Carlo Molari – In Cammino Verso la Pasqua
CAPITOLO UNO: GESÙ E GLI APOSTOLI (GIOVEDÌ SANTO)
La decisione di compiere il cammino
La nostra riflessione verte sul cammino di Gesù. Un cammino che egli ha intrapreso con una decisione esplicita di fronte alla possibilità della sua condanna, anche se – questo è un punto da tenere ben presente – la morte non faceva parte del suo disegno, né può essere attribuito alla volontà di Dio. La sua morte invece è stata decisa dagli uomini che non hanno accolto il suo invito alla conversione per iniziare la nuova tappa del regno. Nel progetto di Gesù non c’era la morte, ma ad un certo momento egli si rese conto che il suo progetto veniva rifiutato proprio dai sommi sacerdoti che lui sollecitava alla conversione per la venuta del regno. Erano tanti i segni che preludevano la sua condanna: arrivavano da Gerusalemme in Galilea per interrogarlo su che cosa intendesse fare benché avessero già “deciso di farlo morire” secondo l’espressione di Marco (Me 3,4). Di fronte a questi segni Gesù ha riflettuto, ha pregato e alla fine ha deciso di salire a Gerusalemme per sollecitare i sacerdoti e i capi del popolo a convertirsi. La decisione di salire a Gerusalemme voleva mettere i capi del popolo di fronte alle loro responsabilità: «Gesù, mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Luca 9,51). Giunto a Gerusalemme compì un gesto simbolico di grande portata: la purificazione del tempio. Intendeva dire: “qui le cose non vanno bene, ci sono troppi interessi estranei in gioco”. Fu proprio quel gesto, forse, la ragione definitiva per cui i sommi sacerdoti e gli anziani decisero la sua morte.
La decisione di salire a Gerusalemme è la conclusione del cammino che aveva iniziato il giorno in cui Giovanni Battista era stato imprigionato. Giovanni era stato il maestro di Gesù, lo aveva seguito, aveva ricevuto il battesimo da lui. Come dice Marco all’inizio nel suo vangelo: «dopo che Giovanni fu arrestato Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo» (1,14). Questo è l’inizio del cammino di Gesù: egli chiede la conversione per l’inizio di una fase nuova del regno di Dio. Possiamo dire che il regno di Dio implica una modalità nuova dell’azione di Dio nella storia dell’uomo, ad essa corrisponde una attenzione a cogliere la sua presenza e a riconoscere la sua azione nella storia degli uomini. In sostanza Gesù diceva: una fase della storia della salvezza è compiuta e sta per iniziarne una nuova. Essa richiede una conversione, cioè della forza della vita in un modo più fedele e più ampio. E un passaggio storico importante, diceva Gesù, è necessario accogliere l’azione di Dio in modo più fedele, per una nuova fase della storia della salvezza. Quando scopre che questo cambiamento non viene realizzato, Gesù intensifica la sua preghiera e decide di salire a Gerusalemme.
La reazione degli apostoli
Come hanno accolto gli apostoli la decisione del maestro e compiuto il cammino? Gesù aveva ben chiara la prospettiva del suo cammino: era un cammino di fede che compiva sicuro che dovesse iniziare una fase nuova della storia e che fosse necessaria una conversione. Costituì allora un piccolo gruppo di apostoli, i dodici, come simbolo delle dodici tribù del popolo ebraico che avrebbero dovuto percorrere il cammino di conversione. Luca sottolinea inoltre la presenza dei settantadue discepoli, anche questo è un numero simbolico che corrisponde al numero dei popoli del bacino mediterraneo e del Medio Oriente, come vengono enumerati nel libro della Genesi dopo il diluvio. Come gli apostoli e i discepoli hanno percorso il cammino fino a Gerusalemme? Quale atteggiamento hanno sviluppato? Non possiamo descrivere molti elementi, però ci sono diversi segni di sfiducia e di stanchezza in coloro che seguivano Gesù che ci consentono di capire il loro atteggiamento. Il resto lo possiamo cogliere nella riflessione, nella meditazione, partendo dalla nostra esperienza: questo è uno dei metodi portanti per penetrare le pagine della scrittura, quello di intrecciare i dati storici con la riflessione sull’esperienza attuale. Tuttavia questo metodo è anche soggetto a critiche da parte di quanti sostengono la necessità di fondarsi sul metodo storico-critico: sono molti gli autori che si basano su questo metodo, basti citare lo spagnolo José Antonio Pagola (1), lo statunitense John P. Meier (2), gli italiani Giuseppe Barbaglio (3) e Rinaldo Fabris (4). La mia opinione è che con il metodo storico si giunga solo a un certo livello della vita di Gesù, mentre partendo dall’esperienza di fede si possono cogliere tante altre componenti, che dal punto di vista critico storico non possono essere affermate, ma che sono utili. Pur sapendo che c’è sempre un’approssimazione, non si può rinunciare a questo tipo di conoscenza, soprattutto per capire le esperienze della vita.
L’entusiasmo per la predicazione e i miracoli
All’inizio ci fu un grande entusiasmo intorno a Gesù, come più volte il vangelo sottolinea. La gente accorreva ad ascoltare Gesù e alcuni sceglievano di seguirlo. Non pensate che avessero deciso di seguirlo per tutta la vita. Quelle di Gesù erano, potremmo dire, delle “campagne di predicazione”. Alcuni lo seguirono con maggiore insistenza, tanto che a un certo punto ne scelse dodici come gruppo di fedeli che lo accompagnarono nel suo cammino. Gli apostoli semplicemente lo seguirono perché avevano la possibilità di farlo, non avendo per esempio un lavoro continuo. I primi furono due coppie di fratelli, Andrea e Pietro, Giacomo e Giovanni, soci di una stessa cooperativa di pesca. Gesù passando li chiamò e disse loro: «Venite, sarete pescatori di uomini». Matteo fu chiamato quando Gesù, passando per strada, lo vide e gli disse: «Oggi vengo a mangiare da te». All’epoca di Gesù infatti i profeti itineranti avevano il diritto di essere mantenuti dalla gente. Naturalmente dovevano essere persone che godevano di un certo benessere per poter accogliere in casa Gesù e i suoi discepoli. All’inizio dunque ci fu un notevole entusiasmo, comprensibile per due ragioni. La prima è che il clima culturale di quel tempo era caratterizzato da una profonda attesa di cambiamenti. C’era una diffusa decadenza nella vita sociale e religiosa, e si percepiva nell’aria l’imminenza di eventi decisivi. La decisione di Gesù che annuncia il Regno di Dio e compie miracoli come segni di una forma nuova di convivenza e di fraternità suscita entusiasmo. La seconda ragione era che Gesù aveva di fatto una particolare potenza di guarigione: ci sono persone che hanno la capacità di trasmettere vita, sia per l’amore che sanno sprigionare sia per la carica positiva che comunicano. Gesù aveva innegabili qualità di guaritore: trasmetteva energia, suscitava fiducia, in particolare negli emarginati, nei peccatori, nelle donne, nei poveri. Per queste ragioni inizialmente suscitò un notevole movimento di popolo e molti diventarono suoi discepoli.
Il rifiuto verso il progetto
Queste componenti tuttavia erano superficiali, non implicavano cioè una accettazione del progetto di fede di Gesù. Le persone, cioè, erano coinvolte in ordine a traguardi di vita diversi da quelli che Gesù proponeva: il benessere, il successo, la prospettiva di capovolgere la propria situazione sociale, di diventare più importanti nella società, di sedere alla sua destra o alla sua sinistra, come diranno Giovanni e Giacomo. A un certo momento l’entusiasmo iniziale cominciò ad affievolirsi perché Gesù non dava importanza alle ragioni che avevano determinato le scelte dei suoi seguaci, anzi considerava le loro motivazioni secondarie e insufficienti. Questo cambiamento avvenne quando Gesù iniziò a presentare il suo progetto di una fraternità fondata sul perdono ai nemici, quando la conversione richiesta esigeva componenti spirituali non corrispondenti agli ideali per cui la gente lo seguiva. Ci fu ben presto una delusione nei suoi confronti: «Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui» (Gv 6,66). All’entusiasmo iniziale che aveva avuto il suo apice con la moltiplicazione dei pani e con le molte guarigioni, seguirono la stanchezza e il rifiuto. Giovanni registra un interrogativo che certamente corrisponde a una domanda più volte posta da Gesù ai suoi: «Forse anche voi volete andarvene?». La risposta pronta di Pietro: « Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna, noi abbiamo creduto che tu sei il Santo di Dio» (Gv. 6,68 s.), esprime la fede messianica di Pietro nei confronti di Gesù.
Alcuni allora iniziarono a interpretare la missione di Gesù in questa prospettiva. Gli apostoli pian piano si convinsero che Gesù fosse il Messia atteso, colui che doveva venire, che tutti aspettavano, per iniziare la fase nuova della storia salvezza. Di per sé Gesù non si proclamava Messia, ma annunciava il Regno di Dio e chiedeva la conversione. L’evangelista Marco rileva: «Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: chi dice la gente che io sia?» (Me 8,27), ovvero: cosa si aspetta la gente da me? In Luca questo episodio viene collocato al termine di un momento di preghiera: «Mentre Gesù si trova in un luogo appartato a pregare e i discepoli erano con lui pose loro questa domanda: chi sono io secondo la gente?» (Le 9,1 8). Alcuni rispondono il profeta che doveva venire, altri dicono il Giovanni Battista risorto. «E vói cosa dice che io sia? Pietro rispose: Tu sei il Cristo, cioè l’Unto e impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno». Gesù con severità dice di non parlare di lui a nessuno, proprio perché le attese messianiche erano molto superficiali.
La consapevolezza della condanna
E molto evidente la diversità tra la prospettiva di Gesù e le attese della gente e degli apostoli. Questa differenza emerge subito quando Gesù comincia a intravvedere la possibilità della sua morte violenta e la determinazione di continuare il cammino. È un momento cruciale nell’esistenza di Gesù quando prende coscienza che per annunciare il Regno, deve salire a Gerusalemme anche a costo di affrontare il rifiuto e la condanna. Questa consapevolezza e la conseguente decisione da dove gli provenivano? Dalle letterature sapienziale e profetica che avevano parlato più volte del giusto, del servo di Dio che mette a disposizione la propria vita perché Dio possa realizzare il suo progetto. Va tenuta presente l’importanza che avevano le tradizioni bibliche per il popolo di Israele. Ispirandosi agli scritti sacri Gesù maturò questa convinzione: colui che si dedica al Regno di Dio deve proseguire il cammino fino alla fine, qualsiasi cosa accada, perché Dio porterà a compimento l’opera iniziata. In base ad essa Gesù decise di salire a Gerusalemme. Gli apostoli e i discepoli non erano d’accordo. Pietro prese in disparte Gesù per rimproverarlo, lo penso che lo abbia accusato di essere pessimista. Certamente deve aver detto qualche cosa che ha disturbato Gesù il quale: “voltatosi e guardando i discepoli, disse a Pietro: «Va dietro me satana. Perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini»” (Me. 8, ì 3). Appare chiaro che di fronte al progetto di Gesù e alla situazione, emerge un divario profondo. Gli apostoli hanno prospettive molto diverse da quelle di Gesù. Questo dato emergerà con chiarezza nei momenti successivi: uno di loro pensa di tradirlo, uno dei dodici, scelti appositamente dopo una notte di preghiera, di fronte a questa scelta di Gesù di proseguire il cammino, decide di consegnarlo. Giuda pensa che sia meglio finire questa avventura perché andando avanti le cose peggiorano invece di migliorare. Anche gli altri apostoli non erano molto convinti tanto che Pietro non ha difficoltà a dire: «io non lo conosco». Si trovava in una situazione imbarazzante e preferisce negare, ma questo significa che non c’era sintonia profonda, c’erano divergenze.
Noi possiamo meravigliarci, ma a riflettere bene questo avviene continuamente anche nella nostra vita: avviene nella chiesa, nella storia, perché i nostri progetti sono ispirati dal nostro interesse, dalle nostre prospettive. I criteri delle nostre scelte sono spesso diversi. Riflettete a partire dalla vostra esperienza personale ma anche dall’esperienza dell’ambiente in cui vivete, della fede che praticate, cercando di capire l’esperienza di Gesù e gli atteggiamenti che hanno vissuto gli apostoli e i discepoli alla sua sequela. Immaginate di essere voi accanto a Gesù, ai percorrere il cammino con lui: come avreste reagito a questi eventi?
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1.Pagola A. J., Gesù. Un approccio storico, Boria, Roma 2009
2.Meier J. R, Un ebreo marginale. Ripensare Gesù storico, 4 w. Queriniana, Brescia 2001-2007.
3.Barbaglio G., Gesù, Ebreo di Galilea. Indagine storica, EDB, Bologna 2004
4.Fabris R., Gesù il Nazareno. Indagine storica, Cittadella editrice, Assisi 2011
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CAPITOLO DUE: MARIA E LE DONNE (VENERDÌ SANTO)
La donna nella cultura del tempo
Prima di parlare di Maria e delle donne che hanno seguito Gesù, occorre richiamare alcuni dati circa la situazione della donna del tempo di Gesù. La situazione era così diversa da quella attuale che abbiamo difficoltà a capire, per esempio, come mai nei Vangeli si parli così poco delle donne alla sequela di Gesù e perché, quando si parla dei discepoli, se ne parli sempre al maschile. A quel tempo le donne non avevano alcuna considerazione a livello sociale né avevano l’obbligo di conoscere la legge; svolgevano una funzione unicamente all’interno della famiglia. Gli stessi vangeli sono tutti scritti da uomini, e si limitano a riferire la presenza di uomini per cui ad esempio nel racconto della moltiplicazione dei pani si legge che furono sfamati cinquemila “uomini”, senza calcolare le donne e i bambini che certamente erano presenti. Quando leggiamo che le folle accorrevano da Gesù, dobbiamo pensare che fossero composte da uomini, ma anche da donne e bambini. Nella cultura ebraica la donna era considerata a servizio dell’uomo, sotto il suo dominio. Già nel secondo racconto della creazione la donna viene tratta dalla costola dell’uomo per metterla al suo servizio. Prima viene creato l’uomo, poi le piante, gli animali e poi viene creata la donna perché sia un aiuto adeguato, simile a lui. Il destino della donna, in quella prospettiva culturale, era di essere un aiuto dell’uomo, proprietà prima del padre, che poteva persino venderla come schiava per coprire i debiti familiari, poi del marito. Non altrettanto accadeva con il figlio maschio, che garantiva la continuità della famiglia. Un altro compito fondamentale del padre e del marito era quello di proteggere la donna dalle aggressioni sessuali degli altri uomini. La donna doveva stare nascosta in casa, velata per essere protetta. La sessualità era vissuta dall’uomo in un modo istintivo, animalesco per certi versi, per cui era necessario garantire una protezione continua della donna.
Un altro dato da tenere presente è che nella cultura ebraica la donna era considerata molto spesso in stato di impurità, sia per le mestruazioni, sia in conseguenza al parto. Vi erano molte regole che sono rimaste anche nella tradizione cristiana fino a tempi relativamente recenti: si recitavano preghiere per le donne dopo il parto, invocando una specie di purificazione. Un ultimo elemento da tenere presente era il fatto che la funzione fondamentale della donna si svolgeva all’interno della famiglia. Il suo compito era preparare da mangiare, sistemare la casa, accudire ai figlio nei primi anni di vita quando erano sotto la sua tutela, fino a quando subentrava il padre con la funzione di padrone e di educatore. Al figlio doveva insegnare un mestiere e prepararlo alla vita; alla figlia doveva trovare uno sposo. La donna non aveva ruolo né rilevanza sociale. Questa condizione generale della donna ha inciso notevolmente anche nella cultura cristiana.
Nei confronti delle donne Gesù è stato trasgressivo e per certi versi scandaloso: veniva accusato di avere atteggiamenti che non corrispondenti alle tradizioni. In primo luogo egli aveva anche delle discepole, cosa che altri maestri non avevano, e le relazioni che intratteneva con le donne venivano giudicate inopportune e scandalose.
La famiglia di Gesù
Al tempo di Gesù la famiglia aveva una struttura allargata, comprendeva diverse generazioni e aveva un patriarca che aveva il potere di decisione su diversi nuclei familiari. Alcuni villaggi sorsero in conseguenza dell’allargamento di una famiglia; accadeva soprattutto in ambito agricolo che il centro di una proprietà fosse gestito da varie famiglie che appartenevano tutte allo stesso ceppo. Anche Gesù ha vissuto in un ambiente agricolo, ma la sua famiglia svolgeva un’attività artigianale; non sappiamo bene come fosse composta, nel vangelo si parla di quattro fratelli di Gesù e di una imprecisato numero di sorelle di cui non si sa il nome, perché il fatto era considerato secondario. San Girolamo, nel quinto secolo, interpreta il termine “fratello” secondo l’uso che aveva nell’ambito semita, in cui il termine designava anche i cugini e i parenti prossimi. Oggi gli esegeti osservano che i termini greci utilizzati sono chiaramente distinti. Per cui alcuni sostengono, soprattutto tra i protestanti, che Maria abbia avuto altri figli da Giuseppe dopo Gesù. Esegeti cattolici, per rispettare la tradizionale dottrina della verginità perpetua, pensano che Maria avesse sposato Giuseppe vedovo con figli da un matrimonio precedente, i quali, dopo la morte di Giuseppe, sono rimasti all’interno della stessa famiglia di Gesù. Quello che possiamo dire in ogni caso è che Gesù ha vissuto in una famiglia allargata. Va notato che quando Gesù prende l’iniziativa ai andare a predicare, la sua famiglia allargata è contraria alla sua decisione. Era un elemento di scandalo che un membro della famiglia partisse all’età di 34/35/36 anni per andare in strada ad annunciare il vangelo, chiedendo la conversione della gente. Quando Gesù fa questa scelta, la sua famiglia la considera un’onta. Questo spiega perché a un certo momento decisero di andare a Cafarnao per riportarlo a casa, come scrive l’evangelista Marco: «Allora i suoi, sentito questo uscirono per andare a prenderlo, poiché dicevano è fuori di sé» (Me 3,20-21 ). Pensavano che avesse perso la testa, che fosse diventato matto. Maria e i fratelli giunti a Cafarnao lo mandarono a chiamare: ci sono i tuoi che vogliono parlarti, ma Gesù continua la sua predicazione e conclude dicendo: «Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: “Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre”» (Me 3,33-35). Questo episodio mostra come nella prima fase della predicazione di Gesù, anche Maria e i familiari non fossero d’accordo sulla sua iniziativa. Questo può sembrare scandaloso, tanto che nel secolo scorso, quando prevaleva una lettura devota dei vangeli, alcuni mariolo-gi (come per esempio Roschini) interpretavano questo passo sostenendo che Maria fosse andata a Cafarnao per convincere Gesù a continuare il suo cammino. A quegli studiosi sembrava impossibile che Maria si fosse trovata contraria alle scelte compiute da Gesù poiché pensavano che Maria già sapesse tutto. In ogni caso va detto che alla fine della vita di Gesù, Maria e i parenti appartengono al gruppo che a Gerusalemme si raccoglie in preghiera; dunque Maria ha riconosciuto il significato della sua predicazione.
Le donne che seguono Gesù
Veniamo ora alle donne che hanno seguito Gesù come discepole. Questo fatto sconcerta i contemporanei di Gesù perché in quel tempo i maestri non avevano discepole. Le donne non studiavano la legge, non sapevano scrivere, raramente leggere. Tuttavia alcune discepole hanno accompagnato Gesù dalla Galilea fino a Gerusalemme. Non ci sono dubbi sul fatto, si tratta di vedere quale importanza abbiano avuto. L’evangelista Luca scrive: «In seguito egli se ne andava per le città e i villaggi predicando e annunciando la buona novella del Regno di Dio. Cerano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demòni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni» (Le 8,1-2). Inoltre sappiamo dell’amicizia di Gesù con Marta, Maria e Lazzaro: spesso Gesù, passando da Befania per andare a Gerusalemme, si fermava a casa loro. Gesù ha certamente incontrato altre donne, ha avuto rapporti con altre donne come guaritore, come ministro della misericordia nel perdono dei peccati, in situazioni anche pubblicamente rilevanti e che venivano considerate scandalose, soprattutto da parte dei farisei che seguivano le leggi di purità in modo molto rigoroso, leggi che Gesù invece non seguiva. Quelle regole per esempio non permettevano di prendere contatto con una peccatrice oppure con una donna che aveva perdite di sangue come l’emorroissa. Gesù invece la loda per il suo coraggio, la sua fede – «Figlia, la tua fede ti ha salvata, va in pace» (Le 8,48). Pensate all’episodio della peccatrice, la quale entra in casa di Simone, il fariseo che aveva offerto un pranzo a Gesù e a molti suoi amici. La donna si mette ai piedi di Gesù, li lava con le sue lacrime mentre Simone dice: «Se fosse un profeta saprebbe quale donna lo sta toccando». Simone è scandalizzato perché Gesù si lascia toccare da una donna che era una prostituta mentre Gesù la loda per quel gesto di amore e lo confronta con l’accoglienza ricevuta da Simone (Le 7, 36 ss).
Un altro esempio ancora è quello dell’adultera sorpresa in flagrante adulterio. Tra parentesi va detto che questo racconto, che è nel capitolo ottavo del vangelo di Giovanni, in realtà appartiene probabilmente a Luca, ma non è entrato nel suo vangelo perché troppo scandaloso. Gesù assolve una donna colta in adulterio, la quale secondo la legge mosaico doveva essere uccisa, con lapidazione o strangolamento, a seconda che fosse nella prima fase del matrimonio o in quella successiva. Gesù invece la assolve e le dice: «Va, non peccare più». Con questa espressione Gesù comunicava quella forza per cui la donna poteva rialzarsi e iniziare un cammino nuovo di vita. La remissione dei peccati non è una soluzione giuridica, non è far finta che nulla sia successo, non significa non riconosco il tuo male, bensì ti amo al punto che puoi ricominciare da capo. Questo è il senso della remissione dei peccati che Gesù ha affidato a tutti i suoi discepoli, donne e uomini, e che noi ripetiamo ogni giorno nella preghiera del Padre nostro: «Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori». Rimettere i peccati vuol dire perdonare, comunicare energia perché chi ha fatto il male possa uscirne fuori, possa ricominciare il proprio cammino. Gesù ha agito in questo modo con molte persone che lo hanno incontrato.
Gesù è stato innovatore
Certamente possiamo affermare che il cammino di fede di Gesù sia stato portato avanti anche dalle discepole. Tra le donne vicine a Gesù vi erano anche coloro che mettevano a disposizione i propri averi per costituire un piccolo fondo per la vita del gruppo di Gesù che andava in giro per sollecitare la conversione della gente. Infine sono state le donne le prime testimoni della resurrezione. Maria di Magdala è stata la prima testimone della risurrezione e la liturgia antica la ricordava come l’apostola degli apostoli perché aveva annunciato loro il Cristo risorto. Qualcuno si chiede perché Gesù non abbia scelto anche le donne come apostoli. Credo che in quella società non avrebbe avuto alcun significato una scelta di questo tipo, sarebbero state di fatto emarginate. Ma questo non è un argomento per dire che oggi le donne non possano svolgere attività all’interno della Chiesa, perché questa affermazione è un’incongruenza storica, priva di senso. Attualmente si pone il problema della posizione della donna nella Chiesa, come frutto di un lungo cammino della storia dell’umanità che deve portare a trasformazioni nel modo di pensare e di vivere.
Certamente Gesù è stato un innovatore, ha introdotto dei principi di capovolgimento della visione della società e delle sue strutture. Il comportamento di Gesù era molto chiaro: non è questione di uomo o donna, di schiavo o libero, tutti siamo chiamati a diventare figli. Il suo comportamento rappresenta uno stimolo profondo per il cambiamento culturale, che tuttavia richiede molto tempo per fermentare. Neppure gli apostoli hanno accettato subito la sua prospettiva, ma oggi la vediamo chiaramente come lievito di trasformazione della società. Questa è la grande forza del vangelo.
CAPITOLO TRE: IL POPOLO EBRAICO
La minoranza profetica del popolo ebraico
Abitualmente pensiamo che l’inizio dell’esperienza dei discepoli di Gesù rappresenti una rottura con il mondo ebraico. In realtà è un’esperienza che si sviluppa all’interno di un gruppo dello stesso popolo ebraico. Anche Gesù è morto come ebreo, ispirandosi a quei valori perenni dell’ebraismo che continuano ancora oggi e che egli aveva messo in risalto.
Tutti coloro che lo hanno seguito e che hanno accolto il suo messaggio erano ebrei. Fu un’esperienza compiuta da una minoranza all’interno della tradizione ebraica; e le minoranze, quando sono profetiche, esprimono la ricchezza fondamentale di una cultura e di un popolo. Questo vale anche oggi, sono le minoranze profetiche che mettono in luce gli aspetti più ricchi di una cultura e di una tradizione, religiosa o non religiosa. La chiesa non dovrebbe preoccuparsi di costituire la grande maggioranza dell’umanità: le maggioranze facilmente assecondano le esigenze del presente ma non preparano al futuro, non aprono alla novità. Il vangelo acquista un valore di indicazione di cammino proprio attraverso le minoranze.
Attorno a Gesù c’era un piccolo gruppo che lo seguiva, composto prevalentemente di persone emarginate, di cui molte erano donne. Questo gruppo ha costituito un primo nucleo. Luca scrive: «Se ne andava per le città e i villaggi, predicando e annunziando la buona novella del regno di Dio. C’erano con lui i dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Màgdala, dalla quale erano usciti sette demoni, Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode, Susanna e molte altre, che li assistevano con i loro beni» (Le 8). Tutti costoro lo hanno accompagnato a Gerusalemme. Cerano anche Maria con i fratelli e le sorelle di Gesù – anche se il vangelo nomina solo i fratelli, c’erano anche le sorelle -, che lo accompagnarono per la festa della Pasqua, dove le donne stavano in un cortile particolare vicino al tempio non potendo avvicinarsi alle parti più sacre.
La paura dopo la morte di Gesù
Quando Gesù fu condannato e ucciso, questo piccolo gruppo si raccolse nella sala alta della casa dove avevano celebrato la cena. Poiché lo avevano condannato come rivoltoso, era supponibile che avrebbero cercato i discepoli per incriminare anche loro. Sebbene i romani non avessero dato troppa importanza all’iniziativa di Gesù che era senza armi e senza violenza, gli undici se ne stavano chiusi nella sala alta per paura e anche le donne se ne stavano nascoste. Nel vangelo di Marco c’è un riferimento preciso a questa paura. Dai manoscritti appare con chiarezza che il vangelo di Marco finiva con la fuga delle donne dal sepolcro: «Ed entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto a destra, vestito di bianco e si spaventarono. Ma egli disse loro: “Non temete. Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso; è risorto, non è qui; ecco il luogo dove l’avevano deposto.
Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete come vi disse”. E quelle, uscite, fuggirono dal sepolcro, perché erano sconvolte dallo spavento, e dalla paura non dissero nulla a nessuno» (Me. 16, 8).
Dunque sembrava tutto finito. Provate a immaginare quel giorno: noi oggi lo chiamiamo il “giorno del silenzio” ma per i discepoli chiusi nella sala alta era il giorno della paura. Tutto era finito, ma non potevano uscire, non potevano tornare a casa in Galilea, perché il cammino da fare era lungo e temevano di essere presi. Quelli che poterono, come Tommaso e i discepoli di Emmaus, fuggirono mentre gli altri aspettavano che passasse la bufera, in modo da poter anch’essi tornare a casa. Questo era il clima di quella giornata. Noi oggi lo rievochiamo già sapendo che tutto è ricominciato, proprio da quel piccolo gruppo di discepoli paurosi, i quali hanno ripreso contatto con quanti in Galilea, ma anche in Giudea e in Samaria, erano stati affascinati dal vangelo di Gesù e dal suo insegnamento.
Condivisione fraterna e predicazione
Cominciarono così a riconoscere il valore dell’insegnamento di Gesù e della sua fine drammatica e violenta, con l’attesa del suo ritorno, secondo la promessa. Cominciarono ad aspettare che apparisse finalmente come Messia, per riprendere il suo cammino e iniziare la nuova tappa dell’alleanza. Per cui rimasero lì a Gerusalemme, cominciarono a pregare e vivere intensamente. Luca indica la durata di questo periodo in 50 giorni, fino alla Pentecoste. Ma è un tempo che rappresenta una delle tappe liturgiche. Luca descrive con chiarezza, negli Atti degli apostoli, lo stile di vita delle prime comunità: «Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo» (At 2,42-48). Vivevano così, non andavano in giro a predicare. Non avevano ancora questa preoccupazione. L’annuncio comincia quando avvengono alcuni fatti che sorprendono le persone comuni, come per esempio quando Pietro e Giovanni guariscono lo storpio. Quel giorno Pietro e Giovanni comunicarono forza di vita a uno storpio che saltando potè entrare nel tempio, mentre prima non poteva farlo poiché le persone handicappate erano considerate impure. Anche un ebreo, se era handicappato, doveva stava fuori dalla porta del tempio a chiedere l’elemosina. Quando lo storpio entrò nel tempio insieme agli apostoli, la gente che lo conosceva rimase meravigliata: «Tutto il popolo lo vide camminare e lodare Dio e riconoscevano che era quello che sedeva a chiedere lèlemosina alla porta bella del tempio ed erano meravigliati e stupiti per quello che gli era accaduto» (Atti, cap. 3, 9-10). L’annuncio è cominciato a seguito di fatti come questo, che Pietro spiegava alla gente dicendo che quei gesti, con cui comunicavano vita gli uni agli altri, erano frutto della fede in Gesù come Messia. Da questi eventi cominciò ad aumentare il numero di coloro che credevano nella salvezza e nel cammino di una nuova alleanza. Luca infatti scrive: «Intanto ogni giorno il Signore aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati» (At 2,48).
La conversione dei pagani
I primi 40 anni di cammino dei discepoli di Gesù sono avvenuti all’interno della struttura religiosa del popolo ebraico, fino all’anno 70, quando ci fu la distruzione del tempio. La distruzione del tempio, a seguito di una rivolta iniziata in Galilea e poi estesasi nelle altre regioni contro la raccolta delle tasse da parte dei romani, provocò la dispersione totale del popolo ebraico. I discepoli di Gesù continuarono a partecipare alla vita della sinagoga anche se il tempio non c’era più, fino a quando un gruppo di maestri rabbini si riunì nel nord della Palestina e decise di espellere coloro che riconoscevano Gesù come Messia. In questo modo provocarono la scissione. I discepoli di Gesù pian piano furono espulsi e iniziarono a vivere una loro vita autonoma. Nel frattempo diversi pagani del mondo greco e dell’Asia Minore, attraverso l’attività di Paolo, cominciarono a entrare nelle chiese cristiane. Pian piano il numero dei pagani diventò sempre maggiore e ilnumero degli ebrei diminuì fino a scomparire. Il gruppo dei discepoli di Gesù di Gerusalemme non vedeva bene la posizione di Paolo il quale sosteneva che la legge non fosse più necessaria. Nella prima riunione che i discepoli fecero a Gerusalemme verso l’anno 50, accettarono che i pagani che diventavano discepoli di Gesù non fossero sottomessi alla circoncisione, ma continuarono a ritenere che le leggi mosaiche andassero rispettate. Paolo predicava la liberazione della legge mosaico, ma tra i discepoli di Gesù, ancora in maggioranza ebrei, prevaleva una diversa interpretazione. Poco per volta però divennero maggioritari i pagani, fino a considerare insignificanti le comunità degli ebrei discepoli di Gesù.
L’inculturazione del cristianesimo
Questo fu un passaggio molto importante, nel quale si perse una (tradizione perché le comunità giudeo-cristiane avevano una propria teologia, un modo di interpretare la propria esperienza chè^&ra diversa da quello delle comunità greche e asiatico-orientali, le quali avevano accolto tanti elementi della tradizione culturale pagana. Per noi europei è difficile renderci conto di questo, ma chi è stato in America Latina ha potuto constatare quante componenti delle tradizioni pre-colombiane e africane, derivate dagli schiavi neri deportati in America, siano state accolte nell’esperienza delle comunità cristiane. Coloro che entravano nella comunità cristiana non erano una “tabula rasa”, bensì accoglievano il vangelo inserendolo nella loro prospettiva. La conversione, metanoia in greco, vuol dire cambiare prospettiva, cambiare mentalità. Ma questo cambiamento non poteva essere radicale perché ognuno inseriva le nuove dottrine e le nuove esperienze all’interno del proprio mondo culturale. Quando agli schiavi, che venivano portati dall’Africa nelle Americhe, fu imposto di diventare cristiani, sotto minaccia di venire buttati in mare, questi accettarono di essere cristiani ma continuarono le loro tradizioni religiose con i simboli cristiani.
Anche i pagani che entrarono nelle prime comunità cristiane introdussero alcune componenti delle loro tradizioni. Con Costantino, nel IV secolo, il cristianesimo fu riconosciuto dal punto di vista sociale, politico e militare, e successivamente Teodosio dichiarò illecite tutte le religioni pagane e impose l’obbligo di entrare nelle comunità cristiane. L’adesione alla religione cristiana divenne un obbligo, una scelta forzata e non una convinzione profonda, per cui molte tradizioni precedenti entrarono nella pratica cristiana. Molti simboli della liturgia cristiana, per esempio gli abiti pastorali, provengono dalla simbologia dell’impero romano. Anche molte delle categorie utilizzate nella teologia derivano dagli influssi culturali del mondo greco e romano. La concezione dualistica corpo-anima, per esempio, è di derivazione greca. Dicendo questo, mi preme sottolineare il dato che l’avventura di Gesù sia terminata all’interno della tradizione ebraica e sia ricominciata ancora all’interno del mondo ebraico, dopo il passaggio della risurrezione che diede avvio alla fase nuova dell’alleanza. Nel corso dei secoli successivi c’è poi stata la divisione con tutti quei fenomeni che conosciamo, giunti all’epilogo drammatico della Shoah, che ha reso i cristiani incapaci di riconoscere la loro origine. Oggi è in atto una riscoperta, sono risorte alcune comunità giudeo-cristiane che hanno ripreso la tradizione delle prime comunità dei discepoli di Gesù, secondo lo stile precedente l’ingresso dei pagani. Alcune di esse sono collegate alla chiesa cattolica. Con Giovanni Paolo II la Chiesa ha finalmente realizzato il cambiamento, affermando la consapevolezza della radice comune e della fedeltà degli ebrei all’alleanza cui attribuiscono un significato che ha valore anche per noi. Giovanni Paolo II li ha chiamati “fratelli maggiori”, perché viviamo un’avventura comune che ci può condurre a scoprire un compito che possiamo svolgere insieme all’interno dei processi di unificazione che l’umanità sta vivendo.
CAPITOLO QUATTRO: VIVERE LA FEDE OGGI
Credere nella possibilità del bene
Credere in Dio significa ritenere che nella nostra vita e nella nostra storia esiste una forza che contiene ricchezze non ancora espresse e non ancora accolte, perché il tempo finora vissuto dall’umanità non è stato sufficiente e perché gli uomini vi hanno oppa sto delle resistenze. Siccome è proprio questo l’oggetto della nostra fede, è importante riflettere sulle condizioni e sul significato di questa accoglienza.
La differenza tra chi crede in Dio e vive la fede in Dio e chi non crede e non vive fede in Dio, sta nel fatto che i primi ritengono che il bene, la verità, la vita già esistano in una forma totale ed è proprio la fiducia in questa presenza a rendere possibile lo sviluppo delle forme limitate e imperfette in cui si esprime la vita in forme progressivamente più vicine al loro compimento, di cui peraltro ancora non si sa nulla. Chi non crede e non vive la fede in Dio, ritiene invece che tutto ciò che esiste sia la totalità delle creature, della storia, dell’universo. Per coloro che credono e vivono la fede in Dio, la possibilità di uno sviluppo, di una perfezione ulteriore, sta nel fatto che la perfezione esista già e che essa possa progressivamente esprimersi attraverso le creature. Infatti le creature sono tempo, e possono cogliere la perfezione solo a piccoli frammenti.
Qual è la distinzione tra credenza e fede? La credenza riguarda la conoscenza delle cose: chi crede in Dio ritiene che il bene esista giàdall’inizio, che ci sia una verità grande che non conosciamo ancora, che ci sia una vita piena a cui noi partecipiamo solo in modo frammentario e limitato. Avere fede vuol dire invece dare fiducia a questa realtà grande per accoglierla e farla fiorire in noi.
La desacralizzazione degli eventi
Sono tre le tappe fondamentali del cammino compiuto dall’umanità, in cui anche noi siamo inseriti. La prima tappa è la desacralizzazione, ovvero il processo attraverso il quale si sono cominciate a cercare le cause interne dei processi della creazione e degli eventi della storia che non sono stati più attribuiti ad esseri trascendenti. Il processo di desacralizzazione è iniziato nell’ambiente culturale occidentale 500 anni prima di Cristo; in altri ambienti era iniziato ancora prima. Fu l’inizio della scienza e si espresse nella contrapposizione sacro/profano. Prima dell’interpretazione scientifica, per un lunghissimo tempo della storia umana, gli eventi sia naturali che storici venivano attribuiti a cause trascendenti: per esempio la pioggia, il tuono ecc., ma anche eventi come la guerra o la dispersione dei popoli venivano attribuiti a esseri celesti: per esempio il libro della Genesi descrive Babele, cioè la scoperta della difficoltà di capirsi, come l’azione con cui Dio confuse le lingue degli uomini. Si tratta chiaramente un racconto mitico che richiama una tradizione di esperienze compiute da diversi popoli; oggi sappiamo che Dio non è intervenuto aggiungendo qualcosa a quanto gli uomini avessero scoperto e raccontato così come era emerso dalla loro esperienza.
Tuttavia esistono ancora nell’orizzonte contemporaneo delle interpretazioni sacrali degli eventi della creazione. Un esempio che ha suscitato molte polemiche è stato l’intervento a Radio Maria del vicepresidente del C.N.R. De Mattei a proposito dello tsunami in Giappone, che lo definì come punizione ai Dio per il peccato degli uomini. Radio Maria aveva usato lo stesso modello a proposito del terremoto di Haiti. Sono passati 2500 anni da quando è iniziata la ricerca delle cause interne agli eventi naturali e storici, ma ancora sopravvivono in alcuni ambienti queste interpretazioni che sono insensate e, a mio avviso, anche blasfeme: assurde perché non riconoscono le dinamiche interne ai processi della creazione, blasfeme perché attribuiscono eventi catastrofici a esseri trascendenti. Si tratta ai interpretazioni residue, dovute alla lentezza dei processi culturali e alle resistenze profonde che si intrecciano con i cambiamenti.
Complessivamente il processo di desacralizzazione è giunto ormai alla fine. Anche di fronte ai fenomeni di cui ancora non si conosce la causa, nessuna persona coerente li può attribuire ad esseri trascendenti perché tutto ciò che accade nella creazione e nella storia ha una propria causa intema. Come al tempo di Gesù l’epilessia o altre malattie erano attribuite ai demoni, e poi se ne sono scoperte le cause, anche oggi ci sono alcuni fenomeni di possessione diabolica di cui ancora non si conoscono le cause e i processi, lo sono convinto che man mano che procedono le scoperte sul cervello, le neuroscienze arriveranno a scoprire le cause di tutti questi meccanismi.
Nell’interpretazione di chi crede in Dio tutto ciò che accade è sostenuto e alimentato da una forza più grande, ma tutto avviene sempre attraverso dinamiche che hanno unaloro struttura interna. Andando avanti l’umanità potrà spiegare tutti i fenomeni della creazione e della storia.
La secolarizzazione della società
La seconda tappa del cammino dell’umanità è la secolarizzazione: quel fenomeno per cui le strutture religiose che davano una interpretazione sacra della realtà, hanno perso efficacia, potere, dominio sulle dinamiche della storia. Mentre la desacralizzazione ha riguardato prevalentemente i fenomeni del cosmo e della natura, la secolarizzazione riguarda prevalentemente lo sviluppo e le dinamiche della vita sociale degli uomini e si esprime nella contrapposizione religioso/ secolare. Questo processo è più tardivo rispetto alla desacralizzazione; le strutture religiose, infatti, hanno mantenuto una predominanza e un influsso nella vita sociale per lungo tempo anche nel mondo pagano. Pensate per esempio al mondo romano, dove l’imperatore si faceva riconoscere come Dio e pretendeva di avere un dominio sugli altri in quanto divino. Anche i re e gli imperatori nei secoli successivi venivano considerati rappresentanti di Dio, investiti da Lui di un potere sovrano.
Sono molte le espressioni che indicano come la struttura religiosa pretendesse di dirigere la vita sociale in nome di esseri trascendenti. In questo modo le strutture religiose hanno esercitato un influsso notevole per lungo tempo, regolando la vita totale dell’umanità. Per esempio, nel mondo ebraico, le feste religiose regolavano tutta la vita sociale del popolo: la pasqua era una festa pastorizia che celebrava i primi nati dei greggi, dei cammelli, delle pecore; la pentecoste era una festa agricola. Molte feste storiche che segnavano eventi storici vissuti si innestavano su una festa di carattere religioso: per esempio l’alleanza veniva festeggiata con la pentecoste; l’esodo dall’Egitto veniva celebrato con la pasqua. Tutte queste connessioni davano un’impronta religiosa alla storia.
il processo che ha sciolto la connessione tra strutture religiose e vita sociale è appunto il processo di secolarizzazione. Anche questo processo è giunto a compimento almeno dal punto di vista ideale e teorico. In realtà ci sono molti residui di questa connessione anche in Italia, per il rapporto profondo fra la religione cattolica e lo Stato italiano. Ci sono ragioni storiche molto chiare che spiegano questa connessione, dal momento che la religione cattolica è stata il legame tra i diversi gruppi italiani che dal punto di vista sociale erano molto divisi. Il filo unitario, oltre alla lingua, è stato proprio la struttura religiosa. Questo è un dato di fatto innegabile, che spiega questa connessione ma non la giustifica. Una volta acquisito che la religione non ha la funzione di organizzare la vita sociale, poiché ci sono leggi interne alle dinamiche sociali, il nuovo principio è acquisito. Le leggi che regolano la vita sociale non discendono da un potere trascendente affidato a qualcuno che esercita un potere sugli altri; queste leggi sono il risultato di un accordo, di una mediazione, per cui insieme si decide l’organizzazione e la guida della società. Oggi tutti sanno che spetta agli uomini stabilire quale sia il modo migliore per vivere insieme regolando gli interessi comuni e risolvendo i conflitti che possono sorgere.
La laicizzazione del mondo attuale
Il terzo processo, che oggi ha acquistato una notevole rilevanza, è la laicizzazione. E il fenomeno per cui le persone deputate al sacro, che rivendicavano un certo diritto sulla vita e sulle scelte degli uomini, vengono invece considerate alla stregua di tutti gli altri. La chiesa cristiana è iniziata come movimento di base composto da persone semplici che vivendo insieme attribuivano a qualcuno il compito di svolgere una determinata funzione o ministero. Il processo di laicizzazione è la perdita del potere da parte del clero nei confronti dei laici, cioè di chi non aveva potere in ordine alle cose sacre e si esprime nella contrapposizione clericale/laicale.
Oggi il temine laico ha acquisito un significato corrente per indicare il non credente o il non praticante, secondo le diverse sfumature. Nella chiesa il laico è invece il credente e praticante che assume la missione ecclesiale nell’ambito profano: siccome oggi la missione della chiesa si svolge prevalentemente in ambito profano, a seguito del processo di secolarizzazione che ha svincolato la vita sociale dalle strutture religiose, il laico che giunto a maturità assume di svolgere la missione ecclesiale nell’ambito della politica, del sindacato, dello sport, della famiglia, cioè dove la vita sociale si svolge, è in grado di rivestire un ruolo rilevante.
Noi oggi siamo inseriti in questo processo. C’è ancora chi vive in atteggiamento di rifiuto: per esempio i fondamentalisti e le loro pubblicazioni lo considerano un processo diabolico a cui di deve opporre resistenza. Si tratta invece di un processo di acquisizione della realtà, che corrisponde alla conoscenza profonda delle dinamiche della vita, a livello storico, cosmico, sociale. L’acquisizione fondamentale è riconoscere l’autenticità di questi processi e favorirli cioè viverli positivamente. Questo non vuol dire che i processi che stiamo vivendo abbiano tutte componenti positive, perché a volte vengono vissuti in modo non autentico, ma quel che interessa sottolineare è che essi corrispondono a dinamiche autentiche dei processi vitali. Per dirla in termini religiosi essi corrispondono alla volontà di Dio per cui occorre vivere i fenomeni storici come necessari per giungere all’autenticità umana.
La responsabilità del cammino verso la Pasqua
Questi processi ci coinvolgono direttamente come attori. E importante allora l’atteggiamento che assumiamo nel vivere le esperienze quotidiane della sofferenza, della gioia, dell’incontro con gli amici, dell’esperienza dei nemici, dell’avversione che incontriamo. E importante che ci rendiamo conto degli atteggiamenti con cui viviamo queste esperienze, perché ci consentono di assecondare le dinamiche che favoriscono il processo. Dobbiamo interrogarci con quali atteggiamenti viviamo tutte le esperienze che costituiscono la nostra vita. Se ci capita una malattia chiediamo a Dio perché sia capitata a noi? Se muore una persona cara ci chiediamo perché Dio lo abbia permesso o voluto? Questo modo di vivere gli eventi ci impedisce di vivere bene perché non cogliamo la condizione reale in cui di fatto ci troviamo. Se attribuiamo a Dio gli eventi negativi, li viviamo male perché non riusciamo a capire che Dio è dalla nostra parte. Come una madre che accompagna il cammino del bambino e quando questi cade non può annullare il dolore che si è procurato. Il cammino verso la pasqua, il cammino verso il nostro compimento, implica anche incomprensioni, insufficienze, resistenze, rifiuti come anche Gesù ha sperimentato. Perché non possono essere evitati? Perché noi come creature non possiamo essere perfetti sin dall’inizio, iniziamo dal nulla, dal vuoto e non possiamo accogliere tutto il dono della vita in un istante. Non possiamo essere compiuti essendo in processo: abbiamo cominciato il cammino in modo imperfetto e siamo ancora incompiuti. Se accettiamo questa condizione possiamo vivere la fede in Dio. Se Dio è, se una forza grande può esprimersi in modo nuovo, tutto è affidato alla nostra accoglienza e fedeltà. Noi possiamo accogliere la forza che ci è donata, l’energia che ci alimenta, ma possiamo anche respingerla.
Il cammino verso la Pasqua è un cammino di responsabilità piena non perché Dio voglia qualche cosa da noi, ma perché ci offre doni di vita che noi possiamo accogliere o rifiutare. Ci avvolge con una forza, che possiamo trascurare, perché occupati in altre cose, distratti dalle illusioni della ricchezza, del potere, del piacere.
Il cammino verso la Pasqua è un cammino di piena responsabilità perché noi diventiamo attraverso ogni piccolo gesto che compiamo. Il nostro divenire richiede un abbandono fiducioso, un’accoglienza aperta della forza della vita, un esercizio continuo di speranza. Anche Gesù ha vissuto questi atteggiamenti nei confronti del Padre e li ha espressi con chiarezza nelle sue preghiere. L’unione con Dio rendeva possibile il suo cammino di fedeltà.
Noi siamo alla sua sequela, percorriamo la strada che Lui ha tracciato. Il nostro cammino suppone la consapevolezza della responsabilità che investe ogni nostra scelta e l’esercizio di quella fiducia totale che fa fiorire in noi le qualità spirituali oggi necessarie ma ancora embrionali, “lo so che il mio cammino è sostenuto e alimentato da un amore grande, da una forza che non posso accogliere completamente in poco tempo ma solo passo dopo passo, lungo tutto il tragitto verso il compimento, per cui mi affido, apro il mio cuore, senza riserve, lo non so, ma Tu sai, io non posso ma Tu puoi alimentare il mio sviluppo, posso diventare capace di attraversare ogni situazione e viverla in modo positivo, lo debbo diventare vivo, non c’è nessuno che mi può sostituire in questo compito; divento attraverso ogni gesto che compio, ogni pensiero che sviluppo, ogni rapporto che intrattengo, per cui sono consapevole della grande responsabilità che ho di fronte a Te e di fronte al mondo”.