo quel che trovava, non solo, ma saccheggiando le casse, prima che l’intervento della polizia la riducesse di nuovo a
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un’assemblea di persone venute ad assistere a un divertimento innocente e consueto. Davanti a simili fatti era ridicolo pensare ad allegorie e a evanescenti forme-limite, che la vita potrebbe verosimilmente o anche inverosimilmente assumere. Ulrich sentiva dentro di sé una comprensione intatta del fatto che la vita è un rozzo stato di necessità in cui non bisogna pensar troppo al domani perché c’è già abbastanza da affannarsi con l’oggi. Come si potrebbe ignorare che il mondo degli uomini non è affatto fluido e tende invece alla più solida compattezza perché a ogni irregolarità deve temere di sfasciarsi? Anzi come potrebbe un buon osservatore non riconoscere che questo miscuglio di preoccupazioni, istinti e idee, che tutt’al più abusa delle idee per propria giustificazione o le impiega come
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eccitante, proprio così com’è ha un effetto formativo e connettivo su di esse, che ne ricevono impulsi e limitazioni naturali? Si spreme il vino dai grappoli, ma quanto più bello d’una vasca piena di vino è il vigneto con la sua terra grezza che non si mangia né si beve, e i pali di legno morto in lunghe file baluginanti! “Insomma, il creato, egli pensò, – non è sorto grazie a una teoria, bensì…” e voleva dire per forza, ma s’intromise un’altra parola che egli non s’aspettava e il suo pensiero si concluse così “.per amore e per forza, e la congiunzione disgiuntiva fra queste due parole è sbagliata!”
In quel momento ecco che di nuovo amore e forza non erano più per Ulrich esattamente i soliti concetti. Tutto ciò che v’era in lui di tendenze alla cattiveria e alla durezza stava
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nella parola forza, significava la manifestazione di ogni atteggiamento incredulo, obiettivo e vigile; tanto è vero che una certa dura e fredda violenza aveva influito anche sui suoi gusti professionali, cosicché forse non era diventato matematico senza un’intenzione crudele. Erano correlazioni intricate, come il fogliame d’un albero che nasconde persino il tronco. E se non si parla d’amore nel senso corrente, ma all’udire il suo nome si sogna uno stato che fin negli atomi del corpo è diverso dallo stato della privazione d’amore; o se si sente di avere in sé tanto ogni qualità come nessuna; oppure se si è sotto l’impressione che le cose già accadute ritornano, perché la vita – traboccante di vanagloria per il suo Qui e Adesso, ma in fondo condizione molto incerta, anzi manifestamente irreale! – si scaraventa nelle due o tre dozzine di
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stampi che costituiscono la realtà; o ancora si sente che in tutte le sfere in cui noi rotiamo manca un pezzo; che fra tutti i sistemi da noi costruiti non uno possiede il segreto della pace; anche tutti questi fatti, pur apparentemente diversi, informano un tutto connesso insieme come i rami d’un albero che da ogni parte nascondono il tronco.
Nei due alberi amore e forza si biforcava la sua vita. Egli non poteva dire quando fosse entrata nel segno dell’albero dal duro groviglio, ma era accaduto per tempo, perché già i suoi immaturi piani napoleonici rivelavano l’uomo che considera la vita un compito per la propria attività e vocazione. Questa spinta a prender d’assalto la vita e a dominarla era sempre stata in lui chiaramente visibile; che si manifestasse come rifiuto dell’ordine vigente o mutevole
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aspirazione a un ordine nuovo, come esigenza logica, morale o soltanto come bisogno di una preparazione atletica del corpo. E tutto ciò che Ulrich nel corso degli anni aveva chiamato “essaysmo” e senso della possibilità e esattezza fantastica in contrapposizione a quella pedantesca, le pretese che si debba inventare la storia, vivere la storia delle idee invece che quella del mondo, rendersi padrone di ciò che non si può mai interamente tradurre in realtà e forse infine vivere come se non si fosse un uomo ma soltanto il personaggio d’un libro, spoglio di tutto l’inessenziale – tutte queste forme assunte dai suoi pensieri, avverse alla realtà nella loro singolare affilatezza, avevano questo in comune, che volevano influire sulla realtà con una passionalità manifesta e
spietata.
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Più difficili a definirsi, perché più umbratili e fantastiche, erano le connessioni con l’altro albero nel cui quadro era raffigurata la sua vita. Ricordi originari di un rapporto infantile col mondo, di familiarità e di abbandono potevano costituirne lo sfondo; ciò era sopravvissuto nella vaga nozione di aver veduto un tempo come terra sterminata quel che adesso poteva riempire soltanto il vaso dove crescono le pianticelle stente della morale. Senza dubbio quella storia un po’ ridicola con la moglie del maggiore era l’unico tentativo di pieno sviluppo che fosse emerso dalla parte blanda e in ombra dell’esser suo, e segnava nello stesso tempo il principio di una reazione che non aveva più fine. Da allora foglie e rami dell’albero spuntavano qua e là alla superficie, ma l’albero stesso non si vedeva più e solo da
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certi segni si capiva che c’era ancora.
Questa metà inattiva del suo essere si era forse espressa più nettamente nell’involontaria persuasione dell’utilità soltanto transitoria della metà attiva e operosa, gettando così un’ombra su quella. In tutto quel che intraprendeva – e cioè passioni fisiche come passioni spirituali egli aveva finito per considerarsi prigioniero di preparativi che non ottenevano il loro vero scopo, e con l’andar degli anni era quindi venuto a mancare alla sua vita il senso della necessità, come l’olio in una lampada. La sua evoluzione si era manifestamente svolta su due binari, l’uno chiaro e visibile, l’altro oscuro e chiuso, e la condizione di armistizio morale che lo opprimeva da molto tempo, e forse più del necessario, non poteva risultare che dal non
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essere mai riuscito a unire i due binari.
Ora Ulrich, ricordando di essersi raffigurato quell’impossibile unione nel rapporto teso fra letteratura e realtà, fra allegoria e verità, capiva a un tratto che tutto ciò significava assai più che una ispirazione casuale, durante uno dei discorsi tortuosi come sentieri senza meta che egli aveva fatto negli ultimi tempi con le persone meno adatte. Giacché, per quanto possa risalire indietro la storia dell’umanità, si distinguono sempre quei due fondamentali modi di procedere, dell’allegoria e dell’univocità. L’univocità è la legge del pensare e agire lucidamente, la quale impera tanto in una serrata deduzione logica come nel cervello di un ricattatore che incalza la sua vittima a passo a passo, ed è dettata dalla necessità della vita, che condurrebbe alla rovina se le
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circostanze non si potessero esporre in forma univoca. L’allegoria invece è il collegamento d’immagini che regna nel sogno, è la logica sdrucciolevole dell’anima, a cui corrisponde l’affinità delle cose nelle intuizioni artistiche e religiose; ma anche ciò che esiste nella vita di comune simpatia e antipatia, assenso e condanna, ammirazione, subordinazione, supremazia, imitazione, e i loro contrari, questi rapporti molteplici dell’uomo con se stesso e con la natura, che non sono ancora puramente oggettivi e forse non lo saranno mai, non si possono intendere altrimenti se non per allegorie.
Senza dubbio ciò che si chiama umanità superiore non è che un tentativo di fondere insieme, separandole prima cautamente, queste due grandi metà della vita, allegoria e
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verità. Ma se in un’allegoria si separa la parte eventualmente vera da quello che è soltanto schiuma si ottiene di solito un po’ di verità e si distrugge tutto il valore dell’allegoria; questa separazione può dunque esser stata inevitabile nello sviluppo spirituale, ma ha avuto lo stesso effetto che la bollitura e il condensamento di una sostanza, le cui più intime forze ed essenze in quel procedimento s’involano in una nube di vapore. Oggidì non si può vincere a volte l’impressione che i concetti e le regole della vita morale siano soltanto allegorie strabollite, intorno alle quali ondeggia un vapore insopportabilmente untuoso di umanitarismo; e se qui è lecita una digressione può esser soltanto questa, che tale impressione dappertutto diffusa ha anche avuto per conseguenza quella che l’epoca presente
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dovrebbe onestamente chiamare la propria adorazione della volgarità. Oggi infatti si mentisce meno per debolezza che per la convinzione che un uomo capace di padroneggiare la vita deve saper mentire. Si è violenti perché l’univocità della violenza dopo tanti discorsi infruttuosi è come una liberazione. Ci si riunisce in gruppi, perché l’obbedienza permette di fare tutto quello di cui per convinzione propria non si sarebbe più capaci, e l’inimicizia di quei gruppi dona agli uomini la sempre operante reciprocità della vendetta, mentre l’amore ben presto si addormenterebbe. Questo non riguarda tanto il quesito se l’uomo sia buono o cattivo quanto il fatto che esso ha perduto il collegamento fra vetta e bassura. Altra conseguenza contraddittoria di tale frattura è il sovraccarico
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di aggeggi cerebrali di cui si adorna oggi la diffidenza contro lo spirito. L’accoppiamento di concezioni cosmiche con attività con esse poco compatibili, come la politica; la mania universale di far d’ogni modo di vedere una presa di posizione e d’ogni presa di posizione un modo di vedere; il bisogno dei fanatici d’ogni specie di riflettere tutt’intorno come in un gabinetto di specchi la rivelazione di cui sono depositari; tutti questi fenomeni così usuali non sono, come vorrebbero essere, un’aspirazione all’umanità, ma una mancanza di umanità. In complesso nasce così l’impressione che da tutti i rapporti umani bisogna prima allontanare del tutto l’anima che vi sta per sbaglio; e nel momento in cui Ulrich lo pensava, sentì che se la sua vita aveva un senso, non era altro che questo: che le due
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sfere fondamentali dell’umanità vi si mostravano distaccate e agivano oppostamente l’una dall’altra. Certo oggi vengono al mondo uomini siffatti, ma rimangono ancora isolati, e da solo egli non era in grado di rimettere insieme ciò che si era spezzato. Non si abbandonava a illusioni sul valore dei suoi esperimenti mentali; ben potevano connettere pensiero a pensiero senza mai mancare di logica, ma era come porre una scala in cima all’altra, e la sommità infine oscillava a un’altezza che era assai lontana dalla vita naturale. La cosa gli ripugnava profondamente.
E forse per questa ragione guardò improvvisamente Tuzzi. Tuzzi parlava. Come se l’orecchio gli si aprisse ai primi suoni del mattino, Ulrich lo udì dire:
- Non posso giudicare se oggi si compiano
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ancora grandi imprese artistiche e umane, come lei dice; ma una cosa posso affermare, che in nessun luogo la politica estera è complicata come da noi. Fino a un certo punto si può prevedere che anche nell’anno del giubileo la politica francese sarà ispirata dall’idea della revanche e del possesso coloniale; quella inglese dalle mosse delle loro pedine sullo scacchiere mondiale, com’è stato definito il loro modo di procedere; e finalmente quella tedesca da ciò che essi chiamano in modo non sempre univoco il loro posto al sole; ma la nostra vecchia monarchia non ha bisogni e perciò nessuno sa in precedenza a quale concezione potremo essere costretti!
Pareva che Tuzzi intendesse frenare e ammonire. Parlava evidentemente senza intenzioni ironiche; il sapore d’ironia proveniva
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unicamente dall’ingenua obiettività nella cui ruvida scorza egli presentava la convinzione che la mancanza di bisogni fosse un grande pericolo. Ulrich si sentì eccitato come se avesse morso un grano di caffè. Intanto Tuzzi s’era ancor più irrigidito nel suo intento ammonitore e concluse il discorso.
- Chi può oggi arrischiarsi, – egli domandò, – a tradurre in atto una grande idea politica? Dovrebbe aver l’animo del delinquente e del fallito! Loro non vogliono questo, vero? La diplomazia è fatta per conservare.
- Conservare conduce alla guerra, – ribatté
Arnheim.
- Può darsi, – opinò Tuzzi. Probabilmente l’unica cosa che resti da fare è scegliere con abilità il momento in cui vi si entra. Ricorda la storia di Alessandro il? Suo padre Nicola era un
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despota, ma morì di morte naturale; Alessandro era un sovrano magnanimo che iniziò il suo governo con riforme liberali; la conseguenza fu che dal liberalismo russo nacque il radicalismo russo e Alessandro dopo tre attentati a vuoto cadde vittima del quarto.
Ulrich guardò Diotima. Sedeva eretta, attenta, seria e florida, e appoggiò le parole del marito:
- Giustissimo. Anche dai nostri tentativi ho dedotto l’impressione che il radicalismo spirituale, se gli si porge un dito, vuole subito tutta la mano.
Tuzzi sorrise; gli sembrava di aver riportato una piccola vittoria su Arnheim.
Arnheim ascoltava impassibile, le labbra dischiuse nel respiro come un bottone sbocciato. Conclusa torre della carne, Diotima
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lo guardava al di sopra d’una valle profonda.
Il generale si puliva gli occhiali. Ulrich disse lentamente:
- Il motivo è che gli sforzi di tutti i convinti d’esser chiamati a ristabilire il senso della vita hanno oggi un tratto in comune, e cioè, quando si potrebbe giungere non soltanto a opinioni personali ma anche a certe verità essi disprezzano il pensiero; e in cambio, quando le opinioni sono infinite e inesauribili, si ancorano a concetti affrettati e a mezze verità!
Nessuno rispose. E perché avrebbero dovuto rispondere? quel che si dice così, son soltanto parole. Erano sei persone riunite in una stanza per un colloquio importante, questo era il fatto reale; quel che dicevano o non dicevano, e ancor più i sentimenti, i dubbi, le possibilità, tutto era incluso in quella realtà
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senza uguagliarla, all’incirca come gli oscuri movimenti del fegato e dello stomaco dentro una persona vestita intenta ad apporre la propria firma sotto un documento importante. Quella gerarchia non si poteva offendere, in ciò stava la realtà!
Stumm, il vecchio amico di Ulrich, aveva finito di pulire gli occhiali, se li mise e lo guardò.
Sebbene Ulrich credesse di aver sempre soltanto giocato con quelle persone, a un tratto si sentì molto derelitto in mezzo a loro. Si ricordò di aver provato qualcosa di simile alcune settimane o mesi prima: un piccolo respiro estromesso dalla creazione, che aborrisce l’impietrito paesaggio lunare in cui è capitato; e gli sembrava che tutti i momenti decisivi della sua vita fossero stati
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accompagnati da quell’impressione di stupore e di solitudine. Ma era paura quella che lo opprimeva questa volta? Non sapeva bene interpretare il suo sentimento; esso gli diceva all’incirca che in vita sua lui non aveva mai preso una vera risoluzione ma che presto avrebbe dovuto farlo; ma egli non formulava quel pensiero con parole acconcie, lo sentiva soltanto con disagio, come se qualcosa volesse separarlo dalle persone fra cui sedeva, e quantunque esse gli fossero del tutto indifferenti, ecco che la sua volontà vi si opponeva improvvisamente con le mani e coi piedi!
Il conte Leinsdorf, ricondotto dal silenzio che si era fatto nel frattempo ai suoi doveri di politico realista, disse in tono esortativo:
- Dunque, che cosa facciamo? Bisogna
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prendere una decisione almeno temporanea per salvaguardare dal pericolo la nostra Azione! Allora Ulrich intraprese un tentativo irragionevole.
- Vostra Signoria mi conceda, – disse, – c’è un solo dovere per l’Azione Parallela: porre mano a un inventario generale dello spirito! Dobbiamo fare suppergiù quello che sarebbe necessario se il 1918 fosse l’anno del Giudizio Universale e bisognasse farla finita con lo spirito antico e dare vita a uno spirito più alto. Istituisca in nome di Sua Maestà un segretario terreno dell’esattezza e dell’anima; tutti gli altri problemi prima di questo sono insolubili o sono soltanto problemi apparenti! – E Ulrich aggiunse qualcuno dei pensieri che gli avevano occupato la mente in quei minuti di
distrazione.
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Mentre così parlava gli parve che non soltanto tutti gli occhi uscissero dalle orbite per lo stupore, ma che tutti i sederi s’alzassero dai sedili; i presenti s’aspettavano che dopo il padrone di casa volesse raccontare lui una storiella, e poiché la battuta di spirito non era venuta egli si trovò lì come un bambino in mezzo a torri pendenti che osservavano con aria un po’ offesa i suoi giochi puerili. Solo il conte Leinsdorf fece un viso benevolo.
- Questo va già bene, disse stupito, – noi però abbiamo il dovere di andare al di là degli abbozzi, fino a trovare qualcosa di vero, e qui cultura e capitale ci hanno proprio piantato in asso!
Arnheim credette di dover proteggere il vecchio patrizio dagli scherzi di Ulrich.
- Il nostro amico è perseguitato da un’idea
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fissa, – egli spiegò; – crede che sia possibile una specie di produzione sintetica della vita giusta, così come si possono ottenere per sintesi l’azoto o la gomma. Ma lo spirito umano, – e si rivolse a Ulrich col suo più perfetto sorriso cavalleresco, – ha purtroppo questo limite, che le sue forme di vita non si possono allevare in laboratorio come i topi da esperimento, e anzi un grosso granaio basta appena a mantenere due o tre famiglie di sorci! – Si scusò ancora per quel paragone arrischiato, ma ne era soddisfatto, perché aveva un tono agricolo- aristocratico molto adatto al conte Leinsdorf e tuttavia esprimeva efficacemente la differenza fra pensieri con e senza garanzia per l’esecuzione.
Ma Sua Signoria scosse la testa con
fastidio.
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- Io capisco benissimo il dottore, – dichiarò.
- Una volta gli uomini mettevano radici e prosperavano entro le condizioni prestabilite ed era un modo sicuro di trovare se stessi; ma oggi, con gli sconvolgimenti che sradicano ogni cosa, bisognerebbe per così dire anche nella produzione dell’anima sostituire l’intelligenza della fabbrica alla tradizione dell’artigianato – Era una di quelle risposte memorabili che talvolta uscivano sorprendentemente di bocca al nobile signore; perché prima di parlare così aveva sempre fissato Ulrich con aria sconcertata.
- Ma tutto ciò che dice il dottore è assolutamente inattuabile! – asserì Arnheim con energia.
- Chi sa poi perché? – esclamò il conte
Leinsdorf secco e battagliero. Diotima
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s’intromise.
- Via, caro conte, – disse come chiedendo qualcosa che non si vuol dire, cioè una decisione di buon senso, – tutte le idee di mio cugino le abbiamo già sperimentate da un pezzo! Che altro sarebbero questi altisonanti e faticosi discorsi di oggi?
- Ah sì? – ribatté l’indignato patrizio. – Già me l’aspettavo che questi uomini intelligenti non avrebbero saputo tirar fuori un bel niente! Psicoanalisi e relatività e come diavolo si chiama quella roba, son tutte storie! Ciascuno vorrebbe assettarsi il mondo a modo suo! Io dico che alle proposte del dottore si può forse fare qualche obiezione, ma in fondo non ha davvero torto! Si tentano sempre nuovi esperimenti, una nuova era è appena incominciata, e mai si vede nascere qualcosa di
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buono! Il nervosismo prodotto dal mancato sviluppo dell’Azione Parallela aveva spezzato gli argini. Il conte Leinsdorf invece di torcersi i baffi adesso girava con irritazione il pollice intorno all’altro senza avvedersene. Forse anche l’antipatia per Arnheim era straripata. Infatti quando Ulrich aveva incominciato a parlare dell’anima il conte Leinsdorf s’era molto meravigliato, ma poi il discorso era stato di suo gusto. “Che gente come Arnheim parli tanto dell’anima, – egli pensò, – son frascherie; e poi a che serve? Per quel discorso c’è già la religione” Ma Arnheim s’era sbiancato fin nelle labbra. In un tono simile il conte Leinsdorf aveva parlato finora soltanto al generale. Arnheim non era un uomo da tollerarlo. Ma la risolutezza con cui Sua Signoria s’era schierato a fianco di Ulrich gli aveva fatto impressione suo malgrado, e
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adesso rinfocolava i suoi dolorosi sentimenti per quest’ultimo. Era turbato perché non gli si era presentata l’occasione di spiegarsi con Ulrich prima di dover venire ora a uno scontro davanti a tutti; e proprio per questo accadde che egli invece di rivolgersi al conte Leinsdorf lo lasciò semplicemente da parte e con tutti i segni di una violenta eccitazione fisica che non si era soliti osservare in lui, rivolse la parola a Ulrich.
- Ma lei ci crede proprio a tutto quello che ha detto? – chiese severo, omettendo ogni riguardo di cortesia. – Lo ritiene effettuabile? è davvero persuaso che si possa vivere soltanto secondo “leggi di analogia”? Che cosa farebbe allora se Sua Signoria le desse carta bianca? Lo dica, per favore!
Il momento era penoso. A Diotima venne in
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mente, chissà perché, una storia che aveva letto nel giornale qualche giorno prima. Una donna era stata condannata a una pena gravissima per aver offerto all’amante l’occasione di uccidere il vecchio marito che da anni non “consumava” più il matrimonio e tuttavia non acconsentiva al divorzio. Quel caso aveva destato la sua attenzione, per la materialità quasi medica e una certa attrazione contraddittoria; come stavan le cose, era tutto così chiaro che nessuno dei personaggi appariva colpevole nella sua limitata possibilità di trarsi d’impaccio, e colpevole solo, se mai, il complesso contro natura a cui erano da imputarsi simili condizioni. Ella non capiva perché quel fatto le ritornasse in mente proprio adesso. Ma pensò anche che Ulrich negli ultimi tempi le aveva fatto molti discorsi “ondeggianti
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e fluttuanti”, e si adirò perché egli vi congiungeva sempre un’impertinenza. E lei stessa aveva detto che in certe creature privilegiate l’anima può uscire dalla sua inessenzialità e perciò le parve che suo cugino fosse dubbioso come lei stessa e forse altrettanto passionale. E tutto questo nel suo cervello o nel suo seno – sede deserta dell’amicizia comitale – era momentaneamente intrecciato alla storia della donna condannata, in una maniera che la faceva star lì a labbra dischiuse con la sensazione che sarebbe accaduto qualcosa di terribile se si lasciava fare ad Arnheim e Ulrich, ma forse ancor peggio se non si lasciava fare e ci si immischiava.
Ulrich però, mentre Arnheim lo attaccava, aveva guardato il capodivisione. Tuzzi nascondeva a fatica una curiosità giuliva fra le
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pieghe della sua faccia bruna. “A quanto pare, – pensava, – adesso questi traffici di casa mia saltano in aria per contrasti interni” Anche per Ulrich non sentiva simpatia; i discorsi che faceva ripugnavano alla sua natura, perché lui era convinto che il valore d’un uomo risiede nella volontà o nella professione, certo non nei sentimenti e pensieri, e giudicava addirittura indecoroso dir quelle stoltezze sulle allegorie. Forse Ulrich lo indovinava, perché si ricordò di aver annunziato a Tuzzi, tempo addietro, che si sarebbe ucciso se il suo anno di vacanza dalla vita fosse trascorso senza dar frutto; non s’era espresso proprio così, tuttavia con penosa chiarezza, e si sentiva pieno di vergogna. E di nuovo ebbe l’impressione non ben motivata, che una decisione fosse imminente. In quel momento pensava a Gerda Fischel e non si
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nascondeva il pericolo che ella venisse da lui a riprendere l’ultimo colloquio. All’improvviso capì chiaramente che, quantunque lui avesse soltanto giocato, entrambi erano ormai giunti all’estremo confine delle parole, e di lì non c’era più che un passo: cedere amorevolmente ai fluttuanti desideri della fanciulla, discingersi spiritualmente, scavalcare la “seconda muraglia” Ma sarebbe stata una pazzia ed egli era sicuro che non avrebbe mai potuto andar tanto innanzi con Gerda e che seguitava a vederla soltanto perché con lei si sentiva al sicuro. Si trovava in uno stato singolare di tranquilla esaltazione, vedeva il viso eccitato di Arnheim, si udì rivolgere da lui il rimprovero “lei non ha una mentalità realistica” e “mi scusi, ma questi aut-aut così estremi son troppo puerili”; ma aveva del tutto perduto la
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voglia di rispondere. Guardò l’orologio, sorrise conciliante e disse che era molto tardi, troppo tardi per replicare.
Così ritrovò per la prima volta il contatto con gli altri. Il capodivisione Tuzzi si alzò addirittura in piedi e in ritardo, solo fugacemente, attenuò quella scortesia fingendo di fare qualcosa. Anche il conte Leinsdorf intanto s’era calmato, gli sarebbe piaciuto che Ulrich mettesse a posto il “prussiano”, ma poiché questo non accadeva era contento anche così. “Se uno ha simpatia per un altro, ce l’ha e basta, – egli pensò, – l’altro può dire tutto quello che vuole!” E con audace ma inconsapevole avvicinamento ad Arnheim e al suo “mistero del tutto” aggiunse giovialmente, mentre osservava l’espressione di Ulrich, che in quel momento non era troppo intelligente: – Starei quasi per
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dire che un uomo caro e simpatico non può mai parlare o agire in maniera proprio stupida!
Tutti s’affrettarono ad andarsene. Il generale ripose gli occhiali nella tasca dei calzoni dove teneva il revolver, dopo aver cercato invano di cacciarseli nelle falde della giubba, perché per quello strumento civile della saggezza non aveva ancora trovato il luogo adatto.
- Questa è la pace armata delle idee! – disse poi a Tuzzi in tono di complicità, allegramente alludendo all’esodo veloce e generale.
Solo il conte Leinsdorf trattenne ancora coscienziosamente i fuggiaschi.
- Dunque, che cosa abbiamo deciso? domandò, e poiché nessuno trovava una risposta, soggiunse bonariamente:
- Be, si vedrà la prossima volta!
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117. La giornata nera di Rachel
IL risveglio virile e la decisione di sedurre Rachel avevano fatto di gelo Soliman come il cacciatore di fronte
alla selvaggina o il beccaio davanti alla bestia da macellare; ma non sapeva come ottenere lo scopo, come procedere e quali circostanze dello stare insieme fossero sufficienti; in una parola, la volontà dell’uomo gli faceva sentire tutta la debilità del ragazzo. Anche Rachel sapeva ciò che doveva avvenire, e da quando aveva smemoratamente tenuto nella sua la mano di Ulrich e fatto fronte all’episodio di Bonadea aveva il diavolo in corpo oppure, diciamo, era il
centro di una gran dispersione erotica che
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cadeva su Soliman come una pioggia di fiori. Le circostanze però non eran loro propizie e mandavano la cosa per le lunghe; s’era ammalata la cuoca e Rachel dovette sacrificare le sue uscite, in casa c’era molto da fare e Arnheim veniva, sì, spesso a trovare Diotima, ma forse avevan deciso di sorvegliar meglio i due ragazzi, perché di rado egli portava con sé il moretto, e quelle rare volte si vedevano solo per qualche minuto in presenza dei loro padroni, ed eran costretti a prendere un’aria ostile e innocente.
In quel periodo si detestavano quasi perché ciascuno faceva sentire all’altro il tormento di esser legato a una catena troppo corta. Per di più l’istinto prepotente sollecitava Soliman a risoluzioni estreme; egli progettava di scappare di notte dall’albergo, e perché il padrone non se
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ne accorgesse rubò un lenzuolo, e tagliando e intrecciando si provò a farne una scala di corda, ma non vi riuscì e fece sparire in un condotto il lenzuolo rovinato, poi studiò a lungo, inutilmente, il modo di scendere e risalire tenendosi alle figure e ai cornicioni dei muri esterni, e quando usciva per le sue incombenze non vedeva delle architetture per cui la città andava famosa che i vantaggi o le difficoltà alpinistiche; Rachel poi, alla quale egli confidava brevemente e sottovoce i suoi piani, la sera quando spegneva la luce credeva sovente di vedere giù ai piedi del muro la nera luna piena della faccia di lui, o udiva uno stridulo richiamo a cui rispondeva timidamente, spenzolata dalla finestra della sua cameretta dentro la notte vuota, prima di accorgersi che era vuota davvero. Ma non era
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più irritata da quelle perturbazioni romantiche, anzi vi si abbandonava con spasimante malinconia. Quel languore riguardava piuttosto Ulrich, e Soliman era l’uomo che non si ama ma al quale tuttavia ci si darà, cosa di cui Rachel non aveva il minimo dubbio; perché il non potersi quasi incontrare con lui, né scambiare parola a voce alta, e lo sfavore dei padroni abbattutosi contemporaneamente su entrambi agivano su di lei come una notte piena di incertezze, di inquietudini e di sospiri agisce su un’innamorata, e concentravano le sue ardenti fantasie come una lente ustoria sotto il cui raggio, meno che sentire un calore piacevole, non si può resistere.
E in questo Rachel, che non si distraeva con scale di corda e sogni acrobatici, aveva maggior senso pratico. La nebulosa visione di un
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rapimento a vita si trasformò nel sogno di procacciarsi una notte segreta, e poiché la notte rimaneva anch’essa inconseguibile si ridusse ancora a un quarto d’ora fuori di sorveglianza; e infine né Diotima né il conte Leinsdorf né Arnheim, quando il loro “ufficio” li tratteneva, dopo grandiose e inutili adunanze d’intellettuali, a scambiarsi allarmate considerazioni sui risultati che duravano talvolta un’ora, si ricordavano che un’ora consta di quattro quarti d’ora. Ma Rachel aveva fatto quel calcolo, e poiché la cuoca non s’era ancora ben rimessa e aveva licenza di andare a letto presto, la giovane collega aveva il vantaggio di esser tanto occupata che non si poteva mai sapere in che parte della casa avesse da fare, e le veniva risparmiato il più possibile il servizio in salotto. Per prova – così,
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come certe persone troppo vigliacche per ammazzarsi intraprendono finti tentativi di suicidio finché uno per sbaglio riesce – aveva già alcune volte introdotto Soliman di contrabbando, provvisto di una scusa di servizio per il caso d’una scoperta, e gli aveva lasciato intendere che oltre all’ascensione del muro di casa anche quella via d’accesso alla sua stanza era possibile. Ma più che sbadigliare insieme nell’ingresso, sorvegliare la situazione e origliare alle porte la giovane coppia non aveva fatto, finché, una sera che le voci in salotto si alternavano così regolarmente come i rumori della trebbiatura, Soliman con una bellissima frase da romanzo dichiarò che non poteva più pazientare.
Anche in camera fu ancora lui che tirò il chiavistello; ma poi non osarono accendere la
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luce e stettero lì ciechi l’uno di fronte all’altro, come orbati di tutti i sensi insieme con la luce degli occhi, simili a statue in un parco buio. Soliman pensava bensì di prendere la mano di Rachel o di pizzicarle una gamba per farla strillare, poiché tali erano state finora le sue vittorie maschili, ma dovette padroneggiarsi perché non bisognava far rumore e quando osò timidamente un piccolo approccio sgraziato, Rachel non gli oppose che indifferenza impaziente. Perché Rachel sentiva la mano del destino che la ghermiva alle reni e la spingeva innanzi, mentre fronte e naso le si facevano di ghiaccio come se già tutte le illusioni l’abbandonassero. E adesso anche Soliman si sentiva solo e derelitto e terribilmente maldestro, e non si poteva prevedere come sarebbe finito quello starsi di fronte nel buio.
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Infine la delicata ma un po’ più esperta Rachel dovette assumersi la parte del seduttore. E per ciò le venne in aiuto il rancore che nutriva per Diotima al posto dell’antico amore, perché, da quando non si accontentava più di condividere le estasi sublimi della padrona ed esercitava i suoi propri traffici amorosi, Rachel era molto mutata. Non soltanto mentiva per coprire gli incontri con Soliman, ma strappava anche col pettine i capelli di Diotima quando glieli acconciava, per vendicarsi dell’attenzione con cui era salvaguardata la sua innocenza. Soprattutto le faceva rabbia quel che prima la rendeva beata, cioè portare le camicie, calze e mutandine che Diotima le regalava quando non le servivano più; poiché pur dopo aver ridotto quei capi di biancheria a un terzo del loro volume e averli rifatti da cima a fondo, le
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pareva di starvi dentro come imprigionata e sentiva sulle nude carni il giogo della costumatezza. Questo appunto le ispirò l’idea fantasiosa che le occorreva nella sua posizione. Aveva già parlato a Soliman dei nuovi indumenti intimi che la signora portava da qualche tempo e bastava mostrarglieli per prender lo spunto che era politicamente così urgente.
- Da questo puoi capire come sono malvagi,
- disse mostrando a Soliman nel buio il bianco orlo lunare dei suoi calzoncini, – e giacché se la intendono, son certa che ingannano anche il signore con quella storia della guerra che si prepara in casa nostra!
E poiché il ragazzo tastava con cautela le lievi e pericolose mutandine, soggiunse con
fiato un po’ corto:
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- Scommetto che i tuoi calzoni son neri come la tua faccia, Soliman; lo dicono tutti!
E Soliman, offeso, le piantò le unghie nella gamba, ma con dolcezza, e Rachel per liberarsi dovette avvicinarsi a lui, e fare e dire ancora questo e quello, senza molto successo, ma alla fine ricorse ai suoi dentini aguzzi e trattò il viso di Soliman – che si stringeva fanciullescamente al suo e ad ogni movimento le si riaccostava con impeto sbarazzino – come una grossa mela. E infine dimenticò di vergognarsi di quegli espedienti, e Soliman dimenticò di vergognarsi della sua goffaggine, e nel buio si scatenò la bufera sospesa dell’amore.
Quando questa cadde, scaraventò duramente a terra i due amorosi; svanì attraverso le pareti, e l’oscurità fra di loro fu come un pezzo di carbone contro cui i peccatori
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si erano anneriti. Non sapevano che ora fosse, esagerarono nel calcolo del tempo passato ed ebbero paura. L’ultimo bacio esitante di Rachel diede a Soliman un senso di fastidio, egli volle accender la luce e si comportò come un ladro che ha intascato il bottino e ormai pensa solo a svignarsela. Rachel che vergognosa e rapida si era riordinate le vesti gli lanciò un’occhiata che non aveva senso né scopo. I capelli arruffati le pendevano sugli occhi, e con la vista interiore ella rivide per la prima volta le vaste rappresentazioni del suo senso di dignità che fino a quel momento aveva dimenticato. Oltre a tutte le immaginabili virtù proprie, ella si era augurato un amante bello, ricco e singolare, e ora aveva di fronte Soliman, non molto ben vestito, orribilmente brutto, e di tutto quel che le aveva raccontato ella non credeva una
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parola. Forse al buio avrebbe tenuto volentieri contro di sé, ancora per un poco, quel faccione ansioso; ma ora che la luce era accesa lui era il suo nuovo amante e niente di più, un omiciattolo un po’ buffo, riduzione rattrappita di mille uomini che escludeva tutti gli altri. E Rachel era di nuovo la servetta che s’era lasciata sedurre e adesso aveva molta paura di un figlio che avrebbe fatto scoprire tutto. Ma era troppo intimidita da quella metamorfosi per sospirare. Aiutò Soliman a rivestirsi, perché il ragazzo nel suo turbamento s’era tolto il giubbetto attillato pieno di bottoni; ma non lo aiutava per tenerezza, bensì per tornar più in fretta in anticamera. Tutto le sembrava pagato più del dovuto e non avrebbe potuto sopportare di esser scoperta. Tuttavia, quando furono pronti, Soliman si voltò verso di lei e nitrì un
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ampio sorriso, perché in fondo era molto inorgoglito; e Rachel prese lesta una scatola di cerini, spense la luce, tirò pian piano il chiavistello e prima di aprire la porta gli bisbigliò:
- Devi darmi ancora un bacio! – perché così andava fatto, ma a tutti e due quel bacio gustò come se avessero sulle labbra una polvere dentifricia.
Quando giunsero in anticamera furono molto stupiti di essere ancora in tempo, e che la conversazione in salotto fosse animata come prima; quando i visitatori si congedarono, Soliman era sparito, e mezz’ora dopo Rachel pettinava le chiome di Diotima con molta cura e quasi con l’antico umile amore.
- Sono contenta che le mie esortazioni t’abbiano fatto effetto! la lodò Diotima, e lei che
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in tante cose non riusciva a essere veramente contenta diede un affettuoso buffetto alla sua piccola cameriera.
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118. Uccidilo dunque!
INVECE dell’abito che portava all’ufficio Walter ne aveva indossato uno migliore e si stava annodando la
cravatta davanti allo specchio di Clarisse, che, nonostante la cornice contorta secondo il gusto moderno, rifletteva un’immagine deformata e poco profonda nel cristallo da poco prezzo, probabilmente difettoso.
- Hanno perfettamente ragione! – disse con stizza. – Quella famosa Azione non è che un imbroglio!
- E che gusto c’è a strillare tanto? – domandò Clarisse.
- Che gusto c’è a vivere, oggi? Se scendono
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in strada, formano un corteo, l’uno sente il corpo dell’altro! Almeno non pensano e non scrivono; e qualcosa ne nascerà.
- E ti pare davvero che l’Azione meriti questa sollevazione? – Walter alzò le spalle.
- Non hai letto nei giornali la protesta dei fiduciari tedeschi che è stata trasmessa al presidente del consiglio? Offesa e danno della popolazione tedesca eccetera eccetera? E l’ironica deliberazione del Circolo boemo? O la piccola notizia che i deputati polacchi sono partiti per i loro collegi elettorali? A saper leggere fra le righe questo dice più di tutto, perché significa che i polacchi, da cui sempre dipende la decisione, lasciano nelle peste il governo! La situazione è tesa. Non era il momento di irritare tutti con un’Azione
patriottica collettiva!
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- Stamattina quando sono andata in centro,
- raccontò Clarisse, – ho visto sfilare la polizia a cavallo, tutto un reggimento; una donna mi ha detto che li tengon nascosti e pronti.
- Naturale. Anche i militari son consegnati in caserma.
- Credi che ci saranno disordini?
- Come posso saperlo?
- E allora caricherebbero la folla? Ma sai che è orribile immaginar di trovarsi in mezzo a tutti quei corpi di cavalli?
Walter s’era slegato la cravatta e tornava ad annodarla.
- Non ti è mai successo? – chiese Clarisse.
- Quand’ero studente.
- E poi mai più?
Walter fece con la testa un cenno negativo.
- Hai detto prima che sarà colpa di Ulrich se
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accadrà qualcosa? – volle accertarsi Clarisse.
- Non ho detto questo! – protestò Walter. – A lui gli avvenimenti politici sono indifferenti, purtroppo. Ho detto soltanto che è da lui provocare sventatamente simili guai; egli appartiene ai circoli che ne hanno colpa!
- Vorrei venire anch’io in città! – annunziò
Clarisse.
- Neanche per sogno! Ti agiteresti troppo! – rispose Walter molto risolutamente; all’ufficio aveva udito notizie d’ogni sorta intorno all’imminente dimostrazione e voleva tenerne Clarisse lontana. Non era roba per lei quell’isterismo che saliva da una gran folla; Clarisse si doveva trattare come un’incinta. Quella parola che nella sdegnosa sensitività della donna ormai a lui inaccessibile poneva all’improvviso l’assurdo calore della gestazione
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lo fece quasi trangugiar di traverso. – Ma vi sono di queste correlazioni che superano i concetti usuali! – si disse non senza orgoglio, e propose a Clarisse:
- Se preferisci, rimango in casa anch’io.
- No, – ella rispose, – almeno devi andarci
tu.
Voleva restare sola. Quando Walter le aveva
parlato dell’attesa manifestazione e descritto come si svolgono simili cose, a lei era parso di vedere una specie di drago coperto di scaglie che tutte si muovono. Desiderava convincersi di quel quadro coi propri occhi senza star lì a parlar tanto.
Walter la cinse col braccio.
- Allora rimango? - ripeté in tono interrogativo.
Clarisse respinse il braccio, e tolse un libro
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dallo scaffale senza guardarlo. Era un volume del suo Nietzsche. Ma Walter invece di andarsene pregò:
- Lasciami vedere quel che vuoi leggere!
Era già tardo pomeriggio. Un vago presagio di primavera era nella casa, come se si sentissero voci d’uccelli attutite dai vetri e dai muri; profumo di fiori saliva illusorio dalla vernice dei pavimenti, dalle stoffe dei mobili, dalle lucide maniglie d’ottone. Walter allungò il braccio verso il libro. Clarisse lo coprì, con le due mani, tenendo le dita fra le pagine aperte.
E allora si svolse uno dei “terribili” episodi così frequenti in quel matrimonio. Avevano tutti lo stesso modello: in un teatro si oscura il palcoscenico, e si illuminano due palchi dirimpetto; nell’uno c’è Walter, nell’altro c’è Clarisse, fra loro il profondo baratro nero, caldo
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di persone invisibili; ora Clarisse apre la bocca, e poi Walter risponde e tutti ascoltano col fiato sospeso perché è uno spettacolo drammatico e musicale di cui mai capacità umana ha saputo organizzare l’uguale.
Così fu anche questa volta mentre Walter tendeva la mano in gesto di preghiera e Clarisse a qualche passo da lui irrigidiva le dita sul libro aperto. Aveva azzeccato per caso quel bel passo in cui il Maestro parla dell’impoverimento per il decadere della volontà, che si manifesta in tutti gli aspetti della vita con un lussureggiare dei particolari a spese dell’insieme. “La vita ricacciata nelle forme più minute, il resto povero di vita”; questa frase le stava ancora nella memoria, e dell’insieme più vasto, appena sfiorato con lo sguardo prima che Walter la disturbasse, aveva
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soltanto intravisto la direzione ove stava il significato; ed ecco che Clarisse, nonostante che il momento fosse sfavorevole, fece una gran scoperta. Giacché il Maestro in quel punto parlava di tutte le arti, anzi di tutte le forme della vita umana, ma si serviva solo di esempi tratti dalla letteratura; e poiché Clarisse non capiva le generalizzazioni, scoprì che Nietzsche non aveva colto tutta la portata del proprio pensiero, perché esso valeva anche per la musica! Sentiva intanto come se davvero le risonasse vicino quel morboso tasteggiare del marito sul pianoforte, quelle sospensioni espressive, quell’esitante spegnersi dei suoni appena i suoi pensieri venivano a lei e come, per parlare di nuovo col Maestro, “l’inclinazione secondaria” sopraffacesse in lui l’artista. Clarisse sapeva udire quando Walter la
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desiderava in silenzio e poteva vedere la musica svanire dalla sua faccia. Allora soltanto la bocca gli brillava nel volto e sembrava ch’egli si fosse tagliato un dito e stesse per svenire. Così appariva anche adesso, mentre tendeva il braccio con un riso nervoso. Questo, naturalmente, Nietzsche non poteva saperlo, ma era come un segno che il caso le avesse fatto aprire il libro proprio oggi alla pagina che toccava quell’argomento, e mentre ella a un tratto vedeva, udiva e capiva tutto questo la percosse il fulmine della scoperta, e si trovò su un alto monte di nome Nietzsche che aveva sepolto Walter sotto di sé, ma a lei arrivava appena sotto le piante dei piedi! La “filosofia e poesia applicata” della maggior parte degli uomini che non sono né creatori né negati allo spirito, è fatta di tali luccicanti contaminazioni
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di un piccolo cambiamento personale con un grande pensiero estraneo.
Walter intanto s’era alzato e s’avvicinò a Clarisse. Aveva deciso di mandare al diavolo la dimostrazione a cui voleva partecipare, e di restare con lei. Mentre le andava accanto, la vide ostilmente appoggiata al muro e quell’atteggiamento ostentato di donna che ripugna dall’uomo non comunicò purtroppo a lui uguale ripugnanza, ma risvegliò le immaginazioni virili proprie a eccitare invece il desiderio. Un uomo infatti dev’essere in grado di comandare e di imporre la sua volontà, e improvvisamente quel bisogno di dimostrarsi uomo volle dire per Walter combattere contro gli avanzi dispersi della sua superstizione giovanile che fosse necessario essere qualcuno di speciale. “Non bisogna essere nulla di
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speciale!” disse fra sé fieramente.
Gli parve una viltà non sapere fare a meno di quella falsa idea. “Abbiamo tutti degli eccessi in noi, – pensò con disprezzo. – Abbiamo in noi il morboso, lo spaventoso, la ritrosia, la malignità; ognuno di noi sarebbe capace di qualcosa che lui solo può fare; tutto questo non significa ancora niente!” Lo amareggiava l’ubbia che s’avesse il dovere di sviluppare lo straordinario invece di riassorbire quelle pericolose escrescenze, assimilarle organicamente e rinfrescare alquanto con esse il sangue borghese, diventato troppo tranquillo. Così egli pensava, e aspettava il giorno in cui musica e pittura non sarebbero state altro che una maniera elevata di divertirsi. Il desiderio di avere un figlio faceva parte di questi nuovi doveri; la smania, che lo aveva dominato in
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gioventù, di essere un Titano e un Prometeo ebbe poi come ultima conseguenza che egli abbracciò con una certa esagerazione l’opposta credenza: che prima bisogna essere come tutti gli altri; in quel periodo egli si vergognava di non avere bambini, ne avrebbe voluti cinque se Clarisse e le sue entrate l’avessero permesso, perché anelava a essere il centro di un caldo cerchio di vita, e s’augurava di superare ancora in mediocrità la grande mediocrità umana su cui si regge la vita, senza accorgersi della contraddizione contenuta in quel voto.
Ma, forse perché aveva meditato o dormito troppo prima di prepararsi a uscire e d’incominciare quel dialogo, adesso aveva il sangue alla testa e Clarisse capì subito perché voleva il suo libro, e questa finezza di accordo reciproco nonostante i dolorosi segni
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d’avversione lo commosse subito misteriosamente, cosicché la brutalità ebbe a scapitarne, e la sua semplicità andò di nuovo a farsi benedire.
- Perché non vuoi mostrarmi quel che leggi? Parliamo! – pregò intimidito.
- Non si può parlare! – sibilò Clarisse.
- Come sei esaltata! – esclamò Walter. Volle toglierle il libro di mano, ma Clarisse lo teneva stretto con tutte le sue forze. Dopo che ebbero lottato un poco, però, Walter si chiese: “Che cosa me ne faccio del libro?” e lasciò la presa. E così l’incidente avrebbe avuto termine, se Clarisse appena libera non si fosse di nuovo addossata al muro con tanta veemenza come se per schivare un pericolo incombente avesse dovuto penetrare a ritroso in una folta siepe. Ansava, era pallida e gli gridò con voce roca:
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- Invece di produrre tu qualche cosa vorresti perpetuarti in un figlio!
La sua bocca gli sputò in faccia quella frase come un fuoco velenoso, e Walter involontariamente ansimò di nuovo:
- Parliamo!
- Non voglio parlare, tu mi fai ribrezzo! – rispose Clarisse, tornando di colpo in possesso dei suoi mezzi vocali e sfruttandoli con tanta sicurezza di mira come se una pesante zuppiera di porcellana precipitasse a terra giusto fra i suoi piedi e quelli di Walter. Walter fece un passo indietro e la guardò stupefatto.
Le intenzioni di Clarisse non erano così malvagie. Ella aveva soltanto paura di cedere ancora una volta per bontà o per indolenza; allora Walter l’avrebbe subito legata a sé con fasce da neonato, e questo non doveva
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succedere, specialmente adesso che lei voleva giungere a una soluzione. La questione ormai era diventata “acuta”, questa parola, che Walter aveva usato per spiegarle perché la gente si sollevava, le stava nel cervello due volte sottolineata; perché Ulrich, che si ricollegava a Nietzsche per averle dato le sue opere come dono di nozze, si trovava dall’altra parte, quella contro cui era rivolta la punta aguzza nel caso che s’incominciasse; e Nietzsche or ora le aveva dato un segno, e se lei si era veduta in cima a un’alta montagna, che cos’è infine un’alta montagna se non un mucchio di terra che termina in punta? Erano dunque relazioni molto strane, che forse nessun altro avrebbe potuto decifrare e nemmeno a Clarisse parevano chiare; ma appunto per questo voleva mandar via Walter e restar sola. L’odio
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selvaggio che in quel momento le fiammeggiava nel volto non era serio e puro, ma invece era una cosa folle con incerta partecipazione del fisico, una “rabbia pianistica” come era frequente anche in Walter; e così fu che anch’egli, dopo aver per un poco fissato sbalordito la moglie, all’improvviso si coprì di pallore ritardato, digrignò i denti e in risposta alla dichiarazione “mi fai ribrezzo” gridò:
- Guardati dal genio! Proprio tu farai bene a guardarti!
Gridava ancor più forte di quanto avesse fatto lei, e l’oscura profezia parve a lui stesso raccapricciante perché, più forte di lui, gli era sfuggita dalla strozza, e a un tratto vide tutto nero davanti a sé come se si fosse prodotta un’eclissi.
Anche a Clarisse aveva fatto impressione.
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Ella non aprì bocca.
Certo un affetto che ha la forza di un’eclissi di sole non è una cosa tanto semplice, e comunque fosse venuto fuori, in esso era esplosa impensatamente, di colpo, la gelosia di Walter per Ulrich. Perché l’aveva chiamato genio? Certo per lui aveva il significato di presunzione che ignora quanto presto si fracasserà. Walter vide a un tratto vecchie immagini davanti a sé: Ulrich che veniva a casa in uniforme, il barbaro che aveva già intrighi con donne vere, mentre Walter sebbene più vecchio faceva ancora poesie alle statue marmoree dei parchi. Più tardi: Ulrich, che portava a casa nuove notizie sullo spirito dell’esattezza, della velocità, dell’acciaio; ma per l’umanista Walter anche quello era invasione
barbarica.
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Sempre Walter di fronte all’amico più giovane aveva sentito il disagio segreto di chi è più debole fisicamente e più privo d’intraprendenza, ma in pari tempo vedeva in sé lo spirito e in lui soltanto la volontà bruta. E sempre, rafforzando questo giudizio, v’era stato fra loro il rapporto: Walter commosso dalla bontà o dalla bellezza, Ulrich che crollava il capo. Tali impressioni rimangono. Se Walter fosse riuscito a leggere la pagina del libro che disputava a Clarisse, nella disgregazione ivi descritta, avrebbe riscontrato quella che sloggia dall’insieme la volontà di vita e la confina nei particolari, e niente affatto una condanna dei propri rimuginamenti artistici, come interpretava Clarisse; anzi si sarebbe persuaso che era una magnifica descrizione del suo amico Ulrich, a cominciare dalla valutazione
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eccessiva dei particolari, propria del moderno feticismo dell’esperienza, fino al prolungamento nell’Io di quello sfacelo barbarico, il che egli aveva chiamato “uomo senza qualità o qualità senza uomo”, e Ulrich nella sua megalomania aveva anzi approvato quella definizione. Tutto questo aveva voluto dire Walter con l’invettiva “genio”; giacché a parer suo se qualcuno aveva diritto di qualificarsi un’individualità solitaria era lui quello, eppure ci aveva rinunziato per ritornare alla naturale missione umana, e in questo sentiva di precorrere l’amico di un secolo intero. Ma mentre Clarisse al suo scherno opponeva il silenzio, egli pensava: “Se adesso pronunzia una sola parola in favore di Ulrich, io non lo sopporto!” e l’odio lo scuoteva come avrebbe fatto il braccio di Ulrich.
Nella sua smodata eccitazione egli vide se
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stesso prendere il cappello e fuggir via. Attraversava le strade di corsa senza vederle. Le case, nella sua fantasia, si piegavano al vento. Solo dopo un poco rallentò il passo e guardò in faccia la gente che gli veniva incontro. Quei visi che gli sorridevano sereni lo ammansarono. Ed ora, per quanto la sua coscienza fosse rimasta fuori di quella fantasia, volle raccontare a Clarisse quel che sentiva. Ma le parole gli brillavano negli occhi invece che in bocca. Come si può descrivere infatti la felicità di essere fra uomini e fratelli! Clarisse avrebbe detto che lui mancava di originalità. Ma la fiera autocoscienza di Clarisse aveva qualcosa di inumano, e lui non voleva più accontentarne le arroganti esigenze! Sentiva il desiderio dolorosissimo di essere rinchiuso con lei in un ordine invece di vagare nell’aperta follia
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dell’amore e dell’anarchia personale.
“In tutto ciò che si è e che si fa, e persino quando ci si trova in contrasto con altri, bisogna sentire un fondamentale impulso verso di loro”; così pressappoco avrebbe potuto risponderle. Perché Walter aveva sempre avuto fortuna con le persone; anche nella discussione queste erano attratte da lui e lui da loro, e così l’opinione un po’ piatta, che nella comunità umana risieda una forza compensatrice che premia il merito e finisce sempre per prevalere, era divenuta nella sua vita una convinzione salda. Gli venne in mente che vi sono persone che attirano gli uccelli; gli uccelli volano loro incontro senza paura, e spesso questa gente ha nell’aspetto qualcosa dell’uccello. Del resto egli riteneva che ogni essere umano ha un animale col quale è inesplicabilmente connesso. Questa
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teoria egli l’aveva elaborata tempo innanzi; non era scientifica, ma secondo lui i temperamenti musicali intuiscono molte cose che stanno al di sopra della scienza; e fin da bambino era persuaso che il suo animale era un pesce. I pesci avevano sempre avuto per lui una forte attrazione mista a terrore, e ad ogni inizio di vacanze erano come un’ossessione; egli stava per ore e ore in riva all’acqua, li pescava fuori del loro elemento e ne deponeva i cadaveri sull’erba accanto a sé, per finire con una ripugnanza che rasentava lo spavento. E i pesci in cucina erano una delle sue più antiche passioni. Le carcasse scarnificate venivano poste in un recipiente a barchetta verniciato di verde e di bianco come l’erba e le nuvole, e pieno d’acqua, dove gli scheletri, per un motivo dipendente dalle leggi che governavano il regno
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della cucina, dovevano rimanere finché il pranzo era pronto, e allora venivano gettate nella spazzatura; verso quel recipiente il ragazzo era misteriosamente attirato, vi tornava più volte con pretesti puerili e se gli chiedevano perché, perdeva l’uso della parola. Oggi forse avrebbe potuto rispondere che il fascino dei pesci sta nel fatto ch’essi non appartengono a due elementi ma a uno solo. Li vedeva di nuovo davanti a sé come li aveva contemplati sovente nello specchio delle acque profonde, e non si muovevano come lui sul suolo, al confine tra questo e un elemento vuoto (senza essere né qua né là a casa propria, pensava Walter, ruminando per tutti i versi quel pensiero; legato alla terra, con cui si ha in comune solo la breve superficie occupata dai piedi, e ritto con tutto il corpo in un’aria in cui non ci si
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potrebbe reggere e che si caccia via dal suo posto!); bensì li conteneva l’humus dei pesci, loro atmosfera, cibo e bevanda, loro paura dei nemici, loro fantomatico impulso amoroso, e loro tomba. Si muovevano nel mezzo che li muoveva, come all’uomo avviene soltanto in sogno o forse nello struggente desiderio di ritrovare la tenerezza protettrice del grembo materno, nostalgia che proprio allora stava venendo in voga.
Ma allora perché uccideva i pesci e li toglieva dal loro elemento? Ciò gli procurava un godimento sacro, inesprimibile! E non voleva sapere perché; lui, Walter, l’enigmatico! Ma Clarisse una volta non aveva chiamato i pesci “borghesi acquatici”? Sussultò, offeso. E mentre – nella condizione immaginaria in cui si trovava e appunto pensava a tutto questo -
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correva per le strade e guardava la gente che incontrava, s’era fatto un tempo bellissimo per pescare, vale a dire che non pioveva ancora, ma l’umidità cadeva dal cielo e le strade e i marciapiedi erano già scuri, com’egli notò solo allora. Adesso gli uomini che vi camminavano erano vestiti di nero, con cappelli duri ma senza colletto; Walter non se ne stupì, certo non erano borghesi, a quanto pareva uscivano da una fabbrica, camminavano in gruppi sparsi, e altri che non avevano ancora finito la giornata di lavoro sgattaiolavano come Walter più svelti in mezzo a loro, ed egli si sentiva molto felice, però quei colli nudi gli ricordavano qualcosa che gli dava fastidio ed era un po’ sospetto. E improvvisamente la pioggia sgorgò dal quadro; s’alzò un polverio di uomini, nell’aria balenò qualcosa di sventrato, di
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biancolucente; cadevano pesci; e al di sopra di tutto questo echeggiò il grido tremante, tenero, in apparenza non pertinente, di una voce sola che chiamava per nome un cagnolino.
Questi ultimi cambiamenti erano così indipendenti da lui che egli stesso ne rimase stupito. Non s’era accorto che i suoi pensieri sognavano e galoppavano attraverso le immagini con velocità inconcepibile. Alzò gli occhi e guardò il viso della giovane moglie ancora sconvolto dall’odio. Si sentiva molto incerto. Ricordò che aveva voluto spiegare minutamente un rimprovero; la sua bocca era ancora aperta. Ma non sapeva se fossero passati minuti, secondi o millesimi di secondo. Un po’ d’orgoglio però lo riscaldava, così come dopo un bagno gelato la pelle è percorsa da brividi ambigui; e voleva dire all’incirca:
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“Guardate di che cosa sono capace!” Ma nondimeno nello stesso momento si sentiva umiliato da quell’eruzione del sottosuolo; poc’anzi stava per dire che il sistema, l’autodisciplina, il saper essere la piccola parte d’un grande tutto valeva spiritualmente molto di più che l’anormalità, e adesso le sue convinzioni erano con le radici in su, e vi aderiva il fango del vulcano della vita! Perciò il sentimento più forte, dopo il suo risveglio, era in fondo lo sgomento. Gli sembrava certo che qualcosa di terribile stesse per accadergli. Quella paura non aveva un contenuto ragionevole; pensando ancora per immagini egli aveva soltanto l’impressione che Clarisse e Ulrich tentassero di strapparlo dal suo quadro. Raccolse i suoi pensieri per riscuotersi da quel sogno a occhi aperti e volle dir qualcosa che
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ricondusse a un discorso ragionevole il dialogo impedito dalla sua violenza; aveva già una frase sulla lingua, ma lo trattenne il dubbio che le sue parole giungessero in ritardo, che intanto a sua insaputa ci fossero stati altri detti e altri fatti, e all’improvviso, tornando indietro nel tempo, sentì Clarisse che gli diceva:
- Se vuoi uccidere Ulrich, uccidilo dunque! Tu hai troppa coscienza; un artista può fare della buona musica solo se non ha coscienza!
Per un tempo lunghissimo Walter non volle capire. A volte si capisce una cosa soltanto col darvi risposta, ed egli esitava a rispondere perché temeva di rivelare la propria assenza.
E in quell’incertezza capì, o si lasciò imporre la convinzione, che Clarisse aveva detto veramente ciò che era stato l’origine del suo preoccupante vaneggiamento. Era vero che
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Walter, se qualunque desiderio gli fosse stato lecito, spesso non ne avrebbe avuto altro che quello di veder morto Ulrich. Son cose che capitano non tanto di rado nelle amicizie, che non si sciolgono repentine come l’amore, quando toccano profondamente il valore della persona. E non c’era un’intenzione molto sanguinaria, giacché nel momento in cui immaginava Ulrich morto, tornava subito a galla, almeno in parte, l’antico affetto giovanile per l’amico perduto; e così come nel teatro l’inibizione borghese di fronte al delitto è rimossa da un grande sentimento fittizio, egli aveva quasi l’impressione che nel pensiero di una soluzione tragica fosse riservata una parte bella anche a colui che vi figurava come vittima. Si sentiva molto sereno, benché fosse pauroso e non potesse vedere il sangue. E pur
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desiderando sinceramente che l’orgoglio di Ulrich fosse una buona volta spezzato, non aveva mai fatto nulla a tale scopo. Ma i pensieri mancano originariamente di logica, per quanto si creda il contrario; solo la resistenza senza fantasia opposta dalla realtà attira l’attenzione sulle incoerenze del poema uomo. Forse dunque Clarisse aveva ragione dicendo che un eccesso di coscienza borghese può essere d’impedimento all’artista. E tutto ciò era anche in Walter, che guardava sua moglie irresoluto e riluttante.
Ma Clarisse ripeté con veemenza:
- Se egli ostacola l’opera tua, hai diritto di toglierlo di mezzo! – Aveva l’aria di trovare l’argomento interessante e divertente.
Walter volle tender le mani verso di lei. Le sue braccia erano come inceppate, ma tuttavia
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egli le venne vicino.
- Nietzsche e Cristo sono stati rovinati dalla loro mediocrità! – ella gli sussurrò all’orecchio. Tutto ciò era assurdo. Perché tirava in ballo Cristo? Che senso aveva dire che Cristo era stato rovinato dalla sua mediocrità? Simili confronti erano soltanto penosi. Eppure Walter sentiva ancor sempre che qualcosa di indicibilmente vivificante gli veniva dal moto di quelle labbra; era chiaro che la sua decisione duramente conquistata di unirsi alla maggioranza umana era continuamente combattuta da un’aspirazione violenta e repressa a una condizione fuor del comune.
Agguantò Clarisse con tutta la sua forza e le impedì di muoversi. Gli occhi di lei come due piccoli dischi gli stavan di fronte.
- Non so come possano venirti in mente
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simili idee! – egli ripeté parecchie volte, ma non ottenne risposta. E senza volerlo doveva averla stretta a sé perché Clarisse come un uccello gli avventò contro il viso le unghie delle sue dieci dita, impedendogli di avvicinare la faccia alla sua. “È impazzita!” si disse Walter. Ma non poteva lasciarla andare. Una bruttezza inesplicabile le si era distesa sul viso. Egli non aveva mai visto dei pazzi, ma pensò che dovevano avere quell’aspetto.
E improvvisamente gemette:
- Lo ami? – Non era un’osservazione molto originale, né veniva dibattuta per la prima volta fra loro; ma per non dover credere che Clarisse fosse malata preferiva accettare che amasse Ulrich, e forse influiva un poco su tale abnegazione il fatto che Clarisse, di cui egli aveva sempre ammirato finora la bellezza
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rinascimentale dalle labbra sottili, gli pareva brutta per la prima volta, e la cagione di questa bruttezza a sua volta poteva essere il fatto che il suo viso non era più teneramente protetto dall’amore per il marito, bensì rivelato dal volgare amore per il rivale. Complicazioni se ne offrivano in abbondanza e gli tremolavano fra il cuore e gli occhi, come qualcosa di nuovo, che aveva un significato tanto pubblico che privato; ma che lui pronunziando la frase “tu lo ami” gemesse in modo inumano, accadeva forse perché egli era già contagiato dalla pazzia di Clarisse e aveva un po’ di paura.
Clarisse si era svincolata pian piano, ma gli si avvicinò di nuovo spontaneamente e rispose più volte, come cantando:
- Non voglio un bimbo da te! Non voglio un bimbo da te! – E intanto lo baciò ripetutamente
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rapida e fugace.
E poi scomparve.
Aveva davvero anche detto: “Lui vuole un bimbo da me?” Walter non ricordava con sicurezza che l’avesse detto, ma ne udiva, se così si può dire, la possibilità. Stava davanti al pianoforte, pieno di gelosia e si sentiva alitar contro, da una parte sola, qualcosa di caldo e qualcosa di freddo. Erano i soffi del genio e della follia? O dell’indulgenza e dell’odio? O dell’amore e dell’intelligenza? Poteva immaginare di lasciar via libera a Clarisse e di deporre il proprio cuore sul suo cammino perché ella lo calpestasse, e poteva immaginare di annientare lei e Ulrich con parole di fuoco. Non sapeva se correre da Ulrich o mettersi a scrivere la sua sinfonia, dalla quale poteva esprimersi in quel momento la lotta eterna tra
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la terra e le stelle, o forse sarebbe stato ancor meglio calmare prima la sua agitazione fra le ondine della proibita musica wagneriana.
Lo stato indescrivibile in cui s’era trovato incominciava pian piano a dissolversi in queste riflessioni. Aprì il pianoforte, accese una sigaretta e mentre i suoi pensieri erravano sempre più lontano, le sue dita accennarono sulla tastiera l’ondeggiante musica corticale dell’incantatore sassone. E dopo qualche minuto di quella lenta distensione si persuase che sua moglie e lui s’erano trovati in stato di responsabilità; ma nonostante l’impressione penosa che ciò gli faceva, era certo che sarebbe stato inutile andare a cercar Clarisse per spiegarglielo, dopo così poco tempo. E all’improvviso gli venne voglia di essere fra la gente. Si cacciò in testa il cappello e andò in
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città per mettere in atto la sua prima intenzione e mescolarsi all’agitazione generale, se riusciva a trovarla. Per la strada gli sembrò di portarsi dietro tutto un esercito di demoni da lui guidato a rinforzo delle altre truppe. Ma salito in tram, ecco che la vita aveva il solito aspetto; che Ulrich dovesse trovarsi nel campo opposto, che il palazzo del conte Leinsdorf potesse esser preso d’assalto, che Ulrich fosse impiccato a un fanale, schiacciato contro i piedi della folla, o invece protetto e salvato, tutto tremante, da Walter, erano tutt’al più ombre fugaci sulla limpida regolarità del viaggio con prezzi stabiliti, fermate fisse segnali di campanello, con cui Walter, che ora respirava più tranquillo, si sentiva in armonia.
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119. Contromina e seduzione
IN quel periodo sembrava che gli eventi precipitassero verso una conclusione, e anche per il direttore Fischel, che
nella faccenda Arnheim aveva pazientemente perseverato nell’opera di contromina, venne l’ora della soddisfazione. Purtroppo a quell’ora la signora Klementine non era in casa e così egli dovette accontentarsi di entrare in camera di sua figlia Gerda, tenendo in mano un giornale di solito ben informato in materia di Borsa; si sedette su una poltrona comoda, puntò il dito su una breve notizia del quotidiano e chiese compiaciuto:
- Lo sai adesso, bimba mia, perché il
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finanziere filosofo soggiorna in mezzo a noi?
In casa non chiamava mai diversamente Arnheim, per far vedere che lui, da serio uomo d’affari, se la rideva dell’ammirazione delle sue donne per quel ricco chiacchierone. E sebbene l’odio non dia la chiaroveggenza, tuttavia una diceria di Borsa ha sovente ragione, e l’antipatia di Fischel per l’uomo lo aveva aiutato a integrare subito la notizia incompleta.
- Ebbene, lo sai? – ripeté; e cercò di dominare l’occhio della figlia col raggio di trionfo del proprio sguardo. – I campi di petrolio galiziani vorrebbe mettere sotto il controllo del suo gruppo industriale!
Con questo Fischel s’alzò, prese su il suo giornale come s’agguanta un cane per la collottola e lasciò la stanza perché gli era venuto in mente di telefonare a qualcuno per
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aver conferma. Gli pareva di aver sempre pensato quel che aveva letto or ora (come si vede, l’effetto delle notizie di Borsa è uguale a quello delle belle lettere) ed era contento di Arnheim, come se non ci si fosse potuto aspettare altro da un uomo tanto avveduto, e intanto dimenticava interamente d’averlo considerato finora un chiacchierone e nulla più. Non voleva darsi la pena di spiegare a Gerda il significato dell’informazione; ogni parola superflua avrebbe soltanto guastato l’eloquenza dei fatti. “I campi di petrolio galiziani voleva mettere sotto il controllo del suo gruppo industriale!” egli si ritirava col peso di quella frase laconica sulla lingua; e pensò ancora: “Chi sa aspettare ha tutto da guadagnare!”, che è una vecchia regola di Borsa la quale come tutte le verità della Borsa
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integra nel modo più giusto le verità eterne.
Appena fu uscito, l’effetto imprevisto si manifestò in Gerda; sino allora non aveva dato al padre la soddisfazione di mostrarsi colpita, o anche soltanto sorpresa, ma adesso spalancò in fretta l’armadio, prese cappello e soprabito, si riordinò davanti allo specchio la veste e i capelli, rimase seduta alla toletta ed esaminò incerta il proprio viso. Aveva preso la decisione di correre da Ulrich. Era accaduto nel momento in cui, ascoltando la comunicazione del padre, aveva pensato che la notizia doveva esser data a Ulrich il più presto possibile, giacché ella conosceva abbastanza l’ambiente di Diotima per capire quanto era importante per Ulrich quell’informazione. E appena presa la risoluzione le sembrò che i suoi sentimenti si mettessero in moto come una massa che è
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rimasta a lungo sospesa; finora ella si era imposto di fare come se avesse dimenticato l’invito di Ulrich ad andare a trovarlo, ma appena nell’oscuro complesso dei suoi sentimenti i prossimi incominciarono a muoversi lentamente, ecco urgere anche nei più lontani una premura, una spinta inarrestabile, ed ella non sapeva decidersi, la decisione però era già presa, suo malgrado.
“Egli non mi ama!” pensò Gerda osservando nello specchio il suo viso che negli ultimi giorni si era ancor più affilato. “E non può amarmi, con questa faccia!” soggiunse stancamente. Ma subito riprese con protervia: “Non ne è degno! è tutta una mia costruzione!”
Un profondo scoramento la vinse. Gli avvenimenti dell’ultimo periodo l’avevano consumata. Le parve che essi attraverso gli
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anni avessero attentamente complicato qualcosa che era estremamente semplice. E Hans con le sue tenerezze puerili le logorava i nervi; lo trattava bruscamente e talvolta anche con disprezzo, ma Hans rispondeva ancor più bruscamente, come un ragazzo che minaccia di farsi del male, e quando lei era costretta a calmarlo, lui di nuovo l’abbracciava e la carezzava come un fantasma, il che le scarniva le spalle e le offuscava la pelle. Con tutti quei tormenti Gerda aveva fatto punto fermo quando aprì l’armadio per tirar fuori il cappello, e l’angoscia davanti allo specchio finì così, che ella si alzò e si precipitò via senza essersi affatto liberata da quell’angoscia.
Quando Ulrich la vide entrare, capì tutto; Gerda si era anche coperto il viso con un velo, come Bonadea nelle sue visite clandestine.
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Tremava da capo a piedi e cercava di nasconderlo sotto una falsa disinvoltura che appariva invece comica rigidità.
- Son venuta da te perché mio padre mi ha dato un’informazione molto importante, – ella disse.
“Strano! – pensò Ulrich, – ecco che tutt’a un tratto mi dà del tu!” Quel “tu” forzato lo irritò, e per non lasciarlo scorgere cercò di spiegare a se stesso che il contegno irragionevole di Gerda aveva lo scopo di togliere alla sua visita il carattere di una fatalità e anzi ogni significato particolare per farne un episodio normale, solo un po’ ritardato; da questo bisognava trarre la conclusione opposta, cioè che i propositi della ragazza giungevano evidentemente fino all’estremo.
- È un pezzo che ci diamo del tu, solo non
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l’abbiamo mai detto in parole, perché ci siamo sempre sfuggiti l’un l’altro! – dichiarò Gerda che per la strada aveva premeditato la scena ed era preparata allo stupore di Ulrich.
Ma Ulrich tagliò corto, perché le cinse le spalle col braccio e la baciò. Gerda cedette come una candela molle. Il suo respiro, le sue mani tese verso di lui, erano quelli di una incosciente. In quel momento egli fu preso dalla crudeltà del seduttore, irresistibilmente attratto dall’indecisione di un’anima che è trascinata dal proprio corpo come un prigioniero dagli sbirri che l’hanno acciuffato. Il fioco chiarore del pomeriggio d’inverno entrava dalle finestre nella stanza che s’andava oscurando, e in uno di quei chiari ritagli stava Ulrich e teneva la fanciulla tra le braccia; la testa risaltava gialla e netta sul morbido cuscino di luce, e il colore
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del viso era così oleoso che Gerda in quel momento sembrava quasi una morta. Lentamente egli la baciò su tutta la superficie scoperta fra i capelli e il vestito, e nel far così dovette vincere un lieve ribrezzo, fino al contatto con le labbra di lei che vennero incontro alle sue facendogli venire in mente i braccini gracili con cui un bambino cinge il collo di un adulto. Pensò al bel volto di Bonadea che sotto l’impero della passione ricordava una colomba le cui piume s’arricciano tra gli artigli di un uccello di rapina, e alla grazia statuaria di Diotima ch’egli non aveva goduto; invece della bellezza che quelle due donne gli volevan donare, s’offriva al suo sguardo la faccia smarrita e brutta di Gerda, stravolta dalla passione.
Gerda però non rimase a lungo in quello
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stato di lucido deliquio. Aveva creduto di chiudere gli occhi solo per un istante, e mentre Ulrich le baciava il viso fu per lei come il dimorar delle stelle nell’infinità dello spazio e del tempo, così che ella non ne ebbe nessuna impressione di limite e di durata, ma al primo allentarsi della stretta di lui si svegliò e si rimise in piedi da sola. Erano i primi baci di passione vera, non soltanto simulata e immaginaria, che ella aveva dato e, lo sentiva, anche ricevuto; e la risonanza in tutto il suo corpo fu così immensa come se già quell’attimo l’avesse resa donna. Quel processo però somiglia molto all’estrazione di un dente; benché dopo vi sia meno corpo di prima, si ha la sensazione di una maggior compiutezza, perché un motivo d’inquietudine è definitivamente rimosso; e quando quella corda
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ebbe vibrato anche in lei, Gerda si raddrizzò piena di fresca risolutezza.
- Non mi hai ancora chiesto che cosa son venuta a dirti! – rinfacciò all’amico.
- Che mi ami! - replicò Ulrich un po’
smontato.
- No, che il tuo amico Arnheim inganna tua cugina; si finge innamorato ma ha ben altre intenzioni!
- E Gerda gli riferì la scoperta del babbo.
A Ulrich quella notizia nella sua semplicità fece molta impressione. Sentiva il dovere di mettere in guardia Diotima che, spiegate le ali dell’anima, volava verso una ridicola delusione. Perché nonostante la soddisfazione maligna con la quale egli si rappresentava il quadro, aveva pietà della bella cugina. Predominava però l’affettuosa ammirazione per papà Fischel,
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e quantunque Ulrich fosse in procinto di dargli un grosso dispiacere, riconosceva sinceramente la sua sicura intelligenza commerciale, all’antica, adorna di belle convinzioni, che era riuscita a scoprire con tanta semplicità il segreto di un gran cervello moderno.
L’umore di Ulrich s’era quindi distratto dai teneri appelli che la presenza di Gerda gli rivolgeva. Si stupì di aver potuto pensare, solo pochi giorni prima, alla possibilità di aprire il suo cuore a quella ragazza; “e Hans, – pensò, – questa immagine viziosa di due angeli smaniosi d’amore la chiama scavalcare la seconda muraglia!” e godette mentalmente, come accarezzandola con le dita, la superficie dura e meravigliosamente liscia della forma semplice e sobria che la vita assume oggigiorno grazie agli sforzi intelligenti di Leo Fischel e dei suoi
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compagni.
Così la sua unica risposta fu: – Tuo padre è straordinario!
Gerda, compresa dell’importanza della sua notizia, s’aspettava ben altro; non sapeva che cosa, ma doveva essere un po’ come il momento in cui tutti gli strumenti di un’orchestra squillano e vibrano, e l’indifferenza che Ulrich parve di colpo opporle le ricordò con dolore che lui si era sempre atteggiato a difensore del mediocre, dell’ordinario, del positivo. Sebbene avesse cercato di convincersi che era soltanto una forma ruvida d’approccio amoroso, e ne trovava l’esempio anche nella propria anima di fanciulla, adesso “che già si amavano”, com’ella diceva fra sé con formula un po’ infantile, una disperata chiarezza l’ammoniva che l’uomo al quale ella dava tutto non la prendeva
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abbastanza sul serio. Tornò a perdere una buona porzione della sicurezza acquistata, ma d’altra parte quel non esser presa sul serio le era meravigliosamente gradevole; sopprimeva tutti gli sforzi che il mantenimento in vita della sua relazione con Hans esigeva, e che Ulrich potesse lodare suo padre ella in verità non lo capiva, ma le pareva che ristabilisse un certo ordine da lei violato con l’offendere il babbo per via di Hans. Quella blanda sensazione di un ritorno un po’ eccezionale in seno alla famiglia, che il suo passo falso le procurava, la frastornò tanto che ella oppose al braccio di Ulrich una mite resistenza e disse all’amico:
- Prima cerchiamo fra noi un’intesa umana; il resto verrà da sé! – Queste parole facevan parte di un “programma d’azione comune”, e per il momento eran tutto quel che restava di
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Hans Sepp e del suo circolo.
Ulrich però le cinse di nuovo le spalle, perché dopo aver udito la notizia su Arnheim sentiva che si preparava per lui qualcosa d’importante, ma prima bisognava concludere quell’avventura con Gerda. Non aveva altra sensazione se non quella che era estremamente sgradevole dover fare tutti i gesti necessari, e perciò rimise subito intorno alla spalla di Gerda il braccio che ella aveva respinto, ma questa volta con il muto linguaggio che senza violenza e più eloquentemente d’ogni parola avverte che ogni resistenza è vana. Gerda sentiva fin giù per la schiena la virile risoluzione di quel braccio; aveva chinato la testa e si guardava ostinatamente le ginocchia come se avesse lì raccolti in un grembiule tutti i pensieri mediante i quali voleva “cercare l’intesa
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umana” con Ulrich; ma sentiva il proprio viso farsi sempre più vacuo e più stupido, e infine si sollevò come una tazza vuota e si trovò con gli occhi negli occhi del seduttore.
Egli si chinò e coperse quel viso di prepotentissimi baci, che misero in subbuglio la carne. Gerda si alzò senza volontà e si lasciò condurre. Eran solo dieci passi per andare nella stanza da letto di Ulrich e la ragazza s’appoggiava come un malato o un ferito grave. I piedi si muovevano come l’uno estraneo all’altro, benché ella non si facesse trascinare ma procedesse volontariamente. Mai Gerda aveva provato un simile senso di vacuità insieme all’agitazione; le sembrava di aver perso tutto il sangue, era diaccia, passò davanti a uno specchio che pareva riflettere la sua immagine a grande distanza, tuttavia vide
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che la sua faccia era scarlatta con chiazze bianche. E a un tratto, così come durante un infortunio spesso si notano con eccezionale sensibilità molti fatti simultanei, ella vide intorno a sé la camera da letto maschile con tutti i suoi particolari. Le venne in mente che forse con un po’ più di accortezza e di calcolo, avrebbe potuto entrar lì in qualità di moglie; ne sarebbe stata molto felice, ma cercò parole per dire che lei non perseguiva vantaggi, voleva soltanto donarsi; ma le parole non le trovò, disse fra sé: “È necessario!” e si sbottonò il colletto del vestito.
Ulrich l’aveva lasciata andare; non sapeva risolversi a darle il tenero aiuto dell’amore mentr’ella si spogliava, rimase in disparte e si tolse in fretta i propri vestiti. Gerda scorse il corpo gagliardo dell’uomo, sottile e diritto, nel
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suo equilibrio di forza e bellezza. Con sgomento s’accorse che il proprio corpo, sebbene ancora coperto dalla sottoveste, si accapponava tutto. Cercò di nuovo parole per trarsi da quella condizione troppo pietosa. Voleva dir qualcosa che facesse di Ulrich il suo amante in un modo che immaginava confusamente, in un dissolvimento infinitamente dolce, per giungere al quale non occorreva far nulla di quel che lei stava per fare. Era meraviglioso quanto indistinto. Per un attimo si vide con lui in un campo sterminato di candele che eran piantate nel terreno come file di viole del pensiero e a un segno s’infiammarono tutte ai loro piedi. Ma poiché non era capace di dire una sola parola si sentiva disastrosamente brutta e miserevole, le braccia le tremavano, non era capace di finir di spogliarsi e le sue labbra esangui si
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serrarono per non agitarsi sinistramente senza parole.
Ulrich allora, vedendo il suo tormento, e il pericolo che andasse a monte l’impresa con tanta fatica condotta sin lì, le venne vicino e le sciolse la spallina; Gerda sgusciò nel letto come un ragazzo. Per un attimo Ulrich vide il guizzo d’un giovane corpo nudo che con l’amore aveva tanto poco da fare quanto il luccichio d’un pesce. Immaginò che Gerda si fosse decisa a superare il più presto possibile un avvenimento ormai inevitabile, e mentre la seguiva gli balenò alla mente che l’appassionata penetrazione nel corpo altrui è la prosecuzione del gusto infantile per i nascondigli segreti e proibiti. Le sue mani incontrarono la pelle della ragazza, ancora irruvidita dalla paura, e lui stesso ne fu spaventato invece che attratto. Non gli piaceva
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quel corpo metà già floscio e metà ancora immaturo; i suoi atti gli parvero assurdi e sarebbe saltato volentieri dal letto per darsi a quella fuga a impedir la quale egli chiamava a raccolta tutti i pensieri capaci di soccorrerlo. Così si ripeté con fretta disperata tutti i pretesti oggi correnti per comportarsi senza serietà, senza fede, senza scrupolo e senza soddisfazione; e nell’abbandonarvisi supinamente trovò non certo la commozione dell’amore bensì una semi-demenza, qualcosa che ricordava un macello, un delitto sessuale, o, se ciò esiste, un suicidio sessuale, insomma cadde in preda ai demoni del vuoto che stanno dietro tutte le immagini della vita.
Per una misteriosa associazione d’idee, la sua condizione attuale gli ricordò a un tratto la lotta notturna con i due manigoldi, e questa
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volta voleva esser più pronto, ma proprio in quel momento incominciò qualcosa di spaventoso. Gerda aveva trasformato in volontà tutto ciò a cui poteva fare appello dentro di sé, per reprimere la sua abietta paura; le sembrava di esser condannata a morte, e nell’istante in cui Ulrich le fu accanto in insolita nudità e la sfiorò con le mani, il suo corpo scagliò lontano tutta la volontà faticosamente raccolta. Laggiù in fondo al petto sentiva ancora un’immensa amicizia, un desiderio tenero e tremante di abbracciare Ulrich, di baciargli i capelli, di seguire con le labbra la voce di lui, e si figurava che se avesse toccato il vero esser suo si sarebbe liquefatta come un po’ di neve in una mano calda; ma quello era un Ulrich che, vestito come al solito, si muoveva nelle cognite stanze della casa paterna, e non quest’uomo
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nudo di cui ella indovinava l’ostilità e che non prendeva sul serio il suo olocausto, pur non lasciandola rientrare in sé. E a un tratto Gerda si accorse di gridare. Come una nuvoletta, come una bolla di sapone un grido fluttuò nell’aria, e altri lo seguirono. Erano piccoli gridi emessi dal petto, come se ella lottasse con qualche cosa, un pianto da cui si arrotondavano e si staccavano tanti limpidi “ih” Le sue labbra s’inarcavano mobili ed erano bagnate come in una voluttà mortale, ella volle balzar su ma non poté sollevarsi, gli occhi non le obbedivano e facevan cenni cui lei non consentiva. Gerda chiedeva pietà, come un bimbo che sta per ricevere un castigo o per essere condotto dal medico, e non può fare un passo perché è squassato e lacerato dagli urli. Aveva portato le mani all’altezza dei seni e
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minacciava Ulrich con le unghie, mentre stringeva convulsamente le lunghe cosce. Quella ribellione del suo corpo contro lei stessa era spaventevole. Le dava esattamente l’impressione d’un teatro, ma era sola e derelitta nella platea vuota e non poteva impedire che si recitasse con grida e violenze il suo destino, e anzi involontariamente recitava anche lei.
Ulrich fissava con orrore le piccole pupille negli occhi velati, da cui lo sguardo usciva singolarmente rigido, e osservava avvilito gli strani movimenti in cui s’intrecciavano desiderio e divieto, passione e apatia in maniera inesprimibile. Fugacemente colpì il suo occhio l’impressione della pallida pelle bionda, con la peluria nera che, dove s’infoltiva in superficie più vasta, diventava rossa. Aveva
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finito per capire che si trattava di un attacco isterico, ma non sapeva come curarlo. Temette che le grida orribilmente penose potessero divenire ancora più alte. Si ricordò che un violento rabbuffo poteva in certi casi spezzare l’attacco, e anche un colpo improvviso. L’imponderabile quid di evitabilità che era contenuto nello spaventoso episodio gli suggerì l’idea che un uomo più giovane forse avrebbe cercato di sforzare tuttavia Gerda. “Forse così tutto sarebbe risolto, – pensò. – Forse bisognerebbe non dargliela vinta alla scioccherella, dopo che è arrivata a questo punto!” Non fece nulla di simile, ma quei pensieri irritanti s’incrociavano nella sua mente, perché involontariamente e incessantemente egli sussurrava a Gerda parole di conforto, prometteva che non le
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avrebbe fatto niente, le assicurava che niente era ancora accaduto, le chiedeva perdono, e tutta quella loppa di parole ammucchiata nella paura gli parve così indegna e ridicola che dovette lottare contro la tentazione di prender su una bracciata di guanciali e con questi soffocare la bocca che emetteva quei suoni inarrestabili.
Finalmente l’attacco cadde da solo e il corpo s’acquetò. Gli occhi della ragazza s’inumidirono, ella s’alzò a sedere sul letto, i piccoli seni pendevano stanchi sul corpo non ancora invigilato dalla coscienza, e Ulrich tirando un lungo respiro di sollievo sentì ancora una volta ribrezzo per la non umanità, l’esclusiva corporeità della vicenda che aveva dovuto affrontare. Poi in Gerda ritornò la coscienza normale; nei suoi occhi si aprì
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qualcosa, così come uno ha già gli occhi aperti da un po’ senza essersi ancora destato dal sonno; per un secondo guardò fisso davanti a sé senza capire, poi s’accorse d’essere nuda, vide Ulrich e il sangue le tornò in viso a ondate. Ulrich non trovò di meglio che ripeterle le parole già bisbigliate; l’abbracciò, se la strinse al petto consolandola e la pregò di non pensar più all’accaduto. Adesso Gerda era di nuovo nella condizione in cui l’attacco l’aveva sorpresa, ma tutto le sembrava stranamente abbandonato e sbiadito; il letto disfatto, il suo corpo svestito fra le braccia d’un uomo che parlava senza posa e i sentimenti che l’avevano condotta fin lì: sapeva bene che cosa significava, ma sapeva anche che nel frattempo era avvenuto qualcosa di orrendo, di cui si ricordava solo vagamente e controvoglia; e,
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sebbene non le sfuggisse che la voce di Ulrich adesso era più affettuosa, pensò che doveva essere perché lui ora la considerava una malata, e del resto l’aveva resa malata lui, ma tutto le era indifferente, e lei non aveva altro desiderio che andarsene via di lì senza dover dire una parola. Reclinò il viso e spinse via Ulrich, cercò a tastoni la camicia e se l’infilò dal capo come un bambino o come una persona a cui non importa più nulla di sé. Ulrich l’aiutò. Le mise anche le calze, e a lui pure sembrava di vestire un bambino. Gerda barcollava quando si rimise in piedi. Il ricordo le ripeteva con quali sentimenti aveva lasciato la casa paterna, dove ora ritornava. Sapeva di non aver sostenuto la prova ed era profondamente infelice e umiliata. Non rispose una parola a tutto quel che Ulrich diceva. Lontano, lontanissimo dal presente, le
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venne alla memoria che lui una volta aveva detto scherzosamente di sé che la solitudine lo spingeva a commettere eccessi. Non gli serbava rancore. Soltanto voleva non sentirlo parlare mai più.
Egli le offrì di andare in cerca di una carrozza, lei scosse soltanto il capo, si calcò il cappello sulle chiome scomposte e uscì senza guardarlo. Vedendola partire, col velo ora in mano, Ulrich ebbe l’impressione di restar lì come un ragazzo; non avrebbe dovuto lasciarla andare in quello stato, ma non gli venne in mente nulla per trattenerla, e lui stesso, avendola dovuta aiutare, era ancor mezzo svestito, il che dava anche alla sua preoccupazione qualcosa di incompiuto, come se fosse necessario rivestirsi prima di poter
decidere sul da farsi.
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120. L’Azione Parallela suscita tumulti
QUANDO Walter arrivò in centro, c’era qualcosa nell’aria. La gente
non appariva diversa dal solito,
veicoli e tranvie circolavano come sempre; forse qua e là si vedeva un movimento inconsueto, ma si scioglieva prima che lo si potesse bene osservare: eppure ognuno pareva provvisto di un piccolo segno distintivo dalla punta rivolta in una data direzione, e appena Walter ebbe fatto qualche passo sentì quel segno anche su di sé. Seguì la corrente, e gli pareva che l’impiegato della Sovrintendenza artistica e anche il pittore e musicista, persino il
tormentato marito di Clarisse fossero sostituiti
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da una persona che non si trovava in nessuna di quelle definite condizioni; anche le strade con la loro animazione e le case sovraccariche e pompose si trovavano come lui in uno “stato preparatorio”, com’egli lo definì fra sé, perché gli dava all’incirca l’impressione di un cristallo le cui facce cominciano a sciogliersi e a ritornare in uno stato precedente.
Conservatore qual era quando si trattava di rinnegare le innovazioni dentro di sé, era poi pronto a condannare il presente, e quella dissoluzione dell’ordine, che fiutava, lo mise di buon umore. La gente che incontrava numerosa gli ricordava il suo sogno; essi davano un’impressione di frettolosa irrequietezza; e una solidarietà, che gli parve molto più spontanea di quella solita creata dalla ragione, dalla morale e dalla prudenza,
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faceva di loro una comunità libera e sciolta. Pensò a un gran mazzo di fiori da cui s’è tolto il filo che lo lega, così che s’apre senza però disfarsi; e pensò a un corpo liberato dagli abiti, così che vien fuori la nudità sorridente che non ha parole né sa che farsene. Ma quando, camminando più in fretta, s’imbatté in un folto gruppo di poliziotti pronti all’occorrenza, nemmeno quello gli diede fastidio, anzi la vista lo entusiasmò, come un accampamento che aspetta l’allarme, e con le infinite mostrine rosse, i cavalieri appiedati e i movimenti di truppe che vanno e vengono eccita bellicosamente i sensi.
Dietro quello sbarramento, benché non fosse ancor chiuso, Walter notò subito il quadro più oscuro delle strade; non si vedevano quasi donne per via, e anche le
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uniformi multicolori di ufficiali a passeggio che di solito animavano quei paraggi, erano state ingoiate dalla dominante perplessità. Come lui, però, molta gente andava verso il centro; e l’impressione prodotta dal loro andare era adesso diversa dal solito; faceva pensare alla pula e ai residui che una forte raffica di vento porta con sé. Presto vide formarsi i primi gruppi, che non parevano tenuti insieme soltanto dalla curiosità, ma anche dall’indecisione, se seguire l’insolito stimolo o tornare indietro.
Alle sue domande Walter ottenne risposte diverse. Gli uni rispondevano che si trattava di una grande manifestazione di fedeltà allo Stato, gli altri credevano di sapere che la dimostrazione fosse contro certi patrioti troppo attivi, e altrettanto divise erano le opinioni nel
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quesito se l’agitazione generale fosse un’agitazione del popolo tedesco contro la mollezza del governo che favoriva le pretese slave, e questa era l’opinione dei più, o fosse invece di solidarietà col governo e invitasse tutti i cacanesi benpensanti a dichiararsi contro le continue sommosse. Erano tutti lì per caso come lui, e Walter non apprese niente che non avesse già sentito raccontare all’ufficio, ma un umore ciarliero che non poteva padroneggiare lo spingeva a far sempre nuove domande. E sia che le persone a cui s’accostava rispondessero che non sapevano neppure loro che cosa stesse succedendo, sia che ridessero e scherzassero anche sulla propria curiosità, man mano che procedeva egli udiva tutti concludere sempre più concordi, sempre più seriamente che qualcosa doveva
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una buona volta accadere, quantunque nessuno fosse disposto a spiegargli che cosa. E andando avanti osservò con sempre maggior frequenza sulle facce dei presenti un’eccitazione che irragionevolmente traboccava sommergendo la ragione; sembrava che già non importasse nulla quel che avveniva nel luogo dove tutti affluivano, bastava che fosse qualcosa d’insolito per metterli tutti fuori di sé. E sebbene quell’“andar fuori di sé” sia da intendersi solo nel senso letterale molto attenuato di una comune leggera eccitazione, s’indovinava una lontana affinità con certi stati ormai dissueti di estasi e di trasfiguramento, come una crescente inconsapevole tendenza a non capir più negli abiti e nella pelle.
E Walter, scambiando supposizioni e parlando di cose che poco gli si addicevano, si
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unì agli altri, che da gruppi fluttuanti e passanti indecisi s’ordinarono in corteo e si mossero verso il supposto teatro degli avvenimenti, e senza precise intenzioni aumentavano a vista d’occhio di numero e di potenza. Ma tutto ciò rammentava ancora una frotta di conigli che frullano intorno alla tana pronti a cacciarvisi dentro, quando dalle prime file, che non si vedevano, fino alle ultime si propagò un’agitazione più precisa. Un gruppo di studenti o di altri giovani, che aveva già fatto qualcosa e veniva “dal campo di battaglia”, s’era scontrato lassù con la folla; si udì un vociare che non si capì, messaggi incompleti e ondate di muta eccitazione corsero dalla testa alla coda del corteo e ciascuno, secondo la propria natura e ciò che aveva capito, sentì sdegno o paura, voglia di menar le mani o
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scrupolo morale; dopo di che tutti si buttarono avanti nella disposizione d’animo in cui erano indotti da quei sentimenti assai comuni che in ognuno apparivano diversi, ma, nonostante la propria posizione dominante sulla coscienza, significavano così poco, da confluire tutti in una forza viva comune, che agiva più sui muscoli che sul cervello.
Anche Walter, che adesso era al centro del corteo, ne fu contagiato, e si trovò tosto in uno stato di vacuità e di commozione che somigliava al primo stadio dell’ubriachezza. Non si sa bene come avvenga quel mutamento che in certe circostanze trasforma degli uomini coscienti in una massa consenziente, capace di qualunque eccesso nel bene come nel male, e incapace di ragionare, anche quando gli uomini di cui è formata non han coltivato nulla nella
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vita quanto la misura e la ponderatezza. Probabilmente l’orgasmo di una folla che non ha sfogo per i suoi sentimenti si butta per bisogno di distensione verso ogni sbocco che si apra improvviso, e naturalmente saranno soprattutto i più sensibili, i più impressionabili, i meno resistenti – vale a dire gli eccessivi, capaci di improvvise violenze o di sublimi magnanimità – quelli che daranno l’esempio e apriranno la strada; essi rappresentano nella massa i punti di minor resistenza, ma il grido che più che partir da loro passa attraverso loro, il sasso che si trovano in mano, il sentimento a cui danno sfogo sbarazzano la strada sulla quale gli altri, che hanno stimolato reciprocamente fino all’intollerabile la generale eccitazione, si precipitano senza riflettere; ed essi danno alle azioni di coloro che li
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circondano l’aspetto di un’azione di massa che tutti percepiscono metà come violenza e metà come liberazione.
In questi eccitamenti, che si possono osservare altrettanto bene negli spettatori di una gara di lotta o negli ascoltatori di un discorso, non importa tanto analizzare come si scatenano quanto domandarsi a quali cause risalga la disposizione ad essi, perché se il senso della vita fosse in ordine lo sarebbe anche la sua mancanza di senso, e non dovrebbe essere accompagnato dal fenomeno dell’imbecillità. Questo Walter lo sapeva meglio di un altro e aveva in mente non poche proposte di miglioramenti che tutte ora volevano venir fuori, sicché egli, con un senso di nausea, opponeva resistenza a quel travolgimento che tuttavia lo entusiasmava. In
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una schiarita della coscienza pensò a Clarisse. “È bene che non sia qui! – si disse. – Non resisterebbe a questa pressione!” Ma nello stesso momento un dolore pungente interruppe quel pensiero; aveva ricordato la nettissima impressione di follia che Clarisse gli aveva dato. Pensò: “Forse sono pazzo io stesso, perché non me ne son mai accorto!” Pensò: “Lo diventerò presto, seguitando a vivere con lei!” Pensò: “non lo credo!” Pensò: “ma è così di certo!” Pensò: “il suo caro viso fra le mie mani si è irrigidito in un’orribile grinta!” Ma non poteva più pensare chiaramente, perché disperazione e sconforto accecavano la sua coscienza. Sentiva soltanto che nonostante quel dolore era incomparabilmente più bello amare Clarisse che correr dietro alla dimostrazione, e sfuggendo all’angoscia si cacciò più addentro
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nella fila dove marciava.
Per un’altra via intanto Ulrich era giunto al palazzo del conte Leinsdorf. Quando entrò nel portone, c’erano nell’andito due sentinelle e nel cortile era accampato un forte picchetto di polizia. Sua Signoria lo salutò tranquillo ed era già informato di essere il bersaglio dell’ira popolare.
- Devo fare una ritrattazione, – dichiarò. – Una volta le dissi che se molta gente è favorevole a un’idea si può essere abbastanza certi che ne uscirà qualcosa di buono. Questo naturalmente ha delle eccezioni!
Poco dopo Ulrich venne su il maggiordomo e portò la notizia giunta nel frattempo che la folla in corteo si avvicinava al palazzo; e nella sua prudenza e inquietudine chiese se si dovevano sbarrare porte e finestre. Sua Signoria scosse il
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capo.
- Ma che cosa le viene in mente! – decise con bonarietà. – Quelli sarebbero ben contenti se noi avessimo l’aria di aver paura! E poi ci sono tutte le guardie mandate dalla polizia! Rivolto a Ulrich disse però in tono risentito: – Fracassino pure i vetri! L’ho sempre detto che con le persone intelligenti non si conclude nulla!
Sembrava travagliato da un profondo rancore che nascondeva sotto una calma dignitosa.
Ulrich stava affacciato alla finestra quando il corteo arrivò. Era fiancheggiato da poliziotti che cacciavan via i non partecipanti sollevati come nuvole di polvere dalla marcia serrata. Qua e là c’era un veicolo già incagliato, e vi scorreva intorno l’imperiosa fiumana in nere
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ondate a perdita d’occhio, orlate dalla spuma danzante delle facce chiare. Quando la testa del corteo avvistò il palazzo, parve che un ordine rallentasse la marcia, un’onda di stupore corse all’indietro, le file sopraggiungenti si incunearono le une nelle altre, e si ebbe un quadro che per un momento fece pensare a un muscolo che si inspessisce prima del colpo. L’istante dopo quel colpo vibrò nell’aria, e fu abbastanza strano, perché era un grido d’indignazione e si videro le bocche aperte prima di udire il suono. A ripetizione le facce scattavano nel momento in cui comparivano sullo spiazzo, e poiché le grida dei più lontani erano coperte da quelle dei più vicini, guardando laggiù si poteva veder sempre ricominciare quello spettacolo muto. Il conte Leinsdorf, che per un momento s’era affacciato
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alle spalle di Ulrich, disse con gran serietà:
- Le fauci del popolo! – quasi fosse una frase immutabile come “il pane quotidiano” – Ma che cosa gridano, poi? Con questo fracasso io non capisco niente.
Secondo Ulrich gridavano soprattutto “uh, uh!”
- Sì, ma c’è qualche altra parola?
Ulrich non gli disse che in mezzo alla cupa cantilena degli “uh!” si distingueva frequentemente il grido chiaro e disteso “abbasso Leinsdorf!”; gli parve anche di sentire, fra le acclamazioni della Germania, qualche “evviva Arnheim!” ma non ne era sicuro perché il vetro spesso della finestra attutiva i suoni.
Ulrich era venuto lì appena Gerda se n’era andata, sentendo il bisogno di comunicare almeno al conte Leinsdorf la notizia che
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comprometteva Arnheim al di là di ogni aspettazione; ma finora nulla gli era uscito dalle labbra. Guardava nell’oscuro ondeggiamento della piazza, e un ricordo del suo servizio militare lo colmò di disprezzo. “Con una compagnia di soldati si spazzerebbe via tutta questa gente!” pensò. Gli pareva di vedere la scena, come se tutte quelle ghigne minacciose fossero una sola bocca schiumante nella cui terribilità s’insinuasse a un tratto il terrore; gli orli si afflosciavano tremuli, le labbra ricadevano dubitose sui denti; e di colpo la sua fantasia trasformò la nera folla bieca in un branco di polli messi in fuga dal cane! Questo avvenne dentro di lui, come se tutto il male vi si fosse concentrato e indurito ancora una volta, ma l’antica soddisfazione di osservare la ritirata dell’uomo mosso da ragioni
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morali davanti a quello facinoroso e insensibile era come sempre una sensazione a doppio taglio.
- Che cos’ha? – chiese il conte Leinsdorf che passeggiava in su e in giù dietro le spalle di Ulrich e da un suo strano movimento aveva avuto davvero l’impressione che questi si fosse ferito con un’arma tagliente, cosa di cui non v’era la minima possibilità; e poiché non otteneva risposta si fermò, scosse il capo, e disse:
- Infine non dobbiamo dimenticare che la generosa deliberazione con la quale Sua Maestà ha donato al popolo un certo diritto di interloquire nei propri affari è ancora abbastanza recente; e quindi è comprensibile che non si veda dappertutto quella maturità politica che sarebbe degna della fiducia
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concessa da così magnanimo sovrano! Mi pare di averlo detto fin dalla prima seduta!
Dopo questo discorso, Ulrich rinunziò all’idea di comunicare a Sua Signoria o a Diotima i maneggi di Arnheim; nonostante l’avversione si sentiva più affine a lui che agli altri, e il ricordo d’essersi precipitato anche lui su Gerda come un grosso cane su un cucciolo guaiolante… s’accorse ora che lo aveva torturato incessantemente, ma s’attenuava quando egli pensava alla bassezza che Arnheim si permetteva verso Diotima. Quella storia del corpo urlante le proprie esigenze, che fa scene da teatro davanti a due anime in attesa impaziente, si poteva, volendo, scorgere anche sotto un aspetto comico; e la gente lì sotto, che Ulrich continuava a osservare ammaliato senza curarsi del conte Leinsdorf, recitava anch’essa
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una commedia! Questo appunto lo affascinava. Non volevano certo aggredire e dilaniare nessuno, benché ne avessero l’aria. Si mostravano seriamente indignati, ma non di quella serietà che spinge incontro ai fucili che sparano! “No, – egli pensò; – il loro è più un atto rituale, una sacra rappresentazione di profondissimi sentimenti offesi, un avanzo tra civile e incivile di azioni collettive che il singolo non ha bisogno di prender troppo sul serio!”
Li invidiava. “Come sono simpatici anche adesso che fanno tutto il possibile per rendersi antipatici!” La protezione contro l’isolamento, che una folla garantisce, irradia di là sotto; e che lui quassù dovesse restarne privo – il che egli per un attimo percepì con tanta vivezza come se vedesse dalla strada la propria immagine sotto vetro incastonata nella facciata
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del palazzo – gli sembrò l’espressione del proprio destino. Tale destino, ne era certo, sarebbe stato migliore se adesso egli fosse andato in collera o al posto del conte Leinsdorf avesse dato l’allarme al picchetto di guardia, per sentirsi in altra occasione cordialmente unanime con la stessa gente; poiché chi gioca a carte, commercia, litiga e condivide piaceri con i propri contemporanei, può anche nel caso far sparare su di loro senza tralignare. V’è un certo accomodamento con la vita, la quale permette a un uomo di far quel che gli pare senza curarsi di lui, e alle stesse condizioni fa a lui quel che le pare; a questo pensava Ulrich. E forse è una regola un po’ strana, ma non meno sicura di un istinto naturale, perché da essa emana evidentemente la confidenziale temperie della costumatezza umana, e chi non possiede
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questa capacità del compromesso, chi è solitario, spregiudicato e serio, costui inquieta gli altri allo stesso modo non pericoloso ma ripugnante di un bruco. In quel momento Ulrich si sentiva veramente angustiato da quella profonda avversione contro l’anormalità dell’uomo solitario e i suoi esperimenti mentali, che l’agitato quadro di una folla sconvolta da sentimenti naturali e comuni può suscitare.
Intanto la dimostrazione aumentava di violenza. Il conte Leinsdorf camminava concitato avanti e indietro nel fondo della sala e ogni tanto gettava un’occhiata dalla seconda finestra. Si vedeva che soffriva molto benché non lo volesse mostrare; i suoi occhi sporgenti erano piantati come due palle di pietra nelle pieghe molli del suo viso, e qualche volta contraeva come in grave travaglio le braccia
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incrociate dietro la schiena.
Improvvisamente Ulrich capì che vedendolo lì alla finestra la folla lo scambiava per il conte. Tutti gli sguardi s’appuntavano a lui, e bastoni gli venivano agitati minacciosamente contro. Pochi passi più in là, dove la strada svoltava e sembrava sparire dietro una quinta, molti già si toglievano la truccatura; non aveva senso seguitare a far la faccia feroce senza spettatori, e in un modo che a loro sembrava naturalissimo spariva immediatamente dai loro volti ogni traccia d’eccitazione, anzi non pochi ridevano e si mostravano allegri come in una scampagnata. E anche Ulrich che se ne accorse, si mise a ridere, ma quelli che stavan sotto dissero che il conte rideva e la loro collera aumentò a dismisura, sicché Ulrich rise ancora di più. Ma poi smise di colpo, preso da schifo.
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E mentre i suoi occhi guardavano ancora alternatamente le bocche minacciose e i volti giulivi e l’anima rifiutava di trasmettere quelle impressioni, avvenne in lui uno strano mutamento.
“Non posso più adattarmi a questa vita e non mi ci posso più ribellare!” egli sentì; ma nello stesso tempo sentiva anche dietro di sé la sala con i grandi ritratti alle pareti, l’enorme scrivania impero, le rigide verticali dei campanelli e dei cortinaggi. E anche quello somigliava a un piccolo teatro, lui stava nel boccascena mentre fuori gli avvenimenti si svolgevano su un palcoscenico più grande, e ambedue i teatri erano stranamente collegati senza riguardo a lui che stava fra loro. Allora l’impressione della stanza che egli sapeva alle sue spalle si contrasse e si rovesciò all’infuori,
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e così facendo passò attraverso lui o lo avvolse come qualcosa di molto morbido. “Una strana inversione spaziale!” pensò Ulrich. La gente passava dietro a lui, attraverso la folla egli era giunto al nulla; forse però gli passavano dietro e davanti, sciacquandolo come le onde uguali e mutevoli del torrente sciacquano un sasso; era un fatto che si capiva solo a metà e quel che più impressionò Ulrich fu la vitreità, la vacuità, la pace beata dello stato in cui si trovava. “Dunque si può uscire dal proprio spazio ed entrare in un altro, nascosto?” egli pensò, perché aveva proprio la sensazione che il caso gli avesse fatto valicare la soglia di una porticina segreta.
Scosse via quei sogni con un movimento così energico di tutto il corpo che il conte Leinsdorf si fermò stupito.
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- Che cos’ha oggi? – domandò Sua Signoria.
- Lei se la prende troppo! Insisto: noi dobbiamo cattivarci i tedeschi mediante i non tedeschi, che la cosa ci dispiaccia o no!
Quel discorso se non altro fece di nuovo sorridere Ulrich, che guardò con gratitudine la faccia del conte impressa di solchi e colline. C’è un momento speciale quando si atterra coll’aeroplano; il terreno emerge rotondo e lussureggiante dalla piatta carta topografica a cui per ore e ore era stato ridotto, e l’antico significato che le cose terrestri ricuperano sembra crescere su dal suolo; questa fu l’impressione di Ulrich. Ma nello stesso momento gli frullò per il capo inesplicabilmente la decisione di commettere un delitto, o forse era soltanto un’idea informe, perché non associata con nessuna immagine. Forse si
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riconnetteva a Moosbrugger, perché gli sarebbe piaciuto aiutare quel pazzo che il destino gli aveva fatto incontrare casualmente, come due capitano a sedere sulla stessa panchina al giardino pubblico. Ma veramente in quel “delitto” egli trovava soltanto il bisogno di tagliarsi fuori, o di abbandonare la vita che si conduce pacificamente in mezzo agli altri. Ciò che si suol chiamare anarchia o misantropia, quel sentimento in mille modi motivato e giustificato, non si sviluppava, non si manifestava in nessun modo concreto, era lì, semplicemente, e Ulrich si ricordava di averlo avuto accanto per tutta la vita, ma di rado così forte. Si può dire che finora in tutte le rivoluzioni di questo mondo sempre l’uomo spirituale ne è andato di mezzo; esse incominciano col promettere l’avvento di una
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nuova civiltà, spazzano via come proprietà nemica tutto ciò che l’anima ha conseguito fino allora, e sono superate dalla rivoluzione seguente prima che siano ritornate al livello di prima. Così le varie civiltà non sono che una lunga serie di retromarce d’imprese fallite, e l’idea di uscire da quella serie non era nuova per Ulrich. Nuovi erano soltanto i segni moltiplicantisi di una risoluzione o addirittura di un’azione che pareva già in fase di sviluppo. Egli non tentava neanche di dare a quell’idea un contenuto; per qualche istante fu tutto preso dal presentimento che adesso non gli sarebbero di nuovo toccate vicende generali e teoriche, come quelle di cui era già stanco, ma che avrebbe intrapreso azioni personali e attive partecipandovi col sangue, con le mani e coi piedi. Sapeva che nel momento di quello strano
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“delitto”, che la sua coscienza non aveva ancora afferrato, non avrebbe più potuto tener testa al mondo, ma, Dio sa perché, quest’era una sensazione di fervida tenerezza; unita allo strano ricordo spaziale del compenetrarsi degli avvenimenti in sala e in piazza, di cui egli poteva ridestare a ogni istante l’eco affievolita, costituiva un rapporto col mondo oscuramente stimolante, che Ulrich, se avesse avuto tempo di meditarci su, avrebbe forse ricondotto alla leggendaria voluttà degli eroi divorati dalle dee per le quali pugnavano.
Ma invece fu interrotto dal conte Leinsdorf che intanto aveva combattuto per la sua propria battaglia.
- Io devo restar qui per tener testa a questa rivolta, – incominciò Sua Signoria, – perciò non posso muovermi. Ma lei, caro amico, deve
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andar subito da sua cugina prima che, turbata dagli avvenimenti, si lasci magari strappare da qualche giornalista un commento che non sarebbe opportuno! Le dica, per esempio, – rifletté ancora un momento prima di prendere una decisione… – Sì, mi pare che il meglio sia dirle così: ogni rimedio forte conduce effetti forti! E anche: chi vuol migliorare la vita non deve aver paura, in circostanze critiche, di bruciare e di tagliare! – Meditò ancora un poco, con aria inquietamente risoluta, e la sua barba si mosse in su e in giù mentre egli già stava per dir qualcosa, ma poi ci ripensò. Alla fine tuttavia la sua bontà naturale ebbe il sopravvento, ed egli riprese:
- Deve anche convincerla a non aver paura! Non bisogna mai temere gli scalmanati! Quanto più sono realisti, tanto più si acconciano alle
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reali circostanze, purché se ne dia loro l’occasione. Non so se lei l’ha osservato, ma non s’è mai vista un’opposizione che non abbia smesso di fare opposizione appena è arrivata al potere; non è semplicemente ovvio come si potrebbe credere, ma è una cosa molto importante perché di lì traggono origine, se così posso esprimermi, il realismo, la fidatezza e la continuità nella politica!
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121. Il colloquio
QUANDO Ulrich giunse da Diotima, Rachel aprendogli gli disse che la
signora non era in casa, ma in
salotto c’era Arnheim ad aspettarla. Ulrich disse che sarebbe entrato anche lui, senza accorgersi che alla sua piccola amica pentita eran salite le fiamme al viso nel vederlo.
Per la strada c’erano ancora gruppi di irrequieti, e Arnheim che stava presso la finestra si mosse di là per salutarlo. Il caso inatteso di quell’incontro vagamente cercato gli animava l’espressione del volto, ma egli voleva esser cauto e non trovò la frase iniziale. Anche
Ulrich non seppe risolversi a cominciar subito
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coi petroli galiziani, e così i due uomini dopo le prime parole di saluto tacquero entrambi e infine s’avvicinarono insieme alla finestra, donde contemplarono muti l’agitazione che regnava in istrada.
Dopo un poco Arnheim disse:
- Io non la capisco, dottore! Non è mille volte più importante occuparsi della vita che scrivere?
- Ma io non scrivo affatto, replicò Ulrich asciutto.
- Fa molto bene! – esclamò Arnheim conformandosi alla risposta. Scrivere è una malattia, come la perla. Guardi… – e con l’indice della sua mano ben curata additò la strada, un gesto che nonostante la rapidità aveva qualcosa di una benedizione papale, – la gente passa a gruppi e alla spicciolata, e ogni
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tanto una bocca si spalanca e grida. In un altro momento quello stesso uomo scriverebbe. È proprio così.
- Ma lei stesso è uno scrittore… famoso!
- Oh, questo non vuol dire nulla! – Ma dopo tale risposta che amabilmente lasciava aperta la questione, Arnheim si volse a Ulrich girandosi verso di lui con tutta la persona; e ritto di fronte a lui, a faccia a faccia, disse spiccando le parole: – Posso chiederle una cosa?
Naturalmente era impossibile dir di no; ma poiché Ulrich senza volerlo s’era un po’ allontanato, quella cortesia retorica fu come un cappio che lo tirasse di nuovo innanzi.
- Io spero, – incominciò Arnheim, – che lei non si sia adombrato per il nostro ultimo piccolo scontro, ma ne abbia riconosciuto il
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motivo nell’interesse che io porto alle sue opinioni anche se, come spesso accade, sembrano opposte alle mie. Dunque, posso chiederle se lei davvero tiene per fermo che… vorrei ricapitolare… che bisogna vivere con una coscienza realistica limitata? Mi esprimo esattamente?
Il sorriso con cui Ulrich rispose diceva: non lo so e aspetto che tu continui.
- Lei ha parlato di una vita da lasciare in sospeso, a somiglianza delle allegorie che stanno a metà fra due mondi? Ha detto inoltre a sua cugina diverse cose straordinariamente avvincenti. Sarebbe offensivo per me che lei mi considerasse come un industriale militarista prussiano che per tali cose non ha comprensione. Ma lei, ad esempio, afferma che solo dalla parte indifferente di noi stessi nasce
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la nostra realtà e la nostra storia; se ben intendo bisognerebbe rinnovare le forme e i tipi degli eventi, e fino allora è abbastanza indifferente quel che capita a Tizio e a Caio, non è così?
- Per me, – disse Ulrich guardingo, a malincuore, – ciò ricorda infatti una stoffa che è prodotta in modo tecnicamente perfetto a migliaia di balle, ma con vecchi disegni che nessuno si cura di ammodernare!
- In altre parole, – commentò Arnheim, – la sua affermazione si può interpretare così, che secondo lei lo stato attuale del mondo, senza dubbio insoddisfacente, proviene dal fatto che i capi credono di dover fare la storia invece di impiegare tutte le forze dell’uomo a impregnare di idee la sfera del potere. Sarebbe forse ancora più esatto il paragone con un industriale che
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produce a più non posso e si conforma soltanto al mercato invece di regolarlo! Lei vede, dunque, che i suoi pensieri mi toccano molto da vicino. Ma appunto per questo deve capire che questi pensieri talvolta hanno un effetto addirittura spaventoso su un uomo come me che deve continuamente prendere decisioni da cui dipendono interi complessi di fabbriche: per esempio quando lei esige la rinunzia al significato realistico della nostra attività, al carattere “transitoriamente definitivo” delle nostre azioni, come dice con tanta grazia il nostro amico Leinsdorf, nonostante la quale transitorietà non si può davvero rinunziarvi interamente!
- Io non esigo nulla, – disse Ulrich.
- Oh, lei esige molto di più! Lei esige la consapevolezza dell’esperimento! – Arnheim lo
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disse con vivacità e calore. – I capi responsabili secondo lei devono sapere che non han da fare la storia, ma da stendere protocolli di esperimenti che possano servire di base ad esperimenti successivi! è un’idea che mi entusiasma; ma come facciamo con le rivoluzioni e le guerre? Si possono risuscitare i morti quando l’esperimento è compiuto e lo si cancella dal piano di lavoro?
Ulrich finì col lasciarsi vincere dal piacere di parlare, che stimola alla continuazione come il piacere del fumo, e replicò che forse ogni impresa andava acciuffata con grande serietà, per farla progredire, anche se si sapeva che a cinquant’anni dalla messa in pratica nessun esperimento avrebbe francato la spesa. Del resto quella “serietà perforata” non era niente di straordinario; tutti i momenti si mette in
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gioco la propria vita, e per niente. Sotto l’aspetto psicologico una vita in via d’esperimento non sarebbe affatto impossibile; manca soltanto la volontà di accettare una responsabilità in un certo senso illimitata.
- Quella è la differenza decisiva, – egli concluse. – Prima, si sentiva deduttivamente, partendo da certe premesse, e quel tempo non è più; oggi si vive senza idee che ci guidano, ma anche senza il procedimento di una induzione cosciente: si tenta a casaccio, come le scimmie!
- Ben detto! – approvò Arnheim sollecitamente. – Ma ora mi conceda un’ultima domanda. Lei s’interessa molto, come mi ha detto più volte sua cugina, di un certo individuo tra pazzo e criminale. Le dico subito che lo capisco perfettamente. Oggi poi non si sa come procedere con tali persone, e la società
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umana è di un’indifferenza vergognosa a questo riguardo. Ma poiché le cose stanno così e non c’è che la scelta fra uccidere un innocente o lasciare che egli uccida degli innocenti: lei lo lascerebbe fuggire la notte prima della sua esecuzione capitale, se ne avesse la possibilità?
- No! – disse Ulrich.
- No? No davvero? – insisté Arnheim, improvvisamente molto animato.
- Non lo so. Credo di no. Naturalmente potrei trovar la scusa che in un mondo che ha un ordinamento sbagliato non posso agire come mi pare giusto; ma le confesserò schiettamente che non so come dovrei agire.
- Non c’è dubbio che a quell’uomo bisogna impedire di nuocere, – disse Arnheim pensieroso. – Però durante le sue crisi egli è sede del demoniaco, che in tutti i secoli forti è
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stato considerato affine al divino. Una volta, l’uomo colto da un attacco lo mandavano nel deserto; forse avrebbe anche ucciso, ma in una grande visione, come Abramo stava per scannare Isacco. Così è! Oggi non sappiamo che cosa fare, e le nostre intenzioni non sono più oneste!
Forse Arnheim s’era lasciato sfuggire quelle ultime parole senza sapere precisamente che cosa intendeva dire; vedere che Ulrich non aveva “anima e follia” bastante a rispondere affermativamente, senza ostacoli, al quesito se avrebbe salvato Moosbrugger, aveva pungolato la sua propria ambizione. Ma Ulrich sebbene quella svolta del discorso gli fosse quasi sembrata un segno che gli ricordava inaspettatamente la risoluzione presa al palazzo Leinsdorf, s’irritò per i fronzoli di cui
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Arnheim adornava l’idea di Moosbrugger, e per l’una e per l’altra ragione chiese breve e ansioso:
- E lei lo libererebbe?
- No, – rispose Arnheim sorridendo; – ma volevo farle un’altra proposta. – E senza lasciargli il tempo di obiettare, continuò: – Da molto tempo voglio farle questa proposta, perché lei receda dalla diffidenza verso di me, la quale, lo confesso, mi offende; io vorrei addirittura fare la sua conquista! Lei sa com’è di dentro una grande società industriale? Essa ha due punte: la direzione tecnica e il consiglio d’amministrazione; al di sopra di queste ve n’è di solito una terza, il comitato esecutivo, come lo chiamano qui, che è costituito da appartenenti alle altre due e si riunisce tutti i giorni, o quasi. Il consiglio d’amministrazione
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naturalmente si compone di persone che godono la fiducia di chi detiene la maggioranza azionaria… – Solo a questo punto concesse a Ulrich una pausa, e fu come per osservare se nulla l’avesse finora colpito. – Dicevo che la maggioranza azionaria colloca i suoi uomini di fiducia nel consiglio d’amministrazione e nel comitato esecutivo, – gli suggerì. – Lei sa precisamente che cosa significa questa maggioranza?
Ulrich non sapeva; aveva solo una vaga idea complessiva del mondo monetario, che comprendeva impiegati, sportelli, cedole e carte varie.
Arnheim gli suggerì di nuovo:
- Non ha mai eletto un consiglio d’amministrazione? No di certo! soggiunse subito. – E non è neanche immaginabile perché
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lei non possiederà mai la maggioranza azionaria d’una società! – lo disse con tale sicurezza che Ulrich avrebbe quasi dovuto arrossire per la mancanza di una qualità così importante; era anche un tratto tipicamente arnheimiano passare di punto in bianco e senza fatica dal demoniaco ai consigli d’amministrazione. Egli seguitò sorridendo:
- Finora non le ho nominato una persona che in un certo senso è la più importante! Ho detto “la maggioranza azionaria”, e parrebbe un’innocua pluralità; invece è quasi sempre una persona sola, l’innominato possessore del più grosso pacchetto azionario, sconosciuto al grande pubblico e coperto da quelli che manda avanti al proprio posto!
Ora naturalmente Ulrich cominciò a ricordare che queste cose si potevano leggere
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tutti i giorni nei quotidiani; ma Arnheim però sapeva renderle appassionanti. Gli chiese con curiosità chi avesse la maggioranza azionaria della Banca Lloyd.
- Non si sa, – rispose Arnheim tranquillo. – O, per dir meglio, gli iniziati lo sanno ma non si usa parlarne. Mi lasci venire al nocciolo della questione: dovunque vi siano due simili forze, un mandante da una parte, un’amministrazione dall’altra, ne consegue automaticamente l’impiego di tutti i mezzi per l’incremento, che siano leciti e morali oppure no. Dico “automaticamente” perché il fenomeno è del tutto indipendente dalle volontà personali. Il mandante non è in contatto immediato con la messa in atto, e gli organi amministrativi sono al riparo, perché non agiscono per motivi personali bensì in quanto impiegati. Questo
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rapporto oggi si vede dappertutto, e non soltanto nel mondo della finanza. Lei può star certo che il nostro amico Tuzzi darebbe con coscienza perfettamente tranquilla il segnale di una guerra, anche se personalmente non è capace di ammazzare un vecchio cane, e migliaia di persone spediranno nel mondo di là il suo amico Moosbrugger, perché nessuno di loro – tranne tre – dovrà farlo con le proprie mani. Grazie a questa “mediatezza” sviluppata fino al virtuosismo è garantita oggi la buona coscienza al singolo come a tutta la società; il bottone che si preme è sempre bello e bianco, e quel che succede dall’altra estremità del filo riguarda altra gente, che a sua volta non preme bottoni a titolo personale. Le pare orribile? In questo modo facciamo morire o vegetare migliaia di creature, smuoviamo montagne di
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dolore, eppure concludiamo anche qualcosa! Starei quasi per affermare che in ciò, nella forma di divisione sociale del lavoro, non s’esprime altro che l’antica dicotomia della coscienza umana in scopo giusto e mezzi tollerati, quantunque in modo grandioso e pericoloso.
Alla domanda di Arnheim se gli pareva orribile, Ulrich aveva alzato le spalle. Il dualismo della coscienza morale a cui aveva accennato Arnheim, questo fra i più mostruosi fenomeni della vita moderna, c’è sempre stato, ma è pervenuto alla sua orribile serenità di coscienza solo in seguito alla generale divisione del lavoro, e come tale è compartecipe della sua grandiosa inevitabilità. Ulrich era restio a indignarsene senz’altro, e per ripicca sorse in lui la sensazione buffa e piacevole di chi corre a
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cento all’ora mentre un moralista coperto di polvere sta sul ciglio della strada e manda maledizioni. Perciò quando Arnheim tacque egli disse:
- Ogni forma di divisione del lavoro è suscettibile di sviluppo. La domanda che lei potrebbe rivolgermi non è dunque “se mi pare orribile” ma se credo che si potrebbe giungere a condizioni più degne senza dover tornare indietro!
- Il suo inventario generale! – commentò Arnheim. – Noi abbiamo organizzato in modo perfetto la divisione delle attività, ma abbiamo trascurato le istanze per la ricapitolazione; distruggiamo continuamente l’anima e la morale secondo i più nuovi brevetti e crediamo di poterle tener su con i vecchi rimedi familiari della tradizione religiosa e filosofica! Non mi
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piace scherzare in questo modo, egli si corresse, – e l’umorismo in generale mi pare di gusto dubbio; ma la proposta, che lei fece in nostra presenza al conte Leinsdorf, di riorganizzare la coscienza, io non l’ho mai considerata un semplice scherzo!
- Era proprio uno scherzo, invece, – rispose Ulrich brusco. – Io non la ritengo una cosa possibile. Piuttosto mi convinco che il mondo europeo l’ha creato il diavolo, e Dio vuole che il suo concorrente mostri di che cosa è capace!
- L’idea è carina! – disse Arnheim. – Ma allora perché s’è arrabbiato con me, quand’io non volevo crederle?
Ulrich non rispose.
- Quest’ultima frase contraddice anche la sua opinione molto audace di poco fa sul modo di avvicinarci a una vita migliore, – seguitò
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Arnheim calmo e tenace. – Del resto mi fa specie sia che, in casi singoli, io possa concordare con lei oppure no – vedere come in lei si mescolano tendenze attive e indifferenza.
Poiché Ulrich non ritenne necessario dare una risposta, Arnheim disse, con la cortesia che è sempre la miglior cosa da opporre a una scortesia:
- Volevo soltanto farle notare fino a qual punto, oggi, davanti a decisioni tecniche da cui già di per sé quasi tutto dipende, occorra anche mettere a posto la responsabilità morale, e come ciò le renda affascinanti – Anche in quella moderazione riprensiva v’era un leggero tono di lusinga.
- Mi scusi, – replicò Ulrich, – stavo riflettendo alle sue parole – E come continuando la meditazione, soggiunse: – Mi
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piacerebbe sapere se per lei sarebbe soltanto “mediatezza” consona ai tempi e divisione della coscienza ispirare a una donna sentimenti mistici mentre si ritiene più ragionevole abbandonare il suo corpo al marito?
A quelle parole Arnheim si scolorò un poco ma non perse la padronanza di sé. Rispose tranquillo:
- Non so con certezza a che cosa lei alluda. Ma se lei parlasse di una donna che ama, non potrebbe dir così, perché la figura della realtà è sempre più ricca che la linearità dei principî – Era venuto via dalla finestra e invitò Ulrich a sedersi. – Lei non si arrende tanto facilmente! – seguitò in un tono che esprimeva tanto un elogio quanto un rammarico. – Ma so bene di rappresentare per lei piuttosto un principio avverso che un avversario personale. E coloro
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che personalmente sono i nemici più accaniti del capitalismo, non di rado sono in affari i suoi servi migliori; posso quasi contarmi anch’io fra quelli, altrimenti non mi permetterei di dirlo. Gli uomini assoluti e appassionati sono di solito, quando hanno riconosciuto la necessità di un compromesso, i suoi più valorosi campioni. Perciò voglio mantenere a qualunque costo il mio proponimento e le offro di entrare nella mia società.
A bello studio fece la proposta senza darvi importanza, al contrario parve voler attenuare il facile effetto della sorpresa, di cui era certo, tirando via a discorrere pianamente con un profluvio di parole. Senza rispondere allo sguardo meravigliato di Ulrich, enumerò i passi che in tal caso si sarebbero dovuti fare, ma non prese posizione personalmente.
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- In principio, s’intende, le mancherebbe la pratica, – egli disse con dolcezza, – per assumere una posizione direttiva, e probabilmente le mancherebbe anche la voglia; le offrirei perciò un posto al mio fianco, per esempio di segretario generale, che istituirei apposta per lei. Spero che l’idea non la offenda, perché tale condizione non comporterebbe uno stipendio corruttore; ma nella sua attività lei dovrebbe trovare la possibilità di procurarsi col tempo qualunque entrata le sembri desiderabile, e io son persuaso che passato un anno lei mi comprenderà molto meglio che adesso.
Quando Arnheim concluse il suo dire, sentì che era tuttavia eccitato. In fondo si meravigliava di aver fatto per davvero a Ulrich una simile offerta, che se rifiutava lo avrebbe
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soltanto compromesso, senza che l’accettazione gli portasse un consolante vantaggio. Perché L’illusione che quell’uomo lì di fronte a lui potesse compiere cose a cui lui stesso non arrivava, era svanita nel corso del colloquio, e il bisogno di sedurlo e di averlo in suo potere aveva perso ogni senso dacché era stato sciorinato. Gli sembrava innaturale aver avuto paura di qualcosa che egli chiamava “l’umorismo” di Ulrich. Lui, Arnheim, era un gran signore, e per i suoi pari la vita ha da essere semplice! Il gran signore se la dice bene con le altre grandezze, entro i limiti in cui ciò gli è concesso; non si ribella strambamente a tutto e non mette tutto in dubbio, sarebbe contro la sua natura; dall’altra parte però ci son naturalmente delle cose belle e dubbie, e di quelle uno se ne piglia tante quante è possibile.
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Mai come in quel momento Arnheim credette di sentir la saldezza della civiltà occidentale che è un meraviglioso intreccio di forze e di inibizioni! Se Ulrich non lo capiva, non era altro che un avventuriero, e l’essersi lasciato traviare da lui fin quasi all’idea… ma qui ad Arnheim mancarono le parole, nonostante quel tanto d’inespresso ch’esse hanno; non se la sentiva di formulare chiaramente il pensiero che aveva avuto di adottare Ulrich per figlio. Non ci sarebbe stato niente di strano, un pensiero infine come tanti altri di cui non si è responsabili e probabilmente ispirato dalla malinconia che s’addensa sul fondo di ogni vita attiva, perché non si trova mai quello che ci soddisfa; e forse il pensiero non si era neanche presentato in quella forma discutibile, ma soltanto come qualcosa a cui si sarebbe potuto
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dare quella forma; tuttavia non voleva ricordarsene, e aveva soltanto in capo la nozione chiara e allucinante che sottraendo dai suoi gli anni di Ulrich non restava una gran differenza; e dietro a questa la seconda più vaga che Ulrich avrebbe dovuto servirgli come monito contro Diotima! Gli tornò in mente che spesso aveva considerato il suo rapporto con Ulrich come un cratere secondario dal quale si conosce la gravità di ciò che si prepara nel cratere principale, e lo inquietava un poco che qui si fosse avuta l’eruzione, perché le parole eran colate fuori e si facevano la loro strada nella vita. “Che cosa succederà, – gli frullò in capo, – se costui accetta?” In tal modo s’avvicinavano alla fine i momenti di ansia in cui Arnheim doveva aspettare la decisione di un uomo più giovane al quale solo con la sua
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fantasia egli aveva conferito importanza. Sedeva impettito con una piega ostile sulle labbra e pensava: “In qualche modo si rimedierà, se non si può più evitare”
Mentre il sentimento e la riflessione percorrevano questo cammino, le cose non si erano fermate, bensì domande e risposte si susseguivano senza interruzione.
- E a quali virtù, – domandò Ulrich asciutto,
- debbo questa proposta che sotto l’aspetto commerciale appare difficilmente giustificabile?
- Lei s’inganna di nuovo, – replicò Arnheim.
- Dove son io non si cerca la giustificazione commerciale in soldi e centesimi; ciò che io perderei con lei non conta in confronto a ciò che spero di guadagnare!
- Lei eccita all’estremo la mia curiosità, – disse Ulrich; – che io possa rappresentare un
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guadagno mi è stato detto molto di rado. Forse alla mia scienza avrei potuto dare un modesto contributo, ma anche in quel campo, come lei sa, ho deluso le speranze.
- Di avere un’intelligenza singolare, – rispose Arnheim (sempre nel tono di tranquilla imperturbabilità che manteneva esteriormente),
- è convinto anche lei; non ho bisogno di dirlo. Ma sarebbe anche possibile che noi avessimo nelle nostre aziende intelligenze più acute e più salde. Invece è il suo carattere, sono le sue qualità umane che io vorrei avere sempre accanto per ragioni particolari.
- Le mie qualità? – A Ulrich venne da ridere.
- Sa che i miei amici mi chiamano l’uomo senza qualità?
Arnheim si lasciò sfuggire un gesto d’impazienza che voleva dire all’incirca: “Non
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mi racconti di sé delle cose ch’io so meglio di lei!” In quella contrazione che si estese dalla faccia alle spalle trovava sfogo il suo malcontento, mentre le parole fluivano ancora secondo il piano prestabilito. Ulrich colse quell’espressione, e Arnheim suscitava così facilmente le sue reazioni, ch’egli si decise a portare il discorso sul terreno finora evitato dell’assoluta schiettezza. Si erano di nuovo alzati, egli si allontanò di qualche passo dall’interlocutore per poter meglio osservare l’effetto e disse:
- Lei mi ha fatto tante domande significative che anch’io vorrei sapere qualcosa prima di prendere una risoluzione.
E a un gesto invitante di Arnheim riprese con chiarezza e oggettività:
- Mi è stato detto che la sua partecipazione
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a tutto ciò che riguarda l’Azione Patriottica in via di svolgimento – e allora tanto la signora Tuzzi quanto la mia modesta persona non saremmo che un soprappiù ha per scopo la conquista dei campi di petrolio della Galizia. È vero?
Per quel che si poteva vedere alla luce divenuta scarsa, Arnheim si fece pallido, e venne lentamente verso Ulrich. Questi ebbe l’impressione di dover affrontare una scortesia e rimpianse di avere, con la propria incauta franchezza, dato la possibilità all’altro di troncare il discorso nel momento in cui gli diventava spiacevole. Perciò disse con tutta la gentilezza di cui era capace:
- Naturalmente non è mia intenzione offenderla, ma il nostro colloquio non avrebbe senso se non lasciassimo da parte i riguardi!
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Quelle poche parole e il tempo per percorrere la breve distanza bastarono per far ritrovare ad Arnheim la padronanza di sé; egli s’avvicinò a Ulrich con aria cordiale, gli mise la mano, anzi il braccio intero, sulla spalla e disse in tono di rimprovero:
- Come può prestar fede a quei pettegolezzi di Borsa!
- Non l’ho sentito come un pettegolezzo, me l’ha detto una persona bene informata.
- Sì, ho saputo anch’io che corre quella diceria; ma che lei vi abbia potuto credere! Naturalmente non sono qui soltanto per mio piacere; purtroppo non mi è mai concesso di lasciar da parte gli affari. E non voglio neppure negare di avere parlato di quei campi con alcune persone, benché debba pregarla di non diffondere questa mia ammissione. Ma tutto ciò
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ha ben poca importanza!
- Mia cugina, – ripigliò Ulrich, – non sa niente del suo petrolio. Ha avuto dal marito l’incarico di farla parlare un po’ sugli scopi del suo soggiorno in Austria; ma sono persuaso che essa non eseguisce bene questa missione diplomatica, perché è sicura di essere il solo e unico motivo della sua presenza fra noi!
- Non sia così indelicato! – Il braccio di Arnheim diede una piccola spinta amichevole alla spalla di Ulrich. – Forse c’è sempre e dappertutto un secondo significato, ma lei, nonostante l’intenzione satirica, ha parlato con la sincerità impertinente di uno studentello!
Quel braccio sulla sua spalla metteva Ulrich a disagio. Era ridicolo e sgradevole sentirsi abbracciare così, anzi era addirittura fastidioso; ma Ulrich da molto tempo non aveva
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un amico e perciò era anche un poco turbato. Avrebbe voluto allontanare quel braccio e involontariamente manovrava in tal senso; ma Arnheim coglieva quei piccoli segni d’impazienza e doveva studiarsi di non lasciarlo scorgere; e per cortesia, compassionando la difficile posizione di Arnheim, Ulrich rimase immobile e sopportò il contatto che cominciava a influire su di lui in modo sempre più strano, come un grosso peso che affonda in un argine di terra cedevole e lo spezza. Quel muro di solitudine Ulrich senza volerlo l’aveva elevato intorno a sé e adesso attraverso una breccia v’irrompeva la vita, il pulsare di un altro cuore, ed era una sensazione sciocca, ridicola, ma era anche un poco eccitante.
Pensò a Gerda. Si ricordo che già il vecchio amico Walter aveva destato in lui il desiderio di
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potersi di nuovo sentire una volta in perfetto unisono con un altro essere umano, come se nel vasto mondo non vi fossero altre differenze che quelle della simpatia e dell’antipatia. Adesso che era troppo tardi, quel desiderio rinacque in onde argentate, come giù per l’ampia corrente di un fiume le onde d’acqua, d’aria e di luce si confondono in un unico argento, e così inebriante ch’egli dovette fare uno sforzo per non cedere e non far nascere un equivoco, nella sua posizione ambigua. Ma, mentre tendeva i muscoli, si rammentò che Bonadea gli aveva detto: – Ulrich, tu non sei cattivo, solo ti crei tante difficoltà ad esser buono! – Bonadea, che quel giorno era stata così sbalorditivamente acuta, aveva ancora soggiunto: – In sogno non si pensa, in sogno si vive una storia! E lui aveva detto: – Ero un
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bambino soave come l’aria in una notte di luna… – e adesso ricordava che in verità allora gli fluttuava dinanzi un’altra visione: la punta di una luce al magnesio; perché proprio come questa si lacera in scintille di luce, così egli credeva di conoscere il proprio cuore, ma era tanto tempo fa e lui non si era attentato ad esporre quella similitudine, aveva ceduto all’altra; d’altronde, se ne ricordò solo ora, quella frase non l’aveva detta a Bonadea, ma a Diotima. “Le divergenze della vita giù alle radici stan molto vicine”, egli intuì, e contemplò l’uomo che per ragioni non molto trasparenti gli aveva offerto la sua amicizia.
Arnheim aveva ritirato il braccio. Adesso stavano di nuovo nello sguancio della finestra, dove avevano incominciato il colloquio; giù nella strada ardevano già pacifici i lampioni,
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ma si sentiva la commozione lontanante delle scene che vi si erano svolte. A tratti passavano ancora gruppi compatti di uomini che discutevano accalorati, e ogni tanto una bocca s’apriva e scagliava una minaccia o un incerto “uh, uh!” seguito da una risata. Si aveva l’impressione di uno stato di semi-coscienza. E alla luce di quella strada inquieta, fra le pieghe diritte delle tende che incorniciavano il quadro oscurato della stanza egli vedeva la figura di Arnheim e sentiva la propria, mezzo chiare mezzo nere, esasperatamente affilate da quella doppia illuminazione. Ulrich ricordò le grida di “evviva Arnheim” che gli era parso di udire; associato o no agli avvenimenti, nella calma imperiale che ostentava guardando pensoso la strada egli appariva come la figura dominante in quel quadro momentaneo, e sembrava che vi
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sentisse anche a ogni suo sguardo la propria presenza. Accanto a lui si capiva che cosa fosse la coscienza di sé. La coscienza non può dare un assetto al brulichio, al balenio del mondo, perché quanto essa è più acuta, tanto più il mondo diventa immenso, almeno transitoriamente; la coscienza di sé però v’entra dentro come un regista e ne fa un’unità artificiale della fortuna. Ulrich invidiava la fortuna di quell’uomo. In quel momento nulla gli pareva più facile che perpetrare un delitto contro di lui, perché col suo culto dell’immagine costui evocava sulla scena anche antichi testi del genere: “Prendi un pugnale e si compia il suo destino!” Ulrich aveva nell’orecchio quelle parole in una brutta cadenza declamatoria, ma senza volerlo fece in modo di trovarsi quasi alle spalle di Arnheim.
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Vedeva davanti a sé l’ampia mole oscura del collo e della schiena. Soprattutto il collo lo provocava. La sua mano destra frugò nelle tasche cercando il temperino. S’alzò sulla punta dei piedi e al di là della figura di Arnheim affondò ancora una volta lo sguardo giù in strada. Fuori nel crepuscolo la gente era trascinata come sabbia da un’onda che muoveva i loro corpi. Qualcosa doveva pur seguire a quella manifestazione, e così l’avvenire mandava innanzi un’ondata, si svolgeva una specie di penetrazione creativa superpersonale degli uomini, ma come sempre era inesatta e trascurata; così all’incirca Ulrich sentiva ciò che vedeva e per un po’ ne fu avvinto, ma era stanco fino allo schifo di esercitarvi su la sua critica. Pian piano si lasciò ricadere sulle piante dei piedi, si vergognò del
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gioco mentale che gli aveva fatto percorrere quella via in direzione opposta, senza però darvi molta importanza, e gli venne una gran voglia di battere una manata sulle spalle di Arnheim, e di dirgli: “Allora grazie, ne ho fin sopra i capelli, voglio tentar qualcosa di nuovo e quindi accetto la sua proposta!”
Ma non lo fece, e così i due uomini misero tacitamente da parte la risposta alla domanda di Arnheim. Arnheim riprese il discorso a un punto anteriore:
- Lei va qualche volta al cinematografo? Dovrebbe andarci! egli disse. – Forse nella sua forma attuale non ha ancora un grandissimo avvenire, ma aspetti che vi si colleghino maggiori interessi commerciali – l’industria dei colori ad esempio, o quella elettrochimica e fra pochi decennî vedrà uno sviluppo inarrestabile.
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Allora incomincerà il processo a cui ogni mezzo d’accrescimento e di potenziamento dovrà contribuire, e qualunque cosa s’immaginino i nostri poeti ed esteti, quel che ne nascerà sarà un’arte delle Società Elettriche o delle Industrie Cromatiche tedesche. È spaventoso, mio caro! Lei scrive? No, gliel’ho già chiesto prima. Ma perché non scrive? Ha ragione. Il futuro poeta e filosofo verrà dalla passerella del giornalismo. Non ha osservato anche lei che i nostri giornalisti si fanno migliori e i nostri poeti peggiori? Senza dubbio è uno sviluppo conforme alle leggi; qualcosa si muove e io credo di sapere che cos’è: l’epoca delle grandi individualità sta per finire! – Egli si piegò innanzi. – Non riesco a vedere la sua faccia con questa poca luce! – fece una risatina. – Lei vuol fare un inventario generale dello spirito; ma ci
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crede? Crede davvero che lo spirito possa regolare la vita? Naturalmente lei ha detto di no. Ma io non le credo: lei è un tipo che abbraccerebbe il diavolo perché quello è l’uomo senza uguale!
- Dove ha preso questa citazione?
- Dalla prefazione dei Masnadieri, quella soppressa.
“Quella soppressa, s’intende, pensò Ulrich, – non quella solita, per carità!” – Spiriti attratti dal vizio abominevole per la grandezza che v’è congiunta, – seguitò a citare Arnheim dalle sue vaste reminiscenze. Sentiva di aver nuovamente il dominio della situazione, che Ulrich gli aveva ceduto, per un motivo qualsiasi; non era più di fronte a una durezza ostile, e poteva lasciar cadere l’offerta di collaborazione, felicemente superata; ma, così
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come un lottatore indovina la stanchezza dell’avversario e s’impegna con tutto il proprio peso, egli sentiva il bisogno di sfruttare tutta l’importanza della sua offerta e seguitò:
- Credo che adesso lei mi capirà meglio che all’inizio del nostro colloquio. Perciò le confesso che talvolta mi sento solo. Se le persone sono “nuove” hanno una mentalità troppo industriale; ma se le famiglie industriali sono alla seconda o alla terza generazione, perdono la fantasia. Allora producono soltanto perfetti amministratori, castelli, cacce, ufficiali e mariti nobili per le loro figlie. Conosco di questa gente in tutto il mondo; si trovano fra loro individui fini e intelligenti, ma non son più capaci di pensare un solo pensiero che sia legato a quell’estrema inquietudine, indipendenza e forse infelicità che io ho definito con le parole di
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Schiller.
- Mi duole di non poter continuare la conversazione, – disse Ulrich. – Forse la signora Tuzzi aspetta in casa di qualche amica il ristabilirsi della calma, ma ora io debbo andare. Lei dunque mi attribuisce, senza che io capisca niente d’affari, il possesso di quell’inquietudine che tanto giova ai medesimi perché toglie loro l’eccesso d’affarismo? – Aveva acceso la luce per congedarsi e aspettava una risposta. Con maestosa affabilità Arnheim gli mise il braccio intorno alle spalle, un gesto di ormai provata efficacia, e replicò:
- Mi perdoni se forse ho detto troppo, è stata la voce della solitudine. L’industria sale al potere, e ci si chiede talvolta, che cosa ne faremo di questo potere? Non se l’abbia a male!
- Al contrario! – protestò Ulrich. Ho deciso di
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riflettere seriamente alla sua proposta! – Lo disse tutto d’un fiato, e quella fretta poteva sembrare eccitazione. Perciò Arnheim, che voleva ancora aspettare Diotima, restò lì sconcertato, nel timore che non sarebbe stato così semplice distogliere pulitamente Ulrich da quel progetto.
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122. Ritorno a casa
ULRICH rincasò a piedi. Era una notte bella ma buia. Le case alte e serrate formavano lo strano
spazio scoperchiato su cui trascorrono vento, nuvole, oscurità. La via era deserta come se il subbuglio di prima si fosse lasciato dietro un sonno profondo. Se Ulrich incontrava un viandante, il suono dei suoi passi veniva a lungo verso di lui come un annunzio importante. In quella notte si poteva aver l’impressione di uno svolgersi d’avvenimenti come a teatro. Si sentiva di essere un personaggio del mondo; qualcosa che pare più
grande di quel che è; che risuona e quando
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passa lungo le superfici illuminate è accompagnato dalla sua ombra come da un buffone guizzante che si erge quant’è lungo e poi torna a rannicchiarsi umilmente sui suoi talloni. “Come si può essere felici!” egli pensò.
Attraversò una porta cittadina, percorrendo un corridoio di pietra lungo una decina di passi, che costeggiava la strada e ne era separato da grossi pilastri a volta; da ogni angolo l’oscurità gli balzava incontro, l’aggressione e l’omicidio palpitavano nel passaggio semibuio; una felicità viva, arcaica e cruenta e solenne invadeva l’anima. Forse questo era troppo; Ulrich si figurò con quanta soddisfazione e intima regia Arnheim al suo posto avrebbe percorso quell’andito. Di colpo non gioì più della sua ombra e del suono dei suoi passi, e la musica spettrale fra quei muri
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si spense. Sapeva che non avrebbe accettato la proposta di Arnheim; ma ormai gli pareva di essere soltanto un fantasma errante nella galleria della vita, costernato di non ritrovar la cornice entro cui scivolare, e fu molto contento che la strada da percorrere lo conducesse ben presto in luoghi meno opprimenti e grandiosi.
Larghe strade, vaste piazze s’aprivano buie, e le case comuni pacificamente costellate da luci non avevano niente di magico. Uscendo all’aperto egli fiutò quella pace e senza saper bene perché ripensò a fotografie della sua infanzia riviste qualche tempo prima; rappresentavano lui in compagnia della sua mamma morta, e con sorpresa egli aveva contemplato quel ragazzino al quale sorrideva felice una bella donna vestita all’antica. La commovente immagine che ognuno s’era fatto
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di lui, come d’un fanciullo buono, affettuoso, intelligente; speranze, che non erano affatto le sue; incerte aspettazioni di un avvenire onorevole protese ad accoglierlo come i lembi aperti di una rete d’oro… sebbene allora tutto questo fosse stato invisibile, ora, dopo decennî, si poteva leggere ben chiaro nelle vecchie immagini, e dal fondo di quella invisibilità visibile che così facilmente avrebbe potuto avverarsi lo guardava la sua morbida, vuota faccina di bimbo con l’espressione un po’ smarrita dell’immobilità. Non provava un briciolo di simpatia per quel ragazzo, e benché fosse un po’ orgoglioso di una mamma così leggiadra, nell’insieme aveva l’impressione di esser sfuggito a un grave rischio.
Chi ha sperimentato l’impressione della propria persona, fasciata in un’ora già lontana
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di contentezza di sé, che lo guarda da antiche immagini come se un legamento si fosse disseccato o sciolto, capirà l’animo con cui egli si domandò di che cosa fosse fatto quel legamento, poiché negli altri non si distruggeva. Si trovava ora in una delle zone alberate che come un anello ininterrotto seguono il tracciato delle antiche mura, e avrebbe potuto traversarla in pochi passi, ma la gran striscia di cielo che si stendeva sugli alberi nel senso della lunghezza lo attirò a deviare e a seguirla, sicché gli pareva di camminare verso la ghirlanda di luci, d’aspetto straordinariamente privato, che cingeva con divino distacco i giardini invernali dov’egli camminava, mentre in realtà ne restava sempre ugualmente lontano. “È una specie di accorciamento prospettivo dell’intelligenza, -
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egli si disse, ciò che produce questa pace d’ogni sera, che nel suo estendersi da un giorno al giorno seguente dà il senso durevole di una vita in armonia con se stessa. Perché secondo la massa il presupposto principale della felicità non è quello di risolvere le contraddizioni bensì di farle sparire, come in un lungo viale spariscono i vuoti; e allo stesso modo che dappertutto si spostano i rapporti visibili, producendo un’immagine dominata dall’occhio, dove ciò che è incombente e vicino appare grande, ma più lontano anche l’immane sembra piccolo, i vuoti si chiudono, e infine tutto l’insieme subisce una bella allisciatura e arrotondatura, così anche i rapporti invisibili si spostano per opera della ragione e del sentimento, in modo che nasce inconsciamente qualcosa dove ci si sente a casa propria.
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Questo appunto è l’effetto, – concluse Ulrich, – che io non so ottenere in maniera soddisfacente”
Si arrestò un momento davanti a una larga pozzanghera, che gli tagliava la via. Forse fu quella pozza ai suoi piedi, e forse quegli alberi nudi come manici di scope, che in quel momento improvvisamente evocarono il villaggio e la strada campestre, suscitando in lui quello stato di monotonia dell’anima, fra l’avveramento e l’inutilità, che è proprio della campagna e che da quel primo viaggio-fuga della sua giovinezza egli più d’una volta era stato attratto a ripetere. Egli sentì che tutto diventava così semplice! I sentimenti sonnecchiano; i pensieri si staccano l’uno dall’altro come le nuvole dopo il temporale, e a un tratto erompe dall’anima un bel cielo vuoto.
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Può darsi che con quel cielo davanti agli occhi una vacca risplenda in mezzo alla strada; è un’eloquenza del fatto, come non vi fosse nient’altro al mondo! Una nuvola di passaggio può far lo stesso su tutto il paese: l’erba diventa scura e un istante dopo brilla di pioggia, non è successo altro, eppure è un viaggio come dalla sponda di un mare a quella opposta. Un vecchio perde il suo ultimo dente; e quel piccolo avvenimento è una pagina della vita di tutti i suoi vicini, alla quale potranno ricollegare i loro ricordi. E così gli uccelli cantano tutte le sere intorno al villaggio e sempre nello stesso modo, quando dietro il sole calante scende la quiete, ma ogni volta è un fatto nuovo, come se il mondo non contasse ancora sette giorni! “In campagna gli dei visitano ancora gli uomini, – egli pensò, – si è
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qualcuno e si vive qualcosa, ma in città, dove gli eventi sono mille volte più numerosi, non si è più capaci di trovare il nostro rapporto con essi; e di lì ha origine la famigerata astrattezza della vita”
Ma mentre così pensava, sapeva pure che la città amplifica mille volte il potere dell’uomo, e anche se nei particolari lo riduce al decimo, lo ingrandisce cento volte nel complesso; però un ritorno indietro per lui era fuor di questione! Come uno dei pensieri apparentemente distaccati e astratti che così spesso nella sua vita acquistavano un valore immediato, gli venne in mente che la legge di questa vita a cui si aspira oppressi sognando la semplicità non è se non quella dell’ordine narrativo, quell’ordine normale che consiste nel poter dire: “Dopo che fu successo questo, accadde quest’altro” Quel
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che ci tranquillizza è la successione semplice, il ridurre a una dimensione, come direbbe un matematico, l’opprimente varietà della vita; infilare un filo, quel famoso filo del racconto di cui è fatto anche il filo della vita, attraverso tutto ciò che è avvenuto nel tempo e nello spazio! Beato colui che può dire: “allorché”, “prima che” e “dopo che”! Avrà magari avuto tristi vicende, si sarà contorto dai dolori, ma appena gli riesce di riferire gli avvenimenti nel loro ordine di successione si sente così bene come se il sole gli riscaldasse lo stomaco. Da questo il romanzo ha tratto artisticamente vantaggio; il viandante ha un bel camminare per la strada maestra sotto una pioggia torrenziale o gemere coi piedi nella neve a venti gradi sotto zero, il lettore non ne ricava che un sentimento di benessere, e sarebbe difficile
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capirlo se l’eterno trucco della poesia eroica, col quale persino le bambinaie calmano i loro piccoli, questo sperimentato “accorciamento prospettico dell’intelligenza”, non facesse già parte della vita. Nella relazione fondamentale con se stessi, quasi tutti gli uomini sono dei narratori. Non amano la lirica, o solo di quando in quando, e se anche nel filo della vita si annoda qualche “perché” o “affinché”, essi esercitano ogni riflessione che vada più in là: a loro piace la serie ordinata dei fatti perché somiglia a una necessità, e grazie all’impressione che la vita abbia un “corso” si sentono in qualche modo protetti in mezzo al caos. E Ulrich si accorse di aver smarrito quell’epica primitiva a cui la vita privata ancora si tien salda, benché pubblicamente tutto sia già diventato non narrativo e non segua più un
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“filo” ma si allarghi in una superficie sterminata.
Quando si rimise in moto con quel riconoscimento, ricordò tuttavia che Goethe ha scritto in una delle sue considerazioni sull’arte: “L’uomo non è un essere docente, bensì un essere vivente, agente e operante” Alzò rispettosamente le spalle. “Tutt’al più si può dire che, come un attore perde la coscienza delle quinte e della truccatura e crede di agire, così l’uomo può dimenticare oggi l’incerto fondale di dottrina da cui dipendono tutte le sue attività” egli pensò. Ma il pensiero di Goethe era stato un po’ mescolato a quello di Arnheim che di Goethe abusava sempre per avvalorare i propri detti, e Ulrich nello stesso momento ricordò con disgusto l’insolita perplessità suscitata in lui da quel braccio
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posato sulla sua spalla. Intanto era uscito dai giardini, e cercava lungo il Ring una via traversa che lo portasse in direzione di casa sua. Leggendo i nomi delle vie andò quasi a cozzare contro un’ombra che si era staccata dal muro ed egli dovette arrestarsi di colpo per non investire la prostituta capitatagli fra i piedi. Ella restò lì e sorrise invece di dimostrar collera contro l’uomo che l’aveva quasi travolta come un bufalo, e Ulrich sentì che quel piccolo sorriso professionale diffondeva nella notte un tenue calore. Ella disse qualcosa, gli parlò con le parole fruste che vogliono allettare e sono come il sudicio avanzo di tutti gli uomini. – Vieni con me, piccolo! – ella disse, o qualcosa di simile. Le sue spalle erano spioventi come quelle di un bambino, una ciocca di capelli biondi sfuggiva dal cappello, e al lume dei
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lampioni si vedeva del suo volto solo un pallore, una graziosa irregolarità; sotto il belletto poteva esser nascosta la pelle di una ragazza ancora giovane con molte lentiggini. Ella alzò il viso verso di lui, era molto più bassa di Ulrich, tuttavia gli disse ancora una volta “piccolo” e nella sua apatia non trovava niente di improprio in quella parola che pronunziava cento volte ogni sera.
Ulrich era commosso. Non la spinse in là, si fermò e fingendo di aver udito male lasciò che ripetesse la sua proposta. Aveva trovato inaspettatamente un’amica che per un piccolo compenso si poneva a sua completa disposizione; si sarebbe data pena di essere amabile e di evitare tutto ciò che potesse dispiacergli; a un segno di assenso, avrebbe infilato il braccio in quello di lui con tenera
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confidenza e con leggera esitazione, come accade quando amici intimi dopo una separazione involontaria si rivedono per la prima volta; e se lui le avesse offerto e messo subito in mano un supplemento di prezzo, affinché lei non pensasse al denaro ed entrasse nello stato di compiacente spensieratezza che un buon affare concluso si lascia dietro, allora si sarebbe veduto che anche la pura indifferenza ha il vantaggio di tutte le sensazioni pure, d’esser scevra da presunzione personale e di servire senza la vana conclusione delle esigenze sentimentali; quel pensiero gli passò per il capo, mezzo sul serio e mezzo per scherzo, ed egli non ebbe cuore di deludere interamente la ragazza fiduciosa di condurre a buon fine il negozio. Si accorse di desiderare la sua simpatia; ma invece di
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scambiare qualche frase con lei nel gergo del mestiere, goffamente si frugò in tasca, le mise in mano un biglietto di banca corrispondente pressapoco alla tariffa di una visita e riprese il cammino. Per un attimo aveva tenuto nella sua la mano che stranamente riluttava ad accettare il biglietto, e aveva detto una sola parola amichevole. Poi lasciò l’adescatrice, sicuro che ella sarebbe ritornata fra le colleghe bisbiglianti più in là nell’ombra per mostrar loro il denaro e dar sfogo con qualche sarcasmo a ciò su cui non poteva avere un’opinione precisa.
Quell’incontro gli rimase presente ancora per un poco, come se fosse stato un idillio gentile durato un solo minuto. Non s’illudeva sulla rozza povertà della sua effimera amica. Ma mentre immaginava com’ella avrebbe un po’ stralunato gli occhi e mandato uno di quei
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piccoli sospiri goffi che aveva imparato a emettere nel momento adatto, quella grossolana commedia a prezzo stabilito gli sembrò anche un po’ commovente, non sapeva perché; forse perché era la commedia umana recitata dai guitti. E già parlando con la ragazza un’ovvia concatenazione d’idee gli aveva richiamato alla mente Moosbrugger. Moosbrugger, il commediante morboso, il cacciatore e sterminatore di prostitute, che aveva passato attraverso quella notte di sventura come lui oggi. Cessata per un istante la perplessità scenografica delle pareti di strade, aveva incontrato la creatura sconosciuta che nella notte micidiale lo aspettava presso il ponte. Che meraviglioso riconoscimento doveva esser stato dal capo alle piante! Ulrich per un attimo credette di
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poterselo figurare. Si sentì levare in alto come da un’onda. Perse l’equilibrio ma non ne aveva bisogno perché il movimento lo trasportava. Il cuore gli si contrasse, ma l’immaginazione si perdeva in spazi sterminati e tosto si spense in una specie di voluttà che quasi toglieva le forze. Cercò di farsi passare l’ebbrezza. Evidentemente era rimasto così a lungo attaccato a una vita senza unità interiore che adesso invidiava persino a un mentecatto le sue idee fisse e la fede nella parte che recitava! Ma Moosbrugger non attraeva anche gli altri, oltre a lui? Udì la voce di Arnheim che gli chiedeva: – Lei lo libererebbe? – E la sua che rispondeva: – No. Probabilmente no. – Mille volte no! – aggiunse, e sentì tuttavia come un abbacinamento l’immagine di un’azione in cui il ghermire, che segue a un fortissimo
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eccitamento, e l’esser ghermito si fondono in un unico stato impossibile a descriversi, dove non si distingue il piacere dalla coazione, il senso dalla necessità, l’estrema attività dalla passiva beatitudine. Fuggevolmente pensò alla teoria che simili disgraziati siano la personificazione d’istinti repressi che tutti condividono, incarnazioni dei loro pensieri omicidi e dei loro stupri immaginari. Ebbene, quelli che la sostenevano se la cavassero con lui a modo loro, e lo giustificassero a ristabilimento della loro morale dopo essersi satollati di lui! Per Ulrich la contraddizione era un’altra, e cioè che lui non reprimeva nulla e tuttavia doveva vedere che dall’immagine di un assassino non si affacciava nulla di più estraneo a lui che dalle altre immagini del mondo, che erano tutte come le sue vecchie
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fotografie: per metà senso che si è formato, per metà non-senso che torna a venir fuori!
Un simbolo deviato dell’ordine: questo era Moosbrugger per lui! E improvvisamente Ulrich esclamò: Tutto questo! – e fece un gesto come per scagliar lontano qualcosa. Non l’aveva detto fra sé, l’aveva detto a voce alta, strinse le labbra di colpo e terminò silenziosamente la frase: “Tutto questo deve esser risolto!” Non voleva sapere in particolare che cosa fosse “tutto questo”; era ciò che lo aveva occupato e tormentato e qualche volta anche deliziato da quando s’era preso la “vacanza”, e avvinto in catene come uno che sogna, a cui tutto è possibile tranne alzarsi e muoversi; tutto questo portava a certe impossibilità, dal primo giorno agli ultimi minuti di quel notturno ritorno a casa! E Ulrich sentiva di dover vivere
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ormai, come tutti, finalmente, per uno scopo ottenibile, oppure prender sul serio quelle “impossibilità”; ed essendo arrivato nelle vicinanze di casa sua s’affrettò lungo l’ultima via con lo strano presagio che qualcosa lo attendesse. Era un sentimento che dava le ali, che spronava all’azione, ma vuoto di contenuto e perciò stranamente libero.
Forse sarebbe passato via come tanti altri; ma quando Ulrich piegò nella strada dove abitava gli parve, quasi subito, che le finestre di casa sua fossero illuminate, e poco dopo, giunto al cancello del giardino, ne ebbe la certezza. Il suo vecchio domestico aveva chiesto licenza di passare la notte fuori, da certi parenti, e lui stesso dopo l’avventura con Gerda, che si era svolta di pieno giorno, non era tornato a casa; i giardinieri che stavano a
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pianterreno non entravano mai nel suo appartamento; ma la luce brillava dappertutto, pareva che ci fossero estranei nelle stanze, ladri sorpresi dalla sua venuta. Ulrich era così turbato e aveva così poca intenzione di sottrarsi a quell’insolito sentimento che andò verso la casa senza esitare. Non s’aspettava niente di preciso. Vedeva ombre dietro i vetri, e pareva una sola persona che muovesse da una finestra all’altra; ma potevano anche essere parecchie ed egli si chiese se gli avrebbero sparato addosso al suo entrare o se doveva lui stesso spianare la rivoltella. In un’altra disposizione d’animo probabilmente Ulrich avrebbe chiamato un vigile o esplorato il terreno prima di risolver qualcosa, ma voleva vivere da solo quell’esperienza e non tirò neanche fuori l’arma che portava spesso con sé da quella notte che i
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due furfanti l’avevano aggredito. Voleva… non sapeva che cosa, si sarebbe visto!
Ma quando spalancò la porta vide che il ladro affrontato con sentimenti così poco chiari era soltanto Clarisse.
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123. L’inversione di rotta
FORSE nel contegno di Ulrich aveva contato fin da principio la persuasione che tutto si sarebbe
chiarito nel più innocuo dei modi, quell’avversione a credere il peggio con la quale si va sempre incontro ai pericoli; ma quando in anticamera gli mosse incontro inaspettatamente il vecchio servitore, poco mancò che non l’ammazzasse. Per fortuna non ne fece nulla, e così apprese da lui che era arrivato un telegramma, preso in consegna da Clarisse, e che la signora era arrivata da un’ora e più, proprio quando il vecchio stava per
andarsene, e non c’era stato verso di mandarla
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via, sicché egli aveva preferito restare a casa e rinunziare per quella volta al suo permesso, perché la giovane signora – il padrone gli perdonasse il commento – sembrava in preda a una grande agitazione.
Ulrich lo ringraziò e, entrato nelle stanze, trovò Clarisse coricata su un divano, un po’ girata sul fianco e con le ginocchia ripiegate contro il corpo; la snella figurina senza curve, la testa ricciuta di fanciullo con il viso allungato e leggiadro appoggiato sulla mano, che ella volse verso di lui quand’egli aprì la porta, erano seducentissimi. Le disse che l’aveva presa per un ladro. Clarisse lo dardeggiò con due occhi che erano come il fuoco rapido di una Browning.
- E può darsi ch’io sia un ladro, infatti! – rispose. – Quel vecchio birbone del tuo
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domestico non voleva lasciarmi entrare, l’ho mandato a dormire ma si sarà nascosto chi sa dove. Sei ben alloggiato qui! – Senza alzarsi gli tese il telegramma. – Volevo vedere come rientri in casa quando credi di essere solo, – continuò.
- Walter è andato a un concerto. Non torna fin dopo mezzanotte. Ma non gli ho detto che sarei venuta da te.
Ulrich aprì il telegramma e lo lesse, ascoltando solo a metà quel che diceva Clarisse; diventò molto pallido e rilesse incredulo lo strano contenuto. Da qualche tempo, benché avesse trascurato di rispondere a parecchie domande di suo padre circa l’Azione Parallela e la parziale infermità di mente, non aveva ricevuto sollecitazioni, e non lo aveva neanche notato; adesso il telegramma gli annunziava la morte del genitore, in uno
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strano miscuglio di velati rimproveri e di funebre solennità che suo padre stesso doveva avere ancora regolato e composto. Avevano avuto poco affetto l’uno per l’altro, anzi il pensiero di suo padre era stato sempre sgradevole a Ulrich, eppure, rileggendo per la seconda volta quel testo comicamente sinistro, egli pensò: “Adesso son proprio solo al mondo!” Non intendeva in senso letterale quelle parole poco corrispondenti al rapporto or ora troncato dalla morte; piuttosto gli pareva, con meraviglia, di salire verso l’alto, come se si fosse spezzata la catena di un’ancora o sentiva che adesso entrava davvero in uno stato di allontanamento dalla vita, alla quale suo padre ancora l’aveva tenuto legato.
- Mio padre è morto! – disse a Clarisse, alzando con involontaria solennità la mano che
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teneva il dispaccio.
- Oh, – rispose Clarisse, – le mie congratulazioni! – E dopo una piccola pausa meditativa soggiunse: Diventerai molto ricco, adesso? – Si guardò intorno curiosa.
- Non credo che mio padre fosse niente di più che agiato, – rispose Ulrich in tono evasivo.
- Io qui facevo una vita al di sopra delle sue condizioni.
Clarisse accusò ricevuta della lezione con un piccolissimo sorriso, un sorriso-inchino; molti dei suoi gesti espressivi erano così frettolosi ed esagerati come la riverenza di un ragazzo che deve rendere al dovere sociale il suo tributo d’educazione. Restò sola nella stanza, Ulrich avendo chiesto il permesso di ritirarsi qualche minuto per i preparativi della partenza. Quando aveva lasciato Walter, dopo
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la violenta scenata occorsa fra loro, non era andata lontano, perché di fronte alla porta dell’appartamento una scala poco usata portava alle soffitte e lei era rimasta lassù, avviluppata in uno scialle, finché il marito era uscito di casa. Aveva sentito parlare dei praticabili per i macchinisti, nei teatri; lassù fra i cordami s’era dunque rifugiata mentre Walter scendeva le scale. Si figurava che le attrici quando non recitano salgono lassù sull’impalcatura che sovrasta la scena e guardino recitare i compagni. Anche lei era un’attrice e ai suoi piedi si svolgevano gli eventi. Era di nuovo la sua idea favorita, che la vita fosse una rappresentazione teatrale. Non occorre certo capirla con la ragione, ella pensava; che cosa se ne sa, infatti, anche a saperne più di lei? Ma bisogna avere l’istinto
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giusto della vita come le procellarie. Bisogna saper aprire le braccia – e questo per lei voleva dire le parole, i baci, le lagrime – come ali! Quella immagine la compensava di non poter più credere all’avvenire di Walter! Guardò giù per le scale ripide che Walter aveva disceso, allargò le braccia e le tenne alzate più a lungo che poteva: forse così lo avrebbe aiutato! “Ripida salita e ripida discesa sono ostilmente affini nella loro forza e stan bene insieme!” ella pensò. “Gaudiosa inclinazione dell’asse terrestre”, ella definì le sue braccia tese e lo sguardo rivolto in basso. Rinunziò al progetto di andare a vedere la dimostrazione; che cosa le importava del “gregge”, l’immane dramma dei singoli era incominciato!
Così Clarisse era andata da Ulrich. Per strada aveva sorriso astutamente pensando che
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Walter la giudicava pazza ogni volta che rivelava la sua acuta percezione dello stato di loro due. Era lusingata che lui temesse di avere un figlio da lei e tuttavia lo desiderasse freneticamente; per lei esser “pazzi” voleva dire all’incirca somigliare a un lampeggiamento a secco, o trovarsi in uno stato di salute così perfetto da spaventare gli altri, ed era una particolarità sviluppatasi nel matrimonio, a passo a passo, via via che crescevano la sua superiorità e la sua posizione dominante. Sapeva tuttavia di riuscire talvolta incomprensibile agli altri, e quando Ulrich ritornò nella stanza le parve di dovergli dire qualcosa, come s’addiceva a un avvenimento che incideva così profondamente nella sua vita. Saltò su dal divano, andò due o tre volte su e giù nel salotto e nelle stanze vicine, poi disse:
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- Ti faccio le più sincere condoglianze, allora, ragazzo mio!
Ulrich la guardò stupito, benché conoscesse già quel suo tono, indice di nervosismo. “Quand’è così ha qualcosa di bruscamente convenzionale, – egli pensò, – come un libro in cui è capitata per sbaglio la pagina di un altro libro” Ella non aveva pronunciato la sua frase nel modo appropriato, ma così di sghembo, al di sopra della spalla, e ciò rafforzava l’impressione di udire non già un accento falso ma un testo sbagliato e si concepiva il sospetto un po’ inquietante che lei stessa fosse fatta di diversi testi interpolati. Poiché Ulrich non rispondeva, ella si fermò di fronte a lui e disse:
- Ho da parlarti!
- Vorrei offrirti qualcosa, – disse Ulrich. Clarisse agitò rapidamente la mano
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all’altezza della spalla in segno di rifiuto. Raccolse i suoi pensieri e incominciò:
- Walter vuole a tutti i costi che io gli dia un figlio. Tu lo capisci? – Parve aspettare una risposta.
Che cosa avrebbe potuto rispondere Ulrich?
- Ma io non voglio! – ella esclamò con forza.
- Non andar subito in collera, suggerì Ulrich. – Tanto, se tu non vuoi, non può succedere.
- Ma lui si dispera a morte!
- La gente che è sempre lì per morire campa cent’anni! Tu ed io saremo incartapecoriti da un pezzo, che Walter dirigerà ancora il suo archivio con una faccia da giovinetto sotto i capelli bianchi!
Clarisse girò pensierosa sui tacchi e s’allontanò da Ulrich; giunta a qualche
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distanza prese di nuovo posizione e lo fissò.
- Sai com’è un parapioggia quando si tira via il bastone? Walter s’affloscia appena mi volto dall’altra parte. Io sono il suo bastone, lui è… – “il paracqua”, stava per dire, ma le venne in mente qualcosa di meglio: – È il mio para- tutto, – disse. – Crede di dovermi proteggere. E perciò vorrebbe in primo luogo vedermi con la pancia grossa. Allora mi persuaderà che una vera madre allatta da sé il suo bambino. Poi vorrà educare questo bambino a modo suo. Lo sai anche tu. Vuol semplicemente impadronirsi di certi diritti e con pretesti altisonanti far di noi dei filistei. Ma se io continuo a dir di no come ho fatto finora, è finita per lui! Io per lui sono tutto!
Ulrich sorrise incredulo a quella affermazione esagerata.
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- Vuole ucciderti, - aggiunse in fretta
Clarisse.
- Che cosa? Credevo che gliel’avessi consigliato tu!
- Io il bambino lo vorrei da te! – dichiarò
Clarisse. Ulrich fischiò fra i denti, stupefatto.
Ella sorrise come una creatura molto giovane che ha avanzato una pretesa sconveniente.
- Non mi piace ingannare una persona che conosco bene come Walter. Mi ripugna, – disse Ulrich lentamente.
- Davvero? Sei molto onesto, allora? – Clarisse sembrava attribuire al fatto un’importanza che Ulrich non comprendeva; pensò un poco, poi riprese l’attacco: – Ma se tu mi ami sei in mano sua!
- In che modo?
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- È chiarissimo, ma non lo so esprimere. Sarai costretto a usargli riguardo. Avremo molta compassione di lui. Naturalmente non puoi ingannarlo senz’altro, perciò dovrai cercare di dargli qualcosa in cambio. E così via. E poi, la cosa più importante: lo costringerai a esprimere quel che c’è di meglio in lui. Non puoi negare che siamo prigionieri in noi stessi come le figure in un masso di pietra. Dobbiamo sforzarci a uscire da noi stessi. Dobbiamo costringerci reciprocamente a uscirne!
- Va bene, – disse Ulrich; – ma tu sei troppo pronta a presumere che ciò accada.
Clarisse sorrise:
- Forse! – disse. Si avvicinò a lui e infilò affettuosamente il braccio sotto il suo, che rimase penzoloni lungo il fianco senza farle posto. – Non ti piaccio? Non mi vuoi bene? -
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domandò. – E giacché Ulrich non rispondeva, soggiunse: – Lo so che ti piaccio. Ho visto tante volte come mi guardi, quando vieni da noi! Ti ricordi se non t’ho già detto che sei il diavolo? Mi pare di sì. Bada di capire: non dico che sei un diavolo dappoco, cioè uno che vuole il male perché non sa niente di meglio; tu sei un diavolo di classe, sai quel che sarebbe bene, ma fai per l’appunto il contrario di quel che vorresti! La vita che noi tutti facciamo ti sembra orribile, e perciò, per bravata, dici che dobbiamo continuare così! E dici con grande onestà: “Io non inganno i miei amici!” ma lo dici soltanto perché cento volte hai pensato: “Mi piacerebbe prendermi Clarisse!” Ma siccome sei il diavolo hai anche in te qualcosa di Dio, Ulrich! Di un grande Dio! Uno che mentisce per non essere riconosciuto! Tu mi vorresti…
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Invece di un braccio adesso glieli aveva presi tutti e due, e stava davanti a lui col viso arrovesciato, il corpo flesso all’indietro come un fiore tenuto per lo stelo. “Adesso qualcosa le passerà di nuovo sulla faccia come l’altra volta!” temette Ulrich. Ma non fu così. Il volto rimase bello. Non aveva il consueto sorriso tenue, ma un sorriso aperto che con la carne delle labbra scopriva anche un poco i denti, come se ella volesse difendersi, e la forma della bocca riproduceva la doppia linea sinuosa dell’arco di Cupido, ripetuta dalla curva frontale e più in su anche dalla nube dei capelli irraggiata di luce.
- Da molto tempo vorresti prendermi fra i denti della tua bocca bugiarda e portarmi via, se tu avessi il coraggio di mostrarti a me così come sei, aveva continuato Clarisse. Ulrich si
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sciolse dolcemente. Ella si lasciò andare sul divano come se ce l’avesse posata lui, e cercò di tirarselo accanto.
- Non dovresti esagerare così, – protestò
Ulrich alle sue parole.
Clarisse abbandonò la presa. Chiuse gli occhi e si sostenne il capo a due mani, puntando i gomiti sulle ginocchia; il secondo attacco era fallito, adesso intendeva convincere Ulrich con una logica glaciale.
- Non attenerti alle parole, – ella incominciò.
- Quando dico diavolo o Dio, sono modi di parlare. Ma tante volte, quando resto sola, sovente per tutto il giorno, e giro per la campagna intorno a casa, m’è capitato di pensare: se vado a sinistra viene Dio, se vado a destra viene il diavolo. E ho anche la stessa sensazione quando devo prendere in mano
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qualcosa e potrebb’essere a destra o a sinistra. Se lo dico a Walter lui per paura si caccia le mani in tasca! Va in estasi davanti a un fiore, e anche soltanto a una lumaca; ma, dimmi, la vita che conduciamo non è terribilmente triste? Non viene né Iddio né il diavolo. E così da anni me ne vado attorno. Che cosa può avvenire? Nulla; a meno che l’arte non produca il miracolo di un cambiamento.
In qualche momento appariva così dolcemente triste che Ulrich si lasciò andare ad accarezzarle i capelli soffici.
- Può darsi che in parte tu abbia ragione, Clarisse, – egli osservò, – ma non capisco mai il tuo modo di collegare le idee e balzare alle conclusioni.
- Ma è semplicissimo, – rispose lei senza mutare atteggiamento. – A furia di pensare m’è
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venuta un’idea: ascolta! – Ora si raddrizzò e ridivenne improvvisamente vivace. Non hai detto tu stesso, una volta, che la condizione in cui viviamo ha delle crepe da cui, per così dire, trapela uno stato di cose impossibile? Non rispondere; so già tutto. Ciascuno naturalmente, vuole avere una vita ben ordinata, ma nessuno ce l’ha! Io faccio musica oppure dipingo: ma è come mettere un paravento davanti a un buco nel muro. Tu e Walter inoltre avete delle idee, io ne capisco poco, ma anche lì c’è qualcosa che non va, e tu hai detto che per pigrizia o per abitudine quel buco non si guarda, oppure ci si distrae con brutte cose. Be, il resto è semplice: proprio attraverso quel buco bisogna uscire! E io ne sono capace! In certi giorni posso benissimo scivolar fuori di me stessa. E allora, come
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dire?, si sta come sbucciati in mezzo alle cose, le quali hanno perduto anch’esse la loro sudicia scorza. Oppure si è uniti dall’aria a tutte le cose che esistono, come fratelli siamesi. È una condizione veramente meravigliosa; tutto diventa musica, ritmo, calore, e io allora non sono la cittadina Clarisse, come dice la scheda anagrafica, sono invece una scheggia luminosa penetrata da una immane felicità. Ma lo sai anche tu! Perché questo volevi dire quando affermasti che la realtà ha in sé una condizione impossibile e che non si possono dirigere le proprie esperienze verso se stessi né considerarle personali e reali, ma bisogna volgerle verso l’esterno, come cantate o dipinte, e così via! potrei ripetere tutto, parola per parola!
Quell’e così via ricorreva come una rima
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libera, mentre Clarisse continuava a parlare precipitosamente, e quasi ogni volta concludeva:
- E tu ne avresti la forza, ma non vuoi; non so perché non vuoi, ma io ti scrollo!
Ulrich la lasciava parlare; di tanto in tanto negava col capo, quando lei gli accollava qualcosa di troppo lontano dal possibile, ma non trovava in sé la volontà di fare obiezioni, e seguitò a tenerle la mano sui capelli, sentendo quasi con la punta delle dita il confuso pulsare di quei pensieri. Non aveva mai visto Clarisse in tanta eccitazione sensuale, e gli faceva un’impressione strana che anche quel corpo sottile e duro contenesse tutta la rilassatezza, la morbida effusione dell’ardore femminile; e neanche questa volta fallì il suo effetto l’eterna sorpresa di vedere aprirsi improvvisamente una
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donna che egli giudicava chiusa per tutti. Le sue parole però non lo disgustarono, benché offendessero la ragione; poiché avvicinandosi all’animo suo e poi tornando ad allontanarsene fino all’assurdità, esse davano l’impressione in quel rapido movimento di un ronzio, di un sussurro la cui bellezza o bruttezza di suono accanto alla intensità delle oscillazioni non era apprezzabile. Egli sentiva che quell’ascolto facilitava le sue decisioni, come una musica scapigliata, e solo quando gli parve che ella stessa non trovasse più né uscita né fine alle proprie parole, le scosse un po’ la testa con la mano allargata, per ammonirla e richiamarla indietro.
Ma avvenne il contrario di quel che lui voleva, perché Clarisse lo assalì inaspettatamente. Così fulminea che egli,
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sbalordito, non poté difendersi, gli buttò le braccia al collo e premette la bocca sulla sua; con un movimento rapidissimo ritirò le gambe sotto il corpo e scivolò verso Ulrich inginocchiandoglisi in grembo. Egli sentiva contro la spalla la piccola rotondità del seno. Non capiva quasi nulla di ciò che ella diceva. Clarisse balbettava qualcosa della propria forza redentrice e della vigliaccheria di lui, ed egli intese vagamente di essere un “barbaro” e che perciò ella avrebbe concepito da lui e non da Walter il Salvatore del mondo; in sostanza le parole erano soltanto un suono disordinato vicino all’orecchio, un mormorio frettoloso a mezza voce, più intento a sé che a palesarsi, e solo ogni tanto si distingueva in quel ruscellare una parola staccata, come “Moosbrugger”, o “l’occhio del diavolo” A propria difesa Ulrich
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aveva preso per le braccia la piccola assalitrice e la teneva giù sul divano, ella però lavorava di gambe intorno a lui, gli premeva i capelli sul volto e cercava di cingergli di nuovo le braccia al collo.
- Ti ucciderò se non cedi! – disse con voce alta e chiara. Sembrava un ragazzo che in un misto di tenerezza e di collera non voglia lasciarsi respingere e si ecciti sempre più. Lo sforzo di domarla gli faceva sentire solo debolmente lo scorrere dell’ebbrezza nelle membra di lei; tuttavia il momento in cui tenendola stretta fra le braccia l’aveva premuta giù sul divano era stato assai conturbante. Gli pareva che il corpo di Clarisse gli fosse penetrato nell’animo; la conosceva da tanto tempo e spesso aveva un po’ scherzato con lei, ma non aveva mai toccato così da capo a piedi
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quella piccola creatura nota e ignota dall’indomito cuore, e quando i movimenti di Clarisse, frenati dalle sue mani, si calmarono e quello sciogliersi delle membra le luccicò teneramente negli occhi, per poco non accadde ciò che lui non voleva. In quel momento però egli si ricordò di Gerda, come se solo adesso gli venisse fatto obbligo di giungere a una conclusione con se stesso.
- Non voglio, Clarisse! – egli disse e la lasciò andare. – Adesso voglio restar solo e ho molte cose da disporre prima di partire.
Quando Clarisse capì il rifiuto, fu come se con qualche energico squasso un altro meccanismo le venisse inserito nella testa. Guardò Ulrich che con i lineamenti sconvolti le stava di fronte a qualche passo di distanza, lo vedeva parlare e non intendeva che cosa
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dicesse, sentì una ripugnanza crescente, poi si accorse che la sottana le era risalita al di sopra dei ginocchi e s’alzò di scatto. Prima di ricordare nulla era in piedi, si riordinò i capelli e gli abiti come dopo esser stata coricata nell’erba e disse:
- Ma certo, devi far la valigia, non ti faccio perdere altro tempo! – Aveva di nuovo il solito sorriso tra l’esitante e l’ironico spremuto fuori da un fessolino, e gli augurò buon viaggio.
- Quando torni, probabilmente troverai da noi Meingast; ha scritto che veniva, e questo appunto ti volevo dire! aggiunse con noncuranza.
Ulrich titubante le tenne a lungo la mano.
Le dita di Clarisse giocavano con le sue; ella avrebbe dato dieci anni di vita per sapere che cosa gli avesse mai detto, perché doveva essere
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stato di tutto, se si era eccitata tanto da dimenticarlo completamente. Ricordava all’incirca quel che era successo e non gliene importava niente, perché il suo sentimento le diceva di esser stata coraggiosa e pronta al sacrificio, e Ulrich invece aveva avuto paura. Adesso ella desiderava soltanto congedarsi da lui come un buon camerata, in modo da non lasciargli dubbi. Disse disinvolta:
- È’ meglio che tu non parli a Walter di questa visita e i discorsi che abbiamo fatto rimangano fra noi fino alla prossima volta! – Al cancello del giardino gli porse la mano ancora una volta e non volle lasciarsi accompagnare più lontano.
Ulrich rientrò in casa in una strana disposizione d’animo. Dovette scriver qualche lettera per congedarsi dal conte Leinsdorf e da
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Diotima, ed ebbe anche altre cose da sbrigare, prevedendo che l’entrar in possesso dell’eredità lo avrebbe tenuto lontano per un poco; poi mise nelle valigie già preparate dal servitore, che aveva mandato a dormire, i vari oggetti e libri di uso consueto; e quando tutto fu pronto, non aveva più nessuna voglia di coricarsi. Era abbattuto ed eccitato dalla giornata piena di avvenimenti, e quei due stati non si mitigavano a vicenda, anzi si peggioravano, cosicché, pur essendo molto stanco, non poteva pensar di dormire. Non col ragionamento, ma seguendo ricordi fluttuanti, Ulrich confessò a se stesso che l’impressione già avuta più volte che Clarisse fosse una creatura non soltanto bizzarra, ma già occultamente malata di mente non consentiva più dubbi; e tuttavia durante l’accesso, o come si poteva chiamare la
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condizione in cui s’era trovata poc’anzi, aveva emesso giudizi singolarmente simili ai suoi, di Ulrich. Ciò avrebbe potuto indurlo a nuove profonde meditazioni, ma invece gli ricordò solamente in maniera sgradevole e contrastante con la natura del suo stato di dormiveglia, che molte cose gli restavano ancora da fare. Dell’anno che si era assegnato, quasi una metà era già trascorsa senza che egli avesse risolto un problema qualsiasi. Gli venne in mente che Gerda l’aveva esortato a scrivere un libro sull’argomento. Ma lui voleva vivere senza dividersi in una parte fantomatica e una reale. Si ricondusse alla memoria il momento in cui ne aveva parlato col capodivisione Tuzzi. Vide se stesso e lui, in piedi nel salotto di Diotima, e la scena aveva qualcosa di drammatico, di recitato. Ricordò di aver detto leggermente che
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avrebbe dovuto scrivere un libro o uccidersi. Ma anche il pensiero della morte, se lo considerava adesso e per così dire da vicino, non era l’espressione reale della sua condizione; perché se vi si abbandonava ancor più e immaginava che invece di partire avrebbe potuto uccidersi ancor prima dell’alba, gli pareva che far questo proprio nel momento in cui gli era giunta la notizia della morte del padre sarebbe stato semplicemente una coincidenza inopportuna. Si trovava in quello stato tra il sonno e la veglia, in cui le immagini della fantasia incominciano a rincorrersi. Si vide dinanzi la canna d’un’arma, guardando nella bocca scura vi scorse l’ombra d’un nulla che ne chiudeva il fondo, e riconobbe una strana combinazione, un singolare incontro nel fatto che quella stessa immagine di un’arma
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carica fosse stato in gioventù il simbolo preferito della sua volontà tesa a un volo e a una meta. E d’improvviso ebbe molte visioni come quella della pistola e del suo colloquio con Tuzzi. La veduta di un prato al primo mattino. L’immagine di una lunga valle fluviale fra spesse nebbie serotine, vista dal treno. All’altro capo dell’Europa un paese dove si era separato da un’amante; l’immagine dell’amante era dimenticata, quella delle strade terrose e delle case col tetto di canne era chiara come allora. La peluria delle ascelle di un’altra amante era l’unica cosa che ne restava. Parti staccate di melodie. L’originalità di un gesto. Profumi di aiuole, allora aduggiati da impetuose parole uscite dall’anima, che oggi sopravvivevano a quelle frasi obliate. Un uomo su strade diverse, che quasi stringeva il cuore a
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vederlo: lui, rimasto lì come una serie di marionette con le molle spezzate. Si potrebbe credere che tali visioni siano la cosa più fugace del mondo, ma a un certo momento tutta la vita è dissolta in quelle immagini, solo esse stanno sul cammino terreno che sembra andare unicamente dalle une alle altre, e la sorte in ascolto non ha udito decisioni e idee, ma solo immagini misteriose e sovente insensate.
Ma mentre l’assurda vanità di tutti gli sforzi di cui s’era gloriato lo commoveva quasi fino alle lacrime, lo sorprese nello stato di veglia notturna in cui si trovava, o sarebbe meglio dire lo sopraffece, un sentimento stranissimo. In tutte le stanze splendevano ancora i lumi che Clarisse, mentre era sola, aveva acceso dappertutto, e l’eccesso di luce inondava le
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pareti e gli oggetti, riempiendo lo spazio di qualcosa di vivo. E forse era la tenerezza contenuta in ogni stanchezza indolore che trasformava l’insieme delle sue sensazioni fisiche, perché quella consapevolezza del proprio corpo, sempre presente benché non curata, e ad ogni modo delimitata solo vagamente, trapassava a uno stato più molle e più largo. Era un allentamento, come se si fosse slegato un laccio troppo stretto; e giacché nelle pareti e negli oggetti nulla v’era di realmente mutato, e nessun Dio entrava nella dimora di quell’infedele e Ulrich stesso rinunziava alla sua lucidità di giudizio (fin dove la stanchezza non lo ingannava) voleva dire che soggetto a quella trasformazione poteva essere soltanto il rapporto fra lui e l’ambiente, e di quel rapporto, a sua volta, non il lato oggettivo,
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né i sensi e la ragione che gli si adeguano oggettivamente; la metamorfosi era quella di un sentimento profondo come le acque del sottosuolo, sul quale questi pilastri della percezione oggettiva e del pensiero poggiavano di solito, mentre ora, smossi, si allontanavano oppure si avvicinavano: questa distinzione infatti aveva perso nel momento stesso ogni significato.
“È un altro comportamento; io subisco una metamorfosi, e quindi anche le cose che stanno in relazione con me!” pensò Ulrich, che credeva di osservarsi bene. Ma si sarebbe anche potuto dire che la sua solitudine – uno stato che si trovava non soltanto in lui ma anche intorno a lui e che quindi univa l’uno e l’altro – si sarebbe potuto dire, e lo sentiva lui stesso, che tale solitudine diventava sempre più fitta o sempre
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più grande. Passava attraverso i muri, invadeva la città, senza tuttavia allargarsi, invadeva il mondo. “Quale mondo? – egli pensò. Il mondo non esiste!” Gli pareva che quel concetto non avesse più senso. Ma si sorvegliava ancora abbastanza da sentire in pari tempo che quell’espressione esagerata era sgradevole; non cercò altre parole, al contrario, da allora si riavvicinò alla lucidità piena e dopo pochi secondi si mise in moto. Il giorno spuntava e mescolava il suo lividore alla chiarità sempre più smorta della luce artificiale che moriva rapidamente.
Ulrich saltò in piedi e si stirò le membra. V’era rimasto dentro qualcosa che non riusciva a scuoter via. Si passò le dita sugli occhi, ma il suo sguardo conservava la morbidità di un penetrante contatto con le cose. E d’improvviso
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egli s’accorse con un senso difficile a descriversi, defluente, come se gli venisse meno la forza di persistere a negarlo, che si trovava di nuovo nel punto dove s’era trovato molti anni addietro. Crollò il capo sorridendo. Ironicamente definì il proprio stato una “crisi di moglie del maggiore” Secondo la sua ragione non c’era alcun pericolo, perché non aveva lì nessuno con cui ripetere una simile follia. Aprì una finestra. Fuori c’era un’atmosfera indifferente, un’aria da mattino qualunque con i primi sonanti rumori della città. Mentre la frescura gli lavava le tempie, incominciò a rifluire in lui con la sua limpida durezza l’avversione dell’europeo per il sentimentalismo, ed egli si propose di affrontar la faccenda, se proprio doveva essere, con la massima precisione. E tuttavia, rimanendo così a lungo
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affacciato e guardando senza pensieri nel mattino, sentiva ancora in sé qualcosa dell’ammiccante ritirarsi di tutte le sensazioni.
Fu sorpreso dall’ingresso del domestico che con l’espressione solenne di chi s’è alzato di buon’ora veniva a svegliarlo. Fece il bagno, concesse in fretta al suo corpo qualche vigoroso esercizio ginnastico, e andò alla stazione.
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LIBRO SECONDO
- LA SORELLA GEMELLA -
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PARTETERZA
- VERSO IL REGNO MILLENARIO -
(I CRIMINALI)
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1. La sorella dimenticata
LA sera dello stesso giorno, Ulrich, arrivato a… e uscito dalla stazione, si vide davanti una vasta piazza
riarsa che alle estremità si restringeva in due strade, e la sua memoria ne ebbe quell’impressione quasi dolorosa che è propria di un paesaggio visto e rivisto e poi dimenticato.
“Le assicuro che i redditi son diminuiti del venti per cento e la vita è rincarata del venti per cento; fa il quaranta per cento, insomma!”
“Creda a me, la Corsa sei Sei giorni è un avvenimento che unisce i popoli!”
Queste voci gli risonavano all’orecchio: le
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voci dello scompartimento. Poi sentì affermare recisamente:
“Il melodramma però io lo metto al di sopra di tutto!”
“È uno svago per lei?” “No, una passione!”
Ulrich inclinò il capo come si fa per scrollar via l’acqua dall’orecchio; nel treno affollato il viaggio era stato interminabile; gocce di conversazione generale penetrate in lui durante il percorso rigurgitarono fuori. In mezzo al lieto trambusto dell’arrivo, che si era riversato nella quiete della piazza per la grande porta della stazione come attraverso la bocca d’un tubo, egli attese che si riducesse pian piano a uno sgocciolio e poi si trovò nel vuoto pneumatico del silenzio che segue al frastuono. E rimase lì con l’udito sconvolto, ma con un’insolita pace
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davanti agli occhi. Tutte le cose visibili apparivano con un maggior rilievo del solito, e laggiù in fondo alla piazza comunissime intelaiature di finestre spiccavano così nere sul pallido luccicare dei vetri come se fossero le croci del Golgota. Anche ciò che era in moto spiccava dalla quiete della strada, come non accade nelle città molto grandi. Cose mobili e cose immobili evidentemente qui avevano maggior spazio per dilatare la propria importanza. Egli lo scoprì con una certa curiosità del ritrovamento, e scrutò la città di provincia in cui aveva passato brevi ma poco piacevoli periodi della sua vita. Il carattere della cittadina, egli lo sapeva, era un miscuglio di internazionale e di coloniale. Un antichissimo nucleo di borghesia tedesca, capitato secoli innanzi in terra slava, vi era sfiorito, cosicché,
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tranne qualche chiesa e qualche cognome, ne era quasi sparito il ricordo; e anche dell’epoca in cui la città era stata sede degli Stati provinciali non rimaneva che un bel palazzo ben conservato; ma nel tempo dell’amministrazione assoluta, a quel passato si era sovrapposto l’apparato mastodontico di un governatorato imperiale coi suoi uffici centrali della provincia, con le scuole inferiori e superiori, le caserme, i tribunali, le carceri, il palazzo vescovile, il Casino, il teatro e tutti coloro che ne facevano parte, i mercanti e gli artigiani che tutto ciò comportava, così che infine era sorta anche un’industria d’imprenditori immigrati, le cui fabbriche avevano riempito compatte i sobborghi, influendo durante le ultime generazioni assai più di tutto il resto sulla sorte di quel lembo di
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terra. La città aveva una storia e aveva anche un volto, ma gli occhi non armonizzavano con la bocca, o il mento stonava con la capigliatura e dappertutto si vedevano i segni di una vita assai agitata ma intimamente vuota. Poteva darsi che questo, in certe particolari circostanze personali, favorisse sviluppi insoliti e singolari.
Per dirla con un’espressione altrettanto discutibile: Ulrich sentiva qualcosa di “spiritualmente immateriale” in cui ci si perdeva al punto d’essere tratti alle più bizzarre fantasie. Aveva in tasca lo strano messaggio del padre e lo sapeva a memoria: “Ti partecipo il mio avvenuto decesso”, gli aveva fatto telegrafare il vecchio – o si doveva dire gli aveva telegrafato? – e anche qui si rivela quella sua tendenza al fantastico, perché il dispaccio era
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firmato: “tuo padre” Sua Eccellenza l’Autentico Consigliere Segreto non scherzava mai nei momenti gravi; la stravagante formulazione della notizia era quindi anche diabolicamente logica, perché era lui stesso che informava il figlio, quando in attesa della propria fine scriveva quelle parole o le dettava ad altri e fissava all’attimo susseguente al suo ultimo respiro l’entrata in vigore del documento; forse, anzi, l’evento non si sarebbe potuto esprimere più esattamente di così, eppure da quel fatto, in cui il presente tentava di dominare un futuro che non avrebbe più vissuto, spirava un sinistro odor cadaverico di volontà irosamente putrefatta.
Davanti a quell’atteggiamento, che per qualche ragione gli ricordava il gusto volutamente superficiale delle cittadine di
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provincia, Ulrich pensò non senza angustia alla sorella maritata, che stava per rivedere.
Durante il viaggio aveva già pensato a lei, perché non ne sapeva quasi nulla. Di tanto in tanto con le lettere del padre gli erano giunte le regolamentari notizie di famiglia, ad esempio: “Tua sorella Agathe si è sposata”, seguite da commenti integrativi perché Ulrich non aveva potuto esser presente alle nozze. Dopo un anno aveva ricevuto l’annunzio di morte del giovane cognato; tre anni dopo, se la memoria non l’ingannava, il padre gli aveva scritto: “Tua sorella Agathe, con mia soddisfazione, s’è decisa a riprender marito” A quel secondo matrimonio, cinque anni prima, egli era intervenuto e per qualche giorno aveva visto la sorella; ma si rammentava soltanto che quel periodo era stato come una “Gran Ruota” di lini
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bianchi che girava senza posa. E del marito ricordava soltanto che non gli era piaciuto. Agathe allora doveva avere ventidue anni, e lui, Ulrich, ventisette anni, perché si era appena laureato; dunque la sorella aveva adesso ventisette anni, e lui da allora non l’aveva più veduta né era stato in corrispondenza con lei. Ricordò che il padre poi gli aveva scritto ripetutamente: “La vita coniugale di tua sorella non è purtroppo come dovrebb’essere, benché suo marito sia un ottimo uomo” E anche: “I recenti buoni successi del marito di tua sorella Agathe mi hanno molto rallegrato”
Così all’incirca dicevano quelle lettere alle quali egli disgraziatamente non aveva mai fatto molta attenzione; ma una volta, ora Ulrich lo rammentava benissimo, mentre lamentava la sterilità della figlia, il genitore aveva espresso
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tuttavia la speranza che il matrimonio fosse felice, anche se Agathe col suo carattere non lo avrebbe mai ammesso.
“Che aspetto avrà adesso?” pensò Ulrich. Una delle stranezze del padre, che con tanta sollecitudine li teneva reciprocamente informati delle loro vicende, era stata quella di metterli fuori di casa in tenera età, subito dopo la morte della mamma; erano stati educati in istituti diversi e a Ulrich, allievo scadente, ben di rado era stato concesso di tornare a casa per le vacanze, cosicché fin dall’infanzia, pur essendosi allora molto amati, i due non si erano quasi più visti, eccettuato un incontro abbastanza lungo quando Agathe aveva dieci anni.
Sembrava naturale ad Ulrich che date le circostanze non vi fosse mai stato tra loro
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nessuno scambio di lettere. Che cosa avrebbero mai potuto scriversi? Quando Agathe si era sposata la prima volta, lui era sottotenente e si trovava all’ospedale per una ferita riportata in duello: Dio che asineria da parte sua, anzi, quante asinerie diverse! Infatti gli venne in mente che quel duello e quella ferita non coincidevano affatto colla sua attività di tenente; allora egli era già quasi ingegnere e aveva “occupazioni importanti” le quali appunto lo avevan tenuto lontano dalla cerimonia familiare! E di sua sorella sentì dire più tardi che aveva molto amato il primo marito; non ricordava più da chi l’avesse udito, ma infine che cosa significa “aveva molto amato”? Son cose che si dicono. Si era rimaritata e Ulrich non poteva soffrire il secondo marito: quest’era l’unica cosa certa!
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Non soltanto ne aveva una cattiva impressione personale, ma non gli eran piaciuti neanche i libri di lui che aveva letto, e forse non senza intenzione da allora in poi aveva bandito la sorella dalla propria memoria. Ciò non era bello: doveva confessare che persino in quest’ultima annata, pur avendo pensato a tante mai cose, non s’era affatto ricordato di lei, nemmeno nel ricevere la notizia ferale. Ma sceso dal treno aveva chiesto al vecchio domestico venuto a incontrarlo se il cognato fosse già giunto; e udendo che il professor Hagauer era atteso soltanto per le esequie se ne rallegrò, e sebbene non potesse trattarsi che di un intervallo di due o tre giorni, gli parve un periodo illimitato di clausura da trascorrere vicino alla sorella come se loro due fossero le persone più intimamente legate di questo
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mondo. Sarebbe stato inutile chiedersi come mai; forse l’idea della “sorella sconosciuta” era una di quelle vaste astrazioni in cui trovan posto molti sentimenti che in nessun luogo sono veramente a casa loro.
Mentre lo occupavano tali problemi, Ulrich era entrato a poco a poco nella città nota e ignota che gli si dischiudeva. Si era lasciato dietro la carrozza con le valige – in cui all’ultimo momento aveva messo anche parecchi libri – e col vecchio domestico, già parte dei suoi ricordi infantili, che cumulava l’ufficio di maggiordomo, economo e bidello universitario, in un complesso di cui con l’andar degli anni si erano quasi cancellati i confini interni; era probabilmente a quell’uomo chiuso e modesto che il padre di Ulrich aveva dettato il funebre telegramma. Con lieta
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meraviglia i piedi di Ulrich percorrevano la strada verso casa, mentre i suoi sensi ora svegli e curiosi accoglievano le impressioni nuove con le quali ogni città in via di sviluppo sorprende chi da molto tempo ne è rimasto lontano. Giunte a un punto, che riconobbero prima di lui, le sue gambe lasciarono la strada principale, ed egli si trovò poco dopo in una via stretta, limitata da due muri di cinta. Laggiù da un lato sorgeva la casa di due soli piani con la parte centrale più alta, di fianco la vecchia scuderia, e, appoggiata al muro del giardino, la casetta dove abitava il domestico con la moglie; pareva che il vecchio padrone nonostante la fiducia li avesse confinati il più lontano possibile, cingendoli tuttavia entro le proprie mura. Soprappensiero Ulrich era giunto alla porta chiusa del giardino e aveva già lasciato
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cadere il battente, appeso invece d’un campanello all’uscio basso e nero, prima che il suo compagno lo raggiungesse di corsa e lo facesse accorto dell’errore.
Dovettero tornare indietro, costeggiando il muro, fino all’ingresso principale, dov’era ferma la carrozza, e solo nel momento in cui si vide davanti la chiusa facciata della casa Ulrich notò che sua sorella non era venuta alla stazione. Il domestico gli disse che la signora aveva l’emicrania e dopo mangiato era salita in camera dando ordine di svegliarla all’arrivo del signor dottore. Ulrich domandò se la signora era soggetta al mal di capo, e rimpianse subito quella inavvertenza che al vecchio uomo di fiducia della casa paterna denunziava la sua estraneità e toccava rapporti di famiglia su cui era meglio tacere.
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- La signora ha dato ordine di servire il tè fra mezz’ora, – rispose contegnosamente il vecchio con un viso cieco e compassato che dava a capire com’egli non intendesse nulla di quanto esulava dai suoi doveri.
Involontariamente Ulrich guardò su verso le finestre, nella supposizione che Agathe fosse dietro i vetri a osservare il suo arrivo. “Sarà simpatica?” si chiese, e rifletté con fastidio che il soggiorno sarebbe stato assai sgradevole se ella non gli fosse piaciuta. Che non fosse venuta alla stazione né alla porta gli parve però un fatto incoraggiante, ciò dimostrava fra loro una certa affinità di sentire, perché tutto ben considerato, precipitarglisi incontro sarebbe stato assurdo quanto da parte sua correre appena arrivato al cataletto del padre. Le mandò a dire che sarebbe stato pronto fra
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mezz’ora e andò a mettersi un poco in ordine. La camera in cui fu condotto era al secondo piano dell’edificio centrale ed era stata la sua camera di bambino, ora stranamente integrata con alcuni mobili messi insieme a casaccio, suppellettili necessarie alle comodità degli adulti.
“Immagino che non sia il caso di spostarli, finché c’è il morto in casa”, pensò Ulrich, e si sistemò su quelle macerie della sua fanciullezza, con una certa difficoltà ma anche con una sensazione piacevole che saliva come una nebbia dall’impiantito. Voleva mutarsi d’abito e gli venne l’idea d’indossare una specie di pigiama che disfacendo la valigia gli era capitato tra le mani. “Però avrebbe potuto almeno venire a salutarmi al mio ingresso in casa!” pensò, e c’era un lieve rimprovero nella
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scelta di un indumento così intimo, quantunque l’intuizione che sua sorella doveva avere qualche buon motivo per agire come agiva rimanesse viva in lui e conferisse al mutamento d’abito qualcosa della cortesia che è nell’espressione libera della confidenza.
Era un ampio pigiama di lana morbida quello che egli indossò, quasi un vestito da Pierrot, a quadri neri e grigi, legato ai polsi e alle caviglie come alla vita; gli piaceva perché era comodo, come ben sentiva scendendo le scale, dopo la notte di veglia e il lungo viaggio. Ma quando entrò nella stanza dove la sorella lo attendeva ebbe una grossa sorpresa, perché per uno strano capriccio del caso si trovò di fronte a un altro Pierrot, biondo, alto, vestito a quadri color gridellino e ruggine, che a prima vista gli somigliava moltissimo.
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- Non sapevo che fossimo gemelli! – disse
Agathe e il suo viso sorrise rischiarato.
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2. Confidenza
NON si erano abbracciati per salutarsi, ma avevan sostato cordialmente l’uno di fronte
all’altra, poi cambiarono posizione e Ulrich poté esaminare la sorella. Di statura stavano bene insieme, i capelli di Agathe erano più chiari dei suoi, ma anch’ella aveva la profumata secchezza di pelle che era l’unica cosa che Ulrich amasse del proprio corpo. Il suo petto non si perdeva in sinuosità, era invece sottile e vigoroso, e le membra parevano avere l’affusolata snellezza in cui si fondono beltà e agilità naturale.
- Spero che l’emicrania ti sia passata, non
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se ne vede più traccia, disse Ulrich.
- Non avevo l’emicrania, era soltanto una scusa, perché non potevo incaricare il domestico di un messaggio più complicato, – ella spiegò; – si trattava di fiacca, nient’altro: dormivo. Qui mi sono abituata a dormire ogni volta che ho un minuto libero. Devi sapere che sono estremamente pigra; per disperazione, credo. E quando ebbi la notizia che tu arrivavi, mi dissi: adesso sarà l’ultima volta, spero, che mi piglia la sonnolenza; e mi abbandonai a una specie di sonno della guarigione. Per uso del domestico però, tutto ben considerato, l’ho chiamato emicrania.
- Non fai sport? – domandò Ulrich.
- Un po’ di tennis. Ma detesto lo sport. Mentre ella guardava, Ulrich osservò ancora
una volta il viso di Agathe. Non gli parve che
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somigliasse molto al suo; ma forse sbagliava, poteva somigliargli come un pastello a una scultura di legno, così che la diversità del materiale non lasciava apparire la concordanza dei lineamenti e delle superfici. Quella faccia lo inquietava per chi sa quale motivo. Dopo un po’ si rese conto che era perché non riusciva a capire che cosa esprimesse. Vi mancava ciò che permette di trarre le usuali conclusioni intorno a una persona. Era un viso pieno di contenuto, ma senza nulla di sottolineato e compendiato nel modo consueto in tratti caratteristici.
- Come mai anche tu ti sei vestita così? – chiese Ulrich.
- Non saprei, – rispose Agathe. – Pensavo che sarebbe stato carino.
- Molto carino! – confessò Ulrich ridendo. – Ma è veramente un gioco magico del caso! E la
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morte di nostro padre, a quel che vedo, non ha sconvolto neppure te, vero?
Agathe si sollevò lentamente sulla punta dei piedi e si lasciò ricader giù nello stesso modo.
- Tuo marito è qui? – domandò il fratello tanto per dir qualcosa.
- Il professor Hagauer verrà soltanto per i funerali. – Pareva contenta dell’occasione di pronunziare quel nome in tono così cerimonioso e di scostarlo da sé come qualcosa di estraneo.
Ulrich non sapeva che cosa rispondere.
- Già, me l’hanno detto, mormorò.
Si guardarono di nuovo e poi, in ossequio alla consuetudine, andarono nella cameretta dov’era esposta la salma.
Fin dal mattino la stanza era stata oscurata artificialmente; era satura di nero. Fiori e
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candele accese mandavano luce e odore. I due Pierrot stavano lì ritti davanti al morto e parevano guardarlo.
- Non tornerò più con Hagauer! disse Agathe, perché fosse detto per sempre. Si sarebbe potuto pensare che dovesse udirlo anche il morto.
Quegli giaceva sul letto mortuario, come aveva disposto: vestito in marsina, coperto dal sudario fino alla cintola, e ne emergevano la camicia inamidata, le mani incrociate senza crocifisso, le decorazioni. Piccole dure arcate sopraccigliari, guance incavate, labbra cascanti. Cucito nella pelle di morto, orrenda e senz’occhi, che è ancora una parte della persona ed è già estranea; la sacca da viaggio della vita. Involontariamente Ulrich si sentì scosso alle radici dell’essere, dove non vi sono
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sentimenti né pensieri; ma in nessun altro luogo. Se avesse dovuto esprimerlo, avrebbe soltanto potuto dire che era la fine di una fastidiosa relazione senza amore. Come un cattivo matrimonio rende cattive le persone che non possono liberarsene, lo stesso fa ogni legame opprimente calcolato per l’eternità, quando la vita temporale gli si affloscia sotto e non c’è più.
- Avrei avuto piacere se tu fossi venuto prima, – continuò Agathe, – ma papà non l’ha permesso. Volle dare lui tutte le disposizioni per quel che riguardava la sua morte. Credo che gli sarebbe stato penoso morire sotto i tuoi occhi. Io son qui già da due settimane; è stato spaventevole.
- Ma ti voleva bene, almeno? -domandò
Ulrich.
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- Di tutte le disposizioni da prendere incaricò il vecchio Franz, e da allora in poi faceva l’impressione di un uomo che non ha più niente da fare e si sente senza scopo. Ma ogni quarto d’ora circa alzava la testa e guardava se io ero in camera. Così fu nei primi giorni. In seguito diventarono mezz’ore e poi ore intere e durante gli ultimi terribili giorni non lo fece più che due o tre volte. E in tutto quel tempo non mi disse mai una parola, a meno che non lo interrogassi io.
Mentre ella narrava, Ulrich pensò: “In fondo è molto dura. Già da bambina era straordinariamente testarda con quel suo fare tranquillo. Eppure, non sembra arrendevole?” E d’un tratto lo colpì il ricordo di una valanga. In un bosco lacerato da una slavina per poco egli non aveva perduto la vita. Era una nuvola
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bianca di neve farinosa che smossa da una forza incoercibile era diventata dura come una montagna che precipita.
- Me l’hai mandato tu il telegramma? – domandò.
- No, il vecchio Franz. Era già tutto predisposto. Papà non si lasciava neanche curare da me. Certo non mi ha mai voluto bene e non so davvero perché mi abbia fatto venire. Io qui mi trovavo malissimo e mi chiudevo in camera più spesso che potevo. Ed è stato in un’ora così che lui è morto.
- Probabilmente voleva dimostrarti che commettevi un errore. Vieni! disse Ulrich con amarezza e la condusse fuori. – Ma forse desiderava che tu gli accarezzassi il capo? Che tu ti inginocchiassi accanto al suo letto? Se non altro perché aveva sempre sentito dire che
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si fa così nel momento dell’addio supremo fra padre e figli. Ma non s’è lasciato uscire di bocca quel desiderio.
- Forse, – disse Agathe
Si erano fermati sulla soglia e lo guardavano.
- Tutto questo è orribile, in fondo! – disse
Agathe.
- Sì, – confermò Ulrich. – E se ne sa così poco. Mentre uscivano dalla stanza Agathe si fermò ancora una volta e disse a Ulrich:
- Mi dispiace di aggredirti con una notizia di cui naturalmente ti importerà poco: ma appunto durante la malattia di papà ho deciso di non tornare in nessun caso da mio marito!
Tanta protervia fece sorridere involontariamente Ulrich, perché Agathe aveva una ruga diritta fra gli occhi e parlava con
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veemenza; sembrava temere che lui non avrebbe preso le sue parti, e faceva pensare a un gatto che ha molta paura e perciò passa coraggiosamente all’attacco.
- E lui è d’accordo? – chiese Ulrich.
- Non gliel’ho ancora detto, – rispose Agathe.
- Ma temo che non vorrà saperne.
Il fratello la guardò con aria interrogativa. Ma lei scosse energicamente la testa:
- Oh no, non è quel che pensi; non c’è di mezzo un terzo! – ella protestò.
Per il momento il discorso terminò lì. Agathe si scusò di non aver avuto maggior riguardo per la fame e per la stanchezza di Ulrich, lo condusse in una stanza dove il tè era pronto, e poiché mancava qualcosa andò lei stessa a prenderlo. Ulrich approfittò di quel momento di solitudine per richiamarsi alla mente, come
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meglio poteva, il marito di lei, allo scopo di capirla meglio. Era un uomo di statura media, con la schiena incavata, le gambe arcuate in un paio di calzoni grossolanamente tagliati, le labbra un po’ tumide sotto i baffi ispidi e una predilezione per le cravatte a grossi disegni, probabilmente intese a mostrare che lui non era un professore qualunque bensì un aspirante a far carriera. Ulrich sentì risvegliarsi la sua antica diffidenza verso l’uomo scelto da Agathe, ma che egli potesse celare dei vizi segreti era da escludersi, bastava ricordare la luce schietta che splendeva sulla fronte e negli occhi di Gottlieb Hagauer. “È semplicemente l’uomo evoluto e capace, il valentuomo che contribuisce nel proprio campo al progresso dell’umanità senza immischiarsi nelle cose che non gli interessano”, stabilì Ulrich, e
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ripensando anche agli scritti di Hagauer cadde in meditazioni non del tutto liete.
Persone di quel genere si qualificano già fin dai banchi di scuola. Come si suol dire, scambiando l’effetto con la causa, essi studiano non tanto coscienziosamente quanto ordinatamente e praticamente. Ad ogni compito si preparano prima, come, la sera, uno si prepara gli abiti e perfino i bottoni se al mattino vuole vestirsi in fretta e senza sbagli; non c’è nessun ragionamento che mediante cinque o dieci bottoni così preparati non si possa abbottonare saldamente al loro cervello, e bisogna convenire che il risultato non è da buttar via e resiste alla prova. In tal modo diventano ottimi scolari senza esser moralmente sgradevoli ai loro compagni, e gli individui che come Ulrich oscillano spinti dal
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proprio carattere fra un lieve eccesso e un altrettanto lieve difetto, vengono superati da loro con una avanzata lenta e inesorabile come il destino, anche se sono molto più dotati d’ingegno. Ulrich si accorgeva di avere una segreta avversione per quegli uomini superiori, perché la loro precisione mentale faceva apparire un po’ vano il suo oscillante amore per la precisione.
“Non hanno manco un filo d’anima, – egli pensò, e son gente bonaria; dopo i sedici anni, quando i giovani si esaltano per i problemi spirituali, essi rimangono in apparenza un po’ indietro agli altri e non son molto capaci di capire pensieri e sentimenti nuovi, ma anche lì lavorano con i loro dieci bottoni, e viene il giorno in cui possono dar prova di aver sempre capito tutto, “certo senza arrivare a impossibili
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estremi” e alla fine sono poi loro che introducono nella vita le nuove idee quando queste per gli altri sono svaniti ricordi di gioventù o esagerazioni solitarie!”
Così Ulrich, quando sua sorella ritornò, ancora non poteva immaginare che cosa le fosse accaduto, ma sentiva che una lotta contro il marito di lei, anche se ingiusta, avrebbe avuto un’abbietta tendenza a procurargli piacere.
Pareva che Agathe ritenesse inutile addurre un motivo ragionevole della sua risoluzione. Quel matrimonio, come non poteva essere altrimenti, dato il carattere di Hagauer, esteriormente appariva perfetto. Non c’eran litigi e quasi neanche divergenze d’opinione; non foss’altro perché Agathe, com’ella disse, non gli comunicava mai le proprie idee in
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nessun campo. Naturalmente non si trattava di eccessi: né alcolismo, né gioco. E nemmeno di abitudini da scapolo. Le entrate erano giustamente divise. L’ordine regnava nella casa. Le riunioni numerose come le serate a quattr’occhi avevano un corso tranquillo.
- Dunque, se tu lo lasci senza un motivo, – disse Ulrich, – il divorzio sarà pronunziato per colpa tua, ammesso ch’egli voglia chiederlo.
- Lo chieda pure! – dichiarò Agathe
- Forse sarebbe bene concedergli qualche facilitazione finanziaria, se lui consente a una soluzione amichevole?
- Io ho portato via solo quanto mi occorreva per un viaggio di tre settimane, – ella rispose, – oltre a qualche ninnolo da poco, qualche ricordo di prima. Tutto il resto se lo tenga pure, io non lo voglio. Ma per l’avvenire non intendo
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concedergli il minimo vantaggio!
Queste frasi ella le pronunziò di nuovo con strana violenza. Si poteva interpretarlo così, che Agathe volesse vendicarsi di avere in altri tempi concesso troppi privilegi al marito. La bellicosità di Ulrich, il suo senso sportivo, la sua fervida fantasia nel superare gli ostacoli si svegliarono a un tratto, sebbene la cosa gli dispiacesse; perché era come l’azione di uno stimolante che mette in moto gli effetti esterni, mentre quelli interni rimangono ancora intoccati. Egli sviò il discorso e cercò tentativamente di veder più chiaro.
- Ho letto qualcosa di suo e ne ho anche udito parlare, – egli disse; – a quanto ne so, nel campo dell’istruzione e dell’educazione è considerato l’uomo dell’avvenire.
- Oh certo, – confermò Agathe.
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- Dalla mia conoscenza dei suoi scritti, direi ch’egli non soltanto è un pedagogo ferrato in ogni problema, ma anche uno dei primi sostenitori di una riforma dei nostri istituti superiori. Ricordo di aver letto un suo libro che descriveva il valore insostituibile dell’istruzione storico-umanistica per la formazione morale, dell’istruzione scientifico-matematica per la formazione spirituale, e infine della disciplina militare e dello spirito sportivo per l’educazione all’azione. Non è così?
- Credo bene, – disse Agathe; – ma hai osservato le sue citazioni?
- Citazioni? Aspetta; mi sembra vagamente di aver notato qualcosa. Ne fa moltissime. Citazioni di classici. Naturalmente… già, cita anche i contemporanei; ah, ecco, ho trovato: per un pedagogo egli cita in maniera
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addirittura rivoluzionaria non soltanto i grandi maestri della pedagogia, ma anche i costruttori d’aeroplani, gli uomini politici e gli artisti del giorno… Ma in fin dei conti è soltanto quello che ho detto poc’anzi, no…? – concluse con quel senso di liquidazione e di avvilimento con cui un ricordo che ha sbagliato binario va a sbattere contro il respingente.
- Il suo sistema, – completò Agathe, – è di citare senza esitazioni, in fatto di musica, mettiamo, fino a Richard Strauss, o in pittura fino a Picasso; ma non farà mai, neanche per confutarlo, un nome che non si sia già conquistato un certo diritto di cittadinanza nei giornali, se non altro con critiche avverse!
Proprio così. Era questo che Ulrich cercava nel ricordo. Egli alzò gli occhi. La risposta di Agathe gli piaceva, per il gusto e il dono
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d’osservazione che rivelava.
- Così è diventato un capo, una guida, mettendosi nelle prime file di quelli che seguono i tempi, – commentò sorridendo. – Chi arriva più tardi, lo vede già davanti a sé. Ma tu li ami i nostri capiscuola?
- Non lo so. Ad ogni modo io non faccio citazioni.
- Via siamo modesti, – esortò Ulrich. – Il nome di tuo marito è un programma che per molti rappresenta il massimo. La sua opera costituisce un progresso, piccolo ma solido. La sua ascesa non può più tardar molto. Prima o poi diventerà almeno professore d’università, anche se finora si è guadagnato il pane come insegnante di scuola media; e io vedi, che non avevo altro da fare se non quello che trovavo sulla mia strada diritta, oggi sono ridotto al
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punto che forse non riuscirò nemmeno a prendere una libera docenza: vuol già dire qualche cosa!
Agathe era delusa, e fu probabilmente per questo che il suo viso prese l’aspetto marmoreo e inespressivo di una gran dama, mentre rispondeva cortesemente:
- Non so; forse tu devi usare a Hagauer certi riguardi?
- Quando arriva? – domandò Ulrich.
- Solo per i funerali; non si concede che il tempo necessario. Ma non voglio che abiti qui in casa, non lo permetterò assolutamente!
- Come vuoi tu! – decise Ulrich di punto in bianco. – Andrò io alla stazione e lo accompagnerò in un albergo. E lì, se tu lo desideri, gli dirò: la sua camera è questa!
Agathe fu stupita e improvvisamente
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entusiasta.
- Sarà irritatissimo, perché è una spesa, e lui s’aspetta di certo di abitare qui gratis! – La sua faccia era cambiata di colpo e aveva ripreso un’espressione infantilmente proterva, come per una birichinata.
- Come stanno le cose? – chiese il fratello. – Questa casa è tua, mia o di tutt’e due? C’è un testamento?
- Papà mi ha fatto consegnare un grosso plico che contiene tutto ciò che dobbiamo sapere – Andarono entrambi nello studio, che era al di là della camera ardente.
Passarono di nuovo fra la luce dei ceri, il profumo dei fiori, nella sfera di quei due occhi che non vedevano più. Nella mezza luce guizzante Agathe per un attimo non fu che una nebbia luminosa d’oro, di grigio e di roseo.
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Trovarono il testamento, e tornarono con le carte al loro tavolino da tè, dove dimenticarono poi di aprire il pacco di documenti.
Perché, quando si rimisero a sedere, Agathe informò il fratello che essa viveva ormai come divisa dal marito, sebbene sotto lo stesso tetto; non disse da quanto tempo era già così.
La cosa fece ad Ulrich una cattiva impressione. Certe donne maritate, quando credono che un uomo potrebbe diventare il loro amante gli raccontano quella storiella; e quantunque Agathe avesse parlato con esitazione, anzi con impaccio, come se avesse preso la maldestra risoluzione di dare scandalo, gli dava fastidio che ella non avesse trovato niente di meglio da propinargli, e lo giudicò un’esagerazione.
- Già non ho mai capito come tu potessi
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vivere con quell’uomo! – replicò schiettamente.
Agathe rispose che l’aveva voluto il padre; e chiese in che modo ella avrebbe potuto opporsi.
- Ma allora eri già vedova, mica una ignara verginella!
- Appunto per questo. Ero ritornata dal babbo; tutti dicevano che ero troppo giovane per vivere sola, perché pur essendo già vedova avevo solo diciannove anni. E poi la vita qui mi era divenuta insopportabile.
- Ma non potevi cercarti un altro marito? O studiare per farti una vita indipendente? – domandò Ulrich senza riguardi.
Agathe si limitò a scuotere il capo. Solo dopo un breve silenzio rispose:
- Ti ho già detto che sono pigra. – Ulrich sentì che non era una risposta.
- Dunque avevi una ragione particolare per
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sposare Hagauer?
- Sì.
- Amavi un altro che non potevi sposare? Agathe esitò:
- Amavo il mio primo marito.
Ulrich rimpianse di aver usato così correntemente la parola amore, come se ritenesse inviolabile l’importanza dell’istituzione sociale che essa designa. “Quando si vuol recare conforto, non si riesce che a fare un’elemosina!” egli pensò. Tuttavia si sentiva spinto a continuare sullo stesso tono.
- E poi hai visto che cosa ti è accaduto, e hai messo Hagauer nei guai, – osservò.
- Sì, – confermò Agathe. – Ma non subito…
più tardi, – soggiunse. – Molto più tardi, anzi.
Qui iniziarono una piccola discussione.
Si vedeva che ad Agathe quelle confessioni
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costavano uno sforzo, sebbene ella le facesse spontaneamente e, come accade alla sua età, considerasse le vicende della vita sessuale un importante argomento di conversazione. Sembrava che per lei l’essenziale stesse nell’intendersi o non intendersi fin dalla prima volta, ella cercava confidenza ed era decisa, non senza generosità e passione, a conquistare il fratello. Ma Ulrich, sentendosi ancora nell’umore di chi dona, non era capace di venirle subito incontro. Nonostante la sua forza morale non era sempre libero dai pregiudizi che il suo spirito respingeva, perché troppo sovente aveva lasciato che la sua vita andasse come voleva, e il suo spirito diversamente. E avendo troppe volte usato e abusato del suo influsso sulle donne con il gusto di un cacciatore che preda e spia, s’era poi quasi sempre scontrato
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con l’immagine corrispondente, in cui la donna è la selvaggina che si abbatte colpita dalla lancia d’amore dell’uomo, e gli stava nella memoria la voluttà dell’umiliazione alla quale la donna innamorata si assoggetta mentre l’uomo è molto lontano da una simile dedizione. Tale concetto maschile della debolezza femminile è ancor oggi molto corrente, benché con le successive ondate di giovani generazioni siano sorte interpretazioni più nuove, e la naturalezza con cui Agathe parlava della propria dipendenza da Hagauer urtava il fratello. Pareva a Ulrich che ella avesse subito un oltraggio senza rendersene ben conto, quando s’era posta sotto l’influsso di un uomo che non le piaceva, e vi era rimasta per parecchi anni. Egli non lo disse, ma Agathe dovette leggergli in viso qualcosa di simile
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perché disse improvvisamente:
- Non potevo mica piantarlo subito, dal momento che l’avevo sposato; sarei parsa un’esaltata!
Ulrich – sempre quell’Ulrich in una posizione di fratello maggiore e di povertà concettuale pedagogico-benefattrice – balzò su di scatto ed esclamò:
- Sarebbe davvero da esaltati sentire un’avversione e trarne subito tutte le conseguenze? Cercò di mitigare la sua veemenza sorridendo e guardando la sorella con tutta la gentilezza possibile.
Anche Agathe lo guardava e aveva il viso tutto aperto da quello sforzo di scrutare nei tratti di lui.
- Una persona sana non può mica essere così sensibile alle cose sgradevoli! – ella ripeté. -
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Che importanza ha in fondo?
La conseguenza fu che Ulrich si riprese e non volle più abbandonare i suoi pensieri a una parte del suo Io. Adesso era di nuovo l’uomo della comprensione funzionale.
- Hai ragione, – disse, – che cosa importano i fatti come tali! Quel che conta è il sistema di concetti attraverso il quale li consideriamo, e il sistema personale in cui sono inseriti.
- Come dici? – chiese Agathe diffidente. Ulrich si scusò per il proprio linguaggio astratto, ma mentre cercava un esempio facile la sua gelosia fraterna tornò a galla e dominò la sua scelta:
- Supponiamo che una donna, che non ci è indifferente, sia stata violentata, – egli spiegò. – Secondo un sistema concettuale eroico ci dovremmo aspettare la vendetta o il suicidio;
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secondo un sistema cinico-empirico, che ella scuota via la cosa da sé, come una gallina; e quello che accadrebbe oggi in realtà, sarebbe probabilmente un miscuglio dei due: ma una tale contaminazione è più brutta di tutto.
Ma Agathe non approvava neanche questa formulazione del problema.
- Ti pare proprio così terribile? – domandò semplicemente.
- Non lo so. Mi pareva che fosse umiliante vivere con una persona che non si ama. Ma adesso… Come vuoi tu!
- Non è forse peggio quando una donna, volendo risposarsi meno di tre mesi dopo il divorzio, è sottoposta per ordine dello Stato a una visita ginecologica per stabilire, a cagione del diritto ereditario, se non sia incinta? Ho letto che è così! – La fronte di Agathe sembrava
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arrotondarsi nell’ira della difesa e aveva di nuovo la piccola ruga verticale fra le sopracciglia. – E tutte vi si adattano, poiché non se ne può fare a meno! – ella aggiunse con disprezzo.
- Non ti posso contraddire, – replicò Ulrich; – tutti gli eventi, quando capitano veramente, passano come la pioggia e il bel tempo. Forse tu sei molto più ragionevole di me, quando consideri le cose con naturalezza; ma la natura dell’uomo non è naturale, bensì vuol mutare la natura, e perciò qualche volta si esalta – Il suo sorriso chiedeva amicizia e il suo occhio vedeva com’era giovane il viso di lei. Quando s’inquietava non s’increspava quasi; anzi ciò che accadeva al di dentro lo rendeva ancor più liscio, come un guanto nel quale la mano si
stringe a pugno.
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- Non ci ho mai pensato così in generale, – ella rispose infine. – Ma dopo averti ascoltato mi sembra di nuovo di esser vissuta terribilmente nell’orrore!
- È soltanto perché, – spiegò il fratello chiedendo con uno scherzo quella reciproca confessione di colpa, – perché tu mi hai già detto spontaneamente moltissimo eppure non l’essenziale. Come posso veder giusto, se tu non mi confidi nulla dell’uomo per il quale abbandoni finalmente Hagauer!
Agathe lo guardò come un bambino o come uno scolaro offeso dal suo maestro:
- Deve proprio esserci un uomo? Non può succedere da sé? Ho fatto qualcosa di male perché me ne sono andata senza un amante? Forse mentirei se dicessi di non averne mai avuto nessuno; non voglio esser così ridicola:
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ma adesso non ce l’ho e me l’avrei a male se tu credessi che me ne occorre assolutamente uno per lasciare Hagauer!
Al fratello non rimase che assicurarle che le donne passionali abbandonano i mariti anche senza avere un amante, e che secondo lui anzi era la cosa più degna.
Il tè per il quale s’erano incontrati era divenuto una cena antipatica e irregolare perché Ulrich era stanchissimo e aveva pregato Agathe di disporre così per andare a letto presto e prepararsi con una buona dormita al giorno dopo che prometteva molta agitazione e molto da fare. Prima di separarsi fumarono le loro sigarette, e Ulrich non vedeva chiaro nella sorella. Ella non aveva nulla della donna emancipata o zingaresca, anche se per ricevere il fratello sconosciuto aveva indossato quegli
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ampi calzoni. Piuttosto faceva pensare a un ermafrodito, così gli pareva adesso; il leggero abito maschile, nei movimenti della conversazione, lasciava indovinare con la semitrasparenza d’uno specchio d’acqua la forma delicata che c’era sotto, e in contrasto con le gambe libere e disinvolte ella portava i bei capelli femminilmente acconciati. Il centro di quelle espressioni contrastanti era però sempre il viso che possedeva in alta misura il fascino della donna, tuttavia con una certa riserva di cui egli non riusciva a definire l’essenza.
E sapere così poco di lei e intrattenersi con lei così intimamente e tuttavia così diversamente che con una donna per la quale egli fosse un uomo, era una cosa molto piacevole, pur nella stanchezza cui cominciava
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a soccombere.
“Che cambiamento da ieri!” egli pensò.
Ne era pieno di riconoscenza e si sforzò di dire ad Agathe qualcosa di affettuosamente fraterno nel congedarsi, ma poiché non v’era abituato non trovò nulla. Così la prese soltanto fra le braccia e la baciò.
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3. Mattino nella casa in lutto
IL mattino dopo Ulrich balzò dal sonno di buon’ora, liscio come un pesce che salta fuori dall’acqua; era
conseguenza dell’aver smaltito senza sogni e senza residui la stanchezza del giorno prima. In cerca di una colazione gironzolò per tutta la casa. L’apparato funereo non vi funzionava ancora in pieno e soltanto un profumo di lutto aleggiava per tutte le stanze; gli ricordò un negozio già aperto di primo mattino mentre la strada è ancora deserta. Poi tolse dalla valigia il suo lavoro scientifico e andò nello studio del padre. Quando fu lì seduto, e con un bel fuoco
acceso nella stufa, lo studio gli parve più
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umano che la sera innanzi; sebbene uno spirito pedante, abituato a pesare il pro e il contro, l’avesse organizzato meticolosamente, compresi i busti di gesso in cima agli scaffali di libri, i molti oggetti personali rimasti lì sparsi – matite, occhiali, termometro, un libro aperto, mazzi di penne e simili – davano tuttavia alla stanza la commovente vacuità di un ricettacolo appena abbandonato dalla creatura che vi abitava. Ulrich era seduto al centro, un po’ più presso la finestra in verità, ma alla scrivania che era il basso continuo di quella stanza, e si sentiva stranamente fiaccato nella volontà. Dalle pareti pendevano ritratti dei suoi antenati, e una parte dei mobili risaliva ancora al loro tempo; l’abitatore della stanza aveva formato il suo uovo nel guscio della loro vita; adesso era morto e le sue masserizie stavano ancora lì,
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così nette, come cavate fuori dallo spazio con la lima, ma già l’ordine era in procinto di sgretolarsi, di adattarsi al successore, e si sentiva che la maggiore longevità delle cose ricominciava a spuntare, appena visibile, dietro il loro rigido aspetto luttuoso.
In quella disposizione d’animo Ulrich riaperse il suo lavoro, interrotto da settimane e mesi, e tosto lo sguardo cadde sulla pagina con le equazioni dell’acqua, oltre le quali non aveva potuto procedere. Ricordava oscuramente di aver pensato a Clarisse mentre dai tre stati dell’acqua traeva un esempio per dimostrare una nuova possibilità matematica; e il pensiero di Clarisse lo aveva sviato. Ma c’è un ricordo che non richiama la parola stessa bensì l’aria in cui è stata pronunziata, e così Ulrich pensò tutto a un tratto: “Carbonio…” ed ebbe subito
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l’impressione, sorgente dal nulla, di poter andare avanti, se soltanto avesse saputo sull’istante in quanti stati si trova il carbonio; ma non se ne ricordava, e invece pensò: “Quelli dell’uomo sono due: maschio e femmina” Lo pensò per un poco, apparentemente immobile dallo stupore, come se fosse Dio sa quale miracolosa scoperta, che l’uomo vive in due stati permanenti diversi. Ma sotto quell’arresto del suo pensiero si celava un altro fenomeno. Giacché si può essere duri, egoisti, ambiziosi, estroversi, e improvvisamente ci si può sentire il contrario, lo stesso Ulrich tal dei tali, ma introspettivo, disinteressato e felice in uno stato indescrivibilmente sensibile, e in certo modo anche altruistico. E si chiese: “Da quanto tempo non avevo più avuto questa sensazione?” Con meraviglia si avvide che non erano più di
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ventiquattr’ore. Il silenzio che circondava Ulrich era ricreante e lo stato di cui gli era tornato il ricordo non gli sembrò così straordinario come altre volte. “Già, siamo tutti organismi, – egli pensò acquietato, – che con la massima avidità ed energia devono vincerla gli uni contro gli altri in un mondo arcigno. Ma ognuno, insieme con i suoi nemici e con le sue vittime, è tuttavia una particella, un figlio di questo mondo; e forse non è così svincolato da essi, così indipendente come s’immagina”
Ciò premesso, non gli pareva affatto incomprensibile che di tanto in tanto un presagio di unità e d’amore sorgesse dal mondo, quasi una certezza che la palpabile miseria della vita in condizioni normali non lasci scorgere che per metà la connessione degli esseri viventi. In questo non v’era nulla che
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potesse offendere un uomo che sente in modo matematico-scientifico ed esatto; tutto ciò, anzi, ricordava ad Ulrich l’opera di un psicologo col quale era in rapporti personali; in essa le immagini si dividevano in due grandi gruppi opposti, il primo gruppo derivava dall’essere circondati dal contenuto degli eventi, e l’altro gruppo dal circondarli, e quell’opera suggeriva la conclusione che questo “esser dentro a una cosa” e “guardare una cosa dal di fuori”, la “sensazione concava” e la “sensazione convessa”, l’“essere spaziale” come l’“essere oggettivo”, la “penetrazione” e la “contemplazione” si ripetono in tante altre antitesi dell’esperienza e in tante loro immagini linguistiche, che è lecito supporre all’origine un’antichissima forma dualistica dell’esperienza umana. L’opera dell’amico
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psicologo non apparteneva al tipo delle indagini rigorosamente obiettive, era piuttosto una di quelle anticipazioni un po’ fantasiose che sorgono da un impulso estraneo all’attività scientifica quotidiana; ma le basi erano salde, e molto probabili le conclusioni che tendevano a un’unità del sentire avvolta da nebbie primordiali, dai cui frammenti variamente trasformati – così ora supponeva Ulrich – poteva aver avuto origine il comportamento attuale, che si dispone vagamente intorno a un modo di sentire maschile e uno femminile, ed è misteriosamente ombreggiato da antichi sogni.
Qui egli cercò un punto saldo, letteralmente, come durante un’ascensione pericolosa ci si aggrappa alla corda e ai chiodi, e incominciò un altro ragionamento.
“Le più remote tradizioni filosofiche, oscure
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e per noi quasi incomprensibili, parlano quasi tutte di un principio maschile e di uno femminile!” egli pensò.
“Le dee che nelle religioni antichissime troviamo sempre accanto agli dei, non sono più concepibili per il nostro modo di sentire. Il rapporto con queste femmine di forza sovrumana per noi sarebbe masochismo!
“Ma la natura, – egli seguitò a meditare, – dà all’uomo i capezzoli e alla donna un rudimento di organo virile, senza che se ne possa concludere che i nostri antenati fossero ermafroditi. Non lo saranno stati dunque nemmeno spiritualmente. E allora la duplice possibilità del “vedere che dona” e del “vedere che prende” deve derivare dall’esterno, come una doppia vista della natura, e in qualche modo tutto ciò è molto più antico che la
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differenza dei sessi, i quali più tardi hanno tratto di lì la loro forma spirituale…”
Così egli andava riflettendo, ma poi gli accadde di ricordare certi particolari della sua infanzia, che mutarono il corso dei suoi pensieri perché, cosa ormai rara, gli dava piacere rammemorarseli. Bisogna premettere che suo padre da giovane amava cavalcare e possedeva anche dei cavalli, come testimoniava la scuderia vuota lungo il muro del giardino, la prima cosa che Ulrich aveva veduto arrivando. Forse era l’unico gusto aristocratico che il padre, ammiratore dei propri amici feudali, avesse concesso a se stesso, ma Ulrich allora era un ragazzetto, e quel che di infinito, o quanto meno di incommensurabile, che un cavallo alto e muscoloso ha per un bimbo in ammirazione, adesso si ricostruiva nella
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memoria come una montagna magica e paurosa, rivestita dalla brughiera del pelame su cui i guizzi della pelle correvano come folate di vento.
Era, ed egli ben se ne accorgeva, uno di quei ricordi il cui splendore proviene dall’impotenza del bambino ad appagare i propri desideri; ma questo dice poco, se lo si confronta con la grandezza di quello splendore che era addirittura ultraterreno, o con lo splendore non meno meraviglioso che il piccolo Ulrich aveva toccato un po’ più tardi con la punta delle dita. In quel periodo infatti erano comparsi in città i cartelloni d’un circo, raffiguranti non soltanto cavalli ma tigri, leoni e grossi magnifici cani che vivevano in amicizia con essi; e da molto tempo Ulrich ammirava quei manifesti variopinti quando riuscì a
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procurarsene uno, e ne ritagliò gli animali, a cui diede sostegno e rigidezza mediante piccole armature di legno. Ciò che tosto seguì si può paragonare soltanto a una bevuta che per quanto prolungata non spegne la sete; infatti durò per settimane e non ebbe sosta, né progresso, e fu solo un costante venir assorbito in quelle creature ammirate, che egli adesso credeva proprio di possedere, con la felicità indicibile di un bimbo solitario, pur sentendo che vi mancava qualcosa di supremo, di inappagabile, da cui appunto derivava al desiderio quella immensa irradiazione attraverso il corpo.
Insieme con questo ricordo stranamente sconfinato ecco affiorare dall’oblio come cosa naturalissima un’altra esperienza infantile, forse di poco posteriore, e nonostante la sua
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fanciullesca gracilità prendere possesso del grande corpo che sognava a occhi aperti. Era il ricordo della fanciullina che aveva soltanto due particolarità: quella di dovergli appartenere e quella delle lotte che egli doveva sostenere perciò con altri ragazzi. E di queste due soltanto le zuffe erano reali, perché la fanciullina non esisteva affatto. Strano periodo, in cui egli come un cavaliere errante saltava alla gola di ignoti avversari, specialmente se erano più grandi di lui e se li incontrava in una strada solitaria e adatta a celare un segreto. Aveva preso in tal modo non poche botte, e talvolta ottenuto grandi vittorie, ma qualunque fosse l’esito si sentiva sempre defraudato d’ogni soddisfazione.
E l’animo suo non accettava l’ovvia supposizione che le ragazzine da lui realmente
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conosciute potessero essere uguali a quella per la quale combatteva, perché, come tutti i ragazzi della sua età, in compagnia delle femmine egli rimaneva lì rigido e istupidito; finché un giorno però vi fu un’eccezione. E ora Ulrich se ne ricordò così nettamente come se l’immagine stesse nel circolo d’un cannocchiale che guardava attraverso gli anni: una sera in cui Agathe s’era vestita per un ballo di bambini. Portava un abito di velluto e i suoi capelli vi fluivano sopra come onde di velluto chiaro, cosicché improvvisamente a quella vista, sebbene travestito anche lui da terribile cavaliere, desiderò di essere una fanciullina, con lo stesso indicibile struggimento che provava per gli animali dei manifesti del circo. A quel tempo sapeva così poco di uomo e donna, che la cosa non gli pareva del tutto
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impossibile, e tuttavia abbastanza da non buttarsi subito a un esperimento, come fanno solitamente i bambini, per ottenere a forza la soddisfazione del proprio desiderio; e in complesso il suo stato, se oggi tentava di esprimerlo, corrispondeva piuttosto a quello di chi brancola nel buio in cerca di una porta e s’abbatte in un ostacolo caldo di sangue o dolce di calore e si stringe tenacemente ad esso, che viene teneramente incontro al suo desiderio di penetrazione, senza fargli posto. Forse somigliava anche a una specie innocua di passione vampirica che succhiava in sé l’essere desiderato, eppure quel piccolo uomo non voleva trarre a sé quella piccola donna, bensì essere completamente al suo posto, e ciò avveniva con l’abbacinante tenerezza che appartiene soltanto alle precoci esperienze del
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sesso.
Ulrich si alzò e stirò le braccia, stupito delle proprie fantasticherie. A meno di dieci passi da lui, dietro il muro, giaceva il cadavere di suo padre, e solo adesso egli s’avvide che già da un po’ di tempo lo spazio intorno a loro due formicolava di gente come sbucata fuori dal terreno, che si dava da fare nella casa morta e sopravvivente. Vecchie donne stendevano tappeti e accendevano altre candele, sulle scale risonavano colpi di martello; si portavano fiori, si lavavano pavimenti, ed ora quell’attività coinvolgeva anche lui, perché gli vennero annunziate persone venute a prendere o a chiedere qualche cosa, e da quel momento fu una catena ininterrotta. L’università voleva sapere dei funerali, un rigattiere passò a domandare timidamente se vendevano vestiti,
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con molte scuse si presentò un antiquario della città, incaricato da una ditta tedesca, a proporre l’acquisto di una rara opera giuridica che probabilmente si trovava nella biblioteca del defunto, un cappellano aveva bisogno di parlare a Ulrich da parte del parroco perché c’era un dubbio da risolvere, un signore delle assicurazioni venne a fornire lunghissime spiegazioni, qualcuno cercava un pianoforte a poco prezzo, un agente d’immobili lasciò il suo biglietto di visita per il caso che volessero vender la casa, un impiegato in pensione si offrì per scrivere gli indirizzi delle partecipazioni, e così in quelle ore propizie del mattino fu un continuo andare e venire, domandare e proporre, di gente che intendeva sfruttare praticamente il decesso e sosteneva a voce e per iscritto il proprio diritto di vivere;
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nell’ingresso, dove il vecchio domestico rimandava indietro più gente che poteva, e di sopra, dove Ulrich doveva ricevere tutti quelli che riuscivano a passare. Egli non aveva mai immaginato quante persone aspettino cortesemente la morte degli altri e quanti cuori si mettano in moto nell’istante in cui il nostro cessa di battere; era un po’ sorpreso, e vedeva: un insetto giace morto nel bosco, e altri insetti, formiche, uccelli e farfalle aleggianti, arrivano da ogni parte.
Giacché all’attività di quel via-vai utilitario s’aggiungeva sempre l’irrequietezza e il fermento di un oscuro profondo sottobosco. L’interesse personale riluceva attraverso i vetri degli occhi commossi come una lanterna che arde di pieno giorno, quando entrò un signore col crespo nero su un abito scuro che era una
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via di mezzo fra il lutto e la burocrazia, e si fermò sulla porta, come in attesa che o lui o Ulrich dovessero rompere in singhiozzi. Ma poiché non successe né una cosa né l’altra, dopo pochi minuti egli giudicò che bastava ed entrò nella stanza come avrebbe fatto qualunque uomo d’affari, dichiarò che era il direttore dell’agenzia delle Pompe Funebri e che veniva a chiedere se Ulrich era rimasto contento del servizio svolto finora. Assicurò che anche il resto sarebbe stato eseguito in un modo che avrebbe soddisfatto anche la buon’anima del signor papà, il quale, come tutti sapevano non era di facile contentatura. Cacciò in mano ad Ulrich un foglietto stampato pieno di rettangoli e lo costrinse a leggere nel modulo di contratto che contemplava vari tipi di commissione, parole come: tiro a otto e tiro a
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due… carro per le corone… numero… accompagnamento alla… con battistrada a cavallo, guarnimenti d’argento… accompagnamento alla… torce alla maniera di Marienburg… alla maniera di Admontà numero degli accompagnatori… tipo di illuminazione… durata dell’illuminazione… legno della cassa… piante ornamentali… nome, nascita, sesso, professione… esclusione di ogni responsabilità imprevista.
Ulrich ignorava il significato di quelle denominazioni in parte arcaiche; chiese schiarimenti, il direttore lo guardò sorpreso, non ne sapeva nulla nemmeno lui. Stava davanti a Ulrich come l’arco diastaltico del cervello umano, che collega lo stimolo con l’azione senza determinare la coscienza. La storia di secoli era affidata a quel professionista
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del lutto, egli poteva disporne per il suo vocabolario commerciale, gli pareva che Ulrich avesse girato una vite sbagliata e si affrettò a richiuderla con un’osservazione intesa a ricondurre alla conclusione dell’affare. Dichiarò che tutte quelle distinzioni erano purtroppo prescritte dal contratto-tipo dell’Unione Nazionale degli Impresari delle Pompe Funebri, ma che non avevano alcuna importanza e ad ogni modo nessuno vi si atteneva; e la firma di Ulrich – la signora sorella ieri non aveva voluto firmare senza il signor fratello avrebbe significato soltanto che il signore sottoscriveva la commissione già data dal defunto signor padre; e poteva star certo che non ci sarebbe stato nulla da ridire sulla perfetta esecuzione dell’ordine.
Ulrich, mentre firmava, chiese al
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funzionario se la città non possedeva ancora una di quelle macchine elettriche per fare salsicce, che recavano all’esterno l’immagine di san Luca, patrono dei macellai; lui ne aveva visto una a Bruxelles… ma non poté aspettare la risposta, perché accanto al primo c’era già davanti a lui un altro individuo che gli chiedeva qualcosa, un giornalista che voleva dei dati per il necrologio da pubblicarsi nella gazzetta della provincia. Ulrich li fornì e congedò l’impresario, ma mentre stava rispondendo alla domanda del cronista, quale fosse stato il fatto più importante nella vita di suo padre, non sapeva già più quali vicende fossero importanti e quali no, e il visitatore dovette venirgli in aiuto. Solo così, afferrata dalla tenaglia inquisitiva di una curiosità professionalmente addestrata a scoprire i fatti interessanti, l’intervista poté
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procedere, e Ulrich aveva l’impressione di assistere alla creazione del mondo. Il pubblicista, un giovanotto, domandò se la morte del vecchio scienziato era avvenuta improvvisamente o dopo lunghe sofferenze, e quando Ulrich rispose che suo padre aveva fatto lezione fino all’ultima settimana, tradusse così: in pieno vigore e attività di lavoro. Poi volarono via i trucioli dalla vita del vecchio signore, meno un paio di costole e di nodi: nato a Protiwin nell’anno 1844, frequentò le scuole tali e talaltre, nominato… là; con cinque nomine e onorificenze, l’importante era già quasi esaurito. Frammezzo, un matrimonio. Un paio di libri. Una volta, per poco non era stato nominato ministro della Giustizia; la cosa era fallita per un’opposizione da qualche parte. Il giornalista scriveva, Ulrich approvava, sì, era
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proprio così. Il giornalista era contento, aveva messo insieme il numero di righe necessario. Ulrich era stupito del piccolo mucchietto di cenere che rimane di una vita. Per tutte le notizie che riceveva il giornalista aveva già pronte le formule altosonanti: illustre scienziato, spirito universale, politico cauto e costruttivo, ingegno multiforme, eccetera eccetera; da molto tempo lì non doveva esser morto nessuno, sicché le parole erano rimaste a lungo in ozio e avevano fame d’essere adoperate. Ulrich rifletteva: gli sarebbe piaciuto dire ancora di suo padre qualcosa di bello, ma il cronista, che già riponeva i suoi appunti, aveva ormai chiesto tutto il concreto, e il resto era come voler prendere in mano il contenuto d’un bicchiere d’acqua senza il bicchiere.
Il via-vai intanto era diminuito: Agathe il
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giorno prima aveva rimandato tutti i visitatori al fratello, ma quell’afflusso s’era ormai esaurito, sicché Ulrich rimase solo quando il cronista si accomiatò. Si avvide di essere di pessimo umore. Non aveva ragione il padre quando trascinava i sacchi del sapere e rivoltava un poco il cumulo di grano della scienza, e poi si sommetteva semplicemente a quella vita che riteneva più forte? Pensò al proprio lavoro, rinchiuso intatto nella scrivania. Forse di lui non si sarebbe potuto dire nemmeno come del padre che era un rivangatore! Ulrich entrò nella cameretta dov’era composto il morto. Quella cella immota dai muri diritti in mezzo all’attività irrequieta che da essa emanava era straordinariamente tetra; rigido come un pezzo di legno il morto galleggiava sui flutti del tramenio, ma in certi
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momenti l’immagine si rovesciava, allora ciò ch’era vivo appariva immobile, e lui invece sembrava scivolare in un moto lugubremente tranquillo.
“Che cosa importa ai viaggiatori, – forse pensava il morto, – delle città che restano indietro alle fermate del treno! Io son vissuto qui e mi son comportato com’era richiesto, e adesso riparto!”
L’incertezza dell’uomo che in mezzo agli altri vuol qualcosa di diverso dagli altri serrava il cuore di Ulrich: egli guardò in faccia suo padre. Forse tutto ciò che aveva creduto una propria particolarità non era che una contraddizione dipendente da quel volto, nata chi sa quando nel fanciullo. Cercò uno specchio, ma non c’era, e soltanto quel viso cieco rifletteva luce. Vi cercò delle somiglianze. Forse c’erano. Forse
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c’era dentro tutto, la razza, il legame, l’impersonale, il flusso della trasmissione ereditaria, di cui si è soltanto un’increspatura, la limitazione, lo scoraggiamento, l’eterno ripetersi e girare in tondo dello spirito, ch’egli odiava con profondissima volontà di vita!
Afferrato a un tratto da quello scoramento, pensò se non era meglio far le valige e partire prima del funerale. Se davvero poteva fare ancora qualcosa nella vita, perché mai si attardava lì?
Ma appena varcata la porta incontrò nella stanza accanto la sorella che veniva a cercarlo.
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4. Avevo un camerata
PER la prima volta Ulrich la vedeva in abiti femminili e dopo l’impressione di ieri gli parve
addirittura che si fosse travestita. Dalla porta aperta la luce artificiale cadeva nel grigiore incerto del primo mattino, e la figura nera coi capelli biondi sembrava ritta in una grotta d’aria inondata da raggiante splendore. I capelli di Agathe erano strettamente avvolti intorno al capo e davano al suo viso un aspetto più donnesco che il giorno prima, il seno delicato s’annidava nella rigida veste nera con quel perfetto equilibrio fra cedevolezza e resistenza
che fa pensare alla durezza leggerissima di una
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perla, e intorno alle gambe che Ulrich aveva veduto ieri lunghe, snelle, e simili alle sue, erano calate le gonne. E proprio perché oggi la figura nell’insieme gli somigliava meno, egli notò la somiglianza del viso. Era come se lui stesso fosse apparso sulla soglia e gli venisse incontro; soltanto più bello e soffuso d’uno splendore in cui egli non s’era mai visto. Per la prima volta lo colse il pensiero che sua sorella fosse una chimera ripetizione e trasformazione di se stesso; una tale idea durò solo un attimo e gli uscì tosto di mente.
Agathe era venuta per ricordare urgentemente al fratello certi doveri che lei, dormendo, aveva quasi dimenticati; teneva in mano il testamento e gli ricordò alcune disposizioni da prendere senza perder tempo. Innanzi tutto bisognava eseguire una
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prescrizione testamentaria un po’ complicata del vecchio giurista a proposito delle proprie insegne cavalleresche, e Agathe aveva sottolineato di rosso quelle righe del testamento con molto zelo se pure con scarsa reverenza. Il defunto voleva esser seppellito con tutte le sue decorazioni, e ne possedeva non poche, ma non per vanità intendeva portarsele nella tomba, perciò dava di quella sua volontà una lunga e meditata motivazione di cui la figlia aveva letto solo l’inizio, lasciando al fratello la cura di spiegarle il resto.
- Come te lo posso spiegare? – disse Ulrich dopo essersi ragguagliato. Papà desidera essere sepolto con le sue insegne perché ritiene falsa la teoria individualistica dello Stato! Raccomanda invece alla nostra attenzione la teoria universalistica. Cioè, che solo dalla
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collettività creatrice dello Stato l’uomo riceve uno scopo superpersonale, la sua bontà e la sua giustizia; isolato egli non è nulla, e perciò il monarca rappresenta un simbolo spirituale; e insomma l’uomo quando muore deve per così dire avvolgersi nelle proprie medaglie, come un marinaio viene calato in mare avvolto nella bandiera!
- Ma mi pare di aver letto non so dove che le decorazioni si devono restituire! – disse Agathe.
- Gli eredi devono restituire le decorazioni alla Cancelleria imperiale. Perciò papà si è fatto fare dei duplicati. Ma le medaglie acquistate dal gioielliere non gli sembrano quelle buone, ed egli vuole che si eseguisca il cambio solo al momento di chiudere la bara: questa è la difficoltà! Chi sa, forse è una muta protesta contro il regolamento, una protesta che non
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voleva esprimere altrimenti!
- Ma ci saranno cento persone presenti e ce lo dimenticheremo! – opinò Agathe.
- Possiamo anche farlo subito!
- Non c’è tempo; devi leggere il resto, quello che dice del professor Schwung; Schwung può arrivare da un momento all’altro, lo aspettavi già ieri.
- E allora facciamolo dopo che Schwung sarà venuto!
- È così spiacevole, – obiettò Agathe, – non accontentare il suo desiderio.
- Ma lui non lo saprà. Ella lo guardò dubitosa:
- Ne sei sicuro?
- Come? – esclamò Ulrich ridendo. – Tu no, forse?
- Io non son sicura di nulla, – rispose
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Agathe.
- Comunque sia: egli non è mai stato contento di noi!
- Questo è vero, – approvò Agathe. Dunque lo faremo più tardi. Ma ora dimmi una cosa, – soggiunse. – Non ti curi mai di quello che ti vien chiesto?
Ulrich esitò.
“Veste bene, – pensò. – Era inutile la mia apprensione che fosse divenuta una provinciale!” Ma poiché a quella domanda della sorella era legata in qualche modo tutta la serata di ieri, egli desiderò di dare una risposta che potesse restar valida e giovarle:
- Non sapeva però come fare per non essere frainteso, e alla fine disse con giovanilità fuor di proposito: – Non il babbo soltanto è morto, è morto anche il cerimoniale che lo circonda. Il
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suo testamento è morto. Son morti quelli che vengono a condolersi. Con questo non voglio dire nulla di male; sa Iddio come bisogna esser grati, probabilmente, agli esseri che contribuiscono alla solidità della terra: ma tutto ciò è il cemento della vita, non il mare! Colse un’occhiata titubante della sorella e si accorse di parlare in un modo incomprensibile.
- Le virtù della società per il santo sono vizi, concluse ridendo.
Con aria un po’ protettiva oppure presuntuosa le mise il braccio intorno alle spalle; ma fu per pura perplessità. Agathe però si fece indietro con viso serio e non si prestò.
- L’hai inventato tu? – chiese.
- No, l’ha detto un uomo che mi è caro.
Un po’ annoiata, come un bimbo obbligato a riflettere, ella così riassunse le risposte di
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Ulrich:
- Dunque tu non chiameresti buono uno che è onesto per abitudine? Ma un ladro che ruba per la prima volta, mentre il cuore quasi gli balza fuori del petto, quello per te è buono?
Ulrich si stupì di queste parole un po’
strane e si fece più serio.
- Non lo so davvero, – disse brevemente. – In certe circostanze mi curo assai poco di stabilire se una cosa è giusta oppure ingiusta, ma non saprei dedurne una regola alla quale ci si debba attenere.
Agathe staccò lentamente da lui lo sguardo interrogativo e riprese il testamento:
- Dobbiamo finire questa lettura, c’è ancora qualcosa di sottolineato, – ammonì.
Il vecchio giureconsulto, prima di mettersi a letto definitivamente, aveva vergato una serie di
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lettere, e ne spiegava il significato e la destinazione. I passi sottolineati si riferivano al professor Schwung, e il professor Schwung era quel vecchio collega che, dopo essergli stato amico da sempre, aveva avvelenato l’ultimo anno di vita del babbo con la polemica intorno al vizio parziale di mente. Ulrich riconobbe subito le lunghe disquisizioni ben note sull’idea e la volontà, sul rigore del diritto e la indeterminatezza della natura, che suo padre prima di morire riepilogava ancora una volta, e sembrava che nulla avesse avuto a cuore il vecchio, nei suoi ultimi giorni, quanto il ripudio della Scuola Sociale di cui aveva fatto parte, “fogna – secondo le sue parole – dello spirito prussiano” Stava lavorando a un opuscolo che doveva intitolarsi Stato e Diritto, ovvero conseguenza e denunzia, quando incominciò a
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sentirsi stanco, e pieno d’amarezza dovette vedere il campo di battaglia in assoluta balia dell’avversario. Con quelle parole solenni, che soltanto la prossimità della morte e la lotta per il bene supremo della reputazione possono suggerire, egli imponeva ai suoi figli di non lasciar cadere in rovina l’opera sua, e specialmente a Ulrich di valersi delle sue relazioni coi circoli autorevoli, ottenute grazie alle instancabili esortazioni paterne, allo scopo di distruggere alla radice gli sforzi del professor Schwung per il trionfo delle proprie idee.
Aver lasciato simili disposizioni non esclude che ad opera compiuta o almeno prestabilita si senta il bisogno di perdonare a un ex amico gli errori suggeritigli dalla sua bassa vanità. Chi soffre molto e già patisce, nel corpo ancor vivo, il lento sfasciarsi della spoglia mortale, è
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incline a perdonare e a chieder perdono; se ricomincia a star meglio però si rimangia tutto, perché il corpo sano ha per natura qualcosa di implacabile: il vecchio doveva aver conosciuto entrambe quelle disposizioni d’animo nelle alterne vicende precedenti la morte, e l’una doveva essergli parsa giustificata quanto l’altra. Un simile stato però è intollerabile per un illustre giurista, e così egli con logica sperimentata aveva trovato un mezzo per trasmettere le sue intenzioni in modo che valessero intatte come ultime volontà senza ulteriori suggestioni contraddittorie del sentimento: scrisse una lettera di perdono e non la firmò né vi appose la data, ma incaricò Ulrich di aggiungervi il giorno e l’ora della sua morte e di sottoscriverla con la sorella a mo di testimoni, come si fa per un testamento orale
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che il morente non ha la forza di firmare.
Egli era in fondo, senza volerlo riconoscere, un’acqua cheta, quel vecchietto che si era sottomesso all’ordine gerarchico della vita e lo difendeva da servitore fedele, ma celava in sé ogni sorta di ribellioni alle quali non poteva trovare sfogo nel sistema di vita da lui scelto. Ulrich non poté a meno di pensare all’annuncio ferale che aveva ricevuto e che probabilmente era stato dettato nello stesso stato d’animo; quasi vi riconosceva un’affinità con se stesso, stavolta però non con rabbia ma con compassione, almeno nel senso che davanti a tanta sete d’esprimersi capiva l’odio per il figlio che si era agevolata la vita prendendosi illecite libertà. Giacché tali appaiono inevitabilmente ai padri le soluzioni adottate dai figli, e Ulrich fu colto da un sentimento di pietà pensando ai
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problemi insoluti ch’egli stesso portava dentro. Ma non ebbe più tempo di dare a tutto ciò una forma giusta e comprensibile anche ad Agathe: aveva appena incominciato quando la penombra della stanza fu invasa con grande impeto da un uomo. Questi avanzò, come scagliato dal proprio movimento, fin nella cerchia luminosa dei ceri, e là, a un passo dal cataletto si portò con largo gesto le mani agli occhi, prima che il servitore scavalcato avesse potuto raggiungerlo e annunziare il suo nome.
- Venerato amico! – esclamò il visitatore con voce sostenuta, mentre il morto giaceva con le mascelle contratte davanti al suo amico Schwung.
- Giovani amici! La Maestà del cielo stellato sopra di noi, la maestà della legge morale dentro di noi! – riprese quegli e guardò con
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occhi velati il collega di facoltà. – In quel petto ormai freddo viveva la maestà della legge morale! – Solo allora si svolse tutto di un pezzo e strinse la mano ai due fratelli.
Ma Ulrich profittò di quella prima occasione per sbrigarsi del suo incarico.
- Il signor consigliere di corte e mio padre sono stati avversari, purtroppo, negli ultimi tempi? – egli scandagliò.
Parve che il canuto signore dovesse pensarci su prima di capire.
- Differenze d’opinione che non mette conto di ricordare! – rispose generosamente, contemplando il morto con tenerezza. Ma quando Ulrich insisté e lasciò capire che si trattava del testamento, la situazione si fece tesa di colpo come in una bettola, quando tutti i presenti sanno che uno ha tirato fuori il
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coltello sotto la tavola e fra un momento incomincerà il ballo. Il vecchio dunque aveva trovato il modo adatto per procurare contrarietà al collega Schwung anche morendo! Una così vecchia inimicizia non era più un sentimento ma una abitudine del pensiero; se qualche novità non rinfocolava i sentimenti ostili, essi non esistevano più, e il contenuto accumulato di innumerevoli procedimenti sgradevoli si conglomerava in un giudizio sprezzante, tanto indipendente dal flusso e riflusso dei sentimenti quanto una serena verità. Era così per il professor Schwung, com’era stato per il suo avversario defunto; perdonare gli pareva puerile e superfluo, perché un moto conciliante prima della fine, per giunta un semplice sentimento e non una ritrattazione scientifica, non aveva
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naturalmente alcuna forza dimostrativa contro le esperienze di una polemica annosa e mirava soltanto spudoratamente (così pensava Schwung) a metterlo dalla parte del torto nello sfruttamento della vittoria.
Tutt’altra cosa era, s’intende, che il professor Schwung sentisse il bisogno di dire addio all’amico morto. Mio Dio, si conoscevano da quando erano docenti e scapoli! Ti ricordi quando nei Giardini Reali bevemmo al sole calante e discutemmo di Hegel? Quanti soli saranno tramontati da allora, ma io mi ricordo specialmente di quello! E ti ricordi il nostro primo contrasto scientifico che già allora minacciò di renderci nemici? Come era bello! Adesso tu sei morto ed io, con mia gioia, sono ancora in piedi, benché dinanzi al tuo cataletto! Tali sono, com’è ben noto, i sentimenti dei
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vecchi alla morte dei coetanei. Quando si giunge all’età del gelo sboccia la poesia. Molti, che dopo i diciassett’anni non han più scritto un verso, compongono tutt’a un tratto un poema a settantuno, quando fanno testamento. Come nel giorno del giudizio i morti saranno chiamati per nome ad uno ad uno – benché giacciano con i loro secoli sul fondo del tempo come il carico di bastimenti naufragati! – così nel testamento le cose son chiamate col loro nome e si restituisce loro la personalità che con l’uso è andata perduta. “Il tappeto di Buchara con una bruciatura di sigaro che copre il pavimento del mio studio”, sta scritto in quegli ultimi manoscritti, oppure: “l’ombrello col manico di corno che acquistai nel maggio 1887 da Sonnenschein e Winter”; persino i pacchetti azionari vengono nominati singolarmente coi
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loro numeri.
E non è un caso che insieme con quell’ultimo guizzo d’ogni singolo oggetto si desti anche il bisogno di legarvi una morale, un monito, una benedizione, una legge, destinati a riassumere in una formula vigorosa quella insospettata molteplicità che riemerge ancora una volta intorno alla morte. Con la poesia del periodo testamentario si risveglia quindi anche la filosofia ed è per lo più, come ben s’intende, una filosofia vieta e polverosa che si tira fuori dopo averla dimenticata cinquant’anni prima. Ulrich capì a un tratto che nessuno di quei due vecchi avrebbe potuto cedere. “La vita faccia pure quel che vuole, basta che i principî rimangano incontestati!” è un’esigenza molto ragionevole quando si sa che è questione di pochi mesi o di anni, ma certo i principî ci
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sopravviveranno. E si vedeva chiaramente che nel vecchio consigliere di corte i due impulsi erano ancora in lotta fra loro: il suo romanticismo, la sua gioventù, la sua poesia chiedevano un bel gesto largo e un’alata parola; la sua filosofia invece lo spingeva a esprimere l’intangibilità delle leggi della ragione con repentini slanci sentimentali e passeggeri abbattimenti d’animo, come quelli che l’amico morto gli aveva teso a guisa di trappole. Già da due giorni Schwung se l’immaginava; adesso colui è morto, e non ci sono più ostacoli alla concezione schwunghiana della diminuita capacità d’intendere e di volere; perciò il suo sentimento era sgorgato a gran fiotti verso il vecchio amico, e come un ben elaborato piano di mobilitazione che ha solo bisogno del segnale per esser posto in atto egli aveva immaginato la
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scena dell’addio. Ma c’era caduto dentro dell’aceto, con effetto chiarificatore. Schwung in principio era fortemente commosso, ma poi gli accadde come quando uno a metà di una poesia torna in senno e non si ricorda più gli ultimi versi. Così si trovano l’uno di fronte all’altro, due barbicole bianche, entrambi con le mascelle inesorabilmente serrate.
“Che cosa farà dunque?” si chiese Ulrich, che osservava ansiosamente la scena. Infine nel consigliere Schwung la lieta certezza che ormai il paragrafo 318 sarebbe stato introdotto nel Codice Penale secondo la sua proposta prevalse contro l’irritazione, ed essendosi liberato dai pensieri cattivi si sarebbe messo a cantare: “Avevo un camerata…” per dare sfogo al suo sentimento ormai benevolo e indiviso: ma poiché questo non era possibile, si volse a
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Ulrich e disse:
- Mi creda, caro figliolo del mio indimenticabile amico, è la crisi morale che dà l’avvio; la decadenza sociale vien dopo!
Si voltò poi verso Agathe e proseguì:
- La grandezza del suo signor padre stava in questo, ch’egli era sempre pronto ad aiutare una concezione idealistica ad aprirsi un varco nella teoria del diritto Poi afferrò una mano di Agathe e una di Ulrich, le strinse ed esclamò: – Vostro padre dava troppa importanza a piccole divergenze d’idee, inevitabili in una lunga collaborazione. Sono sempre stato convinto ch’egli col suo delicato senso giuridico dovesse fare così per non aver nulla da rimproverarsi. Domani verranno molti professori a rivolgergli l’estremo saluto, ma non ve ne sarà nessuno da
confrontare con lui!
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Così la scena finì serenamente, e Schwung nel congedarsi ripeté a Ulrich di contare sugli amici di suo padre se avesse mai voluto decidersi per la carriera universitaria.
Agathe era stata a sentire con occhi sgranati contemplando l’inquietante forma finale che la vita dà all’uomo.
- Era come un bosco d’alberi di gesso! – disse poi al fratello. Ulrich sorrise e rispose:
- Io mi sento patetico come un cane al chiaro di luna!
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5. Essi agiscono male
I ricordi, – chiese Agathe dopo un poco, – che una volta, ero una bambinetta
allora, tu giocando con altri ragazzi cadesti nell’acqua fino alla cintola e non volevi che si scoprisse, perciò venisti a tavola asciutto dalla vita in su, ma al batter dei denti si scoprì che dalla vita in giù eri bagnato?
Quando Ulrich, ragazzo, veniva a casa per le vacanze dall’Istituto solo quell’anno ciò era successo per un periodo abbastanza lungo – al tempo in cui il piccolo cadavere risecchito era per i figli un uomo quasi onnipotente, avveniva
abbastanza spesso che Ulrich non volesse
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riconoscere una sua mancanza e rifiutasse di pentirsene, benché non potesse negarla. Così anche quella volta s’era preso un bel febbrone e lo si dovette mettere a letto d’urgenza.
- E ti dettero da mangiare solo una minestrina! – ricordò Agathe.
- Esatto, – confermò il fratello ridendo. Ricordare quella punizione, una cosa che adesso non lo riguardava più, fu in quel momento come vedere per terra le sue scarpette di bimbo; anche di quelle adesso non gl’importava più niente.
- Avendo la febbre non potevi mangiar altro che la minestrina, ripeté Agathe, – ma tuttavia te la somministrarono anche per punizione!
- Esatto! – approvò Ulrich ancora una volta.
- Naturalmente però non lo fecero per cattiveria, ma per adempiere un cosiddetto
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dovere – Non sapeva a che cosa mirasse sua sorella. Egli stesso vedeva ancora le sue scarpette di bimbo. Cioè non le vedeva esattamente; le vedeva soltanto come le avrebbe vedute. Sentiva pure le umiliazioni che s’era lasciato alle spalle. Pensò: “Questa indifferenza esprime in qualche maniera il fatto che in nessun periodo della vita si è veramente dentro a se stessi!”
- A ogni modo non t’era permesso mangiar altro che minestrina! – ripeté Agathe ancora una volta e aggiunse: – Credo di aver avuto tutta la vita una gran paura di essere forse la sola persona incapace di capire questo!
Possono i ricordi di due persone che parlano di un passato conosciuto da entrambi non soltanto integrarsi ma anche fondersi insieme ancor prima di esser detti? In quel
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momento accadde qualcosa di simile. Un sentimento comune sorprese anzi turbò i fratelli, come mani che spuntano fuori sotto le vesti nei punti più impensati e si afferrano inaspettatamente l’una all’altra. All’improvviso ciascuno sapeva del passato molto più di quanto aveva creduto di sapere, e Ulrich sentì di nuovo il luccichio della febbre che allora era salita dal pavimento su per le pareti, come faceva adesso, nella stanza in cui si trovavano, la luce delle candele; quella volta il padre era venuto, aveva guardato il cono luminoso della lampada e s’era seduto accanto al letto. – “Se la tua coscienza era molto impedita dalla portata della tua azione, questa si potrebbe considerare sotto una luce più favorevole, ma allora dovresti prima confessarlo a te stesso!” Forse era una frase del testamento o delle lettere sul
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paragrafo 318 che si frammettavano così. Egli non aveva memoria, di solito, né per i particolari né per il suono delle parole; perciò era molto singolare che un intero periodo gli si riaffacciasse alla mente; poteva dipendere da sua sorella che gli stava ritta di fronte: forse la vicinanza di lei produceva in Ulrich questo cambiamento.
- “Se hai avuto la forza di indurti a una mancanza senza urgente necessità, devi anche riconoscere di aver agito male!” – continuò poi, e affermò: – Anche a te deve aver parlato così!
- Forse non proprio così, – rettificò Agathe. – A me di solito concedeva “attenuanti determinate dalla mia indole innata” Mi ha sempre ammonito che una volizione è un atto collegato al pensiero, non un atto istintivo.
- “È la volontà, – citò Ulrich, – che col
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progressivo sviluppo dell’intelletto e della ragione deve saper soggiogare il desiderio, oppure l’istinto, sotto forma di riflessione e di conseguente risoluzione!”
- È vero? – domandò la sorella.
- Perché me lo chiedi?
- Probabilmente perché sono stupida!
- Non sei stupida affatto!
- Ho sempre studiato con difficoltà e capito ben poco.
- Allora io sono probabilmente cattivo perché non accolgo in me quello che capisco!
Stavano l’uno di fronte all’altra appoggiati agli stipiti della porta che metteva nella stanza accanto ed era rimasta aperta dopo l’uscita del professor Schwung; la luce del giorno e dei ceri si avvicendava sui loro volti e le voci s’intrecciavano come in un responsorio. Ulrich
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seguitava a recitar le sue frasi come un’orazione e le labbra di Agathe rispondevano quietamente. L’antica tortura delle ammonizioni, cacciante a forza nel cervello tenero e irragionevole del bambino un ordine duro ed estraneo, era diventata per loro un piacevole trastullo.
E improvvisamente, senza una correlazione evidente, Agathe esclamò:
- Ora immagino questo sistema esteso a tutte le cose: ecco Gottlieb Hagauer! – E incominciò a imitare suo marito come una scolaretta: – “Davvero non sai che il Lamium Album è l’ortica morta?” “E come dovremmo avanzare se non percorrendo guidati da un Maestro leale lo stesso faticoso cammino dell’induzione, che con duro lavoro millenario pieno di errori ha portato passo passo il genere
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umano allo stato attuale della conoscenza?” “Non capisci, cara Agathe, che il pensiero è anche un dovere morale? Concentrarsi significa una continua vittoria sul proprio comodo” “La disciplina intellettuale è quel regolamento dello spirito grazie al quale l’uomo vien posto sempre più in grado di elaborare razionalmente lunghe serie di pensieri diffidando costantemente delle proprie idee, vale a dire con ineccepibili argomentazioni, con epicheremi e sillogismi, con induzioni e soriti, e infine di sottoporre così lungamente a verifica la conclusione ottenuta, finché tutti i pensieri si trovino in perfetto accordo!”
Ulrich stupì di quella prova di memoria. Sembrava che Agathe si divertisse enormemente a recitare senza un intoppo quelle frasi professorali imparate chissà dove,
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forse in un libro. Secondo lei Hagauer parlava così.
Ulrich non ci credeva.
- Come avresti potuto imprimerti in testa simili frasi lunghe e complicate se le avessi udite soltanto in conversazione?
- Mi son rimaste impresse, – rispose Agathe.
- Io sono così.
- Ma tu sai, – domandò Ulrich stupito, – che cos’è un epicherema o un sorite?
- Neanche la più lontana idea! – ammise Agathe ridendo. – Forse anche lui l’ha soltanto letta in qualche posto. Eppure parla così. Ed io ripeto quel che ho udito dalla sua bocca come una filza di parole senza senso. Per la rabbia, credo, perché lo sentivo parlare a quel modo. Tu sei diverso da me: in me le parole restano lì inerti perché non so che cosa farmene questa è
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la mia buona memoria. Ho una memoria deplorevolmente buona, appunto perché sono stupida! – Si fingeva convinta di enunciare una grande verità che doveva cacciar fuori prima di continuare con petulanza: – Hagauer sdottora così anche quando gioca a tennis: “Se, imparando il gioco della pallacorda, io metto per la prima volta una racchetta in una data posizione per dare alla palla, della cui traiettoria sono stato finora soddisfatto, una direzione diversa, ebbene, io intervengo nel corso delle cose: cioè compio un esperimento!”
- Gioca bene a tennis?
- Io lo batto per sei a zero. – Risero entrambi.
- Sai però, – disse Ulrich, – che Hagauer, in tutto quello che gli fai dire, ha perfettamente ragione? è soltanto buffo.
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- Può darsi che abbia ragione, – replicò Agathe, – io già non lo capisco. Ma una volta un ragazzo della sua scuola tradusse un passo di Shakespeare letteralmente così:
I vili muoiono più volte prima della loro morte;
I prodi non gustano la morte che una volta sola.
Di tutti i miracoli che udii finora narrare
Mi sembra il più strano, che gli uomini debbano aver paura
Vedendo che la morte, una fine necessaria, Verrà quando vorrà venire.
- E lui corresse, ho veduto io stessa il quaderno:
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Più volte muore il vile innanzi di morire!
I valorosi gustano una sol volta la morte.
Fra i miracoli tutti che mai ho udito narrare, Il più grande ai miei occhi…
- E così via, secondo lo sproloquio della traduzione di Schiegel!
- Posso citarti un altro passo. Pindaro, credo, dice: “La legge della natura, regina di tutti i mortali e immortali, governa, consentendo all’estrema violenza, con mano onnipotente!” Ed egli traduce, lavorando di lima: “La legge della natura, che regna su tutti i mortali e immortali, governa con mano onnipotente, permettendo anche la violenza”
- E non era bello, – ella domandò, che quel suo scolaretto, di cui egli si mostrò scontento, avesse tradotto le parole così esatte e tremende
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come le aveva trovate, come un mucchio di pietre crollato? – E ripeté: – “I vili muoiono più volte prima della loro morte – I prodi non gustano la morte più di una volta sola – Di tutti i miracoli che udii finora narrare – Mi sembra il più strano che gli uomini debbano aver paura – Vedendo che la morte, una fine necessaria – Verrà, quando vorrà venire…”
Aveva allacciato la mano alla cornice della porta come intorno al tronco d’un albero e declamava quei versi rozzamente scolpiti, così com’erano con la loro selvaggia bellezza, senza lasciarsi turbare dal cadavere raggrinzito che giaceva lì sotto lo sguardo dei suoi occhi irradianti l’orgoglio della giovinezza.
Ulrich fissava la sorella con la fronte aggrottata.
“Colui che non leviga un’antica poesia ma la
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lascia così nel suo significato semidistrutto dall’azione del tempo, è quello stesso che non metterà mai un naso nuovo di marmo alla statua che ne è rimasta priva, – egli pensò. – Si potrebbe chiamare senso dello stile, ma non è questo. E non si tratta neppure di un uomo dalla fantasia così viva che ciò che manca non gli dà fastidio. È piuttosto uno che non dà nessun valore alla perfezione e perciò non chiederà alle proprie sensazioni di essere complete. Certo ella avrà baciato, – concluse con una svolta improvvisa, – senza buttarcisi con tutto il corpo!” In quel momento gli pareva che di sua sorella bastasse conoscere quei versi appassionati per sapere se essa non era mai “interamente dentro” a qualcosa, che anche Agathe, come Ulrich, apparteneva alla gente di attività appassionata ma frammentaria.
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Ciò gli fece persino dimenticare l’altra metà della propria personalità, quella che aspirava alla misura e alla padronanza di sé. Adesso avrebbe potuto dire con sicurezza alla sorella che nessuna delle azioni di lei s’accordava con l’ambiente più prossimo bensì erano tutte dipendenti da un ambiente più vasto e assai dubbio, senza limiti e senza fine, e le impressioni contraddittorie della prima sera avrebbero trovato così una spiegazione favorevole. Ma il riserbo divenuto abitudine fu più forte, ed egli attese con curiosità e non senza perplessità di vedere come Agathe sarebbe discesa dall’altissimo ramo su cui si era posata. Ella stava ancora nello stesso atteggiamento con il braccio sollevato e avvinto allo stipite della porta, e un piccolo istante di troppo avrebbe potuto rovinare tutto. Ulrich
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detestava le donne che si comportavano come se fossero state messe al mondo da un regista o da un pittore, oppure che dopo una commozione come quella di Agathe si spengono in un artistico pianissimo. “Forse, – egli pensò, potrebbe lasciarsi scivolar giù improvvisamente dalle altezze della commozione con quella faccia un po’ idiota, da sonnambulo, che hanno i medium appena svegliati; non le rimase altro, e anche così sarà alquanto penoso!” Ma Agathe sembrava che lo sapesse oppure aveva letto nello sguardo del fratello il pericolo che la minacciava: saltò giù allegramente a piedi giunti dalla sua vetta e mostrò a Ulrich un palmo di lingua!
Poi però divenne seria e muta, non disse più una parola e andò a prendere le decorazioni. Così fratello e sorella si accinsero ad agire
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contro la volontà del padre.
Fu Agathe che compì l’opera. Ulrich provava ritegno a toccare la salma derelitta, ma Agathe aveva un suo modo di far male che non lasciava pensare al male. I movimenti dei suoi occhi e delle sue mani eran simili a quelli di una donna che assiste un malato e in certi momenti avevano qualcosa di primitivo e commovente come giovani animali che interrompono il gioco per accertarsi se il padrone li guardi.
Ulrich prendeva in consegna le decorazioni che Agathe toglieva, e le porgeva i pezzi di ricambio. Gli veniva in mente il ladro a cui il cuore batte da spezzarsi. E se intanto aveva l’impressione che le stelle e le croci nelle mani della sorella luccicassero più che nelle sue e diventassero quasi oggetti magici, ben poteva
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avvenire così nella camera verde cupo, densa di riflessi di grandi piante frondose; o forse invece egli sentiva la volontà esitante ma direttrice della sorella che avvinceva giovanilmente la sua; e poiché non ne risultava alcuna intenzione, scaturì nuovamente da quei momenti di incontaminato contatto un sentimento senza estensione e perciò amorfamente gagliardo della loro doppia esistenza.
Agathe si arrestò, e aveva finito. Solo qualcosa non era ancor stato fatto e dopo un breve istante di riflessione ella disse sorridendo:
- Non vogliamo scrivere ciascuno qualcosa di bello su un foglietto e metterglielo in tasca?
Questa volta Ulrich capì subito ciò che ella intendeva dire, perché di quei ricordi comuni
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non ce n’erano molti ed egli ricordò che a una certa età avevano avuto entrambi una predilezione per le poesie malinconiche e per i racconti in cui qualcuno moriva e veniva dimenticato da tutti. Forse era una conseguenza dell’abbandono in cui eran vissuti fanciulli e sovente immaginavano insieme storie di quel genere; Agathe però inclinava anche allora a metterle in atto, mentre Ulrich preferiva mettersi a capo di imprese più virili, crudeli e temerarie. Perciò la decisione che presero una volta di tagliarsi ciascuno un’unghia e di seppellirla in giardino era stata suggerita da Agathe, ed essa aveva aggiunto alle unghie anche una piccola ciocca dei suoi capelli biondi. Ulrich dichiarò fieramente che forse cent’anni dopo qualcuno avrebbe ritrovato l’involtino e si sarebbe chiesto con meraviglia
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chi mai potesse esser stato; c’era in lui l’intenzione di passare in tal modo ai posteri; alla piccola Agathe invece interessava il seppellimento come tale, le sembrava di nascondere una parte di se stessa e di sottrarla durevolmente alla tutela di un mondo le cui pretese pedagogiche la intimidivano senza ispirarle rispetto. E poiché proprio allora si stava costruendo in fondo al giardino la casetta per la servitù, concertarono un’altra cosa straordinaria. Avrebbero scritto su un foglietto bellissimi versi, aggiungendovi i loro nomi, e l’avrebbero murato nella casa: ma quando incominciarono a scrivere i versi che dovevano essere tanto belli, non riuscirono a comporli, né un giorno né l’altro e intanto le mura crescevano sulle fondamenta. Finalmente, poiché il tempo incalzava, Agathe scrisse una
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frase tolta dal libro d’aritmetica e Ulrich scrisse: “Io sono…” e poi il suo nome. Tuttavia avevano un batticuore terribile quando in giardino s’avvicinarono ai due muratori che stavano lavorando, e Agathe gettò semplicemente il suo foglietto in un cunicolo e corse via. Ma Ulrich che essendo uomo e più vecchio aveva ancor più paura che i muratori lo trattenessero e gli chiedessero stupiti cosa volesse, per l’agitazione non riuscì a muovere né mani né piedi, cosicché Agathe, incoraggiata dal fatto che non le era accaduto niente, ritornò indietro e si incaricò anche del foglietto del fratello. Con l’aria di chi passeggia innocentemente avanzò, adocchiò un mattone all’estremità di una fila appena collocata al suo posto, lo sollevò e aveva già introdotto nel muro il nome di Ulrich prima che i muratori
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potessero mandarla via, mentre Ulrich, che la seguiva titubante, nel momento dell’azione sentì l’angoscia che lo opprimeva orribilmente trasformarsi in una ruota di coltelli affilati che girava nel suo petto con tanta rapidità da venir tosto un sole sfavillante come la girandola d’un fuoco d’artificio.
A questo dunque alludeva Agathe, e Ulrich per molto tempo non rispose e sorrise soltanto, evasivo, perché ripetere quel gioco con un morto gli sembrava davvero una cosa illecita.
Ma Agathe s’era già chinata, e, sfilatasi dalla gamba un’altra giarrettiera di seta, che portava per non stringersi alla cintura, sollevò il sontuoso drappo mortuario e la infilò nella tasca del padre.
E Ulrich? Sulle prime non credette ai suoi occhi vedendo richiamare in vita quel lontano
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ricordo. Poi poco mancò che non balzasse innanzi a impedirlo, solo perché era un atto così contrario all’ordine. Ma intanto colse negli occhi della sorella un lampo che aveva la pura rorida freschezza di un mattino su cui non è ancora caduta la opaca tetraggine del lavoro quotidiano, e ciò lo trattenne.
- Che cosa fai?! – disse piano, con mite rimprovero. Non sapeva se ella intendesse chieder perdono al padre per il torto che gli aveva fatto o invece dargli un buon viatico perché lui stesso tante volte aveva commesso ingiustizie. Ulrich stava per chiederglielo, ma quell’idea barbara di donare al freddo cadavere una giarrettiera ancor calda della gamba di sua figlia gli chiuse la gola e portò nel suo cervello un grandissimo disordine.
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6. Il vecchio signore riposa finalmente in pace
IL breve tempo che mancava ancora all’ora del funerale fu riempito da una quantità di piccole inconsuete
occupazioni e passò presto; alla fine la serie dei visitatori, tirata come un filo nero attraverso le ore, nell’ultima mezz’ora prima della partenza del morto era diventata una festa nera e solenne. Gli impiegati delle Pompe Funebri avevano martellato e scalpicciato ancor più di prima con la serietà di chirurghi a cui uno ha affidato la propria vita e da allora in poi non
deve più interloquire – e sull’intatto trantran
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delle altre parti della casa avevano gettato un ponte di elevati sentimenti che conduceva dal portone attraverso la scala fin nella camera mortuaria.
I fiori e le piante, i drappeggi neri di panno e di crespo, i candelieri d’argento e le fiammelle guizzanti che accoglievano i visitatori conoscevano il loro dovere meglio che Ulrich e Agathe, i quali in nome della casata dovevano salutare chiunque venisse a porgere al morto l’estremo saluto, e di pochissimi sapevano chi fossero se il vecchio servitore del padre non richiamava discretamente la loro attenzione su condolenti particolarmente altolocati. E tutti i convenuti scivolavano verso di loro, poi scivolavano via e gettavano l’ancora, isolati o in piccoli gruppi, mettendosi a osservare immobili i due fratelli. A questi cresceva in faccia
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l’espressione di serio ritegno, finché l’ispettore del trasporto bagagli, ovvero il padrone dell’impresa di Pompe Funebri – quello stesso che aveva offerto a Ulrich i suoi prospetti stampati, e nell’ultima mezz’ora era corso su e giù per le scale almeno una ventina di volte schizzò su a lato di Ulrich e gli annunziò, con importanza riguardosamente ostentata, come un aiutante al suo generale in un giorno di rivista, che tutto era pronto.
Poiché il corteo doveva sfilare solennemente attraverso la città, in carrozza si sarebbe saliti più tardi, e Ulrich dovette incedere per primo dietro la bara, a fianco dell’imperial regio prefetto che alle esequie di un membro della Camera Alta aveva voluto intervenire personalmente, e all’altro lato di Ulrich procedeva una autorità altrettanto illustre, il
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decano di una deputazione del Senato, composta di tre membri; dietro venivano gli altri due senatori, poi il rettore e il consiglio dell’Università e solo dopo questi, tuttavia prima dell’interminabile fiumana di cilindri degli svariati personaggi d’importanza decrescente dalle prime alle ultime file, avanzava Agathe circondata da donne nerovestite, indicando il punto dove, fra le maggiori e le minori gerarchie, aveva il suo posto assegnato il dolore privato; perché la disordinata partecipazione dei semplici accompagnatori pietosi incominciava soltanto dietro a quelli che erano intervenuti in veste ufficiale, e poteva anche darsi che fosse costituita soltanto dalla coppia di vecchi domestici che camminava solitaria in coda alla processione. Così questa era principalmente un
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corteo di uomini, e al fianco di Agathe non c’era Ulrich ma il marito, il professor Hagauer, la cui faccia, rossa come una mela con la verruca pelosa sul labbro, nel frattempo le era diventata estranea, e attraverso il fitto velo nero che le permetteva di osservarlo nascostamente le appariva color viola scuro. Ulrich stesso che nelle lunghe ore precedenti era sempre stato insieme con la sorella aveva adesso l’impressione che l’antichissimo schieramento funebre, datante ancora dalla fondazione dell’Università, gli avesse improvvisamente strappato Agathe, e ne sentiva la mancanza senza poter neanche voltarsi a guardarla; pensava a una frase scherzosa per salutarla quando si sarebbero ritrovati, ma i suoi pensieri erano disturbati dal prefetto che camminava muto e autorevole al suo fianco, e
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ogni tanto gli diceva una parola sottovoce che egli doveva raccogliere; come d’altronde era stato colmato d’attenzioni da tutte quelle Eccellenze fino alle Magnificenze e alle Eminenze perché era considerato l’ombra del conte Leinsdorf e il sospetto che veniva a poco a poco destando l’Azione Patriottica gli conferiva importanza.
Sui marciapiedi e alle finestre s’affollavano i curiosi e benché Ulrich sapesse che fra un’ora, come in uno spettacolo teatrale, tutto sarebbe finito, pure quel giorno sentiva gli eventi con particolare vivezza e la generale partecipazione ai suoi casi gli gravava sulle spalle come un manto carico di fregi pesanti. Per la prima volta sentiva il vero carattere della tradizione. L’agitazione, precedente il corteo come un’onda, della folla che chiacchierava, ammutoliva e
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riprendeva a respirare, il prestigio del clero, il tonfo sordo delle zolle di terra sul legno che si sarebbe udito fra poco, il silenzio stagnante del mormorio, tutto ciò gli scuoteva le vertebre come un antichissimo strumento musicale, e Ulrich sentiva con meraviglia una indescrivibile risonanza dentro di sé, nelle cui vibrazioni il suo corpo si innalzava come se fosse realmente sollevato dal fermento generale. E giacché quel giorno egli era vicino agli altri più del consueto, immaginò come sarebbe stato ancora diverso se in quel momento, conforme al senso originario quasi dimenticato della parata odierna, egli davvero avesse seguito le esequie di un grande, potente personaggio. Con quel concetto la tristezza svaniva, e la morte si trasformava da angoscioso evento privato in un trapasso di poteri che avveniva con pubblica cerimonia;
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non s’apriva più quel vuoto orribile e fisso che ogni persona alla cui esistenza si è avvezzi lascia dietro di sé nei primi giorni dopo la scomparsa; e l’erede riprendeva il cammino al posto dell’estinto, la folla gli donava la sua simpatia, il rito funebre era in pari tempo una festa d’imitazione per colui che prendeva possesso della spada e per la prima volta solo e senza predecessore si metteva in cammino verso la propria morte.
“Avrei dovuto chiudere gli occhi a mio padre! – pensò Ulrich involontariamente. – Non per lui o per me, bensì…” Non seppe concludere quel pensiero; ma che il padre non gli avesse voluto bene, né lui al padre, gli parve, di fronte a quell’ordine naturale, una stima soverchia e meschina dell’importanza personale, e d’altronde davanti alla morte i
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pensieri personali avevano un gusto scipito d’inconcludenza, mentre tutto ciò che vi era di significativo nell’evento sembrava emanare dal corpo gigantesco del corteo lentamente avanzante in mezzo a due pareti di spettatori, anche se v’erano lì in mezzo scioperataggine, curiosità e la smania sbadata di intromettersi dappertutto.
Tuttavia la musica seguitava a suonare, era una giornata chiara, leggera, splendida, e i sentimenti di Ulrich oscillavano come il baldacchino che si porta in processione sopra il Santissimo. Di quando in quando Ulrich guardava nei vetri del carro funebre che lo precedeva, e vedeva la propria testa lì riflessa, col cappello e le spalle; ogni tanto scopriva sul fondo della carrozza, accanto alla bara stemmata, le piccole scaglie di cera dei funerali
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precedenti che non erano state tolte per bene, e allora suo padre gli faceva semplicemente e puramente pena come un cane che è stato investito per la strada. Il suo sguardo si inumidiva e se al di sopra di tutto quel nero egli guardava gli spettatori ritti sui marciapiedi, li vedeva come fiori spruzzati e multicolori; e l’idea che lui, Ulrich, vedeva tutto ciò, e non colui che aveva vissuto lì tutti i suoi giorni e per giunta amava molto più di lui le cerimonie, era così strana da fargli giudicare impossibile che suo padre non potesse essere presente al congedo da un mondo che nel complesso gli era piaciuto. Benché turbato, Ulrich notò che l’agente o imprenditore delle Pompe Funebri che regolava e conduceva verso il cimitero il funerale cattolico era un ebreo alto e robusto di una trentina d’anni: adorno di lunghi baffi
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biondi aveva le tasche piene di carte come una guida turistica, correva avanti e indietro, e qui aggiustava le tirelle a un cavallo, là sussurrava qualcosa ai suonatori della banda. A Ulrich venne anche in mente che la salma del padre l’ultimo giorno non era rimasta in casa e vi era stata riportata soltanto poco prima del funerale, conforme a una volontà testamentaria ispirata dallo spirito di ricerca, che la poneva a disposizione della scienza; ed era fuor di dubbio che dopo quell’intervento anatomico il vecchio signore doveva esser stato soltanto rimesso insieme alla svelta; dunque al centro di quella grande, bella, solenne fantasmagoria dietro le lastre di vetro che riflettevano l’immagine di Ulrich c’era soltanto una cosa mal cucita.
“Con o senza le sue decorazioni?” si chiese
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Ulrich perplesso; non ci aveva più pensato e non sapeva se all’Istituto d’anatomia avevano rivestito il padre prima di rimandarlo a casa chiuso nella sua cassa. Anche sulla sorte della giarrettiera di Agathe si potevano nutrire dubbi; forse l’avevano trovata, ed egli immaginò le facezie degli studenti. Tutto ciò era estremamente penoso, e in tal modo le obiezioni della realtà scomposero il suo sentimento in tanti singoli pezzi, dopo che per un attimo si era arrotondato quasi nella sfera levigata di un sogno vivente. Adesso non sentiva più che l’assurdità confusamente oscillante dell’ordine umano e di se stesso.
“Ormai sono solo al mondo, – egli pensò, – la catena di un’ancora s’è spezzata… io salgo alla superficie!” In quel ricordo della prima impressione avuta nel ricevere la notizia della
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morte del padre tomo a vestirsi il suo sentimento mentre egli avanzava tra le due muraglie di uomini.
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7. Giunge una lettera di Clarisse
ULRICH non aveva lasciato il suo indirizzo a nessuno, ma Clarisse l’ebbe da Walter, che lo
conosceva dall’infanzia.
Ella gli scrisse:
“Mio caruccio, mio vigliaccuccio, mio uccio! Sai cos’è un uccio?
Io non saprei spiegartelo. Walter è forse un deboluccio. (Il suffisso uccio era sempre sottolineato più volte)
Credi che fossi ubriaca quando son venuta da te? Io non posso ubriacarmi. (Gli uomini si ubriacano più presto di me. È strano).
Ma non so che cosa ti ho detto; non me ne
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ricordo. Ho paura che tu t’immagini che io abbia detto cose che non ho detto. No, non le ho dette.
Ma volevo scriverti una lettera… subito! Prima di tutto: tu sai come si aprono i sogni. Qualche volta, quando sogni, ecco che sai: sei già stato in questo luogo, hai già parlato con questa persona, oppure… È come ritrovare la propria memoria.
Al risveglio so di aver vegliato! (Ho dei compagni di sonno)
Ti ricordi ancora di Moosbrugger? Devo raccontarti una cosa:
A un tratto m’è tornato il suo nome. Quelle tre sillabe musicali.
Ma la musica è inganno. Voglio dire quando è sola. La musica da sola è estetismo o qualcosa di simile: debolezza di fronte alla vita.
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Se però la musica si unisce alla vita, allora i muri tremano e dalla tomba del presente sorge la vita di coloro che verranno. Io non ho soltanto udito le tre sillabe musicali, le ho anche vedute. Sono emerse dalla mia memoria. Una certezza, a un tratto: dov’esse sorgono c’è anche qualcos’altro! Una volta scrissi al tuo conte una lettera su Moosbrugger: come si fa a dimenticare una cosa simile! Io adesso vedo- odo un mondo in cui le cose stanno ferme e la gente si muove, come tu la conosci da sempre, ma sonante-visibile. Non posso spiegarlo chiaramente, perché finora ne son venute fuori solo le tre sillabe. Tu mi capisci? Forse è ancora troppo presto per parlarne.
Dissi a Walter:- Voglio conoscere
Moosbrugger!
Walter chiese: – E chi è Moosbrugger?
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Io risposi: – L’amico di Ulrich, l’assassino. Leggevamo il giornale; era mattina e Walter
doveva andare all’ufficio. Ricordi quel giorno che leggemmo il giornale tutti e tre insieme? (Tu hai poca memoria, non te ne ricorderai!) Dunque io avevo spiegato il foglio che Walter m’aveva dato: un braccio a destra, un braccio a sinistra; improvvisamente sento un legno duro, sono inchiodata alla croce. Chiedo a Walter: – Il giornale non parlava solo ieri di uno scontro ferroviario presso Budweis?
- Sì, – risponde lui. – Perché lo chiedi? Una cosa da poco, un morto o due.
Dopo una pausa io dico: – Perché anche in America c’è stato uno scontro. Dov’è la Pennsylvania?
Lui non lo sa. – In America, – dice.
Io dico: – I macchinisti non fanno mai
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scontrare apposta le loro locomotive!
Lui mi guarda. Era evidente che non mi capiva. – Certo che no, – egli sentenzia.
Domando quando viene Siegmund a trovarci. Walter non lo sa bene.
E adesso vedi: si capisce che i macchinisti non fanno scontrare le loro locomotive per far un disastro; ma allora perché lo fanno? Te lo dirò io: in quella rete mostruosa di rotaie, scambi e segnali che si tende tutt’intorno al globo, noi tutti perdiamo la forza della coscienza. Perché se avessimo la forza di riesaminarci e di riconsiderare il nostro compito, faremmo tutto il necessario ed eviteremmo l’infortunio. L’infortunio è il nostro arrestarci al penultimo passo!
Naturalmente non ci si può aspettare che
Walter capisca subito. Io credo di poter
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acquistare questa immensa forza della coscienza e dovetti chiudere gli occhi perché Walter non vedesse il lampo che vi guizzava dentro.
Per tutte queste ragioni stimo mio dovere far la conoscenza di Moosbrugger.
Come sai, mio fratello Siegmund è medico. Lui mi aiuterà.
L’ho aspettato. Domenica venne da noi.
Quando lo si presenta a qualcuno, egli dice:
- Ma non sono né ebreo, né musico – Queste sono le sue freddure. Perché siccome si chiama Siegmund non vuol essere preso né per un ebreo né per un musicomane. È stato concepito durante un’ubriacatura wagneriana. Impossibile farmi dare una risposta assennata. Mentre parlavo, brontolava sciocchezze. Tirò un
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sasso a un uccello e col bastone frugava nella neve. Voleva anche scavare un sentiero con la vanga; viene spesso da noi per lavorare, dice che non gli piace stare a casa con la moglie e i bambini. Strano che tu non l’abbia mai incontrato. – Voi avete Les fleurs du mal e un orto d’erbe mangerecce, dice. Molte volte gli ho tirato gli orecchi e gli ho dato dei pugni nelle costole, ma non è servito a niente.
Poi in casa raggiungemmo Walter che naturalmente sedeva al piano, e Siegmund s’era puntato su le falde della giacca e aveva le mani sporche fino ai polsi.
- Siegmund, – gli dissi davanti a Walter, – quand’è che capisci un pezzo di musica?
Lui sghignazza e risponde: – Mai.
- Sì, quando lo fai tu stesso dentro di te! – dissi io. – Come fai a capire una persona? Devi
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rifarla! – Questo è il grande segreto, Ulrich! Devi essere come quell’altro: ma non penetrando tu in lui, sebbene lui in te! Noi lo riscattiamo, lo liberiamo, questa è la forma attiva! Intervenire nelle azioni umane, ma adempirle e innalzarsi sopra di esse!
- Scusa se mi dilungo tanto. Ma i treni si scontrano perché la coscienza non fa l’ultimo passo. I mondi non emergono se non li attiriamo. Un’altra volta te ne parlerò più diffusamente. L’uomo geniale ha il dovere di dar l’assalto! Ne ha la forza inquietante! Ma Siegmund, quel vigliacco, guardò l’orologio e chiese se si andava a cena, perché lui poi doveva tornare a casa. Sai, Siegmund si tiene sempre a metà strada fra lo scetticismo del medico esperto che non stima gran che le possibilità della sua professione e lo
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scetticismo dell’uomo moderno che, al di là della tradizione spirituale, è già riapprodato all’igiene della semplicità e del giardinaggio. Ma Walter esclamò: – Per l’amor di Dio, perché fate simili discorsi? Cosa volete insomma da questo Moosbrugger? – E questo ha servito.
Perché allora Siegmund disse: – O è un pazzo o è un delinquente, questo è vero. Ma se Clarisse si immagina di poterlo redimere! Io sono medico e devo permettere anche al cappellano di immaginarselo. Riscattare, dice Clarisse? Be’, perché non lo potrebbe almeno vedere?
Si spazzolò i calzoni, con aria tranquilla, e si lavò le mani. A cena poi combinammo tutto.
E infatti andammo dal dottor Friedenthal, l’assistente che mio fratello conosce. Siegmund spiattellò subito che si assumeva lui le
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responsabilità di introdurmi sotto mentite spoglie, dicendo che ero scrittrice e desideravo vedere l’assassino.
Ma fu uno sbaglio, perché a una richiesta così precisa quell’altro non poteva che rispondere di no. – Anche se lei fosse Selma Lagerlöf, sarei felice della sua visita, e naturalmente lo sono ad ogni modo; ma qui si tien conto soltanto degli interessi scientifici!
Era molto carino passare per una scrittrice. Lo fissai negli occhi e gli dissi: – In questo caso sono più che la Lagerlöf, perché non ho scopi di studio!
Egli mi guardò e dichiarò: – L’unica sarebbe che lei si presentasse al direttore della clinica con una presentazione della sua Ambasciata M’aveva preso per una scrittrice straniera e non aveva capito che ero la sorella di
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Siegmund.
Alla fine decidemmo che avrei visto non il malato ma il prigioniero Moosbrugger. Siegmund mi procura la raccomandazione di una Lega Benefica e un permesso del tribunale. Dopo, Siegmund mi raccontò, che il dottor Friedenthal giudica la psichiatria più un’arte che una scienza e lo definì il direttore di un circo di demoni. A me però questo non dispiace.
Il più bello è che la clinica ha per sede un vecchio convento. Dovremmo aspettare in un corridoio; l’aula è la ex cappella, con grandi finestroni e io vi potevo guardar dentro, dal cortile. Gli ammalati vestivano di bianco e sedevano in cattedra vicino al professore. E il professore si chinava verso di loro con molta cordialità. Io pensavo: forse adesso porteranno
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dentro Moosbrugger. Sentivo che allora sarei volata dentro la sala attraverso quelle grandi vetrate. Tu dirai che io non so volare; saltar dentro la finestra, allora? No, questo no, perché questo non me lo sentivo.
Spero che tu ritorni presto. Mai ci si può esprimere. Tanto meno per lettera.”
Sotto c’era la firma vigorosamente sottolineata: Clarisse.
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8. Famiglia in due
ULRICH dice:
- Quando due uomini, o due donne, devono dividere lo stesso
spazio per parecchio tempo – in viaggio, in vagone letto o in un albergo sovraffollato – non di rado stringono una strana amicizia. Ciascuno ha una maniera sua di lavarsi i denti o di chinarsi per allacciarsi le scarpe o di salire sul letto per coricarsi. La biancheria e il vestiario, simili nel complesso, hanno nei particolari mille piccole differenze che si rivelano all’occhio. In principio – probabilmente per l’eccessivo individualismo dell’attuale modo
di vivere – v’è una resistenza che somiglia a una
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leggera antipatia e respinge la troppa dimestichezza, la violazione della propria personalità; poi è vinta, e allora si forma una comunanza che ha un’origine inusitata come una cicatrice. Dopo quella metamorfosi molte persone si mostrano più gaie del solito; moltissime più serene, parecchie più loquaci, quasi tutte più amabili. La personalità è mutata, si potrebbe dire che sotto la pelle si è trasformata in un’altra meno singolare: al posto dell’Io fa capolino il primo accenno di un Noi, sentito chiaramente come un disagio e una diminuzione, ma tuttavia irresistibile.
Agathe risponde:
- Quella ripugnanza per la vita in comune si sente soprattutto fra donna e donna. Io alle donne non ho mai potuto abituarmi.
- Si sente anche fra marito e moglie, -
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afferma Ulrich. – In tal caso però è coperta dai doveri del commercio amoroso che assorbe subito l’attenzione. Ma non di rado i due “intrecciati” si svegliano di colpo e vedono – secondo il loro carattere, con stupore, o ironia, o voglia di scappare – un essere del tutto estraneo adagiato comodamente al loro fianco; a molti questo succede ancora dopo parecchi anni di matrimonio.
E non saprebbero dire che cosa sia più naturale: la loro convivenza con l’individuo estraneo o il subito rifuggirne secondo la propria unicità – l’una e l’altra cosa sono nella nostra natura. Tutt’e due questi atteggiamenti si confondono nel concetto della famiglia. La vita in famiglia non è la vita piena e compiuta; i giovani vi si sentono frodati, diminuiti, non con-se-stessi. Guarda le ragazze che rimangono
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zitelle: sono succhiate dalla famiglia e private del loro sangue; diventano strane creature neutre fra l’io e il noi.
La lettera di Clarisse ha messo Ulrich a disagio. Le esplosioni intermittenti in essa contenute lo inquietano molto meno che il lavorio tranquillo, in apparenza quasi ragionevole, che essa svolge dentro di sé per attuare un progetto manifestamente folle. Egli si è detto che al suo ritorno bisognerà parlarne con Walter, e da allora tratta volentieri altri temi.
Agathe, coricata sul divano, ha tirato su un ginocchio ed entra vivacemente nel ragionamento di Ulrich:
- Con ciò che dici, tu stesso spieghi perché io dovetti subito rimaritarmi! – ella esclama.
- Eppure c’è qualcosa di vero nel cosiddetto
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sacro senso della famiglia, in quell’esser tutti presi gli uni dagli altri, servirsi a vicenda, in quel roteare con abnegazione in un cerchio chiuso, – prosegue Ulrich senza badarle, e Agathe si meraviglia che così spesso le sue parole si allontanino da lei dopo esserle venute tanto vicino. – Di solito quell’io collettivo è soltanto un egoismo collettivo, e allora il senso della famiglia è la cosa più odiosa che si possa immaginare; ma quell’implicito supplire l’uno all’altro, quel lottare insieme e sopportare i colpi, si può anche interpretare come un sentimento atavico originariamente piacevole, risalente addirittura all’epoca paleozoologica – Agathe ode questo discorso e non riesce a ricavarne gran che. Neanche dalla frase che segue:
- Questo stato però degenera facilmente,
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come tutti gli stati di cui s’è perduta l’origine – E solo quando egli conclude con le parole: – E bisogna probabilmente che i singoli siano già gente molto ammodo perché l’insieme da essi costituito non diventi un’assurda caricatura! – ella si sente di nuovo al sicuro vicino a lui e vorrebbe, mentre lo guarda, non permettere ai propri occhi di chiudersi affinché egli non sparisca; perché è così curioso ch’egli stia lì seduto a dir cose che si perdono in alto e a un tratto ricadono, come una palla di gomma che s’è impigliata nei rami d’un albero.
Fratello e sorella s’erano ritrovati nel tardo pomeriggio in salotto; parecchi giorni erano già trascorsi dal funerale.
Quel salotto di forma oblunga era arredato non soltanto nel gusto ma con autentiche suppellettili di stile impero rustico. Tra le
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finestre pendevano gli alti rettangoli degli specchi racchiusi in lisce cornici dorate, e le sedie rigide e sobrie erano allineate contro le pareti, così che il pavimento vuoto sembrava aver sommerso la stanza con la brunita forbitezza dei suoi riquadri, riempiendo un bacino poco profondo in cui si poneva il piede con titubanza. Al margine di quella inospite compostezza del salone perché lo studio era rimasto a Ulrich, dopo che ci si era trattenuto la prima mattina – là dove in una nicchia d’angolo la stufa torreggiava come un austero pilastro portando un vaso sulla sommità (ed esattamente nel centro del lato anteriore, su un bordo che correva tutt’intorno, un unico candeliere) Agathe si era combinata una penisola personalissima. Aveva fatto portare un’ottomana, e vi aveva steso davanti un
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tappeto i cui antichi disegni rossi e blu insieme con gli arabeschi orientali del divano, assurdamente ripetuti all’infinito, erano una sfida smaccata al grigio tenue, alla linearità ragionevole e discreta che regnava nella sala per volere degli antenati. Inoltre Agathe aveva offeso quella volontà austera e signorile serbando per sé, fra gli addobbi funebri dei giorni scorsi una grande pianta dalle larghe foglie verdi, che aveva posto a capo del divano, in funzione di “boschetto”, accanto all’alta lampada a stelo che doveva permetterle di leggere sdraiata, e che nel paesaggio classico del salone faceva l’effetto di un riflettore o di un’antenna. Quel salone col soffitto a cassettoni, le mezze colonne e gli armadietti impero era mutato poco in cento anni perché lo si usava di rado, e i suoi possessori di prima
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non l’avevano mai veramente incluso nella propria vita; forse al tempo degli avi le pareti erano rivestite di delicate tappezzerie seriche, invece dell’intonaco chiaro che portavano adesso, e la stoffa delle sedie poteva esser stata diversa, ma fin dall’infanzia, Agathe il salone l’aveva sempre veduto così come appariva adesso, e ignorava perfino se l’avevano arredato i bisnonni oppure gente estranea, perché, nata e cresciuta fra quelle mura, sapeva soltanto che in quella stanza era sempre entrata con la soggezione che si instilla ai bambini per tutto ciò che essi potrebbero facilmente guastare o insudiciare. Ormai però ella aveva deposto le vesti di lutto, ultimo simbolo del passato, per indossare di nuovo il suo pigiama, e sdraiata sull’intruso divano leggeva fin dal primo mattino libri buoni e cattivi raccolti qua e là,
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interrompendosi solo di quando in quando per mangiare o per addormentarsi; e quando la giornata così trascorsa volgeva alla fine ella guardava in fondo alla sala sempre più buia le tende chiare che già immerse nella penombra si gonfiavano come vele davanti alle finestre, e le sembrava di navigare nel crudo alone della sua lampada per quell’ambiente nello stesso tempo rigido e delicato, e di avervi gettato l’ancora or ora.
Così l’aveva trovata il fratello, che abbracciò con una occhiata il suo rifugio illuminato; anch’egli infatti conosceva bene la sala e seppe perfino narrarle che il primo proprietario della casa era stato un ricco mercante al quale poi erano andati male gli affari, per cui il loro bisnonno, regio notaio, si era agevolmente trovato in condizioni di acquistare la bella
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proprietà. Altre cose ancora Ulrich le raccontò del salone da lui conosciuto in ogni particolare, e Agathe rimase soprattutto colpita dall’assicurazione che al tempo dei bisnonni quell’arredamento severo era considerato naturalissimo; non le era facile convincersene, perché a lei pareva l’aborto di una lezione di geometria, e ci volle un certo tempo prima che spuntasse in lei la coscienza di un’epoca così sazia delle forme imperiose del barocco che il suo stesso comportamento simmetrico e rigido era velato dalla sottile illusione di agire nel senso di una natura incorrotta, senza fronzoli, e ritenuta razionale. Quando ebbe sott’occhi quell’evoluzione di concetti, con tutti i particolari che Ulrich andava aggiungendo, le parve bello sapere tante cose che finora, come esperienza della sua vita, aveva disprezzato; e
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poiché il fratello le chiese che cosa stesse leggendo si buttò svelta col corpo sopra il mucchietto dei suoi libri, pur dichiarando spavalda che le piacevano tanto le cattive letture quanto le buone.
La mattina Ulrich aveva passato qualche ora al lavoro, poi era uscito. Fino a quel giorno la sua speranza di concentrarsi non s’era adempiuta, e l’effetto stimolante che avrebbe dovuto risultare dall’interruzione della solita vita era stato annullato dagli sviamenti che le nuove circostanze portavano con sé. Solo dopo i funerali vi fu un cambiamento, quando i rapporti col mondo esterno, fino allora così animati, si strapparono di colpo. I fratelli che, per così dire in rappresentanza del padre, erano stati per qualche giorno il centro della simpatia generale e avevano sentito i molteplici
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legami inerenti alla loro posizione, in fondo poi non conoscevano nessuno in città tranne il vecchio padre di Walter – da poter visitare, e per riguardo al loro lutto non erano invitati da nessuno; solo il professor Schwung era venuto, oltre che alle esequie, anche il giorno dopo a informarsi se il compianto amico non avesse lasciato un manoscritto sulla diminuita capacità d’intendere e di volere, di cui ci si potesse aspettare la pubblicazione postuma.
Quel brusco trapasso da un subbuglio continuo a una quiete plumbea fu addirittura una specie di trauma fisico. Per giunta, poiché la casa non aveva stanze per gli ospiti, essi dormivano ancora in soffitta nelle loro vecchie camere di bambini su letti di fortuna, in un disadorno ambiente infantile che faceva pensare alle celle spoglie di un manicomio, e
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con il lustro senza onore della tela cerata sui tavoli e del linoleum sui pavimenti, nella cui noia la scatola delle costruzioni sputava un tempo le idee fisse della propria architettura, si cacciava fin dentro ai sogni. Per quei ricordi, senza senso e senza fine come la vita a cui avrebbero dovuto prepararli, i fratelli eran contenti che le loro camere, separate soltanto da un ripostiglio pieno di cose vecchie e inutili, fossero almeno contigue; e poiché la stanza da bagno era al piano di sotto, anche dopo il risveglio essi dipendevano l’uno dall’altro, si incontravano fin dal mattino nel vuoto delle scale e della casa, dovevano usarsi reciproco riguardo, risolvere insieme tutti i problemi di un’economia domestica finora estranea e d’un tratto affidata alle loro mani. In tal modo coglievano anche il lato comico di quella
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convivenza tanto intima quanto imprevista: era come se un naufragio buffo e avventuroso li avesse ributtati sull’isola solitaria della loro fanciullezza, e ciò li condusse, subito dopo i primi giorni, sul cui corso non avevano potuto in alcun modo influire, a cercare una certa autonomia, ma ciascuno dei due lo fece più per riguardo all’altro che per se stesso.
Perciò Ulrich si era già alzato, prima che Agathe si costruisse la sua penisola nel salone, e pian piano era scivolato nello studio, dove aveva ripreso le interrotte ricerche matematiche, più per passare il tempo, però, che nell’intento di ottenere un risultato. Ma, con sua non lieve meraviglia, nelle poche ore di una mattinata egli condusse a termine, tranne pochi insignificanti particolari, il lavoro rimasto sospeso per mesi. Lo aveva soccorso nella
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scoperta della soluzione inattesa uno di quei pensieri al di fuori d’ogni regola dei quali non si può dire soltanto che nascono quando uno non li aspetta più, ma piuttosto che il loro improvviso e folgorante apparire ricorda quello della donna amata, che si trova già lì in mezzo alle altre amiche prima che lo sbigottito amatore si domandi come avesse finora potuto equipararla alle altre. In simili rivelazioni è inclusa non soltanto l’intelligenza ma anche qualche speciale proprietà della passione, e a Ulrich sembrava di esser giunto in quel momento al termine e alla libertà, e anzi, poiché non distingueva né un motivo né uno scopo, pensò che aveva finito addirittura prima del tempo, ed ora l’energia residua sarebbe andata a sfociare nei sogni.
Vedeva la possibilità che il suo pensiero,
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dopo aver risolto quel problema, si potesse applicare a questioni assai più importanti, abbozzò giocosamente una prima fantasia di un tal sistema, e in quegli istanti di felice distensione si sentì persino tentato dal suggerimento del professor Schwung di ritornare alla sua professione e di cercare la via che mena all’autorità e alla fama. Ma quando dopo parecchi minuti di quella beatitudine intellettuale egli si prospettò freddamente quel che sarebbe accaduto se cedendo all’ambizione avesse imboccato con tanto ritardo la strada accademica, gli avvenne per la prima volta di sentirsi troppo vecchio per un’impresa; dall’età dell’adolescenza quel concetto quasi impersonale degli anni non gli era mai apparso come una realtà per sé stante, né mai ancora gli era sorto in mente il pensiero: c’è qualcosa
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che tu non puoi più fare!
Quando Ulrich lo raccontò poi alla sorella, nel tardo pomeriggio, si servì della parola “destino”, che la interessò grandemente. Ella volle sapere che cos’era il destino.
- Una cosa di mezzo fra “il mio mal di denti” e “le figlie di re Lear!” rispose Ulrich. – Non sono di quelli che si baloccano volentieri con questa parola.
Ma per i giovani essa fa parte della canzone della vita; vorrebbero avere un destino e non sanno che cosa sia.
Ulrich replicò:
- In tempi futuri e meglio informati la parola destino acquisterà probabilmente un significato statistico.
Agathe aveva ventisette anni. Era abbastanza giovane per aver conservato
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qualcosa delle vuote forme del sentimento che si coltivano per prime; abbastanza vecchia per intuire l’altro contenuto, costituito dalla realtà. Ella obiettò:
- Anche invecchiare è già un destino! – e fu molto scontenta di quella frase, in cui la sua malinconia giovanile era espressa in una maniera che le pareva insignificante.
Ma il fratello non ci badò e addusse un esempio:
- Quando divenni matematico, – egli narrò, – desideravo il successo scientifico e mi adoperai con tutte le mie forze per ottenerlo, anche se lo consideravo soltanto un gradino verso qualcos’altro. E i miei primi lavori – naturalmente imperfetti, come sono sempre gli inizi – contenevano davvero alcuni pensieri che allora erano nuovi, e rimasero ignorati oppure
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incontrarono addirittura opposizione, sebbene tutto il resto ottenesse buone accoglienze. Ora, si potrebbe forse chiamare destino il fatto che io persi presto la pazienza di battere ancora con tutte le mie forze su quel cuneo.
- Cuneo? – interruppe Agathe, come se il suono di quella parola maschia e utensile le desse un immediato fastidio. – Perché lo chiami cuneo?
- Perché era proprio quello il mio primo proposito: introdurre le mie idee come un cuneo, ma poi la pazienza mi venne meno. E oggi, concludendo forse l’ultimo mio lavoro che ancora risale a quel tempo, mi rendo conto che probabilmente non a torto avrei potuto considerarmi il capo di una corrente, se allora avessi avuto un po’ più di fortuna o di
perseveranza.
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- Ma sei ancora in tempo! – opinò Agathe. – Per l’uomo non vien così presto come per la donna il momento in cui è troppo vecchio per certe cose.
- No, – replicò Ulrich, – non ne ho più voglia. Perché è strano ma vero, che obiettivamente, per il corso delle cose, per l’evoluzione della scienza, nulla sarebbe mutato. Può darsi che io abbia preceduto i miei tempi di una diecina d’anni; ma, un po’ più lentamente e per altre strade, altre persone sono arrivate anche senza di me al punto dove, tutt’al più, io le avrei condotte un po’ più in fretta; mentre è assai dubbio se una tale diversità della mia vita sarebbe bastata a lanciarmi con un nuovo vantaggio al di là della meta. Ecco qua dunque un pezzetto di quel che si chiama destino personale, ma che è poi qualcosa di
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straordinariamente impersonale.
- Del resto, – egli continuò, – quanto più invecchio, tanto più spesso mi avvedo di aver odiato cose che più tardi e per vie indirette seguivano la mia stessa direzione, così che a un tratto non posso più negare il loro diritto d’esistere; oppure accade che mi si rivelino i difetti delle idee o degli avvenimenti per cui ho parteggiato. Se consideriamo un tratto di strada un po’ lungo sembra dunque che abbia poca importanza l’essersi appassionati e in qual senso. Tutto converge allo stesso scopo e tutto serve ad uno sviluppo che è impenetrabile e immancabile.
- Una volta lo si attribuiva agli imperscrutabili disegni di Dio, commentò Agathe corrugando la fronte, nel tono di chi parla di esperienze proprie e con non troppo
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rispetto.
Ulrich ricordò che Agathe era stata educata in convento. Nei lunghi calzoni stretti alle caviglie ella giaceva sul divano ai cui piedi egli si era seduto, e l’alta lampada li illuminava entrambi, così che sul pavimento si era formata una grande lama di luce al di sopra della quale essi si trovavano al buio.
- Oggi il destino fa piuttosto l’impressione del movimento sopraordinato di una massa, – egli affermò; – ci stiamo dentro e siamo trascinati col resto – Si rammentò di aver già avuto un’altra volta il pensiero che oggi ogni verità veniva al mondo divisa nelle sue due metà, e tuttavia si poteva ottenere in quella maniera fallace e mobile un rendimento complessivo maggiore che se ciascuno in gravità e solitudine si sforzasse di adempiere il
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suo intero dovere. Quest’idea confitta nella sua coscienza come un uncino e non priva di una possibilità di grandezza, egli l’aveva già esposta, e una volta ne aveva perfino tratto, senza prenderla sul serio, la conclusione che si poteva fare ciò che piaceva! In realtà nulla era così lontano da lui quanto una simile conclusione; e proprio adesso che il suo destino sembrava averlo messo da banda non lasciandogli più nulla da fare, nel momento pericoloso per la sua ambizione in cui egli sotto uno strano pungolo aveva finito quel lavoro ritardato, chiudendo l’ultima partita che ancora lo legava agli anni precedenti, proprio ora dunque che egli personalmente restava a mani vuote, sentiva, invece di una remissione, la nuova tensione comparsa dopo la sua partenza. Essa non aveva nome; si sarebbe
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potuto anche dire che un suo giovane parente gli chiedeva consiglio, oppure qualcos’altro. Ma con straordinaria chiarezza egli vedeva la chiazza luminosa d’oro chiaro sul verde-nero della stanza, e i quadri sfumati del vestito di Agathe e se stesso e, tolta dal buio, delimitata con estrema nettezza, la congiuntura della loro riunione.
- Come hai detto? – domandò Agathe.
- Ciò che oggi si chiama ancora destino personale sarà sostituito da eventi collettivi e interpretabili mediante la scienza statistica, – ripeté Ulrich.
Agathe ci pensò un momento poi sbottò a ridere.
- Naturalmente capisco poco, ma non sarebbe meraviglioso se la statistica sciogliesse i nostri nodi? L’amore da un pezzo non ci riesce
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più!
E ciò condusse Ulrich a raccontare improvvisamente alla sorella ciò che gli era accaduto dopo aver finito il suo lavoro, quando, uscito di casa, era andato fin nel centro della città per riempire in qualche modo l’indeterminatezza rimasta in lui.
Non aveva voluto parlarne finora perché gli sembrava una faccenda troppo personale. Perché ogni volta che i suoi viaggi lo portavano in qualche città a cui nessun interesse lo legava, godeva molto di quel particolare sentimento di solitudine che ne deriva, e di rado era stato così intenso come questa volta. Egli aveva visti i colori delle strade, delle carrozze, delle vetrine, dei portoni, le forme dei campanili, dei visi e delle facciate e quantunque essi presentassero la fisionomia
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comune a tutta l’Europa, lo sguardo vi correva sopra come un insetto che s’è smarrito in un campo di cui non conosce i colori di richiamo, e non vi si può fermare, benché lo desideri. Questo andare senza meta e senza chiara destinazione in una città vivacemente affaccendata con se stessa, quella accresciuta tensione del vivere unita a un’accresciuta solitudine, ancora aumentata dalla convinzione che non si tratta di uno bensì di quella somma di visi, di quei movimenti staccati dal corpo e raccolti in armate di braccia, di gambe, di denti, alle quali appartiene il futuro, può destare nell’uomo che ancora se ne va tutt’intero e concluso in sé il timore di essere un asociale e un delinquente; ma se si procede ancora per quella via, ne può anche sorgere un assurdo senso di piacere e d’irresponsabilità
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fisica, come se il corpo non appartenesse più a un mondo dove l’Io sensuale è racchiuso in piccoli condotti e tessuti nervosi, ma ad un cosmo inondato di sonnolenta dolcezza.
Con queste parole Ulrich descriveva alla sorella ciò che forse era la conseguenza di uno stato senza scopo e senza ambizione, oppure di un diminuito concetto della personalità, ma forse invece altro non era che il “mito primitivo degli dei”, le “due facce della natura”, quella “veggenza che dà” e “che toglie” di cui egli era appunto sulle tracce. Aspettava perciò con curiosità di vedere se Agathe avrebbe dato un segno di comprensione o rivelato che anche lei conosceva impressioni simili, ma poiché non accadde, egli spiegò ancora una volta:
- È come una piccola fenditura della coscienza. Ci si sente abbracciati, racchiusi e
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penetrati fin dentro al cuore da una piacevole abulica mancanza d’indipendenza; ma d’altro lato si rimane svegli e capaci di critica e persino disposti ad attaccar briga con quelle persone e cose piene di vieta presunzione. È come se in noi vi fossero due strati di vita relativamente indipendenti, che di solito si mantengono in equilibrio. E giacché si è parlato del destino, si potrebbe anche dire che abbiamo due destini: uno mobile e senza importanza, che si compie, e un altro immobile e importante, che non si conosce mai.
Allora Agathe, che aveva ascoltato a lungo senza muoversi, disse repentinamente:
- È proprio come baciare Hagauer!
Si era alzata sui gomiti e rideva; le sue gambe erano ancora lunghe distese sul divano. E aggiunse: Naturalmente non era una cosa
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così bella come l’hai descritta tu! – E Ulrich partecipò alla sua ilarità. Non si capiva bene perché ridessero. Quel riso era venuto su di loro dall’aria o dalla casa o dai resti di stupore e di disagio che i solenni avvenimenti degli ultimi giorni, in vano contatto con l’aldilà, avevano lasciato in loro, oppure dal piacere insolito che trovavano nella conversazione; perché ogni usanza umana coltivata fino all’estremo porta già in sé il germe del cambiamento, e ogni commozione che esce dal comune è tosto appannata da un’ombra di incongruenza, di sazietà e di malinconia.
In tal modo e con quel lungo giro erano giunti infine, quasi per riposarsi, al discorso più innocuo sull’Io e sul Noi e sulla Famiglia, e alla scoperta, oscillante tra il riso e lo stupore, che loro due costituivano una Famiglia. E
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mentre Ulrich parla del desiderio di compagnia
- di nuovo col fervore di un uomo che si infligge una pena diretta contro la propria natura, ma non sa se contro la propria natura vera od assunta – Agathe ode le sue parole venirle vicino e poi tornare ad allontanarsi, ed egli si accorge di avere, secondo la sua malaugurata abitudine, cercato a lungo nell’aspetto di lei – che pure gli sta dinanzi così inerme nell’abito capriccioso e nella luce chiara qualcosa di repulsivo; ma non ha trovato nulla, e di questo rende grazie con una tenerezza semplice e pura che non ha mai sentito. Ed è molto entusiasta della conversazione. Quando ha finito di parlare, Agathe gli chiede con naturalezza:
- Ma tu insomma sei favorevole o contrario a ciò che chiami famiglia?
Ulrich risponde che non si tratta di questo,
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perché lui in fondo parlava di una irresolutezza del mondo e non della propria perplessità. Agathe medita per qualche istante. Infine dice all’improvviso:
- Io non posso dare un giudizio! Ma mi piacerebbe essere in accordo e in unione con te e anche… insomma vivere così, in qualche modo! Non vorresti tentare anche tu?
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9. Agathe, quando non può parlare con Ulrich
NEL momento in cui Agathe saliva in treno per iniziare l’imprevisto viaggio di ritorno alla casa del
padre era accaduto qualcosa che aveva la massima somiglianza con uno strappo repentino, e i due pezzi in cui l’istante della partenza s’era diviso erano scattati così lontani l’uno dall’altro come se non fossero mai stati congiunti. Il marito l’aveva accompagnata alla stazione, s’era scoperto il capo e mentre il convoglio s’allontanava aveva sollevato a
mezz’aria, come si conviene per un commiato,
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la bombetta nera, dura, rotonda che diventava sempre più piccola, per cui pareva ad Agathe che la tettoia della stazione filasse tanto rapida indietro quanto il treno correva avanti. Fino a quel momento ella era stata convinta che non sarebbe rimasta via più di quanto le circostanze l’avessero richiesto, ma di colpo decise che non sarebbe ritornata mai più e la sua coscienza divenne inquieta come il cuore di chi si vede improvvisamente scampato a un pericolo di cui era ignaro.
Quando ci ripensava, Agathe non si sentiva per nulla soddisfatta. Disapprovava il proprio contegno, che per molti aspetti le ricordava una strana malattia avuta nell’infanzia, poco dopo che aveva incominciato a frequentare la scuola. Per più di un anno, allora, aveva sofferto di febbri abbastanza alte che non salivano né
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scendevano, e s’era ridotta a tale magrezza da preoccupare i medici che non riuscivano a scoprirne la causa. Nemmeno più tardi s’era mai chiarito di qual malanno si trattasse. Ad Agathe sarebbe piaciuto che i dottoroni dell’università, che entravano per la prima volta nella sua stanza pieni di dignità e di saggezza, perdessero di settimana in settimana un poco della loro sicumera; e pur trangugiando ubbidiente tutte le medicine prescritte e pur essendo desiderosa di guarire come quelli pretendevano, era tuttavia contenta che i medici con le loro cure non ci riuscissero, e si sentiva in una condizione soprannaturale o almeno fuor del comune mentre si consumava come una candela. Era orgogliosa che l’ordine dei grandi non avesse alcun potere su di lei finché era malata, e non sapeva come il suo
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piccolo corpo potesse riuscire a tanto. Ma infine esso guarì spontaneamente e in modo altrettanto singolare.
Oggi ella ne sapeva poco di più di quanto le avevano poi narrato le persone di servizio, persuase che la bimba fosse stata stregata da un’accattona che veniva spesso per casa, ma una volta era stata duramente messa alla porta; e Agathe non aveva mai scoperto quanto vi fosse di vero in quella storia perché i domestici vi alludevano spesso e volentieri, ma non si dilungavano in spiegazioni e mostravano di temere un severo divieto del padre di Agathe. Lei stessa conservava di quel tempo una sola immagine, molto viva però, in cui vedeva suo padre inveire al colmo dell’ira contro una donna di apparenza sospetta, e percuoterne parecchie volte la guancia col palmo della
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mano; quell’unica volta nella vita ella aveva visto trasformato in tal modo e furibondo il piccolo uomo equo di solito fino a dar fastidio; ma credeva di ricordare che la scena non s’era svolta prima bensì durante la sua malattia, e lei infatti era a letto, e il letto invece che nella sua solita stanza era al piano di sotto, nel “quartiere dei grandi”, in una delle stanze dove la servitù non avrebbe dovuto lasciar entrare la mendica, anche se era ammessa alle scale e ai locali di servizio. Anzi, ad Agathe pareva che l’episodio fosse avvenuto piuttosto verso la fine della malattia, e pochi giorni dopo ella era guarita improvvisamente, cacciata fuori dal letto dalla strana impazienza con la quale il male s’era concluso così inaspettatamente com’era cominciato.
Certo di tutti quei ricordi Agathe non
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sapeva bene se fossero fatti reali o invenzioni della febbre. “Probabilmente, – ella pensò scontenta, – l’unica cosa strana è che quelle immagini abbiano potuto conservarsi in me così fluttuanti tra verità e fantasia senza che io ci abbia mai trovato niente di straordinario”
Gli sbalzi della vettura che percorreva strade mal lastricate impedivano la conversazione. Ulrich aveva suggerito di approfittare della bella giornata invernale per fare una gita, e proponeva anche una meta che in fondo non era una meta ma piuttosto una ricognizione di paesaggi vagamente affiorati nella memoria. Adesso erano tutti e due su una carrozza che doveva portarli fuori dalla città.
“Certo non v’è altro di strano!” si disse Agathe ripetendo fra sé il pensiero di poco prima. Nella stessa maniera aveva sempre
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studiato a scuola, senza mai sapere se era stupida o intelligente, volonterosa o svogliata; le risposte che gli insegnanti pretendevano da lei le si imprimevano in mente con facilità, senza che lei si dischiudesse però lo scopo di quelle domande, contro le quali si sentiva protetta da una profonda indifferenza interiore. Dopo la malattia era tornata a scuola volentieri come prima, e poiché uno dei medici aveva detto che sarebbe stato bene toglierla alla solitudine della casa paterna e farle frequentare ragazze della sua età, l’avevano messa in un istituto religioso; anche là era considerata un’allieva serena e docile, più tardi era passata al ginnasio. Quando le dicevano che una cosa era vera o necessaria, lei si regolava in conformità, e acconsentiva di buona voglia a tutto ciò che le chiedevano perché le pareva la
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soluzione più comoda; e le sarebbe parso insensato rivoltarsi contro solide istituzioni che non avevano niente da fare con lei ed evidentemente appartenevano a un mondo costruito secondo la volontà dei padri e dei professori. Però non credeva una parola di ciò che imparava, e poiché nonostante la sua condotta apparentemente arrendevole non era affatto una scolara modello e là dove i suoi desideri contrastavano con le sue convinzioni faceva tranquillamente il piacer suo, possedeva la stima delle sue compagne e perfino quella affettuosa ammirazione che gode a scuola chi sa passarsela comodamente. Poteva anzi darsi che ella si fosse combinata così anche per la sua strana malattia infantile perché in fondo tranne quell’unica eccezione era stata sempre in buona salute e poco nervosa. “Dunque
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nient’altro che un carattere futile e infingardo!” concluse perplessa. Ricordava quanto le sue amiche erano state più vivaci di lei, quante volte s’erano sollevate contro la rigida disciplina e di quali principî rivoluzionari avevano adornato le loro infrazioni all’ordine; ma per quanto le era stato dato osservare proprio quelle che si erano più appassionatamente ribellate contro qualche particolare, più tardi avevano accettato nel miglior modo la vita in blocco ed erano diventate ben assestate signore che educavano i figli suppergiù com’erano state educate loro. Perciò, sebbene malcontenta di sé, non era neppure persuasa che un carattere buono ed attivo valesse più del suo.
Agathe esecrava l’emancipazione della donna, così come sdegnava il femminile
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bisogno della covatrice, che si fa provvedere il nido dall’uomo. Ricordava con piacere il giorno in cui aveva sentito per la prima volta il seno tenderle il vestito, e aveva portato nell’aria rinfrescante delle strade le sue labbra brucianti. Ma il dinamismo erotico femminile, che sbuca dall’involucro dell’età fanciullesca come un ginocchio ritondo dal tulle rosa, aveva sempre destato il suo disprezzo. Quando si domandava di che cosa, insomma, era certa, il suo sentimento le rispondeva che ella era chiamata a vivere qualcosa di straordinario e di diverso; e questo già allora, quando non sapeva quasi nulla del mondo e non credeva a quel poco che le avevano insegnato. E le era sempre sembrato un’attività misteriosa rispondente a quell’impressione il lasciar fare di lei tutto quel che volevano, quando capitava, senza
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sopravvalutare la cosa.
Agathe guardò di sottecchi Ulrich che serio e impettito dondolava nella carrozza; si rammentò che egli, la prima sera, aveva stentato a capire come mai lei non fosse scappata via dal marito fin dalla notte nuziale benché non gli volesse bene. Mentre ne aspettava l’arrivo era stata piena di timore reverenziale verso il fratello maggiore, ma adesso sorrideva fra sé ricordando l’impressione che le facevano, i primi mesi, le labbra spesse di Hagauer quando s’arrotondavano amorose sotto le setole dei baffi; allora tutta la faccia si increspava in grosse pieghe verso gli angoli della bocca, e lei sentiva come una sazietà: oh com’è brutto quest’uomo! Anche la sua mite vanità e bonarietà di pedagogo lei la sopportava come
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una nausea solamente fisica, più esterna che interna. Passata la prima sorpresa, lo aveva ingannato di tanto in tanto con altri. “Se si dice così, – ella pensò, quando a una creatura senza esperienza, dai sensi in letargo, le premure di un uomo che non è il marito sembrano in sul principio colpi di tuono che battono alla porta!” Infatti aveva poca disposizione per l’infedeltà: gli amanti, una volta conosciuti, le parevano non più affascinanti di un marito e presto si convinse che avrebbe potuto prender altrettanto sul serio le maschere rituali di una tribù negra quanto le maschere amorose di cui l’uomo europeo si copre il volto. Non già che non ne fosse mai rimasta turbata; ma ai primi tentativi di un bis tutto era già perduto! La teatralità e l’elaborata rappresentazione dell’amore non riuscivano a inebriarla. Quella
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regia dell’anima, ideata soprattutto dagli uomini, il cui sugo è che la dura vita deve avere di quando in quando un’ora di debolezza – con qualche sottospecie della debolezza: abbandonarsi, svenire, darsi, soccombere, impazzire e via dicendo – le sembrava scombiccherata e fuori del giusto, perché lei si sentiva debole a tutte le ore in un mondo così magnificamente costruito dalla forza degli uomini.
La filosofia che Agathe in tal modo aveva acquisito era semplicemente quella della femmina che non si lascia menar per il naso e senza volerlo osserva ciò che il maschio cerca di darle a intendere. Anzi non era affatto una filosofia ma soltanto un disinganno fieramente dissimulato; ancor sempre mescolato all’attesa di una soluzione sconosciuta, che forse
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aumentava a misura che diminuiva la ribellione esteriore. Poiché Agathe aveva letto molto, ma per natura non voleva saperne di teorie, e quando confrontava le proprie esperienze con gli ideali della letteratura e del teatro, sempre si meravigliava che né i suoi seduttori l’avessero imprigionata come la trappola cattura la selvaggina (secondo l’atteggiamento dongiovannesco che l’uomo soleva darsi allora quando in realtà sdrucciolava insieme con una donna) né la sua vita col marito si fosse, come in un dramma di Strindberg, mutata in una lotta fra i sessi in cui la donna prigioniera, come voleva l’altra moda del tempo, torturava a morte l’inetto dominatore con tutti gli espedienti dell’astuzia e della debolezza. Al contrario i suoi rapporti con Hagauer erano sempre rimasti buoni
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nonostante i riposti sentimenti che ella nutriva per lui.
La prima sera Ulrich aveva usato parole grosse come terrore, trauma e violenza, che erano proprio fuori di posto. “Spiacentissima di non potermi presentare in veste di angelo”, pensava Agathe, ancora riluttante al ricordo, anzi in quel matrimonio tutto s’era svolto nel modo più naturale. Il babbo aveva perorato con argomenti ragionevoli la causa di Hagauer, lei stessa era decisa a riprender marito; ebbene, sia, bisogna accettare ciò che il matrimonio comporta; è cosa non particolarmente bella né straordinariamente piacevole! Ancora adesso le rincresceva di offendere consapevolmente Hagauer, mentre era lei che l’aveva voluto. Non cercava l’amore; aveva pensato che in qualche modo sarebbe andata bene, che lui era un
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uomo buono.
Invece era piuttosto uno di quegli uomini che agiscono sempre bene; in loro stessi non c’è bontà, pensava ora Agathe. Si direbbe che la bontà, via via che diventa buona volontà o buone azioni, scompaia dall’uomo! Come aveva detto Ulrich? Il ruscello che fa andare una fabbrica perde la sua portata. Sì, anche così aveva detto, ma non era quello che lei cercava. Ah, ecco: “A quanto pare solo coloro che non fanno gran che di bene sono capaci di conservare tutta la loro bontà” Ma nel momento in cui la frase le tornava alla memoria, persuasiva come Ulrich doveva averla formulata, le parve assolutamente priva di senso. Non la si poteva togliere isolata dal contesto del discorso, che ella non ricordava. Cercò di disporre le parole in un altro modo, di
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sostituirle con altre simili; ma risultava evidente che la prima frase era la giusta perché le altre sembravano gettate al vento e non ne rimaneva nulla. Dunque Ulrich aveva detto così, ma: “Come si può chiamare buona la gente che si conduce male? – ella pensò. – È davvero un’assurdità” Eppure ricordava che il motto, mentre lui lo pronunziava, senza avere maggior contenuto le era parso meraviglioso. Meraviglioso non era la parola adatta: ella si era quasi sentita svenire dalla felicità ascoltando quell’aforisma. Aforismi simili spiegavano tutta la sua vita. Quello, per esempio, suo fratello l’aveva enunciato durante la loro ultima importante conversazione, dopo il funerale e dopo che il professor Hagauer era già ripartito; e a un tratto ella si era accorta di aver sempre agito con molta imprevidenza, e così
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anche quando aveva pensato semplicemente che “in qualche modo” sarebbe andata bene con Hagauer perché era “un uomo buono”!
Ulrich faceva sovente di quelle affermazioni che per qualche istante la riempivano di gioia o di tristezza, benché quegli istanti non si potessero “conservare” Quando aveva detto, per esempio – si chiese Agathe – che in certe circostanze egli poteva voler bene a un ladro, mai però a un individuo onesto per abitudine? Lì per lì non le sovveniva, ma il bello era – e di lì a poco le tornò in mente – che non Ulrich ma lei stessa aveva fatto quell’asserzione. Del resto molte cose che lui diceva ella le aveva già pensate; senza parole, però, perché opinioni così precise, sola con se stessa com’era prima, ella non se le sarebbe mai fatte! Agathe fra i balzi e gli scrolloni della carrozza, che rotolava
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su strade scabrose di periferia e avvolgeva in una rete di scosse meccaniche i due inabilitati a parlare, s’era sentita finora assai bene e in mezzo ai suoi pensieri aveva anche usato il nome del marito senza ostilità, soltanto come una definizione di tempo e di materia per i pensieri stessi; ma ecco che, senza un motivo speciale, un terrore infinito la penetrò a poco a poco: Hagauer era stato accanto a lei in carne e ossa! L’equanimità con la quale lo aveva considerato finora scomparve, e la gola le si serrò amaramente.
Egli era arrivato la mattina del funerale; nonostante il ritardo aveva affettuosamente insistito per vedere il suocero un’ultima volta; era andato all’Istituto d’anatomia, aveva fatto ritardare la chiusura della bara, s’era mostrato assai commosso in maniera discreta, onesta,
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molto misurata. Dopo le esequie Agathe si era dichiarata esausta e Ulrich aveva dovuto pranzare col cognato fuori di casa. Come narrò poi, la presenza di Hagauer lo aveva reso furente come un colletto troppo stretto e, non foss’altro per questo, aveva fatto il possibile per sbrigarsela rapidamente.
Hagauer si proponeva di recarsi alla capitale per un congresso pedagogico, e di passare un altro giorno in colloqui al Ministero e in ispezioni; prima di questo s’era riservato due giorni per trascorrerli con la moglie, come si addice a un marito premuroso, e per occuparsi della di lei parte di eredità; ma, d’accordo con la sorella, Ulrich aveva inventato un pretesto per non accogliere Hagauer in casa e gli aveva annunziato che una camera era prenotata per lui nel primo albergo della città.
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Hagauer, come era previsto, si mostrò irresoluto: l’albergo era incomodo, costoso, e per decoro doveva pagarlo lui; d’altra parte si potevano anche dedicare due giorni invece di uno ai colloqui e alle ispezioni nella capitale, e viaggiando di notte si evitava un pernottamento. Per cui Hagauer, simulando rincrescimento, lasciò intendere che gli era difficile approfittare della premura di Ulrich, e infine manifestò la sua decisione immutabile di ripartire la sera stessa. Così non restava altro da regolare che le questioni dell’eredità, e ripensandoci Agathe sorrise di nuovo, perché per suo desiderio Ulrich aveva dato a intendere al marito che il testamento si poteva aprire soltanto dopo qualche giorno. Agathe era pur lì, gli avevano detto, per tutelare i diritti del marito, egli avrebbe anche ricevuto una
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comunicazione in tutte le forme legali, d’altronde per quanto riguardava mobili, oggetti, ricordi e simili, Ulrich come scapolo era pronto a subordinare i propri desideri a quelli della sorella. Alla fine Ulrich aveva ancora chiesto a Hagauer se avrebbe acconsentito eventualmente alla vendita della casa che non serviva a nessuno; senza impegno, beninteso, poiché nessuno di loro aveva ancora letto il testamento. E Hagauer aveva dichiarato, beninteso senza impegno, che per il momento non aveva nulla da obiettare, ma naturalmente si riservava di prender partito nel caso di un effettivo progetto di vendita.
Questa proposta l’aveva suggerita Agathe al fratello, e lui l’aveva ripetuta, perché non aveva opinioni in riguardo e voleva solo liberarsi di Hagauer. Ma di colpo Agathe si sentì di nuovo
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infelicissima, perché, dopo che tutto era stato così felicemente risolto, il marito era ancora venuto da lei in compagnia di Ulrich per accomiatarsi. E allora Agathe era stata sommamente scortese e aveva dichiarato di non poter dire neppure a un dipresso quando sarebbe ritornata. Poiché lo conosceva aveva intuito subito che lui questo non se l’aspettava ed era scontento di apparire con la sua decisione di ripartire subito come il più disamorato dei due; certo poi, retrospettivamente, gli faceva rabbia la pretesa di mandarlo a dormire all’albergo, e la freddezza con la quale era stato accolto; ma giacché era un uomo di metodo non disse nulla, risolse di spiegarsi in seguito con la moglie e la baciò, dopo essersi tolto il cappello, sulle labbra nel modo prescritto. E quel bacio,
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a cui Ulrich aveva assistito, parve ora annichilire Agathe. “Come mai, – ella si chiese costernata, – ho potuto resistere tanto tempo al fianco di quell’uomo? Ma non ho forse accettato senza resistenza tutta quanta la mia vita?” Si rimproverò con veemenza: “Se io valessi qualcosa non sarei mai arrivata a questo punto!”
Agathe distolse gli occhi da Ulrich, che aveva osservato fino allora, e guardò fuori del finestrino. Case basse di sobborghi, strade gelate, passanti imbacuccati: le sfilavano dinanzi immagini di desolata bruttezza, ed erano la rappresentazione della vita deserta in cui per la propria neghittosità ella era andata a incagliarsi. Adesso non sedeva più eretta, ma s’era un po’ lasciata andare sui cuscini della vettura, che odoravano di vecchio, per poter
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meglio guardar fuori, e non mutò più quella positura non bella, in cui era sgarbatamente afferrata al ventre e sballottata dalle scosse del veicolo. Il suo corpo, così stropicciato come uno straccio, le dava una sensazione sinistra, perché, infine, era l’unica cosa che possedeva. Qualche volta, quando in collegio si svegliava nella mezza luce dell’alba, aveva avuto l’impressione di galleggiare nel proprio corpo come tra gli assi di una barca verso l’avvenire. Adesso aveva circa il doppio degli anni di allora. E nella carrozza c’era la stessa semioscurità. Ma anche ora non era capace di immaginare la sua vita e non aveva nessuna idea di come avrebbe dovuto essere. Gli uomini erano un complemento e un perfezionamento del suo corpo, ma non un contenuto spirituale; ella li prendeva, come essi prendevano lei. Il
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suo corpo le diceva che fra pochi anni avrebbe incominciato a perdere la propria bellezza: dunque a perdere i sentimenti che esso stesso direttamente genera finché è sicuro di sé, e che solo in piccola parte si possono esprimere in parole o in pensieri. Allora tutto sarebbe finito, senza che nulla mai ci fosse stato. Le venne in mente che Ulrich aveva parlato in modo simile dell’inutilità del proprio sport, e, mentre si costringeva a restare col capo rivolto verso il finestrino, decise di interrogarlo.
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10. Ulteriore decorso della gita al bastione degli svedesi. La morale del secondo passo
GIUNTI alle ultime case della città, basse e di aspetto già paesano, i fratelli scesero dalla carrozza e
s’avviarono per una strada di campagna in leggera salita, larga, solcata da carreggiate i cui orli gelati si sfaldavano sotto i piedi. Le loro scarpe si coprirono subito di una brutta polvere grigia in contrasto stridente con gli eleganti abiti cittadini, e quantunque non facesse freddo un vento assai rigido soffiava giù verso
di loro, sicché le loro guance incominciarono a
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bruciare e un vitreo ribrezzo in bocca impediva di pronunciare parola.
Il ricordo di Hagauer urgeva Agathe a una spiegazione col fratello. Ella era persuasa che quel matrimonio sbagliato doveva riuscirgli incomprensibile sotto tutti gli aspetti, anche quello, il più semplice, delle esigenze sociali; ma pur avendo dentro le parole già pronte non poté risolversi a vincere gli ostacoli della salita, del freddo e dell’aria che le tagliava la faccia. Ulrich la precedeva, in un largo solco che serviva di sentiero; ella guardava le sue spalle larghe e scarnite ed esitava. Lo aveva sempre immaginato duro, inflessibile e un poco avventuroso, forse soltanto per le parole di biasimo che il padre e talvolta anche Hagauer dicevano su di lui, e ora aveva vergogna della propria arrendevolezza alla vita, di fronte a
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questo fratello evaso e straniato dalla famiglia. “Aveva ragione di non curarsi di me!” ella pensò, e si rinnovò in lei lo sgomento di aver così spesso perseverato in attitudini sbagliate. In verità c’era in lei la stessa tempestosa contraddittoria passione che sul limitare della camera mortuaria del padre l’aveva spinta a recitare quei versi veementi. Cercò di raggiungere Ulrich, il fiato le venne a mancare, e improvvisamente proruppero da lei domande che quella strada funzionale forse non aveva mai udito, e il vento fu lacerato da parole che non s’erano mai intrecciate alle voci dei venti campestri scendenti da quelle colline.
- Tu certo ricordi… – e citò alcuni esempi famosi tratti dalla letteratura: – Non mi hai detto se potresti perdonare a un ladro; ma questi assassini li giudichi buoni, non è vero?
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- Certamente! – rispose Ulrich gridando a pieni polmoni. – Cioè… no, aspetta; forse quella è soltanto gente di buone disposizioni, gente di valore. E questo rimane loro anche più tardi, quando sono diventati criminali. Ma buoni no, non rimangono!
- E allora perché li ami ancora dopo il loro delitto? Non certo per le loro precedenti buone disposizioni, ma perché continuano a piacerti!
- Già, è sempre così, – disse Ulrich. – L’uomo dà il carattere all’azione, mai accade il contrario! Noi separiamo il bene dal male ma dentro di noi sappiamo che sono una cosa sola!
Un altro rossore, oltre quello del freddo, coprì le guance di Agathe quando alle sue domande appassionate che ella esprimeva e insieme nascondeva con le parole non si offerse che un riferimento libresco. L’abuso che si suol
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fare di problemi culturali è così grave che può accadere di giudicarli fuori di posto là dove il vento soffia e gli alberi crescono, come se la cultura umana non fosse il compendio di tutte le forme della natura! Ma Agathe aveva valorosamente lottato con se stessa, e ora, infilando il braccio sotto quello di Ulrich, gli disse quasi all’orecchio, così che non occorreva più gridare, e con una strana baldanza che le guizzava sul viso:
- Perciò noi distruggiamo i cattivi, ma offriamo loro gentilmente un ultimo pasto prima di mandarli al patibolo!
Ulrich, che intuiva qualcosa di quella passione al suo fianco, si piegò verso la sorella e le disse accostandole la bocca all’orecchio, ma tuttavia abbastanza forte:
- Ciascuno inclina a ritenersi incapace di
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fare il male e a credersi un brav’uomo! Con queste parole erano arrivati in cima, dove la strada non saliva più ma tagliava invece le ondulazioni di un vasto pianoro senz’alberi. Il vento si era calmato di colpo, e non faceva più freddo, ma nella quiete gradevole il discorso cadde come se fosse stato mozzato e non ci fu più modo di riprenderlo. Un po’ più tardi Ulrich domandò:
- Come mai in mezzo a quel ventaccio ti son venuti in mente Stendhal e Dostoevskij? Se qualcuno fosse stato lì a osservarci ci avrebbe creduti pazzi!
Agathe scoppiò in una risata.
- L’avrebbe giudicato incomprensibile, come un dialogo d’uccelli! Del resto son pochi giorni che mi parlasti di Moosbrugger.
Continuarono a camminare.
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Dopo una pausa Agathe disse:
- A me però Moosbrugger non piace!
- Veramente anch’io l’ho quasi dimenticato,
- rispose Ulrich. Dopo aver proseguito per un tratto in silenzio Agathe si fermò.
- Dimmi un po’… – ella chiese: – tu hai commesso certamente molte storditaggini. Mi ricordo, ad esempio, che passasti un certo tempo all’ospedale per una ferita d’arma da fuoco. Allora anche tu qualche volta agisci senza riflettere.
- Ne fai oggi di strane domande! – esclamò
Ulrich. – Che cosa posso risponderti?
- Non rimpiangi mai ciò che hai fatto? – ribatté Agathe pronta. – Ho l’impressione che tu non rimpianga mai nulla. Del resto qualcosa di simile l’hai già detto tu stesso.
- Dio mio, – replicò Ulrich riprendendo
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l’andare, – in ogni meno c’è un più. Forse ho detto questo, suppergiù, ma non occorre prenderlo troppo alla lettera.
- In ogni meno un più?
- In ogni male un po’ di bene. O almeno quasi in ogni male. Di solito in ogni umana variante negativa ce n’è una positiva non riconosciuta: probabilmente volevo dir questo. E se tu ti penti di una tua azione potrai trovare proprio in questo pentimento la forza di compierne un’altra così buona che in altre circostanze non ci arriveresti mai. Il primo atto non è mai decisivo; decisivo è soltanto quello che si compie dopo!
- E se tu hai ammazzato qualcuno, qual è l’atto che puoi compiere dopo?
Ulrich alzò le spalle. Aveva voglia di rispondere, solo per coerenza logica: “Forse ciò
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mi renderebbe capace di scrivere un poema che doni a migliaia di persone la vita interiore, oppure di fare una grande invenzione” Ma si trattenne. “No, non sarebbe così! – pensò poi. – Solo un pazzo potrebbe nutrire tale illusione. O un esteta diciottenne. Dio sa perché, sono pensieri che contraddicono alle leggi della natura. D’altronde, – si corresse, – così accadeva all’uomo primitivo, egli uccideva perché il sacrificio umano era un grande poema religioso!”
Ulrich però non proferì né la prima né la seconda riflessione, e Agathe riprese:
- Le mie saranno obiezioni stupide, ma quando ti ho sentito dire la prima volta che il primo passo ha poca importanza e conta soltanto il secondo, ho pensato: allora se un uomo potesse interiormente volare, diciamo
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così volare moralmente e procedere con grande velocità verso la perfezione, non conoscerebbe il rimorso! E ti ho invidiato immensamente!
- Questo non ha senso, – ribatté Ulrich con forza. – Io ho detto che non conta il passo sbagliato, bensì quello che viene dopo. E dopo, che cosa conta? Evidentemente il successivo, no? E dopo l’ennesimo, l’ennesimo più uno? La persona di cui si tratta dovrebbe vivere senza fine e senza decisione, anzi addirittura senza realtà. Eppure è proprio così, è sempre l’azione successiva che conta. Il fatto sta che noi non possediamo il metodo adatto per trattare come si deve quella serie infinita. Mia cara, – egli concluse repentinamente, – a volte io rimpiango tutta la mia vita!
- Eh no, questo non è possibile! opinò la
sorella.
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- Perché no? Perché questo no?
Agathe replicò: – Io non ho mai fatto niente e perciò ho avuto agio di rimpiangere le poche cose che ho fatto. Sono convinta che tu non lo puoi conoscere uno stato così poco illuminato! Allora vengono le ombre, e ciò che fu ha potere su di me. È presente nei più piccoli particolari ed io non posso dimenticare nulla e nulla posso capire. È uno stato spiacevolissimo…
Ella parlava senza commozione, molto dimessamente. Ulrich davvero non conosceva quel fluire indietro della vita, perché la sua era sempre stata diretta a espandersi, e ciò gli ricordava soltanto che già la sorella più volte s’era lagnata esplicitamente di se stessa. Ma egli rinunziò a fare domande perché nel frattempo erano giunti sulla collina che avevano scelto a meta della loro passeggiata, e
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avanzavano verso il punto estremo. Quest’era una imponente elevazione del terreno che la leggenda riannodava all’assedio svedese nella Guerra dei Trent’anni perché aveva l’apparenza di un bastione, anche se era troppo vasto per ciò, un verde baluardo naturale senz’alberi né cespugli, che dalla parte rivolta verso la città finiva in una alta parete chiara di roccia. Un mondo collinare vuoto e profondo circondava il bastione; non si vedeva un villaggio, non una casa, solo ombre di nuvole e praterie grigie.
Ulrich fu di nuovo affascinato da quel luogo di cui serbava un ricordo giovanile: giù nel profondo era ancor sempre annidata la città, pavidamente stretta intorno a due o tre chiese che parevano chiocce fra i loro pulcini, talché veniva involontariamente il desiderio di fare un salto e accoccolarsi in mezzo a loro, oppure di
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serrarli nel palmo di una mano gigantesca.
- Quegli avventurieri svedesi dovevano aver provato una sensazione meravigliosa quando arrivarono qui dopo settimane di trotto e ritti in sella videro per la prima volta il futuro bottino! egli disse dopo aver spiegato alla sorella il significato del luogo. – Il peso della vita, quella segreta malinconia che ci grava addosso di dover tutti morire, che tutto sia così greve e probabilmente così vano! solo in momenti simili, in fondo, cade dalle nostre spalle!
- In quali momenti, hai detto? – domandò
Agathe stupita.
Ulrich non sapeva che cosa rispondere. Anzi non voleva rispondere affatto. Gli venne in mente che quando, ragazzo, si trovava in quel luogo, sentiva ogni volta il bisogno di stringere i denti e di tacere. Alla fine rispose:
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- Nei momenti avventurosi, in cui gli eventi ci rapiscono con sé: quelli senza senso, insomma! – E intanto si sentiva la testa sul collo come una noce vuota, in cui s’agitavano antichi detti come: “Comare Morte”, oppure: “Ho puntato sul nulla”; e sentiva insieme l’ormai spento fortissimo degli anni in cui la sbarra di confine fra le speranze della vita e la vita stessa non è ancora calata. Egli pensò: “Quante vicende mi son toccate da allora che fossero univoche e felici? Nessuna”
Agathe obiettò:
- Io ho sempre agito senza senso, ma questo rende soltanto infelici.
Si era spinta avanti fin sull’orlo; le parole del fratello le arrivavano sorde all’orecchio, ella non le capiva e vedeva dinanzi a sé un panorama severo e spoglio la cui tristezza si
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accordava con la sua. Quando si voltò, disse:
- È un posto adatto per uccidersi, – e sorrise; – il vuoto del mio cervello si dissolverebbe con infinita dolcezza nel vuoto di questo paesaggio! – Si riavvicinò a Ulrich di qualche passo. – Per tutta la vita, seguitò, – mi hanno sempre rimproverato di non avere una volontà, di non amare nulla, di non venerare nulla, in una parola di non essere una creatura risoluta a vivere. Papà me lo rinfacciava, e anche Hagauer se ne doleva. Adesso dimmi tu, per l’amor di Dio, dimmi tu una buona volta quand’è che qualcosa nella vita ci sembra necessario?
- Quando ci si volta nel letto! – dichiarò
Ulrich brusco.
- Che cosa vuoi dire?
- Perdonami l’esempio grossolano. Ma è
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proprio così. Siamo malcontenti della nostra posizione; pensiamo senza posa a cambiarla e facciamo un proposito dopo l’altro senza mai attuarlo; finalmente ci rinunziamo: e a un tratto ecco che ci siamo voltati! In verità bisognerebbe dire: siamo stati voltati. Così e non altrimenti ci si comporta, tanto nella passione quanto nelle risoluzioni a lungo vagheggiate – Così parlando Ulrich non guardava la sorella, rispondeva a se stesso. Sentiva ancora profondamente: “Qui sono stato, in questo luogo, ed ho voluto qualcosa che non è mai stato appagato”
Agathe sorrideva anche adesso, ma era come un guizzo doloroso che le torceva la bocca. Ritornò al suo posto e guardò muta laggiù nelle venturose lontananze. La sua pelliccia risaltava scura sul cielo e la figura
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snella contrastava con la vasta immobilità del paesaggio e con le ombre di nuvole che vi trascorrevan sopra. Ulrich a quella vista ebbe una sensazione indescrivibilmente forte di cose che stavano accadendo. Quasi si vergognava di esser lì in compagnia di una donna invece che accanto a un cavallo sellato. E quantunque fosse consapevole che la causa era il sereno effetto plastico che in quel momento emanava dalla sorella, aveva l’impressione che qualcosa accadesse non a lui, ma in qualche parte del mondo, qualcosa che lui si lasciava sfuggire. Si disse che era ridicolo. Eppure era giusta, in parte, l’affermazione fatta avventatamente che egli rimpiangeva la propria vita. Qualche volta desiderava esser travolto dagli avvenimenti come in una lotta a corpo a corpo, e magari avvenimenti assurdi o delittuosi, purché
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fossero validi. E definitivi, senza la permanente precarietà che hanno quando l’uomo resta superiore alle proprie vicende.
“Dunque concludenti e conclusivi” rifletté Ulrich che adesso cercava seriamente un’espressione, e all’improvviso quel pensiero non vagò più verso avvenimenti chimerici ma si fermò all’immagine che offriva in quel momento Agathe, e null’altro che a specchio di se stessa. Così i fratelli rimasero per un gran tratto di tempo separati l’uno dall’altro e ciascuno per sé, e una esitazione piena di contrasti non permetteva loro alcun riavvicinamento. Strano a dirsi, però, a Ulrich in quell’occasione non passò neppur per la mente che ormai qualcosa era già avvenuto, poiché per accontentare Agathe e levarselo di torno egli aveva raccontato all’ignaro cognato la favoletta di un
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testamento chiuso da aprirsi solo fra qualche giorno, e gli aveva anche garantito contro coscienza, che Agathe avrebbe salvaguardato anche gli interessi di lui, il che Hagauer definì più tardi favoreggiamento.
Senza essersi espressi, si mossero da quel luogo dove ciascuno era stato assorto nei propri pensieri. Il vento era di nuovo più pungente e poiché Agathe dimostrava di essere stanca Ulrich propose di cercare la casa di un pastore che egli sapeva vicina. Era una capanna di sassi, che trovarono subito, e bisognò chinar la testa per entrare, mentre la moglie del pastore li fissava con fastidio e imbarazzo. Nel gergo misto di slavo e tedesco che si parlava nella regione e che Ulrich ricordava ancora oscuramente, egli chiese per loro due licenza di riscaldarsi e di consumare al
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riparo lo spuntino che avevano portato seco; accompagnò così premurosamente la domanda con la moneta d’argento che la non premurosa ospite si mise a gemere afflitta di non poter meglio ricevere, nella sua povertà squallida, “dei così bei signori”
Asciugò la tavola nuda che stava davanti alla finestra, ravvivò la fiamma nel focolare e mise a scaldare il latte di capra. Agathe intanto s’era insinuata fra il tavolo e la finestra senza badare a quei complimenti, come se fosse naturale trovare un asilo e indifferente dove. Attraverso i piccoli vetri appannati ella guardava il paese che si stendeva verso l’interno, dietro il “bastione” e, poiché la vista qui non spaziava come lassù, si sentiva piuttosto come un nuotatore circondato da verdi creste di onde. Il giorno non volgeva
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ancora alla fine, ma aveva già oltrepassato il culmine e s’era fatto più smorto. Agathe chiese repentinamente:
- Perché non parli mai sul serio con me? Come avrebbe potuto Ulrich rispondere
meglio che con una occhiata fugace che doveva esprimere stupore e innocenza? Era occupato a disporre su un foglio di carta prosciutto, salame e uova, fra sé e la sorella.
Ma Agathe continuò:
- A urtare inavvertitamente contro il tuo corpo ci si fa male e ci si spaventa per la differenza evidente. Ma se io ti chiedo qualcosa di decisivo, tu ti dissolvi nell’aria! – Non toccò il cibo che egli le offriva, anzi nella sua ripugnanza a concludere la giornata con una merenda campestre stava così ritta che non sfiorava neppure la tavola. E allora si ripeté
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qualcosa che somigliava alla salita su per la collina. Ulrich spinse da parte i bicchieri di latte di capra, che erano appena giunti dal focolare ed esalavano verso le nari non avvezze uno sgradevolissimo odore; e il leggero senso di nausea che provava gli sgombrò l’animo, come fa talvolta un’improvvisa amarezza.
- Ti ho sempre parlato sul serio, – egli replicò. – Se non ti piace non è colpa mia; perché allora ciò che ti è sgradito nelle mie risposte è la morale del nostro tempo – In quel momento riconobbe che occorreva spiegare ad Agathe tutto ciò che ella doveva sapere per capire se stessa e anche un poco il fratello. E con la risolutezza di un uomo che giudica superflua ogni interruzione, incominciò un lungo discorso:
- La morale del nostro tempo, qualunque
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cosa si dica, è quella della riuscita. Cinque bancarotte più o meno dolose vanno benissimo, purché alla quinta segua un periodo di prosperità. Il buon successo cancella tutto. Se si giunge sino a finanziare elezioni e comprar quadri si acquista anche l’indulgenza dello Stato. Tutto ciò ha le sue norme non scritte: se uno dà sovvenzioni alla chiesa, a opere di beneficenza e a partiti politici, basta che spenda per ciò un decimo di quel che gli occorrerebbe se volesse dimostrare la sua buona volontà promuovendo le arti. Vi sono anche certi limiti al buon successo: ancora non si può ottenere qualunque cosa per qualunque via; alcuni principî della società, dell’aristocrazia e della corona agiscono da freno sulle persone venute dal basso. D’altra parte lo Stato grazie alla sua persona
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soprappersonale professa nel modo più scoperto il principio che è lecito rubare, uccidere e ingannare, sol che ne derivino potenza, civiltà e splendore. Naturalmente non sostengo che tutto ciò sia riconosciuto anche in teoria, anzi in teoria è assai poco chiaro. Ti ho esposto però fatti comunissimi. Di fianco ad essi, il ragionamento morale è solo un mezzo per un fine, un metodo di lotta a cui si ricorre all’incirca come alla menzogna. Questo è l’aspetto del mondo che gli uomini hanno creato, e io vorrei essere una donna, senonché… le donne amano gli uomini!
- Buono è considerato oggi ciò che ci dà l’illusione di condurci a qualcosa; ma questo convincimento è esattamente ciò che tu hai chiamato l’uomo che vola senza rimpianti e io il problema che non possiamo risolvere perché
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non conosciamo il metodo. Come uomo di formazione scientifica io sento in ogni circostanza che le mie nozioni sono imperfette, null’altro che un indicatore stradale, e che forse domani stesso sarò in possesso di una nuova esperienza che mi farà ragionare diversamente da oggi; d’altra parte anche un uomo tutto preso dal proprio sentimento, “un uomo che procede verso la perfezione” come l’hai descritto tu, considererà ciascuna delle sue azioni come un gradino da cui salire a un altro. Dunque v’è qualcosa nel nostro spirito e nella nostra anima, una “morale del prossimo gradino”; ma è soltanto la morale dei cinque fallimenti, ha davvero così profonde radici in noi questa “morale da imprenditore” del nostro tempo, o è soltanto l’apparenza di una concordanza, oppure la morale degli arrivisti è
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soltanto il ridicolo aborto, troppo presto venuto al mondo, di fenomeni più profondi? In questo momento non saprei darti una risposta!
La breve pausa che Ulrich qui intercalò al suo dire era soltanto oratoria, poiché egli intendeva seguitare a sviluppare le proprie argomentazioni. Ma Agathe, che aveva ascoltato finora nel modo vivace-inerte che talvolta le era particolare, sviò il discorso contrariamente ai piani del fratello col disadorno commento che la risposta le era indifferente, giacché lei voleva soltanto sapere l’opinione di Ulrich, e non era in grado di capire tutto ciò che si poteva pensare in proposito.
- Ma se tu mi chiedi, in qualsiasi forma, di fare, di compiere qualcosa, piuttosto preferisco non avere una morale di nessun genere, ella
aggiunse.
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- Dio sia ringraziato! – esclamò Ulrich. – Godo ogni volta di vederti così forte, giovane e bella, e poi di sentirti dire che non possiedi un briciolo d’energia. Già la nostra epoca scoppia di dinamismo. Non vuole saperne di pensieri, chiede soltanto azioni. Questa terribile energia proviene unicamente dal fatto che non si ha nulla da fare. Internamente, voglio dire. Ma infine anche esternamente ciascuno ripete per tutta la vita la stessa identica azione: entra in un’attività professionale e seguita per quella via. Mi pare che adesso siamo ritornati alla domanda che tu mi hai rivolto poco fa, sotto il cielo aperto. È così facile avere attività e così difficile cercare un senso alla propria attività! Pochissimi oggi lo capiscono. Perciò gli uomini d’azione sembrano giocatori di birilli che con i gesti di un Napoleone riescono a buttar per
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terra nove cosi di legno. Non mi stupirebbe neppure che alla fine si gettassero brutalmente gli uni sugli altri, soltanto perché non riescono a capacitarsi che tutte quelle attività non bastano!
Aveva incominciato con calore, poi si era rifatto pensieroso e tacque persino per un poco. Poi alzò il viso sorridendo e s’accontentò di dire:
- Dicevi che se io ti chiedessi uno sforzo morale tu mi deluderesti. Io ti dichiaro che se tu mi chiedessi consigli morali io ti deluderei. Voglio dire che non abbiamo nulla di preciso da pretendere vicendevolmente; noi tutti insieme, intendo: in verità non dovremmo esigere azioni gli uni dagli altri, ma prima di tutto crearne le premesse; questo è il mio sentimento!
- Ma come si può fare? – obiettò Agathe.
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Aveva notato che Ulrich s’era sviato dal discorso donde aveva preso le mosse, ed era caduto in un argomento che lo riguardava da vicino, ma per lei anche questo era troppo generale. Come si sa ella aveva una prevenzione contro le ricerche generiche e giudicava abbastanza inutile ogni sforzo che, per così dire, usciva fuori della sua pelle. E di ciò era sicurissima quando lo sforzo era richiesto da lei stessa, ma probabilmente estendeva questa sicurezza anche alle affermazioni generali degli altri. Tuttavia capiva molto bene Ulrich. Osservò con stupore che il fratello, mentre teneva il capo chino e argomentava pianamente contro l’energia, non smetteva di tagliuzzare il tavolo con un coltello, e tutti i tendini della sua mano erano tesi. Il movimento distratto ma quasi convulso di
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quella mano, e la schiettezza con cui ella aveva parlato della gioventù e della bellezza di Agathe era come un assurdo duetto sopra l’orchestra delle altre parole, al quale ella non dava un significato, se non che stava lì seduta e assisteva.
- Che cosa si dovrebbe fare? – ripeté Ulrich sempre nello stesso tono. – Una volta, in casa di nostro cugino, io suggerii al conte Leinsdorf di istituire un Segretario Mondiale dell’esattezza e dell’anima affinché anche coloro che non vanno in chiesa sappiano che cosa devono fare. Naturalmente lo dissi soltanto per scherzo, perché già da gran tempo abbiamo creato la scienza per il bisogno di verità, ma se si volesse pretendere qualcosa di simile per quel che rimane scoperto, bisognerebbe oggi quasi vergognarsi di una pazzia. Eppure tutto
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ciò che noi due abbiamo detto finora, ci condurrebbe a quel Segretariato! – Aveva rinunciato al suo discorso e s’appoggiò diritto allo schienale della panca. – Dirai che torno a disperdermi se aggiungo: ma come riuscirebbe!? – egli chiese. Ma Agathe non rispose, e vi fu un silenzio. Dopo un poco Ulrich disse: A volte, del resto, pare anche a me di non poter mantenere questa convinzione! Quando ti guardavo poco fa, – proseguì a mezza voce, – là ritta sul bastione, sentivo non so perché un desiderio frenetico di far qualcosa. Sì, nel passato ho agito talvolta senza riflettere; la magia di tali azioni sconsiderate stava nel fatto che, dopo, c’era ancora lì qualcosa. Io credo che un uomo può trovar la felicità anche in un delitto, perché esso gli dà un certo carico di zavorra, e forse perciò un viaggio più
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regolare.
Anche questa volta la sorella non rispose subito. Ulrich la guardava tranquillamente, forse addirittura la osservava, ma senza che si ripetesse l’impressione di cui aveva parlato, anzi in fondo senza ch’egli pensasse a nulla. Dopo un silenzio ella gli chiese:
- Ti adireresti con me se io commettessi un delitto?
- Che cosa mai dovrei risponderti? – disse Ulrich, che adesso era di nuovo occupato col suo coltello.
- Non c’è una soluzione?
- No, oggi una soluzione non è possibile. – Allora Agathe disse:
- Vorrei uccidere Hagauer.
Ulrich si impose di non alzare gli occhi. Le parole gli erano entrate nell’orecchio lievi e
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leggere, ma dopo esser passate lasciarono nella memoria come una larga traccia di ruote. Egli aveva subito dimenticato il tono, avrebbe dovuto vedere il volto per sapere come quelle parole si dovessero interpretare, ma non voleva darvi neppure tanta importanza.
- Bene, disse, – perché non lo dovresti fare? Ci può essere al mondo qualcuno che non abbia mai desiderato nulla di simile? Fai pure, se te ne senti capace! è lo stesso come se tu avessi detto: Vorrei amarlo per i suoi difetti!
Solo in quel punto si raddrizzò e guardò in faccia la sorella. Il viso di lei era indurito e stranamente sconvolto. Senza staccarne lo sguardo, egli spiegò quietamente:
- Qui vedi, c’è qualcosa che non corrisponde; su questo confine fra ciò che accade in noi e ciò che accade al di fuori manca
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oggi una qualsiasi meditazione, e il trapasso si compie solo con perdite immani. Quasi si potrebbe dire che i nostri desideri malvagi sono la parte ombreggiata della vita che realmente conduciamo e che la vita che realmente conduciamo è la parte ombreggiata dei nostri desideri buoni. Ora immagina di compiere per davvero quell’atto: non sarebbe per nulla ciò che tu credevi e ti sentiresti per lo meno terribilmente delusa…
- Forse potrei d’improvviso essere un’altra persona; questo lo hai ammesso anche tu! – interruppe Agathe.
Quando Ulrich in quel momento si guardò intorno, s’accorse che non erano soli, e che due persone ascoltavano il loro dialogo. La vecchia contadina – forse non aveva più di quarant’anni e solo le vesti cenciose e le tracce della sua vita
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stentata la facevano sembrare più vecchia – si era seduta benevolmente presso il focolare, e accanto a lei il marito che era rientrato nella capanna durante il colloquio, senza che i due ospiti così infervorati nel loro discorso se ne fossero accorti. I due vecchi sedevano con le mani posate sulle ginocchia e ascoltavano, a quanto pareva, stupiti e lusingati il dialogo che riempiva la loro capanna, molto soddisfatti della conversazione anche se non ne capivano una parola. Vedevano che il latte non era stato bevuto, che il salame non era stato mangiato, era uno spettacolo e, chi sa, uno spettacolo edificante. Non si scambiavano nessun commento. Lo sguardo di Ulrich affondò nei loro occhi aperti e per imbarazzo egli fece un sorriso che solo la donna ricambiò, mentre l’uomo restava serio e rispettosamente
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contegnoso.
- Dobbiamo mangiare, – disse Ulrich in inglese, – si meravigliano di noi!
Ubbidiente, Agathe sbocconcellò un po’ di pane e di carne, Ulrich mangiava risolutamente e bevve perfino un sorso di latte. Poi ella disse a voce alta, con scioltezza:
- L’idea di fargli veramente del male mi è sgradevole se scruto dentro di me. Perciò forse non vorrei ucciderlo. Ma vorrei farlo sparire! Tagliarlo a pezzettini, pestarli in un mortaio e gettare la polvere al vento: questo vorrei! Distruggere tutto quello che è stato!
- Sai, sono un po’ buffi questi nostri discorsi, – osservò Ulrich. Agathe tacque per un momento. Ma poi disse:
- Bada che tu mi hai promesso fin dal primo giorno di darmi man forte contro Hagauer!
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- Certo che lo farò. Ma non in quel modo. Agathe tacque di nuovo. Poi disse
improvvisamente:
- Se tu volessi comprare o affittare un’automobile potremmo andare a casa mia passando per Iglau e tornare dall’altra parte, credo per Tabor. A nessuno verrebbe in mente che siamo stati là di notte.
- E i domestici? Per fortuna non so neanche guidare! – Ulrich rise, ma poi scosse il capo con indignazione. – Sono le idee d’oggi!
- Lo dici tu, – replicò Agathe. Pensierosa spingeva di qua e di là con l’unghia un pezzetto di lardo e sembrava che quell’unghia, che ne aveva riportato una macchiolina di grasso, si muovesse da sola. – Ma hai anche detto: le virtù della società sono vizi agli occhi del santo!
- Non ho detto però che i vizi della società
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agli occhi del santo siano virtù! – precisò Ulrich. Rise, prese la mano di Agathe e la pulì col suo fazzoletto.
- Tu ritratti sempre le tue parole! – rimproverò Agathe, e sorrise malcontenta, mentre le saliva il sangue alle gote poiché cercava di liberare il suo dito.
I due vecchi accanto al focolare, sempre attentissimi spettatori, sorrisero adesso largamente come a far eco.
- Quando parli con me così tergiversando, – proruppe Agathe a bassa voce, – mi sembra di guardarmi nelle schegge di uno specchio; con te non ci si può mai vedere da capo a piedi!
- Infatti, – replicò Ulrich senza lasciare la sua mano, – oggi non si riesce mai a vedersi da capo a piedi, e neanche muoversi da capo a piedi; ecco la questione!
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Agathe cedette e allentò il braccio d’improvviso.
- Io sono certo il contrario di una santa, – dichiarò piano. – Forse nella mia indifferenza sono stata peggio di una prostituta. E non ho alcuna intraprendenza, quindi probabilmente non potrei mai ammazzare nessuno. Ma quando tu dicesti la prima volta quella frase sul santo, già molto tempo fa, io vidi qualcosa “da capo a piedi”! – Chinò il capo per pensare o per non lasciarsi guardare in faccia. – Vidi un santo, forse stava in piedi nel mezzo di una fontana. Per dire la verità, forse non vidi nulla, ma sentii qualcosa che si doveva esprimere così. L’acqua sgorgava e anche dal santo si riversava un profluvio come se egli fosse il bacino d’una fontana che traboccava quietamente tutt’intorno. Così, io credo,
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bisognerebbe essere, e allora qualunque cosa si facesse sarebbe sempre ben fatto.
- Agathe si vede in questo modo traboccante di santità e tremante per i suoi peccati, e s’accorge incredula che serpenti e rinoceronti, montagne e burroni, innocui e assai più piccoli di lei, le si accucciano ai piedi. Ma allora che cosa ne facciamo di Hagauer? – disse Ulrich in tono scherzoso.
- Appunto. Lui non ci può stare. Bisogna che sparisca!
- Anch’io ti voglio dire una mia impressione,
- le confidò il fratello. – Tutte le volte che ho dovuto partecipare a qualcosa di comune, a una vicenda di tutti, mi son sentito come un uomo che esce dal teatro prima dell’ultimo atto a respirare una boccata d’aria, vede il gran vuoto oscuro pieno di stelle e pianta lì cappello,
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pastrano e spettacolo per andarsene via.
Agathe lo guardò con occhio indagatore. Come risposta poteva andare sì e no. Anche Ulrich guardò Agathe in faccia:
- Tu pure sei spesso tormentata da un’antipatia non ancora bilanciata da una simpatia, – egli disse, e pensò: “Mi somiglia davvero?” E di nuovo gli parve: come un pastello a una silografia. Egli si considerava il più saldo. E Agathe era più bella di lui. Così piacevolmente bella. Dopo il dito egli le prese tutta la mano; era una mano lunga e calda, piena di vita, e finora egli l’aveva tenuta nella sua solo nel saluto. La sua giovane sorella era agitata e se non aveva proprio gli occhi pieni di lacrime, v’era però dentro un lucido umidore.
- Fra pochi giorni anche tu te ne andrai via da me, – ella disse, – e allora come farò per
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venire a capo di tutto questo?
- Possiamo anche restare insieme, tu mi raggiungeresti poi.
- Come immagini una nostra vita in comune? – domandò Agathe e la piccola ruga della preoccupazione ricomparve sulla sua fronte.
- Be, per ora non l’immagino affatto; ci ho pensato solo ora per la prima volta – Si alzò e diede ai due pastori un’altra moneta “per il tavolo tagliuzzato” Attraverso una nuvola Agathe vide i contadini ridacchiare contenti far cenni di saluto e aggiungere qualche allegro commento in brevi, incomprensibili parole. Quando passò loro accanto sentì i quattro occhi cordiali posarsi schietti e commossi sul suo viso e capì che erano stati presi per una coppia d’innamorati che avevano fatto baruffa e
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poi s’erano riconciliati.
- Ci hanno presi per una coppietta! – ella disse. Sbarazzina infilò il braccio sotto quello del fratello e tutta la sua gioia proruppe. – Dovresti darmi un bacio! – pretese, e strinse ridendo il braccio di Ulrich al proprio corpo mentre sostavano sul limitare della capanna e la porticina bassa si apriva sull’oscurità della sera.
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11. Dialoghi sacri. Inizio
PER il resto del soggiorno di Ulrich si parlò poco di Hagauer, ma anche sul progetto di prolungare il loro incontro e di iniziare una vita in comune i fratelli non ritornarono per un pezzo. Tuttavia il fuoco che era divampato nel desiderio smanioso di Agathe di allontanare il marito seguitò a covare sotto la cenere. Si ravvivava in discorsi che non giungevano mai a una conclusione e ricominciavano da capo; forse sarebbe meglio dire che l’animo di Agathe cercava una nuova possibilità di bruciare liberamente.
Di solito all’inizio di tali conversazioni ella
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faceva una domanda precisa e personale la cui intima forma era “posso o non posso?” L’anarchia della sua natura aveva avuto finora l’aspetto malinconico e stanco del concetto: “potrei fare qualunque cosa, ma tanto non voglio”; e così le domande della giovane sorella ricordavano assai esattamente a Ulrich le domande di un bimbo, che sono calde come le manine della piccola creatura inerme.
Le risposte di lui avevano un altro carattere, non meno rivelatore: in ognuna egli prodigava volentieri i frutti migliori della sua vita e delle sue meditazioni, e, com’era solito, si esprimeva in maniera tanto franca quanto spiritualmente ardita. Non tardava mai a commentare “la morale della favola” che Agathe gli aveva narrato, la ricapitolava in termini precisi, prendeva sovente se stesso a paragone e in tal
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modo raccontava ad Agathe molto di sé, specialmente della sua vita anteriore e più agitata.
Agathe di sé non gli diceva nulla, ma ammirava in lui la capacità di parlare così della propria vita, e che egli traesse considerazioni morali da tutti gli spunti che lei gli offriva le sembrava giusto. Giacché la morale non è che un ordine dell’anima e delle cose comprendente l’una e le altre, e così non stupisce che i giovani, la cui volontà di vita non s’è logorata, parlino tanto di essa. Piuttosto per un uomo dell’età e dell’esperienza di Ulrich ci voleva una spiegazione, poiché gli adulti parlano di morale solo professionalmente, quando ciò fa parte del loro linguaggio tecnico, in caso diverso la parola è già stata inghiottita dalle attività della vita e non torna più a galla. Che Ulrich
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parlasse di morale era quindi un grave disordine, dal quale Agathe si sentiva attratta per affinità. Ora si vergognava della sua confessione, un po’ semplice, di voler vivere “in perfetta armonia con se stessa” perché aveva ben inteso quali intricate condizioni vi si opponevano, e tuttavia desiderava impazientemente che il fratello giungesse più in fretta a un risultato, perché sovente aveva l’impressione che tutto ciò che egli diceva mirasse appunto a tale scopo e anzi ogni volta con maggior approssimazione, e solo all’ultimo passo si arrestasse davanti al limitare, dove ogni volta abbandonava l’impresa.
Il luogo di quell’arresto e di quegli ultimi passi, il cui effetto paralizzante non sfuggiva neanche a Ulrich, si può definire comunemente osservando che ogni proposizione della morale
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europea conduce ad uno di questi punti donde non si procede più oltre; sicché un uomo che rende conto di sé, sulle prime si muove come chi passa a guado un palmo d’acqua, finché si sente sotto i piedi fermi convincimenti; ma d’improvviso, appena s’avventura un po’ più innanzi, annaspa come chi stia orribilmente affogando, quasi che il fondale della vita, da basso che era, diventasse pericolosamente profondo. Nei due fratelli ciò si esprimeva anche esteriormente in un modo preciso: Ulrich poteva commentare e spiegare a lungo tutto ciò che aveva messo sul tappeto, finché vi partecipava con la ragione, e lo stesso fervore sentiva Agathe nell’ascoltarlo; ma poi, quando avevano finito e tacevano, una tensione molto più ansiosa si vedeva sui loro visi. E così avvenne una volta che essi furon trascinati al
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di là del confine dove finora inconsciamente s’erano fermati. Ulrich aveva dichiarato:
- Il solo contrassegno fondamentale della nostra morale è che i suoi comandamenti si contraddicono. La più morale di tutte le sentenze è: l’eccezione conferma la regola!
Forse l’aveva condotto fin lì solo l’avversione per un sistema morale che si dà per inflessibile e in pratica deve cedere a ogni pressione, per cui si trova in perfetta antitesi con un sistema razionale che considera innanzi tutto l’esperienza e da tale osservazione ricava la legge. Egli conosceva naturalmente la differenza che esiste fra leggi naturali e leggi morali, tratte le une dall’immorale natura, le altre invece imposte alla meno tenace natura umana; ma a parer suo qualcosa oggi in quella distinzione non andava più, ed egli stava per
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dire che la morale si trovava sotto quell’aspetto in uno stadio dottrinale arretrato di cento anni e perciò era così difficile adattarla alle esigenze mutate. Prima però che il suo discorso fosse arrivato a quel punto, Agathe l’interruppe con un’obiezione che sembrava molto semplice, ma in quel momento lo sbalordì.
- Allora esser buoni non è bene? – ella domandò al fratello, e aveva un’espressione negli occhi come quando aveva fatto delle decorazioni del babbo qualcosa che non tutti avrebbero giudicato ben fatto.
- Hai ragione, – rispose lui, animato. – In realtà bisogna formulare una simile proposizione per sentire di nuovo il senso originario! Ma i bambini amano l’esser buoni come una leccornia…
- Anche l’esser cattivi, d’altronde, – osservò
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Agathe.
- Ma esser buoni è poi una passione degli adulti? – chiese Ulrich. – È uno dei loro principî. Essi non sono buoni, ciò parrebbe loro puerile, ma agiscono bene; un uomo buono è uno che ha dei buoni principî e compie delle opere buone; che con tutto ciò possa essere un individuo schifoso, è il segreto di Pulcinella!
- Vedi Hagauer, – commentò Agathe.
- C’è un’assurdità paradossale in questi uomini buoni, – opinò Ulrich. Di uno stato essi fanno un’esigenza, di una grazia una norma, di un essere uno scopo! In questa famiglia dei buoni per tutta la vita non si mangiano che rimasugli, e per giunta si fa circolare la voce che una volta ci sia stato un giorno di festa da cui quegli avanzi provengono! Certo, di tanto in tanto un paio di virtù ritornano di moda, ma
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subito dopo perdono di nuovo ogni freschezza.
- Non hai detto una volta che la stessa azione può essere buona o cattiva, secondo le circostanze? chiese Agathe.
Ulrich confermò. Era la sua teoria, che i valori morali non sono quantità assolute ma soltanto concetti funzionali. Se noi però moralizziamo e generalizziamo, li sciogliamo dal loro complesso naturale:
- E probabilmente è questo il punto dove qualcosa è fuori di posto sulla strada della giustizia, – egli disse.
- Come potrebbe d’altronde la gente morale essere tanto noiosa, – commentò Agathe, – mentre la sua intenzione di esser buona dovrebb’essere la cosa più deliziosa, più difficile e più piacevole che ci si possa immaginare!
Suo fratello esitò; ma a un tratto si lasciò
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sfuggire l’osservazione per cui si stabilì ben presto fra loro due un legame singolare.
- La nostra morale, – egli dichiarò, – è la cristallizzazione esterna di un movimento interiore pienamente diverso da essa! Di tutto ciò che diciamo, assolutamente niente è giusto. Prendi una frase qualunque, a me è venuta in mente questa: “In una prigione deve dominare il rimorso!” è una frase che si può pronunciare con coscienza tranquilla; ma nessuno la prende alla lettera, perché altrimenti si verrebbe al fuoco dell’inferno per i carcerati! Come prenderla allora? Certo pochissimi sanno che cosa sia il rimorso, ma ciascuno dice dove debba regnare. Oppure pensa a una cosa che ti solleva, t’innalza: di dove è venuta a sbattere nella morale? Quando mai siamo stati con la faccia nella polvere, così che esser sollevati ci
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dia la beatitudine? Oppure intendi alla lettera che “un pensiero ti afferra”: nel momento in cui tu sentissi così fisicamente quest’incontro saresti già con un piede nel regno della follia! E così ogni parola vuol esser presa in senso letterale, altrimenti degenera in una bugia, ma guai se lo si fa, il mondo diventa una gabbia di matti! Una grande ebbrezza ne emerge come un oscuro ricordo e talvolta si pensa che tutte le nostre vicende siano parti staccate e sciupate di un antico tutto che un tempo è stato male integrato.
Il colloquio durante il quale Ulrich fece questo ragionamento si svolgeva nello studio- bibblioteca, e mentre il fratello aveva davanti alcuni volumi che si era portato da Vienna, la sorella rovistava tra i libri di diritto e di filosofia, di cui era coerede, e in parte ne traeva
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suggerimenti per le sue domande.
Dal giorno della passeggiata erano usciti pochissimo, e passavano il tempo così. Ogni tanto uscivano fuori nel giardino, che l’inverno aveva spogliato di tutte le foglie, sicché anche sotto i cespugli la terra gonfia di umidità rimaneva scoperta. Quella vista era tetra. L’aria era scolorita come una cosa che è stata molto tempo nell’acqua. Il giardino non era grande. I viottoli dopo breve tratto sboccavano di nuovo in se stessi. L’animo dei due che passeggiavano per quei sentieri girava in vortice come un corso d’acqua davanti a una chiusa che lo fa salire. Quando rientravano in casa, le stanze erano buie e riparate, e le finestre sembravano profondi pozzi di luce donde il giorno entrava così delicato e rigido come se fosse fatto di
avorio sottile.
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Dopo l’ultima vivace declamazione di Ulrich, Agathe era scesa dalla scaletta portatile dove si era seduta, e gli aveva cinto il collo col braccio senza rispondergli. Era una tenerezza insolita giacché eccetto i due baci, quello alla sera del primo incontro e l’altro di pochi giorni innanzi, all’uscita dalla capanna dei pastori, la naturale ritrosia fraterna non era ancora andata più in là di qualche parola o piccola cortesia, e anche quelle due volte l’effetto del confidenziale contatto era stato sommerso dallo stupore per l’inattesa incongruenza.
Ma questa volta Ulrich pensò subito alla giarrettiera che Agathe aveva donato al morto, invece di tanti discorsi. E gli passò anche per il capo: “Sono sicuro che ha un amante; ma pare che non gliene importi molto, se no non se ne starebbe qui tanto tranquillamente!”
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Evidentemente ella era una donna che aveva condotto lontano da lui una vita di donna e che avrebbe continuato a condurla. La spalla di Ulrich percepiva, non fosse che alla pacata distribuzione del peso, la bellezza del braccio di lei, e contro il fianco egli sentiva oscuramente la vicinanza della sua ascella bionda e la linea del seno. Per non star lì seduto e subire senza opposizione il silenzioso abbraccio egli le afferrò le dita che gli sfioravano il collo e con quel contatto sopraffece l’altro.
- Sai, è un po’ puerile quel che stiamo dicendo, – osservò non senza malumore. – Il mondo è pieno di risoluzioni attive e noi qui, negli agi e nella pigrizia, discorriamo della dolcezza dell’esser buoni e dei vasi teorici che se ne potrebbero empire!
Agathe liberò le sue dita ma rimise la mano
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dov’era prima.
- Che cosa vai leggendo tutto il giorno? – domandò.
- Lo sai benissimo; quante volte non mi stai dietro le spalle a guardarmi nel libro?
- Ma non capisco bene di che cosa si tratta. Egli non seppe risolversi a darle spiegazioni.
Agathe intanto s’era presa una seggiola e accoccolata dietro di lui teneva il viso tranquillamente posato sui suoi capelli come per dormirvi su. Quella positura gli rammentò stranamente il momento in cui Arnheim, il suo nemico, gli aveva messo un braccio intorno alle spalle, e la corrente sregolata di contatto con un altro individuo era penetrata in lui come attraverso una breccia. Questa volta però la sua natura non ributtava indietro l’estranea, ma anzi lo spingeva verso di lei qualcosa che
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era stato sepolto sotto il cumulo di avversione e sospetto che riempie il cuore d’ognuno che sia vissuto un po’ a lungo. La sua relazione con Agathe, che ondeggiava per lui tra la sorella e la donna, la straniera e l’amica senza esattamente essere nulla di tutto ciò, non consisteva neppure egli vi aveva riflettuto molto
- in un’armonia di pensieri e di sentimenti che fosse particolarmente profonda; ma, com’egli notò in quel momento quasi con meraviglia, s’identificava col fatto – reso possibile in relativamente pochi giorni da innumerevoli impressioni che non si potevano ripetere in breve – che la bocca di Agathe posava senz’altra intenzione sui suoi capelli e che i capelli si facevano caldi e umidi sotto il respiro di lei. Questo era tanto spirituale quanto fisico; infatti quando Agathe ripeté la domanda Ulrich fu
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assalito da un senso di gravità che dagli anni giovanili della fede non aveva più provato, e prima che si fosse di nuovo dissipata quella nuvola di serietà senza gravezza che dallo spazio dietro le sue spalle fino al libro su cui posavano i suoi pensieri aveva avvolto tutto il suo corpo, egli diede una risposta che lo sorprese più per l’accento assolutamente scevro d’ironia che per il contenuto; disse:
- Mi addottrino sulle vie della vita santa.
Si era alzato; ma non per allontanarsi dalla sorella ponendosi ad alcuni passi di distanza da lei, bensì per vederla meglio.
- Non c’è niente da ridere, – egli disse. – Io non sono religioso; considero la strada della santità chiedendomi se non la si potrebbe percorrere anche in automobile!
Agathe ribatté: – Ridevo soltanto perché
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aspettavo con curiosità la tua spiegazione. I libri che hai portato con te mi sono ignoti, ma credo che non mi siano del tutto incomprensibili.
- Conosci quest’impressione? – chiese il fratello, già convinto che ella la conosceva: – tu sei magari in preda all’agitazione più violenta, ma d’improvviso l’occhio ti cade sul gioco di qualche oggetto abbandonato da Dio e dagli uomini e non te ne vuoi più staccare! A un tratto quella cosa da nulla ti solleva come una piuma che vola al vento, priva d’ogni peso e d’ogni forza!
- Tranne la “violenta agitazione” alla quale dai tanto rilievo, credo di intenderti, – disse Agathe e di nuovo le sfuggì un sorriso per il dubbio prepotente che si dipingeva sul viso del fratello e non s’intonava con la soavità delle sue
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parole. – Talvolta si dimentica la vista e l’udito, e si perde interamente l’uso della parola. Eppure proprio in quei momenti si capisce che per un attimo si è ritornati in sé.
- Io direi, – proseguì Ulrich con calore, – che è come contemplare una vasta superficie di acque specchianti; l’occhio crede di guardare nel buio, tanto è lucente ogni cosa, e sull’altra sponda gli oggetti non sembrano posti sulla terra ma son sospesi nell’aria con una delicata traslucidità che confonde e fa quasi male. In quell’impressione vi è tanto un arricchimento quanto un discapito. Ci si sente uniti con tutto, e a nulla ci si può avvicinare. Tu sei di qua e il mondo è di là, al di sopra dell’Io e al di sopra degli oggetti, ma entrambi quasi dolorosamente nitidi e ciò che separa e unisce le due cose di solito mescolate è un oscuro sfavillio, uno
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straripare, uno spegnersi, un oscillare su e giù. Voi galleggiate come il pesce nell’acqua o l’uccello nell’aria, ma non v’è sponda, non v’è ramo e null’altro che quel galleggiare!
Ulrich divagava; ma il fuoco e la saldezza del suo linguaggio spiccavano metallici sul contenuto tenue e fluttuante. Pareva che egli avesse gettato via da sé una prudenza che abitualmente lo dominava e Agathe lo guardò stupefatta ma anche con una gioia inquieta.
- E tu credi, – ella domandò, – che sotto vi sia qualcosa? Più che un “accesso” o come dice qualcun’altra di quelle parole odiose che vogliono attenuare?
- E come lo credo! – Egli ritornò alla seggiola dov’era seduto prima e sfogliò i libri lì sparsi mentre Agathe si alzava per fargli posto. Poi egli aprì uno dei volumi, dicendo: – I santi lo
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esprimono così, – e lesse:
- “In quei giorni ero straordinariamente inquieto. Ora restavo un po’ di tempo a sedere, ora erravo qua e là per la casa. Era come una pena, e tuttavia più un piacere che una pena, perché non sentivo amarezza bensì uno strano soprannaturale diletto. Avevo superato tutte le mie facoltà fino alla forza oscura. Udivo allora senza suono, vedevo senza luce. E il mio cuore era diventato senza fondo, il mio spirito senza forma, la mia natura senza materia”
Parve a entrambi che tali parole avessero affinità con l’inquietudine che li sospingeva in giro per la casa e il giardino, e Agathe specialmente fu stupita che anche i santi chiamassero senza fondo il loro cuore e senza forma il loro spirito; ma Ulrich fu presto ripreso dalla sua ironia. Egli dichiarò:
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- I santi dicono: prima ero rinchiuso, poi fui tratto fuori di me stesso e immerso in Dio senza intendimento. Gli imperatori a caccia, di cui leggevamo nei libri di lettura, lo descrivono in un altro modo: raccontano che è apparso loro un cervo con una croce fra le corna, e che lo spiedo mortale è caduto loro di mano; e poi sul luogo facevano erigere una cappella per poter continuare a cacciare indisturbati. E se tu interrogassi le signore ricche ed eleganti che io frequento ti risponderebbero subito che l’ultimo pittore che dipinse simili visioni è stato Van Gogh. Forse invece che di un pittore ti parlerebbero delle poesie di Rilke; ma in genere preferiscono Van Gogh che rappresenta un ottimo impiego di capitale e s’è tagliato un orecchio perché la sua pittura non lo soddisfaceva di fronte al fervore delle cose. La
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maggioranza della nostra gente invece dirà che tagliarsi gli orecchi non è una manifestazione sentimentale tedesca, mentre lo è quella inconfondibile vacuità dello sguardo di chi è in cima a un’alta montagna. Per costoro la solitudine, i fiorellini, i torrentelli croscianti sono il compendio dell’elevazione spirituale: e perfino in questa nobile buaggine del nudo e crudo godimento della natura sta l’ultimo effetto male inteso di una misteriosa seconda vita, e tutto sommato questa ci dev’essere o ci dev’essere stata!
- Allora faresti meglio a non scherzarci su, – obiettò Agathe, cupa per la sete di sapere e raggiante per l’impazienza.
-Io scherzo solo perché l’amo, rispose
Ulrich asciutto.
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12. Dialoghi sacri. Alterne vicende
NEI giorni seguenti si ammucchiò sul tavolino un numero sempre maggiore di libri, che egli aveva
in parte portato da casa e in parte acquistato dopo; e talvolta egli parlava liberamente, talvolta – o per cercare una conferma o per ripetere letteralmente una massima – egli prendeva un volume e leggeva qualcuno dei molti passi segnati con striscioline di carta. Erano per lo più biografie e scritti di mistici, oppure studi sui medesimi, e di solito egli ne spiccava il discorso con le parole: – Vediamo un po’, il più serenamente possibile, che cosa
succede qui – Era una condotta prudente alla
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quale non intendeva rinunziare e perciò, infatti disse un giorno:
- Se tu potessi leggere tutti questi scritti in cui uomini e donne dei secoli passati descrivono il loro stato di posseduti da Dio, troveresti in ogni parola verità e realtà, eppure le affermazioni formate da tali parole ripugnerebbero sommamente alla tua volontà attuale – E proseguì: – Essi parlano di un chiarore che inonda. Di una vastità infinita, di un’infinita ricchezza di luce. Di una “unità” fluttuante di tutte le cose e di tutte le forze dell’anima. Di un meraviglioso e indescrivibile slancio del cuore. Di rivelazioni così fulminee, che tutto è allo stesso tempo, e simili a gocce di fuoco che cadono sul mondo. E d’altra parte parlano di un dimenticare e di un non più capire e perfino di un tramontare delle cose.
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Parlano di una pace immensa, inaccessibile alle passioni. Di un ammutolire, di uno scomparire dei pensieri e delle intenzioni. Di una cecità in cui vedono chiaro, di uno splendore in cui essi sono morti e sovrumanamente vivi. Lo chiamano “annientarsi” eppure sostengono di vivere più pienamente di prima. Non sono queste, anche se espresse in modo così difficile da abbagliare la vista, le stesse sensazioni che si hanno ancor oggi quando per caso il cuore, “avido e sazio”, come dicono loro, capita in quelle regioni utopistiche situate in qualche luogo e in nessuno fra un’infinita tenerezza e un’infinita solitudine?
Nella piccola pausa meditativa che seguì, sorse la voce di Agathe:
- È quello che tu un giorno hai definito: due
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strati sovrapposti che si trovano in noi.
- Io? Quando?
- Eri andato a zonzo per la città e t’era parso di dissolverti in essa, ma in pari tempo la detestavi; e io ti dissi che anche a me accadde sovente.
- Oh sì! E poi dicesti: Hagauer! esclamò Ulrich. – E ci mettemmo a ridere; adesso ricordo bene. Ma non l’intendavamo proprio così. Già ti ho parlato della vista che dona e della vista che toglie, del principio maschile e femminile, dell’ermafroditismo della fantasia originaria, e simili: potrei parlarne per un pezzo! Come se la mia bocca fosse lontana da me quanto la luna, che anch’essa è sempre al suo posto quando di notte si ha bisogno di un confidente per chiacchierare! Ma ciò che raccontano quei mistici intorno alle avventure
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delle loro anime, – egli proseguì, mentre all’amarezza delle sue parole si mescolava di nuovo l’obiettività e anche l’ammirazione, – è scritto talvolta con la forza e con la convinzione spietata di un’analisi stendhaliana. Soltanto però, – egli si corresse, – finché si limitano a descrivere i fenomeni e non vi mescolano il loro giudizio, che è falsato dalla lusinghiera certezza di esser stati eletti da Dio a conoscerlo senza meditazione. Perché da quel momento in poi non ci raccontano più, s’intende, le loro percezioni difficilmente descrivibili, in cui non vi sono né sostantivi né verbi, ma parlano in frasi con oggetto e soggetto, perché credono alla propria anima e a Dio come ai due stipiti di una porta, fra i quali apparirà il Meraviglioso. E così escono in quelle asserzioni, che l’anima è stata estratta dal loro corpo e affondata in Dio,
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o che Dio è penetrato in loro come un amante; e dal signore vengono imprigionati, inghiottiti, abbacinati, rapiti, violentati, oppure la loro anima si allarga fino a lui, entra in lui, lo assapora, lo rinchiude nel suo amore e lo ode parlare. In tutto ciò il modello terreno è evidente; e queste descrizioni non somigliano più ormai a prodigiose scoperte, ma soltanto alle immagini un po’ monotone di cui il poeta erotico adorna il suo oggetto, sul quale non può esservi che un’opinione. Per me, che sono stato educato alla riservatezza, queste narrazioni sono una tortura, perché gli eletti, proprio nel momento in cui assicurano di aver parlato con Dio, o di aver inteso il linguaggio delle piante e degli animali, tralasciano di dirmi che cosa è stato loro detto; e se lo fanno, vengono fuori soltanto faccende personali o affari ecclesiastici
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già noti. È un gran peccato che gli studiosi di scienze esatte non abbiano visioni! – Così egli concluse la sua lunga replica.
- Ti pare possibile? – lo tentò Agathe.
Ulrich esitò un momento. Poi rispose come un confessore della fede:
- Non lo so; forse a me potrebbe accadere! – Quando udì le proprie parole sorrise come per mitigarle.
Anche Agathe sorrise; sembrava che adesso avesse avuto la risposta che desiderava e il suo viso rispecchiò il breve momento di delusione e di perplessità che segue all’improvviso allentamento di una tensione. Forse appunto per dare una nuova spinta al fratello ella volle opporre una resistenza.
- Tu sai, – ella disse, che io sono stata educata in un istituto molto pio; me ne è
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derivato un gusto della presa in giro che diventa addirittura irresistibile appena qualcuno parla di ideali religiosi. Le nostre educatrici portavano un abito i cui due colori formavano una croce, e certo lo scopo era di ricordare uno dei sublimi pensieri che noi dovevamo aver presente tutto il giorno; ma noi non ci pensavamo mai e chiamavamo le monache, invece, “le croceragne” per via del loro aspetto e dei loro discorsi molli come la seta. Così, anche mentre leggevi, ora mi veniva da piangere, ora da ridere.
- Sai che cosa dimostra questo? – esclamò Ulrich. – Semplicemente che l’attitudine al bene, la quale in qualche modo è pur presente in noi, corrode subito le pareti se la si richiude in una forma fissa, e attraverso quella fessura si butta al male! Ciò mi ricorda il tempo in cui
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ero ufficiale e io con i miei camerati costituivamo i pilastri dell’altare e del trono; mai come allora ho udito parlare irreverentemente dell’uno e dell’altro! I sentimenti non sopportano di esser legati, certi sentimenti soprattutto. Io sono sicuro che le vostre buone suore credevano fermamente a quel che vi predicavano: ma guai se la fede è vecchia di un’ora! Questo è il fatto!
Quantunque Ulrich nella fretta non si fosse espresso in modo per lui soddisfacente, Agathe capì che la fede di quelle monache che le avevano tolto il gusto della fede era soltanto una conserva in scatola. Marinata bensì nella propria natura perché non si perdesse nessuna delle qualità della fede, ma tuttavia non fresca, e anzi, in un modo non dimostrabile, passata a uno stato diverso dall’ordinario, che al
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discepolo fuggitivo e recalcitrante della santità in quel momento aleggiò davanti come un’intuizione.
Con tutto il resto che avevano già detto sulla morale, questo era uno dei dubbi più cocenti che il fratello le aveva instillato, e da allora ella si sentiva in uno stato di risveglio interiore che però non le era ben chiaro, giacché lo stato d’indifferenza che ella ostentava deliberatamente e favoriva in sé non aveva sempre dominato la sua vita. Una volta era accaduto qualcosa per cui quel bisogno di autocastigarsi era sorto spontaneamente da un profondo abbattimento che la faceva apparire indegna perché non si credeva in grado di serbar fede ai sentimenti nobili, e da allora si disprezzava per la propria inerzia morale.
Quel fatto stava fra la sua vita di fanciulla
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nella casa paterna e l’incomprensibile matrimonio con Hagauer, in uno spazio di tempo così ristretto che era sfuggito finora alle affettuose indagini di Ulrich. Si poteva raccontare in poche parole: a diciott’anni Agathe aveva sposato un uomo poco maggiore di lei e in un viaggio incominciato con le loro nozze e finito con la morte dello sposo egli le era stato strappato nel giro di poche settimane da una malattia contratta per via, prima ancora di aver scelto il loro futuro luogo di residenza. I medici dissero che era tifo e Agathe lo ripeteva e vi trovava un’apparenza di ordine, perché il lato dell’avvenimento si mostrava ben levigato all’occhio del mondo; ma dal lato non liscio era un’altra cosa; Agathe fino allora era vissuta con il padre, che tutti stimavano, cosicché ella sospettava di aver torto a non
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amarlo, e gli anni passati in istituto ad aspettare dubitosamente se stessa, con la diffidenza che quell’attesa suscitava in lei, non avevano certo consolidato il suo rapporto col mondo, più tardi invece, quando con vivacità improvvisamente ridesta, unendo i suoi sforzi a quelli dell’innamorato, aveva vinto in pochi mesi tutti gli ostacoli che si opponevano a un matrimonio precoce, benché le famiglie dei due giovani non avessero nulla da obiettare l’una contro l’altra, ecco che ella a un tratto, non essendo più sola, appunto per ciò era diventata se stessa. Questo dunque ben si poteva chiamare amore; ma vi sono innamorati che guardano nell’amore come nel sole, e divengono semplicemente ciechi; mentre ve ne sono altri che con stupore scoprono per la prima volta la vita quando l’amore la illumina: Agathe era di
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questi e non sapeva ancora se amava il suo compagno o qualcos’altro quando era sopravvenuto ciò che nella lingua del mondo non illuminato si chiama malattia infettiva. Era una tempesta d’orrore abbattutasi repentinamente da ignote regioni, un lottare, un vacillare e uno spegnersi, il cimento di due esseri aggrappati l’uno all’altro e lo sfacelo di una vita innocente nel vomito, nello sterco e nella paura.
Agathe non aveva mai accettato quell’avvenimento che annientava i suoi sentimenti. Sconvolta dalla disperazione era rimasta in ginocchio accanto al letto del malato persuasa di possedere la forza magica grazie alla quale aveva vinto da bambina la propria infermità; quando il collasso s’era ancora aggravato e la coscienza scomparsa, ella nella
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camera di un albergo straniero, incapace di capire, aveva fissato il volto abbandonato; senza pensare al pericolo aveva stretto fra le braccia il corpo del morente e senza curarsi della responsabilità affidata a un’offesa infermiera, per ore e ore non aveva fatto altro che ripeter all’orecchio sempre più sordo: – Non devi, non devi, non devi!
Quando tutto fu finito si era alzata stupefatta e senza credere né pensare nulla di particolare, solo per la bizzarria e la tendenza al sogno della sua natura solitaria, dal primo momento di quel vacuo stupore trattò dentro di sé l’accaduto come se non fosse stato definitivo. Qualcosa di vagamente simile fa ciascuno di noi, quando non vuol credere alla notizia di una sciagura o colora di speranza l’irrevocabile; ma nel contegno di Agathe era singolare la
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forza e l’ampiezza di quella reazione, e anzi il suo improvvisamente dichiarato disprezzo del mondo. Da allora ella accolse di proposito ogni novità come se non fosse il presente ma qualcosa di sommamente incerto; un atteggiamento che era reso molto facile dalla diffidenza che ella aveva sempre opposto alla realtà; il passato invece era rimasto irrigidito dal colpo sofferto e il tempo lo logorava molto più lentamente di quanto soglia logorare i ricordi. Ma questo non aveva nulla da fare con la voragine dei sogni, né con le stravaganze che richiedono l’intervento di un medico; al contrario, Agathe esternamente continuava a condurre la vita più chiara, virtuosa e senza esigenze, annoiandosi soltanto un poco, in una lieve esaltazione della svogliatezza di vivere, che ora era veramente simile alla febbre che da
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Bambina aveva sofferto con così strana acquiescenza.
E che nella sua memoria, la quale già non era mai incline a dissolvere le proprie impressioni in generalità, l’evento passato e terribile rimanesse presente ora per ora come un cadavere avvolto nel suo sudario candido, ciò la faceva lieta, nonostante la sofferenza legata a una simile precisione della memoria, perché le pareva un cenno misteriosamente tardivo che non era tutto finito, e pur nell’abbattimento dell’animo le conservava un’incerta ma nobile tensione. In verità tutto ciò voleva dire soltanto che ella aveva di nuovo smarrito il senso della sua vita e che deliberatamente s’era posta in una condizione che non era adatta alla sua età; solo i vecchi infatti vivono così, attaccati alle esperienze e
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agli eventi di un tempo passato e non più sfiorati dal presente. Per fortuna di Agathe, all’età in cui ella si trovava allora si formano bensì proponimenti di durata perpetua, ma in compenso un anno pesa quasi come una mezza eternità, e così era inevitabile che dopo un certo tempo la natura repressa e la fantasia incatenata si liberassero a viva forza.
Come questo fosse accaduto era assai indifferente nei particolari; a farlo accadere fu un uomo la cui assiduità in altre circostanze non avrebbe mai potuto scuotere il suo equilibrio; egli divenne il suo amante, e quel tentativo di ricominciamento finì dopo un periodo brevissimo di fanatiche speranze in un’appassionata delusione.
Agathe si sentì allora rigettata dalla sua vita reale come dalla sua vita irreale e indegna di
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alti propositi. Ella era di quelle persone impetuose che possono restare a lungo immobili e in attesa, finché a un tratto incappano comechessia in tutti i sovvertimenti, e perciò, nel suo disinganno, prese ben presto una risoluzione avventata; e cioè, di punirsi nel modo opposto a quello in cui aveva peccato, condannandosi a dividere la sua vita con un uomo che le ispirasse un leggero disgusto. E l’uomo scelto per il suo castigo fu Hagauer.
“Era una risoluzione ingiusta, e poco riguardosa per lui!” confessò a se stessa Agathe e bisogna ammettere che fu la prima volta, perché giustizia e riguardo sono virtù poco coltivate dai giovani. Ad ogni modo la sua autopunizione in quella convivenza non era stata lieve, e Agathe seguitò a riesaminare fra
sé i fatti.
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Era andata lontano, e intanto Ulrich cercava qualcosa nei suoi libri e aveva apparentemente dimenticato di continuare il discorso. “Nei secoli passati, – ella pensò, – una persona che si fosse trovata nella mia condizione d’animo si sarebbe chiusa in convento” ed essersi invece risposata aveva qualcosa di ingenuamente umoristico che finora le era sfuggito. Il ridicolo di cui il suo spirito giovanile non aveva avuto coscienza era precisamente quello dell’epoca nostra, che soddisfa il bisogno di fuggire il mondo tutt’al più con un soggiorno in un rifugio alpino, di solito però in un albergo di montagna, ed ha la smania di ammobiliare graziosamente le case di pena. Esso è un’espressione del profondo bisogno europeo di non esagerare nulla. Nessun europeo si flagella, si copre il capo di
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cenere, si taglia la lingua, dà veramente se stesso oppure si ritira dal mondo, si strugge dalla passione, infligge la tortura o trafigge; ma ciascuno ne sente il bisogno, così che è difficile dire in che cosa consista ciò che si deve evitare, se nel desiderare oppure nel non far nulla. Perché dunque proprio un asceta dovrebbe star senza mangiare? Ciò lo indurrebbe soltanto a brutte fantasie. Un ascetismo ragionevole sarebbe disprezzare il cibo pur nutrendosi sovente e bene. Tale ascetismo promette di durare e consente allo spirito quella libertà che esso non può avere se si trova in dipendenza dal corpo e in appassionata ribellione. Queste spiegazioni tra l’amaro e l’ironico, imparate dal fratello, facevano molto bene ad Agathe, perché scomponevano il “tragico” – nel quale la sua inesperienza aveva per un pezzo creduto di
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dover credere – in ironia e in una passione che non aveva nome né scopo, e quindi non era affatto conclusa con l’esperienza da lei vissuta.
Da quando viveva col fratello ella aveva fatto in tal modo l’osservazione che nella grande scissura da lei sofferta fra vita irresponsabile e fantasia fantomatica era intervenuto un movimento che riscattava e che tornava a legare ciò che aveva riscattato. Ricordò, ad esempio, nel silenzio approfondito dai libri e dai ricordi che regnava fra lei e il fratello, la descrizione fattale da Ulrich di come egli gironzando senza meta s’era addentrato nella città e la città era penetrata in lui; ciò le parve molto simile alle poche settimane di felicità da lei godute; ed era anche giusto che ella avesse riso, anzi aveva riso senza motivo e senza senso quando Ulrich glielo aveva narrato, perché si
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era resa conto che qualcosa di quell’inversione del mondo, di quel beato e buffo rovesciamento di cui egli parlava, era pure nelle labbra tumide di Hagauer quando si incarnavano al bacio. Certo faceva rabbrividire; ma un brivido, ella pensò, è anche nella chiara luce del mezzogiorno, e in qualche modo le faceva sentire che non tutte le possibilità erano finite per lei. Un nulla, un’interruzione che c’era sempre stata fra il passato e il presente, negli ultimi tempi aveva preso il volo.
Si guardò intorno di nascosto. La camera in cui si trovava faceva parte dello spazio dov’era maturato il suo destino; ci pensava adesso per la prima volta da quando era tornata. Perché lì, quando il padre era fuori di casa, si era incontrata col suo giovane innamorato dacché avevano preso la grande risoluzione di amarsi;
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più tardi lì aveva anche ricevuto qualche volta “l’indegno”, aveva guardato fuori dalla finestra con lacrime di furore o di disperazione, e lì infine, incoraggiato dal padre, Hagauer era venuto ufficialmente a chiedere la sua mano. Per tanto tempo scenari inosservati degli avvenimenti, i mobili, le pareti, la luce bizzarramente incassata diventavano nell’istante del riconoscimento stranamente tangibili e i casi avventurosi che vi si erano svolti costituivano un passato corporeo, non più ambiguo, come se fosse cenere o legno carbonizzato. Era rimasta soltanto la sensazione tragicomica di ciò che era stato, quel solletico strano che si sente davanti ai vecchi residui disseccati e polverizzati di se stessi e che nel momento in cui lo si sente non si può né scacciare né afferrare; ed era
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diventata quasi insopportabilmente forte.
Agathe si accertò che Ulrich non la guardava e si sbottonò cautamente il vestito sul petto dove portava a contatto della pelle il medaglione con il ritratto che non si toglieva da anni. Andò alla finestra e finse di guardar fuori. Con cura aperse le valve della piccola conchiglia d’oro e contemplò di nascosto l’amato morto. Egli aveva labbra piene e capelli morbidi e folti; lo sguardo ardito del ventenne spiccava da un viso che era ancor mezzo nel guscio d’uovo. Per molto tempo ella non badò ai propri pensieri, ma d’un tratto pensò: “Mio Dio, un uomo di ventun anni!”
Di che cosa parlano tra loro persone così giovani? Che significato danno alle proprie domande? Come sono sovente buffi e presuntuosi! Come scambiano le loro vivaci
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fantasie per idee di autentico valore! Agathe svolgeva con curiosità dalla carta velina del ricordo certi vecchi giudizi che aveva conservato lì come chi sa quali prodigi d’intelligenza: qualcuno le appariva non disprezzabile, ma anche questo non si poteva affermare se non ci si immaginava il giardino in cui era stato pronunciato, con quei fiori strani di cui non sapevano il nome, le farfalle che vi si abbattevano sopra, come ubriaconi stanchi, e la luce che inondava i visi come se cielo e terra vi fossero dentro disciolti.
In confronto, adesso era una donna matura ed esperta, sebbene il numero degli anni trascorsi non fosse grande, e un poco turbata ella notò la sproporzione di aver amato finora, lei ventisettenne, un ventenne: era diventato ormai troppo giovane per lei! Ella si chiese:
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“Quali dovrebbero essere i miei sentimenti se, alla mia età, ponessi davvero quell’uomo- bambino al di sopra di tutto?” Sarebbero sentimenti assai singolari: non significherebbero nulla; ella non poteva neanche farsene un’immagine chiara. In fondo tutto si dissolveva nel nulla.
Col senso di una grande dilagante rivelazione, ella riconobbe che nell’unica superba passione della sua vita era soggiaciuta a un errore, e il nocciolo di quell’errore era una nebbia ignea che non si poteva afferrare né toccare, si dicesse pure che la fede non può esser vecchia di un’ora o lo si esprimesse altrimenti; ed era sempre ciò di cui parlava il fratello da quand’erano insieme, ed era sempre di lei ch’egli in fondo parlava anche se faceva tanti rigiri e se la sua cautela era spesso troppo
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lenta per l’impazienza di lei. Ritornavano sempre allo stesso discorso, e Agathe era arsa dall’ansia che la fiamma di Ulrich potesse declinare.
Quando infine gli parlò, egli non s’era accorto della lunga interruzione. Ma chi non ha ancora capito da certi indizi ciò che accadeva tra fratello e sorella, metta pur via il racconto, perché vi è descritta un’avventura ch’egli non potrà mai approvare: un viaggio sul limitare del possibile, sfiorante i pericoli dell’impossibile e dell’innaturale, anzi del ripulsivo e forse talvolta facendo più che sfiorarli; un “caso- limite”, come lo chiamò Ulrich più tardi, di validità limitata e particolare, che faceva pensare alla libertà con la quale la matematica si serve talvolta dell’assurdo per giungere alla verità. Lui ed Agathe erano su una via che ha
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qualcosa in comune col compito del posseduto da Dio, ma la percorrevano senza essere pii, senza credere in Dio né nell’anima, e nemmeno a un aldilà o a una risurrezione; come creature di questo mondo l’avevano imboccata e come tali la seguitavano; e questo appunto era degno di nota. Ulrich, che nel momento in cui Agathe gli rivolse la parola era ancora assorto nei suoi libri e nelle questioni che essi gli proponevano, non aveva tuttavia perso per un istante la memoria del discorso interrotto al punto della resistenza di sua sorella contro la bigotteria delle sue maestre e la propria esigenza di “visioni esatte”, e rispose subito:
- Non c’è bisogno di essere un santo per farne in parte l’esperienza! Ci si può mettere a sedere su un tronco abbattuto o su una panchina in montagna e contemplare un
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armento che pascola, e anche soltanto così esser trasportati di colpo in un’altra vita! Ci si perde e a un tratto si ritorna in sé: tu stessa ne hai già parlato.
- Già, ma come spiegarsi quel che succede?
- chiese Agathe.
- Per spiegartelo devi prima di tutto capire che cos’è il normale, creatura sorella! – dichiarò Ulrich cercando di frenare con uno scherzo il pensiero troppo precipite. – Il normale è che una mandria per noi non è altro che carne di vitello pascolante. Oppure un soggetto pittoresco con uno sfondo. Oppure non ce ne accorgiamo neanche. Armenti e greggi su viottoli di montagna fanno parte dei viottoli di montagna, e ciò che si prova alla loro vista si potrebbe misurare soltanto se al loro posto ci fosse un orologio elettrico o una banca.
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Altrimenti si medita se sia il caso di alzarsi o di restare seduti, si trova che le mosche svolazzanti attorno al branco sono moleste; si guarda se non c’è un toro là in mezzo; ci si chiede dove porta il sentiero; un’infinità di piccole intenzioni, preoccupazioni, calcoli e scoperte che costituiscono per così dire la carta su cui è disegnata l’immagine della mandria. Della carta non si sa nulla, si sa soltanto del branco di bovini…
- E a un tratto la carta si strappa! – interruppe Agathe.
- Sì. Cioè: si strappa un contesto abitudinario che è in noi. Quello che pascola non è più un elemento commestibile, o pittorico, esso non ti attraversa il cammino. Non ti riesce neanche più di formulare le parole pascolare e brucare; Occorrerebbe a ciò una
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quantità di immagini utilitarie e precise che tu improvvisamente Hai perduto. Ciò che rimane sull’orizzonte si potrebbe chiamare un mare ondoso di sensazioni che s’alza e s’abbassa oppure respira e sfavilla, come se riempisse senza contorni tutto il campo visivo. Naturalmente contiene ancora innumerevoli percezioni, colori, movimenti, corna, odori e tutto ciò che appartiene alla realtà: ma questo non è già più accettato, anche se debba essere ancora riconosciuto. Direi quasi: i particolari si spogliano di quell’egoismo mediante il quale s’impadroniscono della nostra attenzione, e sono fraternamente e intimamente, in senso letterale fra di loro congiunti. E s’intende che non c’è più un “orizzonte”; ogni cosa invece, non saprei come dire, viene a confondersi con te, senza linea di confine.
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A questo punto Agathe riassunse vivacemente la descrizione:
- E ora basta che tu invece di egoismo dei particolari dica egoismo umano, – ella esclamò,
- ed ecco ciò che è tanto difficile esprimere: “Ama il tuo prossimo!” non significa “amalo così quale tu sei” ma presuppone un tuo trasognamento!
- Tutti i precetti della morale, – confermò Ulrich, – indicano uno stato di trasognamento che è già sfuggito alle regole in cui lo si chiude!
- E dunque in fondo non c’è né il bene né il male, ma soltanto la fede o il dubbio! – esclamò Agathe, sembrandole adesso così vicino lo stato originario autosufficiente della fede, e anche il suo scapito di morale a cui Ulrich aveva alluso col dire che la fede non può invecchiare di
un’ora.
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- Sì, nel momento in cui si evade dalla vita inessenziale si stabiliscono nuove correlazioni, assentì Ulrich. – Anzi direi quasi che le cose non stanno più in alcun rapporto fra loro, perché si tratta di un rapporto sconosciuto, del quale non abbiamo nessuna esperienza, e tutte le altre correlazioni sono smarrite; ma questa nonostante la sua oscurità è così chiara che non la si può negare. È forte, ma è inconcepibilmente forte. Si potrebbe anche dire: di solito noi guardiamo qualcosa e lo sguardo è come una bacchettina o un filo teso al quale l’occhio e l’oggetto guardato si appoggiano reciprocamente, e ogni secondo che passa sorregge una trama di questo genere; mentre in questa particolare disposizione d’animo c’è piuttosto qualcosa di dolorosamente dolce che disgiunge i raggi
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visuali.
- Non possediamo nulla al mondo, non teniamo nulla, e nulla ci tiene, disse Agathe. – Tutto è come un albero altissimo dove non c’è foglia che si muova. E in tale condizione non si può far niente di basso.
- Si dice che in tale condizione non può accadere nulla che non concordi con essa, – soggiunse Ulrich. – Un bisogno di “appartenerle” è l’unico motivo, il tenero scopo e l’unica forma d’azione e di pensiero che in essa si svolgono. Essa è qualcosa di infinitamente quieto e compiuto e tutto ciò che accade nel suo ambito accresce il suo significato in tranquilla espansione; oppure non l’accresce, e allora è un male, ma il male non può accadere perché nello stesso momento si lacerano la chiarezza e la quiete, e la
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condizione meravigliosa finisce.
Ulrich osservò la sorella di sottecchi; aveva sempre l’impressione che fosse ormai ora di smetterla. Ma la faccia di Agathe era impenetrabile; ella pensava al lontano passato. Rispose:
- Mi meraviglio di me stessa, ma ci fu davvero un periodo breve in cui non conoscevo l’invidia, la cattiveria, la vanità, la cupidigia e simili; adesso mi pare incredibile, ma allora erano come scomparse di colpo non soltanto dal cuore ma anche dal mondo! E allora non si può comportarsi bassamente e neanche gli altri lo possono. Una persona buona rende buono tutto ciò che tocca, anche se gli altri le fanno guerra: appena entrano nel suo campo, essa li trasforma interamente!
- No, – obiettò Ulrich, – non è proprio così;
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anzi, questo sarebbe uno dei malintesi più antichi! Perché una persona buona non migliora affatto il mondo né influisce in alcun modo su di esso; se ne allontana soltanto!
- Ma se vi resta in mezzo?
- Vi resta in mezzo, ma per lei è come se lo spazio fosse estratto fuori dalle cose o succedesse qualcosa di immaginario: è difficile a dirsi!
- Tuttavia ho l’impressione che a una persona “di alto sentire” (la parola mi viene in mente così per caso!) nulla di vile tagli mai la strada; sarà un’assurdità, ma è un’esperienza.
- Sarà un’esperienza, – ribatté Ulrich, – ma c’è anche l’esperienza opposta! O forse credi che i soldati che crocifissero Gesù non avessero l’animo vile? Eppure erano strumenti di Dio! Inoltre anche i mistici testimoniano che vi
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possono essere cattivi sentimenti; essi si dolgono di uscire talora dallo stato di grazia, di conoscere l’angoscia, il dolore, la vergogna e forse persino l’odio. Solo quando ricomincia il silenzioso ardore il rimorso, l’ira, la paura e l’affanno diventano giocondi. Tutto questo è così difficile da giudicare!
- Quand’è che sei stato innamorato? – chiese Agathe bruscamente.
- Io? Oh! Te l’ho già raccontato: ero fuggito via, mille chilometri lontano dall’amata, e quando mi sentii al sicuro da ogni possibilità di reale contatto mi misi a guaire verso di lei, come un cane alla luna!
Agathe gli confidò allora la storia del suo amore. Era commossa. Già aveva scoccato l’ultima domanda come una corda troppo tesa e il resto seguì nello stesso modo. Il cuore le
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Tremava mentre ella metteva fuori ciò che teneva celato da anni.
Il fratello però non rimase particolarmente scosso.
- Di solito i ricordi invecchiano insieme con l’uomo, – egli dichiarò, – e gli episodi più appassionati acquistano col tempo una prospettiva ridicola, come se fossero visti in fondo a una fila di novantanove porte spalancate. Ma qualche volta, se collegati a sentimenti molto forti, certi ricordi non invecchiano e trattengono presso di sé intere stratificazioni dell’animo. Questo è il tuo caso. Quasi in ogni creatura umana ci sono di questi punti, che alterano un poco la simmetria psichica; ed ecco che la sua condotta vi scorre sopra come un fiume su uno scoglio invisibile; in te questo è stato molto forte, così da
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equivalere quasi a una paralisi. Ma alla fine ti sei pur liberata, fino a rimetterti in movimento!
Egli ragionava con una calma quasi professionale; com’era facile a cadere nelle digressioni! Agathe era desolata. Disse, ostinatamente:
- Certo che sono in movimento, ma non parlavo di questo! Voglio sapere dov’è che per poco non sono andata a finire! – Era anche irritata, senza volerlo, solo perché doveva esprimere in qualche modo il suo turbamento; ma tuttavia continuò a parlare della sua ripresa e si sentiva girare il capo, tra la delicatezza delle proprie parole e l’irritazione latente. Così descrisse uno stato bizzarro di esaltata suscettività e ricettività, che produce un flusso e riflusso delle impressioni, da cui deriva la sensazione di essere congiunti con
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tutte le cose come in un molle specchio di acque, e di dare e ricevere senza volontà: sensazione meravigliosa di sconfinamento e di sconfinatezza interiore ed esteriore, che è comune all’amore e al misticismo!
Agathe naturalmente non usò queste parole che racchiudono già una spiegazione, e sgranò soltanto gli appassionati frammenti dei suoi ricordi; ma anche Ulrich, sebbene avesse riflettuto sovente sull’argomento, non possedeva una spiegazione di quelle vicende, e innanzitutto non sapeva se tentarne una a modo loro o secondo i comuni procedimenti della ragione; ambedue i sistemi erano ugualmente accettabili per lui, ma non per la evidente passione della sorella. Perciò quello che egli espresse nella risposta era soltanto una meditazione, una specie di esame delle
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possibilità. Egli alluse alla strana parentela che, nello stato di sublimazione di cui parlavano, esisteva fra pensiero e morale, così che ogni pensiero era sentito come felicità, avvenimento e dono, e non si riponeva in magazzino né tanto meno si associava col sentimento di chi si appropria di una cosa, la soggioga, la tien prigioniera e la osserva: per cui tanto nel cervello quanto nel cuore il godimento di possedere se stessi vien sostituito da un infinito autodisperdersi e autolimitarsi.
- Una volta nella vita, – gli rispose Agathe trasognata ma ferma, – tutto ciò che si fa, lo si fa per un altro. Si vede il sole splendere per lui. Egli è dappertutto, e noi stessi non siamo in nessun posto. Eppure non si tratta di un “egoismo a due” perché anche all’altro deve accadere esattamente lo stesso. Alla fine i due
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esistono appena l’uno per l’altro, e ciò che rimane è un mondo per sole coppie, fatto di riconoscenza, dedizione, amicizia e altruismo!
Nel buio della stanza le guance di Agathe ardevano d’entusiasmo come rose nell’ombra. E Ulrich propose:
- Adesso parliamo di nuovo più freddamente; in queste questioni si froda troppo!
Ad Agathe l’osservazione non parve giusta. Forse l’irritazione, non del tutto dissipata, fece sì che il suo fervore fosse ricacciato in secondo piano dall’evocata realtà; ma non le fu sgradevole che la linea di confine divenisse più incerta.
Ulrich prese a parlare dell’incongruenza di interpretare le vicende su cui verteva il loro discorso come se in esse non avvenisse soltanto
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una particolare alterazione del pensiero, bensì un pensiero sovrumano prendesse il posto di quello comune. Che ciò si chiamasse illuminazione divina o, all’uso moderno, solamente intuizione, egli lo considerava l’ostacolo principale a una comprensione profonda. Era persuaso che cedere a illusioni che non reggevano a un’attenta riprova non conduceva a nulla. – Come le ali d’Icaro, che fondevano al sole, – egli esclamò, – se non si vuol volare soltanto in sogno, bisogna imparare a servirsi di ali di metallo.
E indicando i libri continuò dopo una piccola pausa:
- Queste sono testimonianze cristiane, ebraiche, indiane e cinesi; fra le une e le altre v’è talvolta più di un millennio. Eppure in tutte si riconosce la stessa composizione del
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movimento interiore, che si scosta dalla norma, ma è unitaria in sé. Si distinguono le une dalle altre quasi esattamente soltanto per ciò che deriva dal legame con un sistema di teologia e di saggezza celeste, sotto il qual tetto protettore esse si sono riparate. Possiamo dunque presupporre una seconda condizione, definita straordinaria e di grande importanza, di cui l’uomo è capace, e che è più antica di tutte le religioni.
- D’altra parte le chiese, – egli soggiunse, – cioè le comunità civili di persone religiose, hanno sempre trattato quello stato con la stessa diffidenza che un burocrate oppone all’iniziativa privata. Esse non hanno mai accettato senza riserva quell’esperienza esaltante, al contrario hanno compiuto ogni sforzo per mettere al suo posto una morale
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disciplinata e comprensibile. Così la storia di quello stato di fervore è una continua negazione e rarefazione che ricorda il prosciugamento di una palude.
- E quando l’autorità spirituale della chiesa e la sua nomenclatura invecchiarono si giunse comprensibilmente a giudicare il nostro stato nient’altro che un’invenzione della fantasia. Perché mai la civiltà borghese, quando subentrò a quella religiosa, avrebbe dovuto essere più religiosa di quella? Di quell’altro stato essa ha fatto un cane che accorre portando in bocca delle cognizioni. Ci sono oggi molti che si lagnano della ragione e vorrebbero persuaderci che nei loro momenti di maggior saggezza essi pensano con l’aiuto di una speciale facoltà, di una categoria superiore al pensiero; è un ultimo residuo palese, già in
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tutto e per tutto razionalistico; l’estremo residuo del prosciugamento è il fango! Dunque l’antico stato è concesso, oltre che nelle poesie, soltanto alla gente incolta nelle prime settimane d’amore, come un sovvertimento passeggero; sono, per così dire, germogli tardivi che nascono qualche volta dal legno dei letti e dei pulpiti: ma quando volesse ritornare alla sua gran vegetazione originale lo si sterminerebbe senza pietà!
Il discorso di Ulrich era durato all’incirca quanto le abluzioni di un chirurgo che si lava le mani e le braccia per non portare germi nel campo operativo; e del chirurgo egli aveva anche dimostrato la pazienza, la dedizione e la calma, contrapposte all’eccitazione inerente alla fase successiva del lavoro. Ma dopo essersi ben bene disinfettato egli pensò quasi con desiderio
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all’infezione e alla febbre, perché non amava la freddezza per se stessa. Agathe era seduta su una scaletta che serviva a prendere i libri posti più in alto, e anche quando il fratello tacque non diede alcun segno di partecipazione; guardava fuori, nell’infinito mare grigio del cielo e ascoltava il silenzio come prima le parole. Così Ulrich riprese a parlare con un’ombra di durezza, appena velata dal tono scherzoso.
- Ritorniamo alla nostra panchina in montagna con la mandria di vitelli, – egli suggerì. – Figurati che vi sia seduto il cavalier X, impiegato, in calzoni tirolesi nuovi di zecca e bretelle verdi sulle quali è ricamato “Salve”: egli rappresenta la solita sostanza della vita che si gode le ferie. Perciò la coscienza che egli ha della propria esistenza è, com’è naturale, momentaneamente cambiata. Egli guarda
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l’armento e non conta, non calcola, non valuta il peso vivo degli animali che pascolano davanti a lui, perdona ai suoi nemici e pensa con indulgenza alla propria famiglia. Per lui i vitelli da oggetto pratico si sono trasformati per così dire, in oggetto morale. Naturalmente può anche darsi che lui un pochino calcoli e valuti, e non perdoni del tutto, ma almeno tutto ciò è circondato dallo stormire del bosco, dal mormorio del ruscello e dalla luce del sole. A dirla breve: ciò che forma abitualmente il contenuto della sua vita gli appare “lontano” e “in fondo poco importante”
- La mentalità delle vacanze, – integrò
Agathe meccanicamente.
- Giusto! E se la vita lavorativa gli sembra “in fondo poco importante”, ciò accade soltanto per la durata delle ferie. Oggi dunque questa è
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la verità: l’uomo ha due stati di vita, due di coscienza e due di pensiero, e si difende dalla paura morale che ciò dovrebbe incutergli, prendendo gli uni per la vacanza degli altri, per la loro interruzione o riposo o qualcos’altro che crede di conoscere. Il misticismo invece andrebbe unito con l’intenzione di ferie permanenti. Il cavalier X dovrebbe giudicare ciò disonorevole, e tosto, come d’altronde fa sempre verso la fine delle vacanze, sentire che la vera vita dimora nel suo ufficio ben ordinato. E noi sentiamo forse diversamente? Se una cosa sia da mettersi in ordine oppure no, da questo dipenderà sempre la nostra risoluzione definitiva di prenderla sul serio oppure no; ed ecco che tali esperienze hanno appunto poca fortuna, perché in migliaia di anni son progredite ben poco dal disordine e
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dall’incompiutezza iniziale. E per cose di questo genere, ecco pronto il concetto di follia – follia religiosa o follia amorosa, come preferisci; puoi esserne certa: oggi persino delle persone religiose sono così contagiate dalla mentalità scientifica che non s’arrischiano a guardare che cosa arda nell’intimo del proprio cuore, e sarebbero sempre pronte a chiamare con termine medico follia quel fuoco interiore, anche se poi ufficialmente dicono tutt’altro!
Agathe guardò il fratello con uno sguardo che crepitava come un fuoco sotto la pioggia.
- Adesso però hai manovrato in modo che ne siamo usciti fuori! – lo rimproverò quand’egli tacque.
- Hai ragione, – egli concesse. – Ma ecco quel che è strano: noi abbiamo coperto tutto ciò, come un pozzo inquinato, ma una goccia
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rimasta chi sa come di quella sospetta acqua miracolosa fa tuttavia un buco in tutti i nostri ideali. Nessuno di essi quadra esattamente, nessuno ci rende felici; tutti ci rimandano a qualcosa che non esiste: oggi ne abbiamo già parlato abbastanza. La nostra civiltà è un tempio di ciò che non sorvegliato sarebbe chiamato follia, ma è anche il luogo dov’è tenuto sotto sorveglianza, e noi non sappiamo se soffriamo di un eccesso o di un difetto.
- Forse non hai mai osato approfondirlo, – disse Agathe con rimpianto e scese dalla scaletta; poiché in fondo essi erano lì per riordinare gli scritti lasciati dal padre, e soltanto i libri prima e i loro discorsi poi li avevano sviati da quel lavoro ormai divenuto urgente.
Ricominciarono dunque a scorrere le
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disposizioni e le annotazioni, che in parte si riferivano alla spartizione del patrimonio, perché il giorno a cui avevano rinviato Hagauer era ormai vicino; ma prima di immergersi seriamente nel lavoro Agathe alzò gli occhi dalle carte e domandò:
- Fino a qual punto credi tu stesso a tutto quello che mi hai detto? – Ulrich rispose senza sollevare il capo:
- Immagina che in mezzo alla mandria si trovi, mentre il tuo cuore s’è stornato dal mondo, un toro maligno! Cerca di credere davvero che la malattia mortale di cui mi hai narrato avrebbe potuto avere un’altra conclusione se il tuo sentimento non avesse ceduto per un secondo! – Poi alzò la testa e additò le carte che aveva davanti. – E la legge, il diritto, la misura? Credi che tutto ciò sia
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inutile?
- Dunque fino a che punto credi? – ripeté
Agathe.
- Sì e no, – disse Ulrich.
- Dunque no, – concluse Agathe.
Fu allora che un incidente s’interpose nella conversazione; quando Ulrich, che non aveva voglia di riprendere il discorso né era abbastanza calmo per pensare agli affari, raccolse le carte sparse sul tavolo, qualcosa cadde a terra. Era un pacco slegato di cose varie che per sbaglio era venuto fuori insieme col testamento da un angolo del cassetto, dove doveva esser rimasto per anni e anni dimenticato dal proprietario.
Ulrich guardò distrattamente ciò che raccoglieva, e riconobbe su alcuni fogli la scrittura del padre; ma non era la grafia della
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vecchiaia bensì quella della maturità; egli guardò meglio, trovò, oltre ai fogli scritti, anche carte da gioco, fotografie e piccole cianfrusaglie, e allora capì di colpo di che cosa si trattava. Era il “cassetto dei veleni” della scrivania. C’erano barzellette copiate con cura, per lo più oscene; fotografie di nudi; cartoline postali, da mandarsi in busta chiusa, con contadinelle grassocce alle quali si potevano slacciare le mutande dietro; giochi di carte che parevano innocenti, ma tutti contro luce mostravano cose tremende; ometti che premuti sulla pancia emettevano ogni sorta di cose; e così via. Certo il vecchio signore non ricordava più quella roba che aveva nel cassetto, altrimenti l’avrebbe distrutta in tempo. Evidentemente risaliva all’età in cui non pochi scapoli e vedovi che stanno invecchiando si riscaldano con simili
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sudicerie, ma Ulrich arrossì della incustodita fantasia del padre, che la morte aveva sciolto dalla carne. Gli balzò subito agli occhi la connessione col discorso interrotto. Tuttavia il suo primo impulso fu di nascondere quei documenti prima che Agathe li vedesse. Ma Agathe aveva già visto che gli era capitato in mano qualcosa di singolare, sicché egli cambiò idea e la chiamò.
Voleva sentire che cosa ella avrebbe detto. A un tratto fu di nuovo dominato dal pensiero che Agathe era pure una donna che doveva avere le sue esperienze; durante i discorsi più profondi egli non ne aveva più avuto coscienza. Ma sul viso di lei non si poteva leggere quel che pensava; ella esaminava seria e tranquilla il lascito illegale del padre, e ogni tanto sorrideva apertamente, tuttavia senza vivacità. Così
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Ulrich nonostante il proposito parlò per primo.
- Questo è l’ultimo residuo della misticità! – disse in tono mezzo arrabbiato mezzo divertito.
- Nello stesso cassetto stavano le ammonizioni severe e moralistiche del testamento e quel marciume!
Si era alzato e camminava su e giù per la stanza. E aveva appena incominciato a parlare, che il silenzio della sorella lo trascinò a nuove parole.
- Mi hai chiesto che cosa credo, – egli incominciò. – Credo che tutti i precetti della nostra morale siano concessioni a una società di selvaggi.
- Credo che nessuno sia giusto.
- Un altro senso vi traluce dietro. Un fuoco che dovrebbe fonderli.
- Credo che nulla sia finito.
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- Credo che nulla rimanga in equilibrio e che invece ogni cosa vorrebbe sollevarsi sull’altra.
“Questo è il mio credo; ed è nato con me, e io con esso”. Dopo ogni frase egli si era fermato, perché non parlava forte e in qualche modo doveva dare risalto alla sua confessione di fede. Poi alzò gli occhi alle sculture classiche riprodotte in gesso che stavano lassù in cima agli scaffali; vide una Minerva, un Socrate; si ricordò che Goethe aveva nella propria camera una testa di Giunone più grande del naturale. Paurosamente lontana gli apparve tale predilezione: quella che era stata un tempo un’idea fiorente era ridotta ora a un vuoto classicismo, era divenuta una manifestazione ritardata del curialismo pedante dei contemporanei di suo padre. Era stata inutile.
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- Affrontare la vita con l’aiuto della morale che ci è trasmessa è come avviarsi su una corda oscillante tesa sopra un abisso, – egli disse, – senz’altro sussidio che il consiglio: tienti ben dritto!
“A quanto pare io sono nato, senza ch’io ne abbia merito o colpa, con una morale diversa. Mi hai chiesto che cosa credo. Credo che anche se mi si dimostra mille volte che, per i motivi in vigore, una cosa è buona oppure bella, io sono e rimango indifferente, e l’unico segno sul quale regolerò il mio giudizio è: se la sua presenza mi abbassa o mi innalza.
“Se mi desta alla vita oppure no.
“Se soltanto la mia lingua ne parla o il mio cervello, oppure il brivido che s’irradia fino alla punta delle dita. Ma anch’io non posso
dimostrare nulla.
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“E anzi sono convinto che un uomo che cede a questo, è perduto. Si smarrisce nel crepuscolo. Nella nebbia e nelle puerilità. In una noia indistinta.
“Se tu togli dalla nostra vita l’univoco, non resta che uno stagno di carpe senza carpione.
“Io credo che in tal caso la furfanteria sia addirittura il buon genio che ci protegge! Dunque io non credo!
“Non credo, prima di tutto, all’inibizione del male mediante il bene, che rappresenta il miscuglio della nostra civiltà e mi fa schifo! Dunque io credo e non credo!
“Ma forse credo che fra un po’ di tempo gli uomini saranno parte molto intelligenti e parte dei mistici. Forse avverrà che anche ai nostri giorni la morale si divida in queste due componenti. Potrei anche dire: in matematica e
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mistica. In miglioramento pratico e avventura ignota!” Da anni non era stato così sinceramente commosso. I “forse” del suo discorso non li sentiva, gli parevano soltanto naturali.
Agathe intanto s’era inginocchiata davanti alla stufa; aveva accanto, sul pavimento, il pacco di figure e di scritti, li esaminò ancora ad uno ad uno e li cacciò nel fuoco. Non era del tutto insensibile alla volgare sensualità di quelle sciocchezze. Sentiva il proprio corpo fisicamente turbato. Le pareva che non si trattasse di lei stessa, come sentir frullare un coniglio in un aspro deserto. Non sapeva se, dicendolo al fratello, ne avrebbe provato vergogna; ma era stanca fin nel più addentro e non voleva più parlare. Non ascoltava ciò che egli diceva; il suo cuore era già stato troppo
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scosso da quel su e giù, e non poteva più stare attento. Sempre gli altri avevano saputo meglio di lei quel ch’era giusto; a questo ella pensava, ma, forse perché si vergognava, con segreta protervia. Seguire una strada vietata o nascosta: in questo si sentiva superiore al fratello. Lo ascoltava ritrattare sempre cautamente tutto quello che si era lasciato sfuggire e le sue parole le percotevano l’orecchio come grosse spille di felicità e di malinconia.
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13. Ulrich ritorna a casa e il generale lo informa di tutto ciò che ha perduto
QUARANTOTT’ore dopo Ulrich fece ritorno alla sua casa deserta. Era
primo mattino. L’appartamento
era riordinato con cura, lustro e senza polvere; e, così come li aveva lasciati partendo in gran furia, libri e scritti giacevano sui tavolini, rispettati dalle mani servili, ancora aperti alla pagina interrotta oppure lardellati da segni di lettura divenuti incomprensibili; alcune cartelle poi avevano ancora tra i fogli la matita da lui deposta. Ma tutto era raffreddato e indurito
come il contenuto d’un crogiolo sotto il quale si
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è dimenticato di alimentare il fuoco.
Con penosa delusione Ulrich guardava ottusamente quel calco di un’ora passata, matrice di violente commozioni e pensieri che l’avevano riempita. Sentiva un’indicibile ripugnanza a tornare in contatto con quegli avanzi di se stesso. “Adesso, egli pensò, – il passato trabocca attraverso le porte per tutta la casa fino a quelle stupide corna di cervo giù nell’atrio. Che vita ho fatto in questi ultimi anni!” Così come stava, chiuse gli occhi per non vedere. “Fortuna che lei mi raggiungerà presto, qui cambieremo tutto!” egli pensò. Ma poi si sentì attratto a riandare le ultime ore che aveva passato lì; gli pareva di essere stato lontano per un tempo infinito, e voleva confrontare. Clarisse: non era niente. Ma prima e dopo: la strana commozione con la quale s’era affrettato
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verso casa e poi quell’improvviso liquefarsi del mondo! “Come ferro che diventa molle sotto una forza grandissima, – egli rifletté. – Incomincia a scorrere eppure rimane ferro. Un uomo penetra con forza nel mondo, – gli balenò, ma improvvisamente esso si chiude intorno a noi e tutto appare diverso. Non vi sono più correlazioni. Non v’è una strada dalla quale egli è venuto e che deve continuare a percorrere. Un accerchiamento baluginante là dove egli vedeva poc’anzi una meta o piuttosto il vuoto tranquillo che precede ogni meta”
Ulrich teneva ancora gli occhi chiusi. Lentamente, come un’ombra, gli ritornò il sentimento. Era come se ritornasse, nel luogo dov’egli era allora e anche adesso, quel sentimento che era più fuori nello spazio che dentro nella coscienza; in fondo non era né un
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sentimento né un pensiero, bensì un avvenimento sinistro. Sovreccitato e solitario com’era Ulrich, allora, avrebbe potuto credere che l’Ente Mondo si rovesciasse dall’interno verso l’esterno; e improvvisamente tutto gli fu chiaro – incomprensibile però che accadesse solo ora – ed era come una veduta tranquilla ed aperta, che già allora il suo sentimento avesse preannunziato l’incontro con la sorella, perché da quel momento in poi il suo spirito era stato guidato da forze meravigliose fino a… ma Ulrich si distolse in fretta prima di aver potuto pensare “ieri”, così palpabilmente svegliato dai suoi ricordi come se avesse urtato contro uno spigolo: lì c’era qualcosa a cui non voleva ancora pensare!
Andò alla scrivania e scorse la corrispondenza, senza togliersi gli abiti da
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viaggio. Fu deluso di non trovare un telegramma di Agathe, benché non avesse motivo di aspettarselo. Un monte di condoglianze emergeva da comunicazioni scientifiche e bollettini editoriali. Tirò fuori due lettere di Bonadea, così spesse che si guardò bene dall’aprirle. C’era anche un biglietto del conte Leinsdorf che lo pregava di andare da lui il più presto possibile, e due letterine flautate di Diotima, che lo invitava anch’essa a farsi vivo appena tornato; lette più attentamente, l’una, la seconda, conteneva accenti non ufficiali che erano molto amichevoli, malinconici e quasi un po’ teneri. Ulrich passò alle chiamate telefoniche che erano state annotate durante la sua assenza: il generale von Stumm, il capodivisione Tuzzi, due volte la segretaria del conte Leinsdorf, parecchie volte
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una signora che non aveva detto il suo nome e probabilmente era Bonadea, il direttore Leo Fischel, e poi varie comunicazioni d’affari.
Mentre Ulrich leggeva, ancora in piedi accanto alla scrivania, il telefono squillò e quando Ulrich sollevò il ricevitore, si annunziò “il Ministero della Guerra, Sezione Cultura e Istruzione, caporale Hirsch” che fu molto stupito di sentire inaspettatamente la voce di Ulrich, e informò premurosamente che il signor generale aveva dato ordine di telefonare ogni mattina alle dieci e sarebbe venuto subito in persona all’apparecchio.
Cinque minuti dopo Stumm comunicava di dover assistere quel mattino stesso a “conferenze straordinariamente importanti” ma di voler prima parlare con Ulrich a ogni costo; alla domanda di che cosa si trattava e perché
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non si poteva sbrigar la cosa per telefono, egli rispose con un sospiro e parlò di “comunicazioni, inquietudini, problemi” senza che fosse possibile fargli dire nulla di preciso. Venti minuti dopo una vettura del Ministero della Guerra si fermò davanti alla porta e il generale Stumm entrò in casa seguito da un attendente che portava una gran borsa di cuoio. Ulrich che ben ricordava quel ricettacolo dei crucci spirituali del generale, dai tempi delle disposizioni di marcia e dei fogli di matricola, corrugò la fronte con aria interrogativa. Stumm von Bordwehr sorrise, mandò via l’attendente, si sbottonò la giubba per prendere la chiavetta della serratura di sicurezza, appesa a una catenella intorno al collo, non disse una parola e tirò fuori dalla borsa, che non conteneva nient’altro, due pani
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di munizione.
- Le nostre nuove pagnotte, – dichiarò dopo una pausa studiata. – Te le ho portate ad assaggiare!
- Molto gentile da parte sua, osservò Ulrich,
- portarmi del pane dopo una notte passata in treno, invece di lasciarmi dormire.
- Se hai in casa un po’ d’acquavite, com’è probabile, – replicò il generale, – sappi che pane e acquavite sono la colazione più adatta dopo una notte di veglia. Mi dicesti tempo fa che il pane di munizione era l’unica cosa che ti fosse piaciuta del servizio militare, e io sostengo che nella panificazione l’esercito austriaco primeggia su tutti gli altri eserciti, soprattutto dacché l’intendenza produce questo tipo “1914”! Perciò te l’ho portato, questo è uno dei motivi della mia visita. E poi, devi sapere, che
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adesso faccio regolarmente così. Non sono obbligato a star seduto tutto il giorno sulla mia seggiola, né a render conto d’ogni passo che faccio fuori della stanza, questo s’intende; ma tu sai che lo Stato Maggiore vien chiamato, non per niente, il Corpo dei Gesuiti, e quando uno è spesso fuori dell’ufficio si mormora molto, e infine Sua Eccellenza von Frost, il mio capo, non ha un concetto molto esatto della capacità dello spirito, dello spirito civile, voglio dire; perciò da un po’ di tempo mi porto sempre la borsa e un attendente quando ho voglia di uscire, e perché l’attendente non pensi che la borsa è vuota, ci metto sempre dentro due pagnotte di pane.
Ulrich non poté trattenersi dal ridere e il generale rise con lui, soddisfatto.
- Mi sembra che la grande idea dell’Umanità
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ti rallegri meno di prima, no? – domandò
Ulrich.
- È così per tutti, – gli spiegò Stumm mentre tagliava il pane col temperino. – Adesso la parola d’ordine è: “l’azione”
- Bisognerà che tu me lo spieghi.
- Son qui per questo. Tu non sei un uomo d’azione come va.
- No?
- No.
- Non lo sapevo!
- Forse non lo sapevo neanch’io. Ma lo dicono.
- Chi lo dice?
- Arnheim, per esempio.
- Tu sei in buoni termini con Arnheim?
- Si capisce! Ottimi. Se non fosse uno spirito così sublime, forse potremmo già darci
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del tu!
- Hai da fare anche tu coi campi di petrolio? Il generale bevve l’acquavite che Ulrich aveva fatto portare, e masticò un pezzo di pane
per guadagnar tempo.
- Proprio buonissimo, – pronunziò con fatica, e seguitò a masticare.
- Ma certo che hai da fare coi campi di petrolio! – stabilì Ulrich improvvisamente illuminato. – È una questione che interessa il vostro reparto di marina per la fornitura di combustibile alle navi, e se Arnheim vuole acquistare i campi e scavare i pozzi, deve promettere di farvi prezzi speciali! D’altra parte la Galizia è terreno di schieramento e bastione contro la Russia, sicché voi dovete curare che lo sfruttamento dei campi, che egli intende promuovere, sia particolarmente protetto in
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caso di guerra. Dunque la sua fabbrica di corazzature vi verrà di nuovo incontro, per i cannoni che volevate. Come non ci pensavo? Siete nati addirittura l’uno per l’altro!
Per precauzione il generale aveva masticato un altro pezzo di pane: adesso non poté più contenersi, e tra i violenti sforzi di inghiottire tutto quello che aveva in bocca, disse:
- È facile dire “vi verrò incontro”! Non t’immagini com’è avaro colui! Scusa, – si corresse, – volevo dire, con quanta dignità egli tratta un affare di questo genere! Io non avevo idea, per esempio, che dieci centesimi per ogni tonnellata trasportata per ferrovia fossero una questione morale per cui bisogna andare a scartabellare Goethe o la storia della filosofia!
- Sei tu che conduci queste trattative? – Il generale bevve un sorso d’acquavite.
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- Io non ho affatto parlato di trattative in corso! Per me lo puoi chiamare scambio d’idee.
- E tu ne sei incaricato?
- Non c’è nessun incarico. Si parla semplicemente. Qualche volta si può ben parlare d’altro che dell’Azione Parallela. E se ci fosse un incaricato non sarei certo io. Non è mica un affare che riguardi la Sezione Cultura e Istruzione. Roba di questo genere spetta all’ufficio del presidio o tutt’al più all’Intendenza. Se io me ne occupo, sarebbe in qualità di consigliere, di pratico di problemi spirituali civili, una specie d’interprete perché Arnheim è tanto colto.
- E perché tu lo vedi continuamente grazie a me e a Diotima! Caro Stumm, se vuoi che continui a reggerti il moccolo, devi dirmi la
verità!
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Ma intanto Stumm si era preparato.
- Perché me la chiedi, se già la sai! – rispose indignato. – Credi di potermi piantare, e che io non sappia che Arnheim si confida con te?!
- Io non so niente!
- Ma se hai detto or ora che sai!
- So la faccenda dei campi di petrolio.
- E poi hai detto che noi abbiamo interessi comuni con Arnheim riguardo a quei campi. Dammi la tua parola d’onore che sai questo e allora ti posso dir tutto.
Stumm von Bordwehr afferrò la mano esitante di Ulrich, lo guardò negli occhi e disse malizioso:
- Dunque poiché adesso mi dai la parola d’onore che sapevi già tutto, ti do la mia che sai tutto! Va bene? Non c’è niente di più. Arnheim vorrebbe mandare avanti noi, e noi lui. Sai,
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qualche volta ho i conflitti d’anima più complicati per via di Diotima! – esclamò. – Ma non devi ripeter nulla a nessuno, questo è un segreto militare! – Il generale si fece allegro. – Lo sai che cos’è un segreto militare? – continuò.
- Due anni fa, quando ci fu la mobilitazione in Bosnia, al Ministero della Guerra volevano togliermi di mezzo, allora ero ancora colonnello, e mi diedero il comando di un reggimento di fanteria; naturalmente avrei potuto comandare anche una brigata, ma siccome dicono che io sono di cavalleria e poi perché volevano silurarmi, mi mandarono a un reggimento. E giacché per fare la guerra ci vuole denaro, appena arrivati laggiù mi consegnarono anche la cassa del reggimento. Ne hai mai visto una quand’eri militare? Somiglia mezzo a una bara e mezzo a una mangiatoia, è di legno spesso e
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tutta rinforzata di strisce di ferro come il portone di una fortezza. Ha tre serrature, e le chiavi sono affidate a tre uomini, una per ciascuno, in modo che nessuno può aprirla da solo. Il comandante e altri due addetti alla cassa. Dunque ci radunammo come per una preghiera, quando arrivai, e l’uno dopo l’altro aprimmo una serratura e tirammo fuori con reverenza i pacchetti di banconote; mi pareva di essere un arciprete con due ministranti, solo che invece che nel Vangelo le cifre si leggevano nei protocolli erariali. Alla fine richiudemmo la cassa coi cerchioni di ferro, facemmo scattare le serrature, invertendo l’ordine di prima, io dovetti dire qualcosa che non mi ricordo, e la cerimonia ebbe termine. Tale la consideravo, e l’avresti considerata anche tu, e avevo il massimo rispetto per la saldissima cautela
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dell’amministrazione militare in tempo di guerra! Ma allora io possedevo un volpino, il predecessore di quello che ho adesso; era una bestia intelligentissima e nessun articolo del regolamento diceva che non dovesse esser presente; solo che Spot – si chiamava così, era inglese non poteva vedere un buco senza scavare subito come un matto. Quando stavo per andarmene, vedo dunque che Spot si dà da fare intorno alla cassa e non c’è verso di portarlo via. S’è già udito raccontare che cani fedeli abbiano scoperto le più segrete congiure, ed eravamo quasi in guerra, sicché io penso: vediamo un po’ che cos’ha Spotà e sai che cosa aveva? Ecco qui, ai reggimenti territoriali l’intendenza non fornisce proprio la roba più nuova, e così anche la cassa del reggimento era antica e venerabile, ma io non avrei mai
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immaginato che dietro, mentre noi tre si serrava a chiave davanti, aveva un buco, vicino a terra, che ci passava un braccio! C’era un nodo di legno, ed era cascato giù in una delle guerre precedenti. Ma che vuoi farci, l’allarme in Bosnia era giusto passato quando arrivò la cassa nuova richiesta in sostituzione, e fino allora celebrammo ogni settimana la nostra cerimonia, solo che io dovetti lasciare a casa Spot perché non rivelasse il segreto. Dunque vedi, così sono i segreti militari, in certe circostanze!
- Be, mi pare che tu non ti sia ancora aperto come il tuo scrigno, – rispose Ulrich. – Insomma, lo concludete l’affare oppure no?
- Non lo so. Ti do la mia solenne parola di ufficiale dello Stato Maggiore: non siamo
ancora a quel punto.
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- E Leinsdorf?
- Naturalmente è all’oscuro di tutto. Del resto è impossibile avvicinarlo ad Arnheim. Ho sentito dire che si è arrabbiato moltissimo per la dimostrazione, a cui tu hai preso parte: adesso è tutto contro i tedeschi.
- E Tuzzi? – chiese Ulrich, continuando l’interrogatorio.
- Quello dev’essere l’ultimo a saper qualcosa. Guasterebbe subito tutto il progetto. Naturalmente vogliamo tutti la pace, ma noi militari per conservarla abbiamo un altro sistema che i burocrati!
- E Diotima?
- Ma fammi il favore! Questi sono affari da uomini, lei non può pensare a cose simili neanche coi guanti! Non avrei cuore di infastidirla narrandole la verità. Capisco anche
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che Arnheim non le racconti niente di tutto ciò.
Sai, egli parla molto e bene, e allora dev’essere un godimento tacere qualche volta su qualche cosa. Me l’immagino come una specie di amaro per lo stomaco.
- Sai che sei diventato un furfante? Alla tua salute! – disse Ulrich bevendo.
- No, non un furfante, – si difese il generale.
- Io sono membro di una commissione ministeriale. A ogni seduta ciascuno dice quel che vorrebbe e quel che gli pare giusto, e alla fine ne risulta qualcosa che nessuno voleva interamente: appunto il risultato. Non so se tu mi capisci, ma non posso esprimerlo meglio.
- Certo che ti capisco. Tuttavia con Diotima ti comporti bassamente.
- Mi dispiacerebbe, – disse Stumm. Ma sai, il boia è una persona spregevole, questo non si
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discute; invece il fabbricante di funi, che si contenta di fornire le corde all’amministrazione del carcere, può essere membro della Società Etica. Tu di questo non tieni conto abbastanza.
- L’hai sentita da Arnheim!
- Può darsi. Non so. Oggidì il nostro spirito si fa tanto complicato… – si lamentò onestamente il generale.
- E io che cosa dovrei fare, secondo te?
- Be, vedi, io ho pensato che tu sei un ex ufficiale…
- Va bene. Ma come lo concilii con l’“uomo d’azione”? – disse Ulrich risentito.
- Uomo d’azione? – ripeté il generale senza capire.
- Non hai principiato col dire che io non sono un uomo d’azione?
- Ah, già. Naturalmente non c’entra per
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nulla. Era solo un esordio. Voglio dire che Arnheim non ti considera precisamente un uomo d’azione; l’ha detto lui una volta. Tu non hai niente da fare, diceva lui, e così ti vengono dei pensieri. O qualcosa di simile.
- Cioè, pensieri inutili? Pensieri che non si possono trasferire “sul terreno del potere”? Pensieri che son fine a se stessi? In una parola, giusti e indipendenti! Eh? Oppure pensieri “di un esteta fuori del mondo”?
- Sì, – consentì Stumm diplomaticamente. – Così, su per giù.
- Così come? Che cosa credi sia più pericoloso per lo spirito? I sogni o i giacimenti di petrolio? Non occorre che tu ti tappi la bocca col pane, lascia stare! Mi è indifferente quel che Arnheim pensa di me. Ma in principio tu hai detto: Arnheim, per esempio. Dunque chi sono
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Gli altri che non mi giudicano abbastanza
“uomo d’azione”?
- Be, sai, – dichiarò Stumm, – non sono pochi. Te l’ho detto, che adesso la parola d’ordine è l’“azione”
- Che cosa vuol dire?
- Precisamente non lo so neanch’io. Leinsdorf ha detto che adesso bisogna fare qualcosa! è incominciato così.
- E Diotima?
- Diotima dice che questo è uno spirito nuovo. E molti lo dicono, in Consiglio. Vorrei sapere se capita anche a te: io mi sento veramente una vertigine in corpo, quando una bella donna è anche una testa quadra.
- Ma certo, lo credo, – ammise Ulrich, che non voleva lasciarsi scappare Stumm, – ma mi piacerebbe sentire che cosa dice Diotima dello
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spirito nuovo.
- Dicono tutti, – rispose Stumm, – dicono tutti in Consiglio che la nostra epoca sta acquistando uno spirito nuovo. Non subito, ma fra un paio d’anni, se non succede prima qualcosa di speciale. E questo spirito nuovo non dovrà contenere molti pensieri. Anche i sentimenti adesso son fuori tempo. Pensieri e sentimenti sono piuttosto per la gente che non ha niente da fare. In una parola, questo è lo spirito dell’azione; di più non so neanch’io. Ma qualche volta, soggiunge meditabondo, – mi sono chiesto se non è semplicemente lo spirito militarista.
- Un’azione deve avere un senso! – affermò Ulrich, e al di là di quello stolto dialogo screziato la sua coscienza gli ricordò con serietà profonda la prima conversazione con
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Agathe su quell’argomento, lassù al Bastione degli svedesi.
Ma anche il generale disse:
- È appunto quello che ho detto. Se non si ha niente da fare e non si sa dove sbattersi, si è pieni d’energia. Si strepita, ci si sbronza, si tormentano gli uomini e i cavalli. Ma d’altra parte ammetterai anche tu che se si sa perfettamente quel che si vuole, si diventa un sornione. Guarda uno di quegli ufficialetti dello Stato Maggiore, quando tace, stringe le labbra e fa una faccia come se fosse Moltke: dieci anni dopo ha sotto i bottoni una prominenza da generale, ma non è una pancia bonaria come la mia, è piena di veleno. Dunque è difficile stabilire quanto senso possa avere un’azione – Rimase soprappensiero, poi soggiunse:
- A saper vedere, s’imparano molte cose
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nella vita militare, me ne convinco sempre più; ma non credi che sarebbe, per così dire, la cosa più semplice trovare una buona volta quella famosa grande idea?
- No, – replicò Ulrich. – Quella era una sciocchezza.
- Va bene, ma allora non rimane altro che l’azione, – sospirò Stumm. – L’ho chiarito già quasi io stesso. Del resto, se ti ricordi, una volta ti ho avvertito di stare in guardia perché tutti questi pensieri esagerati vanno a finire nell’omicidio. E questo occorre impedirlo! – egli stabilì. Bisognerebbe che qualcuno prendesse il comando! – aggiunse in tono di lusinga.
- E qual è la parte che mi assegna la tua bontà in questa faccenda? – domandò Ulrich senza nascondere uno sbadiglio.
- Me ne vado subito, – promise Stumm. – Ma
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poiché ci siamo spiegati così apertamente, tu avresti ancora un dovere importante, se vuoi essere un buon camerata: fra Diotima e Arnheim c’è qualcosa che non va!
- Che cosa dici! – Il padrone di casa si animò un poco.
- Vedrai coi tuoi occhi, è inutile che ti dica! E poi lei si confida ancor più con te che con me.
- Si confida con te? E da quando?
- Si è un pochino abituata a me, – disse il generale con orgoglio.
- Rallegramenti.
- Già. Ma devi andare presto da Leinsdorf. A
mitigare la sua avversione per i Prussiani.
- Me ne guardo bene.
- Suvvia, lo so che non puoi patire Arnheim, ma fallo lo stesso.
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- Non è per questo. Ma io da Leinsdorf non ci metto piede.
- Ma perché? Un vecchio signore così raffinato. È arrogante e io non lo posso soffrire, ma con te è delizioso.
- Mi ritiro. Sono stufo di tutta la storia.
- Ma Leinsdorf non te lo permetterà. E neanche Diotima. E io meno di tutti! Non vuoi mica lasciarmi solo?
- È una cosa troppo stupida.
- Come sempre, anche stavolta hai perfettamente ragione. Però quasi tutto è stupido a questo mondo. Guarda, io senza di te sono stupidissimo. Dunque andrai da Leinsdorf per farmi piacere?
- Ma che cosa c’è fra Diotima e Arnheim?
- Non te lo dico, altrimenti non vai neanche da Diotima! – Il generale ebbe una ispirazione
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improvvisa. – Se vuoi, Leinsdorf può assumere un segretario aggiunto che ti sostituisca in tutto ciò che non ti piace. Oppure se ne mando io uno dal Ministero della Guerra, tu puoi ritirarti fino a un certo punto, ma non ritrarre dal mio capo la tua mano protettrice!
- Prima lasciami smaltire il sonno, – pregò
Ulrich.
- Non me ne vado se prima non mi hai detto di sì.
- Allora me ne consolerò dormendo, – concesse Ulrich. – Non dimenticare di rimettere nella borsa il pane della scienza militare!
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14. Novità in casa di Walter e Clarisse.Un espositore e il suo pubblico
O stato d’inquietudine spinse Ulrich verso sera a visitare Walter e Clarisse. Per la strada cercò di
richiamarsi alla memoria la lettera che aveva perduto o cacciato chi sa dove nel suo bagaglio, ma non ricordava i particolari, solamente l’ultima frase “spero che ritornerai presto” e complessivamente l’impressione di dover parlare con Walter, accompagnata non soltanto da rincrescimento e disagio, ma anche da una gioia maligna. Su quel sentimento passeggero e
involontario, senza alcuna importanza, egli si
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soffermò invece di cacciarlo via, e ne provò un’impressione simile a quella di chi soffre di vertigini e s’acquieta quando può scendere giù.
Giunto vicino alla casa vide Clarisse davanti al muro in pieno sole, dov’era la spalliera di peschi; aveva le mani dietro la schiena, era appoggiata ai rami cedevoli e guardava lontano, senza accorgersi del veniente. Il suo atteggiamento aveva qualcosa di irrigidito, di oblioso di sé; ma insieme di leggermente teatrale, percettibile soltanto all’amico che conosceva le sue singolarità: sembrava che recitasse le scene significative che occupavano il suo animo, e una soprattutto l’aveva afferrata e non la lasciava più. Egli ricordò le sue parole: “Vorrei un bimbo da te!” Oggi non gli erano così sgradevoli come allora; chiamò piano l’amica e
attese.
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Clarisse intanto pensava: “Questa volta Meingast si trasforma in casa nostra!” La sua vita contava già parecchie strane metamorfosi e senza che egli avesse mai replicato nulla alla lunga risposta di Walter, un giorno tradusse in atto l’annunzio di un suo prossimo arrivo. Il ricordo di un dio indiano che prima d’ogni purificazione cambia dimora si mescolava in lei con la nozione che gli insetti scelgono un luogo preciso per fare il bozzolo e trasformarsi in crisalide, e da questo pensiero, che le dava la sensazione di essere straordinariamente sana e ben piantata nella terra, era passata al profumo sensuale di quei peschi che maturavano contro un muro riscaldato dal sole: il risultato logico di tutto ciò era che lei stava sotto la finestra, nell’ardente chiarore del sole occiduo, mentre il profeta si era ritirato
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nella retrostante caverna d’ombra. Il giorno prima egli aveva spiegato a lei e a Walter che la parola tedesca Knecht (servo, schiavo) corrisponde all’inglese Knight, e i significati originali erano giovinetto, ragazzo, campione, uomo d’armi ed eroe; e ora ella diceva fra sé: “Io sono il suo Knecht!” (30) e lo serviva, e proteggeva il suo lavoro: non occorrevano altre parole, ella col viso abbacinato resisteva immobile ai raggi del sole.
Quando Ulrich la chiamò ella voltò lentamente la faccia verso la voce inattesa, ed egli scoprì che qualcosa era mutato. Gli occhi che lo guardavano erano pieni di una freddezza come quella che irradiano i colori delle cose dopo che il giorno si è spento, ed egli capì
30 Cioè contemporaneamente servo e difensore.
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subito: Da te ella non vuole più nulla! Che egli fosse stato per lei un demonio o un dio, che ella avesse voluto “estrarlo a forza dal blocco di marmo”, e desiderato di fuggire con lui “attraverso lo spiraglio nella musica”, e pensato di ucciderlo perché non l’amava, di tutto questo non v’era più traccia negli occhi di Clarisse. A lui ciò fu indifferente: può anche essere una piccola vicenda molto comune questo calore dell’egoismo che si è spento in uno sguardo; tuttavia era come un piccolo strappo nel velo della vita, attraverso il quale ci guarda un nulla indifferente, e quella fu l’origine di alcune cose che accaddero dopo.
Ulrich apprese che Meingast era loro ospite, e capì. Entrarono in casa pian piano, a prendere Walter, e altrettanto piano uscirono fuori tutti e tre per non disturbare il creatore.
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All’andare e al venire Ulrich poté scorgere di sfuggita attraverso una porta aperta la schiena di Meingast. Egli abitava una camera dell’appartamento vuota e separata; Clarisse e Walter avevano scovato chi sa dove un letto di ferro; uno sgabello di cucina e un catino di latta fungeva da lavabo e da bagno, e oltre a quelle suppellettili, nella stanza che non aveva tende alla finestra, c’era soltanto una vecchia credenza da stoviglie con dentro qualche libro, e un tavolino di legno non verniciato.
A quel tavolino era seduto Meingast e scriveva; e non voltò il capo quando essi passarono. Tutto ciò Ulrich in parte lo vide, in parte lo apprese dai suoi amici, che non avevano rimorso di aver dato al Maestro un alloggio molto più meschino del loro, ma al contrario, per qualche ragione, erano orgogliosi
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che egli se ne accontentasse. era commovente, e comodo per loro; Walter assicurava che quella stanza, se vi si entrava in assenza di Meingast, aveva un non so che d’indescrivibile, come un vecchio guanto logoro che sia stato portato da una mano nobile e forte! E in verità Meingast lavorava con gran piacere in quell’ambiente la cui semplicità soldatesca lo lusingava. Lì egli si sentiva padrone della sua volontà che formava le parole sulla carta. Se poi Clarisse stava come poco prima sotto la sua finestra, oppure sul pianerottolo, o anche soltanto nella propria stanza – “avvolta nel manto di un’invisibile luce boreale” come ella gli aveva confessato – la presenza dell’ambiziosa discepola da lui paralizzata accresceva la sua gioia. La penna allora spingeva innanzi a sé le idee, e i grandi occhi scuri sopra il naso adunco e vibrante
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gettavano fiamme. Una delle parti più importanti del suo nuovo libro doveva esser compiuta in tali circostanze, e l’opera non si poteva chiamare un libro, ma un ordine di mobilitazione per lo spirito degli uomini nuovi! Quando dal posto dov’era Clarisse una voce maschile sconosciuta gli era giunta all’orecchio, egli aveva interrotto il lavoro per guardar fuori cautamente; non riconobbe Ulrich ma si ricordava oscuramente di lui e nei passi che salivano la scala non trovò un motivo per chiudere la sua porta né per alzare il capo dai fogli. Portava uno spesso farsetto di lana sotto la giacca, e faceva mostra della propria insensibilità alla temperatura e alla gente.
Ulrich fu condotto a passeggio, ed ebbe agio di ascoltare le entusiastiche lodi del maestro mentre questi attendeva alla sua opera.
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Walter disse:
- Quando si è amici di un uomo come Meingast, si giunge a capire la tormentosa avversione che si è sempre sentita per tutti gli altri! Nell’intimità con lui, tutte le cose, starei per dire, sono come dipinte in colori puri senz’ombra di grigio.
Clarisse aggiunse:
- Nell’intimità con lui si ha l’impressione di avere un destino; si è lì con tutta la propria personalità, in piena luce.
Walter concluse:
- Oggidì tutto si scompone in centinaia di strati, diventa opaco e sfocato: il suo spirito invece è come il vetro!
Ulrich replicò a entrambi:
- Ci sono capri espiatori e capri premiati alle mostre; e ci sono anche le caprette che han
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bisogno di loro.
Walter rimbeccò:
- C’era da aspettarselo che un uomo come quello non ti sarebbe andato a genio!
Clarisse s’intromise:
- Una volta tu dicesti che non si poteva vivere secondo l’idea: ti ricordi? Meingast invece lo può!
Walter disse più cauto:
- Naturalmente avrei qualcosa da obiettare contro di lui… – Clarisse lo interruppe:
- Quando lo si ascolta ci si sente scossi da brividi luminosi – Ulrich osservò:
- Gli uomini molto belli son quasi sempre stupidi; i filosofi molto profondi sono di solito pensatori molto piatti; e in poesia capita molto spesso che un ingegno mediocre sia creduto grandissimo dai contemporanei.
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È uno strano fenomeno quello dell’ammirazione. Limitato a semplici “accessi” nella vita del singolo, rappresenta nella collettività un’istituzione durevole. In fondo, a Walter sarebbe parso più soddisfacente esser lui al posto di Meingast nella considerazione di Clarisse e nella propria; e non capiva affatto perché non fosse così, però c’era anche qualche piccolo vantaggio. E il sentimento così economizzato ridondava a beneficio di Meingast, allo stesso modo che uno adotta per proprio un figlio altrui. E d’altra parte appunto perciò l’ammirazione per Meingast non era un sentimento puro e sano, questo lo sapeva anche Walter; era piuttosto un bisogno esacerbato di abbandonarsi a credere in lui, e ciò con deliberato proposito. Era un “con sentimento” suonato senza piena convinzione.
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Anche Ulrich se ne rese conto. Uno dei più spontanei bisogni di passione, che la vita oggi frantuma e mescola fino a renderlo irriconoscibile, cercava in tal modo di aprirsi una ritirata; infatti Walter lodava Meingast con lo stesso furore col quale gli spettatori a teatro acclamano al di là dei limiti della loro vera opinione certi luoghi comuni che stuzzicano il loro bisogno di applaudire; lo lodava in uno di quegli stati critici dell’ammirazione per i quali son state inventate le feste e le celebrazioni, i grandi contemporanei o le grandi idee, e gli onori che vengon loro tributati; e a cui si partecipa senza saper bene per chi o per che cosa, e ciascuno in cuor suo si prepara ad essere il giorno dopo tre volte più volgare del solito per non doversi rimproverar nulla. Questo pensava Ulrich dei suoi amici e li
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teneva in moto con osservazioni mordaci fatte di tanto in tanto sul conto di Meingast; perché come tutti coloro che la sanno più lunga, gli era già toccato d’irritarsi molte volte per la capacità d’entusiasmo dei suoi contemporanei, che sbaglia quasi sempre la mira e così distrugge anche quello che l’indifferenza risparmia.
Incominciava ad annottare quando rientrarono in casa sempre conversando.
- Questo Meingast vive del fatto che oggi un’idea vaga si scambia per fede, – disse Ulrich alla fine. – Quasi tutto ciò che non è scienza si può soltanto immaginare e perciò occorre passione e cautela. Così una metodologia di ciò che non si sa è quasi lo stesso che una metodologia della vita. Voi invece, appena compare un Meingast, credete! E tutti fanno
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così. E quella “fede” è un guaio, press’a poco come se vi venisse in mente di sedervi con la vostra degna persona su un cestino d’uova per covarne l’ignoto contenuto!
Erano ai piedi della scala. E improvvisamente Ulrich capì perché era venuto e perché tornava a parlare con quei due come una volta. Non si stupì quando Walter gli rispose:
- E il mondo deve fermarsi, vero, finché tu hai finito di elaborare il tuo metodo? – Era evidente che tutti avevano poca considerazione per lui perché non capivano quanto è inselvatichita quella regione della fede che si estende fra la certezza del sapere e la nebbia dell’intuire! Vecchie idee si affollarono nel suo cervello, soffocando quasi il pensiero col loro tumulto. Ma ormai egli sapeva che non era più
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necessario ricominciare da capo come un tessitore di tappeti che è rimasto abbagliato da un sogno; e che solo per questo egli si trovava di nuovo lì. Negli ultimi tempi tutto era diventato molto più semplice. Le ultime due settimane avevano soppresso tutto quel che c’era prima e raccolto in un solido nodo le linee del moto interno.
Walter aspettava da Ulrich una risposta di cui potersi arrabbiare. Poi gliel’avrebbe ripagata a usura. Si era prefisso di dirgli che uomini come Meingast sono dei salvatori. “Salvo significa anche integro”, egli pensò. E voleva dire: “Coloro che ti salvano possono sbagliarsi, ma fanno di te un uomo intero!” E: “Forse tu non sei nemmeno capace di immaginarlo!” voleva aggiungere. In quel momento Ulrich gli ispirava un senso di ripugnanza, la stessa che
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provava quando doveva andare dal dentista.
Ma Ulrich chiese soltanto distrattamente che cosa mai aveva fatto e scritto Meingast negli ultimi anni.
- Lo vedi! – esclamò Walter deluso. – Non conosci neanche i suoi ultimi lavori, e ti permetti di parlarne male!
- Oh, – replicò Ulrich, – per questo mi bastano due righe – E si dispose a salire la scala.
Ma Clarisse lo trattenne per la giacca e bisbigliò:
- Non si chiama affatto Meingast!
- Si capisce che non si chiama così; è forse un segreto?
- È diventato Meingast, una volta; e adesso che è qui da noi tornerà a trasformarsi! – sussurrò Clarisse con impeto e misteriosità, e
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quel sussurro era come una miccia. Walter ci si buttò sopra per spegnerla.
- Clarisse, – scongiurò, – Clarisse, non dire cose assurde!
Clarisse tacque e sorrise. Ulrich salì avanti a tutti; voleva vedere finalmente quel messaggero che dai monti di Zaratustra era calato nella vita familiare di Walter e Clarisse; e quando arrivarono di sopra Walter ce l’aveva non soltanto con lui ma anche con Meingast.
Questi accolse i suoi ospiti nella buia dimora. Li aveva visti venire, e Clarisse andò subito a metterglisi accanto davanti alla superficie grigia della finestra, piccola ombra affilata vicino a quella alta e magra di lui; non vi fu nessuna presentazione, o meglio vi fu una presentazione a metà, solo il nome di Ulrich richiamato alla memoria del Maestro. Poi
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tacquero tutti; Ulrich, curioso di vedere come si sarebbero svolte le cose, si mise presso la seconda finestra, e Walter, strano a dirsi, s’accostò a lui, forse semplicemente attratto – mentre le forze repellenti per il momento si equilibravano – dal chiarore dei vetri non velati, che filtrava fioco nella stanza.
Era il mese di marzo. “Ma della meteorologia non ci si può sempre fidare, a volte ci dà una serata di giugno in anticipo o in ritardo”, pensava Clarisse mentre l’oscurità fuori della finestra le appariva come una notte estiva. Laggiù, dove cadeva la luce dei lampioni a gas, la notte era laccata di giallo chiaro. Il cespuglio lì accanto era una massa nera fluttuante. Nei punti illuminati diventava verde o bianchiccio – non era facile definirlo – si smerlettava in foglie e ondeggiava alla luce dei
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lampioni come i capi di biancheria sciacquati in un’acqua corrente. Una cinta rada di minuscoli pali di ferro – semplice richiamo e ammonimento dell’ordine – correva per un tratto lungo il tappeto d’erba donde emergeva il cespuglio, e poi spariva nel buio: Clarisse sapeva che là cessava addirittura; forse si era pensato una volta di dare al luogo l’ornamento di un giardino, ma l’idea era presto caduta.
Clarisse si avvicinò di più a Meingast, per vedere dal suo angolo di finestra il più possibile della strada; schiacciò il naso contro i vetri, e i due corpi si toccavano duramente e in punti diversi come se ella si fosse sdraiata su una scala, il che talvolta le accadeva; sul braccio destro, che dovette cedere, le si posarono subito, intorno al gomito, le lunghe dita di Meingast, come gli artigli nervosi di un’aquila
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distratta che spiegazza un fazzolettino di seta.
Da un po’ di tempo Clarisse aveva scorto là fuori un uomo il cui contegno aveva un non so che di strano: ora camminava con esitazione ora con noncuranza; si sarebbe detto che un intoppo s’attorcigliasse intorno alla sua volontà di andare, e ogni volta, dopo che egli l’aveva lacerato, l’uomo camminava per un tratto come ogni persona che non ha proprio fretta ma non s’intoppa. Il ritmo di quel moto irregolare aveva colpito Clarisse; quando l’uomo passò sotto un lampione ella cercò di vedere il suo volto, che le parve scavato e insensibile. Passato il penultimo, giudicò che era una faccia insignificante, timida e non buona; ma quando egli giunse all’ultimo che era quasi sotto la finestra, il suo volto era molto pallido, e fluttuava in qua e in là nella luce come la luce
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fluttuava sul buio, così che in confronto l’asta sottile del lampione appariva molto diritta e concitata, e spiccava d’un verde molto più vivo del normale.
Tutti e quattro a poco a poco s’erano messi a osservare quell’uomo che si credeva non visto. Egli notò infine il cespuglio che era inondato di luce e gli rammentò le merlettature di una sottoveste femminile, così fitte non ne aveva mai viste, ma gli sarebbe piaciuto vederle. In quel momento prese una risoluzione. Scavalcò i paletti bassi, e fu sul prato che era come la lanuggine verde sotto gli alberi di una casina di bambola, per qualche istante si guardò i piedi perplesso, poi parve svegliarsi, si sbirciò intorno guardingo, e si nascose nell’ombra, com’era sua abitudine. Rincasavano i gitanti che la giornata tiepida
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aveva attirati verso la campagna, di lontano si udiva la loro rumorosa allegria. L’uomo si sentì pieno di paura, e scappò a sfogarla sotto la gonnella di foglie. Clarisse seguitava a non capire quello strano contegno. L’uomo saltava fuori ogni volta che passava un gruppo di gente e gli occhi abbagliati dalla luce dei lampioni diventavano ciechi nel buio. Allora, senza far passi, scivolava fino al margine del cerchio luminoso come uno che in riva al mare bagna appena le piante dei piedi. Clarisse notò il pallore dell’uomo, la sua faccia era come un disco livido. Ella sentì per lui una viva pietà. Ma l’uomo faceva piccoli movimenti strani che lei per un bel pezzo non capì, finché inorridita dovette cercare un appiglio per la propria mano; e poiché Meingast la teneva ancora sul braccio, non consentendole di fare ampi
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movimenti, ella agguantò i calzoni larghissimi dell’amico e cercando protezione si aggrappò alla stoffa che garriva lungo la gamba del Maestro come una bandiera al vento. Così rimasero entrambi senza lasciare la presa.
Ulrich, credendo di aver capito per primo che l’uomo sotto la finestra era uno di quei malati che con l’anormalità della loro vita sessuale provocano la viva curiosità della gente normale, per un poco si domandò con inutile affanno come Clarisse, così poco salda, avrebbe preso la scoperta. Poi non ci pensò più e chiese invece a se stesso che cos’è che accade in una creatura di quel genere. “Il cambiamento, – egli pensò, – dev’essere già così totale, fin dal momento in cui l’uomo scavalca la staccionata, che non lo si può nemmeno descrivere nei particolari” E così, naturalmente come se fosse
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stato un paragone adatto, gli venne fatto di pensare a un cantante che, appena finito di mangiare e di bere, va al pianoforte, incrocia le mani sulla pancia, e mentre apre la bocca al canto è in parte un altro, in parte no. Ulrich ricordò anche il conte Leinsdorf, che poteva inserirsi tanto in un circuito etico-religioso quanto in uno spregiudicato e bancario. La compiutezza di quella trasformazione, che si svolge interiormente ma esternamente trova la sua convalida nella condiscendenza del mondo, lo incantava; gli era indifferente il processo psicologico, ma immaginava come la tensione dovesse gonfiare a poco a poco la testa dell’uomo allo stesso modo che il gas entra in un pallone, probabilmente per giorni e giorni, pian piano, mentre egli restava sempre sospeso alle corde che lo legavano al terreno, finché un
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ordine silenzioso, un motivo casuale o semplicemente il termine del tempo prescritto, che trasforma in causa una cosa qualunque, scioglieva quelle funi, e la testa senza legame col mondo degli uomini fluttuava nel vuoto dell’innaturale.
E veramente l’uomo col suo viso scarno e inespressivo stava al riparo del cespuglio, in agguato come una belva. Per attuare il suo proposito avrebbe dovuto aspettare che i passanti diventassero più rari e quindi il luogo più sicuro per lui; ma ogni volta che tra un gruppo e l’altro passava una donna sola, e talvolta perfino quando una, ridendo vivace e protetta, si agitava in mezzo ad uno di quei gruppi, ecco che quelli non erano più uomini per lui ma soltanto burattini che la sua coscienza riduceva assurdamente a piacer suo.
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Si sentiva crudele e spietato contro di essi come un assassino, e al loro terrore della morte non avrebbe fatto il minimo caso; ma nello stesso tempo egli stesso era un po’ tormentato dall’idea che avrebbero potuto scoprirlo e cacciarlo via come un cane prima che fosse arrivato al culmine dell’incoscienza e la lingua gli tremava in bocca per la paura. Aspettò col cervello intontito e lentamente si spense l’ultimo chiarore del crepuscolo. Ecco, una donna sola s’avvicinò al suo nascondiglio e quando i lampioni ancora lo dividevano da lei egli poteva già vederla, staccata da quanto la circondava, comparire e scomparire nell’alternarsi di chiarore e di oscurità, e prima ancora di esser vicina a lui era un ammasso nero grondante di luce.
Anche Ulrich notò che era una donna
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informe di mezza età. Il corpo pareva un sacco pieno di ghiaia, e il viso non ispirava simpatia, anzi aveva un’espressione prepotente e litigiosa. Ma l’uomo pallido fra i cespugli sapeva come avvicinarsi a lei non visto prima che fosse troppo tardi. I movimenti goffi delle gambe e degli occhi di lei probabilmente gli palpitavano già nella carne ed egli si apprestava, prima che la donna preparasse una difesa, ad aggredirla col proprio aspetto che doveva sopraffarla, comunque ella si dibattesse.
L’eccitamento gli fremeva nei ginocchi, nelle mani e in gola; così almeno pareva a Ulrich mentre osservava l’uomo strisciare avanti, attraverso la parte del cespuglio che era già in mezza luce, e disporsi a balzar fuori nel momento decisivo e a mostrarsi. L’infelice, aggrappato all’ultima resistenza dei rami,
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guardava spiritato il brutto volto che appariva e spariva, e il suo respiro ansava obbediente nel ritmo della sconosciuta.
“Griderà la donna?” pensò Ulrich. Quella rozza creatura era capacissima di arrabbiarsi e di passare all’attacco, invece di aver paura: in tal caso il pazzo vigliacco si sarebbe dato alla fuga, e la libidine interrotta gli avrebbe piantato nella carne l’elsa smussata dei suoi pugnali! In quel momento di tensione Ulrich sentì le voci ignare di due uomini che venivano su per la strada, e così come egli le udiva attraverso i vetri, esse dovettero anche là sotto soverchiare il sibilo dell’eccitazione, perché l’uomo sotto la finestra lasciò richiudersi cautamente il velo già semiaperto dei cespugli e si ritrasse senza rumore in una zona buia.
- Che porco! – sussurrò nello stesso istante
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Clarisse al suo vicino, con forza ma senza alcun sdegno. Meingast prima della metamorfosi si era spesso sentito rivolgere da lei quella qualifica, provocata allora dal contegno libero che la turbava, e la parola poteva quindi esser definita storica. Clarisse supponeva che anche Meingast dovesse ricordarsene, nonostante la propria trasformazione, e infatti le parve che le dita di lui le stringessero lievemente il braccio a mo di risposta.
Già quella sera nulla era accidentale; anche quell’uomo non aveva scelto a caso la finestra di Clarisse per mettersi lì sotto: ella era fermamente convinta di esercitare una crudele attrattiva sugli uomini anormali, e n’aveva avuto frequenti conferme. In complesso le sue idee non erano tanto confuse, quanto piuttosto
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mancanti di anelli di congiunzione, oppure imbevuti di affetti in certi punti dove gli altri non dispongono di tali sorgenti interiori. La sua persuasione di essere stata lei a trasformare Meingast in modo così radicale non era in sé e per sé priva di fondamento; se si rifletteva poi com’era stato incoerente quel cambiamento, perché avvenuto lontano e in anni di scarso contatto, e anche si misurava la sua portata – giacché aveva fatto di un frivolo gaudente un profeta – e infine come dopo il commiato di Meingast l’amore fra Walter e Clarisse fosse giunto a quell’acme di conflitti ove permaneva tuttora, allora anche la supposizione di Clarisse, che Walter e lei avevano dovuto prendere su di sé le colpe del Meingast non ancora trasformato per rendergli possibile l’ascesa, non aveva un fondamento peggiore di
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tante idee rispettate che oggi si professano. Ne risultava quel rapporto servizievole e cavalleresco in cui Clarisse si sentiva col reduce, e se ora ella parlava della sua “metamorfosi” invece che di un semplice cambiamento, ciò esprimeva soltanto il suo stato d’esaltazione. La consapevolezza di trovarsi in un rapporto così significativo poteva letteralmente esaltare Clarisse. Non si sa bene se si debbano dipingere i santi con una nuvola sotto i piedi o semplicemente sospesi nell’aria a due dita da terra, e lo stesso accadeva a lei da quando Meingast aveva scelto la sua casa per compiervi il suo grande lavoro che probabilmente aveva un retroscena profondo. Clarisse non era innamorata di lui come una donna, ma piuttosto come un ragazzo che ammira un uomo; beato quando gli riesce di
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mettersi il cappello come il suo eroe, e pieno di una segreta ambizione di sorpassarlo.
Walter lo sapeva. Non poteva udire quel che si bisbigliavano i due, né il suo occhio percepiva altro che una massa d’ombra confusa nella fioca luce della finestra, tuttavia egli indovinava tutto senza eccezione. Anche lui aveva capito le manovre dell’uomo fra i cespugli, e il silenzio che pesava sulla stanza opprimeva lui più di tutti. Ben s’accorgeva che Ulrich, immobile accanto a lui, guardava fuori ansioso, e supponeva che i due all’altra finestra facessero lo stesso.
“Perché nessuno rompe questo silenzio? – egli pensò. – Perché nessuno apre la finestra e caccia via quel mostro?” Gli venne in mente che sarebbe stato loro dovere chiamare la polizia, ma non c’era telefono in casa ed egli non aveva
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il coraggio di fare qualcosa che poteva provocare il disprezzo degli altri. Non voleva certo essere un “borghese scandalizzato”, la cosa gli dava soltanto fastidio. L’atteggiamento “cavalleresco” di sua moglie verso Meingast egli lo capiva benissimo, perché Clarisse, anche in amore, non poteva immaginare di elevarsi senza sforzo; non dalla sensualità ma esclusivamente dall’ambizione ella si sentiva incalzata. Egli ricordò com’era stata terribilmente viva, due o tre volte, fra le sue braccia, quand’egli ancora s’occupava di opere d’arte; ma per vie più dirette non aveva mai saputo riscaldarla.
“Forse tutti gli uomini sono efficacemente esaltati solo dall’ambizione?” egli si chiese dubbioso. Non gli era sfuggito che Clarisse montava la guardia, mentre Meingast lavorava,
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per proteggere col proprio corpo i suoi pensieri, benché quei pensieri ella non li conoscesse neppure.
Con dolore Walter osservava l’egoista solitario fra i suoi cespugli e quell’infelice gli dava un esempio ammonitore dello sfacelo che può avvenire in un animo troppo solitario. Intanto lo martoriava la persuasione di sapere esattamente che cosa provava Clarisse nell’assistere alla scena.
“Sarà leggermente eccitata, come se avesse salito la scala troppo in fretta”, egli pensò. Egli stesso nel quadro che aveva sott’occhio sentiva una pressione, come se vi fosse abbozzolata dentro una crisalide che voleva strappare il suo involucro, e capiva che in quella misteriosa pressione, percepita anche da Clarisse, s’agitava la volontà di non stare soltanto a
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vedere ma di agire subito, in qualche modo, e di gettarsi nella cosa che avveniva, per liberarla. In altre persone i pensieri derivano dalla vita, ma in Clarisse ciò che ella viveva proveniva sempre dai suoi pensieri; invidiabile follia! E Walter propendeva più per le esagerazioni della sua donna forse demente che per il raziocinio del suo amico Ulrich che s’illudeva d’essere prudente e audace: in qualche modo la dissennatezza gli era più gradita, forse essa lo lasciava intatto, si rivolgeva alla sua passione; certo è che molti preferiscono i pensieri assurdi a quelli difficili, e Walter era quasi soddisfatto che Clarisse bisbigliasse al buio con Meingast, mentre Ulrich era condannato a star lì vicino a lui, ombra muta; gli faceva piacere che subisse da Meingast una tale sconfitta.
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Ma di tanto in tanto lo tormentava il timore che Clarisse spalancasse la finestra o si buttasse giù per le scale per correre verso i cespugli; allora odiava le due ombre maschili e la loro muta e sconveniente inattività, che rendeva di minuto in minuto più critica la condizione del povero piccolo Prometeo in sua custodia, così esposto a tutte le tentazioni dello spirito.
A quell’ora, nel malato rintanatosi fra i cespugli vergogna e piacere contrastato s’erano confusi generando una delusione che riempiva come una massa amara la sua figura cava. Quando egli fu giunto nel buio più profondo si raggomitolò, si lasciò cadere al suolo, e la testa gli penzolava dal collo come una foglia. Il mondo vendicatore gli si ergeva di fronte ed egli vedeva la propria posizione press’a poco come
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l’avrebbero vista i due passanti di poc’anzi se lo avessero scoperto. Ma dopo che l’uomo ebbe pianto per un poco su se stesso a occhi asciutti, avvenne di nuovo in lui il cambiamento di prima, questa volta unito a una maggior dose di rancore e di insolenza. E ancora una volta egli fallì. Una ragazza di una quindicina di anni, che doveva essersi attardata in qualche posto, venne a passare e gli parve bella, un piccolo ideale frettoloso: il degenerato sentì che adesso avrebbe dovuto uscir fuori e parlarle gentilmente, ma l’idea lo precipitò subito in un folle terrore. La sua fantasia pronta a mettergli innanzi ogni possibilità che una donna può anche vagamente rappresentare, si fece timida e goffa di fronte all’unica naturale possibilità di ammirare nella sua bellezza la fanciullina che
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se ne veniva avanti indifesa. Ella procurava tanto meno piacere al suo Io notturno quanto più pareva adatta a piacere al suo Io diurno, e invano egli cercò di odiarla poiché non la poteva amare. Così rimase incerto al limite fra luce e ombra e si scoprì. Quando la piccina si accorse del suo segreto gli era già passata accanto e si trovava a sette otto passi da lui; dapprima aveva guardato quel punto dove le foglie si muovevano, senza capire che cos’era, e quando capì poteva già sentirsi abbastanza al sicuro da non sbigottire troppo; rimase a bocca aperta per un attimo, poi gettò un grido acuto e si mise a correre; parve anzi che la bricconcella si divertisse a voltarsi, e l’uomo con vergogna si sentì piantato in asso. Sperò rabbiosamente che una stilla di veleno le fosse almeno rimasta negli occhi e più tardi potesse roderla fino al
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cuore.
Quello scioglimento relativamente innocuo e ridicolo fu un sollievo per l’umanità degli spettatori, che questa volta avrebbero preso partito se la scena non si fosse risolta così, e rimasti sotto quell’impressione non si curarono troppo di vedere come là sotto si concludeva la faccenda; che una conclusione ci fosse stata lo dedussero poi dal fatto che “lo sciacallo”, come disse Walter, era finalmente scomparso. Fu una creatura mediocre sotto ogni aspetto quella che permise all’uomo di giungere al suo scopo; lo guardò smarrita e con ripugnanza, involontariamente si fermò un attimo spaventata e poi fece finta di non essersi accorta di niente. L’uomo con il suo tetto di foglie e con tutto il mondo rovesciato da cui era emerso si sentì sprofondare nello sguardo
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riluttante dell’inerme. Così doveva essere stato, o forse anche altrimenti. Clarisse non vi aveva fatto attenzione. Si raddrizzò respirando profondamente dopo che già da un poco lei e Meingast si erano lasciati e scostati l’uno dall’altra. Le parve di toccar terra di colpo con la pianta dei piedi, e un turbine di voluttà sinistra e indescrivibile s’agitò nel suo corpo. Era persuasa che tutto l’incidente aveva un significato speciale, inteso apposta per lei; e per quanto possa apparire strano, quella scena repellente le aveva dato l’impressione di essere una sposa alla quale era stata fatta una serenata, e nel suo capo i propositi che voleva liquidare riddavano selvaggiamente con quelli appena formati.
- Buffo! – esclamò improvvisamente Ulrich nel buio, rompendo per primo il silenzio. – È
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davvero maledettamente strano pensare che a quell’individuo si sarebbe interamente guastata la testa se avesse mai saputo che eravamo qui a osservarlo! – Dal nulla si staccò l’ombra di Meingast e si fermò rivolta verso la voce di Ulrich, esile condensazione dell’oscurità.
- Si dà un’eccessiva importanza alle cose del sesso, – disse il Maestro. – Questi sono in verità i giochi satireschi delle velleità contemporanee.
Non aggiunse altro. Ma Clarisse che alla frase di Ulrich aveva sussultato senza volerlo, sentì che le parole di Meingast, benché così oscure da non indicare una direzione, la portavano avanti.
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15. Il testamento
QUANDO Ulrich tornò a casa, più scontento di prima per la scena a
cui aveva assistito, non volle più
rimandare una risoluzione e si richiamò alla mente con la maggior esattezza possibile “l’incidente”; parola con la quale definiva mitigandolo ciò che era accaduto nelle ultime ore trascorse presso Agathe, pochi giorni dopo il grande colloquio.
Ulrich aveva già fatto tutti i preparativi per prendere un treno a vagoni-letto che transitava tardi nella notte, e i fratelli pranzavano insieme per l’ultima volta; avevano già combinato che
Agathe avrebbe seguito Ulrich a breve distanza
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e la separazione sarebbe durata press’a poco dai cinque ai quindici giorni.
A tavola Agathe disse:
- Prima però c’è ancora una cosa da fare!
- Che cosa? – domandò Ulrich.
- Dobbiamo cambiare il testamento.
Ulrich ricordava di aver guardato la sorella senza stupore: nonostante tutto quello che si erano già detto, egli si aspettava uno scherzo. Ma Agathe guardava il suo piatto e aveva alle radici del naso la ben nota ruga del pensiero. Disse lentamente:
- Di mio non deve restargli fra le dita più di quello che avanza quando si brucia un filo di lana…!
Negli ultimi giorni ci doveva essere stato dentro di lei un gran lavorio. Ulrich voleva dirle che quel lambiccarsi il cervello per danneggiare
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Hagauer gli pareva illecito e che non desiderava discuterne: in quel momento però entrò il vecchio servitore di casa che portava le pietanze, e poterono parlare solo con velati accenni.
- Zia Malwine… – disse Agathe strizzando l’occhio al fratello, – ti ricordi di zia Malwine…? Aveva destinato tutto il suo patrimonio a nostra cugina; era cosa stabilita, tutti lo sapevano! Perciò a questa fu assegnata nel testamento paterno solo la parte legittima, e il resto al fratello, affinché nessuno dei due, amati dal padre con uguale tenerezza, dovesse avere più dell’altro. Te ne ricordi, no? la rendita annuale che Agathe… cioè Alexandra, tua cugina, – si corresse ridendo, – riceveva da quando s’era sposata fu sempre dedotta da questa legittima (era una faccenda complicatissima), per
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lasciare a zia Malwine tutto il tempo di morire…
- Non ti capisco, – aveva brontolato Ulrich.
- Ma è facilissimo da capire! Zia Malwine è morta, ma prima di morire aveva perso tutto quel che possedeva; bisognò anzi soccorrerla. Adesso basta che papà per una ragione qualunque abbia dimenticato di annullare la propria modificazione del testamento, ed ecco che Alexandra non erediterà niente, anche se al suo matrimonio è stata concordata la comunanza dei beni!
- Non lo so, credo che ci sarebbe molto da discutere, – disse Ulrich involontariamente. – E poi debbono esserci state precise assicurazioni da parte del babbo. Non avrà testato in quel modo senza parlarne col genero! Sì, ricordava perfettamente di aver risposto così, non
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potendo tacere davanti al pericolo che la sorella si mettesse in un guaio. Anche il sorriso col quale ella gli aveva risposto era ancora davanti ai suoi occhi.
“È fatto così! – pareva pensare Agathe. Basta presentargli una cosa come se fosse non carne e sangue ma un’astrazione e poi lo si può menare pel naso dove si vuole” E dopo aveva chiesto brevemente:
- C’erano accordi scritti? – e rispose a sé stessa: – Non ne ho mai udito parlare, e dovrei pur saperlo! Ma papà era strano in tutte le cose!
In quel momento il servitore girava col piatto, ed ella approfittò di quella presenza che disarmava Ulrich per aggiungere:
- Le promesse verbali si possono sempre contestare. Ma se il testamento fu di nuovo
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cambiato quando zia Malwine diventò povera, tutto fa pensare che questo secondo ritocco sia andato smarrito!
Ulrich si lasciò di nuovo indurre a un’osservazione, e disse:
- Resta sempre la legittima che è abbastanza considerevole; quella non si può portar via ai figli carnali!
- Ma ti ho già detto che è stata versata già tutta quando papà era ancora in vita! Alexandra si è pur maritata due volte! – Per il momento erano soli, e Agathe soggiunse in fretta:
- Quel punto l’ho studiato bene: basta cambiare poche parole per far credere che la legittima mi sia già stata data prima. E oggi chi vuoi che lo sappia? Quando papà dopo i rovesci della zia ci assegnò di nuovo parti eguali, lo
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fece in un foglio aggiunto che si può distruggere; del resto potrei anche aver rinunciato alla mia parte legittima per lasciarla a te, per una ragione qualunque!
Ulrich la guardò sbalordito, e così perse l’occasione di dare a quelle trovate la risposta di dovere; quando incominciò erano di nuovo in tre, e dovette mascherare le sue parole.
- Davvero, – incominciò titubante, non bisognerebbe neanche pensare una cosa simile!
- E perché mai? – ribatté Agathe.
Tali domande son molto semplici quando stanno lì quiete; ma fan l’effetto di quei serpenti che arrotolati sembrano innocui e poi di colpo diventano mostri terribili. Ulrich ricordò di aver risposto:
- Perfino Nietzsche prescrive agli “spiriti liberi” di rispettare certe regole esteriori per
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amore della libertà interiore! – Lo aveva detto con un sorriso, sentendo però che era vile celarsi dietro le parole d’un altro.
- Quello è un principio sbagliato! – decretò Agathe brevemente. – Secondo quel principio purtroppo mi son sposata!
E Ulrich pensò:
“Sì, è veramente sbagliato” Si direbbe che coloro che a certe domande particolari hanno risposte nuove e rivoluzionarie, con tutto il resto concludano poi un compromesso che permette loro di vivere una conciliazione morale in pantofole; tanto più che questo sistema, che cerca di serbare costanti tutte le condizioni tranne quell’unica che vuol cambiare, corrisponde perfettamente alla feconda economia del pensiero da essi praticata.
Anche a Ulrich questo era sembrato
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austerità piuttosto che incuria, ma quando si svolse quel dialogo fra lui e la sorella, si sentì colpito; non sopportò più l’irresolutezza che aveva prediletto e gli parve che proprio Agathe avesse avuto la missione di portarlo a quel punto. E mentre le poneva davanti tuttavia la regola degli spiriti liberi, ella rise e gli chiese se non s’accorgeva che nel momento in cui cercava di enunciare regole generali un altro uomo parlava per lui.
- E quantunque tu certo lo ammiri a buon diritto, in fondo egli ti è del tutto indifferente! – ella osservò. Guardava il fratello spavalda e con aria di sfida. Egli si sentì di nuovo impacciato a risponderle, tacque aspettando a ogni istante un’interruzione e non poteva risolversi a troncare il discorso. Agathe ne fu incoraggiata.
- Nel nostro breve periodo di convivenza,
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ella continuò, – tu mi hai dato per la mia vita consigli così meravigliosi come non avrei mai osato sognare, ma ogni volta mi chiedevi se erano poi validi! Mi sembra che la verità nelle tue mani sia una forza che maltratta!
Agathe non sapeva donde le venisse il diritto di fargli tali rimproveri; la sua propria vita le pareva così priva di valore, che avrebbe dovuto tacere. Ma attingeva il coraggio in lui stesso, ed era una condizione così stranamente femminile, questa di appoggiarsi a lui mentre lo attaccava, che anch’egli lo sentì.
- Tu non hai la minima comprensione, – disse, – per il desiderio di compendiare il pensiero in grandi masse articolate; le esperienze guerresche dello spirito ti sono estranee; tu ci vedi soltanto delle colonne che marciano in cadenza, l’impersonalità di molti
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piedi che sollevano la verità come una nuvola di polvere!
- Ma non mi hai descritto tu stesso, con una precisione e una chiarezza di cui io non sarei mai stata capace, i due stati in cui tu puoi vivere? – ella rispose.
Una nube di fuoco, dai contorni rapidamente mutevoli, le passò sul volto. Voleva portare il fratello a un punto di dove egli non potesse più tornare indietro. A quell’idea si sentiva bruciare dalla febbre, ma non sapeva ancora se le sarebbe bastato il coraggio, e tirò in lungo la fine del pranzo.
Questo Ulrich lo sapeva, lo indovinava; ma ormai si era riscosso, e la rassicurò. Le stava di fronte, gli occhi assenti, la bocca costretta con la forza a parlare, e aveva l’impressione di non essere in sé, ma di essere rimasto alle proprie
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spalle e di gridarsi dietro quel che diceva.
- Supponi, – egli disse, – che in viaggio mi venga voglia di rubare il portasigarette d’oro a uno sconosciuto; ti chiedo, non è semplicemente impensabile? Dunque non stiamo a discutere se una risoluzione come quella che tu vagheggi si possa giustificare o no con la libertà spirituale. Può anche darsi che sia giusto infliggere un danno a Hagauer. Ma tu immagina che io, nel mio albergo, senza essere né un bisognoso né un ladro di professione, né un minorato psichico con deformazioni della mente o del corpo, senza avere un’isterica per madre o un beone per padre, mi metta tuttavia a rubare: io ti ripeto che un caso simile non si può dare! Non c’è mai stato da che mondo è mondo! Lo si può dichiarare impossibile con assoluta sicurezza
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scientifica!
Agathe rise forte.
- Ma Ulrich! E che vuoi fare, se tuttavia quella cosa assurda succede?
A quella replica, che non aveva previsto, anche Ulrich non poté trattenere il riso; balzò in piedi e spinse vivacemente indietro la seggiola, per non incoraggiare Agathe col suo consenso. Agathe si alzò da tavola.
- Non devi farlo! – egli la pregò.
- Ma Ulrich, – ribatté lei, – non pensi mai in sogno, o non sogni mai qualcosa che accade?
Quella domanda gli ricordò la propria affermazione di qualche giorno prima, che tutte le esigenze della morale indicano una specie di sonnambulismo, il quale sparisce quando esse sono compiute e pronte. Ma Agathe, dopo aver parlato, era andata nello studio del padre, che
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si vedeva illuminato oltre due porte aperte, e Ulrich, che non l’aveva seguita, la scorgeva entro quella cornice. Ella teneva una carta sotto la lampada e la leggeva. “Non ha dunque l’idea di ciò che vuole accollarsi?” egli si chiese. Ma il mazzo di chiavi dei concetti contemporanei, come inferiorità nervosa, fenomeno deficitario, debilità congenita e simili non apriva nulla, e nella bella visione che offriva Agathe mentre compiva il suo reato non si vedeva traccia di avidità né di vendetta né di alcun’altra bruttura. E sebbene, con l’aiuto di quei concetti anche le azioni di un delinquente o di un mentecatto potessero sembrare a Ulrich relativamente addomesticate e civili perché allora i motivi che la vita quotidiana distorce e sposta riappaiono nella profondità, la risolutezza dolce-spietata della sorella, in cui si
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mescolavano purità e delinquenza, in quel momento lo sconcertava interamente. Non poteva accettare il pensiero che quella creatura manifestamente in procinto di commettere una cattiva azione fosse una creatura cattiva, e intanto doveva stare a vedere come Agathe toglieva dalla scrivania una carta dopo l’altra, la scorreva, la metteva da parte e cercava con cura determinate annotazioni. La sua risoluzione sembrava discesa sul piano delle risoluzioni comuni da un altro mondo.
Mentre la osservava, Ulrich si domandava inquieto perché mai aveva persuaso Hagauer a partire tranquillamente. Gli pareva di essersi comportato fin da principio come lo strumento della volontà di sua sorella e sino alla fine, pur contraddicendola, le aveva dato risposte che la confortavano ad andare avanti. La verità
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maltratta l’uomo, ella aveva detto. “Molto giusto, ma lei ignora che cosa sia la verità! rifletté Ulrich. – Con gli anni ciò ti procura un’artrite che t’inchioda, ma in gioventù è una vita di caccia e di regate a vela!”
Era tornato a sedersi. D’improvviso gli parve che Agathe avesse preso da lui non soltanto ciò ch’ella diceva a proposito della verità, ma anche che lui le avesse prescritto ciò ch’ella stava facendo nella camera accanto. Le aveva pur detto che nella condizione più sublime dell’uomo non c’è il bene e il male, ma soltanto la fede e il dubbio; che nella fede non si può fare nulla di basso; che l’intuizione è uno stato più fervido che la verità. E Agathe adesso era sul punto di abbandonare il terreno recinto della morale e di avventurarsi in quell’abisso senza confini dove non v’è altra risoluzione se
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non salire o precipitare. Ella faceva questo come a suo tempo gli aveva tolto di mano le decorazioni paterne per scambiarle, e in quel momento egli l’amò senza curarsi della sua incoscienza, con la strana sensazione che erano i suoi propri pensieri quelli che si erano comunicati da lui a lei e che ora da lei ritornavano a lui, diventati più poveri di ponderatezza, ma balsamicamente odorosi di libertà come una creatura selvaggia. E mentre egli tremava per lo sforzo di dominarsi le propose cautamente:
- Rimanderò la mia partenza di un giorno e andrò a informarmi dal notaio o da un avvocato. Forse è terribilmente facile da scoprire quello che tu vuoi fare!
Ma Agathe ormai sapeva che il notaio di cui suo padre si era servito non era più in vita.
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- Nessuno ne sa più niente, – ella disse, – lascia stare!
Ulrich vide che ella aveva preso un foglio di carta e cercava di imitare la scrittura del babbo.
Attirato, era venuto a mettersi dietro le sue spalle. Ecco lì mucchi di fogli sui quali la mano di suo padre aveva vissuto, e se ne poteva quasi sentire ancora il movimento; eppure Agathe produceva magicamente come in un gioco scenico quasi gli stessi segni. Era uno spettacolo bizzarro. Lo scopo a cui tutto ciò era diretto, una falsificazione, scompariva. E in verità Agathe non se l’era chiesto. Intorno a lei aleggiava una giustizia cinta di fiamme invece che sorretta da argomentazioni logiche. Bontà, onestà e correttezza quali virtù a lei note attraverso il professore Hagauer, le erano
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apparse appena come macchie tolte da un vestito; ma l’ingiustizia che in quel momento l’avvolgeva era invece come il mondo che annega nella luce d’un tramonto. Le sembrava che giustizia e ingiustizia non fossero più concetti generali e un compromesso combinato per milioni di uomini, ma incontri magici del Tu e dell’Io, follie della prima creazione, non ancora paragonabili con nulla e non misurabili con alcun metro.
In fondo ella faceva dono a Ulrich di un delitto col darsi in sua mano, piena di fiducia che egli dovesse capire la sua sconsideratezza, e simile ai bambini che quando vogliono fare un regalo e non hanno niente escogitano le cose più impensate. E Ulrich ne indovinava la maggior parte. Seguire i movimenti di lei gli dava un piacere mai gustato perché c’era una
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specie di assurdità fiabesca in quel cedere interamente e senza cautela a ciò che faceva un’altra persona. Anche quando gli balenò il ricordo che in pari tempo si faceva del male a un terzo, durò appena un attimo come una mannaia che cade, ed egli si acquetò rapidamente ragionando che in fondo l’azione di sua sorella non riguardava nessuno; non era stabilito che quei tentativi dovessero servire a qualcosa e ciò che faceva Agathe fra le sue quattro pareti rimaneva affar suo finché l’effetto non si espandeva fuori di casa.
In quel momento ella chiamò il fratello, si volse e fu stupita di vederselo alle spalle. Si destò. Aveva scritto tutto quel che voleva scrivere, e lo annerì risoluta alla fiamma di una candela per dargli l’aspetto di un vecchio documento. Tese a Ulrich la mano libera, egli
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non la prese ma non riuscì neppure ad aggrottare il viso in rughe severe. Allora Agathe disse:
- Senti! Quando una cosa è una contraddizione e tu l’ami in tutti e due i suoi aspetti, l’ami per davvero! non l’abolisci già per questo fatto stesso, che tu lo voglia oppure no?
- La domanda è posta con troppa leggerezza, – brontolò Ulrich. Ma Agathe sapeva com’egli avrebbe giudicato nel suo “secondo pensiero” Prese un foglio pulito e vi scrisse sopra baldanzosa, nella scrittura antiquata che sapeva così bene imitare; “La mia cattiva figlia Agathe non mi dà alcun motivo di mutare queste mie disposizioni già prese una volta per sempre a favore del mio buon figlio Ulrich!” Ma non le bastò, e su un secondo foglio scrisse: “Mia figlia Agathe dovrà essere educata ancora
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per un po’ dal mio buon figlio Ulrich”
Così dunque era stato, ma dopo che Ulrich ebbe rievocato ogni particolare, alla fine non sapeva meglio di prima quello che si sarebbe dovuto fare.
Non avrebbe dovuto partire senza rimettere le cose a posto; questo era fuori di dubbio! E certo il pregiudizio moderno che non si debba prender nulla troppo sul serio gli aveva giocato un tiro suggerendogli di sgomberare per intanto il terreno e di non aumentare con una resistenza di uomo sentimentale l’importanza della questione controversa. Il diavolo non è mai brutto come lo si dipinge; dalle più violente esagerazioni, se lasciate a se stesse, nasce col tempo una nuova mediocrità; non si potrebbe salire su un treno e per la strada bisognerebbe sempre tener pronta una pistola senza sicura
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se non si potesse fidare nella legge della media che rende automaticamente improbabili le possibilità oltrepassate: a questo empirismo europeo aveva ubbidito Ulrich partendo per Vienna nonostante i suoi scrupoli. In fondo era persino contento che Agathe si fosse mostrata sotto un nuovo aspetto.
Tuttavia la conclusione di quell’incidente non poteva essere che quella legittima; Ulrich doveva al più presto ricuperare il tempo perduto. Bisognava mandare senza indugio alla sorella un espresso o un telegramma, ed egli si raffigurò che dentro avrebbe dovuto scrivere, suppergiù: “Rifiuto ogni corresponsabilità nel caso che tu…!” Ma non aveva nessuna intenzione di farlo, anzi per il momento gli sarebbe stato assolutamente impossibile.
D’altronde quella scena infausta era stata
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preceduta dalla risoluzione di vivere o almeno di abitare insieme di lì a poche settimane, e nel poco tempo che li separava dall’addio avevano dovuto parlare specialmente di questo. Prima di tutto s’erano messi d’accordo “per la durata della separazione” affinché Agathe non restasse senza appoggio e senza consiglio. Ma ora, ripensandoci, Ulrich ricordò anche un’affermazione precedente della sorella di voler “ammazzare Hagauer” e certo quel “progetto” era maturato in lei prendendo una forma nuova. Ella aveva molto insistito perché i beni stabili della famiglia fossero venduti subito, e probabilmente nell’intento che la proprietà si volatilizzasse, sebbene la cosa apparisse consigliabile anche per altre ragioni; ad ogni modo i fratelli avevano incaricato della vendita un’agenzia immobiliare e fissato le
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condizioni.
Sicché Ulrich adesso dovette anche ponderare che cosa sarebbe stato di Agathe dopo che lui fosse ritornato alla sua vita indolente e provvisoria, da lui stesso disapprovata. La condizione in cui ella si trovava non poteva durare a lungo. Anche se in quel breve tempo si erano avvicinati in maniera così sorprendente – in apparenza l’incontro di due destini, pensò Ulrich, benché prodotto probabilmente da ogni sorta di sconnessi particolari; mentre Agathe forse ne aveva un concetto avventuroso – tuttavia sapevano pochissimo l’uno dell’altro sotto il rispetto delle varie relazioni superficiali da cui dipende una vita in comune. Se pensava obiettivamente alla sorella, Ulrich trovava anzi molti problemi non risolti e anche del suo passato non sapeva
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formarsi un giudizio esatto; il maggior lume gli veniva ancora dalla supposizione che ella trattasse con molta negligenza tutto ciò che succedeva a lei o per lei, e vivesse molto incertamente e forse fantasiosamente fra speranze che correvano allato della sua vita reale, giacché tale spiegazione era anche suggerita dal fatto che ella era vissuta tanto tempo con Hagauer e poi aveva rotto così in fretta. E rientrava nel quadro anche la spensieratezza con la quale ella considerava il suo avvenire: era andata via da casa, per ora ciò le bastava, ed evitava di chiedersi e di sentirsi chiedere che cosa sarebbe accaduto dopo.
Nemmeno Ulrich riusciva a immaginare che lei sarebbe ormai rimasta senza marito, ad aspettare non si sa che come una ragazzina,
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ma neppure poteva raffigurarsi l’uomo adatto per Agathe, e glielo aveva anche detto poco prima del commiato.
Lei però con sgomento – e forse con uno sgomento volutamente un po’ pazzerello – lo aveva guardato in faccia e gli aveva chiesto:
- Non potrei per i primi tempi vivere semplicemente con te senza stabilire tutto fin d’ora?
Così, senza maggior determinatezza, era stata confermata la risoluzione di far casa comune. Ma Ulrich capiva che con quell’esperimento doveva concludersi l’esperimento della sua “vita in vacanza” Non voleva domandarsi quali ne sarebbero state le conseguenze, ma non vedeva di malocchio che la sua vita fosse sottoposta d’ora innanzi a certe limitazioni, e per la prima volta pensò di
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nuovo al circolo e in particolare alle donne dell’Azione Parallela. L’idea, collegata al nuovo cambiamento, di ritirarsi da tutto gli parve meravigliosa. Così come in una sala basta sovente mutare qualche piccolo particolare perché uno sgradevole rimbombo diventi una magnifica risonanza, nella sua fantasia la sua piccola casa diventò una conchiglia ove si udiva come un fiume lontano il mormorio della città.
E poi anche nell’ultima parte di quel dialogo c’era ancora stato un piccolo dialogo particolare.
- Vivremo come eremiti, – aveva detto Agathe con un gaio sorriso, – ma nelle questioni d’amore s’intende che ciascuno rimane libero. Tu almeno non avrai inciampi! – ella assicurò.
- Lo sai, – aveva risposto Ulrich, che noi entriamo nel Regno Millenario?
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- Che cos’è?
- Abbiamo già tanto parlato di quell’amore che non scorre come un ruscello verso la meta, ma, come il mare, è una condizione! E ora sii sincera: quando a scuola ti raccontavano che gli angeli in paradiso non fanno nient’altro che stare al cospetto del Signore e cantar le sue lodi, riuscivi a immaginarti quel beato far nulla e pensar nulla?
- Me lo son sempre immaginato un po’ noioso, ma certo la colpa è della mia imperfezione, – era stata la risposta di Agathe.
- Ma dopo tutto quello su cui ci siamo intesi, adesso quel mare devi immaginartelo come una solitudine e una immobilità piena di continui eventi di puro cristallo. Le età antiche hanno cercato di raffigurare una simile vita anche sulla terra: questo è il Regno Millenario,
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fatto a nostra immagine e tuttavia diverso da tutti i Regni che conosciamo! E così noi vivremo! Ci spoglieremo di ogni egoismo, non faremo collezione né di beni né di cognizioni né di amanti né di principî né di noi stessi: così il nostro intelletto si scioglierà, si schiuderà verso gli uomini e le bestie e si aprirà in modo che noi non potremo più essere noi, e ci terremo in piedi intrecciati a tutto il mondo!
Quel piccolo dialogo nel dialogo grande era stato uno scherzo. Ulrich aveva lì carta e matita, faceva annotazioni e intanto parlava con la sorella di ciò che l’aspettava se si fosse venduta la casa e il mobilio. Era ancora irritato e non sapeva bene se la sua era una bestemmia o una fantasticheria. E così non avevano più avuto tempo di mettere in chiaro la faccenda del testamento.
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Anche ora quella varia maturazione del loro progetto era il motivo per cui Ulrich non perveniva in alcun modo a un rimorso attivo. Nel colpo di mano escogitato da sua sorella non tutto gli dispiaceva, sebbene il vinto fosse lui; doveva ammettere che in tal modo l’uomo che vive “secondo la regola degli spiriti liberi” al quale egli aveva concesso dentro di sé troppi comodi, veniva a trovarsi da un momento all’altro in pericolosa contraddizione con l’indeterminato dal quale la vera serietà prende le mosse. Non voleva poi eludere il fatto rimediandovi in fretta e nel solito modo: ma allora non c’era più regola e bisognava lasciar maturare l’evento.
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16. Incontro con il diplomatico marito di Diotima
IL mattino non trovò Ulrich più sereno della vigilia; e nel pomeriggio avanzato
- per alleviare la gravità che
l’opprimeva – egli si risolse a visitare la cugina
“occupata a liberare l’anima dall’incivilimento” Con sorpresa, prima ancora che Rachel
ritornasse dalla stanza di Diotima, egli vide il capodivisione Tuzzi venirgli incontro per riceverlo.
- Mia moglie oggi non si sente bene, – spiegò l’addestrato marito con quella distratta
tenerezza nella voce che l’uso mensile ha già
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ridotta a una formula in cui il segreto domestico è lì scoperto. – Non so se la potrà ricevere – Era vestito per uscire, ma si dispose volonterosamente a tener compagnia a Ulrich.
Questi approfittò dell’occasione per chieder notizie di Arnheim.
- Arnheim è stato in Inghilterra e ora si trova a Pietroburgo, – raccontò Tuzzi. A quella notizia insignificante e naturalissima Ulrich, sotto l’impressione delle proprie opprimenti vicende, sentì il mondo, la pienezza e il movimento affluirgli incontro.
- Ottima cosa, – opinò il diplomatico. – È bene ch’egli viaggi in lungo e in largo. Potrà fare le sue osservazioni e raccogliere molti elementi utili.
- Dunque lei continua a credere che lo Zar gli abbia affidato una missione pacifista? -
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chiese Ulrich divertito.
- Lo credo più che mai, – affermò modestamente il funzionario responsabile per la politica austro-ungarica. Ma Ulrich si chiese se Tuzzi era davvero così ingenuo o si fingeva tale per prenderlo in giro; un po’ stizzito lasciò stare Arnheim e domandò:
- È vero che adesso la parola d’ordine è: “agire”?
Come sempre Tuzzi pareva godersela a recitar la parte dell’astuto e del neutrale nei rispetti dell’Azione Parallela; alzò le spalle e sorrise:
- Non voglio prevenire mia moglie, racconterà tutto lei se potrà riceverla! – Ma un momento dopo i baffetti che gli ornavano il labbro superiore cominciarono a tremare e i grandi occhi scuri nel viso color cuoio
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s’accesero di un dubbio doloroso. – Anche lei è un dottore della legge, – egli disse titubante; saprebbe forse spiegarmi che cosa vuol dire “un uomo che ha anima”?
Sembrava che Tuzzi volesse davvero discutere tale argomento, e la sua perplessità dava realmente l’impressione ch’egli soffrisse.
Poiché Ulrich non rispondeva, egli continuò:
- Quando si dice “un’anima buona” s’intende una persona onesta, sincera, che fa il suo dovere; uno dei miei capiufficio è proprio così: ma infine si tratta di una qualità da inferiori! Oppure l’anima è una qualità delle donne: all’incirca come dire che piangono e arrossiscono più facilmente degli uomini…
- Sua moglie ha anima, – lo corresse Ulrich in tono così serio come se affermasse che ella
aveva capelli neri.
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Un leggero pallore passò sulla faccia di
Tuzzi.
- Mia moglie è uno spirito eletto, – disse lentamente, ella passa giustamente per una donna d’ingegno. Qualche volta io la tormento e le rimprovero di essere un’intellettuale. Allora va in collera. Ma questa non è anima… Meditò un poco. – Lei non è mai andato da un’indovina? Sanno leggere l’avvenire nella mano o in una ciocca di capelli, qualche volta in maniera stupefacente; è un dono o un trucco, non so. Ma può lei immaginare qualcosa di sensato quando un tale viene a raccontarle, per esempio, che i segni annunciano l’avvento di un’era nuova in cui le nostre anime si vedranno quasi senza la mediazione dei sensi? Aggiungo subito, – integrò in fretta, – che questo non va inteso
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soltanto letteralmente; oggi, che siamo già nella fase di risveglio dell’anima, se lei non è buono, lo si riconosce molto più chiaramente che nei secoli passati! Lei ci crede?
Con Tuzzi non si sapeva mai se il pungiglione era rivolto contro se stesso o contro l’interlocutore, e Ulrich a ogni buon conto rispose:
- Al posto suo mi rimetterei alla prova sperimentale!
- Non scherzi, mio caro; è sleale quando ci si trova al sicuro, – si lamentò Tuzzi. – Ma mia moglie pretende che io capisca sino in fondo simili massime, anche se poi non dovessi approvarle, e io sono obbligato a capitolare senza potermi difendere. Così in questo brutto frangente mi son ricordato che anche lei è un interprete delle Scritture…
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- Le due affermazioni sono di Maeterlinck, se non erro, – suggerì Ulrich.
- Ah sì? Di…? già, può essere. È quel…? Benissimo; forse è quello stesso che dice che la verità non esiste? Tranne che per chi ama, egli dice. Se amo una creatura, devo immediatamente partecipare a una Verità misteriosa più profonda che quella d’ogni giorno. Invece se noi affermiamo qualcosa sulla base di una precisa osservazione e conoscenza dell’uomo, naturalmente sarà senza valore. Anche questo pare che l’abbia detto quel Mae… quel tale?
- Davvero non saprei. Può darsi. Mi pare probabile.
- Io m’ero fitto in capo che l’avesse detto
Arnheim.
- Arnheim ha preso molto da lui, e lui molto
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da altri; sono entrambi eclettici di notevole ingegno.
- Davvero? Son cose vecchie, dunque? Allora mi spieghi, per l’amor di Dio, come si possono stampare oggi simili cose? – implorò Tuzzi. – Quando mia moglie mi dice: “L’intelligenza non dimostra nulla, i pensieri non giungono fino all’anima!” oppure: “Al di sopra dell’esattezza c’è un regno della saggezza e dell’amore, che le parole meditate possono soltanto profanare!”: io capisco come ciò accada; lei è una donna e in tal modo si difende contro la logica maschile! Ma un uomo come può fare simili affermazioni? – Tuzzi venne più vicino e posò una mano sul ginocchio di Ulrich:
- La verità nuota come un pesce in un principio invisibile: appena la si tira fuori, ecco ch’è morta: lei che ne dice? Questo non si ricollega
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alla differenza fra erotismo e sessualità?
Ulrich sorrise:
- Vuole davvero che glielo dica?
- Ardo dall’impazienza!
- Non so come incominciare.
- Lo vede! Fra uomini certe cose non si riesce a dirle. Se lei però avesse un’anima, adesso considererebbe e ammirerebbe semplicemente l’anima mia. Noi giungeremmo a un’altezza dove non vi sono né pensieri, né parole, né azioni, bensì forze misteriose e un silenzio sconvolgente. A un’anima è permesso fumare? – egli domandò, e si accese una sigaretta; solo allora si ricordò dei suoi doveri di padrone di casa e tese il portasigarette anche a Ulrich. In fondo era orgoglioso di aver letto i libri di Arnheim, e proprio perché gli erano odiosi lo lusingava come una scoperta
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personale aver intravveduto la possibile utilità di quelle espressioni fluenti per le intenzioni insondabili della diplomazia. In realtà nessun altro avrebbe voluto compiere invano un lavoro così difficile, e al suo posto ciascuno avrebbe ceduto al desiderio di addurre a mo di prova questa o quella citazione o di rivestire con uno di quei nuovi pensieri irritantemente ambigui qualcosa che ad ogni modo non si può esprimere chiaramente.
Ciò vien fatto con riluttanza, perché la nuova veste sembra ancora ridicola, ma l’assuefazione è rapida, e così lo spirito del tempo muta impercettibilmente nelle sue forme d’applicazione, e in particolare Arnheim avrebbe potuto essersi conquistato un nuovo ammiratore. Perfino Tuzzi era già disposto ad ammettere che raggrupparsi nella necessità di
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fondere anima e buon governo, nonostante tutte le opposizioni di principio, poteva già rappresentare qualcosa di simile a una psicologia dell’economia, e chi incrollabilmente lo proteggeva contro Arnheim era in fondo soltanto Diotima. Perché allora fra lei e Arnheim s’era già iniziato – ignoto a tutti – un raffreddamento che inficiava tutte le dissertazioni di Arnheim sull’anima col sospetto che si trattasse soltanto di pretesti; e di conseguenza Tuzzi con maggior irritazione che mai si vedeva buttare in faccia quelle sentenze. Era perdonabile che date le circostanze egli ritenesse in fase crescente il rapporto di sua moglie col forestiero; che non era un amore contro il quale un marito potesse prendere provvedimenti, bensì una “condizione amorosa” e un “pensiero amoroso” e così al di
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sopra di ogni basso sospetto che Diotima stessa parlava apertamente dei pensieri che esso le ispirava, anzi negli ultimi tempi pretendeva perfino, con scarso riguardo, che Tuzzi vi partecipasse spiritualmente.
Si sentiva sommamente incompreso e vulnerabile, circondato da quella “condizione” che lo accecava come una luce solare dardeggiante da ogni parte senza una sede fissa che consenta di trovare ombra e rifugio.
E ascoltava Ulrich che gli diceva:
- Vorrei suggerirle di riflettere a quanto segue. In noi s’alterna di solito un afflusso e deflusso della vita vissuta. Le commozioni che si formano in noi sono suscitate dall’esterno e tornano a uscire sotto forma di azioni o parole. Se lo può immaginare come un gioco meccanico. E poi supponga un guasto: non
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crede che vi sarà un ristagno? Un’uscita dagli argini? In certe condizioni potrebbe anche essere soltanto un gonfiore…
- Lei almeno parla ragionevolmente, anche se sono assurdità, – commentò Tuzzi in tono elogiativo. Non aveva capito subito che lì stava davvero sbocciando una spiegazione, ma serbò il proprio contegno dignitoso e mentre di dentro si perdeva nell’angoscia, sulle sue labbra il piccolo sorriso maligno era rimasto lì così fiero che egli ben poteva tornare a rintanarsi nella sua perplessità.
- Se ben ricordo, a detta dei fisiologi, – continuò Ulrich, – ciò che noi chiamiamo azione cosciente consegue dal fatto che lo stimolo, per così dire, non affluisce e defluisce semplicemente attraverso un arco riflesso, bensì è costretto a fare un giro; e allora il
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mondo che noi sperimentiamo e il mondo in cui agiamo, sebbene ci sembrino la stessa identica cosa, somigliano in realtà alle acque di afflusso e di deflusso in una roggia di mulino, collegate da una sorta di “stagno della coscienza” dalla cui altezza e vigore dipende la regolamentazione appunto del flusso e del deflusso. O in altre parole: se a uno dei due capi si verifica un guasto, un disgusto del mondo o una ripugnanza all’azione, non si potrebbe ragionevolmente supporre che in tal modo si formi anche una seconda coscienza, superiore, più alta? O lei crede di no?
- Io? – esclamò Tuzzi. – Be, devo dirle che mi par proprio indifferente. I signori professori si risolvano pure il problema fra di loro, se lo credono importante. Ma sotto l’aspetto pratico… – egli schiacciò pensosamente la
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sigaretta nel portacenere e poi alzò gli occhi irritato, – sono gli uomini con due ingorghi o quelli con uno solo che definiscono il mondo?
- Credevo che lei desiderasse sapere da me come mi figuro la genesi di simili pensieri.
- Se per caso lei me l’ha detto, confesso che purtroppo non l’ho capito, – rispose Tuzzi.
- Ma è semplicissimo: lei non possiede il secondo ingorgo, dunque non possiede il principio della saggezza e non capisce una parola di quel che dicono gli uomini che posseggono un’anima. E allora non mi resta che congratularmi con lei!
A poco a poco Ulrich s’era reso conto che in forma oltraggiosa e in strana compagnia egli esprimeva pensieri che potevano essere abbastanza adatti a spiegare i sentimenti dai quali il suo cuore era agitato. La supposizione,
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che un’accresciuta ricettività possa produrre uno straripamento e un riflusso delle esperienze vissute, il quale immenso e morbido come uno specchio d’acqua lega i sensi a tutte le cose, risvegliò in lui il ricordo dei lunghi colloqui con Agathe e involontariamente la sua faccia prese un’espressione mezzo irrigidita, mezzo trasognata. Tuzzi lo osservava sotto le ciglia pigramente alzate e dal tipo del sarcasmo di Ulrich dedusse che lui stesso non era l’unico dei due di cui gli “ingorghi” non corrispondevano ai desideri.
Nessuno dei due aveva notato quanto a lungo Rachel fosse rimasta assente: la ragazza era stata trattenuta da Diotima perché l’aiutasse a mettere rapidamente in ordine se stessa e la camera da letto: un ordine da malata, sciolto e tuttavia abbastanza corretto
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da poter ricevere Ulrich. E ora la ragazza recò l’ambasciata, che il visitatore non se ne andasse ma avesse ancora un po’ di pazienza, poi se ne tornò lesta dalla sua signora.
- Tutte le frasi che lei mi ha citato sono naturalmente delle allegorie, – riprese Ulrich dopo quell’interruzione, per sdebitarsi verso il padrone di casa della cortesia che gli usava facendogli compagnia. – Una specie di linguaggio delle farfalle! E la gente come Arnheim mi fa l’impressione di trincare quel nettare quasi etereo a crepapancia. Cioè, soggiunse in fretta, ricordandosi in tempo che non poteva offendere anche Diotima, – è proprio lui, Arnheim, che mi fa quest’impressione, come pure quella ch’egli porti la sua anima nella tasca interna della giacca come un
portafogli!
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Tuzzi tornò a posare i guanti e la borsa che aveva raccolto all’ingresso di Rachel e rispose vivacemente:
- Sa che cos’è? Intendo ciò che lei mi ha spiegato in un modo così interessante. Secondo me non è altro che lo spirito del pacifismo – Fece una pausa per lasciare che l’asserzione producesse il suo effetto. – Il pacifismo nelle mani dei dilettanti racchiude senza dubbio un grave pericolo, – aggiunse con enfasi.
Ulrich stava per ridere, ma Tuzzi era mortalmente serio e aveva messo insieme due cose che in verità erano lontanamente affini, per quanto potesse anche apparir ridicolo porre il legame tra amore e pacifismo nel fatto che entrambi in un uomo come lui facevan l’effetto di intemperanze dilettantesche. Così Ulrich, non sapendo che cosa rispondere, approfittò
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soltanto dell’occasione per ritornare all’Azione Parallela, osservando che in essa era stata per l’appunto lanciata la parola d’ordine del passaggio all’azione.
- Quella è un’idea di Leinsdorf, – commentò Tuzzi in tono sprezzante. – Ricorda l’ultima riunione tenuta qui da noi, poco prima che lei partisse? Leinsdorf disse allora: “Bisogna fare qualcosa” Ed è tutto qui, è questo che adesso si chiama parola d’ordine del passaggio all’azione! E naturalmente Arnheim cerca di sostituirvi il suo pacifismo russo. Ricorda che io fin d’allora espressi le mie riserve? Ho paura che dovranno ancor ripensare alle mie parole! In nessun paese la politica estera è complicata come da noi, e già allora io dissi: chi oggi ha la presunzione di poter realizzare idee politiche fondamentali, deve aver le caratteristiche del
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bancarottiere e del delinquente!
Questa volta Tuzzi era proprio uscito dal suo riserbo, forse perché Ulrich poteva esser chiamato presso sua moglie da un momento all’altro, oppure perché in quella conversazione non voleva fare lui solo la parte di chi ascolta.
- L’Azione Parallela ha destato sospetti nel mondo internazionale, egli informò, – e l’impressione suscitata all’interno che si tratti di un movimento ostile tanto ai tedeschi quanto agli slavi, ha le sue ripercussioni anche all’estero. Ma perché lei possa intendere pienamente la differenza fra il pacifismo dei dilettanti e quello degli specialisti, le dirò questo: l’Austria potrebbe impedire ogni guerra per almeno trent’anni se partecipasse all’Entente cordiale! E in occasione del Giubileo potrebbe farlo naturalmente con un gesto
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bellissimo in favore della pace, e in pari tempo assicurare la Germania del proprio amore fraterno, affinché la segua oppure no. La maggioranza delle nostre popolazioni ne sarebbe entusiasta. Coi crediti francesi e inglesi potremmo rafforzare il nostro esercito tanto che la Germania non ci faccia più paura. L’Italia ce la toglieremmo dai piedi. La Francia senza di noi non potrebbe far niente: in una parola, noi saremmo la chiave per la pace o la guerra e guideremmo noi i grandi affari politici. Con ciò non le rivelo nessun segreto: è un semplice calcolo diplomatico che qualunque addetto d’ambasciata potrebbe fare. Perché non si può metterlo in atto? Sono gli imponderabili della Corte: a Corte C.M. è così impopolare che si troverebbe indecoroso cedergli; oggidì le monarchie si trovano in vantaggio perché
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devono fare i conti con il decoro! Ci sono poi gl’imponderabili del cosiddetto spirito pubblico: ed eccoci all’Azione Parallela. Perché non cerca essa di educarlo questo spirito pubblico? Perché non gli mette innanzi concetti obiettivi? Vede… ma qui le considerazioni di Tuzzi persero alquanto della loro credibilità e facevano piuttosto l’impressione di un malcelato disagio, – quell’Arnheim mi diverte proprio con quel suo scritto! Non l’ha inventato lui, e ieri sera, poiché tardavo ad addormentarmi, ho avuto tempo di rifletterci su. Ci sono sempre stati uomini politici che scrivevano romanzi o opere teatrali, per esempio Clemenceau o addirittura Disraeli; Bismarck non fece mai nulla di simile, ma Bismarck era un distruttore. E ora guardi un po’ questi avvocati francesi che oggi stanno al
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timone: invidiabili! Profittatori della politica, ma consigliati da un’eccellente diplomazia professionale che dà loro le direttive, tutti quanti prima o poi hanno scritto con la massima disinvoltura commedie o romanzi, almeno in gioventù, e pubblicano libri ancor oggi. Lei crede che questi libri valgano qualcosa? Io credo di no. Ma le giuro che ieri sera ho pensato: alla nostra diplomazia manca qualcosa, perché essa non produce libri, e le dirò perché: primo, un diplomatico, come uno sportivo, deve sudare il proprio sudore; secondo, è una garanzia di sicurezza. Lei sa che cos’è l’equilibrio europeo…?
Furono interrotti da Rachel, venuta ad annunziare che Diotima aspettava Ulrich. Tuzzi si fece dare cappello e soprabito.
- Se lei fosse un patriota… – disse mentre
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infilava le maniche aiutato da Rachel.
- Che cosa farei? – domandò Ulrich guardando i neri occhi stellati della piccola cameriera.
- Se lei fosse un patriota attirerebbe l’attenzione di mia moglie o del conte Leinsdorf su queste difficoltà. Io, come marito, non posso, sarei giudicato d’animo gretto.
- Ma qui nessuno mi prende sul serio, – rispose Ulrich tranquillo.
- Oh, non lo dica! – esclamò Tuzzi con vivacità. – Non la prendono sul serio nella maniera che prendono sul serio gli altri, ma da un pezzo hanno tutti una gran paura di lei: temono che dia al conte Leinsdorf qualche consiglio pazzesco. Lei sa che cos’è l’equilibrio europeo? – ripeté il diplomatico con insistenza.
- All’incirca, credo di sì, dichiarò Ulrich.
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- In tal caso, son io che mi congratulo con lei! – ribatté Tuzzi stizzito e depresso. – Noi diplomatici di professione non lo sappiamo. È ciò che non bisogna turbare, affinché non si prendano tutti per i capelli. Ma che cos’è che non bisogna turbare, nessuno lo sa di preciso. Pensi un momento a tutto quel che negli ultimi anni è successo e succede intorno a lei: guerra italo-turca, Poincaré a Mosca, questione di Bagdad, intervento armato in Libia, tensione fra l’Austria e la Serbia, problema adriatico… È equilibrio questo? Il nostro indimenticabile barone Ahrenthal… ma non voglio trattenerla più a lungo!
- Peccato, – disse Ulrich. – Se l’equilibrio europeo va considerato così, allora in esso si esprime nel modo migliore lo spirito europeo!
- Già, questo è l’interessante, replicò Tuzzi
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dalla soglia, sorridendo rassegnato. – E in tal senso il contributo spirituale della nostra Azione non è trascurabile!
- Perché lei non lo impedisce? Tuzzi alzò le spalle.
- Da noi, quando un uomo nella posizione di Sua Signoria vuole qualcosa, non ci si può opporre. Si può soltanto tenere gli occhi bene aperti!
- Come va, Rachel? – chiese Ulrich, appena scomparso Tuzzi, alla piccola sentinella bianca e nera che lo conduceva da Diotima.
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17. Diotima ha cambiato lettura
CARO amico, – disse Diotima quando Ulrich entrò, – non volevo
lasciarla andar via senza averle parlato, ma devo riceverla così! – Portava una veste da camera in cui la maestà delle sue forme, per una positura momentanea, poteva sembrare gravidanza, il che dava al corpo superbo, che non aveva mai partorito, qualcosa della talora amabile impudicizia della maternità; accanto a lei sul sofà c’era una stola di pelliccia, con la quale evidentemente si era riscaldata, e intorno alla fronte aveva una compressa contro il mal
di capo; lasciata lì perché le stava come
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un’infula greca.
Sebbene fosse tardi, la luce non era accesa, e l’odore di medicamenti e palliativi contro un male ignoto era nell’aria mescolato a un profumo forte, buttato su tutti i singoli odori come una coperta.
Ulrich si curvò profondamente, nel baciare la mano di Diotima, come per fiutare al profumo del braccio i cambiamenti avvenuti in sua assenza. Ma la pelle mandava soltanto il buon odore fresco e pulito di tutti i giorni.
- Oh caro amico, – ripeté Diotima, – son contenta che sia ritornato… Ahi! – gemé all’improvviso, sorridendo, – ho una nausea terribile!
Questa comunicazione, che fatta da una persona semplice e naturale è semplice e naturale come una notizia meteorologica, in
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bocca a Diotima acquistava tutta l’intensità di un tracollo e di una confessione.
- Cugina! – esclamò Ulrich e si piegò sorridendo per guardarla in viso. I delicati accenni di Tuzzi al malessere di sua moglie in quel momento si confusero con il sospetto che Diotima fosse incinta e la crisi risolutiva ormai imminente.
Ella indovinò a mezzo e abbozzò stancamente un gesto elusivo. In verità aveva soltanto forti dolori mestruali, il che però non le era mai accaduto prima e pareva oscuramente connesso con le sue oscillazioni fra Arnheim e il marito, che da qualche mese erano accompagnate da tali disturbi. Quando seppe del ritorno di Ulrich ne fu tutta consolata e salutò in lui il confidente delle sue lotte; perciò lo aveva ricevuto. Più distesa che seduta,
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travagliata dagli spasimi, ella era lì davanti a lui come un campo aperto senza siepi né tabelle di divieti, cosa che le accadeva abbastanza di rado. Fingere una dispepsia nervosa le era parso un pretesto plausibile e anche un segno di sensitività innata; altrimenti non si sarebbe fatta vedere.
- Prenda qualche calmante, -suggerì Ulrich.
- Ah, – sospirò Diotima, – sono le continue agitazioni. I miei nervi non reggeranno più a lungo!
Seguì un breve silenzio, perché Ulrich adesso avrebbe dovuto chieder notizie di Arnheim, ma era curioso di apprendere qualcosa di ciò che riguardava lui stesso e non seppe trovare subito un bandolo. Alla fine domandò:
- La liberazione dell’anima dai vincoli della
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civiltà procede molto a rilento? – e soggiunse: Purtroppo devo vantarmi di averle già predetto da un pezzo che i suoi sforzi per aiutare lo spirito a farsi strada nel mondo falliranno miseramente!
Diotima ricordava di aver piantato in asso i suoi ospiti e di esser rimasta a lungo con Ulrich seduta sulla cassapanca in anticamera: quel giorno era avvilita quasi come oggi, eppure di mezzo c’erano state innumerevoli alternative di speranza e di scoraggiamento.
- Com’era splendido, amico mio, – ella disse, quando credevamo ancora nella grande Idea! Oggi posso ben dire che il mondo ci ascolta, ma quanto sono delusa io stessa!
- In fondo, perché? – chiese Ulrich.
- Non lo so. Probabilmente è colpa mia.
Ella stava per parlare di Arnheim, ma
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Ulrich volle sapere come avevano preso la dimostrazione; il suo ultimo ricordo era che non aveva trovato Diotima quando il conte Leinsdorf l’aveva mandato da lei per prepararla a un intervento risoluto e nello stesso tempo per rassicurarla.
Diotima fece un gesto sprezzante.
- La polizia arrestò alcuni giovanotti e poi li rilasciò; Leinsdorf era molto arrabbiato, ma che altro si poteva fare? Adesso s’è attaccato più che mai a Wisnietzky e dice che bisogna fare qualcosa; ma Wisnietzky non può scatenare una propaganda se non si sa per che cosa!
- Ho sentito dire infatti che la parola d’ordine è l’azione, – osservò Ulrich. Il nome del barone Wisnietzky, il suo ministero era stato rovesciato dall’opposizione dei partiti tedeschi e ciò doveva destare gravi sospetti in seno al
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Comitato che cercava appoggi per la grande idea ignota dell’Azione Parallela, gli richiamò vivamente alla memoria l’attività politica di Sua Signoria, della quale era quello il risultato. I ragionamenti spregiudicati del conte Leinsdorf
- forse rafforzati dal previsto fallimento di tutti gli sforzi per scuotere lo spirito del paese e quello dell’Europa intera mediante la collaborazione dei suoi uomini più eminenti – parevano aver condotto soltanto alla persuasione che la cosa migliore era dare un colpo a quello spirito, da qualunque parte il colpo fosse menato. Forse Sua Signoria aveva anche tenuto conto del fatto sperimentato che qualche volta ai pazzi furiosi fa bene esser scrollati e sgridati senza pietà; ma quella frettolosa supposizione a cui Ulrich era giunto prima che Diotima potesse replicare fu ora
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interrotta dalla risposta di lei. Anche questa volta la sofferente si servì dell’appellativo “caro amico”
- Caro amico, – ella disse, – c’è qualcosa di vero. Il nostro secolo è assetato d’azione! Un’azione ci vuole…
- Ma quale azione? Quale specie d’azione? – interruppe Ulrich.
- È indifferente! Nell’azione si è pessimisti verso le parole: non neghiamo che in passato si sono sempre fatti soltanto dei discorsi; noi siamo vissuti per parole e ideali grandi ed eterni, per un arricchimento dell’umano, per la nostra più intima individualità, per una sempre maggiore pienezza di vita. Noi aspiravamo a una sintesi, vivevamo per molti godimenti della bellezza e nuovi valori della felicità, e io non voglio negare che la ricerca della verità è un
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gioco di bambini rispetto alla difficoltà terribile di diventare noi stessi una verità. Ma era una stravaganza, giacché l’anima oggi ha un ben scarso contenuto di realtà, e noi siamo vissuti in una sognante nostalgia, diciamo pure, per niente! – Diotima si era energicamente sollevata su un gomito. – È un segno di sanità morale, oggi, rinunziare a cercare l’accesso ostruito dell’anima, e sforzarsi piuttosto di prender la vita com’è! ella concluse.
Adesso Ulrich oltre quella ipotetica di Leinsdorf possedeva anche un’altra interpretazione accreditata della parola d’ordine. Diotima, a quanto pareva, aveva cambiato il genere delle sue letture; egli ricordò che entrando l’aveva vista circondata da molti libri, ma s’era fatto già troppo buio per decifrarne i titoli, e poi su una parte di essi
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stava adagiato come un grosso serpente il corpo della pensosa giovane donna che ora si era tirata ancora più su e lo guardava piena di speranza. Dopo essersi nutrita fin da fanciulla di libri molto sentimentali e soggettivi ella era stata travolta evidentemente, come Ulrich deduceva dalle sue parole, da quella forza spirituale di rinnovamento che è sempre occupata a non scoprire nemmeno con le nozioni dei prossimi vent’anni ciò che non ha trovato con quelle del ventennio trascorso; dal che derivano forse in ultima analisi quei grandi cambiamenti d’umore della storia, oscillante fra umanità e crudeltà, passione e indifferenza o altre contraddizioni per le quali non v’è motivo del tutto accettabile. Balenò alla mente di Ulrich che il piccolo residuo non svelato di indeterminatezza che avanza in ogni
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vicissitudine morale, e di cui aveva tanto parlato con Agathe, doveva in fondo essere la causa di quest’incertezza umana; ma non volendo concedersi la gioia che il ricordo di quelle conversazioni gli procurava, costrinse i suoi pensieri a distogliersene e a rivolgersi piuttosto al generale, che per il primo gli aveva annunziato l’avvento di uno spirito nuovo e in modo tale che la sana collera così provocata non permetteva di abbandonarsi al piacere di dubitare. E giacché stava già pensando al generale, gli tornò in mente la sua preghiera di occuparsi dell’ordine turbato fra sua cugina e Arnheim, e così all’orazione funebre di Diotima sull’anima egli rispose semplicemente:
- Dunque “l’amore sconfinato” non le giova?
- Oh Dio, lei è sempre lo stesso! – sospirò la cugina e si lasciò ricadere sui cuscini
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chiudendo gli occhi; perché in assenza di Ulrich si era disavvezzata da quelle domande dirette, e ora doveva prima ricordare fino a che punto gli si era confidata. D’un tratto la presenza di lui rimise in moto ciò ch’ella aveva dimenticato. Diotima si ricordò di un dialogo con Ulrich sull’“amore senza limiti” ripreso anche nel loro ultimo o penultimo incontro, in cui ella aveva giurato e spergiurato che le anime possono uscire dalla prigione del corpo, o almeno, per così dire, sporgersi mezze al di fuori; al che Ulrich aveva risposto che quelli erano vaneggiamenti della fame d’amore, e le consigliava di concedersi una soddisfazione con Arnheim, con lui stesso o con qualcun altro; anzi ella ricordò che Ulrich aveva nominato anche Tuzzi a questo proposito: suggerimenti di quel genere si tengono a mente meglio che gli
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altri discorsi fatti da un uomo come Ulrich. E probabilmente con ragione ella l’aveva giudicata allora un’impertinenza; ma come il dolore passato se confrontato col presente pare un vecchio amico innocuo, così l’impertinenza godeva oggi del privilegio di trasformarsi in un ricordo confidenziale. Diotima dunque riaprì gli occhi e disse:
- Probabilmente a questo mondo non ci è dato di amare in modo perfetto!
Così dicendo ella sorrideva, ma sotto la benda greca c’erano rughe dolorose che nella penombra davano al viso un’espressione stranamente stravolta. Nelle questioni che la toccavano personalmente Diotima non rifuggiva dal credere a possibilità soprannaturali. Perfino l’inaspettata apparizione del generale von Stumm al “Concilio” l’aveva spaventata come
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l’opera degli spiriti, e da bambina ella soleva pregare Dio di non farla morire mai. Perciò non le era stato difficile porre nelle sue relazioni con Arnheim una fede miracolistica o per dir meglio quella incerta non-fede, quel non-ritener-nulla- escluso che sono la religione-base del mondo odierno.
Se Arnheim non fosse stato soltanto capace di estrarre dalla sua e dalla propria anima qualcosa di invisibile che si congiungeva nell’aria a quattro o cinque metri di distanza da entrambi, o se i loro sguardi incontrandosi avessero potuto lasciar qualche residuo, un chicco di caffè, un granello di semola, una macchia d’inchiostro, insomma un segno di uso o anche soltanto un progresso, Diotima si sarebbe aspettata, un giorno, di andare ancor più oltre, in una di quelle relazioni ultraterrene
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che sono tanto difficili a immaginare esattamente quanto la maggior parte delle terrene. Sopportava anche con pazienza che Arnheim negli ultimi tempi partisse sovente e rimanesse via più a lungo di prima, e anche nei giorni che passava a Vienna fosse straordinariamente impegnato nei suoi affari. Ella non si permetteva il minimo dubbio che nella vita di Arnheim l’amore per lei fosse ancor sempre il grande avvenimento, e quando, raramente, s’incontravano da soli, l’elevazione delle anime era così immediata e il loro contatto così integrale che i sentimenti ammutolivano spaventati, e anzi se non era possibile parlare di qualcosa d’impersonale s’apriva un vuoto che si lasciava dietro un amaro esaurimento. Come era quasi sicura che questo fosse passione, così ella non dubitava
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giacché il tempo in cui viveva l’aveva abituata a considerare tutto ciò che non era pratico soltanto oggetto di fede, appunto di quella incerta non-fede – non dubitava che sarebbe seguito ancora qualcosa di opposto a tutte le ipotesi ragionevoli. Ma nel momento in cui, aperti gli occhi, li fissò su Ulrich, vedendolo soltanto come una massa d’ombra che non dava risposta, ella si chiese: “Che cosa aspetto? Che cosa dovrebbe accadere, in fondo?”
Finalmente Ulrich parlò:
- Ma Arnheim non voleva sposarla? – Diotima tornò a sollevarsi sul braccio e disse:
- Si può forse risolvere il problema dell’amore con un divorzio o con un matrimonio? “Niente gravidanza, m’ero sbagliato”, constatò silenziosamente Ulrich, non sapendo come rispondere all’esclamazione
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della cugina. Poi però disse, di punto in bianco:
- Io le avevo detto di guardarsi da Arnheim! Forse in quel momento si sentiva in dovere
di informarla che il nababbo aveva legato le loro due anime con i propri affari, ma vi rinunziò subito, giacché gli pareva che in quella conversazione ogni parola avesse il suo vecchio posto come gli oggetti nella sua stanza che al ritorno aveva trovato accuratamente spolverati, quasi egli fosse rimasto morto per un minuto. Diotima lo guardò:
- Non voglio che la prenda così alla leggera. Fra Arnheim e me c’è un’amicizia profonda; e se talvolta c’è anche fra noi qualcosa che vorrei chiamare una grande paura, ciò proviene appunto dalla sincerità. Io non so se lei l’ha mai sperimentato o se ne è capace: fra due persone giunte a una certa altezza di
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sentimenti, ogni menzogna può divenire talmente impossibile, che quasi non si riesce più a scambiare parola!
All’orecchio fine di Ulrich quel rimprovero rivelò che la porta dell’anima di sua cugina gli era più aperta del solito, e poiché l’aveva molto rallegrato la sua confessione involontaria di non poter parlare con Arnheim senza mentire egli sottolineò la propria sincerità tacendo anche lui per un poco, poi, siccome Diotima si era riadagiata sui guanciali, si chinò sul suo braccio per baciarle la mano con affettuosa dolcezza. Leggera come midollo di sambuco la mano di lei riposava nella sua e vi restò dopo il bacio. Sotto le punte delle dita egli le sentiva battere il polso. Il profumo vicino, fine come cipria, gli aderì al volto. E quantunque quel bacio fosse stato null’altro che uno scherzo
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galante, aveva in comune con un’infedeltà il gusto amaro lasciato dal piacere, l’essersi piegato su un’altra persona, come per bere da essa e non vedere più riflessa nell’acqua la propria immagine.
- A che cosa pensa? – domandò Diotima. Ulrich si limitò a scuotere il capo e le offerse
- nel buio appena rischiarato da un ultimo riverbero di velluto – di nuovo l’occasione di fare studi comparati sui vari silenzi. Una bellissima frase le tornò alla memoria: “Vi sono persone con le quali il più grande degli eroi non avrebbe il coraggio di tacere” Se non era esattamente così era qualcosa di simile. Le pareva che fosse una citazione, ad ogni modo era Arnheim che lo aveva detto, e lei l’aveva applicato a se stessa. E dalla prima settimana di matrimonio nessuna mano, tranne quella di
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Arnheim, era rimasta nella sua più di due secondi, solo ora le succedeva con Ulrich. Nel suo imbarazzo ella non fece attenzione al seguito, ma un momento dopo si trovò gradevolmente convinta di aver avuto ragione nel non voler aspettare inattiva l’ora forse prossima forse impossibile dell’amore supremo, e nel profittare invece del tempo in cui la decisione era ancora sospesa per dedicarsi un po’ di più a suo marito. La gente sposata ha questa fortuna: ciò che per gli altri sarebbe infedeltà alla propria amata, per loro diventa compimento del proprio dovere; e poiché Diotima si diceva che qualunque cosa accadesse lei doveva intanto fare il proprio dovere al posto dove l’aveva messa il destino, aveva intrapreso il tentativo di compensare i difetti di suo marito e di insufflargli un poco
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più d’anima. Di nuovo si rammentò il detto di un poeta: diceva suppergiù che non v’è maggior pena che intrecciare il proprio destino a quello di una persona non amata, e anche questo dimostrava che lei doveva sforzarsi di sentire qualcosa per Tuzzi finché il destino non li aveva ancora separati. In ragionato contrasto con gli incalcolabili moti dell’anima che lei non voleva più a lungo fargli scontare, ella s’era messa sistematicamente a tale opera; e palpò con orgoglio i libri fra i quali era coricata, perché essi trattavano della fisiologia e della psicologia del matrimonio; che fosse buio, che ella avesse accanto quei libri, che Ulrich le tenesse la mano, che ella gli avesse fatto intendere il proprio grandioso pessimismo forse già prossimo a manifestarsi anche pubblicamente con la rinuncia agli ideali, tutto ciò in qualche
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modo si integrava a vicenda; e fra questi pensieri Diotima di tanto in tanto stringeva la mano di Ulrich, come se i bauli fossero già pronti, per dire addio a tutto il passato. Dava poi un breve lamento, e una leggera ondata di sofferenza le passava, giustificatrice, per tutto il corpo; Ulrich ogni volta ricambiava amorevolmente la stretta con la punta delle dita, e quando ciò si fu ripetuto più volte Diotima pensò che in fondo era troppo, ma non osò più ritirare la mano, perché essa riposava così leggera e asciutta in quella di lui, e qualche volta tremava: inammissibile sintomo di fisiologia erotica che ella a nessun prezzo intendeva tradire con una fuga intempestiva.
Fu Rachel, divenuta da un po’ di tempo stranamente indiscreta, che affaccendandosi nella camera attigua e accendendovi
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improvvisamente la luce pose fine alla scena. Diotima ritrasse bruscamente la sua mano; in quella di Ulrich rimase per qualche istante uno spazio che era stato pieno di imponderabilità.
- Rachel, – chiamò piano Diotima, – accendi la luce anche qui!
Accesa la luce, i volti illuminati apparvero come venuti a galla, quasi ancora bagnati di oscurità. Intorno alla bocca di Diotima c’erano ombre che la facevano gonfia e madida; i cuscinetti madreperlacei sul collo e sotto le gote, che di solito parevan fatti per la delizia di un intenditore di cose prelibate, erano duri come linoleum e violentemente ombreggiati d’inchiostro. Anche la testa di Ulrich spiccava nella luce inconsueta con forti contrasti di bianco e nero, come quella di un selvaggio sul sentiero di guerra. Egli sbatté le palpebre
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sforzandosi di leggere i titoli dei libri sparsi intorno a Diotima, e dalla scelta delle opere dedusse con stupore la smania di Diotima di appropriarsi tutto lo scibile intorno all’igiene dell’anima e del corpo.
“Un giorno o l’altro Ulrich mi farà del male!” ella pensò seguendo lo sguardo di lui improvvisamente inquieta, ma non diede questa forma al suo pensiero; si sentiva soltanto troppo nelle mani del cugino, così in piena luce sotto i suoi occhi, ed ebbe bisogno di darsi un’apparenza sicura. Con un gesto che doveva essere un atto di superiorità, come si conviene a una donna “indipendente” da tutto ciò che esiste, accennò alle proprie letture e disse nel tono più distaccato che le fu possibile:
- Vuol credere che l’adulterio mi sembra talvolta una soluzione fin troppo semplice dei
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conflitti coniugali?
- In ogni caso è il più innocuo! rispose Ulrich, irritandola col suo tono scherzoso. – Direi che non può far male a nessuno.
Diotima gli gettò un’occhiata di rimprovero e fece segno che Rachel poteva ascoltare dalla stanza accanto. Poi disse ad alta voce:
- Non l’intendevo certo in quel senso! – e chiamò la cameriera che comparve imbronciata, e con amara gelosia apprese che era spedita fuori dalle stanze della padrona. Grazie all’incidente però i sentimenti erano tornati al loro posto; la sensazione, favorita dalla penombra, di commettere insieme una piccola infedeltà, sia pure indefinibile e contro nessuno, svanì al lume della lampada, e Ulrich passò agli argomenti pratici che erano ancora da trattare, per poter tosto prendere commiato.
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- Non le ho ancora detto che lascio le mie funzioni di segretario, – egli incominciò.
Diotima però ne era già informata e sentenziò che egli doveva restare, assolutamente.
- Il lavoro che dobbiamo ancora svolgere è enorme, ella perorò. – Abbia un po’ di pazienza, presto il problema sarà risolto. Si potrà metterle a disposizione un segretario vero.
Quel vago “si” destò l’attenzione di Ulrich che volle sapere qualcosa di più preciso.
- Arnheim ha offerto di prestarle uno dei suoi segretari.
- No, grazie, – rispose Ulrich. – Ho l’impressione che l’offerta non sia del tutto disinteressata – In quel momento egli ebbe di nuovo una gran voglia di spiegare a Diotima l’ovvia correlazione coi campi di petrolio, ma lei
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non notò nemmeno l’ambiguità della risposta e seguitò semplicemente:
- Del resto anche mio marito s’è dichiarato pronto a cederle uno dei suoi impiegati.
- Lei lo approverebbe?
- Per dire la verità non lo vedrei tanto di buon occhio, – ammise Diotima questa volta con maggiore risolutezza. – Tanto più che non manchiamo di collaboratori: anche il suo amico, il generale, mi ha detto che sarebbe ben lieto di prestarle uno dei suoi subordinati.
- E Leinsdorf?
- Queste tre offerte mi sono state fatte spontaneamente, sicché non avevo motivo di consultare Leinsdorf; ma certo egli non arretrerebbe davanti a un sacrificio.
- Mi viziano – Così Ulrich riassunse la sorprendente prontezza di Arnheim, di Tuzzi e
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di Stumm ad assicurarsi con poca fatica un certo controllo su tutta l’attività dell’Azione Parallela. – Ma forse il meglio sarebbe che io assumessi l’uomo di fiducia di suo marito.
- Via, caro amico…! – protestò ancora Diotima, però non sapeva bene come continuare, e forse per questo ne venne fuori qualcosa di molto imbrogliato. Ella si sollevò di nuovo sul gomito e disse vivacemente: – Io giudico l’adulterio una conclusione troppo grossolana dei contrasti tra coniugi, gliel’ho detto! Ma tuttavia nulla è così difficile come l’esser legati per la vita e per la morte a un uomo che non si ama abbastanza!
Questo era un grido del cuore interamente privo di spontaneità. Ma Ulrich imperterrito insisté nella sua risoluzione.
- Senza dubbio il signor Tuzzi vorrebbe
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acquistare in tal modo un mezzo di influire su quel che lei intraprende: ma lo stesso vorrebbero anche gli altri! – egli le spiegò. – Tutti e tre l’amano e ciascuno deve in qualche modo conciliare questo fatto con il proprio dovere.
Era stupito che Diotima non capisse né il linguaggio dei fatti né quello delle spiegazioni che egli le dava, e alzandosi per congedarsi concluse ancor più ironicamente:
- L’unico che le porta un affetto disinteressato sono io; perché io non ho niente da fare e non ho doveri di nessun genere. Ma i sentimenti senza diversione sono distruttivi; l’ha sperimentato lei stessa, e ha sempre avuto per me una diffidenza giustificata, sebbene puramente istintiva.
Diotima non sapeva perché, ma forse
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proprio per questa ragione talvolta così simpatica sentì che le faceva piacere vedere Ulrich prendere partito per casa Tuzzi nella questione del segretario, e non lasciò la mano che egli le aveva offerto.
- E come si accorda il suo affetto per me con l’amicizia con “quella” signora? – ella chiese in tono birichino, per quanto Diotima fosse così poco capace di birichineria da far pensare a un atleta che gioca con una piuma.
Ulrich non capiva a chi alludesse.
- La moglie del magistrato che mi ha presentato lei!
- Lei sa qualcosa, cugina?!
- Me ne ha fatto cenno il dottor Arnheim.
- Davvero? Sono molto lusingato che egli creda di potermi così danneggiare presso di lei. Ma naturalmente i miei rapporti con quella
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signora sono irreprensibili, – disse Ulrich difendendo nel modo tradizionale l’onore di Bonadea.
- Durante la sua assenza s’è recata solo due volte a casa sua! – Diotima rideva.
- La prima volta l’abbiamo vista per caso, la seconda lo abbiamo saputo per altra via. La sua discrezione è dunque inutile. Invece mi piacerebbe capire! E non ci riesco!
- Mio Dio, come posso spiegarlo proprio a lei?
- Provi! – ordinò Diotima. Aveva messo su la sua espressione di “impudicizia ufficiale”, una specie di aria occhialuta che prendeva quando la sua intellettualità la costringeva ad ascoltare o a dire cose che veramente sarebbero state vietate alla sua anima di gentildonna. Ma Ulrich ricusò e tornò a dire che sul conto di
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Bonadea egli doveva limitarsi a fare qualche supposizione.
- Va bene, – ammise Diotima. – La sua amica stessa però non ci risparmia le allusioni! Si direbbe che creda di dover giustificare un’offesa fatta a me. Ma se preferisce parli pure come se si trattasse soltanto di congetture!
Adesso la curiosità di Ulrich era risvegliata; egli apprese che Bonadea era già stata ricevuta più volte da Diotima e non solamente per questioni che concernevano l’Azione Parallela o la posizione di suo marito.
- Devo confessare che la giudico una bella donna, – ammise Diotima, – e di animo molto elevato. In fondo sono in collera con lei, cugino, che pretende la mia confidenza e mi ha sempre negato la sua!
In quel momento il voto di Ulrich era,
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all’incirca: “Andate tutti a quel paese…!” Voleva spaventare Diotima e punire Bonadea per la sua intromettenza, oppure sentì per un momento tutta la distanza fra sé e la vita che aveva accettato di condurre.
- Ascolti dunque, – dichiarò con viso apparentemente tetro: – Quella donna è ninfomane, e questa è un’attrazione per me irresistibile!
Diotima sapeva “ufficialmente” che cos’è la ninfomania. Vi fu un silenzio, poi ella rispose strascicando le parole:
- Povera donna! E a lei questo piace?
- È una cosa così idiota! – disse Ulrich. Diotima voleva saperne “di più”; egli dovette
commentarle il “fenomeno deplorevole” e “renderlo umano” Ulrich lo fece un po’ superficialmente e tuttavia si impadronì di lei a
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poco a poco un senso di soddisfazione che aveva per fondamento la ben nota gratitudine al Signore di non essere così, ma poi si perdeva nello sgomento e nella curiosità ed era destinato a influire sui suoi successivi rapporti con Ulrich. Ella disse pensierosa:
- Dev’essere addirittura orribile tener fra le braccia una creatura di cui non si è intimamente persuasi!
- Le pare? – replicò il cugino innocentemente. A quella impertinenza Diotima sentì vampe di sdegno e di ribrezzo salirle al viso, ma non poteva mostrarlo; s’accontentò di lasciare andare la mano di Ulrich e si riadagiò sui cuscini con un gesto di congedo. – Non avrebbe dovuto raccontarmi tutto questo! – ella disse di laggiù. – Lei si è comportato molto male verso quella donna e ha mancato di
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discrezione!
- Io non ho mai commesso indiscrezioni! – protestò Ulrich, ridendo fra sé della cugina. – Lei è davvero ingiusta. È la prima donna alla quale faccio confidenze a proposito di un’altra, ed è stata lei a tirarmi!
Diotima fu lusingata. Stava per dire che senza trasfigurazione spirituale ci si priva della parte migliore; ma non vi riuscì perché d’un tratto si sentì direttamente in causa. Alla fine il ricordo di uno dei libri sparsi all’intorno le suggerì una risposta innocente, quasi protetta da limiti ufficiali: – Lei commette l’errore di tutti gli uomini, – gli rinfacciò.
- Tratta la sua partner non come un’eguale ma come un’integrazione di se stesso, e poi ne è deluso. Non si è mai posto la domanda se la via verso un amore alato e armonioso non passi
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attraverso una più dura autoeducazione?
Ulrich restò quasi a bocca aperta; ma a involontaria difesa di quell’attacco dottoresco replicò:
- Sa che anche il signor Tuzzi oggi mi ha interrogato sulle possibilità educatrici e formatrici dell’anima?
Diotima fece un salto:
- Come, Tuzzi le parla dell’anima? – domandò stupefatta.
- Ma certo; vuole imparare cos’è, asserì Ulrich, ma non si lasciò più trattenere e promise soltanto che forse un’altra volta avrebbe mancato al dovere della discrezione e raccontato anche questo.
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18. La difficoltà di un moralista nello scrivere una lettera
CON la visita a Diotima sparì l’inquietudine che tormentava Ulrich fin dal suo ritorno; il
giorno dopo, verso sera, egli si sedette alla scrivania, ridivenutagli in quell’atto cara e familiare, e incominciò a scrivere una lettera ad Agathe.
Era chiaro per lui – chiaro e trasparente com’è talvolta un giorno senza vento – che l’inconsulto progetto di Agathe era sommamente pericoloso; ciò che era accaduto
finora poteva ancora passare per uno scherzo
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avventato, che riguardava solo lui e lei, a patto di essere interrotto prima che rischiasse di diventare reale, e ogni giorno tale pericolo aumentava. Ulrich aveva già scritto tutto questo quando si arrestò e prima di tutto sentì che era imprudente affidare alla posta una lettera in cui simili fatti erano discussi senza veli. Si disse che sarebbe stato a ogni modo più opportuno partire lui stesso col primo treno invece della lettera; ma naturalmente anche questo gli parve assurdo, dacché per giorni e giorni non si era più curato della cosa, e sapeva che non sarebbe partito.
Si accorgeva che alla base v’era qualcosa di saldo come una risoluzione: il desiderio di lasciare che l’accaduto producesse i suoi effetti. Dunque il problema per lui era solo di stabilire fino a che punto lo voleva veramente e
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chiaramente, e una folla di pensieri che menavan lontano gli si agitava nel capo.
Così fece subito l’osservazione che finora tutte le volte che si era comportato in maniera “morale” s’era sempre trovato in una condizione spirituale peggiore di quando le sue azioni e i suoi pensieri erano stati, come si usa dire, “immorali” Questo è un fenomeno universale: infatti negli avvenimenti che pongono in contrasto col proprio ambiente, ognuno spiega tutte le sue forze, mentre là dove fa soltanto quello che deve si comporta semplicemente come quando paga le tasse; ne consegue che il male viene compiuto con maggiore o minore fantasia e passione, mentre il bene si distingue per una innegabile grettezza e povertà d’affetti. Ulrich ricordava che sua sorella aveva espresso molto naturalmente quella indigenza morale
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con la domanda se l’esser buoni non fosse più un bene. Aveva detto che doveva essere difficile ed eccitante e si era meravigliata che, tuttavia, la gente “morale” fosse quasi sempre noiosa.
Ulrich sorrise soddisfatto e sviluppò così il ragionamento: Agathe e lui solidalmente si trovavano in una particolare opposizione con Hagauer, che si poteva definire all’incirca quella degli uomini che erano cattivi alla maniera buona con l’uomo che era buono alla maniera cattiva. E fatta astrazione del vasto centro della vita, occupato di diritto da uomini nei cui pensieri le comuni parole bene e male non compaiono più da quando essi si sono staccati dalle gonne materne, ecco che i due lati, dove si compiono ancora volontari sforzi morali, oggi sono davvero riservati a questi cattivi Buoni e buoni Cattivi, di cui gli uni non
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hanno mai visto il Bene volare e cantare e perciò pretendono che tutti i loro simili s’entusiasmino con loro per un regno di natura della morale dove uccelli impagliati stanno su alberi senza vita; mentre gli altri, i buoni Cattivi, stimolati dai loro concorrenti, mettono zelantemente in mostra, almeno nei pensieri, una tendenza al male, come se fossero convinti che solo nelle cattive azioni, non ancora così logore come le buone, palpiti ancora un po’ di vitalità morale. Cosicché il mondo senza, s’intende, che Ulrich fosse pienamente consapevole di questa previsione – aveva allora la scelta fra due modi di andare in rovina: per la sua morale paralitica o per il suo immoralismo volubile; e fino a oggi non sa quale via abbia finito per scegliere con sicuro successo, a meno che quella maggioranza che
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non ha mai tempo di occuparsi della morale in genere, per una volta tanto l’abbia fatto avendo perso la fiducia nel proprio stato e quindi probabilmente anche in qualcos’altro; giacché, di cattivi Cattivi, che tanto facilmente sono incolpati di tutto quanto accade, ce n’erano pochi allora come oggi, e i buoni Buoni sono un problema remoto come una nebulosa. Ma proprio a loro pensava Ulrich, mentre tutto quello a cui pensava in apparenza gli era assai indifferente.
E diede ai suoi pensieri una forma ancor più generale e impersonale, ponendo al posto del Bene e del Male la relazione che esiste fra gli imperativi: “Fai!” e “Non fare!” Infatti finché una morale – e questa vale tanto per lo spirito dell’amore del prossimo quanto per quello di un’orda di Unni – si trova in ascesa, il “Non
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fare!” è soltanto il rovescio e la conseguenza naturale del “Fai!”; fare e non fare sono di fuoco e gli errori che portano con sé non hanno molta importanza perché sono gli errori di eroi e di martiri. In tale condizione il bene e il male sono la stessa cosa che la felicità e l’infelicità dell’individuo. Tuttavia appena l’idea in discussione ha ottenuto il potere, ha esteso il proprio dominio, e il suo adempimento non presenta più speciali difficoltà, il rapporto fra esigenza e divieto attraversa necessariamente uno stato decisivo in cui il dovere non rinasce ogni giorno nuovo e vivente, bensì lisciviato e scisso in “ma” e in “se” – vien tenuto pronto per vari usi; e incomincia così un processo nel cui corso successivo la virtù e il vizio, per la provenienza dalle stesse regole, leggi, eccezioni e limitazioni, vengono a rassomigliarsi sempre
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più, finché ne risulta quella contraddizione strana ma in fondo intollerabile da cui Ulrich aveva preso le mosse: che la differenza fra il bene e il male perde ogni significato di fronte al piacere suscitato da un operare puro, profondo e spontaneo, che può sprizzare come una scintilla tanto da eventi leciti quanto da illeciti. Anzi, chi se lo chiede senza preconcetti riconoscerà probabilmente che i divieti della morale hanno una carica elettrica più forte che non i suoi precetti. Mentre sembra relativamente naturale che certe azioni definite “cattive” non si debbano commettere o almeno, se si commettono lo stesso, non si sarebbero dovute commettere, come per esempio l’appropriarsi della roba d’altri o il godere sfrenatamente, le corrispondenti tradizioni affermative dell’etica – in questo caso la
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passione di donare o il piacere di mortificare la carne – sono già quasi perdute, e dove sussistono ancora sono privativa di pazzi e di acchiappanuvole, o di pallidi farisei. Tale condizione, in cui la virtù è malaticcia e il comportamento morale consiste principalmente nella limitazione dell’immorale, può facilmente far sì che questo appaia non soltanto più originale e più robusto di quello ma addirittura più morale, se è permesso usare questa parola non nel senso di legge e diritto ma come misura di tutta la passione che ancora suscitano i problemi della coscienza. Ma può forse esserci qualcosa di più contraddittorio che favorire interiormente il male perché, con il residuo di anima che ancora rimane, si cerca il bene?
Questa contraddizione Ulrich non l’aveva mai sentita così forte come nel momento in cui
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l’arco ascendente percorso dalla sua riflessione l’ebbe ricondotto ad Agathe. La naturale prontezza di lei a servirsi di una forma d’espressione buona-cattiva per adoperare ancora una volta quel termine provvisorio -, che si era tradotta nella grave infrazione alle volontà paterne, offendeva in lui un’uguale disposizione innata, che però aveva assunto una forma intellettuale: quella, si poteva dire, dell’ammirazione di un pastore d’anime per il diavolo, mentre lui personalmente non soltanto viveva alla meglio, ma, a quanto vedeva, non voleva nemmeno essere disturbato. Con melanconica soddisfazione e altrettanta ironica chiarezza egli riconobbe che il suo interesse teorico per il male in fondo lo portava soltanto a proteggere contro i loro cattivi autori le cose cattive e ingiuste, e sentì un improvviso
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desiderio di bontà, come uno che dopo aver vagabondato inutilmente in paese straniero immagina di tornare a casa e di andare diritto a dissetarsi alla fontana del suo villaggio. Se non gli fosse venuto in mente prima quel paragone, forse si sarebbe accorto che il suo tentativo di vedere in Agathe una persona moralmente ambigua, come ce ne sono tante oggidì, era solo un pretesto per difendersi da una prospettiva che lo sgomentava molto di più. Infatti il comportamento di sua sorella, che egli doveva biasimare se lo esaminava coscientemente, esercitava su di lui una seduzione inebriante se invece anch’egli si abbandonava a quel sogno; poiché allora svaniva ogni dissidio e ogni contrasto, e si formava l’impressione di una bontà appassionata, affermativa, fattiva, che accanto
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alle proprie forme comuni e svuotate di forza poteva apparire come un antichissimo vizio.
Ulrich non amava permettersi quest’esaltazione dei suoi sentimenti, e ancor meno avrebbe dovuto farlo davanti alla lettera che doveva scrivere, perciò rivolse di nuovo la sua mente a considerazioni più generali. Sarebbero state incomplete se egli non si fosse ricordato come spesso e volentieri in quei tempi l’aspirazione a un dovere totale avesse condotto la gente a tirar fuori dal magazzino ora l’una ora l’altra delle virtù disponibili e a farla oggetto di una chiassosa adorazione. Erano state in onore virtù nazionali, cristiane, umanistiche, una volta l’acciaio, e un’altra volta la bontà, ora la personalità e ora la comunità, oggi il decimo di secondo e il giorno prima l’impassibilità storica: i cambiamenti di
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umore della vita pubblica riposavano in fondo sul susseguirsi di queste idee guida. Ma ciò aveva sempre lasciato Ulrich indifferente, solo l’aveva portato a sentirsi in disparte. Anche adesso gli pareva soltanto un’integrazione del quadro generale, perché solo una mezza conoscenza può far credere che si possa accostarsi all’arcano indecifrabile della vita, postosi ormai su un piano di complicazioni eccessive, con una delle interpretazioni in essa già contenute. Tali tentativi somigliano soltanto ai movimenti di un infermo che, irrequieto, cambia posizione mentre la paralisi che lo inchioda al suo giaciglio progredisce inesorabilmente. Ulrich era convinto che lo stato in cui ciò accade fosse inevitabile e determinasse il gradino a partire dal quale ogni civiltà prende a declinare perché nessuno
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finora ha mai saputo sostituire con una nuova tensione la tensione interna che è andata perduta. Era anche persuaso che a ogni morale futura accadrà ciò che è accaduto a ogni morale passata. Giacché l’afflosciamento morale non dipende dalla portata dei comandamenti e dalla osservanza, è indipendente dalle loro diversità, è inaccessibile alla severità esteriore, è un procedimento tutto interiore, equivalente alla perdita del significato d’ogni azione e alla fede dell’unità della loro giustificazione.
E così i pensieri di Ulrich, senza ch’egli lo volesse, ritornarono a quello che, rivolgendosi ironicamente al conte Leinsdorf, egli aveva definito “segretariato generale della precisione e dell’anima”; e sebbene non avesse mai parlato se non con impertinenza o per scherzo, capiva
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adesso che da quando era un uomo si era sempre comportato come se un “segretariato generale” di tal genere si trovasse nell’ambito delle cose possibili. Forse, lo poteva dire a propria giustificazione, ogni individuo pensante porta in sé una simile idea dell’ordine, giusto come uomini adulti portano sotto le vesti la medaglia benedetta che la mamma gli ha appeso al collo quando eran bambini, e questa immagine dell’ordine che nessuno osa prendere sul serio ma nemmeno deporre, deve apparire press’a poco così: da una parte rappresenta oscuramente l’aspirazione a una legge della vita retta, che sia inflessibile e naturale, che non ammetta eccezioni e non ometta obiezioni, che sia liberatrice come un’ubriacatura e sobria come la verità; d’altro lato rispecchi invece la persuasione che i nostri occhi non vedranno
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mai una legge siffatta, che mai i nostri pensieri la penseranno, che non potrà essere prodotta dal messaggio e dalla violenza di un singolo ma soltanto dallo sforzo di tutti, ammesso che non sia semplicemente una chimera. Per un attimo Ulrich esitò. Senza dubbio egli era un credente che però non credeva in nulla; la sua massima dedizione alla scienza non aveva mai potuto fargli dimenticare che la bellezza e la bontà degli uomini derivano da ciò che essi credono e non da ciò che essi sanno. Ma la fede era sempre stata legata al sapere, sia pure un sapere soltanto immaginario, sin dai primordi della sua magica fondazione. E quella parte vecchissima della scienza è marcita da tempo e ha trascinato la fede con sé nella stessa putrefazione: oggi si tratta dunque di costruire quel legame. E, s’intende, non col portare
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semplicemente la fede “all’altezza della scienza” ma piuttosto col farle spiccare il volo da quell’altezza. L’arte di elevarsi al di sopra del sapere dev’essere di nuovo coltivata. E poiché nessun singolo individuo può fare questo, tutti dovrebbero intendere la loro mente a tale scopo, dovunque l’abbiano rivolta; e se Ulrich in quel momento pensava a un piano decennale, secolare o millenario che la umanità doveva proporsi per dirigere i propri sforzi secondo una meta che in realtà non può ancora conoscere, non gli occorreva meditare molto per comprendere che se l’era immaginato già da molto tempo sotto diversi nomi come la vita veramente sperimentale. Infatti per lui la parola fede non significava quel rachitico voler sapere, l’ignoranza credula che di solito essa designa, ma piuttosto l’intuizione consapevole,
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qualcosa che non è né scienza né immaginazione, però neppure fede, bensì “quell’altra cosa” che esula da tali concetti.
Ratto tirò a sé la lettera, ma poi la spinse via.
La sua faccia, fino a quel momento ardente e severa, si spense, e l’insidioso pensiero favorito gli parve ridicolo. Come gettando uno sguardo fuori d’una finestra aperta di colpo, egli sentì quello che in realtà lo circondava: i cannoni, i commerci d’Europa. L’idea che uomini i quali vivevano in quel modo potessero mai accordarsi per una navigazione giudiziosa del loro destino spirituale era semplicemente impensabile, e Ulrich dovette riconoscere che anche l’evoluzione storica non s’era mai compiuta in pianificata concordanza d’idee, come può avvenire in caso di necessità nella
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mente del singolo individuo, bensì sempre con spreco e con tanta prodigalità come se la mano d’un rozzo giocatore la scaraventasse sulla tavola. Ulrich ne provò addirittura un po’ di vergogna. Tutto ciò che aveva pensato in quell’ora ricordava in modo sospetto una certa “Inchiesta per la stesura di una risoluzione e studio sui desideri dei circoli interessati della popolazione”, anzi i suoi stessi ragionamenti moralistici, quelle meditazioni teoriche che contemplano la natura alla luce di una candela, gli parvero sommamente innaturali; poiché invece l’uomo semplice, avvezzo alla luce del sole, tende sempre la mano verso la cosa più vicina e non si pone mai altri problemi tranne quello ben definito se debba osare quel gesto oppure no.
In quel momento i pensieri di Ulrich dagli
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argomenti generali rifluirono verso lui stesso ed egli sentì l’importanza di sua sorella. A lei egli aveva mostrato quella condizione strana e illimitata, incredibile e indimenticabile dove tutto è un “sì” La condizione in cui non si è capaci di nessun altro moto dello spirito se non quello morale, l’unico dunque in cui vi sia una morale senza interruzione, anche se consiste soltanto in questo: che tutte le azioni vi galleggiano senza base. E Agathe non faceva nient’altro che tendere la mano in quella direzione. Essa era la creatura che stende la mano, e al posto delle riflessioni di Ulrich apparvero i corpi e le immagini del mondo reale. Tutto ciò che egli aveva pensato gli sembrò allora temporeggiamento e trapasso. Voleva “stare a vedere” ciò che sarebbe venuto fuori dal capriccio di Agathe, e in quel
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momento non gli importava niente che la misteriosa promessa avesse avuto inizio con un’azione disonorevole secondo i concetti comuni. Non c’era altro da fare che vedere se la morale del “salire e scendere” si poteva applicare al caso come quella semplice dell’onestà. E Ulrich ricordò che la sorella gli aveva chiesto appassionatamente se lui stesso credeva a quel che le diceva; ma oggi come allora non avrebbe potuto rispondere di sì. Dovette confessare a se stesso che aspettava Agathe per darle una risposta.
Trillò il telefono; era Walter che lo investì subitamente con precipitose spiegazioni, in un flusso di parole affastellate. Ulrich ascoltò indifferente e cortese, e quando depose il ricevitore e si raddrizzò sentiva ancor sempre il segnale del campanello finalmente cessato;
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profondità e oscurità tornarono a riempire benefiche lo spazio, ma egli non avrebbe saputo dire se si trattava di suono o di colore, era come una profondità di tutti i sensi. Prese sorridendo il foglio di carta sul quale aveva incominciato la lettera alla sorella e prima di uscire dalla stanza lo lacerò lentamente in minutissimi pezzi.
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19. Verso Moosbrugger
ALLA stessa ora Walter, Clarisse e il profeta Meingast erano seduti intorno a una zuppiera piena di
ravanelli, mandarini, mandorle tostate, ricotta e grosse prugne secche di Bosnia e mangiavano quella cena squisita e sana, come tutte le sere. Sul torso un po’ scarno il profeta indossava soltanto la sua giacca di lana, e di tanto in tanto elogiava i piaceri naturali che gli erano offerti, mentre Siegmund, il fratello di Clarisse, seduto un po’ in disparte con guanti e cappello, riferiva un nuovo colloquio avuto col dottor Friedenthal, assistente della Clinica
psichiatrica, allo scopo di ottenere a “quella
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pazza” di sua sorella un incontro con
Moosbrugger.
- Friedenthal insiste nel dichiarare che ci vuole un permesso del Tribunale, – concluse disinvolto, – e il Tribunale non si accontenta della richiesta della Lega Assistenziale “Ultima ora” che io vi ho procurato, ma pretende una presentazione dell’Ambasciata, giacché purtroppo abbiamo inventato che Clarisse è forestiera. Sicché non c’è altro da fare: bisogna che il dottor Meingast vada domani alla Legazione Svizzera.
Siegmund rassomigliava alla sorella, il suo naso però era meno espressivo, quantunque egli fosse il maggiore. A chi guardava i fratelli l’uno accanto all’altro, naso, bocca e occhi nella faccia smorta di Clarisse apparivano come crepe in una terra arida, mentre gli stessi tratti
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nel volto di Siegmund avevano le linee molli e un po’ cancellate di un terreno erboso, benché egli fosse tutto rasato tranne un piccolo paio di baffi. Il suo aspetto non aveva ancora perso quanto quello di Clarisse il carattere borghese, e gli dava una inconsapevole naturalezza, anche nel momento in cui disponeva con tanta sfacciataggine del tempo prezioso di un filosofo. Nessuno si sarebbe meravigliato se la folgore si fosse abbattuta sul piatto di ravanelli, ma il grand’uomo accolse la proposta con benignità – fatto considerato dai suoi ammiratori come un memorabilissimo avvenimento – e sbatté gli occhi come un’aquila che tollera accanto a sé sul ramo un passerotto.
Tuttavia la tensione sorta improvvisamente e non sufficientemente scaricata fece perdere a Walter il controllo di sé. Egli spinse via il piatto,
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era rosso come una nuvoletta all’aurora, e dichiarò con energia che una persona normale, se non era medico o infermiere, non aveva nulla da fare in un manicomio. Anche questa affermazione fu approvata dal Maestro con un ammiccare quasi impercettibile. Siegmund, che lo vide e che nel corso della sua vita aveva molto imparato, integrò quell’assentimento con le sane parole:
- In verità è una schifosa abitudine della borghesia benestante quella di vedere nei pazzi e nei delinquenti alcunché di demoniaco.
- E allora spiegatemi una buona volta, – esclamò Walter, – perché volete tutti aiutare Clarisse a far qualcosa che non approvate e che la renderà ancor più nervosa!
La moglie non lo degnò di una risposta. Fece un viso sgradevole, con un’espressione
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lontana dalla realtà che destava un senso di disagio; due solchi lunghi e alteri scendevano giù lungo il naso, e il mento era duro e aguzzo. Siegmund non si riteneva né in dovere né in diritto di parlare per altri. Così alla domanda di Walter seguì un breve silenzio, finché Meingast disse piano e tranquillo:
- Clarisse ha avuto un’impressione troppo forte, bisogna tenerne conto.
- Quando? – chiese Walter ad alta voce.
- Pochi giorni fa; quella sera alla finestra. Walter impallidì, perché era l’unico che non
lo sapeva ancora, mentre Clarisse evidentemente si era confidata con Meingast e perfino col fratello. “Ma è fatta così!” pensò.
Ebbe a un tratto, al di là della zuppiera con la frutta, la sensazione – in fondo abbastanza gratuita – che essi tutti fossero di una diecina
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d’anni più giovani. Era il tempo in cui Meingast, ancora il vecchio Meingast prima della metamorfosi, si congedava, e Clarisse si decideva per Walter. Più tardi ella gli aveva confessato che Meingast, pur avendo già rinunziato a lei, qualche volta l’aveva ancora baciata e accarezzata. Il ricordo era come l’ampio movimento di un’altalena. Sempre più in alto era salito Walter, e tutto allora gli riusciva anche se ogni tanto precipitava in basso. Ed anche allora Clarisse, quando Meingast era vicino, non poteva parlare con Walter; gli toccava sovente apprendere dagli altri ciò che ella faceva e pensava. In sua compagnia s’irrigidiva.
- Quando tu mi tocchi, mi sento tutta rigida!
- gli aveva detto. – Il mio corpo diventa serio, è tutt’altra cosa che con Meingast! – E quando
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Walter la baciò per la prima volta, ella gli disse:
- Ho promesso alla mamma di non fare mai una cosa simile!
Eppure gli confessò in seguito che Meingast le faceva sempre piedino sotto la tavola. Ma era l’influsso di Walter! Il rigoglio di fioritura interiore che egli aveva suscitato in lei le impediva di lasciarsi andare liberamente, così egli spiegava la cosa a se stesso.
E ricordò le lettere scambiate in quel tempo con Clarisse; era persuaso ancor oggi che per passione e originalità potessero reggere a ogni confronto, anche se si fosse frugata la letteratura mondiale. In quel periodo tempestoso egli puniva Clarisse fuggendo via quando lei permetteva a Meingast di starle vicino, e poi le scriveva una lettera; e anche lei gli scriveva lettere in cui lo assicurava della sua
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fedeltà, e lo informava sinceramente che ancora una volta Meingast le aveva baciato un ginocchio attraverso la calza. Walter aveva avuto l’idea di pubblicare quell’epistolario in volume e ancora adesso pensava talvolta che un giorno o l’altro l’avrebbe fatto. Disgraziatamente finora non ne era nato nient’altro che un malinteso, ricco di conseguenze, con l’istitutrice di Clarisse. A costei infatti Walter aveva detto un giorno: – Vedrà, entro pochissimo tempo riparerò a tutto!
Egli l’aveva inteso a modo suo, immaginando cioè la grande giustificazione che avrebbe ottenuto davanti alla famiglia quando la pubblicazione delle Lettere l’avesse reso celebre; perché, a rigore, qualcosa tra lui e Clarisse non era precisamente come doveva essere. Ma l’istitutrice di Clarisse un’eredità di
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famiglia alla quale passavano vitto e alloggio sotto l’onorevole scusa che era una specie di vicemadre – lo capì alla rovescia e secondo il proprio punto di vista, cosicché si sparse tosto nella famiglia la voce che Walter voleva far qualcosa per poter ottenere la mano di Clarisse; e quando ciò venne fuori, ne sorsero stranissime felicità e costrizioni. La vera vita era sbocciata di colpo: il padre di Walter dichiarò che non voleva più provvedere a suo figlio se lui da sé non guadagnava qualcosa; il futuro suocero lo fece venire nel suo studio e gli parlò delle difficoltà e delle delusioni dell’arte pura, che fosse figurativa, musicale o poetica, per Walter stesso e per Clarisse l’idea divenuta a un tratto concreta di metter su casa, con stanza da letto in comune e futuri bambini, fu come un graffio nella pelle che non
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può guarire perché involontariamente si continua sempre a grattare. Così accadde che Walter poche settimane dopo la sua affermazione prematura si fidanzò per davvero con Clarisse, il che li fece entrambi molto felici ma anche molto agitati, perché da allora incominciò quella ricerca di stabilità nella vita resa tanto difficile dal fatto (complicato con tutte le difficoltà in cui si dibatteva l’Europa) che la posizione vagheggiata da Walter nel suo incostante errare non era determinata soltanto da ragioni finanziarie ma anche dalle sei ripercussioni risultanti, su Clarisse, su di lui, sull’erotismo, la poesia, la musica e la pittura. In fondo erano usciti dai vortici successivi, che li avevano travolti nel momento in cui egli s’era lasciato andare alla loquacità in presenza della vecchia Mademoiselle, solo quando lui aveva
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ottenuto il posto alla sovrintendenza ai monumenti ed era entrato con Clarisse nella modesta casa dove il loro destino avrebbe continuato a svolgersi.
E in fondo, pensava Walter, sarebbe stata una bella cosa se il destino ormai li avesse lasciati in pace; in tal caso la fine non sarebbe stata proprio come prometteva il principio, ma le mele, quando sono mature, cadono dall’albero all’ingiù e non all’insù.
Così pensava Walter e guardava intanto, al di là dell’insalatiera col suo variopinto contenuto vegetale, la testolina di sua moglie; Clarisse si sforzava con la massima obiettività, anzi con l’obiettività dello stesso Meingast, di integrarne le parole.
- Bisogna che io faccia qualcosa per diminuire quell’impressione; Meingast dice che
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è stata troppo forte per me, – ella spiegò, e aggiunse di suo: – Certo non è accaduto per caso che quell’uomo si sia cacciato fra i cespugli proprio sotto la mia finestra!
- Sciocchezze! – protestò Walter, come un dormiente che scaccia una mosca: – Era anche la mia finestra!
- La nostra finestra, allora! – rettificò Clarisse con un sorriso che le divideva appena le labbra e nella sua ambiguità non lasciava indovinare se esprimesse amarezza o ironia. L’abbiamo attirato noi. E vuoi che ti dica come si può chiamare quello… che l’uomo faceva? Era un furto di soddisfazione sessuale!
Walter si sentiva dolere la testa: era piena zeppa di passato, e il presente vi si incuneava dentro senza che la differenza fra presente e passato fosse convincente. C’erano ancora
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cespugli che nel capo di Walter si addensavano in chiare masse di fogliame attraversate da viottoli per le biciclette. La temerarietà di lunghe gite e passeggiate era come rivissuta. Di nuovo ondeggiavano gonne di fanciulle, che in quegli anni per la prima volta scoprivano audacemente le caviglie e negli inconsueti gesti sportivi lasciavano spumeggiare l’orlo di candide sottovesti. L’ammissione di Walter che fra lui e Clarisse vi fosse allora “qualcosa che non era come avrebbe dovuto essere” era un’interpretazione assai benevola della realtà, perché a dire il vero durante quelle gite in bicicletta nella primavera del loro anno di fidanzamento era successo tutto quello che può succedere senza che una fanciulla cessi di restare giusto giusto vergine. “Quasi incredibile in una ragazza per bene”, pensò Walter
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ripensandoci con delizia. Clarisse lo chiamava “prender su di sé i peccati di Meingast” il quale allora portava ancora un altro nome ed era partito da poco per l’estero. – Sarebbe una vigliaccheria non più essere sensuali perché lui lo è stato! – Così diceva Clarisse, e aveva proclamato: – Ma noi lo vogliamo spiritualmente!
Walter talora si crucciava che quei procedimenti fossero troppo strettamente connessi con colui che da poco aveva sgombrato il terreno, ma Clarisse replicava:
- Quando si hanno alte aspirazioni, come noi ad esempio nel campo dell’arte, non è lecito tormentarsi per altro.
E così Walter ricordava con quanto zelo avevano distrutto il passato ripetendolo in uno spirito nuovo, e con quanto piacere avevano
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scoperto la magica facoltà di scusare gli illeciti godimenti fisici attribuendo loro una funzione superpersonale. Clarisse in quel periodo aveva sviluppato effettivamente nella lascivia la stessa specie di energia che aveva posto in seguito nel rifiutarsi, ammise Walter fra sé, e, lasciando per un attimo la coerenza, un pensiero ribelle gli disse che i seni di lei erano ancor oggi rigidi come allora. Tutti lo potevano vedere anche attraverso i vestiti. Anzi Meingast stava proprio guardandole il seno forse senza saperlo. “I suoi seni sono muti!” declamò Walter fra sé con ricchezza di sottintesi, come se fosse un sogno o una poesia; e intanto quasi allo stesso modo anche il presente si fece strada attraverso l’imbottitura del sentimento.
- Dica, Clarisse, che cosa pensa! – egli udì
Meingast esortare Clarisse in tono
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incoraggiante come un medico o un maestro; per chi sa quale ragione ogni tanto il reduce ricadeva nel “lei”.
Oltre a ciò, Walter notò che Clarisse guardava Meingast con aria interrogativa.
- Lei mi ha raccontato di un certo Moosbrugger, un falegname… – Clarisse l’osservava.
- Chi altri faceva il falegname? Il Redentore! Non l’ha detto lei? mi ha persino narrato di aver scritto per questo una lettera a non so quale personaggio influente.
- Smettetela! – interruppe Walter. Gli girava la testa. Ma appena espressa la sua ribellione, si accorse a un tratto che anche di quella lettera non sapeva niente, e straccamente disse:
- Che cos’è questa lettera?
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Nessuno gli diede risposta. Meingast non gli badò e disse: – è uno dei principali problemi del nostro tempo. Noi non siamo in grado di liberarci da soli, su ciò non v’è dubbio; questo noi lo chiamiamo democrazia, ma è soltanto il termine politico per la condizione psichica: si può fare così ma anche in altro modo. Noi siamo l’epoca della scheda elettorale. Ogni anno eleggiamo col voto il nostro ideale sessuale, la reginetta di bellezza, e se abbiamo fatto della scienza positiva il nostro ideale spirituale, ciò vuol dire soltanto mettere la scheda in mano ai cosiddetti fatti perché votino essi in nostra vece. Il tempo presente è antifilosofico e vile, non ha il coraggio di decidere che cosa ha valore e che cosa non ne ha, e democrazia, per dirlo con la massima concisione, significa: “Fai quello che accade”
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Sia detto di sfuggita, è uno dei più vergognosi circoli chiusi che ci sia stato finora nella storia della nostra razza.
Il profeta aveva rotto e sgusciato rabbiosamente una noce, e ora ne introduceva in bocca i pezzetti. Nessuno lo aveva capito. Egli interruppe il discorso per mettere le proprie mascelle in un lento moto masticatorio al quale partecipava anche la punta del naso leggermente schiacciata, mentre il resto del volto rimaneva asceticamente immobile; ma non staccò da Clarisse lo sguardo posato suppergiù sul suo seno. Senza volerlo anche gli occhi degli altri due uomini abbandonarono il viso del Maestro e seguirono il suo sguardo assente. Clarisse si sentì avvolta da una forza di attrazione e risucchio come se, alla lunga, quei sei occhi potessero farla uscire fuori di se
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stessa. Ma il Maestro inghiottì con sforzo l’ultimo pezzetto di noce e riprese il suo argomento:
- Clarisse ha scoperto che la leggenda cristiana assegna al Salvatore il mestiere di falegname: anzi, non è proprio esatto, il falegname veramente è il padre putativo. Clarisse naturalmente sbaglia nel voler trarre una conseguenza dal fatto che un delinquente dal quale lei è rimasta impressionata faccia per caso il falegname. Intellettualmente la cosa è al di sotto d’ogni critica. Moralmente è una leggerezza. E tuttavia dimostra un certo coraggio: questo sì!
Meingast si fermò per lasciare che la parola “coraggio” pronunciata con energia producesse il suo effetto. Poi continuò tranquillamente:
- Pochi giorni fa, come è successo anche a
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noi, ella ha visto uno psicopatico esibizionista; e ne esagera l’importanza; già oggidì si sopravvalutano sempre i fatti sessuali; ma Clarisse dice: “Non è puro caso, che quell’uomo sia venuto proprio sotto le mie finestre” Ed ora cerchiamo di vederci chiaro! L’affermazione è sbagliata, perché dal punto di vista causale l’incontro è naturalmente un caso fortuito. Tuttavia Clarisse dice: “Se io considero ogni cosa come già spiegata, l’uomo non potrà mai mutare nulla nel mondo” Ella giudica inspiegabile che un assassino, chiamato, se non erro, Moosbrugger, sia per l’appunto un falegname; giudica inspiegabile che uno sconosciuto, malato di pervertimenti sessuali, venga a mettersi proprio sotto la sua finestra, e allora si è abituata a considerare inspiegabili anche altri fatti che le accadono, cosicché… – e
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di nuovo Meingast lasciò per un attimo in sospeso l’uditorio; all’ultimo la sua voce aveva fatto pensare ai movimenti di un uomo risoluto che avanza con somma cautela sulla punta dei piedi, ed ora ecco l’uomo attaccava: – E perciò ella farà qualcosa! – dichiarò Meingast con fermezza.
Clarisse si sentì venir freddo.
- Ripeto, – disse Meingast, – che intellettualmente non la si può criticare. Ma l’intellettualità, come ben sappiamo, non è che l’espressione, o lo strumento, di una vita inaridita; per conseguenza ciò che Clarisse esprime proviene probabilmente già da un’altra sfera: quella della volontà. Si può prevedere che Clarisse non potrà mai spiegare ciò che le accade. Ma forse lo potrà risolvere: ed essa lo chiama già molto giustamente “liberazione”, il
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suo istinto le suggerisce la parola esatta. Ben potrebbe infatti uno di noi dire che gli sembra una follia o che Clarisse è debole di nervi; ma ciò non avrebbe nessuno scopo: al presente il mondo è così privo di follia che di nessuna cosa sa mai se debba odiarla o amarla, e poiché tutto è bivalente, tutti gli uomini sono nevrastenici e pusillanimi. In una parola, – concluse il profeta improvvisamente, – per il filosofo non è facile rinunziare alla conoscenza, ma forse la grande scoperta del ventesimo secolo è che bisognerebbe farlo. Per me la presenza a Ginevra di un maestro francese di boxe è oggi un fatto più importante che non l’avervi un tempo Rousseau svolto le sue analisi.
Meingast, ormai lanciato, avrebbe seguitato a parlare. Primo, sul concetto di liberazione che
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è sempre stato antintellettuale. “Nulla di meglio si può dunque augurare al mondo che una buona potente follia”, questa frase l’aveva già addirittura sulla punta della lingua, ma poi l’aveva ringhiottita a favore dell’altra conclusione. Secondo, sul significato anche fisico del concetto di liberazione, il quale ci dice che solo le azioni possono liberare, vicende cioè che coinvolgono tutto quanto l’individuo. Terzo, avrebbe voluto dire che il superintellettualismo dell’uomo può portare in date circostanze la donna ad assumere istintivamente l’iniziativa dell’azione, e Clarisse ne era uno dei primi esempi. Finalmente avrebbe descritto l’evolversi della idea del riscatto attraverso la storia dei popoli in generale, e spiegato come in questa evoluzione il secolare predominio della credenza che l’idea di un riscatto derivi
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soltanto dal sentimento religioso ceda ormai il posto all’intuizione che essa deve essere suscitata da una fermissima volontà e se è necessario anche dalla violenza. Giacché la liberazione del mondo mediante la violenza era per il momento il fulcro dei suoi pensieri. Ma Clarisse intanto aveva sentito divenire insopportabile quella suggente forza dell’attenzione a lei rivolta e tagliò la parola al Maestro rivolgendosi a Siegmund come al punto di minor resistenza e dicendogli a voce molto alta:
- Te l’ho detto: si può capire soltanto ciò che noi pure si fa: perciò dobbiamo andare anche noi in manicomio!
Walter che per darsi un contegno pelava un mandarino, in quel momento tagliò troppo profondo e uno schizzo bruciante gli entrò
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nell’occhio, cosicché egli diede un balzo e cercò il fazzoletto. Siegmund, vestito come sempre con molta cura, contemplò dapprima con interesse l’effetto del liquido corrosivo sull’occhio del cognato, poi i guanti di cinghiale che come una natura morta della rispettabilità gli posavano sulle ginocchia insieme con la bombetta dura e rotonda; e solo quando fu certo che la sorella non gli toglieva gli occhi di dosso e che nessuno rispondeva per lui, guardò in su crollando gravemente il capo e mormorò con rassegnazione:
- Non ho mai messo in dubbio che tutti quanti ci staremmo benissimo in manicomio. – Clarisse allora si rivolse a Meingast e disse:
- Dell’Azione Parallela ti ho già raccontato: anche quella sarebbe un’immensa possibilità e un dovere di farla finita col lasciar correre e col
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“si può far questo ma anche il contrario” che è il delitto del secolo!
Il Maestro si schermì sorridendo.
Clarisse, riboccante d’entusiasmo per la propria importanza, esclamò con protervia, in parole un po’ rotte:
- Una donna che accorda a un uomo ciò che gli indebolisce lo spirito è anch’essa una delinquente sessuale!
Meingast ammonì:
- Dobbiamo pensare solo ai casi comuni! D’altronde per quel che dicevi prima ti posso rassicurare; già da un pezzo mando i miei osservatori e i miei fiduciari a quelle assemblee un po’ ridicole in cui la democrazia moribonda si sforza ancora di partorire una grande missione!
A Clarisse parve di avere del ghiaccio alla
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radice dei capelli.
Inutilmente Walter tentò nuovamente di scongiurare la burrasca. Lottando con grande rispetto contro Meingast, in tono ben diverso da quello che avrebbe usato, ad esempio, con Ulrich, gli rivolse queste parole:
- Tu dici precisamente quello che io vado predicando da tanto tempo: che bisogna dipingere soltanto con colori puri. Bisogna abolire le mezze tinte, le sbiaditure, i compromessi con la vacuità, con la vigliaccheria dello sguardo che non osa più vedere che ogni cosa ha un contorno fermo e un colore locale; io lo dico in termini di pittura e tu di filosofia. Ma anche se siamo della stessa opinione… improvvisamente egli s’impappinò e sentì che non poteva dire davanti agli altri perché temesse l’incontro di Clarisse col
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mentecatto: – No, non desidero che Clarisse lo faccia, esclamò, – e non lo farà col mio consenso!
Il Maestro aveva ascoltato benignamente e poi gli rispose con gentilezza come se nessuna di quelle importanti dichiarazioni gli fosse penetrata nell’orecchio:
- Del resto Clarisse ha espresso molto bene un’altra cosa: ha detto che noi tutti oltre alla “forma peccaminosa” sotto cui viviamo, abbiamo anche una forma innocente: una bella interpretazione di quest’idea sarebbe che la nostra immaginazione, indipendentemente dal mondo meschino cosiddetto dell’esperienza, ha adito a un mondo di splendore dove noi nei momenti di chiarezza sentiamo muovere la nostra immagine secondo una dinamica mille volte diversa! Come aveva detto, Clarisse? – le
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chiese incoraggiante, rivolgendosi a lei. – Non aveva sostenuto che se le riuscisse di abbracciare senza ribrezzo la causa di quello scellerato, di entrare nella sua cella e ivi suonare il pianoforte giorno e notte instancabilmente, potrebbe trarre fuori da lui i suoi peccati, prenderli su di sé e sollevarsi con essi? Naturalmente, osservò rivolgendosi di nuovo a Walter, – questo non va preso alla lettera, è un processo intimo dell’anima contemporanea che, sotto il velame della parabola di quest’uomo, si consegna alla sua volontà…
In quel momento era incerto se dire ancora qualcosa sulla relazione di Clarisse con la storia del concetto di redenzione o se non sarebbe stato più attraente spiegarle ancora una volta a quattr’occhi la sua missione di
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guida; ma ormai ella era balzata su dal suo posto come un bimbo troppo eccitato, lanciò in alto il braccio col pugno chiuso, sorrise tra vergognosa e dispotica e tagliò corto agli elogi con il grido stridulo:
- Avanti, andiamo da Moosbrugger!
- Ma non abbiamo ancora trovato nessuno che ci procuri il colloquio, – osservò Siegmund.
- Io non ci vengo, – affermò Walter risolutamente.
- Io non posso accettare favori da uno Stato che si arroga il privilegio della libertà e dell’eguaglianza applicandolo a tutti i prezzi e le condizioni, – dichiarò Meingast.
- Allora il permesso ce lo deve procurare
Ulrich! – esclamò Clarisse.
Gli altri aderirono volentieri alla proposta che dopo sforzi certamente gravosi li
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dispensava fino a nuovo ordine, e anche Walter nonostante la sua riluttanza dovette accettare l’incarico di telefonare dal negozio più vicino all’amico di cui s’invocava l’aiuto. La lettera che Ulrich stava scrivendo ad Agathe fu interrotta definitivamente da quella telefonata. Con stupore egli udì la voce di Walter e ascoltò l’ambasciata. C’eran vari modi di giudicare la cosa, soggiunse Walter di suo, ma non lo si poteva considerare un puro capriccio. Forse da qualche parte bisognava incominciare e non era poi tanto importante da quale. Naturalmente anche l’entrare dell’individuo Moosbrugger in quella concatenazione di fatti era soltanto un caso; ma Clarisse possedeva una così strana spontaneità; il suo pensiero era sempre immediato; come i quadri moderni a tinte pure, non mescolate, che appaiono duri e
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tutti d’un pezzo, ma, quando se ne è assimilato lo spirito, spesso si rivelano sorprendentemente veri. Al telefono non poteva spiegarsi fino in fondo; pregava Ulrich di non piantarlo in asso…
Ulrich era contento di esser stato distolto dalla sua lettera e accettò l’invito benché non vi fosse un rapporto ragionevole fra la lunghezza del percorso e il breve quarto d’ora che poteva passare con Clarisse; perché ella era invitata a cena dai suoi genitori con Walter e Siegmund. Durante il tragitto Ulrich si stupì di non aver più pensato a Moosbrugger da tanto tempo; toccava sempre a Clarisse di ricordarglielo, e sì che una volta quell’uomo gli si riaffacciava quasi continuamente al pensiero. Neppure nella zona buia che Ulrich attraversava dall’ultima stazione della tranvia alla casa dei
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suoi amici v’era posto per quello spettro; il vuoto donde usciva si era richiuso. Ulrich ne prese atto con soddisfazione e con quel leggero senso d’incertezza che risulta dai cambiamenti la cui importanza è più chiara della loro causa. Tagliava compiaciuto l’oscurità rada con la nerezza più solida del proprio corpo quando Walter, che aveva paura in quel luogo solitario ma che desiderava parlargli prima che s’incontrasse con gli altri, gli venne incontro a passi malcerti. Walter riprese vivacemente le sue spiegazioni al punto dove le aveva interrotte. Aveva l’aria di voler difendere sé e anche Clarisse dalle interpretazioni errate. Anche a giudicare sconclusionate le fantasie di sua moglie, egli disse, ci si scontrava dappertutto a un elemento patologico che faceva veramente parte del tempo; era la facoltà
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più curiosa di Clarisse, e l’assomigliava alla bacchetta d’un rabdomante che rivela le cose nascoste. In questo caso la necessità di sostituire di nuovo i “valori”, il comportamento passivo, esclusivamente intellettuale e sensibile, dell’uomo contemporaneo; l’intelligenza del tempo presente infatti non aveva lasciato sussistere nemmeno un punto solido, e per conseguenza solo la volontà, e se non era possibile altrimenti anche soltanto la violenza poteva stabilire una nuova gerarchia di valori dove l’uomo avrebbe trovato il principio e la fine della propria essenza intima… così egli ripeteva con esitazione e tuttavia con entusiasmo le parole udite da Meingast.
Ulrich, che lo indovinò, gli chiese irritato:
- Perché ti esprimi con tanta
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magniloquenza? è il vostro profeta, scommetto! Prima non c’era mai nulla per te di abbastanza semplice e naturale!
Walter lo lasciò dire per amore di Clarisse, perché l’amico non rifiutasse il suo aiuto; ma se ci fosse stato un solo filo di luce in quella notte senza luna gli si sarebbero visti lampeggiare i denti nella bocca impotentemente contratta. Non replicò ma la collera repressa lo infiacchiva, e anche la vicinanza del muscoloso compagno che lo proteggeva contro la solitudine un poco inquietante. All’improvviso disse:
- Immaginati di avere una moglie che ami e di incontrare un uomo che ammiri; ti accorgi che anche tua moglie lo ammira e lo ama; ed entrambi sentite con amore, gelosia e ammirazione la superiorità irraggiungibile di
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quest’uomo.
- Non ho voglia di fare questo sforzo d’immaginazione! – Ulrich avrebbe dovuto ascoltarlo, ma alzò le spalle ridendo mentre lo interrompeva.
Walter gli lanciò un’occhiata velenosa. Aveva voluto chiedere: “Che cosa faresti tu in un simile caso?” Ma tra i due amici d’infanzia si ripeté il vecchio gioco. Mentre attraversavano la penombra dell’androne, egli esclamò:
- Non fingere: non sei poi presuntuoso fino all’insensibilità!
E poi dovette correre per raggiungere Ulrich e sulla scala dirgli ancora sottovoce tutto ciò che doveva sapere.
- Che cosa ti ha raccontato Walter? – domandò Clarisse quando furon di sopra.
- Lo posso dire, – rispose Ulrich senz’altro, -
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ma dubito che sia una cosa ragionevole.
- Hai sentito? la sua prima parola è “ragionevole”, – esclamò Clarisse ridendo, rivolta a Meingast. Andava e veniva fra l’armadio dei vestiti, il lavabo, lo specchio e la porta semiaperta che metteva dalla sua stanza in quella dov’erano rimasti gli uomini. Ogni tanto la si vedeva; col viso bagnato e i capelli sciolti, con le trecce appuntate, con le gambe nude, con le calze e senza scarpe, con la lunga gonna dell’abito da sera ma con il busto ancora avvolto in un accappatoio che pareva un camice da ospedale… quell’apparire e sparire le faceva bene.
- Ballo su una corda di luce! – gridò rivolta verso la stanza. Gli uomini sorrisero, solo Siegmund guardò l’orologio e la invitò pedantemente a spicciarsi. Tutto
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quell’andirivieni gli pareva un esercizio ginnastico.
Poi Clarisse “su un raggio di luce” scivolò in un angolo della camera per prendere una spilla e sbatté il cassetto del comodino.
- Mi preparo più presto di un uomo! – replicò rivolta a Siegmund, ma allibì notando il doppio senso di quel “prepararsi” che in quel momento significava per lei tanto abbigliarsi quanto apparecchiarsi per un misterioso destino. Terminò in fretta di vestirsi, sporse la testa dalla porta e guardò con viso serio gli amici, l’uno dopo l’altro. Chi non l’interpretava come uno scherzo avrebbe potuto sentirsi sgomento, perché in quella faccia grave si era spenta ogni espressione di salute e di normalità. Clarisse si inchinò davanti ai quattro uomini e disse in tono solenne:
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- Ecco, mi sono preparata al mio destino! – Ma quando si rialzò aveva ripreso l’aspetto consueto, anzi era più graziosa che mai, e suo fratello esclamò:
- Avanti, marsc! A papà non piace che si arrivi tardi per cena!
Mentre andavano tutti e quattro verso il tram – Meingast era scomparso senza salutare – Ulrich rimase un po’ indietro con Siegmund e gli chiese se negli ultimi tempi non si crucciava per la sorella. La sigaretta accesa di Siegmund descrisse nel buio un arco ascendente.
- Senza dubbio non è normale, – egli rispose. – Ma è normale Meingast? O lo stesso Walter? E suonare il piano è forse normale? è uno stato emotivo fuori della norma, collegato con un tremito delle articolazioni delle mani e dei piedi. Per un medico non v’è nulla di
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normale. Ma se lei me lo chiede seriamente, ecco la mia risposta: mia sorella è un po’ sovreccitata e io credo che migliorerà quando il Gran Maestro sarà partito. Che cosa pensa di lui, Ulrich? – Egli aveva sottolineato i due futuri con un pizzico di malignità.
- È un chiacchierone! – sentenziò Ulrich.
- Nevvero? – esclamò Siegmund contento. – Disgustoso, proprio disgustoso!
- Ma la sua filosofia è interessante, non lo si può negare! aggiunse poi dopo un breve silenzio.
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20. Il conte Leinsdorf dispera del capitale e della cultura
COSÌ fu che Ulrich ritornò dal conte Leinsdorf.
Trovò Sua Signoria a tavolino,
circondato da silenzio, devozione, solennità e bellezza; aveva davanti il giornale, appoggiato a un alto mucchio di documenti, e lo stava leggendo. Il conte scosse la testa angosciato dopo aver ripetuto a Ulrich le proprie condoglianze.
- Suo padre era uno degli ultimi autentici rappresentanti del capitale e della cultura, -
egli disse. – Ricordo benissimo gli anni in cui
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sedevo con lui al Parlamento boemo: egli ben meritava la fiducia che sempre riponemmo in
lui!
Per cortesia Ulrich chiese quali progressi avesse compiuto l’Azione Parallela durante la sua assenza.
- Dopo quel tafferuglio davanti a casa mia, al quale lei pure ha assistito, s’è iniziata una “Inchiesta per registrare i desideri dei circoli interessati della popolazione riguardo alla riforma amministrativa”, – riferì il conte Leinsdorf. – Il presidente del consiglio in persona ha voluto per ora affidarla a noi, perché con la nostra iniziativa patriottica ci siamo guadagnati per così dire la fiducia generale.
Con viso serissimo Ulrich assicurò che il nome ad ogni modo era molto ben scelto e
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garantiva un certo effetto.
- Sì, molto dipende da un’espressione felice,
- opinò Sua Signoria con aria meditabonda, e improvvisamente chiese: – Che ne dice di quella storia con gli impiegati municipali di Trieste? Mi sembra che era proprio ora che il governo prendesse un atteggiamento risoluto!
Fece per porgere a Ulrich il giornale che al suo ingresso aveva ripiegato; ma all’ultimo momento cambiò idea, lo spiegò egli stesso e con vivacità lesse al suo visitatore un lunghissimo comunicato. – Crede che vi sia al mondo un altro Stato dove possono succedere simili cose? – chiese quando ebbe finito. – Da anni la città austriaca di Trieste assume soltanto impiegati italiani, per affermare la sua appartenenza all’Italia e non all’Austria. Mi trovai là una volta nel giorno anniversario
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dell’Imperatore: non vidi in tutta Trieste una sola bandiera, tranne che al Governatorato, all’Esattoria, alle carceri e alle due o tre caserme! Se invece lei entra in un ufficio di Trieste nel giorno natalizio del re d’Italia non trova un impiegato senza un fiore all’occhiello!
- E perché lo si è tollerato finora? – s’informò Ulrich.
- Perché non si dovrebbe tollerarlo? – ribatté il conte Leinsdorf di malumore. – Se il governo costringesse il municipio di Trieste a licenziare gli impiegati stranieri si direbbe subito che noi vogliamo germanizzarlo. E qualsiasi governo teme un’accusa di questo genere. Anche Sua Maestà ne ha paura. Non siamo mica prussiani!
A Ulrich pareva di ricordare che la città costiera e portuale di Trieste era stata fondata
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su suolo sloveno dalla Repubblica di Venezia e oggi conteneva una grossa popolazione slava; anche a considerarla una faccenda privata dei suoi abitanti benché fosse inoltre la porta di commercio con l’Oriente e la sua prosperità dipendesse dunque dall’Austria-Ungheria – non si poteva ignorare il fatto che la piccola borghesia slava, assai numerosa, contestava vivacemente alla privilegiata alta borghesia di lingua italiana il diritto di considerarsi padrona della città. Ulrich lo disse.
- Esatto, – ammonì il conte Leinsdorf, – ma appena si dica che noi germanizziamo ecco gli sloveni far subito lega con gli italiani, anche se si sono accapigliati fino al giorno prima! In tal caso gli italiani avrebbero l’appoggio di tutte le altre nazioni. S’è già visto più volte. Se vogliamo essere realisti dobbiamo riconoscere,
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volenti o nolenti, che il pericolo per la nostra concordia è la Germania! – Il conte Leinsdorf aveva parlato con aria molto pensosa, e così rimase per un poco, giacché aveva toccato la grande concezione politica che lo travagliava senza apparirgli finora nettamente. A un tratto si rianimò e concluse rasserenato: – Ma questa volta almeno glielo abbiamo detto chiaro!
Con un fremito d’impazienza si rimise gli occhiali sul naso e lesse a Ulrich, assaporando le parole, tutti i passi del decreto emanato dal governatore di Trieste che più gli erano piaciuti.
- “I moniti ripetuti delle Autorità Governative non hanno finora portato alcun frutto… Nocumento ai figli della Nazione… Di fronte a questo contegno ostinatamente mantenuto a malgrado delle ordinanze governative, il Governatore di Trieste si è
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veduto costretto a intervenire per far rispettare le disposizioni di legge” Non le sembra un linguaggio molto dignitoso? – egli osservò interrompendo. Alzò il capo ma lo riabbassò subito perché correva già col desiderio alla frase finale la cui urbana solennità burocratica fu dalla sua voce sottolineata con estetica soddisfazione: – “Inoltre, – recitò, il governatorato si riserva di sottoporre a benevolo esame ogni eventuale richiesta di cittadinanza, in quanto un lungo servizio presso il Comune nonché un contegno irreprensibile la rendano degna di essere presa eccezionalmente in considerazione; e l’imperial- regio Governatorato è disposto in tali casi a procrastinare fino a nuovo ordine, pur mantenendo completamente il proprio punto di vista, l’immediata esecuzione del presente
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decreto!” Così avrebbe sempre dovuto parlare il
Governo! esclamò il conte Leinsdorf.
- Non pare a Vostra Signoria che quella conclusione… lasci tutto al punto di prima? – chiese Ulrich dopo una pausa, quando il serpente di quella eloquenza curialesca gli fu sparito negli orecchi con tutta la coda.
- Sì, questa è la questione! – rispose Sua Signoria, e per un buon minuto fece girare un pollice intorno all’altro, com’era sua abitudine quando lo travagliavano gravi meditazioni. Poi guardò Ulrich con aria indagatrice e gli aprì il suo pensiero.
- Ricorda che il Ministro degli Esteri, quando presenziammo all’inaugurazione della Mostra della Polizia, accennò all’avvento di uno “spirito di severità e di assistenza”? Ebbene, io non pretendo che si mettano in prigione tutti
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gli elementi sovversivi che hanno fatto baccano sotto le mie finestre, però il Ministro avrebbe dovuto trovare davanti al Parlamento degne parole di deplorazione! – disse con amarezza.
- Io credevo che durante la mia assenza questa deplorazione fosse stata espressa! – esclamò Ulrich fingendo abilmente stupore; perché sentiva che una vera sofferenza affliggeva l’animo del suo protettore e amico.
- Un fico secco! – dichiarò Sua Signoria. Fissò ancora una volta su Ulrich lo sguardo penetrante dei suoi occhi sgranati dal corruccio e seguitò ad aprirgli l’animo suo:
- Ma qualcosa accadrà! – Si raddrizzò e tacendo si addossò allo schienale della poltrona.
Aveva chiuso gli occhi. Quando li riaprì cominciò nel tono pacato di una dichiarazione:
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- Vede, caro amico, la nostra costituzione dell’anno1861 hadato indiscutibilmente alla nazionalità tedesca, e implicitamente alla proprietà e alla cultura tedesche, la preminenza nel sistema di vita che in via sperimentale il Paese ha adottato. Fu un dono grande e generoso di Sua Maestà, la quale dimostrò ai suoi sudditi una fiducia forse prematura; che cosa sono diventate infatti, da allora, la proprietà e la cultura? – Il conte Leinsdorf alzò una mano e con aria rassegnata la lasciò cadere sull’altra. – Quando Sua Maestà nel 1848 salì al trono nella città di Olmütz, e quindi si può ben dire in esilio… – riprese lentamente, ma poi lo colse un senso d’incertezza o di impazienza, con mani tremanti trasse fuori di tasca un foglio di appunti, combatté affannosamente con gli occhiali per
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metterli ben a posto sul naso e lesse il resto, qua e là con voce rotta e sempre decifrando con sforzo il suo scritto: -.gli tumultuava intorno la sfrenata brama di libertà dei popoli. Egli riuscì a domarne l’esuberanza. Alla fine, pur con qualche concessione alla libertà popolare, rimase lui il vincitore e per giunta un vincitore grazioso e clemente, che aveva perdonato le infrazioni dei suoi sudditi e gli aveva teso la mano per una pace onorevole anche per loro. La costituzione e le altre libertà erano state concesse da lui, veramente, sotto la spinta degli avvenimenti, tuttavia erano un libero atto di volontà del monarca, il frutto della sua saggezza e della sua comprensione, e della fede nel progresso civile dei popoli. Ma questo felice rapporto fra l’Imperatore e il popolo è stato turbato in questi ultimi anni da elementi
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sovversivi e demagogici… Qui il conte Leinsdorf interruppe la sua esposizione storico-politica, in cui ogni parola era pesata e collocata con cura, e contemplò pensosamente il ritratto del suo antenato, maresciallo e cavaliere di Maria Teresa, che pendeva dalla parete di fronte. E quando lo sguardo di Ulrich in attesa della continuazione attirò il suo, egli disse: – Il resto non si sa ancora.
- Ma come lei vede, negli ultimi tempi io ho molto meditato su queste correlazioni, – soggiunse. – Quel che le ho letto è l’inizio della risposta che il ministro avrebbe dovuto dare al Parlamento dopo la dimostrazione svoltasi contro di me, se egli avesse saputo degnamente occupare la sua carica! L’ho elaborata da me a poco a poco, e posso confidarle che avrò occasione di sottoporla a Sua Maestà appena
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sarà terminata. Perché, noti bene, la costituzione del1848 hadato di proposito la supremazia alla proprietà e alla cultura; in ciò doveva esservi una garanzia; ma dove sono la proprietà e la cultura oggigiorno?
Sembrava molto in collera contro il ministro degli Interni, e per distrarlo Ulrich osservò candidamente che oggi almeno si poteva dire che la proprietà oltre che nelle mani della giustizia era anche in quelle provate della nobiltà feudale.
- Io non ho niente contro gli ebrei, – assicurò il conte Leinsdorf spontaneamente, come se Ulrich avesse detto qualcosa che richiedeva quella rettifica. – Sono intelligenti, attivi, e fermi nei propositi. Però si è commesso un grave errore dando loro dei nomi poco adatti. Rosenberg e Rosenthal per esempio son
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nomi patrizi; Löw, Bär (31) e bestie simili sono animali araldici; Meier (32) deriva dalla proprietà fondiaria; Gelb, Blau, Rot, Gold (33) sono colori di stemmi; tutti questi nomi ebraici,
- confidò Sua Signoria inaspettatamente, – non furono altro che insolenze della nostra burocrazia contro la nobiltà. Era la nobiltà che si voleva colpire e non gli ebrei, perciò si son dati agli ebrei oltre a quelli anche altri nomi come Abeles, Jüdel o Tröpfelmacher. Questo risentimento della nostra burocrazia contro l’antico patriziato lei lo potrebbe osservare non di rado ancor oggi, – egli prognosticò cupo e dispettoso, come se la lotta dell’amministrazione centrale col feudalesimo
31 Leone, orso.
32 Fattore, massaro.
33 Giallo, blu, rosso, oro.
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non fosse stata già da un pezzo sopravanzata dalla storia e del tutto scomparsa alla vista degli uomini oggi viventi. E in realtà nulla irritava Sua Signoria quanto i privilegi sociali goduti dagli alti funzionari grazie alla loro posizione, anche se portavano i cognomi più plebei. Il conte Leinsdorf, un bisbetico junker, desiderava ragionare da uomo moderno, e quei nomi non gli davano fastidio né in un parlamentare, foss’anche ministro, né in un privato influente; né si sognava di negare l’importanza politica ed economica della borghesia, ma proprio gli alti funzionari con nomi borghesi provocavano in lui uno sdegno che era l’ultimo resto di venerande tradizioni.
Ulrich si chiese se Leinsdorf facendo quest’ultima osservazione non pensasse al marito di sua cugina; non era impossibile, ma
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il conte Leinsdorf seguitò a parlare e, come gli accadeva sempre, un’idea che da lungo tempo andava vagheggiando lo sollevò al di sopra dei casi personali.
- Il cosiddetto problema ebraico sarebbe risolto definitivamente se gli israeliti si decidessero a parlare ebraico, a riprendere i loro antichi nomi e a vestire alla maniera orientale, – egli dichiarò. – Io capisco che la vista di un galiziano, arricchito qui da noi, a passeggio sull’Esplanade di Ischi in abito tirolese con lo spazzolino di camoscio sul cappello possa essere sgradevole. Ma gli faccia indossare una veste lunga e fluente, magari preziosa, che gli copra le gambe, e vedrà come il suo viso e i larghi gesti vivaci armonizzano con quell’abbigliamento! Tutto ciò che oggi ci permettiamo di prendere in giro sarebbe allora
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al suo posto; perfino gli anelli costosi di cui amano adornarsi. Io sono nemico dell’assimilazione come la pratica l’aristocrazia inglese: è un processo lungo e poco sicuro. Ma restituiamo agli ebrei il loro vero carattere e li vedremo diventare una gemma, anzi un’aristocrazia addirittura fra gli altri popoli che si schierano devoti intorno al trono di Sua Maestà, o se vogliamo esprimerci in modo più ordinario e più chiaro, che vanno a spasso per il nostro Ring, il quale è unico al mondo appunto perché vi si può incontrare, frammezzo alla più raffinata eleganza europea, anche un maomettano col fez, uno slovacco in pelliccia di pecora o un tirolese con le gambe nude!
A questo punto Ulrich non poté fare a meno di esprimere la propria ammirazione per
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l’acutezza di Sua Signoria, alla quale spettava ormai l’onore di aver scoperto il “vero ebreo”.
- Vede, la fede cattolica educa a vedere le cose come sono realmente, spiegò il conte con benevolenza. – Ma lei non indovina certo come ci sono arrivato. Non per mezzo di Arnheim, ora non parlo dei prussiani. Ma ho un banchiere, naturalmente di religione mosaica, col quale da molto tempo debbo conferire a intervalli regolari, e in principio il suo accento mi recava un certo fastidio, per cui non potevo concentrare la mia attenzione sugli affari di cui trattavamo. Perché, vede, egli parla esattamente come se volesse persuadermi che è mio zio; voglio dire, come se fosse appena smontato da cavallo o ritornasse dal Circolo dei nobili; insomma, come parlano i nostri,
capisce.
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In breve: ogni tanto però, quando si scalda, se ne dimentica, e allora ricade in quei suoi modi da ebreuccio. Ciò mi dava molto fastidio, come credo di averle già detto; e siccome succedeva sempre nel momento in cui si discutevano gli affari più importanti, io involontariamente lo aspettavo al varco e infine non badavo più al resto o tutt’al più ne coglievo soltanto qualcosa. E così mi venne l’idea: ogni volta che cominciava a parlare in quel modo, mi figuravo che parlasse la lingua ebraica: avesse sentito che bellezza di suono! Incantevole! proprio come un linguaggio liturgico; una specie di melopea… deve sapere che io ho una grande sensibilità musicale; in una parola, da allora egli mi fa assorbire i più astrusi calcoli di sconto o d’interesse composto come se me li sonasse sul pianoforte – Per
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qualche suo motivo il conte Leinsdorf nel dir così sorrideva malinconicamente.
Ulrich si permise di osservare che forse coloro a cui andava la così benevola comprensione di Sua Signoria avrebbero respinto il suo suggerimento.
- Si capisce che non ne vorrebbero sapere! – ammise il conte. – Ma bisognerebbe obbligarli ad accettare la loro fortuna! La monarchia, con questo, adempirebbe una missione addirittura mondiale, e in tal caso non importa che l’interessato sulle prime voglia o non voglia! Come lei sa, vi sono altri casi in cui c’è voluta la costrizione. Ma pensi anche che cosa vorrebbe dire essere più tardi alleati con uno Stato ebraico riconoscente, invece che con i prussiani e i tedeschi del Reich! Quando la nostra Trieste fosse per così dire l’Amburgo del
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Mediterraneo, senza contare il fatto che diverremmo invincibili sul terreno diplomatico avendo dalla nostra oltre al papa anche gli ebrei!
Aggiunse poi di punto in bianco:
- Deve riflettere che adesso io mi occupo anche di questioni valutarie!
E di nuovo sorrise stranamente malinconico e distratto. Era curioso che Sua Signoria, dopo aver preteso con insistenza la visita di Ulrich, adesso che egli era lì non gli parlava più dei problemi del giorno ma invece gli sciorinava dinanzi prodigalmente le proprie idee. Ma forse, nel periodo in cui l’ascoltatore gli era mancato, molti pensieri gli erano nati in mente, ed erano come api irrequiete che sciamano lontano, ma a tempo debito ritorneranno col loro miele.
- Lei potrebbe obiettare, – ricominciò il conte
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Leinsdorf benché Ulrich tacesse, – che io in altre occasioni ho dimostrato viva ripugnanza per le attività finanziarie. Non lo nego: quel che è troppo è troppo, e nella nostra vita odierna la finanza occupa troppo posto; ma appunto per questo dobbiamo occuparcene! Mi segua: la cultura non ha serbato l’equilibrio con la ricchezza, questo è tutto il segreto degli avvenimenti dopo il 1861! E perciò dobbiamo occuparci del capitale.
Sua Signoria fece una pausa brevissima, appena quanto bastava ad avvertire l’ascoltatore che ora gli avrebbe rivelato il segreto del capitalismo, poi riprese con fosca familiarità:
- Vede, la cosa più importante di una civiltà è ciò che essa proibisce all’uomo: non ne fa parte, punto e basta. Una persona civile, ad
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esempio, non mangerà mai la salsa col coltello; Dio sa perché; non lo si può spiegare a scuola. È la cosiddetta buona educazione, per cui occorre uno stato privilegiato a cui la cultura s’ispira, un ideale di civiltà, in breve un’aristocrazia, se così posso dire. Le concedo che la nostra non è sempre stata come avrebbe potuto essere. E proprio in ciò sta il senso, il tentativo veramente rivoluzionario della costituzione elargita nel 1861: il capitale e la cultura avrebbero dovuto prender posto a fianco della nobiltà. Ne son stati capaci? Hanno saputo sfruttare la grande occasione offerta loro dalla bontà del Sovrano? Lei non vorrà certo sostenere che le esperienze da noi fatte settimanalmente partecipando al nobile sforzo di sua cugina giustifichino tali speranze!
Con voce più viva egli esclamò:
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- Davvero è molto interessante notare quante cose oggi si chiamano “spirituali”! Ne parlavo recentemente con Sua Eminenza il Cardinale a Mürzsteg durante una partita di caccia no, è stato a Mürzbruck, al matrimonio della piccola Hostnitz – e lui giunse le mani e scoppiò a ridere: “Tutti gli anni qualcosa di nuovo! – egli disse. – Vedi come siamo modesti noialtri: da quasi duemila anni raccontiamo alla gente sempre la stessa storia!” Ed è verissimo! La fede infatti consiste principalmente nel credere sempre le stesse cose, anche, starei per dire, se fossero eresie. “Vedi, – dice lui, – io vado sempre a caccia perché ci andava anche il mio predecessore sotto Leopoldo di Babenberg. Però non ammazzo mai una bestiola – (si sa che lui non spara mai un colpo) – perché un’intima
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ripugnanza mi dice che non si confà con l’abito che porto. E a te lo posso dire perché siamo andati insieme da ragazzini alla scuola di ballo. Ma non mi metterò mai a dire in pubblico: A caccia non devi sparare! Dio mio, chi sa se è vero, e ad ogni modo non è un precetto della Chiesa. Invece la gente che s’incontra dalla tua amica pronuncia di queste sentenze appena gli si affacciano alla mente. È quello che oggigiorno si chiama “spirito”“ L’amico cardinale può ridere, – continuò il conte Leinsdorf, – perché il suo ufficio è permanente. Noi laici invece abbiamo il grave compito di trovare il bene anche nelle vicende mutevoli. E glielo dissi. Gli chiesi: “Perché mai Dio ha permesso che ci siano la letteratura, la pittura, eccetera, quando in fondo ci sono così uggiose?” Mi diede una risposta
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interessantissima. “Hai mai sentito parlare di psicoanalisi?” mi chiese. Io non sapevo bene che cosa mi fosse lecito rispondere. “Be, – disse Sua Eminenza, – tu forse mi dirai che è una sudiceria. Di questo non staremo a discutere, lo dicono tutti; eppure affollano le sale d’aspetto di quei medici alla moda più che i nostri confessionali. Ti dico, ci corrono perché la carne è debole! Si fanno commentare i loro peccati segreti perché ci provano gusto, e quando criticano, senti a me, è perché si critica quel che si vuol comprare. Però ti potrei anche dimostrare che quello che i loro medici miscredenti s’immaginano di aver scoperto è semplicemente quello che la Chiesa ha sempre fatto fin dagli inizi: scacciare il diavolo e guarire gli ossessi. L’analogia col rituale dell’esorcismo s’estende fino ai particolari, ad esempio quando
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essi tentano coi loro mezzi di portare l’indemoniato a parlare del demonio che lo possiede; anche secondo la dottrina ecclesiastica quello è il punto cruciale, in cui il diavolo si dispone per la prima volta a far fagotto! Soltanto che noi abbiamo tralasciato di adattarci in tempo alle condizioni mutate; al posto di sozzura e di diavolo bisognava cominciare a dire psicosi, subcosciente e tutto quel gergo moderno!” Non trova che è molto interessante? – s’interruppe il conte. – Ma diventa più interessante ancora, perché: “Non stiamo a ripetere che la carne è debole, – dice Sua Eminenza, – diciamo una buona volta che è debole anche lo spirito! E qui la Chiesa è stata in gamba e non s’è lasciata passare avanti! L’uomo infatti, anche se finge di combatterlo, teme il diavolo che gli entra in
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corpo molto meno che non l’illuminazione che gli viene dallo spirito. Tu non hai studiato la teologia, ma almeno ne hai rispetto, e questo è più di quanto un filosofo mondano abbia mai saputo fare nel suo accecamento; io ti posso dire: la teologia è così difficile che uno, dopo essersi dedicato ad essa esclusivamente per quindici anni, sa soltanto che in verità non ne capisce un’acca! E naturalmente nessuno vorrebbe avere la fede se sapesse com’è difficile in fondo; tutti ci maledirebbero e basta! Ci coprirebbero di insulti, capisci adesso? – ha proseguito maliziosamente Sua Eminenza, – proprio come fanno contro gli altri, contro quelli che scrivono libri e dipingono quadri e sostengono tesi. E noi oggi facciamo largo con cuore giocondo alla loro presunzione, giacché, credi a me: quanto più uno di quelli fa sul
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serio, quanto meno si preoccupa del suo benessere e di guadagnare forte, e quindi serve Dio alla propria maniera sbagliata, tanto più la gente lo trova noioso e ne parla male. Non è quella la vita! essi dicono. Noi invece sappiamo qual è la vera vita e gliela mostreremo; e poiché possiamo anche aspettare, forse farai ancora in tempo a vederli ritornare di corsa fra le nostre braccia, pieni di furore contro l’inutile intelligenza. Lo puoi già osservare nelle nostre stesse famiglie: i nostri padri, ai loro tempi, non han forse creduto di fare del cielo un’Università?”
- Non potrei garantire, – disse il conte Leinsdorf chiudendo questa parte delle sue comunicazioni e aprendone una nuova, – che fosse tutto da prendere per oro colato. Gli Hostnitz di Mürzbruck, devi sapere, hanno un
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famoso vino del Reno che il generale Marmont dimenticò e lasciò lì nel 1805 dovendo marciare in tutta fretta su Vienna; e lo servirono al ricevimento di nozze. Ma in massima parte il Cardinale azzeccava certamente giusto. E se mi domando come lo devo intendere, posso dire solo questo: è giusto di sicuro, però non combina. Cioè, non v’è dubbio che la gente da noi invitata perché si dice che rappresenti lo spirito del nostro tempo non ha niente da fare con la vita reale, ed è anche vero che la Chiesa può aspettare tranquilla; ma noi politici laici non possiamo aspettare, noi dobbiamo spremere il bene dalla vita così com’è. L’uomo non vive di solo pane, ma anche di anima; ci vuole l’anima, me lo lasci dire, perché egli possa digerire bene il pane; e perciò è necessario… – Il conte Leinsdorf era d’opinione
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che la politica deve stimolare l’anima. Vale a dire, deve succedere qualcosa, – egli disse, – il nostro secolo lo esige. Oggi tutti hanno questa sensazione, non soltanto gli uomini politici. Sembra di vivere in una specie di interim, e alla lunga nessuno ci regge.
S’era formato l’idea che bisognava dare un colpo all’oscillante equilibrio delle idee, su cui posava il non meno oscillante equilibrio delle potenze europee.
- Non ha molta importanza di quale colpo si tratti! – egli assicurò a Ulrich, il quale con simulato terrore dichiarò che Sua Signoria durante la loro separazione era diventato quasi un rivoluzionario.
- E perché no? – ribatté il conte Leinsdorf lusingato. – Anche Sua Eminenza naturalmente era dell’opinione che sarebbe almeno un
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piccolo passo avanti poter convincere Sua Maestà a porre in altre mani il Ministero degli Interni, ma a lungo andare simili modeste riforme, quantunque necessarie, giovano a poco. Sa che qualche volta nelle mie presenti riflessioni penso addirittura ai socialisti? – Lasciò tempo al suo interlocutore di riprendersi dalla stupefazione secondo lui inevitabile, poi riprese con risolutezza:
- Creda a me, il vero socialismo non sarebbe affatto così terribile come lo si presume. Forse lei mi obietterà che i socialisti sono repubblicani: certo, non si può starli a sentire quando parlano, ma a prenderli con realismo politico si può esser quasi sicuri che una repubblica socialdemocratica con un sovrano forte a capo sarebbe una forma di governo tutt’altro che assurda. Per conto mio
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scommetto che andando loro incontro solo un pochino rinunzierebbero ben volentieri all’uso della violenza e recederebbero dai loro abominevoli principî; si vede già che tendono a un’attenuazione della lotta di classe e della condanna della proprietà. E, bisogna dirlo, vi sono alcuni fra loro che antepongono ancora lo Stato al partito, mentre i borghesi dopo le ultime elezioni sono del tutto radicalizzati nelle loro contraddizioni nazionali.
- Resta il Kaiser, – egli seguitò velando confidenzialmente la voce. – Le ho già accennato prima che noi dobbiamo imparare a pensare in termini di economia politica; la politica unilaterale del principio di nazionalità ha disautorato il Reich; l’Imperatore, di tutta quell’insalata libertaria ceco-tedesco-italo- polacca… non so come dire… be, se ne frega
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altamente. Quello che Sua Maestà ha profondamente in cuore è il desiderio che i progetti di legge sulla difesa militare passino senza emendamenti, affinché il Reich sia forte, e poi una viva avversione contro tutte le albagie del mondo intellettuale borghese, che egli probabilmente conserva dal 1848. Ma con questi due sentimenti Sua Maestà non è altro, mi lasci dire, che il primo socialista dello Stato: immagino che ora lei riconosca la grande prospettiva di cui parlo! Resta soltanto la religione, e lì v’è un contrasto insormontabile, ma di ciò dovrei parlare ancora una volta con Sua Eminenza.
Il conte si sprofondò nella muta convinzione che la storia, soprattutto però quella della sua patria, sarebbe stata entro poco tempo costretta dallo sterile nazionalismo ove s’era
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smarrita a fare un passo verso l’avvenire; per cui s’immaginava la storia come una creatura a due gambe, d’altra parte però come una necessità filosofica. Era quindi spiegabile che egli, d’improvviso e con occhi irritati come un sommozzatore che s’è tuffato troppo profondamente, rispuntasse alla superficie.
- Ad ogni modo dobbiamo prepararci a compiere il nostro dovere!
- In che cosa vede Vostra Signoria il nostro dovere presentemente? – domandò Ulrich.
- Il nostro dovere? Ma è appunto di compiere il nostro dovere! è l’unica cosa che sempre si possa fare. Ora, per parlar d’altro… – Il conte parve ricordarsi solo in quel momento del mucchio di giornali e di carte su cui posava il suo pugno. – Ascolti, il popolo oggi chiede una mano forte; ma una mano forte ha bisogno
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di belle parole, se no il popolo non vi si acconcia. E lei, proprio lei, secondo me, possiede questa facoltà in grado eminente. Quel che lei disse l’ultima volta prima della sua partenza quando ci trovammo tutti in casa della signora Tuzzi – si ricorda? -: che si sarebbe dovuto ormai istituire un comitato generale per la beatitudine eterna, allo scopo di farla concordare con la nostra terrena puntualità di pensiero… be, tanto semplice non sarebbe, ma Sua Eminenza ne rise di cuore quando glielo raccontai; a dire il vero glielo misi sotto il naso, come si suol dire, un po’ ruvidamente e anche se lui ride sempre di tutto so benissimo se lo scherzo gli viene dal fegato o dal cuore. Caro dottore, noi non possiamo assolutamente privarci di lei…
Mentre tutti gli altri discorsi del conte
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Leinsdorf avevano avuto quel giorno la natura di sogni complicati, l’augurio che seguì allora, che Ulrich “rinunziasse definitivamente, almeno per il momento” a deporre l’ufficio onorifico di segretario dell’Azione Parallela fu espresso con tanta risoluta precisione, e il conte Leinsdorf posò la mano sul braccio di Ulrich con piglio tanto aggressivo che questi ebbe il sospetto non troppo soddisfacente che tutte quelle divagazioni prolisse, più astutamente di quanto gli era parso, avessero avuto l’unico scopo di assopire la sua vigilanza. In quel momento era molto arrabbiato con Clarisse che l’aveva messo in quella posizione; ma poiché s’era già rivolto alla cortesia del conte Leinsdorf, appena una pausa del colloquio gliene aveva offerto l’occasione, e il nobile signore, volendo senza indugio
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riprendere il discorso, aveva subito dato il richiesto consenso, non gli rimase altro che saldare, pur con riluttanza, il conto.
- Tuzzi mi ha anche mandato a dire, – soggiunse il conte Leinsdorf soddisfatto, – che forse lei si risolverà ad assumere un impiegato dei suoi uffici per fargli sbrigare le incombenze più fastidiose. “Bene, gli ho risposto, – purché lo faccia davvero!” In fine le daranno un individuo che ha prestato giuramento; e il mio segretario, che metterei volentieri a sua disposizione, è disgraziatamente un cretino. Solo le carte riservate sarà meglio non mostrargliele, perché non è tanto piacevole che l’uomo ci sia stato raccomandato per l’appunto da Tuzzi; ma del resto s’accomodi come meglio le piace! – Così Sua Signoria concluse benignamente quel fruttuoso colloquio.
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21. Getta nel fuoco tutto ciò che possiedi, anche le scarpe
NEL frattempo, e da quando era rimasta sola, Agathe viveva in un totale rilassamento di tutti i
rapporti e in una grata e malinconica lontananza della volontà; condizione che era come una vetta di dove si vede soltanto il gran cielo azzurro. Tutti i giorni per suo piacere andava un po’ a zonzo in città; quand’era in casa leggeva; sbrigava le sue faccende: godeva con lieta riconoscenza quella dolce insignificante attività di vivere. Niente
disturbava il suo stato, nessun attaccamento al
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passato, nessuno sforzo per l’avvenire; se posava lo sguardo su un oggetto lì intorno, era come vezzeggiare un agnellino: o quello si muoveva mansueto per venirle vicino oppure non si curava di lei ma non accadeva mai che ella se lo appropriasse di proposito, con quel gesto di intima presa di possesso che dà alla fredda comprensione qualcosa di violento e tuttavia di inutile poiché mette in fuga la gioia che è nelle cose. In tal modo tutto ciò che la circondava le pareva molto più comprensibile dell’usato, ma soprattutto la occupavano ancora i colloqui con il fratello. Secondo la particolare struttura della sua memoria singolarmente fedele, non deformata da proponimento né pregiudizio alcuno, le rinascevano intorno le parole vive, le piccole sorprese dell’accento e dei gesti di quelle
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conversazioni, senza molta coerenza e piuttosto così com’erano stati ancor prima che Agathe li avesse bene compresi e penetrati nelle loro intenzioni. Eppure tutto era straordinariamente ricco di significato; il suo ricordo in cui tanto sovente aveva predominato il rimorso era questa volta pieno di tranquilla tenerezza, e in qualche modo carezzevole il tempo passato restava aderente al calore del corpo invece di perdersi come al solito nel gelo e nelle tenebre che accolgono ciò che è stato inutilmente vissuto.
E così, avvolta in una luce invisibile, Agathe discuteva anche con gli avvocati, notai e agenti con cui aveva da fare. Non li trovava mai ostili; tutti si davan premura di accontentare i desideri della affascinante giovane donna raccomandata dal nome paterno. Lei stessa si
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presentava piena di sicurezza, ma come assente di spirito; da ciò che aveva risoluto non recedeva ma era come una cosa al di fuori di lei, e l’esperienza acquistata nella vita – anche questa, quindi, ben distinta dalla persona – seguitava a lavorare intorno alla risoluzione presa come un servo accorto che sfrutta tranquillamente i vantaggi offerti dalle sue mansioni. Di tendere con tutte le sue azioni a preparare un inganno – questo significato della sua attività che saltava agli occhi dei non interessati – restava in quel periodo assolutamente fuori della sua comprensione. L’unità del suo animo l’escludeva. Lo splendore della sua coscienza eclissava quel punto oscuro, che nondimeno, come il nocciolo nella fiamma, rimaneva al suo centro. Agathe stessa non avrebbe saputo esprimerlo; il suo proposito
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la poneva in una condizione che era a distanza astronomica da quel proposito malvagio.
Fin dal mattino in cui era partito il fratello, Agathe si era esaminata minuziosamente; per caso aveva incominciato dal viso, perché il suo sguardo vi era caduto sopra e non aveva più lasciato lo specchio. E così fu presa, come accade certe volte, che non si avrebbe nessuna voglia di camminare eppure si fanno cento passi e poi sempre altri cento finché s’arriva a un oggetto scorto solo all’ultimo momento, dove si intende tornare indietro senza fallo e invece si continua. Allo stesso modo ella fu presa senza vanità dal paesaggio del proprio io che sotto un velo di vetro le si stendeva davanti. Osservò i capelli che erano ancor sempre come velluto chiaro. Sbottonò il colletto della sua immagine e le abbassò l’abito intorno alle
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spalle; poi lo tolse del tutto, e si scrutò con attenzione fino alla rosea calotta delle unghie, dove il corpo termina in mani e piedi e quasi non appartiene più a se stesso. Tutto era ancora come il giorno radioso che s’avvicina allo zenit, ascendente, puro, preciso e ancora impegnato in quel divenire che è come un mattino avanzante verso il mezzogiorno, e in un animale o in un essere umano s’esprime nello stesso modo indescrivibile come in una palla lanciata non ancora giunta al punto più alto ma appena poco al disotto.
“Forse lo sta toccando proprio in questo momento”, pensò Agathe. Quel pensiero l’atterriva. Tuttavia il meriggio poteva essere ancora lontano; ella aveva soltanto ventisette anni. Il suo corpo non forzato da maestri di ginnastica e massaggiatori e neppure da
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maternità e allattamenti non era stato plasmato che dal suo proprio sviluppo. Se lo si fosse potuto esporre ignudo in uno di quei paesaggi grandiosi e solitari, come sarebbe il lato rivolto al cielo di un’alta catena alpina, il vasto e sterile ondeggiamento di quelle cime l’avrebbe portato come una dea pagana. In una natura così fatta il mezzodì non versa più nembi di luce e di colore, sembra elevarsi ancora un poco al di sopra del suo punto culminante e poi impercettibilmente trapassa nella declinante aerea bellezza del pomeriggio. Lo specchio rifletteva l’impressione un po’ inquietante dell’ora indefinibile.
In quel momento Agathe aveva pensato che anche Ulrich lasciava trascorrere la sua vita come se dovesse durare sempre. “Forse sarebbe stato meglio conoscerci solo da vecchi, – ella
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disse fra sé ed ebbe la malinconica visione di due banchi di nebbia che a sera calano sulla terra. – Non sono belli come il radioso meriggio,
- ella pensò, – ma che importa a quelle due informi masse grigie come le vedono gli uomini? La loro ora è venuta, ed è dolce come la più bruciante!” Aveva già quasi voltato le spalle allo specchio, ma l’umore del momento che induceva all’esagerazione la provocò improvvisamente a girarsi di nuovo, e le venne da ridere al ricordo di due corpacciuti villeggianti di Marienbad che aveva sorpreso anni prima su una panchina verde intenti a scambiarsi le più tenere carezze. “Anche il loro cuore batteva agile in mezzo al lardo e immersi nella reciproca contemplazione non s’accorgevano del divertimento che procuravano al prossimo”, rifletté Agathe, e fece
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un viso estatico sforzandosi di gonfiare il proprio corpo e di comprimerlo in pieghe di grasso. Passato quel momento di malizia, parve che minuscole lacrime di stizza le fossero spuntate negli occhi, e riprendendo un freddo dominio di sé ella tornò all’esame minuzioso della propria immagine. Sebbene potesse considerarsi snella, notò con interesse nelle proprie membra la possibilità di un appesantimento. Forse anche il torace era troppo largo. Sulla pelle molto bianca, che il biondo dei capelli adombrava come la luce di una candela accesa di giorno, il naso si staccava un po’ troppo, e da un lato la sua linea quasi classica era lievemente schiacciata. In verità la forma essenziale simile a una fiamma poteva celarne un’altra più larga e più malinconica, come una foglia di tiglio capitata
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fra rami di lauro. Agathe si contemplava incuriosita, come se si stesse guardando per la prima volta. Così dovevano averla vista forse gli uomini a cui si era concessa, e lei stessa non ne aveva saputo nulla. A quell’idea non si sentì troppo a suo agio. Ma in qualche guisa della fantasia ella udiva al di là di tutte le vicende vissute il lungo, fervido, intenso grido d’amore dell’asino che sempre l’aveva stranamente commossa: grottesco e stolto oltre ogni dire, ma appunto per questo non v’è forse un altro eroismo d’amore che sia così sconsolatamente dolce. Ella scrollò le spalle sulla propria vita, e si rivolse di nuovo allo specchio con la ferma volontà di scoprire un punto dove la sua immagine già cedesse all’età. C’erano le piccole zone presso gli occhi e gli orecchi, che son le prime a cambiare e in principio sembrano
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soltanto essersi spiegazzate nel sonno, oppure il contorno del seno, che così facilmente perde la sua nettezza; in quel momento le avrebbe fatto piacere, come una promessa di pace, scoprire qualche mutamento, ma ancora non se ne vedeva alcuno, e la bellezza del corpo si librava quasi inquietante nelle profondità dello specchio.
A un tratto parve ad Agathe molto strano essere la signora Hagauer, e così forte era la differenza fra le correlazioni precise e folte conseguenti a tal fatto e l’incertezza che dall’esterno esso immetteva in lei che ella si sentì come smateriata, e il suo corpo nello specchio apparteneva invece alla signora Hagauer: vedesse un po’ lei come cavarsela con quel corpo che si era impegolato in situazioni al di sotto della sua dignità. Anche in questo c’era
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qualcosa del piacere ondeggiante della vita, che a volte è come una paura, e la prima risoluzione presa da Agathe dopo essersi rapidamente rivestita la condusse in camera da letto a cercare una capsula che doveva esser là nei suoi bagagli. La piccola capsula ben chiusa, che ella possedeva all’incirca da quando aveva sposato Hagauer e che portava sempre con sé, conteneva in quantità minima una sostanza di dubbio colore, la quale, a quanto le avevano garantito, era un veleno potente. Agathe ricordò certe concessioni che aveva dovuto fare per entrare in possesso di quella sostanza proibita, di cui conosceva soltanto l’effetto che le avevano descritto e il nome, uno di quei nomi chimici simili a una formula magica che il profano si deve imprimere in mente senza capirli. Ma evidentemente tutti i mezzi che,
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come il possesso di veleni e di armi o la ricerca di pericoli sostenibili, avvicinano un poco la fine, ricadono nel romanticismo della gioia di vivere; e può essere che la vita dei più sia così oppressa, così fluttuante, con tanto buio nella luce e tutt’insieme così strampalata che solo una lontana possibilità di troncarla sprigiona la gioia in essa contenuta. Agathe si sentì più tranquilla quando posò gli occhi sul piccolo oggetto di metallo, il quale nell’incertezza che le stava dinanzi le parve un portafortuna e un talismano.
Questo non significava affatto che Agathe fin da allora avesse avuto intenzione di uccidersi. Al contrario ella temeva la morte, come qualunque persona giovane a cui capita di pensare, per esempio, la sera a letto prima di addormentarsi dopo una giornata sanamente
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trascorsa: è inevitabile che una sera, dopo una giornata bella come oggi, io sia lì morto. E del resto non fa venir voglia di morire assistere alla morte di un altro, e la fine di suo padre l’aveva tormentata con impressioni d’orrore che si rinnovavano dacché era rimasta sola nella casa dopo la partenza di Ulrich. Ma la sensazione: “Io sono un poco morta”, Agathe la provava sovente, e proprio in momenti come quello – in cui aveva appena rilevato l’armonia e la salute del suo giovane corpo, quella bellezza scattante che nelle sue misteriose componenti è così imperscrutabile come la decomposizione degli elementi nella morte – le accadeva facilmente di passare da una condizione di felice sicurezza a un’altra di angoscia, di stupore e di taciturnità, come quella di chi da una stanza piena di gente e di animazione esce di colpo al chiarore delle
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stelle. Noncurante dei propositi che si agitavano in lei e nonostante la soddisfazione di essere riuscita a salvarsi da una vita mancata, ella si sentiva adesso un po’ slegata da sé, attaccata a se stessa solo con limiti vaghi. Pensava freddamente alla morte come a uno stato in cui si è dispensati da tutte le fatiche e da tutte le immaginazioni e se lo immaginava come un assopirsi dolcemente: si giace nella mano di Dio, e quella mano è come una culla o come un’amaca legata a due grossi alberi che il vento dondola lievemente. Immaginava la morte come una grande stanchezza e acquietamento, liberazione da ogni volontà e da ogni sforzo, da ogni attenzione e da ogni riflessione, simile al piacevole dileguar delle forze che si prova nelle dita quando il sommo le scioglie cautamente da un ultimo oggetto del mondo che esse tengono
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stretto. Senza dubbio però s’era fatta del morire un’idea assai comoda e neghittosa, appunto corrispondente ai bisogni di una persona poco incline alle fatiche della vita, e alla fine sorrise osservando che tutto ciò ricordava il divano da lei fatto trasportare nell’austero salone paterno, per sdraiarsi sopra a leggere: l’unico cambiamento che lei di sua iniziativa avesse introdotto nella casa.
Tuttavia il pensiero di rinunziare alla vita era per Agathe tutt’altro che un gioco. Le sembrava molto verosimile che a una agitazione così ingannevole dovesse seguire uno stato la cui pace beata prendeva involontariamente nella sua fantasia una specie di contenuto corporeo. Ella sentiva così perché non aveva nessun bisogno della eccitante illusione che il mondo dovesse essere
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migliorato, ed era pronta a rinunziare alla sua parte di mondo in qualsiasi momento, purché ciò accadesse in una maniera gradevole; inoltre durante quella strana malattia da lei sofferta al limite fra l’infanzia e la fanciullezza aveva avuto un singolare incontro con la morte. Allora, fu un quasi impercettibile declinare delle forze, che pareva introdursi fin nei più brevi periodi di tempo e nell’insieme tuttavia procedeva veloce e inarrestabile, di giorno in giorno nuove parti del suo corpo si erano disgiunte da lei e come annullate; ma di pari passo con quella decadenza e quel distacco dalla vita si era svegliata in lei un’indimenticabile aspirazione verso una nuova meta, che bandiva dalla malattia tutta l’inquietudine e la paura ed era uno stato stranamente pieno di contenuto, in cui ella poteva persino esercitare un certo
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dominio sugli adulti che le stavano intorno e che diventavano sempre più perplessi. Forse quel vantaggio da lei ottenuto in circostanze così impressionanti aveva formato più tardi il nocciolo della sua disposizione spirituale a fuggire in modo analogo la vita i cui eccitamenti non corrispondevano per qualche ragione alla sua attesa; più probabile però l’interpretazione contraria, e cioè che quella malattia per cui si era sottratta agli obblighi della scuola e della casa paterna fosse la prima manifestazione dei suoi rapporti col mondo, cristallini e come trasparenti al raggio di un sentimento che ella non conosceva. Giacché Agathe, originariamente semplice di natura, si sentiva calda, vivace, anzi persino gioconda e facile da accontentare; infatti aveva saputo adattarsi alle più diverse condizioni di vita, e
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mai le era avvenuto di piombare nell’indifferenza, come tante donne che non possono più sopportare i loro disinganni; ma anche nella risata o nel tumulto di una avventura erotica, che tuttavia continuavano, c’era sempre la svalutazione, che la faceva stanca in ogni fibra del corpo e bramosa di qualcos’altro che ben si poteva definire il nulla.
Questo nulla aveva un contenuto definito benché indefinibile. Per molto tempo in molte occasioni ella aveva ripetuto tra sé le parole di Novalis: “Che cosa posso dunque fare per la mia anima, che abita in me come un enigma insoluto? che lascia all’uomo visibile la massima licenza perché non può in alcun modo dominarlo?” Ma la luce vacillante di questa frase, dopo averla illuminata un istante come un lampo, si spegneva ogni volta nel buio,
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poiché ella non credeva all’anima, parendole cosa presuntuosa ed eccessivamente definita per lei. Altrettanto poco però ella credeva alla materia. Per capir bene il suo pensiero, basta rappresentarsi che tale rifiuto dell’ordine terreno senza fede in un ordine ultraterreno è cosa profondamente naturale, giacché in ogni cervello accanto al pensiero logico, col suo semplice e rigoroso senso dell’ordine che è il riflesso delle condizioni esterne, v’è anche il pensiero effettivo, la cui coerenza se di coerenza si può parlare corrisponde alle particolarità dei sentimenti, delle passioni e degli umori, cosicché le leggi di entrambi stanno suppergiù le une alle altre come quelle di un deposito di legnami, dove i pezzi di legno ben squadrati e pronti per la spedizione sono disposti in cataste ordinate, a quelle oscure e
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intricate del bosco col suo stormire e col suo pullulare. E giacché gli oggetti del nostro pensiero non sono affatto indipendenti dalle sue condizioni, non solamente questi due modi di pensare si mescolano in ogni individuo, ma fino a un certo punto possono anche porlo di fronte a due mondi diversi, almeno immediatamente prima e dopo quel “momento misterioso e indescrivibile” che secondo un famoso filosofo religioso sopraggiunge in ogni percezione sensuale prima che sentimento e opinione si dividano l’uno dall’altro e occupino i posti in cui si è abituati a trovarli: come un oggetto nello spazio e una meditazione che è ora racchiusa nel meditatore.
Perciò qualunque sia il rapporto fra le cose e il sentimento nell’immagine ormai matura che si fa del mondo l’uomo incivilito, ciascuno
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conosce tuttavia i momenti inebrianti in cui la bipartizione non s’è ancora compiuta quasi che l’acqua e la terra non si fossero ancora divise e le onde del sentimento si trovassero sullo stesso orizzonte con le alture e con le valli da cui è costituita la figura delle cose. Non occorre neppure presumere che Agathe vivesse tali momenti con insolita frequenza e intensità, solo li percepiva più vivacemente o se si vuole anche più superstiziosamente poiché era sempre pronta a credere nel mondo o anche a non credervi, come faceva fin dagli anni di scuola e non aveva disappreso più tardi quando s’era trovata alle prese con la logica maschile. In questo senso molto lontano dall’arbitrio e dal capriccio, Agathe avrebbe potuto sostenere, se fosse stata più sicura di sé, di essere la più illogica di tutte le donne. Ma
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non le era mai venuto in mente di vedere altro che una singolarità personale nei sentimenti distaccati che ella provava. Solo l’incontro col fratello aveva provocato in lei un cambiamento. Nelle stanze vuote, incavernate nell’ombra della solitudine, che fino a poc’anzi erano state animate di colloqui e d’una comunanza che compenetrava le anime, si perdeva involontariamente la distinzione fra lontananza materiale e presenza spirituale, e Agathe, mentre i giorni scorrevano senza nulla di notevole, sentiva profondamente come non mai lo strano incanto dell’onnipresenza e dell’onnipotenza che è congiunto col passaggio dal mondo dei sentimenti a quello delle percezioni. La sua attenzione sembrava aperta non soltanto nei sensi ma anche nel profondo dell’animo che non soffriva illuminazioni se non
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da ciò che dava la sua stessa luce; e, incurante dell’ignoranza di cui soleva accusarsi, credeva ricordando le parole udite dal fratello di capirne tutto il significato senza doverci riflettere. E come in tal modo il suo spirito era così pieno di se stesso che anche l’idea più vivace aveva qualcosa dell’ondeggiamento silenzioso di un ricordo, tutto ciò che le accadeva si allargava in un presente illimitato; anche quando faceva qualcosa, si dissolveva in fondo, fra lei che l’eseguiva e ciò che stava succedendo, null’altro che una separazione; e il suo moto sembrava la via lungo la quale tutte le cose avanzavano quando ella tendeva il braccio verso di loro. Quel mite potere, la sua conoscenza e la presenza parlante del mondo erano però – s’ella si chiedeva con un sorriso che cosa andasse facendo – a malapena distinguibili dall’assenza,
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dall’impotenza e dal mutismo spirituale. Esagerando un poco la sua impressione Agathe avrebbe potuto dire che ormai non sapeva più dove si trovasse. Era tutta circondata da qualcosa d’immoto entro cui si sentiva in pari tempo innalzata e nascosta. Avrebbe potuto dire: “Sono innamorata ma non so di chi” L’animava una chiara volontà, di cui prima aveva sempre sentito la mancanza, ma non sapeva che fare in quella chiarezza, perché tutto quel che c’era stato nella sua vita di male e di bene era senza significato.
Così Agathe, non soltanto quando guardava la capsula col veleno, ma tutti i giorni, pensava che le sarebbe piaciuto morire, o almeno che la felicità della morte doveva somigliare alla felicità in cui trascorreva il suo tempo mentre aspettava di raggiungere il fratello, e intanto
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faceva appunto ciò che egli l’aveva scongiurata di non fare. Non poteva figurarsi che cosa sarebbe accaduto quando ella fosse stata a Vienna presso Ulrich. Quasi risentita ella ricordò di averlo udito accennare con noncuranza che ella nella capitale avrebbe avuto grandi successi e trovato ben presto un altro marito o almeno un amante; questo non sarebbe mai stato, lei ne era certa! Amore, bambini, bei giorni, lieta compagnia, viaggi e un poco d’arte… la vita buona è così semplice, ella ne capiva gli allettamenti e non vi era insensibile. Ma, sebbene pronta a giudicarsi inutile, per quella facile semplicità aveva in sé tutto il disprezzo di chi è nato ribelle. La cosiddetta vita assaporata fino in fondo è in verità inconsistente; le manca alla fine, e proprio alla vera fine, cioè alla morte, sempre
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qualche cosa. Somiglia – ella cercò un’espressione adatta – a un cumulo di oggetti che non sono stati ordinati da una più alta esigenza: così misera nella sua sovrabbondanza, il contrario della semplicità, null’altro che una confusione accettata con la gioia dell’abitudine! E con una digressione improvvisa ella pensò: “È come un mucchio di bambini estranei che uno osserva con educata benevolenza, pieno di paura crescente perché non gli riesce di scorgere fra essi il proprio!”
La calmava il proposito di togliersi la vita se anche dopo l’ultima volta che le stava dinanzi essa non dovesse mutare. Come il fermento nel vino fluiva in lei la speranza che morte e terrore non fossero l’ultima parola della verità. Non sentiva il bisogno di pensarci, anzi aveva paura di quel bisogno a cui Ulrich cedeva così
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volentieri, ed era una paura battagliera. Infatti, lo sentiva bene, tutto ciò da cui era presa con tanta forza non era interamente scevro dal costante sospetto che si trattasse di mera apparenza. Ma era altrettanto certo che l’apparenza conteneva una realtà fluida, scorrevole; forse una realtà non ancora divenuta terra, ella pensava; e in uno di quei momenti meravigliosi in cui il luogo dov’ella si trovava pareva dissolversi nell’indefinito, non le fu difficile credere che dietro a lei, nello spazio dove non si può mai figgere lo sguardo, forse c’era Dio. Era troppo, ed ella ne rimase atterrita! Un senso atroce di vuoto sterminato la colse all’improvviso, una chiarità senza fine oscurò il suo spirito e precipitò il suo cuore nella paura. La sua giovinezza – incline alle apprensioni suscitate dall’inesperienza – le
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suggeriva che si trovava in pericolo di veder crescere i primi segni di una incipiente follia: arretrò sbigottita. Con violenza si rimproverò di non credere in Dio. E infatti non credeva, da quando le avevano insegnato a credere, e questa era una sottospecie della differenza che ella sentiva per tutto ciò che le avevano insegnato. Non era per nulla religiosa in quel senso fermo e saldo che basta per una convinzione ultraterrena o anche soltanto morale. Ma esausta e tremante dopo un po’ dovette confessarsi ancora una volta di aver sentito “Dio” così chiaramente come un uomo che stesse ritto dietro di lei e le ponesse un mantello intorno alle spalle.
Dopo aver riflettuto a sufficienza ed essersi rinfrancata, ella scoperse che il significato di quanto s’era svolto in lei non stava in
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quell’“oscuramento del sole” che aveva colpito le sue sensazioni fisiche, ma era soprattutto morale. Un cambiamento subitaneo del suo stato più intimo, e conseguentemente di tutte le sue relazioni col mondo le aveva dato per un momento quell’“unità della coscienza coi sensi” che finora aveva conosciuto solo in scarsi accenni bastanti soltanto per improntare la vita quotidiana a un senso di sconforto e di appassionata mestizia, sia che Agathe cercasse di agir bene oppure male. Le sembrava che quel cambiamento fosse stato un’effusione impareggiabile, fluente tanto dal suo spazio ambiente quanto da lei a questo, l’unificazione del significato massimo col moto infimo dello spirito, che quasi non si distingue dallo sfondo delle cose. Le cose erano state penetrate dai sentimenti e i sentimenti dalle cose in maniera
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così convincente che Agathe sentiva di non esser stata nemmeno sfiorata da tutto ciò a cui aveva applicato finora la parola convinzione. Ed era accaduto in circostanze che secondo un normale modo di vedere impedivano che ci si potesse dare per convinti.
Così il significato dell’esperienza che Agathe andava facendo in solitudine non stava nella parte che tale esperienza poteva sostenere psicologicamente, come indicazione di una personalità eccitabile o facile ad essere annientata; non stava infatti nella persona bensì nell’universale oppure nel rapporto della persona con l’esperienza che Agathe non senza ragione definiva morale, nel senso che la giovane donna delusa di sé riteneva che se avesse sempre potuto vivere come nei momenti dell’eccezione e anche non fosse stata tanto
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debole da indugiarvisi, avrebbe potuto amare il mondo e prenderlo in buona; e diversamente non ci sarebbe riuscita! Adesso sentiva un appassionato desiderio di tornare indietro, ma i momenti della massima elevazione non si possono ricreare a forza; e chiara come una giornata pallida dopo il tramonto del sole ella vide, con l’inutilità dei suoi sforzi tempestosi, l’unica cosa che poteva aspettarsi e che infatti aspettava con impazienza nascosta soltanto dalla sua solitudine: quella singolare prospettiva descritta e definita una volta mezzo per scherzo da suo fratello “il Regno Millenario” Egli avrebbe anche potuto scegliere un altro nome perché per Agathe non era altro che il suono persuasivo e rassicurante di qualcosa che sta per venire. Però ella non avrebbe osato affermarlo. Non sapeva affatto se fosse
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veramente possibile. Aveva subito dimenticato tutte le parole dette dal fratello per dimostrare come dietro la visione che le riempiva lo spirito di nebbie luminose si aprissero possibilità sterminate. Ma finché egli le era rimasto vicino, le era sembrato che dalle sue parole sorgesse un paesaggio, e non immaginario ma proprio saldo sotto i suoi piedi. Che Ulrich a volte ne avesse parlato ironicamente, e in genere che egli volesse alternare sentimento e freddezza, dapprima l’aveva turbata, ma ora nella sua solitudine la rallegrava come una garanzia di verità, privilegio degli umori bisbetici di fronte a quelli estatici. “Probabilmente io pensavo alla morte appunto perché temevo che Ulrich non dicesse abbastanza sul serio”, ella confessò a se stessa.
L’ultimo giorno che doveva trascorrere in
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solitudine la colse di sorpresa; a un tratto tutta la casa era sgombrata e in ordine, e non rimaneva che darla in consegna ai due vecchi domestici, marito e moglie, che, provvisti per testamento vita natural durante, sarebbero rimasti nel padiglione della servitù fino all’ingresso di un nuovo proprietario. Agathe non aveva voluto trasferirsi in un albergo e sarebbe rimasta lì fino alla partenza che doveva aver luogo fra la mezzanotte e il mattino. La casa era impacchettata e imballata. Avevano improvvisato un’illuminazione di fortuna. Bauli accostati formavano tavolo e sedia. Su una terrazza di casse, all’orlo di un precipizio Agathe si era fatta apparecchiare la cena. Il vecchio servitore di suo padre andava e veniva reggendo in equilibrio i piatti attraverso luce e ombra; lui e sua moglie avevano insistito per
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provvedere alla giovane signora dalla loro cucina l’ultimo pasto nella casa paterna. E improvvisamente Agathe, fuori dello spirito in cui aveva passato quei giorni, si chiese: “Chi sa se si sono accorti di qualche cosa?” Poteva darsi che lei non avesse distrutto tutti i fogli su cui si era esercitata per cambiare il testamento. Sentì il gelo dello spavento, quel tremendo peso sognato che si attacca a tutte le membra, il gretto terrore della realtà che non dà nulla allo spirito ma lo depreda soltanto. In quell’attimo ella sentì con forza appassionata il desiderio di vivere che si era ridestato in lei. Si ribellava violento contro la possibilità che ella ne fosse impedita. Quando il vecchio servitore tornò, Agathe lo scrutò risoluta. Ma il vecchio andava su e giù senza malizia, sorridendo discreto, e sentiva qualcosa di muto e solenne. Ella non
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poteva vedergli dentro, come al di là di un muro, e non sapeva se dietro quella cieca lucentezza ci fosse in lui qualcos’altro. Anche lei adesso aveva un senso di solennità, di silenzio, di tristezza. L’uomo era sempre stato il confidente di suo padre, inesorabilmente pronto a riferirgli tutti i segreti dei suoi figli che veniva a scoprire: ma Agathe era nata in quella casa e tutto ciò che era accaduto dopo giungeva oggi alla fine; e Agathe era commossa di essere lì loro due, soli e solenni. Risolse di lasciargli in dono una piccola somma di denaro, e con improvvisa debolezza si propose di dirgli che era da parte del professor Hagauer; e lo escogitò non per astuzia, ma come una penitenza e con l’intenzione di nulla trascurare, benché le fosse chiaro che era tanto inutile quanto superstizioso. Prima che il domestico
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ritornasse guardò ancora i suoi due medaglioni, e quello col ritratto dell’amante indimenticato lo cacciò dopo aver contemplato il giovane per l’ultima volta, corrugando la fronte sotto il coperchio di una cassa male inchiodata che doveva restare in magazzino per un tempo indeterminato e pareva contenere utensili da cucina oppure lampade, perché si sentì metallo battere contro metallo, come cadono giù i rami di un albero; la capsula col veleno invece Agathe la ripose dove prima portava il ritratto.
“Come sono poco moderna! – pensava intanto sorridendo. – Certo vi son cose più importanti che le vicende d’amore!” Ma non lo credeva.
In quel momento non si sarebbe potuto dire né che ella desiderasse stringere legami illeciti
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col fratello, né che ne rifuggisse.
Dipendeva dal futuro; ma nella sua condizione presente nulla corrispondeva alla determinatezza di un problema simile.
La luce dipingeva di bianco abbagliante e di nero profondo le casse che le stavano intorno. E una maschera altrettanto tragica, che dava qualcosa di sinistro al suo significato pur semplice, portava il pensiero che quella era l’ultima sera in una casa dove ella era stata messa al mondo da una donna che non era mai riuscita a ricordare, e dalla quale anche Ulrich era nato. S’insinuò in lei una remota impressione di essere circondata da pagliacci, con volti serissimi e strani strumenti. Essi si misero a suonare. Agathe riconobbe un sogno a occhi aperti che faceva da bambina. Non poteva udire la musica ma tutti i clowns la
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guardavano. Si disse che in quel momento la sua morte non sarebbe stata una perdita per nessuno e per nulla, e per lei stessa soltanto la conclusione esteriore di uno spegnimento interiore. Così ella pensava mentre i pagliacci innalzavano suoni fino al soffitto; e apparentemente era seduta in mezzo a un circo cosparso di segatura e le lacrime le gocciolavano sulle dita. Era un sentimento di profonda assurdità, che da ragazzetta aveva provato sovente, e pensò: “Forse sono rimasta sempre infantile, ancor oggi?” il che non le impediva di pensare contemporaneamente, come qualcosa che attraverso le sue lacrime appariva immenso, che al loro primo rivedersi lei e il fratello si eran trovati di fronte vestiti così da pagliacci. “Perché quello che io ho in me doveva trovare rispondenza proprio in mio
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fratello? Che cosa vuol dire?” ella si domandò. E improvvisamente ecco che piangeva davvero. Non avrebbe potuto dirne il motivo, se non che accadeva per un impulso del cuore, e scosse violentemente il capo come se ci fosse dentro qualcosa che ella non riusciva né a dividere né a mettere insieme.
Con naturale ingenuità ella però pensava che Ulrich avrebbe trovato risposta a tutte le domande; finché ritornò il vecchio e contemplò commosso la sua commozione.
- Povera signora! – esclamò scuotendo il capo anche lui. Agathe lo guardò confusa, ma quando capì il malinteso di quella commiserazione rivolta al suo dolore filiale si risvegliò in lei la petulanza della giovinezza.
- Da alle fiamme tutto ciò che hai, comprese le scarpe. Quando non possiedi più nulla, non
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pensare neanche al sudario e gettati nudo nel fuoco! – gli disse. Era un’antica massima che Ulrich le aveva letto un giorno con entusiasmo e il vecchio, all’impeto grave e piano di quelle parole, pronunciate da lei con occhi che ardevano fra le lacrime, abbozzò un sorriso monco d’intesa e seguendo la mano accennante della padrona che voleva alleggerirlo con una falsa interpretazione. Guardò le casse ammonticchiate che sembravano quasi un rogo. Alla parola sudario il vecchio aveva approvato con comprensione, pronto a seguire anche se la strada gli pareva un poco impervia; ma dopo la parola nudo si irrigidì, e quando Agathe ripeté ancora una volta la frase, il vecchio assunse la maschera compassata del servitore, la cui espressione garantisce di non voler né vedere né sentire né giudicare.
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Finché aveva servito il suo vecchio padrone, quella parola non era mai stata pronunciata davanti a lui, tutt’al più si diceva “spogliato”; ma adesso i giovani erano diversi ed egli non avrebbe più potuto servirli in modo soddisfacente. Con serenità vespertina egli sentì che il suo lavoro era finito. L’ultimo pensiero di Agathe prima della partenza fu invece: “Ulrich butterebbe davvero ogni cosa nel fuoco?”
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22. Dalla monografia di Koniatowski sul teorema di Danielli al peccato originale. Dal peccato originale al dilemma sentimentale della sorella
O stato in cui Ulrich lasciò il palazzo del conte Leinsdorf e uscì nella strada era molto simile a una
prosaica sensazione di appetito; egli si fermò davanti a una colonna per le affissioni e placò la sua fame di borghesia con cartelloni e manifesti. La superficie di parecchi metri era coperta di parole.
“In fondo si potrebbe ammettere, – egli
rifletté, che proprio queste parole ripetute per
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tutta la città abbiano un valore di giudizio” Gli parvero affini alle espressioni stereotipe usate dai personaggi di romanzi nei momenti importanti della vita, e lesse:
“Avete mai portato un indumento così piacevole e pratico come le calze di seta Topinam?”; “Sua Altezza si diverte”; “La notte di San Bartolomeo in una nuova elaborazione”; “Serata allegra al Cavallino Nero”; “Brio, amore e danze al Cavallino Rosso” Gli diede anche nell’occhio un manifesto politico intitolato “Macchinazioni delittuose” Ma non si riferiva all’Azione Parallela bensì al prezzo del pane. Venne via e dopo pochi passi si fermò davanti alla vetrina di un libraio. “La nuova opera del grande poeta”, lesse su un cartiglio posto accanto a quindici volumi uguali allineati. Nell’altro angolo della vetrina un cartiglio
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uguale al primo celebrava un’altra opera: “Il signore e la signora si sprofondano con lo stesso entusiasmo nella “Babele dell’Amore” di…”
“Sarebbe questo il “grande” poeta?” pensò Ulrich. Ricordava di aver letto un solo libro di quell’autore e di essersi detto che non occorreva leggerne un secondo: tuttavia nel frattempo l’uomo era diventato famoso. E davanti a quella mostra dell’intellettualità germanica, gli tornò in mente un vecchio scherzo di quand’era soldato. “Mortadella” chiamavano i suoi commilitoni un generale impopolare, dal popolare salume italiano, e a chi chiedeva il perché rispondevano “mezzo asino, mezzo porco” Ulrich era invogliato a portare più avanti il paragone, ma fu interrotto da una donna che gli rivolse la parola:
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- Anche lei aspettava il tram? – Allora si accorse di non esser più fermo davanti alla libreria.
Senza avvedersene, nel frattempo era andato a piantarsi immobile accanto al palo d’una fermata tranviaria. La signora che lo richiamò in sé portava gli occhiali e il sacco da montagna; era un’astronoma che egli conosceva, assistente all’Istituto, una delle poche donne che in quella disciplina virile avessero combinato qualcosa di buono. Ulrich notò che il naso e le zone sotto gli occhi nell’abituale sforzo del pensiero avevano preso l’aspetto di sottascelle di gomma; poi in basso vide una corta gonna di loden, in alto una penna di gallo su un cappello verde che si librava sul dotto volto della donna, e sorrise:
- Va in montagna? – domandò.
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La dottoressa Strastil andava per tre giorni in montagna “a scopo distensivo”.
- Che ne dice del lavoro di Koniatowski? – chiese a Ulrich. Ulrich non ne diceva niente. – Kneppler si arrabbierà, – opinò la scienziata. – Ma la critica di Koniatowski alla deduzione di Kneppler della teoria di Danielli è interessante: non le pare? Quella deduzione la ritiene possibile?
Ulrich alzò le spalle.
Egli era di quei matematici chiamati logicisti che non trovavano mai nulla di giusto e costituivano una nuova dottrina fondamentale. Ma egli non riteneva del tutto giusta neanche la logica dei logicisti. Se avesse continuato a lavorare sarebbe ritornato ad Aristotele; su questo aveva le sue opinioni.
- Per me tuttavia la deduzione di Kneppler
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non è mancata, è soltanto sbagliata, – dichiarò la dottoressa Strastil. Avrebbe anche potuto affermare che riteneva mancata la deduzione ma tuttavia nelle grandi linee non sbagliata; ella sapeva ciò che intendeva dire ma nella lingua usuale in cui le parole non sono definite nessuno può esprimersi univocamente; sotto il suo cappello sportivo, mentre lei si serviva di quel linguaggio di vacanze, s’intravedeva l’espressione di timoroso orgoglio che il mondo laico sensuale deve suscitare in un frate quand’egli incautamente lo accosta.
Ulrich prese il tram con la signorina Strastil, non sapeva perché. Forse perché la critica di Koniatowski al teorema di Kneppler le pareva così importante. Forse voleva parlarle di letteratura, di cui ella non capiva niente.
- Che cosa farà in montagna? – le chiese.
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Voleva andare sul Hochschwab.
- Troverà ancora molta neve. Con gli sci non si può più salire e senza sci non ancora, – la consigliò Ulrich che conosceva la montagna.
- Allora resterò più in basso, disse la signorina. – Già un’altra volta rimasi tre giorni nelle baite della Färsenalm, che sono a metà costa. Voglio soltanto godermi un po’ di natura!
La faccia che faceva l’egregia astronoma pronunziando la parola natura punse Ulrich a chiederle che scopo aveva quel desiderio di natura.
La dottoressa Strastil era profondamente indignata. Poteva stare tre giorni coricata sul prato senza muoversi: come una rupe! proclamò.
- Forse, perché è una scienziata! osservò
Ulrich. – Un contadino si annoierebbe!
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Questo la dottoressa Strastil non lo capiva. Parlò delle migliaia di persone che ogni domenica vanno in cerca della natura, a piedi, in barca, sulle ruote.
Ulrich parlò dei contadini che fuggono dalla campagna, attirati in città.
La signorina Strastil mise in dubbio che egli fosse capace di sentimenti abbastanza elementari.
Ulrich dichiarò che la comodità era elementare quanto il cibo e l’amore, non così lo star sdraiati su un prato. – Il sentimento naturale che si suppone provochi tale impulso è invece un rousseauismo moderno, un atteggiamento sentimentale e complicato.
Sentiva di non pesar le parole, ma non gliene importava nulla, continuava soltanto perché non era ancora quello che egli voleva
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cavarsi di dentro. La signorina Strastil gli lanciò un’occhiata sospettosa. Non era in grado di capirlo; la sua esperienza nell’investigazione dei concetti puri non le serviva a niente, ella non poteva né congiungere né disgiungere le idee con le quali egli pareva soltanto baloccarsi lestamente; immaginava che egli chiacchierasse senza riflettere. Ascoltare quei discorsi con il cappello tirolese in capo era la sua unica consolazione e le faceva meglio pregustare le gioie della solitudine a cui andava incontro.
In quell’istante Ulrich posò lo sguardo sul giornale di un vicino e lesse su un annunzio pubblicitario, in caratteri cubitali: “Il secolo pone dei problemi, il secolo li risolve” Poteva essere la reclame di un cuscinetto ortopedico per piedi difettosi o l’annunzio di una conferenza, oggidì son cose impossibili a
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distinguersi, ma i suoi pensieri infilarono subito la via ch’egli cercava. La sua compagna si sforzava di essere obiettiva e confessò titubante:
- Purtroppo m’intendo poco di letteratura, non si ha mai tempo, noialtri. Forse non conosco neppure quello che è doveroso conoscere. Ma X, ad esempio, – e nominò un autore assai letto, – mi ha donato moltissimo. Quando un poeta sa farci sentire così vivi, è davvero una cosa grande, mi pare! – Ulrich però, stimando di aver già goduto abbastanza quel connubio di una straordinaria intelligenza scientifica con una notevole idiozia spirituale, si alzò lietamente, rivolse alla collega un complimento smaccato e scese a precipizio con la scusa di aver già oltrepassato la propria fermata. Era già nella strada e salutava
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un’ultima volta quando la signorina Strastil si ricordò di aver udito criticare i lavori più recenti di Ulrich e si sentì rimescolare da un’onda di commozione dovuta a quel galante congedo; il che, dati i principî dell’ottima signorina, non poteva farglielo riguardare di buon occhio. Adesso però Ulrich sapeva, sebbene non ancora interamente, perché i suoi pensieri ruotavano intorno alla letteratura e che cosa cercavano colà, dall’interrotto parallelo con “Mortadella” all’involontaria istigazione a confessioni letterarie della buona Strastil. Infine la letteratura non lo riguardava più, da quando a vent’anni aveva scritto gli ultimi versi; prima però per un certo periodo aveva avuto l’abitudine abbastanza regolare di una segreta attività letteraria e non vi aveva rinunziato perché era diventato adulto o perché
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si fosse accorto di aver troppo poco ingegno, ma per motivi che sotto le impressioni presenti si sarebbero potuti definire con una parola significante uno sbocco nel vuoto dopo molti sforzi.
Ulrich infatti era di quei bibliofili che non vogliono più leggere perché leggere e scrivere rappresenta per loro una mostruosità. “Se la buona Strastil vuole che la “facciano sentire”, – egli pensò, (ed ha ragione! Se l’avessi contraddetta mi avrebbe tirato fuori la musica come prova definitiva!) – e, come spesso accade, in parte dava al suo pensiero forma parlata, in parte il ragionamento agiva sulla coscienza come un intervento senza parole: – che dunque la ragionevole dottoressa Strastil voglia “sentire” è precisamente ciò che esigono tutti gli altri, cioè che l’arte li scuota, commuova,
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diverta, sorprenda, che li porti ad annusare sublimi pensieri, in una parola che li faccia sentire “vivi” e li persuada di essere per sé e per gli altri una straordinaria “vicenda”“ Ulrich d’altronde non intendeva condannarli. Ebbe un altro pensiero accessorio, che finiva in un misto di leggera commozione e di riluttante ironia. “Il sentimento è abbastanza raro. Non lasciare che una certa temperatura del sentimento si raffreddi significa probabilmente conservare il calore d’incubatrice dove si cova ogni crescita spirituale. E se una persona viene innalzata momentaneamente dal suo viluppo di intenzioni intelligenti che la irretiscono con innumerevoli oggetti estranei a una condizione senza scopo, per esempio se ascolta una musica, si trova quasi nella condizione di vita d’un fiore sul quale cadono il sole e la pioggia”.
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Ulrich voleva ammettere che un’eternità più eterna di quella che era lo spirito umano nella sua attività sta nelle sue pause e nei suoi riposi; ma aveva pensato ora “sentimenti” e ora “esperienza, vicenda” e questo portava con sé una contraddizione. Infatti c’erano pure le esperienze della volontà! C’erano le esperienze culminanti! Forse però si poteva ammettere che ognuna di esse, quando raggiunge la sua suprema irradiante amarezza, non è più altro che sentimento; ma allora non sarebbe ancor più grave la contraddizione, che lo stato del “sentire” nella sua piena purezza sia un “riposo”, una caduta dell’attività? Oppure questa contraddizione non sussiste? C’è una strana correlazione, per cui la massima attività sarebbe immobile al centro? Qui però diveniva evidente che quella serie di idee era un
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pensiero indesiderato piuttosto che un pensiero accessorio, infatti Ulrich con improvvisa resistenza contro la piega sentimentale che le sue considerazioni andavan prendendo le respinse risolutamente. Non aveva alcuna intenzione di meditare su certe condizioni particolari né, ragionando sui sentimenti, cadere lui stesso nel sentimento.
Tosto gli balenò alla mente che l’oggetto delle sue riflessioni si poteva assai meglio e senza ambagi definire inutile attualità o eterna istantaneità della letteratura. Forse che essa ha un risultato? O è un gran giro vizioso da vicenda a vicenda e torna a congiungersi con se stessa, oppure è un insieme di stati di eccitazione da cui non deriva nulla di preciso.
“Ciascuno, senza volerlo, egli pensò, – prova molto più sovente e più fortemente
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l’impressione della profondità davanti a una pozzanghera che davanti all’oceano, per il semplice motivo che si ha più occasione di incontrare pozzanghere che oceani” Lo stesso, gli sembrava, succedeva anche col sentimento, e perciò appunto i sentimenti comuni passano per i più profondi. Poiché l’anteporre il sentire al sentimento, come fanno tutti i sentimentali, equivale – esattamente come il desiderio di “far sentire” e di “esser fatti sentire” che è il compendio di tutte le istituzioni tributarie del sentimento – ad avvilire il grado e la natura dei sentimenti di fronte al loro momento come a una condizione personale, e porta poi a quell’aridità, a quell’arresto di sviluppo, a quell’assoluta irrilevanza di cui non mancano esempi comuni.
“Certo un criterio di questo genere, pensò
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Ulrich complementarmente, – deve ripugnare a tutti coloro che si trovano bene nei loro sentimenti come il gallo nelle sue piume, e magari sono ancor fieri che con ogni “personalità” l’eternità ricominci da capo!” Aveva davanti la chiara immagine di una mostruosa demenza, commisurata addirittura a tutta l’umanità, ma non poteva esprimerla in modo soddisfacente, perché le correlazioni erano troppo vaste e complesse.
Così riflettendo, guardava i tram che passavano e ne aspettava uno che lo riportasse verso il centro. Vedeva la gente scendere e salire e il suo occhio non privo di esperienza tecnica si baloccava distratto con quegli elementi concatenati: fusione e fucinatura, lamine e chiavarde, calcolo e fabbricazione, evoluzione storica e stato presente, da cui era
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risultata l’invenzione di quelle baracche rotolanti di cui la gente si serviva. “Alla fine una rappresentanza dell’amministrazione tranviaria si presenta in fabbrica e decide sul rivestimento di legno, la vernice, l’imbottitura, l’applicazione di braccioli e maniglie, di portacenere e via discorrendo, – egli seguitò a pensare, – e proprio queste piccolezze e il colore verde o rosso del carrozzone e la facilità con cui riescono a salire sul predellino sono per migliaia e migliaia di persone le sole cose che contano, tutto ciò che rimane e che sentono dell’ingegno che quelle cose ha creato. Questo gli foggia il carattere, gli dà sveltezza e comodità, gli fa sentire familiari i tram rossi e estranei quelli azzurri e forma quell’inconfondibile odore di piccoli fatti che i secoli portano sui loro vestiti” Non si poteva
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quindi negare, e a un tratto si riconnetteva col resto, il ragionamento principale di Ulrich, che in gran parte anche la vita sbocca in attualità insignificanti oppure, volendo usare un’espressione tecnica, che il suo coefficiente di successo è molto basso.
E improvvisamente, mentre sentiva se stesso arrampicarsi con slancio sulla vettura, pensò: “Devo inculcare ad Agathe che la morale è: coordinare ogni stato momentaneo della nostra vita in modo da farne uno stato duraturo!” Quella frase gli era balenata di colpo alla mente a guisa di definizione. Idee non del tutto sviluppate e articolate avevano però preceduto questo pensiero rifinito e forbitissimo, e lo seguirono integrandone l’intendimento. Ciò significa imporre al sentire, occupazione di per sé innocua, un impegno,
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un’impostazione di problemi, un severo ordinamento gerarchico: i sentimenti devono servire oppure appartenere a uno stato non ancora descritto, che giunge fino agli estremi ed è grande come un oceano senza rive. Dobbiamo dire che è un’idea, oppure una nostalgia, un desiderio? Ulrich non poté andar oltre, perché nel momento in cui nella mente gli era passato il nome della sorella l’ombra di lei aveva oscurato i suoi pensieri. Come sempre quando la ricordava gli sembrava di aver mostrato nel periodo trascorso in sua compagnia una disposizione di spirito inconsueta. Sapeva anche di desiderare fervidamente il ritorno a quella disposizione. Ma lo stesso ricordo lo copriva di vergogna per essersi comportato da presuntuoso, buffone e ubriaco, non meglio di un uomo che
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nell’ebbrezza si butta ai piedi di gente che il giorno dopo non oserà guardare in faccia. Di fronte ai rapporti spirituali tra fratello e sorella, misurati e repressi, tutto ciò era immensamente esagerato e se non giudicarlo del tutto infondato bisognava però considerarlo soltanto come la contropartita di sentimenti che non avevano ancora figura. Egli sapeva che Agathe sarebbe arrivata fra pochi giorni, e non l’aveva intralciata in nulla. Aveva ella fatto qualcosa di male? Si poteva supporre che, calmandosi il suo capriccio, ella avesse rinunziato a tutto. Ma un intuito molto vivo gli diceva che Agathe non aveva receduto dai suoi propositi. Sarebbe stato meglio chiederle. Sentì di nuovo il dovere di scriverle per metterla in guardia. Ma invece di tradurre in atto tale intenzione cercò d’immaginare che cosa potesse
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avere indotto Agathe a quello strano comportamento; lo vedeva come un gesto straordinariamente impetuoso, col quale ella gli donava la propria fiducia e si poneva in sua mano. “Ha poco senso della realtà, – egli pensò,
- ma un modo meraviglioso di fare ciò che vuole. Sconsiderata, si potrebbe dire; ma perciò anche accesa. Quando è in collera vede il mondo scarlatto!” Sorrise affettuosamente e guardò i passeggeri che aveva d’attorno. Cattivi pensieri ciascuno di loro ne aveva, questo era certo, e ciascuno li reprimeva, e nessuno se la prendeva troppo a male; ma nessuno aveva quei pensieri al di fuori di sé, in una persona che donava loro la magica inaccessibilità di una vicenda sognata.
Poiché Ulrich non aveva terminato la lettera si rese conto per la prima volta che non aveva
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più scelta, e si trovava già nella condizione che lo rendeva perplesso. Secondo le sue leggi – si permetteva l’orgogliosa ambiguità di chiamarle sacre l’errore di Agathe non poteva provocare rimorso, ma soltanto esser riparato da avvenimenti che ne conseguissero, il che corrispondeva poi al senso originale del rimorso che è uno stato di ardore e di purificazione, non di mortificazione. Risarcire del danno sofferto l’incomodo marito di Agathe sarebbe stato nient’altro che riprendersi indietro il danno; cioè quella doppia e paralizzante negazione di cui è costituito il cosiddetto buon comportamento, internamente si riduce a zero. Per riportare Hagauer al pareggio però, per sollevarlo così come un peso, bisognava avere per lui un affetto profondo, e a questo non si poteva pensare senza spavento. Così, secondo
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la logica alla quale Ulrich cercava di adattarsi, si poteva soltanto riparare non al danno ma a qualcos’altro, e questa cosa – Ulrich non aveva su ciò ombra di dubbio – era la vita sua e della sorella.
“Con una certa protervia, – egli pensò, – ciò equivale a dire: Saulo non ha riparato a tutte le conseguenze dei suoi peccati trascorsi, ma è diventato Paolo!” Contro questa logica bizzarra però il sentimento e la convinzione ribatterono come al solito che sarebbe stato più onesto e non avrebbe pregiudicato i voli futuri saldare innanzi tutto i conti al cognato e pensare dopo alla vita nuova. Quell’etica che tanto lo allettava non era fatta per mettere a posto le questioni finanziarie e i contrasti che ne seguivano. Al confine tra quell’altra vita e la vita d’ogni giorno dovevano sorgere perciò casi
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irrisolvibili e contraddittori che forse era meglio non lasciar diventare dei casi-limite, ma piuttosto toglier di mezzo coi metodi abituali e spassionati dell’onestà. Ma viceversa ecco che Ulrich sentiva pure che non ci si può attenere ai soliti termini della bontà se ci si vuole avventurare nella cerchia della bontà assoluta. Il compito impostogli di fare un passo verso il nuovo non si poteva alleggerire in alcun modo.
L’ultima trincea che ancora lo difendeva era presidiata dalla sua violenta avversione per il fatto che concetti come Io, Sentimento, Bontà, altra Bontà, Male, di cui egli aveva fatto largo uso, erano così personali e nello stesso tempo così alto-miranti e rarefatti come è proprio delle considerazioni di gente molto più giovane. Gli succedeva quel che succederà di certo ad alcuni di quelli che seguono la sua storia:
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traeva fuori rabbioso singole parole e si domandava, ad esempio: “Produzione e risultato di un sentimento? che concetto meccanico, razionale, ignaro dell’uomo! La morale il problema di uno stato duraturo a cui si subordinano tutti gli altri stati e nient’altro? che cosa disumana!” A guardarlo con gli occhi di una persona ragionevole tutto appariva mostruosamente rovesciato. “L’essenza della morale oggi si fonda esclusivamente sul presupposto che i sentimenti importanti rimangono sempre gli stessi, – pensò Ulrich, – e tutto ciò che il singolo individuo ha da fare è di agire in accordo con essi!” Ma proprio in quel momento, i limiti del campo mobile che lo circondava si fermarono in un punto dove il suo occhio, vedendo dall’interno del veicolo moderno e senza volerlo facendo ancor parte di
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esso, cadde su una colonna di pietra che dai tempi del barocco s’ergeva sull’orlo della strada, cosicché la comodità tecnica inconsciamente accettata della creazione razionale si trovò improvvisamente in contrasto con l’irrompente passionalità del gesto antico che non era dissimile da una colica pietrificata. L’effetto di quella collisione ottica era una conferma straordinariamente violenta dei pensieri ai quali Ulrich aveva finora tentato di sottrarsi. Avrebbe mai potuto la scapestrataggine della vita rivelarsi più evidente che in quello spettacolo casuale? Troppo dotato di gusto per prendere partito per l’allora o per l’oggi, come è d’uso in tali contrapposizioni, il suo spirito non esitò un momento a sentirsi abbandonato tanto dal nuovo quanto dall’antico tempo, e vi scorse
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soltanto la grande presentazione di un problema che in fondo è bene un problema morale. Non poteva dubitare che la transitorietà di ciò che si considera stile, civiltà, tendenza del secolo o sentimento della vita e come tale si ammira, è soltanto un’infermità morale. Perché nel gran metro dei tempi non significa altro se non ciò che sarebbe, nel metro più piccolo della propria vita, lo sviluppare la propria capacità in una direzione sola e disperdersi in esagerazioni inconcludenti, non trovar mai la misura della propria volontà, non coltivarsi fino a una formazione compiuta e in balia di passioni incoerenti fare un po’ questo un po’ quello. Perciò anche quello che suol chiamarsi mutamento o addirittura progresso dei tempi gli sembrava soltanto una parola per esprimere che nessun tentativo giunge fin là
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dove tutti debbano unirsi, sulla via verso una convinzione che abbraccia tutto, e solo così alla possibilità di evoluzione costante, di godimento durevole e di quella solennità della grande bellezza, di cui oggi cade tutt’al più qualche volta l’ombra sulla nostra vita.
Naturalmente pareva a Ulrich una mostruosa protervia presumere che tutto dovesse esser stato nulla. Eppure era così. Smisurato come essere, caos come senso. Per lo meno, secondo i risultati a cui egli era giunto, nulla più di ciò da cui s’è formata l’anima del presente, dunque abbastanza poco. Mentre Ulrich faceva queste riflessioni, si abbandonò però a questo “poco” con tale piacere come se fosse l’ultimo posto che le sue intenzioni gli concedevano alla tavola della vita. Era sceso dal tram e aveva preso una via che lo
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riportasse rapidamente al centro della città. Gli sembrava di uscire da una cantina. Le strade squittivano di piacere ed erano prematuramente piene di calore come per una giornata estiva. Il dolce gusto velenoso di parlare con se stesso gli dileguò dalla bocca; tutto era comunicativo ed esposto al sole. Ulrich si fermava davanti a quasi tutte le vetrine. Quelle bottigliette di tanti colori, profumi suggellati e innumerevoli varietà di forbicine per le unghie; che somma di genio era contenuta anche soltanto in una bottega di parrucchiere! Un negozio di guanti: quali concatenazioni e invenzioni, prima che una pelle di capra venga tesa sulla mano di una signora e la spoglia di un animale sia divenuta assai più nobile che l’animale vivo! Egli ammirava quell’infinità di ovvii, graziosi
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strumenti del benessere come se li vedesse per la prima volta. Che bellezza quel prodigioso accordo della vita associata! Sparita senza lasciar traccia la crosta di terra della vita, le strade non lastricate della passione e persino… sì, l’inciviltà dell’anima! Agile e chiara l’attenzione si posava su un giardino di frutti, stoffe, pietre preziose, forme e allettamenti, che occhieggiavano suasivi e penetranti in tutte le gradazioni di colori. A quel tempo piacevano le carnagioni bianchissime e occorreva proteggerle dal sole, sicché qualche ombrellino variopinto ondeggiava già sulla folla stendendo seriche ombre su pallidi visi di donna. Lo sguardo di Ulrich colse con delizia passando davanti a una mescita l’oro opaco di bicchieri di birra posti su tovaglie tanto candide che all’orlo dell’ombra parevano formare chiazze
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azzurrine. Poi incontrò una vettura comoda e pesante, tutta rosso cupo e violetto all’interno; doveva essere la carrozza dell’arcivescovo, perché aveva un aspetto molto prelatizio e due poliziotti si misero sull’attenti e salutarono il vicario di Cristo senza pensare ai loro predecessori che avevano ficcato a quello stesso Cristo una lancia nel costato.
Con tale fervore Ulrich si era abbandonato a quelle impressioni, da lui definite poc’anzi “l’inutile attualità della vita”, che a poco a poco l’appagamento lo riportò all’opposizione di prima. Adesso egli sapeva esattamente quale era il punto debole delle sue riflessioni. “Che senso ha, – egli si chiese, – davanti a questa autocrazia andare ancora a cercare un risultato che stia al di sopra, al di sotto, al di là? Sarebbe una filosofia, quella? Una convinzione
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che tutto comprende, una legge? Oppure il dito di Dio? O in suo luogo l’ipotesi che alla morale sia mancata finora una mentalità induttiva, che esser buoni sia molto più difficile di quanto s’è creduto e che esiga una collaborazione altrettanto infinita quanto quella che occorre in tutti i campi della ricerca? Io sostengo che la morale non esiste perché non la si può dedurre da qualcosa di stabile, ma che vi sono soltanto delle regole per l’inutile conservazione di condizioni transitorie; e sostengo che non vi è profonda felicità senza morale profonda; ma mi sembra però uno stato innaturale e sbiadito questo star qui a meditarci su, e poi non è affatto quel che voglio!”
Molto più semplicemente in verità avrebbe potuto chiedersi: “Che impegno mi sono addossato?” e infatti così fece. La domanda
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però toccava più la sua sensibilità che il suo pensiero, anzi interruppe quest’ultimo e aveva già tolto a Ulrich, pezzo per pezzo, la voglia sempre desta di far piani strategici, prima che egli la afferrasse. Al principio era stata come una nota cupa che gli risonava all’orecchio, poi il suono era dentro di lui, solo un’ottava più in basso di tutto il resto, e alla fine Ulrich fu tutt’uno con la sua domanda e apparve a se stesso come un suono stranamente profondo nel mondo limpido e duro, che era circondato da un largo intervallo. Che impegno dunque aveva preso su di sé con solenne promessa?
Si concentrò nello sforzo. Sapeva di non aver usato per scherzo, anche se soltanto come allegoria, l’espressione “il Regno Millenario” Prender sul serio quella promessa equivaleva al desiderio di vivere, con l’aiuto di un amore
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reciproco, in una condizione terrena così elevata che si può soltanto più sentire e fare ciò che innalza e conserva tale condizione. Che una simile condizione umana potesse esistere almeno per accenni era stato per lui sempre una certezza da quando aveva l’uso della ragione. Era incominciato come “storia con la moglie del maggiore” e le esperienze successive non erano grandi, però sempre le stesse. Ricapitolando, dunque, si poteva concludere approssimativamente che Ulrich credeva alla “caduta nel peccato” al “peccato originale” Cioè, egli avrebbe addirittura potuto ammettere che c’è stato, una certa volta, un cambiamento radicale nel comportamento umano, all’incirca come quando un innamorato ritorna in sé: egli vede di colpo tutta la verità, ma qualcosa di molto più grande s’è lacerato, e la verità è
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soltanto come un pezzo rimasto in più che s’è ricucito al resto. Forse era stato per davvero il frutto della conoscenza che aveva cagionato quel mutamento nello spirito e cacciato via il genere umano da una condizione originaria alla quale solo dopo esser diventato saggio attraverso il peccato e le infinite esperienze avrebbe potuto ritornare. Ma Ulrich non credeva a simili storie così come vengono tramandate, bensì come le aveva scoperte lui: ci credeva come un calcolatore che ha spiegato davanti a sé il sistema dei propri sentimenti e dal fatto che nessuno di essi si può giustificare deduce la necessità di adottare una ipotesi la cui natura si possa riconoscere per intuizione. Non era cosa da poco! Sovente egli aveva pensato qualcosa di simile, ma non era mai stato in condizione di dover decidere entro
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pochi giorni se doveva essere una cosa di serietà vitale.
Si sentì leggermente madido di sudore sotto il cappello e il colletto, e la vicinanza delle persone che gli si affollavano intorno lo agitò. Ciò che egli pensava significava il taglio di quasi tutte le relazioni vive. Oggi infatti si vive divisi, e con parti intrecciate ad altre persone; ciò che si sogna è connesso col sognare e con quello che sognano gli altri; le nostre azioni sono interdipendenti ma ancor più dipendenti dalle azioni degli altri; e ciò di cui siamo convinti è in correlazione con altre convinzioni che noi solo in minima parte condividiamo: voler agire nella propria piena realtà è dunque una pretesa sommamente irreale. E lui appunto in tutta la sua vita era sempre stato persuaso che bisogna dividere le proprie
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opinioni, che bisogna avere il coraggio di vivere in mezzo alle contraddizioni morali, perché solo così si raggiunge il massimo rendimento. Era almeno convinto di quel che pensava sulla possibilità e sul significato di un altro modo di vivere? Per nulla affatto! Tuttavia non poteva impedire che il suo sentimento vi si indugiasse come davanti ai segni inconfondibili di un fatto che aveva atteso per anni.
Ora doveva pur chiedersi con quale diritto pretendeva, come un innamorato di se stesso, di non far più nulla che all’anima fosse indifferente. Ciò ripugna al carattere della vita attiva, che oggi ciascuno reca in sé, e anche se in tempi di religiosità profonda una tale tendenza si può sviluppare, ha sempre finito per svanire come l’alba davanti al sole che diventa più forte. Ulrich si sentiva addosso un
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profumo di solitudine e di dolcezza, che ripugnava sempre più al suo gusto. Perciò si sforzò di limitare, appena gli fu possibile, i suoi pensieri intemperanti e deplorò, sebbene non tanto sinceramente, che la strana promessa fatta alla sorella di un Regno Millenario, a considerarla con ragionevolezza, non era altro che una specie di opera benefica; la convivenza con Agathe doveva insomma esigere da lui uno sforzo di tenerezza e d’altruismo che finora era troppo mancato. Ricordò, come si ricorda una nube straordinariamente diafana passata nel cielo, certi momenti trascorsi insieme che erano già stati così. “Forse il contenuto del Regno Millenario altro non è che l’ingrossare di quella forza, che in principio si mostra soltanto a due, fino a divenire la tumultuante comunità di tutti?” rifletté un poco turbato. Cercò di nuovo
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consiglio nella sua “storia con la moglie del maggiore”: lasciando da parte le chimere dell’amore, poiché erano state nella loro immaturità la cagione dell’errore, concentrò tutta la sua attenzione sui sentimenti delicati di bontà e di adorazione di cui era stato capace allora nella sua solitudine, e gli parve che sentire affetto o confidenza, oppure vivere per un altro doveva essere una felicità commovente fino alle lacrime, una cosa bella come l’infocato tramontare del giorno nella pace della sera e anche altrettanto lacrimevolmente povera di piacere e spiritualmente silenziosa. Giacché nel frattempo anche il suo proposito gli apparve ridicolo, un po’ come la risoluzione di due vecchi scapoli di far vita comune, e quei sussulti della fantasia gli fecero sentire come il concetto del provvido amore fraterno era poco
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atto a soddisfarlo. Con relativo distacco egli si confessò che al rapporto fra lui e Agathe era mescolata fin dall’inizio una buona dose di asocialità. Non soltanto la faccenda di Hagauer e del testamento, ma anche tutta la gamma dei sentimenti rivelava qualcosa di violento e senza dubbio in quella fratellanza c’era tanto amore quanta ostilità per il resto del mondo. “No! – pensò Ulrich. – Voler vivere per un altro non è che il fallimento dell’egoismo, che apre lì accanto un negozio nuovo insieme con un socio!”
In verità la sua tensione interna nonostante quell’idea così brillantemente sfaccettata aveva già oltrepassato il punto culminante fin dal momento in cui egli si era sentito tentato di racchiudere in una lampadetta terrena la luce vaga che aveva dentro; e quando fu chiaro che
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era stato un errore, mancava già al suo pensiero l’intenzione di cercare uno scioglimento ed egli si lasciò di buon grado sviare. Poco distante, due uomini erano andati a sbattere l’uno contro l’altro e si coprivano d’improperi come se stessero per venire alle mani; egli assisté all’incidente con rinnovata attenzione, e appena rivolto altrove il suo sguardo incontrò quello di una donna che era come un fiore polposo oscillante sullo stelo. In quell’umore gradevole che è fatto per metà di attenzione desta e per metà di sentimento, egli si rese conto che all’esigenza ideale di amare il proprio prossimo la gente reale obbedisce in due tempi, di cui il primo consiste nel non poter soffrire i propri simili, mentre il secondo compensa il primo con l’annodare legami erotici con quelli dell’altro sesso. Senza riflettere
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ritornò tosto sui suoi passi per seguire la donna, fu un moto solamente meccanico, conseguente all’incontro dei loro sguardi. Egli vedeva la figura di lei sotto le vesti come un gran pesce bianco che è vicino alla superficie dell’acqua. Gli sarebbe piaciuto fiocinarlo virilmente e vederlo dibattersi, e v’era in quel desiderio tanta ripulsione quanta attrazione. Segni quasi impercettibili gli dicevano che la donna s’accorgeva di esser seguita o lo accettava. Cercò di capire a quale classe sociale ella appartenesse e decise per l’alta borghesia, dov’è difficile definire l’esatta posizione. “Famiglia di commercianti? Di funzionari?” si domandò. Ma immagini diverse si presentarono, fra cui anche quella di una farmacia; egli sentiva l’odore acuto e dolciastro addosso al marito che ritorna alla sera;
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l’atmosfera compatta della casa che non rivela più gli spasimi da cui è stata scossa poco prima sotto la lanterna cieca di un ladro. Senza dubbio ciò era orribile ma aveva un fascino perverso.
E mentre Ulrich continuava a seguire la donna e in verità temeva che si sarebbe fermata davanti a una vetrina costringendolo a passare oltre stupidamente oppure a rivolgerle la parola, qualcosa in lui era ancor sempre sveglio, limpido e non sviato dall’incontro. “Che cosa vorrà da me Agathe, in fondo?” egli si domandò per la prima volta. Non lo sapeva. Poteva supporre che fosse simile a ciò che egli voleva da lei, ma non avrebbe potuto addurre che motivi sentimentali. Non era strano che tutto fosse accaduto in modo così rapido e imprevisto? Tranne qualche ricordo infantile
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non aveva saputo niente di lei e le poche notizie apprese, per esempio il legame con Hagauer, che durava già da qualche anno, gli erano piuttosto dispiaciute. Anche ora ricordava la strana esitazione, la riluttanza quasi, con cui arrivato da Vienna s’era avvicinato alla casa paterna. E d’improvviso s’annidò in lui l’idea: “Il mio sentimento per Agathe è pura immaginazione!” “In un uomo che sempre ha volontà diverse da chi sta intorno, – egli pensò di nuovo seriamente, – in un uomo così fatto, che sente sempre l’avversione e non arriva mai fino all’attrazione è facile che la tiepida bontà e la tradizionale benevolenza dell’umanità si scompongano e diventino fredda durezza sulla quale fluttua una nebbia di amore impersonale” Una volta egli l’aveva chiamato amore serafico. Pensò che si sarebbe anche
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potuto dire: amore senza ricambio, o anche: amore senza sessualità. Già oggigiorno si ama soltanto coi sensi. Tra uguali non ci si può soffrire, e nell’incrocio sessuale ci si ama con rivolta sempre maggiore contro l’eccessiva stima che si fa di tale coazione. L’amore serafico invece è libero dall’uno e dall’altro. È l’amore sciolto dalle controcorrenti delle avversioni sociali e sessuali. Lo si potrebbe davvero chiamare – questo sentimento che in ogni luogo s’accompagna con la crudeltà della vita odierna – l’amore sororale di un secolo che non ha posto per l’amore fraterno; così egli pensò con un sussulto d’indignazione.
Ma pur pensando così, sognava intanto e frattanto di una donna che non si può in alcun modo raggiungere. Ella gli aleggiava dinanzi come gli ultimi giorni d’autunno in montagna,
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quando l’aria è come dissanguata e morente, ma i colori invece bruciano in un’estrema passione. Egli vedeva gli azzurri sguardi lontani, senza fine nelle loro preziose enigmatiche gradazioni. Aveva dimenticato la donna viva e vera che gli camminava davanti, era lontano dal desiderio e forse vicino all’amore.
Fu distolto dallo sguardo agganciante di un’altra donna, simile a quello della prima, ma meno sfacciato e appiccicoso, anzi delicato e distinto come un pastello; e che tuttavia s’imponeva in una sola frazione di secondo; guardò meglio e in uno stato di estremo esaurimento interno vide una signora molto bella, nella quale riconobbe Bonadea.
La giornata stupenda l’aveva attirata fuori di casa. Ulrich guardò l’orologio; passeggiava
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da un quarto d’ora appena e dacché aveva lasciato palazzo Leinsdorf erano passati meno di quarantacinque minuti. Bonadea disse:
- Non sono libera, oggi.
Ulrich pensò: “Com’è dunque lunga un’intera giornata, un anno; e un proponimento di vita, poi!” Incommensurabile.
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23. Bonadea ovvero la ricaduta
COSÌ avvenne che Ulrich poco tempo dopo ricevette la visita dell’amica abbandonata.
L’incontro per la strada non gli era bastato per rimproverarla di aver abusato del suo nome allo scopo d’insinuarsi nell’amicizia di Diotima; né Bonadea aveva avuto il tempo di rinfacciargli il lungo silenzio e di difendersi non soltanto dall’accusa di indiscrezione e chiamar Diotima “serpente volgare” ma anche di dimostrarlo. Perciò fra lei e l’amico fuori attività era stato combinato in fretta un incontro per le reciproche spiegazioni.
Quella che comparve non era più la
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Bonadea che guardandosi nello specchio con occhi socchiusi si proponeva di essere pura e nobile quanto Diotima e si attorceva i capelli per darsi un aspetto il più greco possibile, né quell’altra che, in notti rese frenetiche da quella cura di disintossicazione, malediceva senza vergogna e con femminile esperienza il suo modello, ma era di nuovo la cara Bonadea di una volta, coi ricciolini che, secondo la moda, coprivano o scoprivano la fronte non molto intelligente, e nei cui occhi c’era qualcosa di simile all’aria che sale da un fuoco. Mentre Ulrich si accingeva a farsi spiegare perché ella avesse parlato a sua cugina del loro segreto legame, ella si tolse con cura il cappello davanti allo specchio e quando egli cercò di sapere precisamente fino a che punto si era confidata, ella descrisse tranquilla e minuziosa come
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aveva raccontato a Diotima di aver ricevuto una lettera in cui Ulrich la pregava di provvedere affinché Moosbrugger non fosse dimenticato e le suggeriva di rivolgersi alla donna di cui le aveva sovente esaltato l’animo nobile. Poi si sedette sul bracciuolo della poltrona di Ulrich, gli baciò la fronte e dichiarò modesta che in fondo era tutto vero, salvo la lettera. Un gran calore emanava dal suo seno.
- E allora perché hai chiamato serpente mia cugina? un serpente sei tu! – disse Ulrich.
Bonadea staccò gli occhi da lui e li volse pensosamente al soffitto.
- Ah, non lo so, – rispose. – È così carina con me. Mi dimostra tanta simpatia!
- Che cosa intendi dire? – esclamò Ulrich. – Ti sei messa a lavorare con lei per il Bello, il
Buono e il Vero?
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Bonadea rispose:
- Mi ha spiegato che nessuna donna può vivere per il suo amore in modo corrispondente alle sue forze: né lei né io. E perciò ognuna deve fare il suo dovere nel luogo dove l’ha posta il destino. È straordinariamente per bene, continuò Bonadea ancor più pensierosa. – Mi consiglia di essere indulgente con mio marito, e sostiene che una donna superiore deve trovare una notevole felicità nel far andar bene il proprio matrimonio; secondo lei è molto più nobile che tradire il marito. E in fondo anch’io ho sempre pensato così!
Ed era verissimo; infatti Bonadea non aveva mai pensato diversamente, aveva soltanto agito diversamente e perciò poteva approvare a cuore leggero. Ulrich, quando glielo disse, si attirò un altro bacio, questa volta un po’ più giù della
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fronte.
- Tu, vedi, turbi il mio equilibrio poligamo! – ella disse con un piccolo sospiro per scusare la contraddizione sorta fra il suo pensare e il suo agire.
Grazie a molte domande si poté stabilire che ella aveva inteso dire “equilibrio poliglandolare”, un termine fisiologico che a quei tempi era comprensibile soltanto agli iniziati, e che si potrebbe tradurre “equilibrio dei succhi”, secondo la presunzione che alcune glandole immettendo i loro umori nel sangue determinino con i loro stimoli e divieti il carattere e in particolar modo il temperamento, soprattutto quella specie di temperamento che in certe circostanze signoreggiava Bonadea sino alla sofferenza.
Ulrich corrugò la fronte incuriosito.
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- Insomma una questione di glandole, – disse Bonadea. – È già abbastanza tranquillante sapere di non poterci far niente! – Sorrise tristemente all’amico perduto: – E se l’equilibrio si turba rapidamente ne conseguono quasi sempre esperienze sessuali mal riuscite!
- Ma Bonadea, – esclamò Ulrich meravigliato, – come parli?
- Come ho imparato. Tu sei un’esperienza sessuale fallita, dice tua cugina. Ma dice anche che si possono evitare le conseguenze sconvolgenti per l’anima e per il corpo, se si tien presente che nulla di quel che facciamo è una questione puramente personale. È molto buona con me: secondo lei il mio peculiare difetto è che in amore m’attacco troppo a un particolare invece di considerare la vita amorosa nel suo complesso. Capisci, quel che
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lei intende per “particolare” sarebbe ciò che lei chiama anche “cruda esperienza”: spesso è molto interessante questo suo modo di illustrarti un fatto del genere. Una cosa però non mi va giù: lei, pur dicendo che una donna forte cerca di svolgere l’opera della sua vita nella monogamia e deve amarla come un artista, ha in riserva ben tre uomini, e con te forse quattro, mentre io per la mia felicità adesso non ne ho nemmeno uno!
Lo sguardo col quale ella contemplò il suo riservista disertore era caldo e titubante. Ma Ulrich finse di non accorgersene.
- Parlate di me? – s’informò sospettoso.
- Oh, solo qualche volta, – rispose Bonadea.
- Quando tua cugina cerca un esempio oppure quando c’è il tuo amico, il generale.
- Magari partecipa anche Arnheim a queste
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conversazioni?
- Arnheim ascolta con dignità il dialogo delle nobili signore, – rise Bonadea non senza mostrare un certo talento per l’imitazione discreta, ma poi soggiunse con viso grave: – Il suo contegno con tua cugina non mi piace affatto. Di solito è via, in viaggio; ma quando c’è parla troppo con tutti e quando lei porta ad esempio la signora von Stern e le…
- La signora von Stein, forse? – suggerì
Ulrich.
- Naturalmente, volevo dire la Stein; Diotima la tira fuori tutti i momenti. Dunque, quando lei parla dei rapporti fra la signora von Stein e le altre, la Vul… be, come si chiama, quella che ha un nome un po’ scabroso?
- Vulpius.
- Appunto. Vedi, lì sento tante parole
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straniere che non ricordo più nemmeno le più comuni! Allora, quando paragona la von Stein con l’altra, Arnheim mi guarda continuamente come se accanto alla sua adorata io fossi tutt’al più una come quella lì che hai detto tu!
A questo punto Ulrich pretese la spiegazione di tanto cambiamento.
Si scoprì che Bonadea, da quando vantava il titolo di confidente di Ulrich aveva anche fatto grandi progressi nella confidenza di Diotima.
La fama di ninfomane, leggermente palesata da Ulrich sotto l’influsso della collera, aveva prodotto sulla cugina un effetto incalcolabile. Accolta nel suo salotto la nuova venuta come una signora che si occupava in modo imprecisato di beneficenza, ella l’aveva osservata più volte di nascosto, e quell’intrusa
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dagli occhi come una molle carta asciugante che assorbivano l’immagine della sua casa non le aveva ispirato soltanto un profondo disagio ma anche tanta curiosità quanto orrore. A dire il vero quando Diotima pronunciava la parola “malattia venerea” provava dei sentimenti incerti come quando immaginava i traffici della sua nuova conoscente, e con la coscienza inquieta s’aspettava da una volta all’altra una condotta inammissibile e scandalo e vergogna. Bonadea però era riuscita a mitigare quella diffidenza con la sua tattica ambiziosa che corrispondeva al contegno irreprensibile di certi bambini maleducati posti in un ambiente che stimola il loro spirito d’emulazione. Ella giunse perfino a dimenticare la sua gelosia per Diotima, e questa notò con stupore che la sua inquietante protetta era attratta quanto lei dai
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nobili ideali. A quel tempo infatti la “sorella traviata” come ormai si chiamava, era già diventata una protetta, e tosto Diotima le dedicò un attivo interesse perché dalla propria condizione si sentiva portata a vedere nel vergognoso segreto della ninfomania una versione femminile della spada di Damocle e sosteneva che poteva anche pendere da un filo sottilissimo sul capo di una Genoveffa.
- Lo so, bimba mia, – ella diceva in tono didattico e consolatore alla sua quasi coetanea,
- nulla di più tragico che abbracciare un uomo di cui non si è intimamente persuase! – e la baciava sulla bocca impura con uno sforzo di coraggio che sarebbe bastato a farle premer le labbra sui baffi insanguinati di un leone.
La posizione in cui Diotima si trovava allora era quella fra Arnheim e Tuzzi; posizione
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orizzontale, si poteva dire figuratamente, sulla quale l’uno poneva troppo peso e l’altro troppo poco. Ulrich stesso al suo ritorno aveva ancor trovato la cugina con la testa fasciata e i panni caldi; ma le sofferenze femminili, nella cui violenza ella indovinava la protesta del corpo contro le istruzioni contraddittorie che esso riceveva dall’anima, avevano ridestata in Diotima anche quella nobile risolutezza che le era propria quando non voleva essere simile a ogni altra donna. Da principio, s’intende, era dubbio se quel compito dovesse essere intrapreso dal corpo o dall’anima, oppure meglio risolto da un cambiamento di contegno verso Arnheim o verso Tuzzi; ma l’andazzo del mondo le venne in aiuto, giacché mentre l’anima e i suoi enigmi amorosi le sfuggivano come un pesce che si vuol tenere nella mano
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nuda, la cercatrice sofferente trovò con meraviglia abbondanza di consigli nei libri riflettenti lo spirito del tempo, quando risolse per la prima volta di agguantare il proprio destino all’altra estremità fisica, che era rappresentata dal marito. Ella non sapeva che il tempo nostro, avendo probabilmente smarrito il concetto della passione amorosa perché è un concetto piuttosto religioso che sessuale, sdegna come cosa puerile l’occuparsi ancora dell’amore, e in compenso volge i suoi sforzi al matrimonio, i cui naturali processi investiga in tutte le varietà con nuova attenzione. Già allora erano usciti molti di quei libri che con la pura mentalità di un maestro di ginnastica parlano di “conversione della vita sessuale” e vogliono aiutare la gente ad essere sposata e tuttavia contenta. In quei libri l’uomo e la donna non
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erano più chiamati altrimenti che “i portatori di ghiandole riproduttrici maschili o femminili” o anche “i partner sessuali” e la noia fra i due, che doveva essere scacciata grazie a ogni sorta di accorgimenti fisico-spirituali aveva il nome di “problema sessuale” Quando Diotima fece conoscenza con questa letteratura corrugò la fronte, ma poi la spianò; era un colpo al suo orgoglio che le fosse sfuggito fino allora un nuovo grande movimento dello spirito moderno, e alla fine, ammaliata, non si poteva capacitare di aver saputo additare al mondo una meta (sebbene non fosse ancora ben stabilito quale) ma di non esser mai giunta alla scoperta che anche le deprimenti spiacevolezze del matrimonio si potevano trattare con spirito superiore. Tale possibilità s’accordava bene con le sue inclinazioni e le aperse di colpo l’animo
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alla speranza di poter trattare come un’arte e una scienza i suoi rapporti col coniuge, che finora non eran stati per lei altro che sofferenza.
- Perché andare a cercar lontano, quando il bene è così vicino, commentò con enfasi Bonadea, sempre incline ai luoghi comuni e alle citazioni. Era accaduto infatti che la protettrice Diotima aveva fatto di lei la propria allieva e discepola in tali questioni. Applicava così il principio pedagogico “imparare insegnando” e da un lato ciò aiutò Diotima a trarre fuori dalle impressioni ancora parecchio disordinate e a lei stessa poco chiare delle sue nuove letture qualcosa di cui era incrollabilmente persuasa – guidata dall’intuizione che si fa centro quando si divaga, dall’altro lato anche Bonadea ne ebbe
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un vantaggio che le permise la reazione senza la quale l’allievo rimane infruttuoso anche per il migliore dei maestri: la sua vasta sapienza pratica, anche se ella la dissimulava con discrezione, era per la teorica Diotima una fonte d’esperienza timorosamente osservata, da quando la moglie del capodivisione Tuzzi si era accinta a rettificare, libri alla mano, l’andamento della propria vita coniugale.
- Vedi, io son certo molto meno intelligente che tua cugina, – dichiarò Bonadea, – ma spesso nei suoi libri ci son cose di cui io stessa non avevo idea, e allora lei si perde d’animo e dice scorata: “Questo non si può risolvere così, senza saperne nulla, su un letto matrimoniale; purtroppo ci vuole una gran pratica, una vasta esperienza sessuale acquistata su materiale
vivo!”
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- Ma, per l’amor del cielo, esclamò Ulrich già sopraffatto dal riso all’idea della sua casta cugina smarrita fra i meandri della “scienza sessuale”, – che cosa si propone, insomma?
Bonadea si richiamò alla mente il felice connubio degli interessi scientifici moderni con un’inconsiderata maniera di esprimersi.
- Si tratta del perfezionamento e del regolamento del suo istinto sessuale, – rispose poi nello spirito della sua maestra. – E la sua opinione è che la via verso un erotismo elevato e armonioso deve passare attraverso una durissima autoeducazione.
- Vi educate di deliberato proposito? E per di più durissimamente?! Tu parli in un modo straordinario! – esclamò di nuovo Ulrich. – Ma vorresti avere la cortesia di spiegarmi a che cosa si educa Diotima?
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- In primo luogo, naturalmente, educa suo marito! – rettificò Bonadea. “Poveraccio!” pensò Ulrich involontariamente, e riprese:
- Be, allora vorrei sapere come fa: non diventare riservata, tutt’a un tratto!
In verità Bonadea a quelle domande si sentiva impacciata dall’orgoglio come uno scolaro modello all’esame.
- La sua atmosfera sessuale è avvelenata, – dichiarò cautamente. – E per salvare quest’atmosfera occorre che Tuzzi e lei rivedano con la massima cura le proprie azioni, è l’unico modo. Non vi sono regole generali. Bisogna che ciascuno si sforzi di osservare l’altro nelle sue reazioni. E per poter compiere bene queste osservazioni ci vuole una profonda conoscenza della vita sessuale. Bisogna poter confrontare l’esperienza pratica acquistata con il risultato
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dell’indagine teorica, dice Diotima. Oggi la donna ha preso una posizione nuova e diversa di fronte al problema sessuale: essa non esige dall’uomo la semplice azione soltanto: bensì gli chiede di agire per esatto riconoscimento della femminilità! – E per sviare Ulrich oppure perché ci si divertiva, aggiunse allegramente:
- Figurati un po’ l’effetto che deve fare a suo marito, il quale di queste cose nuove non ha la più pallida idea e le impara per lo più in camera da letto mentre si sveste, quando Diotima, diciamo, coi capelli mezzo sciolti cerca le forcine e si stringe le gonne fra le ginocchia, e incomincia a parlarne improvvisamente. Ho fatto la prova con mio marito e per poco non è rimasto secco: una cosa dunque la si può ammettere, se dev’essere “vincolo perenne”, almeno ha il vantaggio di estrarre dal
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compagno della nostra vita tutto il contenuto erotico; e questo è quanto Diotima cerca di ottenere da Tuzzi, che è un pochino volgaruccio.
- Per i vostri mariti corrono tempi assai duri! – la stuzzicò Ulrich. Bonadea rise, ed egli ne dedusse quanto sarebbe stata lieta di sfuggire ogni tanto all’opprimente serietà della sua scuola d’amore.
Ma la volontà investigatrice di Ulrich non cedette; sentì che la sua amica mutata gli taceva qualcosa di cui in fondo avrebbe preferito parlare. Fece la confidenziale obiezione che a quanto aveva udito, la pecca dei due mariti incriminati era stata finora piuttosto quella di una “carica erotica” eccessiva.
- Già, tu pensi sempre a quello soltanto! -
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protestò Bonadea, e accompagnò il rimprovero con una lunga occhiata che aveva in fondo un piccolo uncino, il che si poteva benissimo interpretare come rimpianto per il candore da poco riacquistato. – Anche tu abusi della debolezza fisiologica della donna!
- Che cosa? oh, hai trovato una magnifica definizione per la storia del nostro amore!
Bonadea gli diede uno schiaffetto e con dita nervose si ravviò i capelli davanti alla psiche. Guardandolo nello specchio, disse:
- La definizione è in un libro!
- Già. In un libro notissimo.
- Ma Diotima dice che non è vero. Ha trovato qualcosa in un altro libro; s’intitola L’inferiorità fisiologica dell’uomo. È scritto da una donna. Credi che sia davvero una cosa
tanto importante?
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- Non so di che cosa parli e non posso rispondere!
- Bene, sta attento! Diotima muove da una scoperta che lei chiama “la costante disposizione al piacere” della donna. Capisci che cosa vuol dire?
- Trattandosi di Diotima, no!
- Non essere così volgare! – lo biasimò la sua amica. – È una teoria molto delicata e proverò a spiegarti in modo che tu non tragga conclusioni sbagliate dalla circostanza che sono sola con te in casa tua. Dunque questa teoria si fonda sul fatto che una donna può essere amata anche quanto non vuole. Adesso capisci?- Sì.
- La cosa è innegabile, purtroppo. L’uomo, invece, anche quando vuole amare, molto spesso non può. Diotima dice che è provato
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scientificamente. Tu che ne dici?
- Pare che accada.
- Non saprei… – dubitò Bonadea. Ma Diotima dice che, considerato alla luce della scienza, si capisce da sé. Perché, in contrasto con la disposizione della donna, sempre pronta all’amore, l’uomo o per dirla breve la parte più maschile dell’uomo, facilmente s’intimidisce – Il suo viso era color del bronzo quand’ella lo distolse dallo specchio.
- Mi stupisce da parte di Tuzzi, – disse
Ulrich evasivo.
- Non credo neanch’io che sia sempre stato così, – disse Bonadea, – ma succede come conferma della teoria, perché lei gliela espone tutti i giorni. Diotima la chiama la teoria del “fiasco” Infatti, il portatore di organi riproduttivi maschili, facendo così facilmente
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fiasco, si sente sessualmente sicuro soltanto quando non ha da temere nella donna nessuna superiorità morale, di qualsiasi genere, ed è per questo che gli uomini non hanno quasi mai il coraggio di affrontare una donna che sia loro uguale. Almeno, cercano subito di schiacciarla. Diotima dice che il motivo-guida di tutte le azioni amorose dell’uomo, e soprattutto dell’arroganza maschile, è la paura. Anche grandi uomini la rivelano, essa dice, e intende parlare di Arnheim. Uomini di minor valore la dissimulano con un comportamento fisico brutale e insolente, e calpestano la vita spirituale della donna: intendo parlare di te! E lei di Tuzzi. Quel famoso “o subito – o mai!” col quale tante volte ci fate cadere, è soltanto una specie di super… di super…
- Supercompensazione, – suggerì Ulrich.
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- Appunto. Così vi sottraete all’impressione della vostra inferiorità fisica.
- E che cosa avete deciso di fare? – domandò
Ulrich compunto.
- Dobbiamo sforzarci di esser carine con gli uomini! E perciò son venuta da te. Vedremo un po’ come la prendi!?
- Ma Diotima?
- Oh Dio, che cosa t’impicci di Diotima! Arnheim fa degli occhi come un lumacone quando lei gli dice che gli uomini di alto intelletto trovano purtroppo la piena soddisfazione solo con donne di poco valore, mentre con donne di uguale statura morale falliscono, il che è scientificamente dimostrato dalla signora von Stein e dalla Vulpius. (Vedi, adesso non ho più difficoltà a dire il suo nome. Ma che lei fosse la famosa partner sessuale
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dell’Olimpico invecchiante naturalmente l’ho sempre saputo!)
Ulrich cercò di riportare il discorso su Tuzzi, per allontanarlo da sé. Bonadea incominciò a ridere: aveva un certo compatimento per la condizione penosa del diplomatico, che come uomo non le dispiaceva affatto, e sentiva solidarietà ma anche gioia maligna per il fatto che egli dovesse soffrire sotto la disciplina dell’anima. Raccontò che Diotima nella cura praticata al marito partiva dall’idea di doverlo liberare dalla paura di lei, e che perciò si era anche un po’ riconciliata con la sua “brutalità sessuale” Ella ammetteva che l’orrore della sua vita era stato di essere una donna troppo importante per l’ingenuo bisogno di superiorità del consorte, e cercava di correggerlo nascondendo la propria superiorità spirituale
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dietro una civettuola adattabilità erotica.
Ulrich la interruppe vivacemente chiedendo che cosa intendeva dire.
Lo sguardo di Bonadea lo scrutò gravemente.
- Per esempio, lei gli dice: “Finora abbiamo guastato la nostra vita rivaleggiando nel dar prova di noi stessi” E poi aggiunge che l’effetto funesto della smania maschile d’autorità domina anche la vita pubblica…
- Ma questo non è né civettuolo né erotico! – obiettò Ulrich.
- Eppure sì! Devi riflettere che un uomo, se è veramente appassionato, si comporta con una donna come il carnefice con la sua vittima. Questo fa parte del “bisogno di affermarsi”, come si dice adesso. E d’altronde non vorrai negare che l’impulso sessuale sia importante
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anche per la donna?!
- Certo no!
- Bene. Ma i rapporti sessuali per svolgersi felicemente devono fondarsi sull’uguaglianza. Il compagno, se si vuole ottenerne un amplesso soddisfacente, dev’essere considerato un uguale e non soltanto un complemento di noi stessi, privo di volontà, – ella continuò, cadendo nello stile della sua maestra come uno che, capitato su una superficie liscia, nolente e spaventato si sente portar via dal proprio movimento. Difatti, se in nessun altro rapporto umano si può reggere a un continuo opprimere ed essere oppressi, figuriamo poi nel rapporto sessuale…!
- Evviva! – protestò Ulrich.
Bonadea gli strinse il braccio, e i suoi occhi brillarono come una stella cadente.
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- Sta zitto! – ella proruppe. – A voialtri uomini manca la conoscenza vissuta della psiche femminile. E se vuoi che seguiti a parlarti di tua cugina… – ma ormai era giunta al limite delle sue forze e le pupille sfavillavano come quelle di una tigre in gabbia che si vede passar davanti un pezzo di carne. – No, non ne posso più neanch’io! – esclamò.
- Parla davvero così? – domandò. – Sul serio, l’ha proprio detto?
- Ma tutti i giorni non si sente dir altro che esperienza sessuale, amplesso riuscito, punti focali dell’amore, ghiandole, secrezioni, desideri repressi, allenamento erotico e regolazione dell’istinto sessuale! Probabilmente ciascuno ha la sessualità che si merita, così, almeno, afferma tua cugina, ma io ne debbo proprio meritare una dose così alta?!
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Il suo sguardo s’agganciò a quello dell’amico.
- Non credo che tu debba, – disse Ulrich lentamente.
- Infine si potrebbe anche dire che la mia eccessiva sensibilità rappresenta un plusvalore fisiologico? – interrogò Bonadea con una risatina felice e ambigua.
Non ci fu risposta. Quando, parecchio tempo dopo, cominciò a destarsi in Ulrich una resistenza, attraverso le fessure delle finestre zampillava già il giorno vivo e la stanza oscurata sembrava il sepolcro di un sentimento raggrinzito fino a essere irriconoscibile. Bonadea giaceva con gli occhi chiusi e non dava più segno di vita. Le sue sensazioni fisiche non erano dissimili da quelle di un bambino la cui protervia è stata spezzata dalle busse. Ogni
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fibra del suo corpo, totalmente sazio ed esausto, invocava la tenerezza di un’assoluzione morale. Da chi? Certamente non dall’uomo di cui occupava il letto, e che ella aveva scongiurato di ucciderla perché la sua voluttà non poteva essere spenta né col da capo né col crescendo. Teneva gli occhi chiusi per non doverlo vedere. Solo per prova si disse: “Sono nel suo letto!” E: “Non mi lascio mai più cacciar via di qui!” aveva gridato fra sé poco prima; adesso ciò esprimeva soltanto una posizione dalla quale non poteva uscire senza penosi procedimenti. Pigra e lenta Bonadea riannodò i suoi pensieri nel punto dove si erano strappati.
Pensò a Diotima. Un po’ alla volta riaffiorarono nella sua mente parole, pezzi di frasi e frasi intere; ma soprattutto la
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soddisfazione di esser presente, che la pervadeva quando le frusciavano all’orecchio, nelle conversazioni, vocaboli incomprensibili e difficili da ricordare, come ormoni, glandole, cromosomi, zigoti e secrezione interna. La pudicizia della sua maestra non conosceva limiti quando questi erano cancellati dalla luce della scienza. Diotima era capace di dire davanti ai suoi ascoltatori: “La pratica sessuale è un mestiere che non s’impara, sarà sempre l’arte più alta che ci sia dato apprendere nella vita!” senza sentire nulla di non scientifico, come quando parlava del “punto di congiunzione” o del “punto d’equilibrio”.
E di tali espressioni la discepola si ricordava ora con precisione. Illuminazione critica dell’amplesso, chiarimento fisico della situazione, zone erogene, modo di procurare
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alla donna la perfetta estasi erotica, uomini esperti, attenti alle reazioni della loro compagna… quasi un’ora prima Bonadea era stata volgarmente ingannata da quelle espressioni scientifiche, intellettuali e così elevate che di solito ammirava tanto. Con suo sommo stupore si era accorta che quelle parole avevano un significato non soltanto per la scienza ma anche per il senso, quando dal loro lato sensuale non vigilato già lingueggiavano le fiamme. Sentiva di odiare Diotima. “Parlare di simili cose in modo da fartene passare il gusto!” aveva pensato, e fra terribili sentimenti di vendetta s’era persuasa che Diotima, la quale aveva per sé quattro uomini, a lei non permetteva nulla e così la gabbava. Sì, Bonadea aveva preso davvero per un intrigo di Diotima le dottrine illuminate di cui la scienza sessuale
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si serviva per toglier di mezzo certi oscuri procedimenti del sesso. Adesso non lo capiva più come non capiva il suo appassionato desiderio di Ulrich. Cercava di richiamare alla memoria gli istanti in cui tutti i suoi pensieri e sentimenti erano entrati in delirio; altrettanto incomprensibile deve apparire a uno che sta per morire dissanguato l’impazienza che poc’anzi l’ha travolto a strappare le bende protettrici!
Bonadea pensò al conte Leinsdorf che aveva definito il matrimonio un alto ufficio e paragonato i libri di Diotima sull’argomento a metodi per render più razionale il servizio; pensò ad Arnheim, che era multimilionario e aveva definito attuale e necessario il ravvivamento della fedeltà tra i coniugi grazie al nuovo concetto dei rapporti fisici; e pensò ai
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molti altri personaggi famosi che aveva conosciuto in quel periodo senza ricordar nemmeno se erano grassi o magri, se avevano gambe lunghe o corte; perché di loro scorgeva soltanto l’irraggiante celebrità, integrata da un’indefinita massa corporea, così come alle tenere pareti di un piccioncino arrosto si dà il contenuto di un sostanzioso ripieno marezzato di erbe. Fra tali ricordi Bonadea giurò a se stessa di non lasciarsi mai più travolgere da una di quelle bufere improvvise che mettono tutto a soqquadro; e lo giurò così vivamente che già si vedeva – se fosse rimasta saldamente fedele ai suoi propositi – in spirito e senza definizione corporea come l’amante del più amabile di tutti gli uomini, che si sarebbe scelto fra gli adoratori della sua grande amica. Ma poiché per il momento era innegabile che
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ella si trovava ancora, assai poco vestita, nel letto di Ulrich, senza voler aprire gli occhi, ecco che quel sentimento così compiuto di volonterosa contrizione, invece di continuare a darle sicurezza e conforto, si trasformava in collera meschina e miserevole.
La passione che divideva la vita di Bonadea in simili contrasti non aveva la sua profonda origine nella sensualità, bensì nell’ambizione. A questo stava pensando Ulrich, che conosceva bene l’amica; e taceva per non destarne i rimproveri, osservando il suo viso che gli negava lo sguardo. La forma prima di tutte le concupiscenze di Bonadea egli la vedeva in una sete di onori che aveva imboccato una strada sbagliata, anzi una diramazione nervosa sbagliata. E perché mai una superlativa ambizione sociale, invece di cercar la sua gloria
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nel bere la massima quantità di whisky o nell’appendersi al collo enormi pietre preziose, non potrebbe manifestarsi, come nel caso di Bonadea, in mania erotica? Adesso, dopo che era ormai accaduto, ella ripudiava con rammarico quella forma d’espressione, Ulrich lo vedeva bene, e capiva anche che proprio la pedantesca innaturalità di Diotima doveva avere un’attrazione paradisiaca per lei, che il diavolo aveva sempre cavalcato senza sella. Osservò i globi dei suoi occhi che riposavano esausti e pesanti nei loro involucri; vedeva davanti a sé il naso un po’ bruno che spiccava risoluto, e le narici rosse e appuntite; alquanto confuse percepiva le linee varie di quel corpo; là, dove sul rigido corsetto delle costole posava il seno sviluppato e rotondo; e là dove dal bulbo dei fianchi cresceva il dorso falcato; e le rigide
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affusolate tavolette delle unghie sulle dolci sommità delle dita. E mentre infine considerava con orrore qualche peluzzo che spuntava dalle nari dell’amante, anche lui ricordava perplesso come era apparsa seducente ai suoi sensi la stessa creatura poco prima. Il sorriso vivace e ambiguo col quale Bonadea aveva iniziato la “spiegazione”, il modo naturale in cui aveva respinto tutti i rimproveri o descritto un tratto nuovo di Arnheim, l’esattezza questa volta quasi arguta delle sue osservazioni: era davvero cambiata in meglio, sembrava divenuta più indipendente, le forze che la tiravano in basso e in alto si mantenevano in un equilibrio più libero, e quella mancanza di pesantezza morale era stata un gradevole ristoro per Ulrich che negli ultimi tempi aveva molto sofferto della propria serietà; ancora adesso sentiva come
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l’aveva ascoltata volentieri osservando sul suo viso il gioco dell’espressione che era come il sole e le onde. E improvvisamente mentre guardava la faccia di Bonadea, ormai immusonita, pensò che in fondo solo una persona seria può essere cattiva. “La gente allegra, – egli pensò, – è immune, si può dire, da cattiveria. Così come l’intrigante del melodramma è sempre in basso!” In modo non del tutto chiaro ciò voleva dire anche per lui stesso che profondità e tenebra stan bene insieme; infatti è certo che ogni colpa diventa più lieve se un uomo allegro la commette “dalla parte leggera”; d’altronde poteva anche darsi che ciò valesse soltanto per l’amore, in cui i seduttori malinconici appaiono molto più distruttivi e imperdonabili che i seduttori frivoli, anche se poi fanno le stesse cose. Così
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egli andava rimuginando, ed era non soltanto deluso perché l’ora d’amore incominciata con lievità finiva in tetraggine, ma anche inaspettatamente eccitato.
Tutto ciò gli fece dimenticare la presente Bonadea, senza ch’egli sapesse bene come, e le aveva pensierosamente girato le spalle, il capo sorretto dal braccio e lo sguardo rivolto attraverso la parete verso cose lontane, quando ella dal suo perfetto silenzio si sentì indotta ad aprire gli occhi. In quel momento egli stava pensando ignaro che una volta gli era capitato in viaggio di scender dal treno prima di arrivare alla meta, perché il limpido giorno, misterioso prosseneta, gli svelava tutto il paese e attiratolo fuori della stazione l’aveva indotto a una lunga passeggiata per abbandonarlo al cader della sera in un luogo remotissimo, senza bagaglio.
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Invero gli pareva di ricordarsi di aver sempre avuto la tendenza a restar fuori imprevedibilmente e non tornar mai indietro per la stessa strada; ed ecco, da un cantuccio in cui non frugava mai, un lontanissimo ricordo infantile gettò una luce improvvisa sulla sua vita. Per una impercettibile frazione di minuto gli parve di sentire nuovamente l’arcano desiderio da cui un bambino è tratto verso un oggetto che vede, per toccarlo o addirittura per metterselo in bocca, così che l’incanto finisce come in un vicolo cieco; per la stessa durata di tempo gli parve probabile che né peggiore né migliore di quello fosse anche il desiderio degli adulti che li spinge verso ogni lontananza per trasformarla in vicinanza, desiderio che dominava lui pure e che una certa mancanza di contenuto mascherata da
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curiosità marcava chiaramente come una costrizione, e finalmente l’immagine primitiva si mutò per la terza volta nel precipitoso e deludente episodio in cui era sfociato, non voluto da entrambi, l’incontro con Bonadea. Gli parve sommamente puerile quel giacere insieme in un letto.
“Ma allora che cosa vuol dire il contrario di questo, il fermo, immobile amore lontano, che è incorporeo come una giornata di primo autunno? – egli si chiese. – Forse anche quello non è che un gioco infantile diverso”, pensò dubitoso, e gli tornarono in mente gli animali imbottiti e variopinti che da bambino aveva amato molto più teneramente che non oggi l’amica. Ma proprio allora Bonadea si stufò di contemplare la sua schiena misurandone la propria disgrazia, ed esclamò:
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- È stata colpa tua!
Ulrich si volse sorridendo verso di lei e disse senza riflettere:
- Fra qualche giorno arriverà mia sorella e verrà a stare con me; te l’avevo già detto? Allora sarà difficile che ci possiamo vedere.
- Per quanto tempo? – chiese Bonadea.
- Per sempre, – rispose Ulrich e sorrise di nuovo.
- E con questo? – opinò Bonadea. – Che impedimento c’è? Non vorrai mica raccontarmi che tua sorella non ti permette di avere un’amante!
- È proprio quello che intendo dire, – ribatté
Ulrich. Bonadea rise.
- Oggi sono venuta da te in tutta innocenza e tu non mi hai neanche lasciato finir di parlare! – gli rinfacciò.
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- Il mio carattere è una specie di macchina per deprezzare continuamente la vita! – replicò Ulrich. – Voglio diventare diverso! Ella non poteva capire, ma si ricordò protervamente che amava Ulrich. A un tratto non fu più il fluttuante fantasma dei propri nervi, ma trovò una naturalezza persuasiva e disse con semplicità:
- Ti sei messo a far l’amore con lei!
Ulrich protestò, più seriamente di quanto voleva.
- Mi son proposto di non amare per molto tempo nessuna donna altrimenti che se fosse mia sorella, – dichiarò e tacque.
Quel silenzio fece a Bonadea per la sua durata un’impressione di risolutezza che forse non gli spettava per il suo contenuto.
- Ma dunque sei un pervertito! – esclamò
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improvvisamente, nel tono di una profezia ammonitrice, e saltò giù dal letto per tornare da Diotima, alla sua scuola di saggezza amorosa, le cui porte restavano inconsapevolmente spalancate alla penitente rifocillata.
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24. Agathe è proprio arrivata
A sera di quello stesso giorno arrivò un telegramma, e l’indomani Agathe.
La sorella di Ulrich giunse con pochi bagagli, così come si era sempre immaginata di fare nel lasciar tutto dietro di sé, tuttavia il numero delle valigie non corrispondeva interamente al proposito: getta tutto nel fuoco, anche le scarpe. Quando Ulrich udì di quel progetto, ne rise: persino due cappelliere erano sfuggite alle fiamme.
La fronte di Agathe prese una leggiadra espressione di offesa e di vana meditazione
sulla medesima.
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Se Ulrich avesse ragione di criticare l’imperfetta traduzione in atto di un sentimento che era stato forte e travolgente non si poté chiarire, perché Agathe tacque: giocondità e disordine suscitati involontariamente dal suo arrivo le fremevano negli orecchi e negli occhi, così come una danza ondeggia intorno a una musica di ottoni: ella era molto allegra e appena un poco delusa, sebbene non si fosse figurata niente di speciale e anzi durante il viaggio si fosse astenuta di proposito da ogni aspettativa. D’improvviso però si sentì molto stanca ripensando alla precedente notte di veglia. Fu contenta quando Ulrich le confessò dopo un poco che il telegramma non era arrivato in tempo perché egli potesse disdire un impegno in quel pomeriggio; promise di tornare fra un’ora e con una premura che faceva
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sorridere accomodò la sorella sul divano del suo studio.
Quando Agathe si svegliò, l’ora era trascorsa da un pezzo, e Ulrich non c’era. La camera era immersa nell’ombra e le parve così estranea che il pensiero di trovarsi pur tuttavia dentro alla nuova vita sognata le fece paura. Per quel poco che scorgeva le pareti eran coperte di libri come già quelle dello studio paterno, e i tavoli carichi di carte. Curiosa, aprì una porta ed entrò nella camera accanto: trovò armadi di abiti, scaffali di scarpe, pallone d’allenamento, estensori elastici, scala svedese. Andò avanti e trovò altri libri. Poi giunse alle acque, alle essenze, alle spazzole e ai pettini della stanza da bagno, al letto del fratello, ai trofei di caccia nell’atrio della casa. Il suo passaggio era segnalato dall’accendersi e
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spegnersi delle luci, ma il caso volle che Ulrich non se ne accorgesse benché fosse già in casa; egli aveva rinunziato all’idea di svegliarla per lasciarla riposare più a lungo, e così si incontrarono sulla scala poco usata che portava alla cucina sotterranea. Ulrich era sceso laggiù per veder di prepararle uno spuntino, giacché quel giorno, per imprevidenza, mancava in casa qualsiasi servizio. Quando si trovarono accanto, Agathe sentì infine ricollegarsi le impressioni ricevute sin qui senza alcun ordine, e fu con un disagio che la sbigottì, come se la cosa migliore fosse darsela subito a gambe. Erano le cose accumulate in quella casa con noncuranza, con capricciosa indifferenza, che le mettevano paura.
Ulrich, che se ne accorse, le chiese scusa e
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le diede spiegazioni scherzose. Le descrisse come aveva trovato quella casa e ne raccontò la storia minutamente, a cominciare dai trofei di caccia che possedeva senza andare a caccia, fino al pallone da allenamento che fece ballare sotto gli occhi di Agathe. Agathe tornò a guardare ogni cosa con una gravità inquietante e ogni volta che usciva da una stanza si girava persino indietro a gettare ancora un’occhiata indagatrice: Ulrich cercava di trovar divertente quell’esame, ma la ripetizione gli faceva apparir la sua casa sempre più sgradita. Si vedeva ora ciò che di norma era coperto dall’abitudine, cioè che egli abitava solo certe stanze più necessarie e le altre erano aggiunte a queste come un inutile ornamento. Quando ebbero finito il giro Agathe domandò:
- Ma perché l’hai fatto, se non ti piace?
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Il fratello le servì il tè e tutto quello che offriva la casa e volle assolutamente mostrarsi ospitale sia pure in ritardo, affinché il secondo incontro per sollecitudine materiale non fosse inferiore al primo. Correndo su e giù, dichiarò:
- Ho messo su casa con leggerezza, in un modo sbagliato che non ha niente da fare con me.
- Ma è tutto molto grazioso, – lo consolò Agathe. Ulrich ammise che se fosse stato diverso forse sarebbe riuscito ancor peggio.
- Non posso soffrire le case fatte spiritualmente su misura, – spiegò. – Mi sembrerebbe di aver ordinato anche me stesso a un ambientatore!
E Agathe disse:
- Anch’io ho paura di simili case.
- Tuttavia non può restare com’è, rettificò
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Ulrich. Adesso era seduto a tavola con lei, e il fatto stesso che avrebbero dovuto d’ora in poi mangiare sempre insieme implicava una quantità di problemi. In fondo egli stupiva di dover riconoscere che ormai molte cose dovevano proprio cambiare; gli sembrava un’impresa eccezionale che gli veniva richiesta, e in principio aveva tutto lo zelo del novellino.
- Un uomo solo, – replicò alla compiacente proposta di lasciar tutto com’era, – può avere una debolezza: essa si confonde fra le altre sue qualità e ne è sommersa. Ma quando due persone condividono una debolezza, questa in confronto con le qualità non comuni a entrambi acquista un peso doppio e diventa quasi una opinione voluta.
Agathe non riusciva a trovarsi d’accordo.
- In altre parole, come fratello e sorella non
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possiamo concederci certe cose che isolatamente ci permettevamo; appunto per questo vogliamo vivere insieme.
Questo piacque ad Agathe. Tuttavia il concetto negativo che essi sarebbero vissuti insieme solo per astenersi da certe cose non la soddisfaceva, e dopo un po’, ritornando all’arredamento fornito da ambientatori alla moda, ella domandò:
- Eppure non capisco bene. Perché ti sei lasciato ammobiliare la casa così, se non ti pareva adatto?
Ulrich raccolse il suo sguardo gaio e osservava intanto il suo viso che al di sopra dell’abito da viaggio un po’ spiegazzato parve d’un tratto liscio come l’argento e così stranamente presente che gli era tanto vicino quanto lontano, oppure che vicinanza e
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lontananza si annullavano in quella presenza, così come dall’immensità dei cieli la luna appare improvvisamente sul tetto del vicino.
- Perché? – ripeté sorridendo. – Non saprei più dirlo. Forse perché sarebbe stato altrettanto facile far diverso. Non sentivo nessuna responsabilità. Meno sicuro sarei se volessi spiegarti che l’irresponsabilità nella quale trascorriamo oggi la nostra vita potrebbe già essere il primo gradino verso una nuova responsabilità.
- In che modo?
- Oh, in molti modi. Lo sai bene: la vita di una singola persona forse non è altro che una piccola oscillazione intorno al più probabile valore medio di una serie. E così via.
Agathe udì soltanto quel che le appariva
chiaro. Disse:
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- Il risultato è “proprio carino” e “carino tanto” Presto non ci si avvede più di vivere orribilmente. Ma a volte si gela il sangue nelle vene, come a svegliarsi sepolti vivi in un sotterraneo!
- Com’era la tua casa? – interrogò Ulrich.
- Da borghesi. Da Hagauer. “Tanto carina” Falsa come la tua!
Ulrich intanto aveva preso una matita e stava abbozzando sulla tovaglia la pianta della casa e la nuova distribuzione delle stanze. Fu così facile e rapido che il gesto femminile di Agathe per proteggere la tovaglia giunse troppo tardi e finì inutilmente sulla mano di lui. Le difficoltà però sorsero di nuovo intorno ai principî dell’arredamento.
- Adesso abbiamo una casa, – ammonì
Ulrich, – e dobbiamo riambientarla per noi due.
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Ma oggi nel complesso questo problema è ozioso e sorpassato. “Metter su una casa” è come erigere una facciata dietro la quale non c’è niente; le condizioni sociali e individuali non sono più abbastanza salde per farsi delle case, presentare un aspetto di solidità e di durata non può ormai dare autentica gioia a nessuno. Una volta invece lo si faceva, e col numero delle stanze e dei servi e degli ospiti si mostrava quel che si era. Oggi quasi tutti sentono che una vita senza forma è l’unica forma che s’addice alle molteplici volontà e possibilità di cui è piena la vita, e i giovani amano o la nuda semplicità che è come un palcoscenico senza mobili, oppure sognano di bauli-armadio e di gare di bobsleigh, di campionati di tennis e di alberghi di lusso su autocarovaniere con campi di golf e musica della radio in tutte le camere. -
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Così egli disse, e parlava in tono abbastanza salottiero come se avesse un’estranea davanti a sé; in fondo cercava di risalire alla superficie perché la combinazione di iniziale e di definitivo in quel loro convegno lo metteva a disagio.
Ma dopo aver lasciato che terminasse il discorso, la sorella gli chiese:
- Allora che cosa proporresti, di vivere in albergo?
- No di certo! – s’affrettò ad assicurare Ulrich. – Tutt’al più qualche volta, quando saremo in viaggio.
- E per il resto del tempo dobbiamo costruirci una capanna di frasche su un’isola oppure una baita di tronchi su una montagna?
- S’intende che resteremo qui, rispose Ulrich più serio di quanto non comportasse il discorso. Tacquero per un certo tempo, lui si
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era alzato e girellava per la stanza. Agathe si dava da fare con l’orlo del suo vestito, e ritrasse il capo dalla linea lungo la quale i loro sguardi s’erano finora incontrati. All’improvviso Ulrich si fermò e disse con una voce che usciva a fatica ma era sincera:
- Cara Agathe, c’è un cerchio di domande che ha una grande circonferenza e nessun centro: e quelle domande significano tutte “come devo vivere?”
Anche Agathe si era alzata ma seguitava a non guardarlo. Alzò le spalle.
- Bisogna tentare! – ella disse. Il sangue le era salito alla fronte; quando sollevò il capo però i suoi occhi erano scintillanti e birichini e solo sulle guance il rossore indugiava come una nuvola che passa.
- Se dobbiamo restare insieme, - ella
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dichiarò, – dovrai prima di tutto aiutarmi a disfar le valige, a mettere a posto la roba e a cambiarmi d’abito, perché non ho visto l’ombra d’una cameriera!
La cattiva coscienza piombò su Ulrich come una scossa elettrica e gli mise nelle braccia e gambe la mobilità necessaria a rimediare con l’aiuto e la guida di Agathe alla propria trascuratezza. Vuotò gli armadi come un cacciatore sbudella una bestia, e sgomberò la camera da letto giurando che apparteneva ad Agathe e che lui si sarebbe trovato un divano da qualche parte. Con premura portava di qua e di là gli oggetti di uso quotidiano che finora, quieti come i fiori di un’aiuola, eran vissuti ai loro posti, aspettando dalla mano che li sceglieva le sole vicende del loro destino. Gli abiti si ammucchiarono sulle sedie; sulle
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mensole di vetro della stanza da bagno, riuniti con cura tutti gli arnesi per la cura del corpo, fu istituito un reparto maschile e uno femminile; quando tutto l’ordine fu trasformato in disordine, non c’erano più di Ulrich che le lucide pantofole di cuoio abbandonate per terra, e sembravano un cagnolino offeso che è stato scacciato dal suo cesto, misera immagine della comodità distrutta nella sua natura tanto piacevole quanto vana. Ma non c’era tempo di commuoversene, perché ora toccava alle valige di Agathe, e anche se erano parse poche di numero, si rivelarono inesauribilmente piene di cosettine finemente piegate che uscendo fuori si allargavano e fiorivano in aria come le centinaia di rose che un prestigiatore cava dal suo cappello. Dovevano venir appese e distese, scosse e accatastate e poiché Ulrich prestava
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aiuto vi furono molti incidenti e risate.
Fra tante faccende egli però pensava soltanto e continuamente che per tutta la vita e fino a poche ore prima era vissuto solo. E adesso c’era Agathe. Quella piccola frase: “Adesso c’è Agathe” si ripeteva come le onde, somigliava allo stupore di un bimbo a cui è stato donato un giocattolo, aveva in sé qualcosa che intorpidiva lo spirito, ma d’altra parte era anche quasi incomprensibilmente satura di presenza; e tutto riconduceva alla fine a quel breve pensiero: “Adesso c’è Agathe” “Dunque è alta e snella?” si domandò Ulrich e la osservò di soppiatto. Ma no, niente affatto; era più piccola di lui e aveva spalle larghe da creatura sana. “È graziosa?” Neanche questo si poteva dire: il suo naso orgoglioso, per esempio, visto di lato era un po’ all’insù; ne emanava un
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fascino assai più intenso che quello della grazia. “Sarebbe bella, per caso?” si chiese Ulrich in maniera un po’ strana. La domanda infatti non gli era facile, sebbene Agathe – lasciando da parte le convenzioni – fosse per lui una donna estranea. Non esiste alcun intimo divieto di considerare con affetti maschili una consanguinea, si tratta soltanto di costume o di complicazioni dell’igiene e della morale; anche il fatto di non esser stati allevati insieme aveva impedito fra Ulrich e Agathe il formarsi di quei sentimenti fraterni sterilizzati che dominano nella famiglia europea; tuttavia bastava già la tradizione per togliere da principio ai loro sentimenti reciproci, anche a quello innocente della bellezza soltanto pensata, una punta estrema la cui mancanza fu rivelata in quel momento a Ulrich dal suo chiaro stupore.
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Trovar bella una cosa probabilmente vuol dire innanzi tutto trovarla: sia che si tratti di un’amante o di un paesaggio è lì che si offre e guarda verso il lusingato scopritore e sembra aver aspettato lui, lui unico e solo; e così, con quella letizia di appartenergli e di voler esser scoperta da lui, sua sorella gli piaceva oltre ogni misura e tuttavia egli pensava: “Non si può veramente trovar bella la propria sorella, tutt’al più si può esser lusingati che la trovino bella gli altri” Ma poi, dove prima era silenzio, egli udì per minuti la sua voce, e quella voce com’era? Ondate di profumo accompagnavano il moto delle sue vesti, e com’era quel profumo? I suoi movimenti erano ora un ginocchio, ora dita delicate, ora la disubbidienza di un ricciolo. L’unica cosa che se ne poteva dire era: è qui. Era lì, dove prima non c’era nulla. La
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differenza di intensità fra il momento in cui Ulrich aveva pensato più fortemente alla sorella non ancor giunta e il più vuoto dei momenti presenti era un’altra delizia così grande e chiara come quando il sole riempie di colore un luogo ombroso, e del profumo di erbe che s’aprono!
Anche Agathe s’accorse che il fratello la osservava ma non lo mostrò. Nei momenti di silenzio, in cui si sentiva seguita dal suo sguardo, mentre domande e risposte si diradavano o piuttosto parevano una barca che scivola a motore spento su acque insidiose e profonde, anch’essa godeva l’acuita presenza e la tranquilla intensità che accompagnavano quella riunione. E quando ebbero finito di disfar le valige e di metter tutto a posto, e Agathe rimase sola nel bagno, ne derivò un
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caso che voleva irrompere come il lupo in quel pacifico idillio perché ella si era spogliata, meno la biancheria, nella camera dove adesso Ulrich, fumando sigarette, era rimasto di guardia. Immersa nell’acqua, Agathe si chiedeva come fare. Cameriere non ce n’erano, suonare il campanello era probabilmente inutile quanto chiamare, e dunque non restava altro che avvolgersi nell’accappatoio di Ulrich, picchiare alla porta e mandarlo via dalla stanza. Ma Agathe si chiese sorridendo se era lecito, data la seria confidenza che fra loro non era ancora cresciuta però era già nata, comportarsi così da forestiera e pretendere che Ulrich si ritirasse; e decise di bandire ogni malintesa femminilità e di apparirgli davanti come la creatura naturale e familiare che doveva essere per lui anche quand’era poco vestita.
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Ma quando entrò risoluta sentirono entrambi una commozione inaspettata del cuore. Entrambi cercarono di non mostrarsi turbati. Per un attimo non poterono allontanare da sé la naturale incongruenza secondo la quale è permessa al mare la quasi nudità mentre in una stanza l’orlo della camicia o delle mutandine diventa un sentiero del contrabbando romantico. Ulrich sorrise impacciato quando Agathe, con la luce del vestibolo dietro di sé, comparve sulla porta come una statua d’argento appena avvolta in una nuvola lieve di batista, e chiese con una voce esageratamente disinvolta le calze e il vestito che però erano nella stanza attigua. Ulrich vi condusse la sorella e con segreta delizia vide che camminava un po’ troppo come un ragazzo, prendendovi quasi un gusto
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protervo, come fanno sovente le donne quando non si sentono protette dalle loro vesti. Poi vi fu qualcosa di nuovo quando Agathe un po’ più tardi restò lì con l’abito agganciato solo a metà, e chiamò Ulrich in aiuto. Mentre lui trafficava dietro la sua schiena, ella sentì, senza gelosia fraterna anzi con una sorta di soddisfazione, che egli s’intendeva benissimo di vestiario femminile, e lo aiutò sollecita con i gesti richiesti dalla situazione.
Ulrich intanto, chino sulla pelle viva, tenera e pur soda delle belle spalle, e intento all’opera inconsueta che gli arrossava la fronte, fu avvolto da una sensazione difficile a esprimere in parole; forse si potrebbe dire che il suo corpo era turbato di aver una donna come di non avere nessuna donna tanto vicina: oppure che egli si trovava senza dubbio nella propria pelle
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ma tuttavia si sentiva attratto fuori di se stesso come se gli venisse assegnato un secondo corpo molto più bello.
Perciò quando si fu raddrizzato disse alla sorella:
- Adesso ho capito chi sei tu: sei il mio amor proprio! La frase suonava strana, ma descriveva bene ciò che Ulrich sentiva. – Un vero amor proprio come lo posseggono gli altri mi è sempre mancato, in un certo senso, – egli spiegò. – E adesso mi pare evidente che, per errore o per destino, era personificato in te! – aggiunse senz’altro.
Fu il suo primo tentativo, quella sera, di fermare in un giudizio l’arrivo di sua sorella.
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25. I fratelli siamesi
PIÙ tardi, quella sera stessa, ritornò sull’argomento.
- Devi sapere, – cominciò a
dire, – che io non conosco un certo genere d’amor proprio, quel tenero affetto per se stessi che sembra naturale alla maggior parte degli uomini. Non so bene come spiegarmi. Potrei dire, poniamo, che ho sempre avuto con le mie amanti dei rapporti sbagliati. Esse erano illustrazioni di improvvise fantasie, caricature dei miei capricci; cioè in sostanza semplici esempi della mia incapacità di entrare in relazioni naturali con altre persone. Anche
questo è connesso al rapporto col proprio io. In
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fondo mi son sempre scelto delle amanti che non amavo…
- Ma è giusto! – interruppe Agathe. – Se io fossi un uomo non mi farei scrupolo di trattare le donne nel modo più infido. Le desidererei solo per distrazione e per meraviglia!
- Sì? Davvero? È carino da parte tua!
- Sono ridicoli parassiti. Si dividono col cane la vita dell’uomo! Agathe proferì quest’affermazione senz’ombra di indignazione moralistica. Era gradevolmente stanca, teneva gli occhi chiusi; si era coricata presto e Ulrich che era venuto a salutarla la vedeva in letto al proprio posto.
Ma era anche il letto che trentasei ore prima aveva occupato Bonadea. Perciò forse Ulrich tornò a parlare delle sue amanti.
- Da quello volevo solo dedurre la mia
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inettitudine a un tranquillo rapporto con me stesso, ripeté sorridendo. – Se devo vivamente partecipare a qualcosa bisogna che ciò sia legato a un nesso, che sia subordinato a un’idea. La vicenda stessa preferirei in fondo averla già dentro di me, nel ricordo; il dispendio di sentimento mentre è in atto mi sembra spiacevole, ridicolo e fuori di posto. Così è, se cerco di descrivermi senza riguardi. E l’idea più spontanea e più semplice, almeno negli anni giovanili, è di essere un tipo nuovo e diabolico che il mondo stava aspettando. Ma non dura oltre i trent’anni! – Stette a pensare un momento, poi disse: – No! è così difficile parlare di sé: in fondo dovrei dire schietto che non sono mai rimasto a lungo sotto il dominio di un’idea. Non l’ho mai trovata. Un’idea bisognerebbe amarla come una donna. Esser
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beato quando si ritorna a lei. E averla sempre dentro! E cercarla fuori, dappertutto! Idee così non le ho trovate mai. Sono sempre stato in un rapporto da uomo a uomo con le cosiddette grandi idee: forse anche con quelle che a buon diritto si chiamavano così. Non mi credevo nato per assoggettarmi a esse, mi facevano venir voglia di abbatterle per sostituirle con altre. Sì, forse proprio questa gelosia mi ha portato alla scienza, le cui leggi vengono cercate in comune e mai considerate inviolabili!
Tacque di nuovo e rise di sé o del proprio racconto.
- Ma sia come sia, – riprese facendosi grave, certo è che l’esser legato a nessuna idea oppure a tutte mi ha fatto disimparare a prender sul serio la vita. In fondo mi eccita molto di più leggerla in un romanzo dove è semplificata da
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un’interpretazione; ma se devo viverla in tutte le sue lungaggini, la trovo già antiquata e prolissa e sorpassata come nesso logico. Non credo che sia colpa mia. Perché oggi gli uomini sono quasi tutti uguali. È vero che molti si fingono una prorompente gioia di vivere, così come si insegna ai bambini delle elementari a saltellare allegramente tra i fiorellini, ma v’è sempre in questo una certa intenzione ed essi lo sentono. In verità sono capaci tanto di sbudellarsi l’un l’altro a sangue freddo quanto di vivere in buona armonia. Il nostro secolo non prende certo sul serio gli avvenimenti e le avventure di cui è zeppo. Quando accadono destano eccitazione. Tosto suscitano nuovi eventi, una specie di rappresaglia, una necessità di dire l’alfabeto da B a Z perché si è detto A. Ma queste vicende della nostra vita
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hanno meno vita che un libro perché non hanno un senso coerente.
Così parlò Ulrich. Con scioltezza e volubilità. Agathe non rispose; teneva ancora gli occhi chiusi, ma sorrideva. Ulrich disse:
- Non so più quel che ti sto raccontando; credo di non saper più ritornare all’inizio. Vi fu un silenzio. Egli poté osservare a suo agio il viso della sorella, non difeso dallo sguardo degli occhi. Era lì, un pezzo di carne nuda, come le donne in un bagno femminile. Il cinismo naturale e non sorvegliato di quella vista non destinata all’uomo aveva sempre un effetto particolare su Ulrich, anche se non più così violento come nei primi giorni della loro convivenza, quando Agathe aveva subito accampato il proprio diritto di sorella di parlare con lui il più scopertamente possibile giacché
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per lei egli non era un uomo come gli altri. Egli ripensò allo sgomento misto di meraviglia che provava da bambino quando vedeva per strada una donna incinta o una nutrice col lattante al petto; segreti accuratamente occultati al ragazzo si mostravano al sole, schietti e palpabili. E forse per molto tempo egli aveva serbato in sé avanzi di quelle impressioni perché a un tratto gli parve di sentirsene perfettamente libero. Che Agathe fosse donna e dovesse aver avuto le sue esperienze era un’idea comoda e piacevole; non occorreva stare all’erta come con una ragazzina parlando con lei, anzi gli pareva naturale e commovente che in una donna le concezioni morali fossero più rilassate. Provava anche il bisogno di prenderla sotto la sua protezione e con qualche bontà compensarla di qualche cosa. Si propose
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di fare per lei tutto quello che poteva. Perfino di trovarle un altro marito. E quello slancio di bontà, senza che egli quasi se ne accorgesse, gli fece ritrovare il filo perduto del discorso.
- Io credo che negli anni della maturazione sessuale il nostro amor proprio si trasformi, – disse senza preamboli. – Perché allora un prato di tenerezza dove ci si è trastullati finora viene falciato al fine di ottenere foraggio per un determinato istinto.
- Perché la vacca dia latte, – soggiunse Agathe dopo una frazione di secondo, cinica e dignitosa ma senza aprire gli occhi.
- Sì, è tutto collegato, – confermò Ulrich, e proseguì: – V’è dunque un momento in cui la nostra vita perde quasi tutta la sua tenerezza, e questa si concentra in quell’unica attività che ne rimane quindi sovraccarica: non sembra
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anche a te che su tutta la terra regni una spaventosa siccità, mentre in un solo luogo piove senza mai smettere?
Agathe disse:
- A me pare di aver amato le mie bambole più di qualsiasi uomo. Dopo la tua partenza trovai in soffitta una cesta piena di bambole vecchie.
- Che cosa ne hai fatto? – chiese Ulrich. – Le hai date via?
- A chi dovevo darle? Le ho bruciate nel camino. – Ulrich riprese vivacemente:
- Se ripenso alla mia più remota infanzia direi che l’interno e l’esterno non erano quasi separati. Quando andavo striscioni verso un oggetto, esso mi veniva incontro volando; e quando succedeva qualcosa d’importante non soltanto noi ma le cose stesse erano in
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ebollizione. Non dico che allora fossimo più felici che dopo. In fondo non possedevamo ancora noi stessi, anzi non esistevamo ancora, la nostra condizione personale non era chiaramente distinta da quella del mondo. Sembra un’affermazione strana ma pure è vera: i nostri sentimenti, le nostre volizioni e il nostro io non erano ancora interamente dentro di noi; ma, più strano ancora, si potrebbe anche dire che non erano ancora del tutto staccati da noi. Infatti se tu oggi, mentre credi di essere interamente in possesso di te stessa, ti chiedessi per eccezione chi sei, faresti questa scoperta. Tu ti vedrai sempre dall’esterno come un oggetto. Ti renderai conto che in un’occasione diventi triste e in un’altra t’arrabbi, così come il tuo cappotto una volta è bagnato e un’altra volta caldo. Avrai un
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bell’osservarti, riuscirai tutt’al più a scoprirti, mai però a entrarti dentro. Tu resti al di fuori di te stessa, qualunque cosa tu faccia, meno quei pochi momenti appunto in cui la gente direbbe che sei fuori di te. In compenso noi adulti siamo giunti a poter pensare in ogni occasione “Io sono”, se questo ci diverte. Tu vedi una carrozza e in qualche modo vedi anche come un’ombra: “Io vedo una carrozza” Tu ami o sei malinconica, e vedi che lo sei. In senso assoluto però non c’è né la carrozza né la tua malinconia né il tuo amore, e compiutamente non ci sei nemmeno tu stessa. Nulla più esiste proprio così com’era una volta, nella fanciullezza. Invece tutto quello che tocchi è relativamente assiderato fino al tuo intimo appena tu giungi a essere una “personalità” e ne avanza soltanto, avviluppata in un’esistenza
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assolutamente esteriore, una nebbia spettrale di presunzione e di torbido egoismo. Che cosa c’è che non combina? Si ha l’impressione che qualcosa si potrebbe ancora salvare! Non si può poi mica sostenere che un bambino senta in tutt’altro modo che un uomo! Non conosco risposte definitive a tali problemi, chi pensa questo e chi pensa quello. Ma da molto tempo io l’ho risolta così: si è perduto ogni amore per questa specie di Io e per questa specie di mondo.
Ulrich era contento che Agathe avesse ascoltato senza interromperlo perché aspettava tanto poco risposta da lei quanto da se stesso ed era persuaso che una risposta come l’intendeva lui nessuno per ora gliela poteva dare. Tuttavia non temette nemmeno per un istante che il suo discorso potesse sembrarle
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troppo difficile. Non lo considerava un ragionamento filosofico e non gli pareva neppure un argomento fuor del comune; così come un giovane anch’egli si trovava in una simile posizione – per nulla sgomento della difficoltà di esprimersi persiste a trovare tutto semplice quando, stimolato da un altro, scambia con lui le eterne domande: “Chi sei? Io sono così” La sicurezza che la sorella potesse seguirlo parola per parola gli veniva dalla presenza di lei e non da un ragionamento. La guardava assorto e trovava in quel volto qualcosa che lo rendeva felice. Così, a occhi chiusi, senza riflessi, aveva per lui un fascino immenso, e anche come un’attrazione verso un abisso senza sbocco.
Intento alla contemplazione non incontrava in nessun luogo il fondo fangoso delle
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resistenze contro cui sbatte chi si è immerso nell’amore, prima di risalire all’asciutto. Ma essendo abituato a sentire l’inclinazione per la donna come un’avversione violentemente capovolta per il genere umano, il che – sebbene egli lo disapprovasse – dà una certa garanzia di non perdersi in essa, lo sgomentava quasi come una perdita d’equilibrio la pura tenerezza in cui, incuriosito, affondava sempre più; così che presto fuggì quella condizione e nella sua letizia ricorse a uno scherzo un po’ fanciullesco per richiamare Agathe alla vita quotidiana: con il tocco più leggero possibile cercò di aprirle gli occhi. Agathe li spalancò ridendo ed esclamò:
- Per essere io il tuo amor proprio mi tratti con ben poca creanza!
La risposta era sbarazzina come l’atto che l’aveva provocata e i loro sguardi si sfidarono
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come due ragazzi che vorrebbero azzuffarsi ma non ci riescono dal gran ridere. Improvvisamente Agathe cedette e domandò in tono serio:
- Conosci il mito che Platone riporta da qualche testo più antico, secondo il quale l’uomo in origine era una creatura unica divisa poi dagli dei in due parti, maschio e femmina? Si era sollevata sul gomito e di colpo si fece rossa, avvedendosi che chiedere a Ulrich se conosceva quella storia ben nota era un po’ ingenuo. Perciò aggiunse recisamente: – Adesso le disgraziate metà fanno ogni sorta di sciocchezze per ricongiungersi; questo è scritto in tutti i libri di scuola; purtroppo non dicono perché non ci si riesce!
- Posso dirtelo io, – intervenne Ulrich, felice di riscontrare com’ella lo aveva capito bene.
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Nessuno sa qual è, fra le tante che vanno attorno, la metà che gli manca. Ne agguanta una che gli par quella giusta e fa i più vani sforzi per diventare una cosa sola con lei, finché s’accorge che non c’è riuscito. Se ne è nato un bimbo, le due metà credono almeno per qualche anno di essersi fuse nel figlio; ma invece non è che una terza metà la quale manifesta prestissimo la tendenza ad allontanarsi il più possibile dalle prime due per cercarsene una quarta. Così l’umanità continua a “dimezzarsi” fisiologicamente e la vera unificazione è là come la luna davanti alla finestra della camera da letto.
- Si potrebbe pensare che i fratelli debbano già aver fatto metà del cammino! – interruppe Agathe con voce improvvisamente rauca.
- I gemelli, forse.
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- Non siamo gemelli noi?
- Certo! – Ulrich divenne evasivo. Gemelli ve ne sono pochi. Gemelli di sesso diverso poi sono una rarità; se per giunta son di età differente e per molto tempo non si sono quasi conosciuti diventano un fenomeno veramente degno di noi! – egli dichiarò gaiamente, cercando un terreno più saldo.
- Ma noi ci siamo incontrati come gemelli! – insisté Agathe senza lasciarsi sviare.
- Perché casualmente eravamo vestiti in modo quasi uguale?
- Forse. E ad ogni modo! Tu puoi dire che è stato un caso; ma che cos’è il caso? Io credo che sia precisamente il destino o il fato o come lo vuoi chiamare. Non t’è mai sembrato un caso che tu sia nato proprio così come sei? E tanto più l’esser nati fratelli! Così concluse Agathe, e
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Ulrich si sottomise a quella saggezza.
- Noi due dunque ci dichiariamo gemelli! – consentì. – Creature simmetriche di un capriccio della natura, d’ora in poi avremo la stessa età, la stessa statura, gli stessi capelli e andremo per le strade degli uomini con gli stessi abiti a righe e lo stesso fiocco sotto il mento; però ti avverto che essi ci guarderanno mezzo commossi e mezzo ironici come sempre accade quando qualcosa gli ricorda i misteri della loro creazione.
- Possiamo anche vestirci in modo opposto,
- ribatté Agathe divertita. L’uno giallo quando l’altro è azzurro, oppure uno rosso e l’altro verde, con i capelli tinti di rosso e di viola, ed io mi faccio una gobba e tu una pancia: e nonostante tutto siamo gemelli.
Ma lo scherzo era esaurito, l’appiglio ormai
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sfruttato, e ammutolirono entrambi.
- Lo sai, – disse poi Ulrich all’improvviso, – che stiamo parlando di cose molto serie? Immediatamente Agathe calò di nuovo sugli occhi i ventagli delle palpebre e nascondendosi dietro la sua pronta attenzione lo lasciò parlare solo. La stanza era oscura, la lampada, più che far scernere, si riversava in superfici chiare su tutti i contorni. Ulrich aveva detto:
- Come al mito dell’uomo diviso in due si potrebbe anche pensare a Pigmalione, all’Ermafrodito, o a Iside e Osiride: resta sempre lo stesso in aspetti diversi. Questo bisogno di un doppione nell’altro sesso è antichissimo. Esso vuole l’amore di una creatura che ci somigli perfettamente, ma sia un’altra da noi, una figura magica che è noi stessi, ma che è tuttavia una figura magica e
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che sopravanza tutte le cose soltanto immaginate per il suo afflato di libertà e di indipendenza. Innumerevoli volte questo sogno del fluido d’amore che, indifferente alle limitazioni della materia, s’incontra in due forme uguali-diverse, s’è già innalzato in solitaria alchimia dagli alambicchi dei cervelli umani…
Poi s’era inceppato; evidentemente gli era venuto un pensiero che lo turbava, e aveva concluso con parole quasi brusche:
- Anche nelle situazioni più comuni dell’amore se ne trovano tracce: nell’attrattiva che è legata a ogni mutamento e travestimento, come nel valore della concordanza e della ripetizione di sé nell’altro. Vedere una gran dama per la prima volta nuda o vedere una di quelle ballerine nude per la prima volta in abito
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accollato è sempre lo stesso piccolo incanto, e le grandi passioni travolgenti si scatenano tutte perché un individuo s’immagina che il suo Io più segreto lo spii dietro il sipario di un paio d’occhi altrui.
Pareva che egli la pregasse di non sopravvalutare ciò che stavano dicendo. Agathe però ripensava al sentimento fulmineo di sorpresa che l’aveva colpita quando si erano incontrati la prima volta quasi travestiti nei loro abiti da casa. E rispose:
- Questo dunque avviene da mille e mille anni; è forse più facile intenderlo affermando che si tratta di due illusioni?
Ulrich tacque.
E dopo qualche istante Agathe disse allegramente:
- Eppure in sogno accade a volte così! Ci si
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vede trasformati in qualcos’altro. Ho sognato d’incontrare me stessa, sotto forma di uomo. E son stata buona con lui come non son mai stata con me. Probabilmente tu dirai che sono sogni erotici; ma a me sembra invece che siano molto più antichi.
- Ne fai spesso di questi sogni? – domandò
Ulrich.
- Qualche volta, di rado.
- Io quasi mai, – confessò lui. – Da tempo immemorabile non m’è più capitato.
- Eppure mi hai spiegato una volta, – disse Agathe, – credo che fosse appena in principio, ancora là nella vecchia casa, che l’uomo migliaia d’anni fa ha conosciuto esperienze molto diverse!
- Ah, vuoi dire la vista “che dà” e la vista
“che prende”? – replicò Ulrich, e sorrise benché
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Agathe non lo vedesse. – Lo spirito “che cinge” e “che è cinto”? Già, anche di quella misteriosa bisessualità dell’anima avrei dovuto parlare, naturalmente! E di quant’altro ancora! Ve ne son tracce dappertutto. Persino in ogni analogia c’è un resto dell’incanto di essere uguali e non uguali. Ma non hai osservato? in tutti questi comportamenti di cui abbiamo discorso, nel sogno, nel mito, nella poesia, nell’infanzia e perfino nell’amore la parte maggiore del sentimento la si paga con una mancanza di comprensione, vale a dire con una mancanza di realtà.
- Tu dunque non ci credi realmente? – chiese Agathe. Ulrich non rispose, ma dopo un po’ disse:
- Se lo traduciamo nell’empio linguaggio moderno, ciò che oggi è spaventosamente
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scarso per tutti si potrebbe chiamare la percentuale di partecipazione dell’individuo alle proprie azioni e vicende. In sogno sembra che sia il cento per cento, da svegli non è neanche la metà! L’hai capito tu stessa dalla mia casa; ma le mie relazioni con le persone, come tu vedrai, non sono diverse. L’ho definito una volta – e in verità, se non erro, devo aggiungere che fu durante un colloquio con una donna, dove veniva molto a proposito l’acustica del vuoto. Se in una stanza vuota cade a terra un ago, il rumore prodotto ha qualcosa di sproporzionato, di addirittura enorme; ma lo stesso accade quando il vuoto è fra le persone. Non si sa più: si sta gridando o è un silenzio di tomba? Perché tutto ciò che è falso e storto acquista la forza attrattiva di una mostruosa tentazione, se non vi si può opporre nulla. Non
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pare anche a te? Ma scusami, – egli s’interruppe, – devi essere stanca e io non ti lascio riposare. Forse ho paura che qualcosa ti dispiaccia nella mia casa e nella mia compagnia.
Agathe aveva sollevato le palpebre. Dopo essere rimasti a lungo nascosti i suoi occhi esprimevano qualcosa di molto difficile a definirsi, che Ulrich sentì diffondersi intensamente per tutto il proprio corpo. Subito egli seguitò a raccontare:
- Quand’ero più giovane tentai di considerare questo fatto una forza. Non si ha nulla da opporre alla vita? Bene, allora la vita fugge via dall’uomo e si rifugia nelle sue opere! Così pensavo all’incirca. E in verità c’è qualcosa di impressionante nell’aridità, nell’assenza del senso di responsabilità del mondo odierno.
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Direi che è un secolo nell’età dell’adolescenza, e perché non ci dovrebb’essere anche per i secoli un’età dello sviluppo, come c’è per gli individui? Come tutti i giovani io in principio mi buttai a capofitto nel lavoro, nelle avventure e nei piaceri; mi pareva indifferente quel che facevo, pur di farlo con tutto me stesso. Ricordi che parlammo una volta della “morale dell’attività”? è l’immagine congenita in noi secondo la quale ci regoliamo. Man mano che s’invecchia, però, s’impara che quell’apparente esuberanza, quell’indipendenza e mobilità in tutte le cose, quella sovranità degli stimoli e degli impulsi – tanto i tuoi verso te stesso quanto i tuoi verso il mondo esterno – in breve tutto ciò che come uomini d’oggi noi abbiamo ritenuto una forza e una particolarità che ci distingueva, in ultima analisi non è che una debolezza dell’intero di
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fronte alle sue parti. Con la passione e con la volontà non puoi venirne a capo. Appena vuoi immergerti tutto dentro e nel cuore di una cosa, subito ti vedi ributtato al margine: questa è oggi la vicenda in tutte le vicende!
Agathe con gli occhi ormai aperti aspettava che nella voce di lui si compiesse qualcosa; ma poiché ciò non avvenne e il discorso di Ulrich si spezzò come un viottolo che si dirama da una strada e non vi fa più ritorno, ella disse:
- Dunque, secondo la tua esperienza, non si può mai agire per vera convinzione e non lo si potrà mai. Non intendo per convinzione la scienza, – si corresse poi, – e neanche la disciplina morale che ci hanno inculcata; voglio dire il sentirsi interamente vicini a se stessi e anche vicini a tutto il resto, riempire ciò che ora rimane vuoto, insomma qualcosa da cui si
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prende le mosse e a cui si ritorna. Ah, non so neanch’io quello che vorrei dire, – s’interruppe bruscamente, speravo che me lo spiegassi tu!
- Tu intendi precisamente quello di cui abbiamo parlato, – rispose Ulrich dolcemente. – E sei anche l’unica persona al mondo con la quale posso parlare così. Ma non avrebbe senso che io ricominciassi per aggiungere qualche altra parola seducente. Devo dire piuttosto che “l’immergersi dentro”, uno stato di indisturbata “interiorità” della vita – se non si intende la parola in senso sentimentale ma in quello che le abbiamo dato poc’anzi – probabilmente non si può ottenere con un sano raziocinio – Si era piegato in avanti, le toccò un braccio e la guardò a lungo negli occhi. Forse è una incapacità umana! – disse piano. – Vero è soltanto che ne soffriamo acutamente. Perché
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proprio da quella impotenza deriva il desiderio di fratellanza che è un contorno dell’amore comune, nell’immaginaria direzione di un amore senza nessuna miscela di aridità e di incomprensione – E dopo una pausa soggiunse:
- Tu sai come son comuni, nei discorsi erotici, le variazioni sul tema “fratellino e sorellina” Gente che sarebbe capace di assassinare i propri fratelli carnali, a letto bamboleggia con quegli appellativi.
Nella penombra il suo viso era contratto dall’autoironia. Ma la fede di Agathe era sospesa a quel viso e non alla confusione delle parole. Ella aveva visto altre facce similmente convulse, che il momento dopo le piombavano sopra; questa non si avvicinava, pareva scorresse a velocità immisurabile su una strada infinitamente lontana. Rispose
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brevissimamente:
- Esser fratelli non basta!
- Abbiamo già detto “fratelli gemelli”, – replicò Ulrich, alzandosi senza rumore, perché gli pareva che la grande stanchezza la stesse ormai sopraffacendo.
- Bisognerebbe essere una coppia di fratelli siamesi, – mormorò ancora Agathe.
- Benissimo, fratelli siamesi, ripeté Ulrich. Cercava di sciogliere dalla propria la mano di lei per deporla cautamente sulla coperta, e le sue parole sonarono lievi, ancora aleggianti senza peso dopo che lui aveva lasciato la stanza. Agathe sorrise e affondò a poco a poco in una solitaria malinconia le cui nebbie si convertirono presto nell’oscurità del sonno, senza che lei nella sua spossatezza se ne avvedesse. Ulrich invece si ritirò nel suo studio
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e per due ore, senza poter lavorare, fece conoscenza con lo stato di chi si sente prigioniero di scrupoli, finché si sentì stanco lui pure. S’accorse con stupore quanto gli sarebbe piaciuto far qualcosa che producesse rumore e dovesse essere soffocato. Era una sensazione nuova per lui. E quasi lo eccitava un poco, sebbene cercasse di figurarsi con la massima applicazione come doveva essere sentirsi per davvero concresciuto con un’altra persona. Ignorava come funzionassero due sistemi nervosi attaccati come due foglie a un gambo solo e collegati l’uno all’altro non soltanto dal loro sangue ma ancor più dall’assoluta dipendenza reciproca. Era da supporsi che ogni eccitamento psichico dell’uno fosse sentito anche dall’altro mentre il fatto causale si svolgeva in un corpo che nell’essenziale non era
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il suo. “Un abbraccio, ad esempio; tu vieni abbracciato nell’altro, – egli pensò. – Forse non approvi neppure, ma l’altro tuo Io immette in te una preponderante ondata di approvazione! Che cosa t’importa che tua sorella sia baciata? Ma il suo eccitamento tu lo devi amare con lei! Oppure sei tu che ami, e in qualche modo la devi render partecipe, non puoi infliggerle soltanto degli assurdi processi fisiologici…!” Quel pensiero suscitava in Ulrich una forte commozione e un grande disagio; gli sembrava difficile tracciare la linea di confine fra criteri nuovi e distorsione di criteri comuni.
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26. Primavera nell’orto
L’elogio di Meingast e le nuove idee da lui suggerite avevano prodotto su Clarisse un’impressione
profonda.
L’irrequietezza spirituale e l’eccitabilità, di cui talora ella stessa si preoccupava, erano diminuite senza far luogo stavolta ad avvilimento, malinconia e disperazione, bensì a una eccezionale chiarezza, a una straordinaria trasparenza interiore. Di nuovo Clarisse esaminò se stessa criticamente e si comprese. Senza incertezze, anzi con una certa soddisfazione si rese conto di non essere
particolarmente intelligente: già aveva studiato
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troppo poco. Ulrich invece, quando pensava a lui durante quell’esame comparativo, Ulrich era come un pattinatore che su una levigata superficie spirituale si avvicinava o si allontanava a volontà. Quando diceva una cosa, non si capiva mai donde venisse, e nemmeno quando rideva, quando andava in collera, quando i suoi occhi lampeggiavano, quando stava lì e con le sue spalle larghe toglieva lo spazio a Walter. Se voltava la testa, anche solo per curiosità, i tendini del collo gli si tendevano come le funi di un veliero che salpa nel vento e nel sole. Così c’era sempre in lui qualche cosa che le restava inaccessibile e teneva desto il desiderio di buttarsi su di lui a corpo morto per afferrarla. Ma la vertigine che la travolgeva allora – tanto che una volta non v’era stato più nulla di saldo al mondo se non
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l’anelito di avere un figlio da lui adesso era sparita senza lasciarsi dietro neppure quei frammenti di cui il ricordo, dopo l’intepidirsi delle passioni, è incomprensibilmente cosparso. Clarisse tutt’al più, le poche volte che le succedeva, s’irritava ripensando al suo fiasco in casa di Ulrich; ma la sua sicurezza di sé era intatta e pronta a nuovi cimenti. Tale effetto avevano avuto appunto le nuove idee di cui l’ospite filosofo l’aveva rifornita; senza contare le eccitazioni immediate che le aveva procurato il ritrovarsi con l’amico trasformato. Così trascorsero molti giorni in una tensione varia, mentre tutti nella casetta già inondata dal sole primaverile aspettavano che Ulrich recasse il permesso di visitare Moosbrugger nella sua lugubre dimora.
E un pensiero soprattutto dominava nella
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mente di Clarisse: il Maestro aveva detto che il mondo era così esente da manie, che di nessuna cosa sapeva più se dovesse amarla oppure odiarla; e da allora Clarisse era convinta che bisognasse abbandonarsi a una mania se si aveva la fortuna di esserne colti. Perché un’idea fissa è un dono della sorte. Chi sapeva più se uscendo di casa doveva andare a destra o sinistra, a meno di avere come Walter una professione, che in compenso lo opprimeva, oppure come lei un appuntamento coi genitori o coi fratelli, che l’annoiava? Per chi ha un’idea fissa, invece, la cosa è ben diversa. Allora la vita è organizzata colla praticità di una cucina moderna: si sta seduti al centro, quasi non occorre muoversi e di lì si possono manovrare tutti gli apparecchi. Tali cose a Clarisse eran sempre piaciute molto. E
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d’altronde per lei una fissazione era semplicemente ciò che si suol chiamare volontà, però particolarmente rafforzata. Finora l’aveva scoraggiata il fatto di sapersi spiegare solo pochissime delle cose che avvengono in questo mondo, ma dopo il ritorno di Meingast poter amare, odiare e agire a proprio talento le era apparso come un privilegio suo particolare. Giacché, a sentire il Maestro, il genere umano aveva bisogno di volontà più che di ogni altra cosa, e questo bene di poter fortissimamente volere ella l’aveva sempre posseduto! A pensarci Clarisse si sentiva ardere di responsabilità e agghiacciare di gioia. Naturalmente la sua volontà non aveva niente da fare con l’ottuso sforzo di imparare un pezzo per pianoforte o di trionfare in un litigio, era piuttosto forte accettazione del reggimento della
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vita, pieno possesso di se stessi, scorreria nella felicità.
E alla fine ella non poté trattenersi dal comunicarne qualcosa a Walter. Lo informò che la sua coscienza diventava di giorno in giorno più forte. Ma Walter esasperato, ignorando la sua ammirazione per Meingast, supposta causa di questi fatti, replicò:
- È proprio una fortuna che Ulrich non riesca, mi pare, a ottenere il permesso! Sulle labbra di Clarisse passò una smorfia, che però tradiva pietà per tanta inconsapevolezza e pervicacia.
- Che cosa ti aspetti, poi, da quel criminale che non ci riguarda minimamente? – chiese Walter concitato.
- Lo capirò quando sarò là, - rispose
Clarisse.
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- Mi sembra che dovresti già saperlo adesso,
- osservò virilmente Walter.
La mogliettina sorrise, come faceva sempre prima di ferirlo profondamente. Poi disse tranquilla:
- Farò qualche cosa.
- Clarisse! – protestò Walter fermamente. – Tu non puoi far niente senza il mio permesso; sono secondo la legge tuo marito e tutore!
Il tono era nuovo per lei. Ella si ritrasse e fece due o tre passi, turbata.
- Clarisse! – ripeté Walter alzandosi per seguirla. – Farò io qualcosa contro la pazzia che circola in questa casa!
Allora ella capì che la forza salutare della sua decisione era già operante nell’energia accresciuta di Walter. Si voltò di scatto.
- Che cosa farai? – domandò, e dalla fessura
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dei suoi occhi un lampo saettò nelle brune pupille umide e sgranate di lui.
- Vedi, – diss’egli conciliante, e indietreggiò sorpreso da quella precisa richiesta di una spiegazione, – ce l’abbiamo tutti dentro di noi questa tendenza spirituale al morboso, al raccapricciante e al problematico, noi intellettuali; però…
- Però lasciamo via libera ai filistei! – interruppe Clarisse trionfante. Adesso lo seguiva da vicino, non gli staccava gli occhi di dosso. Sentiva che la sua forza guaritrice lo avvolgeva e lo dominava. Il cuore le si riempì all’improvviso di una gioia rara e inesprimibile.
- Però non vi diamo tanta importanza, – concluse Walter di malumore. Dietro di sé, all’orlo della giacca, sentiva una resistenza; tastando trovò lo spigolo di uno dei tavolinetti
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leggeri dalle gambe sottili che pullulavano nella sua casa e a un tratto gli parvero odiosi: pensò che se faceva ancora un passo indietro l’avrebbe ridicolmente buttato a gambe all’aria; così resistette al desiderio improvviso di essere mille miglia lontano da quella lotta, su un prato di un bel verde vivo sotto gli alberi in fiore, fra persone la cui sana allegria lavasse e tergesse le sue ferite. Era un desiderio tranquillo, denso, abbellito da donne che ascoltavano le sue parole con grata ammirazione. E nel momento in cui Clarisse gli fu vicina ne ebbe un senso di trasognata squallida molestia. Ma con sua meraviglia Clarisse non esclamò: tu sei un vigliacco! Disse invece:
- Walter! Perché siamo infelici?
Al suono di quella voce allettante e chiaroveggente egli sentì che l’infelicità con
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Clarisse non poteva essere compensata dalla felicità con un’altra donna.
- Perché dobbiamo! rispose con uguale slancio.
- Ma no che non dobbiamo! – assicurò Clarisse in tono conciliante. Teneva la testa inclinata da una parte, cercando un argomento per convincerlo. In fondo poteva essere qualunque cosa, non faceva differenza: si stavano di fronte come un giorno senza sera, che trasmette di ora in ora un fuoco mai languente. – Mi concederai, – ella principiò a dire con accento timido e ostinato a un tempo,
- che i grandi delitti non si compiono perché qualcuno li commette, ma perché noi lasciamo che si compiano!
Walter indovinò quel che sarebbe venuto dopo, e fu per lui una delusione violenta.
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- Oh Dio! – esclamò impaziente. – So anch’io che l’indifferenza e la facilità con cui ci si può procurare oggi una coscienza tranquilla distruggono assai più vite umane che la cattiva volontà dei singoli! E adesso, o meraviglia, tu dirai che ciascuno deve aguzzare la propria coscienza e riflettere profondamente su ogni passo prima di farlo!
Clarisse aprì la bocca ma poi cambiò idea e non parlò.
- Penso anch’io alla povertà, alla fame, alle miserie d’ogni genere che noi tolleriamo, ai crolli nelle miniere dove i consigli d’amministrazione per economia trascurano gli impianti protettivi, seguitò Walter dimesso, – tutte queste cose ti ho già detto che le riconosco.
- Ma allora anche due amanti non possono
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amarsi se la loro condizione non è di “felicità pura”, – osservò Clarisse. – E il mondo non diverrà migliore finché non vi saranno degli amanti così!
Walter giunse le mani.
- Ma non capisci come sono ingiuste tali pretese enormi, stupefacenti, assolute! – esclamò. – Lo stesso avviene per questo Moosbrugger che di tanto in tanto ti gira nella testa come una turbina! In fondo, hai ragione di sostenere che non bisogna darsi pace finché simili disgraziati animali umani vengono semplicemente uccisi perché la società non sa che cosa fare di loro; ma, ancora più in fondo, ha pure ragione la sana coscienza popolare di respingere tali raffinatissimi dubbi. Vi sono certe proprietà ultime del sano ragionamento che non si possono dimostrare, ma che bisogna
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avere nel sangue!
Clarisse rimbeccò:
- Secondo il tuo sangue “in fondo” è sempre: “in fondo” no.
Walter crollò la testa, offeso, dimostrando di non volerle rispondere. Era stanco di dover sempre ammonire che una dieta di idee unilaterali è dannosa, e forse alla lunga anche lui si sentiva incerto.
Ma Clarisse, con la sensibilità nervosa che lo stupiva ogni volta, gli lesse nel pensiero e alzando il capo saltò tutti i gradini intermedi per balzargli accanto sul punto culminante con la domanda posta in tono basso e stringente:
- Ti puoi immaginare Gesù direttore di una miniera? – Il suo volto rivelava che per Gesù intendeva veramente lui stesso, per una di quelle esagerazioni in cui l’amore non si
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distingue dalla follia. Egli si schermì con un gesto che era insieme di protesta e di sconforto.
- Non così, Clarisse! – pregò. – Non si deve parlare così direttamente!
- Ma sì! – replicò Clarisse. Proprio così, invece! Se non abbiamo la forza di salvar lui, non avremo nemmeno la forza di salvare noi stessi!
- E infine che cosa importa se crepa! – esclamò Walter con violenza. Gli parve di assaporare in quella risposta grossolana il gusto liberatore della vita, deliziosamente mescolato al gusto della morte e della rovina irrimediabile, evocata dalle parole di Clarisse.
Clarisse lo guardò sospesa. Ma Walter sembrava soddisfatto del suo sfogo oppure taceva per irresolutezza. E come un giocatore costretto a mostrare l’ultima carta irresistibile,
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ella disse:
- Io ho ricevuto un segno!
- Pura immaginazione! – gridò Walter rivolto al soffitto, che teneva luogo di cielo. Ma Clarisse con le sue ultime parole imponderabili abbandonò il colloquio e non gli lasciò più dir nulla.
La vide invece più tardi parlare animatamente con Meingast. L’impressione di essere osservato, che infastidiva il Maestro, perché fin laggiù non ci vedeva bene, era giustificata. Infatti Walter non partecipava all’intenso lavoro di giardinaggio di suo cognato Siegmund, che, venuto in visita nel frattempo, era inginocchiato in un solco con le maniche rimboccate e faceva qualcosa che, aveva detto Walter, bisognava fare nel giardino in primavera se si voleva essere un uomo e non
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un piatto segnalibro nei volumi della propria materia.
Walter invece spiava senza parere la coppia che si trovava all’altra estremità dell’orto.
Non credeva che nell’angolo da lui tenuto sotto sorveglianza accadessero cose illecite. Tuttavia sentiva un freddo innaturale alle mani, esposte all’aria primaverile, e alle gambe, bagnate qua e là perché ogni tanto egli s’inginocchiava per dare istruzioni a Siegmund. Gli parlava con arroganza, come fanno i deboli e gli umiliati quando possono sfogare su qualcuno il loro malumore. Sapeva che Siegmund essendosi messo in testa di venerarlo non ci avrebbe rinunziato tanto facilmente. Ciò nonostante gli pareva di sentire addirittura una solitudine-dopo-il-tramonto, un gelo di tomba, mentre osservava che Clarisse
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non guardava mai dalla sua parte ma con segni continui di interesse non staccava gli occhi da Meingast. Eppure ne era anche fiero. Dacché Meingast stava in casa sua, egli era tanto orgoglioso dei crepacci che vi si aprivano quanto indaffarato a turarli. Dall’alto della sua positura eretta lasciò cadere queste parole su Siegmund accovacciato per terra:
- Conosciamo e sperimentiamo tutti in noi stessi una certa tendenza al problematico, al morboso! – Egli non era un ipocrita. Dopo che Clarisse l’aveva definito filisteo, lui aveva elaborato fra sé il concetto delle “piccole viltà della vita”
- Una piccola viltà può essere buona o dolce oppure acida, – egli così ammaestrò il cognato,
- ma noi abbiamo il dovere di maturarla dentro di noi finché torni a onore della sanità morale.
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E per piccola viltà intendo tanto il nostalgico patteggiare con la morte, in cui si cade udendo la musica del Tristano, come l’attrazione segreta che ci ispirano quasi tutti i delitti sessuali, anche se noi non vi cediamo! Giacché io chiamo vile e antiumano tanto l’elementarismo a cui ci si abbandona nel dolore, nella miseria, nella malattia, quanto le esagerazioni della coscienza e della spiritualità che vorrebbero violentare la vita. Tutto ciò che vuol superare i confini a noi assegnati, è vile! Il misticismo è vile, come l’illusione di poter ridurre la natura a una formula algebrica. E l’intenzione di andare da Moosbrugger è altrettanto vile quanto… – qui Walter s’interruppe un momento per cogliere nel centro, e chiuse con le parole: -.quanto invocare Iddio in punto di morte!
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Certo così si era detto qualcosa di sodo, e anzi la professionale e involontaria umanità del medico era chiamata a riconoscere che il proposito di Clarisse e i suoi stravaganti motivi oltrepassavano i limiti permessi. Ma, in confronto a Siegmund, Walter era un genio, tant’è vero che Walter dal suo sano ragionamento era stato portato a tali professioni di fede, mentre l’ancor più sana salute di suo cognato su quella materia problematica si esprimeva in ostinato silenzio. Siegmund ammucchiava la terra con le mani e ogni tanto senza aprir bocca piegava la testa su una spalla o sull’altra come per vuotare una provetta o semplicemente come se il suo orecchio fosse ormai pieno. E quando Walter tacque vi fu una quiete profonda e paurosa, nella quale risonò un giudizio che Clarisse
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doveva aver già proferito anche con Walter, infatti egli non lo udì con la vivezza di un’allucinazione, ma quasi rimasto nel silenzio di uno spazio vuoto: – Nietzsche e Cristo sono stati portati alla rovina dal loro essersi fermati a mezza strada! – E in modo un po’ sospetto, che faceva pensare al “direttore della miniera”, egli ne restò lusingato. Così era una posizione bizzarra la sua: lui, la salute in persona, in quel giardino fresco, fra un uomo che egli guardava dall’alto in basso e due scalmanati di cui osservava i gesti muti con superiorità eppure con desiderio. Giacché Clarisse era, infine, la piccola viltà di cui la sua salute aveva bisogno per non languire, e una voce arcana gli diceva che Meingast era in procinto di ingrandire a dismisura la piccolezza accettabile di questa vigliaccheria. Egli lo ammirava come
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il parente oscuro ammira il parente celebre, veder lui e Clarisse bisbigliare come due congiurati gli ispirava, più che gelosia, invidia, un sentimento questo che colpisce dentro con maggior violenza di quello; ma per qualche verso anche lo innalzava, cosciente della propria dignità egli era risoluto a non andare in collera, si vietava di avvicinarsi e di disturbarli, di fronte al loro infervoramento si sentiva superiore, e da tutto ciò risultava, egli stesso non sapeva come, un pensiero ibrido e confuso, nato a dispetto d’ogni logica: che i due laggiù, in modo disinvolto e biasimevole, stessero invocando Dio.
Se è lecito chiamar pensiero una così strana mescolanza di sentimenti diversi, era ad ogni modo uno di quei pensieri impossibili a esprimersi, perché la chimica della loro
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oscurità è immediatamente guastata dal chiaro influsso della parola. Walter del resto, come aveva dimostrato davanti a Siegmund, non collegava al nome di Dio nessun sentimento religioso, e dopo che quel nome gli era balenato alla mente si era fatto all’intorno un vuoto timoroso: perciò la prima cosa che Walter disse al cognato dopo un lungo silenzio fu ben lontana da tutto ciò.
- Sei un asino, gli buttò in faccia, – se non ti credi in diritto di sconsigliarle energicamente quella visita; perché fai il medico, allora?
Siegmund non se la prese neanche stavolta.
- È una faccenda che dovete risolvere fra voi due soli, – rispose guardando tranquillamente in su, e poi tornò a immergersi nel suo lavoro.
Walter sospirò.
- Clarisse, si sa, è una donna fuor del
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comune! – egli riprese. – Io la capisco benissimo. Ammetto anche che non ha torto di professare opinioni tanto rigorose. Se pensi alla miseria, alla fame, al marcio d’ogni specie di cui il mondo è pieno, ai crolli nelle miniere, per esempio, che avvengono perché l’amministrazione fa economia sui lavori di sostegno…
Siegmund non manifestò la minima intenzione di pensarci.
- Ebbene, lei ci pensa, – ripigliò Walter con severità. – Ed è molto bello da parte sua. Noi tutti ci mettiamo a posto la coscienza con troppa facilità. E Clarisse è migliore di noi quando ci chiede di cambiare e di avere una coscienza più attiva, una coscienza, per così dire, infinita. Ma ecco quello che volevo chiederti: tutti questi scrupoli morali non
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portano a un’ossessione, se non sono già qualcosa di simile? Questo tu devi pur sapermelo dire!
A quella domanda stringente Siegmund si sedette su una gamba e squadrò il cognato.
- È pazza! – dichiarò. – Ma non in senso clinico.
- E come giudichi, – seguitò a chiedere Walter dimentico della propria superiorità, – la sua affermazione di aver ricevuto dei segni?
- Ha detto questo? – chiese Siegmund impensierito.
- Ma sì! Quell’assassino pazzo, ad esempio! E pochi giorni fa un porco sotto le nostre finestre!
- Un porco?
- No, una specie di esibizionista.
- Ah sì? – disse Siegmund, riflettendo. -
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Anche tu ricevi dei segni quando trovi qualcosa da dipingere. Solo che lei si esprime con maggior esagerazione di te, – decise infine.
- E quando dice che deve prender su di sé i peccati di questi uomini, anche i miei e i tuoi e non so di chi altri? – esclamò Walter incalzante.
Siegmund si era alzato e si puliva le mani sporche di terra.
- Si sente oppressa dal peccato? – chiese superfluamente, e ammise in tono cordiale, come rallegrandosi di poter infine dar ragione al cognato: Questo è un sintomo!
- È un sintomo? – ripeté Walter costernato.
- L’ossessione del peccato è un sintomo, – confermò Siegmund nel tono staccato del professionista.
- Le cose però stanno così, – disse Walter, ricorrendo subito in appello contro il giudizio
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da lui stesso provocato: – Prima di tutto tu ti devi chiedere: il peccato esiste? Sì, esiste, naturalmente. Ma allora c’è anche un’ossessione del peccato che non è pazzia. Forse tu non lo capisci perché è al di sopra dell’empirismo. È l’offesa all’umano senso di responsabilità per una vita più alta.
- Ma lei dice anche di aver ricevuto dei segni! – obiettò allora il tenace Siegmund.
- Ma tu dici che ne ricevo anch’io! – ribatté Walter vivacemente. – E sappi che certe volte vorrei pregare in ginocchio il mio destino di lasciarmi in pace: invece mi manda sempre nuovi segni, e i più impressionanti per mezzo di Clarisse! – Poi ripigliò più tranquillo: Adesso per esempio lei sostiene che Moosbrugger rappresenta lei e me nella nostra “forma colpevole” e ci è stato inviato come un
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ammonimento; ma bisogna intenderlo così: ciò esprime simbolicamente che noi abbiamo trascurato le più alte possibilità della nostra vita, la sua “immagine luminosa”, insomma. Molti anni fa, quando Meingast ci lasciò…
- Ma l’ossessione del peccato è un sintomo di certe alterazioni! – gli ricordò Siegmund con la disperata imperturbabilità del tecnico.
- Tu naturalmente non conosci che sintomi!
- esclamò Walter difendendo con veemenza la sua Clarisse. – Perché il resto supera i limiti della tua esperienza. Ma forse è proprio qui la colpa e l’“immagine colpevole” della nostra vita: in questa superstizione che tratta come malattia tutto quel che non coincide con la più volgare esperienza! E Clarisse sente l’esigenza di combatterla con un’azione interiore. Già molti anni fa, quando Meingast andò via di
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casa nostra, noi… – Egli avrebbe voluto raccontare come Clarisse e lui “prendevano su di sé” i peccati di Meingast, ma era impresa disperata spiegare a Siegmund il processo di un risveglio spirituale, e così concluse vagamente con le parole: – Infine non vorrai negare che vi sono sempre stati degli uomini che si assumono il carico delle colpe di tutti, oppure le condensano in sé!
Il cognato lo guardò soddisfatto.
- Finalmente! – rispose in tono cordiale. – Adesso dimostri tu stesso quello che io ho affermato fin dal principio. Credersi oppressi dal peccato è un comportamento tipico in certe alterazioni. Ma nella vita s’incontrano anche comportamenti atipici. Non ho detto nulla di più.
- E la gravità esagerata che ella mette in
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tutte le sue azioni? domandò Walter dopo un po’ sospirando. – Un simile rigorismo non si può mica chiamare normale?
Intanto Clarisse appartata laggiù con Meingast aveva una conversazione molto importante.
- Tu hai detto, gli ricordò, – che gli uomini che si vantano di capire e di spiegare il mondo, non lo faranno mai cambiare minimamente?
- Sì, – confermò il Maestro. – “Vero” e “falso” sono i pretesti di coloro i quali non vogliono mai giungere a una risoluzione. Perché la verità è una cosa senza fine.
- Perciò hai detto che bisogna avere il coraggio di decidersi fra “valore” e “non-valore”?
- seguitò a indagare Clarisse.
- Sì, – disse il Maestro un po’ annoiato.
- Meravigliosamente sdegnosa è anche la
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tua massima, – esclamò Clarisse, che nella vita odierna gli uomini fanno soltanto quello che accade!
Meingast si fermò e guardò a terra; poteva sembrare che tendesse l’orecchio oppure che contemplasse un sassolino sull’orlo del viottolo, alla sua destra. Ma Clarisse non seguitò a porgergli il miele della lode; anch’essa aveva piegato il capo, così che il mento riposava quasi nella fontanella della gola, e il suo sguardo era fisso sul terreno, fra le punte degli stivali di Meingast: un lieve rossore le coprì il viso cinereo mentre smorzando discretamente la voce, ella continuava: – Tu hai detto che la sessualità non è altro che il salto del caprone.
- Sì, l’ho detto in un’occasione particolare. La volontà di cui il nostro secolo difetta viene sperperata, a parte la cosiddetta attività
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scientifica, in sessualità!
Clarisse esitò un attimo, poi disse:
- Per me, io ho molto volontà, ma Walter fa soltanto il salto del caprone.
- Che cosa sta succedendo fra voi due? – chiese il Maestro incuriosito, ma soggiunse subito, quasi con ribrezzo: – Posso immaginarlo, naturalmente.
Erano in un angolo del giardino senza piante, inondato dal sole primaverile, e nell’angolo diagonalmente opposto Siegmund stava accovacciato per terra mentre Walter in piedi accanto a lui gli parlava con animazione. Il giardino aveva la forma di un rettangolo appoggiato al muro più lungo della casa, e intorno alle aiuole di fiori e di ortaggi correva un viottolo inghiaiato, con due viottoli trasversali che disegnavano una croce sul
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terreno ancora brullo. Clarisse, gettando un’occhiata guardinga verso gli altri due uomini, rispose:
- Lui forse non ne ha colpa: devi sapere che io attraggo Walter in un modo che non è come dovrebb’essere.
- Me lo posso immaginare, – replicò questa volta il Maestro con uno sguardo comprensivo.
- Tu hai qualcosa di un ragazzo.
A quell’apprezzamento Clarisse sentì la felicità balzarle per le vene come chicchi di grandine.
- Ti eri accorto “allora” che io mi vesto (34)
più in fretta di un uomo? – gli domandò pronta.
La faccia del filosofo, atteggiata a benevolenza, diventò attonita. Clarisse fece una
34 “Attirare” e “vestire” è in tedesco lo stesso verbo: anzieben.
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risatina.
- È una parola con due sensi, – spiegò. – Ve ne sono anche altre: delinquenza sessuale, per esempio.
Ora il Maestro pensò bene di non mostrarsi per nulla stupito.
- Già, già, – rispose, – lo so. Tu dicesti una volta che spegner l’amore con il solito amplesso è delinquenza sessuale – Ma ora, voleva sapere di quell’“attrazione”
- Il consenso è assassinio, dichiarò Clarisse con la velocità di uno che sul suolo levigato sfoggia la sua perizia con tanto slancio che fa un capitombolo.
- Senti, – confessò Meingast, adesso sul serio non capisco più niente. Stai di nuovo parlando di quel tale, il falegname. Ma che vuoi
da lui?
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Clarisse pensierosa raspò col piede la ghiaia.
- È sempre lo stesso, – rispose. E a un tratto guardò in faccia il Maestro. – Credo che Walter dovrebbe imparare a rinnegarmi, disse recisamente.
- Io non posso giudicare, – osservò Meingast dopo aver aspettato invano che ella compisse la frase, – ma certo le soluzioni radicali son sempre le migliori.
L’aveva detto così, in generale. Ma Clarisse riabbassò il capo, affissando lo sguardo su un punto qualunque della giacca di Meingast, e dopo qualche istante avvicinò lentamente la mano all’avambraccio di lui. Di colpo desiderò sfrenatamente di stringere quel braccio duro e scarno sotto l’ampia manica e di toccare il Maestro che si fingeva ignaro delle parole
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illuminanti dette su Moosbrugger. Mentre così le accadeva era dominata dalla sensazione di trasmettere a lui una parte di sé, e nella lentezza con cui gli insinuava la mano su per la manica, in quell’ondeggiante lentezza vorticavano frammenti di una incomprensibile voluttà nata dalla percezione che il Maestro stava immobile e si lasciava toccare da lei.
Meingast intanto fissava annichilito la mano che ghermiva in quel modo il suo braccio e lo risaliva come un animale dalle molte zampe si stende sulla sua femmina; vedeva palpitare sotto le palpebre abbassate della piccola donna qualcosa d’insolito; intuiva un oscuro processo che lo commuoveva appunto perché si svolgeva così palese.
- Vieni! – le propose, scostandole gentilmente la mano. – Se restiamo qui, tutti ci
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vedono; passeggiamo un po’, come prima!
Mentre camminavano su e giù, Clarisse raccontò:
- Io mi vesto molto in fretta; più in fretta di un uomo, se occorre. I vestiti mi volano addosso, quando io sono, come devo dire? quando sono così, ecco! Forse è una specie di elettricità: io attraggo quel che mi appartiene. Ma di solito è un’attrazione funesta. (35)
Meingast sorrise di quei giochi di parole che gli restavano incomprensibili e cercò a caso una risposta efficace.
- Dunque tu attiri i tuoi abiti come un eroe il suo destino? – egli disse.
Con sua meraviglia Clarisse si fermò esclamando:
35 Cfr. nota a p. 88.
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- Sì, esattamente! Chi vive in tal modo sente così, si tratti di vesti, di scarpe, di coltello o forchetta!
- C’è qualcosa di vero, – concesse il Maestro a quell’affermazione oscuramente persuasiva. Poi chiese senza ambagi: – Come ti comporti con Walter?
Clarisse non capiva. Lo guardò e scorse improvvisamente nei suoi occhi nuvole gialle che parevano spinte da un vento di bufera.
- Hai detto, seguitò Meingast esitante, – che tu lo attiri in un modo che non va. che non va a te, insomma? Come sarebbe? Sei frigida forse?
Clarisse non conosceva il vocabolo.
- Frigida, – spiegò il Maestro, – è una donna a cui l’amplesso degli uomini non procura piacere.
- Ma io conosco solo Walter, - obiettò
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Clarisse timidamente.
- Va bene, ma da quello che hai detto pare che tu sia così. – Clarisse era sbalordita. Rifletté. Non sapeva.
- Io? Ma io non posso, io devo appunto impedirlo! – ella disse. – Non lo posso permettere!
- Che cosa dici? – Adesso il Maestro rideva indecentemente. – Devi impedirti di godere? O insomma che Walter sia compensato delle sue fatiche?
Clarisse arrossì. Ma adesso capiva più chiaramente quel che doveva dire.
- Se si consente, tutto annega nel piacere sessuale, – replicò seria. – Io non permetto al piacere degli uomini di staccarsi da loro e di diventare il mio piacere. Perciò li ho sempre attratti, fin da quand’ero una ragazzina. Nel
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piacere degli uomini qualcosa è fuori di posto.
Per diverse ragioni Meingast preferì non approfondire.
- Sei così capace di dominarti? – domandò.
- Be, questo varia, – ammise Clarisse sinceramente. – Ma come t’ho già detto, sarei un’assassina se consentissi! – Infervorandosi seguitò: – Le mie amiche dicono che “vanno in estasi” nelle braccia di un uomo. A me non è mai accaduto. Nelle braccia di un uomo non sono mai andata in estasi. Ma so che cos’è l’estasi al di fuori dell’amplesso. Lo sai anche tu, certamente, giacché hai detto che il mondo è troppo povero di illusioni…!
- Meingast protestò con un gesto, come a dire che ella non lo aveva capito bene. Ma ormai per Clarisse tutto era fin troppo chiaro.
- Quando tu dici che bisogna decidersi
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contro l’inferiorità a favore della superiorità, – ella esclamò, – ciò significa: Si può vivere in una voluttà che è prodigiosa e sterminata! Ma non è la voluttà del sesso, è la voluttà del genio. Ed è quella che Walter tradirebbe se io non glielo impedissi!
Meingast crollò la testa. Rifiutava quella versione trasformata e passionale di quello che lui aveva detto; era un rifiuto spaurito, quasi sgomento, e di tutto ciò che conteneva egli disse il più casuale:
- Resta da vedersi se potrebbe far diverso! Clarisse s’arrestò come se fulmineamente avesse messo radici nel terreno.
- Ma deve! – esclamò. – Proprio tu ci hai insegnato che si deve!
- È vero, – ammise il Maestro a malincuore, e cercò vanamente col suo esempio di
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smuoverla di lì. – Ma tu che cosa vuoi, infine?
- Vedi, io non volevo ancora nulla, prima che tu venissi, – rispose Clarisse sommessamente. – Ma è così orribile questa vita che da un oceano di gioie non sa trarre fuori che un misero godimento sessuale! E adesso voglio qualcosa.
- È quello che ti chiedo, – disse Meingast incoraggiante.
- Bisogna vivere per uno scopo. Bisogna essere “buoni” a qualcosa. Altrimenti tutto rimane terribilmente confuso, – fu la risposta di Clarisse.
- Ha un rapporto con Moosbrugger quello che tu vuoi? – interrogò Meingast.
- Non si può dirlo. Si vedrà che cosa ne vien fuori! – replicò Clarisse. Poi soggiunse meditabonda: Lo farò fuggire, susciterò uno
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scandalo!
La sua espressione divenne misteriosa. – Ti ho osservato, – disse improvvisamente. – Gente molto strana ti frequenta. Tu li inviti quando credi che noi non siamo in casa. Sono ragazzi e giovanotti! Tu non dici che cosa vengono a fare!
Meingast la guardò sconcertato.
- Tu prepari qualcosa, – continuò Clarisse, – chi sa che cosa stai architettando! Ma io… – ella sibilò, – anch’io sono abbastanza forte da potermi mantenere in amicizia con parecchi alla volta! Io ho acquistato il carattere e i doveri di un uomo! Vivendo con Walter ho imparato sentimenti maschili! Di nuovo ella attanagliò il braccio di Meingast. Era evidente che non se ne accorgeva. Le dita sporgevano dalla manica adunche come artigli. – Io ho una doppia personalità, – ella bisbigliò, – per tua regola! Ma
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non è una vita facile. Hai ragione di dire che in un caso simile non è lecito rifuggire dalla violenza!
Meingast la guardava perplesso. Non l’aveva mai vista così. Il senso delle sue parole gli era incomprensibile. A Clarisse, quand’era in quello stato, l’idea di una doppia personalità appariva semplicissima, ma Meingast si chiedeva se ella aveva indovinato i suoi segreti maneggi e vi facesse allusione. Non c’era ancor molto da indovinare; solo di recente, in consonanza con la sua filosofia maschile, egli si era reso conto di un mutamento nel suo modo di sentire e aveva cominciato a frequentare dei giovani che gli erano qualcosa di più che discepoli. Forse per questo aveva cambiato dimora ed era venuto lì, fiducioso di non essere osservato; non aveva mai pensato a tale
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possibilità, e ora quella personcina divenuta inquietante ecco che si rivelava capace di cogliere il suo mutamento. Il braccio di Clarisse s’allungava sempre più fuori della manica, senza che la distanza fra i due corpi così collegati fosse cambiata, e quell’avambraccio nudo e sottile con la mano abbracciata a Meingast aveva in quel momento un aspetto così strano che nella fantasia dell’uomo andò a catafascio tutto ciò che poco prima era ancora al suo posto.
Ma Clarisse non pronunciò più le parole che stava per dire, sebbene l’idea fosse chiarissima in lei. Le parole ambivalenti erano segni sparsi nel linguaggio come ramoscelli spezzati o foglie disseminate sul terreno per far trovare una strada nascosta. Tanto “delitto sessuale” quanto “attrazione”, e molte, molte, forse tutte
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le parole avevano due significati, uno dei quali segreto e personale. Ma un doppio linguaggio vuol dire una vita doppia. Quello comune è evidentemente quello del peccato, l’arcano invece è il linguaggio della creatura luminosa. Così ad esempio “fretta” nella forma del peccato è la fretta comune, logorante, diuturna, mentre nella forma luminosa “si affretta” scattando in balzi giocondi. Ed ecco che allora invece di creatura luminosa si può anche dire creatura innocente o creatura forte e d’altra parte chiamare la forma del peccato con tutti i nomi che esprimono l’avvilimento, la fiacchezza, la perplessità della vita comune. Erano strani rapporti fra le cose e l’Io, per cui ogni azione produceva effetti assolutamente imprevisti; e tanto meno Clarisse riusciva a spiegarsi, tanto più urgenti nascevano in lei le parole e
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fuggivano così rapide che non si potevano mettere insieme. Ma una convinzione era già da tempo radicata il lei: il dovere, il privilegio, il compito di ciò che si chiama coscienza, illusione, volontà è di trovare la forma forte, la forma luminosa. Quella ove nulla è casuale, ove non v’è posto per i tentennamenti, ove felicità e obbligo coincidono. Altri lo chiamano “il vivere essenziale”, parlano di “carattere intelligibile”, affermano che l’istinto è innocenza e intelletto è peccato. Clarisse non poteva pensare così, ma aveva scoperto che si può mettere in moto una vicenda, e qualche volta particelle della creatura luminosa vi si aggregano da se stesse e sono in tal modo incorporate. Per motivi anzitutto collegati con l’ozio fervoroso di Walter, nonché per un’ambizione eroica alla quale i mezzi avevan sempre fatto difetto, ella era
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giunta al pensiero che ciascuno può proporsi mete straordinarie mediante un’impresa violenta e poi viene trascinato da esse. Perciò non vedeva chiaramente che cosa s’aspettava da Moosbrugger, e non poteva rispondere alla domanda di Meingast.
D’altronde non voleva. Walter le aveva proibito di dire che il Maestro stava di nuovo mutando forma, ma indubbiamente lo spirito di lui era volto al misterioso apprestamento di un’azione a lei ignota, che poteva essere meravigliosa come lo spirito da cui doveva scaturire. Dunque egli doveva capirla, anche se fingeva il contrario. Quanto meno ella diceva, tanto più gli dimostrava la sua consapevolezza. Poteva anche toccarlo, e lui non poteva impedirglielo. Con ciò egli riconosceva l’intenzione di Clarisse, ed ella penetrava in
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quella di lui e vi partecipava. Anche questo in qualche sorta era una doppia essenza e così forte da apparirle confusa. Attraverso il braccio tutta la forza che ella possedeva e di cui non conosceva la misura si trasformava in un flusso inesauribile verso il misterioso amico, lasciandola estenuata, svuotata fin nel midollo più che per qualunque commozione d’amore. Non poteva far altro che contemplare sorridendo la propria mano, oppure guardar lui in faccia. E anche Meingast fissava Clarisse e la mano di Clarisse, alternativamente.
A un tratto accadde una cosa che non trovò Clarisse del tutto impreparata, ma la travolse subito in un turbine d’estasi dionisiaca. Meingast aveva cercato di serbare in viso un sorriso di superiorità che doveva salvarlo dal tradire la propria trepidanza; ma questa
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cresceva di minuto in minuto, costantemente rinnovata da qualcosa che appariva incomprensibile, giacché prima di ogni atto affrontato fra i dubbi v’è un intervallo di debolezza che corrisponde ai momenti di rimorso dopo l’azione, anche se nello svolgersi naturale dell’evento quasi non appare. Le opinioni e le vive immagini da cui l’atto compiuto riceve approvazione e sostegno non hanno ancora raggiunto il loro pieno sviluppo e oscillano nella passione affluente, incerte e labili all’incirca come vacilleranno o si romperanno più tardi nella passione rifluente del rimorso. In quello stato delle sue intenzioni Meingast era stato sorpreso. Gli fu doppiamente penoso, per motivi del passato e anche della considerazione di cui godeva ora presso Walter e Clarisse, e per di più ogni viva
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commozione modifica l’immagine della realtà in maniera da poterne ricavare nuovo accrescimento: l’inquietudine da cui Meingast era agitato gli rendeva inquietante Clarisse, la paura ne faceva qualcosa di pauroso, e gli sforzi di pensare oggettivamente al vero non facevano che accrescere con la loro inanità la costernazione. Così il sorriso di Meingast invece di simulare una serena superiorità prese da un momento all’altro un che di rigido, anzi si potrebbe dire una rigidità fluttuante che infine parve fluttuar via dura come sui trampoli. In quel momento il contegno del Maestro era quello di un grosso cane davanti a un animale piccolissimo che non osa assalire, bruco, rospo o serpente: si raddrizzava sempre più sulle lunghe gambe, storceva le labbra e il dorso, e improvvisamente le ondate di perplessità lo
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trassero via dal luogo onde esse scaturivano, senza ch’egli fosse in grado di velare la sua fuga con un gesto o con una parola.
Clarisse non abbandonò la presa: ai primi passi titubanti poteva ancora sembrare una premura innocente, ma già poco dopo egli se la trascinava dietro e non trovava nemmeno le parole atte a spiegarle che voleva scappare in camera e lavorare. Solo nel vestibolo riuscì a liberarsi interamente di lei, e fin là era stato spinto unicamente dal desiderio di fuga, incurante delle parole di Clarisse e soffocato dalla cautela che doveva usare per non attirare l’attenzione di Walter e di Siegmund. Davvero Walter aveva potuto penetrare quella condotta nel suo insieme. Vedeva che Clarisse chiedeva appassionatamente a Meingast qualcosa che egli rifiutava, e la gelosia gli si conficcò nel
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petto come una vite a filo doppio; giacché pur soffrendo crudelmente all’idea che Clarisse offrisse i suoi favori all’amico, era ancor più gravemente offeso credendo di vederla disprezzata. Alla fine egli avrebbe costretto Meingast ad accettare Clarisse e poi dall’impulso dello stesso moto interiore sarebbe stato gettato nella disperazione. Dolore ed eroismo si agitavano in lui. Mentre la sorte di Clarisse era sospesa a un filo, gli era intollerabile sentirsi domandare da Siegmund se le margotte si piantavano in terreno molle o se bisognava battere le zolle all’intorno. Doveva dire qualcosa e si sentiva nella condizione di un pianoforte nel centesimo di secondo fra il calar giù di un potente accordo a dieci dita e il suono dello stesso. Luce era nella sua gola, parole che avevano significati diversi dal solito. Ma
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inaspettatamente ciò che riuscì a profferire era del tutto discorde:
- Non lo sopporterò! – egli disse, rivolto più al giardino che a Siegmund. Ora però si vide che questi, applicato in apparenza soltanto a piantar margotte, aveva anche osservato gli avvenimenti e se n’era persino preoccupato. Infatti s’alzò, si ripulì le ginocchia e diede al cognato un consiglio:
- Se ti pare che lei vada troppo oltre, dovresti sviarla verso altre idee, – egli disse come se fosse evidente che in tutto quel tempo egli aveva meditato con scrupolosità scientifica su quanto Walter gli aveva confidato.
- E come dovrei fare?! – esclamò Walter attonito.
- Come fa un marito, – disse Siegmund. – Gli ahi e gli ohi delle donne si curano tutti nello
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stesso modo! – Con Walter egli era molto tollerante, e la vita è piena di simili rapporti in cui uno pesta e opprime l’altro che non si ribella. A ben guardare e secondo la salda opinione di Siegmund proprio la vita sana è così. Il mondo infatti sarebbe finito già al tempo delle migrazioni di popoli se ognuno si fosse difeso fino all’ultima goccia di sangue. Invece i più deboli si son sempre ritirati docilmente e hanno cercato altri vicini che potessero esser sloggiati da loro; secondo questo modello si svolgono in gran maggioranza le relazioni umane anche oggi, e col tempo tutto s’aggiusta da sé. Nel cerchio domestico, dove Walter era considerato un genio, Siegmund era sempre stato trattato un po’ da stupido, lo aveva accettato e sarebbe stato ancor oggi umile e arrendevole ogni volta che era in ballo la
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gerarchia familiare. Giacché da anni il vecchio ordinamento aveva perso importanza di fronte alle nuove condizioni di vita che si erano stabilite e proprio perciò era rimasto com’era nella tradizione. Siegmund non soltanto s’era fatto una buona clientela – e il medico, diversamente dall’impiegato, non domina per potenza altrui ma per capacità propria, e sta fra persone che da lui s’aspettano aiuto e gli obbediscono docilmente ma aveva anche una moglie ricca che in breve tempo gli aveva donato se stessa e tre bambini, e che egli ingannava con altre donne, non molto spesso ma regolarmente se gli faceva comodo. Perciò era perfettamente in grado, se voleva, di dare a Walter un consiglio competente e sicuro.
In quel momento Clarisse tornò fuori in giardino. Non ricordava più quel che aveva
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detto nel precipitarsi in casa. Sapeva, sì, che il Maestro s’era dato alla fuga davanti al lei, ma quel ricordo aveva perduto i particolari, si era chiuso e ripiegato. Qualcosa era accaduto! Con quell’unica idea in mente, Clarisse si sentiva come uno che uscito appena da una tempesta è ancora carico di forza sensuale dalla testa ai piedi. Davanti a lei, a pochi metri dalla scaletta di pietra dov’era ritta, un merlo nerissimo col becco color fuoco stava divorando un grosso verme. Nell’uccello oppure nei due colori contrastanti v’era una straordinaria energia. Non si sarebbe potuto dire che ciò suggerisse un pensiero a Clarisse; piuttosto qualcosa le rispondeva da tutte le parti. L’uccello nero era l’incarnazione del peccato nel momento dell’uso della violenza. Il verme era l’incarnazione del peccato d’una farfalla. La sorte aveva messo le
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due bestiole sul suo cammino, per ammonirla ad agire. Si vedeva il merlo assorbire attraverso il fiammante becco arancione i peccati del verme. Non era quello “il genio nero”? Così come la colomba è “lo spirito bianco”? I segni non formavano una catena? L’esibizionista col falegname, con la fuga del Maestro…? Non una di queste idee era dentro di lei in forma precisa, stavano invisibili nei muri della casa, chiamate ma tenendo ancora per sé la loro risposta; ciò che Clarisse sentiva in realtà, mentre in piedi sui gradini guardava l’uccello divorare il verme, era l’inesprimibile concordanza dell’avvenimento interno con quello esterno.
Anche Walter la sentì, stranamente; la sua impressione corrispose subito a quello che egli aveva chiamato “invocare Dio”; stavolta egli ne fu conscio senza alcuna incertezza. Non poteva
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penetrare ciò che avveniva in Clarisse, la lontananza era troppo grande; ma vedeva nel suo atteggiamento qualcosa di non casuale, mentre ella stava lì davanti al mondo nel quale la gradinata scendeva come nell’acqua la scaletta d’una piscina. Era come un’elevazione. Non era l’atteggiamento della vita consueta. Walter comprese di colpo che era la non- casualità a cui pensava Clarisse quando diceva: “Quell’uomo non è venuto per caso sotto la mia finestra!” Egli stesso, guardando la moglie, sentiva che la pressione di forze ignote penetrava nelle cose e le riempiva. Nel fatto che Clarisse era laggiù ed egli doveva voltarsi a guardare lungo una linea obliqua per vederla bene: ecco che, già in questo semplice rapporto, la vita faceva prevalere la sua logica sulla naturale casualità. Dalle immagini che si
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affollavano in copia davanti all’occhio emergeva qualcosa di geometrico, di lineare, di non comune. così poteva accadere quando Clarisse trovava un significato in concordanze quasi immateriali, come nel fatto che un uomo stava sotto le sue finestre e un altro era falegname; gli avvenimenti dunque avevano un modo di sovrapporsi che era diverso dal solito, appartenevano a un complesso ignoto che mostrava loro altri lati e togliendoli dai loro segreti nascondigli autorizzava Clarisse a sostenere che era lei stessa ad attirare gli avvenimenti: era difficile esprimerlo con semplicità ma infine Walter scoprì che era profondamente affine a un’impressione a lui ben nota, cioè quel che succede quando si dipinge un quadro. Anche un quadro esclude inesplicatamente ogni colore e linea che non
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concordi con la sua forma fondamentale, col suo stile, con la sua tavolozza, e per converso estrae dalla mano ciò che gli occorre in forza di leggi geniali che non sono quelle della natura. In quel momento non v’era più nulla in lui di quel chiaro benessere della buona salute, da lui poc’anzi elogiato, che cerca nelle deformità della vita il partito che se ne potrebbe trarre; ma piuttosto la sofferenza di un ragazzo che non s’arrischia a un gioco.
Siegmund però non era uomo da lasciar cadere così facilmente ciò che una buona volta aveva preso in mano.
- Clarisse è ipernervosa, – egli dichiarò. – Ha sempre voluto passare attraverso i muri e adesso s’è cacciata in capo qualcosa. Devi intervenire con molta energia, anche se lei si
ribella!
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- Voi medici non capite un’acca di processi psicologici! – esclamò Walter. Cercava un secondo punto d’attacco e lo trovò. – Tu discorri di segni, – riprese, e alla sua irritazione si sovrappose la gioia di poter parlare di Clarisse,
- e ti chiedi impensierito quando i segni indicano uno squilibrio e quando no; ma io invece ti dico: il vero stato dell’uomo è quello in cui tutto è un segno! Semplicemente tutto! Tu forse puoi guardare in faccia la verità; mai però la verità guarderà in faccia te; questo sentimento divinamente incerto tu non lo conoscerai mai!
- Ma siete matti tutti e due! – commentò
Siegmund asciutto.
- Naturale! – esclamò Walter. – Tu manchi di fantasia creatrice: non hai mai saputo che cosa sia “esprimersi”, che per l’artista vuol dire
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soltanto “capire” L’espressione che noi diamo alle cose sviluppa il senso che porta all’interpretazione giusta. Io capisco quel che voglio io, o quel che vuole un altro solo nell’eseguirlo! Questa è la nostra esperienza viva, a differenza della tua che è morta! Naturalmente tu, medico, col tuo principio di causalità dirai che questo è un paradosso, che io confondo causa ed effetto!
Ma Siegmund non lo disse; ripeté invece imperterrito:
- È certo molto meglio per lei che tu non ceda a tutte le sue pretese. Le persone nervose hanno bisogno di una certa severità.
- E quando io suono il piano presso la finestra aperta, – chiese Walter senza fare attenzione all’ammonimento del cognato, – che cosa faccio? Sotto passa la gente, forse vi sono
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delle ragazze, chi vuole si ferma; io suono per coppie d’innamorati e per vecchi solitari. Certi sono intelligenti e certi son stupidi. Io non posso donar loro la ragione. Non è ragione quello ch’io suono. Io mi comunico a loro. Seggo invisibile al pianoforte e invio loro dei segni: qualche suono, ed è la loro vita ed è la mia vita. Potresti proprio dire che anche questa è pazzia…! – Ammutolì di colpo. Il sentimento d’ambizione fondamentale che è in ogni uomo di media capacità creativa smanioso di comunicarsi e che gli fa pensare: ah, saprei ben dire qualcosa a voi tutti! si sgonfiò. Ogni volta, quando Walter nel morbido vuoto della sua stanza lasciava fluire la sua musica fuori della finestra aperta con l’alta consapevolezza dell’artista che allieta migliaia di sconosciuti, quel sentimento s’apriva come un ombrello, ma
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s’afflosciava vuoto appena egli cessava di suonare. La facilità, la lievità si dileguavano, le cose avvenute erano come non avvenute ed egli finiva per dirsi che l’arte aveva perduto ogni connessione col popolo e che tutto andava male. Se ne ricordò e si perse d’animo. Cercò di reagire. E Clarisse aveva detto: “Bisogna suonare la musica sino alla fine” Clarisse aveva detto: “Si capisce una cosa soltanto finché la si condivide!” ma aveva anche detto: “Perciò dobbiamo andare anche noi in manicomio!” L’ombrello interiore di Walter era semichiuso e sbattuto da raffiche di tempesta. Siegmund disse:
- Le persone nervose devono esser guidate con mano ferma, è per il loro bene. Hai detto tu stesso che non vuoi più esser debole. Come uomo e come medico non posso darti altro
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consiglio: mostrale che sei un uomo; so che lei si ribella, ma infine le piacerà!
Siegmund come una macchina ben funzionante ripeteva senza stancarsi ciò che era ormai il suo “risultato”
Walter in una “raffica” rispose:
- Questo gran caso che fanno i medici della vita sessuale è cosa ormai sorpassata! Se io suono, dipingo o penso, agisco sui vicini e sui lontani senza togliere agli uni ciò che do agli altri. Al contrario! Lascia che ti dica che oggi probabilmente il nostro concetto di vita privata non ha nessuna giustificazione! Nemmeno nel matrimonio!
Ma la pressione più forte era dalla parte di Siegmund, e Walter veleggiò verso Clarisse da cui durante quel dialogo non aveva mai staccato gli occhi. Gli era sgradevole che si
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potesse dire di lui che non era un uomo: voltò le spalle a quell’affermazione, lasciandosi spingere da essa verso la moglie. E a metà strada sentì, fra i denti che gli si scoprivano per il timore, che doveva incominciare con la domanda: “Che cosa significa questo discorrer di segni?”
Ma Clarisse lo vide venire. Si accorse che egli stava per muoversi quando era ancora fermo. Poi i suoi piedi si staccarono dalla terra e lo portarono verso di lei. Clarisse aderiva a tutto ciò con piacere selvaggio. Il merlo frullò via spaventato portandosi via il suo verme. Adesso il terreno era tutto libero per l’attrazione. Ma all’improvviso Clarisse mutò proposito e per questa volta evitò l’incontro, allontanandosi lentamente, lungo il muro della casa, senza staccar lo sguardo da Walter ma
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pili in fretta di quanto lui, esitante, potesse dal campo dell’effetto a distanza passare in quello di domanda e risposta.
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27. Agathe è scoperta dal generale Stumm e introdotta in società
A quando Agathe s’era riunita a lui, i rapporti di Ulrich col largo cerchio d’amicizie di casa Tuzzi
gli imponevano doveri sociali che occupavano molto del suo tempo, perché l’animata stagione invernale non era ancora finita sebbene la primavera fosse vicina e la simpatia che gli amici gli avevano dimostrata alla morte del padre esigeva che per compenso egli non tenesse Agathe nascosta, anche se entrambi per il loro lutto eran dispensati dal partecipare
a grandi feste. Il lutto anzi, se Ulrich avesse
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profittato sino in fondo del vantaggio che esso gli offriva, sarebbe bastato per evitare a lungo ogni contatto sociale e uscire così da un giro di persone fra cui era capitato solo per uno strano caso. Invece, dacché Agathe gli aveva affidato la propria vita, Ulrich agiva in contrasto con i suoi sentimenti, e ad una parte di sé, incasellata sotto la tradizionale designazione “doveri di un fratello maggiore”, rimetteva molte decisioni verso le quali come personalità intera si comportava in modo incerto, seppur non le biasimava del tutto. Tra questi doveri di un fratello maggiore c’era principalmente il proposito che la fuga di Agathe dalla casa di suo marito non dovesse finire altrimenti che nella casa di un marito migliore. Quando venivano a parlare di certe disposizioni da prendere per la loro vita in comune, egli
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osservava:
“Se continua così, presto riceverai qualche proposta di matrimonio o almeno qualche dichiarazione d’amore”; e se Agathe faceva progetti per più di poche settimane, lui replicava:
“Di qui ad allora tutto può cambiare”
Ella ne sarebbe rimasta ancor più ferita se non avesse capito la contraddizione da cui lui era combattuto, il che per il momento la tratteneva anche dall’opporsi violentemente quando Ulrich riteneva opportuno allargare ancora il già vasto cerchio di conoscenze. Così fu che dopo l’arrivo di Agathe fratello e sorella si buttarono a frequentare la società molto più di quanto aveva fatto Ulrich da solo.
Il vederli apparire insieme, dopo che per molto tempo s’era sempre visto Ulrich solo e
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mai s’era udita da lui una parola sulla sorella, destò non poco rumore. Un giorno il generale Stumm si ripresentò in casa di Ulrich con il suo attendente, la sua borsa di cuoio e la sua pagnotta di pane, e annusò intorno con aria sospettosa. Fiutava un profumo indefinibile. Poi scoprì una lunga calza che pendeva dalla spalliera di una seggiola e commentò burbero:
- Già, questi giovanotti!
- Mia sorella, – spiegò Ulrich.
- Ma taci! Tu non hai nessuna sorella! – ammonì il generale. – Noi ci dibattiamo fra i più gravi crucci e tu sei qui rintanato con una ragazzina!
Proprio in quel momento Agathe entrò nella stanza e il generale perse la bussola. Vide la rassomiglianza, e alla naturalezza di quell’ingresso sentì che Ulrich aveva detto la
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verità, senza essere tuttavia distolto dall’idea di aver davanti a sé un’amica di Ulrich che però gli somigliava in maniera incomprensibile e sconcertante.
- Non so dirle il mio sbalordimento, signora,
- raccontò più tardi a Diotima; – non avrebbe potuto esser diverso se me lo fossi visto improvvisamente davanti come quand’era allievo ufficiale!
Infatti, piacendogli Agathe enormemente, Stumm nel vederla era stato colpito da quello stupore che aveva imparato a riconoscere come un segno di profonda commozione. Un po’ corpulento e di natura sensibile, in circostanze così delicate l’impulso lo spingeva a una ritirata precipitosa, e Ulrich nonostante tutti gli sforzi per indurlo a restare, non apprese granché delle gravi preoccupazioni che avevano
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condotto da lui il colto generale.
- No! – si rimproverò Stumm. – Per nulla al mondo è lecito disturbare come sto facendo io!
- Ma non disturbi affatto! – assicurò Ulrich ridendo. – Perché mai dovresti disturbare?
- No, no, s’intende, – s’affrettò a dire il generale sempre più scombussolato. – Certo no, in un certo senso. Ma tuttavia! Senti, è meglio che torni un’altra volta!
- Ma dimmi almeno per che cosa sei venuto, prima di scappar via! – insisté Ulrich.
- Per niente! Proprio niente! Una piccolezza!
- buttò lì il generale nella sua fretta di svignarsela. – Credo che sia incominciato il “grande avvenimento”!
- Un cavallo! Un cavallo! Imbarchiamoci per la Francia! – gridò Ulrich allegramente.
Agathe lo guardò stupita.
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- Chiedo scusa, – disse il generale rivolto a lei. – La signora forse non sa di che si tratta.
- L’Azione Parallela ha trovato l’idea conclusiva! – integrò Ulrich.
- No, – attenuò il generale, – non ho detto questo. Volevo solo dire che l’avvenimento da tutti atteso incomincia a svolgersi!
- Tutto lì! – commentò Ulrich. – Questo si sapeva fin dal principio.
- No, – dichiarò Stumm, serio. – Non è tutto lì. Adesso si sente indubbiamente nell’aria un certo nonsoché. Ci sarà presto da tua cugina una riunione decisiva. La signora Drangsal…
- Chi è? – interruppe Ulrich a quel nome nuovo.
- Ti sei tenuto così in disparte! lo rimproverò il generale, e si volse verso Agathe per un’immediata riparazione. – La signora
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Drangsal è la protettrice del poeta Feuermaul. Non conosci neanche lui? – domandò girando di nuovo il suo corpo rotondo, poiché dalla parte di Ulrich non giungeva alcun suono.
- Ma sì. Il lirico.
- Scrive versi… – arrischiò il generale, evitando con sospetto il termine a lui poco familiare.
- Buoni. E anche opere teatrali.
- Non sapevo. Non ho qui i miei appunti. Ma è quello che dice: l’uomo è buono. In una parola la signora Drangsal sostiene la tesi che l’uomo è buono, e dicono che è una tesi europea e che Feuermaul ha un grande avvenire. La signora ha avuto per marito un medico famoso in tutto il mondo, e probabilmente vorrebbe fare anche di Feuermaul un uomo famoso: ad ogni modo c’è
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il pericolo che tua cugina perda il timone e che se lo prenda la signora Drangsal; anche il suo salotto è frequentato da tutte le celebrità.
Il generale s’asciugò il sudore dalla fronte; a Ulrich non pareva che la cosa fosse molto grave.
- Ma senti! – lo biasimò Stumm. – Tu sei in buoni rapporti con tua cugina, come puoi parlare così? Non sembra anche a lei, signora, ch’egli si dimostri deplorevolmente ingrato e infedele verso una donna deliziosa?
- Non conosco affatto mia cugina, confessò
Agathe.
- Oh! – esclamò Stumm, e con una frase in cui l’intenzione galante si mescolava con l’involontaria scortesia in un oscuro fervore per Agathe, soggiunse: – Certo negli ultimi tempi è
andata un po’ giù!
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Né Ulrich né Agathe gli diedero risposta e il generale sentì di dover spiegare le proprie parole.
- E tu sai bene il perché! – disse a Ulrich in tono allusivo. Egli disapprovava l’interesse per i problemi sessuali che aveva distratto la mente di Diotima dall’Azione Parallela, e si crucciava perché la relazione con Arnheim non migliorava, ma non sapeva fino a che punto gli fosse lecito parlare di tali argomenti davanti ad Agathe, il cui viso diventava sempre più freddo. Ulrich invece replicò con calma:
- La tua faccenda del petrolio non fa progressi, se la nostra Diotima non ha più l’antico potere su Arnheim, vero?
Stumm fece un gesto deprecativo come per impedire a Ulrich uno scherzo sconveniente in presenza di una signora, ma intanto lo fissò
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negli occhi con acutezza ammonitrice. Trovò anche la forza di alzare il proprio corpo massiccio con giovanile sveltezza e si lisciò l’uniforme. Della prima diffidenza verso Agathe glien’era rimasta abbastanza da non voler sciorinare davanti a lei i segreti del Ministero della Guerra. In anticamera afferrò per il braccio Ulrich che l’aveva accompagnato e bisbigliò roco, con una risatina:
- Per l’amor di Dio, bada di non tradire la patria! – e gli spiegò che in presenza di terzi, e fosse pur sua sorella, non doveva far motto dei campi di petrolio.
- Va bene, – disse Ulrich, – ma è mia sorella gemella. Neanche una sorella gemella! – ribadì il generale, a cui la sorella era già parsa così inverosimile che la sorella gemella non lo turbava più oltre: Promettimelo!
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- Promettere non serve a niente, – replicò Ulrich, – tanto siamo gemelli siamesi, non capisci?
Finalmente Stumm capì che Ulrich lo prendeva in giro, con quel suo solito modo di non dire mai un sì chiaro e tondo.
- Potevi inventare uno scherzo migliore che non quello di appioppare a una donna così deliziosa, sia pur dieci volte tua sorella, la disgustosa deformità di essere mostruosamente unita con te! – disse in tono di rimprovero. Ma poiché la sua diffidenza era già stata risvegliata dal riserbo di Ulrich gli fece ancora qualche domanda per saggiarlo: – È già venuto da te il nuovo segretario? Sei andato da Diotima? Hai mantenuto la promessa di far visita a Leinsdorf? Sai che cosa succede fra tua cugina e Arnheim? Giacché sapeva tutto
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naturalmente, il sospettoso riscontrava in tal modo la veridicità di Ulrich, e il risultato lo soddisfece.
- Adesso dunque fammi il piacere di non venir troppo tardi alla seduta decisiva, – pregò mentre si abbottonava il pastrano, ancora un po’ senza fiato per il faticoso percorso attraverso le maniche. Prima ti telefonerò ancora una volta e poi passerò a prenderti, sarà la cosa migliore!
- Per quando è fissata questa seccatura? – domandò Ulrich piuttosto svogliato.
- Mah, sarà fra una quindicina di giorni, – rispose il generale. Dobbiamo portare da Diotima l’altro partito, ma bisogna che ci sia anche Arnheim, ed è ancora via – Picchiò con un dito sulla dragona dorata che gli pendeva dalla tasca del pastrano. – Senza di lui “noi”
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non ci abbiamo gusto: lo puoi ben capire. Però, stammi a sentire, – aggiunse con un sospiro, – nonostante tutto io mi auguro soltanto che la guida spirituale resti nelle mani di tua cugina; dovermi adattare a circostanze interamente nuove mi farebbe terrore!
Fu dunque per via di quella visita che Ulrich rientrò con sua sorella in quel giro di relazioni sociali che aveva lasciato da solo, e avrebbero dovuto riprendere quelle frequentazioni anche se non l’avesse voluto perché non poteva restar nascosto con Agathe un giorno di più e supporre che Stumm si sarebbe tenuto per sé una scoperta così piacevole da diffondere. Quando i “siamesi” fecero visita a Diotima, ella si mostrò già informata, sebbene non ancora entusiasta di quell’appellativo inconsueto e ambiguo. Infatti
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la Divina, nota per le persone celebri e strane che si incontravano in casa sua, da principio aveva preso molto male l’inopinato avvento di Agathe, perché una cugina che non le fosse piaciuta avrebbe messo in pericolo assai più di un cugino la sua posizione sociale, e della nuova parente ella sapeva tanto poco quanto aveva saputo a suo tempo di Ulrich, il che per la onniscente era già di per sé un motivo d’irritazione, com’ella confessò al generale. Perciò ella aveva destinato ad Agathe l’epiteto di “sorella abbandonata”, un po’ per ammansire se stessa, un po’ per usarlo in una cerchia più larga a titolo di precauzione, e con tale animo accolse i due cugini. Fu gradevolmente sorpresa dalla disinvolta signorilità di Agathe, e questa – memore della buona educazione ricevuta in un pio collegio e
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portata da un’ironica disposizione, di cui s’accusava con Ulrich, ad accettare la vita – riuscì da quel momento quasi senza volerlo ad assicurarsi la benigna simpatia della potente giovane signora le cui vaste ambizioni le erano incomprensibili e indifferenti. Ella ammirò Diotima con ignara fiducia, allo stesso modo che avrebbe ammirato una centrale elettrica nella cui misteriosa funzione di produrre luce non viene in mente di immischiarsi. E Diotima, una volta conquistata, tanto più dopo essersi accorta che Agathe piaceva assai, continuò a prendersi a cuore il successo mondano della cugina e ad accrescerlo sempre più volgendolo anche a proprio onore. La “sorella abbandonata” destò interesse e simpatia, che nei conoscenti più prossimi cominciò con lo stupore di non aver mai udito parlare di lei, e
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allargandosi il cerchio d’amicizie si mutò in quell’indefinito gusto per le novità e per le sorprese che lega le case regnanti e le redazioni dei giornali.
Avvenne anche che Diotima, la quale possedeva il talento di scegliere per istinto fra parecchie possibilità la peggiore che garantisce un pubblico successo, compì l’intervento per cui Agathe e Ulrich ebbero per sempre il loro posto nella memoria della società elegante; la loro protettrice infatti trovò a un tratto delizioso, e perciò si affrettò a propagarlo, quello che s’era detto da principio, cioè che fratello e sorella, ritrovatisi in circostanze romantiche dopo una separazione quasi assoluta, si chiamavano adesso i gemelli siamesi sebbene per cieco volere del fato fossero stati finora press’a poco il contrario.
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Perché poi ciò piacesse tanto, prima a Diotima e poi a tutti gli altri, e come facesse giudicare tanto straordinaria quanto comprensibile la risoluzione dei due di vivere insieme, lì stava appunto l’autorità di Diotima: infatti accadde sia l’una che l’altra cosa, dimostrando che nonostante tutte le macchinazioni della concorrenza ella esercitava ancor sempre il suo mite potere. Arnheim quando lo seppe tenne a un circolo scelto di ascoltatori un lungo discorso che finiva con l’elogio delle forze aristocratico-popolari. In qualche modo si diffuse anche la voce che Agathe, prima di trovar rifugio presso il fratello, avesse contratto un matrimonio infelice con un famoso scienziato straniero; e poiché a quel tempo la società che dava il tono non era favorevole al divorzio, secondo i principî della proprietà
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immobiliare, e se la cavava con l’adulterio, la risoluzione di Agathe apparve a parecchi anziani proprio come quel doppio aspetto della vita elevata, fatto di forza di volontà e di edificazione, che il conte Leinsdorf, particolarmente affezionato ai “gemelli”, aveva definito un giorno con le parole:
- Si rappresentano sempre sulla scena passioni così orribili; il Burgtheater farebbe meglio a prendere per modello un fatto così!
Diotima, che era presente, rispose:
- Molta gente, seguendo una moda, dice che l’uomo è buono; ma quando si impara a conoscere, come sto facendo io attraverso i miei studi, gli sviamenti e gli errori della vita sessuale, si sa come sono rari simili esempi!
Con ciò ella intendeva limitare o accentuare la lode di Sua Signoria? Non aveva ancora
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perdonato a Ulrich, definendola mancanza di fiducia, di non averle annunziato a suo tempo il prossimo arrivo della sorella; ma era orgogliosa del successo al quale partecipava, e nella sua risposta si mescolavano i due sentimenti.
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28. Troppa allegria
AGATHE sfruttò con naturale accortezza i vantaggi che le si offrivano in società, e il suo
contegno sicuro in un circolo sommamente presuntuoso piacque al fratello. Gli anni in cui ella era stata la moglie di un professore di scuole medie in provincia parevano esserle caduti di dosso senza lasciare traccia. Ma per il momento Ulrich scrollando le spalle così riassunse il risultato ottenuto:
- All’alta nobiltà piace sentirci chiamare i fratelli siamesi; essa ha sempre avuto maggior interesse per i circhi equestri che, mettiamo,
per l’arte.
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In tacito accordo essi accoglievano come un intermezzo tutto ciò che succedeva. Sarebbe stato necessario, e se n’erano accorti fin dal primo giorno, mutare o addirittura trasformare parecchio nell’andamento di casa; ma non lo fecero, temendo la ripetizione di un discorso i cui confini non si potevano definire. Ulrich, che aveva ceduto la sua camera da letto ad Agathe, si era stabilito nella guardaroba, e in seguito aveva anche sgomberato per la sorella la maggior parte degli armadi. Non voleva sentirsi commiserare per questo e si richiamava scherzosamente alla graticola di san Lorenzo; ma Agathe non pensava seriamente di aver turbato la sua vita di scapolo, poiché egli le assicurava di essere felicissimo, e lei d’altronde si faceva un’idea molto vaga di quale potesse essere lo stato di felicità in cui Ulrich viveva
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prima. Adesso le piaceva quella casa così poco borghese coll’inutile pompa di sale e di locali accessori intorno alle poche stanze utili e ora stipate; faceva pensare alla cortesia cerimoniosa dei tempi andati, inerme contro l’insolenza godereccia dei tempi moderni, ma qualche volta la muta protesta delle belle sale contro il disordine trionfante era anche triste, come corde ingarbugliate e rotte su una cassa armonica dai leggiadri intagli. Agathe vide allora che il fratello aveva scelto quella casa discosta dalla strada non senza entusiasmo e comprensione benché volesse far credere il contrario, e le vecchie pareti parlavano un linguaggio della passione che non era né del tutto muto né del tutto percettibile. Ma né lei né Ulrich volevano accettare null’altro che il piacere del disordine. Vivevano scomodamente,
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facevano venire i pranzi dall’albergo e da tutto ricavavano un’allegria un po’ esagerata, come succede in un picnic, quando sui prati verdi si mangia molto peggio che a tavola.
Mancava anche un servizio adatto alle circostanze. Il domestico esperto che Ulrich prendendo possesso della casa aveva assunto solo per poco tempo – perché era già un uomo anziano che voleva lasciare il lavoro e aspettava soltanto che fosse definito qualcosa di inerente alla sua pensione – non poteva far molto e Ulrich pretendeva da lui il meno possibile; da cameriera perciò doveva fungere lui stesso, perché la stanza per una vera domestica era ancora allo stato di progetto come tutto il resto e alcuni tentativi per risolver la cosa altrimenti avevano dato pessimi risultati. Ulrich dunque faceva grandi progressi come scudiero
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nell’armare la sua cavaliera per i trionfi mondani. Per di più Agathe s’era data a rinnovare il proprio vestiario e gli acquisti riempivano la casa; non essendovi camere specialmente arredate per una signora, ella aveva preso l’abitudine di considerare tutta l’abitazione come suo spogliatoio, cosicché Ulrich volente o nolente doveva esser partecipe di tutte le nuove compere. Le porte fra una stanza e l’altra erano spalancate, gli attrezzi ginnastici servivano da attaccapanni; ogni tanto Agathe per prendere una decisione strappava il fratello dalla scrivania come Cincinnato dall’aratro. Tali intralci alla sua volontà di lavoro, ancora esistente seppure in stato di quiescenza, egli li sopportava non soltanto nella persuasione che fossero passeggeri, ma anche con un piacere che gli
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era nuovo come un ringiovanimento. La vivacità apparentemente sfaccendata della sorella scoppiettava nella sua vita solitaria come un focherello nella stufa finora gelata. Chiare ondate di gaiezza e di grazia, scure ondate di confidenza umana riempivano le stanze e toglievano loro il carattere di uno spazio in cui egli s’era mosso fino allora solo a proprio arbitrio. Più di tutto però in quella inesauribilità di una presenza lo stupiva il fatto strano che le innumerevoli inerzie di cui era composta addizionate insieme davano una somma enorme e ben diversa: l’insolenza di sciupare il proprio tempo, quella sensazione implacabile che in tutta la vita non l’aveva mai lasciato, a qualsiasi occupazione considerata grande e importante egli si dedicasse, era con sua meraviglia interamente scomparsa e per la
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prima volta egli viveva senza pensiero alcuno la sua vita quotidiana.
Anzi egli tratteneva il fiato con esagerata compiacenza quando Agathe seria come sono le donne in simili circostanze sottoponeva alla sua ammirazione le mille graziose frivolezze di cui aveva fatto acquisto. Pareva irresistibilmente costretto alla partecipazione dalla curiosa scoperta che la natura femminile, a parità d’intelligenza, è più sensibile di quella maschile e appunto perciò più incline a ornarsi in una maniera brutale che s’allontana ancor più dell’altra dall’equilibrio e dal metodo. E forse era davvero così. Infatti le piccole, delicate, buffe fantasie con cui era alle prese: agghindarsi con perle di vetro, con capelli arricciati, con le linee assurde di merletti e ricami, con colori di sfacciato richiamo – queste
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seduzioni da fiera che ogni donna intelligente valuta per quel che sono senza smettere minimamente di sentirne l’attrattiva – cominciarono ad avvilupparlo nella loro rete di smagliante follia. Tutte le cose, anche se sceme e di cattivo gusto, spiegano, per chi se ne occupa seriamente ponendosi allo stesso grado, una loro armonia particolare, esclusiva, il profumo inebriante del loro egoismo, la volontà innata di operare e di piacere. Così fu per Ulrich, fra le occupazioni che lo legavano all’equipaggiamento di sua sorella. Egli trasportava oggetti di qua e di là, ammirava, approvava, dava consigli, aiutava durante le prove. Stava con Agathe davanti allo specchio. Presente, quando l’aspetto di una donna ricorda quello di un pollo ben spennato e bruciacchiato che non causa troppi imbarazzi,
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diventa difficile immaginarsela com’era prima in tutto il fascino dell’appetito lungamente procrastinato, che intanto è naufragato nel ridicolo: la lunga veste che pare cucita al pavimento dal sarto eppure cammina per miracolo racchiude indumenti segreti e leggeri, petali variopinti di seta il cui moto ondeggiante si converte poi in spume bianche ancora più morbide che sole accarezzano il corpo, e se questo vestire fa pensare alle onde per il gioco alterno che alletta e respinge, è anche un sistema di baluardi e fortificazioni intorno a meraviglie sapientemente difese e con tutta la sua innaturalezza un sagace teatro d’amore la cui tenebra inquietante è solo rischiarata dalla luce fioca della fantasia. Questo compendio di tutti i preparativi Ulrich lo vedeva giornalmente, e per così dire dal di dentro,
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demolire pezzo per pezzo. E se i segreti femminili da molto tempo non erano più segreti per lui perché per tutta la vita li aveva percorsi in fretta come anticamere o cortili, ora però che non v’era né meta né scopo gli facevano tutt’altro effetto. La tensione che era in tutte quelle cose riscattava indietro, e Ulrich non avrebbe saputo dire quali mutamenti provocasse. Egli si attribuiva a ragione normali sentimenti virili e gli pareva comprensibile che un uomo come lui amasse vedere anche sotto un altro aspetto ciò che tante volte aveva desiderato, ma qualche volta gli appariva quasi sinistro, e vi si ribellava ridendo.
- Come se dalla sera alla mattina mi si fossero innalzate intorno le mura di un educandato, intrappolandomi senza scampo! -
egli protestava.
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- È così terribile? – domandò Agathe.
- Non lo so, – rispondeva Ulrich.
Poi diceva che lei era una pianta carnivora e lui un povero insetto capitato nel suo calice luminoso.
- Mi ci hai chiuso dentro, – egli diceva, – ed ora sono prigioniero fra colori, luci e profumi; e aspetto, divenuto contro la mia natura una parte di te, i maschi che noi attireremo!
E davvero aveva sensazioni strane quando era testimonio dell’impressione prodotta dalla sorella sugli uomini: lui, il cui maggior cruccio era appunto di “collocarla” Non era geloso, – che diritto ne aveva? – anteponeva il suo bene al proprio e le augurava di incontrar presto un uomo degno di toglierla dallo stato transitorio in cui si trovava dopo la separazione da Hagauer: e tuttavia quando la vedeva al centro
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di un gruppo di corteggiatori che la colmavano di premure, o se per la strada un uomo la guardava fisso, attratto dalla sua bellezza e incurante dell’accompagnatore, non sapeva neanche lui quel che provava. Spesso, poiché gli era preclusa la semplice scusa della gelosia maschile, gli sembrava che gli si chiudessero intorno un mondo in cui non era mai penetrato. Conosceva per esperienza le capriole dell’uomo come la più guardinga tecnica amorosa della donna, e quando vedeva Agathe esporsi alle une ed esercitare l’altra, ne soffriva, gli pareva di assistere ai richiami di cavalli o di topi; nitriti e fremiti, smorfie e sogghigni, con cui persone estranee si presentano l’una all’altra con vanità o compiacenza, gli ripugnavano, considerandoli senza simpatia, come un greve intronamento che veniva su
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dalle viscere. E se tuttavia si metteva nei panni della sorella, secondo il profondo impulso dei suoi sentimenti, poco mancava che dopo, turbato dalla propria tolleranza, soffrisse la stessa vergogna di un uomo retto al quale sotto qualche pretesto s’è avvicinato qualcuno che non è tale. Quando lo confessò ad Agathe, ella ne rise.
- Fra le nostre conoscenze ci sono parecchie donne che civettano per conquistarti, – fu la sua risposta.
Che cos’era questo? Ulrich disse:
- In fondo è una protesta contro il mondo! – E disse anche:
- Tu conosci Walter; da molto tempo non ci capiamo più; eppure se anche lui mi irrita e io pure lo irrito, sento sovente al solo vederlo una specie di tenerezza, come se concordassi con
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lui così interamente come appunto non concordo. Vedi, nella vita si capiscono tante cose senza approvarle; e consentire a priori con una persona prima di capirla è quindi un’assurdità meravigliosamente bella, come in primavera quando l’acqua scorre giù nella valle da tutti i pendii!
E sentiva: “Adesso è così”! E pensava: “Appena riesco a non aver più verso Agathe nessun amor proprio, nessun egoismo e nessun sentimento basso o indifferente, ella cava fuori da me tutte le mie qualità come la favolosa montagna magnetica estrae i chiodi dal bastimento! Mi trovo moralmente in uno stato di disintegrazione atomica in cui non sono più né io né lei! Forse è questa la felicità?” Ma disse soltanto:
- È così divertente starti a guardare! Agathe
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divenne scarlatta e chiese:
- Perché è divertente?
- Mah, non lo so. Qualche volta hai vergogna davanti a me, – spiegò Ulrich. – Ma poi pensi che sono soltanto tuo fratello. Un’altra volta invece non ti vergogni affatto di esser sorpresa in condizioni che per un signore estraneo sarebbero molto seducenti, ma poi di colpo ti viene in testa che non è uno spettacolo per i miei occhi, e m’imponi subito di volgerli altrove…
- E perché tutto questo ti diverte? – domandò Agathe.
- Forse dà gioia seguire un altro con gli occhi senza sapere perché, disse Ulrich. – Ricorda l’amore del bimbo per le sue cose; senza l’impotenza spirituale del bambino…
- Forse ti diverte giocare a fratello e sorella
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perché sei arcistufo di giocare a uomo e donna?
- suggerì Agathe.
- Anche, – ammise Ulrich e la guardò. – In origine l’amore è semplicemente l’istinto di avvicinarsi e di afferrare. Lo si è separato nei due poli uomo e donna, con le pazze tensioni, arresti, sbalzi e guasti che ne risultano. Di questa gonfia ideologia oggi ne abbiamo fin sopra i capelli: è quasi ridicola come una gastrosofia. Sono sicuro, Agathe, che i più sarebbero contenti se si potesse sciogliere quel legame fra uno stimolo epidermico e tutta la condizione umana! E presto o tardi sorgerà un’epoca di ovvio cameratismo sessuale, in cui ragazzi e ragazze in concordia discorde staranno davanti a un cumulo di vecchie molle spezzate che prima costituivano l’uomo e la
donna!
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- E se io ti dicessi che Hagauer e io siamo stati pionieri di questa nuova era, mi biasimeresti di nuovo! ribatté Agathe con un sorriso acerbo come un buon vino secco.
- Io non biasimo più nulla, – disse Ulrich, e sorrise. – Un guerriero che si toglie l’armatura! Per la prima volta da tempo immemorabile sente sulla pelle l’aria della natura invece del ferro battuto, e vede il suo corpo diventare così tenero e stanco che i passeri potrebbero portarlo via!
E con quel sorriso sulle labbra, dimenticando di cancellarlo, contemplò la sorella che sedeva sull’orlo d’un tavolino e dondolava la gamba rivestita di seta nera; oltre la camicia ella non indossava che un paio di mutandine corte: erano però immagini staccate dalla loro destinazione e divenute singoli
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emblemi. “Ella è il mio amico e mi rappresenta deliziosamente una donna, – pensò Ulrich. – Che trama realistica ch’ella sia donna per davvero!”
E Agathe chiese:
- Ma l’amore non esiste proprio?
- Certo che esiste! – disse Ulrich. – Ma è un’eccezione. Bisogna distinguere: c’è anzitutto un eccitamento fisico che appartiene alla classe degli stimoli epidermici; questo si può provocare come puro piacere anche senza contorno morale, anzi senza sentimento. Poi ci sono, di solito, turbamenti dell’animo che però sono strettamente legati alla sensazione fisica, tuttavia con poche varianti restano uguali in tutti gli esseri umani; questi momenti principali dell’amore nella loro forzata monotonia dobbiamo calcolarli piuttosto fra le
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vicende fisico-meccaniche che fra quelle della psiche. Terzo c’è l’amore che è in fondo una commozione spirituale; non ha necessariamente da fare con le altre due forme. Si può amare Dio, si può amare il mondo; forse anzi non si può amare che Dio e il mondo. Ad ogni modo non è necessario che si ami una creatura umana. Se però accade, allora il corpo travolge tutto, cosicché il mondo è come capovolto… – Ulrich s’interruppe.
Agathe aveva il viso in fiamme.
Se Ulrich avesse voluto dosare e regolare le proprie parole in modo da ispirare ipocritamente ad Agathe le inevitabili immagini del processo amoroso avrebbe ottenuto lo scopo.
Cercò un fiammifero, solo per spezzare in qualche modo il nesso che aveva creato senza
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volerlo.
- Comunque sia, – disse poi, – l’amore, se è amore, è un caso eccezionale e non può servire d’esempio per ciò che accade tutti i giorni.
Agathe aveva preso i lembi del tappeto e s’era coperte le gambe.
- Se degli estranei ci vedessero e ci udissero, non penserebbero a un sentimento contro natura? – domandò improvvisamente.
- Assurdo! – dichiarò Ulrich. – Ciò che sente ciascuno di noi è il fantomatico doppio di se stesso nella natura opposta. Io sono uomo, tu sei donna; si dice che l’essere umano porti in sé di ogni sua qualità anche la qualità opposta, vagamente abbozzata oppure repressa: ad ogni modo ne ha la nostalgia, a meno che sia irrimediabilmente contento di sé. Dunque il mio opposto venuto alla luce ha preso dimora
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in te, e il tuo in me; e stanno perfettamente bene nei corpi scambiati, per il semplice motivo che non hanno troppa considerazione per il loro posto di prima e per il panorama che vedevano di lì.
Agathe pensò:
“Di tutto questo ha già parlato altre volte, molto di più; perché adesso cerca di attenuare?” Il discorso di Ulrich armonizzava con la vita che essi conducevano come due camerati che talvolta, quando la compagnia degli altri gliene lascia il tempo, si meravigliano di esser un uomo e una donna e insieme gemelli. Quando fra due persone c’è una simile concordanza, i loro rispettivi rapporti col mondo acquistano un fascino particolare: stare invisibilmente nascosti l’uno nell’altro, scambiarsi gli abiti e i corpi, mistificare
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gaiamente gli ignari sotto l’apparenza di maschere diverse. Ma quell’allegria giocosa e troppo accentuata – come i bambini che talvolta fanno rumore invece di essere rumore! – non si conciliava con la serietà la cui ombra celante da grande altezza faceva tacere a volte il cuore dei gemelli. Così una sera che s’eran incontrati per caso ancora una volta prima di andare a letto, Ulrich vedendo la sorella nella lunga camicia da notte volle scherzare e disse:
- Cent’anni fa avrei esclamato: “Angelo mio!” Peccato che la parola sia passata di moda! – Poi ammutolì e pensò turbato: “Non è l’unica parola che dovrei usare per lei! Non amica, non donna! Una volta si diceva anche: “Divina!” Forse sarebbe un po’ ridicolo e altisonante, sempre meglio, però, che non avere il coraggio di credere a se stessi!”
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E Agathe pensò:
“Un uomo in veste da notte non somiglia a un angelo!” Ma egli era così forte e largo di spalle; ed ella improvvisamente si vergognò di desiderare che quel viso fiero dai capelli scomposti le oscurasse la vista. I suoi sensi erano naturalmente e innocentemente eccitati; il sangue le scorreva nelle vene a ondate violente e ardeva sotto la pelle togliendole ogni forza di dentro. Non essendo fanatica come il fratello, ella sentiva quel che sentiva. Quando era tenera, era tenera, senza la lucidità di idee o l’illuminazione morale che in lui ella amava quanto temeva.
E ad ogni ora, giorno per giorno, Ulrich riassumeva tutto ciò nel pensiero: in fondo è una protesta contro la vita! Passeggiavano a braccetto per la città. Una coppia ben assortita
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per statura, per età, per modo di pensare. Procedendo così a fianco a fianco non potevano guardarsi molto. Alte figure reciprocamente gradevoli, andavano in giro così per puro piacere e ad ogni passo sentivano il soffio del loro contatto in mezzo alla folla estranea. Siamo fatti per stare insieme! Questa convinzione, poco meno che straordinaria, li rendeva felici; e mezzo consenziente e mezzo ribelle Ulrich disse:
- È strano che noi siamo così contenti di essere fratello e sorella. Per tutti gli altri è un rapporto normalissimo e noi ci mettiamo qualcosa di speciale!
Forse così dicendo l’aveva offesa. Soggiunse:
- Io però l’ho sempre desiderato. Quand’ero ragazzo mi proponevo di sposare soltanto una donna che avessi preso con me fin da bambina,
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e allevata ed educata. So benissimo che molti uomini hanno simili idee, sono assai comuni. Ma poi da adulto mi son proprio innamorato di una bambina così, anche se durò solo due o tre ore! – E continuò la sua narrazione: – Accadde in tram. Era una ragazzina di undici o dodici anni, salita dopo di me con un padre molto giovane o un fratello più vecchio. Come entra, si siede, porge incurante al bigliettario il denaro per tutti e due, è dama da capo a piedi, ma senza traccia di leziosaggine infantile. Nello stesso modo parlava con l’accompagnatore o lo ascoltava in silenzio. Era bellissima: bruna, le labbra piene, le sopracciglia folte, il naso un poco schiacciato: forse una polacca dai capelli scuri o una slava del sud. Se ben ricordo portava anche un vestito che arieggiava non so qual foggia nazionale, con tunica lunga, vita
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stretta, galloncini e gale al collo e ai polsi, perfetto nel suo genere come tutta la persona minuta. Un’albanese forse? Ero troppo lontano da lei per udire quel che diceva. Notai che i lineamenti della sua faccia seria erano più avanti dei suoi anni e sembravano già da grande; eppure non era il volto di una donna piccina bensì, senza alcun dubbio, quello di una bimba. E tuttavia la faccia infantile non era per nulla la prefigurazione immatura di una persona adulta. Pare che qualche volta a dodici anni il viso femminile sia già compiuto, formato anche spiritualmente di primo getto come i grandi capolavori, cosicché ogni ritocco guasta soltanto l’originale perfezione. Ci si può innamorare a morte di un’apparizione così, follemente e in fondo senza desiderio. Ricordo che mi volsi timidamente a guardare le altre
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persone perché mi sembrava che ogni ordine crollasse. Scesi poi dietro la piccola e la seguii finché la persi in mezzo alla folla, – così egli concluse il suo piccolo racconto.
Agathe attese qualche istante, poi chiese sorridendo:
- E come si concilia tutto questo con il fatto che il tempo dell’amore è passato e rimangono soltanto la sessualità e il cameratismo?
- Non si concilia affatto! – esclamò Ulrich ridendo.
La sorella pensò un poco e poi osservò stranamente acerba – era come una ripetizione intenzionale delle parole di Ulrich la sera della loro riunione:
- Tutti gli uomini amano giocare a fratellino e sorellina. Deve essere una cosa davvero sciocca. Fratellino e sorellina si chiamano
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reciprocamente papà e mamma quando hanno preso una piccola sbronza.
Ulrich sussultò. Agathe aveva ragione, e poi le donne intelligenti sono osservatrici spietate degli uomini che amano; però non hanno teorie e quindi non fanno uso delle loro scoperte, salvo che vengano provocate. Ulrich si sentiva un po’ offeso.
- C’è la sua spiegazione psicologica, disse esitante. – D’altronde è chiaro che anche noi due psicologicamente appariamo sospetti. Tendenza incestuosa, dimostrabile fin dalla prima infanzia come l’asocialità e l’atteggiamento di protesta contro la vita. Forse anche monosessualità non abbastanza consolidata, quantunque per conto mio…
- Oh, neanch’io! – interruppe Agathe e rise di nuovo, benché contro voglia. – Le donne non
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mi piacciono per niente!
- Fa lo stesso, – opinò Ulrich. – Son sempre gli organi interni della psiche. Puoi anche dire che c’è un “bisogno del sultano” di adorare e di essere adorato escludendo tutto il resto del mondo; nell’antico oriente ha prodotto l’harem, e oggi invece abbiamo la famiglia, l’amore e il cane. E io posso dire che la smania di possedere una persona così esclusivamente che altri non possa neanche avvicinarla è un segno della solitudine individuale nella comunità umana, che perfino i socialisti negano raramente. Se vuoi considerarla così, noi non siamo altro che pervertiti borghesi. Guarda che splendore!… – s’interruppe e la tirò per il braccio.
Erano sul margine di un piccolo mercato fra case antiche. Intorno al monumento
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classicistico di un qualche celebre letterato s’ammonticchiavano le verdure variopinte, s’aprivano gli ombrelloni grezzi delle bancarelle; villani dalle facce rosse rovesciavano frutta; trascinavano panieri, scacciavano i cani che annusavano quelle meraviglie. L’aria era piena di voci rumorose e affaccendate, e odorava di sole che brilla su tutte le attività terrene.
- Non si dovrebbe amare il mondo, quando lo si vede e lo si odora soltanto? – esclamò Ulrich entusiasmato. – E noi non possiamo amarlo perché non siamo d’accordo con quel che succede dentro i cervelli… – soggiunse poi.
Non era una distinzione secondo il gusto di Agathe, ed ella non rispose. Ma si strinse al braccio del fratello, e per tutti e due fu come se ella gli ponesse dolcemente una mano sulla
bocca.
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Ulrich disse ridendo:
- Non posso soffrire neanche me stesso! Ecco la conseguenza quando si trova in tutti qualcosa da criticare. Ma anch’io devo amare qualcuno, e dunque una sorella siamese che non è né me né lei ed è tanto me quanto lei, è evidentemente l’unico punto d’intersezione!
Era di nuovo allegro. E di solito il suo buon umore si comunicava anche ad Agathe. Ma come nella prima notte che s’erano riveduti, o prima ancora, non parlarono mai più. Svanito, come i castelli di nuvole: quando torreggiano sulle strade affollate di una città, invece che sulla campagna solitaria, non ci si crede più molto. Forse il motivo era che Ulrich non sapeva quale grado di solidità attribuire alle vicende ond’era agitato; ma Agathe pensava sovente che egli le vedesse soltanto come un
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eccesso della fantasia. E non poteva dimostrargli che era diverso: parlava sempre meno di lui, non ci riusciva e non osava. Sentiva soltanto che egli rifuggiva da ogni decisione che non avrebbe dovuto. Così si rifugiarono entrambi nella loro scherzosa letizia senza profondità e senza peso, e Agathe se ne rattristava ogni giorno di più, benché ridesse tanto spesso quanto il fratello.
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29. Il professor Hagauer prende la penna
E cose mutarono grazie a quel marito di Agathe, così poco apprezzato.
Una mattina, che pose fine a quelle giornate di gioia, ella ricevette una lettera pesante in formato d’ufficio, chiusa da una grossa ostia gialla e rotonda; in lettere bianche portava l’intestazione Regio Imperiale Liceo Rudolfino di… Dal nulla emersero immediatamente, mentre ancora ella teneva in mano la lettera chiusa, case a due piani con il muto riflesso di finestre ben terse, con termometri bianchi applicati alle cornici scure, uno per piano, per
saggiare il tempo, con timpani greci e
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conchiglie barocche sulle finestre, teste sporgenti dai muri e altre sentinelle mitologiche, che sembravano prodotte in una ebanisteria artistica e poi dipinte uso marmo. Scure e bagnate le strade tagliavano la città, dove erano affluite come strade provinciali, con carreggiate profonde; e i negozi stavano ai due lati con vetrine nuovissime, e tuttavia sembravano signore di trent’anni fa che rialzano le lunghe sottane e non sanno decidersi a scendere dal marciapiede nel fango della strada: la provincia nel ricordo di Agathe! Fantasmi che erano ancora incomprensibilmente presenti, sebbene ella se ne fosse creduta liberata per sempre! Ancora più incomprensibile: esser mai stata legata a quel mondo! Ella vedeva la via che dalla porta di casa conduceva alla scuola lungo una fila di
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case ben note, via che Hagauer faceva quattro volte al giorno e che lei pure nei primi tempi percorreva sovente per accompagnare il marito al lavoro, nel periodo in cui non rinunziava a una sola goccia del suo calice amaro. “Chi sa se Hagauer adesso pranza al ristorante? – ella si chiese. – Se strappa lui i foglietti del calendario che io toglievo ogni mattina?” Tutto ciò aveva acquistato a un tratto una così assurda virtù attiva, come se non potesse mai morire, ed ella sentì risvegliarsi dentro di lei, con tacito orrore, quella ben nota sensazione di timidezza che era fatta d’indifferenza, di coraggio perduto, di sazietà del brutto, uno stato infine di trepidante labilità. Con una specie di bramosia aperse la lettera spessa che il marito le inviava.
Quando il professore Hagauer era ritornato al suo posto di lavoro dopo le esequie del
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suocero e una breve gita alla capitale, il suo mondo l’aveva accolto come sempre dopo i suoi viaggi; vi era rientrato con la piacevole consapevolezza di aver sbrigato con cura le proprie faccende, lieto di scambiare gli stivali da viaggio con le pantofole, che rendono il lavoro tanto più agevole. Si recò a scuola e il bidello lo salutò con ossequio; tutti gli insegnanti inferiori di grado gli diedero il benvenuto; nella sala dei professori lo aspettavano le carte e gli affari che nessuno in sua assenza aveva osato affrontare; mentre s’affrettava lungo i corridoi lo accompagnava la sensazione che il suo passo desse ali all’istituto: Gottlieb Hagauer era un personaggio e lo sapeva; incoraggiamento e allegria irradiavano dalla sua fronte sull’edificio scolastico a lui sottoposto, e quando fuori di
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scuola qualcuno gli chiedeva notizie della lontana consorte egli rispondeva con la tranquilla sicurezza dell’uomo che si sa felicemente ammogliato. È noto che un individuo di sesso maschile finché rimane capace di procreare considera le piccole interruzioni della vita coniugale come il temporaneo scarico di un leggero giogo, anche se non ha cattive esperienze e al termine della vacanza si riprende rinfrancato in spalla la sua felicità. Così anche Hagauer da principio accettò senza sospetto l’assenza della moglie e non s’accorse nemmeno della sua lunga durata.
Lo richiamò alla realtà quel calendario che nella memoria di Agathe, col suo foglietto staccato ogni giorno, era il simbolo orribile della loro vita; strenna di una cartoleria, era
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rimasto appeso al muro della sala da pranzo come una macchia fuori di posto da quando Hagauer l’aveva portato a casa, e per il suo squallore Agathe lo aveva non soltanto tollerato ma persino amato. Sarebbe stato logico che Hagauer dopo la partenza della moglie avesse provveduto lui a staccare i foglietti di quel calendario perché era contrario alle sue abitudini abbandonare al disordine anche un solo pezzetto di parete. Ma d’altra parte egli sapeva sempre esattamente la settimana e il giorno di navigazione sull’oceano dell’infinito, inoltre aveva un calendario anche a scuola; e infine, proprio quando si disponeva nonostante tutto ad alzar la mano per ristabilire in casa sua la giusta misurazione del tempo, aveva sentito una strana, sorridente resistenza interna, uno di quegli impulsi nei quali, come
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si doveva verificare più tardi, si manifesta il destino, ma che egli sulle prime prese per un sentimento delicato e galante di cui fu stupito e orgoglioso: risolse in segno di onore e di ricordo di non toccare, fino al giorno del ritorno, il foglietto con la data in cui Agathe era partita di casa.
Così il calendario divenne a poco a poco una ferita in suppurazione che ricordava continuamente a Hagauer la prolungata assenza di sua moglie. Parco nei sentimenti e nelle spese egli le scriveva cartoline postali in cui le comunicava le proprie notizie e le chiedeva con sempre maggiore insistenza la data del suo ritorno. Non ebbe mai risposta. Ormai non si mostrava più allegro quando i conoscenti gli chiedevano in tono compunto se la signora sarebbe rimasta ancora via un pezzo
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per l’adempimento dei suoi tristi doveri, ma per fortuna aveva sempre molto da fare perché ogni giornata, oltre il lavoro per la scuola e per le associazioni a cui apparteneva, gli portava anche una quantità di inviti, circolari, questionari, appelli da firmare, bozze da correggere, e libri importanti; la persona di Hagauer viveva in provincia, facendo parte delle impressioni non troppo favorevoli che ne riporta il viaggiatore di passaggio, ma il suo spirito era cittadino del mondo, e ciò gli impedì per parecchio tempo di comprendere in tutto il suo significato il silenzio di Agathe. Un giorno però la posta recò una lettera di Ulrich che gli comunicava seccamente quel che c’era da comunicare, cioè che Agathe non aveva intenzione di tornare da lui e gli chiedeva di acconsentire al divorzio. Lo scritto, nonostante
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la forma cortese, era così asciutto e conciso da non lasciar dubbi all’indignato Hagauer che Ulrich fosse indifferente ai sentimenti del destinatario quanto il giardiniere che toglie un insetto da una foglia. Il suo primo moto istintivo di difesa fu: è un capriccio che non bisogna prender sul serio! La notizia era apparsa come uno spettro beffardo nel giorno chiaro zeppo di impegni improrogabili e di onorifici riconoscimenti. Solo verso sera Hagauer tornato nella sua casa vuota si sedette alla scrivania e informò Ulrich con dignitosa brevità che non intendeva tener conto della sua comunicazione e la considerava come non avvenuta. Ma a volta di corriere giunse un’altra lettera di Ulrich che respingeva quell’atteggiamento, ripeteva la richiesta di Agathe, e in modo un po’ più gentile e
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particolareggiato invitava Hagauer a facilitare il più possibile i passi necessari, come si addiceva a un uomo della sua elevatezza morale, e com’era auspicabile onde evitare gli spiacevoli accidenti di una spiegazione pubblica. Questa volta Hagauer capì che la cosa era seria e si concesse tre giorni di tempo per escogitare una risposta su cui non ci fosse niente da ridire.
Per due di quei tre giorni fu come se gli avessero dato un colpo al cuore. “È un brutto sogno!” ripeteva fra sé pateticamente e senza uno sforzo di concentrazione non riusciva a credere che la cosa fosse vera. Un profondo senso di pena gli travagliava il petto come amore ferito e vi si accompagnava inoltre una vaga gelosia, che non era già rivolta contro un amante da lui ritenuto causa della condotta di
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Agathe bensì contro un che di inafferrabile al quale si sentiva sacrificato. Era una specie di umiliazione, non diversa da quella di una persona molto ordinata che ha commesso una malefatta o una dimenticanza: qualcosa che da tempo immemorabile aveva un suo posto fisso, che non si nota più ma da cui dipende moltissimo, a un tratto eccolo ridotto a pezzi. Pallido e sconvolto da una vera angoscia che non bisognava sottovalutare anche se mancava di bellezza. Hagauer andava in giro ed evitava la gente, rabbrividendo all’idea delle spiegazioni che avrebbe dovuto dare e delle umiliazioni che avrebbe dovuto sopportare. Solo il terzo giorno il suo stato si consolidò alquanto; Hagauer provava per Ulrich la stessa avversione che Ulrich provava per lui, e tale antipatia non mai dimostrata esplose a un tratto, per cui egli
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imputò con chiaroveggenza al cognato tutta la colpa del voltafaccia di Agathe, alla quale evidentemente quel fratello irrequieto come uno zingaro aveva stravolto il cervello; si sedette quindi alla scrivania e in un brevissimo scritto chiese l’immediato ritorno della consorte, dichiarando con rigida fermezza che tutto il resto intendeva discuterlo a quattr’occhi con
lei.
Da Ulrich arrivò un rifiuto che era altrettanto breve e irremovibile.
Allora Hagauer si risolse ad agire direttamente su Agathe; fece le copie del carteggio con Ulrich, vi accluse una lettera lunga e ben ponderata, e questo era l’incartamento che Agathe si trovò davanti quando aprì la grande busta col bollo d’ufficio.
A Hagauer era parso inconcepibile tutto ciò
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che si stava abbattendo sul suo capo. Disimpegnate le sue mansioni quotidiane, la sera era rientrato nella “casa deserta” e, come a suo tempo Ulrich, s’era seduto davanti a un foglio bianco e non aveva saputo come incominciare. Ma nella sua vita egli aveva già ripetutamente applicato con buon successo il noto “procedimento dei bottoni” e vi ricorse anche questa volta. Esso consiste nell’esercitare una pressione metodica sui propri pensieri, anche davanti a problemi angosciosi, così come uno fa apporre bottoni ai propri vestiti perché se credesse di spogliarsi più in fretta senza bottoni dovrebbe riscontrare una perdita di tempo. Lo scrittore inglese Surway, ad esempio, di cui Hagauer consultò l’opera perché pur nel dolore gli premeva di confrontarla con le proprie teorie, distingue
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cinque tipi di codesti bottoni nello sviluppo d’un ragionamento efficace: a) osservazioni intorno a un evento che fa presagire immediate difficoltà d’interpretazione; b) più accurato accertamento e delimitazione di queste difficoltà; c) ipotesi di una possibile soluzione; d) svolgimento ragionato delle conseguenze di tale ipotesi; e) ulteriore meditazione onde accettarla o respingerla, e quindi buon esito del ragionamento.
Di quel metodo, Hagauer s’era già servito con piena soddisfazione per uno scopo molto mondano, cioè per imparare al circolo degli impiegati statali il gioco del tennis, e perciò tale sport aveva acquistato ai suoi occhi una notevole attrattiva intellettuale, in pure questioni sentimentali però non l’aveva mai applicato; poiché l’attività quotidiana del suo
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spirito era costituita per la massima parte da contatti professionali e nel campo più personale da quei “giusti affetti” che sono un miscuglio di tutti i sentimenti possibili nel caso specifico e aventi corso fra la gente di razza bianca, con una certa proporzione di generalità locali, professionali e di casta. Alla straordinaria pretesa d’Agathe di ottenere il divorzio egli non poteva dunque applicare i bottoni che con un’esperienza un po’ scarsa, e i “giusti affetti” per l’appunto hanno la proprietà di rompersi facilmente nello scontro con difficoltà strettamente personali. Da una parte Hagauer pensava che un uomo moderno come lui era moralmente impegnato a non opporre resistenza allo scioglimento di un legame fondato sulla reciproca fiducia, ma d’altra parte, quando si è riluttanti, si trovano molti
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argomenti che assolvono da quell’impegno, perché la leggerezza che trionfa in tal campo oggigiorno è assolutamente da condannare. In simili casi, Hagauer lo sapeva, un uomo moderno deve “distendersi”, cioè distrarre la propria attenzione, rilassare le membra e ascoltare la voce che sale dal fondo dell’anima. Perciò egli sospese prudentemente le sue riflessioni, fissò il vedovo calendario e prestò orecchio alle voci interne; poco dopo infatti una risposta gli giunse dagli intimi penetrali che stanno al di sotto del pensiero cosciente, proprio quella che aveva già pensato: la voce disse che una richiesta infondata come quella di Agathe egli non aveva nessun obbligo di accoglierla.
Ma così la mente del professor Hagauer era già venuta a trovarsi inopinatamente davanti ai
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bottoni a) b) c) d) e) della serie di Surway o di una serie equivalente, e sentì con nuova vivezza la difficoltà di interpretare i fatti presentati alla sua osservazione. “Sono io, Gottlieb Hagauer, – si domandò il professore, per caso colpevole di questo avvenimento increscioso?” Fece un esame accurato e non trovò la minima pecca nella propria condotta. “Un altro uomo, da lei amato, potrebbe essere la causa?” seguitò egli nella ricerca di una possibile soluzione. Ma stentava ad ammetterlo perché dopo essersi costretto a una meditazione obiettiva non riuscì a scoprire che cosa un altro uomo potesse offrire di meglio ad Agathe. Tuttavia questo problema poteva essere influenzato più d’ogni altro dalla vanità personale, perciò egli lo trattò con la massima diligenza; gli si aprirono allora prospettive mai immaginate e di colpo secondo
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il punto c), cfr. Surway, egli si sentì sulle tracce di una possibile soluzione che portava ancor oltre, ai punti d) ed e): per la prima volta dalle nozze lo colpì un gruppo di fenomeni che a quanto gli constava si riferivano solo a donne in cui l’amore per l’altro sesso non è né profondo né appassionato. Con doloroso stupore non trovò nei suoi ricordi nessuna prova di quella dedizione aperta o sognante che prima, quand’era scapolo, aveva incontrato in certe donne la cui vita era indubbiamente immorale; in compenso però si poteva escludere con sicurezza scientifica che la sua felicità coniugale fosse stata distrutta da un terzo. Il contegno di Agathe si riduceva quindi automaticamente a una rivolta personale contro la felicità; poiché ella era partita senza il minimo segno premonitore e in così breve
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tempo non poteva essere avvenuto in lei un cambiamento giustificato, Hagauer ne dedusse che il misterioso comportamento della moglie poteva spiegarsi soltanto come una tendenza a dire di no alla vita; tendenza che s’afferma a poco a poco ed è sovente riscontrabile nei caratteri che non sanno ciò che vogliono.
Ma era poi proprio quello il carattere di Agathe? Restava ancora da dimostrarsi, e Hagauer si masticò pensosamente i baffi insieme col portapenne. Di solito ella si poteva giudicare una “compagna accomodante”, come lui soleva dire, però davanti alle questioni che più appassionavano il marito ella dimostrava una grandissima inerzia, per non dire freddezza! In fondo Agathe non pareva concordare mai con lui né con gli altri né con i loro interessi; non vi si opponeva, questo no;
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rideva o si faceva seria ogni volta che la situazione lo richiedeva, ma, a ripensarci bene, in tutti quegli anni gli aveva sempre fatto l’impressione di essere un po’ distratta. Aveva l’aria di ascoltare quello che le si comunicava o spiegava, ma di non prestarvi fede. A dirla schietta, era di un’indifferenza addirittura patologica. Qualche volta sembrava incapace di capire ciò che le stava intorno…
E d’improvviso la penna di Hagauer incominciò a correr da sola sulla carta con energici tratti.
“Dio sa che cosa presumi, – egli scrisse, quando ti stimi troppo per amare la vita che io sono in grado di darti e che, quantunque semplice, è una vita piena e onesta; tu l’hai sempre presa con sospetto e avversione, come ora m’avvedo. Tu hai rifiutato la ricchezza
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morale e umana che pure una vita modesta può offrire, e anche ammesso che tu ti sentissi in qualche modo a ciò giustificata, avresti tralasciato la volontà morale di rinnovarti, scegliendo invece una soluzione artificiosa e fantastica!”
Rifece il suo ragionamento. Ripensò a tutti i discepoli passati per le sue mani di educatore, in cerca di un caso che potesse illuminarlo; ma ancor prima di terminare l’esame trovò da solo il pezzo mancante, di cui aveva sentito l’essenza con indefinito disagio. In quel momento Agathe non fu più per lui un caso assolutamente individuale, inaccessibile a una comprensione comune; infatti riflettendo a quanto ella era pronta a sacrificare senza essere accesa da una particolare passione, egli fu portato inevitabilmente, con sua grande
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gioia, alla conclusione fondamentale, ben nota alla pedagogia moderna, che ad Agathe doveva mancare la capacità della riflessione soprasoggettiva e il saldo contatto spirituale col mondo. Scrisse rapidamente:
“Immagino che tu non abbia un concetto ben chiaro del passo a cui ti accingi; ma ti metto in guardia prima che tu prenda una risoluzione definitiva! Tu sei, credo, la perfetta antitesi di una persona pratica ed esperta della vita, come sono io invece, ma appunto perciò non dovresti privarti alla leggera del sostegno che io ti fornisco!”
Veramente Hagauer avrebbe voluto scrivere qualcos’altro, giacché l’intelligenza di una persona non è un patrimonio chiuso e finito, le sue manchevolezze portano seco altre manchevolezze etiche, infatti si parla di ottusità
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morale, e d’altronde quelle manchevolezze, anche se ciò avviene più raramente, possono a volontà deviare o anche accecare le forze intellettuali. Hagauer aveva dunque in mente un tipo concluso che egli, riattaccandosi a classificazioni già stabilite, era incline a definire “una varietà in complesso abbastanza intelligente dell’ottusità morale, che si rivela soltanto in certi precisi disturbi della secrezione interna” Non si risolse però a usare quella definizione, in parte perché non voleva irritare ancor più la fuggiasca consorte, in parte perché i profani di solito interpretano male simili espressioni quando vengono applicate a loro. Restava tuttavia stabilito che i fenomeni in questione appartenevano alla vasta categoria del “non molto sensato”; e infine Hagauer si cavò da quel conflitto fra coscienza
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e cavalleria con la conclusione che i fenomeni osservati in sua moglie risalivano alla ben nota inferiorità femminile e si potevano definire torbidità sociale. In tale disposizione d’animo terminò la sua lettera con parole veementi. Respinto come amante e come pedagogo sfogò la sua rabbia descrivendo in tono profetico la natura di Agathe come una “variante negativa” che mai affrontava i problemi della vita con l’energia e originalità che il tempo presente impone ai suoi figli, ma invece “separata dalla realtà da una parete di vetro” rimane in volontario isolamento sempre sull’orlo del pericolo patologico.
“Se qualcosa in me ti dispiace, avresti dovuto combatterlo, – egli scrisse, – ma la verità è che il tuo animo è impari alle energie del tempo nostro e ne schiva gli imperativi. Ecco
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che ti ho messo in guardia contro il tuo carattere, concluse, – e ripeto che tu più di altri hai necessità di un valido sostegno. Nel tuo interesse ti invito a fare immediatamente ritorno, e dichiaro che la mia responsabilità di marito mi vieta di accedere al tuo desiderio.”
Prima di firmare, Hagauer rilesse l’epistola, la trovò molto insoddisfacente nella descrizione del tipo in questione, ma non mutò più nulla; si limitò ad aggiungere in fine – espirando energicamente attraverso i baffi l’insolito sforzo fieramente compiuto di meditare così a lungo sulla moglie, e meditando quante cose avrebbe dovuto aggiungere sul capitolo “tempi moderni”
- una nobile frase sul prezioso retaggio del genitore estinto, dopo la parola “responsabilità” Lo strano fu che Agathe alla lettura di quella lettera non mancò di restare
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impressionata dal succo delle argomentazioni. Lentamente rilesse parola per parola lo scritto che aveva percorso in piedi senza concedersi il tempo di sedere, poi lasciò cadere le pagine e le passò a Ulrich che aveva osservato con meraviglia la commozione della sorella.
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30. Ulrich e Agathe cercano retrospettivamente un motivo
E ora, mentre Ulrich leggeva, Agathe lo osservava scoraggiata. Egli teneva il viso reclinato sui
fogli, e l’espressione sembrava incerta fra l’ironia, la gravità, il dolore e il disprezzo. In quel momento ella sentì pesarsi addosso un carico greve; la opprimeva da tutte le parti, come se l’aria fosse diventata insopportabilmente spessa mentre prima era stata di una deliziosa innaturale levità: la manomissione del testamento paterno per la
prima volta le pesava sulla coscienza. Ma non
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poteva bastare che ella misurasse a un tratto la propria colpa; quella valutazione reale le appariva anzi legata con tutto il resto, anche con il fratello. Si sentì a un tratto straordinariamente lucida. Ciò che aveva fatto le sembrava incomprensibile. Aveva parlato di uccidere il marito, aveva falsificato un testamento, ed era venuta a stare con Ulrich senza chiedere se non gli rovinava la vita: l’aveva fatto in uno stato di ebbrezza pieno di fantastiche immagini. E soprattutto arrossì in quel momento di non aver avuto il pensiero più immediato e più ovvio, giacché ogni altra donna che si libera da un uomo aborrito se ne cercherà uno migliore oppure si rifarà con imprese di genere diverso ma altrettanto naturali. Anche Ulrich sovente vi aveva fatto allusione, ma lei non se n’era mai data per
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inteso. Adesso stava lì a guardarlo e si chiedeva che cosa gli avrebbe detto. Le pareva davvero di essersi comportata come un’irresponsabile, e dava ragione a Hagauer che a modo suo le aveva posto davanti uno specchio; quella lettera nelle mani di Ulrich la turbava, come accade a una persona che, già sotto accusa, riceve uno scritto pieno di riprovazione dal suo antico maestro. Certo ella non aveva mai ammesso che Hagauer potesse avere su di lei un influsso qualsiasi; eppure adesso quasi gli riconosceva il diritto di dirle: “mi ero illuso sul tuo conto” oppure “purtroppo non mi sono mai illuso sul tuo conto e ho sempre pensato che tu finirai male!” Impaziente di liberarsi da quell’impressione ridicola e tormentosa, interruppe Ulrich che era ancora immerso nella lettura e pareva non dovesse più finirla.
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- In fondo mi descrive molto esattamente, – dichiarò con apparente indifferenza, ma con un accento di sfida che tradiva il desiderio di sentirsi contraddire. – E anche se non lo dice è pur vero: o sono stata incosciente quando l’ho sposato senza ragione oppure sono incosciente adesso che, sempre senza ragione, lo voglio abbandonare.
Ulrich, intento a rileggere per la terza volta i passi che costringevano la sua fantasia a essere testimonio involontario di rapporti coniugali, rispose distrattamente qualcosa d’incomprensibile.
- Ma stammi a sentire! – pregò Agathe. – Sono io forse la moglie moderna, con un’attività casalinga o intellettuale? No. Sono la moglie innamorata? Nemmeno. Sono la buona compagna e madre che concilia, semplifica e
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costruisce il nido? Men che meno. Che cosa rimane dunque? Che cosa faccio in questo mondo? La vita di società, te lo confesso, mi è indifferente. E credo che potrei fare anche a meno della musica, della poesia e dell’arte come t’è offerta nei circoli colti. Hagauer invece non se ne saprebbe privare: gli servono se non altro per le sue dotte citazioni. Almeno lui gode le gioie ordinate del collezionista: non ha dunque ragione quando mi rimprovera di non far nulla, di respingere “i tesori della bellezza e della morale”, e mi ammonisce che solo presso di lui posso ancor trovare comprensione e indulgenza?
Ulrich le restituì lo scritto e rispose tranquillo:
- Guardiamo le cose in faccia: tu, insomma, socialmente sei proprio deficiente! Sorrideva,
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ma nel suo tono si sentiva l’irritazione che certi particolari intimi della lettera avevano lasciato in lui.
Ma Agathe fu scontenta di quella risposta, che acuiva la sua pena. Chiese con timida ironia:
- Perché, allora, gli hai dichiarato tanto fermamente, senza dir nulla a me, che io dovevo divorziare, e perdere così il mio unico protettore?
- Mah, – rispose Ulrich evasivo, – forse perché è meravigliosamente facile comportarsi con fermezza virile. Io ho picchiato il pugno sul tavolo, e lui ha fatto altrettanto; allora naturalmente ho dovuto picchiare ancora più forte. Credo che la ragione sia stata questa.
Sebbene il suo malumore le impedisse di rendersene conto, Agathe finora s’era rallegrata
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che il fratello avesse fatto segretamente il contrario di quello che manifestava al tempo dei loro scherzosi rapporti fraterni; infatti recare offesa a Hagauer non poteva avere avuto altro scopo che innalzare una barriera per impedire ad Agathe ogni pentimento. Ma ora al posto di quella gioia occulta c’era soltanto il vuoto, e Agathe ammutolì.
- Bada bene, – seguitò Ulrich, – che a modo suo Hagauer riesce magnificamente a fraintenderti quasi alla perfezione, se così si può dire. vedrai che senza ricorrere a un investigatore, solo riflettendo sulle insufficienze dei tuoi rapporti con l’umanità, egli finirà per scoprire che tu hai alterato il testamento di nostro padre. E allora come ci difenderemo?
Per la prima volta dacché erano insieme il discorso cadeva sul tiro felice-infelice che
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Agathe aveva giocato a Hagauer. Ella alzò le spalle e fece un vago gesto deprecatorio.
- S’intende che Hagauer è nel suo diritto, – ammonì Ulrich dolce ma fermo.
- Niente affatto! – protestò lei vivacemente.
- Be, almeno in parte, – disse Ulrich accomodante. – In una situazione così pericolosa dobbiamo incominciare col riconoscere chiaramente i nostri errori. Quello che hai fatto ci può portare in galera tutti e due.
Agathe lo guardò con occhi sgranati dallo spavento. In fondo lo sapeva ma non l’aveva ancora sentito affermare così nettamente.
Ulrich rispose con un gesto affettuoso.
- Questo non è il peggio, – continuò. – Ma come salvare la tua azione, e anche il modo come l’hai compiuta, dall’accusa che… – Cercò
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un’espressione soddisfacente e non la trovò. – Be, diciamo semplicemente che è un po’ come dice Hagauer: una cosa che sconfina nel territorio dell’ombra, dei disturbi patologici, degli sbagli causati da qualche deficienza… Hagauer rappresenta la voce del mondo, anche se in bocca sua suona ridicola.
- Adesso vien fuori la tabacchiera, – esclamò
Agathe scoraggiata.
- Certo, – rispose Ulrich inesorabile. – Devo dirti qualcosa che mi tormenta da un pezzo.
Agathe non voleva lasciarlo parlare.
- Non è meglio fare come se nulla fosse accaduto? – ella chiese. – Forse potrei parlargli amichevolmente e offrirgli qualche giustificazione?
- Ormai è troppo tardi. Potrebbe servirsene per costringerti a ritornare da lui, – spiegò
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Ulrich.
Agathe tacque.
Ulrich ripeté la storia del ricco che ruba in albergo una tabacchiera. La teoria di Ulrich era che vi possono essere tre motivi soltanto per un simile delitto contro la proprietà: bisogno, mestiere, oppure disordine psichico.
- Una volta che ne parlammo, tu osservasti che lo si poteva fare anche per convinzione, – soggiunse.
- Ho detto soltanto che lo si poteva semplicemente fare! – protestò Agathe.
- Sì, giusto: per principio.
- No, non per principio!
- Eccoci al punto! – esclamò Ulrich. – Un atto di tal genere, deve almeno risalire a una convinzione! Di qui non si scappa! Nulla si fa “semplicemente”; è sempre condizionato o
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dall’interno o dall’esterno. La distinzione non è facile, ma adesso non stiamo lì a filosofare; io dico soltanto: se si ritiene giusta una cosa del tutto priva di ragione, o se una risoluzione scaturisce dal nulla, allora è lecito sospettare una disposizione patologica o una deficienza…
Ecco che Ulrich aveva detto di più e di peggio di quanto voleva. Coincideva però con i suoi scrupoli.
- È tutto quel che hai da comunicarmi? – domandò Agathe quietamente.
- No, non è tutto, – ribatté Ulrich con amarezza. – Quando non si ha alcun motivo bisogna cercarne uno!
Nessuno dei due ignorava dove lo si dovesse cercare. Ma Ulrich vi si rifiutò e disse pensoso dopo un breve silenzio:
- Nel momento in cui tu esci dall’armonia
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con gli altri, non saprai mai più, in eterno, quello che è bene e quello che è male. Se vuoi essere buona, dunque, devi essere persuasa che il mondo è buono. E noi non siamo buoni né l’uno né l’altro. Viviamo in un tempo in cui la morale è in crisi o in dissoluzione. Ma dobbiamo mantenerci puri, in vista di un mondo che può ancora venire!
- Credi che questo influisca sul suo avvento o non avvento? – interrogò Agathe.
- No, non lo credo purtroppo. Tutt’al più credo questo: se gli uomini che vedono e intendono non agiscono rettamente, quel mondo non verrà certo e la decadenza non si potrà arginare!
- Che cosa t’importa se fra cinquecento anni le cose saran cambiate o no?
Ulrich esitò.
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- Io faccio il mio dovere, capisci? Come un soldato, direi. Forse Agathe in quel mattino disgraziato aveva bisogno di un conforto diverso e più tenero di quello che Ulrich le offriva, perché disse:
- Magari soltanto come il tuo generale! – Ulrich tacque.
Agathe non poté trattenersi.
- Non sai neanche se sia proprio il tuo dovere, – seguitò. – Fai così perché sei così e perché ci godi. Precisamente quello che ho fatto anch’io!
Di colpo smarrì la padronanza di sé. C’era qualcosa di molto triste. Le lacrime le riempirono gli occhi e un singulto le strinse la gola. Per sottrarsi alla vista del fratello gli gettò le braccia al collo e nascose il viso sulla sua spalla. Ulrich s’accorse che piangeva, scossa da
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brevi sussulti. Un senso fastidioso d’imbarazzo lo colse; si sentì diventare di gelo. I teneri e felici affetti che credeva di nutrire per Agathe, in quel momento che avrebbe dovuto commuoverlo non c’erano più; la sua sensibilità era inceppata e non voleva funzionare. Accarezzò Agathe e le sussurrò qualche parola consolante, ma di malavoglia. E poiché mancava la risonanza spirituale, il contatto dei due corpi gli parve quello di due covoni di paglia. Vi mise fine conducendo Agathe a una poltrona e sedendosi su un’altra a qualche passo da lei. Poi rispose alla sua osservazione:
- Questa storia del testamento non ti dà certo nessun piacere. E non te ne darà mai perché è un’infrazione all’ordine.
- Ordine? – esclamò Agathe fra le lacrime. -
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Dovere?
In fondo era smarrita solo perché Ulrich si comportava con tanta freddezza. Ma già sorrideva di nuovo. Capiva che doveva cavarsela da sé. Le sembrava che il sorriso faticosamente prodotto fluttuasse molto lontano dalle sue labbra di gelo. Ulrich invece era ormai fuori d’imbarazzo, anzi si rallegrava di non aver sentito il solito turbamento fisico; risolse che anche questo fra loro doveva cambiare. Ma non ebbe tempo di pensarci, perché vide che Agathe soffriva, e perciò si mise a parlare.
- Non offenderti per quel che ho detto, – pregò, – non avertene a male! Forse non avrei dovuto scegliere parole come “ordine” e “dovere”; fanno pensare a una predica. Ma perché diavolo, – sbottò, – perché diavolo le
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prediche sarebbero da schernire? Dovrebbero essere invece la nostra maggiore fortuna!
Agathe non ebbe voglia di rispondere, e
Ulrich lasciò cadere l’argomento.
- Non credere che io voglia atteggiarmi a uomo giusto! – egli pregò. – Non intendevo affermare di aver sempre agito con rettitudine. Ma fare il male occultamente, questo no, non mi piace. Amo i masnadieri della morale, e non i ladri. Vorrei dunque far di te un bambino, – egli scherzò, – e non ti permetto di peccare per debolezza!
- In queste cose non ho punto d’onore! – replicò la sorella molto al di là di quel suo sorriso lontano.
- È assai comico che vi siano tempi come i nostri, in cui tutti i giovani sono invaghiti del male! – osservò Ulrich ridendo, per portare il
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discorso fuori dell’ambito personale. – Questa moderna predilezione per il moralmente abominevole è, ben s’intende, una debolezza. Forse una borghese sazietà del bene, spremuto ormai fino in fondo. Anch’io una volta pensavo che si dovesse dir di no a tutto; han pensato tutti così quelli che sono oggi fra i venticinque e i quarantacinque anni; ma naturalmente non era altro che un dirizzone, una moda; si può benissimo immaginare che venga presto una svolta e con essa una gioventù che si rimetterà all’occhiello la moralità invece dell’immoralità. E allora i vecchissimi somari che mai in vita loro han sentito la forza eccitante della morale e si sono accontentati di enunciare dei luoghi comuni moralistici, di colpo diventano precursori e pionieri di un nuovo carattere.
Ulrich si era alzato e camminava irrequieto
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in su e in giù.
- Forse possiamo dire così, – propose: – Il bene è già per sua natura un luogo comune, il male invece è critica. L’immorale si guadagna il suo diritto divino come critica attiva del morale. Ci dimostra che la vita può anche andare diversamente. Dà delle smentite. Di questo lo rimuneriamo con una certa indulgenza. Che vi siano falsificatrici di testamenti assolutamente deliziose dovrebbe dimostrare che l’intangibilità della proprietà è cosa discutibile. Forse di questo non occorrono prove: ma qui incomincia il nostro compito: giacché dobbiamo considerarci delinquenti potenziali giustificati a ogni specie di delitto, anche all’infanticidio o ad altri crimini orrendi…
Aveva cercato invano di cogliere lo sguardo della sorella, mentre la stuzzicava con le
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allusioni al testamento. Infine ella fece un gesto involontario di difesa. Non era una teorica, lei, poteva trovare scuse solo per il proprio delitto; in fondo il paragone di Ulrich l’aveva di nuovo offesa.
Ulrich rise.
- Sembra uno scherzo, ma ha il suo significato, – egli affermò, – questa nostra inclinazione ai giochi di bussolotti. Dimostra che nella valutazione del nostro agire c’è qualcosa che non va. E infatti è così: in una compagnia di falsificatori di testamenti tu stessa saresti probabilmente per l’intangibilità delle disposizioni testamentarie; soltanto in una compagnia di giusti le cose si confondono e si rovesciano. Dirò di più, se Hagauer fosse un mascalzone tu saresti stata ardentemente legalitaria; è davvero una disgrazia ch’egli sia
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un onest’uomo! Così si è sballottati di qua e di là… – Aspettava una parola che non venne; alzò le spalle e riprese:
- Cerchiamo un motivo per te. Abbiamo stabilito che la gente per bene ama commetter delitti, s’intende solo nella fantasia. Possiamo aggiungere che i criminali, in compenso, vorrebbero esser tutti considerati persone oneste. Dunque si potrebbe addirittura formulare una definizione: i delitti sono la confluenza nei signori peccatori di tutto ciò che gli altri uomini lasciano defluire in irregolarità spicciole, cioè nella fantasia e in mille cattiverie quotidiane e meschinità d’idee. Si potrebbe anche dire che i delitti stanno nell’aria e si cercano una via di minor resistenza che li conduce a determinati individui. Si potrebbe addirittura affermare che sono, sì, azioni di
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individui senza senso morale, ma principalmente espressioni sintetiche di qualche erroneo comportamento umano nella distinzione fra il bene e il male. È questo che ci ha spinti fin dalla giovinezza a una critica che i nostri contemporanei non hanno superato!
- Ma che cosa sono dunque il bene e il male? – osservò Agathe, e Ulrich non s’avvide di torturarla con la sua disinvoltura.
- Be, non lo so davvero! – rispose ridendo. – Noto soltanto adesso e per la prima volta che detesto il male. Sul serio, fino a oggi non me n’ero accorto, almeno a tal punto. Oh, Agathe, non immagini cos’è, – gemette poi, soprappensiero, – ad esempio la scienza! Per un matematico, poniamo, meno cinque non è peggiore di più cinque. Uno scienziato non deve aver ribrezzo di nulla, e in certe circostanze un
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bel caso di cancro lo ecciterà piacevolmente più che una bella donna. Il sapiente sa che nulla è vero e che la verità assoluta si trova alla fine dei tempi. La scienza è amorale. Questo meraviglioso addentrarsi nell’ignoto ci disabitua dalla cura personale della nostra coscienza, anzi non ci concede neppure la soddisfazione di prenderla molto sul serio. E l’arte? Non è essa sempre la creazione di immagini che non coincidono con quella della vita? Non parlo del falso idealismo o dell’inflazione di nudi in tempi in cui si vive vestiti fino alla punta del naso, – egli riprese celiando. Ma pensa a una vera opera d’arte: non ti è mai sembrato, guardandola, di sentire l’odor di bruciaticcio che manda un coltello quando lo affili su una pietra? Un odore cosmico, di meteora, di temporale, divinamente
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angoscioso?
Fu questo il solo punto in cui Agathe l’interruppe volontariamente.
- Non scrivevi poesie anche tu, una volta? – domandò.
- Te ne ricordi ancora? Quand’è che te l’ho confessato? – chiese Ulrich. – Già tutti facciamo dei versi, prima o poi nella vita; io li facevo addirittura quand’ero matematico, egli ammise.
- Ma diventavano sempre peggio con l’andar degli anni; e non tanto per mancanza di talento, credo, come per crescente avversione contro il disordine e la zingaresca romanticheria di quegli sbandamenti…
La sorella crollò il capo lievemente, ma
Ulrich non ci badò.
- Credimi! – egli insisté. – Una poesia non dev’essere soltanto uno stato d’eccezione, come
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non dev’essere soltanto un atto di bontà! Ma, se è lecito, che cosa segue poi, dimmi un po’, al momento d’elevazione? Tu ami la poesia, lo so: ma io voglio dire che non basta aver nel naso l’odore di fuoco, fino a che si dilegua. È un comportamento insufficiente, che ha il suo preciso riscontro nel campo della morale, dove si esaurisce in critiche lasciate a mezzo – E tornando improvvisamente al nocciolo della questione, dichiarò alla sorella: – Se nella faccenda Hagauer io mi comportassi come te l’aspetti tu, dovrei fare lo scettico, l’indolente, l’ironico. I figli certamente virtuosissimi che tu e io potremmo forse ancora avere, direbbero di noi che siamo vissuti in un periodo molto sicuro e molto borghese, senza crucci o tutt’al più con preoccupazioni inutili. Eppure ci siamo già dati tanta pena con le nostre convinzioni…!
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Probabilmente Ulrich voleva aggiungere dell’altro; in fondo esitava soltanto a pronunciare la proposta che aveva pronta per sua sorella, e sarebbe stato bene se lo avesse fatto. Perché bruscamente ella si alzò e con una vaga scusa si preparò a uscire.
- Dunque rimane assodato che io sono moralmente deficiente? – chiese poi con un tentativo forzato di scherzare. – Con tutto quel che hai detto in contrario, non ti seguo più!
- Tutti e due siamo moralmente deficienti! – assicurò Ulrich, cortese. – Tutti e due! – Ed era un po’ dispiaciuto della fretta con cui Agathe lo lasciò senza dirgli quando sarebbe tornata.
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31. Agathe vorrebbe suicidarsi e fa la conoscenza di un signore
IN verità era fuggita via per non offrire di nuovo al fratello la vista di lacrime che non poteva più trattenere. Era
triste come una persona che ha perduto tutto. Ma non sapeva perché. Era incominciato mentre Ulrich parlava, ma neanche di questo sapeva il perché. Egli avrebbe dovuto far qualcos’altro invece di parlare. Ma non sapeva che cosa. Era giusto che egli non avesse dato importanza allo “stupido incontro” fra l’agitazione di Agathe e la lettera, e avesse
continuato a parlare come faceva sempre. Ma
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Agathe aveva dovuto fuggire.
In principio sentiva solo il bisogno di correre. S’era allontanata di casa a precipizio. Anche se talvolta era costretta a svoltare, manteneva però la direzione. Fuggiva, come fuggono uomini e animali da un cataclisma. Non si chiedeva perché. Solo quando fu stanca, capì quel che intendeva fare: non tornar più a casa!
Voleva camminare fino alla sera. Lontano, sempre più lontano. Pensava che se si fosse fermata al limite della sera, anche la sua risoluzione sarebbe già presa. Era la risoluzione di uccidersi. O piuttosto l’idea che a notte tale risoluzione sarebbe maturata. Dietro a quest’attesa, un disperato vorticoso scompiglio nella sua testa. Non aveva nulla con sé, per uccidersi. La piccola capsula di veleno
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era in qualche cassetto o valigia. Della sua morte era già accertato solo il desiderio di non dover più tornare indietro. Voleva andarsene da questo mondo. Per questo camminava. Passo per passo, stava già lasciando la vita.
Quando sentì la stanchezza, le venne nostalgia dei prati e dei boschi, desiderio di errare nel silenzio, sotto il cielo. Ma fin là non poteva andare a piedi. Prese un tram. Era stata educata a padroneggiarsi davanti agli estranei. Perciò quando prese il biglietto e chiese un’indicazione, la sua voce non tradiva nessun turbamento. Poi sedette tranquilla e diritta, senza un tremito nelle dita. E mentre sedeva così, vennero i pensieri. Certo sarebbe stato meglio poter dare in smanie; con le membra legate i pensieri restavano come grossi involti che lei si sforzava vanamente di far passare
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attraverso un’apertura. Ce l’aveva con Ulrich per quel che aveva detto. Ma non avrebbe voluto avercela. Negava a se stessa tale diritto. Che cosa faceva per lui? Gli turbava il suo tempo e non gli dava nulla in cambio; disturbava il suo lavoro e le sue abitudini. Pensando alle sue abitudini provò un dolore acuto. Dacché c’era lei nessuna donna era entrata in casa. Agathe però era convinta che suo fratello doveva aver sempre una donna. Dunque si sacrificava per colpa sua. E lei, non potendolo ricompensare in nessun modo, era egoista e cattiva. In quel momento sarebbe tornata indietro subito per chiedergli teneramente perdono. Ma le tornò in mente com’egli era stato freddo. Certo rimpiangeva di averla accolta in casa sua. Quanti progetti, quanti discorsi aveva fatto prima di stancarsi di
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lei! Adesso non ne parlava più. Il grande disinganno, che era venuto con la lettera, torturò di nuovo il cuore di Agathe. Era gelosa. Insensatamente, volgarmente gelosa. Avrebbe voluto imporsi al fratello, e sentiva l’appassionato e impotente attaccamento della creatura che insorge contro una ripulsa. “Per lui sarei capace di rubare o di battere il marciapiede!” pensò, e capì ch’era ridicolo, ma non poteva pensare diversamente. I discorsi di Ulrich, con le battute scherzose e la superiorità apparentemente obiettiva, le sembravano uno scherno. Ella ammirava quella superiorità e tutte le esigenze spirituali che oltrepassavano le sue. Ma non vedeva perché tutti i pensieri dovessero sempre valere lo stesso per tutti gli uomini. Lei, nella sua umiliazione, aveva bisogno di conforto personale e non di
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ammaestramenti generali! Non voleva esser forte! E subito dopo si rimproverò di esser così com’era e accrebbe il suo dolore con la convinzione di non meritare da Ulrich nient’altro che indifferenza.
Questo sminuirsi, al quale né il contegno di Ulrich né la penosa lettera di Hagauer avevano dato motivo sufficiente, era una manifestazione della sua natura. Tutto ciò che Agathe, da quando non era più bambina, sentiva come inettitudine propria di fronte alle esigenze della vita associata, era causato dal fatto che ella aveva la sensazione di vivere senza o addirittura contro le sue più intime inclinazioni. Erano inclinazioni all’abbandono e alla confidenza perché ella nella sua solitudine non si era mai sentita a posto come il fratello; ma se finora le era stato impossibile
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abbandonarsi con tutta l’anima a un uomo o a una causa, ciò avveniva perché ella portava in sé la capacità di una dedizione ancora più grande, che poteva tender le braccia verso il mondo oppure verso Dio. Una strada ben nota verso la dedizione a tutta l’umanità è il non andar d’accordo con i propri vicini, e parimenti un segreto e fervido desiderio di Dio può sorgere in un individuo antisociale che sia provveduto di un grande bisogno d’amore: in questo senso il criminale religioso non è peggior contraddizione che la zitella religiosa che non ha trovato marito, e l’atteggiamento di Agathe verso Hagauer, che aveva la forma assolutamente assurda di una condotta egoistica, era la manifestazione di una volontà impaziente, così come la violenta accusa che ella rivolgeva a se stessa di essere stata destata
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alla vita da Ulrich e di doverla di nuovo prendere per la propria debolezza.
Non resisté a lungo nel tram che rotolava placidamente; quando le case cominciarono a diventare più basse e più agresti ella scese dal carrozzone e fece il resto della strada a piedi. Le fattorie erano aperte, attraverso gli androni e al di sopra delle siepi basse l’occhio scorgeva animali, bambini e lavori rurali. L’aria era piena di una pace nella cui vastità sonavano voci e martellavano strumenti; con i moti dolci e irregolari di una farfalla quei rumori fluttuavano nell’aria limpida mentre Agathe come un’ombra scivolava verso le vicine pendici erte di vigneti e di boschi. Ma una volta si fermò davanti a una cascina dov’erano bottai e il suono schietto dei tini percossi dalle mazze. Le era sempre piaciuto stare a guardare il buon
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lavoro, l’opera modesta sagace e industriosa delle mani. Anche stavolta godeva senza saziarsene il ritmo dei magli e il procedere degli artefici intorno alle botti. Per qualche momento dimenticò i suoi crucci e s’abbandonò senza pensieri a una piacevole comunione col mondo. Nutriva sempre ammirazione per gli uomini che sanno eseguire i compiti molteplici e naturali imposti da necessità universalmente riconosciute. Ella stessa però non amava lavorare, benché avesse qualche capacità intellettuale e pratica. La vita era completa anche senza di lei. E a un tratto, prima ancora di capire perché, udì rintocchi di campane e solo a stento poté reprimere il pianto. La chiesetta suburbana scampanava già da un bel pezzo, ma Agathe se ne accorgeva solo ora, e tosto sentì quanto quei suoni inutili, che
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solcavano appassionatamente l’aria, esclusi dalla buona fertile terra, fossero affini con la sua vana esistenza. In fretta riprese il cammino e lasciandosi indietro le ultime case, sempre seguita dallo scampanio che adesso non le usciva più dagli orecchi, giunse ai piedi delle colline che in basso erano coperte di vigne e di radi cespugli che bordavano i sentieri, mentre in alto occhieggiava il verde chiaro del bosco. Ora sapeva anche dove si sentiva attratta, ed era un bel sentimento, come se a ogni passo ella si addentrasse più profondamente nella natura. Il cuore le batteva di delizia e di fatica, quand’ella si fermava talvolta per accertarsi che le campane ancora l’accompagnavano sebbene nascoste lassù nell’aria e appena percettibili. Le sembrava di non aver mai sentito suonare le campane in un giorno qualunque, senza una
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particolare ragione festiva, democraticamente mescolate alle attività consapevoli e naturali. Ma di tutte le lingue della città dalle mille voci quest’era l’ultima che le parlava, e aveva qualcosa di travolgente, come se dovesse sollevarla e portarla su per il monte, ma poi ogni volta la lasciava andare e si perdeva in un piccolo rumore metallico, per nulla superiore agli altri rumori della campagna, ronzii, stridi, sussurri. Agathe dunque camminava e saliva da forse un’ora quando si trovò improvvisamente davanti al luogo silvestre che aveva portato nella memoria. Il boschetto custodiva una tomba negletta, dove cent’anni prima s’era ucciso un poeta e conforme al suo ultimo desiderio era stato anche inumato. Ulrich aveva detto che non era stato un grande poeta, sebbene famoso, e aveva avuto parole di
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critica severa per la poesia alquanto miope che si esprime nel desiderio d’esser sepolto in un luogo panoramico. Ma Agathe amava l’epigrafe sulla gran lastra di pietra, da quando ne avevano decifrato insieme, durante una passeggiata, i bei caratteri ottocenteschi dilavati dalla pioggia, e si chinò sulle catene nere fatte di grandi maglie angolari, che, recingendolo, proteggevano contro la vita il quadrato della morte.
“Fui nulla per voi”, aveva fatto scrivere sul suo tumulo il poeta pessimista, e Agathe pensò che anche di lei si poteva dire lo stesso. Quel pensiero, dall’alto di una tribuna silvestre affacciata sui vigneti verdeggianti e sull’immensa arcana città che sotto il sole antimeridiano moveva lentamente le sue spire di fumo, la commosse di nuovo. All’improvviso
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s’inginocchiò e appoggiò la fronte a uno dei pilastri che reggevano le catene; la positura inconsueta e il contatto fresco della pietra le raffigurarono la pace inerte, un po’ rigida, della morte che l’aspettava. Cercò di raccogliersi, ma non vi riuscì subito. Gridi d’uccelli le giungevano all’orecchio, tanti gridi diversi che la stupirono; i rami frusciavano, e, non sentendo il vento, le parve che gli alberi stessi agitassero i loro rami; in un silenzio improvviso si udiva un leggero calpestio; la pietra a cui s’appoggiava era così liscia, come se fra essa e la sua fronte vi fosse un pezzo di ghiaccio che non permetteva una vera aderenza. Le occorse un po’ di tempo per capire che nelle cose che la distraevano era espresso proprio ciò che lei voleva farsi presente; il sentimento fondamentale della propria inutilità; ella non
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avrebbe saputo esprimerlo che nel modo più semplice, dicendosi che la vita era completa anche senza di lei, ed ella non vi avrebbe mai trovato nulla da fare. Questa crudele persuasione non era in fondo né disperata né risentita; Agathe vedeva e ascoltava, come aveva sempre fatto, però senza slancio, anzi senza la possibilità di partecipare. Quell’esclusione le dava un senso di tranquillità, di sicurezza, così come vi è uno stupore che si dimentica di far domande. Ella poteva benissimo andarsene. Dove? Un dove ci doveva pur essere. Agathe non era di quelle persone nelle quali anche l’idea radicata della nullità di tutti i concetti può suscitare una specie di soddisfazione che equivale alla continenza battagliera o sorniona con cui si accetta un destino insoddisfacente. In tali
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questioni era generosa e irriflessiva, diversa da Ulrich che opponeva ai propri sentimenti tutte le difficoltà immaginabili per vietarseli se fallivano la prova. Già, era una stupida, ella si disse. Non voleva riflettere. Caparbia, premette la fronte contro le catene di ferro che cedettero un poco, poi si tesero di nuovo. Nelle ultime settimane aveva incominciato a credere in qualche modo in Dio, ma senza pensarci. Certe situazioni, in cui il mondo le era sempre sembrato diverso da come appare, e tale che anche lei non viveva più esclusa bensì in una fiducia radiosa, erano state portate da Ulrich molto presso a una trasformazione intima, a un vero rivolgimento. Agathe sarebbe stata disposta a immaginare un Dio che apre il suo mondo come un luogo segreto. Ma Ulrich aveva detto che non occorreva, era dannoso anzi
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immaginare più di quel che si poteva apprendere. E toccava a lui giudicare di simili cose. Ma allora egli doveva anche guidarla e non abbandonarla così. Egli era il limitare fra due vite, e il desiderio struggente che Agathe provava per l’una, e la fuga dell’altra portavano prima di tutto a lui. Lo amava spudoratamente, così come si ama la vita. Al mattino quando apriva gli occhi ella lo sentiva ridestarsi entro di sé, in tutte le sue membra. Anche adesso dal cupo specchio del suo dolore egli la fissava: e solo allora Agathe ricordò di volersi uccidere. Per far dispetto a Ulrich era fuggita da casa verso Dio, proponendosi il suicidio. Ma ora il proposito era caduto, e ritornato alla sua origine il risentimento contro Ulrich che l’aveva offesa. Era in collera con lui, lo sentiva ancora, ma gli uccelli cantavano e li udiva di nuovo.
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Non era meno turbata di prima, ma adesso era un turbamento gioioso. Voleva fare qualcosa, ma in modo da colpire Ulrich e non soltanto se stessa. Mentre si rialzava, l’intirizzimento della lunga genuflessione si sciolse al calore del sangue che tornava a scorrerle vivace nelle vene.
Quando volse l’occhio intorno, si vide accanto un signore. Ne fu confusa perché non sapeva da quanto tempo egli stesse lì ad osservarla. Posando su di lui lo sguardo ancora oscurato dalla perplessità s’accorse che egli la guardava con non dissimulata simpatia e con l’aria di volerle ispirare fiducia, era alto e magro, vestito di scuro, e una corta barba bionda gli copriva il mento e le guance. Al di sotto dei baffi si potevano scorgere le labbra morbide, un po’ arrovesciate, in giovanile
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contrasto con i capelli già misti di grigio, come se il tempo le avesse dimenticate. Non era un volto facile da decifrare. La prima impressione faceva pensare a un professore di scuola media, la severità di quel viso non era intagliata in un legno duro, pareva piuttosto qualcosa di tenero che si fosse indurito a opera di piccole angustie quotidiane. Ma al di là di quella mitezza, dove la barba virile sembrava come innestata per soddisfare un ordine seguito dal suo possessore, si notavano poi nel disegno originariamente femmineo certi quasi ascetici particolari di forma che evidentemente una volontà salda e costante aveva tratto dalla materia malleabile. Agathe non sapeva che cosa risolvere, attrazione e repulsione si bilanciavano in lei, ed ella capiva soltanto che l’uomo la voleva aiutare.
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- La vita offre occasioni tanto per rafforzare la volontà quanto per indebolirla; non bisogna fuggire gli ostacoli ma cercare di vincerli! disse lo sconosciuto e per vederci meglio si forbì gli occhiali che si erano appannati. Agathe lo guardò stupefatta. Doveva averla osservata a lungo, perché quelle parole venivano dal mezzo di un discorso interiore. Il signore si tolse il cappello con precipitazione, compiendo in ritardo un gesto che non è lecito dimenticare; ma subito si ricompose e riprese:
- Mi permette di chiederle se posso esserle d’aiuto? – domandò. – Io credo che in un dolore, o addirittura in uno sconvolgimento profondo, come quello che vedo in lei, ci si confida più facilmente a un estraneo.
Lo sconosciuto parlava con un certo sforzo;
aveva l’aria di aver compiuto un dovere di
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carità rivolgendo il discorso alla bella donna, e ora che camminavano l’uno accanto all’altro faticava a trovar le parole. Agathe infatti s’era alzata semplicemente e a passi lenti s’allontanava in sua compagnia dalla tomba; eran fuori dagli alberi, sull’orlo della collina, ancora indecisi se scendere al basso, e per quale strada. Perciò passeggiarono discorrendo in su e in giù, nessuno sapeva dove fosse diretto l’altro, e volevano usarsi reciprocamente riguardo.
- Dunque, non vuol dirmi perché piangeva?
- ripeté l’uomo con la voce suadente del medico che chiede dove fa male. Agathe scosse il capo.
- Non mi sarebbe facile spiegarglielo, – ella disse, e all’improvviso pregò: – Risponda lei piuttosto a una mia domanda: che cosa le dà la certezza di potermi aiutare senza conoscermi?
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Io credo invece che non si possa mai dare aiuto a nessuno!
L’accompagnatore non le rispose subito. Si provò due o tre volte a parlare, ma si sarebbe detto che si costringeva ad attendere. Infine disse:
- Probabilmente possiamo soccorrere soltanto in un dolore di cui noi stessi abbiamo fatto l’esperienza personale.
Tacque. Agathe rise forte all’idea che quel signore pretendesse di conoscere per esperienza propria una sofferenza che gli avrebbe fatto orrore se l’avesse appresa. Il suo compagno parve non udire quella risata, o considerarla come uno scatto dei nervi. Pensò un poco, poi disse tranquillo:
- Naturalmente non intendo dire che ci si possa illudere d’insegnare a un altro cosa deve
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fare. Però, vede, in una catastrofe la paura è contagiosa e… È contagiosa anche la fuga. Voglio dire la semplice fuga, come in caso d’incendio. Tutti perdono la testa e corrono tra le fiamme. Come sarebbe utile uno, uno solo, che stesse di fuori e facesse segno e gridasse che c’è una via d’uscita…
Agathe ebbe di nuovo voglia di ridere per le terribili fantasie di quel buon uomo; ma, proprio perché esse non concordavano con lui, davano al suo viso di morbida cera un’impronta quasi sinistra.
- Lei parla come un pompiere! – ella disse imitando con intenzione il tono frivolo e salottiero per nascondere la propria curiosità. – Ma avrà pur cercato di immaginare qual è la catastrofe che attraverso! – Contro il suo volere però la serietà traspariva dallo scherzo, perché
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l’idea che colui la volesse aiutare l’indispettiva per la gratitudine che destava in lei. L’ignoto la guardò con stupore, poi si riprese e ribatté in tono quasi di rimprovero:
- Forse lei è troppo giovane per sapere che la nostra vita è molto semplice. Sembra inestricabilmente complicata solo quando si pensa a se stessi; ma nel momento in cui non si pensa più a sé e ci si domanda come si potrebbe porgere aiuto a un altro, diventa semplicissima!
Agathe non rispose. Rifletteva. E fosse il silenzio di lei o la vastità incoraggiante in cui le sue parole prendevano il volo, lo straniero seguitò, senza guardarla:
- Dare un valore esagerato ai propri casi personali è una superstizione moderna. Oggi si parla troppo di coltivare la personalità, di dire
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di sì alla vita, di viverla fino in fondo. Ma coloro che enunciano propositi così indefiniti, così ambigui, rivelano solo di aver bisogno di nebbia per coprire il vero significato della loro rivolta. A che cosa bisogna dire di sì? A tutto, in disordine e alla rinfusa? Lo sviluppo è sempre legato alla repressione, ha detto uno scienziato americano. Non possiamo sviluppare un lato della nostra natura senza reprimere il rigoglio dell’altro. E che cosa dobbiamo coltivare in noi? Lo spirito o gli istinti? I capricci o il carattere? L’egoismo o l’amore? Se dobbiamo affermare la parte più nobile della nostra natura, quella meno nobile deve imparare la rinuncia e l’obbedienza.
Agathe si domandava perché dovesse esser più facile aiutare gli altri che se stessi. Ella era una di quelle persone niente affatto egoiste che
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pensano sempre a sé ma non si prendono cura di sé, e questo è molto più lontano dall’egoismo comune avido di vantaggi che la carità soddisfatta di coloro che corrono in aiuto del loro prossimo. Così le idee del suo accompagnatore le erano estranee fin dalla radice, ma in qualche modo la toccarono e le singole parole pronunziate con tanta energia si muovevano inquietanti davanti a lei come se il loro significato fosse da afferrare più con la vista che con l’udito. Per di più stavano camminando su un ciglione donde Agathe godeva la meravigliosa veduta della valle profonda, mentre lo sconosciuto evidentemente considerava il luogo come un pulpito o una cattedra. Ella si fermò e col cappello che per tutto quel tempo aveva tenuto in mano con negligenza tracciò un rigo sul discorso del
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compagno.
- Dunque un’idea di me lei se l’è pur fatta, ella disse, – la vedo trapelare, e non è lusinghiera!
Il signore alto trasalì perché non aveva voluto offenderla, e Agathe lo guardò con un sorriso gentile.
- Pare che lei mi scambi per il diritto della libera personalità. E una personalità alquanto nervosa e parecchio sgradevole, per giunta! – ella esclamò.
- Ho solo parlato della prima condizione della vita personale, egli si scusò, – e certo la situazione in cui l’ho trovata mi giustificava a credere che un consiglio le poteva giovare. La condizione essenziale della vita oggi è sovente misconosciuta. Il nervosismo moderno con tutti i suoi eccessi è prodotto soltanto da
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un’atmosfera interiore troppo fiacca in cui la volontà fa difetto, giacché senza un particolare sforzo della volontà nessuno può ottenere la fermezza e la coerenza che lo innalzano sull’oscuro caos dell’organismo.
Ecco di nuovo due parole, fermezza e coerenza, che ridestavano in Agathe nostalgie e autoaccuse.
- Mi spieghi che cosa intende dire, – ella pregò. – La volontà può averla soltanto chi tende già a uno scopo, non è così?
- Non ha importanza ciò che intendo io! – fu la risposta, rude e gentile insieme. – I grandi documenti dell’umanità non dicono forse già con chiarezza insuperabile quello che dobbiamo e che non dobbiamo fare?
Agathe era sbalordita.
- Per proporre ideali universali di vita, -
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continuò l’accompagnatore, – ci vuole una così profonda conoscenza della vita e degli uomini e in pari tempo un superamento così eroico dell’egoismo e delle passioni, che nel corso dei secoli solo pochissimi grandi sono stati chiamati a tanto. E questi maestri dell’umanità hanno proclamato in tutti i tempi la medesima verità.
Agathe si mise involontariamente sulla difensiva, come tutti i giovani che antepongono la loro carne e il loro sangue alle mummie dei saggi.
- Ma le leggi umane emanate migliaia d’anni fa sono assolutamente inadatte alle condizioni odierne! – ella esclamò.
- Non tanto quanto lo asseriscono gli scettici che hanno rinunziato all’esperienza e a conoscer se stessi! – replicò il compagno
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occasionale con amaro compiacimento. – La grande verità di vita non emerge dai dibattiti, l’ha già detto Platone; l’uomo la discerne come viva interpretazione e realizzazione di se stesso. Mi creda: quel che fa veramente libero l’uomo o gli toglie la libertà, quel che gli dà la vera felicità o la distrugge non soggiace al progresso; ogni uomo che viva sinceramente lo sa nel profondo del cuore, purché ne ascolti la voce!
La “viva interpretazione” piacque ad Agathe, ma le era venuta improvvisamente un’idea.
- Lei è un religioso forse? – ella domandò con un’occhiata piena di curiosità. Egli non rispose. – Non sarà per caso un pastore? – ripeté Agathe, e si tranquillizzò grazie alla barba, giacché per il resto l’aspetto di lui giustificava una simile sorpresa. Bisogna dire a suo onore che ella non si sarebbe meravigliata
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di più se lo sconosciuto avesse detto incidentalmente: “Il nostro amato sovrano, il divino Augusto”; ella sapeva che la religione ha una parte grandissima nella politica ma si è così abituati a non prendere sul serio le idee a servizio del pubblico, che il supporre che i partiti della fede siano composti di gente religiosa pare altrettanto esagerato quanto il pretendere che un impiegato postale sia un filatelico.
Dopo una lunga pausa un po’ titubante, lo straniero replicò:
- Preferirei non rispondere alla sua domanda; lei è troppo lontana da queste cose.
Ma Agathe era in preda a un’ardente curiosità.
- Adesso vorrei proprio sapere chi è lei! – insisté, e in fondo era un privilegio femminile
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che non le si poteva negare. Di nuovo fu evidente nello sconosciuto l’esitazione un po’ ridicola di prima, quando si era scappellato in ritardo; sembrava che il braccio gli prudesse dall’impulso di sollevare un’altra volta cerimoniosamente il cappello, ma poi qualcosa s’irrigidì, un esercito di pensieri diede battaglia a un altro e riportò la vittoria invece della giocosa soluzione di un episodio senza importanza.
- Mi chiamo Lindner e sono professore al ginnasio Franz Ferdinand, – egli rispose e soggiunse dopo una breve considerazione: – Anche libero docente universitario.
- Allora conosce mio fratello, probabilmente!
- esclamò Agathe contenta, e disse il nome di Ulrich. Se non sbaglio, ha tenuto una conferenza pochi giorni fa alla Società
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Pedagogica, sul tema “Matematica e Umanità” o qualcosa di simile.
- Lo conosco solo di nome. Alla conferenza sì, ho assistito, – ammise Lindner. Parve ad Agathe che la risposta fosse elusiva, ma lo dimenticò udendo il seguito:
- Suo padre era il famoso giurista? – domandò Lindner.
- Sì, è morto da pochi mesi, e io ora vivo con mio fratello, – disse Agathe franca. – Verrà a farci visita?
- Purtroppo non ho tempo per la vita di società, – rispose Lindner burbero, con gli occhi bassi.
- Allora non avrà niente in contrario, – riprese Agathe senza curarsi della sua riluttanza, – se vengo io a trovarla! – Egli l’aveva sempre chiamata “signorina” – Sono sposata, -
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ella soggiunse, – e il mio nome è Hagauer.
- Ma allora, – esclamò Lindner, – lei è la consorte del professor Hagauer, l’illustre pedagogo? – Aveva cominciato la frase con vivo entusiasmo, ma verso la fine l’attenuò, incerto. Perché Hagauer aveva due aspetti: era pedagogo, ed era progressista; Lindner veramente militava in un campo opposto; ma quale sollievo scoprire un nemico tanto familiare fra le nebbie indefinite di una psiche femminile che aveva appena espresso l’idea assurda di far visita a un uomo in casa sua! Il passaggio dalla seconda alla prima impressione s’era riflettuto nel tono della sua domanda.
Agathe l’aveva notato. Non sapeva se informare Lindner dei mutati rapporti con il marito. Poteva finir tutto immediatamente fra lei e il nuovo amico, se glielo diceva; di questo
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aveva l’impressione ben netta. E le sarebbe dispiaciuto; molti tratti di Lindner provocavano il suo scherno, ma appunto per questo egli le ispirava anche fiducia. L’impressione, ben suffragata dell’apparenza che l’uomo non volesse nulla per sé, la costringeva singolarmente a essere sincera; egli faceva tacere ogni pretesa, e la sincerità veniva a galla da sola.
- Sono in procinto di divorziare! – ella confessò finalmente. Seguì un silenzio; Lindner sembrava costernato, e Agathe pensò che dunque era un uomo meschino. Alla fine Lindner disse con un sorriso afflitto:
- Ho immaginato qualcosa di simile quando l’ho vista!
- Allora anche lei è contrario al divorzio? – esclamò Agathe lasciando libero corso al suo
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sdegno. – Ma certo, dovevo aspettarmelo! Sa che è una posizione alquanto retriva?
- Perlomeno, non riesco a considerare il divorzio un fatto così naturale come lo considera lei, – si difese Lindner pensosamente; si tolse gli occhiali, li pulì, se li rimise sul naso e guardò Agathe con attenzione. – Io credo che lei difetti di volontà, – stabilì poi.
- Di volontà? La mia volontà di divorziare è saldissima, – protestò Agathe, e s’accorse che non era una risposta ragionevole.
- Non è questo ch’io intendo, ammonì Lindner dolcemente. – Son pronto ad ammettere che lei possa avere i suoi fondati motivi. Ma io la penso diversamente: i liberi costumi ai quali oggi s’indulge, in pratica sono sempre un segno che l’individuo vive immobilmente inchiodato al proprio io e non è
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capace di agire e di vivere movendo da più vasti orizzonti. I signori poeti, – egli soggiunse malignamente con un tentativo di scherzare sul pellegrinaggio di Agathe, che in bocca sua sonava un po’ acrimonioso, – i quali lusingano i sentimenti delle giovani signore e quindi son tenuti da loro in gran conto, hanno scelto un atteggiamento più comodo del mio: io invece le dico che il matrimonio è una scelta di responsabilità e di dominio sulle passioni. Ma prima che un singolo si dichiari libero dalle difese esterne che l’umanità, giustamente diffidando di sé, ha elevato contro la propria fallacia, dovrebbe pensare che l’isolamento e il rifiuto d’obbedienza alle leggi supreme, son danni peggiori che le delusioni del corpo da noi tanto temute!
- Pare un regolamento militare per
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arcangeli, – disse Agathe, – ma non mi sembra che lei abbia ragione. L’accompagnerò per un tratto. Deve spiegarmi come si può ragionare così. Dove va adesso?
- Devo tornare a casa, – rispose Lindner.
- Sua moglie avrebbe qualcosa in contrario se io l’accompagnassi fino a casa sua? possiamo prendere una carrozza rientrando in città. Io ho tutto il tempo!
- Mio figlio rientra da scuola, disse Lindner schermendosi con dignità. – Mangiamo sempre alla stessa ora precisa. Per questo debbo rincasare. Quanto a mia moglie, è morta qualche anno fa, – egli rettificò la falsa supposizione di Agathe, e guardando l’orologio aggiunse spaventato e un po’ irritato: – Bisogna che m’affretti!
- Allora me lo spiegherà un’altra volta; badi
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che è importante, dichiarò Agathe vivacemente.
- Se non vuol venire da noi, verrò io a casa sua.
Lindner restò senza fiato. Finalmente disse:
- Come potrebbe lei, una signora, venire da me?
- Ma certo, – assicurò Agathe. – Un bel giorno mi vedrà comparire. Però non posso dirle quando. Non c’è niente di male! – Con questo lo salutò e s’avviò per una strada diversa.
- Lei difetta di volontà! – mormorò a mezza voce cercando di imitare Lindner, ma la parola volontà sonava fresca e audace nella sua bocca. V’erano collegati sentimenti come orgoglio, energia, sicurezza; un’intonazione dignitosa del cuore: l’uomo le aveva fatto bene.
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32. Il generale intanto accompagna Ulrich e Clarisse al manicomio
MENTRE Ulrich era solo in casa una telefonata dal Ministero della Guerra chiese se il capo
della Sezione Educazione e Cultura avrebbe potuto conferire con lui personalmente venendo a visitarlo fra una mezz’ora; e trentacinque minuti dopo, la carrozza di servizio del generale von Stumm galoppò su per la piccola rampa.
- Una bella storia! – Così il generale investì l’amico, il quale notò subito che questa volta non c’era l’attendente col pane dello spirito.
una bella storia m’hai combinato! ripeté. -
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Stasera c’è seduta plenaria da tua cugina. Non ho ancora potuto informare il mio principale. E adesso scoppia la notizia che dobbiamo andare al manicomio; bisogna esser là fra un’ora al massimo!
- Ma perché mai? – chiese Ulrich, ovviamente. – Di solito si prendono accordi prima!
- Non far tante domande! – pregò il generale.
- Piuttosto telefona subito alla tua parente, amica o che cos’è, che passiamo a prenderla.
Mentre Ulrich telefonava alla bottega dove Clarisse faceva i suoi piccoli acquisti, e aspettava che ella fosse chiamata all’apparecchio, apprese il guaio che era piombato sul generale. Questi, per accontentare il desiderio di Clarisse trasmessogli da Ulrich, s’era rivolto al capo del
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servizio militare, che a sua volta era ricorso all’illustre collega borghese, direttore della Clinica Universitaria dove Moosbrugger attendeva una superperizia. Per un malinteso dei due medici era stato subito fissato il giorno e l’ora, e Stumm l’aveva appreso con molte scuse solo all’ultimo momento, insieme con la notizia che per sbaglio era stato annunciato lui stesso all’illustre psichiatra, il quale attendeva lusingatissimo la sua visita.
- Mi vien male! – egli dichiarò. Era una formula consuetudinaria per dire che desiderava un cicchetto.
Quando l’ebbe bevuto, la tensione dei suoi nervi s’allentò.
- Me ne importa un fico di vedere un manicomio! Solo per colpa tua mi tocca andarci! – egli imprecò. – E che cosa devo dire a
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quello stupido di un dottore se mi chiede perché son venuto?
In quel momento risonò all’altro capo del filo un giubilante grido di guerra.
- Bene! – disse il generale imbronciato. – Ma bada che voglio ancora assolutamente parlarti di questa sera. E devo anche riferire a Sua Eccellenza, che va via alle quattro! – Guardò l’orologio, ed era così sconsolato che non si mosse dalla seggiola.
- Ma io sono pronto! – dichiarò Ulrich.
- La signora non viene? – chiese Stumm meravigliato.
- Mia sorella non è in casa.
- Peccato! – rimpianse il generale. – Tua sorella è la donna più ammirevole che io abbia mai conosciuto!
- Credevo che fosse Diotima! - obiettò
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Ulrich.
- Anche lei, – replicò Stumm. Anche lei è ammirevole. Ma da quando si dedica ai problemi sessuali mi sento come uno scolaretto. M’inchino alla sua superiorità, giacché, mio Dio, come ripeto sempre, far la guerra è un mestiere semplice e rozzo. Ma proprio nel campo sessuale ripugna, per così dire, all’onore militare lasciarsi trattare da profano!
Intanto eran saliti in carrozza ed erano partiti di gran carriera.
- La tua amica è carina, almeno? – s’informò
Stumm diffidente.
- È un tipo, la vedrai, – rispose Ulrich.
- Dunque stasera, – sospirò il generale, – capiterà qualcosa. M’aspetto un avvenimento.
- Lo dici tutte le volte che ci vediamo, -
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ribatté Ulrich sorridendo.
- Può darsi, tuttavia è vero. E stasera assisterai all’incontro fra tua cugina e la signora Drangsal. (36) Dunque la Drangsal ha assillato tua cugina finché l’ha spuntata; è andata a scocciare tutti, e oggi le due signore si troveranno a colloquio. Abbiamo soltanto dovuto aspettare Arnheim, perché anche lui potesse formarsi un giudizio.
Ulrich non sapeva che Arnheim, mai più visto da tanto tempo, fosse ritornato.
- Ma certo. Per un paio di giorni, – dichiarò Stumm. – Abbiamo dovuto prendere noi in mano la cosa… – Di colpo s’interruppe e scattò su verso la cassetta con un’agilità di cui non lo si sarebbe creduto capace. – Imbecille, – ruggì
36 Drangsal ug. “calamità”
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severo nell’orecchio dell’attendente, che travestito da cocchiere in borghese guidava i cavalli ministeriali, mentre scosso dalle oscillazioni della carrozza s’aggrappava alla schiena dell’ingiuriato. – Questa non è la strada diretta! – Il soldato mantenne la schiena diritta come una tavola, insensibile ai tentativi di salvezza ai quali il generale la sottoponeva, fece con la testa un giro di novanta gradi esatti cosicché non poteva vedere né il suo superiore né i suoi cavalli e comunicò, segnando fiero una retta perdentesi nel vuoto, che una parte della via più breve non si poteva percorrere a cagione di certi lavori stradali, ma che la si sarebbe raggiunta fra poco.
- Be, però avevo ragione! – esclamò Stumm ricadendo sui cuscini, e giustificò, in parte per l’attendente e in parte per Ulrich il suo vano
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scatto d’impazienza: – Costui mi fa fare un gran giro, e io devo ancora riferire a Sua Eccellenza, che alle quattro vuole andare a casa e prima deve lui stesso conferire col ministro! Perché il ministro, sai, questa sera ha annunciato la sua presenza in casa Tuzzi! – aggiunse più piano, solo per l’orecchio di Ulrich.
- Che cosa hai detto!? – Ulrich si mostrò sbalordito dalla notizia.
- Non ti vado ripetendo da un pezzo che c’è qualcosa in aria? Adesso Ulrich voleva sapere che cos’era questo qualcosa.
- Su, dimmi dunque che cosa vuol fare il ministro!
- Non lo sa neanche lui, – rispose Stumm placidamente. – Così, ha la sensazione che questo è il momento. Anche il vecchio Leinsdorf ha la sensazione che è il momento. E pure il
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capo di Stato Maggiore. Se sono in tanti ad avere la stessa sensazione, ci sarà bene qualcosa di vero.
- Ma il momento di che cosa? – continuò a indagare Ulrich.
- Non è necessario saperlo! – gl’insegnò il generale. – Sono impressioni, così, assolute! E dimmi, quanti saremo oggi? – chiese poi, pensieroso oppure distratto.
- Che razza di domanda! – ribatté Ulrich stupito.
- Volevo dire adesso, – spiegò Stumm, – quanti per la visita al manicomio. Scusami! Buffo, no, questo equivoco? Eh, ci son giornate in cui ti capitano troppe cose in una volta. Dunque, quanti saremo?
- Non so precisamente; da tre a sei persone.
- Volevo dire, - disse il generale
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meditabondo, – che se siamo più di tre bisogna prendere ancora una carrozza. Perché sono in uniforme, capisci.
- Naturalmente, – lo tranquillò Ulrich.
- E allora non posso andare in giro come in una scatola di sardine.
- Certo. Ma spiegami quella faccenda delle impressioni assolute!
- E troveremo una carrozza là fuori? – s’impensierì Stumm. – Son posti dove non si vede mai un’anima.
- Ne prenderemo una per strada, – rispose Ulrich risoluto. – E adesso dimmi, per favore com’è che avete tutti l’impressione assoluta che sia il momento di non si sa cosa?
- Non c’è niente da spiegare, – ribatté Stumm. – Quando dico di un’impressione che è assoluta e non può essere diversa, significa
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appunto che non la so spiegare! Tutt’al più si potrebbe aggiungere che la Drangsal è una specie di pacifista, perché Feuermaul, da lei lanciato, dice nelle sue poesie che l’uomo è buono. Molti ci credono, oggi.
Ulrich non si fidava.
- Ma se pochi giorni fa mi dicevi proprio il contrario: che adesso son tutti per l’azione, per la maniera forte, eccetera!
- Anche, – concesse il generale. – E vi sono circoli influenti che appoggiano la Drangsal; in queste cose lei è abilissima. Si chiede all’Azione Patriottica un atto di umana bontà.
- Davvero? – esclamò Ulrich.
- Sì. Tu poi non ti curi proprio di niente! Gli altri se ne preoccupano seriamente. Permettimi di ricordarti, ad esempio, che la guerra fratricida del ‘66 è scoppiata perché tutti i
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Tedeschi s’erano dichiarati fratelli al parlamento di Francoforte. Con ciò non voglio dire che il ministro della Guerra o il capo di Stato Maggiore abbiano di queste paure; sarebbe sciocco da parte mia. Ma insomma una cosa s’aggiunge all’altra: è così! Mi capisci?
Non era chiaro, ma era giusto. E il generale fece un’altra osservazione molto saggia.
- Vedi, tu pretendi sempre la chiarezza, – rimproverò al suo compagno. – Ti ammiro per questo, ma dovresti anche una buona volta pensare storicamente: come possono i partecipanti a un evento sapere in precedenza se sarà un grande evento? Tutt’al più perché si immaginano che lo sarà! Quindi, se mi permetti il paradosso, vorrei concludere che la storia del mondo si scrive prima di quel che si faccia; in principio non sono che chiacchiere. E allora le
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persone energiche devono svolgere un compito molto arduo.
- Hai ragione, – lo elogiò Ulrich. – Adesso però raccontami tutto!
Ma il generale, benché oppresso com’era desiderasse anche lui parlarne, mentre gli zoccoli dei cavalli incominciavano a calcare una carraia molle fu preso improvvisamente da altre preoccupazioni:
- Ho dovuto agghindarmi come un albero di Natale, per il caso che il ministro mi mandi a chiamare, – esclamò indicando la sua giubba azzurra e le file di decorazioni. – Non credi che se mi mostro ai pazzi così vestito potrebbe nascerne qualche incidente sgradevole? Cosa faccio, ad esempio, se qualcuno offende l’uniforme? Non posso mica sguainare la spada, ma anche tacere sarebbe per me
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pericolosissimo!
Ulrich lo rassicurò, informandolo che avrebbe indossato sulla divisa un camice bianco da dottore, ma prima che Stumm si dichiarasse soddisfatto della soluzione si vide Clarisse in sontuoso abbigliamento estivo, che impaziente veniva loro incontro accompagnata da Siegmund. Ella comunicò che Walter e Meingast avevano rifiutato di partecipare alla visita. E, poiché si era scovata un’altra carrozza, il generale contento disse a Clarisse:
- Signora, quando l’ho vista venir giù per la strada mi è proprio sembrata un angelo del Paradiso!
Ma quando scese dalla carrozza, davanti alla clinica, Stumm von Bordwehr era rosso in faccia e un po’ stralunato.
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33. I pazzi salutano Clarisse
CLARISSE rigirava i guanti fra le mani, guardava su verso le finestre e non stava quieta un
momento, mentre Ulrich pagava la carrozza. Stumm von Bordwehr voleva opporvisi, e il vetturino seduto a cassetta sorrideva lusingato aspettando che uno dei due signori vincesse la competizione. Siegmund, come al solito, si toglieva con la punta delle dita qualche pagliuzza dall’abito, oppure fissava nel vuoto. Il generale disse piano a Ulrich:
- Una strana donna la tua amica. Per via mi ha spiegato che cos’è la volontà. Non ho capito
un’acca!
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- È così, – disse Ulrich.
- È carina, – sussurrò il generale. – Come una ballerinetta dell’Opera. Ma perché dice che siamo venuti qui per abbandonarci alla nostra “illusione”? Il mondo è troppo “privo di illusioni” dice lei. Ne sai qualcosa di più? Ero così a disagio, non son stato capace di dire una parola!
Il generale mandava per le lunghe il rinvio della carrozza apposta per fare queste domande; ma prima che Ulrich potesse rispondergli giunse un inviato a recare il saluto del direttore della clinica e, scusando il suo superiore trattenuto da un lavoro urgente, introdusse i visitatori in una sala d’aspetto. Clarisse non perdeva un particolare della scala e dei corridoi, e anche nel salottino, che con le seggiole di velluto verde sbiadito ricordava le
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vecchie sale d’aspetto di prima classe delle stazioni, il suo sguardo era in continuo lento movimento. Lì i quattro rimasero soli, e dapprima non scambiarono parola, finché Ulrich per rompere il silenzio domandò scherzosamente a Clarisse se non si sentiva già la pelle d’oca all’idea di vedere Moosbrugger a faccia a faccia.
- Oh! – esclamò Clarisse sprezzante. – Quel poveraccio ha conosciuto soltanto donne di ripiego; perciò non poteva andare diversamente!
Il generale volle riguadagnare il terreno perduto, perché in ritardo qualche idea gli era venuta in mente.
- La volontà adesso è all’ordine del giorno, – egli disse. – Anche nell’Azione Patriottica ci occupiamo molto di questo problema.
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Clarisse gli sorrise e stirò le braccia per allentarne la tensione.
- Quando si deve aspettare così, si sente nelle membra quello che sta per venire come se si guardasse attraverso un cannocchiale, – ella osservò.
Stumm von Bordwehr fece un altro sforzo mentale, ben deciso a non restare più indietro.
- Giusto! esclamò. – Forse dipende dalla moderna cultura fisica. Anche di quella ci interessiamo moltissimo.
Finalmente arrivò il clinico nonché Consigliere aulico con il suo stuolo di assistenti e di volontarie, si mostrò assai cortese, specialmente con Stumm, accennò a impegni improrogabili e si dichiarò dolente di dover limitare la sua accoglienza a quel saluto e di non poter accompagnare personalmente i
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visitatori. Presentò il dottor Friedenthal, che li avrebbe guidati in sua vece. Il dottor Friedenthal era un uomo alto, snello e un po’ femmineo, con un gran ciuffo di capelli, e durante la presentazione sorrideva come un acrobata che sale la scaletta per eseguire il salto mortale. Quando il Consigliere si ritirò, furono portati i camici.
- Per non agitare i pazienti, spiegò il dottor
Friedenthal.
Mentre infilava il suo, Clarisse sentiva uno strano accrescimento di forze. Eccola lì come un piccolo medico. Le parve di essere molto virile e molto bianca.
Il generale cercò uno specchio. Gli fu difficile trovare un camice adatto al particolare rapporto fra la sua statura e la sua corpulenza: quando infine riuscì ad avvolgersi tutto, pareva
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un bambino con una camicia da notte troppo lunga.
- Non crede che dovrei togliermi gli speroni?
domandò al dottor Friedenthal.
- Anche i medici militari portano gli speroni!
- ribatté Ulrich.
Stumm fece ancora un tentativo impacciato e vano di gettare uno sguardo alla propria schiena dove il camice da dottore scendeva in ampie pieghe fin sopra gli speroni; poi il corteo si mosse. Il dottor Friedenthal li avvertì di non lasciarsi sconcertare per nessun motivo.
- Finora è andata abbastanza bene, – sussurrò Stumm all’amico. – Ma in fondo tutto questo non m’interessa minimamente; piuttosto parliamo un po’ di stasera. Dunque senti, m’hai detto di raccontarti tutto sinceramente; ecco qui: è molto semplice: tutti
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si armano. I Russi hanno un’artiglieria da campagna modernissima. Mi segui? I Francesi hanno approfittato della loro ferma di due anni per riorganizzare magnificamente l’esercito. Gli Italiani…
Avevano ridisceso l’antico scalone gentilizio salito poco prima, eran svoltati da qualche parte, e si trovarono in un labirinto di piccole stanze e di minuscoli corridoi dalle travature sporgenti e imbiancate. Per la maggior parte erano camere adibite al servizio e all’amministrazione, ma per via della mancanza di spazio che opprimeva il vecchio edificio avevano qualcosa di innaturale e di tetro. Erano popolate di persone parte in abito borghese, parte nell’uniforme dell’istituto. Su una porta stava scritto: “Accettazione”, su un’altra: “Uomini” Al generale le parole
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morirono in bocca. Presentiva incidenti che potevano nascere da un momento all’altro e che per il loro carattere inconfrontabile esigevano grande presenza di spirito. Contro la sua volontà lo tormentava anche il problema di come cavarsela se un bisogno irresistibile l’avesse costretto ad appartarsi e poi, da solo senza accompagnamento di gente pratica, in un luogo dove tutti sono eguali, si fosse incontrato con un mentecatto. Clarisse invece precedeva sempre di mezzo passo il dottor Friedenthal. Il dover portare il camice bianco, come aveva detto il dottore, per non spaventare i malati, la sorreggeva come una vescica natatoria sulla corrente delle impressioni. Pensieri prediletti le occupavano la mente. Nietzsche: “Esiste un pessimismo della forza? Un’inclinazione intellettuale per l’orrido, il
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malvagio, il crudele, il problematico della vita? Un’aspirazione al terribile come a un nemico degno? E potrebbe la pazzia non essere necessariamente un sintomo di degenerazione?” Ella non ricordava letteralmente, bensì nell’insieme; la sua mente aveva compresso il concetto in un formato piccolissimo che occupava il minimo spazio come l’armamentario di un ladro. Per lei quella visita era mezzo filosofia mezzo adulterio. Il dottor Friedenthal si fermò davanti a una porta di ferro e tolse di tasca una chiave. Quand’ebbe aperto, un chiarore abbagliante avvolse i visitatori; essi uscirono dal riparo della casa e nello stesso tempo echeggiò un grido lacerante e spaventoso come Clarisse non aveva mai udito in vita sua; nonostante il suo coraggio
ella diede un balzo.
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- È solo un cavallo! - disse il dottor
Friedenthal e sorrise.
Infatti si trovarono su un pezzo di strada che dall’ingresso, costeggiando il fabbricato dov’erano gli uffici, portava verso la fattoria dell’istituto. Non differiva in nulla dalle altre vie di campagna con vecchie carreggiate e bonarie erbacce, e un sole ardente la dardeggiava. Ma tutti i visitatori furono stupiti, anzi trasecolati e indignati di trovarsi su una qualsiasi strada onesta e sana dopo aver già percorso un lungo cammino avventuroso. Al primo momento la libertà aveva qualcosa di sconcertante, sebbene assai piacevole, e bisognava assuefarsi di nuovo. In Clarisse, dove tutte le collisioni erano immediate, la tensione si risolse in una risata squillante.
Il dottor Friedenthal attraversò la strada
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sorridendo e aprì una pesante porticina di ferro nel muro di un parco.
- Incomincia solo adesso! – disse dolcemente.
E ora erano davvero in quel mondo che da settimane attirava inesplicabilmente Clarisse, e non solo col brivido dell’inconfrontabile e del precluso, ma come se fosse suo destino vivere lì una vicenda che non riusciva a immaginare. Sulle prime quel mondo non si distingueva affatto da un gran parco antico che da una parte saliva a un piccolo poggio dove fra gruppi di alberi maestosi sorgevano edifici bianchi simili a villette. Nello sfondo l’ampio cielo prometteva una bella vista, e Clarisse osservò lassù ammalati con infermieri, quali seduti e quali in piedi, che sembravano angeli bianchi. Il generale von Stumm ritenne adatto il
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momento per riprendere la conversazione con
Ulrich.
- Dunque, voglio seguitare a prepararti per questa sera, – egli incominciò. – Italiani, Russi, Francesi e anche Inglesi, hai capito, si armano fino ai denti, e noi…
- Voi volete la vostra artiglieria, lo so già, – interruppe Ulrich.
- Anche questo! – continuò il generale. – Ma se non mi lasci mai finire saremo di nuovo in mezzo ai matti e non potremo parlare in pace. Volevo dire che noi siamo al centro e ci troviamo in una posizione molto pericolosa dal punto di vista militare. E in questa posizione si pretende da noi, parlo dell’Azione Patriottica, nient’altro che bontà e comprensione umana!
- E voi vi ribellate. L’ho già capito!
- Ma al contrario! – protestò von Stumm. -
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Non ci ribelliamo affatto. Consideriamo il pacifismo una cosa molto seria. Però vorremmo attuare il nostro programma d’armamenti. E se possiamo farlo per così dire a braccetto col pacifismo saremmo protetti nel modo migliore contro il sospetto d’imperialismo e l’accusa di voler turbare la pace! Perciò ammetto che ci siamo un po’ concertati con la Drangsal. Ma d’altra parte bisogna procedere con precauzione; perché ora infatti abbiamo nell’Azione Patriottica anche il partito avverso, la corrente nazionalistica, che è contraria al pacifismo e favorevole al rafforzamento dell’esercito!
Il generale non terminò e dovette inghiottire il resto con faccia amareggiata perché erano quasi arrivati in cima e il dottor Friedenthal aspettava il suo gruppetto. Il praticello degli
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angeli bianchi era cinto da una leggera cancellata e la guida l’oltrepassò senza darvi importanza, come un semplice preludio.
- Un “reparto tranquillo”, – spiegò il medico. C’erano soltanto donne; avevano i capelli
sciolti sulle spalle e i loro visi erano repulsivi, con lineamenti molli, enfiati, deformi. Una di esse corse subito dal medico e gli consegnò una lettera.
- È sempre la stessa storia, – disse Friedenthal e lesse forte: – “Adolfo mio adorato! Quando vieni? Mi hai dimenticata?” – La donna, più che sessantenne, ascoltava con aria ebete.
- La spedirai subito, vero? – ella pregò.
- Certo! – promise il dottor Friedenthal e sotto i suoi occhi strappò la lettera ammiccando alla sorvegliante. Clarisse lo
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rimproverò:
- Come può agire così? – esclamò con sdegno. – I malati bisogna prenderli sul serio!
- Venga via! – esortò Friedenthal. Non mette conto di fermarsi qui. Se vuole le posso mostrare centinaia di lettere simili. Avrà osservato che la vecchia è rimasta indifferente quando ho strappato il suo biglietto.
Clarisse era allibita perché ciò che diceva il dottore era vero ma le sconvolgeva le idee. E prima che fossero riordinate furono confuse di nuovo perché mentre lasciavano il luogo un’altra vecchia che era rimasta in agguato sollevò il grembiulone e mostrò ai signori che le passavano accanto le sue brutte cosce di vecchia, sopra le grosse calze di lana, fino alla pancia.
- Uh, che vecchia troia! – borbottò nauseato
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Stumm von Bordwehr, e per lo schifo dimenticò un momento la politica.
Clarisse aveva scoperto che le gambe della demente somigliavano alla faccia. Probabilmente mostravano le stesse stigmate di decadenza fisica, ma in Clarisse sorse per la prima volta l’impressione di bizzarre attinenze e di un mondo in cui le cose vanno diversamente da quel che si può intendere coi concetti ordinari. Allo stesso tempo pensò anche che non aveva percepito la metamorfosi degli angeli bianchi in quelle femmine, e che anzi pur trovandosi in mezzo a loro non aveva saputo distinguere le malate dalle loro guardiane. Si girò a guardare, ma erano già svoltati intorno a una casa ed ella seguì i compagni incespicando come un bambino che cammina col capo volto all’indietro. Dal susseguirsi d’impressioni
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cominciò a non formarsi più il limpido ruscello di avvenimenti, quale noi vediamo la vita, bensì un turbinio schiumoso con qualche superficie liscia che emergeva talvolta e restava nella memoria.
- Anche qui siamo in un reparto tranquillo. Per uomini, questo, avvertì il dottore raccogliendo la sua piccola schiera e quando s’avvicinarono al primo letto presentò l’occupante ai visitatori, con voce cortesemente smorzata, come un “caso di demenza paralitica depressiva”
- Un vecchio sifilitico. Delirio di colpa. Psicosi di annullamento, – bisbigliò Siegmund alla sorella. Clarisse si trovò dinanzi a un vecchio signore sulla sessantina che aveva l’aria di aver appartenuto un tempo all’altissima società. Sedeva diritto sul letto, il
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colore della sua pelle era bianchissimo, e altrettanto bianchi erano i capelli folti che gli incorniciavano il volto ben curato e spiritualissimo; un volto così inverosimilmente nobile come se ne trovan descritti solo nei peggiori romanzi.
- Non si potrebbe fargli fare il ritratto? – chiese Stumm von Bordwehr. – L’incarnazione della bellezza spirituale: vorrei regalare il quadro a tua cugina! – dichiarò a Ulrich. Il dottor Friedenthal sorrise malinconicamente e replicò:
- L’espressione nobile è causata dal rilassamento dei muscoli del viso Poi fece notare ai visitatori con un gesto fugace la fissità della pupilla e li condusse oltre: il tempo era scarso, data l’abbondanza del materiale. Il vecchio signore, che aveva annuito
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dolorosamente a tutto ciò che era stato detto al suo capezzale, rispondeva ancora sommesso e angosciato quando i cinque erano già alcuni letti più in là presso il secondo caso scelto dal dottor Friedenthal.
Questa volta si trattava di un artista, un pittore grasso e allegro, il cui letto era accanto alla finestra; sulla coperta aveva fogli e matite e passava tutta la giornata a disegnare. Clarisse fu subito colpita dalla gaia irrequietezza dei suoi movimenti. “Così dovrebbe dipingere Walter!” ella pensò. Friedenthal, accortosi del suo interesse, prese un foglio al grassone e lo tese a Clarisse; il pittore ridacchiò, comportandosi come una ragazza pizzicata da un giovanotto. Clarisse intanto contemplava stupefatta l’abbozzo di un grande quadro schizzato con perfetta sicurezza, molto
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descrittivo e persino triviale: un’infinità di figure aggrovigliate su vari piani prospettici in una sala riprodotta così minuziosamente che il lavoro sembrava uscito dall’Accademia di Belle Arti tanto era sano e professionale.
- Straordinariamente ben fatto! – ella esclamò senza volerlo. Friedenthal sorrideva lusingato.
- Prendi su! – gli gridò tuttavia il pittore. – Vedi che al signore piace? Mostragliene degli altri. Il signore ha detto “straordinariamente ben fatto”! Mostragli qualche altra cosa. Lo so già che tu ridi di me, ma a lui invece la mia roba piace! – Aveva parlato con bonomia e pareva in buoni rapporti col medico anche se questi non apprezzava la sua arte.
- Oggi non abbiamo tempo per te, gli rispose
Friedenthal, e rivolto a Clarisse riassunse così
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la sua critica: – Non è schizofrenico; purtroppo in questo momento non ne abbiamo altri, e sovente sono grandi artisti, molto moderni.
- E ammalati? – dubitò Clarisse.
- Perché no? – sospirò Friedenthal pateticamente. Clarisse si morse le labbra.
Intanto Stumm e Ulrich erano già sulla porta dell’altra camera e il generale disse:
- Adesso che vedo costoro, mi pento di aver dato dell’idiota al mio attendente, poc’anzi; non lo farò mai più! Stavano appunto affacciati alla stanza degli idioti gravi.
Clarisse non li aveva ancora visti e pensava: “Dunque anche un’arte rispettabile e rispettata come l’accademia ha una sorella rinnegata, defraudata e tuttavia quasi identica in manicomio?” Quel pensiero la colpì ancor più che la frase di Friedenthal esprimente la
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speranza di mostrarle alla prossima occasione dei pittori espressionisti. Ma anche su questa idea bisognava ancora riflettere.
Teneva la testa china e seguitava a mordersi le labbra. Qui c’era qualcosa che non andava. Era uno sbaglio manifesto chiudere in manicomio gente dotata di tanto ingegno; i medici s’intendevano di malattie, ella pensò, ma forse non di arte in tutta la sua portata. Ella sentiva che qualcosa doveva accadere, ma non sapeva bene che cosa. Tuttavia non si perse d’animo, giacché il pittore l’aveva chiamata “il signore” e questo le pareva un buon segno.
Friedenthal la osservava con curiosità. Sentendo il suo sguardo Clarisse gli rivolse
un fine sorriso e gli si avvicinò, ma prima di poter dire qualcosa un’impressione terribile
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spense in lei ogni pensiero. Nei letti della nuova stanza eran seduti o buttati una serie di orrori. Tutto di quei corpi era storto, imbrattato, contraffatto o paralitico. Dentature guaste. Teste ciondolanti. Crani troppo grandi, troppo piccoli e tutti deformi. Mascelle cascanti, colanti di saliva, bocche macinanti a vuoto, animalescamente, senza cibo né parole. Sembrava che fra quelle anime e il mondo vi fossero barriere di piombo, spesse metri e metri, e dopo le risa sommesse e il brusio dell’altra stanza, qui colpiva l’orecchio un cupo silenzio rotto soltanto da grugniti e mugolii. Le sale dei gravemente affetti da idiozia sono fra gli spettacoli più raccapriccianti che si posson trovare nelle brutture di un manicomio, e Clarisse si sentì sprofondare in una tenebra fitta e spaventosa dove non distingueva più
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nulla.
Ma il dottor Friedenthal, la guida, ci vedeva anche al buio, e additando certi letti disse:
- Questi son casi di idiozia, e quegli altri di cretinismo. – Stumm von Bordwehr aguzzò gli orecchi:
- Un cretino e un idiota non sono la stessa cosa? – domandò.
- No, sotto l’aspetto medico son due cose diverse, – lo informò il medico.
- Interessante, – disse Stumm. – Non lo si penserebbe mai, nella vita quotidiana! Clarisse andava da un letto all’altro. Scrutava intensamente i malati, sforzandosi al massimo senza poter capir nulla di quei visi che non s’accorgevano di lei. Tutte le immagini vi si spegnevano. Il dottor Friedenthal la seguiva
spiegando:
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- Idiozia familiare amaurotica. Sclerosi ipertrofica tuberosa. Idiozia timica. Il generale che s’era stufato di vedere ebeti e lo stesso supponeva di Ulrich, guardò l’orologio e disse:
- Dov’eravamo rimasti? Bisogna approfittare del tempo! – E partì bruscamente: – Dunque ricordati, per favore: il Ministero della Guerra si vede a fianco i pacifisti da una parte e dall’altra i nazionalisti…
Ulrich, meno agile di lui nello svincolarsi dall’ambiente, lo guardava sbalordito.
- Ma non sto scherzando! – esclamò Stumm.
- Sto parlando di politica! Bisogna far qualcosa. L’abbiamo detto poco fa. Se non si combina nulla, viene il genetliaco dell’Imperatore, e ci facciamo una bella figura! Ma che cos’è che bisogna fare? La domanda è logica, non è vero? E dunque, riassumendo un po’ volgarmente
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quello che t’ho già detto, i primi ci chiedono di aiutarli ad amare tutta l’umanità, i secondi di permetter loro di fregare gli altri affinché vinca il sangue più nobile, o come diavolo si dice. Entrambe le idee hanno del buono. E perciò, in conclusione tu dovresti metterle d’accordo perché non nascano guai!
- Io? – protestò Ulrich quando l’amico ebbe fatto scoppiare così la sua bomba, e si sarebbe messo a ridere se il luogo fosse stato più adatto.
- Proprio tu! – ripeté il generale fermamente.
- Io ti sosterrò volentieri, ma tu sei il segretario dell’Azione e il braccio destro del conte Leinsdorf!
- Ti cerco un posto qua dentro, dichiarò
Ulrich risoluto.
- Va bene, – disse il generale, che aveva
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imparato alla Scuola di Guerra come per superare un ostacolo imprevisto occorra mostrarsi impassibili. – Se mi fai ricoverare qui forse troverò colui che ha inventato l’idea più grande del mondo. Fuori s’è perso il gusto delle grandi idee – Guardò di nuovo l’orologio. – Pare che ci siano qua dentro certi che si credono il papa o il padreterno: non ce ne hanno ancora mostrato neanche uno, ed erano proprio quelli che desideravo vedere. La tua amica è terribilmente meticolosa, – egli si lamentò.
Il dottor Friedenthal staccò cautamente Clarisse dalla contemplazione degli oligofrenici. L’inferno non è interessante, è spaventoso. Anche gli scrittori più forniti di fantasia, quando invece di renderlo umano – come ha fatto Dante, che l’ha popolato di letterati e di gran personaggi, distraendo così l’attenzione
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dalla tecnica del castigo – hanno tentato di darne un quadro esemplare, non son riusciti che a descrivere goffe torture e poco immaginose distorsioni di usanze terrene. Invece proprio il vuoto pensiero del castigo e del tormento, infiniti, inimmaginabili e perciò ineluttabili, il presupposto di un peggioramento inaccessibile ad ogni sforzo in contrario, ha l’attrazione dell’abisso. Così sono anche i manicomi. Sono case di poveri. Hanno un poco la mancanza di fantasia dell’inferno. Ma molta gente che non conosce le cause delle malattie mentali nulla teme, accanto alla possibilità di perdere il suo denaro, quanto la possibilità di perdere un giorno la ragione; ed è stranamente grande il numero di coloro che son tormentati dalla paura di perdere improvvisamente se stessi. La sovrestimazione del proprio valore
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porta probabilmente all’esagerazione degli orrori di cui i sani si figurano popolate le case dei malati.
Anche Clarisse soffriva di una leggera delusione provocata da una vaga attesa assimilata con la sua educazione. Per il dottor Friedenthal avveniva il contrario. Era abituato a quel trantran. Ordine come in una caserma o in ogni altra comunità, alleviamento delle principali sofferenze e incomodi, prevenzione dei peggioramenti evitabili, ogni tanto un miglioramento, una guarigione: questi erano gli elementi della sua attività quotidiana. Osservare molto, sapere molto, ma senza ricavarne un quadro soddisfacente delle correlazioni, era la sua parte spirituale. Nella visita attraverso le varie sezioni, ordinare oltre ai rimedi contro la tosse, il raffreddore, la
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stitichezza e le ferite, qualche sedativo, qualche calmante, era il suo lavoro di sanitario. Solo quando un contatto col mondo normale evocava il contrasto, egli percepiva la spettrale abiezione del mondo in cui viveva; non tutti i giorni, ma le visite offrono tali occasioni, e perciò lo spettacolo che si svolgeva davanti a Clarisse era ordinato con un certo senso della regia e dopo averla svegliata dai suoi pensieri continuò subito con qualcosa di nuovo e di più altamente drammatico.
Infatti appena ebbero lasciato il reparto si unirono a loro parecchi uomini grandi e grossi, con larghe spalle, facce da bravi caporali e camici puliti. Ciò accadde in un tale silenzio da far l’effetto d’un rullo di tamburo.
- Adesso entriamo in un reparto di agitati, – annunziò Friedenthal, e già s’avvicinavano a
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uno schiamazzo, a un gridio, che pareva erompere da un’immensa gabbia d’uccelli. Giunti davanti alla porta si vide che questa non aveva maniglia, ma uno dei guardiani l’aprì con una chiave e Clarisse si preparò a entrare per prima, come aveva fatto fino allora; ma il dottor Friedenthal fu svelto a tirarla indietro.
- Qui bisogna aspettare! – egli disse senza scusarsi, in tono stanco e significativo. Il guardiano che aveva schiuso la serratura aprì un poco il battente coprendo lo spiraglio col suo corpo poderoso, e dopo aver prima origliato poi spiato verso l’interno, s’infilò dentro lestamente e un altro infermiere lo seguì ponendosi all’altro lato dell’ingresso. A Clarisse il cuore incominciò a battere forte. Il generale disse in tono d’approvazione:
- Avanguardia, retroguardia, copertura dei
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fianchi!
E così protetti entrarono e furono accompagnati da un letto all’altro dai colossali infermieri. Tutti i pazzi roteavano gli occhi e le braccia, eccitati e urlanti; era come se ciascuno vociasse in uno spazio esistente solo per lui, e tuttavia parevano tutti presi in una frenetica conversazione, come uccelli esotici rinchiusi in una voliera, dove ciascuno parla il linguaggio di una terra diversa. Alcuni erano liberi, altri erano legati all’orlo dei letti con cinghie che lasciavano pochissimo gioco alle mani.
- Pericolo di suicidio, – spiegò il medico, e nominò le malattie: paralisi, paranoia, demenza precoce e altre erano le razze a cui appartenevano quegli uccelli forestieri.
Clarisse in principio si sentì di nuovo intimidita da quell’impressione confusa e non
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trovava un punto d’appoggio. Così le parve un segno incoraggiante che uno da lontano le facesse cenni vivaci e le gridasse parole mentre lei era ancora a parecchi letti di distanza. Il malato si dimenava sul suo giaciglio, come se volesse disperatamente liberarsi per correrle incontro, dominava tutto il coro con le sue accuse e scoppi d’ira e attirava sempre più l’attenzione di Clarisse. Mentre gli si avvicinava la turbava via via maggiormente la sensazione che egli parlasse a lei soltanto, tuttavia ella non capiva affatto ciò che l’uomo si sforzava di esprimere. Quando finalmente furono accanto al suo letto, il capo infermiere bisbigliò qualcosa al medico, così piano che Clarisse non l’intese, e Friedenthal diede qualche disposizione con faccia molto seria. Poi rivolse la parola al malato in tono scherzoso. Il pazzo
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non rispose subito, però chiese improvvisamente:
- Chi è quel signore? – e puntava il dito verso Clarisse. Friedenthal indicò il fratello e rispose che era un medico di Stoccolma.
- No, questo! – insisté il malato, sempre additando Clarisse. Friedenthal sorrise e disse che era una dottoressa viennese.
- No. Questo è un signore, – rimbeccò il malato, poi tacque. Clarisse sentiva il cuore batterle in gola. Anche questo dunque la prendeva per un uomo!
Infine il pazzo disse lentamente:
- È il settimo figlio dell’Imperatore.
Stumm von Bordwehr diede una gomitata a
Ulrich.
- Non è vero, – contraddisse Friedenthal, e continuando il gioco si rivolse a Clarisse
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coll’invito: – Gli dica lei stessa che s’inganna.
- Non è vero, amico mio, – mormorò Clarisse, che per la commozione quasi non riusciva a parlare.
- Sì che sei il settimo figlio, ripeté l’altro, ostinato.
- No, no, – assicurò Clarisse ed era così turbata che gli sorrise come in una scena d’amore con labbra irrigidite dalla febbre della ribalta.
- Sei tu! – esclamò il malato, fissandola con uno sguardo che Clarisse non avrebbe saputo come definire. Nessuna risposta le veniva più in mente, ed ella guardava negli occhi, perplessa e amichevole, il malato che la credeva un principe, seguitando a sorridergli. Dentro di lei intanto accadeva qualcosa di strano: si andava formando la possibilità di dargli
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ragione. Sotto il peso di quell’affermazione reiterata qualcosa in lei si scioglieva, ella perdeva in qualche modo la padronanza sui propri pensieri e si formavano nuove connessioni di idee che prendevan contorno nella nebbia: non era il primo, colui, che volesse sapere chi era e la scambiasse per un “signore” Ma mentre ancora, impigliata in quello strano groviglio, lo guardava nel viso di cui non riusciva a cogliere l’età né gli altri avanzi di vita libera che vi rimanevano impressi, avvenne in quel viso e in tutto l’uomo qualcosa di assolutamente incomprensibile. Fu come se lo sguardo di Clarisse diventasse a un tratto troppo greve per gli occhi su cui posava, perché in questi ella vide un tentennamento, un crollo. Ma anche le labbra si misero in moto, e, come grosse gocciole che cadevano
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sempre più fitte, si mischiarono al volubile chiacchierio aperte oscenità. Clarisse fu così sconcertata da quella sgusciante trasformazione come se a lei stessa qualcosa scivolasse via, e involontariamente alzò le braccia verso l’infelice: e prima che qualcuno potesse impedirlo, il pazzo le balzò incontro: buttò via la coperta e già, in ginocchio sul letto, maneggiava il suo membro, come le scimmie che si masturbano in cattività.
- Non far porcherie! – disse il medico pronto e severo, e nello stesso momento gli infermieri afferrarono l’uomo e le coperte e ne fecero istantaneamente un involucro che giacque immoto. Ma Clarisse aveva la faccia in fiamme; si sentiva sconvolta come certe volte in ascensore quando si perde il contatto con la terra. Le parve improvvisamente che tutti gli
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ammalati già visti le gridassero dietro, e quelli non ancora visitati le gridassero incontro. E il caso volle, o la forza contagiosa dell’agitazione, che anche il malato seguente, un vecchietto gentile, che già da lontano aveva rivolto frasi scherzose e bonarie ai visitatori, nell’istante in cui Clarisse gli passò accanto saltò su e incominciò a inveire con parole scurrili che gli lasciavano sulla bocca una schiuma disgustosa. I pugni degli infermieri afferrarono anche lui, come grossi martelli che stritolano ogni resistenza.
Ma il mago Friedenthal sapeva ben graduare le sue esibizioni. Protetti come all’ingresso dai solidi accompagnatori, lasciarono la sala uscendo dalla parte opposta, e di colpo l’orecchio fu avvolto da un grande silenzio. Si trovarono in un corridoio nitido col
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pavimento di linoleum e incontrarono gente vestita coi panni della domenica e graziosi bambini, che salutavano il medico pieni di fiducia e di cortesia. Erano i parenti dei malati, che aspettavano di essere ammessi alla visita, e di nuovo l’impressione del mondo sano fu molto singolare; quelle persone modeste e gentili coi loro abiti migliori sembravano al primo momento bambole o fiori artificiali, molto ben imitati. Ma Friedenthal passò in fretta, avvertendo gli amici che ora li avrebbe portati in un reparto di assassini e altri vari pazzi criminali. Le cautele e i visi degli accompagnatori infatti, quando si trovarono davanti a un’altra porta di ferro, annunziavano il peggio. Entrarono in un cortile chiuso, con una galleria tutt’intorno, che somigliava ai giardini d’arte moderni dove ci sono molte
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pietre e poche piante. Come un dado di silenzio vi stava dentro l’aria vuota, solo dopo un po’ si scopriva che uomini taciturni eran seduti lungo le pareti. Vicino all’ingresso erano accoccolati ragazzi idioti, mocciosi, sporchi e immobili, come se un grottesco capriccio di scultore li avesse applicati ai pilastri della porta vicina, il primo della fila un po’ scostato dagli altri era un uomo del popolo che indossava ancora il vestito scuro della festa, però senza colletto; doveva esser stato ricoverato da poco ed era indicibilmente patetico nella sua non appartenenza ad alcun luogo. Clarisse si figurò improvvisamente il dolore che avrebbe dato a Walter se l’avesse lasciato, e poco mancò che non scoppiasse in pianto. Le accadeva per la prima volta, ma si rimise rapidamente, perché gli altri malati davanti a cui passarono
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destavano soltanto quell’impressione di muta abitudine che si osserva nelle prigioni; salutavano timidi e gentili e facevano piccole richieste. Solo uno, un giovane, divenne insistente e cominciò a lamentarsi; Dio solo sapeva da quale oblio egli fosse emerso. Pretendeva che il medico lo lasciasse uscire e voleva sapere perché l’avevano rinchiuso, e quando Friedenthal rispose evasivo che non a lui ma solo al direttore spettava ogni decisione, non si diede per vinto; le sue preghiere cominciarono a ripetersi come una catena che gira sempre più in fretta, e a poco a poco il tono si fece perentorio, crebbe fino alla minaccia e da ultimo fino alla sfida tra incosciente e animalesco. Quando fu giunto a quel punto, i giganti lo ricacciarono giù sulla panca ed egli tornò a raggomitolarsi come un
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cane nel suo silenzio, senza aver ottenuto risposta. Clarisse ormai queste cose le conosceva già, e si confondevano soltanto con l’eccitazione generale a cui era in preda.
D’altronde non ebbe il tempo d’indugiare perché all’estremità opposta del cortile c’era un’altra porta blindata e lì stavano bussando i guardiani. Era una novità perché finora avevano aperto le porte con precauzione ma senza preavviso. Questa volta invece picchiarono quattro volte col pugno e tesero l’orecchio all’agitazione che trapelava al di fuori.
- A questo segno tutti, dentro, devono schierarsi lungo le pareti o sedersi sulle panche, – spiegò Friedenthal.
E infatti, mentre la porta s’apriva a grado a grado, si vide che tutti i malati, mentre prima
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circolavano, quali silenziosi, e quali schiamazzanti, avevano obbedito come disciplinatissimi carcerati. E tuttavia gli accompagnatori continuavano a stare talmente in guardia che Clarisse all’improvviso s’attaccò al braccio del dottor Friedenthal e chiese sgomenta se fra quelli c’era Moosbrugger. Friedenthal negò col capo, senza parlare. Non aveva tempo. Ammonì in fretta i visitatori che dovevano rimanere a due passi almeno di distanza da ogni ricoverato. La responsabilità dell’impresa pareva tuttavia pesargli alquanto. Erano sette contro trenta, in un cortile remoto, murato, abitato soltanto da pazzi che quasi tutti avevano già commesso un omicidio. Gli uomini avvezzi a portar armi si sentono più inermi degli altri quando non ne portano; perciò non si può biasimare il generale, che
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aveva lasciato la sciabola nella sala d’aspetto, se domandò al medico:
- Ma lei non ha con sé nessun’arma?
- Attenzione ed esperienza! – rispose Friedenthal, che era rimasto lusingato della domanda. – Tutto sta nel saper soffocare in germe ogni segno di rivolta.
E infatti, appena uno faceva anche il più piccolo movimento fuori dei ranghi, i guardiani gli si gettavano addosso e lo ricacciavano così precipitosamente al suo posto, che queste aggressioni sembravano i soli atti di violenza occorrenti. Clarisse li disapprovava. “I medici forse non capiscono, – ella pensava, – che tutti costoro, pur rimanendo sempre chiusi qua dentro senza sorveglianza, non si fanno male gli uni agli altri; e sono pericolosi solo per noi, che veniamo da un mondo estraneo!”
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Voleva parlare con uno di essi; si sentì certa, a un tratto, che sarebbe riuscita a trovare il modo giusto per capire e farsi capire. Vicino alla porta, in un angolo, c’era un uomo robusto di media statura con la barba bruna e occhi acutissimi; era addossato al muro, a braccia conserte, e osservava rabbiosamente gli intrusi. Clarisse fece un passo verso di lui, ma subito il dottor Friedenthal le posò una mano sul braccio e la trattenne.
- Non questo, – disse a mezza voce. Scelse per Clarisse un altro assassino e gli parlò. Piccolo, tozzo, col cranio aguzzo e rasato del galeotto, il medico lo sapeva socievole; infatti l’interpellato si mise subito sull’attenti e rispondendo con premura scoperse due file di denti che ricordavano sinistramente due file di
pietre tombali.
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- Provi a chiedergli perché è qui, suggerì il dottor Friedenthal al fratello di Clarisse, e Siegmund interrogò il tracagnotto dalla testa a punta:
- Perché sei qui dentro?
- Lo sai benissimo, – fu la secca risposta.
- No, non lo so, – replicò Siegmund scioccamente, non volendo darsi subito per vinto. – Suvvia, dimmelo!
- Lo sai benissimo! – ripeté l’altro con maggior forza.
- Perché sei così poco gentile con me? – domandò Siegmund. – Ti assicuro che non lo
so!
“Oneste menzogne!” pensò Clarisse, e si rallegrò che il malato rispondesse semplicemente:
- Perché voglio! Io posso fare quel che voglio!
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- ripeté l’uomo digrignando i denti.
- Ma non bisogna essere scortesi senza ragione! – brontolò il povero Siegmund che, come il pazzo, non trovava di meglio da dire.
Clarisse era furente di vederlo recitare la parte stupidissima d’uno che al giardino zoologico stuzzica una belva in gabbia.
- Non ti riguarda! Io faccio quello che voglio, hai capito? Quello che voglio! – gridò il pazzo strepitando come un sottufficiale, e rise in qualche modo col viso, ma non con gli occhi né con la bocca, che invece erano colmi entrambi di una collera bieca.
Perfino Ulrich pensò: “Non vorrei esser solo con quel tipo” Siegmund durava fatica a rimanere al suo posto: il demente gli si era piantato di fronte, e Clarisse sperò che prendesse il fratello per il collo, e gli morsicasse
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la faccia. Tranquillamente Friedenthal assisteva alla scena senza intervenire, giacché di un collega ben si poteva fidare, e d’altronde si divertiva molto del suo imbarazzo. Lasciò che il battibecco giungesse al punto culminante e solo quando Siegmund rimase senza parole diede il segno della partenza. Ma intanto era sorto di nuovo in Clarisse quel desiderio d’intromettersi; aveva preso forza man mano che le domande e risposte s’incalzavano, e a un tratto ella non si poté più trattenere, avanzò verso il malato e dichiarò:
- Io vengo da Vienna!
Era senza senso, come un suono qualsiasi, uno squillo di tromba. Ella ignorava che cosa se ne ripromettesse e come le fosse venuto in mente, né si era chiesta se il malato sapesse in che città si trovava; e se lo sapeva, la frase
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aveva meno senso che mai. Ma Clarisse la pronunciò con fiduciosa sicurezza.
E in verità accadono ancora miracoli, sebbene quasi esclusivamente nei manicomi; mentre Clarisse tutta ardente di commozione diceva quelle parole, una luce si stese sulla faccia dell’assassino; i suoi denti di lupo scomparvero dietro le labbra e lo sguardo pungente divenne benevolo.
- Oh, la meravigliosa Vienna! Una città incomparabile! – egli esclamò con l’orgoglio dell’antico borghese che sa tornire i suoi periodi come si deve.
- Mi congratulo con lei! – disse ridendo il dottor Friedenthal.
Ma agli occhi di Clarisse l’episodio era di grande importanza.
- E adesso si va da Moosbrugger! -
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annunziò Friedenthal.
Ma non ne ebbero più il tempo. Erano usciti guardinghi dai due padiglioni e si stavano avviando verso un edificio isolato, sull’alto del parco, quando giunse di corsa un inserviente che aveva l’aria di averli già cercati dappertutto. Costui prese in disparte il dottor Friedenthal e gli fece sottovoce una lunga ambasciata che a giudicare dalla faccia del dottore, il quale ogni tanto interrompeva con domande, doveva essere importante e poco piacevole. Infine Friedenthal tornò verso il gruppo in attesa, e con un gesto solenne si scusò di dover terminare il giro perché doveva recarsi in una delle sezioni chiamatovi da un incidente di cui non poteva prevedere la durata. S’era rivolto soprattutto al personaggio di maggior riguardo, in uniforme di generale
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sotto il camice bianco; ma Stumm von Bordwehr dichiarò con riconoscenza che ormai della perfetta organizzazione e disciplina dell’istituto aveva avuto un quadro più che sufficiente e dopo quanto s’era visto un assassino di più poco contava. Clarisse invece fece un viso così costernato e deluso che Friedenthal suggerì che ritornassero prossimamente per la visita a Moosbrugger e a qualche altro caso, e promise di telefonare a Siegmund per stabilire il giorno.
- Molto gentile da parte sua, – ringraziò il generale a nome di tutti, – ma io per mio conto non so se i miei impegni mi consentiranno di intervenire.
Gli accordi furono presi con quella riserva, e Friedenthal scomparve tosto dietro l’altura, mentre gli altri accompagnati dall’inserviente
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s’avviarono all’uscita. Lasciarono la strada e presero una scorciatoia che scendeva fra bei gruppi di faggi e di platani. Il generale s’era tolto il camice e lo portava disinvoltamente sul braccio come una spolverina in gita, ma non fu più possibile avviare un discorso. Ulrich non aveva nessuna voglia di farsi ancora indettare per la prossima serata, e anche Stumm era già troppo occupato del ritorno a casa. Però mentre camminava galantemente alla sinistra di Clarisse sentiva il dovere di rivolgerle ogni tanto qualche frase briosa. Ma Clarisse era distratta e taciturna. “Chi sa, forse si vergogna ancora per la scena di quel sudicione?” egli pensò, e avrebbe voluto spiegarle perché, date le circostanze, non aveva potuto cavallerescamente frammettersi in sua difesa; d’altra parte capiva che il meglio era non
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parlarne. Così il ritorno fu silenzioso e adombrato.
Solo quando ebbe affidato Clarisse e il fratello alle cure di Ulrich e fu salito sulla sua carrozza Stumm von Bordwehr ritrovò il suo buonumore; e con esso gli venne anche un pensiero che rimetteva un certo ordine in quelle angosciose visioni. Aveva tolto un sigaro dall’astuccio di cuoio e, ben adagiato sui cuscini, lanciò le prime nuvolette azzurre nell’aria piena di sole. Placidamente si disse:
“Dev’essere proprio terribile essere matti a quel modo! To, solo ora mi viene in mente che là dentro non ho visto fumare nessuno. Davvero non sappiamo quanto stiamo bene, noialtri sani!”
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34. Si delinea un grande avvenimento. Il conte Leinsdorf e l’Inn
A quella giornata tempestosa seguì il “grande ricevimento” in casa Tuzzi.
L’Azione Parallela si dispiegava in tutta la sua gloria. Sfolgoravano occhi, sfolgoravano gioielli, sfolgoravano nomi, sfolgorava lo spirito. Un malato di mente avrebbe magari potuto concludere che occhi, gioielli, nomi e spirito, in una serata del genere, sono tutt’uno: non avrebbe avuto interamente torto. C’era tutta la società che non si trovava in Riviera o sui laghi
italiani, tranne pochi che a quel tempo
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dell’anno, verso la fine della stagione, per principio non ammettevano più alcun “avvenimento”
Al loro posto c’era molta altra gente mai vista prima. Il lungo intervallo aveva aperto lacune nell’elenco degli inviti e per riempirle s’era ricorso in fretta a nomi nuovi, secondo le avvedute consuetudini di Diotima; anche il conte Leinsdorf aveva dato all’amica una lista di persone da invitare per opportunità politica, e una volta sacrificata a queste superiori considerazioni l’esclusività del suo salotto ella era stata meno rigida delle altre volte. Del resto Sua Signoria era la sola causa di quel solenne convegno; Diotima era dell’opinione che all’umanità si può giovare solo procedendo a coppie. Ma il conte Leinsdorf insisteva nel suo
parere:
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- Patrimonio e cultura non hanno fatto il loro dovere nell’evoluzione storica; dobbiamo compiere un ultimo tentativo!
Il conte Leinsdorf ci ritornava su ogni volta.
- Mia cara, non s’è ancora decisa? – egli soleva chiedere. – Il tempo stringe. Gente d’ogni sorta manifesta tendenze distruttive: dobbiamo offrire alla cultura un’ultima occasione di mantenere l’equilibrio – Ma Diotima, distratta dalle multiformità dell’accoppiamento umano, era dimentica di tutto il resto.
Infine il conte Leinsdorf le fece delle rimostranze:
- Badi, mia cara, questo da lei proprio non me l’aspettavo. Adesso abbiamo trasmesso a tutti la parola d’ordine: azione. Io stesso ho provocato… be, a lei posso confidarlo… ho provocato le dimissioni del ministro degli
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Esteri; se n’è parlato solo in alto, anzi in altissimo loco; ma era già un vero scandalo, e nessuno aveva il coraggio di porvi fine! Dunque rimanga fra noi, – seguitò, – e ora il presidente del Consiglio prega che noi ci dedichiamo più intensamente all’inchiesta per stabilire i desideri della popolazione riguardo alla riforma amministrativa, perché il nuovo ministro non ci si raccapezza ancora. E proprio in questo momento vuol piantarmi in asso, lei che è sempre stata la più tenace? Dobbiamo, dobbiamo assolutamente offrire quest’ultima occasione al Patrimonio e alla Cultura! Ci pensi bene: o così, o in un altro modo!
Questa conclusione un po’ sconclusionata egli la pronunciò in tono assai minaccioso, per cui era chiaro che egli sapeva quel che voleva, e infatti Diotima si affrettò a promettere la sua
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pronta collaborazione; ma poi se ne dimenticò e non ne fece nulla.
Sicché un giorno il conte Leinsdorf fu preso dalla sua famosa energia e piombò da lei portato da quaranta cavalli.
- S’è fatto qualcosa? – egli domandò, e
Diotima dovette convenire di no.
- Conosce l’Inn, mia cara? – egli seguitò. Naturalmente Diotima conosceva quel fiume, il più noto dopo il Danubio, e strettamente legato alla geografia e alla storia del Paese. Fissò l’interrogante un po’ perplessa, pur sforzandosi di sorridere.
Ma il conte Leinsdorf era moralmente serio.
- Se da Innsbruck, – egli le spiegò, – si guarda la vallata dell’Inn, che paesucoli da nulla son tutti quelli che si vedono, e che fiume imponente è invece l’Inn qui da noi! Anch’io
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non ci avevo mai pensato – E crollò la testa. – Ma oggi per caso ho guardato una carta automobilistica e mi sono accorto che l’Inn viene dalla Svizzera. Probabilmente lo sapevo già – lo sappiamo tutti – ma non mi ero mai soffermato sull’idea. Nasce dal Maloja, è un ruscelletto ridicolo, come da noi il Kamp o la Morava. Ma che cosa ne hanno fatto gli Svizzeri? L’Engadina! Una regione di fama mondiale! L’Engad-Inn, mia cara! Lo sapeva che tutta quanta l’Engadina deriva dalla parola Inn? Io me ne sono accorto solo oggi: e noi con la nostra insopportabile modestia austriaca naturalmente non sappiamo mai mettere in valore quello che è nostro!
Dopo quella conversazione Diotima convocò prontamente la famosa adunata, un po’ perché riconosceva di dover aiutare Sua Signoria, un
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po’ perché temeva, se non lo assecondava, di spingere l’illustre amico a risoluzioni estreme.
Ma quando glielo disse, il conte Leinsdorf ammonì:
- E per favore, mia cara, questa volta non dimentichi di invitare la… sì, quella tale, quella che chiamate la “Calamità”; la sua amica, la Wayden, non mi dà pace per questo da settimane e settimane!
Diotima promise; eppure in altri tempi avrebbe considerato quest’indulgenza verso la sua emula come un’infrazione al dovere verso la patria.
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35. Sviluppo di un grande avvenimento. Il consigliere Meseritscher
QUANDO le sale risplendettero di luce e di invitati “si notò” non soltanto
Sua Signoria accanto ad altri
luminari della nobiltà di cui egli aveva sollecitato l’intervento, ma anche Sua Eccellenza il ministro della guerra e al suo seguito il generale Stumm von Bordwehr col viso spiritualizzato dall’eccesso di fatica intellettuale. “Si notò” Paul Arnheim. (Assai più efficace lasciare da parte il titolo. Il cronista lo fece a ragion veduta. È quel che si chiama
litote, ingegnosa semplicità d’espressione per
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cui uno si toglie per così dire un niente dal proprio corpo, come il re si sfila un anello, e lo mette al dito di un altro) Poi furono notati tutti quelli che avevano un nome nei Ministeri (il ministro dell’Istruzione e della Cultura durante una seduta della Camera Alta s’era personalmente scusato col conte Leinsdorf di non poter intervenire perché quel giorno stesso doveva recarsi a Linz per l’inaugurazione di una cancellata d’altare) Fu notato altresì che le Ambasciate e Legazioni straniere avevano mandato un’élite a rappresentarle. Si registrò poi la presenza dei personaggi più illustri “dell’arte, della scienza e dell’industria”, e quell’inalterabile associazione di tre attività borghesi rispondeva a una vecchia allegoria dell’operosità, che s’impadroniva da sé della penna del cronista. Infine questa alata penna
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non trascurava le signore: beige, rosa, cerise, crema… ricamati, a crespe, con tre frappe o aderenti sotto la vita; e fra la contessa Adlitz e la moglie del consigliere commerciale Weghuber era nominata la famosa Melanie Drangsal, vedova del chirurgo di fama mondiale “solita anch’essa ad accogliere amabilmente nella sua dimora il fiore dell’intellettualità” Veniva poi alla fine di quest’elenco Ulrich von * e sorella, senz’altra designazione; perché il cronista era rimasto in dubbio se scrivere: “di cui è nota la disinteressata attività al servizio della meritoria intrapresa che onora la Patria e la Cultura”, o addirittura: “un uomo di domani” Gli è che di questo beniamino del conte Leinsdorf si mormorava da un pezzo che un giorno o l’altro avrebbe trascinato il suo protettore a qualche sbaglio clamoroso, e la tentazione di
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mostrarsene informati era grande. Ma la profonda soddisfazione di colui che sa è sempre stata il silenzio, soprattutto se egli è un uomo prudente; e a ciò dovevano Ulrich e Agathe la nuda citazione dei loro nomi che venivano buoni ultimi, precedendo immediatamente quei personaggi della società e della cultura, che, non più nominati personalmente, erano solo destinati alla fossa comune di “tutto ciò che ha nome e fama” In quella fossa erano stati scaraventati molti, fra cui il celebre giurista professor Schwung, consigliere aulico, che si trovava di passaggio in città per un’inchiesta ministeriale, e, ancora per questa volta, il giovane poeta Friedel Feuermaul, perché pur sapendosi che egli aveva genialmente collaborato a promuovere la serata, non era ancora ben certo che con ciò si fosse già
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conquistato quel valore di tipo più solido che spetta naturalmente ai titoli e alle toilettes. Gente come il direttore Leo Fischel e famiglia – che avevano ottenuto l’accesso ai saloni di Diotima dopo grandi sforzi e per istanza di Gerda, senza disturbare Ulrich, e quindi solo grazie all’indulgenza momentaneamente regnante – furono sotterrati in un cantuccio. E solo la consorte di un giurista – che era assai conosciuto, ma in quella società restava al di sotto del limite di percezione – col suo nome segreto di Bonadea, ignoto persino alla Penna, fu in seguito disseppellita e collocata fra le toilettes, perché la sua apparizione era stata notata e ammirata universalmente.
Questa Penna, la vegliante curiosità del giornalismo, era naturalmente un uomo; di tali cronisti ve ne son sempre in quantità, ma a
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quel tempo nella metropoli di Cacania uno emergeva sopra tutti gli altri, ed era il consigliere governativo Meseritscher, editore, redattore capo e capocronista del Corriere del Parlamento e della Società da lui fondato. Nato a Meseritscher in Valacchia (onde il suo nome) verso l’anno sessanta del secolo precedente era migrato, giovanotto, nella capitale, deciso a scambiare la balcanica bettola paterna con la professione del giornalista e attratto dal fulgore del liberalismo che era allora all’apogeo. E subito aveva portato il suo contributo alla nuova era aprendo un’agenzia che forniva ai giornali piccole notizie locali di carattere poliziesco. Grazie alla diligenza e scrupolosità del proprietario quella forma iniziale del suo “Corriere” non solo ottenne la fiducia dei giornali e della polizia, ma fu presto notata
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anche da altre autorità e utilizzata per diffondere opportune notizie di cui non intendevano rispondere esse stesse; quindi preferita alle altre agenzie e provvista di materiale, finché occupò una posizione privilegiata nel campo dell’informazione ufficiosa. Uomo di grande energia e di instancabile passione al lavoro, Meseritscher, vedendo quel felice successo, aveva esteso la sua attività al reportage aulico e mondano, anzi si può dire che senza quell’allettamento non si sarebbe mai trasferito dal suo paese alla capitale. Liste di intervenuti senza un’omissione erano la sua specialità. Aveva una memoria straordinaria delle persone e di tutto ciò che si raccontava di esse, il che gli procurava ottimi rapporti sia con i salotti sia con gli ambienti criminali. Conosceva il gran
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mondo meglio di coloro che vi appartenevano e con inesauribile amore faceva conoscere gli uni agli altri quelli che si erano incontrati in società il giorno prima, come un vecchio gentiluomo al quale si confidano da anni i progetti matrimoniali e gli affari di famiglia. Così in ogni festa e solennità quell’ometto premuroso, zelante, sempre servizievole e sempre in moto, era una figura a tutti nota e, col tempo, proprio lui colla sua presenza conferiva a quelle cerimonie un valore che non si poteva più mettere in discussione.
La sua carriera era giunta al sommo con la nomina a consigliere governativo, e su tale nomina c’è qualcosa da osservare: la Cacania era il paese più pacifico del mondo, ma a un bel momento, nell’ingenua persuasione che guerre non ce ne sarebbero più state, aveva
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ideato di dividere i suoi funzionari in classi equiparate ai gradi dell’esercito, con uniformi e insegne corrispondenti. Da allora un consigliere governativo equivaleva a un tenente colonnello; in sé non era un grado molto alto, ma il conferimento a Meseritscher aveva questo di particolare: che il cronista, per un’usanza intrasgredibile alla quale, come tutte le cose intrasgredibili, si trasgrediva solo eccezionalmente, avrebbe dovuto invece esser nominato consigliere imperiale. Infatti un consigliere imperiale non era, come parrebbe a giudicare dal senso della parola, più di un consigliere governativo, ma meno: consigliere imperiale equivaleva soltanto a capitano. E Meseritscher doveva diventare consigliere imperiale perché quel titolo oltre che agli impiegati di cancelleria si dava solo ai liberi
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professionisti, come parrucchieri di corte, carrozzieri, eccetera, e per la stessa ragione anche a scrittori e artisti, mentre consigliere governativo era un vero titolo di funzionario. Nel fatto che Meseritscher lo ottenesse come primo e ultimo s’esprimeva dunque qualcosa di più che la sola importanza della carica e il giornaliero memento a non prender troppo sul serio quel che succedeva nel paese: il titolo ingiustificato confermava in modo fine e discreto all’infaticabile cronista la sua stretta appartenenza alla corte, allo stato e alla società.
Meseritscher era preso a modello da molti giornalisti del suo tempo e presiedeva importantissime associazioni di scrittori. Correva voce che si fosse fatta fare un’uniforme coi galloni d’oro, ma che l’indossasse soltanto
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qualche volta in casa sua. Però non poteva esser vero, perché Meseritscher serbava sempre ricordo della sua bettola di paese, e un buon oste non beve vino. Un buon oste sa anche i segreti di tutti i suoi avventori, ma non fa uso di tutto quello che sa; non s’immischia mai con le proprie opinioni in un discorso altrui, però racconta e tiene a mente fatti, aneddoti, motti di spirito. E così Meseritscher, che assisteva a tutte le feste come cronista autorizzato delle belle donne e degli uomini ragguardevoli, per conto suo non s’era mai sognato di andare da un bravo sarto; conosceva tutti i retroscena politici, ma di politica non scriveva neanche una riga; sapeva di tutte le invenzioni e scoperte del secolo, ma non ne capiva nessuna. Gli bastava sapere che tutto ciò era attuale e presente. Amava sinceramente il suo tempo, e
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questo lo ricambiava con un certo affetto, perché quotidianamente egli dava ragguaglio della sua esistenza.
Quando egli entrò, Diotima lo vide e lo chiamò a sé con un cenno.
- Caro Meseritscher, – ella disse con l’accento più amabile, – non avrà mica pensato che il discorso di Sua Signoria al Senato esprima le nostre convinzioni, e tanto meno che vada preso alla lettera?!
Sua Signoria infatti, in connessione con la caduta del ministro e irritato dai propri crucci, non solo aveva tenuto ai senatori un discorso molto commentato in cui rinfacciava alla sua vittima di esser venuto al vero spirito costruttivo della collaborazione e del rigore, ma s’era anche lasciato trascinare dal suo zelo a considerazioni generali che un po’ oscuramente
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culminavano in un giudizio sulla stampa, nel quale egli rimproverava a questa “istituzione promossa al rango di grande potenza” quasi tutto quello che un uomo di alto sentire, indipendente, obiettivo e cristiano può rimproverare a un istituto che secondo lui non ha nessuna di queste qualità. Era a questo che Diotima cercava diplomaticamente di metter riparo, e mentre ella trovava parole sempre più belle e meno comprensibili per spiegare la vera mentalità del conte Leinsdorf, Meseritscher l’ascoltava soprappensiero. Ma a un certo punto egli le pose una mano sul braccio e la interruppe, magnanimo:
- Per carità, signora, non è il caso che lei si agiti, – egli riassunse. – Sua Signoria è pur sempre il nostro buon amico. Ha un po’ esagerato; ma perché no, se è un gran signore?!
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- E per confermare subito che i rapporti non avevano subito danno, soggiunse: – Ora vado da lui.
Ecco com’era Meseritscher! Ma prima di muoversi bisbigliò ancora confidenzialmente a Diotima:
- E che cosa dobbiamo pensare di Feuermaul, signora? Diotima sorrise e alzò le belle spalle.
- Proprio nulla di sconvolgente, caro consigliere. Non sia mai detto che noi respingiamo chi ci dimostra la sua buona volontà.
“Buona volontà; questa è buona!” pensò Meseritscher facendosi strada verso il conte Leinsdorf; ma prima di giungergli accanto, anzi prima di concludere il pensiero di cui lui stesso avrebbe voluto sapere la fine, fu arrestato
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amabilmente dal padrone di casa.
- Caro Meseritscher, le fonti ufficiali anche questa volta fanno difetto, – incominciò sorridendo il capodivisione Tuzzi, – e io mi rivolgo all’informazione ufficiosa; può dirmi qualcosa di questo Feuermaul che stasera è qui fra noi?
- Che cosa vuol che ne sappia, signor capodivisione? – sospirò Meseritscher.
- Si dice che sia un genio!
- Lieto di saperlo! – rispose Meseritscher.
Se si vuole poter riferire presto e bene ogni novità, bisogna che il nuovo non sia troppo diverso dal vecchio che è già noto. Nemmeno il genio fa eccezione, cioè il genio vero e riconosciuto, sulla cui importanza i contemporanei son tutti d’accordo. Le cose stanno diversamente per il genio che non tutti
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riconoscono per tale. Questo ha, per così dire, qualcosa di niente affatto geniale, ma in fondo non se ne può esser certi, e un errore è facile in ogni direzione. Per il consigliere Meseritscher dunque c’era un fondo stabile di genî che lui coltivava con amorosa cura, ma non amava le nuove acquisizioni. Via via che accumulava anni d’esperienza s’era abituato addirittura a riguardare i genî in ascesa, e soprattutto quelli letterari, che per professione gli stavano più vicini, come frivoli disturbi della sua attività giornalistica, e li odiava di cuore, finché non diventavano maturi per la rubrica delle notizie personali. Ma Feuermaul non era ancora a quel punto, tutt’altro, e bisognava portarcelo. E Meseritscher aveva molti dubbi in proposito.
- Dicono che sia un grande poeta, ripeté il capodivisione Tuzzi, incerto, e Meseritscher
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replicò fermamente:
- Chi lo dice? I critici di terza pagina. Che importanza ha, signor capodivisione? Dovrebbero essere i competenti, va bene. Ma alcuni dicono il contrario. E vi sono esempi di critici che oggi dicono bianco e domani nero. Contano poi veramente? Una vera gloria deve essere evidente anche ai profani, allora sì che ci si può fidare! Se mi permette di dirle quel che penso: di un uomo importante non si deve sapere quel che fa, ma soltanto i suoi arrivi e le sue partenze!
Si era malinconicamente animato, parlando, e guardava fisso il signor Tuzzi. Questi taceva scoraggiato.
- Che cosa accade qui, stasera, signor capodivisione? – domandò Meseritscher.
Tuzzi scrollò le spalle, sorridendo distratto.
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- Niente. Niente di speciale. Un po’ di vanagloria. Lei ha letto qualche libro di Feuermaul?
- So quel che c’è dentro: pace, amicizia, bontà e così via.
- Dunque non ne ha un gran concetto? – dedusse Tuzzi.
- Oh Dio! – esclamò Meseritscher dimenandosi, – son forse un competente, io? – Ma in quel momento la signora Drangsal veleggiò verso i due e Tuzzi dovette gentilmente andarle incontro di qualche passo; Meseritscher, vedendo uno spiraglio nel cerchio che si stringeva intorno al conte Leinsdorf, ne approfittò con subitanea risoluzione e senza lasciarsi trattenere gettò l’ancora accanto a Sua Signoria. Il conte conversava col ministro e con altri signori; ma appena il consigliere
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Meseritscher ebbe presentato a tutti i suoi ossequi, egli lo trasse in disparte.
- Meseritscher, – disse Sua Signoria energicamente, – mi prometta che non ci saranno malintesi; i signori giornalisti non sanno mai quel che devono scrivere. Dunque: dall’ultima volta non c’è assolutamente niente di mutato. Forse qualcosa muterà. Non lo sappiamo. Per adesso non bisogna disturbarci. Perciò, la prego, anche se è interrogato da qualcuno dei suoi colleghi, di dire che questa serata è semplicemente una faccenda privata della signora Tuzzi!
Le palpebre di Meseritscher s’abbassarono lente e compunte ad assicurare che aveva capito la superiore disposizione. E poiché una confidenza ne vale un’altra, le sue labbra s’inumidirono di un luccichio che sarebbe stato
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meglio negli occhi, ed egli chiese:
- E Feuermaul, signor conte, se è permesso sapere…?
- Perché non dovrebb’esser permesso? – ribatté il conte stupito. – Non c’è niente di particolare. È stato invitato perché se no la baronessa Wayden non dava pace. Che altro motivo? Lei sa qualcosa, forse?
Il consigliere Meseritscher finora non aveva dato molto peso alla questione Feuermaul, ritenendola una delle tante rivalità mondane che si vedono tutti i giorni. Ma il fatto che adesso il conte Leinsdorf ne negasse così risolutamente l’importanza gli fece cambiare parere e ormai era convinto che si preparava qualcosa di grosso. “Che mai staranno escogitando?” egli rimuginava tra sé, e mentre girellava a caso passò in rivista le più audaci
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possibilità di politica estera e interna. Ma dopo un po’ concluse risoluto: “Non sarà niente!” e tornò a dedicarsi alla sua attività di cronista. Per quanto potesse sembrare in contraddizione col contenuto della sua vita, Meseritscher non credeva ai grandi avvenimenti, anzi non li amava affatto. Quando si è persuasi di vivere in un’epoca molto importante, molto bella e molto grande, non si gradisce l’idea che in essa possa accadere ancora qualcosa di particolarmente grande, importante e bello. Meseritscher non era alpinista, ma se lo fosse stato avrebbe detto che questo era giusto come il fatto che si costruiscono torri-belvedere a mezza montagna e non sulle alte cime. Non potendo fare simili paragoni si accontentò della sua insofferenza e della risoluzione di non nominare affatto Feuermaul nel suo pezzo di cronaca.
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36. Sviluppo del grande avvenimento. S’incontrano conoscenti
ULRICH, che era rimasto accanto alla cugina mentre ella parlava con Meseritscher, le chiese poi,
un momento ch’erano soli:
- Son venuto troppo tardi, mi dispiace; com’è stato il primo incontro con la Calamità? Diotima sollevò le ciglia pesanti per un unico sguardo di universale stanchezza, poi le lasciò ricadere.
- Delizioso, s’intende, – ella disse. – È venuta lei per la prima a parlarmi. Questa sera
prenderemo non so quali accordi. D’altronde è
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così indifferente!
- Lo vede! – esclamò Ulrich. Pareva la conclusione finale dei colloqui d’un tempo.
Diotima volse il capo e guardò il cugino con aria interrogativa.
- Gliel’ho detto prima. Tutto è già quasi passato e non mai stato, – disse Ulrich. Aveva bisogno di parlare; quand’era tornato a casa nel pomeriggio Agathe c’era, ma presto se n’era andata, avevano scambiato solo poche brevi parole prima di uscire insieme per venire dai Tuzzi. Agathe per vestirsi s’era fatta aiutare dalla moglie del giardiniere. – L’avevo avvertita di guardarsi! – disse Ulrich.
- Da che cosa? – chiese Diotima lentamente.
- Ah, non lo so. Da tutto!
Era la verità. Dalle sue idee, dalla sua ambizione, dall’Azione Parallela, dall’amore,
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dallo spirito, dall’Anno Mondiale, dagli affari, dal suo salotto, dalle sue passioni; dalla sensibilità e dal pigro lassismo, dall’intemperanza e dalla correttezza, dall’adulterio e dal matrimonio; non c’era nulla da cui non l’avesse ammonita di guardarsi. “È fatta così!” egli pensò. Gli pareva ridicolo tutto ciò che ella faceva, ma era così bella che gli metteva malinconia. L’avevo messa in guardia,
- ripeté Ulrich. – A quanto pare adesso lei non si occupa più che di sessuologia?
Diotima non gli badò.
- Crede che abbia ingegno quel beniamino della Calamità? – domandò.
- Certo, – rispose Ulrich. – Dotato, giovane, immaturo. Il successo e quella donna lo rovineranno. Noi roviniamo già i bambini in fasce, dicendo loro che sono meravigliosamente
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istintivi e che lo sviluppo intellettuale non può che guastarli. Qualche volta quel ragazzo ha pensieri geniali, ma non può stare dieci minuti senza dire una sciocchezza – S’avvicinò all’orecchio di Diotima. – Lei conosce bene la signora?
Diotima scosse appena la testa.
- È pericolosamente ambiziosa, – disse Ulrich. – Ma lei, dati i suoi nuovi studi, dovrebbe trovarla interessante: là dove le belle donne una volta avevano una foglia di fico, questa qui ha una foglia di lauro! Un genere che io esecro!
Diotima non rise, e neppure sorrise; solo continuò a prestare orecchio al cugino.
- Lui come uomo che impressione le fa?
- Triste, – bisbigliò Diotima. – Come un agnellino prematuramente affetto da obesità.
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- Che importa? Nell’uomo la bellezza è una caratteristica sessuale secondaria, – opinò Ulrich. – Lo stimolo principale emanante da lui è la promessa di un fortunato successo nella vita. Fra dieci anni Feuermaul avrà fama internazionale; vi provvederà la Calamità con le sue relazioni, e poi lo sposerà. Se la sua gloria dura, sarà un matrimonio felice. Diotima, dopo aver riflettuto, ammonì gravemente:
- La felicità nel matrimonio dipende da condizioni che non si possono giudicare senza un disciplinato studio compiuto su se stessi!
Poi lo lasciò lì, come una nave superba abbandona la banchina a cui era ormeggiata. I suoi doveri di padrona di casa la chiamavano altrove, ed ella gli fece un segno impercettibile senza guardarlo mentre levava l’ancora. Ma non era irritata; anzi la voce di Ulrich le era
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parsa un’antica melodia udita in gioventù. Si chiese persino a quali risultati sarebbe giunta facendolo oggetto di un’indagine erotologica. Chi sa perché non aveva ancora mai applicato a lui le sue accurate ricerche in tal campo?
Ulrich si guardò intorno e attraverso un varco fra gli invitati, una specie di canale ottico che forse già l’occhio di Diotima aveva seguito prima di lasciare bruscamente il suo posto, scorse due sale più in là Paul Arnheim a colloquio con Feuermaul, e la signora Drangsal che li sorvegliava amorosamente. Li aveva presentati lei l’uno all’altro. Arnheim teneva alzata la mano che reggeva un sigaro, sembrava un inconsapevole gesto di difesa, ma il suo sorriso era amabilissimo; Feuermaul parlava animatamente, anche lui teneva un sigaro fra due dita, e tra una frase e l’altra lo
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succhiava con l’avidità di un vitello che sfrega il muso alla mammella materna. Ulrich poteva immaginare i loro discorsi, ma non se ne prese la pena. Rimase in felice solitudine e cercò con gli occhi la sorella. La scoprì in un gruppo di uomini a lui più o meno sconosciuti, e un senso di gelo passò attraverso la sua distrazione. In quel momento Stumm von Bordwehr lo toccò leggermente fra le costole, e contemporaneamente si avvicinava dall’altra parte il consigliere aulico professor Schwung, ma fu trattenuto a qualche passo di distanza da un collega.
- Finalmente ti trovo! – bisbigliò il generale sollevato. – Il ministro vorrebbe sapere che cosa sono le idee-guida.
- Come mai le idee-guida?
- Non lo so. Su, dimmi cosa sono. Ulrich
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diede la definizione:
- Eterne verità che non sono né vere né eterne, e hanno validità per un certo periodo, il quale le elegge a propria norma. È un’espressione filosofica e sociologica di uso poco frequente.
- Ah, benissimo, – approvò il generale. – Infatti Arnheim sosteneva che la teoria: “l’uomo è buono” è soltanto un’idea-guida. Feuermaul ha replicato che non sapeva cosa fosse un’idea- guida, ma che l’uomo è buono, e questa è una verità eterna! Allora è intervenuto Leinsdorf: “Giustissimo. Uomini cattivi non ne esistono, perché nessuno può volere il male: sono soltanto sviati. La gente oggidì è nervosa perché in tempi come i nostri molti sono i dubbiosi che non credono saldamente in nulla” Ho pensato: quello avrebbe dovuto esser con noi nella visita
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al manicomio! Ma del resto anche lui intende dire che se la gente non vuol capire bisogna costringerla. E adesso il ministro vuol sapere che cosa sono queste idee-guida; corro a dirglielo e torno subito; resta qui, ch’io possa ritrovarti! Devo assolutamente parlarti di un’altra cosa e poi ti conduco dal ministro!
Prima che Ulrich potesse chiedere spiegazioni, Tuzzi passandogli accanto con le parole “non la si vedeva da un pezzo a casa nostra” lo prese sottobraccio e seguitò:
- Si ricorda la mia profezia che avremmo avuto da fare con una invasione di pacifismo?!
- Intanto guardava amichevolmente negli occhi anche il generale, ma Stumm aveva fretta e rispose soltanto che lui come militare aveva naturalmente un altro concetto-guida, ma tuttavia ogni convinzione sincera… Il resto
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della frase si dileguò con lui perché Tuzzi lo irritava immancabilmente e questo non è favorevole all’elaborazione dei pensieri.
Il capodivisione ammiccò allegro alle spalle del generale, poi si rivolse di nuovo al cugino.
- La storia del petrolio naturalmente è solo una lustra.
Ulrich lo guardò meravigliato.
- Lei non ne sa niente, per caso?
- Ma sì, – rispose Ulrich. – Mi meravigliavo soltanto che lo sapesse lei – E per non essere scortese soggiunse: – Ha saputo nasconderlo in modo meraviglioso!
- Lo so da molto tempo, – dichiarò Tuzzi lusingato. – Quel Feuermaul l’ha fatto venire Leinsdorf per desiderio di Arnheim. Lei ha letto i suoi libri?
Ulrich disse di sì.
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- Un arcipacifista! – dichiarò Tuzzi. – E la Calamità, come la chiama mia moglie, lo protegge con tanta ambizione che per il pacifismo passerebbe su mucchi di cadaveri, benché in fondo non il pacifismo ma solo gli artisti la interessino!
Tuzzi tacque per un po’ soprappensiero, poi confidò a Ulrich: – Naturalmente il pacifismo è la cosa principale, i giacimenti di petrolio non sono che una manovra diversiva; apposta si manda innanzi Feuermaul col suo pacifismo, così la gente pensa: “Ah già, questo è lo schermo!” ed è convinta che dietro c’è la faccenda del petrolio! Bellissimo, ma troppo sottile per non mostrar la corda. Perché se Arnheim avrà gli idrocarburi e un contratto di fornitura col Ministero della Guerra, bisognerà bene che difendiamo le frontiere. Dovremmo
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istituire dei depositi di petrolio per la Marina anche sull’Adriatico, e l’Italia si inquieterà. Ma se irritiamo così i nostri vicini cresce naturalmente il bisogno di pace e la propaganda pacifista, e se allora lo zar salta fuori con un’idea qualsiasi di pace perpetua, troverà il terreno psicologicamente preparato. Ecco quello che vuole Arnheim!
- E lei ha qualcosa in contrario?
- No certo, – disse Tuzzi. – Ma come lei forse ricorda le ho già spiegato una volta che non c’è nulla di pericoloso come la pace ad ogni costo. Dobbiamo guardarci dal dilettantismo!
- Ma le industrie di Arnheim sono industrie belliche, – osservò Ulrich sorridendo.
- Si capisce, – ribatté Tuzzi un po’ irritato. – Per l’amor di Dio, non ragioni su queste cose in modo così semplicistico! Lui ha i suoi contratti
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in tasca. E tutt’al più si armeranno anche le nazioni vicine. Vedrà: al momento decisivo egli si rivelerà pacifista. Il pacifismo è il terreno sicuro e durevole per l’industria degli armamenti; la guerra invece è un rischio!
- Io non credo che i militari abbiano cattive intenzioni, – riprese Ulrich, – vogliono soltanto con l’aiuto di Arnheim ottenere l’ammodernamento della loro artiglieria, null’altro. Del resto ai giorni nostri in tutto il mondo ci si arma soltanto per la pace; perciò i militari penseranno che è corretto farlo una volta con l’aiuto dei pacifisti!
- E come si figurano la realizzazione? – chiese Tuzzi senza raccogliere lo scherzo.
- Non credo che siano ancora a tal punto;
per adesso la loro posizione è soltanto sentimentale.
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- S’intende! – esclamò Tuzzi energicamente, come se fosse proprio quello che si aspettava. – I militari non dovrebbero pensare che alla guerra e per tutto il resto rivolgersi agli organi competenti. Ma piuttosto che far così preferiscono mettere in pericolo il mondo intero con il loro dilettantismo. Le ripeto: nulla è così pericoloso in diplomazia come ciarlare a vanvera di pace! Ogni volta che il bisogno di pace cresce fino a un certo punto e non si può più contenere, ecco che ne risulta una guerra. Glielo posso dimostrare documenti alla mano!
In quel momento il consigliere aulico professor Schwung s’era liberato del collega e si rivolse con molta cordialità a Ulrich per farsi presentare al padrone di casa. Ulrich lo accontentò, e soggiunse che il giudizio del celebre penalista sul pacifismo, dal punto di
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vista giuridico, concordava perfettamente con quello dell’autorevole capodivisione dal punto di vista politico.
- Ma per l’amor del cielo, – protestò Tuzzi ridendo, – allora lei mi ha interamente frainteso! – E anche Schwung dopo aver atteso un momento, si associò rassicurato alla protesta, dichiarando che non si doveva assolutamente intendere come sanguinaria e inumana la sua teoria sulla parziale infermità di mente.
- Al contrario! – esclamò il vecchio attore tribunalesco, gonfiando enfaticamente la voce in luogo delle braccia. – La pacificazione umana esige appunto da noi una certa rigidezza! Posso lusingarmi che il signor capodivisione sia al corrente della campagna da me intrapresa in tal senso? – Si rivolgeva ora direttamente a
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Tuzzi, che pur non sapendo niente della polemica intorno alla diminuita capacità d’intendere e di volere di un criminale malato, approvava tuttavia premurosamente ogni parola. Schwung, molto contento dell’impressione prodotta, cominciò a elogiare la serietà di concetti a cui s’ispirava la riunione di quella sera, e raccontò che porgendo orecchio qua e là alle conversazioni aveva udito più volte ripetere le espressioni “severità virile” e “sanità morale”
- La nostra cultura è troppo inquinata da gente inferiore e moralmente inetta, – egli soggiunse, poi chiese: – Ma qual è in sostanza lo scopo di questa serata? Passando da un gruppo all’altro mi son giunte all’orecchio con sorprendente frequenza teorie sull’innata bontà dell’uomo echeggianti addirittura Rousseau!
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A tale domanda Tuzzi oppose un sorridente silenzio, ma proprio allora il generale ricomparve in cerca di Ulrich, e Ulrich che desiderava sfuggirgli lo presentò a Schwung definendolo come il più adatto fra tutti i presenti a dargli risposta. Stumm von Bordwehr protestò vivacemente, ma Schwung e Tuzzi non lo mollarono; e Ulrich giubilante stava già per iniziare la ritirata quando una vecchia conoscenza lo arrestò con le parole:
- Anche mia moglie e mia figlia son qui – Era Leo Fischel, il direttore di banca.
- Hans Sepp ha fatto l’esame di stato, – egli annunciò. – Che ne dice? Ora non gli manca più che un esame per la laurea. Siamo tutti laggiù, – e indicò la stanza più remota. Conosciamo pochissima gente qua dentro. A proposito, è molto tempo che non viene da noi!
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Suo padre, vero?
Hans Sepp ci ha procurato l’invito per questa sera, mia moglie lo voleva a tutti i costi: in queste cose il ragazzo se la sa sbrigare. Adesso son mezzo fidanzati, Gerda e lui. Non lo sapeva? Ma quella figliola, vede, io non capisco bene se lo ami o se se lo sia soltanto cacciato in testa. Suvvia, venga a far due chiacchiere con noi…!
- Vengo più tardi, – promise Ulrich.
- Sì, mi raccomando, – ripeté Fischel e tacque. Poi bisbigliò: Quello è il padrone di casa? Mi vuol presentare? Non ne abbiamo ancora avuto occasione. Non conosciamo né lui né lei.
Ma mentre Ulrich vi si accingeva, Fischel lo trattenne.
- E il grande filosofo? Che cosa fa? -
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domandò. – Mia moglie e Gerda vanno pazze per lui, naturalmente. Ma com’è la faccenda del petrolio? Ora dicono che era tutta una storia: io non lo credo. Le smentite non voglion dir niente. Sa com’è: quando mia moglie s’arrabbia con la cameriera, si mette a dire che è bugiarda, che è scostumata, che è impertinente… insomma tutte imperfezioni dell’anima. Ma se io di nascosto prometto alla ragazza un aumento di salario, per stare in pace, ecco che l’anima di colpo scompare. Non se ne parla più, tutto va a posto, e mia moglie non sa perché. È così, non è vero? I giacimenti petroliferi hanno troppa probabilità commerciale perché si possa credere alle smentite.
E poiché Ulrich taceva, Fischel volendo tornare da sua moglie con l’aureola di chi sa
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tutto, ricominciò a far domande.
- Non c’è che dire, è proprio una bella serata. Ma mia moglie vorrebbe sapere perché fanno discorsi così strani. E chi è quel Feuermaul? Gerda dice che è un grande poeta; Hans Sepp dice che è semplicemente un arrivista, e che la gente vi ha abboccato…!
Ulrich opinò che la verità era probabilmente a mezza strada.
- Sante parole! – approvò Fischel! La verità tien sempre il mezzo, e tutti se lo dimenticano, oggi non vi son più che estremisti! Lo dico sempre a Hans Sepp: opinioni ciascuno ne può avere, ma durevoli sono soltanto quelle con cui si guadagna qualcosa perché ciò dimostra che sono accettate anche da altri! – Qualcosa d’importante era impercettibilmente mutato in Leo Fischel, ma Ulrich trascurò di approfondire
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e s’affrettò soltanto a passare il padre di Gerda al gruppo del capodivisione Tuzzi.
In quel gruppo, nel frattempo Stumm von Bordwehr non essendo riuscito a impossessarsi di Ulrich aveva trovato un altro sfogo al suo prepotente bisogno di esprimersi ed era diventato facondo.
- Il significato di questa riunione? – egli esclamò ripetendo la domanda del consigliere Schwung. Secondo il suo senso ben ponderato io direi: nessuno! Non è uno scherzo, signori, – egli spiegò non senza modesto orgoglio. – Proprio oggi ho dovuto mostrare la clinica psichiatrica della nostra università a una giovane signora, e chiacchierando le chiesi che cosa si proponeva con quella visita, per poterle dare spiegazioni più pertinenti. Mi diede una risposta molto acuta, che induce alla
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riflessione. Disse: “Se occorre spiegare tutto, l’uomo non muterà mai nulla alle cose del mondo!”
Schwung dissentì da quell’affermazione con un crollar del capo.
- In che senso l’intendesse, io non lo so, – si difese Stumm, – e non voglio far mia quella frase, ma si sente subito che c’è qualcosa di vero! Vede, io per esempio son debitore di molti insegnamenti al mio amico, che è consigliere di Sua Signoria e quindi dell’Azione, – e indicò cortesemente Ulrich, – ma ciò che va formandosi stasera è una certa avversione per gl’insegnamenti. E così si ritorna a quello che sostenevo prima!
- Ma lei ha intenzione, – osservò Tuzzi, – voglio dire, corre voce che i signori del Ministero della Guerra vogliano provocare una
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iniziativa patriottica: una pubblica sottoscrizione, o qualcosa di simile, per il riarmo dell’artiglieria. Naturalmente la cosa dovrebbe avere soltanto un valore dimostrativo, per poter premere sul Parlamento mediante la volontà pubblica.
- Così appunto mi piacerebbe interpretare certe frasi udite stasera! – approvò il consigliere Schwung.
- La faccenda è molto più complicata, signor capodivisione! disse il generale.
- E il dottor Arnheim? – chiese Tuzzi senza perifrasi. – Per parlar schietto: è sicuro lei che anche Arnheim miri soltanto ai giacimenti petroliferi della Galizia, questione abbinata, per così dire, con quella dell’artiglieria?
- Posso soltanto parlare di me e della parte che mi riguarda, signor capodivisione, -
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dichiarò Stumm ancora una volta, – e allora la situazione è molto più complicata!
- S’intende! – ribatté Tuzzi sorridendo.
- Naturalmente abbiamo bisogno di cannoni, – disse il generale accalorandosi, – e forse sarà consigliabile collaborare con Arnheim nel modo da lei accennato. Ma ripeto che io posso parlare soltanto come referendario culturale, e quindi le chiedo: a che servono i cannoni senza lo spirito?
- E allora perché si son dati tanto da fare per l’acquisto di Feuermaul? chiese Tuzzi sarcastico. – È il disfattismo incarnato!
- Mi permetta di contraddirla, disse risolutamente il generale. – Io direi invece che è lo spirito del nostro tempo. Esso si divide in due correnti. Sua Signoria ad esempio sta conversando nell’altra sala col ministro, io
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vengo di là – Sua Signoria dice che la parola d’ordine è “azione” perché tale è l’esigenza dei tempi. E infatti, la gente è oggi molto meno attratta dai grandi ideali dell’umanità che non, diciamo, cent’anni or sono. Ma d’altro lato anche le dottrine umanitarie hanno un certo fascino; Sua Signoria però dice: se qualcuno non vuole esser felice, in certe circostanze bisogna costringervelo! Sua Signoria dunque è per questa corrente, ma non si sottrae neppure all’altra!
- Non ho capito, - obiettò il professor
Schwung.
- Infatti non è molto facile, – ammise Stumm con premura. – Proviamo allora a prender le mosse dal fatto che io noto esservi due correnti nello spirito dei tempi. Secondo l’una, l’uomo è buono per sua natura, purché, diciamo così, lo
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si lasci in pace…
- Buono? – interruppe Schwung.
- Come? Chi può ragionare oggi in modo così ingenuo? Non viviamo mica più nel mondo spirituale dell’Ottocento!
- Qui non sono affatto d’accordo, -protestò il generale, offeso. – Pensi ai pacifisti, ai crudisti, ai nemici della violenza, ai naturisti, agli antiintellettualisti, agli obiettori di coscienza… nella fretta ne dimentico chi sa quanti… bene, tutti costoro che, per così dire, ripongono la loro fiducia nell’uomo, formano una corrente larghissima. Ma se vuole, soggiunse con quello spirito conciliante che era così amabile in lui, – possiamo anche incominciare dall’opposto. Partiamo dunque dal fatto che l’uomo dev’essere assoggettato, perché spontaneamente e volontariamente non fa mai
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quello che è giusto: in questo è probabile che siamo tutti della stessa opinione. La massa ha bisogno di una mano forte, ha bisogno di capi che la trattino con energia e non con sole chiacchiere, in una parola ha bisogno di sentire al di sopra di sé lo spirito dell’azione; la società umana infatti è costituita soltanto da un piccolo numero di volontari, che posseggono la necessaria preparazione, e da milioni di gente senza ambizioni superiori, coercitivamente asservita: non è così, all’incirca? E poiché questo convincimento, in base alle esperienze acquisite, s’è fatto strada a poco a poco anche nel nostro movimento, ecco che la prima corrente (perché quella che ho descritto era già la seconda corrente dello spirito dei tempi), la prima corrente dunque ha avuto paura che la grande idea dell’amore e della fede nell’uomo
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potesse andare perduta, e sono intervenute forze che hanno immesso Feuermaul nella nostra Azione, per tentare ancora, all’ultimo momento, di salvare il salvabile. Così tutto appare molto più facile che in principio, non è vero?
- E che cosa accadrà? – chiese Tuzzi.
- Nulla, credo, – rispose Stumm.
- Abbiamo già avuto molte correnti in seno all’Azione. – Ma fra queste due v’è una contraddizione inconciliabile, – esclamò il professor Schwung che, come giurista, non poteva accettare una simile mancanza di chiarezza.
- A guardar bene, no, – lo contraddisse Stumm. – Anche l’altra corrente, ed è naturale, si proclama umanitaria; ma sostiene che prima di amare l’uomo bisogna trasformarlo con la
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forza: in fondo è soltanto una differenza di tecnica.
Qui il direttore Fischel prese la parola:
- Essendo venuto dopo, non ho seguito purtroppo tutto il ragionamento; ma se me lo permettono vorrei osservare che il rispetto per l’uomo deve stare, come principio, più in alto del suo opposto! Questa sera ho udito da molti, e speriamo si tratti di eccezioni, esprimere giudizi incredibili sulla gente di altre idee e specialmente sulla gente di altra razza! – con i suoi scopettoni divisi dal mento rasato e lo stringinaso di traverso, sembrava un lord inglese proclamante i grandi ideali della libertà dell’uomo e del commercio; e tacque che le opinioni biasimate le aveva udite da Hans Sepp, suo futuro genero, il quale nella “seconda corrente dello spirito dei tempi” si trovava
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proprio nel suo elemento.
- Giudizi crudi? – chiese il generale pronto a fornire spiegazioni.
- Estremamente crudi, – confermò Fischel.
- Forse si parlava di dar loro un indirizzo, una formazione, – suggerì Stumm.
- No, no! – esclamò Fischel. – Erano teorie offensive, addirittura rivoluzionarie! Lei forse non conosce la nostra gioventù aizzata, generale! Mi stupisce di veder qui certa gente; non si dovrebbe nemmeno lasciarla entrare.
- Teorie rivoluzionarie? – ripeté Stumm, indignato, col sorriso più freddo che il suo viso tondo gli permetteva. – Mi spiace dirle, caro direttore, che io non sono affatto contrario alle idee rivoluzionarie! Purché, s’intende, la rivoluzione non si faccia davvero. Sovente sono piene di idealismo. E quanto alle persone
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ammesse stasera, le farò osservare che l’Azione dovendo comprendere tutta la Patria, non ha diritto di respingere forze fresche e costruttive, in qualunque modo esse si esprimano!
Leo Fischel rimase muto. Al professor Schwung interessava ben poco l’opinione di un dignitario che non apparteneva all’amministrazione civile. Tuzzi fantasticava: “Prima corrente… seconda corrente…” Ricordava vagamente altre due espressioni simili: “primo ristagno… secondo ristagno” ma non le parole precise né la conversazione con Ulrich in cui erano state dette. Si svegliò tuttavia in lui un’incomprensibile gelosia per la moglie, gelosia connessa da invisibili, inestricabili legami con quel generale così poco pericoloso. Quando il silenzio lo richiamò in sé, volle dimostrare al rappresentante dell’esercito
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che non si sarebbe lasciato fuorviare da discorsi altisonanti.
- Riassumendo, generale, incominciò, – le intenzioni del partito militare sarebbero…
- Ma signor capodivisione, non esiste nessun partito militare! – lo interruppe subito Stumm. – Ci sentiamo sempre ripetere: il partito militare, mentre si sa che l’esercito è per sua natura al di sopra d’ogni partito!
- Be, allora diciamo l’ambiente militare, – replicò Tuzzi abbastanza brusco. – Lei ha detto che non basta dare cannoni all’esercito, bisogna anche suscitare lo spirito adatto. Da quale spirito vorrebbe far caricare le sue artiglierie?
- Lei va troppo lontano, signor capodivisione! – protestò Stumm. Dovevo spiegare al signore il significato di questa
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serata, e ho detto che in fondo non c’è niente da spiegare: è l’unica affermazione che mantengo! Infatti se lo spirito dei tempi ha veramente le sue correnti di cui ho parlato, né l’una né l’altra sono propense alle “spiegazioni” Oggi si è per le forze dell’istinto e del sangue, e così via: certo io non condivido tali idee, però qualcosa di vero c’è!
A quelle parole il direttore Fischel bollì di nuovo e dichiarò immorale che l’esercito in certe situazioni accettasse di uniformarsi anche all’antisemitismo pur di ottenere le sue artiglierie.
- Via, signor direttore! – lo rabbonì Stumm. – Prima di tutto che cosa conta quel pizzico di antisemitismo, quando la gente è sempre “anti”, i tedeschi contro i cechi e i magiari, i cechi contro i magiari e i tedeschi, e così via,
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ciascuno contro tutti. E poi proprio il corpo degli ufficiali austriaci è sempre stato internazionale, basta guardare quanti nomi italiani, francesi, scozzesi e che so io… Abbiamo persino un generale di fanteria von Cohen, che comanda il corpo d’armata di Olmütz!
- Tuttavia temo che lei pretenda troppo, – intervenne Tuzzi, interrompendo l’interruzione.
- Le forze armate sono internazionali e agguerrite, ma vorrebbero concludere un affare con le correnti nazionaliste e con quelle pacifiste: è quasi più di quel che potrebbe ottenere un diplomatico di carriera! Fare della politica militarista col pacifismo è il problema che assorbe oggi i più astuti diplomatici europei.
- Ma non siamo certo noi che facciamo della
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politica! – tornò a difendersi Stumm, in tono di stanca protesta contro tanta incomprensione. – Sua Signoria voleva offrire alla proprietà e alla cultura un’ultima occasione di unificare il proprio spirito: fu appunto il motivo di questa serata. Naturalmente se lo spirito della borghesia non dà prova di concordia, verremo a trovarci in una posizione…
- In quale posizione? È proprio quello che interesserebbe sapere! – esclamò Tuzzi precipitosamente, attizzando la parola che stava per venire.
- Una posizione difficile, – opinò Stumm prudente e modesto.
Mentre i quattro signori così conversavano, Ulrich se l’era svignata discretamente e cercava Gerda, dopo aver girato al largo dal gruppo di Sua Signoria e del ministro della Guerra per
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non essere chiamato a farne parte.
Da lontano la scorse seduta con le spalle al muro, accanto alla madre che guardava impettita il salone, e Hans Sepp le stava vicino dall’altro lato, irrequieto e sdegnoso. Dopo quell’ultimo disgraziato incontro con Ulrich era ancora dimagrita, e quanto più egli le si avvicinava, tanto più la sua testa, sempre più spoglia di ogni leggiadria, ma appunto perciò tanto più pericolosamente affascinante, si stagliava con le spalle esili sullo sfondo della stanza. Alla vista di Ulrich ella avvampò di un improvviso rossore, poi si sbiancò tutta ed ebbe un movimento involontario del torso, come chi ha male al cuore e per qualche ragione non può portarvi le mani. Gli balenò alla mente la scena in cui egli, bestialmente travolto dal desiderio che suscitava in lei, aveva abusato della sua
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volontà: ora quel corpo, per lui visibile sotto il vestito, sedeva su una seggiola, riceveva dalla volontà offesa l’ordine di comportarsi con dignità, e fremeva da capo a piedi. Gerda non gli serbava rancore (di questo Ulrich era certo), ma voleva ad ogni costo “farla finita” con lui. Egli rallentò il passo per assaporare più a lungo tutto ciò, e quel voluttuoso indugio ben si conveniva al rapporto fra i due, che mai avevano potuto veramente accostarsi.
E quando Ulrich le fu vicino e non vedeva più altro che il tremito di quel volto aspettante, cadde su di lui qualcosa che non aveva peso, come un’ombra o una striscia di sole, ed egli s’accorse di Bonadea che gli passava accanto muta ma non senza intenzione, e lo salutava. Il mondo è bello se lo si prende com’è: per un attimo l’elementare contrasto fra esiguità e
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floridezza, com’era espresso nelle due donne, gli parve grande come quello fra il prato e la roccia, ed ebbe l’impressione di emergere dall’Azione Parallela, se pur con un sorriso colpevole. Quando Gerda vide scendere lentamente su di sé quel sorriso, le sue ciglia tremarono.
In quel momento Diotima vide che Arnheim conduceva il giovane Feuermaul verso il gruppo di Sua Signoria e del ministro della Guerra, e da manovratrice esperta tagliò tutti i collegamenti facendo irrompere nelle sale la servitù con i rinfreschi.
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37. Un confronto
DI conversazioni come quelle descritte ve n’erano a dozzine, e tutte avevano in comune
qualcosa che è difficile spiegare, ma che d’altronde non si può tacere, a meno di presentare, come il consigliere Meseritscher nelle sue cronache mondane, un puro e semplice elenco: c’erano il tale e la tale, vestivano così e così, dicevano questo e quello; nel che, d’altronde, molti ravvisano la pura essenza dell’arte narrativa. Friedel Feuermaul dunque non era un volgare adulatore, no di certo, però ebbe l’ispirazione opportuna nel
momento adatto, quando disse di Meseritscher:
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- In fondo egli è l’Omero dei nostri giorni! In verità, – aggiunse poiché Meseritscher abbozzava un gesto evasivo, quell’epico immutabile “e” col quale ella accosta uno all’altro avvenimenti e persone, è veramente a parer mio qualcosa di grande! – Era riuscito ad agguantare il capo dell’Agenzia Parlamentare e Mondana, giacché questi non voleva andar via senza aver presentato i suoi omaggi ad Arnheim; ma tuttavia Meseritscher non gli fece l’onore di una speciale menzione.
Basterà ricordare, senza giungere alla distinzione più sottile fra idioti e cretini, che un idiota di un certo grado non giunge più a formarsi il concetto di “genitori”, mentre quello di “papà e mamma” gli è familiare. La semplice modesta congiunzione “e” era appunto quella con cui Meseritscher collegava cose e persone
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della società. Ricorderemo inoltre che gli idioti nella elementare oggettività del loro pensiero possiedono qualcosa che secondo l’esperienza di tutti gli osservatori tocca misteriosamente il cuore; e che anche i poeti fanno appello specialmente al sentimento, inquantoché sogliono distinguersi per una mentalità il più concreta possibile. Se dunque Friedel Feuermaul proclamava Meseritscher poeta, avrebbe potuto ugualmente – cioè per le stesse sensazioni che gli fluttuavano oscuramente dinanzi, il che per lui equivaleva a una improvvisa illuminazione avrebbe potuto ugualmente proclamarlo idiota, e in modo significativo anche per l’umanità: giacché l’universale, di cui si tratta, è una disposizione d’animo che non è retta da grandiosi concetti, né purificata da astrazioni e distacchi; la sua
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composizione è semplicissima, come s’esprime nel restringimento alla più elementare delle congiunzioni, quel misero “e” elencativo che sostituisce nel debole di spirito più complicati rapporti; e si può affermare che anche il mondo, nonostante tutta l’intelligenza che contiene, si trova in questo stato affine all’imbecillità, cosa che non deve perder d’occhio chi voglia spiegare dall’insieme tutti gli avvenimenti che vi si svolgono.
Ciò non significa che i promotori e partecipi di questa considerazione siano i soli intelligenti. Qui non si tratta del singolo, né delle mire che persegue, e che tutti coloro che erano intervenuti al ricevimento di Diotima perseguivano con maggiore o minore avvedutezza. Se infatti, ad esempio, il generale von Stumm dopo l’interruzione s’ingolfò subito
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in un dialogo con Sua Signoria, durante il quale lo contraddisse con cortese tenacia e rispettosa schiettezza dicendo: – Mi perdoni, conte, se dissento recisamente da lei; ma nell’orgoglio di razza non c’è soltanto ambizione, c’è anche qualcosa di simpaticamente nobile! – sapeva assai bene cosa intendeva con quelle parole, però non sapeva bene che cosa volessero dire, perché in tali discorsi civili c’è sempre un di più, come voler prendere un cerino dalla scatola calzando guanti spessi. E Leo Fischel, che non aveva mollato Stumm quando s’era accorto che il generale tendeva impaziente verso Sua Signoria, aggiunse:
- Bisogna giudicare le persone non secondo la razza, ma secondo il merito! – E anche la replica di Sua Signoria fu coerente:
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- Che se ne fanno i borghesi della razza? Hanno sempre considerato albagia che i ciambellani abbiano sedici antenati nobili, e adesso che cosa fanno anche loro? Li scimmiottano ed esagerano ancora. Più di sedici antenati è semplicemente snobismo! Sua Signoria aveva i nervi, ed era logico che parlasse così. Nessuno contesta che l’uomo sia dotato di ragione, si tratta soltanto di come se ne serve nella vita associata.
Sua Signoria era irritata per l’intrusione di elementi razzisti nell’Azione, che lui stesso aveva favorito. Varie considerazioni politiche e sociali ve l’avevano costretto; lui personalmente riconosceva soltanto la comunità statale. I politici suoi amici lo avevano consigliato: – Niente di male se stai a sentire i loro discorsi sulla razza e l’integrità e il sangue; le parole
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volano, chi le prende sul serio? – Ma costoro parlano dell’uomo come se fosse una bestia! – aveva protestato il conte Leinsdorf il quale pur essendo gran proprietario di terre aveva della dignità umana un concetto cattolico, che gli impediva di ammettere che si potessero applicare ai figli di Dio gli ideali degli allevamenti di polli e di cavalli. I suoi amici avevano ribattuto: – Non occorre guardar tanto lontano! E poi non è meglio così, forse, che se cianciassero di dottrine umanitarie e di simili idee rivoluzionarie importate dall’estero, come hanno sempre fatto finora? – Da ciò il conte era rimasto persuaso. Ma era anche irritato perché quel Feuermaul, da lui fatto invitare al ricevimento di Diotima, l’aveva deluso portando solo nuova confusione nell’Azione Parallela. La baronessa Wayden ne aveva detto mirabilia, ed
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egli s’era arreso alle sue insistenze.
- Ella dice benissimo, aveva convenuto Sua Signoria, – che così come si son messe le cose, corriamo il rischio di esser qualificati germanofili. Ed è vero che non sarebbe male invitare anche un poeta, che predica l’amore fra tutte le creature umane. Ma, vede, non posso far questo alla Tuzzi!
La Wayden però non aveva ceduto e doveva aver trovato altre ragioni convincenti perché infine il conte Leinsdorf aveva promesso di chiedere l’invito a Diotima.
- Non lo faccio volentieri, aveva detto, – ma una mano forte ha bisogno di una bella parola per farsi intendere dalla gente; in questo le do ragione. E convengo anche con lei, che negli ultimi tempi s’è camminato poco, non c’è più lo
slancio di una volta!
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Adesso però non era contento. Sua Signoria non giudicava stupidi gli altri, anche se si riteneva più intelligente di loro, e non capiva perché quelle persone intelligenti tutte insieme facessero su di lui una così cattiva impressione. Anzi, tutta la vita gli appariva come se accanto a uno stato di intelligenza nel singolo nonché negli affari pubblici, tra i quali egli com’è noto annoverava la religione e la scienza, esistesse anche uno stato di assoluta irresponsabilità. Sorgevano di continuo idee ancora ignote, accendevano le passioni e l’anno dopo erano scomparse; la gente inseguiva ora l’una ora l’altra e cadeva da una superstizione in un’altra superstizione; ora si acclamava Sua Maestà, ora si tenevano in Parlamento orribili discorsi rivoluzionari; ma da tutto questo non era mai uscito fuori un bel nulla! Se si fosse
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potuto rimpicciolirlo milioni di volte e ridurlo per così dire alla misura di una testa sola, si sarebbe ottenuta l’esatta immagine dell’irresponsabilità, della smemoratezza, dell’ignoranza e dello stolto saltellio di un pazzo, come se lo figurava il conte Leinsdorf benché finora avesse avuto poche occasioni di pensarci su. Svogliato stava in mezzo agli altri signori, ricordando che proprio l’Azione Parallela avrebbe dovuto rivelare il vero, e non riusciva a esprimere un certo pensiero sulla fede, di cui sentiva soltanto il gradevole effetto lenitivo come l’ombra di un’alta muraglia, e forse era un muro di chiesa.
- Strano! – disse dopo un poco a Ulrich rinunziando a quel pensiero. – Tutto ciò, se guardato con un certo distacco, fa pensare agli storni che d’autunno popolano gli alberi da
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frutto.
Ulrich aveva lasciato Gerda. La conversazione non aveva mantenuto quel che prometteva l’inizio; dalla bocca di Gerda non erano più uscite che poche risposte brevi, faticose, sminuzzate da qualcosa che le stava nel petto come un cuneo; tanto più, invece, aveva chiacchierato Hans Sepp, atteggiandosi a suo guardiano, e non dimostrandosi per nulla intimidito da quella società tarata.
- Conosce Bremshuber, il grande etnologo?
- aveva chiesto a Ulrich.
- Dove vive? – aveva domandato Ulrich.
- A Schärding sulla Laa, – aveva risposto
Hans.
- Qual è la sua professione?
- Che importa? Adesso vengono su uomini nuovi. Fa il farmacista.
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Ulrich aveva detto a Gerda:
- Ho sentito che ora siete fidanzati ufficialmente. – E Gerda aveva risposto:
- Bremshuber propugna la eliminazione inesorabile di tutto ciò che è estraneo alla razza: è certo meno crudele che la tutela e il disprezzo! – Le sue labbra tremarono di nuovo mentre pronunciava con sforzo quelle parole spezzate.
Ulrich s’era accontentato di guardarla scuotendo il capo.
- Queste cose non le capisco! – aveva detto, e strettale la mano se n’era andato; e ora stava accanto a Leinsdorf e si sentiva innocente come una stella nello spazio infinito.
- Se invece non si considera con distacco, – continuò il conte Leinsdorf svolgendo adagio il suo nuovo pensiero, – allora gira nel cervello
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come un cane che tenta di addentarsi la coda. Vede, – soggiunse poi, – io ho dato retta agli amici, e alla baronessa Wayden; i nostri discorsi a sentirli fanno un certo effetto eppure proprio in questi elevati rapporti spirituali che vorremmo instaurare tutto appare estremamente arbitrario e confuso!
Intorno al ministro della Guerra e a Feuermaul, presentatogli da Arnheim, s’era formato un gruppo, e Feuermaul perorava calorosamente, amando tutta l’umanità; mentre intorno ad Arnheim che si era scostato alquanto, un altro gruppo s’era raccolto, in cui Ulrich scorse poi anche Gerda e Hans Sepp. Si udì Feuermaul esclamare:
- La vita non s’intende con lo studio ma con la volontà: bisogna aver fede nella vita!
La signora Drangsal gli stava accanto e
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approvava:
- Anche Goethe non aveva laurea!
Ella vedeva una gran somiglianza tra Feuermaul e il poeta. Il ministro della Guerra tutto impettito sorrideva senza interruzione, così come durante una rivista teneva continuamente la mano alla visiera.
Il conte Leinsdorf chiese:
- Mi dica, chi è insomma questo
Feuermaul?
- Suo padre ha parecchie fabbriche in Ungheria, – rispose Ulrich. – Fra le quali una dove si lavora col fosforo, e dove nessun operaio arriva ai quarant’anni. La malattia professionale è la necrosi delle ossa.
- Va bene, ma il figlio? – La sorte dei lavoratori a Leinsdorf era indifferente.
- Ha dovuto fare l’università; s’è laureato in
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legge, credo. Il padre s’è fatto da sé ed era irritatissimo che il figlio non avesse voglia di studiare.
- Perché non aveva voglia di studiare? – s’informò il conte Leinsdorf che quel giorno era molto preciso.
- Oh Dio, – fece Ulrich alzando le spalle, – probabilmente la solita storia: padri e figli. Se il padre è povero, i figli amano il denaro; se il padre è ricco, i figli amano l’umanità. Non ha mai sentito parlare del “problema del figlio” ai giorni nostri, conte?
- Sì, vagamente. Ma perché Arnheim protegge Feuermaul? C’entrano i giacimenti di petrolio? – chiese Leinsdorf.
- Vostra Signoria lo sa?! – esclamò Ulrich.
- Naturalmente, io so tutto, – ribatté il conte
Leinsdorf paziente. – Ma ecco quel che non
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capisco: s’è sempre saputo che gli uomini devono amarsi l’un l’altro e che perciò lo Stato deve avere una mano forte; perché a un tratto questo deve diventare un aut-aut?
Ulrich rispose:
- Lei ha sempre auspicato una manifestazione sorgente dalla collettività: questo è l’aspetto che deve avere!
- Ah, non è vero…! – protestò il conte Leinsdorf animato, ma prima che potesse continuare fu interrotto da Stumm von Bordwehr che veniva in gran fretta dal gruppo di Arnheim e voleva sapere qualcosa da Ulrich.
- Conte, mi perdoni il disturbo, – egli pregò. Poi si rivolse a Ulrich: – Dimmi, si può davvero sostenere che l’uomo obbedisce solo ai suoi affetti e mai alla ragione?
Ulrich lo guardò vacuamente.
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- C’è là un marxista, – spiegò Stumm, – il quale afferma che la sottostruttura economica d’un individuo determina interamente la sua sovrastruttura ideologica. E uno psicanalista lo contraddice: sostiene invece che la sovrastruttura ideologica è il prodotto della sottostruttura istintiva.
- Non è tanto semplice, – sentenziò Ulrich desideroso di svignarsela.
- Lo dico anch’io! Ma non serve a niente! – esclamò il generale senza mollarlo. Il conte Leinsdorf riprese la parola.
- Appunto, – disse a Ulrich, – anch’io volevo mettere in discussione qualcosa di simile. Per me, che la sottostruttura sia economica oppure sessuale… be, ecco quel che stavo per dire prima: mi spiega perché, in quanto a sovrastrutture, c’è sempre così poco da fidarsi?
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Si suol dire che il mondo è pazzo; talvolta vien fatto di credere che sia proprio vero!
- Questa è psicologia di massa, caro conte! – intervenne il dotto generale. – Finché si tratta della massa, capisco tutto benissimo. La massa è spinta soltanto da certi istinti, e precisamente da quelli che sono comuni alla maggior parte degli individui; questo è logico! Cioè, è illogico giacché la massa è illogica, delle idee logiche si serve solo come ornamento. Si lascia veramente guidare soltanto dalla suggestione. Se io potessi disporre della stampa, della radio, dell’industria cinematografica, e magari di altri due o tre mezzi di cultura, m’impegnerei – come m’ha detto una volta il mio amico Ulrich a trasformare in un paio d’anni gli uomini in cannibali. Appunto perciò l’umanità ha bisogno di essere retta col pugno di ferro. Il conte del
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resto lo sa meglio di me. Ma che anche l’uomo singolo, talvolta tanto al di sopra degli altri, debba essere illogico, questo non posso crederlo, sebbene Arnheim lo dia per certo.
Che aiuto avrebbe potuto dare Ulrich a Stumm in quella assai fortuita controversia? Come s’impiglia talvolta in un amo invece d’un pesce un mannello d’erba così al problema del generale s’attaccava un confuso groviglio di teorie. L’uomo obbedisce soltanto ai suoi affetti? fa, sente, e perfino pensa soltanto ciò a cui l’inconscia corrente del desiderio o la più mite brezza del piacere lo spinge – come si ritiene oggigiorno? O non obbedisce piuttosto alla ragione e alla volontà – come oggigiorno parimenti si ritiene? E obbedisce specialmente a certi affetti particolari, per esempio all’impulso sessuale – come oggi molti
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affermano o non invece innanzitutto all’effetto psicologico di circostanze economiche – come affermano molti altri? Un quadro così complesso lo si può considerare da molti lati e scegliere come punto focale ora questo ora quello; ne risultano verità parziali, dalla cui reciproca compenetrazione emerge pian piano la Verità: ma emerge davvero? Non è mai senza gravi conseguenze accettare per la sola valida una verità parziale. D’altra parte non si giungerebbe a questa verità parziale se non la si fosse sopravvalutata. Così la storia della verità e quella del sentimento sono variamente intrecciate, ma quella del sentimento rimane tuttavia al buio. Anzi, secondo la convinzione di Ulrich non era una storia, ma un caos. Buffo, ad esempio, che nel medioevo le convinzioni religiose, e quindi anche passionali, riguardo
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all’uomo tenessero per certa la sua ragione e la sua volontà, mentre oggi molti sapientoni, che tutt’al più hanno la passione del fumo, considerano il sentimento come base di tutto ciò che è umano. Tali pensieri passavano per la mente di Ulrich, e naturalmente gli toglievano la voglia di rispondere ai discorsi di Stumm che d’altra parte non attendeva risposta ma voleva soltanto calmarsi un poco prima di procedere oltre.
- Conte Leinsdorf! – disse Ulrich dolcemente. – Ricorda che un giorno le consigliai di istituire un segretariato generale per tutti i problemi che richiedono una ugual dose di anima e precisione?
- Certo, me ne ricordo, – rispose Leinsdorf. – L’ho anche raccontato a Sua Eminenza che ne ha riso di cuore. Però ha soggiunto che lei
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arriva in ritardo.
- Eppure è proprio quello di cui lei poco fa sentiva la mancanza! – riprese Ulrich. – Lei nota che il mondo non ricorda oggi quello che voleva ieri, che le sue disposizioni d’animo cambiano senza un motivo convincente, che è in perpetua agitazione, che non giunge mai a un risultato; e che se ci si figurasse raccolto in un solo cervello ciò che accade nei cervelli degli uomini, ne risulterebbe innegabilmente una serie di manifestazioni deteriori che si potrebbero definire di imbecillità…
- Perfettamente giusto! – esclamò Stumm von Bordwehr, che si sentiva di nuovo vincolato dall’orgoglio per le cognizioni acquistate in quel pomeriggio. – È proprio il quadro che… be, non mi ricordo come si chiama quella malattia mentale, ma è esattamente così!
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- No, – disse Ulrich sorridendo, – questo non è il quadro di una precisa malattia mentale, giacché quel che distingue un sano da un infermo di mente è appunto che il sano ha tutte le malattie mentali, e l’infermo soltanto una!
- Molto profondo! – esclamarono Stumm e Leinsdorf come un sol uomo, quantunque con parole leggermente diverse, e aggiunsero allo stesso modo: – Però, che cosa vuol dire?
- Vuol dire questo – spiegò Ulrich: – Se per morale io posso intendere il regolamento di tutte le correlazioni che comprendono il sentimento, la fantasia e simili, allora entro quest’ambito il singolo si regola su tutti gli altri e così acquista apparentemente una certa saldezza, ma tutti insieme non si innalzano al di sopra di uno stato di follia!
- Via, questo è troppo! - dichiarò
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bonariamente il conte Leinsdorf, e anche il generale disse:
- Ma senti, ogni uomo deve avere una morale propria, non si può prescrivere a nessuno di preferire i cani ai gatti o viceversa!
- Si può, conte? – domandò Ulrich fervidamente.
- Be, una volta, – rispose diplomaticamente il conte Leinsdorf quantunque in preda alla sua pia convinzione che in tutti i campi esiste “il vero”, – una volta era meglio. Ma oggi?
- E così abbiamo in permanenza la guerra di religione, – concluse Ulrich.
- La chiama guerra di religione, lei? – domandò curioso il conte Leinsdorf.
- In che altro modo la dovrei chiamare?
- Be, mica male. È una buonissima definizione della vita attuale. Del resto ho
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sempre saputo che lei, in fondo in fondo, non è affatto un cattivo cattolico!
- Pessimo! – ribatté Ulrich. – Io non credo che Dio sia venuto, bensì che debba ancora venire. Ma solo se gli si renderà il cammino più breve di quanto si sia fatto finora!
Sua Signoria preferì esimersi con le dignitose parole:
- Questo per me è troppo difficile!
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38. Sviluppi di un grande evento. Ma nessuno se n’è accorto
IL generale invece esclamò:
- Purtroppo devo tornare immediatamente da Sua Eccellenza,
ma tutto questo me lo dovrai spiegare, bada che non mi scappi! Tornerò più tardi, se i signori permettono!
Leinsdorf aveva l’aria di voler dire qualcosa, i pensieri lo travagliavano duramente, ma Ulrich e lui, rimasti soli un istante, si videro circondati da gente portata lì da involontari rigurgiti e trattenuti dalla avvincente
personalità di Sua Signoria. Non si parlò più,
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naturalmente, di quel che aveva detto Ulrich, e nessuno, tranne lui, ci pensava; quando un braccio si agganciò al suo, ed ecco Agathe al suo fianco.
- Hai già trovato qualche pretesto per difendermi? – ella domandò con malizia carezzevole.
Ulrich non lasciò andare il suo braccio e con lei si allontanò dal gruppo.
- Non potremmo tornarcene a casa? – chiese
Agathe.
- No, – disse Ulrich, – ancora non posso andar via.
- Ti trattiene l’avvenire, per il quale devi serbarti puro? – lo canzonò Agathe.
Ulrich le strinse il braccio.
- Mi sembra molto lusinghiero il fatto che il mio posto non è qui bensì in prigione! – ella gli
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sussurrò all’orecchio.
Cercarono un luogo dove poter rimanere soli. Ormai la serata stava sbollendo e gli invitati circolavano più lenti. Ancora si distinguevano i due tipi di raggruppamenti: intorno al ministro della Guerra si discorreva di pace e di amore, intorno ad Arnheim si affermava che la mitezza tedesca prosperava meglio all’ombra della forza tedesca.
Egli ascoltava benevolo, perché non respingeva mai un’opinione sincera e aveva una speciale predilezione per le idee nuove. Si chiedeva con inquietudine se la faccenda del petrolio avrebbe suscitato difficoltà in Parlamento. Calcolava come inevitabile l’opposizione dei deputati slavi ed era ansioso di conoscere l’umore dei tedeschi. Nei circoli governativi l’affare marciava bene, a parte una
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certa ostilità del Ministero degli Esteri, cui il conte non dava molta importanza. Il giorno dopo sarebbe partito per Budapest.
Osservatori di parte avversa ce n’erano abbastanza intorno a lui e alle altre persone importanti. Si riconoscevano dal fatto che rispondevano di sì a tutto e si mostravano amabilissimi, mentre gli altri erano per lo più di opinione diversa.
Tuzzi cercò di convincere uno di costoro affermando:
- Quello che si dice non significa nulla. Non ha mai il minimo significato! – L’altro gli credette. Era un parlamentare. Ma non mutò il proprio convincimento, già fatto, che tuttavia stavano succedendo lì cose preoccupanti.
Sua Signoria invece, dialogando con un altro, sostenne l’alto significato della riunione
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con le parole:
- Mio caro, perfino le rivoluzioni, dal1848 inpoi, si fanno solo a furia di chiacchiere!
Sarebbe errato vedere in tali divergenze null’altro che una lecita deviazione dalla monotonia solita della vita; e tuttavia questo errore grave per le sue conseguenze si ripete quasi altrettanto sovente come la frase: “È questione di sentimento!” di cui la nostra struttura intellettuale non può fare a meno. Questa frase indispensabile divide nella vita ciò che dev’essere da ciò che può essere.
- Divide, – disse Ulrich ad Agathe, – l’ordine stabilito da uno spazio sgombro riservato ai giochi personali. Divide ciò che è razionale da ciò che passa per irrazionale. Usata nella maniera corrente, equivale all’ammissione che la condizione umana nelle cose importanti è
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una coazione, nelle secondarie un arbitrio sospetto. Si crede che la vita sarebbe una galera se non fossimo liberi di preferire il vino o l’acqua, di essere atei o bigotti, e con questo non s’intende affatto che nei “fatti sentimentali” si possa davvero agire a proprio talento; vi sono invece, senza che il confine sia chiaramente segnato, fatti sentimentali leciti e illeciti.
Quello fra Ulrich e Agathe era illecito, quantunque i due, che a braccetto cercavano invano un posto tranquillo, parlassero soltanto del ricevimento sentendo una gioia tacita e rapinosa di essere di nuovo insieme dopo la separazione. Invece il dilemma, se amare i propri simili oppure distruggerne prima una parte, era evidentemente un “fatto sentimentale” di ambigua liceità, altrimenti non sarebbe stato così calorosamente discusso in
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casa di Diotima e in presenza di Sua Signoria, quantunque dividesse per giunta la società in due partiti accaniti l’uno contro l’altro. Ulrich asseriva che l’invenzione della “questione di sentimento” aveva reso alla causa del sentimento un pessimo servizio, e quando egli s’accinse a spiegare a sua sorella l’impressione singolare che quella serata produceva in lui, si mise a parlare in un modo che involontariamente integrava il discorso interrotto al mattino e probabilmente doveva giustificarlo.
- Veramente, – egli disse, – non so di dove cominciare senza annoiarti. Posso dire ciò che intendo per morale?
- Ti prego, – rispose Agathe.
- La morale è la norma del comportamento nell’ambito di una società, in primo luogo
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quella dei suoi impulsi interiori, quindi dei pensieri e dei sentimenti.
- Questo sì che è un progresso raggiunto in poche ore! – esclamò Agathe ridendo. – Stamattina hai detto di non sapere che cosa sia la morale!
- Certo che non lo so. Eppure posso darne una dozzina di definizioni. La più antica è che Dio ci ha rivelato l’ordinamento della vita in tutti i suoi particolari…
- Questa sarebbe la più bella! - disse
Agathe.
- La più probabile invece, – affermò Ulrich, – è che la morale come ogni altra regola nasce dalla costrizione e dalla violenza! Un gruppo di uomini giunto al potere impone semplicemente agli altri i precetti e le massime che gli servono ad assicurare il suo dominio. Nello stesso
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tempo però è attaccato ai precetti e alle massime che hanno reso possibile la sua ascesa. E in tal modo si propone ad esempio. E ne subisce i contraccolpi, che producono cambiamenti: tutto ciò naturalmente è più complicato di quanto si possa descrivere in breve, e poiché non accade senza raziocinio, ma neppure per merito del raziocinio bensì della pratica, ne risulta infine un groviglio inestricabile che, in apparenza indipendente come il cielo di Dio, si stende sopra tutte le cose. Ora, tutto si riconduce a questo cerchio, ma questo cerchio non si riconduce a nulla. In altre parole: tutto è morale, ma la morale stessa non è morale!
- Molto carino da parte sua, – disse Agathe.
- Ma lo sai che oggi ho trovato un uomo buono?
Ulrich si meravigliò un poco di
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quell’interruzione, ma quando Agathe incominciò a raccontargli l’incontro con Lindner, cercò di farlo rientrare nel proprio ragionamento:
- Gente buona ne puoi trovare a dozzine anche qui, ma devi apprendere perché ci sono anche i cattivi, se mi lasci parlare ancora un poco.
Così discorrendo erano giunti, per sfuggire al pigia-pigia, fino all’anticamera, e Ulrich dovette decidere dove dirigersi: pensò alla camera di Diotima, e anche alla stanzetta di Rachel, ma non ci voleva andare e così rimasero entrambi fra i vuoti indumenti appesi nel vestibolo. Ulrich non sapeva come continuare.
- In fondo dovrei ricominciare da capo, – dichiarò con un gesto impaziente e perplesso. E
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improvvisamente soggiunse: – Tu non vuoi sapere se hai agito bene o male, ma ti inquieta il fatto che agisci in un modo o nell’altro senza una ragione solida!
Agathe confermò col capo. Egli le aveva preso tutt’e due le mani.
La pelle di Agathe, d’un opaco splendore, col profumo di aromi a lui sconosciuti che saliva dalla veste appena scollata, perse per un attimo ogni senso terreno. L’urto del sangue pulsò da una mano all’altra. Il solco profondo d’una origine non terrestre li isolava entrambi in un paese chimerico.
A Ulrich mancarono improvvisamente i termini per definirlo; non trovava neppure quelli già usati tante volte.
“Non dobbiamo agire nell’ispirazione del momento, ma in uno stato durevole, perpetuo”
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“Così, da essere portati fin nel centro, di dove non si torna più indietro per ritrattare” “Non dal margine e dai suoi stati mutevoli, ma dall’unica immutabile felicità”
Tali frasi gli salivano alle labbra e avrebbe anche potuto pronunciarle, però soltanto in conversazione; ma per l’uso immediato a cui dovevano servire in quel momento fra lui e la sorella sentì d’un tratto che era impossibile. Ne fu turbato e perplesso. Agathe però capì chiaramente. Ella avrebbe dovuto esser felice che per la prima volta il guscio intorno a lui si rompesse e il “duro fratello” mostrasse quel che aveva dentro come un uovo caduto a terra. S’accorse tuttavia con meraviglia che questa volta il suo sentimento non era del tutto disposto ad accordarsi con quello di lui. Fra il mattino e la sera c’era stato lo strano incontro
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con Lindner, e sebbene l’uomo avesse destato in lei soltanto stupore e curiosità, bastava quel granellino per non lasciare che si formasse la rifrazione all’infinito dell’amore eremitico.
Ulrich lo sentì nelle mani di lei, prima che ella rispondesse, e Agathe… non rispose.
Egli indovinò che quell’inatteso rifiuto dipendeva dalla vicenda di cui aveva udito or ora il racconto. Confuso, e turbato dal contraccolpo del suo sentimento non ricambiato, disse crollando la testa:
- È irritante che tu ti faccia tante illusioni sulla bontà di costui!
- Forse hai ragione, – ammise Agathe.
Egli la guardò. Capiva che per sua sorella quell’incontro era più importante che tutti gli omaggi ricevuti finora mentre era sotto la sua protezione. D’altronde quell’uomo egli lo
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conosceva, sebbene di sfuggita; Lindner aveva un’attività pubblica; era stato lui che nella prima seduta dell’Azione Patriottica aveva pronunciato in un silenzio penoso quel breve discorso dedicato al “momento storico” o qualcosa di simile, goffo, schietto e insignificante… Senza volerlo Ulrich si guardò intorno, ma non ricordava di aver notato Lindner fra i presenti, e sapeva anche che questa volta non era più stato invitato. Doveva averlo incontrato altrove, forse nei circoli scientifici, e aver letto qualcosa di suo, giacché, spremendosi la memoria, da ultramicroscopiche tracce di ricordo stillò come una goccia viscosa e nauseante il giudizio: – Un insipido ciuco! Chi voglia restare a un certo livello di vita spirituale, un uomo simile non lo può prendere più sul serio del professore
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Hagauer!
Lo disse ad Agathe.
Agathe tacque. E gli strinse persino la mano.
“È una cosa assurda ma non si potrà più fermare!” fu la percezione di Ulrich.
In quel momento arrivò gente nel vestibolo, e i due furono separati.
- Vuoi che ti riaccompagni nelle sale? – domandò Ulrich. Agathe disse di no e cercò una via di scampo.
Di colpo Ulrich ricordò che per sfuggire agli altri non rimaneva che rifugiarsi in cucina.
In cucina si stavano riempiendo batterie di bicchieri e caricando vassoi di tartine. La cuoca sfaccendava con gran zelo, Rachel e Soliman aspettavano i rifornimenti, ma invece di bisbigliare insieme come nelle altre occasioni
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stavano ciascuno immobile al suo posto. La piccola Rachel fece la riverenza quando entrarono fratello e sorella, Soliman invece sgranò soltanto gli occhi, e Ulrich chiese:
- Di là fa troppo caldo, potete offrirci un rinfresco qui?
Si sedette con Agathe sulla panca davanti alla finestra e pose lì davanti pro forma piattini e bicchieri, per aver l’aria, se qualcuno lo scovava, di due intimi di casa che si permettessero un piccolo scherzo. Disse poi, con un breve sospiro:
- Dunque è solo questione di sentimento giudicare buono o insopportabile questo professor Lindner!
Agathe era occupata a svolgere la carta di un cioccolatino.
- Vale a dire, – seguitò Ulrich, – che il
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sentimento non è né vero né falso. Il sentimento è una questione personale! Rimane in balia della suggestione, dell’immaginazione, della persuasione. Tu ed io non siamo diversi da quegli altri di là! Sai che cosa vogliono quelli?
- No. Ma non è indifferente?
- Forse no. Perché formano due partiti, di cui l’uno ha altrettanto torto o ragione che l’altro.
Agathe disse che le pareva meglio credere nella bontà umana piuttosto che nei cannoni e nella politica; anche se il modo di credere era ridicolo.
- Come quest’uomo di cui hai fatto la conoscenza? – chiese Ulrich.
- Ah, come si fa a spiegarlo? Ma certo è buono! – rispose la sorella, e rise.
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- Su quel che ti pare buono tu puoi fare sì poco affidamento quanto Leinsdorf su quel che par buono a lui! ribatté Ulrich accigliato.
I due visi erano tesi e turbati pur nel riso: intralciato da più profonde controcorrenti il lieve fluire della cortese gaiezza. Rachel lo sentiva sotto la sua cuffietta fino alla radice dei capelli; ma lei stessa era così giù che le sue sensazioni erano attutite, come un ricordo di tempi migliori. Le sue belle guance tonde erano lievemente infossate, il fuoco nero dei suoi occhi velato dallo scoramento: se Ulrich avesse avuto voglia di paragonare la sua bellezza con quella di Agathe si sarebbe accorto che il bruno splendore di Rachel s’era rotto come un pezzo di carbone schiacciato da un carro pesante. Ma lui non la guardava. Ella era incinta, e nessuno lo sapeva tranne Soliman che senza intendere
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la realtà della sciagura vi rispondeva con progetti romantici e balordi.
- Da secoli, – riprese Ulrich, – il mondo conosce la verità del pensiero, e quindi fino a un certo punto la libertà del pensiero. Nel tempo stesso il sentimento non conosceva né la severa scuola della verità né quella della libertà d’azione. Ogni morale infatti nel periodo in cui vigeva ha regolato il sentimento, e rigidamente, solo in quanto certi principî e sentimenti-base le erano necessari per agire ad arbitrio; il resto lo ha lasciato al talento, alle passioni personali, agli incerti conati dell’arte e dell’interpretazione accademica. La morale dunque ha adattato i sentimenti ai bisogni della morale e così ha trascurato di svilupparli benché essa stessa dipenda da loro. Essa infatti è l’ordine e l’umanità del sentimento.
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Qui s’interruppe. Sentiva su di sé lo sguardo affascinato di Rachel, anche se la camerierina non poteva più avere tutto l’entusiasmo di una volta per le faccende dei “grandi”
- Forse è comico che io parli di morale anche qui in cucina, – disse confuso.
Agathe lo guardava attenta e pensosa. Egli si piegò su di lei, avvicinandosi ancora, e soggiunse piano con un sorriso scherzoso e guizzante:
- Ma è semplicemente un altro modo di esprimere uno stato di passione che si arma contro tutto il mondo!
S’era ripetuto senza che Ulrich lo volesse il contrasto del mattino, in cui egli appariva nella poco gradevole figura dell’ammonitore. Ma non poteva far diverso. La morale non era per lui né
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costrizione né saggezza, bensì l’infinito complesso delle possibilità di vivere. Egli credeva a un potere d’accrescimento della morale, a gradini della sua esperienza, e non soltanto, come si usa comunemente, a gradini della sua conoscenza, come se essa fosse qualcosa di stabile per cui l’uomo, soltanto, non è abbastanza puro. Egli credeva nella morale senza credere in una morale definita. Di solito s’intende per essa una specie di regolamento di polizia che serve a mantenere in ordine la vita; e poiché la vita non obbedisce neppure a tali regole, esse appaiono quasi impossibili a seguirsi, e, pur in questo modo meschino, acquistano l’apparenza d’un ideale. Ma non è lecito mettere la morale su questo piano. La morale è fantasia. Ecco ciò che Ulrich voleva dimostrare ad Agathe. E in secondo
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luogo: la fantasia non è arbitrio. Se abbandonata all’arbitrio, la fantasia si vendica. In bocca a Ulrich, le parole palpitavano. Era stato lì lì per parlare di una distinzione troppo poco considerata: le diverse epoche sviluppano a modo loro l’intelligenza, ma la fantasia morale l’hanno fissata e stabilita a modo loro. Stava per parlarne perché la conseguenza è questa: una linea ascendente dell’intelligenza e delle sue creazioni, che sale più o meno diritta, nonostante i dubbi, attraverso i mutamenti della storia; e in contrapposto un monte di macerie dei sentimenti, delle idee, delle possibilità di vita, disposti a strati così come si formarono, eterne cose di poco conto, e lì abbandonati. E un’altra conseguenza: che alla fine vi sono infinite possibilità di avere delle opinioni, ma nessuna di armonizzarle. E
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un’altra ancora: che queste opinioni cozzano l’una contro l’altra perché non possono accordarsi. E finalmente che l’affettività delle creature umane ondeggia di qua e di là come l’acqua in una botte che non ha un posto stabile. Per tutta la sera Ulrich era stato perseguitato da un’idea; era una sua vecchia idea, ma quella sera aveva avuto continue conferme, ed egli s’era proposto di dimostrare ad Agathe dove stava lo sbaglio e come si poteva correggere, se tutti l’avessero voluto; e in fondo non era che la dolorosa intenzione di comprovare che non si poteva nemmeno aver fiducia nelle scoperte della propria fantasia.
E Agathe disse con un piccolo sospiro, come una donna insidiata che tenta ancora una difesa prima di arrendersi:
- Dunque bisogna fare ogni cosa “per
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principio”? – E lo guardò rendendogli il sorriso.
Ulrich rispose:
- Sì, ma per un solo determinato principio! – E non era affatto quello che aveva inteso dire. Veniva di nuovo dal paese dei fratelli siamesi e del Regno Millenario, dove la vita cresce come un fiore, in un silenzio incantato, e anche se non era campato in aria era però ai confini del pensiero che sono solitari e fallaci. Gli occhi di Agathe erano come diaspro spezzato. Se in quel momento egli avesse detto una parola di più o avesse posato la mano su di lei, sarebbe accaduto qualcosa che ella poco dopo non avrebbe più potuto spiegare perché passò subito. Giacché Ulrich non aggiunse altro. Prese un frutto e un coltello, e si mise a sbucciare. Era felice che la lontananza di poco fa fra lui e la sorella si fosse fusa in una
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vicinanza estrema, ma fu anche contento che qualcuno venisse a interromperli.
Era il generale affacciato all’uscio della cucina con l’aria astuta d’un comandante di pattuglia che sorprende il nemico a bivacco.
- Chiedo scusa se disturbo! – esclamò entrando. – Ma non sarà un delitto grave trattandosi di un tête à tête col fratello, vero, signora? – E poi si rivolse a Ulrich: – Ti cercano per mare e per terra!
E Ulrich allora disse al generale quello che aveva voluto dire ad Agathe. Ma prima chiese:
- Chi è che mi cerca?
- Ma se dovevo condurti dal ministro! – lo rimproverò Stumm. Ulrich fece un gesto evasivo.
- Be, ormai è troppo tardi, – disse il buon generale. – Se n’è già andato. E adesso, appena
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la signora si sarà scelta una compagnia migliore della tua, intendo esercitare il mio diritto di chiederti spiegazioni sulla “guerra di religione”, se ricordi ancora le tue parole di poco fa.
- Ne stiamo appunto parlando, rispose
Ulrich.
- Oh, interessantissimo! – esclamò von Stumm. – Dunque anche lei, signora, si occupa di morale?
- Mio fratello non parla d’altro, spiegò
Agathe sorridendo.
- Quest’oggi l’argomento è addirittura all’ordine del giorno! sospirò il generale. – Due minuti fa, per esempio, Leinsdorf mi ha detto che la morale è altrettanto importante che il mangiare. Io non sono d’accordo! E si chinò voglioso sui dolci che Agathe gli porgeva.
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Faceva per scherzo, naturalmente. Agathe lo consolò:
- Non sono d’accordo neppure io.
- Gli ufficiali e le donne devono avere una morale, ma non ne parlano volentieri, – seguitò il generale. – Non ho ragione, signora?
Rachel aveva portato una seggiola da cucina, e la stava spolverando premurosa col grembiule; quelle parole la toccarono nel cuore, e quasi le vennero le lacrime agli occhi. Stumm ricominciò a stuzzicare Ulrich:
- Be, com’è questa storia della guerra di religione? – Ma prima che Ulrich potesse dire qualcosa, lo interruppe di nuovo: – Ho l’impressione che tua cugina ti vada cercando per tutta la casa, e io l’ho preceduta solo in grazia della mia educazione militare. Perciò devo sfruttare la mia priorità. Non è bello, sai,
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quel che succede là dentro. Ci renderemo ridicoli! E lei, come devo dire? lei ha lasciato cadere le briglie. Sai che cosa hanno stabilito?
- Ma chi?
- Molti sono già andati via. Alcuni sono rimasti e stanno bene attenti a quel che succede, – raccontò il generale. – Sicché non si può dire chi sia stato.
- Allora sarà meglio che tu mi dica innanzitutto di quale risoluzione si tratta, – suggerì Ulrich.
Stumm von Bordwehr alzò le spalle.
- Va bene. Ma per fortuna non si può parlare di una risoluzione regolamentare, – spiegò poi. – Tutte le persone responsabili, grazie a Dio, s’erano già ritirate. Si può dire perciò che è soltanto una risoluzione particolare, una proposta o un voto di
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minoranza. Io sosterrò che ufficialmente noi non ne sappiamo nulla. Devi però avvertire il tuo segretario, perché non lo metta a verbale. Perdoni, signora, – aggiunse rivolto nuovamente ad Agathe, – questi discorsi professionali!
- Ma che cos’è accaduto, insomma? – domandò anch’ella. Stumm fece un largo gesto con ambo le braccia.
- Quel Feuermaul, forse la signora ricorda, che abbiamo invitato solo perché… come posso dire? perché è un esponente dello spirito dei tempi e perché tanto dovevamo anche invitare gli esponenti opposti… Bene, si sperava che nonostante queste presenze, e anzi col vantaggio di certi impulsi spirituali avremmo potuto parlare di ciò che purtroppo è in gioco. Suo fratello lo sa, cara signora; bisognava far incontrare il ministro con Leinsdorf e con
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Arnheim, per vedere se Leinsdorf non aveva prevenzioni contro talune concezioni patriottiche. E non sono affatto scontento, – commentò confidenzialmente rivolto a Ulrich, perché in quanto a questo tutto è andato a posto. Ma nel frattempo il Feuermaul, – qui Stumm si vide costretto ad aggiungere qualche spiegazione per Agathe, – che è il rappresentante di una concezione secondo la quale l’uomo è una creatura affettuosa e pacifica da trattare benignamente, s’è messo a litigare con i rappresentanti di una concezione all’incirca opposta, che afferma la necessità di una mano ferrea per mantener l’ordine eccetera eccetera, e prima che lo si potesse impedire hanno preso una deliberazione comune!
- Comune?! – si accertò Ulrich.
- Già. L’ho raccontato come se fosse una
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barzelletta, – dichiarò Stumm, colpito in ritardo, e lusingato, dell’involontaria comicità della sua descrizione. – Chi poteva aspettarselo? E se ti dico qual era questa deliberazione, non ci vorrai credere! E poiché oggi ho fatto quasi una visita ufficiale a Moosbrugger, tutto il Ministero sarà convinto che lì sotto c’è il mio zampino!
A questo punto Ulrich scoppiò in una risata e nello stesso modo seguitò a interrompere di tanto in tanto le spiegazioni di Stumm. Solo Agathe capiva la ragione di quell’ilarità, mentre il generale osservò ripetutamente, un po’ offeso, che l’amico pareva nervoso. Ma quel che era accaduto somigliava troppo al quadro da lui schizzato poco prima alla sorella perché egli potesse trattenersi dal riso. Il gruppo Feuermaul era saltato fuori all’ultimo momento
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per salvare il salvabile. In simili casi lo scopo è meno chiaro che l’intenzione. Il giovane poeta Friedel Feuermaul chiamato Pepi nell’intimità, perché era innamorato della Vecchia Vienna e si sforzava di rassomigliare al giovane Schubert, pur essendo nato in una cittadina ungherese – credeva fermamente nella missione dell’Austria nonché nell’umanità. Era chiaro che un’impresa come l’Azione Parallela, se egli non era chiamato a collaborarvi, doveva inquietarlo fin da principio. Come poteva un’impresa umanitaria in chiave austriaca o un’impresa austriaca in chiave umanitaria prosperare senza di lui? Questo egli aveva detto, crollando il capo, alla sua amica Drangsal; e costei, nella sua qualità di vedova che faceva onore alla patria e per di più titolare di un salotto estetico-intellettuale che solo in
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quest’ultimo anno era stato superato da quello di Diotima, l’aveva ripetuto a tutte le persone influenti che le erano capitate a tiro. Così era sorta la voce che l’Azione Parallela era in pericolo, a meno che… questo “a meno che” e questo “pericolo” naturalmente erano rimasti nel vago, perché prima bisognava costringere Diotima a invitare Feuermaul, e poi si sarebbe potuto vedere. Ma l’annuncio di un pericolo proveniente dall’Azione Patriottica fu subito colto da quei politici vigilanti che non riconoscevano una patria comune, ma soltanto una nazione madre che viveva con lo Stato in connubio forzato, subendone i maltrattamenti: da molto tempo essi sospettavano che dall’Azione Parallela sarebbe scaturita soltanto una nuova oppressione. E anche se cortesemente facevano finta di nulla gli
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premeva meno stornare questo pericolo – poiché umanitari disperati ve ne sarebbero sempre stati fra i tedeschi, ma nell’insieme rimanevano sempre oppressori e sfruttatori! – che ottenere dai tedeschi stessi l’ammissione che il loro nazionalismo era pericoloso.
Perciò la signora Drangsal e il poeta Feuermaul si sentivano sostenuti da una simpatia per i loro sforzi donde, pur senza analizzarla, traevano beneficio, e a Feuermaul, che era notoriamente un uomo di sentimento, balenò l’idea di suggerire pensieri di pace e d’amore allo stesso ministro della Guerra. Perché proprio al ministro della Guerra, e quale parte gli si dovesse assegnare, non si curò di mettere in chiaro, ma l’idea era così abbagliante e drammatica che non gli occorreva davvero l’aiuto altrui. Questa opinione era
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condivisa da Stumm von Bordwehr, il generale infedele che la smania di cultura spingeva ogni tanto a frequentare il salotto della signora Drangsal all’insaputa di Diotima; per merito di questi, poi, il concetto che l’industriale Arnheim, produttore di armi, costituisse una componente del pericolo, cedette alla convinzione che il pensatore Arnheim fosse un elemento importante di ogni iniziativa rivolta al bene.
Finora dunque tutto era proceduto secondo il previsto, e anche il fatto che dal colloquio del ministro e di Feuermaul nonostante la cooperazione della signora Drangsal non fosse scaturito che qualche mirabile tratto di spirito del poeta, pazientemente ascoltato da Sua Eccellenza, era nell’ordine naturale delle cose. Ma Feuermaul aveva dentro di sé ancora delle
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riserve; e poiché le sue milizie erano composte di letterati giovani e vecchi, di consiglieri aulici, bibliotecari, e alcuni pacifisti, in breve gente d’ogni età e professione, uniti da un affetto comune per la vecchia patria e per la sua missione sulla terra, pronti a lottare con pari impegno per il ripristino degli omnibus a cavalli con lo storico tiro a tre, oppure per le porcellane viennesi; e poiché questi fedeli nel corso della serata eran venuti in vari modi a contatto con gli avversari, i quali, si sa, non brandivano ostensibilmente il coltello, si erano intrecciate molte conversazioni con caotiche mescolanze dei più vari punti di vista. A questa tentazione si trovò esposto Feuermaul quando il ministro della Guerra lo congedò e la sorveglianza della signora Drangsal si allentò per ignote ragioni. Stumm von Bordwehr seppe
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soltanto riferire che Feuermaul aveva avuto un vivacissimo dialogo con un giovanotto che dalla descrizione era presumibilmente Hans Sepp. Ad ogni modo era uno di quelli che si servono sempre di un capro espiatorio al quale accollano tutti i mali che non sanno risolvere; l’orgoglio nazionale è uno di questi casi, in cui per pura convinzione si sceglie un capro espiatorio che non sia consanguineo ed abbia la minor somiglianza possibile con l’interessato. Com’è risaputo è un grandissimo sollievo, quando ci si arrabbia, scaricare su qualcuno la propria collera, anche se non ci ha né colpa né peccato; non così noto è che si possa dire altrettanto dell’amore. Anche l’amore, non avendo altra occasione, deve spesso sfogarsi su qualcuno che non ne può niente. Così Feuermaul era un giovane industrioso, che
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nella lotta per la vita poteva essere assai perverso, ma il suo “capro amatorio” era l’uomo, e quand’egli pensava all’uomo in generale diventava un oceano di bontà inappagata. Hans Sepp invece era in fondo un buon figliolo che non aveva nemmeno cuore d’ingannare il direttore Fischel, e il suo capro espiatorio era “l’uomo non tedesco” al quale addossava tutta la sua rabbia per le cose che non poteva mutare. Sa il cielo che cosa s’erano detti in principio; dovevano aver cavalcato ciascuno il suo “capro” lanciandolo contro l’altro, perché Stumm raccontò:
- Non capisco proprio come sia accaduto: a un tratto furono circondati di gente e in un batter d’occhio si formò un vero assembramento, tutti i presenti nelle sale erano
intorno a loro!
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- E sai di che cosa discutevano? – chiese
Ulrich. Stumm alzò le spalle:
- Feuermaul gridava all’avversario: “Lei vorrebbe odiare, ma non ci riesce! Perché l’amore è ingenito in ogni creatura umana!” Insomma qualcosa di simile. E l’altro strepitava di rimando: “E lei vorrebbe amare? Ma neanche lei ci riesce, meno che meno, lei, lei…” Be, non so dirti esattamente perché per via dell’uniforme che porto dovevo tenermi a una certa distanza.
- Oh, – disse Ulrich, – mi hai già detto l’essenziale – E si voltò verso Agathe, con uno sguardo che cercava quello di lei.
- Ma l’essenziale era la conclusione! – insisté Stumm. – Prima sembrava che volessero sbranarsi, e poi di punto in bianco ne è venuta fuori una risoluzione comune… nei due sensi
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della parola!
Stumm, così perfettamente rotondo, dava l’impressione di una conchiusa serietà.
- Il ministro è andato via subito, – riferì.
- Ma dunque, com’è questa risoluzione? – chiesero i due fratelli.
- Proprio di preciso non saprei dirlo, – rispose Stumm, – perché sono sparito anch’io immediatamente, si capisce; e quelli non avevano ancora finito. D’altronde è difficile ricordare parola per parola roba di quel genere. Era qualcosa in pro di Moosbrugger e contro il militarismo.
- Moosbrugger? E come mai? – rise Ulrich.
- Come mai? – ripeté il generale, rabbioso. – Tu fai presto a ridere, ma per me è una bella fregatura. O almeno un bel lavoro: mi toccherà scarabocchiare per intere giornate. Con gente
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di quel genere, che vuoi che ti dica “come mai”? Forse la colpa è di quel vecchio professore che oggi non ha smesso di perorare per il capestro e contro la mitezza. Oppure è successo perché in questi ultimi giorni la stampa ha ripreso a parlare di quel criminale. Hanno rimesso in tavola la questione. Bisogna farla finita! – dichiarò poi con una risolutezza per lui insolita.
In quel momento entrarono in cucina, a breve distanza l’uno dall’altro, Arnheim, Diotima e persino Tuzzi e il conte Leinsdorf. Arnheim aveva sentito le voci dall’anticamera. stava per svignarsela approfittando del trambusto, nella speranza di sottrarsi ancora per questa volta ad una spiegazione con Diotima: il giorno dopo sarebbe partito per qualche settimana. Ma la curiosità lo spinse a gettare un’occhiata in cucina, e poiché Agathe
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l’aveva visto la cortesia gli vietava di tirarsi indietro. Stumm lo bersagliò subito di domande sulla situazione.
- Le posso ripetere addirittura il testo originale, – rispose Arnheim sorridendo. – Era così buffo che non ho saputo trattenermi dal prenderne nota di nascosto.
Trasse dal portacarte un foglietto e decifrando l’appunto stenografato lesse lentamente il testo della risoluzione:
- “L’Azione Parallela, su proposta dei signori Feuermaul e… l’altro nome non l’ho capito afferma: ciascuno può difendere le proprie idee con la vita, ma chi induce altri a morire per le idee altrui è un assassino!” Questo è il testo proposto, – aggiunse poi, – e non ho l’impressione che muteranno qualcosa.
Il generale esclamò:
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- Sì, è proprio così, l’ho udito anch’io! Sono ripugnanti questi dibattiti intellettuali! Arnheim disse con indulgenza:
- È la gioventù moderna che esprime la sua esigenza di un saldo indirizzo.
- Ma non è soltanto la gioventù, ribatté Stumm nauseato. – C’erano anche delle teste pelate che approvavano tutt’in giro! – Allora è il bisogno d’essere guidati tout court, – disse Arnheim con un cenno cordiale. – Tutti lo sentono, oggi. Del resto la risoluzione è presa da un libro contemporaneo, se ben ricordo.
- Davvero? – esclamò Stumm.
- Sì, – disse Arnheim. – E naturalmente si fa come se non esistesse. Però varrebbe la pena di utilizzare il bisogno spirituale che essa manifesta.
Il generale si mostrò un poco preoccupato;
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si volse a Ulrich:
- Hai un’idea di quel che si potrebbe fare?
- Naturalmente! – rispose Ulrich. L’attenzione di Arnheim fu accaparrata da Diotima.
- Su dunque! – disse il generale a bassa voce. – Fuori l’idea! Preferirei che la guida restasse nelle nostre mani!
- Devi renderti ben conto di come stanno le cose, – disse Ulrich senza affrettarsi. – Quelli là non hanno torto quando l’uno dice all’altro che vorrebbe amare, se soltanto potesse, e l’altro replica che lo stesso vale anche per l’odio. In verità, vale per tutti i sentimenti. L’odio ha oggi in sé qualcosa di conciliante, e d’altra parte per provare per un altro quello che sarebbe vero amore bisognerebbe… Io dico, – affermò Ulrich brevemente, – che questi due non sono ancora
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venuti!
- Questo è certamente interessantissimo, – interruppe pronto il generale, – perché non capisco affatto come puoi sostenerlo. Ma io domani devo scrivere un rapporto sugli avvenimenti di oggi e perciò ti scongiuro di tenerne conto! Fra noi militari l’essenziale è poter sempre annunziare qualche progresso; un certo ottimismo è indispensabile anche nella sconfitta, lo comporta il mestiere: dunque, come posso descrivere come progresso quel che è successo oggi?
- Scrivi, – disse Ulrich strizzando l’occhio: – è stata la vendetta della fantasia morale!
- Ma non si può scrivere così per i militari! – replicò Stumm indignato.
- Allora, – riprese Ulrich gravemente, – scrivi così: Tutti i periodi creativi sono sempre stati
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seri. Non v’è profonda felicità senza morale profonda. Non v’è morale che non si possa dedurre da qualcosa di saldo. Non v’è felicità che non posi su una convinzione. Neanche gli animali vivono senza morale. Ma l’uomo, oggi, non sa più con quale…
Stumm interruppe anche questo dettato che in apparenza fluiva spassionatamente:
- Caro amico, io posso parlare di morale della truppa, di morale del combattimento e anche di morale di una donna; ma sempre di singoli casi; senza questa precauzione non si parla di morale in un documento militare, così come non si parla di fantasia o del buon Dio: lo sai anche tu!
Diotima guardava Arnheim ritto presso la finestra della sua cucina: un quadro stranamente domestico, dopo che tutta la sera
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non avevano scambiato che poche parole prudenti. A un tratto provò il desiderio contraddittorio di seguitare con Ulrich la conversazione interrotta. Nel suo cervello regnava quella piacevole disperazione che, irrompendo in parecchie direzioni a un tempo, si placa e si annulla quasi in una serena tranquilla attesa. Il fallimento del “Consiglio”, da molto tempo previsto, le era indifferente. Anche l’infedeltà di Arnheim le pareva indifferente. Egli la guardò mentre ella entrava, e per un attimo ecco di nuovo la nota sensazione di uno spazio vivo che li univa. Ma ella ricordò tosto che Arnheim da settimane la evitava e il pensiero: “Disertore dell’amore!” restituì alle sue ginocchia la forza di andargli dignitosamente incontro. Arnheim vide tutto: lo sguardo, l’esitazione, l’annullamento della
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distanza; sui sentieri ghiacciati che innumerevoli correvano fra di loro, si stendeva il presentimento che forse avrebbero ancora potuto sgelarsi. Arnheim s’era messo in disparte, ma all’ultimo momento lui e Diotima fecero una conversazione che li condusse accanto a Ulrich, al generale Stumm e agli altri.
Dalle ispirazioni del genio fino alle manifestazioni del cattivo gusto che accomuna i popoli, ciò che Ulrich chiamava la fantasia morale, o più semplicemente il sentimento, è un’unica secolare incessante fermentazione. L’uomo è un essere che non può vivere senza entusiasmo. E l’entusiasmo è uno stato in cui tutti i suoi sentimenti e pensieri hanno la stessa forza vitale. Tu credi, invece, che sia lo stato in cui un sentimento prevale sugli altri – esser rapiti in estasi! – e tutto travolge? No, non
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volevi dir questo? Eppure è così. È anche così. Ma la forza di un simile entusiasmo non ha sostegno. Sentimenti e pensieri acquistano durevolezza solo vicendevolmente, nel loro complesso, devono in qualche modo avere la stessa direzione e trascinarsi l’un l’altro. E con tutti i mezzi, con droghe, fantasie, suggestioni, con la fede, il convincimento, spesso anche con l’influsso semplificante della stupidità, l’uomo si sforza di creare uno stato simile a quello. Egli crede nelle idee, non perché a volte son vere, ma perché ha bisogno di credere. Perché deve tenere in ordine i propri affetti. Perché deve turare con un’illusione il buco nei muri della sua vita, attraverso il quale i suoi sentimenti si disperderebbero se no ai quattro venti. Giusto sarebbe, invece di abbandonarsi a condizioni apparenti e passeggere, cercare
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almeno le premesse del vero entusiasmo. Ma sebbene, tutto sommato, il numero delle decisioni dettate dal sentimento sia infinitamente più grande di quello delle decisioni prese dalla nuda ragione, e tutti gli avvenimenti che commuovono l’uomo nascano dalla fantasia, pure soltanto i problemi del raziocinio stanno al di sopra della persona e per il resto non è accaduto nulla che meriti il nome di sforzo comune o che denoti almeno il riconoscimento della sua disperata necessità.
Così all’incirca parlò Ulrich fra le comprensibili proteste del generale.
Negli eventi della serata, benché fossero stati abbastanza tumultuosi e dovessero dimostrarsi in seguito carichi di conseguenze per colpa di interpretazioni maligne, egli vedeva soltanto un esempio di illimitato disordine. Il
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signor Feuermaul gli appariva in quel momento tanto indifferente quanto l’amore del prossimo, il nazionalismo quanto il signor Feuermaul, e invano Stumm gli chiese come si sarebbe potuto distillare da una presa di posizione così personale il pensiero di un progresso tangibile.
- Riferisci, – rispose Ulrich, – che questa è la millenaria guerra di religione. E che mai gli uomini sono stati male agguerriti come in quest’epoca, in cui le scorie dei “sentimenti provati invano”, ammucchiate di età in età, sono alte ormai come una montagna, senza che nessuno ci faccia nulla. Così il Ministero della Guerra può aspettare tranquillamente la prossima catastrofe di massa.
Ulrich vaticinava senza averne il sospetto. D’altronde non gli importava niente dei fatti reali, egli combatteva soltanto per la sua
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salvezza eterna. Cercava di frapporre ogni ostacolo che potesse impedirla. Perciò rideva e cercava di ingannare gli altri con l’apparenza dello scherno e dell’esagerazione. Esagerava per Agathe. In verità elevava contro di lei un baluardo di pensieri e sapeva che in un certo punto c’era un piccolo chiavistello: bastava tirarlo, e tutto sarebbe stato sommerso e sepolto dal sentimento! E in fondo egli pensava incessantemente a quel chiavistello.
Diotima gli stava accanto e sorrideva. Sentiva il travaglio di Ulrich per la sorella, era triste e commossa, aveva dimenticato la sessuologia, e qualcosa s’era dischiuso: forse l’avvenire, certo però anche le sue labbra.
Arnheim chiese a Ulrich:
- E lei crede… che si potrebbe far qualcosa per rimediarvi? – Il tono della domanda faceva
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capire che egli attraverso l’esagerazione riconosceva la serietà, ma trovava esagerata anche quella.
Tuzzi disse a Diotima:
- Ad ogni modo bisogna impedire che qualcosa ne giunga all’orecchio del pubblico.
Ulrich rispose ad Arnheim:
- Non è evidente? Oggi ci vediamo davanti troppe possibilità di sentimento e di vita. Ma questa difficoltà non è uguale a quella che la ragione sa dominare quando è posta di fronte a una quantità di fatti e a una storia delle teorie? E per essa abbiamo trovato un comportamento non rigido e tuttavia severo che non ho bisogno di descriverle. Ora le chiedo: non si potrebbe far qualcosa di simile per il sentimento? Vorremmo sapere certamente perché viviamo; è l’origine principale di tutte le violenze di questo
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mondo. Le altre epoche l’hanno tentato coi loro mezzi insufficienti, ma il grande secolo dell’esperienza a partire dal suo spirito non ha ancora…
Arnheim, che capiva subito e amava interrompere, gli pose deprecativamente una mano sulla spalla:
- Ma questo sarebbe un rapporto progressivo con Dio! – esclamò in tono sommesso e ammonitore.
- Be, è poi una cosa così terribile? – obiettò Ulrich non senza ironia per quel timore prematuro. – Ma io non sono ancora arrivato a tal punto!
Arnheim si riprese subito e sorrise.
- Fa piacere ritrovare qualcuno immutato dopo una lunga assenza; è così raro oggigiorno!
- disse. E in verità si rallegrava davvero, una
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volta postosi al sicuro grazie a quella benevola obiezione. Ulrich avrebbe potuto ritornare sulla questione dell’impiego, e Arnheim gli era grato di disprezzare nella sua irresponsabile indipendenza ogni contatto con la terra. – Bisognerà parlarne, una volta o l’altra, soggiunse cordialmente. – Non capisco bene come lei immagina questa trasposizione del nostro contegno teorico in campo pratico.
Ulrich sapeva di non avere infatti un’idea chiara. Non intendeva né una vita di sperimentatore né una vita “alla luce della scienza”, bensì una “ricerca del sentimento” simile alla ricerca della verità, solo che non si trattava della verità. Guardò Arnheim che si avvicinava ad Agathe. Lì accanto c’era anche Diotima; Tuzzi e il conte Leinsdorf passeggiavano su e giù. Con tutti Agathe
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scambiava parole e pensava: “Perché Ulrich parla con tutti? Avrebbe dovuto andar via con me! Egli svaluta quel che mi ha detto!” Qualcuna delle frasi colte a volo le piacque, ma pure le facevano male. Tutto ciò che veniva da Ulrich la faceva di nuovo soffrire, adesso, e per la seconda volta nella stessa giornata sentì improvviso il bisogno di fuggir via da lui. Disperava ormai di bastargli, nella propria unilateralità, e l’idea di andarsene fra poco a casa come due persone qualsiasi che commentano la serata le era insopportabile!
Ulrich invece seguitava a pensare: “Arnheim non capirà mai! – E integrò la sua spiegazione:
- L’uomo scientifico è appunto limitato nel sentimento, l’uomo pratico poi ancora di più. Questo è necessario, come lo star saldamente piantati sulle gambe quando con le braccia si
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vuole afferrare qualcosa” Anche lui era così, nelle circostanze abituali. Quando meditava, e forse pure sul sentimento in persona, lasciava entrare il sentimento solo con molta circospezione. Agathe diceva ch’era freddezza; lui però sapeva: se si vuol essere interamente quell’altro, bisogna prima rinunziare alla vita, come in un’avventura fatale, perché non si può immaginare quel che accadrà! In quel momento egli ne aveva voglia e non lo temeva più. contemplò a lungo la sorella. Il vivace gioco della parola sul volto più profondo che ne rimaneva intatto. Voleva invitarla a venir via con lui. Prima ch’egli potesse lasciare il suo posto, Stumm s’era di nuovo avvicinato, e lo interpellava.
Il buon generale voleva bene a Ulrich; gli aveva già perdonato gli scherzi sul Ministero
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della Guerra, anzi in qualche modo quel discorso sulla guerra di religione gli era piaciuto perché aveva qualcosa di festosamente militare come le fronde di quercia sul berretto o le grida di urrah nel giorno natalizio dell’imperatore. Mise il braccio sotto quello dell’amico e pilotò Ulrich fuori della portata degli orecchi altrui.
- Vedi, mi sembra molto bello il tuo concetto che tutti gli avvenimenti nascano dalla fantasia, egli incominciò; – naturalmente questo mio giudizio è più privato che ufficiale – Offrì a Ulrich una sigaretta.
- Devo andare a casa, – dichiarò Ulrich.
- Tua sorella si diverte un mondo, perché disturbarla? – disse Stumm. – Arnheim le sta facendo la corte a tutto spiano. Ah, quel che volevo dirti: ormai la gente non s’interessa più
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molto al grande ideale dell’umanità: dovresti riportarli tu all’entusiasmo. Voglio dire: nel secolo spira uno spirito nuovo, e dovresti essere tu a dirigerlo!
- Che diavolo ti viene in mente? – chiese
Ulrich pieno di diffidenza.
- Ecco come vedo la cosa – Stumm ripassò i suoi argomenti e riprese incalzante: – Anche tu sei per l’ordine, lo si capisce da tutto ciò che dici. Ed ecco che io mi chiedo: l’uomo è buono o ha bisogno piuttosto di una mano forte? Si sente oggi un certo bisogno di risolutezza. Tutto sommato ti ho già detto che sarei più tranquillo se tu riprendessi la tua attività direttiva nell’Azione. Se no, alla fine non si sa che cosa succede con tutti quei discorsi!
Ulrich rise.
- Sai che cosa faccio adesso? Non verrò mai
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più qui! rispose felice.
- Ma perché? – protestò Stumm. – Così darai ragione a quelli che dicono che non sei mai stato una forza dell’Azione!
- Se io rivelassi alla gente quello che penso lo direbbero ancora di più! – ribatté Ulrich ridendo, e si svincolò dal suo amico.
Stumm era arrabbiato, ma poi la sua bonarietà ebbe il sopravvento; salutando Ulrich egli disse:
- Queste storie sono maledettamente complicate. Certe volte penso che il meglio sarebbe l’intervento di un imbecille, sai, una specie di Giovanna d’Arco, forse quello ci potrebbe giovare!
Lo sguardo di Ulrich cercava la sorella e non la trovava. Quando chiese di lei a Diotima, Leinsdorf e Tuzzi tornando dalle altre stanze
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annunziarono che era cominciato l’episodio generale.
- Ho detto subito, – riferì allegramente Sua Signoria alla padrona di casa, – che i discorsi fatti non rispecchiavano le vere opinioni. E la Calamità ha avuto un’idea veramente salvatrice, cioè si è stabilito di continuare un’altra volta la riunione di stasera. Ma quel Feuermaul, o come si chiama, leggerà una sua poesia molto lunga, così la serata trascorrerà più calma. Naturalmente, data l’urgenza, mi sono permesso di accettar subito in suo nome, cara amica!
Solo allora Ulrich apprese che Agathe s’era congedata improvvisamente e da sola aveva lasciato la casa; gli riferirono che non aveva voluto disturbarlo con la sua subitanea
risoluzione.
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39. Dopo l’incontro
COLUI che presso la tomba del poeta era entrato nella vita di Agathe, il professore August
Lindner, vedeva davanti a sé, scendendo a valle, immagini di salvezza.
Se ella dopo il congedo lo avesse seguito cogli occhi avrebbe notato che saltellava impettito giù per il viottolo pietroso, poiché era un’andatura singolarmente tranquilla, fiera e tuttavia cauta. Lindner portava il cappello in mano e di tanto in tanto si accarezzava i capelli; si sentiva così libero e lieto.
“Come sono pochi, – pensò, – coloro che
posseggono veramente un’anima
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compassionevole!” Egli si figurava un’anima capace di trasferirsi tutta nel suo simile, di soffrire i suoi più celati dolori e calarsi nelle sue più segrete debolezze. “Quale prospettiva! – esclamò dentro di sé. – Qual mirabile vicinanza della pietà divina, qual conforto e qual giorno di festa!” Ma subito gli venne in mente com’erano poche le persone disposte anche soltanto ad ascoltare con attenzione il loro prossimo; poiché lui era di quei benevoli che passano dal grande al piccolo senza vedervi nessuna differenza. “Chi, ad esempio, pone sul serio le usuali domande sulla salute dell’interlocutore?
- egli si domandò. – Provi costui a descrivere minuziosamente che cosa veramente prova in fondo all’animo, e si vedrà subito di fronte una faccia annoiata e distratta!”
Bene, lui non era caduto in quell’errore.
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Secondo i suoi principî, proteggere il debole era la necessaria e particolare regola igienica del forte, che senza tale benefica autolimitazione inclina facilmente all’asprezza; ed anche la cultura aveva bisogno di carità per combattere i pericoli ad essa inerenti. A chi vuole spiegarci che cosa sia “cultura universale”, egli asserì dentro di sé, deliziosamente rianimato da uno strale rivolto al collega Hagauer, “si dovrebbe prima impartire il consiglio: renditi conto di quel che sentono gli altri! Imparare mediante la compassione è mille volte più importante che imparare dai libri!” A quanto pareva era un’antica divergenza di opinioni che egli esprimeva da un lato sul concetto liberale di cultura, dall’altro sulla consorte del collega; infatti i suoi occhiali balenavano attorno come i due scudi d’un guerriero doppiamente armato.
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In presenza di Agathe s’era sentito confuso; se ella lo avesse visto adesso, le sarebbe sembrato un capitano, ma non certo il capitano di una truppa spensierata. Giacché un’anima veramente virile è soccorrevole, ed è soccorrevole perché è virile. Egli si pose il problema se aveva agito bene con la bella donna, e la risposta fu: “Sarebbe errato lasciare l’orgoglioso imperativo della sottomissione alla legge a coloro che sono troppo deboli per ciò; e sarebbe scoraggiante che solo sciocchi pedanti fossero custodi e formatori del costume: perciò a coloro che son vivi e forti è imposto il dovere di pretendere il limite e la disciplina a partire dal proprio istinto di forza e di salute; essi devono sorreggere i deboli, scuotere gli ignari e trattenere gli sfrenati!” Gli sembrava per parte
sua di averlo fatto.
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Come l’anima pia dell’esercito della salvezza si serve dell’uniforme e degli usi militari, così Lindner aveva adottato certe forme mentali soldatesche, anzi non aveva paura di fare alcune concessioni all’uomo-potenza di Nietzsche, che per lo spirito borghese di quell’epoca era ancora una pietra dello scandalo; per Lindner però era anche una cote per affilare. Di Nietzsche soleva dire: “Non si può sostenere che sia stato un uomo cattivo, ma le sue dottrine sono esagerate ed estranee alla vita, e il motivo è: che egli nega la compassione; e perciò non ha riconosciuto il meraviglioso contraccambio del debole: di render tenero il forte!” Ed opponendo a tutto ciò le proprie esperienze, pensava ora pieno di liete intenzioni: “Gli uomini veramente grandi non professano affatto un vuoto culto dell’Io,
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sebbene suscitino negli altri il sentimento della loro elevatezza abbassandosi verso di loro, e se necessario, per loro sacrificandosi!” Guardò trionfalmente negli occhi, con uno sguardo vittorioso e un mite biasimo esortante alla virtù, una coppia di giovani innamorati che venivano su verso di lui stretti stretti; ma era una coppia delle più ordinarie, e il giovane mariuolo che ne costituiva la parte maschile gli ricambiò lo sguardo con una strizzata d’occhi, tirò fuori repentinamente la lingua e disse: – Uhm! – Lindner, che non era preparato allo scherno e alla volgare minaccia, sussultò; ma finse di non accorgersene. Egli amava l’energia, e cercò con lo sguardo un poliziotto che avrebbe dovuto trovarsi nei pressi per garantire la sicurezza delle persone perbene; ma nel volgersi inciampò in un sasso, il moto brusco
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spaventò uno stormo di passeri che banchettava allegramente alla tavola di Dio, su un bel mucchio di sterco cavallino; il frullo dei passeri mise in guardia Lindner, che, all’ultimo momento, quando stava per cadere ignominiosamente, saltò il doppio ostacolo con una specie di passo di danza. Non si guardò indietro, e dopo un po’ si sentì molto in pace con se stesso. “Duri come il diamante e teneri come una madre, così si dev’essere!” commentò con una vecchia definizione secentesca.
Poiché stimava molto anche la virtù della modestia, in nessun altro momento avrebbe detto una cosa simile riguardo a sé, ma tale era il turbamento che Agathe gli aveva provocato nel sangue! Il polo negativo dei suoi sentimenti era che quella donna divinamente fragile, da lui incontrata in lacrime come l’Angelo trovò Maria
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Maddalena piangente nel giardino – oh, non voleva darsi troppe arie, ma l’indulgere alla poesia, come rende presuntuosi! – quindi riprese più austeramente: era che quella disgraziata donna era sul punto di rompere una promessa resa nelle mani di Dio; giacché così egli vedeva la sua smania di divorziare. Si rimproverava di non averglielo detto con la risolutezza necessaria, gli occhi negli occhi – oh Dio, quale vicinanza anche in queste parole! già, purtroppo non l’aveva dichiarato con la fermezza che ci voleva; ricordava soltanto di aver parlato in generale di costumi rilassati e di mezzi per prevenire questo rilassamento. Certo il nome di Dio non gli era venuto sulle labbra, se non forse come vuota intenzione; e la naturalezza, il tono disinvolto, quasi irriverente con cui Agathe gli aveva chiesto se credeva in
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Dio lo feriva ancora nel ricordo. Poiché l’uomo veramente pio non si permette di cedere a un semplice impulso e di pensare a Dio con rozza e scoperta immediatezza. Anzi ricordando tale pretesa Lindner detestò Agathe, come se avesse posato il piede su un serpente. Risolse fermamente – se mai potesse trovarsi in grado di ripeterle le sue ammonizioni – di lasciar parlare solo la possente ragione, che è commisurata alle faccende umane ed esiste al mondo proprio per impedire che qualunque indiscreto si permetta di disturbare Iddio con le sue perplessità, da un pezzo risolte; e perciò prese subito a servirsi di essa, e gli vennero in mente alcune parole adatte per una donna che pericola. Ad esempio, che il matrimonio non è un affare privato ma un’istituzione pubblica; che ha l’alto compito di sviluppare il senso di
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responsabilità e di solidarietà, e la funzione di temprare un popolo mediante la sopportazione di gravi difficoltà; ed anzi, ma questo bisognava dirlo con molto tatto, rappresenta alla lunga la miglior salvaguardia contro l’eccessivo appetito carnale. Gli uomini, forse non a torto, egli li vedeva come un sacco pieno di diavoli, che bisognava tenere ben legato; e la corda era fatta di principî incrollabili.
Come quell’uomo comprensivo, la cui parte corporea, tranne che nell’altezza, non eccedeva in alcuna direzione, fosse giunto al convincimento che bisogna continuamente reprimersi e dominarsi, era certo un mistero che si poteva chiarire soltanto conoscendone la contropartita. Quand’egli giunse alle falde della collina incontrò una fila di soldati e contemplò con affettuosa commozione quei giovanotti
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sudati che s’erano spinti i berretti fin sulla nuca e con le facce intontite dalla stanchezza sembravano un corteo di bruchi polverosi. Il suo orrore per la leggerezza con cui Agathe aveva trattato il problema del divorzio fu a tale vista trasognatamente attenuato dal piacere che ciò dovesse succedere al suo collega, il libero pensatore Hagauer; e quell’impulso valse in ogni modo a ricordargli l’indispensabile sfiducia nei confronti della natura umana. Si prefisse quindi di ammonire Agathe, spietatamente – nel caso che l’occasione si ripresentasse per davvero e senza sua colpa – che in ultima analisi le forze egoistiche sono soltanto distruttive e che ella doveva subordinare il suo personale sconforto, per quanto grande, al riconoscimento morale che la vera pietra di paragone della vita è proprio la
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convivenza.
Ma l’occasione si sarebbe offerta davvero? Questo era evidentemente il punto intorno al quale turbinavano, così stimolati, i pensieri di Lindner. “Vi sono molti individui forniti di nobili qualità non ancora raccolte in una salda convinzione”, intendeva dire ad Agathe; ma come gliel’avrebbe detto, se non la rivedeva? E tuttavia l’idea che lei potesse venire a cercarlo contrastava con tutti i suoi concetti di delicata e intatta femminilità. “Bisognerebbe farglielo subito capire, molto recisamente!”, egli stabilì, e poiché aveva preso questa risoluzione non dubitò più che ella sarebbe venuta per davvero. Esortò se stesso a rivivere con lei spassionatamente, prima di persuaderla dei suoi errori, i motivi ch’ella avrebbe addotto a propria giustificazione; con pazienza
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inalterabile l’avrebbe colpita al cuore, e dopo aver immaginato anche questo, discese nel suo animo un nobile sentimento di rispetto e di sollecitudine, di sacra fraternità; ed egli si rese ben conto che tale sentimento doveva fondarsi sempre sulle relazioni intercorrenti fra i sessi. “Pochissimi uomini, – egli esclamò edificato, – sanno quanto profondamente una nobile creatura femminile aspiri ad un uomo eletto, che coltivi schiette relazioni con lei come essere umano, senza che queste siano subito complicate dai turbamenti della sensualità!” Questi pensieri dovevano avergli dato le ali, giacché senza sapere come, egli si trovò a un tratto davanti al capolinea del tram, e prima di salire si tolse gli occhiali per nettarli del vapore di cui i suoi infocati ragionamenti li avevano appannati. Poi con un balzo andò a sedere in
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un angolo, si guardò intorno nella carrozza vuota, preparò il denaro per il biglietto, guardò in faccia il fattorino, e si sentì perfettamente a posto per intraprendere il viaggio di ritorno grazie a quell’ammirevole istituzione civica che è la tranvia comunale. Con un piacevole sbadiglio si liberò dalla stanchezza della passeggiata, indurendosi per nuovi doveri, e riassunse le singolari digressioni a cui s’era abbandonato nella sentenza: Però, dimenticare se stessi è per l’uomo la cosa più sana che vi sia!”
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40. L’uomo dabbene
CONTRO i moti imprevedibili di un cuore appassionato non v’è che un rimedio efficace: metodicità
mantenuta ad ogni costo; e Lindner, che l’aveva acquistata per tempo, le doveva tanto i buoni successi della sua vita quanto la convinzione di esser stato in origine un uomo passionale e difficile da disciplinare. La mattina si alzava presto, estate ed inverno alla stessa ora, e in un piccolo catino di ferro si lavava la faccia, il collo, le mani e una settima parte del corpo, ogni giorno un pezzo diverso, s’intende; dopodiché strofinava il resto con un
asciugamano bagnato, così il bagno completo -
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operazione lunga e voluttuaria – poteva essere fatto solo una volta ogni due settimane. V’era in ciò la vittoria dell’intelligenza sulla materia; e chi abbia avuto occasione di considerare gli impianti igienici insufficienti e i giacigli scomodi di cui si accontentarono personaggi divenuti storici non avrà potuto fare a meno di sospettare una correlazione fra letti di ferro e uomini di ferro, anche se non è il caso di esagerare, perché se no si dovrebbe dormire addirittura su letti di chiodi. Dunque qui era imposto al pensiero anche un compito di mediazione, e Lindner lavatosi nel riflesso di esempi stimolanti sfruttava con la molta misura l’operazione successiva per dare un po’ di moto al corpo con l’uso sagace dell’asciugatoio. È infatti uno sbaglio funesto fondare la salute sulla parte animalesca
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dell’uomo, mentre invece la saldezza fisica procede dalla nobiltà spirituale e morale; e se questo non accade sempre nei singoli casi, è tanto più vero in generale, perché la forza di un popolo è conseguenza dello spirito giusto, e non vale l’inverso. Perciò le frizioni di Lindner erano regolate in modo da evitargli di cadere, con gesti sconsiderati, nel solito feticismo maschile, e in compenso impegnavano tutta la sua personalità perché i movimenti del corpo erano collegati con bei compiti interiori. Egli aborriva particolarmente il culto rompicollo dell’audacia, che, venuto fuori, adesso anche in patria era diventato l’ideale di alcuni; e uno dei suoi esercizi mattutini era appunto il distogliersene. Lo sostituiva molto cautamente con un contegno assai più diplomatico nell’uso ginnastico delle proprie membra, e univa la
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tensione della volontà a un’opportuna cedevolezza, il superamento del dolore ad una comprensiva umanità, e quando come ultimo esercizio di bravura saltava una seggiola rovesciata lo faceva tanto con riservatezza quanto con sicurezza. Questo spiegamento delle più varie qualità umane faceva dei suoi esercizi ginnastici, che da tanti anni eseguiva, veri esercizi di virtù.
Bisognerebbe però accennare rapidamente allo spirito nefasto di supremazia che sotto il pretesto di cultura fisica s’è impadronito dell’ideale sportivo, in origine sano. E anche alla forma femminile di questo spirito, che è la cura della bellezza. Lindner si lusingava di appartenere ai pochi che sanno distribuire equamente luce e ombra, e così com’era pronto a cavar sempre dallo spirito dei tempi un
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nocciolo non guasto, riconosceva anche il dovere morale di apparire sano e gradevole quanto più era possibile. Egli stesso ogni mattina si curava meticolosamente la barba e i capelli, teneva le unghie corte e pulitissime, metteva sulla testa un po’ di brillantina, e un po’ di pomata lenitiva sui piedi che di giorno sopportavano tanti sforzi. Chi invece potrebbe negare che nella giornata di una donna di mondo l’attenzione dedicata al corpo occupi un tempo eccessivo? Ma se era proprio una cosa ineluttabile – Lindner era volentieri indulgente con le donne, soprattutto quando si potevano trovare fra loro anche le mogli di uomini potenti
- che acque e lozioni, creme e maschere, cure delle mani e dei piedi, massaggiatori e parrucchieri si susseguissero quasi ininterrottamente, egli raccomandava come
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compenso a quella unilaterale cultura estetica ciò che egli, in un pubblico discorso, aveva definito cultura della bellezza interiore, o semplicemente cultura interiore. Per esempio, le abluzioni ci richiamino all’intima purezza, le unzioni ai doveri verso l’anima, il massaggio alla mano del destino che ci tiene; e limandoci le unghie dei piedi non dimentichiamo che anche il nostro io più riposto deve offrire uno spettacolo di bellezza. Così egli trasferiva la sua immagine sulle donne, lasciando a loro stesse la cura di adattarne i particolari ai bisogni del loro sesso.
Certo avrebbe potuto darsi che un ignaro, alla vista di Lindner intento al servizio della bellezza e della salute, e soprattutto mentre si lavava e asciugava, non potesse trattenere il riso; infatti i suoi movimenti facevano pensare
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a un collo di cigno che si torce, ma quelle volute non erano rotonde bensì costituite da elementi aguzzi come ginocchi e gomiti; gli occhi miopi, privi di occhiali, fissavano il vuoto con espressione di martire, come se lo sguardo fosse tagliato via con le forbici a poca distanza dalle pupille, e sotto i baffi le labbra molli erano contratte nel dolore dello sforzo. Chi invece sapeva vedere spiritualmente, poteva scorgere le forze esterne ed interne suscitarsi l’un l’altra in ponderata e matura elaborazione; e se Lindner intanto pensava alle povere donne che trascorrono ore nel bagno e nello spogliatoio e si scaldano la fantasia soltanto con il culto del corpo, raramente poteva scacciare il pensiero che sarebbe stato loro molto utile vedere i suoi esercizi. Innocentemente, puramente, esse salutano con favore la moderna cultura fisica e
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l’adottano perché nella loro ignoranza non sospettano che la troppa attenzione dedicata alla parte animale desta in esse troppe pretensioni che possono distrugger la vita se non sono rigidamente disciplinate.
Già Lindner tramutava tutto quel che toccava in una esigenza morale; e che fosse vestito o no, ogni ora del giorno fino all’avvento di un sonno senza sogni era piena di un contenuto importante a cui rimaneva per sempre consacrata. Dormiva sette ore; i suoi impegni di insegnamento, che il ministero aveva ridotto in considerazione della sua bene accetta attività letteraria, gli richiedevano da tre a cinque ore al giorno, nelle quali era compresa la lezione di pedagogia che egli teneva all’università due volte la settimana; cinque ore consecutive – quasi ventimila in
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dieci anni! – erano dedicate alla lettura; due e mezzo alla stesura dei suoi libri, che fluivano senza intoppo come un’acqua sorgiva dalle rocce della sua personalità; i pasti gli prendevano un’ora al giorno; un’altra ora era assegnata al passeggio e nello stesso tempo alla elaborazione di importanti problemi dell’insegnamento e della vita, mentre un’altra serviva agli spostamenti necessari e contemporaneamente a ciò che Lindner chiamava la meditazione minore, il raccoglimento spirituale sul contenuto dell’occupazione terminata o da iniziare; altri ritagli di tempo, alcuni una volta per tutte, altri varianti secondo i giorni, erano previsti per vestirsi e per spogliarsi, far ginnastica, scriver lettere, sbrigare affari, conferire con le autorità e avere utili rapporti sociali. S’intende poi che
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l’esecuzione di questo programma non si svolgeva soltanto secondo le sue linee grandi e rigorose, ma recava anche molte varianti come la domenica con i suoi doveri non quotidiani, la grande passeggiata in campagna che cadeva ogni quindici giorni, o il bagno intero, e che comportava anche altre attività giornaliere non mentovate, come ad esempio la conversazione di Lindner col figlio durante i pasti, oppure, quando doveva vestirsi in fretta, l’esercizio del carattere mediante la paziente sopportazione di difficoltà impreviste.
Tale disciplina mentale non soltanto è possibile ma anzi utilissima, e Lindner aveva per essa una spontanea predilezione. “Nelle piccole cose che io faccio bene io vedo l’immagine di tutte le cose grandi che si fanno bene nel mondo”, ha detto Goethe; e in tal
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senso un desinare può quanto una missione del destino servir d’occasione al dominio su se stessi e alla vittoria sulla cupidità; e anche dalla resistenza, sorda ad ogni ragionamento, del bottone di un colletto, la mente più penetrante saprà imparare addirittura a trattare coi bambini. Naturalmente Lindner si guardava bene dal considerare in tutto Goethe come un modello; ma quale squisita umiltà non aveva già gustata nel cacciare a martellate un chiodo nella parete, ricucire da solo un guanto strappato o riparare un campanello rotto! Se nel fare ciò si schiacciava un dito o si pungeva, il dolore, magari non subito ma dopo qualche secondo sgradevolissimo, era superato dal piacere dell’industrioso spirito umano che sta persino in quelle modeste abilità e nel loro apprendimento, e al quale l’intellettuale, con
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proprio grande svantaggio, si crede oggi orgogliosamente superiore. Con soddisfazione aveva allora sentito risorgere in sé lo spirito goethiano e l’aveva tanto più goduto in quanto si sentiva pur tuttavia, grazie ai procedimenti di un’epoca più recente, al di sopra del dilettantismo pratico del poeta classico e della sua gioia occasionale per le ragionate abilità manuali acquistate. In generale Lindner andava immune dall’idolatria per l’antico poeta, che era vissuto in un mondo illuminato solo a metà e perciò esageratamente infatuato dell’illuminismo; e lo prendeva ad esempio più nelle amabili piccolezze che nelle cose serie e grandi, lasciando da parte poi la famigerata sensualità dell’affascinante ministro del duca di Weimar.
La sua venerazione dunque era
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accuratamente dosata. Tuttavia da qualche tempo faceva capolino in essa uno strano fastidio che sovente induceva Lindner alla meditazione. Egli aveva sempre creduto di avere dell’eroico una concezione più giusta di Goethe. Degli Scevola che mettono la mano sul fuoco, delle Lucrezie che si trafiggono, delle Giuditte che mozzano la testa agli insidiatori del loro onore – “motivi” che Goethe avrebbe sempre trovato interessanti, anche se non li trattò mai – Lindner non aveva un’alta opinione; anzi a dispetto dell’autorità dei classici era persuaso che questi uomini e donne, i quali commisero delitti in nome dei loro convincimenti personali, oggi non meriterebbero il coturno, bensì il banco degli accusati. Alla loro inclinazione per le gravi lesioni corporali egli contrapponeva una
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concezione “spiritualizzata e sociale” del coraggio. Nei discorsi e nei pensieri giungeva addirittura a preferire una nota ben meditata nel registro di classe o una ponderata risoluzione sul modo di rimproverare la domestica per zelo intempestivo, perché in tali casi si deve non soltanto seguire le proprie passioni ma anche tener conto dei motivi altrui. E quando esprimeva tali opinioni gli pareva di contemplare, vestendo un civile abito moderno, il tronfio costume moralistico di un secolo passato.
La sfumatura di ridicolo legata a simili esempi non gli sfuggiva, ma lui la chiamava il riso dello spirito plebeo; e aveva due buone ragioni. In primo luogo sosteneva che ogni motivo può servire tanto al rafforzamento quanto all’indebolimento della natura umana,
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solo che i motivi minori gli sembravano più adatti al rafforzamento che non le grandi occasioni, poiché nel glorioso esercizio della virtù viene involontariamente eccitata anche l’umana tendenza all’orgoglio e alla vanità; mentre la modesta pratica quotidiana è fatta di virtù pura e semplice. In secondo luogo un’amministrazione pianificata del “patrimonio morale della stirpe” (Lindner amava quest’espressione, accanto alla parola soldatesca “disciplina”, perché pur essendo nuova di zecca ha in sé qualche cosa di rustico) non poteva trascurare le piccole occasioni, anche perché l’empia dottrina diffusa dai “liberali e frammassoni”, che le grandi imprese umane procedano da un nulla, anche se lo si vuol chiamare genio, stava già allora invecchiando. Nella luce intensificata
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dell’attenzione pubblica, l’“eroe”, che un tempo era apparso una figura arrogante, diventava un instancabile lavoratore in piccolo, che con lo studio e la diligenza si prepara alla scoperta; atleta, deve vegliare sul proprio corpo come un cantante d’opera sulla propria voce; rinnovatore politico della stirpe, deve ripetere innumerevoli volte le stesse cose in adunate e comizi. E di tutto ciò, Goethe – che in vita sua era stato un pigro borghese aristocratico – non aveva avuto sospetto, Lindner invece ne vedeva l’avvento! Era dunque comprensibile che egli credesse di difendere la parte migliore di Goethe contro quella più effimera, quando al tragico preferiva il prudentemente socievole che quegli possedeva in così letificante misura; inoltre si potrebbe sostenere che se Lindner, solo perché era un pedante, si considerava un
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uomo minacciato da pericolose passioni, lo faceva a ragion veduta.
In verità poco tempo dopo una delle più diffuse possibilità umane è diventata quella di sottomettersi ad un “regime”, il che porta al medesimo buon successo sia che si tratti di una cura dimagrante, quanto di politica e della vita spirituale. In tal modo pazienza, docilità, metodicità, calma ed altre virtù molto ordinate diventano le principali componenti dell’uomo allo stato privato, mentre tutte le sbrigliatezze, le violenze, le cupidige e le audacie, di cui egli, come sfrenato romantico, non vuole tuttavia fare a meno, hanno nel regime un magnifico posto. Probabilmente questa strana tendenza a sottoporsi a un regime o a condurre una vita faticosa, sgradevole e stentata, secondo i precetti di un medico, di un maestro di sport o
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d’un altro tiranno – il che si potrebbe tralasciare con insuccesso altrettanto buono – è già un passo verso l’avvento dello stato dei lavoratori, dei guerrieri e delle formiche, a cui il mondo è prossimo; ma lì stava anche il confine che Lindner non era più capace di varcare e dove il suo occhio più non giungeva, perché glielo impediva la sua parte di retaggio goethiano.
La sua religiosità non era inconciliabile con ciò, perché egli lasciava a Dio quel che è di Dio e ai santi la santità non diluita, però non poteva tollerare il pensiero di rinunciare alla propria personalità, e il suo vago ideale d’un mondo perfetto era una comunità di persone morali e responsabili, che, come una borghese milizia di Dio, combattesse bensì contro l’instabilità della bassa natura e trasformasse
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la vita quotidiana in un sacrario, ma ornasse poi questo sacrario di grandi opere dell’arte e della scienza. Se qualcuno avesse esaminato la sua tabella oraria, avrebbe visto che assommava soltanto a ventitre ore, mancavano dunque sessanta minuti, e di questi, quaranta erano dedicati una volta per tutte alla conversazione e al benevolo esame della natura e degli sforzi del suo prossimo inclusa la frequentazione di mostre, concerti e riunioni. Egli odiava tali cose. Quasi ogni volta ne era ferito; secondo lui in quelle manifestazioni disordinate e sopravvalutate si sfogava il ben noto nervosismo del nostro tempo, con le sue eccitazioni vane e i suoi autentici dolori, con la sua insaziabilità e instabilità, la sua bramosia di cose nuove e la sua inevitabile decadenza morale. Sorrideva turbato, sotto i suoi baffi
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radi, quando in tali occasioni vedeva uomini e donne con guance accese al servizio idolatra della cultura. Essi ignoravano che la forza vitale si accresce con la compressione e non con la dispersione. Erano invasati dalla paura di non aver tempo per tutto, e non sapevano che aver tempo significa precisamente non aver tempo per tutto. Lindner aveva capito che il cattivo stato dei nervi non è cagionato dal lavoro e dalla fretta, ma al contrario dalla cultura e dall’umanesimo, dai riposi, dalle interruzioni del lavoro, dai minuti lasciati liberi, in cui l’uomo vorrebbe vivere per se stesso e cerca qualcosa che possa sembrargli bello o gradevole o importante; da tali minuti salgono i miasmi dell’impazienza, dell’infelicità e dell’assurdità. Egli sentiva così e se avesse potuto fare a modo suo, cioè secondo le visioni
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che aveva in quei momenti, avrebbe scopato via con una scopa di ferro tutti quei templi dell’arte; feste del lavoro e dell’edificazione, inserite subito dopo l’attività quotidiana, avrebbero sostituito quei cosiddetti avvenimenti spirituali; non ci sarebbe stato altro da fare che toglier via da un’epoca intera pochi minuti al giorno, che devono la loro grama esistenza ad un male inteso liberalismo. Ma non aveva mai avuto la forza di sostenerlo seriamente e pubblicamente e fuori che in qualche fiacca allusione.
E Lindner alzò gli occhi improvvisamente; mentre così sognava e ragionava era ancor sempre in tram, e si sentiva irritato e oppresso, come lo si è per indecisione e impotenza, ed ebbe per un momento la confusa impressione di aver pensato continuamente ad Agathe. La
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quale aveva avuto l’onore che era andato a fondersi con lei un dispetto incominciato innocentemente con una lieta reminiscenza goethiana, sebbene non se ne vedesse proprio la ragione. Secondo la sua abitudine, Lindner s’ammonì da se stesso: “Dedica una parte della tua solitudine alla tranquilla meditazione sul tuo prossimo, specialmente se tu dovessi non concordare con esso; forse allora capirai meglio ciò che ti urta, e imparerai a servirtene; e saprai essere indulgente per la sua debolezza e incoraggiare la sua virtù che probabilmente è soltanto intimidita!” egli sussurrò senza muovere le labbra. Era una delle massime da lui coniate contro le mene sospette della cosiddetta cultura ed egli ne ricavava di solito la serenità per sopportarle; ma non ottenne il risultato voluto, e evidentemente non era
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l’equanimità questa volta che gli faceva difetto. Tirò fuori l’orologio, e si rese conto che aveva donato ad Agathe più tempo di quanto aveva a disposizione. Ma non avrebbe potuto farlo se nel suo orario giornaliero non vi fossero stati venti minuti d’avanzo per perdite di tempo inevitabili; e vide che di quel conto perdite, di quella riserva di tempo le cui gocce preziose erano l’olio lubrificante del suo ingranaggio quotidiano, anche in quel giorno straordinario sarebbero rimasti ancora dieci minuti quando egli fosse rincasato. Questo non avrebbe dovuto sollevargli lo spirito? Gli venne in mente un’altra delle sue massime, e oggi era la seconda volta: “Quanto più incrollabile la tua pazienza, – disse Lindner a Lindner, – tanto più sicuramente colpirai l’altro nel cuore!” E colpire al cuore gli dava un piacere che corrispondeva
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al lato eroico della sua natura; che i cosi colpiti non potessero mai restituire il colpo non aveva nessunissima importanza per lui.
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41. Fratello e sorella il giorno dopo
DI quest’uomo Ulrich e la sorella capitarono a parlare di nuovo quando si rividero la mattina
dopo l’inopinata scomparsa di Agathe dal ricevimento di Diotima. La sera prima anche Ulrich aveva abbandonato poco dopo di lei l’adunanza battagliera, ma non era più arrivato in tempo a chiederle perché se ne era andata così repentinamente; ella si era chiusa in camera, e dormiva già, oppure aveva preferito lasciare senza risposta la sommessa domanda di Ulrich attraverso la porta, s’ella vegliasse ancora. Così la giornata dell’incontro con lo
strano signore sconosciuto si chiuse
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bizzarramente come si era iniziata. Anche il giorno dopo non fu possibile ottenere da lei spiegazione alcuna. Lei stessa non conosceva le proprie reali sensazioni. Se pensava alla lettera del marito, che non poteva risolversi a leggere una seconda volta benché se la vedesse a portata di mano, le pareva incredibile che fosse arrivata da un giorno appena, tante erano le disposizioni d’animo attraverso le quali ella era passata. Qualche volta le sembrava che quella lettera meritasse davvero la lugubre definizione “fantasmi del passato”; tuttavia ne aveva anche una paura reale. E ogni tanto suscitava in lei solamente un certo senso di disagio come la vista inattesa di un orologio fermo; altre volte invece la immergeva in una rigida pensosità l’idea che il mondo da cui la lettera proveniva avesse la pretesa di essere per lei il suo mondo
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reale. Ciò che, intimamente, non la sfiorava nemmeno, dal di fuori la circondava invisibile e seguitava ad avvolgerla. Involontariamente fece un raffronto tra questo e quel che era accaduto fra lei e il fratello dopo l’arrivo della lettera. Erano appunto dialoghi, e sebbene uno di questi l’avesse addirittura indotta a pensare al suicidio non ne ricordava più il contenuto, benché fosse probabilmente pronto a tornare a galla e non fosse ancora superato. Non era molto importante, in fondo, l’argomento di una conversazione, e pesando da una parte la sua vita attuale, sentimentalmente così ricca, e dall’altra la lettera, provò l’impressione di un movimento profondo, costante, incomparabile ma impotente. Per tutto questo, quel mattino ella si sentiva da un lato stanca e svuotata, dall’altra tenera e inquieta, come un
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febbricitante dopo che la temperatura è caduta.
Era perciò incongruo soltanto in apparenza che ella dicesse a un tratto:
- Partecipare, in modo da sentire noi stessi quello che sente un altro, dev’essere indicibilmente difficile!
Ulrich replicò:
- Vi sono persone che s’immaginano d’esserne capaci.
Era scontroso e di malumore, e l’aveva capita soltanto a metà. Alle parole di lei qualcosa si fece da parte, cedendo il posto a una collera che era rimasta lì dal giorno prima, anche se egli ne aveva disprezzato. Per il momento la conversazione terminò lì.
Il mattino era venuto con la pioggia, chiudendo i fratelli in casa. Le foglie degli alberi rilucevano sperdute davanti alle finestre come
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linoleum bagnato; la strada negli spazi fra i rami specchiava come una soprascarpa di gomma. Gli occhi stentavano ad afferrare una vista così inzuppata. Agathe sospirò e disse:
- Oggi il mondo ricorda le nostre camere di bambini.
Alludeva alle nude stanzette a mansarda nella casa del padre, che entrambi avevano rivisto con compunta meraviglia. Questo ricordo sembrava un po’ fuori luogo, ma essa aggiunse:
- È la prima tristezza dell’uomo in mezzo ai suoi giocattoli, che sempre poi lo riprenderà!
Dopo un periodo di bel tempo stabile avevano atteso involontariamente un’altra giornata di sole e ora l’aspettativa delusa riempiva l’animo di un’impaziente malinconia. Anche Ulrich s’affacciò alla finestra. Dietro il
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grigio muro scorrente di pioggia ondeggiavano contorni indefiniti di passeggiate, campagna verde, mondo sconfinato; e forse il desiderio fantomatico di restare una volta soli e di muoversi liberamente in tutte le direzioni, desiderio il cui dolce dolore è la storia della passione ed anche già la risurrezione dell’amore. Si volse alla sorella con qualcosa ancora di tutto questo nell’impressione del viso e del corpo, e quasi con violenza le chiese:
- Allora io non conto fra coloro che sanno partecipare fino a identificarsi con gli altri?
- Oh no, no di certo! – ella rispose, e gli sorrise.
- Ma proprio ciò che quella gente lì s’immagina di poter fare, – egli riprese, comprendendo solo allora che lei parlava molto sul serio, – cioè soffrire insieme con gli altri,
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riesce loro impossibile come a qualsiasi altro. Tutt’al più hanno la sagacia di certe infermiere, di indovinare quello che il paziente desidera sentirsi dire…
- E dunque sanno quel che gli fa bene, – obiettò Agathe.
- Niente affatto! – ribatté Ulrich intestandosi. – probabilmente danno conforto per il semplice fatto di discorrere: chi chiacchiera molto scarica a goccia a goccia il dolore dell’altro, come una pioggia scarica l’elettricità di una nuvola. È la nota attenuazione della sofferenza mediante lo sfogo verbale.
Agathe tacque.
- Le persone come il tuo nuovo amico, – sentenziò Ulrich provocante, – ottengono forse l’effetto di certi rimedi per la tosse: non
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eliminano il catarro ma ne alleviano l’irritazione, e poi spesso finisce per guarire da solo!
In ogni altra circostanza avrebbe potuto contare sull’approvazione della sorella, ma quell’Agathe che da ieri aveva idee così strane con la sua improvvisa debolezza per un uomo di cui Ulrich metteva in dubbio il valore, sorrideva inflessibile e giocava colle proprie dita. Ulrich balzò in piedi e disse calcando le parole:
- Ma io lo conosco, benché di sfuggita; l’ho udito parlare due o tre volte.
- L’hai anche definito un asino che non sa di nulla, – osservò Agathe.
- E perché no? – si difese Ulrich. Uomini come quello son meno capaci di chiunque altro di mettersi all’unisono con qualcuno. Non
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sanno neppure cosa significhi. Non sentono neanche la difficoltà, la terribile problematicità di una simile impresa!
Agathe chiese:
- Perché l’impresa ti pare problematica?
Ora fu Ulrich a tacere. Si accese anche una sigaretta per confermare che non avrebbe risposto, tanto ne avevano già parlato abbastanza il giorno prima. Anche Agathe lo sapeva, e non voleva provocare nuove spiegazioni. Quelle spiegazioni erano così incantevoli e annichilanti, come guardare il cielo quando vi si vedono città di marmo grigio, rosa e giallo fatte di nubi. Ella pensò: “Come sarebbe bello se lui dicesse soltanto: Ti voglio amare come me stesso, e posso amarti così meglio che ogni altra donna, perché sei mia sorella!” E poiché lui non lo voleva dire, Agathe
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prese un paio di forbicine e tagliò con cura un filo che veniva fuori da qualche parte, come se in quel momento fosse l’unica cosa al mondo a meritare la sua piena attenzione. Ulrich la osservava altrettanto attento. La sentiva in tutti i suoi sensi più seducentemente presente che mai, e indovinava qualcosa di quello che ella gli nascondeva, seppure non tutto, giacché nel frattempo ella era giunta ad una conclusione: se Ulrich poteva dimenticare che lei stessa rideva del signore sconosciuto che presumeva di poterla aiutare, lei certo ora non glielo avrebbe lasciato capire. E inoltre aveva anche di Lindner un presentimento pieno d’attesa. Non lo conosceva, ma che egli le avesse offerto, con convinzione e abnegazione, il suo aiuto doveva ben ispirarle fiducia, poiché una lieta melodia del cuore, una salda fanfara di volontà,
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di sicurezza e d’orgoglio, beneficamente contrapposta al suo stato, pareva risonarle incontro rianimante, malgrado i lati comici del caso. “Per grandi che siano le difficoltà, non vogliono dire nulla per chi veramente vuole!”, ella pensò, e fu colta inaspettatamente dal rimorso, cosicché ruppe ora il silenzio all’incirca come si spezza un fiore perché due teste vi si possano chinare sopra, e alla sua prima domanda aggiunse la seconda:
- Ti ricordi di aver detto più volte che “ama il prossimo tuo” è così diverso da un dovere come un diluvio di beatitudine da una goccia di contentezza?
Stupì della violenza con la quale Ulrich le rispose:
- Non mi è ignota l’ironia della mia condizione. Da ieri, e forse da sempre, non ho
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fatto altro che radunare un esercito di motivi per cui questo amore del prossimo non è una felicità ma un problema straordinario, immenso, quasi impossibile da risolvere. Nulla dunque è più comprensibile del fatto che tu cerchi protezione presso qualcuno che di tutto ciò è completamente ignaro, e al tuo posto lo farei anch’io!
- Ma non lo faccio, non è niente vero! – ribatté Agathe brevemente.
Ulrich non poté trattenersi dal lanciarle uno sguardo tanto riconoscente quanto sospettoso.
- Lasciamo stare, – disse poi. – In fondo io non volevo parlarne – Esitò un attimo e continuò: – Ma vedi, anche se si vuole amare qualcuno come se stesso, e per quanto grande sia l’amore che gli si porta, questo amore resta pur sempre un ingannare, un ingannare anche
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se stessi, perché non si può, semplicemente non è possibile, sentire come gli fa male la testa o il dito. È una cosa intollerabile che non si possa veramente esser parte di una persona amata, eppure è così semplice. Il mondo è fatto così. Portiamo la nostra pelliccia animale coi peli verso l’interno e non ce ne possiamo spogliare. E questo terrore nella tenerezza, quest’incubo dell’avvicinamento che rimane a mezzo, la brava gente – i buoni per definizione – non l’hanno mai conosciuto. Anzi, ciò che essi chiamano la loro partecipazione, la loro simpatia, non è che un surrogato destinato ad impedir loro di sentirne una qualsiasi mancanza!
Agathe dimenticò di aver detto poco prima qualcosa che poteva essere una bugia come poteva non esserlo. Vedeva che nelle parole di
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Ulrich il disinganno era rischiarato dalla visione di una compartecipazione reciproca, di fronte alla quale le consuete prove di amore, di bontà, di simpatia perdevano il loro significato; e capiva che perciò egli parlava più sovente del mondo che di se stesso, perché bisognava bene staccarsi con tutta la realtà come una porta dal cardine, se doveva trattarsi di qualcosa di più che di una vana fantasticheria. In quel momento ella era mille miglia lontana dall’uomo con la barba rada e l’austerità timida che voleva farle del bene. Ma non era capace di dirlo. Si accontentava di guardare Ulrich, poi volgeva lo sguardo altrove senza parlare. Si diede quindi da fare qua e là, dopo di che si guardarono ancora. Dopo brevissimo tempo il silenzio fra loro parve durare da ore.
Il sogno di essere due creature e una sola…:
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in verità l’affetto di questa fantasia in certi momenti non era diverso da quello di un sogno uscito dai confini della notte, e anche adesso ella oscillava tra fede e negazione in uno stato d’animo cui la ragione non poteva più dar ordini. Era innanzi tutto l’insindacabile struttura dei corpi che respingeva il sentimento indietro nella realtà. Questi corpi davanti allo sguardo indagatore sciorinavano il loro essere, poiché si amavano, in meraviglie ed estasi che si rinnovavano come una ruota di pavone trascinata nei gorghi del desiderio; ma appena lo sguardo si staccava dai cento occhi dello spettacolo che l’amore dà all’amore, e cercava di inoltrarsi verso l’essere che, dietro l’apparenza, pensava e sentiva, quei corpi si trasformavano in carceri crudeli. Di nuovo, come tante volte prima, l’uno si trovava di
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fronte all’altro e non sapeva che cosa dire, perché per tutto quello che il desiderio avrebbe ancora avuto da dire o da ripetere ci voleva un impeto troppo scagliato verso l’altra sponda, che non aveva né fondamento né appiglio.
E dopo non molto tempo, involontariamente anche gli slanci corporei rallentavano e si fermavano. Fuori delle finestre la pioggia seguitava a riempire l’aria con una cortina palpitante di gocce e con rumori addormentanti attraverso la cui monotonia la desolazione scorreva giù dai cieli. Sembrava ad Agathe che fossero secoli che il suo corpo era solitario, e il tempo fluiva come se defluisse dal cielo insieme con la pioggia. Nella stanza c’era adesso una luce come un dado cavo d’argento. Da sigarette lasciate negligentemente bruciare, spire di veli azzurri e dolciastri cingevano Agathe e Ulrich.
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Ella non sapeva più se era sensibile e tenera fin nell’intimo oppure impaziente e cattiva verso il fratello, di cui ammirava la tenacia. Cercò i suoi occhi e li trovò che fluttuavano irrigiditi come due lune in quell’atmosfera incerta. E nello stesso momento accadde qualcosa che non sembrava venire dalla sua volontà ma dall’esterno: l’acqua che sgorgava davanti alle finestre divenne improvvisamente carnosa come la polpa di un frutto e la sua turgida mollezza parve insinuarsi fra lei e Ulrich. Forse Agathe si vergognava o addirittura odiava un poco se stessa per questo, ma una completa sfrenatezza sensuale – e non soltanto quello che si chiama scatenamento dei sensi, ma piuttosto soprattutto un libero e volontario distacco dei sensi dalle cose del mondo – cominciò a impadronirsi di lei; ed ella poté
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giusto giusto prevenirlo, e persino nasconderlo a Ulrich, invocando il primo pretesto venutole alla mente, di aver dimenticato di fare qualcosa, balzando in piedi ed uscendo dal salotto.
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42. Sulla scala degli angeli in una casa sconosciuta
CIÒ fatto, risolse però di andare a visitare lo strano uomo che le aveva offerto il suo aiuto e si
accinse tosto a mettere in atto il progetto. Voleva confessargli di non saper più che fare di se stessa. Non aveva di lui un’idea precisa; un uomo visto tra lacrime asciugatesi poi in sua compagnia, è difficile che appaia quale realmente egli è. Perciò ella rifletté su di lui cammin facendo. Credeva di ragionare obiettivamente; ma in verità era ancora una
fantasticheria. Ella camminava in fretta per le
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strade e portava davanti agli occhi la luce della stanza di Ulrich. Ma non era stata una vera luce, ella rifletté: preferiva dire piuttosto che gli oggetti nella stanza avevano a un tratto perso il controllo o una specie di ragione che dovevano pur avere. Ma se invece era soltanto lei stessa che aveva perduto il controllo o la ragione, la cosa non sarebbe rimasta limitata a lei, perché anche negli oggetti aveva determinato una liberazione, qualche moto miracoloso. “Un momento dopo saremmo stati sbucciati dai nostri vestiti come da un coltello d’argento senza che movessimo realmente un dito!”, ella pensò.
Ma a poco a poco si calmò sotto la pioggia innocua e grigia che le bagnava scrosciante il cappello e il soprabito, e i suoi pensieri presero un corso più tranquillo. Forse a ciò giovò anche
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il vestiario semplice, indossato di furia, perché dirigeva i suoi ricordi verso indifesi tragitti casa-scuola e vita innocente di scolara. Inattesa le tornò in mente un’estate spensierata trascorsa con un’amica e i genitori di questa in una piccola isola del nord: là fra gli austeri splendori del mare e del cielo avevano scovato un luogo dove nidificavano gli uccelli marini, una piccola insenatura piena di piume morbide e bianche. E ora lo sapeva: l’uomo verso il quale si sentiva attratta la faceva pensare a quel porticciuolo. L’idea la rallegrò. Certo allora, con la severa sincerità che è inerente al bisogno d’esperienza proprio dei giovani, non si sarebbe concessa di abbandonarsi, così illogicamente come faceva adesso con tanto zelo, da giovinetta immatura, ad un brivido ultraterreno nell’immaginare quella morbidità e
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quel biancore. Il brivido era per il professor
Lindner; ma l’ultraterreno pure.
Il presentimento pieno di certezza che tutto ciò che le accadeva avesse un legame fiabesco con qualcosa di nascosto le era già noto da tutti i periodi agitati della sua vita; lo sentiva come una vicinanza, dietro le sue spalle, e inclinava ad aspettare l’ora del miracolo, in cui non avrebbe avuto altro da fare che chiudere gli occhi e distendersi. Ulrich invece non vedeva il vantaggio delle celesti fantasticherie e la sua attenzione sembrava per la maggior parte impegnata dallo sforzo di trasformare lentissimamente il contenuto da ultraterreno in terreno. Agathe capì che era quello il motivo per cui ella lo aveva già lasciato tre volte in ventiquattr’ore, fuggendo nella confusa speranza di qualcosa che l’avrebbe presa sotto
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la sua protezione e lasciata riposare dalle fatiche o anche soltanto dall’impazienza delle due passioni. Appena acquetata, era di nuovo dalla parte di lui e scorgeva tutte le possibilità di salvezza nei suoi insegnamenti; e anche questa volta fu così per un poco. Quando però si impose più vivo in lei il ricordo di quello che era “quasi” accaduto a casa – e per l’appunto però non era accaduto! – si sentì di nuovo smarrita fino in fondo all’anima. Ora tentava di convincersi che la sfera sconfinata dell’inconcepibile sarebbe venuta in loro soccorso, se avessero tenuto duro ancora un momento; ora si rimproverava di non aver aspettato quel che avrebbe fatto Ulrich; alla fine sognò che la cosa più giusta sarebbe stata cedere semplicemente all’amore e sulla vertiginosa scala degli angeli, che essi stavano
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salendo, concedere un gradino di riposo alla natura dalla quale troppo si era preteso. Ma appena fatta questa concessione le sembrò di essere uno di quegli inetti personaggi di fiaba che non sanno dominarsi e nella loro femminea debolezza rompono prima del tempo il silenzio o un altro voto; dopo di che tutto crolla fra tuoni e fulmini.
Se ora volgeva di nuovo la sua speranza all’uomo da cui aspettava consiglio, trovava in lui non solo i grandi vantaggi che l’ordine, la certezza, la severità benevola e il contegno forte e sereno possiedono di fronte ad un comportamento incivilmente disperato; anzi quello sconosciuto aveva anche il particolare pregio di discorrere di Dio con insensibilità e sicurezza come se andasse a trovarlo tutti i giorni a casa sua e potesse lasciare intendere
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che colà si disprezza tutto ciò che è soltanto passione e immaginazione. Che cosa poteva dunque aspettarsi da lui? Quando si pose questa domanda premette più fortemente i piedi sul suolo nel camminare e respirò il freddo della pioggia per recuperare tutto il suo sangue freddo; e allora le apparve verosimile che Ulrich, anche se giudicava Lindner in modo unilaterale, agiva più rettamente di lei, perché prima dei suoi colloqui con lui, quando le sue impressioni erano ancora quelle spontanee, aveva considerato anch’essa con molta ironia l’ottimo uomo. Fu stupita che i suoi piedi la portassero tuttavia verso di lui, e prese persino un omnibus per arrivarci più presto.
Sballottata fra passeggeri che erano come grossolani indumenti bagnati, le fu difficile preservare intatto il tessuto dei suoi pensieri,
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ma stette in piedi tra la folla con viso ostinato, cercando di non lasciarlo lacerare. Voleva portarlo sano e salvo da Lindner. Anzi, lo rimpicciolì. Il suo rapporto con Dio – se tal nome si poteva applicare ad un simile caso avventuroso – si limitava a questo: che ella vedeva sempre aprirsi davanti a sé una penombra quando la vita diventava troppo opprimente ed odiosa, oppure, e qui stava il nuovo, troppo bella. Allora ella ci si buttava dentro, cercando. Onestamente non avrebbe saputo dirne niente di più. E ad un risultato non era mai giunta. Così ella pensò ora, fra gli spintoni. E intanto s’avvide che ora in fondo era curiosissima di scoprire come il suo sconosciuto avrebbe risolto la faccenda che gli veniva affidata, quasi in rappresentanza di Dio; a tal scopo doveva pure aver ricevuto dal
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grande Inaccessibile anche il dono di una certa onniscienza, giacché lei, schiacciata fra gente d’ogni genere, s’era intanto fermamente proposta di non fargli a nessun costo una confessione intera subito. Quando scese scoprì tuttavia stranamente in sé la convinzione profondamente nascosta che questa volta sarebbe stato diverso, e che era risoluta a trarre l’Incomprensibile dalla penombra alla luce, anche agendo di testa sua. Forse avrebbe subito cancellato questa espressione esagerata se soltanto le fosse pervenuta alla coscienza; ma in questa non c’era in quel punto un’espressione verbale, sebbene soltanto un sentimento colto di sorpresa che le metteva il sangue in subbuglio, come se fosse fuoco.
L’uomo verso cui andavano sentimenti e immaginazioni così ardenti era frattanto seduto
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a tavola con il figlio Peter per il pranzo di mezzogiorno, che, secondo una buona regola del tempo antico, essi consumavano ancora effettivamente a mezzogiorno preciso. All’intorno non v’era lusso, o non v’era soverchio, come meglio si direbbe con parola un po’ antiquata: poiché questa parola ci schiude un significato che la prima ci nasconde. Infatti il lusso implica l’idea del superfluo e del non necessario, come è ciò che i ricchi oziosi si dilettano di accumulare; invece il soverchio non è tanto superfluo – e in ciò equivalente al lusso – quanto piuttosto anche traboccante, e allora indica un’imbottitura dell’esistenza che si solleva leggermente al di sopra delle strutture di questa, ovvero quella ridondante comodità e cordialità della vita europea che manca soltanto ai poverissimi.
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Lindner distingueva questi due concetti di lusso, e quanto il primo di essi faceva difetto al suo appartamento, tanto vi era presente il secondo. Già quando la porta d’ingresso si apriva offrendo la vista di un’anticamera piuttosto grande, si riceveva questa peculiare impressione di cui non si poteva dire donde provenisse. Se poi ci si guardava attorno, si constatava che non mancava nessuno degli oggetti destinati a servire l’uomo grazie a un’ingegnosa invenzione. Un portaombrelli di lamiera decorato a smalto accoglieva i parapioggia. Un tappeto di fibra dura toglieva alle scarpe i residui di sporco che la spazzola poteva ancora avervi lasciato. In una sacca appesa al muro c’erano due spazzole di abiti, e non mancava l’attaccapanni per appendere i soprabiti. Una lampada elettrica rischiarava
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l’anticamera, c’era persino uno specchio, e tutti questi arnesi erano in ottimo stato e venivano rinnovati per tempo quando si logoravano. Ma la lampadina era debolissima, bastava appena a vedersi intorno; l’attaccapanni aveva solo tre ganci; lo specchio poteva contenere appena quattro quinti di una faccia di adulto; e lo spessore e la qualità del tappeto erano tali da lasciar tuttavia sentire il pavimento, e non certo affondare nella mollezza. Anche se è vano tentar di descrivere con questi particolari l’atmosfera del luogo, bastava tuttavia entrare per sentirla nell’insieme come qualcosa di singolarmente presente che non era né severo né indulgente, né ricco né povero, né sapido né insipido, ma qualcosa di simile all’affermazione che si ottiene con due negazioni; per esempio si potrebbe dire: mancanza di spreco. Tuttavia
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non era esclusa, nelle stanze più interne, una ricerca di bellezza, e addirittura di raffinatezza, che si poteva riscontrare dappertutto. Alle pareti c’erano bellissime stampe ben incorniciate, la finestra a fianco della scrivania di Lindner aveva una vetrata raffigurante un cavaliere che con gesto contegnoso liberava una vergine da un drago, e nella scelta di alcuni vasi dipinti con dentro leggiadri fiori di carta, nell’acquisto di un portacenere da parte di un non fumatore, e in tante altre piccolezze che immettevano un raggio di sole nell’austera cerchia di doveri costituiti dal mantenimento e dal governo di una casa, Lindner s’era abbandonato liberamente ai suoi gusti. Però la linea severa della stanza a dodici facce informava tutto, come per ricordare la durezza della vita che non si deve dimenticare neanche
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fra gli agi; e anche dove, residuo di tempi passati, qualcosa di femminilmente indisciplinato, una tovaglietta a punto in croce, un cuscino con rose o una gonnella di paralume rompeva quell’unità, essa era tuttavia abbastanza forte da mantenere l’elemento sregolato dentro i propri limiti.
Eppure Lindner quel giorno, e non per la prima volta dalla vigilia, era venuto a mangiare con un quarto d’ora quasi di ritardo. La tavola era apparecchiata; i piatti, tre per ciascuno dei due posti, guardavano con l’occhio rotondo del rimprovero, i piccoli cavalletti di vetro su cui coltello cucchiaio e forchetta poggiavano come canne di cannone sull’affusto, e i tovaglioli arrotolati nei loro anelli erano schierati come un esercito piantato in asso dal suo generale. Lindner aveva intascato rapidamente la posta
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che di solito apriva prima di mangiare, era corso in camera da pranzo con cattiva coscienza e nel suo imbarazzo non sapeva che cosa gli stesse prendendo… doveva essere qualcosa di simile alla diffidenza, perché nello stesso momento suo figlio Peter era entrato dall’altra porta, frettoloso anch’egli, come se avesse aspettato soltanto suo padre per comparire.
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43. Il dabbene e il daccapo. Ma anche Agathe
PETER era un giovanotto massiccio di circa diciassette anni, in cui l’altezza allampanata di Lindner
s’era contratta e abbreviata in una forma più larga; giungeva appena alle spalle del padre, ma la sua testa, che somigliava a una grossa palla da birilli ammaccata, era piantata su un collo muscoloso, la cui circonferenza equivaleva a una coscia del padre. Peter, invece che a scuola, era stato a giocare al calcio, e sfortunatamente sulla via del ritorno aveva
incontrato una ragazza alla quale la sua
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maschia bellezza aveva strappato una mezza promessa d’appuntamento; giunto perciò in ritardo era scivolato in casa senza farsi notare e s’era avviato alla porta della camera da pranzo, indeciso fino all’ultimo momento sulla scusa da scegliere, ma con suo stupore non aveva visto nessuno, era entrato a precipizio e proprio mentre stava per assumere l’aria annoiata di chi ha dietro di sé una lunga attesa, lo scontro col padre l’aveva ricacciato nell’imbarazzo. La sua faccia rossa si coprì di macchie ancora più rosse, egli mise subito fuori un profluvio di parole, guardando di sottecchi con sgomento il genitore quando questi guardava altrove, e fissandolo invece impavido quando dirigeva gli occhi verso di lui. Era un contegno ben calcolato e sovente sperimentato, con lo scopo di dar l’impressione
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d’un ragazzo franco ed esperto fin all’ingenuità, capace di tutto, ma non di nascondere il minimo fatto. Ma se questo non bastava, Peter arrivava perfino a pronunciare, apparentemente per svista, parole irriverenti o altrimenti sgradite a suo padre, che fungevano come punte per attirare il fulmine e sviarlo da strade più pericolose. Perché Peter temeva suo padre come l’inferno teme il cielo, con il senso di reverenza del dannato cotto a fuoco lento a cui lo Spirito guarda dall’alto. Amava il gioco del calcio, ma anche lì gli piaceva di più stare a vedere una partita con aria saputa ed emettere giudizi da esperto, che affaticarsi a giocarla lui stesso. Voleva diventare aviatore e compiere un giorno imprese eroiche, ma non lo considerava uno scopo da conseguire con un duro lavoro, bensì come una disposizione personale, come
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se gli uomini che ne sono dotati, un bel giorno divenissero capaci di volare. Che la sua avversione al lavoro contrastasse con gli insegnamenti della scuola poco lo turbava; questo figlio di un noto pedagogo s’infischiava di essere stimato dai suoi professori; gli bastava di essere il più forte, fisicamente, della sua classe, e se un compagno gli pareva troppo intelligente era pronto a stabilire l’equilibrio con un pugno sul naso o nello stomaco. Si sa che in questo modo si può farsi rispettare, e il metodo aveva il solo svantaggio di non poter essere usato in casa col padre, il quale anzi doveva saperne il meno possibile. Giacché davanti a quell’autorità spirituale che l’aveva allevato e lo teneva dolcemente stretto, la turbolenza di Peter si spezzava in miseri conati di ribellione, che Lindner senior chiamava il
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pietoso schiamazzare degli appetiti. Familiarizzato fin da piccolo con i migliori principî, riusciva difficile a Peter chiudersi alla loro verità, e poteva soddisfare il suo onore e la sua combattività solo col ricorrere ad astuzie da pellirossa che evitano la battaglia aperta. Si serviva anche, per adeguarsi al suo avversario, di molte parole, ma non s’abbandonava mai all’impulso di dire la verità, che secondo lui era ciarliero e poco virile.
Così anche questa volta zampillarono le sue assicurazioni e smorfie, ma non trovarono reazioni da parte del padre. Il professor Lindner aveva fatto rapidamente il segno della croce sulla minestra e mangiava in fretta, serio e silenzioso. Solo ogni tanto il suo occhio si posava fugacemente e distrattamente sulla scriminatura del figlio. La scriminatura quel
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giorno era stata tracciata con pettine, acqua e molta brillantina attraverso i folti capelli rossastri, come una ferrovia a scartamento ridotto attraverso una giungla ostile e ribelle. Quando Peter si sentiva addosso lo sguardo paterno chinava il capo per coprire col mento la cravatta di un bel rosso sgargiante che il genitore non conosceva ancora. Perché un momento dopo l’occhio poteva allargarsi dolcemente per la scoperta, e la bocca seguirlo, emettendo parole come “sommissione ai dettami di pagliacci e bellimbusti” che offendevano Peter. Questa volta però non accadde niente e solo un po’ più tardi, mentre i piatti venivano cambiati, Lindner disse vago e bonario (non si capiva niente se alludesse alla cravatta o se fosse stato indotto all’ammonimento da qualche altro fatto
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inconsciamente percepito):
- Coloro che hanno ancora da lottare con la propria vanità dovrebbero evitare ogni stravaganza nel loro aspetto esteriore.
Peter approfittò dell’inattesa distrazione di suo padre per esporre la storia di un cinque che sosteneva d’aver preso per cavalleria: interrogato dopo un compagno, egli s’era mostrato di proposito impreparato per non far fare brutta figura a quell’allievo mediocre insidiato da domande troppo difficili.
Il professor Lindner si accontentò di scuotere il capo.
Ma quando fu portata via la pietanza e venne in tavola il dolce, sentenziò calmo e pensoso:
- Vedi, proprio negli anni del maggiore appetito è dato conseguire le più importanti
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vittorie su se stessi; e questo non infliggendosi la fame, che non sarebbe igienico, ma rinunciando ad un piatto gradito dopo essersi sufficientemente nutriti.
Peter tacque e mostrò di non capire, ma la sua faccia si fece di nuovo scarlatta fino agli occhi.
- Sarebbe inutile, – continuò il padre, accorato, – che io ti punissi per quel cinque; tu stai anche mentendo bambinescamente e dimostri così una tale mancanza di concetto morale dell’onore che prima occorre dissodare il terreno sul quale il castigo possa fruttare. Perciò ti chiedo soltanto di riconoscere la cosa e sono certo che allora ti punirai da te stesso.
Peter protestò vivacemente la sua poca salute come pure l’eccesso di lavoro causa del suo scarso rendimento a scuola negli ultimi
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tempi, per cui riteneva impossibile temprarsi il carattere con la rinuncia all’ultima portata.
- Il Comte, filosofo francese, rispose placidamente il professor Lindner, – alla fine del pranzo in luogo del “dessert” soleva masticare un pezzo di pane asciutto, anche senza un motivo particolare, soltanto per pensare a coloro che non hanno neanche un pezzo di pane. È un tratto gentile, e ci ricorda che ogni esercizio di frugalità e di semplicità ha un profondo significato sociale.
Peter aveva già da un bel pezzo una meschina opinione della filosofia, ma suo padre gli ricordò che era odiosa anche la poesia, proseguendo:
- Anche Tolstoi dice che la temperanza è il primo gradino della libertà. L’uomo ha molte bramosie che lo tengono schiavo e affinché la
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lotta con tutte sia vittoriosa, bisogna incominciare dalle più elementari: la gola, l’ozio e la lussuria.
Il professor Lindner pronunciava quelle tre parole, che comparivano spesso nei suoi ammonimenti, l’una come l’altra nell’identico tono incolore; e molto prima di poter collegare con la parola lussuria un concetto ben definito, Peter aveva imparato a conoscere la lotta contro la lussuria a lato delle altre due senza pensare a nulla di speciale, proprio come suo padre che non ne pensava più nulla perché era persuaso che l’istruzione elementare nell’autocontrollo incominci di qui. Così avvenne che Peter, quel giorno in cui aveva conosciuto la lussuria, non ancora nella sua forma più agognata, ma insomma sfiorandole le gonne, provò per la prima volta una furiosa
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ribellione contro il collegamento stabilito da suo padre con la gola e la pigrizia; non poteva naturalmente dirlo a chiare note, dovette mentire ed esclamò:
- Io sono uno qualunque, non posso paragonarmi con poeti e filosofi! – Nonostante la sua agitazione aveva scelto le parole con una certa cura.
Il suo educatore tacque.
- Ho fame! – aggiunse Peter ancor più appassionatamente. Lindner sorrise triste e sprezzante.
- Io mi ammalerò, se non mangio abbastanza! – esclamò Peter quasi piagnucolando.
- La prima risposta dell’uomo a tutti gli interventi o attacchi esterni è data con lo strumento della voce! – lo ammaestrò il padre.
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E il “pietoso grido degli appetiti”, come lo chiamava Lindner, morì. In quel giorno particolarmente virile Peter non voleva piangere, ma si sentiva tremendamente oppresso dalla necessità di sviluppare in sé un eloquente spirito di difesa. Non gli venne più nulla in mente e in quel momento odiò anche la bugia perché bisogna parlare per servirsene. Nei suoi occhi si alternavano il desiderio di uccidere e la desolazione. A quel punto il professor Lindner gli disse bonariamente:
- Tu devi esercitarti assiduamente al silenzio, affinché non parli in te l’individuo impulsivo ed incolto, ma quello riflessivo e educato, che pronuncia parole emananti pace e fermezza – Poi si mise a riflettere con viso cordiale. – Per rendere buoni gli altri, non saprei suggerire altro metodo, – disse dopo un
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po’ comunicando il risultato a suo figlio, – che esser buoni noi stessi; lo dice anche Matthias Claudius: Non saprei consigliar di meglio che essere noi stessi come vogliamo diventino i nostri figli! E con quelle parole il professor Lindner spinse via benevolmente e risolutamente il dolce senza toccarlo, benché fosse il suo preferito – riso al latte con zucchero e cioccolato costringendo con la sua affettuosa implacabilità il figliolo a fare lo stesso digrignando i denti.
Fu allora che la domestica venne ad annunciare Agathe. August Lindner si alzò in piedi sconvolto. “È venuta, nonostante tutto!” gli disse con voce muta, terribilmente chiara. Era incline a sentirsi in collera, ma anche a provare una fraterna indulgenza, e questi due sentimenti contrastanti con un grande seguito
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di principî morali incominciarono una ridda sfrenata in tutto il suo corpo prima che gli riuscisse di ordinare semplicemente che la signora fosse introdotta nel salotto.
- Tu mi aspetti qui! – ingiunse a Peter, e si allontanò a grandi passi.
Peter però aveva osservato nel padre qualcosa di straordinario, pur non sapendo cos’era; tuttavia bastò a dargli il coraggio di cacciarsi in bocca dopo breve esitazione un cucchiaio di cioccolato pronto per esser versato sul dolce, poi un cucchiaio di zucchero e infine un mestolo pieno di riso, zucchero e cioccolato, il che fu ripetuto più volte prima che egli lisciasse accuratamente i piatti, per ogni evenienza.
E Agathe rimase seduta per un poco nella casa sconosciuta aspettando il professor
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Lindner, il quale andava su e giù in un’altra stanza e raccoglieva i suoi pensieri prima di affrontare la donna bella e pericolosa. Ella si guardava intorno e improvvisamente ebbe paura, come se si fosse smarrita fra le branche di un albero sognato e temesse di non ridiscendere salva da quel mondo di rami contorti e di migliaia di foglie. Una quantità di particolari la turbava, e al gusto meschino che essi esprimevano s’intrecciava bizzarramente un’asprezza repellente con il suo contrario, a cui nella sua agitazione ella non seppe trovare un nome. L’aspetto repellente poteva magari richiamare alla mente la rigida durezza dei disegni fatti a pastello, ma la stanza sembrava anche che odorasse, come dominata da una tenera nonna, di medicinali e di unguenti, e in essa aleggiavano fantasmi desueti e femminei,
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sgradevolmente solleciti delle sofferenze umane. Agathe annusava. E quantunque l’aria non contenesse che le sue fantasie si sentiva a poco a poco ricondurre indietro nel passato dai suoi sentimenti, e ricordò allora l’angosciante “profumo del cielo”, quell’odore d’incenso mezzo svanito e disaerato di cui erano impregnate le tonache dei suoi insegnanti quando lei era una ragazzina assai poco pia, educata con altre piccole coetanee in un pio istituto. Giacché per quanto edificante sia quel profumo per coloro che lo collegano con quel che trovano giusto, nei cuori delle fanciulline mondane e ribelli non suscitava che vivi ricordi di odori-protesta, così come si collegano immaginazione e prima esperienza con i baffi di un uomo o con le sue guance muscolose, profumate di acute essenze e velate di borotalco. Lo sa Iddio, anche questo
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profumo non mantiene quel che promette! E mentre Agathe sedeva aspettando su una delle rinunciatarie seggiole imbottite di Lindner, il vuoto odore del mondo si chiuse inesorabilmente intorno a lei insieme col vuoto odore del cielo, come due mezze sfere cave, e l’assalì il presentimento che stava per ricuperare una lezione della scuola della vita seguita di malavoglia.
Adesso sapeva dov’era. Anche esitante ma disposta, ella cercava di adattarsi all’ambiente e di ricordare gli insegnamenti dai quali forse troppo presto s’era lasciata distogliere. Ma, pur consenziente, il suo cuore recalcitrava come un cavallo inaccessibile alle esortazioni, e in preda a un terrore selvaggio incominciò a correre, come accade quando vi sono sentimenti che vorrebbero mettere in guardia la ragione e non
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trovano parole. Tuttavia ritentò dopo un poco; e per darsi aiuto pensò a suo padre che era stato un liberale e aveva sempre ostentato lo stile un po’ arido dell’illuminista, ma tuttavia s’era risolto a farla educare in un istituto religioso. Si sentiva incline ad interpretarlo come una specie di sacrificio espiatorio e come il tentativo, imposto da una segreta incertezza, di fare una volta tanto il contrario di quello che si ritiene il proprio convincimento; e poiché si sentiva affine ad ogni incongruenza, la situazione in cui s’era messa da sé le parve per un istante un atto arcano di inconscia sottomissione filiale. Ma anche questo secondo brivido religioso, liberamente provocato, non ebbe lunga durata; verosimilmente, da quando era stata messa sotto una custodia spiritualmente troppo imperiosa, ella aveva
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perduto la capacità di trovare in una fede l’ancoraggio per le sue agitate intuizioni. Le bastò infatti riesaminare quel che le stava intorno, e col crudele fiuto della gioventù per la distanza che divide l’infinito di un insegnamento dal finito dell’insegnante, e anzi porta facilmente a dedurre dal servitore la qualità del padrone, la dimora che la circondava, dove s’era consegnata prigioniera e piena di speranza, a un tratto irresistibilmente la mosse al riso.
Ma involontariamente conficcò le unghie nel legno della seggiola, perché si vergognava della sua irresolutezza. Avrebbe voluto scagliare, il più presto possibile e tutto in una volta, ciò che la opprimeva in faccia allo sconosciuto che presumeva di confortarla, appena si fosse degnato di comparire: i brutti maneggi col
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testamento, assolutamente imperdonabili, a pensarci senza caparbietà. Le lettere di Hagauer, che la descrivevano orribile come in uno specchio deformante, senza che la somiglianza si potesse negare del tutto. E poi ancora, che voleva annientare suo marito, ma non realmente ammazzarlo, e che molto tempo prima l’aveva bensì sposato, ma anche questo non realmente, bensì accecata dal disprezzo per se stessa. C’erano tante cose fatte a mezzo nella sua vita; ma alla fine, tirando le fila di tutto, si sarebbe anche dovuto venire a parlare del presagio sospeso tra lei e Ulrich, e questo tradimento ella non avrebbe mai e poi mai potuto commetterlo! Si sentiva scontrosa come un bambino al quale è stato assegnato un compito troppo arduo. Perché la luce che qualche volta vedeva, subito si spegneva come
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una lanterna che oscilla lontana nel buio, e le tenebre ora ne inghiottono ora ne restituiscono lo scintillio? Era incapace di ogni risoluzione e per giunta si ricordò che Ulrich aveva detto, una volta: chi cerca quella luce deve passare sopra una voragine che non ha né fondo né ponte. Dunque nel suo intimo non credeva neppure lui alla possibilità di quel che cercavano insieme? Così pensava Agathe e sebbene non osasse propriamente dubitare, si sentiva tuttavia molto scossa. Nessuno dunque poteva aiutarla se non la voragine stessa! Una voragine era Dio: ahimè, lei che cosa ne sapeva? Con ripugnanza e disprezzo esaminò i ponticelli che volevano portarla al di là, l’umiltà della stanza, le immagini piamente appese ai muri, tutto quello che simulava un rapporto amichevole con lui. Era tanto prossima ad
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umiliarsi quanto a trarsi indietro con orrore. E forse più di tutto avrebbe voluto di nuovo fuggir via; ma pensò che fuggiva sempre via, e ricordò Ulrich, e si giudicò “spaventosamente vile” Il silenzio che si era fatto tra loro a casa era già stato come la calma prima della tempesta, ed ella era stata buttata lì dalla pressione di quella bufera incombente. Così le pareva adesso, non senza lo sbocciar di un sorriso, e fu naturale che le tornasse a mente un’altra frase di Ulrich: “Nessuno si considera interamente un vigliacco, perché se qualcosa gli fa paura ne corre via lontano, esattamente fino al punto dove si considera di nuovo un eroe!” Ed ecco che lei era arrivata a quel punto!
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44. Una importante spiegazione
IN quel momento Lindner entrò, e s’era prefisso di dire né più né meno della sua visitatrice, ma quando si
trovarono di fronte, fu tutto diverso. Agathe andò subito all’attacco con parole che – dovette notare stupita erano molto più comuni di quel che comportava l’antefatto.
- Lei ricorderà che le avevo chiesto di spiegarmi alcune cose, – ella incominciò. – Eccomi qua, non ho dimenticato ciò che lei ha detto a proposito del mio divorzio. Anzi, forse adesso l’ho capito ancor meglio!
Erano seduti a un gran tavolo rotondo,
divisi da tutta la lunghezza del suo diametro.
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Agathe, in confronto con gli ultimi istanti di solitudine, si sentì al primo incontro sprofondata in basso, ma poi subito su terreno solido; gettò la parola “divorzio” come un’esca, benché la sua curiosità di conoscere l’opinione di Lindner fosse anche sincera. Questi rispose quasi nello stesso momento:
- So benissimo perché lei mi chiede questa spiegazione. Le avranno sempre bisbigliato all’orecchio che la fede del divino e l’obbedienza ai comandamenti che ne traggono origine son cose da medioevo! che tali favole sono state ormai sfatate dalla scienza! Però, mi dica, è ben sicura che sia così?
Agathe s’avvide con meraviglia che ogni tre parole le labbra di Lindner s’avventavano in su, sotto i baffi radi, come due assalitori. Ella non
rispose.
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- Ci ha riflettuto? – seguitò Lindner severo. – Conosce le infinite questioni che ne dipendono? Lo vedo: non le conosce! Ma liquida tutto quanto con un bel gesto della mano e probabilmente non sa neppure di agire sotto l’influsso di una violenza altrui!
S’era gettato nel pericolo, non si capiva bene a che influssi pensasse; si sentiva come travolto. Il suo discorso era una galleria scavata attraverso un monte per sbucare su un concetto: “menzogne dei liberi pensatori”, che campeggiava là in una luce di millanteria. Non parlava né di Ulrich né di Hagauer, ma di entrambi e di tutti.
- E anche se avesse riflettuto, – esclamò forzando audacemente la voce, – e si fosse convinta di queste dottrine false: che il corpo non è che un sistema di corpuscoli morti,
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l’anima un gioco delle ghiandole, la società un involto cencioso di leggi meccaniche ed economiche; e perfino se tutto ciò fosse giusto, il che non è – ebbene, io negherei a questa teoria la conoscenza della verità della vita! Perché ciò che si chiama scienza non è minimamente qualificato a spiegare col suo metodo esteriore ciò che vive nell’uomo come intima certezza spirituale. La verità della vita è una conoscenza che non ha inizi, e i fatti della vita vera non si trasmettono mediante prove: chi vive e soffre li ha dentro di sé come misteriosa forza di più alte esigenze e come la viva interpretazione di se stesso!
Lindner s’era alzato in piedi. Gli occhi scintillavano come due predicatori in pulpito; giù dall’altezza del suo lungo corpo guardava Agathe dall’alto in basso con sentimenti di
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superiorità. “Perché parla subito tanto? – pensava lei. – E che cos’ha contro Ulrich? Lo conosce appena, eppure è evidente che parla contro di lui!” La pratica femminile nell’eccitare sentimenti le suggerì, più rapida che il pensiero, la certezza che Lindner parlava così perché in preda a una ridicola gelosia. Guardò su verso di lui con un sorriso incantevole. Egli le torreggiava davanti, alto, vacillante ed armato, e le parve una gigantesca pugnace locusta di preistoriche età. “Santo cielo, – ella pensò, – adesso dirò di nuovo qualcosa che lo irriterà, e lui si metterà ad inseguirmi: Dove sono? A che gioco sto giocando?” La turbava sentirsi da lui eccitata al riso, e insieme non potersi liberare da certe sue parole come “conoscenza che non ha inizi” e “viva interpretazione”, parole così estranee al mondo
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presente, ma a lei misteriosamente familiari come se le avesse sempre usate, senza poter nemmeno ricordare di averle mai udite prima. Pensò: “È terribile, ma alcune delle sue parole egli me le ha già seminate in cuore come dei figli!”
Lindner s’avvide di averla vivamente scossa, e la soddisfazione lo rese un po’ più indulgente. Vedeva davanti a sé una giovane donna nella quale sembravano ambiguamente alternarsi emozione e indifferenza simulata, anzi addirittura protervia; e poiché credeva di essere un profondo conoscitore della psiche femminile non si lasciò trarre in inganno, ben sapendo che una donna bella è singolarmente indotta alla superbia e alla vanità. Del resto egli raramente riusciva a contemplare un bel volto senza sentire una punta di compassione.
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Coloro che avevano quel privilegio erano a parer suo sempre martiri di uno splendido aspetto che li portava alla presunzione con tutto il suo strisciante seguito di aridità di cuore e di superficialità. Tuttavia può anche succedere che dietro un viso leggiadro vi sia un’anima, e quanta insicurezza non si dissimula sovente dietro la superbia, quanta disperazione dietro la frivolezza! Spesso si tratta addirittura di persone particolarmente nobili, alle quali è soltanto mancato il soccorso di giuste e incrollabili convinzioni. E Lindner a poco a poco si sentiva trascinato a riflettere che l’uomo al quale ha arriso il successo deve mettersi nei panni dello sfortunato; e mentre lo faceva, osservò che il volto e le forme di Agathe possedevano quella placidità amabile che appartiene soltanto alla grandezza e alla
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nobiltà; anzi il ginocchio sotto le pieghe della veste gli parve addirittura quello di una Niobe. Fu stupito che gli si imponesse un confronto a parer suo così poco acconcio, ma probabilmente la nobiltà della sua sofferenza morale si era combinata con l’idea ambigua di molti figli, infatti si sentiva non meno attratto che spaventato. Osservò anche il seno di Agathe che respirava in rapide piccole onde. Gli parve di soffocare e se non gli fosse di nuovo venuta in aiuto la sua conoscenza della vita si sarebbe sentito perplesso: essa gli sussurrò però nel momento del più profondo imbarazzo che quel seno doveva racchiudere qualcosa di non detto, e che tale segreto, dopo tutto ciò che egli aveva saputo, doveva riferirsi al divorzio dal collega Hagauer; e questo lo salvò da una vergognosa sciocchezza, offrendogli la
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possibilità di desiderare lo svelarsi del segreto anziché quello del seno. Lo fece con tutte le forze, e la combinazione del peccato con la cavalleresca uccisione del drago simboleggiante il peccato stesso gli stette dinanzi in colori smaglianti come nella vetrata del suo studio.
Agathe interruppe quelle riflessioni con una domanda fatta in tono rattenuto anzi sommesso, dopo essersi di nuovo ripresa.
- Lei sostiene che io agisco spinta da suggerimenti, da una forza altrui: che cosa intende dire precisamente?
Lindner alzò meravigliato lo sguardo che posava sul seno di Agathe e la guardò negli occhi. Cosa che non gli era mai accaduta, non ricordava più l’ultima frase che aveva detto. In quella giovane donna egli vedeva una vittima dello spirito che sconvolge il nostro tempo, e
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nella gioia del trionfo l’aveva dimenticato.
Agathe ripeté la sua domanda mutandola un poco:
- Le ho confidato che voglio divorziare dal professor Hagauer, e lei mi ha risposto che qualcuno mi spinge. Mi sarebbe molto utile sapere che cosa lei intende dire. Le ripeto che non valgono i motivi consueti; neppure l’avversione è stata insormontabile, secondo i concetti del mondo. Soltanto, io sono giunta alla convinzione che non è lecito sormontarla, e che anzi deve essere aumentata smisuratamente!
- Per opera di chi?
- Questo è appunto il problema che lei deve aiutarmi a risolvere – Lo guardò di nuovo con un sorriso soave, che era, se così si può dire, terribilmente scollato e la denudava nel suo
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intimo, come un seno appena velato da un merletto nero.
Senza volerlo Lindner si protesse gli occhi con un gesto della mano, fingendo di raddrizzare gli occhiali. La verità era che il coraggio, tanto nella sua concezione del mondo, quanto nei sentimenti che Agathe suscitava in lui, era ugualmente timoroso. Egli era fra coloro che hanno capito come l’umiltà trionfi più facilmente se prima ha abbattuto l’albagia, e la sua cultura gli faceva temere più d’ogni altro l’albagia della libera scienza, che rimprovera alla fede di essere non scientifica. Se gli si fosse detto che i santi con le loro mani vuote e alzate verso il cielo in atto di preghiera erano antiquati e che adesso bisognava raffigurarli con sciabola e pistola in pugno, o con strumenti ancora più moderni, ciò
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l’avrebbe sdegnato; ma non voleva vedere inibire alla fede le armi della scienza. Questo era quasi un errore totale, ma egli non era il solo a commetterlo; e perciò aveva investito Agathe con parole che avrebbero meritato un posto onorevole nelle sue pubblicazioni – e che probabilmente di fatto ve l’occupavano -, ma che di fronte a colei che gli si confidava erano inopportune. Vedendo davanti a sé, modesta e pensierosa, la messaggera di parti del mondo a lui nemiche, mandata nelle sue mani da un destino buono o demoniaco, anch’egli ebbe coscienza di quell’inopportunità ed era imbarazzato a rispondere.
- Ah! – disse, nel modo più generico e sprezzante possibile, e per caso non colpì lontano dal bersaglio: – Io alludevo allo spirito che domina oggi e per cui i giovani hanno
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paura di sembrare stupidi e addirittura non scientifici se non si accodano a tutte le superstizioni moderne. Chi sa quali “slogan” può avere lei in mente: Vivere secondo l’inclinazione! Dire di sì alla vita! Coltivare la personalità! Libertà del pensiero o dell’arte! Tutto, insomma, tranne i precetti della morale semplice ed eterna.
La felice gradazione: “stupidi e addirittura non scientifici” gli piacque per la sua finezza e rianimò i suoi spiriti battaglieri.
- Lei si stupirà, – proseguì poi, – di sentirmi lodare la scienza, senza ch’io sappia se lei se ne sia occupata molto o poco…
- Proprio niente! – interruppe Agathe. – Io sono una donna ignorante – Lo disse con energia, e sembrava che ci provasse gusto, forse perché voleva scandalizzarlo.
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- Ma è il suo ambiente! – rettificò Lindner. – E che si tratti di libertà di costumi o di libertà della scienza, tutt’e due vogliono dire la stessa cosa: lo spirito distaccato dalla morale!
Anche queste parole parvero ad Agathe ombre fiacche, proiettate tuttavia da qualcosa di più scuro che era lì vicino. Non intendeva nascondere la sua delusione, anzi la manifestò ridendo:
- Mi ha consigliato l’altro giorno di non pensare a me stessa, e ora mi parla continuamente di me, obiettò in tono canzonatorio. Lindner ripeté:
- Lei ha paura di non essere abbastanza moderna!
Gli occhi di Agathe ebbero un guizzo di dispetto.
- Non so che dire, le sue affermazioni si
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adattano a me così poco!
- Ed io le dico: “Siete comprate a caro prezzo, non diventate schiave degli uomini!” – Il tono, che contrastava con l’uomo come un fiore pesante con un fragile stelo, rasserenò Agathe. Ella chiese insistente e quasi ruvida:
- Dunque, che cosa devo fare? Aspetto da lei una risposta precisa. Lindner inghiottì e si concentrò tanto da divenir rosso.
- Faccia il suo dovere!
- Non so quale sia il mio dovere!
- Allora deve crearsi dei doveri!
- Ma io non so che cosa siano i doveri! Lindner sorrise trucemente.
- Ecco qui la libertà della personalità! – esclamò. – Pura illusione! Lo vede su di se stessa: quando l’uomo è libero, è infelice. Quando l’uomo è libero, è un fantasma! -
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soggiunse poi, alzando ancora un po’ la voce perché era imbarazzato. Poi la riabbassò e conchiuse in tono convinto: – Il dovere è ciò che l’umanità ha contrapposto con giusta consapevolezza alla propria fragilità. Il dovere è la verità che è nota a tutte le individualità spiccate, e che esse ci additano con spirito profetico. Il dovere è il risultato di una esperienza secolare e dell’occhio antiveggente degli eletti. Ma il dovere è anche ciò che l’uomo più semplice ben conosce nel suo intimo, purché viva con sincerità.
- Questo era proprio un cantico fra le candele accese, – constatò Agathe in tono d’approvazione.
Era spiacevole che anche Lindner si rendesse conto di aver cantato in un tono sbagliato. Avrebbe dovuto dire qualcos’altro,
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ma non s’arrischiava a riconoscere in che cosa consistesse la deroga dalla voce genuina del suo cuore. Si permetteva soltanto il pensiero che quella giovane creatura doveva essere rimasta profondamente delusa dal marito per infierire così violenta ed amara contro se stessa, e che nonostante ogni biasimo che provocava sarebbe stata degna di un uomo più forte; lui però aveva l’impressione che a quel pensiero ne sarebbe seguito uno assai più pericoloso. Intanto Agathe scuoteva la testa, lentamente ma assai risoluta, e con l’involontaria sicurezza con la quale una persona turbata viene indotta a ciò che porta al precipizio una delicata situazione, continuò:
- Ma stiamo parlando del mio divorzio! e perché oggi non dice più niente di Dio? Perché non mi dice semplicemente: “Dio comanda che
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lei rimanga accanto al professor Hagauer”? Vede, non posso immaginare che egli voglia comandare qualcosa di simile!
Lindner alzò involontariamente le spalle aguzze; anzi con quel movimento all’insù parve quasi sollevarsi nell’aria.
- Io non le ho mai parlato di questo, solo lei l’ha tentato! rispose ruvidamente. – E quanto al resto, non creda che Dio s’interessi del piccolo meschino traffico dei nostri sentimenti! C’è la sua legge, invece, alla quale dobbiamo obbedire. O forse non le pare abbastanza eroico, dacché oggi l’uomo in tutte le cose aspira a manifestazioni “personali”? Ebbene, io contrappongo alle sue pretese un eroismo più sublime, quello della sottomissione eroica!
Ogni parola diceva assai più di quanto avrebbe dovuto permettersi un profano, anche
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soltanto nei suoi pensieri; Agathe, per contro, davanti a tanta irrisione non poteva far altro che sorridere continuamente, per non essere costretta ad alzarsi e a porre fine alla visita; e lo faceva naturalmente con tanto garbo, che Lindner si sentiva sempre più turbato ed eccitato. Con inquietudine vedeva zampillare le proprie idee e crescere sempre più un’ebbrezza ardente che gli toglieva la capacità di riflettere, e in cui si manifestava la volontà di spezzare la protervia e di salvare forse l’anima che gli si opponeva. Il nostro dovere è doloroso! esclamò.
- Il nostro dovere può essere ripugnante e disgustoso! Non creda ch’io voglia fare l’avvocato di suo marito e mi schieri per mia natura al suo fianco. Ma lei deve obbedire alla legge, perché solo essa ci dà una pace perenne e ci difende contro noi stessi.
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Agathe ora gli rise in faccia; s’era accorta dell’arma che le davano in mano le impressioni prodotte dal suo divorzio, e rigirò il coltello nella ferita.
- Io capisco poco di tutto questo, – disse. – Ma posso confessarle sinceramente una mia sensazione? Quando lei va in collera diventa un po’ lubrico!
- Ah, non parli così! – protestò Lindner. Era indietreggiato e aveva un solo desiderio, quello di non permettere a nessun costo una cosa simile. Alzò la voce protestando e scongiurò il fantasma peccaminoso che gli stava di fronte. – Lo spirito non deve prosternarsi alla carne, ai suoi allettamenti e ai suoi orrori! Neppure in forma di ribrezzo! Ed io le dico: il superamento dell’avversione fisica, che a quanto pare la scuola del matrimonio le impone, può essere
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doloroso, e tuttavia non è lecito sottrarvisi. Perché nella creatura umana v’è un bisogno di liberazione e noi non dobbiamo essere schiavi né delle ripugnanze né delle voluttà della nostra carne! Questo è, senza dubbio, ciò che lei voleva sentirsi dire, altrimenti non sarebbe venuta da me! – egli concluse, non meno solenne che maligno.
Stava ritto davanti ad Agathe, i baffi sul labbro si muovevano su e giù. Mai aveva detto simili parole a una donna, tranne che alla sua defunta moglie, e allora i sentimenti erano stati diversi. Ora, infatti, erano misti a voluttà, come se egli vibrasse una sferza per fustigare il mondo, ed anche a paura, quasi che, come un cappello portato via dal vento, egli volasse in mezzo a quella bufera penitenziale che l’aveva
travolto.
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- Anche adesso ha parlato in un modo ben strano! – osservò Agathe spassionatamente, e avrebbe voluto tagliare con qualche parola asciutta l’insolenza di lui; ma poi misurò il crollo gigantesco che gli avrebbe dato, e preferì umiliarsi dolcemente, continuando con una voce che sembrava appannata dal rimorso: – Sono venuta solo perché desideravo che lei mi guidasse.
Lindner, con fervore perplesso, brandì nuovamente il flagello della parola; sospettava che Agathe lo inducesse volutamente in errore, ma non seppe ritrarsi e si affidò all’avvenire.
- Essere avvinti per tutta la vita a un uomo senza sentirsene attratti fisicamente è certo un grave castigo, – sentenziò. Ma se il coniuge non è degno, non ci siamo meritato il castigo per non aver dato sufficientemente ascolto ai segni
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della vita interiore? Molte donne si lasciano affascinare da circostanze esteriori, e chi sa se la punizione non è destinata a scuoterci? – A un tratto la sua voce si ruppe. Agathe aveva accompagnato le sue parole con cenni di consenso. Ma doversi figurare Hagauer come un affascinante seduttore fu troppo per lei, e i suoi occhi giocondi lo rivelarono. Lindner, interamente fuori di strada, strombettò in falsetto: – Il padre che risparmia la frusta odia suo figlio; il padre che l’ama, lo punisce!
La resistenza della vittima aveva trasformato il filosofo della vita al sicuro nella sua torre in un poeta dei castighi e delle loro eccitanti circostanze accessorie. Era inebriato da una sensazione finora ignota, prodotta dal connubio fra i rabbuffi morali inflitti alla visitatrice e una viva agitazione della sua
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virilità, connubio che simbolicamente, come capiva lui stesso, si poteva definire voluttuoso.
Ma l’arrogante conquistatrice, che ormai avrebbe dovuto esser spinta alla disperazione dalla vanità della propria mondana bellezza, riattaccandosi realisticamente alle minacce di flagellazione chiese tranquilla:
- Chi mi dovrebbe punire? Lei a chi pensa? A Dio?
E questo era impossibile a dirsi! Di colpo Lindner prese il coraggio. Gocce di sudore gli spuntarono fra i capelli. Impossibile nominare il nome di Dio collegandolo a simili discorsi. Il suo sguardo, proteso come i denti di una forchetta, si ritrasse lentamente da Agathe. Agathe lo sentì. “Dunque non ci riesce neanche lui!”, ella pensò. Aveva una voglia pazza di spremere ancora quell’uomo finché non gli
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uscisse di bocca quello che egli non voleva confessarle. Ma per questa volta poteva bastare; il dialogo era arrivato ai suoi limiti estremi. Agathe capì che era stato soltanto un pretesto scottante, e reso trasparente dall’ardore, per non dover dire la cosa decisiva. Del resto anche Lindner sapeva ormai che tutto ciò che aveva detto, tutto ciò che l’aveva agitato, e persino l’esagerazione stessa, era derivata dalla paura delle esagerazioni, tra le quali la più sfrenata gli pareva quella di essersi avvicinato con temerari strumenti del sentimento e dei sensi – spinto evidentemente da quella giovane donna esagerata – a ciò che deve rimaner ammantato di alte e nobili parole. Tra sé lo definiva ora “un’offesa alla decenza della fede” Perché in quel momento il sangue rifluì dalla testa di Lindner e riprese il suo
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corso ordinario; ed egli si svegliò come uno che si trovi nudo, molto lontano da casa sua, e si ricordò che non poteva mandar via Agathe senza averla confortata e illuminata. Traendo un respiro profondo si allontanò da lei, si accarezzò i baffi e disse severo:
- Lei ha un Io irrequieto e fantastico!
- E lei ha una strana specie di galanteria! – replicò Agathe fredda, perché adesso non aveva più voglia di continuare.
Lindner giudicò necessario al ristabilimento della propria dignità aggiungere ancora qualcosa:
- Alla scuola della realtà lei dovrebbe imparare a tenere saldamente le redini delle sue tendenze soggettive; chi non vi riesce sarà sbalzato a terra dalla fantasia e dall’immaginazione…! – Si fermò perché quella
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strana donna gli faceva uscire la voce dal petto in un modo del tutto indesiderato. – Guai a chi si scioglie dal costume morale, poiché si scioglie anche dalla realtà! – aggiunse a voce bassa. Agathe alzò le spalle.
- Spero la prossima volta di vederla a casa nostra! – ella propose.
- Sono costretto a risponderle: mai! – rispose Lindner con violenza, tornato ormai assolutamente terreno. – Suo fratello ed io abbiamo concezioni di vita talmente opposte che è meglio evitare ogni rapporto, aggiunse poi come scusa.
- Allora dovrò venire io diligentemente alla scuola della realtà, – disse Agathe.
- No! – ripeté Lindner, ma chissà perché le tagliò la strada quasi minaccioso, giacché lei con quelle parole si disponeva ad andarsene.
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Non è possibile! Lei non può mettermi nella penosa situazione, col collega Hagauer, di ricevere senza che egli lo sappia le visite di sua moglie!
- Lei è sempre appassionato come oggi? – domandò Agathe in tono canzonatorio, e così lo costrinse a sgombrarle il cammino. Adesso, alla fine, si sentiva svuotata, ma più forte. La paura che Lindner tradiva di fronte a lei la incitava ad azioni che erano estranee alla sua disposizione d’animo: ma mentre le pretese di suo fratello la scoraggiavano facilmente, quest’uomo le restituiva la libertà di disporre a suo talento del proprio intimo, e le era di conforto metterlo a disagio.
“Mi sono forse lasciato andare un po’ troppo?” si chiese Lindner rimasto solo. Raddrizzò le spalle e marciò alcune volte su e
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giù per la stanza. Infine decise di restare in rapporto con Agathe, e riassunse il proprio malessere, che era abbastanza forte, con queste marziali parole:
- Bisogna dimostrare saldezza e valore contro tutte le cose penose!
Mentre Agathe si congedava, Peter se l’era svignata in fretta di dietro la porta, dove aveva origliato con stupore i discorsi di suo padre con “quell’oca”
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45. Incomincia una serie di strane e meravigliose vicende
POCO dopo quella visita si ripeté “l’impossibile” che già fluttuava quasi materialmente intorno ad
Agathe e Ulrich; accadde veramente, senza che nulla accadesse.
I fratelli si vestivano per una serata e non c’era nessuno in casa, tranne Ulrich, per aiutare Agathe; non avevano incominciato in tempo e perciò per un quarto d’ora s’erano affrettati il più possibile, poi vi fu una piccola pausa. Sugli appoggi e sui piani della stanza
era sparso pezzo per pezzo tutto
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l’armamentario che una donna adopera in tali occasioni, e Agathe si chinava verso il suo piede con tutta l’attenzione che esige l’infilare una sottile calza di seta. Ulrich stava dietro di lei. Vedeva il capo, il collo, le spalle e quella schiena quasi nuda; il corpo era piegato un po’ di lato, verso il ginocchio rialzato, e sul collo la tensione formava tre pieghe che attraversavano, agili ed allegre come tre frecce, la pelle chiara: la leggiadra corposità di quell’immagine, scaturita da un silenzio improvviso, pareva aver perso la sua cornice e si trasmise così immediata e incomunicabile al corpo di Ulrich, che questi lasciò il suo posto e, non proprio inconscio quanto una bandiera spiegata dal vento, ma pur senza una risoluzione consapevole, s’avvicinò in punta di piedi, piombò sulla reclina e con dolce furore
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morse una di quelle frecce, mentre il suo braccio cingeva la sorella. Poi i denti di Ulrich si staccarono con la stessa cautela; con la mano destra egli aveva ghermito il ginocchio di Agathe e mentre col braccio sinistro stringeva a sé il suo corpo la strappò su scattando sui garetti. Agathe gettò un grido di spavento.
Finora tutto si era svolto allegramente e scherzosamente, come in tanti episodi precedenti, e anche se era tinto dai colori dell’amore, era pur sempre solo con l’intenzione timida in fondo, di nascondere, sotto questa veste severamente familiare, la natura insolita e più pericolosa di quell’amore. Ma quando Agathe ebbe vinto il proprio sgomento e non si sentì sospesa bensì adagiata nell’aria, libera a un tratto da ogni peso, e guidata invece dalla dolce costrizione del movimento sempre più
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rallentato, ecco che per uno di quei casi che nessuno può dominare ella si trovò meravigliosamente placata e anzi affrancata da ogni inquietudine terrena; con un movimento che mutò l’equilibrio del suo corpo e che mai avrebbe saputo ripetere ella strappò anche l’ultimo filo di seta della costrizione, si volse cadendo verso il fratello, continuò ad ascendere pur nella caduta, e giacque precipitando come una nuvola di felicità nelle braccia di Ulrich. Egli la portò, stringendola dolcemente a sé, attraverso la stanza che si oscurava, fino alla finestra, e le stette accanto nella penombra mite della sera che le inondava la faccia come un fiotto di lacrime. Nonostante la forza che tutto questo esigeva, e la violenza che Ulrich aveva esercitato sulla sorella, tutto ciò che essi facevano parve loro stranamente remoto dalla
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forza e dalla violenza; si sarebbe forse potuto paragonare con lo strano e meraviglioso fervore di un quadro, che per la mano che lo afferra dall’esterno non è altro che una ridicola superficie pitturata. Così essi non avevano in mente null’altro che l’evento corporeo che occupava tutta la loro coscienza, eppure accanto alla sua natura di scherzo innocente e all’inizio anche un po’ rozzo che metteva in moto tutti i muscoli, esso presentava una seconda natura che paralizzava delicatissimamente tutte le membra e al tempo stesso le cingeva con inesprimibile sensività. Con aria interrogativa essi si avvinsero le braccia intorno alle spalle. Divennero partecipi della figura fraterna dei loro corpi, come cresciuti entrambi da una stessa radice. Si guardarono l’un l’altro negli occhi, come se
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vedessero per la prima volta qualche cosa di simile. E anche se non avrebbero saputo raccontare ciò che era accaduto perché la loro partecipazione era troppo fervida, sapevano tuttavia di essersi trovati all’improvviso, per un attimo, proprio dentro a quello stato comune al cui limite avevano spesso esitato, che tante volte s’erano descritto a vicenda e che pure avevano sempre contemplato solo dal di fuori.
Esaminando l’accaduto a sangue freddo – e così, nascostamente, cercavano di fare entrambi – esso sembrava poco più che un caso fortuito e affascinante, che tra un istante, o almeno col ritorno di un’occupazione, si sarebbe dissolto nel nulla, tuttavia ciò non accadde. Al contrario, essi vennero via dalla finestra, accesero la luce, ripresero le loro attività, ma ben presto tornarono ad
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abbandonarle; e senza aver preso accordi, Ulrich andò al telefono e informò la casa dov’erano aspettati che non sarebbero venuti. Egli era già vestito da sera, ma l’abito di Agathe pendeva ancora sbottonato alle spalle, e solo adesso ella incominciava a riordinarsi i capelli. Il suono della sua voce nell’apparecchio e la comunicazione col mondo esterno non avevano minimamente disincantato Ulrich; egli si sedette di fronte alla sorella, che interruppe quel che stava facendo, e quando i loro occhi s’incontrarono, nulla fu così certo come il fatto che la risoluzione era presa e che ogni divieto era ormai indifferente. Tuttavia le cose andarono diversamente. Il loro accordo si manifestava ad ogni respiro; era l’accordo ostinatamente sofferto di sciogliersi infine dalla malinconia dello struggimento, ed era così
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soavemente sofferto che le immagini dell’avveramento si strappavano quasi da loro e li riunivano nella fantasia, così come la tempesta sferza davanti alle onde un velo di spume; ma un desiderio ancora più grande impose loro la quiete, e non furono più capaci di toccarsi. Lo avrebbero voluto, ma i gesti della carne erano divenuti impossibili, e sentirono un divieto inspiegabile, che non aveva nulla da fare con i comandamenti morali. Fu come se dal mondo della congiunzione più perfetta, benché ancora fantomatica, assaporata prima come in una immagine fantastica, li avesse colpiti o ispirati un più alto comandamento, un più alto presagio, curiosità o divinazione.
I fratelli rimasero turbati e pensosi, e quando le loro sensazioni si furono sopite incominciarono a parlare, con esitazione.
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Ulrich disse scioccamente, come si parla nel vuoto:
- Tu sei la luna… Agathe capì. Ulrich disse:
- Sei volata nella luna, e la luna ti ha restituito a me…
Agathe tacque; i discorsi lunari sono così frusti. Ulrich disse:
- È un’immagine. “Eravamo fuori di noi” “Avevamo scambiati i nostri corpi senza toccarci” Anche queste sono immagini. Ma che cosa significa un’immagine? Un po’ di realtà con molta esagerazione. Eppure giurerei, quant’è vero che è impossibile, che l’esagerazione è stata molto piccola e la realtà quasi già grandissima!
Tacque. Pensava: “Di quale realtà parlo? Ce n’è un’altra?”
Lasciando a questo punto il dialogo dei due
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fratelli per seguire un possibile termine di paragone che aveva almeno concorso alla sua formulazione, dovremmo dire che questa realtà è invero affine a quella straordinariamente trasfigurata nelle notti di luna. Anche questa non si capisce se si vede in essa soltanto un’occasione per la fantasticheria, che di giorno è meglio reprimere, e per essere nel vero occorre invece farsi presente il fatto incredibile che realmente su un pezzetto di terra tutti i sentimenti mutano come per incanto appena esso, uscendo dalla vuota attività del giorno, s’immerge nella sensibile corporeità della notte. Non solo si dissolvono i rapporti esteriori e si riplasmano nel bisbigliante connubio di luce e di ombra, ma anche quelli interiori si raggruppano in modo nuovo: la parola parlata perde l’egoismo e acquista altruismo. Tutte le
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assicurazioni esprimono soltanto un’unica fluttuante vicenda. La notte chiude tutte le contraddizioni nelle sue fulgide braccia materne, e nel suo seno nessuna parola è vera e nessuna è falsa, ciascuna è quella nascita incomparabile dello spirito dell’oscurità che l’uomo sperimenta in ogni nuovo pensiero. Così tutto ciò che accade nelle notti di luna ha la natura dell’irripetibile, la natura dell’intensità, la natura della munificenza e della spoliazione altruista. Ogni comunicazione è una spartizione senza insidia. Ogni dono donato è un dono ricevuto. Ogni concezione è intrecciata in mille modi con la commozione della notte. Essere così è l’unico adito alla conoscenza di ciò che avviene. Giacché l’Io in quelle notti non trattiene nulla, nessuna condensazione del possesso in sé, quasi neppure un ricordo; l’Io
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sublimato s’irradia di una immensa abnegazione. E queste notti son piene dell’assurdo presentimento che sta per accadere qualcosa di mai accaduto, tale che l’impoverito senno del giorno non riesce neanche ad immaginare. E non la bocca freme, ma il corpo, da capo a piedi, è teso sopra l’oscurità della terra e sotto la luce del cielo in una commozione che vibra fra due astri. E il sussurrare con i compagni è pieno di una sensualità sconosciuta, che non è la sensualità di una persona, ma quella di ciò che è terreno, di ciò che penetra nel sentimento; la tenerezza del mondo subitamente svelata che senza tregua tocca tutti i nostri sensi e dai nostri sensi è toccata.
Veramente Ulrich non aveva mai osservato in sé una particolare predilezione per le
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fantasticherie lunari; ma come si trangugia di solito la vita senza sentimento, così accade talvolta di sentire sulla lingua, molto più tardi, il suo sapore divenuto spettrale. E allo stesso modo, tutto quello che aveva perduto di tali fantasticherie, tutte le notti che aveva trascorso, prima di conoscere la sorella, indifferente e solitario, gli parvero improvvisamente un’immensa boscaglia inondata d’argento, macchie di luna sull’erba, penduli rami di melo, gelo scricchiante e buie acque dorate. Erano tutti particolari che non erano in rapporto fra loro e non erano mai stati insieme, che ora però si mescolavano come il profumo esalato dalle molte erbe di un liquore inebriante. E quando egli lo disse ad Agathe, lo sentì anche lei.
Perciò Ulrich compendiò tutto il già detto in
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un’unica frase:
- Quello che ci ha portati l’uno verso l’altro, fin dal primo momento, ben potrebbe chiamarsi una vita di notti lunari!
E Agathe trasse un respiro profondo. Poteva voler dire qualunque cosa; e probabilmente voleva dire: “Perché non conosci anche un incantesimo che impedisca che ciò ci divida all’ultimo momento?” Sospirò così naturale e spontanea che ella stessa non se ne accorse.
E in tal modo incominciò di nuovo un impulso che li spingeva l’un verso l’altro e li metteva divisi. Ogni commozione profonda che due persone hanno provato insieme sino alla fine lascia in loro la nuda intimità dell’esaurimento; anche un litigio produce tale effetto, e quanto di più la tenerezza di sentimenti che svuotano l’ossa riducendole
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quasi a flauti! Così anche Ulrich, udendo il suo lamento senza parole, per poco non abbracciò Agathe, commosso ed estatico come un amante la mattina dopo i primi fervori. Già le sfiorava la spalla ancora scoperta, ed ella a quel contatto rabbrividì sorridendo; ma negli occhi le balenò la non voluta dissuasione. Strane immagini sorsero allora nella mente di Ulrich: Agathe dietro grate di ferro, o accennante sgomenta sempre più di lontano, trascinata via dalla separatrice violenza di braccia sconosciute.
Oppure invece egli non era soltanto l’abbandono impotente, ma voleva lui stesso la separazione… Forse erano le eterne immagini del dubbio d’amore, logorate dalla vita mediocre, o forse no. Volentieri gliene avrebbe parlato, ma Agathe adesso aveva volto lo
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sguardo verso la finestra aperta e s’alzò titubante. La febbre dell’amore era nei loro corpi, che però non osavano ricominciare, e fuori della finestra dalle tende dischiuse stava ciò che aveva rapito loro la fantasia, senza la quale la carne è soltanto bruta e disanimata. Quando Agathe fece i primi passi a quella volta, Ulrich, indovinando il suo consenso, spense la luce per meglio vedere la notte. La luna era sorta dietro le vette degli alberi, che si staccavano densi e nero-verdi sull’indaco dorato del cielo e sul pallido luccichio delle lontananze. Svogliata Agathe contemplò quel profondo pezzetto di mondo.
- Dunque null’altro che romanticismo da chiaro di luna? – ella chiese.
Ulrich la guardò senza risposta. Nella penombra, sullo sfondo della notte biancastra,
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i capelli biondi sembravano accesi, le labbra erano dischiuse da ombre, la sua bellezza era dolorosa e irresistibile.
Probabilmente anche lui le appariva così, con le orbite azzurre nel viso bianco, perché ella riprese.
- Sai a chi somigli? Al Pierrot lunaire! è un consiglio di prudenza! – Voleva fargli un po’ torto, presa da una commozione che quasi l’induceva al pianto. Nella pallida maschera del lunare solitario Pierrot s’erano visti tempo addietro tutti i giovani inutili: capricciosi e dolenti, il volto coperto di cipria gessosa, le labbra rosso sangue, abbandonati da una Colombina che non avevano mai posseduto; la predilezione per le notti di luna ne risultava notevolmente volta al ridicolo. Ma Ulrich, aggravando da principio il dispiacere della
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sorella, aderì prontamente.
- Anche il “Ridi pagliaccio!” ha fatto correre brividi di intimo consenso giù per la schiena a migliaia di filistei, – egli commentò amaro. Poi soggiunse quasi bisbigliando: – Tutto questo cerchio di sentimenti è davvero sospetto! Eppure in questo momento mi appari così, che vorrei dare in cambio tutta la memoria della mia vita! – La mano di Agathe aveva trovato quella di Ulrich. Egli continuò piano, appassionatamente: In questo nostro tempo s’intende per gioia del sentimento soltanto il vuoto sentimentalismo, e l’ebbrezza lunare è degradata a un’orgia di romanticume. Non s’immagina che, se non è un’incomprensibile perturbazione mentale, dev’essere il frammento di un’altra vita!
Queste parole - forse appunto perché
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esagerate – avevano la fede e quindi le ali dell’avventura.
- Buona notte! – disse Agathe improvvisamente, e se le portò via. Aveva ritratto la mano e chiuse le tende così in fretta che l’immagine di loro due ritti al chiaro di luna sparì di colpo; e prima che Ulrich accendesse la luce, ella era fuori della stanza.
Ulrich d’altronde gliene lasciò il tempo.
- Questa notte dormirai irrequieta come prima di una lunga gita! – le gridò dietro.
- Bene, è quel che voglio fare! – rispose
Agathe chiudendo la porta.
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46. Raggi di luna in pieno giorno
QUANDO si rividero al mattino fu dapprima, da lontano, come scorgere in una casa ben nota un
quadro insolito, o nella libera disordinata natura un’importante opera plastica; allora sorge imprevista, materialmente reale, un’isola di significato, un’elevazione e condensazione dello spirito dalla liquida bassura dell’esistenza. Quando però mossero l’un verso l’altro, erano impacciati, e della notte passata si vedeva nei loro occhi soltanto lo sfinimento, che li adombrava di calda tenerezza.
Chi sa d’altronde se l’amore sarebbe tenuto
in così gran conto, se non rendesse così
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stanchi! Sentendo lo strascico della commozione di ieri essi ne furono felici, come gli amanti sono orgogliosi di essere stati vicini a morire di voluttà. Tuttavia la gioia che reciprocamente si donavano non era soltanto un sentimento di questo genere, era anche una eccitazione della vista: le forme e i colori che essi scambievolmente si offrivano erano dissolti e sfumati, eppure spiccavano come un mazzo di fiori su un’acqua buia. Parevano più evidenti del solito, ma in modo tale che non si poteva dire se dipendesse dalla chiarezza della figura o dalla sua più profonda commozione. Tale impressione rientrava tanto nell’ambito preciso della percezione e dell’attenzione quanto in quello assai vago del sentimento; e proprio questo lo faceva fluttuare fra il dentro e il fuori come il fiato trattenuto e sospeso fra
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inspirazione ed espirazione; e, in singolare contrasto con la sua forza, non permetteva di distinguere se appartenesse al mondo fisico o se traesse origine soltanto dall’accresciuta partecipazione interiore. I due non volevano d’altronde saperlo, perché una specie di vergogna della ragione li teneva indietro, e per molto tempo ancora li costrinse a stare lontani l’uno dall’altro, sebbene la loro sensibilità perdurasse e potesse anche far credere che a un tratto la linea di confine fra di essi e con il mondo fosse un poco mutata.
Era di nuovo tempo d’estate e i due fratelli stavano molto all’aperto; nel giardino fiorivano aiuole e alberelli. Quando Ulrich contemplava un fiore abitudine nuova in lui un tempo così impaziente – era qualche volta un’osservazione senza fine e, per dir tutto, senza principio. Se
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per caso ne conosceva il nome, era un salvataggio dal mare dell’infinito. Allora le stelline auree su uno stelo nudo volevano dire “botton d’oro” e quelle foglie e corimbi precoci erano “lilla” Se invece il nome gli era ignoto chiamava il giardiniere; allora il vecchio pronunciava un nome sconosciuto, tutto era a posto, e l’antichissima magia del possesso della parola esatta che protegge contro l’indomata selvatichezza delle cose esercitava il suo potere lenitivo come diecimila anni fa. Ma poteva anche accadere che Ulrich si trovasse abbandonato e perplesso davanti a un fiorellino o a un ramoscello, e non ci fosse neppure Agathe per condividere l’ignoranza: allora gli pareva del tutto impossibile capire il verde chiaro di una giovane foglia, e la misteriosa pienezza di forme di un piccolo calice diventava
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un cerchio ininterrotto di mutamenti infiniti. Di più, un uomo come lui, se non mentiva a se stesso cosa che non doveva essere, se non altro per amor di Agathe – non aveva gran possibilità di credere ad un timido appuntamento con la natura, i cui sussurri e battiti di palpebre, beatitudine e musica muta, son piuttosto privilegio di creature semplici, persuase che appena posano la testa sull’erba Iddio solletica loro il collo, pur non avendo nei giorni feriali nulla in contrario a che la natura venga contrattata sui mercati. Ulrich esecrava quel misticismo di bassa lega che nel fondo della sua eterna commozione religiosa è sciatto oltre misura, e perciò preferiva rassegnarsi all’incapacità di definire con le parole un colore di plastica evidenza o di descrivere forme che parlavano così efficacemente per se stesse.
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Giacché la parola non taglia, in questo stato, e il frutto resta sul ramo anche se pare già di averlo in bocca: questo è probabilmente il primo segreto del misticismo chiaro come il giorno. E Ulrich si sforzava di spiegarlo alla sorella, sebbene con il dissimulato intento di non vederlo svanire un giorno come un’illusione.
Così però dopo questo stato passionale si stabiliva una conversazione più tranquilla, quasi distratta, che serviva loro di schermo reciproco, benché trasparente. Di solito erano distesi in giardino su due sedie a sdraio che trascinavano di qua e di là seguendo il sole; quel sole di prima estate illuminava per la milionesima volta l’incantesimo che produce anno dopo anno; e Ulrich diceva parecchie cose che gli stavano passando per la mente e
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s’arrotondava cauto, come la luna che adesso era tutta pallida e un po’ sporca, o anche come una bolla di sapone. E così gli accadde, molto presto, di accennare alla stramba e spesso maledetta contraddizione per cui il comprendere presuppone una specie di superficialità, una propensione per la superficie, il che d’altronde s’esprime nella parola “comprendere” ed è in relazione col fatto che le esperienze originali non vengono capite ad una ad una, bensì l’una con l’aiuto dell’altra, e perciò inevitabilmente sono collegate più in superficie che in profondità. Continuò poi:
- Dunque se io dico che quel prato lì davanti è verde, sembra un’affermazione molto precisa, però io non ho detto gran che. In verità non di più che se ti dicessi di un uomo che passa:
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quello lì si chiama Verde di cognome. Dio sa quanti Verde ci sono! Allora è meglio accontentarsi di notare che quel prato verde è per l’appunto color verde prato, o addirittura che è verde come un prato sul quale è caduta da poco una leggera pioggia… – Ammiccò pigro sull’erba fresca illuminata dal sole e disse: Così probabilmente lo descriveresti tu, perché avendo a che fare con le stoffe degli abiti ti sei avvezzata a figurazioni visive. Io invece potrei magari misurare il colore: potrebbe, a occhio e croce, avere una lunghezza d’onda di cinquecentoquaranta milionesimi di millimetro; e allora questo verde in apparenza sarebbe dunque pure prigioniero e inchiodato da un tempo preciso! Ma già mi sfugge di nuovo, perché, vedi, in questo colore del suolo c’è anche qualcosa di materiale che non si può
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definire con il nome di un colore giacché lo stesso verde sarebbe diverso se si trattasse di seta o di lana. Ed eccoci di nuovo alla profonda scoperta che l’erba verde è appunto verde-erba!
Agathe chiamata in causa trovò molto naturale che si potesse non capire nulla, e replicò:
- Prova a guardare uno specchio di notte: è scuro, è nero, tu non vedi quasi niente; eppure quel niente è senz’altro diverso dal niente dell’altra oscurità. Tu intuisci il vetro, il raddoppiamento della profondità, non so quale rimasta capacità di brillare… e tuttavia non vedi nulla di nulla!
Ulrich rise nel trovare la sorella così pronta a negare ogni onore al sapere: egli non intendeva dire che i concetti non servissero a nulla, e ne conosceva bene il valore, pur non
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avendone l’aria. Ciò che gli premeva sottolineare era l’inafferrabilità delle esperienze singole, di quelle esperienze che per ragioni evidenti bisogna vivere soli e solitari, anche se si è in due. Ripeté:
- L’Io non intende mai le proprie impressioni e produzioni singolarmente, ma sempre in correlazione, in reali o immaginarie, in simili od opposte concordanze con altro; così tutte le cose che hanno un nome si reggono a vicenda in serie, in rapporti, membri di complessi immensi e impenetrabili, gli uni poggianti sugli altri, e percorsi da tensioni comuni. Ma proprio perciò, – continuò, con mutamento improvviso,
- se per qualsiasi motivo le correlazioni fanno cilecca e le serie dei ragionamenti non collimano, ci si trova di nuovo davanti alla creazione indescrivibile e disumana, anzi
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ripudiata ed informe! – Così erano ritornati al punto di partenza; ma Agathe sentiva al di là l’oscura creazione, l’abisso Mondo, il Dio che doveva soccorrerla. Il fratello disse:
- La comprensione cede il posto a uno stupore inesauribile, e il più piccolo fatto, quel filo d’erba e i suoni gentili emessi dalle tue labbra quando dici una parola, diventa incomparabile, unico al mondo, ha un’individualità insondabile e produce un profondo sbalordimento…
Tacque, torcendo irresoluto fra le mani uno stelo verde, e fu lieto quando Agathe senza fermarsi ad almanaccare o approfondire, riportò il discorso su terreno solido. Disse:
- Se fosse più asciutto vorrei coricarmi sul prato! Perché non partiamo? Mi piacerebbe starmene sdraiata fra l’erba, umilmente tornata
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alla natura come una scarpa gettata via!
- Ma questo vuole soltanto dire prender congedo da tutti i sentimenti, – obiettò Ulrich. – E Dio solo sa che cosa ne sarebbe di noi se essi non fossero presenti a schiere, questi amori e odi e sofferenze e bontà che ciascuno crede di possedere solo. Saremmo privi di ogni facoltà di agire e di riflettere, perché la nostra anima è creata per ciò che si ripete, e non per ciò che esce interamente dalle file… – Era angustiato, gli pareva di essersi spinto avanti nel nulla e scrutò inquieto il volto della sorella, increspando la fronte.
Ma il volto di Agathe era ancora più limpido dell’aria che l’accarezzava e giocava con i suoi capelli, mentre ella gli dava una risposta tratta dalla memoria.
- Non so dove sono, né mi cerco, né voglio
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saperlo, né averne notizia. Sono così immersa nella fonte del suo amore come se fossi sott’acqua nel mare e da nessun lato potessi vedere o sentire altro che acqua.
- Di chi è? – chiese Ulrich con curiosità e solo allora s’avvide che ella teneva in mano un libro della biblioteca di lui.
Agathe, senza rispondergli, lesse:
“Ho vinto tutte le mie facoltà fino all’oscura forza. Allora udii senza suono, vidi senza luce. Allora il mio cuore divenne senza fondo, la mia anima senza amore, il mio spirito senza forma e la mia natura senza realtà”
Finalmente Ulrich riconobbe l’opera e sorrise, e solo allora Agathe disse:
- È uno dei tuoi libri – E a memoria, chiudendo il volume, terminò la citazione: – “Sei tu stesso, o non lo sei? Io non lo so, ne
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sono ignara e sono ignara di me. Sono innamorata ma non so di chi; non sono né fedele né infedele. Che cosa sono dunque? Sono ignara perfino del mio amore; ho il cuore pieno d’amore e vuoto d’amore a un tempo!”
La sua buona memoria non amava trasformare i ricordi in concetti, li conservava invece singoli e sensuali, come si ricordano le poesie; per cui v’era sempre nelle sue parole, ma difficilmente descrivibile, la partecipazione del corpo e dell’anima, anche quando si esprime senza il minimo risalto. Ulrich ripensò all’episodio prima delle esequie del padre quando ella gli aveva recitato i bei versi impetuosi di Shakespeare. “Com’è selvaggia la sua natura in confronto alla mia! – egli pensò. Ben poco, oggi, mi son permesso di dire!” Riesaminò mentalmente la spiegazione della
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“mistica chiara come il giorno” che le aveva dato: tutto sommato egli non aveva fatto altro che ammettere la possibilità di deviazioni passeggere dall’ordine consueto e sperimentato; e a considerarla così, le loro esperienze obbedivano semplicemente a una legge fondamentale un po’ più ricca di sentimento che quella dell’esperienza comune, e parevano ragazzi della borghesia capitati in una compagnia teatrale ambulante. Non avrebbe osato dire di più sebbene ogni pezzetto di spazio fra lui e la sorella fosse pieno da giorni di avvenimenti incompiuti. E a poco a poco sorse in lui la domanda, se non sarebbe stato possibile credere più di quanto egli si era concesso.
Dopo il vivace culmine della conversazione, Agathe e lui s’erano riadagiati sulle sdraie e il
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silenzio del giardino aveva coperto l’eco delle parole. Poiché abbiamo detto che Ulrich aveva incominciato a volgere in sé una domanda, dobbiamo osservare che molte risposte precedono le relative domande, come uno che s’affretta precede il suo mantello aperto e svolazzante. Era un’idea sorprendente quella che occupava la mente di Ulrich, e in fondo non richiedeva fede, ma produceva stupore per la sua presenza, e l’impressione che un simile impulso non si poteva mai più dimenticare, il che, considerate le sue esigenze, metteva un poco a disagio. Ulrich era abituato a ragionare non tanto da negatore di Dio quanto da uomo che sta al di fuori di Dio, il che secondo l’uso della scienza significa lasciare in balia del sentimento ogni possibile moto verso Dio poiché questo non può promuovere la
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conoscenza ma soltanto condurre all’assurdo. Egli in quel momento non aveva alcun dubbio che questo fosse il solo atteggiamento giusto, tanto è vero che i migliori e più evidenti successi dell’intelletto umano si sono avuti quasi solo da quando esso sta alla lontana da Dio. Ma il pensiero che lo tentava disse: E se questa libertà da Dio non fosse altro che la via moderna verso Dio?! Ogni tempo ha avuta una via diversa, secondo le sue più possenti forze spirituali; non sarebbe dunque nostro destino, il destino di un secolo di intelligente e intraprendente esperienza, negare tutti i sogni, le leggende e i concetti lambiccati, solo perché giunti al sommo della ricerca e delle scoperte ci volgeremo di nuovo a lui e stabiliremo con lui un rapporto di incipiente esperienza?!
Questa conclusione non aveva nessuna
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forza dimostrativa. Ulrich se ne rendeva ben conto; anzi ai più sarebbe parsa follia, e questo non lo turbava affatto. In fondo non avrebbe dovuto pensarlo neanche lui. Il procedimento scientifico – da lui spiegato e dichiarato giusto poco prima consiste oltre che nella logica, nel calare i concetti ottenuti alla superficie dell’“esperienza” nella profondità dei fenomeni e spiegare questi da quelli; si devasta e si appiattisce ciò che è terreno per poterlo dominare, e viene da sé l’obiezione che ciò non si deve estendere all’ultraterreno. Ma Ulrich lo metteva in dubbio; il deserto non è un’obiezione, è sempre stato una culla di visioni celesti; e per di più, prospettive che non sono state raggiunte non si possono prevedere! Non s’accorgeva intanto di trovarsi forse in una seconda contraddizione con se stesso, o di aver
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preso una strada che deviava dalla sua: san Paolo definisce la fede “confidente attesa di cose sperate e certezza di cose invisibili”, e l’opposizione a questa definizione volutamente precisa, e diventata il convincimento della gente colta, era tra i sentimenti più forti che Ulrich portava in cuore. La fede come rimpicciolimento del sapere ripugnava alla sua natura, essa è sempre “contro la miglior conoscenza”; però gli era dato di riconoscere nel “presentimento di una conoscenza ottima” uno stato particolare e un territorio da esplorare per spiriti intraprendenti. Più tardi doveva ancora costargli qualche fatica il fatto che questa opposizione s’era ormai attenuata; ma per il momento egli non s’avvedeva di nulla, perché un nugolo di idee accessorie lo occupava e lo divertiva.
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Ne traeva degli esempi. La vita si faceva sempre più monotona e impersonale. In tutti gli svaghi, impressioni, diporti, e perfino nelle passioni penetrava qualcosa di stereotipo, di meccanico, di statico, di fatto in serie. La volontà di vivere diveniva larga e piatta come un fiume che esita davanti alla foce. La volontà artistica era già quasi sospetta a se stessa. Si sarebbe detto che il tempo presente incominciasse a svalutare il singolo individuo, senza poter sostituire la perdita con nuove creazioni collettive. Tale era il suo volto. E questo volto, che era così difficile da capire; che in passato egli aveva amato e cercato di ricreare poeticamente nel cratere di lava di un rimbombante vulcano, poiché si sentiva giovane come mille altri; e al quale, come quei mille, aveva voltato le spalle perché non ne
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sopportava più la vista spaventevole e contraffatta; questo volto si trasfigurava, diventava sereno, argutamente bello, e illuminato come di dentro da un solo pensiero! Infatti come sarebbe se fosse Dio stesso che scema il valore del mondo? Il mondo non riacquisterebbe allora a un tratto senso e piacere? E non sarebbe Dio costretto a scemarlo di valore accostandoglisi anche soltanto di un brevissimo passo? E l’ombra protesa di esso non sarebbe l’unica avventura reale? Questi pensieri avevano l’irragionevole logica di una serie di avventure ed erano così estranei alla mente di Ulrich che gli pareva di sognare. Ogni tanto sogguardava con cautela la sorella come temendo ch’ella leggesse in lui, e intanto contemplava la testa bionda come luce nella luce del cielo e l’aria che le scherzava tra i
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capelli era la stessa che giocava con le nuvole.
Ogni volta anche Agathe si raddrizzava un poco e si guardava intorno con meraviglia. Cercava allora di figurarsi d’essersi emancipata da tutti i sentimenti della vita. Perfino lo spazio, questo dato invariabile senza contenuto, adesso era cambiato, pensava. Tenendo gli occhi chiusi per qualche attimo e riaprendoli così che il giardino appariva intatto al suo sguardo, come appena creato, ella osservava, chiaro e incorporeo come una visione, che la linea d’unione tra lei e il fratello si distingueva fra tutte le altre: il giardino era sospeso intorno a quella linea, e sebbene gli alberi, i viottoli e le altre parti del luogo reale non fossero mutati, come ella ben vedeva, quella linea era l’asse intorno a cui tutto si volgeva, e per cui tutto si era invisibilmente
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mutato, in modo visibile. Sembrava una contraddizione: ella avrebbe anche potuto dire che il mondo lì era più dolce, forse anche più doloroso; ma lo strano era che pareva di vederlo con gli occhi. Era altrettanto sorprendente che tutte le forme all’intorno stessero lì in misterioso abbandono eppure, dotate di un fascino misterioso, apparissero vive dando l’apparenza di una tenera morte o di un appassionato deliquio, appena abbandonate da qualcosa d’inesprimibile che conferiva loro una sensualità e una sensibilità addirittura umane. E come per l’impressione dello spazio, qualcosa di simile era accaduto per il senso del tempo; quel nastro corrente, quella scala movente con le sue misteriose correlazioni con la morte, pareva fermarsi in certi momenti, in altri scorreva senza collegamenti. Per un solo
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istante esteriore poteva interiormente scomparire senza che si potesse dire se era mancata per un attimo o per un’ora.
Una volta Ulrich sorprese la sorella in questi tentativi e dovette indovinare qualcosa perché disse a voce bassa, sorridendo:
- Dicono che per gli dei un millennio non sia che un battito di palpebre! – Poi tutti e due si riappoggiarono indietro e seguitarono ad ascoltare le sognanti parole del silenzio.
Agathe pensava:
“Tutto questo è soltanto merito suo; eppure egli dubita sempre quando sorride” Ma il sole col suo calore costante cadeva tenue come un sonnifero sulle labbra dischiuse di Ulrich, Agathe lo sentiva sulle proprie e si sapeva una con lui. Cercò di trasferirsi nel fratello e di indovinare i suoi pensieri, ciò che fra di loro era
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considerato illecito perché veniva dall’esterno e non dalla partecipazione creativa; ma come deviazione dalla norma era tanto più clandestino. “Egli non vuole che ne venga fuori soltanto una storia d’amore”, ella pensò; e soggiunse: “Anch’io sono d’accordo” E subito dopo pensò: “Non amerà un’altra donna dopo di me, perché questa non è più una storia d’amore: è addirittura l’ultima storia d’amore che vi possa mai essere!” E commentò, fra sé: “Noi saremo una specie di Ultimi Mohicani dell’amore!” In quel momento era capace di parlare in quel tono anche con se stessa, perché, a rendersene onestamente ragione, anche quel giardino incantato dove si trovava con Ulrich era più desiderio che realtà. Ella non credeva realmente che il Regno Millenario, come l’aveva chiamato il fratello, fosse già
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incominciato, nonostante quel nome che evocava un terreno solido. Si sentiva anzi molto abbandonata dalle sue facoltà sognatrici, e amaramente sobria in quella ragione – quale? dove di solito nascevano i suoi sogni. Ricordò che prima del periodo di Ulrich le era stato in fondo più facile fantasticare che un sonno a occhi aperti come quello che adesso cullava la sua anima potesse condurla al di là della vita, ad un risveglio dopo la morte, vicino a Dio, verso forze pronte ad accoglierla, o semplicemente a lato della vita verso un’estinzione delle idee e un trapasso a selve e prati di immagini: non aveva mai capito bene di che si trattasse! Così adesso si sforzò di rammentare quelle antiche immagini. Ma le tornò alla memoria soltanto un’amaca sospesa fra due gigantesche dita, e dondolata da
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un’infinita pazienza; poi qualcosa che la sovrastava in silenzio, come alti alberi fra i quali ci si sente sollevare e sparire; e infine un nulla che aveva un contenuto incomprensibilmente tangibile. Dovevano essere tutte le forme intermedie fra l’ispirazione e l’immaginazione, dalle quali il suo desiderio aveva un tempo tratto conforto. Ma erano state davvero soltanto figurazioni intermedie o incompiute? Con sua meraviglia Agathe incominciò a poco a poco a scoprire qualcosa di molto strano. “Davvero, ella pensò, – è proprio come quando si dice: mi si è accesa una luce! E quanto più dura tanto più si diffonde!” Infatti quello che aveva immaginato un tempo ella lo ritrovava, guardandosi intorno, quasi in tutto ciò che ora le si presentava, saldo e tranquillo. Era entrato nel mondo senza far rumore. È
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vero che diversamente da quanto sarebbe accaduto ad un credente ortodosso Dio era rimasto fuori della sua avventura, ma in compenso nell’avventura ella non era più sola: questi erano i due soli mutamenti che distinguevano l’adempimento dalla predizione, e ciò a vantaggio della naturalezza terrena.
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47. Fra gli uomini
NEL periodo che seguì essi si tennero lontani dai loro conoscenti e li meravigliarono
adducendo il pretesto di un viaggio e non facendosi mai trovare in nessun modo. Se ne stavano per lo più nascosti in casa, e quando uscivano evitavano i luoghi dove avrebbero potuto incontrare persone della loro società; però frequentavano luoghi di svago, piccoli teatri dove credevano di essere al sicuro, e in generale seguivano semplicemente, non appena usciti di casa, le correnti della grande città, che rispecchiano le necessità delle masse, e,
secondo l’ora, con esattezza consona ai tempi,
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le comprimono in un posto e le risucchiano altrove. Vi si abbandonavano senza precisa intenzione. Piaceva loro di fare quel che molti facevano e partecipare a un modo di vivere che toglieva loro temporaneamente la responsabilità psicologica del proprio. E mai la città dove vivevano era parsa loro così bella e così ignota. Le case nel loro complesso offrivano un grande spettacolo anche se nei particolari o prese ad una ad una non erano belle. Il frastuono scorreva nell’aria rarefatta dal calore come un fiume alto fino ai tetti; nella luce forte, che giungeva attenuata al fondo delle strade, la gente sembrava più appassionata e più misteriosa di quanto probabilmente non meritasse di essere considerata. Tutto risuonava, si esibiva, odorava – insostituibile e indimenticabile quasi
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che volesse mostrare come appariva a se stesso nella sua attualità momentanea; e fratello e sorella non accettavano malvolentieri quell’invito a volgersi verso il mondo.
Tuttavia ciò accadeva non senza riserbo, perché essi sentivano il dissidio. Il segreto e l’indefinito che li univa l’uno all’altro, benché non potessero parlarne liberamente, li divideva dagli altri uomini; ma la stessa passione che sentivano costantemente, perché non si era infranta tanto contro un divieto quanto contro una promessa, li aveva lasciati in uno stato che somigliava alle gravose interruzioni di un’unione fisica. Il piacere senza sbocco ripiombava nei corpi e li riempiva di una tenerezza che era vaga come una giornata di tardo autunno o di primavera precoce. E quantunque essi non trovassero certo per
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ciascun individuo e per il mondo intero i sentimenti che provavano l’uno per l’altro, sentivano però ricadersi sul cuore l’ombra leggiadra del “come sarebbe”, e il cuore non poteva né credere pienamente alla soave illusione né pienamente sottrarvisi, qualsiasi cosa gli accadesse. I due volontari gemelli ne riportavano l’impressione di essere diventati, grazie alla loro attesa e alla loro ascesi, sensibili a tutte le simpatie del mondo che restano sogni incompiuti, ma anche ai limiti che vengono posti ad ogni sentimento dalla realtà e dalla lucidità: e distinguevano assai bene la strana duplice quantità della vita che smorza ogni alta aspirazione contrapponendogliene una bassa. Ad ogni progresso essa lega un regresso e ad ogni forza una debolezza; non dà a nessuno un diritto che
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non sia tolto ad un altro, non risolve un imbroglio senza creare nuovo disordine e sembra addirittura produrre il sublime solo per ammucchiare alla prima occasione sul volgare gli onori che al sublime spetterebbero. Così un nesso quasi impossibile a sciogliersi e forse profondamente necessario lega tutti i nobili sforzi umani con la realizzazione del loro contrario e fa sì che la vita – al di là di tutti gli altri contrasti e fazioni – per gli uomini d’ingegno o anche soltanto di mezzo ingegno sia abbastanza difficile da sopportare, ma li spinge anche a cercare la spiegazione.
Questa collusione del lato diritto della vita col suo rovescio è stata molto variamente giudicata. Più disprezzatori del genere umano vi hanno scorto un effetto della fragilità terrena; i matamori la considerano il piatto più
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gustoso che la vita possa offrire; i mediocri si trovano così bene in quel contrasto come fra la loro mano sinistra e quella destra; e chi ragiona con cautela dice semplicemente che il mondo non è fatto in modo da corrispondere ai concetti umani. Si consideri dunque come imperfezione del mondo o delle idee dell’uomo, si accetti con infantile fiducia o con tristezza o con indifferenza ostile, in fin dei conti il decidere al proposito può parere più un fatto di temperamento che un compito obiettivo e rispettabile della ragione. Ora però, se è certo che il mondo non è fatto per corrispondere alle esigenze umane, è altrettanto certo che i concetti umani son fatti per corrispondere al mondo, poiché questo è il loro compito; e perché non ci riescano mai proprio nell’ambito del giusto o del bello, rimane in fin dei conti
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una questione stranamente aperta. I sentimenti disordinati del giardino sembravano presentare questo interrogativo come un libro di figure, e ne scaturivano dialoghi accompagnati da commozioni alterne nello sfogliare le pagine. Nessuno di questi dialoghi esauriva sostanzialmente e compiutamente il suo oggetto, ciascuno si volgeva nel tempo secondo le più diverse concatenazioni; e intanto il tessuto delle idee si allargava sempre più nel suo insieme, la struttura di motivi vivi e coordinati cedeva progressivamente sommersa da fervidi ragionamenti; e così si continuava a lungo, ora perdendo ora guadagnando terreno, prima che il risultato emergesse inequivocabile. Così Ulrich – per caso o no, convinto o senza riflessione – ammise innanzi tutto la possibilità che tanto il limite posto al sentimento quanto
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gli avanti e indietro o almeno i su e giù della vita, per dirla in breve la sua inafferrabilità spirituale, abbia forse da svolgere un ufficio non inutile, e cioè quello di produrre e conservare uno stato di vita medio. Egli non pretendeva che il mondo fosse l’eden del genio. Solo nelle punte, se non nelle anomalie, la storia del mondo è quella del genio e delle sue opere; per la più gran parte essa è la storia della mediocrità. L’uomo medio è la materia con cui il mondo lavora e che sempre rinasce da esso. Forse ne derivava un momento di stanchezza, forse Ulrich pensava semplicemente che tutto ciò che è comune e medio è molto vigoroso e ha le migliori probabilità di garantire la conservazione della propria specie; bisognerebbe ammettere che la prima legge della vita è quella della
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conservazione, e può darsi che sia così. Certo in questo inizio è contenuto anche un altro punto di vista. Poiché, dato pure per certo che la storia umana non riceve dall’uomo medio proprio le sue spinte in avanti: se prendiamo tutto insieme – genio e stupidità, eroismo e abulia – è pur sempre la storia dei milioni di slanci e di resistenze, di qualità, risoluzioni, istituzioni, passioni, rivelazioni ed errori, che l’uomo medio riceve da ogni lato e da ogni lato ridistribuisce. In lui ed in essa si mescolano gli stessi elementi; e in tal modo essa è in ogni caso la storia della media, o se si vuole la media di milioni di storie; e anche se dovesse rotare eternamente intorno alla mediocrità, che cosa ci sarebbe infine di più assurdo che rimproverare ad una media la sua mediocrità?
Fra questi pensieri si insinuava anche il
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ricordo del calcolo delle medie, come si fa nel calcolo delle probabilità. Le regole delle probabilità cominciano con imperturbabile, quasi sfrontata freddezza con l’ammettere che gli avvenimenti siano ora così, ora diversi, ora addirittura suscettibili di trasformarsi nel contrario di quel che sono. Per arrivare a una media e consolidarla occorre che di valori maggiori e particolari ve ne siano molto meno che di medi, anzi quasi nessuno, e ciò vale anche per i valori sproporzionatamente bassi. Gli uni come gli altri restano nel migliore o nel peggiore dei casi valori-limite, e ciò non soltanto seguendo le istruzioni del calcolo, ma anche nell’esperienza, sempre quando si danno condizioni accidentali. Questa esperienza sarà magari derivata dai calcoli per le assicurazioni contro la grandine o delle tabelle di mortalità;
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ma alla scarsa probabilità dei valori-limite corrisponde chiaramente nel campo storico il fatto che situazioni eccezionali e attuazioni integrali di esigenze eccessive non hanno quasi mai avuto lunga durata. E se da un lato ciò può sembrare un ibrido compromesso, da un altro è servito sovente alla salvezza dell’umanità contro l’intraprendenza del genio non meno che contro la stupidità che si dà da fare!
Involontariamente Ulrich traspose le sue considerazioni sulle probabilità ad avvenimenti spirituali e storici, e il concetto meccanico di medietà a concetto morale; e così ritornò alla duplicità della vita donde era partito. Giacché i limiti e le vicende delle idee e dei sentimenti, la loro inutilità, il misterioso e ingannevole legame tra il loro senso e l’attuazione del loro
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contrario, tutto ciò e altro ancora è già dato come conseguenza insita nell’ipotesi che una cosa sia tanto possibile quanto l’altra. Questa ipotesi è però il concetto fondamentale donde il calcolo delle probabilità attinge il proprio contenuto, ed è la sua definizione del concetto di caso; il fatto che essa caratterizzi anche l’andamento del mondo permette dunque la conclusione che questo non sarebbe molto diverso da quel che è, se tutto venisse unicamente abbandonato al caso.
Agathe domandò se equiparare il corso del mondo al caso non offuscava con intenzione capricciosa la verità e non era un pessimismo romantico.
- Neanche per sogno! – protestò Ulrich. – Abbiamo preso le mosse dall’inutilità delle sublimi aspettazioni e ci è sembrato che essa
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fosse un mistero maligno. Ma se ora la confrontiamo con la regola della probabilità spieghiamo questo mistero – che potremmo chiamare con antifrasi ironica di un termine famoso “la disarmonia prestabilita” della creazione -, molto modestamente così: che nulla di contrario vi si oppone!
Lo svolgimento rimane abbandonato a se stesso, non è sottoposto a leggi spirituali ordinatrici; obbedisce apparentemente al caso; e se pure così non può derivarne il vero, lo stesso presupposto crea almeno il verosimile, cioè il probabile! Nel medesimo tempo, a partire dal probabile spieghiamo anche la mediocrità che, unica, si stabilizza, deplorandone tuttavia la funesta diffusione. In questo non v’è nulla di romantico e nulla che offuschi la verità; sebbene piuttosto, piaccia o non piaccia,
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audace spirito di ricerca!
Tuttavia non volle dir altro e abbandonò la sagace impresa senza essere andato oltre l’introduzione.
Sentiva di aver toccato, goffamente e prolissamente, qualcosa di grande: la profonda duplicità del mondo, per cui esso sembra andare tanto avanti che indietro, ora sbigottisce ora entusiasma; e non può fare altra impressione su una persona intelligente già per il solo fatto che la sua storia non è quella degli uomini egregi, ma soltanto quella della gente comune, di cui essa riflette i lineamenti confusi e ambigui. Questa fulminea conclusione era stata però pedantescamente appesantita dal tentativo di dare alla ben nota essenza dell’uomo medio uno sfondo di novità non ancor bene investigata mediante il confronto
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con la probabilità. L’idea che stava alla base di questo confronto era apparentemente semplice: il mediocre è sempre anche probabile e l’uomo medio è il sedimento di ogni probabilità. Se però Ulrich paragonava quel che aveva detto con quel che c’era ancora da dire, quasi disperava della continuazione di ciò che aveva iniziato col suo raffronto fra la probabilità e la storia.
Agathe disse con malizioso indugio: – La portinaia sogna il gioco del lotto e spera di vincere! Se io dunque son stata degna di capirti, il compito della storia sarebbe di lasciarsi dietro una razza umana sempre più mediocre e di motivarne l’esistenza; tesi in favore della quale parlano, o almeno sussurrano, parecchie cose. E a tale scopo non saprebbe far niente di più e di meglio che
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abbandonarsi semplicemente al caso e lasciare alle sue leggi la distribuzione e la composizione degli avvenimenti? Ulrich approvò col capo. – È un periodo ipotetico. Se la storia umana avesse un compito, e se fosse questo, allora non potrebbe essere migliore di quello che è, e giungerebbe stranamente al suo scopo col non averne alcuno! – Agathe rise. – E perciò tu asserisci che il basso soffitto sotto cui viviamo svolge un ufficio “non inutile”? – Un ufficio profondamente utile: asseconda la mediocrità! – confermò Ulrich.
- E questo scopo impedisce che sentimenti e volontà crescano fino al cielo. – Magari succedesse il contrario! – dichiarò Agathe. – Non mi consumerei gli orecchi ad ascoltare per voler saper tutto!
Un simile discorso intorno al genio, la
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mediocrità e la probabilità sembrava ad Agathe tempo perso perché occupava solo l’intelligenza senza sfiorare il sentimento. Non così era per Ulrich, benché egli fosse profondamente scontento di quanto aveva detto. Non conteneva nulla di solido, tranne la frase: se una qualsiasi cosa fosse un gioco del caso, avrebbe per risultato la stessa ripartizione di vincite e perdite come la vita. Ma se la seconda parte di questa proposizione condizionale è vera, non ne consegue affatto che sia vera la prima! Per essere credibile la reversibilità del rapporto avrebbe bisogno di un paragone più preciso, che rendesse possibile di trasferire i concetti di probabilità ad avvenimenti storici e spirituali e di mettere a raffronto due campi così diversi.
Ulrich non ne aveva la minima voglia; ma
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quanto più sentiva la svogliatezza, tanto più riconosceva l’importanza del problema toccato. Non solo l’influsso crescente di masse spiritualmente deboli, che rende l’umanità sempre più mediocre, ha conferito importanza ad ogni problema concernente la struttura del mediocre – ma per di più il problema fondamentale dell’assenza del probabile sembra anche per altri motivi, fra cui alcuni di natura generale e spirituale, volersi sempre più sostituire al problema dell’essenza della verità, sebbene in origine sia stata soltanto uno strumento per la soluzione di singole questioni.
Tutto questo si sarebbe anche potuto esprimere dicendo che a poco a poco “l’uomo probabile” e “la vita probabile” incominciavano ad occupare il posto dell’“uomo vero” e della “vita vera”, che erano pura immaginazione e
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illusione; come d’altronde Ulrich aveva già accennato affermando che tutta la questione non era che la conseguenza di uno sviluppo abbandonato a se stesso. Evidentemente il senso di tutte queste considerazioni non gli era ancora ben chiaro, ma grazie appunto a tale debolezza esse gettavano luce lontano come lampi, ed Ulrich conosceva tanti esempi della vita e del pensiero contemporaneo a cui s’addicevano, da sentirsi vivamente sollecitato a trasformare in un concetto più chiaro quello sentimentale che già aveva di loro. Così non mancava neanche la necessità di una continuazione, ed egli decise di non trascurarla, presentandosene l’occasione.
Dovette sorridere della propria meraviglia nel riconoscersi già avviato, senza volerlo, ad informare Agathe di una cosa remota che
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tempo addietro egli aveva bizzarramente chiamato “il mondo delle stesse cose che ritornano” Era il mondo dell’irrequietezza senza senso che scorre come un ruscello nella sabbia senza erba; adesso egli lo chiamava “il mondo dell’uomo probabile” Con curiosità ridesta mirava le fiumane di uomini lungo le cui rive essi procedevano, e come le loro passioni, abitudini e ignoti godimenti li distraessero da loro stessi: era il mondo di quei godimenti e di quelle passioni e non il mondo di una possibilità non sognata fino al suo esaurimento. Così era anche il mondo delle barriere che limitano anche il sentimento più sfrenato, e del modo di vivere medio. Per la prima volta egli pensava, non solo sentimentalmente ma così come si aspetta una cosa reale, che la differenza per cui in un caso
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è impossibile al sentimento mondano giungere alla pace e a un durevole adempimento, e nell’altro trovare un’attività mondana e progressiva, è da ricondurre a due disposizioni o nature dell’animo fondamentalmente diverse.
Interrompendosi disse: – Guarda! – e tutti e due ricuperarono la coscienza della vita. Accadde mentre traversavano una piazza nota e, se così si può dire, generalmente rispettata. Sorgeva lì la Nuova Università, un edificio d’imitazione barocca, sovraccarico di ornamenti meschini; non lontano c’era una chiesa “neogotica” con due torri, che era costata moltissimo e sembrava un bello scherzo di carnevale; e lo sfondo era costituito, oltre a due case insignificanti che facevano parte dell’ateneo, e al palazzo di una banca, da un grande tribunale-prigione, tetro e spoglio, più
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vecchio di parecchi decenni.
Veicoli veloci e massicci attraversavano il quadro, e bastava uno sguardo per abbracciare la prosperità già raggiunta come pure le premesse di futuro progresso, e per ispirare l’ammirazione per l’attività umana nonché avvelenare lo spirito con un lievissimo fondiglio di insipidezza. E senza cambiare argomento, Ulrich seguitò: – Supponi che una banda di briganti si sia impadronita del mondo, e disponga soltanto dei più rozzi istinti e dei principî più primitivi. Dopo qualche tempo, anche da quel terreno selvaggio crescerebbero manifestazioni dello spirito! E nuovamente, più tardi, quando lo spirito si fosse perfezionato, contrasterebbe già la strada a se stesso. La messe aumenta, e il suo contenuto diminuisce; come se i frutti avessero sapore d’ombra,
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quando tutti i rami sono carichi! Non se ne chiese il perché. Aveva scelto la similitudine solo per esprimere che secondo lui la maggior parte di ciò che si chiama civiltà è a mezza strada fra lo stato della banda di briganti e quello di un’oziosa maturità; e se era così poteva essere anche una giustificazione per tutto il discorso a cui s’era lasciato trascinare, sebbene l’inizio fosse stato un lieve soffio di tenerezza.
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48. Ama il tuo prossimo come te stesso
DI molte cose si potrebbe dire che avevano forse determinato le parole di Ulrich od erano state
chiaramente o fugacemente collegate con i suoi pensieri. Non era passato molto tempo, ad esempio, dacché egli aveva parlato ad Agathe, e perfino ad altri, in quel disgraziato ricevimento da Diotima, del grande disordine di sentimenti al quale dobbiamo la storia propriamente detta come pure i minori sconvolgimenti di opinioni e i brutti episodi come quello accaduto proprio allora. Ma adesso, non appena diceva qualcosa che poteva avere un significato generale, aveva
la sensazione che quelle parole gli uscissero di
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bocca con qualche giorno di ritardo. Gli mancava il desiderio di occuparsi di fatti che non lo riguardavano direttamente, oppure questo desiderio durava molto poco; poiché la sua anima era prontissima a darsi con tutti i suoi sensi al mondo, qualunque esso fosse. Il suo giudizio in tal caso non contava, si può dire, affatto, anzi non significava quasi niente che qualcosa gli piacesse oppure no. Perché tutto, insomma, lo commoveva più che egli non potesse capire. Ulrich era abituato ad occuparsi degli altri, ma sempre così come comportano sentimenti e opinioni che devono valere in generale, e adesso succedeva in piccolo, singolarmente, attenendosi senza fondamento ad ogni particolare; ed era quasi uno stato per il quale egli aveva ispirato persino ad Agathe il dubbio che si trattasse
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piuttosto del desiderio di compartecipazione di una natura che in verità non partecipava a niente, che di una vera partecipazione. Era accaduto quando, per una non trascurabile divergenza di opinioni sull’importanza della persona a lui poco nota del professor Lindner, egli aveva enunciato l’offensiva opinione che a nessuno e a nessuna cosa si partecipa così come si dovrebbe. E in verità, quando lo stato in cui si trovava ora era durato un po’ e aveva raggiunto il colmo della misura, gli diventava sgradevole o appariva ridicolo, e allora in modo ugualmente assurdo era pronto tanto alla dedizione quanto a revocare questa dedizione.
Ma questa volta Agathe, a modo suo, non aveva sentimenti molto diversi. La sua coscienza era oppressa quando le mancava lo slancio; perché aveva preso uno slancio troppo
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potente e si sentiva esposta ai giudizi come una donna sull’altalena. In quei momenti temeva la vendetta del mondo per l’arbitrio con cui trattava gli uomini che parlavano seriamente della realtà, come il provocato consorte e colui che ne coltivava la memoria e che tanto si preoccupava per l’anima di lei. Tra le mille attraenti attività di cui è piena giorno e notte la vita, non si sarebbe trovata una sola occupazione alla quale Agathe avrebbe potuto attendere con tutto il cuore; e ciò che ella stessa ardiva intraprendere poteva sicuramente contare su critiche, disistima o addirittura disprezzo da parte degli altri. Eppure ella trovava una pace singolare proprio in questo. Forse si può dire, mutando un noto proverbio, che una cattiva coscienza è quasi un miglior guanciale per la sua coscienza buona, purché
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sia cattiva abbastanza!
L’incessante attività secondaria dello spirito, quando è intesa a ricavare come conclusione da tutte le ingiustizie in cui esso è coinvolto una buona coscienza personale, allora si arresta e lascia nell’animo un senso di sconfinata indipendenza.
Delicata solitudine, orgoglio immenso, versavano talvolta il loro splendore su queste trasvolate. Accanto alle sensazioni proprie, il mondo appariva in tali momenti goffo e gonfio come un pallone frenato, fra voli di rondini, o ridotto ad uno sfondo piccolo come un bosco all’orlo dell’orizzonte. I trasgrediti doveri civili sgomentavano appena, come un rumore lontano che avanza; erano irrilevanti, se non irreali. Un ordine immane che in fine non era che una immane assurdità, ecco cos’era allora
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il mondo. Eppure proprio per questo, ogni particolare che Agathe incontrava aveva la tensione, il carattere funambolesco dell’“una volta e mai più”, l’eccitazione della propria scoperta personale che è di natura magica e non ammette ripetizioni; e quando voleva parlarne era consapevole che nessuna parola si può dire due volte senza cambiar il significato. Tutto questo insieme conferiva all’irresponsabilità di quel vagare in mezzo agli uomini una responsabilità difficile a capirsi.
In quel periodo dunque il comportamento di Agathe e Ulrich era una manifestazione non del tutto ineccepibile di interesse per il prossimo fatta di consenso e di dissenso coesistenti l’uno accanto all’altro in uno stato di commozione fluttuante come un arcobaleno, invece di mescolarsi stabilmente come s’addice allo stato
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di quotidianità sicuro di se stesso. Così accadde che il dialogo, un giorno prendesse una direzione che definiva il loro comportamento reciproco col mondo, pur non portandoli certo più oltre di quel che già sapevano.
Ulrich domandò: – Che cosa vuol dire in fondo il precetto “Ama il prossimo tuo come te stesso?” Agathe lo guardò con la coda dell’occhio.
- Evidentemente: ama anche il più lontano e distante! – proseguì Ulrich. – Ma che cosa significa: come te stesso? In che modo uno ama se stesso? Nel mio caso la risposta sarebbe: niente affatto! In moltissimi altri: più d’ogni altra cosa!
Ciecamente! Senza domande e senza freno!
- Tu sei troppo aggressivo: chi lo è con se
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stesso lo è anche con gli altri, – rispose Agathe scuotendo la testa. – E se non basti a te stesso, come dovrei bastarti io? – Lo disse in un tono che stava fra il dolore sopportato serenamente e la cortesia discorsiva. Ma Ulrich non le badò e restò sulle generali, guardando fisso nel vuoto. – Forse farei meglio a dire: di solito ognuno ama se stesso più di tutto, e si conosce meno di tutto. Allora “ama il prossimo tuo come te stesso” significherebbe: amalo senza conoscerlo e in qualunque caso.
E, cosa strana (se lo scherzo è permesso), anche nell’amore del prossimo come in ogni altro amore ci sarebbe il peccato originale: mangiare il frutto dell’albero della conoscenza!
Agathe alzò lentamente gli occhi.
- Mi piacque quando mi dicesti una volta che io ero il tuo amore per te stesso, che avevi
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perduto e ritrovato.
Ma adesso dici che non ami te stesso e che ami me, secondo la logica e l’esempio, solo perché non mi conosci!
Non deve dunque offendermi se io sia il tuo amore per te stesso? – Il dolore nella voce aveva ceduto ora interamente il posto alla gaiezza.
Anche Ulrich si mise a scherzare.
Chiese se sarebbe stato meglio che la amasse benché la conoscesse. Perché anche questo rientra nella definizione dell’amore del prossimo; descrive l’impiccio in cui mette la maggior parte della gente. Si amano l’un l’altro ma non si piacciono. – Si dispiacciono a vicenda, o sanno che dopo più lunga conoscenza si dispiaceranno; e si danno troppa spinta in senso contrario! – egli affermò.
L’allegria di quelle battute era fittizia.
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Tuttavia anch’esse servirono a esplorare i confini di un pensiero e di un sentimento la cui annunciazione – qualunque cosa fosse accaduta o non accaduta in seguito – era già incominciata allora, quando Ulrich, al capezzale della sorella affaticata dal viaggio e dall’arrivo, aveva detto per la prima volta: tu sei l’amore per me stesso, che avevo perduto; in quel discorso, aveva confessato di aver perduto l’amore per il suo io e per il mondo, ed alla fine si erano dichiarati “fratelli siamesi” A quella indagine fu poi utile tutto ciò che era osservazione della vita comune e media, benché essi fossero rimasti feriti or ora essi stessi dalla superficiale giocondità che ci avevano messo.
Con trapasso improvviso ad un tono più arcigno, Ulrich ammonì: – Avremmo dovuto dire semplicemente che “ama il prossimo tuo come
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te stesso” non è altro che l’utile norma: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te” Come prima, Agathe scosse il capo, ma il suo sguardo si riscaldò. – È un precetto pieno di generoso ardore e di nobile serenità, – ella esclamò in tono di rimprovero. – Le sue esemplificazioni sono “Ama i tuoi nemici! Ricambia il male col bene! Ama senza chieder nulla!” – A un tratto s’arrestò e guardò il fratello sconcertata. – Ma che cosa si ama in un uomo se non lo si conosce? domandò candidamente. Ulrich non rispose subito.
- Hai mai notato quanto mette a disagio, in fondo, incontrare una persona che ci piace ed è così bella che le si vorrebbe dire qualcosa d’appropriato? – Agathe accennò di sì. – Dunque il nostro sentimento, – ella ammise, – non dipende dall’uomo reale e dal mondo reale?
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- Bisognerebbe quindi rispondere alla domanda: A che parte è rivolto il nostro sentimento, o a quale trasformazione e trasfigurazione del mondo reale e dell’uomo reale? integrò Ulrich piano.
Questa volta fu Agathe che non diede subito una risposta; ma il suo sguardo era eccitato e fantasticante. Alla fine rispose timida con una controproposta. – Forse dietro quella comune apparirà allora la grande verità?
Ulrich crollò la testa con l’aria di volersi schermire, ma l’esitante interrogazione di Agathe aveva a suo favore una cristallina evidenza. La gioia e l’aria di quelle giornate erano così tenere e serene da far sorgere l’impressione involontaria che gli uomini e il mondo avrebbero dovuto mostrarvisi più reali del reale. Un piccolo fremito immateriale
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avventuroso era in quella trasparenza, come nella fluida limpidità di un ruscello che lascia arrivare lo sguardo fino al fondo, ma quando esso giunge ondeggiante fin là gli rivela i sassi, colorati e misteriosi, come una pelle di pesce sotto la cui levigatezza quello ch’esso aveva creduto di scoprire è più che mai inaccessibile. Bastava che Agathe allentasse un poco lo sguardo per sentire, immersa nel sole, che era capitata in un reame soprannaturale; per un attimo allora le era facilissimo credere di aver sfiorato una più alta realtà e verità o almeno di esser giunta ad un punto dell’esistenza dove una porticina segreta conduce dal giardino terreno all’ultraterreno. Ma se ridava allo sguardo la solita tensione e lasciava affluire vigorosamente la vita, vedeva ciò che era lì per davvero: una bandierina, ad esempio, che
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sventolava allegra ma senza significato recondito nella mano di un bimbo; un furgone della polizia, con la vernice nero verdastra che luccicava al sole; un uomo con un berretto colorato che spazzava via di tra i veicoli lo sterco dei cavalli, e infine un drappello di soldati coi fucili in spalla, le canne rivolte verso il cielo. E tutto era inondato di un qualche cosa ch’era affine all’onore; inoltre tutti gli uomini sembravano più disposti del solito ad aprirsi a questo sentimento; ma credere che fosse realmente incominciato il regno dell’amore, disse infine Ulrich, sarebbe stato purtuttavia difficile come immaginare che in quel momento nessun cane potesse mordere e nessun uomo commettere cattive azioni.
Sembra forse strano che vi siano tanti tentativi di spiegazione; e che alcuni di essi
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davanti a quella disposizione nuziale dell’uomo considerino che in quegli istanti di raccoglimento e d’amore dietro l’individuo ordinario, terrestre, buono-cattivo ma che tuttavia è lì di sicuro, deve spuntarne un altro autentico e lontano. I fratelli esaminarono ad uno ad uno quei tentativi pieni di buone intenzioni, e nessuno li persuase. Non la saggezza domenicale secondo la quale la natura nei suoi giorni di festa fa saltar fuori tutto il buono e il bello che sta nascosto nelle creature. Non l’opinione, piuttosto psicologica, che l’uomo pur in quella tenera trasparenza non si riveli un altro, ma mostri amabilmente come vorrebbe esser visto: trasudando fuori come miele il suo egoismo e l’indulgenza verso se stesso. E neppure l’altra variante, che gli uomini manifestano la loro buona volontà, la
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quale non gli impedisce mai di far del male, ma in quei giorni emerge dalla cattiva volontà, che per lo più li signoreggia, incolume come Giona dalla pancia della balena. E certo non credevano nemmeno alla spiegazione più breve e più inebriante, ancora una volta timidamente accennata da Agathe: che si trattava forse del retaggio immortale tralucente a volte dal mortale. Il tratto comune di quelle solenni interpretazioni era che tutte cercavano la salvezza dell’uomo in una condizione che fra le solite condizioni insostanziali non arriva ad imporsi; e come i suoi presagi sono chiaramente rivolti verso l’alto, così occorre pure far cenno di un secondo, non meno ricco gruppo di autoillusioni, che altrettanto chiaramente si dirigono verso il basso. Sono tutte le famose confessioni e proclamazioni, più
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d’una volta entrate addirittura nella Storia, secondo le quali l’uomo avrebbe perduto per orgoglio intellettuale e per altri malanni della civiltà l’innocenza di una vita naturale, la sua naturale innocenza.
C’erano dunque due “uomini veri” che nella stessa occasione puntualmente si offrivano ai sentimenti; ma – in quanto l’uno doveva essere un superuomo celeste, l’altro una creatura imperturbabile – si trovavano ai due lati opposti dell’uomo reale, e Ulrich disse asciutto: – Il tratto comune è soltanto che l’uomo reale anche nei momenti di esaltazione non si crede vero: sarebbe più o meno qualcosa per cui egli si vede incantevolmente irreale!
Ora i fratelli nella loro esercitazione ermeneutica erano arrivati da un caso limite all’altro e per ultimo non restava che una sola
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possibilità di spiegare quell’amore così soave che tutto unisce senza distinzioni, simile a un rorido mattino. Agathe citò anche quella possibilità, sospirando con grazioso dispetto: – Così il sole splende e si è presi da un impulso incosciente, come una scolaretta e uno scolaretto!
- Ulrich integrò: – Al calore del sole i bisogni sociali si dilatano come il mercurio nel tubo, e a spese dei bisogni egoistici che normalmente li equilibrano! – Fratello e sorella erano ormai stanchi di sentire, e accadeva talvolta che una conversazione intorno ai loro sentimenti gli facesse tralasciare di provarli. Anche perché la piena delle commozioni, se non trovava alcuno sbocco, in fondo faceva soffrire, ed essi la ricambiavano all’occasione con un po’ d’ingratitudine. Ma quando ebbero parlato
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entrambi così, Agathe guardò di nuovo di sbieco il fratello e si affrettò a ritrattarsi: – Però non è neanche così semplice come nel caso di studentelli che vorrebbero abbracciare il mondo intero e non sanno perché!
E appena ebbe esclamato ciò, ambedue sentirono di nuovo di essere esposti non a un’immaginazione soltanto, ma a un imprevedibile divenire. Nel sentimento straripante c’era verità, dietro l’apparenza c’era realtà e la trasformazione del mondo occhieggiava fantomaticamente dal mondo stesso! Era però una realtà stranamente insostanziale, ben poco tangibile quella di cui si sentivano in attesa; ed una mezza verità, tanto familiare quanto ineffettuabile, che ambiva ad essere creduta: una realtà e verità non buona per tutti, bensì segreta, solo per amanti.
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Evidentemente però non si trattava semplicemente di arbitrio o di illusione; essa sussurrava misteriosamente: “Devi abbandonarti a me senza sospetto, così apprenderai tutta la verità!” Ma era difficile udirlo espresso in chiare parole, giacché il linguaggio dell’amore è un linguaggio segreto, e nella sua più alta perfezione è muto come un abbraccio.
Agathe inarcò le sopracciglia sorridendo e guardò la folla: Ulrich la imitò e insieme contemplarono la fiumana di gente che li accompagnava e veniva loro incontro. Percepivano essi la potenza e l’oblio di sé, la gioia, la bontà, l’alta e profonda timidezza che dominano in una comunità umana, e sia pure in quella di una strada affollata, così che appare incredibile che contenga brutture e
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contrasti? Se ne staccava con bizzarro risalto la loro propria esistenza, dai netti contorni e dalla difficile collocazione, e anche quella di ogni altro che procedeva oscuro in quel nubifragio e alluvione di tenerezza portandone lo splendore negli occhi.
In quel momento, che ripeteva in forma plastica tutti gli interrogativi sul “regno dell’amore” e sul significato e dubbi dell’amore per il prossimo e vi rispondeva integralmente, Ulrich si chinò verso Agathe per vederla in viso e le chiese: – Saresti capace di amare qualcuno se non come un’ombra, quando non vi è né convincimento morale né desiderio fisico?
Da quando facevano insieme quelle passeggiate era la prima volta che egli le rivolgeva una domanda così scoperta.
Agathe per il momento non rispose.
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Ulrich chiese: – E che cosa succederebbe se noi ora fermassimo uno di costoro e gli dicessimo “resta con noi, fratello!” oppure “arrestati, anima che t’affretti! Noi vogliamo amarti come noi stessi!”?
- Ci guarderebbe sbalordito, rispose Agathe.
- E poi raddoppierebbe il passo.
- Oppure farebbe il villano e chiamerebbe un poliziotto, – aggiunse Ulrich. – Infatti crederebbe di aver da fare con innocui dementi oppure con gente che vuole burlarsi di lui.
- E se noi gli gridassimo subito “Criminale zoticone!”? – propose Agathe.
- Allora potrebbe darsi che non ci prendesse né per pazzi né per buontemponi, ma soltanto per gente che non la pensa come lui; appartenenti a un altro partito che rivolgendogli la parola hanno preso abbaglio.
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Perché certamente le associazioni di ciechi per l’odio del prossimo non hanno, tutte insieme, meno aderenti che quella per l’amore.
Agathe fece un cenno di consenso; poi scosse il capo e guardò in aria.
L’aria era precisa come prima. Guardò in terra, e qualche umile particolare, la finestra di una cantina, una foglia di verdura perduta, parvero dolcemente accese dalla luce del cielo. Infine ella cercò qualche cosa che le piacesse semplicemente di per sé, un volto, o un oggetto in vetrina, e lo trovò. Ma quel piacere reale era una macchia cieca nel fulgore del giorno; Ulrich aveva già detto qualcosa di simile, ma ora il contrasto le apparve più forte. Turbava l’amore universale per la gente e per il mondo, invece di accrescerlo col suo piccolo contributo. Così Agathe rispose: – è tutto così irreale! e oggi non
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so neanch’io se amo la gente e le cose reali, né se amo realmente qualcosa!
- Sarebbe questa la risposta alla mia domanda, – volle sapere Ulrich, cambiando un poco questa domanda, – se un amore, per quanto grande, senza compimento fisico possa essere più che l’ombra di un amore? In ogni desiderio che non dà qualcosa da fare anche ai sensi, c’è già un silenzioso cordoglio.
- Sono piena d’amore e vuota d’amore, e tutt’e due a un tempo, – si lamentò Agathe sorridendo, e indicando la folla con un piccolo gesto desolato. Era il lamento del cuore dove Dio è penetrato così profondamente come una spina, che le dita non possono afferrare. Nelle confessioni dei mistici che lo desiderano con tutta la loro anima e materia umane, quella peculiare disperazione viene sempre a
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interrompere gli istanti della trasfigurazione che gli si era avvicinata a portata di mano; e i fratelli ricordarono entrambi l’ora in giardino, quando Agathe da un libro aveva letto a Ulrich esempi simili.
Dopo che se lo furono detto, Ulrich osservò:
- Un po’ di quel misticismo è anche nell’amore del prossimo; tutti lo sentono e gli obbediscono, senza capirlo. E forse ogni grande amore contiene qualcosa di mistico, forse anche ogni grande passione. Forse perfino nella vita ordinata, in tutti i momenti di profonda apertura la partecipazione agli uomini e alle cose è una partecipazione mistica, assai diversa da quella reale!
E che cos’è una “partecipazione mistica” se non semplicemente una che non è reale? -
domandò Agathe.
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Ulrich non rifletteva, però esitava.
Alla fine disse con molta risolutezza: – Vedi, si è pieni e vuoti d’amore a un tempo. Si ama tutto, e nulla in particolare. Non ci si può sciogliere dalla più trascurabile inezia e intanto si sente che tutto quanto è senza importanza. Sono contraddizioni: le due cose in apparenza non possono essere reali contemporaneamente.
Eppure sì, sono entrambe reali: non avrebbe senso negarlo. Se dunque non posso pregarti di intendere per partecipazione mistica una magia religiosa, rimane soltanto l’ipotesi che vi siano due maniere di vivere la realtà, che più o meno ci s’impongono.
Qualche volta in un istante propizio e strettamente unite nascono le risposte a molte domande che staccate ed esitanti hanno cagionato alterne inquietudini. Qualche volta
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questo accorciamento prospettico inganna; ma resta sempre una preveggenza. Un minuto simile era quello della scoperta che vi sono al mondo due specie di realtà, o per dir meglio due specie di realtà profana. Quando ciò fu detto, e ancor prima che fratello e sorella si fossero convinti che era credibile, non vi fu più problema nella loro vita che non fosse stato toccato da quella risposta. Veramente le molte vicende e congetture degli ultimi tempi, straordinarie e infinitamente intricate, e gli accenni fatti in precedenza, non trovarono spiegazioni, ma tutto fu pervaso da una rinnovata confidenza. Così una fiamma si smorza e langue e trattiene il respiro, prima di risplendere più alta.
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49. Discorsi sull’amore
L’uomo, giustamente chiamato l’animale parlante, è l’unico che, anche per la riproduzione, abbia
bisogno di parlare. E non parla, mentre vi provvede, solo perché sa parlare; pare invece che in lui l’ebbrezza dell’amore sia consostanziale all’ebbrezza del discorrere, e ciò in modo così profondo e misterioso da far quasi pensare agli antichi, secondo la cui filosofia Dio, gli uomini e le cose sono sorti dal “logos”, intendendo alternativamente lo Spirito Santo, la ragione e la favella. Ora, nemmeno la psicoanalisi e la sociologia hanno insegnato
qualcosa di essenziale a tale proposito, benché
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queste due giovanissime scienze facciano già a gara col cattolicesimo nell’immischiarsi di tutto ciò che è umano. Bisogna dunque cercare da sé di veder chiaro nel fatto che nell’amore il dialogo è quasi ancora più importante di tutto il resto. L’amore è il più loquace di tutti i sentimenti ed è fatto in massima parte di loquacità. Se l’individuo è giovane, quei discorsi che trattano tutti gli argomenti sono una manifestazione di crescenza: se è maturo sono la sua ruota di pavone, che anche se spennacchiata egli vi spiega tanto più volonteroso quanto più è avanti negli anni. Il motivo potrebbe essere il risveglio del pensiero contemplativo operato dai sentimenti dell’amore, e il suo legame durevole con essi; ma allora la questione sarebbe per intanto semplicemente spostata, poiché anche se la
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parola contemplazione viene usata quasi altrettanto spesso per la parola amore, non diventa perciò più chiara.
Se poi quel che univa Agathe e Ulrich si dovesse denunciare come amore oppure no, non si può – su tale base – decidere, quantunque essi parlassero l’uno con l’altro insaziabilmente. Anche quel che dicevano concerneva sempre in qualche modo l’amore, questo è vero. Ma vale per l’amore ciò che vale per gli altri sentimenti: che il loro ardore si manifesta tanto più abbondantemente in parole quanto più sono ancora lontani dall’azione; e dopo le precedenti commozioni dell’animo, violente e confuse, ciò che portava fratello e sorella ad abbandonarsi ai colloqui e appariva loro talvolta come un incantesimo era prima di tutto il non sapere come avrebbero potuto
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agire. Il conseguente timore del proprio sentimento, ed il penetrarvi curiosamente dall’esterno facevano sì che talora i discorsi prendessero un aspetto più superficiale di quanto non fosse il loro intimo contenuto.
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50. Difficoltà dove non se ne cercano
CHE dire del tanto famoso quanto volenterosamente sperimentato esempio dell’amore fra due
cosiddette persone di sesso diverso? è un caso particolare del comandamento: Ama il prossimo tuo, senza sapere com’è; e un saggio del rapporto che esiste fra amore e realtà.
Ciascuno fa dell’altro la bambola con la quale ha già giocato nei sogni d’amore.
E ciò che l’altro intende, pensa ed è in realtà, non c’entra per niente?
Finché lo si ama poiché lo si ama tutto appare incantevole; ma non è vero l’inverso.
Mai e poi mai una donna ha amato un uomo
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per le sue opinioni e pensieri, o un uomo una donna. Opinioni e pensieri hanno soltanto una considerevole parte secondaria. È lo stesso che per la collera: se si capisce senza prevenzioni ciò che l’altro intende, non soltanto la collera è disarmata, ma contro ogni attesa per lo più anche l’amore.
Ma specialmente in principio il fatto più importante non è spesso la gioia per la concordanza delle opinioni? L’uomo ascoltando la voce della donna si sente ripetuto da un’orchestra meravigliosamente profonda, e le donne sono i ventriloqui inconsci; senza che vengano dalla loro bocca, si sentono dare le risposte più acute.
Ogni volta è una piccola annunciazione; una creatura esce dalle nuvole e si pone a fianco d’un’altra, e tutto ciò che dice pare a
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quest’ultima una corona celeste, fatta proprio sulla misura della sua testa!
Più tardi naturalmente ci si sente come un ubriaco che ha smaltito la sbornia.
Ma allora le opere! Le opere dell’amore, la fedeltà, i sacrifici e le sollecitudini, non sono la più bella prova? Eh, le opere sono ambigue come tutto ciò che è muto! Se si ripensa alla propria vita come a una catena varia di avvenimenti e di azioni, essa somiglia a un’opera teatrale del cui dialogo non si ricorda una sola parola, e i cui atti culminano con molta monotonia tutti allo stesso modo!
Dunque non si ama secondo i meriti e i pregi, e nel coro alterno degli spiriti immortali mortalmente innamorati?
Non essere amate come si meritano è il cruccio di tutte le zitellone di ambo i sessi!
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Fu Agathe che rispose così: La bella e inquietante mancanza di causalità dell’amore, e la lieve ebbrezza dell’ingiustizia spiravano da trascorse passioni e la riconciliavano persino con la mancanza di dignità e di serietà di cui per il suo gioco col professor Lindner talora s’accusava e sempre si vergognava quand’era di nuovo con Ulrich. Ma Ulrich aveva intavolato il discorso e mentre durava gli era venuta voglia di approfondire i ricordi di Agathe, poiché ella giudicava quelle preziose memorie similmente a come lui giudicava le proprie.
Agathe lo guardò ridendo. Non t’è mai capitato di amare immensamente qualcuno e di disprezzarti per questo?
- Posso dire di no; ma l’ipotesi non mi sdegna, – rispose Ulrich.
- Avrebbe potuto accadermi benissimo.
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- Non hai mai amato una persona nonostante l’inquietante convinzione, – seguitò Agathe infervorata, – che questa persona, sia essa munita di barba o di seno, che noi stimiamo e crediamo di conoscere bene, che parla senza posa di sé e di te, in fondo dall’amore è soltanto in visita? Si potrebbe lasciar da parte le sue idee e i suoi meriti, mutare il suo destino, darle una barba diversa o un altro paio di gambe: si potrebbe quasi eliminare la persona stessa, eppure si continuerebbe ad amarla! Naturalmente in quanto la si ama per davvero! aggiunse poi smorzando.
La sua voce aveva un tono intenso, con una sonorità inquieta nel fondo, come un fuoco. Ella si sedette, sentendosi colpevole, perché nel suo fervore involontario era saltata su dalla
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seggiola.
Anche Ulrich si sentiva un po’ colpevole per quella conversazione, e sorrise. Non era stata certo sua intenzione parlare dell’amore come uno di quei moderni sentimenti equivoci che oggi è gran moda chiamare “ambivalenti”, il che vuol dire press’a poco che l’anima, come accade fra truffatori, ammicca sempre con l’occhio sinistro mentre giura con la mano destra. Egli si era soltanto divertito a spiegare che all’amore, per nascere e per durare, non occorre nulla d’importante. Cioè, si ama una certa persona nonostante tutto, e anche per nessuna ragione; e ciò significa che il tutto è un’illusione, o che quest’illusione è un tutto, com’è un tutto il mondo, dove non si muove foglia senza che l’Onnisenziente se ne accorga.
- Insomma non dipende assolutamente da
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nulla! – concluse Agathe. – Né da quello che è l’essere amato, né da quello che pensa, né da quello che vuole, né da quello che fa.
Erano ben consci di parlare della sicurezza dell’anima, o meglio, per evitare una parola così grossa, dell’insicurezza che essi – usando questa volta la parola in generale, con umile imprecisione -, sentivano nell’anima. E che parlassero dell’amore mentre ne ricordavano l’incostanza e i travestimenti accadeva solo perché esso è uno degli affetti più definiti e più impetuosi, e tuttavia un sentimento così sospetto di fronte al severo sentimento della conoscenza giudicante, che fa vacillare persino questo. Di lì avevano preso le mosse, appena usciti al sole dell’amore del prossimo; e ricordando la norma per cui, in quel soave stordimento, è difficile capire se si amano in
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realtà gli esseri umani e se si amano quelli reali, oppure, e per quale particolarità, si sia gabbati da una fantasia e da una trasfigurazione, Ulrich si mostrò lealmente pronto a fissare con un nodo – almeno adesso e così come risultava dal dialogo appena cessato
- il problematico rapporto esistente fra sentimento e conoscenza.
- Queste contraddizioni non mancano mai e formano un tiro a quattro, egli affermò. – Si ama una persona perché la si conosce; e perché non la si conosce. E la si conosce perché la si ama, e non la si conosce perché la si ama. E a volte ciò arriva al punto di diventare tangibile di colpo. Sono i momenti famigerati in cui Venere attraverso Apollo e Apollo attraverso Venere vedono un vuoto manichino e si stupiscono gravemente di aver
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veduto qualcos’altro fino a poco prima. Se l’amore è più forte dello stupore, i due si danno battaglia, e qualche volta l’amore benché esausto, disperato e inguaribilmente ferito, ne esce vittorioso ancora una volta. Ma se non è tanto forte, si viene a una lotta fra le due persone che si credono ingannate: e sono brutali irruzioni nella verità, offese, vituperi estremi che dovrebbero risarcire di essere stati così balordi… – Egli s’era trovato abbastanza spesso in quelle bufere d’amore da poterle oggi descrivere agevolmente.
Agathe però troncò il discorso.
- Se non ti dispiace vorrei osservare che queste questioni d’amore coniugali e non coniugali nell’insieme vengono molto sopravvalutate! – ella obiettò cercandosi una
posizione comoda.
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- Tutto l’amore è sopravvalutato! Il pazzo visionario che tira fuori il coltello e scanna un innocente venuto a trovarsi nel luogo della sua allucinazione, in amore è l’individuo normale! – concluse Ulrich ridendo.
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51. Amare è tutt’altro che semplice
UNA posizione comoda e un sole amabile, carezzevole senza essere indiscreto, favorivano
questi dialoghi, che s’intessevano per lo più fra due sedie a sdraio poste non tanto al riparo e all’ombra della casa quanto nella luce ombreggiata che, venendo dal giardino, era limitata nella sua libertà dai muri ancora mattinali. Certo non bisogna credere che le sedie fossero lì perché fratello e sorella – indotti dalla sterilità dei loro rapporti, effettiva in senso ordinario e forse minacciosa in senso più alto – avessero per intento di scambiarsi
opinioni sull’ingannevole essenza dell’amore in
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stile indio-schopenhaueriano, e difendersi mediante un’analisi distruttiva da quella follia che spinge alla riproduzione della specie; la loro scelta della penombra, della dolcezza e di una curiosità riservata aveva una spiegazione più semplice.
L’argomento stesso della conversazione era tale che nell’infinità d’esperienze da cui emerge il concetto dell’amore si scorgevano le più varie vie di comunicazione fra un problema e l’altro. Così i due problemi di amare un prossimo che non si conosce, e se stessi che si conosce ancor meno, conducevano la loro curiosità verso un nuovo problema che li comprendeva entrambi: sapere, semplicemente, come si ama, o con altre parole, che cosa sia, “insomma”, l’amore. A prima vista la questione può sembrare pedantesca e in verità anche troppo ragionevole
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per una coppia d’innamorati. Ma diventa assai conturbante se la si estende ai milioni di amanti tutti diversi fra loro.
Questi milioni di coppie si differenziano non soltanto per le loro persone (il che li riempie d’orgoglio) ma anche per le loro azioni, scopi e rapporti. Ma a volte di coppie non si può parlare, ma d’amore sì; altre volte di coppie sì, ma non d’amore, e il caso è un po’ più ordinario. Il termine in sé poi comprende tante contraddizioni quanto la domenica in una cittadina di provincia, dove i giovani contadini alle dieci ascoltano la messa grande, alle undici vanno al bordello in una viuzza adiacente e a mezzogiorno si ritrovano per bere e mangiare all’osteria di piazza. Ha senso far l’esame di una parola così fatta? Ma quando la si adopera si agisce inconsciamente come se avesse, a
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dispetto di tutte le differenze, un’essenza comune! Non c’è nulla di più diverso che amare un bastone da passeggio oppure l’onore, e a nessuno verrebbe in mente di citar le due cose in un fiato, se non fossimo abituati a farlo tutti i giorni. Altre varietà di ciò che è mille e una cosa, eppure la stessa, si possono citare dicendo: amare la bottiglia, il tabacco, o veleni ancora peggiori. Amare gli spinaci e le passeggiate all’aperto.
Lo sport o lo spirito. La verità. La donna, il bambino, il cane. Loro che ne parlavano, aggiungevano: Dio. La bellezza, la patria e il denaro. La natura, l’amico, la professione e la vita. La libertà. Il successo, il potere, la giustizia o, così senza specificare, la virtù. Tutto questo si può amare. In breve ci sono quasi tanti oggetti dell’amore quante maniere di
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desiderare e modi di dire.
Ma quali sono le differenze e i punti in comune di questi amori?
Forse sarà utile far presente la parola
“forchetta” e i suoi derivati.
Vi sono forchette per mangiare, forconi per il letame, forcelle della bicicletta e dello stomaco, forcine dei capelli, e a tutti questi termini è comune “l’esser forcuto” Il carattere distintivo è la forma biforcata, negli oggetti svariatissimi che ne traggono il nome. Se si parte da essi ci si rende conto che risalgono tutti allo stesso concetto; se si parte dall’impressione iniziale di “forcuto”, ci si rende conto che tale impressione è sostenuta e completata dalle impressioni prodotte dai vari oggetti forcuti. Quel che è comune è dunque una forma o una struttura, e le differenze
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stanno innanzi tutto nelle diverse fogge che possono assumere; poi, per gli oggetti così conformati, nella loro materia, nel loro uso, e via discorrendo. Ma mentre ogni forca o forchetta può essere immediatamente confrontata con un’altra ed è percettibile ai sensi, non foss’altro con un tratto di matita o con l’immaginazione, così non accade per le diverse forme dell’amore; e tutta l’utilità dell’esempio si riduce alla questione di sapere se anche qui, come per il carattere forcuto delle forchette, non ci sia un’esperienza capitale, qualcosa di amabile, di amoroso e di amatorio che è comune a tutti i casi. Ma l’amore non è un oggetto di conoscenza sensibile che si possa afferrare con uno sguardo o anche con un sentimento, bensì un avvenimento morale come lo sono l’assassinio premeditato, la giustizia e il
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disprezzo: e questo significa fra l’altro che è possibile fra tutti i suoi esempi una catena di comparazioni con molte varianti e con fondamenti di ogni genere, i cui estremi possono essere molto dissimili, anzi diversi fino alla contraddizione, e tuttavia sono legati da un’assonanza che corre dall’uno all’altro. Trattando dell’amore, si può dunque giungere fino all’odio; e tuttavia la causa non è la famosa “ambivalenza”, il dualismo del sentimento, ma appunto l’unità stessa della vita.
Eppure, anche un’espressione come quella avrebbe potuto precedere il seguito della conversazione. Infatti, lasciando da parte forche, forchette e simili innocenti ausiliari, la conversazione della gente colta sa oggi trattare senza impaccio il nocciolo e l’essenza dell’amore, e tuttavia esprimersi in modo così
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appassionante come se quel nucleo essenziale fosse contenuto in tutte le manifestazioni dell’amore, come il “forcuto” nelle forchette da frutta o nelle forche da letame. Si dice allora – e anche Ulrich e Agathe avrebbero potuto esservi trascinati dall’abitudine generale – che nell’amore l’essenziale è la libido, oppure l’eros. La storia delle due parole non è la stessa, tuttavia considerando l’epoca presente le due storie si possono paragonare. Quando la psicoanalisi (perché un’epoca che rifugge dappertutto dall’approfondimento intellettuale s’accorge con meraviglia di possedere una psicologia del profondo) incominciò a diventare la filosofia del giorno e spazzò la noia della vita borghese, tutto quanto venne spiegato e interpretato con la libido cosicché alla fine di questo concetto-chiave (o chiave falsa) è tanto
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difficile dire quel che non è quanto quello che è. E la stessa cosa succede con l’eros; però è stato sempre così fin da principio per tutti coloro che con molta convinzione riconducono ad esso tutte le correlazioni fisiche e psichiche di questo mondo. Sarebbe inutile tradurre libido con istinto e desiderio, sessuale e presessuale; ed eros invece con tenerezza spirituale o addirittura soprasensibile: sarebbe necessario aggiungere una dissertazione storica a parte. La sazietà di questo filosofeggiare trasforma l’ignoranza in piacere. Così accadde che la conversazione fra le due sedie a sdraio, invece di prendere la direzione indicata, trovò attraente e riposante quel procedimento primitivo e inadeguato che consiste nell’elencare come in un gioco il maggior numero possibile di esempi del cosiddetto
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amore, senza nessuna prevenzione e senza disdegnare nemmeno i più sciocchi.
Classificarono così, conversando piacevolmente, tutti i casi che ricordavano, secondo il sentimento, secondo l’oggetto che l’aveva suscitato e gli atti in cui si manifestava. Era anche utile osservare prima il comportamento e stabilire se meritava il suo nome in senso reale o traslato. Così raccolsero un materiale vario, proveniente da tutte le direzioni. Ma in primo luogo, senza volerlo, s’era discorso di sentimento: poiché a quanto pare la natura dell’amore è tutta un “sentire” Tanto più stupefacente è la risposta che nell’amore il sentimento è quel che meno costa. Per l’inesperienza bruta sarebbe come lo zucchero e il mal di denti: non proprio altrettanto dolce né altrettanto doloroso, e così
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inquieto come bestiame tormentato dai tafani. Forse a coloro che soffrono le torture dell’amore questo esempio non sembrerà geniale. Tuttavia le descrizioni tradizionali non sono poi molto diverse: trepidare e agognare, tormenti e struggimenti, e vaghi farneticamenti! Da tempi immemorabili, pare che non si sappia dire nulla di più preciso su questo stato. Ma tale mancanza di originalità non è caratteristica dell’amore soltanto.
Anche quando siamo felici o tristi non lo distinguiamo così irrevocabilmente e immediatamente come distinguiamo il liscio dal ruvido; e vi sono altri sentimenti che non si possono identificare al sentire, si potrebbe quasi dire “al tatto” Perciò a questa svolta del discorso c’era da fare un’osservazione, che avrebbe potuto convenientemente integrarlo,
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sulla disuguaglianza delle pendenze e degli sviluppi dei sentimenti. Questi furono i termini introdotti da Ulrich; e avrebbe anche potuto dire tendenze, sviluppi e consolidamenti.
Infatti incominciò col ricordare un’esperienza naturale: che ogni sentimento porta con sé una certezza convincente della propria esistenza, il che evidentemente fa parte del suo nocciolo; e aggiunse che per ragioni altrettanto universali bisogna ammettere che da quel nocciolo incomincia altresì la differenziazione dei sentimenti. E citò qualche esempio. L’amore per un amico ha altra origine e altre caratteristiche che l’amore per una ragazza, l’amore per una donna tutta sbocciata è diverso da quello per una donna chiusa in sacro mistero. E sentimenti ancor più divergenti fra loro fin dalla radice sono, per
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restare in argomento, l’amore, la venerazione, la concupiscenza, il servaggio, o le varietà dell’amore e della ripugnanza.
Ammesse queste due ipotesi, tutti i sentimenti dal principio alla fine dovrebbero essere solidi e trasparenti come il cristallo. E tuttavia nessun sentimento è incontestabilmente quello che sembra essere; né l’osservazione di sé né le azioni che produce lo garantiscono. Questa differenza fra la sicurezza di sé e l’incertezza dei sentimenti è tutt’altro che piccola.
Ma se consideriamo il sorgere del sentimento in rapporto con le sue cause tanto psicologiche quanto sociali, diventa naturalissima. Le cause infatti abbozzano a grandi linee, per così dire, solo la specie del sentimento, senza definirne i particolari; a ogni
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istinto e a ogni situazione che lo suscita fa riscontro tutto un fascio di sentimenti corrispondenti. E quello che già ne è presente fin dal principio si può ben chiamare il nucleo del sentimento, che si trova ancora fra l’essere e il non essere; volendolo descrivere, comunque esso sia non si potrebbe dire nulla di più adeguato se non che è un qualche cosa che nel corso della sua evoluzione e secondo ciò che verrà o non verrà ad aggiungervisi, si configurerà nel sentimento che era destinato a divenire. Così ogni sentimento, oltre alla sua tendenza originaria, ha anche un destino; e per il fatto che la sua evoluzione successiva dipende più che mai dalle circostanze che sopravverranno, non ve n’è alcuno che fin dall’inizio sia infallibilmente se stesso, e forse neppure che sia indubbiamente e unicamente
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un sentimento. In altre parole, da questa cooperazione delle tendenze e degli sviluppi risulta che nel campo dei sentimenti non predomina il puro evento e l’adempimento univoco, bensì un’approssimazione progressiva e un adempimento approssimativo. E qualcosa di simile si può affermare di tutto ciò che per capire ha bisogno di sentimento.
Così si concluse l’osservazione di Ulrich, e le spiegazioni s’erano succedute press’a poco in quest’ordine. Poco meno asciutta ed esagerata dell’affermazione che il sentimento costituisce la parte più trascurabile dell’amore era stata l’altra, che l’amore essendo un sentimento, non si può riconoscere dal sentimento. Si capiva più chiaramente perché Ulrich aveva definito l’amore un avvenimento morale. Le tre parole, tendenza, sviluppo e consolidamento, erano
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stati i nodi principali che legavano l’ordinata comprensione del fenomeno sentimento; almeno in una certa opinione di principio, a cui Ulrich si volgeva volentieri quando aveva bisogno di una spiegazione simile. Ma poiché una giusta esposizione dell’intero problema gli avrebbe imposto esigenze più grandi e più dottrinali di quanto non fosse disposto ad assumersi, interruppe a tal punto il discorso incominciato.
Il seguito puntò in due direzioni.
Secondo il programma della conversazione, adesso si sarebbe dovuto parlare dell’oggetto e dell’azione dell’amore, per determinare quel che provoca l’estrema varietà delle due manifestazioni; e infine stabilire che cosa sia, “insomma”, l’amore. Perciò dell’intervento delle azioni nel determinare il sentimento si era già
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discorso a proposito dell’origine di questo, e ciò doveva a maggior ragione essere ripetuto a proposito delle due ulteriori vicende. Ma Agathe fece ancora una domanda: non era possibile – e lei aveva motivo se non di sospettarlo, almeno di temere che lo si sospettasse – che la spiegazione adottata dal fratello valesse soltanto per un sentimento debole oppure per un’esperienza che rifuggiva dall’intensità?
Ulrich rispose: – No assolutamente!
È proprio nel momento della maggiore intensità che il sentimento è più incerto. Nell’estremo terrore si è paralizzati o si grida, invece di fuggire o di difendersi. Nell’estrema felicità v’è spesse volte una sofferenza singolare. Anche un eccesso di ardore, come si suol dire, “È dannoso” E in generale si può affermare che al massimo dell’intensità i
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sentimenti trascolorano e svaniscono, come per abbagliamento. Forse tutto il mondo del sentimento che noi conosciamo è fatto soltanto per un’esperienza media e cessa ai gradi maggiori così come non comincia ai gradi più bassi – Di questo faceva parte, indirettamente, l’esperienza che si fa osservando i propri sentimenti, soprattutto mettendoli “sotto la lente” Diventano indefiniti e difficili a distinguersi.
Quel che perdono allora di chiarezza dovuta all’intensità, dovrebbero però riguadagnarlo almeno in parte grazie all’attenta osservazione; ma ciò non avviene.
Così rispose Ulrich, e questo riscontro fra l’estinguersi del sentimento nell’autoanalisi come nei più alti gradi dell’eccitazione non era casuale. Perché entrambi sono stati in cui
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l’azione è abolita o disturbata; e siccome il rapporto fra sentire e agire è tanto stretto che molti lo ritengono un’unità, i due esempi si integravano non senza ragione.
Ciò che Ulrich però fece a meno di dire era quello che sapevano tutti e due per esperienza personale: che al grado più alto del sentimento amoroso può essere legato uno stato di indebolimento spirituale e di smarrimento fisico. Perciò, con una certa violenza, egli stornò il discorso dall’importanza che l’azione ha per il sentimento, con l’intenzione apparente di tornare alla classificazione dell’amore secondo i suoi oggetti. A prima vista questa possibilità alquanto fantasiosa sembrava più adatta allo scopo di rimettere ordine in quel concetto dei molti sensi. Se infatti, per cominciare con un esempio, è blasfemo
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denominare con la stessa parola l’amore di Dio e l’amore per la pesca, ciò dipende senza dubbio dalla differenza fra i due oggetti a cui l’amore è rivolto; e l’importanza dell’oggetto si può misurare anche da altri esempi. Ciò che introduce enormi differenze fra amore e amore non è dunque l’amore stesso ma il “che cosa” si ama. Così vi sono oggetti che rendono l’amore ricco e sano; e altri che lo fanno povero e malato, come se ciò dipendesse da essi soli. Vi sono oggetti che devono contraccambiare l’amore perché questo possa spiegare tutta la sua forza e le sue qualità; e altri per i quali quest’esigenza sarebbe assurda a priori. È appunto la distinzione fra l’amore per gli esseri animati e quello per gli inanimati; ma anche inanimato, l’oggetto è il vero compagno di gioco dell’amore, e le sue qualità influiscono su
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quelle dell’amore.
Più disuguale è il valore del compagno, e più l’amore è squilibrato, per non dire sfigurato dalla passione.
- Confronta, – ammonì Ulrich, – il sano amore reciproco di due giovani, e quello ridicolo ed esagerato di un solitario per il suo cane, il suo gatto o il suo canarino. Guarda la passione fra un uomo e una donna spegnersi o diventar fastidiosa come un accattone respinto quando è, o non è interamente, ricambiata. Non dimenticare che in relazioni disuguali come quella tra genitori e figli, padrone e servitore, o fra un uomo e l’oggetto della sua ambizione o del suo vizio, il rapporto di reciprocità diventa la parte più incerta, più corruttibile. Sempre, quando il naturale scambio regolatore fra l’amore e l’oggetto dell’amore è difettoso,
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l’amore degenera come un tessuto ammalato!
In quell’idea c’era qualcosa che pareva sedurlo. Avrebbe potuto svilupparla in molti modi e con molti esempi; ma mentre li stava cercando, qualcosa che egli non s’aspettava ma che animava di viva attesa il cammino previsto, come un profumo che giungesse attraverso i campi, spostò quasi per sbaglio il suo pensiero su ciò che in pittura si chiama Stilleben (vita ferma), o in altre lingue, secondo un procedimento opposto ma altrettanto valido, natura morta. – Sotto un certo aspetto, riprese Ulrich improvvisamente, – è ridicolo ammirare un’aragosta ben dipinta, grappoli d’uva luccicanti e una lepre appesa per le gambe, insieme con l’inevitabile fagiano; perché l’appetito umano è una cosa ridicola e l’appetito dipinto è ancor più ridicolo di quello naturale -
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E tutti e due sentirono che quella considerazione andava più in là di quel che pareva, ed era il seguito di quanto non avevano detto di se stessi.
Giacché nelle vere nature morte oggetti, animali, piante, paesaggi e corpi umani immobilizzati dalla magia dell’arte – si vede qualcosa di diverso da ciò che rappresentano, e cioè il mistero demoniaco della vita dipinta. Di tali quadri ve ne sono di famosi; Ulrich e Agathe sapevano di che cosa si trattava. Ma è meglio parlare non di quadri determinati, ma di una specie di opere pittoriche che d’altronde non fanno scuola ma nascono senza regola al cenno dello spirito creatore. Agathe chiese in che modo si riconosceva. Ulrich però non volle indicarle un carattere decisivo, disse invece lentamente, sorridendo e senza esitare: – La
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sua eco commovente, indistinta, infinita!
E Agathe capì. Non si sa come, ci si sente su una spiaggia. Ronzano piccoli insetti. L’aria porta odori di prato, a centinaia. Pensiero e sentimento procedono insieme, indaffarati. Ma davanti agli occhi c’è il deserto del mare, senza risposta, e quello che ha senso sulla riva si perde nell’emozione uniforme dello spettacolo infinito. Agathe pensò che tutte le vere nature morte possono suscitare quella felice inesauribile malinconia. Quanto più si contemplano, tanto più chiaro appare che gli oggetti rappresentati sembrano ritti sulla sponda colorata della vita, l’occhio colmo d’immensità e la lingua paralizzata.
Ulrich riprese con un’altra parafrasi. – In fondo, tutte le nature morte dipingono la vita al sesto giorno della creazione: quando Dio e il
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mondo erano ancora soli, senza gli uomini! – E
a un sorriso interrogativo della sorella rispose:
- Cosicché le emozioni che destano nell’uomo sarebbero gelosia, curiosità del mistero, e angoscia!
Questa era quasi una “trovata”, e nemmeno delle peggiori: Ulrich se ne accorse con dispetto, perché non gli piacevano quelle trovate, tornite come palle e superficialmente indorate. Ma non fece nulla per correggersi né sua sorella glielo chiese. Una strana analogia con la propria vita impediva ad entrambi di esprimersi fino in fondo sull’arte inquietante delle “vite ferme” o nature morte.
Quest’analogia aveva una parte importante. Senza voler ripetere nei suoi particolari ciò che risaliva a comuni ricordi d’infanzia, ciò che era stato ridestato dal rivedersi e che da allora
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dava un colore singolare a tutte le loro vicende e a molti dei loro dialoghi, non si può tuttavia tacere che vi si percepiva sempre l’alito come immobilizzato dalla natura morta; ne risultò più o meno il dialogo seguente, che arrotolava e srotolava il discorso come un fuso.
Dover impetrare qualcosa da un volto irremovibile che non dà risposta getta l’uomo in un’ebbrezza di disperazione, d’aggressività o di bassezza.
Altrettanto sconvolgente, ma inesprimibilmente bello, è invece inginocchiarsi davanti a un volto immoto sul quale la vita di poche ore s’è spenta lasciando un riflesso come di tramonto.
Questo secondo esempio è anzi un luogo comune del sentimento, se mai ve ne fu uno! Il mondo parla di sacra dignità della morte; da
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centinaia se non da migliaia d’anni è motivo poetico ricorrente quello dell’amata nella sua bara a cui si ricollega tutta una poesia e soprattutto un lirismo della morte. V’è probabilmente in questo un che di adolescente. Chi s’immagina che la morte gli doni la più sublime delle amanti, se non colui al quale manca il coraggio o la possibilità di averne una viva?
Da tale poesia da adolescenti una linea retta conduce ai brividi delle evocazioni di spiriti e di trapassi; una seconda agli errori dell’autentica necrofilia; e forse una terza a quelle due contraddizioni morbose che sono l’esibizionismo e la violenza carnale.
Forse tali avvicinamenti potranno stupire, e certuni sono assai poco appetitosi. Ma se non ci lasciamo sgomentare e li consideriamo sotto
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un aspetto, per così dire, medico-psicologico, vedremo che hanno un tratto comune: un’impossibilità, un’incapacità, una mancanza di coraggio naturale o di coraggio a vivere naturalmente.
Se ci avventuriamo a far paragoni audaci, scopriremo ancora che il silenzio, l’impotenza e ogni imperfezione del compagno di gioco hanno per effetto di mettere l’animo in stato di sovratensione.
Così si ripete quanto è già stato detto prima: che un compagno di valore disuguale squilibra l’amore; occorre però aggiungere che non di rado è già uno squilibrio del sentimento quello che provoca una simile scelta. E inversamente, il compagno che risponde, che è vivo e attivo, determina e ordina i sentimenti, senza di che essi degenerano in finta.
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Ma lo strano fascino della natura morta non è anch’esso una finta? Anzi, quasi un’eterea necrofilia?
Ed un’analoga finta si svolge negli sguardi degli amanti felici, come espressione della loro estasi suprema.
Si guardano negli occhi, non possono staccarsi, e annegano in un sentimento che si può tendere all’infinito, elastico come il caucciù.
Così all’incirca era incominciata la conversazione, ma a questo punto era rimasta incagliata per un bel po’, prima di rispondere. Ulrich e Agathe infatti s’erano guardati davvero, ed erano ammutoliti.
Se è necessaria un’osservazione per spiegare questo silenzio e soprattutto per giustificare ancora una volta questi dialoghi ed
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esprimerne il senso, si potrebbe forse dire ciò che in quel momento Ulrich, comprensibilmente, aveva preferito lasciare allo stato di tacito pensiero, cioè che amare non è neanche lontanamente tanto semplice come vorrebbe farci credere la natura, affidando gli strumenti dell’amore ad ogni acciabattone del creato.
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52. Respiri di un giorno d’estate
IL sole intanto era salito più in alto; i due avevano lasciato le due sdraio nell’ombra piatta vicino alla casa,
come barche tirate in secco, ed erano coricati su un prato sotto la piena intensità della giornata estiva.
Erano già lì da un bel po’, e quantunque la scena fosse cambiata, quasi non percepivano il mutamento, e neanche il silenzio; il discorso s’era interrotto senza che si sentisse lo strappo.
Un tacito turbinio di fiori opachi, venendo da un gruppo di alberi sfiorenti, fluttuava nella luce del sole; e il fiato che lo reggeva era così
tenue che non una foglia si muoveva. Il verde
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del tappeto erboso invece di recarne le ombre pareva oscurarsi dall’interno come un occhio.
Tutt’intorno piante e cespugli, dalla giovane estate rivestiti prodigamente di tenere fronde, sorgevano di fianco o formavano lo sfondo, dando l’impressione di spettatori sbalorditi che, sorpresi e ammaliati nei loro abiti festivi, prendessero parte al corteo funebre e alla festa della natura. Primavera e Autunno, linguaggio e silenzio del creato, e anche incanto di vita e di morte erano intrecciati nel quadro; i cuori sembravano arrestarsi, essere strappati dal petto, per unirsi al silenzioso aereo corteggio. Agathe ricordò la frase di un mistico: “Allora il cuore mi fu tolto dal petto” Ricordava anche di averla letta lei ad Ulrich trovandola in uno dei suoi libri.
Qui in giardino era accaduto, non lontano
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dal posto dove si trovavano adesso. Il ricordo diventò più preciso. Le vennero in mente altri detti che ella gli aveva richiamato alla memoria: “Sei tu stesso, o non lo sei? Non so dove io sia; né voglio sapere!” “Ho vinto tutte le mie facoltà, fino all’oscura forza! Amo, e non so chi! Ho il cuore pieno d’amore e vuoto d’amore a un tempo!” Così risuonava in lei il lamento dei mistici, nel cui cuore Dio è penetrato così profondamente come una spina che le dita non possono afferrare. Molti di quei lamenti estatici ella aveva letto allora ad Ulrich. Forse adesso non li citava con esattezza, la memoria è un po’ prepotente con ciò che desidera udire; ma ella ne capiva il senso e prese una risoluzione. Come in quel momento dunque, del corteo di fiori, il giardino era già apparso altra volta arcanamente deserto e animato; e proprio
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nell’ora in cui le erano venute in mano le mistiche professioni trovate tra i libri di Ulrich. Il tempo s’era fermato, un millennio era lieve come l’aprirsi e il chiudersi di un occhio, era giunto al Regno Millenario, Dio stesso forse si faceva sentire. E mentre ella, sebbene il tempo non dovesse più esistere, sentiva queste cose una dopo l’altra; e mentre il fratello, perché in questo sogno ella non dovesse patire angoscia, era vicino a lei, e neppure lo spazio paresse più esistere, il mondo, incurante di queste contraddizioni, appariva colmo di gloria in ogni sua parte.
Ciò che ella aveva sentito dopo d’allora non poteva sembrarle che moderatamente eloquente in confronto a quanto era avvenuto prima; ma quale accrescimento e rafforzamento doveva pur dare, anche se aveva perduto
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l’immediatezza, quasi il calore animale, dalla prima ispirazione! In tali circostanze Agathe decise di affrontare questa volta con cautela l’estasi che già in quel giardino l’aveva colta come un sogno. Ella vi collegava il nome del Regno Millenario, ma non sapeva perché. Era una parola chiara al sentimento e quasi palpabile come un oggetto, ma alla ragione rimaneva oscura. Perciò ella poteva covare quella fantasia come se il Regno Millenario potesse avere inizio da un momento all’altro.
Si chiama anche il Regno dell’Amore, questo Agathe lo sapeva pure; ma solo per ultimo ella pensò che i due nomi sono tramandati fin dai tempi della Bibbia e indicano il regno di Dio sulla terra, il cui prossimo avvento è inteso in senso perfettamente reale.
D’altronde anche Ulrich, senza credere
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perciò alle Scritture, usava talvolta quelle parole con la stessa disinvoltura della sorella; e così questa non si meravigliava di sapere senz’altro, in apparenza, come ci si dovesse comportare nel Regno Millenario.
“Bisogna starsene quieti quieti, – le diceva una voce. – Non lasciar posto a nessun desiderio, neanche a quello di far domande. Bisogna spogliarsi anche dell’accortezza con cui si bada ai propri affari. Privare il proprio spirito di tutti gli strumenti e impedirgli di servire di strumento.
Bisogna togliersi il sapere e il volere, liberarsi della realtà e del desiderio di volgersi a essa.
Concentrarsi in sé, finché mente, cuore e membra siano tutto un silenzio. Se si attinge così la suprema abnegazione, allora infine il
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fuori e il dentro si toccano, come se fosse saltato via un cuneo che divideva il mondo…!” Forse questa non era la cautela obiettiva che Agathe s’era proposta.
Le parve però che, con ferma volontà, si sarebbe potuto arrivarci; e si raccolse tutta, come per fingersi morta. Ma l’arresto dei pensieri, dei sensi e della volontà si dimostrò ben presto un compito impossibile, com’era stato nell’infanzia quello di non commettere alcun peccato fra la confessione e la comunione; e dopo qualche sforzo ella vi rinunciò del tutto. Si sorprese a mantenere il proposito solo esteriormente, mentre l’attenzione s’era sviata da un pezzo.
Questa era intenta per il momento ad una questione molto estraniata, un piccolo mostro di alienazione: si stava cioè chiedendo nel
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momento più assurdo, e molto attaccata a questa assurdità: “Sono mai stata veramente violenta, maligna, astiosa e infelice?” Le tornò alla memoria un uomo senza nome; il nome gli mancava perché ella lo portava e se l’era portato via con sé. Quando pensava a lui sentiva il proprio nome come una cicatrice; ma non aveva più odio per Hagauer, ed ora si ripeteva la domanda con la fissità un po’ malinconica con cui si contempla un’onda che si allontana. Dov’era andato il desiderio di ferirlo quasi a morte? L’aveva perduto quasi distrattamente, e credeva in apparenza di doverselo trovare ancora vicino. Del resto Lindner poteva essere addirittura un surrogato per quel bisogno di ostilità; poiché ella si chiese anche questo, dedicandogli un pensiero fuggevole. Forse le parve sorprendente tutto ciò
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che le era già accaduto; la meraviglia per quanto hanno già dovuto provare è più ovvia nei giovani che nelle persone mature, per le quali la mutevolezza delle passioni e delle circostanze è diventata abitudine come i cambiamenti di tempo. Ma che cosa avrebbe potuto toccare Agathe più del fatto che al momento stesso, sulla svolta della vita, sulla fuga delle passioni e condizioni umane, sul capriccioso flusso del sentimento dove la gioventù, alquanto ignara, si crede per altro istintiva e sublime tornasse misteriosamente a stagliarsi il cielo adamantino del trasognamento immobile da cui s’era appena svegliata?
I suoi pensieri dunque erano ancora nel cerchio magico del corteo floreale e funebre; ma non si muovevano più con esso e in quel suo
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modo silenzioso e solenne; Agathe ora pensava “di qua e di là”, come si potrebbe dire in opposizione alla condizione spirituale in cui la vita dura “mille anni” senza un battito d’ali. Quella differenza di due condizioni spirituali le era chiarissima; e un po’ sconcertata ella riconobbe quante volte appunto essa, o qualcosa di molto affine, fosse già stata toccata nei suoi colloqui con Ulrich. Involontariamente si volse a lui e senza perdere d’occhio lo spettacolo che aveva dinanzi, domandò raccogliendo il fiato: – Non sembra anche a te che in un momento simile, e al paragone, tutto il resto sia effimero?
Quelle poche parole ruppero le nubi pesanti del silenzio e del ricordo.
Anche Ulrich infatti aveva contemplato la spuma di fiori che se ne andava senza meta per
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la sua strada, e poiché i suoi pensieri e ricordi erano intonati a quelli della sorella non occorreva altra introduzione per fargli dire ciò che rispondeva anche ai taciti pensieri di lei. Stirò lentamente le membra e disse: – Da tanto tempo – già nella situazione in cui parlavamo di ciò che si chiama natura morta, e in fondo tutti i giorni – volevo dirti una cosa, anche se non dovesse centrare il bersaglio: vi sono, caricando il contrasto, due maniere di vivere appassionatamente e due tipi di gente appassionata. C’è chi a volta a volta urla dal furore o dalla disperazione o dall’entusiasmo come un bambino e si libera del suo sentimento in un turbine breve e futile. In tal caso, ed è il più frequente, il sentimento è alla fin fine l’intermediario quotidiano della vita quotidiana; e quanto più è violento e facile a
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suscitarsi, tanto più fa pensare all’irrequietezza d’una gabbia d’uccelli rapaci quando è l’ora del pasto e arrivano i pezzi di carne cruda, e subito dopo ecco la sazietà stanca. Non è così? L’altra maniera di essere appassionati e di agire appassionatamente è questa: si tiene duro e non si dà minimamente luogo all’azione verso la quale ogni sentimento attrae e sospinge. E in questo caso la vita è come un sogno un po’ inquietante, dove il sentimento s’innalza fino alle vette degli alberi, alle cime delle torri, al sommo del cielo…! è fin troppo probabile che pensassimo a questo quando ancora fingevamo di parlare d’immagini e di quelle soltanto.
Agathe si tirò su incuriosita.
- Non dicesti già una volta, domandò, – che ci sono due possibilità di vivere fondamentalmente diverse e che equivalgono
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addirittura a due differenti intonazioni del sentimento?
L’una sarebbe quella del sentimento “mondano” che non giunge mai alla pace ed all’appagamento; l’altra, non so se le hai dato un nome… ma dovrebb’essere quella del sentimento “mistico” che risuona perennemente, ma non arriva mai alla “piena realtà”? Sebbene titubante, aveva parlato con precipitazione e tacque, confusa.
Tuttavia Ulrich riconobbe abbastanza bene il proprio discorso; e lo inghiottì come se avesse avuto in bocca qualcosa di troppo caldo; e tentò di sorridere. Disse: – Se ho detto così, devo ora esprimermi con minori pretese. Secondo un esempio ben noto chiamerò dunque i due tipi del vivere appassionato: l’appetitivo e, come suo opposto, il non appetitivo, anche se non
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suona troppo bene. Perché in ogni uomo v’è una fame e si comporta come una bestia feroce; e non v’è fame, bensì qualcosa che matura delicatamente come un grappolo d’uva al sole autunnale, esente da sazietà e da brama. Anzi, in ognuno dei suoi sentimenti, vi è tanto l’una che l’altra cosa.
- Dunque addirittura una tendenza vegetale se non vegetariana, accanto a quella animale? – Nella domanda di Agathe c’era un accento divertito e burlesco.
- Quasi! – rispose Ulrich. – Forse intendere l’animale e il vegetale intesi come contrasto fondamentale degli istinti sarebbe una gran trovata per un filosofo! Ma io non pretendo di esserlo! Tutto quello che m’arrischio a dire è appunto ciò che ho detto poco fa: che i due tipi del vivere appassionato hanno in ogni
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sentimento il loro modello e forse addirittura la loro origine. In ogni sentimento si possono distinguere questi due lati, egli seguitò. Ma poi continuò a parlare – e questo è interessante soltanto del lato che aveva definito appetitivo. Esso urge all’azione, al moto, al godimento; per suo effetto il sentimento si tramuta in un’opera, o anche in un’idea e convinzione, oppure in una delusione. Sono tutte forme del suo rilassarsi, ma possono anche essere forme di un cambiamento e rafforzamento di tensione. Giacché in tal modo il sentimento si trasforma, si logora, si disperde nel suo buon successo e vi trova fine; oppure vi si incapsula e muta la sua forza viva in una forza immagazzinata, che quella viva gli restituisce in seguito e magari spesso con l’interesse composto. – E non si comprende da ciò una
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cosa almeno: che la gagliarda attività del nostro sentire mondano e la sua caducità, sulla quale tu hai così gradevolmente sospirato, non fanno una gran differenza per noi, anche se profonda? – concluse Ulrich per il momento.
- Hai ragione da vendere! – convenne Agathe. – Mio Dio, tutta questa storia del sentimento, la sua ricchezza mondana, questo volere e gioire, fare e tradire, per niente se non perché esso ci sospinge! incluso tutto ciò che s’impara e si dimentica, si pensa e si vuole appassionatamente, eppure si dimentica del pari! è bello, sì, come un albero pieno di mele di tutti i colori, ma è anche informe e monotono come tutto ciò che ogni anno nello stesso modo s’arrotonda e poi cade!
Ulrich approvò con un cenno quella risposta pervasa da un soffio d’impetuosità e di
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rinuncia. – Alla parte “appetitiva” dei sentimenti il mondo è debitore di tutte le opere, di tutta la bellezza e di tutto il progresso, ma anche di tutte le inquietudini e infine del suo ciclo insensato! – egli rincarò. – Sai tu, d’altronde, che per “appetitiva” s’intende semplicemente la parte che i nostri istinti innati hanno in ciascun sentimento? Dunque, – egli soggiunse, – dobbiamo concludere che agli istinti il mondo deve la bellezza e il progresso!
- E la confusione e l’inquietudine, – ripeté
Agathe.
- Di solito si dice proprio così; perciò mi sembra utile non lasciar fuori il resto. Giacché è per lo meno sorprendente che l’uomo deva per l’appunto il suo progresso a ciò che propriamente appartiene al livello animale! Ulrich sorrideva. Anche lui s’era tirato su e
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stava voltato verso la sorella come per illuminarla; ma continuò a parlare con misura, come uno che innanzi tutto vuole illuminare se stesso con le parole che cerca. Senza dubbio i sentimenti attivi dell’uomo, e con ragione tu hai parlato di tendenze animali, hanno per nocciolo gli stessi due o tre istinti che troviamo anche nella bestia.
Questo è chiarissimo nei sentimenti principali: nella fame, collera, gioia, testardaggine o amore, il velo spirituale copre a mala pena la nuda volontà…!
Aveva tutta l’aria di voler continuare allo stesso modo. Ma quantunque il dialogo – sorto da un sogno della natura, la visione del corteo di fiori che ancora, stranamente inalterabile, sembrava fluttuare nell’anima – non rinnegasse con alcuna parola il problema del loro destino;
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e anzi dalla prima all’ultima stesse sotto l’influsso di quel simbolo, e fosse dominato dall’arcana percezione di qualcosa “che accada senza che nulla accada” e si svolgesse in un’atmosfera di blanda oppressione: quantunque tutto fosse così, pure il dialogo infine aveva condotto al contrario di quella percezione e della sua atmosfera; quando Ulrich cioè non poté evitare di mettere in rilievo l’attività costruttiva di forti istinti accanto a quella distruttiva. Un così chiaro salvataggio dell’onore degli istinti, e inclusivamente dell’uomo istintivo, e in genere dell’uomo attivo
- poiché significava anche questo – avrebbe potuto appartenere ad un senso della vita “occidentale e faustiano”, così chiamato in linguaggio libresco a differenza di quello che secondo lo stesso linguaggio autofecondativo
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sarebbe “orientale” o “asiatico” Egli ricordava quelle affettate locuzioni di moda. Ma non era nelle intenzioni sue e della sorella, né avrebbe corrisposto alle loro abitudini, dare mediante tali concetti avventizi mal radicati un significato ingannevole ad una vicenda che li commuoveva profondamente; anzi, tutto quello che essi si dicevano era inteso come vero e reale, anche se aveva origine in un trascorrer di nuvole.
Perciò Ulrich s’era divertito a inserire nella nebbia leggera del sentimento una interpretazione da scienziato naturalista; e ciò – anche se in apparenza appoggiava il “faustiano”
- solo perché lo spirito naturalistico prometteva di escludere tutto ciò che è smodata immaginazione.
Per lo meno egli aveva accennato a una
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spiegazione di questo genere. Certo però era tanto più strano che la sua allusione si riferisse soltanto a ciò che egli chiamava “il sentimento appetitivo”, tralasciando del tutto di applicare un ragionamento analogo anche al “sentimento non appetitivo” sebbene all’inizio non avesse dato minor peso a quest’ultimo. Ciò accadeva non senza motivo. O l’analisi psicologica e biologica di questo modo di sentire gli appariva più ardua, oppure egli la considerava soltanto un mezzo sgradevole: poteva essere tanto l’uno che l’altro; ma la ragione principale era un’altra, e del resto egli l’aveva lasciata intravedere più d’una volta, a partire dal momento in cui il sospiro di Agathe aveva tradito il doloroso e delizioso contrasto fra le passate tempestose passioni e quella apparentemente eterna che era di casa nel
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silenzio fuori del tempo sotto la nevicata di fiori. Giacché per ripetere ciò che egli aveva già variamente ripetuto – non solo in ogni singolo sentimento sono distinguibili due disposizioni, mediante e secondo le quali esso può svilupparsi fino alla passione, ma vi sono anche due tipi di uomini, o in ogni uomo tempi della sua vita che sono diversi a seconda che prevalga l’una o l’altra disposizione.
Nei due tipi egli vedeva una grande differenza. Gli uomini dell’uno, è stato già detto, ghermiscono vivacemente tutto ciò che trovano e sono sempre all’attacco, come un torrente passano su tutti gli ostacoli oppure si scavano schiumando un letto diverso; le loro passioni sono forti e mutevoli, e il risultato è una vita veemente e violenta, null’altro che un rumoroso passaggio. Agli uomini di questo tipo
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andava l’epiteto di “appetitivi” di cui Ulrich aveva fatto l’uno dei concetti principali della vita appassionata; l’altro tipo contrapposto a questo, è esattamente il contrario: timido, trasognato, vago, irresoluto, pieno di fantasie e di desideri e introverso nelle sue passioni. Talvolta – in pensieri di cui ora non era il caso di parlare Ulrich li definiva anche “contemplativi”, una parola che di solito ha un significato diverso e magari quello appena tiepido di “riflessivo”; per lui però voleva dire di più, anzi equivaleva addirittura all’orientale non-faustiano già ricordato. Forse in questo tipo contemplativo, e soprattutto in unione all’appetitivo come suo contrario, s’esprimeva una differenza fondamentale della vita: questo attraeva Ulrich più fortemente che una dottrina. Ma questa elementare possibilità di
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spiegazione, il poter ricondurre a una duplice essenza, che è in ogni sentimento, tali concetti superbi e pretenziosi, era per lui anche una grande soddisfazione.
Naturalmente si rendeva ben conto che i due modi in questione d’essere uomini non potevano significare altro che un uomo “senza qualità” opposto a quello con tutte le qualità possibili in un uomo. L’uno si poteva anche chiamare un nihilista che sogna i sogni di Dio; in contrasto con l’attivista che però nel suo impaziente agire è anche lui una specie di sognatore di Dio, e tutt’altro che un realista che si dà da fare con mondana chiarezza e dinamicità. “Perché non siamo realisti?” si chiese Ulrich. Non lo erano né lui né lei, su questo da gran tempo i loro pensieri e azioni non lasciavano dubbi; ma nihilisti e attivisti sì,
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lo erano, e ora l’uno ora l’altro, secondo icasi.
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IL VIAGGIO IN PARADISO
QUI si arresta il romanzo nella stesura definitiva. Come abbiamo avvertito nella Nota introduttiva,
esistono numerosi abbozzi
precedenti o contemporanei all’Uomo senza qualità, e spesso di uguale valore artistico. Ne diamo un esempio, e cioè il frammento Il viaggio in paradiso (scritto probabilmente nel
1925), in cui l’amore fra Ulrich (allora chiamato Anders) e Agathe (allora sua sorella gemella e non più giovane di lui come nell’Uomo senza
qualità) viene descritto al suo acme.
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1.
SOTTO c’era una sottile striscia di terra con un po’ di sabbia. Barche tirate in secco, che viste dall’alto
sembravano chiazze di ceralacca verdi e azzurre; a guardar meglio si vedevano bidoni d’olio, reti, uomini coi calzoni rimboccati sulle gambe abbronzate; odore d’aglio e di pesce; casette rabberciate, cadenti.
Quell’operosità sulla sabbia calda era piccola e lontana come una vita d’insetti. Ai due lati era incorniciata da scogli come da pilastri di pietra ai quali fosse agganciata la baia; più oltre, fin dove giungeva lo sguardo,
solo la costa rigida che con mille particolari
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aggrovigliati declinava nel mare meridionale; scendendo con prudenza si poteva avanzare sui massi della scogliera, fuori nel mare che riempiva di acqua tiepida e di strani animaletti le conche e le vasche di pietra.
Ad Anders e Agathe sembrava che un frastuono si fosse staccato da loro e volato via. Fiamme bianche vacillanti risucchiate e cancellate dall’aria calda, essi stavano là circondati dal mare. Era un paese qualunque dell’Istria o sulla costa orientale d’Italia, o sul Tirreno. Loro stessi lo sapevano appena. Avevano preso tanti treni e viaggiato in tante direzioni, da non saper più come ritrovare il cammino.
3800
2.
IL ricordo di Ancona spiccava fra gli altri. Si sarebbe potuto credere che significasse un delitto o una giornata
fatale, ma non era così…
Mal di mare… Erano arrivati stanchissimi e avevano bisogno di dormire. Era di mattina presto e chiesero una stanza. A letto mangiarono zabaglione e bevvero caffè nero, il cui peso fu come sollevato in cielo dalla spuma dei tuorli sbattuti.
Riposarono, sognarono. Quand’erano addormentati, pareva loro che le tendine bianche delle finestre s’alzassero e
s’abbassassero in un magico flusso d’aria
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ristoratrice; erano i loro respiri. Quando erano svegli vedevano fra i lembi scostati il gioco amabile della vita, il mare d’un azzurro bronzeo, e le vele colorate delle barche che entravano o uscivano dal porto si gonfiavano come le penne calde dei grandi uccelli esotici.
Di quel mondo nuovo non capivano niente, e tutto era come le parole d’una poesia.
Erano partiti senza passaporti e una lieve paura di essere scoperti e puniti li accompagnava. All’albergo li avevano presi per una coppia di sposi e assegnato loro quella bella camera con il “letto matrimoniale”, (37) che in Germania non usa più. Non avevano osato rifiutarla.
Stando a letto, si notava a destra della
37 In italiano nel testo (N.d.T.)
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porta, in alto e quasi in un angolo della stanza, situata cioè in un punto assolutamente incomprensibile, una finestra ovale della dimensione e forma di un oblò; il vetro era opaco e colorato, inquietante come uno spioncino segreto, ma la cornice recava una ghirlanda leggera di rose dipinte.
3803
3.
QUANDO scesero la prima volta in strada: un brusio di gente. Come
una banda di passeri che fruga
allegramente nella sabbia. Occhiate curiose senza timidità, che si sentivano a casa loro. Alle spalle dei gemelli, che scivolavano cauti fra quella calca, c’era ancora la camera da letto, la veglia che s’agita sotto il sonno come un’increspatura di vento, il beato sfinimento nel quale è impossibile difendersi contro alcunché, ma si ode lontano il mondo come un rumore affievolito dai profondi meandri
dell’orecchio.
3804
4.
PIÙ avanti. Come nomadi, in apparenza. In verità spinti dall’inquietudine di trovare un
luogo degno di viverci e di morirci.
Molte cose erano belle, lusingavano, trattenevano. Ma in nessun posto la voce interiore diceva: siamo giunti.
Finalmente qui. In fondo ve li aveva portati un caso incolore, e non percepivano nulla di speciale. Poi la voce si fece udire sommessa ma decisa.
Forse, senza saperlo, erano stanchi di quei
viaggi in tutte le direzioni.
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5.
QUI, dove s’erano fermati, un giardino naturale saliva dalla
lingua di spiaggia stretta fra le due
braccia rocciose della costa come una ghirlanda di fiori e di fronde premuta sul petto, con viottoli che si snodavano in dolce e lungo pendio, verso un albergo piccolo, bianco, nascosto, e perfettamente deserto in quella stagione. Poco più in su non c’era altro che pietra vischiosa sfavillante nel sole, sotto i passi ginestre gialle e cardi rossi, e, lanciato verso il cielo, l’immenso spigolo diritto e aspro dell’altipiano. Chi saliva ad occhi chiusi e poi li
apriva di colpo, vedeva improvvisamente il
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mare immobile, come un ventaglio che s’è aperto con un rumore di tuono.
Il sovrumano è bene l’ampiezza dello slancio nella linea dei contorni; quel largo gesto sicuro, abbracciante?
Oppure soltanto l’immenso deserto del colore turchino cupo, estraneo alla vita? O ancora la campana del cielo che in nessun luogo incombe così direttamente sulla vita? O l’aria e l’acqua alle quali non si pensa mai?
Di solito sono ancelle bonarie e incolori. Ma qui, a casa loro, s’ergevano improvvisamente inavvicinabili come una coppia di genitori regali.
Le leggende di quasi tutti i popoli antichi raccontano che l’uomo è nato dall’acqua e l’anima è un soffio d’aria. Cosa strana: la scienza ha stabilito che il corpo umano è fatto
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quasi interamente d’acqua. Si diventa piccoli. Scesi dal treno sul quale avevano attraversato in lungo e in largo la stessa rete delle energie europee, e giunti rapidamente lassù ancora vibranti di quell’agitazione, i gemelli stettero di fronte alla calma del mare e del cielo come avrebbero potuto stare centomila anni prima.
Agathe ebbe gli occhi pieni di lacrime e
Anders chinò la testa.
Sotto braccio e le mani intrecciate, ridiscesero nell’azzurro della sera verso il loro nuovo luogo patrio.
Nella piccola sala da pranzo scintillava il candore delle tovaglie e i bicchieri erano un luccichio bianco.
Anders ordinò pesci, vino e frutta, e ne discusse meticolosamente col capo cameriere; la cosa non stonava. Le figure nere scivolavano
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intorno a loro o se ne stavano lungo le pareti.
Posate e denti lavoravano. I gemelli conversavano perfino, per non attirare l’attenzione. Anders parlò anche dell’impressione che avevano avuto lassù. Come se gli uomini centomila anni prima avessero avuto una rivelazione immediata, ecco, era così; se si pensa come fu possente l’esperienza di quei primi miti, e come poco da allora… Anche questo non stonava; tutto ciò che accadeva era come annidato nel chioccolio d’una fontana.
Anders guardò a lungo la sorella; non era nemmeno bella adesso; neppure questo esisteva. Su un’isola, che di giorno non si vedeva, scintillava una fila di case; era bello; ma molto lontano, gli occhi vi si posavano fugacemente e poi tornavano a guardare nel
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vuoto.
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6.
IL mare in estate e l’alta montagna in autunno sono le due grandi prove dell’anima. Nel loro silenzio v’è una
musica più alta d’ogni altra musica terrena; v’è un tormento delizioso nell’impossibilità di seguirla, di allargare il ritmo dei gesti e delle parole fino a che s’inseriscano nel suo; gli uomini non possono mettersi al passo col respiro degli dei.
L’indomani mattina Anders e Agathe trovarono un posto lassù fra le rupi sotto l’orlo dell’altipiano e poi un altro più in basso, una minuscola insenatura di sabbia fra gli scogli.
Quando vi giunsero, ecco venir loro
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incontro, come una creatura che vivesse lì e li avesse attesi, la sensazione: qui nessuno conosce la nostra esistenza. Avevano seguito un piccolo sentiero naturale, la costa svoltava, infatti s’avvidero che l’albero bianco non si vedeva più. Era un banco di roccia lungo e stretto, in pieno sole, con sabbia e sassi. Si spogliarono. Sentivano il bisogno di essere nudi, inermi, piccoli come bambini per piegare i ginocchi e allargare le braccia davanti alla grandezza del mare e della solitudine.
Non se lo dissero, e avevano vergogna, ma ognuno tentava da sé, nascondendosi dietro i movimenti necessari per spogliarsi e cercare un posto dove distendersi.
Il silenzio li inchiodava alla croce.
Sentirono che ben presto non avrebbero più potuto resistere e si sarebbero messi a gridare
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come uccelli impazziti.
Perciò furono a un tratto vicini, l’uno nelle braccia dell’altro. La pelle s’incollò alla pelle; quel piccolo sentimento sbocciò timidamente nella grande solitudine come una pianta minuscola piena di linfa che cresce tutta sola fra i sassi, e li rassicurò. Piegarono l’arco dell’orizzonte come una ghirlanda attorno ai loro fianchi e guardarono in cielo. Erano ritti adesso come su un alto balcone, allacciati l’uno all’altro e all’inesprimibile come due amanti che stanno per precipitarsi nel vuoto. Precipitarono. E il vuoto li sorresse. L’attimo si arrestò, senza scendere né salire. Agathe e Anders provarono una felicità che non sapevano se fosse tristezza, e solo la certezza di essere eletti per vivere l’Eccezionale li trattenne
dal piangere.
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7.
MA scoprirono presto che se volevano non c’era nessun bisogno che lasciassero
l’albergo. Dalla loro stanza una larga porta a vetri portava a una piccola terrazza sul mare. Si poteva sostare non visti nel riquadro della finestra, gli occhi rivolti a quel mare che non rispondeva mai, le braccia allacciate in cerca di protezione. Una fessura azzurra, dove il vivo calore del giorno restava fino a notte fonda come un pulviscolo d’oro, saliva dal mare. I corpi, mentre le anime in essi restavano diritte, si trovarono come animali che cercano il calore.
E allora per i corpi accadde il miracolo. Anders
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fu ad un tratto in Agathe, o Agathe in lui.
Agathe alzò gli occhi sgomenta.
Cercava Anders fuori di se stessa, ma lo trovò nel centro del proprio cuore.
Vedeva bene la sua persona sporgersi fuori nella notte, avvolta dalla luce delle stelle, ma non era lui, era soltanto il suo involucro luminoso e leggero; ed ella guardò le stelle e le ombre, senza capire che erano lontane.
Il suo corpo era agile e pronto, le sembrava di librarsi nell’aria. Uno slancio grande e meraviglioso le aveva afferrato il cuore, così rapido che ancora le pareva di sentirne l’urto leggero. In quel momento i gemelli si guardarono attoniti.
Sebbene per settimane ogni giorno li avesse preparati a questo, per un secondo temettero di aver perduto la ragione. Ma tutto in essi era
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chiaro.
Nessuna visione. Piuttosto una chiarezza smisurata. Eppure sembrava che avessero perso e deposto non soltanto la ragione ma anche tutte le loro facoltà; non un pensiero si muoveva dentro di loro, non erano capaci di prendere risoluzioni, le parole erano scomparse, la volontà era inerte; tutto ciò che s’agita nell’uomo era arrotolato e immobile come le foglie in una torrida calma di vento. Tuttavia quell’abulia simile alla morte non pesava su di loro, era invece come se una pietra tombale che li schiacciava fosse stata rimossa.
Ciò che si faceva udire nella notte singhiozzava senza suono e senza misura, ciò che essi scorgevano era senza forma e senza modo e aveva tuttavia in sé la gioia voluttuosa
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di tutte le forme e di tutti i modi. In fondo era meravigliosamente semplice: con le forze limitatrici s’erano perduti tutti i limiti e poiché non percepivano più alcuna separazione, né in sé né nelle cose, erano diventati uno solo.
Si guardarono intorno con cautela.
Era quasi una sofferenza. Erano del tutto sperduti, lontani da se stessi, situati in uno spazio dove si smarrivano. Vedevano senza luce e udivano senza suono. La loro anima era smisuratamente tesa, come una mano che perde tutta la sua forza, la loro lingua era come mozzata. Ma era una sofferenza dolce come una viva meravigliosa chiarezza.
E dopo si avvidero che le forze limitatrici non si perdevano affatto, ma in verità s’erano come rovesciate, e con esse s’erano rovesciati tutti i limiti. Si avvidero che non erano
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diventati muti, anzi parlavano, ma non sceglievano le parole: erano le parole che sceglievano loro; nessun pensiero si muoveva nella loro mente, ma tutto il mondo era pieno di mirabili pensieri, ed essi potevano credere che loro due e così pure le cose, non fossero più corpi chiusi che si combattevano, bensì forme aperte e alleate. L’occhio che per tutta la vita osserva soltanto i piccoli disegni che gli uomini e le cose proiettano sull’immane sfondo, si era rovesciato di colpo, e l’immenso sfondo giocava con le immagini della vita come un oceano con i fiammiferi.
Mezzo svenuta, Agathe s’abbandonò sul petto di Anders. In quel momento si sentiva abbracciata dal fratello in un modo così ampio, calmo e puro che non v’era al mondo nulla di simile. I loro corpi non si muovevano e non
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erano mutati, però erano invasi da una felicità dei sensi di cui non avevano mai conosciuto l’uguale. Non era un pensiero e non era immaginazione.
Dovunque si toccassero – i fianchi, le mani, o una ciocca di capelli -, essi penetravano l’uno nell’altro.
In quel momento tutti e due erano convinti di non essere più soggetti alle separazioni umane. Avevano superato quel gradino del desiderio che sperpera la sua energia in un atto e in una breve esaltazione, e il compimento non avveniva soltanto in una determinata parte del loro corpo, ma in tutte, così come un fuoco non diminuisce quando da esso s’accende un altro fuoco. Erano affondati in quel fuoco che invadeva tutto, vi nuotavano dentro come in un mare di voluttà, vi si cullavano a volo come in
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un cielo di delizie.
Agathe piangeva di felicità. Quando si muovevano, il ricordo di essere due cadeva come un grano d’incenso nel dolce fuoco d’amore e vi si scioglieva; quelli erano forse i momenti più belli, in cui non erano un solo tutto. Perché su quell’ora, più fortemente che sulle altre, sentivano un soffio di malinconia e di caducità, come ombre o fantasmi, una frustrazione, una crudeltà, una tensione ansiosa di forze indefinite contro la paura di essere nuovamente trasformati. Alla fine quando sentirono come una distensione si separarono senza parole, sfiniti.
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8.
L’indomani Anders e Agathe si erano separati di muto accordo e non si videro in tutta la giornata.
Non potevano far diverso; il sentimento della notte non s’era ancora disperso e li portava con sé, entrambi avevano bisogno di fare il punto con se stessi, senza accorgersi che questo era in contraddizione con l’esperienza che li aveva travolti.
Involontariamente se ne andarono tutti e due a vagabondare lontano in direzioni opposte; facendo sosta in ore diverse, cercarono un luogo dove riposarsi in vista del
mare e pensarono l’uno all’altro.
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Può essere strano che il loro amore sentisse così presto quel bisogno di separazione, ma era così grande che ne diffidavano e volevano metterlo alla prova.
Ora si può sognare. Star coricati sotto un cespuglio, e le api ronzano; o guardare il calore che tesse la sua tela, l’aria sottile, il vuoto vivo. I sensi s’assopiscono e nel corpo si riaccendono i ricordi, come le stelle dopo il tramonto. Esso è di nuovo carezzato e baciato, e la magica linea di separazione, che distingue anche i più intensi ricordi dalla realtà, è varcata da questi ricordi sognanti.
Essi aboliscono il tempo e lo spazio come si scosta una tenda, e riuniscono gli amanti non solo nel pensiero, ma fisicamente; però non sono i loro corpi pesanti, ma corpi intimamente mutati, che sono fatti interamente di tenera
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mobilità. Solo se si pensa che durante quell’unione, più perfetta e più felice di quella corporea, non si sa quel che l’altro abbia fatto finora né quel che farà fra un istante, il mistero attinge la sua massima profondità. Anders supponeva che Agathe fosse rimasta in albergo. La vedeva sul piazzaletto bianco davanti alla casa bianca chiacchierare col direttore. Sbagliava. Forse era col giovane professore tedesco arrivato da poco che si era presentato a loro, o parlava con Luisina, la cameriera dai begli occhi, e rideva delle sue risposte frivole. Come poteva ridere adesso? Lacerava lo stato di grazia; un sorriso era già il massimo che esso potesse sopportare… Quando Anders si volse per tornare indietro, ecco che Agathe, a un tratto, era lì veramente.
Veramente? Era venuta camminando sugli
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scogli, facendo un gran giro, la sua veste svolazzava al vento, ella gettava un’ombra intensa sul suolo caldo e rideva ad Anders. Felice realtà reale; doleva come quando gli occhi che hanno fissato lontano devono riadattarsi rapidamente agli oggetti vicini.
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9.
AGATHE sedette vicino a lui.
C’era anche una lucertola;
piccola fiamma guizzante di vita
che lingueggiava cheta accanto alla loro conversazione. Anders l’aveva notata subito. Agathe no. Ma quando Agathe, che aveva paura di tutti gli animaletti, la vide, sussultò e sorridendo nervosa volle cacciarla via con un sasso. Per farsi coraggio l’inseguì battendo le mani e la bestia fuggì.
Anders, che aveva guardato la lucertola come uno scintillante specchio magico, pensò: che in questo momento siamo stati tanto
diversi è triste come l’esser nati insieme e dover
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morire in tempi diversi. Seguiva con l’occhio e l’orecchio quel corpo estraneo di Agathe. Ma a un tratto vi si ritrovò profondamente immerso, al fondo dell’esperienza dalla quale Agathe l’aveva scacciato.
Non poteva farsene un’idea netta, ma in quella chiarezza scintillante sulle pietre, dove tutto si trasformava, la felicità in tristezza e anche la tristezza in felicità, quel momento penoso acquistava bruscamente la voluttà segreta dell’ermafrodito che si trovava separato in due esseri autonomi, il cui segreto è ignoto a chi li tocca. Com’è meraviglioso pensò il fratello di Agathe – che lei sia diversa da me, che possa fare cose che io non indovino e che tuttavia appartengono anche a me in virtù della nostra misteriosa simpatia. Gli tornarono alla mente sogni che di solito non ricordava mai e che
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tuttavia dovevano aver occupato sovente il suo pensiero. Talvolta in sogno aveva incontrato la sorella di un’amante, sebbene l’amante non avesse sorelle; e questa persona familiare e ignota ad un tempo irradiava tutta la felicità del possesso e tutta la felicità del desiderio. Oppure udiva una voce morbida che parlava. O anche vedeva svolazzare una veste che apparteneva certo a una sconosciuta, ma senza dubbio quella sconosciuta era la sua amante. Come se fra gli esseri vi fosse soltanto un’inclinazione irreale, assolutamente libera.
All’improvviso Anders ebbe paura e credette di capire con estrema chiarezza che due non sono mai un essere solo.
- Com’è meraviglioso, Agathe, disse Anders,
- che tu possa fare cose che io non indovino.
- Sì, – rispose lei, – tutto il mondo è pieno di
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simili cose. Mentre vagabondavo sull’altipiano, sentivo di poter andare ormai in tutte le direzioni.
- Ma perché sei venuta da me? Agathe tacque.
- È così bello esser diversi da come si è nati,
- seguitò Anders. – Ma poco fa ne ho avuto paura.
Le raccontò i sogni che aveva ricordato, e anche lei li conosceva.
- Ma perché hai paura? – domandò Agathe.
- Perché ho pensato: se il senso di questi sogni, e potrebbe ben darsi che ne fossero l’ultimo ricordo, è che il nostro desiderio non è di fare di due creature una sola, bensì di evadere dalla nostra prigione, dalla nostra unità, di diventare due in una congiunzione, ma meglio ancora dodici, mille, un numero
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infinito, di sfuggire a noi stessi come in sogno, di bere la vita a cento gradi di fermentazione, di essere rapiti a noi stessi o comunque si debba dire, perché non lo so esprimere; allora il mondo contiene altrettanta voluttà quanto estraneità, non è una nuvola d’oppio, ma è fatto tanto di tenerezza quanto di attività, è piuttosto un’ebbrezza sanguinaria, un orgasmo della battaglia, e il solo sbaglio che potremmo commettere sarebbe d’aver disimparato la voluttà dell’estraneità e immaginarci di fare chi sa quali meraviglie dividendo l’uragano dell’amore in magri ruscelletti che scorrono su e giù fra un essere e l’altro…
Era balzato in piedi.
- Ma come si dovrebbe essere? chiese
Agathe semplice e pensierosa.
Gli fece male che ella potesse impadronirsi
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così facilmente della sua idea, amata e maledetta ad un tempo.
- Bisognerebbe poter donare, – ella continuò, – senza prendere. Esser così, che l’amore non diminuisca quando è diviso. Allora è possibile.
Non considerare l’amore come un tesoro, – aggiunse ridendo. – Non si dice forse anche correntemente “tesoro” all’amato?
Anders raccolse alcuni sassi grandi come teste e li scagliò lontano nel mare che mandò minuscoli spruzzi; da molto tempo non faceva lavorare i muscoli.
- Ma poi? – continuò Agathe.
- Quel che tu dici non è semplicemente quel che si legge tante volte nei libri, il bere a grandi sorsate tutto il piacere del mondo? Il volersi moltiplicare per mille, perché una volta sola
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non basta? – Lo disse un po’ comicamente, accorgendosi a un tratto che la cosa non le piaceva.
- No! – ribatté Anders con forza. Non è mai quello che ne dicono gli altri! – Gettò a terra il sasso che aveva in mano con tanta rabbia che il calcare fragile si sbriciolò. – Ci siamo dimenticati di noi, – disse dolcemente prendendo Agathe sotto braccio e traendola via.
- Ci sarebbero sempre una sorella e un fratello, anche divisi in mille pezzi.
D’altronde è soltanto un’idea come un’altra.
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10.
VENNERO anche giorni in cui solo la superficie si muoveva. Sugli scogli bagnati che nel mare
gettavano barbagli. Una creatura muta, un pesce come un fiore nell’acqua. Agathe lo inseguiva saltando follemente di roccia in roccia, finché s’immergeva, penetrava nel buio come una freccia e spariva. “Ebbene?” pensava Anders.
Agathe era in piedi sulla scogliera, lui sulla riva; una melodia di eventi si spezzava, un’altra deve continuare.
Come si volgerà Agathe, come sorriderà
verso la riva? Leggiadramente. Come ogni
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perfezione. Agathe si volse con una perfetta grazia di movimenti; le improvvisazioni dell’orchestra della sua bellezza, che suonava apparentemente senza direttore, erano sempre travolgenti. Eppure ogni bellezza perfetta – un animale, un quadro, una donna – non è che l’ultimo pezzo d’un cerchio; una curva è perfetta, lo si vede, ma si vorrebbe conoscere il cerchio. Se è un cerchio di vita ben noto, per esempio quello di un grand’uomo, allora un cavallo di razza o una bella donna sono come la fibbia alla cintura, che la chiude e per un momento sembra reggere tutta l’apparizione; allo stesso modo si può ammirare un bel cavallo maremmano, perché in esso si riflette come in uno specchio tutta la pesante bellezza dei campi e della vita rurale. Ma se dietro non c’è niente? Niente di più che dietro i raggi del
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sole che danzano sulle pietre? Se questo infinito di acqua e di cielo è inesorabilmente aperto? Allora si è presso a credere che la bellezza è qualcosa di segretamente negativo, qualcosa d’imperfetto e d’imperfettibile, una felicità senza scopo, senza senso. Ma che cos’ha, se non ha nulla? Allora la bellezza è una pena che fa ridere e piangere, un solletico che spinge a rotolarsi nella sabbia con la freccia d’Apollo nel fianco.
La chiarezza di quei giorni era come fumo che offuscava la limpidità delle notti.
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11.
AGATHE aveva un po’ meno fantasia di Anders. Poiché non aveva meditato quanto lui, il suo
sentimento non era così mobile come quello del fratello, ma ardeva come una fiamma diritta su dal suolo dove si trovava.
Il romanzesco della fuga, la coscienza un po’ turbata dalla paura d’essere scoperti, infine il nascondiglio di quella cesta di fiori fra la parete carsica, il mare e il cielo le ispiravano a volte una gaiezza infantile e tracotante. Allora ella tratta la sua strana vicenda come un’avventura; uno spazio proibito dentro di lei,
che si spia al di sopra d’una siepe, o nel quale
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si penetra col batticuore, con la gola stretta e i piedi appesantiti dalla terra umida che vi è rimasta attaccata durante il cammino percorso in segreto.
Qualche volta ella aveva una sua maniera giocosa di lasciarsi toccare con gli occhi aperti ma velati; di ritornare; una tenerezza insaziabile.
Egli l’osservava di nascosto, vedeva per la prima volta – o per la prima volta con commozione – quel gioco dell’amore con il corpo che ha la delizia di un sorriso e l’oppressione di una forza della natura. Oppure venivano ore, in cui ella non lo guardava, era fredda con lui, quasi in collera perché era troppo commossa; come una persona in una barca che non osa muoversi, così era lei nel proprio corpo. O reazioni ritardate; prima come uno
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sbarramento e poi, apparentemente senza ragione, una piena. Lasciarsi cullare da quelle ispirazioni era appassionante e meraviglioso, esse abbreviavano le ore ma obbligavano la vista ad assuefarsi agli oggetti vicini e alle piccole osservazioni. Anders opponeva resistenza. Era un resto di terra che galleggiava nel fuoco limpido e lo intorbidava, uno stimolo alle spiegazioni, come il fatto che Agathe non aveva mai appreso l’esatta relazione fra amore e sesso. Come per la maggior parte della gente tutta la forza della sessualità si era dapprima accompagnata in lei con una piccola scintilla di simpatia, quando aveva sposato Hagauer che allora non le era ancora antipatico. Invece di esser travolta con una persona quasi soltanto in compagnia di una persona in una tempesta quasi impersonale come gli elementi, e
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osservare solo dopo, con una scoperta ancora senza nome, che le gambe di quella persona non sono vestite nello stesso modo delle sue, che l’anima anela a cambiar nascondiglio…
Ma anche quei pensieri erano come una canzone cantata in tono sbagliato. Anders non voleva ammettere con se stesso quella maniera di capire. Capire un essere amato non vuol dire spiarlo, dev’essere un dono che esce da una sovrabbondanza di felici ispirazioni. Si deve riconoscere soltanto ciò che arricchisce. Si dispensano qualità con l’infallibile sicurezza di un accordo predestinato, di una separazione che non c’è mai stata.
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12.
C’era fra le rocce e le ginestre un’antichissima colonna, caduta ai tempi di Venezia, della Grecia
o di Roma; ogni scanalatura del fusto e del capitello era approfondita dal bulino, aguzzo come un raggio, dell’ombra meridiana. Starsene a giacere lì sotto, era vivere le grandi ore dell’amore.
Quattro occhi contemplavano.
Null’altro che luce meridiana, la colonna, i quattro occhi. Se lo sguardo di due occhi vede un’immagine, un mondo: perché non è lo stesso per due paia d’occhi?
Quando due paia d’occhi s’immergono a
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lungo gli uni negli altri, sul ponte dello sguardo le due creature s’incontrano, e resta soltanto un sentimento che non ha più corpi.
Quando due paia d’occhi, in un’ora misteriosa, guardano un oggetto e si uniscono in esso – ogni oggetto fluttua laggiù in un sentimento, e le cose stanno salde soltanto se quel suolo è duro – il mondo rigido incomincia a muoversi lentamente e incessantemente. S’alza e s’abbassa inquieto al ritmo del sangue. I gemelli si guardano. In piena luce non si vedeva se respirassero ancora o se fossero lì come pietre da migliaia d’anni. La colonna di marmo era ancora abbattuta o s’era alzata senza rumore e si librava nell’aria?
V’è una notevole differenza fra il modo di considerare gli esseri umani e quello di considerare le cose. La mimica del volto di una
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persona con cui si parla appare estremamente strana se la si considera come un fenomeno che si svolge nel mondo esterno e non come un continuo scambio di segnali fra due anime; quanto agli oggetti, siamo abituati a vederli muti e immobili, e se entrano in una relazione più animata con noi, crediamo di avere delle angosciose visioni. Ma siamo soltanto noi stessi che li consideriamo in modo che ai piccoli mutamenti della nostra fisionomia non risponde nessun mutamento del nostro sentire; e per cambiare tutto questo è sufficiente, in fondo, di non considerare il mondo intellettualmente, ma di lasciare che invece dello strumento di misura dei nostri sensi siano toccati da esso i nostri sentimenti morali. Nei momenti in cui uno spettacolo ci arricchisce e ci appaga, l’emozione diventa così
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forte che nulla più sembra reale se non uno strato fluttuante che al di là degli occhi si condensa in oggetti, e al di qua in pensieri e sentimenti senza che i due aspetti possano essere separati. Ciò che ha arricchito l’anima, si fa innanzi; ciò che ne ha perduto la forza si dissolve sotto i nostri occhi.
Nel silenzio sfavillante fra le rocce regnava un timore panico. Pareva che il mondo fosse soltanto il lato esteriore di un certo comportamento interno e che potesse esser scambiato con esso. Ma mondo ed Io non erano solidi; erano impalcature innalzate su un fondo molle; si sostenevano reciprocamente per uscire dall’informe. Agathe disse piano ad Anders: – Tu sei te stesso o non lo sei? Non ne so nulla. Lo ignoro, come sono ignara di me.
Anders tacque.
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Agathe seguitò: – Sono innamorata, ma non so di chi. Non sono né fedele né infedele. Che cosa sono dunque? Ho il cuore pieno d’amore e vuoto d’amore al tempo stesso… – Ella bisbigliava.
Un terrore silenzioso come il meriggio pareva attanagliarle il cuore.
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13.
LA grande prova era sempre di nuovo il mare. Sempre di nuovo, quando salivano il pendio stretto
con i molti sentieri, con i molti lauri, ginestre, fichi e sciame di api e sboccavano lassù nel vasto altipiano, era come quando, dopo essersi accordata, l’orchestra attacca la prima grande nota. Come bisognerebbe essere per poterlo sopportare a lungo? Anders propose di piantare una tenda in quel luogo. Ma non diceva sul serio; ne avrebbe avuto paura. Non c’erano più avversari quassù, si era soli; l’urto che prova un uomo ricco di fantasia quando deve
strapparsi dalla vita quotidiana si era già
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attutito, adesso si trattava dell’ultima lotta per la risoluzione. Il mare era come un’amante e rivale implacabile; ogni minuto era un esame di coscienza schiacciante. Davanti a quell’immensità che assorbiva ogni resistenza essi temettero di venir meno.
Quell’immensa distesa era… un po’ noiosa. La responsabilità per il minimo gesto – dovettero confessarlo era alquanto vuota, se paragonata alla giocondità delle ore in cui non si imponevano simili esigenze, e i corpi giocavano con l’anima come bei giovani animali con una palla di legno che fanno rotolare qua e
là.
Un giorno Anders disse: – è vasto e pastorale; fa pensare a un pastore d’anime! – Risero. Poi si spaventarono dello scherno rivolto contro se stessi.
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L’albergo aveva una piccola torre con una campana al centro del tetto.
All’una la campana suonava per il pranzo. Poiché erano ancor sempre quasi i soli ospiti, non avevano bisogno di affrettarsi, ma il cuoco avvertiva che era pronto; e i suoni limpidi tagliavano il silenzio come un coltello affilato taglia una pelle che poc’anzi rabbrividiva e che al contrario s’è calmata. – Com’è bello, – disse Anders uno di quei giorni, mentre discendevano, – essere costretti dalla necessità. Così come si spingono le oche con un bastoncino, o come si attirano i polli col mangime. E non succede tutto per via di un mistero… – L’aria tremula, bianco-azzurra, rabbrividiva davvero come una pelle d’oca, quando la si fissava a lungo. I ricordi incominciavano allora a tormentare Anders
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singolarmente; d’improvviso vedeva davanti a sé ogni statua e ogni particolare architettonico di una città qualsiasi da lui visitata anni prima, che ne aveva a dovizia; Norimberga gli stava innanzi, o Amiens, benché non l’avessero mai affascinato; o un gran libro rosso che doveva aver visto chi sa quanti anni fa in una vetrina; un esile ragazzo abbronzato – forse era un’antitesi di Agathe creata dalla sua fantasia, ma gli sembrava d’averlo davvero incontrato in qualche posto, però non sapeva dove – occupava la sua mente; pensieri che gli erano venuti non si sa come, e da tanto tempo svaniti; cose senza suono, poco luminose, a buon diritto dimenticate volteggiavano nel silente meriggio e invadevano quella vastità deserta.
L’impazienza che fin dal principio era stata
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mescolata a tutta questa bellezza incominciò a infuriargli nell’anima.
Gli capitava di sedere davanti a uno scoglio, dimentico del mondo, assorto nella contemplazione, e torturato da quella frenetica impazienza. Era giunto all’estremo, aveva tutto accolto dentro di sé, e correva pericolo di mettersi a parlare forte da solo, per tornare a raccontarsi tutto da capo.
- Ecco, si sta qui seduti, – dicevano i suoi pensieri, – e tutto quel che si può fare è raccontarsi ancora una volta ciò che si vede. Gli scogli sono di un particolare color verde e il loro luccichio si riflette nell’acqua… Esatto. Proprio così. Ed hanno forme come di cartone… Ma tutto questo non serve a niente e vorrei andarmene via. Talmente è bello!
Ricordò: a casa, talvolta dopo anni e talvolta
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solo per caso, quando non si sa più affatto com’era, ecco che d’improvviso una luce cade di dietro le nostre spalle, dal passato, e il cuore agisce come in sogno. Aveva nostalgia del passato.
- È semplicissimo, – disse ad Agathe, – e tutti lo sanno tranne noi: la fantasia viene eccitata soltanto da ciò che non possiede più o non ancora; il corpo vuole, ma l’anima non vuole.
Ora comprendo gli sforzi sovrumani che fanno gli uomini a questo scopo. Com’è stupido che quel tizio, il commesso viaggiatore artistico, paragoni questo fiore a una gemma o questo sasso a un fiore: se non fosse l’intelligenza stessa a trasformarlo per un attimo in qualcos’altro. E come sarebbero sciocchi tutti i nostri ideali, poiché ciascuno, se preso sul
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serio, ne contraddice un altro: non devi ammazzare, quindi devi morire? Non devi desiderare i beni del tuo prossimo, dunque devi vivere in povertà?, se il loro senso non risiede appunto nell’impossibilità di metterli in pratica, ragione per cui essi infiammano l’aria! E che fortuna per la religione che Dio non si possa vedere né comprendere! Che mondo è questo, però? Una striscia fredda e buia fra i due fuochi del Non più e del Non ancora!
- Un mondo da far paura, – disse Agathe, – hai ragione – Lo disse in tono grave e nei suoi occhi c’era una vera angoscia.
- E se è così? – rise Anders. – Per la prima volta in vita mia penso che dovremmo avere una gran paura di avere le vertigini se il cielo non ci desse l’illusione di una delimitazione del mondo che non esiste.
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Evidentemente tutto ciò che è assoluto, vero, al cento per cento, è completamente contro natura.
- Anche fra due esseri, vuoi dire fra noi due?
- Adesso ho capito perfettamente che cosa sono i visionari: i cibi senza sale sono immangiabili, ma il sale da solo in grandi quantità è veleno; i visionari sono persone che vorrebbero vivere di solo sale. Non è giusto?
Agathe alzò le spalle.
- Guarda la nostra cameriera, una sciocchina allegra che odora di sapone da bucato. L’osservavo l’altro giorno mentre faceva la camera: mi sembrava carina come un cielo lavato di fresco.
La confessione sollevò Anders, ma sulla bocca di Agathe si torse un piccolo verme di
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ribrezzo. Anders lo ripeté, non voleva coprire con la sonorità della campana cupa quella piccola disarmonia. – È una disarmonia, no? E ogni astuzia giova all’anima per mantenerla feconda. Essa muore d’amore più volte di seguito. Ma… – e disse una cosa che riteneva una consolazione, anzi un nuovo amore: -.se tutto è così triste e illusorio, e non si può più credere in niente, non è allora che abbiamo più che mai bisogno l’uno dell’altro? La canzone della sorellina, – disse sorridendo, – una musica quieta pensosa che non soffoca altri suoni; una musica di accompagnamento; un amore dell’assenza d’amore che tende dolcemente le mani…?
Agathe rimase muta. Qualcosa s’era spento. Era stanca fino in fondo all’anima. Il cuore le era stato portato via di colpo e la torturava una
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paura intollerabile del vuoto interiore, della sua indegnità e della sua ritrasformazione in ciò che era prima. Così sentono i rapiti in estasi quando Dio si allontana da loro e non risponde più nulla ai loro fervidi appelli.
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14.
IL commesso viaggiatore artistico, come lo chiamavano, era un professore universitario che veniva da qualche città italiana mentalmente equipaggiato con la rete per acchiappare farfalle e il vascolo per erborizzare dello storico dell’arte che viaggia. S’era fermato lì per riposarsi qualche giorno e riordinare il materiale prima di tornare a casa.
Poiché erano quasi i soli ospiti dell’albergo, si era presentato ai gemelli fin dal primo giorno; dopo i pasti, o quando s’incontravano scambiavano qualche parola, ed era innegabile
che quell’uomo, anche se Anders rideva di lui,
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in certi momenti portava una gradita distensione.
Era profondamente convinto della propria importanza come uomo e come studioso, e fin dal primo incontro, appena saputo che i due non erano in viaggio di nozze, fece la corte ad Agathe con molta risolutezza. Le diceva: – Lei somiglia alla bella… nel quadro di… e tutte le donne con quell’espressione, che si ripete nei capelli sulla fronte e nelle pieghe dell’abito, hanno la caratteristica di… – Agathe, quando voleva raccontarlo ad Anders, aveva già dimenticato i nomi; ma era gradevole, come la pressione salda di un massaggiatore, trovare un uomo che sa quel che tu sei, mentre ti sentivi così disfatta da confonderti col silenzio del mattino.
Il commesso viaggiatore artistico diceva: -
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Le donne son state create per farci sognare, sono un accorgimento della natura per fecondare lo spirito virile S’illuminò di gioia per il suo paradosso che rovesciava il senso della fecondazione. Anders rispose: Però ci sono delle differenze nel modo di questi sogni!
L’uomo sosteneva che nell’amplesso con una “donna veramente grande” si deve poter pensare alla Creazione di Michelangelo. – Ci si tira sopra il soffitto della Sistina (38) e sotto si è nudi, tranne i bas bleus, lo canzonava Anders. No, lui ammetteva che la realizzazione esige molto tatto, ma come principio, tali creature potevano diventare “due volte più grandi” delle altre. – In fin dei conti il problema di una vita morale è quello di congiungere le
38 Gioco di parole: Deche significa sia soffitto che copertina (N.d.T.)
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nostre azioni con ciò che portiamo in noi di più alto! – In teoria non era facile confutarlo, quantunque in pratica fosse ridicolo.
- Ho scoperto, – diceva lo storico dell’arte, – che vi sono sempre stati due tipi umani nel corso della storia.
Io li chiamo gli statici e i dinamici.
Se preferite, gl’imperiali e i faustiani. Gli statici possono sentire una felicità presente. In quale modo essi sono contraddistinti da un equilibrio. Ciò che hanno fatto e ciò che faranno s’ingrana mediante ciò che stanno facendo, è armonico e possiede una forma, come un quadro o una melodia. Ha, per così dire, una seconda dimensione, ad ogni istante brilla come una superficie. Il Papa, ad esempio, o il Dalai-Lama: è semplicemente impensabile che facciano qualcosa al di fuori del quadro di
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ciò che rappresentano. I dinamici, per contro: sono quelli che si staccano sempre, che guardano solo avanti o indietro, che dipanano se stessi, sono gl’insensibili con missioni da compiere, gl’insaziabili, gl’insistenti, gli sfortunati – che sempre sconfiggono gli statici per tenere in moto la storia del mondo…
- A farla breve, egli lasciava intendere di recare in sé entrambe le disposizioni.
- Mi dica, – chiese Anders, con aria molto seria, – i dinamici non sono anche quelli che in amore non sembrano sentire nulla, sia perché hanno già amato con la fantasia, sia perché ameranno soltanto ciò che sarà loro nuovamente sfuggito? Non si potrebbe sostenere anche questo?
- Giustissimo! – disse il professore.
- Sono immorali e sognatori, questi uomini
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che non sanno mai trovare il punto giusto fra passato e futuro…
- Be, non arriverei a dir tanto…
- Ma sì, ma sì. Per impazienza possono commettere azioni insensate, perché il presente non significa nulla per loro.
Lo storico dell’arte non seppe che cosa rispondere e pensò che Anders non lo capiva.
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15.
L’inquietudine cresceva.
L’estate diventava torrida. Il sole divampava come un incendio
fino all’orizzonte. Gli elementi invadevano l’esistenza fino al punto che gli uomini non avevano quasi più posto ed erano appena tollerati.
Un giorno, verso sera, i gemelli andarono a passeggiare sulla scogliera all’ora che l’aria bruciante aveva già leggere increspature di freddo.
Cespugli gialli di ginestre balzavan fuori dall’ardore delle rocce e s’ergevano di fronte
all’anima; grigi come schiene d’asino i monti
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sotto il velo verde dell’erba carsica; il verde caldo e cupo dei lauri. Lo sguardo che vi si posava bramoso affondava in profondità sempre più fresche.
Ronzavano miriadi d’api: il ronzio si fondeva in una profonda nota metallica che gettava piccoli dardi quando con una virata improvvisa giungeva presso l’orecchio. Eroica, immane la cresta levigata e ardua dei monti che veniva avanti in tre ondate successive.
- Eroica? – chiese Anders. – O non è soltanto ciò che abbiamo sempre esecrato perché è considerato eroico?
Quel paesaggio mille volte dipinto e inciso, greco, romano, nazareno e neoclassico, quel paesaggio virtuoso, professionale e idealistico? E alla fine non ci sembra imponente solo perché lo vediamo in realtà? Così come si
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disprezza un uomo influente pur essendo lusingati di conoscerlo?
Ma le poche cose alle quali qui apparteneva lo spazio si rispettavano, restavano a distanza le une dalle altre e non sovraccaricavano d’impressioni la natura come in Germania. Lo scherno era inutile; come in alta montagna, dove il terrestre diventa sempre più piccolo, quel paesaggio non era più lo sfondo di abitazioni umane, ma un pezzo di cielo nelle cui pieghe erano ancora annidate alcune varietà d’insetti.
E dall’altra parte (di quell’umiltà) c’era il mare. La grande amante, ornata della coda di pavone. L’amante con lo specchio ovale. L’occhio spalancato dell’amante. L’amante divenuta Dio. L’esigenza implacabile.
L’occhio doleva ancora e doveva volgersi
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altrove, colpito dalle lance di luce riscagliate indietro dal mare.
Ma presto il sole scenderà più in basso. Resterà soltanto un lago circoscritto, d’argento limpido.
Allora bisogna guardar fuori sul mare! Contemplarlo. Agathe e Anders temevano quel momento. Che cosa si può fare per tener testa a quella rivale immensa, che vi guarda, che vi sfida, gelosa? Come amarsi? Cadere in ginocchio? Come avevano fatto il primo giorno? Stendere le braccia? Gridare?
Si può abbracciarsi? è ridicolo, come urlare irosamente contro qualcuno mentre lì accanto rombano tutte le campane di una cattedrale. Di nuovo il vuoto terribile li imprigionò da tutte le parti.
Anders scosse il capo. – Bisogna essere un
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po’ limitati per trovar bella la natura. Essere uno come quello laggiù che preferisce parlare invece di ascoltare chi gli è superiore. Bisogna che essa ti ricordi componimenti scolastici e mediocri poesie, e poterla trasformare di colpo in un’oleografia. Se no si è sopraffatti. Bisogna essere più stupidi di lei per poterle resistere, e chiacchierare per non perdere la parola.
Per fortuna la loro pelle non poté resistere al calore. Cominciarono a sudare. Fu una diversione e una scusa; si sentirono dispensati dal loro compito.
Ma mentre tornavano all’albergo, Agathe si accorse che la rallegrava la sicurezza d’incontrare laggiù il viaggiatore forestiero. Anders aveva certamente ragione, ma era di grande conforto la compagnia ciarliera e invadente di quell’uomo.
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16.
C’erano momenti terribili in camera dopo pranzo. Fra la tenda a righe rosse tesa al di fuori e la
balaustra di pietra del balcone correva un palmo di nastro d’un azzurro rovente. Il calore liscio, la luce smorzata avevano scacciato dalla stanza tutto ciò che non era solido.
Anders e Agathe non avevano portato niente da leggere; tale era stata la loro intenzione; avevano lasciato alle spalle tutto ciò ch’era pensiero, condizione morale – foss’anche la più sagace -, legame con la vita di tutt’i giorni: adesso le loro anime erano come due mattoni
calcinati, senza più una goccia d’acqua. Quella
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vita contemplativa, nella natura, li aveva messi in una dipendenza inaspettata dagli elementi più primitivi.
Finalmente venne un giorno la pioggia. Il vento frustava. Il tempo rinfrescando diventò più lungo. Essi si riebbero come piante. Si baciarono.
Le parole che si dissero li ristorarono. Furono di nuovo felici.
Aspettare ad ogni momento già il successivo è soltanto un’abitudine; chiudi la diga e il tempo straripa come un lago. Le ore scorrono, è vero, ma sono più larghe che lunghe. Si fa sera, ma il tempo non è passato.
Vi fu un secondo giorno di pioggia; un terzo. Quello che era sembrato un nuovo crescendo finì per ricadere. Il più piccolo aiuto, l’idea che quel tempo era un fato personale, un destino
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straordinario, e la stanza si riempie di una strana luce acquatica, o è come scavata in un dado d’argento cupo. Ma quando non v’è soccorso: di che cosa parlare? Si può ancora sorridersi da un’immensa distanza abbracciarsi
- stancarsi fino a un languore simile alla morte, che separa gli esausti come una pianura sterminata; si può dire, attraverso la lontananza: ti amo; oppure: sei bella; oppure: preferirei morire con te che vivere senza di te; oppure: quale miracolo che tu ed io, due esseri così divisi, siamo stati alitati uno verso l’altro. E si può piangere di nervosismo, quando pian piano la noia comincia a corrodere tutto ciò…
Terribile potenza della ripetizione, divinità terribile! Attrazione del vuoto che trascina sempre più giù, come l’imbuto d’un vortice le cui pareti s’allargano. Baciami, e io mordo le
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tue labbra piano e sempre più forte e sempre più selvaggiamente, sempre più ebbro e più assetato di sangue, spiando il grido che invoca pietà, scendendo nell’abisso del dolore, finché alla fine restiamo sospesi alla parete verticale, e abbiamo paura di noi stessi. Allora vengono a soccorrerci i profondi empiti del respiro che minaccia d’abbandonare il corpo, lo splendore degli occhi si spegne, lo sguardo si stravolge, si stende sul viso l’espressione dell’agonia. Turbinano nell’estasi mille delizie e stupori reciproci. Un volo raccolto in pochi minuti attraverso la beatitudine e la morte, che finisce, che riprende, i corpi vibrano come campane mugghianti.
Ma si sa bene, alla fine non è stato altro che un profondo peccato originale, la caduta in un mondo dove per i cento gradini della ripetizione
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si scende, librandosi, sempre più in basso. Agathe gemette: – Tu mi abbandonerai.
- No! Dolcezza mia! Mia complice! – Anders cercava parole d’entusiasmo eccetera.
- No! – protestò piano Agathe, – non riesco a sentire più niente…
Ormai era detto, e Anders divenne di gelo e rinunciò ai suoi sforzi.
- Se avessimo creduto in Dio, continuò Agathe, – avremmo capito il linguaggio delle montagne e dei fiori.
- Tu pensi a Meingast? – inquisì Anders.
- No, allo storico dell’arte Agathe sorrise stanca e dolorosa. Era sdraiata sul letto, Anders aveva spalancato la porta del balcone, il vento gettava raffiche di pioggia nella stanza. – È lo stesso, diss’egli brusco. – Pensa a chi vuoi.
Dobbiamo cercare un terzo. Che ci guardi,
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c’invidi o ci rimproveri – Si fermò davanti a lei e disse lentamente: – Fra due persone sole l’amore non è possibile! – Agathe si sollevò su un gomito ed era là riversa con gli occhi dilatati come se aspettasse la morte.
- Noi abbiamo seguito un impulso che è contrario all’ordine, – ripeté Anders. – Un amore può nascere per sfida, ma non può consistere in una sfida. Può sussistere solo se è inserito in una società. Non è un contenuto di vita. È invece una negazione, un’eccezione a tutti i contenuti di vita. Ma un’eccezione ha bisogno di una regola di cui è appunto l’eccezione. Di una pura negazione non si può vivere.
- Chiudi la finestra, – pregò Agathe. Si alzò e si rassettò il vestito. – Allora partiamo?
Anders alzò le spalle. – Tanto, è tutto finito.
- Ricordi a quale condizione siamo venuti
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qui?
Anders rispose vergognoso: Volevamo trovare la porta del paradiso.
- E ucciderci, – disse Agathe, – se non ne fossimo stati capaci.
Anders la guardò calmo. – Vuoi?
Forse Agathe avrebbe potuto rispondere di sì. Ma, non sapeva per quale ragione, le parve più sincero scuotere il capo e dire di no. Abbiamo perduto anche questa risoluzione, – ella constatò. Si alzò disperata. Parlò con le mani sulle tempie, ascoltando le proprie parole:
- Aspettavo… Ero già quasi troppo matura e ridicola… Perché, nonostante la mia vita, aspettavo ancora. Non lo potevo definire né descrivere. Era come una melodia senza suono, una immagine senza forma.
Sapevo che sarebbe venuto a me, un giorno,
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dall’esterno, e che sarebbe stato ciò che mi ama e col quale non mi sarebbe più accaduto nulla di male né in vita né in morte…
Anders, che si era voltato improvvisamente verso di lei, intervenne parodiandola con una malignità che torturava lui stesso: è una nostalgia, qualcosa che manca: la forma c’è, manca soltanto la materia. Poi arriva un impiegato di banca o un professore, e questo piccolo animale riempie pian piano il vuoto che era teso come un cielo al tramonto.
- Mia cara, nella vita ogni movimento viene dal male, dalla brutalità. Il bene si addormenta. È una goccia di profumo; ma ogni ora è quello stesso buco, quello stesso figlio della morte, che sbadiglia e che dev’essere riempito di ciotoli pesanti. Dicevi poco fa: se potessimo credere in Dio! Ma può servire anche una partita a
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scacchi, un solitario, un libro. Ormai l’uomo ha scoperto che può consolarsi anche così. Basta che sia qualcosa da potervi appoggiare un asse dopo l’altro per farti attraversare il vuoto dell’abisso.
- Ma dunque non ci amiamo più?! esclamò
Agathe.
- Non bisogna dimenticare, – rispose Anders, – fino a che punto tale sentimento dipenda da quel che lo circonda. Il suo contenuto lo riceve dal fatto che ci si figura una vita in comune, cioè una linea dritta in mezzo alla folla degli altri. Dipende anche dalla buona coscienza, perché tutti quanti si rallegrano di vedere come si amano quei due, o anche dalla coscienza cattiva…
- Che cosa abbiamo provato? Non possiamo ingannare noi stessi: io non ero pazzo quando
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volevo cercare il paradiso. Potevo determinarne la posizione, come si determina un pianeta invisibile da certi suoi effetti. E che cosa è successo? Si è disciolto in un’illusione ottico- psichica e in un meccanismo fisiologico a ripetizione. Come in tutti gli esseri umani!
- È vero, – disse Agathe, – siamo vissuti per moltissimo tempo di ciò che tu chiami il male: d’inquietudine, di piccole distrazioni di fame e di saziamento del corpo.
- Eppure, – replicò Anders come in una visione dolorosissima, – quando sarà dimenticato tu aspetterai di nuovo. Verranno giorni in cui al di là di molte porte qualcuno farà rullare il tamburo. Un rullo sordo e ostinato, che ricomincia sempre. Giorni che saranno come se aspettassi in un postribolo lo scricchiolio della scala: sarà un caporale o un
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impiegato di banca, che il destino ti manda per tenere in movimento la tua vita? E tuttavia sarai sempre mia sorella.
- Ma che cosa sarà di noi? – Agathe non vedeva nulla davanti a sé.
- Devi sposarti o prenderti un amante… È
quello che volevo dire prima.
- Dunque non siamo più un essere solo? – ella domandò tristemente.
- Anche l’essere unificato è doppio.
- Ma se io amo te? – esclamò Agathe.
- Dobbiamo vivere l’uno senza l’altro… L’uno per l’altro. Vuoi lo storico dell’arte? – Anders lo disse con la freddezza di un grande sforzo.
Agathe rifiutò con un’alzata di spalle. – Ti ringrazio, – disse Anders, e cercò di prendere e di accarezzare la mano floscia di lei. Nemmeno
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io mi sento ancora così… così convinto… Tacquero per un poco. Agathe aperse e
richiuse cassetti e incominciò a far le valige. La tempesta scuoteva le porte. Poi Agathe si voltò e chiese al fratello, tranquilla e diversa: – Ma ti puoi immaginare che arriviamo a casa domani o dopodomani, che troviamo le stanze così come le abbiamo lasciate, e cominciamo a far visite…?
Anders non capì con quanta resistenza Agathe si ribellava a quell’idea.
Neanche lui riusciva a immaginare tutto ciò.
Ma sentiva una qualche nuova tensione, anche se il compito era triste.
In quel momento non faceva abbastanza attenzione ad Agathe.