Robert Musil
L’uomo senza qualità
[Der Mann ohne Eigenschaften (1930-1933-1043)]
Traduzione di Anita Rho
Introduzione di Cesare Cases
Giulio Einaudi Editore, Torino – 1957
*Bozza della libera trascrizione della traduzione dell’opera*
48. Ama il tuo prossimo come te stesso (paragrafo estratto)
Di molte cose si potrebbe dire che avevano forse determinato le parole di Ulrich od erano state chiaramente o fugacemente collegate con i suoi pensieri.
Non era passato molto tempo, ad esempio, dacché egli aveva parlato ad Agathe, e perfino ad altri, in quel disgraziato ricevimento da Diotima, del grande disordine di sentimenti al quale dobbiamo la storia propriamente detta come pure i minori sconvolgimenti di opinioni e i brutti episodi come quello accaduto proprio allora.
Ma adesso, non appena diceva qualcosa che poteva avere un significato generale, aveva la sensazione che quelle parole gli uscissero di (3702) bocca con qualche giorno di ritardo.
Gli mancava il desiderio di occuparsi di fatti che non lo riguardavano direttamente, oppure questo desiderio durava molto poco; poiché la sua anima era prontissima a darsi con tutti i suoi sensi al mondo, qualunque esso fosse.
Il suo giudizio in tal caso non contava, si può dire, affatto, anzi non significava quasi niente che qualcosa gli piacesse oppure no.
Perché tutto, insomma, lo commoveva più che egli non potesse capire.
Ulrich era abituato ad occuparsi degli altri, ma sempre così come comportano sentimenti e opinioni che devono valere in generale, e adesso succedeva in piccolo, singolarmente, attenendosi senza fondamento ad ogni particolare; ed era quasi uno stato per il quale egli aveva ispirato persino ad Agathe il dubbio che si trattasse (3703) piuttosto del desiderio di compartecipazione di una natura che in verità non partecipava a niente, che di una vera partecipazione.
Era accaduto quando, per una non trascurabile divergenza di opinioni sull’importanza della persona a lui poco nota del professor Lindner, egli aveva enunciato l’offensiva opinione che a nessuno e a nessuna cosa si partecipa così come si dovrebbe.
E in verità, quando lo stato in cui si trovava ora era durato un po’ e aveva raggiunto il colmo della misura, gli diventava sgradevole o appariva ridicolo, e allora in modo ugualmente assurdo era pronto tanto alla dedizione quanto a revocare questa dedizione.
Ma questa volta Agathe, a modo suo, non aveva sentimenti molto diversi.
La sua coscienza era oppressa quando le mancava lo slancio; perché aveva preso uno slancio troppo (3704) potente e si sentiva esposta ai giudizi come una donna sull’altalena.
In quei momenti temeva la vendetta del mondo per l’arbitrio con cui trattava gli uomini che parlavano seriamente della realtà, come il provocato consorte e colui che ne coltivava la memoria e che tanto si preoccupava per l’anima di lei.
Tra le mille attraenti attività di cui è piena giorno e notte la vita, non si sarebbe trovata una sola occupazione alla quale Agathe avrebbe potuto attendere con tutto il cuore; e ciò che ella stessa ardiva intraprendere poteva sicuramente contare su critiche, disistima o addirittura disprezzo da parte degli altri.
Eppure ella trovava una pace singolare proprio in questo.
Forse si può dire, mutando un noto proverbio, che una cattiva coscienza è quasi un miglior guanciale per la sua coscienza buona, purché (3705) sia cattiva abbastanza!
L’incessante attività secondaria dello spirito, quando è intesa a ricavare come conclusione da tutte le ingiustizie in cui esso è coinvolto una buona coscienza personale, allora si arresta e lascia nell’animo un senso di sconfinata indipendenza.
Delicata solitudine, orgoglio immenso, versavano talvolta il loro splendore su queste trasvolate. Accanto alle sensazioni proprie, il mondo appariva in tali momenti goffo e gonfio come un pallone frenato, fra voli di rondini, o ridotto ad uno sfondo piccolo come un bosco all’orlo dell’orizzonte.
I trasgrediti doveri civili sgomentavano appena, come un rumore lontano che avanza; erano irrilevanti, se non irreali.
Un ordine immane che in fine non era che una immane assurdità, ecco cos’era allora (3706) il mondo.
Eppure proprio per questo, ogni particolare che Agathe incontrava aveva la tensione, il carattere funambolesco dell’“una volta e mai più”, l’eccitazione della propria scoperta personale che è di natura magica e non ammette ripetizioni; e quando voleva parlarne era consapevole che nessuna parola si può dire due volte senza cambiar il significato.
Tutto questo insieme conferiva all’irresponsabilità di quel vagare in mezzo agli uomini una responsabilità difficile a capirsi.
In quel periodo dunque il comportamento di Agathe e Ulrich era una manifestazione non del tutto ineccepibile di interesse per il prossimo fatta di consenso e di dissenso coesistenti l’uno accanto all’altro in uno stato di commozione fluttuante come un arcobaleno, invece di mescolarsi stabilmente come s’addice allo stato (3707) di quotidianità sicuro di se stesso.
Così accadde che il dialogo, un giorno prendesse una direzione che definiva il loro comportamento reciproco col mondo, pur non portandoli certo più oltre di quel che già sapevano.
Ulrich domandò:
- Che cosa vuol dire in fondo il precetto “Ama il prossimo tuo come te stesso?”
Agathe lo guardò con la coda dell’occhio.
- Evidentemente:
ama anche il più lontano e distante!
- proseguì Ulrich.
- Ma che cosa significa:
come te stesso?
In che modo uno ama se stesso?
Nel mio caso la risposta sarebbe: niente affatto!
In moltissimi altri: più d’ogni altra cosa!
Ciecamente! Senza domande e senza freno!
- Tu sei troppo aggressivo:
chi lo è con se (3708) stesso lo è anche con gli altri, – rispose Agathe scuotendo la testa.
- E se non basti a te stesso, come dovrei bastarti io?
- Lo disse in un tono che stava fra il dolore sopportato serenamente e la cortesia discorsiva.
Ma Ulrich non le badò e restò sulle generali, guardando fisso nel vuoto.
- Forse farei meglio a dire:
di solito ognuno ama se stesso più di tutto, e si conosce meno di tutto.
Allora “ama il prossimo tuo come te stesso” significherebbe:
amalo senza conoscerlo e in qualunque caso.
E, cosa strana (se lo scherzo è permesso), anche nell’amore del prossimo come in ogni altro amore ci sarebbe il peccato originale:
mangiare il frutto dell’albero della conoscenza!
Agathe alzò lentamente gli occhi.
- Mi piacque quando mi dicesti una volta che io ero il tuo amore per te stesso, che avevi (3709) perduto e ritrovato.
Ma adesso dici che non ami te stesso e che ami me, secondo la logica e l’esempio, solo perché non mi conosci!
Non deve dunque offendermi se io sia il tuo amore per te stesso?
- Il dolore nella voce aveva ceduto ora interamente il posto alla gaiezza.
Anche Ulrich si mise a scherzare.
Chiese se sarebbe stato meglio che la amasse benché la conoscesse.
Perché anche questo rientra nella definizione dell’amore del prossimo; descrive l’impiccio in cui mette la maggior parte della gente.
Si amano l’un l’altro ma non si piacciono.
- Si dispiacciono a vicenda, o sanno che dopo più lunga conoscenza si dispiaceranno; e si danno troppa spinta in senso contrario!
- egli affermò.
L’allegria di quelle battute era fittizia. (3710)
Tuttavia anch’esse servirono a esplorare i confini di un pensiero e di un sentimento la cui annunciazione – qualunque cosa fosse accaduta o non accaduta in seguito – era già incominciata allora, quando Ulrich, al capezzale della sorella affaticata dal viaggio e dall’arrivo, aveva detto per la prima volta:
tu sei l’amore per me stesso, che avevo perduto; in quel discorso, aveva confessato di aver perduto l’amore per il suo io e per il mondo, ed alla fine si erano dichiarati “fratelli siamesi”.
A quella indagine fu poi utile tutto ciò che era osservazione della vita comune e media, benché essi fossero rimasti feriti or ora essi stessi dalla superficiale giocondità che ci avevano messo.
Con trapasso improvviso ad un tono più arcigno, Ulrich ammonì: – Avremmo dovuto dire semplicemente che “ama il prossimo tuo come (3711) te stesso” non è altro che l’utile norma:
“non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”
Come prima, Agathe scosse il capo, ma il suo sguardo si riscaldò.
- È un precetto pieno di generoso ardore e di nobile serenità, – ella esclamò in tono di rimprovero. – Le sue esemplificazioni sono “Ama i tuoi nemici! Ricambia il male col bene! Ama senza chieder nulla!”
- A un tratto s’arrestò e guardò il fratello sconcertata.
- Ma che cosa si ama in un uomo se non lo si conosce? domandò candidamente.
Ulrich non rispose subito.
- Hai mai notato quanto mette a disagio, in fondo, incontrare una persona che ci piace ed è così bella che le si vorrebbe dire qualcosa d’appropriato?
- Agathe accennò di sì.
- Dunque il nostro sentimento, – ella ammise, – non dipende dall’uomo reale e dal mondo reale? (3712)
- Bisognerebbe quindi rispondere alla domanda:
A che parte è rivolto il nostro sentimento, o a quale trasformazione e trasfigurazione del mondo reale e dell’uomo reale?
integrò Ulrich piano.
Questa volta fu Agathe che non diede subito una risposta; ma il suo sguardo era eccitato e fantasticante.
Alla fine rispose timida con una controproposta. – Forse dietro quella comune apparirà allora la grande verità?
Ulrich crollò la testa con l’aria di volersi schermire, ma l’esitante interrogazione di Agathe aveva a suo favore una cristallina evidenza.
La gioia e l’aria di quelle giornate erano così tenere e serene da far sorgere l’impressione involontaria che gli uomini e il mondo avrebbero dovuto mostrarvisi più reali del reale.
Un piccolo fremito immateriale (3713) avventuroso era in quella trasparenza, come nella fluida limpidità di un ruscello che lascia arrivare lo sguardo fino al fondo, ma quando esso giunge ondeggiante fin là gli rivela i sassi, colorati e misteriosi, come una pelle di pesce sotto la cui levigatezza quello ch’esso aveva creduto di scoprire è più che mai inaccessibile.
Bastava che Agathe allentasse un poco lo sguardo per sentire, immersa nel sole, che era capitata in un reame soprannaturale; per un attimo allora le era facilissimo credere di aver sfiorato una più alta realtà e verità o almeno di esser giunta ad un punto dell’esistenza dove una porticina segreta conduce dal giardino terreno all’ultraterreno.
Ma se ridava allo sguardo la solita tensione e lasciava affluire vigorosamente la vita, vedeva ciò che era lì per davvero:
una bandierina, ad esempio, che (3714) sventolava allegra ma senza significato recondito nella mano di un bimbo; un furgone della polizia, con la vernice nero verdastra che luccicava al sole; un uomo con un berretto colorato che spazzava via di tra i veicoli lo sterco dei cavalli, e infine un drappello di soldati coi fucili in spalla, le canne rivolte verso il cielo.
E tutto era inondato di un qualche cosa ch’era affine all’onore; inoltre tutti gli uomini sembravano più disposti del solito ad aprirsi a questo sentimento; ma credere che fosse realmente incominciato il regno dell’amore, disse infine Ulrich, sarebbe stato purtuttavia difficile come immaginare che in quel momento nessun cane potesse mordere e nessun uomo commettere cattive azioni.
Sembra forse strano che vi siano tanti tentativi di spiegazione; e che alcuni di essi (3715) davanti a quella disposizione nuziale dell’uomo considerino che in quegli istanti di raccoglimento e d’amore dietro l’individuo ordinario, terrestre, buono-cattivo ma che tuttavia è lì di sicuro, deve spuntarne un altro autentico e lontano.
I fratelli esaminarono ad uno ad uno quei tentativi pieni di buone intenzioni, e nessuno li persuase.
Non la saggezza domenicale secondo la quale la natura nei suoi giorni di festa fa saltar fuori tutto il buono e il bello che sta nascosto nelle creature.
Non l’opinione, piuttosto psicologica, che l’uomo pur in quella tenera trasparenza non si riveli un altro, ma mostri amabilmente come vorrebbe esser visto:
trasudando fuori come miele il suo egoismo e l’indulgenza verso se stesso.
E neppure l’altra variante, che gli uomini manifestano la loro buona volontà, la (3716) quale non gli impedisce mai di far del male, ma in quei giorni emerge dalla cattiva volontà, che per lo più li signoreggia, incolume come Giona dalla pancia della balena.
E certo non credevano nemmeno alla spiegazione più breve e più inebriante, ancora una volta timidamente accennata da Agathe:
che si trattava forse del retaggio immortale tralucente a volte dal mortale.
Il tratto comune di quelle solenni interpretazioni era che tutte cercavano la salvezza dell’uomo in una condizione che fra le solite condizioni insostanziali non arriva ad imporsi; e come i suoi presagi sono chiaramente rivolti verso l’alto, così occorre pure far cenno di un secondo, non meno ricco gruppo di autoillusioni, che altrettanto chiaramente si dirigono verso il basso.
Sono tutte le famose confessioni e proclamazioni, più (3717) d’una volta entrate addirittura nella Storia, secondo le quali l’uomo avrebbe perduto per orgoglio intellettuale e per altri malanni della civiltà l’innocenza di una vita naturale, la sua naturale innocenza.
C’erano dunque due “uomini veri” che nella stessa occasione puntualmente si offrivano ai sentimenti; ma – in quanto l’uno doveva essere un superuomo celeste, l’altro una creatura imperturbabile – si trovavano ai due lati opposti dell’uomo reale, e Ulrich disse asciutto:
- Il tratto comune è soltanto che l’uomo reale anche nei momenti di esaltazione non si crede vero: sarebbe più o meno qualcosa per cui egli si vede incantevolmente irreale!
Ora i fratelli nella loro esercitazione ermeneutica erano arrivati da un caso limite all’altro e per ultimo non restava che una sola (3718) possibilità di spiegare quell’amore così soave che tutto unisce senza distinzioni, simile a un rorido mattino.
Agathe citò anche quella possibilità, sospirando con grazioso dispetto:
- Così il sole splende e si è presi da un impulso incosciente, come una scolaretta e uno scolaretto!
- Ulrich integrò:
- Al calore del sole i bisogni sociali si dilatano come il mercurio nel tubo, e a spese dei bisogni egoistici che normalmente li equilibrano!
- Fratello e sorella erano ormai stanchi di sentire, e accadeva talvolta che una conversazione intorno ai loro sentimenti gli facesse tralasciare di provarli.
Anche perché la piena delle commozioni, se non trovava alcuno sbocco, in fondo faceva soffrire, ed essi la ricambiavano all’occasione con un po’ d’ingratitudine.
Ma quando ebbero parlato (3719) entrambi così, Agathe guardò di nuovo di sbieco il fratello e si affrettò a ritrattarsi:
- Però non è neanche così semplice come nel caso di studentelli che vorrebbero abbracciare il mondo intero e non sanno perché!
E appena ebbe esclamato ciò, ambedue sentirono di nuovo di essere esposti non a un’immaginazione soltanto, ma a un imprevedibile divenire.
Nel sentimento straripante c’era verità, dietro l’apparenza c’era realtà e la trasformazione del mondo occhieggiava fantomaticamente dal mondo stesso! Era però una realtà stranamente insostanziale, ben poco tangibile quella di cui si sentivano in attesa; ed una mezza verità, tanto familiare quanto ineffettuabile, che ambiva ad essere creduta:
una realtà e verità non buona per tutti, bensì segreta, solo per amanti.
(3720) Evidentemente però non si trattava semplicemente di arbitrio o di illusione; essa sussurrava misteriosamente:
“Devi abbandonarti a me senza sospetto, così apprenderai tutta la verità!”
Ma era difficile udirlo espresso in chiare parole, giacché il linguaggio dell’amore è un linguaggio segreto, e nella sua più alta perfezione è muto come un abbraccio.
Agathe inarcò le sopracciglia sorridendo e guardò la folla:
Ulrich la imitò e insieme contemplarono la fiumana di gente che li accompagnava e veniva loro incontro.
Percepivano essi la potenza e l’oblio di sé, la gioia, la bontà, l’alta e profonda timidezza che dominano in una comunità umana, e sia pure in quella di una strada affollata, così che appare incredibile che contenga brutture e (3721) contrasti?
Se ne staccava con bizzarro risalto la loro propria esistenza, dai netti contorni e dalla difficile collocazione, e anche quella di ogni altro che procedeva oscuro in quel nubifragio e alluvione di tenerezza portandone lo splendore negli occhi.
In quel momento, che ripeteva in forma plastica tutti gli interrogativi sul “regno dell’amore” e sul significato e dubbi dell’amore per il prossimo e vi rispondeva integralmente, Ulrich si chinò verso Agathe per vederla in viso e le chiese:
- Saresti capace di amare qualcuno se non come un’ombra, quando non vi è né convincimento morale né desiderio fisico?
Da quando facevano insieme quelle passeggiate era la prima volta che egli le rivolgeva una domanda così scoperta.
Agathe per il momento non rispose. (3722)
Ulrich chiese:
- E che cosa succederebbe se noi ora fermassimo uno di costoro e gli dicessimo “resta con noi, fratello!” oppure “arrestati, anima che t’affretti! Noi vogliamo amarti come noi stessi!”?
- Ci guarderebbe sbalordito, rispose Agathe.
- E poi raddoppierebbe il passo.
- Oppure farebbe il villano e chiamerebbe un poliziotto, – aggiunse Ulrich.
- Infatti crederebbe di aver da fare con innocui dementi oppure con gente che vuole burlarsi di lui.
- E se noi gli gridassimo subito “Criminale zoticone!”? – propose Agathe.
- Allora potrebbe darsi che non ci prendesse né per pazzi né per buontemponi, ma soltanto per gente che non la pensa come lui; appartenenti a un altro partito che rivolgendogli la parola hanno preso abbaglio. (3723)
Perché certamente le associazioni di ciechi per l’odio del prossimo non hanno, tutte insieme, meno aderenti che quella per l’amore.
Agathe fece un cenno di consenso; poi scosse il capo e guardò in aria.
L’aria era precisa come prima.
Guardò in terra, e qualche umile particolare, la finestra di una cantina, una foglia di verdura perduta, parvero dolcemente accese dalla luce del cielo.
Infine ella cercò qualche cosa che le piacesse semplicemente di per sé, un volto, o un oggetto in vetrina, e lo trovò.
Ma quel piacere reale era una macchia cieca nel fulgore del giorno; Ulrich aveva già detto qualcosa di simile, ma ora il contrasto le apparve più forte.
Turbava l’amore universale per la gente e per il mondo, invece di accrescerlo col suo piccolo contributo.
Così Agathe rispose: – è tutto così irreale! e oggi non (3724) so neanch’io se amo la gente e le cose reali, né se amo realmente qualcosa!
- Sarebbe questa la risposta alla mia domanda, – volle sapere Ulrich, cambiando un poco questa domanda, – se un amore, per quanto grande, senza compimento fisico possa essere più che l’ombra di un amore?
In ogni desiderio che non dà qualcosa da fare anche ai sensi, c’è già un silenzioso cordoglio.
- Sono piena d’amore e vuota d’amore, e tutt’e due a un tempo, – si lamentò Agathe sorridendo, e indicando la folla con un piccolo gesto desolato.
Era il lamento del cuore dove Dio è penetrato così profondamente come una spina, che le dita non possono afferrare.
Nelle confessioni dei mistici che lo desiderano con tutta la loro anima e materia umane, quella peculiare disperazione viene sempre a (3725) interrompere gli istanti della trasfigurazione che gli si era avvicinata a portata di mano; e i fratelli ricordarono entrambi l’ora in giardino, quando Agathe da un libro aveva letto a Ulrich esempi simili.
Dopo che se lo furono detto, Ulrich osservò:
- Un po’ di quel misticismo è anche nell’amore del prossimo; tutti lo sentono e gli obbediscono, senza capirlo.
E forse ogni grande amore contiene qualcosa di mistico, forse anche ogni grande passione. Forse perfino nella vita ordinata, in tutti i momenti di profonda apertura la partecipazione agli uomini e alle cose è una partecipazione mistica, assai diversa da quella reale!
E che cos’è una “partecipazione mistica” se non semplicemente una che non è reale?
- domandò Agathe. (3726)
Ulrich non rifletteva, però esitava.
Alla fine disse con molta risolutezza:
- Vedi, si è pieni e vuoti d’amore a un tempo.
Si ama tutto, e nulla in particolare.
Non ci si può sciogliere dalla più trascurabile inezia e intanto si sente che tutto quanto è senza importanza.
Sono contraddizioni:
le due cose in apparenza non possono essere reali contemporaneamente.
Eppure sì, sono entrambe reali:
non avrebbe senso negarlo.
Se dunque non posso pregarti di intendere per partecipazione mistica una magia religiosa, rimane soltanto l’ipotesi che vi siano due maniere di vivere la realtà, che più o meno ci s’impongono.
Qualche volta in un istante propizio e strettamente unite nascono le risposte a molte domande che staccate ed esitanti hanno cagionato alterne inquietudini. Qualche volta (3727) questo accorciamento prospettico inganna; ma resta sempre una preveggenza.
Un minuto simile era quello della scoperta che vi sono al mondo due specie di realtà, o per dir meglio due specie di realtà profana.
Quando ciò fu detto, e ancor prima che fratello e sorella si fossero convinti che era credibile, non vi fu più problema nella loro vita che non fosse stato toccato da quella risposta.
Veramente le molte vicende e congetture degli ultimi tempi, straordinarie e infinitamente intricate, e gli accenni fatti in precedenza, non trovarono spiegazioni, ma tutto fu pervaso da una rinnovata confidenza.
Così una fiamma si smorza e langue e trattiene il respiro, prima di risplendere più alta. (3728
Invito alla lettura della trascrizione libera dell’Opera intera tradotta